L’improvvisa morte del notissimo artista Reinhard Bohrst mette in moto una serie di avvenimenti che riguardano anche Wainer e Sara, i protagonisti di questo romanzo. Il primo è un piccolo gallerista che ha investito tutti i suoi averi in un’installazione del defunto Bohrst e ora si trova nei guai. Sara, invece, è una funzionaria dell’ICOM, un organismo dell’Unesco che si occupa, fra l’altro, della restituzione di opere d’arte sottratte e rubate, specialmente quelle depredate dai nazisti durante il secondo conflitto mondiale. I due hanno intrattenuto una lunga relazione, ma poi si sono lasciati a causa di una malattia che ha colpito la donna; nonostante ciò, il legame fra loro è ancora forte. Adesso vivono entrambi un momento difficile in ambito lavorativo. Wainer, in particolare, è sull’orlo del fallimento e si affida a personaggi equivoci che gravitano intorno al mondo dell’arte contemporanea. Dal canto suo, Sara è alle prese con il furto di un quadro di Rembrandt: questa vicenda la destabilizza al punto che decide d’intraprendere un lungo viaggio per tornare nella casa in cui ha vissuto con Wainer. Si ritroveranno oppure no?
Nella spirale di Fermat è il primo romanzo di Gianfranco Tondini. Al centro dell’opera c’è l’arte contemporanea, argomento che l’autore dimostra di padroneggiare. Attraverso le vicissitudini lavorative dei protagonisti, entriamo in contatto con un ambiente pieno di sfumature, non sempre piacevoli. Falsificazioni e contraffazioni sono quasi all’ordine del giorno, così come la presenza di figure alquanto discutibili. Anche le esistenze di Wainer e Sara sono tratteggiate in profondità, con tutte le debolezze, fisiche e non solo, che li contraddistinguono. Nel romanzo si avverte chiaramente il legame che li unisce, attraverso i loro pensieri e alcune loro azioni. Quello che appare soffrire di più è Wainer, anche se poi tocca a Sara compiere qualcosa di concreto che, forse, li aiuterà a ricongiungersi. Per concludere, una curiosità: il titolo del romanzo prende il nome da una scoperta del matematico francese Pierre de Fermat, vissuto nel XVII secolo.
Gianfranco Tondini, pigro per vocazione, ha lavorato per trent’anni come attore, regista e autore. Negli ultimi anni è entrato in confidenza col mondo dell’arte contemporanea. Vive a Ravenna. Nella spirale di Fermat è il suo primo romanzo.
Dal fratricidio di Caino alla violenza dell’Apocalisse, le pagine della Bibbia sono bagnate di sangue: omicidi, sacrifici umani, torture, martirii, stupri, vendette… Singoli uomini e interi popoli sono gli interpreti di orrendi racconti, vittime di efferate e sanguinarie atrocità, senza voler citare l’inaudita barbarie del diluvio universale… oppure gli Egizi sterminati dalle crudeli piaghe divine, atterriti dalla morte dei primogeniti, con l’acqua del Nilo trasformata in sangue, con la piaga di “ulcere che si trasformarono in pustole sulle persone e sugli animali” e infine con l’ennesima epidemia, che sterminò tutto il bestiame d’Egitto “ma del bestiame dei figli d’Israele non morì neppure un capo. “E come dimenticare per esempio il divino ordine a Gosué: “Ma delle città di questi popoli che il Signore tuo Dio ti dà in eredità, non lascerai in vita alcun essere che respiri; ma li voterai allo sterminio: cioè gli Hittiti, gli Amorrei, i Cananei, i Perizziti, gli Evei e i Gebusei, come il Signore tuo Dio ti ha comandato di fare, perché essi non v’insegnino a commettere tutti gli abomini che fanno per i loro dèi e voi non pecchiate contro il Signore vostro Dio. Quindi Giosuè (successore di Mosè) conquistò tutto il paese: le montagne, il Negheb, il bassopiano, le pendici e tutti i loro re. E come gli aveva comandato il signore, Dio di Israele: non lasciò alcun superstite e votò allo sterminio ogni essere che respira. Eccetera , eccetera … E che dire poi di Salomè che danzando offre su un vassoio d’argento la testa mozzata di Giovanni Battista… Una rassegna insomma di storie cruente, di episodi terrificanti legati all’Antico e al Nuovo Testamento, che propongono al lettore le contraddizioni di una religione teoricamente votata al bene del prossimo. La Bibbia spiegandoci con dovizia di particolari la mano violenta di un Dio, che punisce chi non rispetta le sue leggi e ci mostra tutta la crudeltà insita nel primo libro stampato (Bibbia di Gurtenberg) quello forse più noto se non letto al mondo, che nei secoli ha ispirato artisti e scrittori. Un’immensa opera letteraria che sembra anticipare i moderni generi legati all’universo del male, come il thriller e l’horror. Un inquietante viaggio nelle mitiche origini della cronaca nera. E Marilù Oliva con la sua consueta intelligenza e arguzia sceglie di raccontarcela anche al femminile, e benché il compito appaia arduo lei ci riesce alla grande. Dunque sappiamo che le antiche popolazioni del Vicino Oriente, avevano tutte una storia patriarcale. Insomma esiste qualcosa di più “patriarcale” della Bibbia, vedi Vecchio Testamento? Un mondo di vecchiacci assolutisti e prepotenti che vivevano troppi non anni ma secoli. Fin dalla più antica narrazione biblica poi le donne spesso vengono tenute da parte. La Bibbia ci insegna che le donne valgono meno. A partire dalla creazione con Eva realizzata da una costola di Adamo scopriamo immediatamente quale era il primo dovere delle donne: fare figli… Maschi e femmine è evidente, anche se la faccenda all’inizio appare un po’ nebulosa, per poi potersi riprodurre tra loro. Ma ora passiamo al cupo e intrattabile Noè. Chi era sua moglie? E quali femmine aveva caricato sull’Arca oltre ai figli? O pensiamo al peggio… o forse alla partenogenesi? Nooo. Mah. Tanto quello, Il Signore, può fare e disfare tutto. Ma spieghiamo meglio di Eva creata egoisticamente solo per far compagnia ad Adamo, ma lei no. Lei voleva vivere, essere lieta, libera. Non le bastava tutto quel ben di Dio del giardino dell’Eden. No lei ha accettato il suggerimento del serpente e ha mangiato, per sua volontà, un frutto dall’unico albero proibito. E l’ha fatto mangiare anche ad Adamo… Ma mal gliene incoglierà perché patatrac! Tuoni e fulmini. Adamo, vigliacco e meschino le appiopperà persino la colpa. Ma sono scuse farlocche, non bastano perché a quel punto cala come una falce l’implacabile condanna divina: tutti e due via! Puniti, scacciati dal Paradiso Terrestre . E dopo, mamma mia, sarà peggio molto peggio per la povera Eva costretta a lavorare, partorire con dolore, patire disperata per la morte del figlio più amato, ucciso da suo fratello, dall’altro suo figlio, Caino. Ma Eva dovrà andare avanti per forza e per tutto il tempo che le resterà da vivere ( centinaia d’anni sapete, mica noccioline) avrà altri figli e figlie alle quali magari insegnerà qualcosina su come destreggiarsi con i maschi. Ma la faccenda è dura, ne sapranno qualcosa Lia e Rachele impotenti, costrette a gareggiare per i favori di uno sposo, Giacobbe che quel potere ce l’ha e per l’inusitato favore di dargli dei figli. Donne che vivevano per anni, secoli, nell’angosciosa attesa di un concepimento, convinte che il loro unico scopo fosse fare bambini. Cosa pensavano queste donne? Donne troppo spesso condannate a fare solo da spettatrici, a un inerte mutismo, solo e sempre in attesa. Conscenza, potere, libertà: parole che nella Bibbia, come in tutta la grande storia scritta, sono troppo spesso attribuite solo agli uomini, ai maschi. Ma le donne della Bibbia di Marilù Oliva che ne ha scelte nove, tra il Vecchio e il Nuovo Testamento, Eva, Agar e Lia dalla Genesi, Miriam dall’Esodo, Micol dal Libro di Samuele, Susanna dal Libro di Daniele, Ester dal Libro di Ester (l’unica con un libro dedicato) , Maria Maddalena dai Vangeli non accettano di stare solo ferme a guardare e staccandosi da una narrazione essenzialmente patriarcale cominciano ad alzare la testa, a bussare forte e a uscire con prepotenza fuori dalle pagine. Un’esemplare raccolta di esempi femminili, che vanno dalle più sottomesse alle più battagliere , dalle sante alle seduttrici, che siano sovrane o donne del popolo. Miriam per esempio sorella maggiore di Mosè spesso ignorata da Dio, che preferisce lasciarla in ombra rispetto al fratello, anche lei avrebbe voluto nascere libera e non prigioniera, schiava in Egitto. Miriam che come Mosè si spenderà strenuamente per il suo popolo. Miriam che danza, intona inni e poi sceglie il nubilato. Lei non si piega e come lei altre coglieranno ogni occasione per andare avanti, sia adattandosi, sia sfruttando ogni opportunità: cambiamenti, dissenso e complicità femminile. Succede ogni tanto. Parliamo anche dunque della profetessa Anna per arrivare a Zipporah, moglie di Mosè, senza dimenticare Dalila che incantò Sansone, la casta Susanna pronta ad affrontare la morte per affermare la verità, la ferrea determinazione di Giuditta che liberò il suo popolo dall’assedio di Nabucodonosor prima incantando e poi decapitando Oloferne. E cosa dire di Raab, meretrice di Gerico, che aiutò gli Israeliti a conquistarla e poi con la ricompensa ottenuto cambiò vita e fu persino un’antenata di Gesù. Senza dimenticare Salomé, che incanterà Erode a prezzo della testa di Giovanni Battista, arriveremo alla sofferta passione alla croce di Maria Maddalena, Maria di Magdala. Tante altre insomma e tutte disposte a battersi con una forza che affronta e supera ogni emarginazione. Marilù Oliva ha dedicato questo suo libro alla memoria di suo padre. A lui, alle sue accurate analisi e dettagliate annotazioni sul sacro testo che temeva di avere perso negli anni e nei traslochi. Ai preziosi ricordi di un padre amatissimo, mancato purtroppo quando lei aveva appena sei anni. Ai ricordi di un dotto e fervente cattolico temperati oggi dalla serena ma intelligente interpretazione di una miscredente che le ha consentito di riportare in scena declinate al femminile alcune grandi protagoniste del libro più letto o per lo meno più famoso del mondo.
Marilù Oliva, nata a Bologna, è scrittrice, saggista e docente di lettere. Ha co-curato per Zanichelli un’antologia sui Promessi Sposi e realizzato due antologie patrocinate da Telefono Rosa, nell’ambito del suo lavoro sulle questioni di genere. Collabora con diverse riviste ed è caporedattrice del blog letterario Libroguerriero. Per Solferino ha pubblicato i bestseller mitologici L’Odissea raccontata da Penelope, Circe, Calipso e le altre (2020), L’Eneide di Didone (2022), L’Iliade cantata dalle dee (2024), il romanzo Biancaneve nel Novecento (2021), il saggio I Divini dell’Olimpo (2022)e le riedizioni di due dei suoi noir di successo Le Sultane (2021) e Repetita (2023).
Buonvino e il circo insanguinato è il quinto romanzo che Walter Veltroni dedica affettuosamente al suo commissario romano comparso la prima volta nel 2019 in “Assassinio a Villa Borghese”. Roma, 24 dicembre, vigilia di Natale . Il commissario Giovanni Buonvino, responsabile del commissariato di Villa Borghese, sta brindando nel suo ufficio praticamente invaso da panettoni, piatti e bicchieri di plastica con i colleghi nel giorno che impone la più scontata allegria prefestiva. Nel frattempo nel giardino del Parco dei Daini si sta installando il Circo Colaiacono che si è faticosamente guadagnato quel posto ambito e di forte richiamo cittadino, in grado di garantire buone e affollate rappresentazioni festive. E toccherà proprio a lui a, Buonvino scortato ufficialmente da Cecconi e Robotti, andare sul posto per controllare l’esistenza dei permessi e di una corretta scelta degli orari onde evitare possibili lagnanze dei vicini (quali hotel stellati). Solo su insistenza di Veronica, sua moglie, il commissario ha già acquistato i biglietti per loro due e per una coppia di amici, perché in realtà Buonvino non ama il circo. Anche quando era un bambino gli faceva tristezza benché i suoi continuassero a portarcelo. Allora lui rideva e batteva le mani per forza ma solo per non deluderli. Infatti oltre a odiare i pagliacci che addirittura lo terrorizzavano, non aveva mai capito perché qualcuno dovesse partecipare a uno spettacolo magari rischiando la vita per intrattenere un pubblico pagante. I tre poliziotti arrivati al circo quando tutti i componenti della troupe sono intenti a dare gli ultimi tocchi verranno accolti dal proprietario e direttore di scena Ercole Colaiacono. Un incredibile e gigantesco personaggio che ricorda un po’ Anthony Quinn del film La strada di Fellini e che insisterà per presentargli personalmente tutta la sua troupe. Tanto che la sera stessa prima della spettacolo Buonvino, Veronica e il loro due ospiti troveranno il personale , ormai quasi pronto ad entrare in scena. schierato quasi si trattasse di una parata ufficiale per un Capo di Stato. E in quell’occasione Colaiacono presenterà loro per prima la figlia Manuelita, punta di diamante dello spettacolo, già pronta a esibirsi come trapezista col marito Alberto. Spiega anche che per la coppia sarebbe il decimo anniversario di matrimonio, motivo di festa benché in realtà le espressioni denotino una certa tensione e anche quelle degli altri componenti della truppe appaiano un po’ tirate. Il Circo è piccolo, a conduzione familiare, molti dei membri dell’equipe sono legati tra loro. Quello che Buonvino nota è solo normale inquietudine ante spettacolo o la palese dimostrazione come la forzata lunga convivenza provochi, in tutti i gruppi familiari o in quelli di coloro che lavorano troppo insieme, inevitabili rivalità e risentimenti. Ma lo spettacolo promesso è di alta qualità, garantito soprattutto dall’esibizione dei trapezisti, Alberto e Manuelita, pronti a eseguire i loro difficili numeri cinque metri da terra solo protetti in caso di cadute da una rete rettangolare. I posti di Buonvino & company sono rigorosamente in prima fila. Prima del numero dei trapezisti ne passano altri diversi e quando loro si presentano Buonvino nota che stranamente Manuelita, la figlia del direttore, esibisce un sorriso forzato, un po’ triste forse. E ben presto ohimé dopo i primi felici passaggi, il bello spettacolo vira alla tragedia quando, mancando la presa nel difficile numero di un salto mortale e mezzo, Manuelita precipiterà nel vuoto e, finendo su una parte rigida della rete di contenzione, atterrerà male, spezzandosi il collo. Una morte in diretta con il pubblico che grida atterrito. L’immediato arrivo di un’ambulanza che trasporterà la giovane in ospedale accompagnata dal marito non consentirà purtroppo che dover constatare la sua morte. Tutti hanno visto che si è trattato un incidente … All’apparenza una tragica fatalità, ma il fatto che sia capitata solo dopo due mesi dopo l’incidente stradale che aveva provocato la morte della madre di Manuelina, a Buonvino sembra troppo una coincidenza. Qualcosa che merita almeno un approfondimento. Per far completa luce sulla faccenda pertanto decide di sentire uno a uno tutti i componenti del circo. Alberto è disperato, ma non tutti gli altri forse appaiono così dispiaciuti. Girano voci e un pagliaccio sostiene addirittura d’aver sentito pochi giorni prima la voce di qualcuno minacciare Manuelita anche se ohimè non è riuscito a capire chi fosse. Pian piano Buonvino arriverà a individuare un’intricata serie di relazioni e contrasti tra i componenti della troupe. Si tratta anche di mancati sogni di gloria che hanno provocato rivalità, invidie. La vicenda breve ma coinvolgente si carica di ombre sempre più scure. Ma a conti fatti il giallo ovverosia l’indagine vera e propria e gli inevitabili plot narrativi finiscono con il collocarsi in secondo piano annacquandosi un po’ rispetto alla brillante personalità del principale protagonista e alle sue sensazioni. Un protagonista Buonvino molto simpatico, intelligente e pieno di umorismo. Walter Veltroni parla con affetto del circo che considera una vera e propria istituzione culturale. Optando per una scelta coraggiosa che volutamente par voler ignorare certe negative polemiche animaliste sulla condizione degli animali in cattività che vorrebbero decretarne la fine. Ma forse tutto quel mondo, orientandosi sempre di più sulle scelte fatte ormai dagli spettacoli portati in scena dal famosissimo Cirque du Soleil monegasco non ci costringerà a confrontarci con la fine in una colorata e sfavillante magia che ha incantato generazioni di bambini e influenzato grandi registi internazionali, senza mai dimenticare il grandissimo Fellini.
Walter Veltroni è nato a Roma il 3 luglio 1955. È stato direttore dell’Unità, vicepresidente del Consiglio e ministro per i Beni e le attività culturali, sindaco di Roma, fondatore e primo segretario del Partito democratico. Oltre al primo capitolo delle indagini del commissario Buonvino, Assassinio a Villa Borghese, pubblicato sempre da Marsilio nel 2019, ha scritto vari romanzi, tra i quali La scoperta dell’alba (2006), Noi (2009), L’isola e le rose (2012), Ciao (2015), Quando (2017), tutti editi da Rizzoli. Ha realizzato diversi documentari tra i quali Quando c’era Berlinguer (2014), I bambini sanno (2015), Indizi di felicità (2017), Tutto davanti a questi occhi (2018) e la serie sulla storia dei programmi televisivi Gli occhi cambiano (2016). Nel 2019 è uscito il suo primo film, C’è tempo. Collabora con il Corriere della Sera e La Gazzetta dello Sport.
Torna in libreria Alessandro Bastasi e lo fa alla grande. Con un romanzo intimo, introspettivo, devastante.
Qof è una lettera ebraica, che significato ha?
Qof è un viaggio, distorto. Allucinante, che sconvolge. È un percorso dentro e fuori da sé, con o senza “l’altro”. È una salita faticosa per riemergere dal buio, per il protagonista che sta cercando disperatamente una sorta di equilibrio. Ma è consapevole di ciò che gli sta accadendo? Perché attorno a lui succede di tutto. Dall’episodio irrazionale a quello più logico possibile. Al punto da farlo dubitare di ogni evento, insieme al lettore, che si pone mille e più domande. Accanto a lui compaiono personaggi che mi hanno ricordato Federico Fellini e le sue opere migliori, fatte di originalità e di ricchezze mimiche ai margini della società. Personaggi in grado di incutere timore e accogliere sguardi malevoli.
Dentro di lui, invece, convivono due anime che lottano in eterno, come Caino e Abele. Sulla sua fronte, una cicatrice apparsa improvvisamente, che ha proprio la forma “Qof”.
Alessandro Bastasi propone ai lettori una trama particolare, intensa. Che avvolge e respinge allo stesso tempo. Capace di fare dubitare e cadere nella trappola del destino, di ciascuno.
Assolutamente consigliato.
Buona lettura.
Alessandro Bastasi Nato a Treviso nel 1949. Laureato in Fisica si è trasferito a Milano dove attualmente vive. Nel passato è stato attore e autore di numerosi articoli di argomento teatrale per riviste del settore e quotidiani. Dal 1990 al 1995 ha trascorso lunghi periodi all’estero, in particolare a Mosca tra il 1990 e il 1994, e in India, Cina, Vietnam e Medio Oriente tra il 1994 e il 1995. Ha pubblicato i romanzi La gabbia criminale (2010) e Città contro (2011) con Eclissi; per Frilli ha dato alle stampe Era la Milano da bere (2016), Morte a San Siro (2017), Notturno metropolitano (2018), Milanorovente (2019), Milano e i pensieri oscuri (2020), Omicidi a Milano (2022). Per Divergenze ha pubblicato La scelta di Lazzaro (2020) e La seconda volta (2023). Suoi racconti sono presenti in varie antologie e siti letterari. Per Arkadia Editore ha pubblicato Qof (2024).
Genova e dintorni (ça va sans dire). Un dicembre del 2002 (e molti anni dopo, addirittura nel 2036). Ormai è trascorso tantissimo tempo, Filippo Fil Sarzetto Sarzana decide di raccontare precisamente la storia, appuntata prima in un diario e poi in un dattiloscritto (quando frequentava con profitto l’istituto tecnico informatico): quel dì aveva appena dodici anni, magro come un chiodo, timido e sveglio, la mamma donna delle pulizie vedova già da dieci (padre muratore caduto da un ponteggio) e la cara sorella Teresa con dieci anni di più (se ne era sempre occupata lei di lui nel piccolo comunello dove vivevano). Il mitico professor Canepa (stimato extraparlamentare di sinistra in gioventù), ormai prossimo agli ottant’anni, gli faceva gratuitamente ripetizioni dopo aver insegnato per decenni Letteratura italiana nel più prestigioso liceo classico della vicina Genova, due volte alla settimana, il martedì e il giovedì pomeriggio. Fu ucciso. Aveva in casa da nemmeno un anno la governante ucraina Natalia Kovalenko, alta e slanciata, una bellezza triste e timorosa, capelli quasi biondo cenere, tagliati corti con frangetta, nasino minuscolo all’insù e occhi magnetici d’un azzurro stinto, della quale tanti erano invaghiti in paese, forse lo stesso professore e certo pure lui bambino. Il crimine avvenne martedì 5 dicembre, Filippo e Natalia erano usciti poco dopo le diciotto per andare al bar a prendere una cioccolata calda, lo trovò lui tornando a recuperare lo zaino: nello studio qualcuno aveva spaccato in testa a Canepa il busto di marmo di Leopardi. La vittima era parsimoniosa e benestante: la casa, un cospicuo patrimonio e una preziosa collezione di quadri. La badante fu la prima sospettata, ovviamente, ma potevano essere stati altri (parenti e non solo). Districandosi fra i sentimenti, accanto alle infastidite forze di polizia, anche Filippo indagò, con l’interessato aiuto di un giovane giornalista locale innamorato della sorella (peraltro lesbica), fra pettegolezzi altarini segreti.
Un giallo “classico” per il grande scrittore Bruno Morchio (Genova, 1954), psicologo pubblico in pensione e psicoterapeuta. Il volume è significativamente dedicato al vero “professor Canepa, che mi ha insegnato l’amore per i libri e la verità”, oltre che a un amico scrittore. La narrazione è in prima persona al passato, il bambino in piena pubertà si conquista con parole e fatti il ruolo di protagonista, giovane acuto testimone dei rapporti fra adulti, innanzitutto quello legato al caso criminale e al titolo letterario (in copertina, invece, l’illustrazione che allude al busto del poeta recanatese). Per seguire gli incontri misteriosi dell’amata, Filippo andrà pure a scoprire il “pudore” della bellissima città vecchia, secondo Teresa “piena di bellezze, che però non si lasciano vedere. Dietro portoni che ricordano quelli di una stalla si aprono scale di marmo e pareti decorate con meraviglioso azulejos”, affascinanti ceramiche artistiche. Poco alcool a quell’età, pur se il maggiorenne amico di successo Serafino Costa Costamagna scola durante il pranzo familiare di Natale con gusto e speranza sia la bottiglia di Rossese che quella di Spumante Asti, dopo aver portato un libro di cucina per l’affettuosa padrona di casa e un sontuoso mazzo di rosse per la smaliziata sorella, a quel punto la mamma prova ad aprirgli gli occhi, senza troppi peli sulla lingua.
Ci vuole una grande ostinazione per essere liberi nella prigione del mondo. Perché libertà è amore nonostante le catene dell’ordine costituito.
Chi ha amato la poesia dolente e sofferta di Fabrizio De Andrè troverà ristoro nella lettura della silloge Abbiamo tutti bisogno di un amico fragile di Nicola Vacca, Edizioni Qed, omaggio al poeta genovese a venticinque anni dalla scomparsa. Nicola Vacca è un poeta fuori dal coro, usa un linguaggio graffiante e incisivo per protestare contro un mondo, una società, in lento avanzato decadimento. Non ha paura di sporcarsi le mani, di usare parole forti, anarchiche, piene di rabbia e di giusto sgomento. Ci vuole coraggio a immergersi nel magma del suo “fare poesia” senza filtri, compiacimento, rassicuranti illusioni. Vacca scoperchia il calderone dell’ipocrisia con tagli netti, chirurgici, che a volte fanno male, e lo fa per guarire, per scuotere le coscienze, per risvegliare le anime di chi da troppo tempo è assonnato o inerte. Leggere le poesie di Nicola Vacca è sempre un’esperienza catartica, rivoluzionaria, che può turbare anche nel profondo. Scrivo queste righe a fatica con la morte nel cuore, è appena morto un amico, e sto cercando di reagire, di andare avanti, di superare l’angoscia che provo, Nicola Vacca mi perdonerà se questo commento sarà breve, ha sempre tanto rispetto e stima da mandarmi ogni suo nuovo libro per sapere il mio parere e non voglio deluderlo neanche questa volta. Oltre alle poesie da leggere in conclusione la postfazione vibrante dedicata a Fabrizio De André Il nostro Faber – La vibrante protesta di Faber il poeta. Da segnalare i disegni di Mauro Trotta.
Nicola Vacca è nato a Gioia del Colle, nel 1963, laureato in giurisprudenza. È scrittore, opinionista, critico letterario, collabora alle pagine culturali di quotidiani e riviste. Svolge, inoltre, un’intensa attività di operatore culturale, organizzando presentazioni ed eventi legati al mondo della poesia contemporanea. Dirige la riviata blog Zona di disagio. Ha pubblicato: Nel bene e nel male (Schena,1994), Frutto dellapassione (Manni 2000), La grazia di un pensiero (prefazione di Paolo Ruffilli, Pellicani, 2002), Serena musica segreta (Manni, 2003), Civiltà delle anime (Book editore, 2004), Incursioni nell’apparenza (prefazione di Sergio Zavoli Manni 2006), Ti ho dato tutte le stagioni (prefazione di Antonio Debenedetti, Manni 2007) Frecce e pugnali (prefazione di Giordano Bruno Guerri, Edizioni Il Foglio 2008) Esperienza degli affanni (Edizioni il Foglio 2009), con Carlo Gambescia il pamphlet A destra per caso (Edizioni Il Foglio 2010), Serena felicità nell’istante (prefazione di Paolo Ruffilli, Edizioni Il Foglio 2010), Almenoun grammo di salvezza (Edizioni Il Foglio, 2011), Mattanza dell’incanto ( prefazione di Gian Ruggero Manzoni Marco Saya edizioni 2013), Sguardi dal Novecento (Galaad edizioni 2014) Luce nera (Marco Saya edizioni 2015, Premio Camaiore 2016), Vite colme di versi (Galaad edizioni 2016), Commedia Ubriaca (Marco Saya 2017), Lettere a Cioran (Galaad edizioni 2017), Tutti i nomi di un padre (L’ArgoLibro editore 2019), Non darela corda ai giocattoli (Marco Saya edizioni 2019), Arrivano parole dal jazz (Oltre edizioni 2020).
Ma le ombre poi tornano. Tornano sempre. E diventa sempre più difficile far finta di non vederle. Roberto continuava a dirle che l’amava, Gemma continuava a pensare che erano una coppia, nonostante tutto. Cercavano di passare del tempo insieme, ogni tanto a Milano, qualche volta in Val Cannobina, a turno, perché entrambi non volevano essere giudicati ingiusti. Da un po’ avevano cominciato a essere infelici. Ma non avevano voglia di dirselo. Non ancora.
Sogni, incubi, ossessioni, fobie, di questo magma caotico e composito è fatto il noir Aurora di Marina Visentin edito da Laurana Editore nella collana Calibro 9, dedicata al giallo e al noir. Gemma ha un legame con Ofelia, il tragico personaggio shakespeariano morto annegato, a cui è dedicata una mostra nell’elegante galleria d’arte dove la protagonista lavora. Gemma ha un segreto, su cui ha costruito una vita perfetta, casa elegante nel cuore di Milano, lavoro prestigioso, fidanzato artista, ma di notte quando le difese si abbassano e il mondo onirico fa emergere il passato, ritornano ricordi, traumi insoluti.
Che cosa succede? Che diavolo sta succedendo? Qualcuno mi segue? Chi? Perché? Qualcuno sa? Ha visto? Mi ha scoperto? Davvero qualcuno può aver scoperto tutto? No. Non ha senso. Non ha alcun senso.
Tutto è in bilico, tutto scorre apparentemente in modo placido finchè un uomo entra nella vita di Gemma, prima chiede informazioni su di lei ai vicini e conoscenti, la pedina, la spia, la terrorizza, un uomo che si rivela essere un ex poliziotto, vittima anch’egli delle sue ossessioni. Gemma e Vittorio così si incontrano, per uno scambio di persona, si conoscono forse non così casualmente, e iniziano una relazione in un crescendo di angoscia e segreti taciuti che vogliono emergere.
La notte è una culla abitata dal vento, un incubo fatto di acqua scura. È la vita che si spegne, coscienza che sprofonda nell’incoscienza. Oblio e paura. Una bambina che affonda nell’oscurità. Piangendo. Apro gli occhi. Vedo buio. Chiudo gli occhi. Non cambia nulla, vedo solo nero. Riapro gli occhi. C’è luce ora, un chiarore indistinto che avvolge ogni cosa come un bianco sudario. È il bianco il colore della morte.
Riuscirà a salvarsi Gemma dalla spirale che sembra avvolgerla e trascinarla dove non vuole andare? Cosa nasconde il passato e soprattutto il minaccioso presente? Chi è Aurora, la piccola dolce Aurora che si chiamava come la principessa della Bella Addormentata? Queste sono le domande che scorrono nella mente del lettore mentre legge questo libro oscuro e inquietante, sorretto da una scrittura evocativa e onirica. Sarebbe piaciuto a Hitchcock per l’importanza dell’inconscio nella vita di una donna apparentemente forte e realizzata che nasconde le sue mille fragilità sotto una spessa scorza di razionalità e durezza e gravata da una minaccia esterna e interna. Una donna in pericolo che ci ricorda le tante donne in pericolo nella vita reale, dominate da meccanismi psicologici sempre uguali, la paura, il senso di colpa, l’incapacità di conquistarsi una reale autonomia, l’incapacità di costruirsi relazioni sentimentali sane, meccanismi che l’autrice indaga con sensibilità e acutezza.
Marina Visentin è nata a Novara, da oltre trent’anni vive e lavora a Milano. Giornalista e traduttrice, una laurea in filosofia e un passato da copy-writer, ha collaborato con varie testate scrivendo di cinema. Ha pubblicato saggi sulla storia del cinema, libri di filosofia (Filosofia – Finalmente ho capito!, Vallardi, 2007), romanzi gialli e noir (Biancaneve, Todaro Editore, 2010; La donna nella pioggia, Piemme, 2017; Cuore di rabbia, Sem, 2021, Gli occhi della notte, Sem, 2023), il divertissement filosofico Raffasofia (Libreria Pienogiorno, 2021).
Alice Hallgarten, personaggio realmente esistito di cui a giugno si è festeggiato il 150° anniversario dalla nascita, è al centro del nuovo romanzo storico di Roberta Lepri, dal titolo La gentile, edito da Voland. Alice Hallgarten nacque a New York il 23 giugno del 1874 da una ricca coppia di ebrei askenaziti d’origine tedesca, dediti a opere filantropiche e di assistenza che giudicavano giusto usare i loro soldi anche per fare del bene al prossimo. E sopprattutto che pensavano che anche le donne possono lavorare, guadagnare ed essere indipendenti. Anche Alice erediterà questa caratteristica di famiglia e quando arriva in Italia incontra e sposa il barone Leopoldo Franchetti, anche lui ebreo ma di origine sefardita, grande latifondista e deputato del Regno molto più anziano di lei, proprietario di centinaia di ettari di terre nell’alta valle del Tevere ed esperto della questione meridionale italiana, e lo convincerà a sovvenzionare una scuola gratuita per i figli dei contadini, certa che dall’istruzione e dal lavoro nasce l’emancipazione e il miglioramento sociale, sollievo dal degrado e lo sfruttamento. Da qui la storia della Lepri ci fa conoscere Ester, povera figlia di ebrei convertiti, giudea per metà, ma la cosa doveva restare segreta, la “gentile” del titolo che prova dolore per la compassione che la baronessa le tributa. Ester sogna di diventare insegnante e abbandonare così la dura e faticosa vita della servitù e dei campi, ma nulla andrà come previsto: Ester lascia la scuola, ormai sa leggere, scrivere, fare di conto e ha un lavoro, l’ombrellaia, l’ombrellaia più brava dell’Umbria come diceva suo padre e si sposa. Alice e cagionevole di salute ma non si arrende alla malattia e per combatterla si occupa del lavoro femminile, le donne hanno il loro libretto di lavoro, e vengono pagate. Hanno un libretto di risparmio alla Cassa di Risparmio di Perugia e sono autonome e indipendenti dai mariti. Poi il progetto della Tela Umbra l’appassiona, tessuti pregiati che faranno dell’Umbria un centro di sviluppo. Ma la salute di Alice peggiora e ben presto muore lasciando Ester in balia di forze più grandi di lei. Amore e odio, speranza e tragedia, sono le forze telluriche che muovono le sorti dei personaggi, oltre all’uneluttabilità del destino e i limiti della filantropia, che ben poco può contro strutture sociali antiquate e che premiano solo il più economicamente forte. Un romanzo colto, appassionato, scritto con una lingua felice, dalla sicura struttura narrativa. Femminista nello spirito e combattivo. Roberta Lepri è brava ed è riuscita a scrivere un romanzo che non è un’agiografia dell’Hallgarten, ma nello stesso tempo aiuta a capire tematiche sociali e politiche importanti, moderne ancora oggi. Alice Hallgarten morì nel 1911 a soli 37 anni. Il marito non le sopravvisse e si uccise lasciando tutte le sue ingenti ricchezze, con annesse la scuola e il laboratorio tessile, ai contadini che lavoravano le sue terre.
ROBERTA LEPRI nata a Città di Castello nel 1965, vive in Maremma. Dal 2003, ha scritto dieci romanzi e una raccolta di racconti. Con Voland ha pubblicato Hai presente Liam Neeson? (2021) e Dna chef (2023), vincitore del Premio Letterario Chianti 2024.
Conosciamo il De bello gallico, unica fonte su cui si è basato Franco Forte per la stesura del romanzo L’alba di Cesare, edito da Mondadori, dai banchi di scuola, forse gioivamo nei compiti in classe quando c’era una sua traduzione perchè era semplice, non come l’aborrito Seneca, pieno di metafore filosofiche involute e oscure e soprattutto di non limpida interpretazione. Gaio Giulio Cesare, o chi per lui trascriveva le sue cronache dalla Gallia, usava una lingua schietta, semplice, facilmente comprensibile, immediata, fatta per essere tramandata ai posteri. E non raccontava solo di battaglie, assedi, massacri, ma anche di popoli, usi e costumi, anticipando quella ricerca e attenzione antropologica comune a noi moderni. Perchè Cesare, uso a comandare, perse, si fa per dire, tempo a scrivere nelle pause dei combattimenti, che furono sanguinosi e spietati? perchè aveva capito, con la sua grande intelligenza da fine stratega, che il potere si ammanta di leggenda, di gesti eclatanti e simbolici, che buoni biografi tramanderanno nei secoli le gesta, forse anche in realtà anche poco nobili, di chi dietro intrallazzi e cospirazioni, e la sua leggendaria rete di spie, si costruiva la fama di eroe. Fece un uso strumentale del De bello gallico? Forse sì serviva ai suoi scopi, ammantare di leggenda imprese guerresche che causarono la morte di tanti innocenti, che portarono alla schiavitù genti indomite e coraggiose, che in realtà premevano da nord e se non domate avrebbero potuto giungere fino a Roma. Cesare voleva il potere, nel triunvirato composto anche da Marco Licinio Crasso e Gneo Pompeo Magno era il solo con una visione futura, sebbene fosse il Senato l’apparente detentore del potere in una Roma repubblicana, checchè ne dicesse Cicerone dal suo esilio. O Roma tramite le sue legioni si difendeva dai popoli barbari in fermento che la circondavo o sarebbe perita, con il suo sogno di grandezza e di civiltà. Cesare combattè i Galli appellandosi alle richieste di aiuto provenienti dagli alleati di Roma, per conquistare terre e popoli da assoggettare all’Urbe, per accrescere venalmente le sue ricchezze, la sua potenza militare, il suo prestigio, essendo il punto debole del triunvirato: non aveva il denaro di Crasso, né i successi militari di Pompeo. Sebbene non si fidasse né dell’uno nè dell’altro era troppo scaltro per non intessere con loro legami di interessi e parentele ma erano di fatto i suoi nemici più prossimi. Perchè mentre lui combatteva nelle Gallie il vero scontro era all’Urbe. Cesare incarnò coi suoi pregi e i suoi difetti, coi suoi sogni, questo ideale di grandezza e fu molto amato sia dai suoi uomini, si circondò sempre da fedelissimi pronti a morire per lui, che dal popolo minuto e forse anche per allontanarlo da Roma, e da questa venerazione, fu mandato a combattere nelle Gallie, lontano dal centro del potere che speravano di spartirsi Crasso e Pompeo. Ma Cesare fece di questa guerra, otto anni di polvere, sudore, ferro e sangue, pianificata in ogni minimo dettaglio, il suo trampolino di lancio, il suo asso nella manica, e gli andò bene. Il suo azzardo gli consentì di conquistarsi la gloria di cui aveva bisogno per tornare a Roma in trionfo, portando Vercingetorige in catene. Dopo tanti anni trascorsi nelle tende pretorie e sui campi di battaglia, temprato dalla dura vita militare. Trionfò infatti e si sa la storia ama i vincitori, e per vincere fu anche necessaria una dose di coraggio e di spregiudicatezza che lo contraddistinse. Franco Forte, da fine storico e profondo conoscitore della storia romana, dei suoi usi, dei suoi costumi, dei suoi vizi, delle sue virtù, dipinge un affresco realistico e appassionante di un mondo scomparso ma ancora attuale con il suo lusso, i suoi privilegi, la sua saggezza, la sua crudeltà. La metafora del potere perseguito con ogni mezzo è un qualcosa che ci coinvolge ancora oggi, sebbene oggi forse non esiste più un condottiero della tempra di Cesare, e forse non è mai esistito. Franco Forte lo studia, in ogni piega del suoi essere, scrutandone anche i pensieri, i sentimenti, e fa vivere un personaggio di carne, di ossa e di sangue, non immune da qualche fragilità (gli attacchi del male oscuro, o crisi epilettiche lo rendono vulnerabile) che teneva ben celata ma che forse era la sua vera forza, la potenza dei sogni e delle aspirazioni più segrete e intime. Franco forte è uno scrittore di ampio respiro, ama gli affreschi grandiosi, le gesta eroiche, i chiaroscuri che ammantarno le grandi personalità della storia e cerca di carpire a Cesare il suo segreto. Ci sarà riuscito? A voi lettori la risposta.
Franco Forte è direttore delle collane Giallo Mondadori, Segretissimo e Urania. Per Mondadori ha pubblicato, tra gli altri, Karolus, L’uranio di Mussolini, La bambina e il nazista, Carthago, Roma in fiamme, Cesare l’immortale e Cesare il conquistatore e la serie dedicata ai sette re di Roma.
Negli anni precedenti al definitivo disfacimento dell’Impero la divisione dell’Europa era questa: tribù nomadi, formate da popolazioni diverse, stanziavano a nord di Teutoburgo e premevano da oriente. La penisola iberica e il nord dell’Africa erano dominate dei vandali. Gli alamanni si erano impossessati delle terre che giungevano fino in Elvezia mentre i galloromani ormai del tutto indipendenti da Roma spaziavano nella penisola. Mentre praticamente tutte le forze militari al di là delle Alpi erano allo sbando, un’unica guarnigione, la Vexillatio, era rimasta in forza nelle Gallie, a guardia del distretto di confine di Duro Catalaunum, un centro romano nei cui pressi si era svolta la famosa battaglia dei Campi Catalaunici 451d.C., contro Attila vinta dall’ultimo grande generale dell’esercito dell’Impero Romano d’Occidente: Flavio Ezio. (Ai nostri giorni la città sorta sulle rovine di quell’antico centro porta il nome di Châlons-en-Champagne, nel dipartimento della Marna, in Francia). Compito di questa legione romana, era di presidiare quell’avamposto ai limiti dell’impero. Una legione prevalentemente composta da militari selezionati e voluti dal generale Pietro Marcellino, praticamente tutti originari dalla penisola italica e dalle sponde del fiume Liris, , oggi il Garigliano, che divide il Lazio dalla Campania. Legionari, un tempo solo dei ragazzini che per raggiungere la loro destinazione avevano percorso ben 954,85 miglia, l’equivalente circa di 1413 chilometri: al comando Aristarchos Temistocle, ormai un veterano dell’esercito spalleggiato dal centurione e conterraneo Vatinio Arunco. Ma, erano tempi rischiosi per un avamposto isolato. Fino a quel momento Duro Catalaunum aveva miracolosamente schivato gli attacchi dei turingi e dei burgundi sia per la sua posizione, protetta dalle foreste, che per la maggior appetibilità di altre province . Orde di barbari infatti, tenendosi sempre alla larga dai domini e dai possibili scontri con i visigoti, avevano privilegiato la presa e i saccheggi in Provenza e Borgogna e, dopo aver conquistato ogni città, che incontravano, vi si installavano razziandola per poi spremerla fino in fondo secondo il vessativo sistema di tasse e ruberie ormai collaudato dai romani. Ciò che accadeva nei posti di confine rispecchiava in toto la squallida realtà dell’Impero d’Occidente. Ma ormai purtroppo anche il piccolo borgo fortificato di Duro Catalaunum, ricco e prosperoso in virtù dei commerci, stava per rientrare nei loro progetti di espansione. Brutte voci di scorrerie e devastazioni di fattorie e villaggi correvano. Insomma bisognava prevedere un assalto da un momento all’altro. Ed era impossibile, nonostante le richieste e sollecitazioni inviate, contare sull’appoggio dell’esercito di stanza nella Gallia Meridionale. Le forze imperiali erano allo sbando, sconfitte o sterilmente impegnate in mille altri rivoli . Ed era anche inutile confidare nel soccorso richiesto alla V Legione Ferrata. A Duro Catalaunum non potevano ancora saperlo ma la V era stata sterminata dall’armata del generale erulo Rudulfus, che adesso stava muovendo il suo esercito proprio verso di loro. Mentre le autorità cittadine come il borioso vescovo cattolico , Caliberto, messo al corrente della situazione suggerisce di pregare per invocare l’aiuto divino, e il superbo governatore della città, Attilio Fatico, propone l’invio di un ambasceria apportatrice di promesse di ricompense adeguate e doni sostanziosi, per convincere Rudulfus a rinunciare alla conquista e al saccheggio, Aristarchos Temistocle l’esperto centurione primae spatha al comando dell’intera guarnigione sa che tutto sarà inutile e che invece dovrà fare i conti con l’inesorabile catastrofe pronta ad abbattersi su tutti loro. E infatti sia l’ambasciatore del governatore che l’emissario del vescovo verranno barbaramente trucidati su ordine del generale erulo. A Duro Catalaunum dunque non resta altro da fare che prepararsi alla migliore difesa possibile. Gli uomini della guarnigione romana, sotto l’esperta guida di Aristarchos Temistocle coadiuvato dai suoi migliori ufficiali, i centurioni Vatinio Aurunco e Antonino Tacito e dai loro fratelli legionari, sia di origine italica che barbara, saranno costretti a fronteggiare un attacco condotto da un numero spropositato di nemici. Loro unica certezza la lunga e dura esperienza nelle feroci campagne militari affrontate e il costante durissimo addestramento che ha fatto di loro dei combattenti micidiali, pronti a battersi fino alla morte per reggere a ogni costo le posizioni. Il generale erulo Rudulfus non concederà mai tregua, ma dopo interminabili sanguinose battaglie e la dolorosa perdita del loro eroico comandante, i legionari sopravvissuti guidati dal centurione Vatinio Aurunco e dal centurione Antonino Tacito, pur estenuati dalle marce forzate e i continui duelli mortali, raggiungeranno finalmente la costa del Mediterraneo e il mare. Là gli ormai pochi superstiti della Vexillatio troveranno il momentaneo rifugio di Massilia. Dove apprenderanno che il tredicenne Romolo Augusto, fatto acclamare imperatore a Ravenna dal padre Oreste, dopo aver regnato per soli dieci mesi dal 475-476 d. C. a settembre era stato deposto e relegato in esilio presso Castellum Lucullanum, (ovvero l’odierno Castel dell’Ovo di Napoli9 da Odoacre, generale e politico germanico, principe sciro o unno. Ogni residua pretesa ufficiale all’impero nella penisola è ormai lontana (Giulio Nepote, erede legittimo al trono, ha riparato in Dalmazia). Odoacre, dopo aver allontanato l’imperatore fanciullo si è proposto a Zenone, imperatore di Oriente come patrizio e reggente in suo nome. Ma ovunque o quasi regna ancora il caos e anche Massilia, pur con le sue possenti mura non rappresenta più un porto sicuro. I legionari superstiti della Vexillatio potrebbero arruolarsi in altre unità, ma sia Vatinio Arunco che Antonino Tacito e alcuni dei loro uomini, tutti provenienti dalla stessa regione italica, dopo i tanti anni passati al servizio di Roma, decidono di trovare un imbarco e far ritorno nelle loro zone di origine della penisola italica. Non avranno vita facile: primo ostacolo con tutte le imbarcazioni contingentate per contribuire alla difesa della città dovranno accontentarsi di una specie di malconcia carretta del mare. Ciò nondimeno nonostante le tempeste, gli scontri al largo e i mortali agguati loro tesi , riusciranno a raggiungere la costa laziale, sbarcare e rivedere trionfalmente le sponde del fiume Liris. La loro unica speranza è vivere là per il resto della loro vita. Purtroppo i loro piani dovranno confrontarsi con quelli del feroce generale erulo Rudulfus che, solo spinto dal desiderio di vendetta e di schiacciare quei pochi prodi che hanno saputo contrastare e sconfiggere lui e il suo esercito ha deciso di rintracciarli ovunque persino all’opposto confine dell’impero. Una trama intrigante caratterizzata da un ritmo indiavolato e una notevole varietà di situazioni. Marco Vozzolo da storico e appassionato, ha curato molto le scene d’azione, approfondendole e spiegandole in modo minuzioso per descrizione, abbigliamento e corredo dei legionari e dei loro usi e costumi mirando a lettori appassionati di romanità e di battaglie. Un romanzo da gustare e che fa immergere il lettore in un periodo lontano troppo poco studiato nei percorsi scolastici italiani.
Marco Vozzolo è nato a Minturno (LT) il 12 settembre 1972. Cresciuto a Castelforte, un piccolo paese della provincia di Latina, con pochi abitanti, un po’ retrò. Si divide tra la Toscana, Castelforte e la Provenza. In origine si trasferì a Pistoia per motivi di lavoro. La scelta di rimanere a vivere in Toscana è maturata dall’amore verso i paesaggi, il loro passato e il lento scorrere della vita in alcuni piccoli, preziosi paesi. Rimane comunque un Castelfortese DOC. Frequentatore, per le ricerche storiche, di archivi, biblioteche, archivi vescovili e collezioni private. Sommelier per hobby, è propenso verso i vini Toscani e Francesi, di cui è cultore. Ha pubblicato i seguenti testi e romanzi: La Corona del Re Longobardo, Il Valore delle Piccole Cose, La Bottiglia di Napoleone, Pistoia Medievale… ma non troppo, Una Passeggiata nella Castelforte del 300, Il Grifone, Una Storia Medievale, I Gufi di Velathri, Guillame de Villaret – Dell’ultimo Templare, Ampoiles, Storie di Mare, Necropoli.
Un thriller avvincente che mischia i destini di un ex commissario di sicurezza Giandomenico Farina, approdato ai vertici di un’agenzia di security, e di una giovane donna di provincia, Ludovica Baroni, il cui marito ricco e famoso commercialista, da un giorno all’altro è misteriosamente scomparso. Due persone che appartengono a mondi lontani e che si ritroveranno proiettati al centro di strani giochi di potere. Giochi nei quali ciascuno muoverà le sue fishes, mentre la posta sul tavolo continua a crescere pericolosamente. Tra i due, il più intrigante appare Farina, passato dal 2008 al privato dopo la proposta di insabbiare e chiudere in fretta una fastidiosa indagine (che contemplava la morte due agenti di polizia, una prostituta e di tale Molteni, un probabile serial killer ed ex sottufficiale dei paracadutisti della Folgore). Trasferito a Milano da quindici anni Farina è diventato Il Dottore, detto dai soci il Grigio per la sua estrema sobrietà nel vestire, assurto ai vertici dell’agenzia privata milanese Nsg in grado di offrire ogni genere di servizi di sicurezza con personale altamente specializzato: ovverosia di gente con un passato spesso nei corpi scelti dell’esercito o nelle forze dell’ordine. Costose prestazioni dunque quali scorte ovunque a vip e nelle aree di crisi (contractor in zone di guerra), discreto controllo di figli di gente influente, protezione di immobili, centri commerciali e attività produttive. E poi garantire indagini, intelligence, analisi dei rischi, destreggiarsi nel campo reputazione della gente, con raccolta di informazioni e addirittura intelligence, servendosi di intercettazioni, pedinamenti, ecc. ecc. Un mondo fitto di impalpabili personaggi, dove non è possibile fidarsi completamente di qualcuno. Apparentemente molto meno interessante, ma mai dire mai, Ludovica Molteni abbandonata una bella mattina mentre dormiva nel suo letto della casa familiare, una bella villetta di Merate, dalla quale mancano solo alcune valigie ed effetti personali di Federico Riva suo marito. Che secondo la dichiarazioni da lei rese alla polizia , se ne sarebbe andato con un’altra donna , un’amante. Una della tante, lei l’aveva scoperto passato un po’ di tempo dopo il matrimonio, che non nascondeva di collezionare. Ludovica aveva ingoiato il rospo, era solo una ex graziosa commessa, sposarsi con un professionista arrivato le aveva cambiato completamente la vita, garantendole tranquillità economica e benessere, ed era rimasta pur pretendendo di avere almeno un figlio. Ma quel figlio non era arrivato… Epperò né la polizia né la moglie sembrano troppo vogliosi di cercare Riva. Lei Ludovica addirittura, dopo avere aspettato con pazienza per qualche giorno, si è trasferita da sola in vacanza in Romagna, a Cesenatico. Strana faccenda perché invece c’è chi, nella fattispecie un senatore di destra ben ammanigliato al Nord, dove il suo partito ha consolidato consensi e interessi economici non sempre legali, è pronto a pagare e bene pur di scoprire dove sia finito il Riva , o meglio addirittura ingaggiare la Nsg di Gianantonio Farina e i suoi uomini. Insomma pare che il commercialista Riva avesse le mani in pasta dappertutto e reggesse le fila di roba che scottava parecchio. Per non saper né leggere né scrivere anche stavolta Farina si fa preparare un dossier riservato sulla persona a cui gli affida l’incarico, non si sa mai. O forse perché sa sempre che non ci si può mai fidare di qualcuno e in futuro tutto può servire. Stavolta comunque, vista la situazione e le richieste avute, al “Grigio” non resta che dare il via a un’indagine sotto copertura e, per non lasciare niente di incompiuto, mettere sotto stretta sorveglianza Ludovica, la moglie del commercialista, facendola intercettare e spiare, ora dopo ora giorno e notte. Sperando che prima o dopo li porti dal marito o da chi per lui. Il tutto non senza averle affibbiato il ridicolo nome in codice Trudy che rimanda alla disneyana sposa di Gambadilegno. Quindi tutto dovrebbe essere sotto controllo. O invece… lei ha un altro piano. Chi può dire? Altri attori arricchiscono la trama: Alex, capatosta ex buttafuori, poco affidabile e sempre pronto ad approfittare di ogni situazione per menare le mani; Duccio Baldi della Tosco Security, agenzia che fa parte della TSG e Serena Grandi, moglie di un sindacalista picchiato quasi a morte. Insomma non è certo un’Italia da cartolina quella descritta in Trudy, ma un mondo molto realistico in cui chi disturba deve essere eliminato o messo a tacere. Niente e nessuno mira a un bene comune. Tutto e tutti mirano invece solo a uno scopo, l’unico parrebbe e cioè il mero interesse personale. Con la sua solita scrittura sobria e pulita, Massimo Carlotto costruisce una storia complicata dalle mille teste e code che si dipana pian piano spaziando da Milano alla comunità cinese di Prato, dalla Brianza fino alla costa romagnola. In mezzo a tutto questo girano solo interessi, tanti interessi e poi soldi e voltafaccia. Le diverse volontà dei personaggi si incrociano, si mischiano e magari si scontrano causando nuovi problemi pronti a deragliare. Ma, come solo lui sa fare, Carlotto riesce a trattare i fatti con le pinze rendendoli più duttili e malleabili prima di riposizionarli abilmente prima della conclusione. La sua speciale “criminalità”, non più confinata in un recinto separato, avvalendosi di un maledetto patto tra le diverse parti contraenti che consente loro di rappresentarsi nel mondo dei “buoni”. Un patto avvallato non più solo dal piombo e dai soldi, ma anche e soprattutto dalle informazioni e dalla loro miracolosa capacità di mettere chiunque sotto ricatto. Niente killer, mafia, né esponenti della criminalità organizzata calpestano l’ampio terreno di gioco in cui si svolge Trudy: tutti o quasi gli attori della storia si presentano ammantati da una quasi banale normalità, pronti solo ad apparire migliori, desiderosi di far trionfare il bene, ma sempre disposti a superare ogni limite, pur di difendere i propri interessi.
Massimo Carlotto è nato a Padova, dove vive. È considerato uno dei migliori scrittori di noir e hard boiled a livello internazionale. I suoi romanzi sono tradotti nelle principali lingue. Per Einaudi ha pubblicato, con Francesco Abate, il bestseller Mi fido di te (2007 e 2015), Respiro corto (2012), Cocaina (con Gianrico Carofiglio e Giancarlo De Cataldo, 2013), con Marco Videtta, i quattro romanzi del ciclo «Le Vendicatrici» (Ksenia, Eva, Sara e Luz; la serie è stata ripubblicata nei Super ET nel 2014) e Trudy (2024).
Indagare e scrivere andando a fondo all’intima essenza di tante periferie. Al là dei confini di Bene e Male. Questo è ciò che ha sempre fatto e continua a fare Piergiorgio Pulixi, scrittore sardo, senza mai tirarsi indietro, pronto a descriverle in tutti i possibili particolari. Periferie che possono essere povere, disgraziate ma troppo spesso diventano articolate, ambigue e insondabili. Come insondabili, oscuri o a conti fatti dei noir, sono i suoi romanzi, sempre pronti a sondare le più sporche e recondite fantasie umane e i tanti problemi connessi alla società. E optando per una scelta precisa, stavolta con quasi per unico scenario Milano città inquieta rabbiosa e indifferente, imprigionata dal cattivo tempo , prima causa ed effetto e poi collante di questo suo noir denso di umanità, emozione e delicatezza, Pulixi crea la sua nuova storia che scaturisce da un dramma famigliare. Una storia che finirà persino con ripercuotersi al di là della ben affiatata squadra del vice questore Strega una squadra ormai talmente integrata da sembrare quasi una famiglia, con le vite dei singoli membri della sua squadra, Strega in primis e poi, Bepi Pavan, Eva Croce, Clara Pontecorvo e Mara Rais. Una brutta storia talmente intricata da risvegliare i tanti fantasmi che loro forse speravano dimenticati . E andando persino oltre, costringendoli a confrontarsi in contorte dinamiche e oscuri percorsi paralleli. Con talvolta come imprevedibile bersaglio lui, Strega, come sempre in bilico e prigioniero del suo trauma psicologico, che è tornato reduce da due mesi di lontananza a bordo di un’Ong per salvare migranti in mare. L’omicidio di Maria Donata Seu, trovata a casa sua con addosso uno splendido abito da sposa fatto indossare a forza, ma che non le apparteneva, troppo largo per lei … Un bambino di due anni rimasto orfano che costringe Italo, il nonno sardo e unico parente della Seu, vignaiolo oggi quasi ottantenne e malandato in salute ad affidare ad amici casa e podere e correre sul continente . Il mondo tranquillo di un vecchio che si stravolge. Un assurdo e brutale delitto che lo ha costretto a lasciare la sua vita in Sardegna per trasferirsi a Milano, e là trovare il modo di prendersi cura del nipotino, con la speranza di riuscire a trovare la verità. Di sperare che la polizia sia in grado di scoprire l’identità e arrestare l’assassino delle figlia. Il legame tra un padre vedovo e una figlia unica è molto particolare, qualcosa di sacro e imprescindibile. Anche se Maria Donata era partita per Milano ormai da anni infatti , aveva promesso di trovare sempre modo e tempo per ritornare. Ma prima il lavoro e poi si era lasciata avvincere da quel legame con un uomo, un legame che si era rivelato marcio e pericoloso anche se tuttavia aveva lasciato dietro di sé qualcosa di buono, di prezioso, Filippo “Pippo” un bambino di due anni. I rapporti tra loro erano diventati devastanti tanto che Maria Donata negli ultimi tempi aveva ottenuta la piena tutela del figlio unita all’allontanamento forzoso dell’uomo, per minacce nei suoi confronti e addirittura botte davanti agli occhi di Pippo. Era stato su di lui, il bruto mascalzone, la prima persona sulla quale dopo l’omicidio la polizia aveva indagato , ma ohimè il suo alibi per l’ora del delitto era inoppugnabile. Ragion per cui dopo otto mesi di indagini a vuoto, il caso rischiava di essere archiviato. Ormai Italo Seu aveva un’unica speranza: riuscire ad avvicinare il criminologo Vito Strega, suscitare il suo interesse e ottenere il suo aiuto. Ci riuscirà per l’interessamento di Bepi Pavan “inquilino” nella stanza del vice questore in sua assenza che, dopo essere stato cacciato di casa per eccesso di peso dalla moglie, terrorizzato, da le parole di una brava psicologa ha finalmente intrapreso la strada di una vera dieta. E stavolta sarà proprio Bepi Pavan a trovarsi al centro della storia, costretto prima a far decollare una nuova inchiesta e poi gestire la scena. Insomma mentre Vito Strega e le tre donne della squadra, Eva, Clara e Mara saranno impegnati a indagare per chiarire alcuni fatti probabilmente collegati, l’ispettore Bepi Pavan, personaggio finora valutato soprattutto per il suo lato umoristico, diventerà il più operativo e vitale per lo svolgimento della trama. Sapremo già tuttavia fin dai primi riscontri, come la squadra sospetti che la morte di Maria Donata Seu possa essere collegata a una misteriosa serie di femminicidi. Strani e che si susseguono minacciosamente in città, con la polizia che pare impelagata solo in inutili cacce a misteriosi e introvabili assassini. Qual è l’oscuro disegno criminale che pare voler far sì che nessuna donna possa più sentirsi o addirittura essere al sicuro? Possibile che in qualche modo tutte questi delitti siano collegabili? Insomma un diabolico serial killer sarebbe entrato in gioco? In un torbido e misterioso incastro di morte? E la squadra di Strega sarà in grado di sbrogliare anche stavolta questa complessa e intricata matassa di omicidi ? Molto forte è il vero tema accusatorio da mettere in conto a Milano ovverosia il duro impatto affrontato da Italo Seu un uomo anziano costretto a trasferirsi in un ambiente che percepisce diverso, a lui lontano, ostile, per occuparsi del nipotino . Considerando poi che l’uomo ritiene suo dovere scoprire chi ha ucciso sua figlia. Tutto questo perché sa che quando il bambino crescerà e farà domande, non potrà trincerarsi dietro una menzogna e dovrà invece spiegargli cosa sia veramente successo. Un uomo Seu visceralmente legato alla Sardegna , la sua terra, alle sue radici, e alle sane e antiche tradizioni campagnole , costretto per forza a catapultarsi in una città dove percepisce tutto ostile: il clima, la gente, l’ambiente. In una metropoli, che dietro la sua falsa facciata di ricca città sempre in movimento, scintillante e moderna. cela anche il lato oscuro del cattivo rapporto con gli anziani. Un rapporto che non pare in grado di gestire. Come applaudire infatti una città che pare quasi voler dimenticare o peggio espellere un’intera generazione. In una mondo dove anno dopo anno gli anziani stanno diventando la maggioranza…
Piergiorgio Pulixi fa parte del collettivo di scrittura Sabot creato da Massimo Carlotto, di cui è allievo. Insieme allo stesso Carlotto e ai Sabot ha pubblicato Perdas de fogu (Edizioni E/O 2008), e singolarmente il romanzo sulla schiavitù sessuale Un amore sporco, inserito nel trittico noir Donne a perdere (Edizioni E/O 2010). È autore della saga poliziesca di Biagio Mazzeo iniziata col noir Una brutta storia (Edizioni E/O 2012), miglior noir del 2012 per i blog Noir italiano e 50/50 Thriller e finalista al Premio Camaiore 2013, proseguita con La notte delle pantere (Edizioni E/O 2014), vincitore del Premio Glauco Felici 2015, e Per sempre (Edizioni E/O 2015). Nel 2014 per Rizzoli ha pubblicato anche il romanzo Padre Nostro e il thriller psicologico L’appuntamento (Edizioni E/O), miglior thriller 2014 per i lettori di 50/50 Thriller. Nel 2015 ha dato alle stampe Il Canto degli innocenti (Edizioni E/O) vincitore del Premio Franco Fedeli 2015, primo libro della serie thriller I canti del male. Altre pubblicazioni: Lo stupore della notte (Rizzoli, 2018), L’isola delle anime (Rizzoli, 2019), Per mia colpa (Mondadori, 2021) e Stella di mare (Rizzoli, 2023).
Sono appena ritornato da una visita al mio padrone di casa, il solo e unico vicino dal quale sarò infastidito. Che bella zona è questa! In tutta l’Inghilterra, non credo che avrei potuto trovare un altro posto così totalmente distaccato dal trambusto della vita sociale. Un perfetto paradiso per misantropi; e il signor Heathcliff e io siamo la coppia giusta per spartirci questa desolazione.
Che tipo interessante!
Certo non immaginava quale simpatia mi ha suscitato in cuore quando, avvicinandomi a cavallo, ho visto i suoi occhi neri ritrarsi così sospettosamente sotto le sopracciglia, e quando le sue dita, mentre annunciavo il mio nome, si sono sprofondate risolutamente sotto il panciotto.
«Signor Heathcliff!» dissi.
Per tutta risposta, un cenno con la testa.
«Sono Lockwood, il suo nuovo affittuario, signore. Mi onoro di renderle visita appena arrivato, per esprimere la speranza di non averla disturbata con la mia insistenza nel chiedere in affitto Thrushcross Grange. Ieri ho sentito dire che lei pensava…»
«Thrushcross Grange è roba mia, signore» m’interruppe, con un fremito. «Non permetterei a nessuno di disturbarmi, se potessi impedirlo. Entri!»
Quell’“entri” fu pronunciato a denti stretti, e con un tono che significava “va’ al diavolo!”. Perfino il cancello su cui si appoggiava non manifestò alcun movimento in sintonia con le parole. Credo che proprio questa circostanza mi spinse ad accettare l’invito: sentii interesse verso un uomo che sembrava ancora più esageratamente riservato di me.
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