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:: Recensione di Mandorle amare di Laurence Cossé (e/o, 2012) a cura di Giulietta Iannone

24 ottobre 2012

Mandorle amare (Les amandes amères, 2011) di Laurence Cossé, edito in Italia da Edizioni e/o e tradotto dal francese da Alberto Bracci Testasecca, è un breve romanzo sull’amicizia che nasce tra due donne diverse in tutto eppure legate da un legame fortissimo e commovente. E’ una storia delicata, lieve, a tratti drammatica ma nello stesso tempo capace di parlare di solidarietà, altruismo, e apertura all’altro in un mondo dove l’indifferenza e l’egoismo sembrano prevalere.
Siamo a Parigi, poco prima dell’elezione di Nicolas Sarcozy. Edith, donna colta e progressista, madre di famiglia e traduttrice di romanzi, assume come domestica a ore Fadila, un’immigrata marocchina sessantenne, madre della portinaia Aicha. Presto Edith scopre che Fadila è analfabeta e perciò incapace di svolgere autonomamente le più elementari incombenze come usare il bancomat, prendere la metropolitana, compilare un bollettino postale.
Nell’evoluta e civilizzata Francia esistono ancora analfabeti e illetterati, Edith impara la differenza tra le due denominazioni, e in un certo senso ne rimane colpita e offesa. Non può restarsene con le mani in mano e così la donna decide di intervenire: insegnerà a Fadila a leggere e scrivere. Pian piano nei ritagli di tempo le lezioni proseguono e Edith e Fadila iniziano a conoscersi, a confrontarsi sui temi di più stretta attualità, a imparare l’una dall’altra cose altrettanto importanti che l’alfabeto o i numeri. Finale amarissimo.
Laurence Cossé, già autrice del bellissimo La libreria del buon romanzo, affronta in questo libro, con pudore e grande delicatezza, un tema di stretta attualità che tocca da vicino non solo i francesi. I flussi migratori, provenienti dall’Africa, dall’Asia, dai paesi in guerra, che stanno raggiungendo l’Europa rendono necessario e urgente un processo di integrazione che per prima cosa parta dall’alfabetizzazione.
Conoscere la lingua del paese in cui si trova ospitalità, saper leggere e scrivere, per gli immigrati diventano le chiavi indispensabili per inserirsi in realtà molto spesso diversissime dai paesi di origine. Che l’analfabetismo sia ancora diffuso anche in Italia l’ho toccato con mano anche solo partecipando al censimento della popolazione. Numerosi stranieri, anziani anche italiani non erano in grado di leggere i moduli da compilare e necessitavano che io li compilassi per loro.
In Mandorle amare lo sforzo di Edith non viene premiato, Fadila fatica ad apprendere, a riconoscere i caratteri, a poggiare la biro sul foglio; un po’ per fatica, un po’ per rassegnazione. Non che sia poco intelligente, anzi è acuta, dotata di opinioni proprie radicate e fiere, forse influenzate dal credo religioso e dalla cultura d’origine, che la femminista Edith trova retrograde e insostenibili, ma anche personali e coraggiose.
L’autrice usa uno stile semplice, spezzato, alternando gli sforzi di Edith nell’insegnamento a lampi di vita dei due personaggi. Così veniamo ad apprendere che Fadila abita in un monolocale, esce di notte per strada perché i muri la opprimono e non la fanno respirare, si lava nei bagni pubblici, prende l’autobus perché riconoscendo i monumenti, riconosce le fermate, i suoi figli invece che aiutarla le chiedono ancora soldi che il suo cuore materno non gli nega, tifa per la Francia, pensa che Nicolas Sarkozy deve vincere contro Ségolène Royal perché è un uomo. E conosciamo il suo sogno: tornare in Marocco. Di Edith conosciamo che è moglie di Gilles, il quale da anni dedica molto tempo all’associazione Solidarietès Nouvelles face au Chomage, e prima di Fadila aiutava la moglie nelle faccende domestiche ma non amava stirare le tovaglie e le federe, che il lavoro di Edith è tradurre romanzi e a volte fare l’interprete, che è una madre soddisfatta, colta, raffinata, femminista, solidale, ostinata, con un forte senso della giustizia.
Entrambe sono forti, si somigliano, il rapporto madre-figlia che le lega sopravvive agli ostacoli, alle differenze, alla vita. Amaro il senso di fallimento che accompagnerà questo incontro tra due civiltà, quest’amicizia tutta al femminile, questo tentativo mancato di integrazione. Ma la vita è così, non perfetta, spesso ingiusta, spesso crudele e Laurence Cossè si limita a descriverla.        

Laurence Cossé è autrice di numerosi romanzi di successo in Francia, per i quali ha ricevuto vari premi tra cui il Prix de la Table Ronde française, il Prix du jury Jean Giono, il Prix Roland de Jouvenel e il Prix Ciné Roman Carte Noire. Vive a Parigi. Nel 2010 le Edizioni E/O hanno pubblicato La libreria del buon romanzo e nel 2011 L’incidente.

:: Recensione di La vicina di Lisa Gardner (Marcos Y Marcos, 2012) a cura di Giulietta Iannone

19 ottobre 2012

Ha chiuso gli occhi, per un attimo ho sentito il suo dolore.”Verità o penitenza”ho intimato.
“Verità”disse quasi in un lamento.
“Quale è la cosa più brutta che hai fatto?”
“Che vuol dire?”
“Quale è la cosa più brutta che hai fatto? Dai. Una bugia? Un furto? Hai sedotto la sorellina del tuo migliore amico? Hai ucciso qualcuno? Dimmelo Jason. Voglio sapere chi sei. Siamo sposati per Dio. Non puoi negarmelo”.
Mi ha scoccato un’occhiata strana.
“Sandra…”
“No. Non girarci intorno. Rispondimi e basta. Hai mai ucciso qualcuno?”
“Sì”.
“Eh?”ho chiesto sinceramente stupita.
“Sì ho ucciso qualcuno. Ma non è la cosa più brutta che ho fatto”.

South Boston. Un quartiere tranquillo, pittoresco. I Jones vi abitano vicino al lungomare, in un cottage panna e beige, anni Cinquanta, con un praticello e un acero spoglio. I Jones sono una famigliola felice, che trasmette un senso di rassicuranti valori familiari, di pace, di amore condiviso. Il padre Jason, sulla trentina, bello come un divo della tv, giornalista nel più importante quotidiano cittadino, emana sicurezza, forza, dedizione. La madre Sandra, ventitre anni, insegnate delle medie, dolce, bellissima, amata dai suoi studenti, rispettata dai colleghi, un raggio di sole. Poi c’è Ree, una bambina splendida di quattro anni, molto matura per la sua età, amata, protetta, circondata da tutti i personaggi delle fiabe dell’infanzia, dai suoi giochi, da Coniglietta, golosa di oreo al cioccolato. Infine come dimenticarsi di Mr Smith, il fulvo gatto di casa. Pigro e viziato compagno di giochi della piccola Ree, forse il suo migliore amico.
Questa è l’immagine che la famiglia Jones trasmette, questo è ciò che proietta all’esterno. Luci senza ombre. La classica famigliola americana tutta casa e lavoro. Spesa al supermercato, serate davanti alla tv, partite di basket da guardare sugli spalti, sorrisi e tanta tranquilla convinzione che tutto sia normale, sotto controllo, sicuro. Forse per questo la loro casa ha porte blindate, e perni di sicurezza alla finestra. Forse anche nel tranquillo quartiere in cui vivono esistono mostri, e non sempre si nascondono sotto il letto. Forse il male abita anche lì a South Boston, in quel cottage panna e beige, con un praticello e un acero spoglio. Forse i Jones non sono quello che sembrano, forse nascondono segreti.
Tutto sembra esplodere con la scomparsa di Sandra. La polizia entra nella loro vita con il volto della ruvida e determinata D.D. Warren, sergente della omicidi, pronta a giurare che la bella Sandra sia stata uccisa dal suo recalcitrante marito. Già Jason non fa niente per aiutarli a  ritrovare sua moglie. Oltre al sincero attaccamento per la figlia, non sembra quasi umano. Non si dispera, anzi fa resistenza, li ostacola, nasconde il computer di casa, si comporta da colpevole.
Ma di colpo spuntano come funghi nuovi indiziati: un vicino di casa, ex galeotto per reati sessuali, un poliziotto troppo solerte ad incastrare Jason per presunti crimini perpetrati tramite internet, un alunno di Sandra, esperto informatico, che anche lui sa più cose di quante ne dica alla polizia tutto per coprire la bella Sandra di cui è innamorato. E poi c’è il suocero di Jason, il giudice Maxwell Black, che vuole a tutti i costi la custodia della piccola Ree e Jason in galera. D.D. Warren è sul punto di non capirci più niente, mentre il lettore, conoscendo pian piano i pensieri dei protagonisti, scopre l’orrore sotto la falsa apparenza di una famiglia perfetta.
Ecco a voi La vicina (The Neighbor, 2009) terzo episodio della serie dedicata al personaggio di D.D. Warren dalla scrittrice americana Lisa Gardner. Pubblicato in Italia da Marcos Y Marcos e tradotto da Daniele Petruccioli, La vicina è un poliziesco piuttosto anomalo. Più indagine psicologica che indagine poliziesca, è innanzitutto un romanzo che fa luce sulla violenza perpetrata sui bambini che si ripercuote sulla loro vita da adulti. Violenza di genitori, di maniaci pedofili, di ragazzi cresciuti con il fisico ma non ancora adulti che pagheranno per tutta la vita per il loro crimine.
Lo stile della Gardner è immaginifico e ricco, con un amore assoluto per i dettagli, le descrizioni dei particolari più minuti della vita quotidiana. Costruisce i personaggi dalle loro azioni, con una tecnica molto istintiva che risale da un dettaglio alla percezione di uno stato d’animo, di un ricordo del passato che si fa presente. L’autrice pare avere un profondo interesse per le violenze perpetrate sui bambini e sui meccanismi della giustizia americana che bolla in modo troppo generico i crimini sessuali accomunando pedofili violenti e veri propri criminali a ragazzi che magari hanno avuto rapporti con minorenni consenzienti per fragilità caratteriali. Punto di vista molto critico anche riguardo al sistema mediatico americano, pronto a speculare sulle tragedie per alzare semplicemente gli indici di ascolto.
Seguirò questa autrice, senza dubbio. Un ottimo libro.

:: Recensione di Il giorno del sacrificio di Mark Roberts (Nord, 2012)

19 ottobre 2012

Il giorno del sacrificio (The Sixth Soul, 2013), traduzione di Paolo Scopacasa, portato in Italia da Editrice Nord in anteprima mondiale, libro di esordio di Mark Roberts, professore di scuola superiore per quasi trent’anni di Liverpool prima di dedicarsi a tempo pieno alla narrativa, è decisamente un buon thriller tutto ritmo, suspense e inquietudine.
Roberts ha uno stile di scrittura molto diretto, va subito al punto, non si perde in fumose descrizioni ma catapulta nell’azione, cosa che rende il suo thriller poliziesco decisamente efficace e privo di tempi morti.
Si legge in un fiato, ci ho messo davvero poco, meno di un giorno, e sebbene il tema del serial killer, per giunta non in ambiente americano, non mi entusiasmi particolarmente devo dire che l’autore è stato bravo a creare una storia originale e ricca di fascino, con una buona caratterizzazione dei personaggi, cosa che quasi sempre si trascura quando l’azione prende il sopravvento.
Dicevo c’è un serial killer, denominato Erode, che nel pieno centro di Londra rapisce donne incinte e fa sparire i feti. Fino ad oggi ha rapito 5 donne. L’ultima l’ha rapita in casa passando dalla casa accanto che era disabitata. A seguire le indagini l’ispettore capo David Rosen, un poliziotto non giovanissimo ma dannatamente ostinato, che si dibatte dietro indizi che non sembrano portare a nulla. Sulle scene del crimine giusto la parziale impronta di un orecchio, nulla più.
Finché non entra in scena padre Sebastian Flint, un prete esorcista con un oscuro passato in Kenya, che occupandosi di occultismo è sicuro che il killer imiti gli omicidi di un negromante italiano vissuto a Firenze alla fine del XIII secolo, tale Alessio Capaneo che evocava i morti per apprendere i segreti del paradiso e dell’inferno e uccideva per celebrare un rituale che comprendeva il sacrificio di sei donne a cui rimuoveva i bambini dal loro grembo. Da questo momento in poi i colpi di scena si susseguono, nulla è come sembra, fino ad una soluzione davvero impensata dove Rosen, dopo momenti di autentico panico, che un po’ attraversa la pagina per arrivare al lettore devo ammetterlo, risolve il caso.
Interessante e inquietante il tema trattato, ovvero la stretta correlazione tra possessione diabolica e follia.

:: Recensione di Il sangue dell’orchidea di James Hadley Chase (Polillo Editore I Mastini, 2012) a cura di Giulietta Iannone

17 ottobre 2012

James Hadley Chase, scrittore britannico di hard boiled molto americani, è senz’altro un nome che non lascerà indifferenti i lettori appassionati del genere. Di libri il buon James ne ha scritti davvero tanti, quasi tutti pubblicati in Italia grazie al Giallo Mondadori, come The Flesh of the Orchid pubblicato per la prima volta in Italia con il titolo La carne dell’orchidea nel 1966 per I Neri Mondadori e ora riproposto dalla Polillo –The crime collection I Mastini- con il titolo Il sangue dell’orchidea, tradotto da Giovanni Viganò. E’ difficile che gli appassionati non l’abbiano già letto o visto nella trasposizione cinematografica di Patrice Chereau, con protagonista una luminosa Charlotte Rampling, ma a chi fosse sfuggito è un’occasione davvero da non perdere per recuperarlo in una traduzione riveduta e corretta.
Seguito del celeberrimo No Orchids for Miss Blandish, edito in Italia con il titolo Niente orchidee per Miss Blandish, libro con cui James Hadley Chase esordì nel 1939, Il sangue dell’orchidea è un classico hard boiled d’azione con venature noir in cui rapinatori di banca, sicari di professione, giornalisti intraprendenti, artisti del circo, testimoni da far tacere per sempre, amministratori corrotti, fanciulle fuggiasche si rincorrono tra vendetta, sete di soldi, ci sono ben sei milioni di dollari in gioco, e rapimenti.
Come i migliori hard boiled anni Quaranta Chase ricorda Hammet e Chandler, anche se forse con più cattiveria e disperazione, e trascina il lettore in una storia nerissima dove non c’è speranza né di lieto fine né di redenzione. E’ tutto un susseguirsi di colpi di scena, inseguimenti, uccisioni, in un vorticoso luna park di cinismo e violenza con sullo sfondo un’ America amara e disincantata, ai limiti del grottesco e quasi del caricaturale, che James Hadley Chase ricreò praticamente trasfigurandola dai romanzi americani che era solito leggere.
Tutto ruota intorno a Carol, la bellissima figlia dell’Orchidea, ora cresciuta e chiusa in manicomio per le sue crisi di violenza. Morto il nonno, re della carne, diventa la virtuale ereditiera di sei milioni di dollari, al momento amministrati da un avido curatore deciso a tenerseli tutti per sè. Se non fosse che nel testamento una clausola stabilisce che se la ragazza riuscisse a uscire dal manicomio per 15 giorni automaticamente diventerebbe la sola amministratrice della sua eredità.
Carol scappa e da quel momento è una corsa contro il tempo. Inseguita da sceriffi, giornalisti, sicari, la ragazza riuscirà anche ad innamorarsi del gentile Steve Larson, prima di fare i conti con il suo destino e la cattiva stella che sembra splendere sulla sua testa.
I “fratelli” Sullivan, ex lanciatori di coltelli e ora killer a pagamento, meritano senz’altro una menzione per l’ironia e l’incisività con cui Chase li delinea e sono forse i veri protagonisti del romanzo.

James Hadley Chase (pseudonimo di René Brabazon Raymond, Londra 1906 – Ascona 1985) è stato definito «il maestro del thriller di un’intera generazione» e «il re di tutti gli scrittori di thriller». Prima di diventare un autore di noir lavorò a lungo come piazzista di enciclopedie e grossista di libri. La sua produzione è sconfinata: più di novanta titoli, sotto vari pseudonimi (James L. Docherty, Ambrose Grant, e Raymond Marshall).
In Italia, Feltrinelli ha pubblicato Inutile prudenza (2008), Eva (2007) e Una splendida mattina d’estate (2007), mentre Niente orchidee per Miss Blandish, il suo romanzo d’esordio che gli diede il successo, è uscito per Polillo nel 2004.

:: Recensione di Assassini di Philippe Djian (Voland, 2012) a cura di Giulietta Iannone

12 ottobre 2012

Marc era convinto che ce l’avessi proprio con lui per l’imprecisato numero di tonnellate di veleni riversatosi nel fiume. Certo, lì per lì avevo avuto uno scatto. Come chiunque altro. Ma l’indomani mattina ero tornato al lavoro alla Camex- Largaud. Come qualunque abitante di Héno­ch­ville. Una piccola arrabbiatura che non esplodeva, anzi andava spegnendosi prima ancora di uscire di bocca. Quanto a me, se gli avevo dato”dell’assassino”era per ragioni vaghe, perse nei meandri dell’amicizia. Riguardo ai pesci morti, certo, lo ritenevo un assassino. Ma non meno di me o Thomas, non meno di un qualsiasi impiegato della Camex-Largaud, non meno del più piccolo negoziante della città. Tutto qui. Eravamo invischiati in questa situazione da talmente tanto tempo che preferivamo non pensarci.

Benvenuti a Héno­ch­ville, ridente cittadina francese di montagna, in cui la natura sembra essersi impegnata al suo meglio per farne un piccolo paradiso: boschi di abeti, un fiume ricco d’acqua e di pesci, la  Sainte-Bob, cieli azzurri. Il posto ideale dove vivere se non fosse per il fatto che una fabbrica, la Camex-Largaud, di proprietà di Marc Largaud, riversando da anni rifiuti tossici nel fiume, inquinandolo inarrestabilmente, ne sta segnando la morte.
La gravità della situazione sembra impensierire il Ministero dell’Ambiente che ad ogni incidente manda nuovi ispettori a fare il punto della situazione. Di norma grazie a bustarelle e signorine compiacenti tutto si sistema, finché non capita l’imponderabile. Arriva in città Victor Brasset. Accetta i soldi, va a letto con la bella Luarence, ma poi sul punto di chiudere l’accordo risulta irremovibile: la Camex-Largaud deve chiudere.
Per gli abitanti di Héno­ch­ville la fabbrica è praticamente l’unica fonte di reddito, chiuderla significherebbe gettare sul lastrico intere famiglie, così un po’ perché la situazione gli prende la mano, un po’ perché Luarence colpisce in testa Victor Brasset, Marc e il suo migliore amico Patrick Shea­han, narratore in prima persona della storia, rapiscono l’ispettore e lo portano in una baita di proprietà di Marc. Il caso vuole che anche alcuni amici in gita gli facciano visita, così Thomas e sua moglie Jackie e la bella irlandese dai capelli rossi Eilen Mac Keogh, inquilina di Patrick Shea­han, si trovano imprigionati nella baita, perché nel frattempo un vero e proprio diluvio si è abbattuto nella zona rendendo impraticabili tutte le vie d’accesso.
Inizia così un soggiorno coatto, allietato da candele, ottimi vini e cibi raffinati, in cui emergono tutti i conflitti irrisolti tra i protagonisti, mentre la forza dell’acqua è sul punto di spazzare via tutto.
Assassini (Assassins, 1994) di Philippe Djian, primo volume di una trilogia composta anche da Criminels e Sainte-Bob, sebbene tratti di un argomento di stretta attualità, uscì in Francia per Gallimard ben 18 anni fa e solo oggi, grazie all’editore romano Voland, possiamo leggerlo anche in Italia, tradotto da Daniele Petruccioli.
A dispetto del titolo non ci sono veri assassini o un vero delitto, non almeno nel senso normale del termine. Certo i pesci del fiume muoiono e Marc Largaud, la sua fabbrica e tutti quelli che ci lavorano sono coinvolti, ma la presunta vittima che potrebbe rendere veramente assassini i personaggi, seppure dolorante e malridotta, continua a respirare per tutto il romanzo.
Può essere considerato lo stesso un noir a tutti gli effetti? Come in tutte le opere di Djian è lecito porsi questa domanda che inevitabilmente porterà a ponderare il fatto che come dice Djian stesso, i suoi lavori sono un qualcosa che nessuno aveva mai osato o voluto scrivere. Per me sono noir. Anche senza fiumi di sangue, pistole fumanti, e tutto il corollario a cui siamo abituati. Il noir nasce quando si sonda l’oscurità dei personaggi, e di oscurità in questo romanzo ce ne è parecchia.
Un attimo di spiazzamento quando a pagina 161 dalla prima persona passa alla terza ma “Non ho cercato di capire, ero troppo occupato a lottare contro Patrick Sheahan, con il quale tentavamo di strozzarci a vicenda” mi sembra un buon consiglio da seguire.

:: Recensione di Atto di morte di Joseph Hansen (Elliot, 2012) a cura di Giulietta Iannone

3 ottobre 2012

Atto-di-morteAtto di morte (Death Claims, 1973), tradotto da Manuela Francescon, secondo volume della serie “The Dave Brandstetter Mysteries”, scritta a partire dal 1970 da Joseph Hansen, e composta da dodici romanzi, di cui abbiamo già potuto apprezzare Scomparso, pubblicato sempre da Elliot nei mesi scorsi, è sicuramente un poliziesco di stampo classico con al centro la figura dell’investigatore, questa volta assicurativo, nato sulla scia dell’hardboiled riveduto e corretto da Ross MacDonald.
Hansen sembra prediligere infatti le storie famigliari, il crimine commesso non da veri delinquenti, mafiosi, assassini seriali, ma da uomini normali mossi da invidie, gelosie, avidità, verità inconfessate. La California degli anni 70 con la sua luce accecante, la sua profonda solitudine, fa da sfondo a  tutto questo e riflette il buio e la tristezza dei paesaggi e degli interni, nascosta dall’apparente luccichio e sfarzo, nell’anima dei personaggi. Una salsedine corrosiva, intacca cose e persone, mentre il protagonista, Dave Brandstetter, si muove in cerca della sua verità.
L’indagine questa volta ruota intorno alla morte di John Oats, ritrovato annegato sulla sabbia bianchissima di Arena Blanca dalla sua compagna April Stannard, ex libraio, ferito nel copro e nell’anima, un uomo generoso. Una polizza di 20.000 dollari sembra essere alla base di questo presunto omicidio, troppo affrettatamente classificato incidente dalla polizia. Ma Dave Brandstetter non crede all’incidente, e né tanto meno al suicidio, ipotesi scartate anche da April, e si butta a capo fitto in un’ indagine dove tutti quelli che incontra sembrano nascondere doppie verità e grande dolore.
Il beneficiario doveva essere il figlio Peter, anche se John poco prima di morire aveva avviato le pratiche per cambiarlo, e questo sommato alla scomparsa del ragazzo sembra rendere evidente la sua colpevolezza. Oltre a Peter, attori cinematografici, ex soci, ex mogli, si susseguono come i personaggi di una tragedia in cui spesso uccidere è inevitabile, quanto respirare, in cui spesso la colpa non è così ovvia come potrebbe sembrare in un primo tempo.
Dave Brandstetter investigatore pacato e gentile, tormentato dai fantasmi di un antico amore, lo sa e con ostinata compostezza scava nelle vite di tutti coloro che avevano una buona ragione per uccidere, e naturalmente scopre il colpevole, anche se non può evitare che altri paghino il prezzo.
La capacità di Hansen di tratteggiare i personaggi, da uno sguardo, un modo di porsi, un tremore della mano, i dialoghi efficaci, le descrizioni accurate e poetiche dei paesaggi, delle case, dei colori, rendono questo libro affascinante e a tratti struggente. Davvero un piccolo gioiello da riscoprire.

Joseph Hansen nacque in South Dakota nel 1923.  Poeta e scrittore, pubblicò circa 40 libri di vario genere e raggiunse la fama soprattutto grazie alla serie hardboiled dedicata all’investigatore privato Dave Brandstetter. Nel 1992 vinse il Premio alla carriera dell’associazione Private Eye Writers of America e il Lambda Literary Award for Gay Men’s Mystery della Lambda Literary Foundation per l’ultimo romanzo della serie di Dave Brandstetter, A Country of Old Men: The Last Dave Brandstetter Mystery (1991). Hansen morì nel 2004 per un attacco di cuore  nella sua casa a Laguna Beach, California.

:: Un’ intervista con Serge Quadruppani a cura di Giulietta Iannone

26 settembre 2012

Serge QuadruppaniCiao Serge, bentornato su Liberi di Scrivere. Cosa sarebbe la tua vita senza letteratura?

Cosa sarebbe la mia vita senza la mia vita? Non riesco ad immaginarlo.

Quali sono le qualità tipiche di un buon scrittore?

Un buon scrittore è un scrittore che scrive buoni libri: non riesco ad interessarmi alla personalità dello scrittore a prescindere dai suoi libri. Soltanto se sono catturato da una grande opera mi può capitare di pormi delle domande sull’autore.

Pensi che alcuni scrittori siano “cattivi maestri”? Puoi farmi un esempio.

“Cattivi maestri” è un’ espressione giornalistica strapiena di presupposti ideologici. E’ stata usata in un contesto molto particolare (i famosi anni 70) per attribuire a certe persone delle responsabilità che appartenevano ad una buona parte di un’ intera generazione. Tra i presupposti a cui alludevo, c’è l’idea che la gente abbia bisogno di maestri. Nella valle di Susa, mi sono comprato una maglietta: “Padrone di niente, servo di nessuno”.

Come pensi di preservare la tua indipendenza spirituale nell’attuale mondo letterario?

Ormai, visto le scelte che ho fatto nella mia vita, le posizioni pubbliche che ho preso, il campo in cui mi sono fatto riconoscere, sono catalogato in un modo che fa si che mi danno lavoro, un certo tipo di lavoro, ma a nessuno verrà in mente di propormi una medaglia o di far parte della giuria di un premio, di una commissione che distribuisce sovvenzioni, di scrivere in un media dominante: non mi regaleranno mai l’occasione di rifiutarlo con disdegno!  Sono in un’ isola felice di non-potere, e mi ci trovo bene.

Viviamo in un periodo di crisi, anche in Francia penso l’editoria soffra di questa crisi. Quali sono i rimedi più efficaci che consiglieresti e quali i veri mali tanto da guardarli in faccia?

Il rimedio più efficace sarebbe di pubblicare sempre più libri di qualità: nei momenti di crisi, la cultura è uno dei settori che resiste meglio. Anche perché la cultura è un appoggio per la resistenza in generale.

Sei sempre alla ricerca di nuovi talenti per la collana delle Editions Métailié che curi. Cosa deve avere un libro per convincerti a pubblicarlo?

Uno stile, un punto di vista sul mondo, uno spessore del racconto.

Il più bel noir in assoluto che hai letto?

La posizione del tiratore scelto, di Jean-Patrick Manchette.

Ci sono autori francesi, non ancora conosciuti in Italia, che ti piacerebbe vedere tradotti?

Tanti. Per esempio Jérôme Leroy, che ha scritto un romanzo noir sull’arrivo al potere dei fascisti in Francia che ha avuto un bel successo oltralpi; Hannelaure Cayre una donna avvocato che ha scritto tre romanzi molto divertenti con un personaggio di avvocato corrotto ma simpaticissimo; Pascal Garnier, un grande.

Cosa pensi degli ebook? Il libro cartaceo resisterà all’attacco della tecnologia?

Penso che il libro cartaceo continuerà ad esistere accanto all’e-book. Quanto spazio per l’uno e per l’altro, per ora, nessuno lo può prevedere.

Saturne uscirà quest’anno per Einaudi Stile Libero? Ce ne vuoi parlare?

E un romanzo ambientato tra Francia e Italia che inizia con una strage nelle terme di Saturnia, in cui un gruppo di familiari delle vittime prova a capire cosa sia successo mentre la commissaria Tavianello, che avete conosciuto nella Rivoluzione delle Api, minaccia di dimettersi perché è stufa dei giochi dei poteri sporchi (in Madame Courage, il terzo della serie appena uscito in Francia, lei si dimette veramente), in cui il killer è molto più umano dei suoi mandanti, che sono tra l’altro all’origine della crisi dei subprimes… Se questo non ti ha ancora convinto di leggerlo, posso aggiungere che il Maestro Camilleri fa una apparizione breve ma decisiva…

Stai curando attualmente una traduzione? E quale autore, se c’è, avresti voluto tradurre ma per qualche ragione non l’hai fatto?

Sto traducendo I materiali del killer di Biondillo, dopo sarà il turno di Gioacchino Criaco, American Taste e Massimo Carlotto,  Respiro Corto. Mi sarebbe piaciuto tradurre tanti libri di Valerio Evangelisti che non abbiamo potuto comprare…

Quale strumento di scrittura preferisci usare, la penna, il computer o la macchina da scrivere?

Sono computerizzato da 20 anni.

Durante la stesura di un libro preferisci occuparti della descrizione dei luoghi, della descrizione dei personaggi, o dei dialoghi?

Non posso dire se preferisco una cosa o un’ altra, sono tutte in un rapporto organico.

Quali sono i tuoi autori preferiti? Cosa stai leggendo in questo momento?

I miei autori preferiti sono tanti, e le mie scelte non sono molto originali nella letteratura francese e mondiale. In questo momento sto leggendo Philip Roth, Pastorale americana, ma è un caso, perché sono in giro tra Francia e Italia e ho preso a casa di mio fratello quello che ho trovato tra le 8 e le 8 e cinque minuti, quando dovevo partire per l’aeroporto… Questo è il bello dei libri cartacei: un oggetto che senti nella mano e metti nella tasca, lo puoi fare mentre l’altra mano prende la maniglia della valigia… non è la stessa cosa che toccare uno schermo con l’indice.

A quarant’anni dalla morte di André Héléna l’editore italiano Aisara pubblicherà un’antologia di racconti ispirata ai suoi romanzi. Tu scriverai la prefazione. Ce ne vuoi parlare?

La prefazione è scritta. E anche tradotta da Maruzza Loria: “La poisse, « la sfiga », è il titolo di una collana creata negli anni Ottanta del secolo scorso per rieditare alcuni romanzi d’André Héléna caduti nell’oblio, ed è anche la materia con la quale egli trama i suoi racconti, il piombo del reale da cui estrae l’oro della sua arte.”: questo è l’inizio, per leggere il seguito, dovrai avere il libro!

L’intervista è finita, nel ringraziarti per la disponibilità, mi piacerebbe ancora chiederti se stai lavorando ad un nuovo romanzo? Altri progetti?

Per ora, sto traducendo. Progetti, tanti: un romanzo epistolare con Jérôme Leroy su due ex della lotta armata che, parlando parlando, si eccitano di nuovo contro l’epoca  e alla fine, si scrivono dalla galera. Un altro libro, testi di viaggio e non solo. Un altro di Simona Tavianello…

:: Un’ intervista con Anthony Riches a cura di Giulietta Iannone

11 settembre 2012

Salve Anthony. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Anthony Riches? Punti di forza e di debolezza.

Ho cinquant’anni e sono un consulente di Project Management che è anche occasionalmente uno scrittore di romanzi storici. Sono sposato con tre figli, 25, 23 e 15 anni, e vivo nella periferia nord di Londra. Punti di forza? Non provo mai panico, non importa quanto la situazione si faccia brutta, sono molto razionale e ho una grande etica del lavoro. Punti di debolezza? Un debole per le auto sportive tedesche, le armi da fuoco ad alta potenza e gli orologi costosi!

Raccontaci qualcosa del tuo background, i tuoi studi, la tua infanzia.

Sono nato a Derby (nelle Midlands inglesi) nel 1961, e mi sono trasferito a Worthing (sulla costa sud) con i miei genitori nel 1967, dove ho vissuto fino a quando sono andato all’università nel 1980. Ho avuto un’infanzia felice, nonostante l’assenza di fratelli e sorelle. Mio padre era un genitore anziano, aveva combattuto nella Seconda Guerra Mondiale, e fu grazie al fatto che parlai molto con lui della guerra che nacque il mio profondo interesse per la storia militare e la psicologia. Alcuni bambini ossessionano i genitori con i dinosauri in quegli anni di formazione (come ha fatto un mio figlio), o con i calciatori (come ha fatto il mio figlio più piccolo), io li ho ossessionati con le attrezzature militari di tutte le nazioni ed epoche.
Questo interesse è presto sbocciato in un profondo amore per la storia, e così andai a Manchester a studiare Studi Militari, dove frequentai il corso di Studi Russi e Americani, un corso orrendo in cui la facoltà di lettere puniva chi fosse abbastanza di destra da dimostrare interesse per l’esercito facendogli seguire il 50% in più dei corsi rispetto agli studenti normali. I docenti di Studi Russi erano persone normali, i docenti di Studi Americani erano profondamente di sinistra e ci vedevano con sospetto come un gruppo di babykillers (ricordate, questo era meno di 10 anni dopo la fine della guerra del Vietnam). Questo, naturalmente, è servito a unirci, e l’esperienza è stata utile per la vita futura.
Dopo aver cercato di scrivere un thriller tra la fine degli anni ’80 e i primi anni ’90, nel 1996, sono andato a Housesteads, dove ci sono i resti incredibili del forte di una coorte ausiliaria sul Vallo di Adriano, e sono stato colpito da quello che doveva essere la dura realtà della vita nel secondo secolo. Per un ragazzo romano inviato in Britannia, mi sono reso conto, questo sarebbe stato l’equivalente del fronte orientale! Sei mesi dopo la prima stesura di ‘L’impero, la spada, l’onore’ era completa, anche se probabilmente non era pronta per la pubblicazione. Era un testo troppo accademico, ho il sospetto con il vantaggio del senno di poi. Dal 1999 sono stato project manager a contratto, andavo dove c’era lavoro (e preferibilmente con buoni salari), e negli ultimi dieci anni ho gestito una serie di progetti in tutto il mondo, in Asia, America Latina, Australia, Africa ed Europa. Per un po’ ho lasciato da parte il mio bisogno di scrivere, fino ad un fatidico giorno alla fine del 2007. Lavoravo a Belfast, e mi è capitò di incontrare un uomo che aveva auto pubblicato diversi libri, e gli chiesi di leggere ‘L’impero, la spada, l’onore’, per vedere se riteneva fosse abbastanza buono da essere auto pubblicato. La volta seguente che lo incontrai mi disse di non auto pubblicarlo, ma di inviarlo ad alcuni agenti ed editori.
Scelsi sei agenti, sulla base dell’alto livello scientifico necessario per leggere  romanzi storici e ricevetti alcune proposte tramite e-mail, mi accordai con Robin Wade di RWLA – e poi accettai un’ offerta di Hodder and Stoughton. La serie dell’Impero ha avuto finalmente un editore …

Quando hai deciso di diventare uno scrittore? Qual è stato il momento in cui ti sei reso conto che la passione per la scrittura si stava trasformando in un vero lavoro?

Non è proprio un lavoro per me, dato che lavoro ancora a tempo pieno, è più  un hobby. Quando mi sono reso conto che volevo scrivere? Alla fine del 1980, quando facevo diventare matta la mia giovane moglie ritirandomi a scrivere ogni sera una volta che i bambini erano stati sistemati per la notte. Quando mi sono reso conto che stava diventando una cosa seria? In piedi, in un campo di grano nel sud della Germania, in primo luogo, suppongo ascoltando il mio agente delineare i termini del mio contratto editoriale. Un momento incredibile per ogni autore, e anche un po’ surreale per il luogo (ero andato a fare una passeggiata sotto il sole d’autunno dal momento che era una bella serata).

Chi sono i tuoi scrittori preferiti? Chi pensi abbia influenzato la tua scrittura?

Gli autori di cui aspetto sempre i nuovi lavori sono Iain M Banks (SF), Richard K Morgan (SF), Christian Cameron (romanzo storico), Joe Abercrombie (fantasy) e Lee Childs (thriller). Strani gusti per uno scrittore di romanzi storici? Mi piace solo quello che mi piace, credo! E l’autore che mi ha più influenzato? Un scrittore di thriller della seconda metà del 20 ° secolo di nome Adam Hall – essenziale, grintoso ed emozionante, il modo in cui spero di scrivere.

Cosa ti ha ispirato a scrivere la serie di Marco Valerio Aquila?

Quel momento magico sul Vallo di Adriano mentre stavo congelando sotto la pioggia (nel mese di agosto!) Con i due bambini piccoli che mi fissavano increduli che li stessi sottoponendo a quella esperienza, credo. Successe all’improvviso, guardai il posto con gli occhi di un romano …

Quanti libri sono previsti per la serie di Marco Valerio Aquila?

Venticinque. Partendo dal 182 a.d. alla morte di Settimio Severo  nel 211 a.d., a York (Britannia settentrionale).

Perché hai ambientato la serie nell’Antica Roma? Che tipo di ricerche sono state necessarie?

Il ‘perché’ è abbastanza evidente, credo. E la ricerca? Beh, la mia laurea è stata in parte sulla guerra antica, e ho letto molto. E c’è tanta roba buona su internet, non sono mai a corto di dati.

Il tuo romanzo, L’impero, la spada, l’onore (Wounds of Honour), il primo della serie, è ora disponibile in Italia grazie alla Newton Compton Editore. Ci puoi parlare di questo romanzo?

Attualmente ci sono cinque libri della serie pubblicati nel Regno Unito. L’impero, la spada, l’onore è la storia del figlio di un senatore, il cui padre sa che sta per essere giustiziato con una falsa accusa di tradimento, e manda suo figlio, un centurione Pretorio, via in Britannia in modo che la sua stirpe continui. Marcus deve combattere, in primo luogo per trovare il suo posto nell’ ambiente ostile di una coorte ausiliaria, e poi per sopravvivere in una guerra feroce con i barbari alla frontiera settentrionale dell’impero di Roma.

Puoi dirci qualcosa in più della trama?

Un  figlio privilegiato costretto a combattere per sopravvivere nel bel mezzo di una rivolta tribale in Britannia, che per tutto il tempo sogna di vendicarsi degli assassini di suo padre.

Quale è la tua scena preferita in L’impero, la spada, l’onore?

Il momento in cui, avanti nel libro, i Tungri (la coorte di Marcus), vengono tratti in salvo dal resto della 6 ° legione (che è stata tradita e ha avuto la loro aquila catturata), e il tribuno al comando grida l’ordine in un momentaneo silenzio che attraversa il campo di battaglia ‘ Sesta legione! Per l’onore dei vostri caduti! Nessun prigioniero! “I peli sul mio collo erano ritti mentre scrivevo!

In L’impero, la spada, l’onore, quale è stato il personaggio più difficile da scrivere e perché? Il più semplice e perché?

Il più difficile? Marcus, perché dovevo farlo sia vulnerabile e nello stesso tempo abbastanza forte da sopravvivere alla sua situazione. Il personaggio più facile? Dubnus, perché è stato molto divertente da scrivere, dice quello che pensa e fa ciò che sa essere giusto. Anche se sono molto affezionato a Rufo, un cinico centurione in pensione.

C’è un’ opera  che ti ha ispirato nella scrittura di questo romanzo?

Sì, principalmente ‘Gates of Fire’ di Stephen Pressfield. Geniale.

Parlaci del tuo protagonista.

E’ il  figlio di un senatore che viene strappato via dalla sua posizione e dai suoi agi  dopo l’assassinio del padre, e si trova catapultato in una coorte ausiliaria, costretto a combattere per la sua sopravvivenza. E ‘un dimacherius, mortale con le due spade, è intelligente e (questa è sia la sua forza che la sua debolezza), una volta provocato è capace di accettare i rischi più terribili sul campo di battaglia. Come si vede nel terzo libro quando… ah, ma questo non ve lo devo raccontare!

Progetti di film tratti dai tuoi libri?

No. C’è troppa roba romana là fuori; il fatto è che i produttori tendono a scrivere i propri script per evitare di dover pagare i diritti. Un giorno forse …

Com’è il tuo rapporto con i lettori? Come possono mettersi in contatto con te?

Parlo molto con i miei lettori. Il mio sito web ha una pagina di commenti e mi piace ricevere feedback, anche critiche. Se non ascolti le critiche, non potrai mai imparare!

Come immagini il tuo futuro in questo momento?

Mi piacerebbe pensare che sarò in grado di diventare uno scrittore a tempo pieno a un certo momento nei prossimi anni, ma le mie vendite attuali non supportano ancora la mia passione per le auto sportive tedesche! Ho intenzione di continuare a scrivere fino a quando avrò 70-75, e ho altri 20 libri della serie  Impero che mi piacerebbe scrivere.

Leggi le recensioni dei tuoi libri?

Purtroppo, sì lo faccio! A volte rispondo pure, soprattutto a quelle cattive, ma solo se sento che il recensore è stato ingiusto o non ha letto il libro in modo corretto. E bisogna ascoltare le critiche! Recentemente mi è stato detto che uso troppo nei libri le espressioni facciali (sopracciglia sollevate, per lo più), che è un’ osservazione vera.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Ho appena finito di rileggere The Heroes  di Abercrombie, e ora sto aspettando con impazienza che Poseidon’s Spear di Christian Cameron arrivi sul mio Kindle.

C’è stato un insegnante che ti è stato particolarmente d’ ispirazione?

Non in termini di scrittura, no. Ho avuto diversi insegnanti però che mi hanno aiutato a capire il modo in cui un uomo dovrebbe scegliere di vivere.

Verrai in Italia per presentare i tuoi romanzi?

Non ho programmi di presentazioni attualmente, anche se amo il vostro paese e mia moglie ed io stiamo organizzando una settimana a Roma il prossimo anno, quindi chi lo sa? Ad essere onesti, non ho idea se L’impero, la spada, l’onore abbia avuto successo in Italia, ma spero di sì!

Infine, la domanda inevitabile. Stai attualmente lavorando ad un nuovo romanzo? Eventuali altri progetti?

Sì, sto lavorando sodo per completare il 6°  libro della serie Impero (The Eagle’s Vengeance), e dopo scriverò il 7° (The Emperor’s Knives), che vede il nostro eroe a Roma per vendicare l’assassinio del padre. E poi ho un’altra serie nella mia testa, ma è piuttosto diversa da Roma! Solo il tempo ci dirà se riuscirò a farla pubblicare.

:: Un’intervista con Andrea Frediani a cura di Giulietta Iannone

11 settembre 2012

Benvenuto, Andrea, su Liberi di Scrivere e grazie di aver accettato questa mia intervista. Presentati ai nostri lettori. Chi è Andrea Frediani?

Io mi definisco un “divulgatore storico”. Mi piace far sapere agli altri che la storia è bella e avvincente, e non è quella, fatta di date e dati, che si studia spesso a scuola. La storia è fatta di uomini e delle loro emozioni, e io cerco di farlo capire attraverso le mie quattro declinazioni di romanziere, saggista, consulente e articolista.

Parlaci del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Mio padre, che era un militare, mi portava spesso al cinema a vedere film di guerra, da bambino. Inoltre, ai miei tempi non c’erano playstation, wii o cose del genere e i maschietti giocavano a soldatini. Ho finito quindi per visualizzare i contesti in cui ambientavo le mie battaglie e per sviluppare una passione per la storia, che poi ho concretizzato negli studi universitari.

Quando hai deciso per la prima volta di diventare uno scrittore?

A nove anni ho letto “La storia di Roma” di Indro Montanelli, e ho pensato che da grande avrei fatto la stessa cosa: avrei spiegato la storia agli altri attraverso i libri.

Come è nato il tuo amore per l’Antica Roma?

A me la storia piace tutta, senza grosse distinzioni. Mi interesso di più di antica Roma perché mi viene più richiesta.

Ho iniziato a conoscerti come autore leggendo Dictator: L’ombra di Cesare-Il nemico di Cesare-Il trionfo di Cesare, poi ho avuto modo di leggere La dinastia. Il romanzo dei cinque imperatori entrambi editi per Newton ComptonC’è una sorta di continuità tra i due libri, un progetto che ha accomunato la dinastia Giulio- Claudia. Ce ne vuoi parlare?

In realtà, sono nati ciascuno per conto suo, ma ora nuovi romanzi creeranno una linea narrativa comune. A suo tempo, mi è stato chiesto di scrivere una trilogia su Cesare, e in un primo momento avevo rifiutato, perché sembrava che su di lui fosse stato scritto di tutto. Poi mi è venuto in mente che della sua amicizia/rivalità con Tito Labieno non aveva mai parlato nessuno, e ho incentrato la trilogia su questo aspetto. La Dinastia è nata invece da una mia intuizione: adesso vanno molto le serie televisive sulle grandi famiglie storiche (I Tudor, I Borgia), ma mai nessuno aveva parlato della più importante di tutte, la Giulio-claudia. Così, ho pensato di scriverne un libro concepito come un serial Tv, strutturato attraverso 17 episodi pressoché autoconclusivi con personaggi di volta in volta diversi.

Cosa ti ha ispirato a scrivere La dinastia? Quale stato il punto di partenza del processo di scrittura?

Il potere. Non dovevano esistere personaggi del tutto positivi, perché il messaggio che volevo lanciare era che il potere corrompe e droga anche il più idealista degli uomini. Tutto, nel libro, ruota intorno a questo concetto.

Come hai fatto a gestire così tanti personaggi, dai protagonisti ai comprimari. Come sei riuscito a non farti sovrastare dalla complessità delle loro vicende?

Questo è stato infatti il motivo per cui avrei preferito farne una trilogia. I personaggi sono tanti, spesso con nomi uguali: ve ne sono ben 450, di cui solo 6 inventati, sebbene solo una trentina siano i veri protagonisti. Le vicende legate alle loro gesta sono infinite, naturalmente, e ho dovuto operare delle scelte, che tenessero conto dello scopo che mi prefiggevo, ovvero del messaggio che volevo lanciare. Ma non ho mai avuto dubbi che ciascun lettore avesse il proprio eroe e le proprie fissazioni, e che magari avrebbe preferito che sviluppassi una linea narrativa piuttosto che un’altra, un personaggio piuttosto che un altro…

Come ti sei documentato? Che testi hai consultato? Hai fatto ricerche in rete? Visto sceneggiati e film?

In rete è sempre meglio non attingere. Troppe bufale. Le fonti sono abbondanti, per quell’epoca: Cassio Dione, Svetonio, Tacito, o almeno quello che di loro sopravvive, ci forniscono molti spunti, che però vanno sviluppati perché permangono molte zone d’ombra. Ed è lì che entra in gioco la “immaginazione scientifica” di un romanziere, che deve rispettare i paletti posti dalle fonti e riempire i tanti vuoti con vicende verosimili, se non vere. E ho scelto di dare credito alle voci di pettegolezzo sulle nefandezze di imperatori come Caligola e Nerone; dove c’è fumo, come vediamo oggi con i nostri politici, spesso c’è anche arrosto…

La dinastia è un romanzo strutturato come un serial tv. Che tipo di strumenti tecnici hai mutuato dalla televisione e dal cinema?

Come in tutti i miei romanzi, non ho fatto uso della voce narrante. Ogni capitolo è una scena cinematografica, vissuta “in soggettiva” da uno dei personaggi. Il lettore vive la vicenda sempre attraverso gli occhi dei singoli protagonisti. Il linguaggio è semplice, essenziale, non descrittivo, proprio come una sceneggiatura. I capitoli sono strutturati sempre con montaggio parallelo tra le scene, secondo una tecnica cinematografica che assicura allo spettatore il ritmo e una cadenza serrata.

Quale è stata la parte più laboriosa durante la stesura del libro?

L’evitare la confusione tra personaggi e generazioni e che tutti somigliassero troppo l’uno all’altro. Evitare che il lettore si perdesse tra i tanti personaggi e gli infiniti gradi di parentela tra loro. Mi sono dovuto mettere in continuazione nei panni del lettore, per assicurarmi che fosse sempre tutto chiaro. Il rischio di ripetersi o di sovrapporre i protagonisti era sempre dietro l’angolo: una specie di incubo…

Quali sono i tuoi scrittori contemporanei preferiti, quelli che ti hanno maggiormente influenzato?

Quando ho iniziato a scrivere romanzi, dopo tanti anni di saggi, mi sono posto il problema di come scrivere, e ho deciso di ispirarmi agli scrittori anglosassoni dai cui romanzi sono stati tratti film: gente che magari non ha un grande spessore letterario, ma che sa come farsi capire e come rendere avvincente un romanzo,. Sto parlando in special mondo di Ken Follett e Michael Chrichton.

Progetti di traduzioni per l’estero?

I miei libri sono già tradotti in diversi paesi. La Dinastia dovrebbe finalmente arrivare anche al mercato anglosassone, almeno in formato elettronico.

Cosa stai leggendo al momento?

Leggo sempre più cose contemporaneamente, tra saggi e romanzi. Soprattutto testi che mi servono per documentarmi sul mio romanzo in stesura. Per evadere, mi rilasso con qualche thriller o noir.

Sempre quest’anno è uscito Le grandi battaglie di Alessandro Magno. L’inarrestabile marcia del condottiero che non conobbe sconfitte. Ce ne vuoi parlare?

Alessandro Magno è una ristampa di un mio saggio uscito diversi anni fa. Molti dicono che sia stato il più grande condottiero della storia, ma forse è stato soprattutto il più fortunato, perché il padre gli ha messo a disposizione un regno coeso e una Grecia finalmente unita, e perché l’impero persiano era in decadenza, nonché retto da un re che scappava ad ogni battaglia. Se il valore di un condottiero lo si vede anche dalle condizioni in cui costretto a operare e dallo spessore degli avversari che incontra, allora quello di Alessandro va un po’ ridimensionato. Il che poco toglie all’enormità delle sue imprese, comunque…

Cosa pensi degli ebook?

Sono stato molto diffidente nei loro confronti, ma siccome non abito in un castello, mi sto decidendo a leggere almeno i romanzi in formato elettronico, perché ormai ho libri anche in bagno. Ho paura che in futuro prenderanno il sopravvento e il mestiere del libraio sarà destinato a sparire. Ovviamente, io appartengo a una generazione legata al libro-oggetto, e sono restio ad accoglierlo con entusiasmo. Ma se servono a indurre alla lettura gente che non legge o che ha avuto il suo imprinting con l’elettronica, ben venga…

Infine, nel ringraziarti per la disponibilità, mi piacerebbe chiederti se stai scrivendo un nuovo libro. Altri progetti?

Ovviamente, non posso parlarne in dettaglio. Ma qualche indizio l’ho fornito nel corso dell’intervista. Intanto, comunque, a brevissimo uscirà un nuovo saggio cui tengo molto: “Le grandi battaglie tra greci e romani. Falange contro legione”, con 16 pagine di ricostruzioni a colori degli scontri, dei soldati e degli equipaggiamenti.

:: Recensione di Nero criminale – I segreti di una città corrotta di Stefano Di Marino (Edizioni della Sera, 2012) a cura di Giulietta Iannone

7 settembre 2012

Era il ‘nero criminale’, una mia elaborazione dell’hard-boiled ispirata un po’ a Richard Stark, un po’ a Josè Giovanni e a Melville, parecchio al poliziottesco e al cinema del milieu di Fernando Di Leo che poi era una sua rivisitazione personale di Scerbanenco.

Io racconto storie criminali, come questa in cui si trovano persone di ogni etnia e ceto sociale in un intrico che lega tutti perché a volte, la sera, quando guardo il traffico cittadino scorrere nelle grandi arterie tutte quelle luci mi sembrano far parte di un unico disegno, un unico piano. Non so se criminale ma, con la fantasia, di certo lo è.

Ma, in questa foto al nero della mia città c’è anche fortissima la passione per il ‘polar’ francese degli ultimi anni. Di quello cinematografico e televisivo ma anche quello reale. La storia dei Manouches è una storia vera e ci riporta all’epopea dei ‘flic e dei caid’ che hanno creato la leggenda criminale della banlieue francese. [1]

Chance Renard, alias il Professionista, torna in libreria con Nero criminale – I segreti di una città corrotta, grazie a Edizioni della Sera e a Enzo Carcello, che l’ha voluto nella sua collana Calliphora, dopo Rock – I delitti dell’uomo nero di Danilo Arona.
L’autore, Stefano Di Marino, con una bibliografia importante, qualcosa come più di 80 romanzi pubblicati oltre a numerosi racconti, saggi e traduzioni, è indubbiamente un maestro del “nero criminale” e soprattutto uno scrittore di talento capace di nobilitare un genere che ha avuto anche i suoi grezzi eccessi pieni di stereotipi ed effettacci da z movie.
Con una solida scrittura e grazie all’insolita capacità di unire il senso dell’azione a lampi introspettivi venati anche di malinconia, Di Marino si colloca tra gli scrittori in grado di dare spessore e realistica profondità ad un genere che è riduttivo definire solo “noir”. E’ molto di più, è letteratura senza categorie e limitazioni.
La sua capacità di dare vita all’anima più nascosta di Milano, con pochi tratti, con poche frasi essenziali e illuminanti, facendo si che i luoghi diventino parte viva della narrazione e protagonisti essi stessi, è a mio avviso cosa meglio definisce il suo stile ed è sicuramente la parte che ho amato di più di questo libro. Tutto scorre come nel fiume di auto che scivola tra i grattacieli, tra i grandi palazzi dalle sagome più bizzarre costruiti in vista dell’Expo 2015. Un torrente di luci in movimento che supera i navigli, i rioni con le case basse, quelli delle fabbriche abbandonate. Cartelloni pubblicitari e insegne di locali notturni, grandi magazzini e scure abitazioni popolari. Gangland, appunto. La mia città.
L’utilizzo della prima persona, canale diretto tra il protagonista, alter ego dell’autore e il lettore, aggiunge ad una storia dannatamente seria e violenta se vogliamo, connotazioni intime e private capaci di suscitare suggestioni ed emozioni che nascono dalla spontaneità e dalla sincerità che traspare come in filigrana tra le pagine.
Non è certo un testo dichiaratamente politico o con intenti sociali, pur tuttavia emerge un quadro sociologico che necessità di una lettura ben più approfondita di una semplice lettura superficiale. Nel testo sono presenti messaggi, riflessioni, considerazioni dell’autore, che denotano la volontà di parlare di cose serie pur sotto la forma di letteratura di intrattenimento e di svago. Ma svago intelligente, che trasmette qualcosa, non si limita a parlare del nulla.


:: Un’ intervista con Ben Pastor a cura di Giulietta Iannone

29 agosto 2012

Benvenuta, Ben, su Liberi di Scrivere e grazie per aver accettato questa mia intervista. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Ben Pastor? Punti di forza e di debolezza.

Grazie dell’invito. Personalmente, parto dal principio che chi scrive è nel bene e nel male rappresentato dal proprio lavoro, e che le sue forze e debolezze si intuiscono nel lavoro stesso. Interessi, affetti, paure, preoccupazioni, desideri vengono metabolizzati o sublimati in questo modo: leggere un romanzo è conoscere chi l’ha ideato. Confronto alle storie dei miei personaggi, la mia vita è del tutto banale!

Parlaci della tua infanzia, dei tuoi studi, dei luoghi in cui hai vissuto.

Come sopra. Un’infanzia tipica degli anni ’50 e ’60, in un’Italia che cambiava rapidamente. Padre medico, madre che era stata giornalista e scrittrice. Studi classici, che hanno continuato a formarmi ed affascinarmi, e di cui non sarò mai abbastanza grata ai miei genitori. Sono stata sposata per molti anni con un ufficiale dell’Aviazione americana e ho una figlia, Alexandra detta Alex. Ho vissuto in provincia di Roma, nel Friuli, e poi nell’Illinois, nel Texas, nell’Ohio e nel Vermont; risiedo parte dell’anno negli USA e parte nell’Oltrepo pavese. Per me l’importante, psicologicamente è avere un confine vicino.

Scrittrice italiana naturalizzata statunitense. Perché questa scelta? È stata una scelta d’amore?

Mi sembra che tutte le vere scelte volontarie siano nel nocciolo scelte d’amore per qualcosa o qualcuno, dalla fuga romantica all’emigrazione al tranquillo e cortese passo avanti che fece il conte Beauharnais (“Perdonatemi, madame, è la prima volta che vi passo avanti”) quando si offrì alla ghigliottina per salvare l’ex-moglie, poi imperatrice di Francia, Giuseppina. Senza essere così drammatici, sono andata negli Stati Uniti sia perché ero sposata con un americano, sia perché a ventiquattro anni l’avventura sembrava stupenda.

Come è nato il tuo amore per la letteratura e per la scrittura in particolare?

Direi che sono prima di tutto una lettrice. Proprio la passione per la lettura, insieme all’esempio materno, mi ha portato a scrivere. Ho cominciato a scrivere quel che mi sarebbe interessato leggere, e che non trovavo necessariamente in libreria o in biblioteca.

Quali sono stati gli scrittori che hai più amato durante i tuoi anni formativi e che inevitabilmente poi dopo hanno influenzato il tuo lavoro di scrittrice?

Fortunatamente a casa c’era una vasta biblioteca (mia sorella e io facevamo il picnic in cima a uno degli scaffali). Le mie prime letture sono state quelle dei ragazzi della mia generazione, dal Corriere dei Piccoli (Mino Milani illustrato da Uggeri e Sergio Toppi!) a Calvino e ai classici della letteratura giovanile della generazione prima della nostra (De Amicis, Wamba, i Grimm, tutta la Alcott, Walter Scott, Stevenson, Salgari, Andersen, Twain…). Ben presto ho cominciato a leggere anche romanzi per adulti — i grandi italiani, i francesi, i russi, gli spagnoli, gli anglosassoni: da Verga a Pirandello alla Serao e alla Deledda, da Bassani a Pasolini; da Balzac e Zola a Mallarmé e de Maupassant; da Cechov e Tolstoj a Lermontov, Gorky e Dostoyevsky; da Cervantes a Lorca a Blasco Ibanez; da Dickens a Melville a Emily Dickinson, da Caldwell ed Heminway a Stephen Crane. Non sempre le traduzioni erano all’altezza dell’originale, come poi ho scoperto, ma la formazione è stata ampia e utilissima. Non posso raccomandare abbastanza la frequentazione di questi autori!

Hai esordito scrivendo racconti per le principali riviste americane di letteratura poliziesca tra cui Alfred Hitchcock’s Magazine, The Strand Magazine e Ellery Queen’s Mystery Magazine. Il racconto è un genere difficilissimo da scrivere, e anche un po’ sottovalutato. Come nascono i tuoi racconti? Parlaci del passaggio tra l’idea e la stesura del testo.

È vero, il racconto sembra passato di moda in Italia, chissà perché. Per fortuna nei Paesi anglosassoni è ancora un genere rispettato e seguito, tanto che lo ospitano riviste di ogni tipo; inoltre, l’esistenza di riviste accademiche e letterarie di grande circolazione favorisce la coltivazione della storia breve come esercizio di inventiva e di stile. Ho spesso partecipato e sono stata pubblicata anche nell’ambito di concorsi stilistici sulla scrittura “minima”: un racconto in cento parole, per esempio. Quello sì che costituisce una prova di disciplina e stringatezza! Non so se sia più difficile scrivere un racconto o un romanzo: richiedono un lavoro diverso, ecco tutto. I pericoli insiti nei due generi sono pure diversi e speculari: nel caso del racconto, si può cadere nella banalità compiaciuta (ciò che gli americani definiscono “Who cares?”), mentre un romanzo rischia di venire abbondantemente annacquato da ripetizioni o elementi estranei per aumentarne la foliazione. In entrambi i casi, poi, il pericolo maggiore è, secondo me, l’autobiografismo — peggio se di tipo terapeutico.
Per quel che mi riguarda, il racconto deve avere un’idea forte e un perché. Spesso nasce da un’immagine che implica un significato (le strade diritte della Prussia Orientale ne Il giaciglio d’acciaio, per esempio, o la teiera vittoriana a forma di scimmietta in uno dei racconti per lo Strand). Per il resto, il suo andamento deve essere proporzionale alla lunghezza, dato che può variare da quattro-cinque pagine a trenta e più. Nel dubbio, tagliare piuttosto che aggiungere, raffinare verbi e sostantivi per ridurre al minimo gli avverbi (specie in italiano, dove i “-mente” moltiplicati appesantiscono il testo). The proof is in the pudding, dicono gli inglesi: la validità del racconto, come quella di un buon budino, è nel risultato stesso. Dopo un racconto chi legge dovrebbe sentirsi cambiato un po’ dalla lettura stessa: il divertimento o la commozione, il coinvolgimento nei confronti dei personaggi e dell’ambiente dovrebbero arricchirne il bagaglio emotivo.

Alcune scrittrici si lamentano che l’editoria sia in mani maschili, che se sei donna è più difficile pubblicare e farsi conoscere, devi insomma essere brava il doppio di un uomo per avere metà della sua considerazione. Ti riconosci in questa affermazione o pensi che finalmente uomini e donne abbiano le stesse possibilità, sia in Italia che negli Stati Uniti dal tuo punto privilegiato di osservazione, conoscendo entrambe le realtà?

Posso solo parlare della mia esperienza. Il tempo che mi è stato necessario per pubblicare e farmi conoscere non mi sembra essere stato legato al fatto di essere donna. Non credo peraltro che una scrittrice debba essere più capace di un uomo per essere apprezzata. Forse in Italia quel che fa la differenza sono le aderenze politiche, le presenze televisive e mediatiche come sportivi/e o intrattenitori/intrattenitrici… tutte cose che non hanno niente a che vedere con la creatività e che esulano totalmente dall’appartenenza all’uno o all’altro sesso. Da una parte e dall’altra dell’oceano vedo donne che scrivono thrillers e gialli di successo, che vincono prestigiosi premi fino al Nobel. Certo negli USA la grande tradizione femminista ha spianato la via per tre generazioni di donne: in Italia non vedo femminismo, e anzi mi cruccia che tante ragazze sembrino fare a gara per rinforzare gli stereotipi maschilisti. È forse anche la mancanza di un pensiero e di una sorellanza femminista che fa sentire sole tante scrittrici italiane!

Nel 2000 hai pubblicato negli USA Lumen, il primo romanzo della serie poliziesca di Martin Bora, che comprende anche: Luna Bugiarda, Kaputt Mundi, La canzone del cavaliere, Il morto in piazza, La Venere di Salò, La Morte, il Diavolo e Martin Bora e Il signore delle cento ossa. L’ordine cronologico di pubblicazione non corrisponde all’ordine cronologico delle storie. Perché questa scelta così peculiare?

Mi è sempre piaciuto cominciare in medias res, nel mezzo. Una volta che “vedo” un personaggio nel suo mondo, alle prese con la sua vita, ne posso ricostruire il passato: è una specie di chiromanzia al contrario, una lettura di ciò che è stato e che ha formato il protagonista. Il romanzo di formazione implica uno sviluppo della personalità descritta. Nel caso di Martin Bora, che per ragioni storiche si trova a vivere in un mondo dove tutto è in deformazione a causa della guerra, ho la possibilità di sviluppare la personalità del personaggio, che al contrario di quanto accade in molti romanzi di detection non è mai uguale, né si comporta nell’identico modo; ma ho pure l’opportunità di mostrarne il graduale disfacimento delle illusioni (non degli ideali). Poiché ciò che Martin Bora è non è prescindibile dal suo passato e dalla sua educazione, ecco che per “spiegarlo” è utile e necessario fare occasionali passi indietro, presentandolo a chi legge come era qualche anno prima di una data esperienza. Ogni romanzo è indipendente, e – per così dire – gli album di famiglia di Bora possono essere sfogliati indipendentemente, anche in presenza di incidenti irrimediabili come le ferite o la separazione dalla moglie Benedikta.

Seguendo il tuo consiglio, ho seguito l’ordine storico e l’impressione generale è che attraverso gli occhi del protagonista tu voglia delineare un accurato affresco storico molto personale. La parte di detection quanto è complementare? In che misura incide sull’economia dei romanzi?

È vero, insieme all’archeologia, la storia è un mio antico amore. Per quanto possibile, mi interessa raccontare un periodo storico attraverso gli occhi di chi lo vive ed esperisce. Spero che l’aggettivo “personale” sia più giustamente ascrivibile alla visione individuale che ha Martin Bora dei suoi tempi che alla mia: i fatti storici sono e restano tali, anche se ognuno di noi li carica di valenze diverse. Quanto al fattore detection all’interno dei romanzi, costituisce un’utile disciplina formale, ma non cambia il significato che cerco di dare a ogni romanzo; la risoluzione del crimine mi interessa soprattutto in funzione dell’effetto che ha sul protagonista stesso. Ovviamente in un giallo che vuole essere letterario, gli elementi tipici della detection non possono mancare, e occupano spazio: questo deve essere garantito tutto, ma la forma che tale spazio ha può e deve servire anche le esigenze stilistiche della narrazione.

Nell’epigrafe di Il signore delle cento ossa citi Junichiro Tanizaki: Ci rassegniamo all’ombra, invero, e /senza disgusto. E’ la luce fievole? / Lasciamo che il buio ci ingoi e scopriamo in esso la bellezza.  In che misura il buio e la bellezza ti hanno influenzato nella stesura di questo libro?

Ho letto molta poesia, specialmente in passato. Nella buona poesia mi piacciono non solo le immagini, ma anche la concisione estrema e l’eleganza formale con cui sono espresse. Un’enorme lezione per chi scrive romanzi. Gli haiku giapponesi, nella loro brevità, sono esemplari. La bellezza, sia pure intesa in modo quanto mai idiosincratico e individuale (Beauty is in the eye of the beholder, “La bellezza risiede nell’occhio di chi vede…” o, in parole povere, è bello ciò che piace), è necessaria al mondo. La mancanza di bellezza, l’abitudine al brutto, possono uccidere. Quanto al buio, lo apprezzo ma non lo amo particolarmente: amo invece molto la penombra, confine fra luce e buio, in cui scopro la bellezza più prontamente che nell’oscurità completa. Spesso i miei personaggi si muovono nella penombra del dubbio e delle difficili decisioni morali. Nel caso de Il signore delle cento ossa, il giovane Bora crede di muoversi nella luce delle certezze, mentre è già assediato dalla notte della sua scelta politica.

Come sono nate le trame? Quali sono stati i punti di partenza narrativi?

Ogni trama è naturalmente un caso a sé. Di rado mi ispiro a fatti realmente accaduti, tanto più che l’ambiente della Seconda guerra mondiale è di per sé realistico. Spesso, per quel che mi riguarda, la trama nasce da un dialogo (Lumen), da un proverbio (Luna bugiarda), a volte addirittura da un quadro (La Venere di Salò) o da una fotografia (I misteri di Praga) che fungono da metafora: in nuce, la storia vi è contenuta per ragioni di associazione mentale, e poi si tratta di svilupparla in modo credibile, popolandola di personaggi ed episodi. Faulkner parlava dell’immagine a volte apparentemente fuori contesto che lo ispirava a creare: senza paragonarmi a lui, mi riconosco nel fenomeno.

La ricostruzione storica molto accurata è sicuramente la parte che ti ha richiesto più tempo per il reperimento e la selezione delle fonti. Hai proceduto metodologicamente come per la scrittura di un saggio? Puoi raccontarci a quali fonti hai fatto riferimento?

La storiografia sul Secondo conflitto mondiale (come sulla romanità e la Mitteleuropa) è sconfinata. Preferisco le fonti primarie a quelle secondarie, resoconti e diari ai saggi a posteriori; se conosco il linguaggio, scelgo le fonti nell’originale. E poi viaggi, sopralluoghi, cartine, foto, letteratura, musica e arte d’epoca, meglio se originali, e naturalmente i siti internet di buona reputazione. Il bagaglio accademico mi aiuta nella selezione dei testi, anche se fatalmente si finisce col partire per questa o quella tangente a seconda di dove porta la propria curiosità: da questo punto di vista le ricerche per il prossimo romanzo di Elio Sparziano (La traccia del vento, in uscita in Italia a fine ottobre 2012) e di Martin Bora (Il cielo di stagno, in uscita a maggio 2013) sono emblematiche: per il Bora “russo” (che si svolge a Kharkov nel 1943), oltre alle fonti citate sopra mi sono anche affidata a scrittori come Isaak Babel (Armata a cavallo), un ebreo di Odessa che fu intellettuale, rivoluzionario, epurato e fucilato nel giro di ventun anni; per La traccia del vento, che ha come setting la Britannia del Tardo Impero, ho errato dalla Historia Augusta ai diari di viaggiatori nel nord dell’Inghilterra edoardiana…

Sei stata influenzata anche da film, sceneggiati, canzoni d’epoca?

Senza dubbio. Sono un’amante dell’opera e dell’operetta, e in generale della musica, sia classica che popolare. Come il 1914 non è immaginabile senza Strauss, Schoenberg e Stravinsky, così gli anni Quaranta italiani non sono tali se si ignorano film come Giarabub o Ossessione. A volte ci sono citazioni specifiche nel romanzo, da Zarah Leander in Lumen a La strada nel bosco in Luna Bugiarda. D’altra parte, come scrittrice non posso prescindere da film moderni come Apocalypse Now di Coppola, Sentieri Selvaggi (The Searchers) di Ford, e L’ultimo treno di Alexei German. È un patrimonio ricchissimo!

La figura di Martin Bora è liberamente ispirata a Claus von Stauffenberg, il colonnello della Wehrmacht che attentò alla vita di Hitler, e a Oskar Schindler, come citi nella nota finale a Lumen. Come hai costruito il suo personaggio? Che tipo di maturazione e presa di coscienza lo caratterizzano?

Mi faccio scrupolo di usare come protagonisti personaggi realmente vissuti. Se necessario, li faccio apparire come comprimari o comparse. Detto questo, la costruzione del personaggio di Martin Bora deve molto al conte Stauffenberg, come pure a diversi altri ufficiali del circolo degli attentatori. La loro cultura classica e internazionale, le loro idee religiose (protestanti o cattoliche), il milieu sociale da cui provenivano mi hanno dato ampio materiale da cui creare un personaggio composito eppure a se stante, complesso e piuttosto originale. Una volta disegnato il tipo fisico e morale, gli ho attribuito educazione, talento, interessi, esperienze di viaggio. La personalità di Bora è quella di un giovane colto dei suoi tempi, nel quale istinto e repressione, coscienza di classe e pietà umana convivono con molta difficoltà.

La sua anima sarà mai salva?

La questione posta nel poscritto di Lumen è ancora valida: si può salvare l’anima di chi, come Bora, appartiene, sia pure come militare, al mondo del Terzo Reich? Mi sembra che negli otto titoli finora portati a termine Bora abbia dato prova della sua tenuta etica e mentale, anche in circostanze terribili come la guerra civile spagnola o l’assedio di Stalingrado. Ho buone speranze che continuerà, peraltro a suo rischio e pericolo, a percorrere la via retta nonostante gli ostacoli che incontra sul cammino.

Vedremo mai Martin Bora al cinema o alla tv?

Mi farebbe piacere… anche se mi pare di capire che poi si ponga il problema di come il personaggio viene modificato per il grande o piccolo schermo, dalla scelta dell’attore che lo interpreti alle variazioni operate in sceneggiatura. Ci siamo tutti detti spesso: “Bello, ma non somiglia affatto al romanzo…”

Oltre alla serie dedicata a Martin Bora ha avuto grande successo anche la tua serie ambientata nel IV secolo d.C., dedicata al soldato dioclezianeo Elio Spaziano, che comprende: Il ladro d’acqua, La Voce del fuoco e Le Vergini di Pietra. Dalla Germania nazista all’Antica Roma, quali sono state le difficoltà maggiori nel reperire le fonti?

Certo è meno complicato (quantitativamente, non qualitativamente) reperire fonti affidabili per gli anni 40 del Novecento che non per il IV secolo dopo Cristo. In realtà però esiste un’ottima saggistica sul Tardo Impero – o Dominato, come lo definiscono gli studiosi anglosassoni – da cui trarre informazioni. Da esperta di archeologia in diversi contesti di scavo ho il grande vantaggio di poter letteralmente toccare con mano siti e reperti tardoantichi. A volte la difficoltà è legata alla lingua dei testi di ricerca: le mie scarsissime conoscenze di russo e ucraino non mi permettono per esempio di fruire della saggistica di Mosca o Kiev, che devo leggere in traduzione. Fortunatamente me la cavo in quattro altre lingue moderne, più due antiche…

I misteri di Praga e La camera dello scirocco sono un omaggio alla Praga della vigilia della Prima Guerra Mondiale. Cosa ti ha affascinato maggiormente di questo luogo e di questo periodo storico?

Credo di avere essenzialmente un’anima mitteleuropea. Dopo aver vissuto in Friuli, ho cominciato a interessarmi di cultura, arte e letteratura austroungarica: da quello al subire il fascino di Praga, dell’ebraismo dell’Est e della ricca tradizione folkloristica che va da Vienna a Varna, il passo è stato breve. Praga magica di Angelo Maria Ripellino, e poi le opere di Kafka, Meyrink, Jan Neruda, Hrabal, Hacek, Capek, le poesie di Nezval, hanno fatto il resto. I miei viaggi a Praga e in Boemia sono stati compiuti quando già sapevo di dover cercare il Golem nella soffitta della Sinagoga Vecchio-Nuova, e i lacerti della Belle Epoque a Karlovy Vary/Karlsbad. Un’epoca creativa, fragile, appassionata, per sempre stroncata dalle trincee della Grande Guerra.

La tua lingua letteraria è l’inglese, e tua traduttrice ufficiale è Paola Bonini. Hai avuto modo di rileggere le avventure di Martin Bora in italiano? Che sensazioni hai provato?

Paola e io siamo in grande sintonia; la sua sensibilità e cultura sono squisite. Leggere le sue traduzioni dei romanzi di Bora è un piacere e allo stesso tempo una scoperta: rendere immagini, sentimenti, espressioni idiomatiche in una lingua del tutto diversa dall’inglese è un’impresa in cui lei eccelle. Ho il vantaggio naturalmente di parlare italiano, e di poter giudicare da lettrice la qualità della sua traduzione. Questo non è necessariamente vero per le altre lingue in cui sono tradotti i miei romanzi: devo fidarmi ciecamente di chi mi traduce in polacco o ungherese, per esempio!

Hanno annunciato la pubblicazione di The Tin Sky, per il 2013. Ce ne vuoi parlare?

È da parecchio tempo che pianificavo di scrivere dell’esperienza di Bora sul fronte sovietico. Ho cercato di dare un assaggio ai lettori sia attraverso i ricordi del protagonista descritti in altri titoli che nel racconto “Il giaciglio d’acciaio” per l’antologia natalizia di Sellerio Natale in giallo. Il cielo di stagno, ambientato nell’estate del ‘43, intende dare un’immagine del fronte russo piuttosto diversa da quella che conosciamo attraverso la memorialistica (Il sergente nella neve, L’armata tradita, Centomila gavette di ghiaccio). Bora è, sì, reduce da Stalingrado, ed è circondato dalla follia della guerra. Ma si trova nell’assolata Ucraina dove, tanto per cambiare, niente è come sembra, la morte è letteralmente in agguato e il passato è legato al presente in modo imprevedibile. Le ricerche sono state lunghe e complesse, non ultimo perché la storia della “Piccola Russia” negli ultimi quattrocento anni è intrisa di dramma, sangue e leggenda.

Infine, nel salutarti  ringraziandoti per la disponibilità, mi piacerebbe chiederti: stai attualmente lavorando ad un nuovo romanzo? Eventuali altri progetti?

Ad ottobre uscirà il nuovo titolo di Sparziano, La traccia del vento (in cui il Vallo di Adriano è più simile a un forte del Far West o ad una guarnigione in Iraq che al tipico castrum romano, e a volte Elio ed il suo amico-nemico Baruch ben Matthias somigliano alla “Strana Coppia” dell’omonimo film). Seguirà per Sellerio Il cielo di stagno nel 2013. Mi sto preparando al prossimo romanzo di ambiente romano, probabilmente ancora più eterodosso dell’ultimo, e non mi dispiacerebbe ritagliarmi un po’ di tempo libero per un viaggio attraverso la Moravia e la Slovacchia: la Mitteleuropa continua a mandare il suo richiamo!

:: Un’intervista con Robert Littell a cura di Giulietta Iannone

11 agosto 2012

Grazie Robert per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Robert Littell? Punti di forza e debolezza.

Robert Littell vive alla fine di una trafficata stradina in una vecchia casa su una collina che domina il fiume Dordogne in Francia. Trascorre le sue ore leggendo e scrivendo, anche se non necessariamente in questo ordine. Quando era più giovane ha studiato chitarra classica e, per sport, ha fatto  alpinismo. La cosa grandiosa di arrampicarsi sulle Alpi, vicino al Monte Bianco, è che ti dimentichi di leggere e scrivere, pensi solo a dove potrai mettere la punta delle dita o la punta dei tuoi piedi. In breve, l’alpinismo concentra la mente verso la cosa più essenziale: la sopravvivenza. Con l’età si è rassegnato a fare lunghe passeggiate in montagna ed a guardare le cime delle montagne che una volta saliva.

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Sono nato, cresciuto e diseducato a Brooklyn, New York, nello stesso quartiere (e più o meno anche nello stesso periodo) di Woody Allen. Ho studiato letteratura alla New York University e ho trascorso quattro anni nella Marina degli Stati Uniti, la maggior parte del tempo a bordo di un cacciatorpediniere. All’età di 21-25 ho avuto così tante responsabilità (da ufficiale di plancia come navigatore della nave) che sogno ancora una nave incagliata a causa di un errore che ho fatto. L’esperienza in marina è stata molto difficile, sul momento – ero solito contare il numero di giorni che mi mancavano prima del congedo – ma guardando indietro, fù un periodo molto formativo. Ho anche scritto un romanzo (Sweet Reason) ambientato a bordo di un cacciatorpediniere. Dopo la Marina sono tornato all’ Università e, infine, ho fatto il giornalista, lavorando come scrittore per Newsweek. Nel 1970 ho lasciato il mio lavoro per trasferirmi in Francia e scrivere il mio primo romanzo. Grazie ad una grande fortuna ho potuto fare lo scrittore fino da allora.

Quando ti sei reso conto che volevi fare lo scrittore?

Pensa che quando ero molto giovane – avevo qualcosa come dieci anni – una volta ho aperto un quaderno e ho deciso di scrivere un romanzo (in inchiostro). Ricordo di aver pensato che se avessi potuto solo immaginare una prima frase, il resto sarebbe venuto. Non ho mai scritto quella prima frase, così il notebook è rimasto vuoto – fino a quando ho smesso per Newsweek e in qualche modo sono riuscito a scrivere quel romanzo.

Raccontaci qualcosa dei tuoi libri? Quale è il tuo preferito?

I miei preferiti sono Mother Russia (ambientato a Mosca), The October Circle (ambientato in Bulgaria, in cui sono stato molte volte) e, più recentemente, The Stalin Epigram [L’epigramma a Stalin, Fanucci, 2010] (la storia del grande poeta russo Osip Mandel’stam, che disse la verità su Stalin e alla fine pagò per questo con la vita). Il mio libro attuale, Young Philby, [Il giovane Philby, Fanucci, 2012] vorrei metterlo proprio lì con questi altri. Amo molto ambientare romanzi in altri paesi e in altre epoche e ricreare quei luoghi e quei tempi – in Young Philby, ho ricreato la Vienna dei primi anni Trenta, la Spagna durante la guerra civile, l’inizio della Seconda Guerra Mondiale. Suppongo che il motivo del mio particolare interesse per gli anni Trenta sia che oggi siamo ossessionati dalla crisi economica mondiale, ma le preoccupazioni e i pericoli di oggi sono nulla in confronto a ciò che la gente, specialmente gli ebrei, gli zingari, gli omosessuali – hanno dovuto affrontate durante il periodo in cui Hitler e il fascismo stavano per sorgere.

Sei stato ispirato da eventi reali nella creazione delle trame?

Sì, certo. Ma se un romanzo si basa in particolare su un particolare periodo storico o su un evento, tutti i romanzi – i personaggi, l’interazione dei personaggi, gli eventi – hanno le loro radici nella vita dello scrittore. Consciamente o inconsciamente. Sono sempre sorpreso di trovarmi a scrivere un dialogo che mi sembra in qualche modo familiare, quando ci penso mi rendo conto che era un frammento di conversazione che ho sentito quando ero bambino o adolescente o adulto. Forse è giusto dire che, in definitiva, uno scrittore è qualcuno che scava nella sua propria vita.

Ora parliamo del tuo nuovo romanzo Young Philby da poco distribuito in Italia da Fanucci con il titolo Il Giovane Philby e tradotto da Olivia Crosio. Cosa ti ha ispirato a scriverlo? Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

La miccia che mi diede l’idea di scrivere un romanzo su Kim Philby, chiaramente la più grande spia del suo secolo, fù una conversazione che ebbi a Gerusalemme alcuni anni fa con il sindaco emerito di quella città, Teddy Kollek. Racconto questa conversazione nell’epilogo di Il Giovane Philby. Kollek, un giovane austriaco socialista, era a Vienna quando Kim Philby,  giovane laureato di Cambridge, vi giunse nel 1933 – Kollek conosceva Philby di vista, e conosceva Litzi Friedman una radicale, che divenne l’ amante di Philby e più tardi la sua prima moglie. C’è un segreto sepolto in questa storia mi disse Kollek – un dettaglio su Philby che non avevo mai conosciuto prima e che ha gettato una nuova luce sull’intera storia di questo doppio agente britannico. Ma certamente non voglio svelarvi tutto!

Puoi raccontarci qualcosa della trama di questo libro?

Philby era un personaggio incredibilmente affascinante – insieme ai suoi compagni di classe provenienti da Cambridge, tutti molto di sinistra, tutti molto idealisti, tesserati comunisti- decise di cambiare il mondo, o almeno di aiutarlo a muoversi in una certa direzione. Il problema – il dilemma! – per Philby e per i suoi amici del college , negli anni Trenta, era se schierarsi dalla parte di Stalin al fine di lottare contro la marea fascista che minacciava di travolgere l’Europa. Ci deve essere stata certamente una grande quantità di sofferenza in questa scelta – già negli anni Trenta il mondo era a conoscenza del programma di collettivizzazione di Stalin che aveva provocato la morte di milioni di contadini (la prima fame “organizzata”al mondo fu opera di Stalin), sapevano anche che aveva eliminato molti avversari potenziali (Trotsky, Bucharin, Zinoviev, Kamenev, etc) nelle purghe e tramite esecuzioni. Era, sicuramente, per Philby e la sua generazione, il classico caso di sentirsi presi tra Scilla e Cariddi. È opera del romanziere quella di immaginare come navigarono tra i due(italiani!) pericoli per la navigazione. (Quando ero in Marina a bordo del mio destroyer, mi ricordo che stavo navigando attraverso lo stretto di Messina e passai quello che la carta di navigazione aveva etichettato come Scilla.) Forse tutta la vita è un problema di navigazione tra Scilla e Cariddi.

Che tipo di ricerche sono state necessarie?

Un grande lavoro. Ho trascorso qualcosa come un anno leggendo quasi tutto ciò che è stato scritto su Philby (incluse le sue proprie “memorie”, pubblicate dopo che aveva cercato asilo in Unione Sovietica e quindi sospette dal momento che il manoscritto avrebbe dovuto essere approvato da parte della polizia segreta), e tanto materiale sugli anni Trenta e Quaranta e Cinquanta. Se si inizia a leggere di un soggetto, è difficile poi fermarsi. Ma ad un certo punto al ricercatore deve subentrare il romanziere e dire “Stop. E’ ora di scrivere “.

Quali sono le tue influenze?

Le mie influenze letterarie? In termini di fiction sono stato e rimarrò un grande ammiratore di F. Scott Fitzgerald – sia per la sua scrittura, la sua riscrittura, il suo perfezionismo, le sue trame intricate. Quello che ammiro – arrivando a riverire! – a proposito di Fitzgerald è che egli era sia un artista e che un artigiano. Troppi artisti non sono artigiani, troppi artigiani non sono artisti. La parte difficile è quella di essere entrambe le cose. Ho letto una grande quantità di libri di storia e biografie. Per la sezione che tratta della guerra civile spagnola in Il giovane Philby, per esempio, ho fatto affidamento su un libro magistrale dello storico inglese Antony Beevor, dal titolo The Battle for Spain. Per le sezioni del mio romanzo che riguardano  Stalin mi sono basato sulle più recenti biografie di Stalin (Stalin: The Court of the Red Tsar e Young Stalin) dello storico inglese Simon Sebag Montefiore.

Chi preferisci Robert Ludlum o John Le Carre?

Le Carre, certamente. Non perché scrive romanzi di spionaggio. Ma perché è uno scrittore raffinato e un romanziere meraviglioso. E’ una coincidenza che l’oggetto dei suoi romanzi sia molto spesso lo spionaggio. Ma io odio quando lo definiscono uno scrittore settoriale, cioè quando lo definiscono diversamente da un romanziere compiuto.

Pensi che ci sia una rinascita della spy story? Qual è il futuro della spy story?

Non ne ho idea. A mio modo di pensare Il giovane Philby è più di un romanzo storico (circa una figura centrale che è una spia) è un romanzo di spionaggio. Ma ancora una volta, perché limitare la definizione di qualsiasi romanzo …

Ci sono film in programma tratti dal tuo libro?

No.

Definiresti il terrorismo la contemporanea “Guerra fredda”? Sei d’accordo?

No. La guerra fredda era molto più semplice – e, finora, molto più pericolosa. Più semplice perché sapevamo chi fosse il nemico e dove il nemico fosse e più o meno quello che voleva. Più pericolosa perché ogni lato avrebbe potuto distruggere l’altro, insieme con la vita come la conosciamo sul Pianeta Terra. Oggi abbiamo solo una vaga idea di chi sia il nemico, non abbiamo idea di dove  sia – e abbiamo solo le nozioni più primitive di ciò che il nemico (per nemico mi riferisco all’Islam radicale) vuole. Ma questo nemico radicale, finora, ha mostrato solo la capacità di distruggere le Torri Gemelle, al contrario di distruggere l’America e le sue infrastrutture. Questo potrebbe cambiare se l’Islam radicale ottenesse, diciamo, le armi nucleari dal Pakistan.

Come possono i lettori entrare in contatto con te?

Il modo tradizionale è quello di scrivere lettere indirizzate a me tramite il mio editore. Ho sempre risposto alle lettere dei lettori.

Verrai in Italia per presentare i tuoi romanzi?

No.

Raccontami qualcosa sul tuo prossimo romanzo. A cosa stai lavorando in questo momento?

Mi dispiace. Sono superstizioso e non parlo mai di ciò che sto scrivendo. Ho paura che se ne parlo, possa sparire.