:: Blogtour – La Mappa della Città Morta (Newton Compton, 2016) – prima tappa

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Inizia oggi il Blogtour dedicato al romanzo di avventura La Mappa della Città Morta di Stefano Santarsiere, edito da Newton Compton. Bolognese, classe 1974, già due romanzi all’attivo, Santarsiere ci porta nell’ altopiano del Mato Grosso (grande bosco), in Brasile, sulle tracce di un mistero. Mengele, manoscritti antichi, leggende, città perdute, civiltà antiche che conservano immensi saperi, la glaciazione dell’ Antartide saranno parte del viaggio che continuerà sul web in altre cinque tappe. Siete pronti a partire con noi?

֎ A come avventura… ֎

Hugo Pratt, certo una persona informata dei fatti, un paio di decenni or sono osserva che:

la narrativa d’avventura sta alla geografia come il romanzo storico sta alla storia.”

La narrativa d’avventura ci parla di luoghi lontani, e ci offre spesso un personaggio che per qualche urgente motivo deve andare da A a B. Sull’urgenza, poi, possiamo discutere – Ulisse impiega dieci anni, ad andare da A a B.
E probabilmente per questo legame col viaggio e con l’esplorazione che la narrativa avventurosa prospera nell’era delle grandi esplorazioni e successivamente, nel periodo coloniale. Nel compiere il proprio viaggio da A a B, l’eroe scopre il mondo e, attraversdo la sua nuova conoscenza del mondo, arriva a conoscere meglio se stesso, e ad allargare i propri orizzonti non solo in termini strettamemnte geografici.
E’ il modello utilizzato da Robert Louis Stevenson, e da Kipling, e da Edgar Rice Burroughs. E’ il modello tanto di Sir Henry Rider-Haggard che di Talbot Mundi – quest’ultimo un propugnatore delle teorie teosofiche della Blavatski, e quindi fortemente sensibile al tema della conoscenza attraverso l’avventura (e viceversa). E’ il modello che Harold Lamb adatta alla narrativa storica e Robert E. Howard piega alle necessità  della narrativa fantastica.
La narrativa d’avventura accompagna gli anni fra le due guerre, e fornisce ad autori diversi una collezione di strumenti, di cliché, un linguaggio, che viene piegato alle necessità  espressive del narratore. In fondo, Hemingway e Chandler sono entrambi autori d’avventura, ma sarebbe limitativo e miope descriverli come tali.

Nel secondo dopoguerra, l’avventura (come ogni forma di narrativa di genere) comincia ad assumere un sapore spiacevole per una certa fetta del pubblico – e in particolare per la critica. La narrativa d’avventura si trasforma da letteratura di viaggio in lettura da viaggio – il libro per le vacanze, per il lungo percorso in treno, per le noiose ore sotto al sole sulla spiaggia.
Passatempi, intrattenimento, fuga dalla realtà.
Libri che si leggono per divertirsi – come se esistessero libri che si leggono per soffrire.
Sono poi venute le critiche proprio per quel passato coloniale e quella rappresentazione scortese di persone diverse da noi.
Tarzan e Mowgli sono stati eliminati dalle blioteche scolastiche perché diseducativi.
Che valanga di sciocchezze!
Eppure la narrativa avventurosa resta saldamente nella lista dei best seller – e i nomi di Smith e Cussler vengono citati proprio nel presentare “La Mappa della Città  Morta“, una novità  che è in realtà la prosecuzione di una tradizione lunga e – per lo meno un tempo – rispettabile, che ha in Emilio Salgari uno dei suoi numi tutelari.
Storie di terre lontane, di strani popoli, di antichi misteri, azione, pericolo. Narrativa d’intrattenimento.
C’è chi se ne vergogna. Sono degli sciocchi.

Davide Mana

֎ L’intervista ֎

Benvenuto Stefano su Liberi di scrivere in questa prima tappa del blog tour dedicato al tuo libro La Mappa della Città Morta. Prima di parlare del tuo libro mi piacerebbe che ci raccontassi qualcosa di te, della tua infanzia, dei tuoi studi, di come ti sei avvicinato alla scrittura.

La mia storia inizia in un piccolo paese della Lucania, dove ho assaporato la più spontanea e felice libertà, e continua a Bologna, dove ho imparato a disciplinarmi e organizzare la mia vita. In mezzo ci sono viaggi e libri letti, il lavoro all’università, i progetti, i fallimenti, le ripartenze e la famiglia.
La scrittura ha seguito lo stesso cammino: è nata nel paese come puro istinto, è cresciuta in città come sperimentazione, come studio e apprendimento, infine è diventata tutt’uno con la mia quotidianità, nutrendosi giorno per giorno di esperienze.
Mi sono avvicinato ad essa in un lontanissimo pomeriggio di infanzia, mentre guardavo insieme ai miei fratelli il film La notte del demonio, di Jacques Tourneur. E oggi, a distanza di quasi tre decenni, puntualmente vedo tra le righe che scrivo tutto quello che ho vissuto e ciò che io stesso sono diventato, come se mi guardassi in un vecchissimo specchio.
Ecco come intendo la scrittura: il riflesso di me attraverso le trame e gli eventi raccontati, ma con la magia aggiuntiva di esprimere anche i miei desideri, e le mie paure.

La Mappa della Città Morta è il tuo primo romanzo? So che è un fenomeno del web, sei stato in altre parole un autore indie, che ha auto-pubblicato il suo romanzo. Parlaci di questa esperienza, quale è stato il tuo segreto per farti conoscere dai lettori?

In realtà è il terzo, ma si tratta della prima storia che ha come protagonista questo copywriter del mistero che si chiama Charles Fort. A gennaio dello scorso anno ho pubblicato il libro su Amazon, con la formula KDP, e in tre mesi è stato scaricato poco meno di quattromila volte occupando stabilmente la top 10 dei libri più venduti. È stata una sorpresa anche per me, visto che mi sono limitato a creare la pagina Facebook del romanzo e fare un po’ di advertising con Google AdWords. È stato emozionante vedere giorno per giorno crescere il gradimento e le recensioni, fino a quando ho ricevuto una e-mail dalla Newton Compton. Spero che la seconda vita del libro sia altrettanto fortunata.

Il tuo romanzo si inserisce nel filone del romanzo avventuroso: un manoscritto antico, un tesoro, una spedizione nel Mato Grosso, popolazioni indigene, un mistero da svelare. Pensi che oggi il fascino delle spedizioni del passato sia ancora presente nelle nuove generazioni, o ormai il pianeta terra, grazie ai moderni mezzi tecnologici (penso ai satelliti, ai telefoni satellitari, agli equipaggiamenti in dotazione agli esploratori) non ha più segreti ?

In verità non sono certo che il pianeta abbia svelato tutti i suoi segreti. Fra i temi del libro v’è anche questo: quanto è solida la convinzione che ogni cosa sia ormai alla luce del sole, in bella mostra sotto i nostri occhi. Dobbiamo proprio escludere che esistano angoli ancora in grado di offrire qualcosa alla nostra onniscienza? Eppure basta pensare al sottosuolo, o al fondo degli oceani, o guardare alle nuove specie viventi che ancora vengono scoperte grazie alla ricerca, per incrinare quella convinzione.
Credo che il fascino dell’ignoto e della scoperta sia rimasto inalterato anche in quest’epoca illuminata dalla fredda luce della tecnologia e inondata di informazioni che ci raggiungono alla velocità di un click. E questo per una sola ragione: abbiamo dentro un’innata e insopprimibile sete di conoscenza, mista alla speranza che ci sia qualcos’altro oltre l’orizzonte che vediamo ogni mattina dalle finestre di casa.

Come ti sei documento per la stesura del tuo romanzo. In che misura la scienza incide nelle tue trame?

Ho fatto una ricerca bibliografica su tre elementi chiave: culture e territorio dell’Amazzonia, esplorazioni geografiche e modalità di sopravvivenza durante le spedizioni, teorie scientifiche sulle glaciazioni e in genere sugli eventi estremi che hanno caratterizzato la storia del pianeta.
Ho letto alcuni libri che propongono ricostruzioni alternative della storia umana o del passato geologico della Terra, e relazioni di antichi esploratori che hanno compiuto favolose scoperte nel profondo della giungla. Più di ogni cosa, mi sono appassionato alla storia di un avventuriero inglese del secolo scorso, che ha trascorso l’ultima parte della sua vita a inseguire il sogno di una città perduta nel cuore del Brasile.
Tutto ciò ha contribuito senza dubbio a consolidare la trama, ma con una dinamica che mi sarebbe difficile ricostruire perché ogni elemento, entrando a contatto con la storia, si è fuso indissolubilmente con essa.

Nelle tue storie vengono prima i personaggi e poi l’avventura, o i personaggi vengano creati in funzione della trama, e come?

Di norma la storia, o meglio l’idea centrale, viene prima. Gli eventi si aggregano uno dopo l’altro intorno a questo nucleo, come nella formazione di un pianeta. Ma arriva un momento in cui devo arrestare il processo e fare ordine, ed è qui che i personaggi emergono definitivamente o svaniscono nella nebbia. Quelli che restano prendono in mano la vicenda e la condizionano, la adattano al loro modo di essere e la conducono fino al termine. Il finale può essere una parziale sorpresa anche per me, ed è un piccolo dispiacere salutarli quando scrivo la parola ‘fine’.

Oltre a modelli letterari, hai avuto anche modelli cinematografici? Quali sono i film di avventura dai quali hai tratto maggiore ispirazione?

Il cinema è la mia seconda grande passione insieme alla letteratura. Ho anche girato un paio di cortometraggi, uno dei quali, ‘Scaffale 27’, è un piccolo thriller che ha avuto il suo successo a Bologna. Ho amato moltissimi film, non necessariamente di avventura, anche se pellicole come All’inseguimento della pietra verde o la saga di Indiana Jones hanno avuto una certa influenza sul mio concetto di ritmo e azione in un libro come La mappa della città morta. Ma in generale preferisco un cinema di respiro più ampio e anche, paradossalmente, dai ritmi più lenti. E sono proprio questi riferimenti che entrano maggiormente nel libro. Posso svelare, ad esempio, che nelle pagine finali c’è una citazione a 2001: Odissea nello spazio.

Come organizzi la tua giornata dedicata alla scrittura, e come concili la scrittura con gli impegni familiari e la vita di tutti i giorni?

La scrittura è per me una costante, un’abitudine, un’energia a volte latente, altre volte che si accende e mi trascina. In ogni caso è sempre lì, fissa nella mia mente, a richiedere attenzione sulla storia che sto scrivendo. Perciò mi è inevitabile trovare il modo di inserirla nella mia giornata. In genere scrivo tra le 18.00 e le 20.00, sempre. Talvolta prevale la ricerca o il lavoro sul progetto, ma è pur sempre tempo dedicato alla storia.

Grazie della tua disponibilità, chiuderei questa breve intervista domandandoti qualche anticipazione sui tuoi progetti futuri.

Grazie a voi!
Ho appena concluso la seconda stesura della nuova avventura di Charles Fort. Stavolta porto il lettore nei mari del sud, sulle isole Fiji. Ci lavorerò ancora qualche mese con una terza stesura, dopo vedremo il da farsi. Molto dipenderà da quanto si farà apprezzare La mappa della città morta.

֎ Per partecipare al giveaway ֎

La Newton Compton mette in palio due copie del romanzo. Se volete concorrere all’estrazione che si terrà il 31 marzo sul blog “Il flauto di Pan” seguite queste semplici istruzioni:
– Commentate tutte le tappe del tour.
– Diventate
follower dei blog partecipanti.
– Mettete “mi piace” alla pagina FB deciata al romanzo e a quella di Newton Compton.
Sistema di estrazione: random org

Prossime tappe:

Seconda tappa: Blog Expres 8 marzo
Terza tappa: Penna d’Oro 10 marzo
Quarta tappa: Thriller Magazine 15 marzo
Quinta tappa: ThrillerPages 22 marzo
Sesta tappa: Il flauto di Pan 29 marzo

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2 Risposte to “:: Blogtour – La Mappa della Città Morta (Newton Compton, 2016) – prima tappa”

  1. Erica Says:

    Ciao!
    Non avevo mai sentito parlare di questo libro ma sembra molto interessante. L’autore ha nominato Indiana Jones nell’intervista…quante volte ho visto quei film, da grande mi sarebbe piaciuto fare l’archeologa stile Indiana (senza i serpenti!!)

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