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:: Gli occhi neri di Susan, Julia Heaberlin (Newton Compton, 2016)

14 aprile 2016
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Rudbeckia hirta, comunemente chiamata in Americablack-eyed-susan”, è una pianta erbacea, altamente invasiva, simile alle nostre margherite, caratterizzata da petali gialli e un bottoncino nero al centro simile a un occhio, da cui prende il pittoresco nome. Una curiosità: è il fiore dello stato del Maryland.
Se leggerete Gli occhi neri di Susan, (Black-Eyed-Susans, 2015) di Julia Heaberlin, edito da Newton Compton e tradotto da Marianna Cozzi e Angela Ricci, questo fiore vi risulterà familiare. Lo troverete in copertina, lo troverete nelle pagine del romanzo. Ricopriva infatti la fossa e il prato in cui fu ritrovata negli anni Novanta Tessa Cartwright, un’ adolescente dai fiammanti capelli rossi, assieme a un mucchietto di ossa di ragazze uccise. Da un serial killer. Un serial killer che la credette morta e fece così uno dei suoi tanti, innumerevoli, errori. Per una malformazione cardiaca, la ragazza aveva un cuore i cui battiti erano molto inferiori della media. Facile perciò sbagliarsi. Facile crederla morta.
E soprattutto lo ritroverete sul davanzale della camera da letto di Tessa ormai adulta. Qualcuno ce l’ ha piantato, fuori stagione. Qualcuno che vuole mandarle un chiaro messaggio. Qualcuno che vuole istillarle il dubbio di non essere al sicuro, lei e sua figlia Charlie.
E se il serial killer fosse ancora a piede libero, e l’uomo in carcere, in attesa dell’ iniezione letale (siamo in Texas) fosse innocente? E’ questa la domanda che ormai l’ ossessiona.  Terrell Darcy Goodwin, è un nero, in uno stato razzista come il Texas, è normale che se ne stia nel braccio della morte. Le percentuali sono a suo sfavore. A credere alla sua innocenza solo un’ attivista che combatte la pena di morte, ormai morta, ma che ha instillato il dubbio in Tessa.
Nella sua memoria c’è il volto dell’assassino, ma la sua memoria è un buco nero, una cassaforte di cui nessuno conosce la combinazione. Né lo psichiatra che l’ ha in cura e la prepara al processo nel 1995, né lei stessa. Ma Tessa non vuole che sia giustiziato un innocente, e così inizia una corsa contro il tempo, aiutata da un giovane avvocato e da una dottoressa specializzata nel risalire dal DNA all’identità delle persone scomparse (sulle ceneri delle Torri gemelle, fece miracoli). E il mistero è chiuso nella sua mente, ancora popolata dalle voci senza pace delle povere Susan, alle quali si darà finalmente un nome.
In un alternarsi di passato e presente i capitoli di questo thriller psicologico si susseguono fino al colpo di scena finale, e alla (possibile) risoluzione della storia. Nulla sarà certo comunque, fino alla fine, e anche oltre. La mente umana è un labirinto o meglio è simile alle sabbie mobili, non solo quella dei serial killer.
La scrittura della Heaberlin mi è piaciuta, densa, fantasiosa, insolita. Caratterizzata da descrizioni approfondite di particolari anche quotidiani, consueti, e uno scavo paziente nella mente disturbata di Tessa, che deve affrontare e superare un trauma non comune in cerca della normalità per il bene di sé stessa e di sua figlia.
Lo scollamento tra passato e presente, normalità e malessere, crea un effetto straniante che ci impone di prendere con le molle i dati che si susseguono alla nostra attenzione.
Tra bugie, vere e proprie menzogne, rimozioni, occultamenti più o meno consapevoli, è difficile discernere la verità oggettiva, il reale concatenarsi di causa e effetto, e su questo gioca la penna dell’ autrice, dandoci appunto più verità secondo gli occhi di chi guarda. E proprio questo è contemporaneamente sia il punto di forza del romanzo, che la sua debolezza.
Per apprezzare questo romanzo bisogna fidarsi del proprio intuito, senza lasciarsi ingannare dalla più o meno simpatia che si prova per i vari personaggi. Dallo psichiatra, a Lydia, la migliore amica di Tessa adolescente. Da Terrell Darcy Goodwin, vittima o carnefice, a Tessa stessa.
Grande successo negli Stati Uniti, forse più sensibili a temi per loro strettamente attuali come la pena di morte, lo studio del DNA per risalire a persone di cui non si conosce l’identità, i meandri della giustizia con i giusti risarcimenti agli innocenti incarcerati e condannati ingiustamente e il razzismo che ancora determina molte condanne, alla fiducia che deve legare terapeuta e paziente, in un pese dove la psicanalisi è forse più comune che da noi, Gli occhi neri di Susan è tutto sommato un buon romanzo. Se ne trarrà presto un film. Consigliato soprattutto a chi ama sondare i misteri della mente umana, più che a chi ama inseguimenti, scazzottate, pericoli nascosti in ogni pagina.
La scrittura particolare della Heaberlin è comunque ben superiore della media dei thriller che siamo soliti leggere. E già solo per questo sicuramente una interessante scoperta.

Julia Heaberlin Nata in Texas, è una giornalista pluripremiata, che ha lavorato per varie testate locali («Fort-Worth Star Telegram», «The Detroit News» e «The Dallas Morning News»). Con Gli occhi neri di Susan è arrivata in vetta alle classifiche degli Stati Uniti e presto dal suo romanzo sarà tratto un grande film. Vive a Dallas. Per maggiori informazioni, visitate il sito juliaheaberlin.com.

Source: bozza non corretta inviata dall’editore, ringraziamo Antonella dell’Ufficio Stampa Newton Compton.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Blogtour – La Mappa della Città Morta (Newton Compton, 2016) – prima tappa

1 marzo 2016

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Inizia oggi il Blogtour dedicato al romanzo di avventura La Mappa della Città Morta di Stefano Santarsiere, edito da Newton Compton. Bolognese, classe 1974, già due romanzi all’attivo, Santarsiere ci porta nell’ altopiano del Mato Grosso (grande bosco), in Brasile, sulle tracce di un mistero. Mengele, manoscritti antichi, leggende, città perdute, civiltà antiche che conservano immensi saperi, la glaciazione dell’ Antartide saranno parte del viaggio che continuerà sul web in altre cinque tappe. Siete pronti a partire con noi?

֎ A come avventura… ֎

Hugo Pratt, certo una persona informata dei fatti, un paio di decenni or sono osserva che:

la narrativa d’avventura sta alla geografia come il romanzo storico sta alla storia.”

La narrativa d’avventura ci parla di luoghi lontani, e ci offre spesso un personaggio che per qualche urgente motivo deve andare da A a B. Sull’urgenza, poi, possiamo discutere – Ulisse impiega dieci anni, ad andare da A a B.
E probabilmente per questo legame col viaggio e con l’esplorazione che la narrativa avventurosa prospera nell’era delle grandi esplorazioni e successivamente, nel periodo coloniale. Nel compiere il proprio viaggio da A a B, l’eroe scopre il mondo e, attraversdo la sua nuova conoscenza del mondo, arriva a conoscere meglio se stesso, e ad allargare i propri orizzonti non solo in termini strettamemnte geografici.
E’ il modello utilizzato da Robert Louis Stevenson, e da Kipling, e da Edgar Rice Burroughs. E’ il modello tanto di Sir Henry Rider-Haggard che di Talbot Mundi – quest’ultimo un propugnatore delle teorie teosofiche della Blavatski, e quindi fortemente sensibile al tema della conoscenza attraverso l’avventura (e viceversa). E’ il modello che Harold Lamb adatta alla narrativa storica e Robert E. Howard piega alle necessità  della narrativa fantastica.
La narrativa d’avventura accompagna gli anni fra le due guerre, e fornisce ad autori diversi una collezione di strumenti, di cliché, un linguaggio, che viene piegato alle necessità  espressive del narratore. In fondo, Hemingway e Chandler sono entrambi autori d’avventura, ma sarebbe limitativo e miope descriverli come tali.

Nel secondo dopoguerra, l’avventura (come ogni forma di narrativa di genere) comincia ad assumere un sapore spiacevole per una certa fetta del pubblico – e in particolare per la critica. La narrativa d’avventura si trasforma da letteratura di viaggio in lettura da viaggio – il libro per le vacanze, per il lungo percorso in treno, per le noiose ore sotto al sole sulla spiaggia.
Passatempi, intrattenimento, fuga dalla realtà.
Libri che si leggono per divertirsi – come se esistessero libri che si leggono per soffrire.
Sono poi venute le critiche proprio per quel passato coloniale e quella rappresentazione scortese di persone diverse da noi.
Tarzan e Mowgli sono stati eliminati dalle blioteche scolastiche perché diseducativi.
Che valanga di sciocchezze!
Eppure la narrativa avventurosa resta saldamente nella lista dei best seller – e i nomi di Smith e Cussler vengono citati proprio nel presentare “La Mappa della Città  Morta“, una novità  che è in realtà la prosecuzione di una tradizione lunga e – per lo meno un tempo – rispettabile, che ha in Emilio Salgari uno dei suoi numi tutelari.
Storie di terre lontane, di strani popoli, di antichi misteri, azione, pericolo. Narrativa d’intrattenimento.
C’è chi se ne vergogna. Sono degli sciocchi.

Davide Mana

֎ L’intervista ֎

Benvenuto Stefano su Liberi di scrivere in questa prima tappa del blog tour dedicato al tuo libro La Mappa della Città Morta. Prima di parlare del tuo libro mi piacerebbe che ci raccontassi qualcosa di te, della tua infanzia, dei tuoi studi, di come ti sei avvicinato alla scrittura.

La mia storia inizia in un piccolo paese della Lucania, dove ho assaporato la più spontanea e felice libertà, e continua a Bologna, dove ho imparato a disciplinarmi e organizzare la mia vita. In mezzo ci sono viaggi e libri letti, il lavoro all’università, i progetti, i fallimenti, le ripartenze e la famiglia.
La scrittura ha seguito lo stesso cammino: è nata nel paese come puro istinto, è cresciuta in città come sperimentazione, come studio e apprendimento, infine è diventata tutt’uno con la mia quotidianità, nutrendosi giorno per giorno di esperienze.
Mi sono avvicinato ad essa in un lontanissimo pomeriggio di infanzia, mentre guardavo insieme ai miei fratelli il film La notte del demonio, di Jacques Tourneur. E oggi, a distanza di quasi tre decenni, puntualmente vedo tra le righe che scrivo tutto quello che ho vissuto e ciò che io stesso sono diventato, come se mi guardassi in un vecchissimo specchio.
Ecco come intendo la scrittura: il riflesso di me attraverso le trame e gli eventi raccontati, ma con la magia aggiuntiva di esprimere anche i miei desideri, e le mie paure.

La Mappa della Città Morta è il tuo primo romanzo? So che è un fenomeno del web, sei stato in altre parole un autore indie, che ha auto-pubblicato il suo romanzo. Parlaci di questa esperienza, quale è stato il tuo segreto per farti conoscere dai lettori?

In realtà è il terzo, ma si tratta della prima storia che ha come protagonista questo copywriter del mistero che si chiama Charles Fort. A gennaio dello scorso anno ho pubblicato il libro su Amazon, con la formula KDP, e in tre mesi è stato scaricato poco meno di quattromila volte occupando stabilmente la top 10 dei libri più venduti. È stata una sorpresa anche per me, visto che mi sono limitato a creare la pagina Facebook del romanzo e fare un po’ di advertising con Google AdWords. È stato emozionante vedere giorno per giorno crescere il gradimento e le recensioni, fino a quando ho ricevuto una e-mail dalla Newton Compton. Spero che la seconda vita del libro sia altrettanto fortunata.

Il tuo romanzo si inserisce nel filone del romanzo avventuroso: un manoscritto antico, un tesoro, una spedizione nel Mato Grosso, popolazioni indigene, un mistero da svelare. Pensi che oggi il fascino delle spedizioni del passato sia ancora presente nelle nuove generazioni, o ormai il pianeta terra, grazie ai moderni mezzi tecnologici (penso ai satelliti, ai telefoni satellitari, agli equipaggiamenti in dotazione agli esploratori) non ha più segreti ?

In verità non sono certo che il pianeta abbia svelato tutti i suoi segreti. Fra i temi del libro v’è anche questo: quanto è solida la convinzione che ogni cosa sia ormai alla luce del sole, in bella mostra sotto i nostri occhi. Dobbiamo proprio escludere che esistano angoli ancora in grado di offrire qualcosa alla nostra onniscienza? Eppure basta pensare al sottosuolo, o al fondo degli oceani, o guardare alle nuove specie viventi che ancora vengono scoperte grazie alla ricerca, per incrinare quella convinzione.
Credo che il fascino dell’ignoto e della scoperta sia rimasto inalterato anche in quest’epoca illuminata dalla fredda luce della tecnologia e inondata di informazioni che ci raggiungono alla velocità di un click. E questo per una sola ragione: abbiamo dentro un’innata e insopprimibile sete di conoscenza, mista alla speranza che ci sia qualcos’altro oltre l’orizzonte che vediamo ogni mattina dalle finestre di casa.

Come ti sei documento per la stesura del tuo romanzo. In che misura la scienza incide nelle tue trame?

Ho fatto una ricerca bibliografica su tre elementi chiave: culture e territorio dell’Amazzonia, esplorazioni geografiche e modalità di sopravvivenza durante le spedizioni, teorie scientifiche sulle glaciazioni e in genere sugli eventi estremi che hanno caratterizzato la storia del pianeta.
Ho letto alcuni libri che propongono ricostruzioni alternative della storia umana o del passato geologico della Terra, e relazioni di antichi esploratori che hanno compiuto favolose scoperte nel profondo della giungla. Più di ogni cosa, mi sono appassionato alla storia di un avventuriero inglese del secolo scorso, che ha trascorso l’ultima parte della sua vita a inseguire il sogno di una città perduta nel cuore del Brasile.
Tutto ciò ha contribuito senza dubbio a consolidare la trama, ma con una dinamica che mi sarebbe difficile ricostruire perché ogni elemento, entrando a contatto con la storia, si è fuso indissolubilmente con essa.

Nelle tue storie vengono prima i personaggi e poi l’avventura, o i personaggi vengano creati in funzione della trama, e come?

Di norma la storia, o meglio l’idea centrale, viene prima. Gli eventi si aggregano uno dopo l’altro intorno a questo nucleo, come nella formazione di un pianeta. Ma arriva un momento in cui devo arrestare il processo e fare ordine, ed è qui che i personaggi emergono definitivamente o svaniscono nella nebbia. Quelli che restano prendono in mano la vicenda e la condizionano, la adattano al loro modo di essere e la conducono fino al termine. Il finale può essere una parziale sorpresa anche per me, ed è un piccolo dispiacere salutarli quando scrivo la parola ‘fine’.

Oltre a modelli letterari, hai avuto anche modelli cinematografici? Quali sono i film di avventura dai quali hai tratto maggiore ispirazione?

Il cinema è la mia seconda grande passione insieme alla letteratura. Ho anche girato un paio di cortometraggi, uno dei quali, ‘Scaffale 27’, è un piccolo thriller che ha avuto il suo successo a Bologna. Ho amato moltissimi film, non necessariamente di avventura, anche se pellicole come All’inseguimento della pietra verde o la saga di Indiana Jones hanno avuto una certa influenza sul mio concetto di ritmo e azione in un libro come La mappa della città morta. Ma in generale preferisco un cinema di respiro più ampio e anche, paradossalmente, dai ritmi più lenti. E sono proprio questi riferimenti che entrano maggiormente nel libro. Posso svelare, ad esempio, che nelle pagine finali c’è una citazione a 2001: Odissea nello spazio.

Come organizzi la tua giornata dedicata alla scrittura, e come concili la scrittura con gli impegni familiari e la vita di tutti i giorni?

La scrittura è per me una costante, un’abitudine, un’energia a volte latente, altre volte che si accende e mi trascina. In ogni caso è sempre lì, fissa nella mia mente, a richiedere attenzione sulla storia che sto scrivendo. Perciò mi è inevitabile trovare il modo di inserirla nella mia giornata. In genere scrivo tra le 18.00 e le 20.00, sempre. Talvolta prevale la ricerca o il lavoro sul progetto, ma è pur sempre tempo dedicato alla storia.

Grazie della tua disponibilità, chiuderei questa breve intervista domandandoti qualche anticipazione sui tuoi progetti futuri.

Grazie a voi!
Ho appena concluso la seconda stesura della nuova avventura di Charles Fort. Stavolta porto il lettore nei mari del sud, sulle isole Fiji. Ci lavorerò ancora qualche mese con una terza stesura, dopo vedremo il da farsi. Molto dipenderà da quanto si farà apprezzare La mappa della città morta.

֎ Per partecipare al giveaway ֎

La Newton Compton mette in palio due copie del romanzo. Se volete concorrere all’estrazione che si terrà il 31 marzo sul blog “Il flauto di Pan” seguite queste semplici istruzioni:
– Commentate tutte le tappe del tour.
– Diventate
follower dei blog partecipanti.
– Mettete “mi piace” alla pagina FB deciata al romanzo e a quella di Newton Compton.
Sistema di estrazione: random org

Prossime tappe:

Seconda tappa: Blog Expres 8 marzo
Terza tappa: Penna d’Oro 10 marzo
Quarta tappa: Thriller Magazine 15 marzo
Quinta tappa: ThrillerPages 22 marzo
Sesta tappa: Il flauto di Pan 29 marzo

:: Segnalazione di Una stanza tutta per sé di Virginia Woolf (Newton Compton, 2013)

17 Maggio 2013

una stanza tutta per sèVirginia Woolf
Una stanza tutta per sé

Traduzione di Maura Del Serra
Edizione integrale

Euro 0,99

In uscita il 30 maggio

Illustre capostipite dei manifesti femminili del Novecento europeo, è anche il primo, brillante intervento della Woolf sul tema “donne e scrittura”.

Una stanza tutta per sé è un trattato ironico, immaginifico, personalissimo e vario, che riesce a unire l’analisi sociale e la satira. Il leitmotiv della stanza, grembo e prigione dell’anima femminile, si allarga fino a comprendere tutti i luoghi della dimora umana: la natura, la cultura, la storia e infine la “realtà” stessa nella sua inquietante ma esaltante molteplicità. L’autrice demolisce la società patriarcale, bussa con forza alle porte del mondo della cultura, fino a quel momento di esclusivo appannaggio maschile, pretende di farvi irruzione, chiede che non ci siano più limiti e divieti per il pensiero delle donne.

Virginia Woolf nacque a Londra nel 1882. Figlia di un critico famoso, crebbe in un ambiente letterario certamente stimolante. Fu a capo del gruppo di Bloomsbury, circolo culturale progressista che prendeva il nome dal quartiere londinese. Con il marito, Leonard Sidney Woolf, fondò nel 1917 la casa editrice Hogarth Press. Grande estimatrice dell’opera di Proust, divenne presto uno dei nomi più rilevanti della narrativa inglese del primo Novecento. Morì suicida nel 1941. La Newton Compton ha pubblicato Gita al faro, Una stanza tutta per sé, Mrs Dalloway, Orlando, Notte e giorno, La crociera, Tutti i racconti e il volume unico Tutti i romanzi. http://www.newtoncompton.com/autori/w/virginia-woolf

:: Recensione di La pergamena maledetta di Heike Koschyk (Newton Compton, 2012) a cura di Viviana Filippini

2 dicembre 2012

pergamena_maledettaL’ambientazione è nel Medioevo, nel 1188 per la precisione. Il luogo è un convento. Al centro dei questo thriller ad ambientazione medievale c’è una misteriosa pergamena con strani segni che tutti vogliono leggere e capire, però l’enigmatico documento è pericoloso, perché lascia dietro di sé un lunga scia di misteriose morti. Attenzione non c’è Guglielmo da Baskerville protagonista de Il nome della rosa – anche se la trama dal mio è punto di vista ricorda molto da vicino lo scritto di Eco-, ma una perspicace e coraggiosa donzella – Elysa da Bergheim- che indaga nel giallo storico La pergamena maledetta di Heike Koschyk. Tutto comincia un po’ per caso quando in una notte buia e tempestosa tal Fratello Adalbert ,dell’abbazia di Zweifalten, si presenta al monastero benedettino di Eibingen. Lui è stato un amico e confidente delle mistica Ildegarda fondatrice del monastero dove è appena giunto, ma il suo volto violato da un espressione di atroce terrore e l’agitazione perpetua, non fanno altro che incutere preoccupazione nelle suore che gli danno ricovero. L’uomo verrà ritrovato cadavere la mattina seguente con una misteriosa pergamena tra le mani e da quel momento in poi la pacifica vita di Eibingen non sarà più la stessa. La tranquillità del monastero fondato dalla mistica Ildegarda sarà scossa da inspiegabili incendi che distruggeranno la chiesa, e non solo, perché il male si insidierà sempre più tra le mura del luogo sacro, scatenando una rapida spirale di brutali omicidi, improvvisi suicidi ed episodi di avvelenamento ai danni delle monache del convento (ed ecco che ritorna Eco). Ad indagare sui fatti incomprensibili che tormentano il posto si presenta, sotto le mentite spoglie di novizia – della serie: “a volte è necessario dire qualche bugia a fin di bene”-, la giovane nobildonna Elysa da Begheim, accompagnata nel convento dal religioso Clemente. La pergamena maledetta è un coinvolgente thriller storico nel quale Elysa si fingerà quello che non è, il tutto per guadagnarsi la fiducia delle monache al fine di smascherare il colpevole dei brutali misfatti e magari riuscire pure a tradurre e comprendere il senso del misterioso alfabeto di Ildegarda. Intrighi di Stato, esponenti del mondo religioso che non sono esattamente l’esempio della santità, suore dalla fede incorruttibile sottoposte a dure prove fisiche – direi più adeguatamente torture – per testare la verità delle loro affermazioni e tanta suspense, caratterizzano il nuovo romanzo di Heike Koschyk. Il ritmo frenetico e la suspense sono un continuo crescendo che appassiona e spinge chi legge a voltare pagina per scoprire cosa accadrà ai diversi personaggi attivi sulla scena, ma soprattutto il lettore avrà modo di avvicinarsi ai misteriosi significati che si nascondono tra le parole della Lingua ignota di Ildegarda. Una buona lettura ideale per gli appassionati del genere per i neofiti, dove i diversi protagonisti – da Elysa, a Clemente, passando per le varie monache – dimostrano di essere figure sì letterarie, ma con una profonda sensibilità d’animo che evidenzia la loro fragilità e il sentirsi perennemente in bilico tra le passioni umane del cuore e quelle di fede. La pergamena maledetta è un giallo storico nel quale la realtà e la finzione si amalgamano con equilibro e dove non manca la giusta dose di intrighi, congiure, legami di sangue sconosciuti, colpi di scena sensazionalistici e realtà enigmatiche che tutti vorrebbero conoscere, ma che per il bene dell’umanità è meglio rimangano segrete.

Heike Koschyk è nata a New York nel 1967. Ha diretto un’azienda tessile ed ha esercitato per anni l’attività di medico empirico, prima di dedicarsi a tempo pieno alla scrittura. Ha pubblicato diversi romanzi e un biografia dedicata alla santa e mistica tedesca Ildegarda di Bingen. Nel 2008 ha vinto l’ “Agatha Christie Krimpreis”, il più importante riconoscimento letterario tedesco per i racconti gialli. Vive ad Amburgo con la famiglia. Potete visitare il suo sito www.heike-koschyk.de .

:: Recensione di Il mosaico di ghiaccio di Lars Rambe (Newton compton 2011) a cura di Giulietta Iannone

26 luglio 2011

Secondo romanzo dell’avvocato e scrittore svedese Lars Rambe, già autore del promettente Incubo bianco, Il mosaico di ghiaccio, pubblicato in Italia dalla casa editrice Newton Compton e tradotto da Mattias Cocco, ci riporta a Strängnäs, pittoresca ed amena cittadina svedese che esiste veramente come Rambe ama sottolineare, nella vita di Fredrik Gransjö reporter d’assalto specializzato in cronaca nera e politica locale del Strängnäs Dagblad. Direte voi l’estate è una stagione tranquilla, il tempo ideale per intrattenere turisti e indigeni con un simpatico Festival del jazz, capace di radunare i migliori musicisti di mezzo mondo. Strängnäs non potrebbe essere più idilliaca e ben frequentata di così e invece tutto sembra andare storto. Prima l’evasione di Szalas, poi i Corpi speciali sparsi nei quattro angoli della zona per cercarlo e poi attacchi ai furgoni portavalori, rapine in banca e chi più ne ha più ne metta. Decisamente un’ estate movimentata. Il mosaico di ghiaccio più che un classico thriller nordico tutto neve, fiordi e critica sociale è più che altro un’ insolita gangster story in cui il protagonista quasi sbiadisce e i riflettori vengono puntanti quasi unicamente sui “cattivi”, sui loro conflitti famigliari, sulle loro donne, sui loro piani criminosi, sul modo in cui la faranno più o meno franca alla faccia della solerte polizia svedese. Con un occhio di riguardo ai gangster movie americani degli anni Trenta Rambe ci presenta Marcin Szalas criminale di professione polacco evaso dal carcere di Bondhagen e Jimmy Phil ladruncolo con il sogno di diventare pilota professionista di rally impegnati a fare il colpo della vita non ostante il Klan, organizzazione criminale di Eskilstuna, che a quanto pare decide vita , morte e miracoli di tutti i piccoli delinquenti della zona. A indagare sui crimini del nutrito gruppo di delinquenti Fredrik Gransjö fresco padre di Hampus alle prese con notti insonni, rigurgiti di neonato e pannolini e Emilia Gibbons tirocinante per il periodo estivo dello Strängnäs Dagblad.  Diciamo che Rambe ha avuto coraggio, ha cercato di cambiare le regole classiche del genere cercando di portare una ventata di novità e forse si può dire che la sua scommessa sia in un certo senso riuscita. L’ambientazione di provincia ha un suo indubbio fascino e adempie egregiamente da sfondo per una storia forse un tantino troppo complessa ma giocata sui toni dell’ironia e del rifiuto dell’ovvio. Diciamo subito una cosa chi scrive, non ostante la saturazione raggiunta dal cosiddetto “giallo nordico”, e in effetti più che una moda sta assumendo anche caratteristiche grottesche, si pubblica di tutto basta che provenga dal freddo nord, apprezza il genere, trova interessanti autori anche da noi meno conosciuti come Gunnar Staalesen o Kjell Ola Dahl, per cui forse non faccio testo, ma tuttavia apprezzo chi cerca di cambiare le regole del già detto e si ingegna a intraprendere nuove strade. Rambe è uno di quelli.

È un avvocato svedese. il suo primo libro, Incubo bianco, pubblicato con successo in diversi Paesi, ha scalato le classifiche anche in Italia. Il mosaico di ghiaccio è il secondo romanzo che ha come protagonista Fredrik Gransjö, mentre Le donne del lago è un thriller a sé stante che riproduce però le cupe atmosfere nordiche cui Rambe ci ha abituato. Per maggiori informazioni sull’autore, visitate il suo sito www.larsrambe.se

:: Recensione di Incubo bianco di Lars Rambe (Newton compton 2010) a cura di Giulietta Iannone

31 agosto 2010

Per gli amanti del giallo scandinavo segnalo un interessante libro uscito quest’estate per la Newton Compton. Ambientato a Strangnas, piccola città della Svezia centro-orientale, Incubo bianco  racconta la storia di Fredrik Gransjo un ex reporter di cronaca nera che da poco trasferitosi con la famiglia da Stoccolma passa il suo tempo a caccia di argomenti interessanti per i suoi articoli di folklore locale. Stanco di vedere le tante miserie della capitale spera di trovare nella piccola cittadina di Strangnas un po’ di quiete e pace ma non ha fatto i conti con il passato. A Strangnas infatti anni prima nel lontano 1965 durante una violenta bufera di neve una giovane e bella ragazza e un malato di mente appena fuggito dal manicomio erano stati barbaramente uccisi sulle sponde del lago ghiacciato di Malaren e mai nessuno era riuscito a risolvere il caso e a spiegare le innumerevoli incongruenze che almeno al tempo delle indagini non avevano suscitato eccessivi interrogativi troppo impegnati a mettere tutto a tacere per il quieto vivere cittadino . Quarant’anni dopo a Gransjo viene affidato il compito di scrivere una serie di articoli storici con tema proprio il vecchio ospedale psichiatrico di Sundby  chiuso alla fine degli anni 80 e l’intraprendente giornalista esaminando l’archivio del giornale non ci mette molto a disseppellire l’antica tragedia del 1965. Da questo momento in poi è un susseguirsi di nuovi inspiegabili delitti in cui Gransjo si trova suo malgrado coinvolto e l’escalation di violenza non può essere fermata che facendo luce su quegli antichi delitti e scoprendo quali terribili verità nascondevano. Libro d’esordio di Lars Rambe, avvocato svedese malato d’Africa, Incubo bianco è un thriller che in Svezia ha sbaragliato le classifiche di vendita tanto da spingere Rambe a scrivere in tutta fretta Skugans spel seconda avventura del nostro instancabile giornalista detective. Piuttosto originale rispetto alla narrativa di genere è una storia che e si svolge in due lassi temporali facendo si che presente e passato si alternino e si intreccino. La trama  a dire il vero e piuttosto complessa, anche dato il gran numero di personaggi tutti con una funzione specifica nell’economia del racconto, ma è resa comprensibile da una scrittura agile e scorrevole che già dalle prime pagine cattura e fa appassionare alla storia. Particolare sensibilità è usata per trattare la malattia mentale e l’assistenza psichiatrica evitando pregiudizi e  grossolane banalizzazioni. Un’ altra cosa da notare è il prezzo decisamente contenuto solo 6,90 e l’uscita contemporanea in versione tradizionale ed e-book. Infine per i più curiosi ripropongo anche l’intervista che abbiamo fatto a luglio a Lars Rambe in occasione dell’uscita del libro.
Incubo bianco di Lars Rambe, Newton Compton, collana Narrativa contemporanea tascabili Newton, 2010, 315 pagine, brossura, traduzione dallo svedese di Alessia Ferrari, prezzo di copertina 6,90 Euro.

È un avvocato svedese. il suo primo libro, Incubo bianco, pubblicato con successo in diversi Paesi, ha scalato le classifiche anche in Italia. Il mosaico di ghiaccio è il secondo romanzo che ha come protagonista Fredrik Gransjö, mentre Le donne del lago è un thriller a sé stante che riproduce però le cupe atmosfere nordiche cui Rambe ci ha abituato. Per maggiori informazioni sull’autore, visitate il suo sito www.larsrambe.se