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:: Recensione di Ragazzi di belle speranze di Nathalie Bauer (Cavallo di Ferro, 2013) a cura di Giulietta Iannone

23 settembre 2013

ragazzi-di-belle-speranze“Medico di padre in figlio, vi invidio” aveva detto Declercq, ma più che la scelta di un mestiere era l’ammirazione che provavo per l’uomo, per la sua dirittura morale e il suo senso di responsabilità, che mi legava a lui. Anche se avevo deciso di minimizzare i fatti, alla fine gli raccontai tutto, le piaghe aperte, abissali, che privavano i volti dei nasi, della bocca, delle mascelle, e ci costringevano a iniettare nei feriti acqua e caffè con una sonda inserita nell’esofago, gli occhi terrorizzati, le mani coperte di sangue, di terra, di merda, i corpi proiettati in aria, tagliati in due, disintegrati, i corpi in putrefazione immersi nel fango dei parapetti, sopra i quali marciavano i soldati affondati nella terra, i corpi formicolanti di larve e mosche, sì, raccontai tutto, tutto ciò che evitavamo di raccontare tra colleghi perchè dovevamo mostrarci duri e coraggiosi, e alla fine, senza respiro, sul punto di scoppiare a piangere, mi abbandonai al suo abbraccio, al conforto dei suoi “ragazzo mio”, e ” Raymond, mio caro figlio”.

E’ difficile non pensare ad Addio alle armi di Ernest Hemingway leggendo Ragazzi di belle speranze (Des garçons d’avenir, 2011) della scrittrice e traduttrice francese Nathalie Bauer. Non certo per lo stile o le capacità tecniche, che fanno di Hemingway un colosso della letteratura mondiale, ma più che altro per una sensazione, una consapevolezza, un sentimento di perdita, di spreco: l’ olocausto di un’intera generazione, quella della belle époque, sacrificata nelle trincee della Grande Guerra. Una guerra sporca, disperata, che probabilmente non trova riscontri nell’intera storia dell’umanità per ferocia e per barbarie. Una guerra combattuta con i gas, violando sistematicamente le convenzioni umanitarie, con vittime civili quasi comparabili a quelle militari, una guerra combattuta con anni e anni di guerra di trincea, con pile e pile di cadaveri ammonticchiate in fosse comuni.
L’antimilitarismo di Hemingway definitivo, feroce, disarmante, traspare in filigrana anche in questo romanzo difficilmente classificabile. E’ un romanzo di formazione, forse, parla infatti della maturazione e dell’affacciarsi alla vita del protagonista, Raymond Bonnefous, giovane studente di Medicina, narratore in prima persona di una storia in parte autentica, tratta dai diari, dalle lettere del vero Raymond Bonnefous, nonno dell’autrice. E’ quindi una biografia, narrata con le cadenze di una confessione, di un diario intimo e spirituale, inframmezzato di foto, anch’esse autentiche, scattate dallo stesso Raymond con una vecchia Kodac, comprata  a Bruey nel 1915. E’ un romanzo storico, in cui l’affresco d’epoca costruito tramite un attento studio e una certosina attenzione per i particolari, anche minimi, si amalgama alla parte romanzata, altrettanto credibile e verosimile. E’ un romanzo psicologico scritto da una donna, che vede l’amicizia, il coraggio, l’amore, la morte con gli occhi di suo nonno, con affetto, tenerezza, immedesimazione quasi completa.
La scrittura è sontuosa, ricca, densa, interpretata dal traduttore Carlo Mazza Galanti, con intensità e profondità, più attenta alle delicate modulazioni psicologiche dei personaggi che al desiderio di stupire, intrattenere, commuovere. L’amicizia che lega i tre personaggi principali, Bonnefous, Declercq e Morin, sovrasta tutte le restanti voci del romanzo, con un intensità quasi dolorosa, tormentata. E’ fatta di solidarietà, di affetto virile, di comunione, di fraterna comunanza resa più profonda dalla stretta vicinanza, quasi una voce che supera l’insensatezza della guerra in cui i ragazzi sono immersi, il frastuono dei mortai, le grida strazianti dei feriti e dei moribondi. E questa amicizia, più forte anche dell’amore che Raymond prova per Zouzou, la protagonista femminile, esce in fondo vincitrice non ostante tutto, non ostante il mondo che conoscono muoia per sempre, non ostante il futuro non sia come lo sognavano, o come desideravano che fosse.
E’ strano che il racconto di una guerra così lontana possa evocare sentimenti e speranze tanto attuali, moderne, forse perché la giovinezza con i suoi ideali, i suoi sogni e le sue speranze, è la stessa anche oggi, e i ragazzi di allora sono identici ai ragazzi di oggi. Un romanzo che andrebbe letto nelle scuole, assieme ai libri di storia della Prima Guerra Mondiale, per capire il passato e comprendere meglio se stessi. Da leggere.

Nathalie Bauer è nata a Parigi nel 1962 dove si è laureata in Storia. Impara l’italiano per passione, da sola, e nel 1990 comincia la sua carriera di traduttrice diventando una delle più importanti traduttrici dall’italiano (fra i suoi lavori: Primo Levi, Natalia Ginzburg, Paolo Giordano, Margaret Mazzantini, Antonio Pennacchi). Nel 2007 pubblica il suo primo romanzo, Le feu, la vie. Nel 2011 pubblica Ragazzi di belle speranze con il quale è stata finalista al prestigioso Premio Femina.

:: Recensione di Dormi bene, amore mio di Hillary Waugh (Polillo, 2013) a cura di Giulietta Iannone

22 settembre 2013

dormi beneDopo che il poliziotto se ne fu andato, Fellows si mise a rileggere i rapporti. Decise che ci voleva ancora una bella pazienza per risolvere il caso. In tutti i delitti esiste sempre una buona percentuale di falsi indizi e bisogna prevederlo. Aveva abbastanza esperienza per saperlo, ma stavolta sembrava che tutti gli indizi riportassero le indagini al punto di partenza.

Se come me siete appassionati di police procedural vintage, rigorosamente anni Cinquanta, non vi sarà sfuggito questa primavera Dormi bene, amore mio (Sleep Long, My Love, 1959) di Hillary Waugh, tradotto da Giovanni Viganò per la collana I mastini della Polillo, già edito alcuni anni fa per la collana I classici del Giallo della Mondadori con il titolo Un fantasma ha ucciso.
Il nome Hillary Waugh a dire il vero non mi ha detto granché, ma sono andata a spulciare la bio nella aletta posteriore del volume e risulta essere uno scrittore nato nel Connecticut nel 1920, decisamente prolifico, avendo al suo attivo una cinquantina di opere firmate sia con il suo nome che con vari pseudonimi, di cui alcune già edite in Italia sempre dalla Mondadori. Un maestro del police procedural insomma, famoso soprattutto per E’ scomparsa una ragazza, (Last Seen Wearing, 1952), considerato da alcuni critici uno dei migliori police novel mai scritti.
Dormi bene, amore mio inizia senza clamore, quasi in punta di piedi: un uomo e una donna, sullo sfondo di una squallida stanza da letto, parlano della loro storia ormai giunta al capolinea. L’uomo è stanco, vuole rompere la relazione e tornare dalla moglie, mentre la donna si aggrappa all’ultimo scampolo di speranza: non può lasciarla, è incinta. Dopo questa rivelazione l’uomo capisce di non avere scelta: l’unica sua via d’uscita è ucciderla.
Poi la scena cambia, un dipendente scopre un’effrazione in un’ agenzia immobiliare di Stockford e chiama il suo capo, che a sua volta si rivolge alla polizia locale e parla con il capitano Fred Fellows che manda a rilevare le impronte il sergente investigativo Sid Wilks. La cassaforte non è stata toccata, manca solo dall’archivio la cartellina con i contratti di affitto. Potrebbe essere un caso senza importanza ma il capitano Fellows sospetta che l’effrazione nasconda un crimine ben più grave. Approfondisce le ricerche e arriva nella villetta data in affitto dall’agenzia ad un certo Campbell, e nella cantina, in un baule, fa una macabra scoperta: il tronco di una donna. Pochi indizi: il monogramma sbiadito su alcune valigie, un indirizzo di una donna scarabocchiato su un block notes, una vaga descrizione dei presunti coniugi Campbell fatta dai vicini, un garzone che consegna a domicilio la spesa che li ha visti da vicino come l’impiegato dell’agenzia immobiliare, l’unico ad aver incontrato Mr Campbell alla stipula del contratto, la presunta auto della coppia una Ford 1957, color avana con targa del Conneticut e parafanghi ammaccati, ma l’identità della donna e del fantomatico Mr Campbell sembrano fumose, quanto questo intricatissimo caso. Ogni traccia sembra portare in un vicolo cieco, ma Fred Fellows e Sid Wilks non hanno nessuna intenzione di arrendersi.
Police procedural classico, Dormi bene, amore mio, è un romanzo costruito intorno a un delitto che si potrebbe definire perfetto. Mi stupisco che il grande Alfred Hitchcock non ne abbia tratto uno dei suoi magistrali thriller tutta suspense e inquietudine, anche se esiste una versione cinematografica del 1960, Jigsaw, diretta da Val Guest e interpretata da Jack Warner nei panni di Fellows e da Moira Redmond come Joan Simpson. Per tutto il romanzo infatti, seguiamo l’indagine investigativa dei due poliziotti protagonisti, una classica caccia all’uomo in piena regola disseminata da una ridda di vicoli ciechi: la donna di cui trovano l’indirizzo, certi che sia la morta, si rivela essere una ragazza abbordata dal fantomatico Mr Campbell, un tipo anonimo, corporatura media, capelli scuri, occhi marroni, vestiti di buona fattura per un testimone, ordinari per un altro, simile a migliaia di altri, perso in un’indefinita folla senza volto e senza identità; la Ford color avana risulta essere l’auto di un venditore di aspirapolvere con cui la vittima trascorse una breve avventura. Poi un’intuizione del capitano porta a fare un controllo tra tutti i dentisti di Townsend e finalmente il nome della morta viene scoperto, ma l’identità dell’assassino resta ancora un mistero.
Niente DNA, niente tecniche investigative alla CSI, siamo alla fine degli anni Cinquanta, tutto si basa su riscontri, controlli telefonici, deduzioni investigative, a volte fortuite come l’ultima sul finale che smonta la confessione dell’assassino, e anche solo fare un identikit del probabile assassino viene suggerito da un reporter intraprendente e fatto eseguire da una sedicenne di una scuola d’arte. Sullo sfondo la provincia americana conservatrice e un po’ bigotta, e la condizione della donna che se a trent’anni non era sposata era considerata finita. Memorabile il finale. Per intenditori.

Hillary Waugh (1920-2008), nato a New Haven, Connecticut, dopo la laurea all’Università di Yale prestò servizio in aeronautica, ottenendo i gradi di pilota nel maggio del 1943. Il suo primo romanzo, un mystery classico intitolato Madam Will Not Dine Tonight, fu pubblicato nel 1947. Dopo altre due storie con le medesime caratteristiche, Waugh decise di passare a un genere diverso, il giallo procedurale, quello cioè in cui il lettore, in un crescendo di tensione, viene accompagnato passo per passo nelle indagini della polizia fino alla soluzione finale. Lo scrittore divenne uno dei più illustri specialisti in questo campo a partire dal 1952, anno in cui pubblicò Last Seen Wearing (È scomparsa una ragazza), che il critico inglese Julian Symons ha incluso nella lista delle 100 migliori crime novels di tutti i tempi. Di stampo analogo è l’altrettanto famoso Sleep Long, My Love (Dormi bene, amore mio). Molto più violenti sono invece i romanzi con protagonista Frank Sessions, un detective della Squadra Omicidi di New York. Nel corso della sua carriera Waugh scrisse oltre cinquanta opere firmandole col suo vero nome e con gli pseudonimi di Harry Walker, H. Baldwin Taylor ed Elissa Grandower. Nel 1989 fu insignito del titolo di Grand Master dai Mystery Writers of America.

:: Un’ intervista con Janet Evanovich

17 settembre 2013

otto volanteCiao Janet. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuta su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Janet Evanovich? Punti di forza e di debolezza .

Dal momento che sto finendo il mio ultimo romanzo proprio in questo momento, consentitemi di dire solo che sono una moglie, una madre, una nonna e una scrittrice. La mia forza è la mia disciplina nella scrittura. La mia debolezza sono le torte.

Quando hai capito che avresti voluto essere una scrittrice ?

Suppongo che volessi scrivere da quando ero una bambina. Ho iniziato da bambina infatti a inventare storie .

Raccontaci qualcosa del tuo debutto. La tua strada verso la pubblicazione .

Ho iniziato a scrivere a 30 anni, quando i miei figli erano piccoli. Scrivevo durante il giorno mentre loro erano a scuola. Ho scritto tre libri prima di avere successo e ho anche avuto un sacco di lettere di rifiuto. Dopo un decennio di scrittura, ho finalmente venduto il mio primo manoscritto – in realtà  una fama di breve durata!

Parlaci dei tuoi libri. Quale è o sono i tuoi romanzi preferiti?

Ho scritto più di quaranta libri. I primi erano romance . Poi ho avuto molto successo con la serie di Stephanie Plum, che io chiamo avventure romantiche. Chiedi alla maggior parte degli scrittori e vi diranno che il loro libro preferito è quello su cui stanno attualmente lavorando. Per me , questo è Takedown Twenty, che sarà pubblicato questo autunno.

Parlaci della tua protagonista della tua serie, Stephanie Plum.

Stephanie è come me – una rossa maldestra. L’ unica differenza è che Stephanie è più giovane, più sexy e può mangiare quello che vuole e non aumenta di peso.

Leggi altri scrittori contemporanei? Cosa stai leggendo in questo momento?

Poichè lavoro 12 ore al giorno, sette giorni la settimana , non ho molto tempo per leggere libri. Ma nel corso degli anni, ho avuto i miei preferiti. Nella narrativa, mi piace tutto di Robert B. Parker e Robert Crais. Nella non-fiction amo Anthony Bourdain. Il suo libro, Media Raw, è stato davvero grande .

A cosa stai lavorando in questo momento?

Sto finendo il 20 ° romanzo della serie Plum – Takedown Twenty.

:: Recensione di La vipera di Håkan Östlundh (Fazi, 2013) a cura di Giulietta Iannone

11 settembre 2013

viperaDopo Anne Holt e Jussi Adler Olsen un altro giallista scandinavo mi ha tenuto compagnia quest’estate: Håkan Östlundh. Svedese, giornalista, forse meno conosciuto in Italia dei precedenti, ma altrettanto interessante, (ha accettato una mia intervista e spero di farlo di conoscere di più al pubblico italiano), autore di La vipera Un nuovo omicidio dell’isola di Gotland, (Blot, 2008) secondo episodio della serie di Fredrik Broman, tradotto dallo svedese da Alessandro Bassini ed edito fa Fazi editore.
Il primo episodio della serie Gotland, l’isola di Dio, sempre edito da Fazi, era uscito in Italia l’anno scorso e per una ragione o per l’altra si era perso nella grande produzione dei gialli e thriller che giungono dal grande Nord, non dandomi l’opportunità di leggerlo, ed è stato sicuramente un peccato. Lo stile di Östlundh è sicuramente gradevole, il ritmo più veloce del classico giallo rarefatto e introspettivo nordico, avvicinandosi forse più all’impianto narrativo d’oltre Oceano, sebbene l’autore non disdegni un accurato affresco della società svedese, descrivendone per esempio le rivendite statali dove si possono compare gli alcolici, non ancora disponibili almeno fino al 2008 nei supermercati, come la Coop Konsum, citata nel romanzo, i rapporti parentali allargati e parte del sistema giudiziario e penale.
Levide, isola di Gotland, costa orientale svedese. Kristina Tranues sta aspettando il ritorno a casa  del marito Arvid, stabilitosi da anni in Giappone per lavoro. Non è un ritorno gradito, la donna nel frattempo ad iniziato una relazione con il cugino del marito, suo vecchio corteggiatore e l’ansia la spinge a fare un sogno premonitore, una vipera che si insinua nel suo letto. Pochi giorni dopo il suo corpo e quello del suo amante vengono rinvenuti dalla donna delle pulizie nell’elegante salotto della loro villa. Il marito Arvid, presunto colpevole del duplice delitto, sembra scomparso. Ma sarà davvero lui l’assassino? E’ l’inizio di un’ indagine che coinvolgerà la squadra investigativa di Fredrik Broman, che si troverà ad indagare su una vicenda familiare complessa e dolorosa, in cui niente è quello che sembra, fino all’incidente che quasi costerà la vita al protagonista.
In effetti definire Fredrik Broman protagonista, è un po’ impreciso, l’autore rende protagonista tutta la squadra investigativa, Ove Gahnstrom, Sara Oskarsson, Gustav Wallin, Goran Eide, Eva Karlen, dando un afflato piuttosto corale, dove nessun personaggio prende completamente i riflettori su di sé. La struttura narrativa è duplice, accanto all’indagine vista come un lungo flashback, si alternano capitoli in cui viene descritta la degenza di Fredrik Broman, aggiungendo pathos drammatico ad una vicenda già drammatica di  per sé. Buoni i dialoghi, sicuramente funzionali ed efficaci, che si alternano alla parte descrittiva in modo complementare. Naturalmente si scoprirà il colpevole, mentre bisognerà aspettare il prossimo episodio della serie per scoprire la sorte che toccherà a Fredrik Broman.

Håkan Östlundh è nato nel 1962 a Uppsala e vive a Stoccolma. Giornalista per il quotidiano «Dagens Nyheter», da metà anni Novanta ha intrapreso la carriera di sceneggiatore per la tv. Della serie di Fredrik Borman, Fazi editore ha pubblicato nel 2012 Gotland, l’isola di Dio.

:: Recensione di Il burattino di Jim Nisbet (TimeCrime, 2013) a cura di Giulietta Iannone

6 settembre 2013

CopBurattino_lowSiamo a Dip, Stato di Washington, un’afosa località persa tra campi di grano e fattorie. Mattie Brooke, ragazza di campagna un po’ invecchiata ma ancora attrente, lavora come cameriera nella tavola calda di Morderai Sturm e intanto sente che la vita le sta scorrendo attorno, mentre sogna che Jedediah Dowd, proprietario di un ranch nelle vicinanze, un giorno la sposi, innamorata, più che di lui, delle lettere struggenti e poetiche che sua madre aveva scritto negli anni 40, prima di morire.
Poi un giorno entra nella sua vita un forestiero di passaggio, Tucker Harris, reduce del Vietnam, commesso viaggiatore, dedito all’alcool e alle anfetamine. Passano insieme una notte selvaggia di sesso e passione (più lotta all’ultimo sangue di pesci siamesi combattenti nell’acquario), così lontana dalla noia e il solitario trantràn a cui Mattie è abituata e il giorno dopo Tucker le lascia una poesia di Verlaine, Clare de lune, scritta su un velo di Scottex, dandole appuntamento tra un anno.
Così inizia Il burattino (Death Puppet, 1989) noir sulfureo e feroce scritto magistralmente da un Jim Nisbet in stato di grazia. Difficile credere che sia stato un americano ad averlo scritto, sebbene personaggi e ambientazioni più americani di così si muore, non tanto per la trama quanto per la scrittura così barocca, eccessiva, bizzarra, colta, ricca di citazioni letterarie (la parodia blasfema dell’incipit di Orgoglio e pregiudizio di Jane Austen è uno dei tanti esempi che mi vengono in mente) scevra dalla linearità ed essenzialità dei maestri del noir americano.
Tradotto da Jacopo Lencowicz ed edito da Fanucci nella sua collana TimeCrime, Il burattino, che ricordiamolo è figlio degli anni Ottanta, sebbene ancora inedito in Italia, fu infatti scritto da Nisbet nel 1989, in piena era reganiana, figli dei fiori, guerra del Vietnam e controcultura beat ancora un ricordo recente, (specie per uno scrittore di San Francisco), racchiude molta bellezza e qualche difetto, dovuto principalmente ad una certa disomogeneità e pesantezza quando descrive dall’interno, tramite un forsennato e debordante stream of consciousness, la follia di Tucker Harris, personaggio che vive con un ingombrante diavoletto nella testa che gli parla, lo sfotte, lo incita nelle sue nefande imprese.
Tornando alla trama: Mattie Brooke dopo l’incontro con Tucker Harris si trova ad un bivio, niente sarà più come prima. L’arrivo alla tavola calda di due hippy da San Francisco, che si mettono a litigare con un avventore e il proprietario, segna un suo crollo emotivo e una ribellione che la porterà ad essere licenziata in un’esplosione di caraffe di caffè e vetri infranti. Poi quando i due forestieri, Scott e Eddie, le chiedono di portarli da Jedediah, qualificandosi come suoi vecchi amici e compagni d’arme, Mattie, forse troppo fiduciosa, ma è un suo difetto o meglio parte del suo fascino, accetta e inizia un viaggio che la porterà a scoprire che Jedediah non è l’uomo che credeva che fosse, per non parlare dei due stranieri o dello stesso Tucker Harris, che a quanto pare non è andato lontano.
In un crescendo narrativo, che culmina in una ipercinetica resa dei conti nel ranch di Jedediah a base di marijuana, omicidi, esplosioni (e anticipa con un certo anticipo le derive iperrealistiche e splatter di alcuni narratori noir e registi contemporanei, in cui le esplosioni di violenza, con schizzi di sangue, corpi crivellati dai proiettili e cadaveri carbonizzati, si associano ad una graduale presa di coscienza e deframmentazione dei personaggi), Nisbet trascina il lettore suo malgrado in una vicenda al calor bianco in cui realismo e verosimiglianza vengono sospesi in favore di una accettazione quasi incondizionata di motivazioni e obbiettivi, giustificabili forse solo con la follia.
Ingenua, sensibile, fondamentalmente romantica, anche se si crede una ribelle, Mattie è senz’altro l’eroina principale del romanzo e la sua parabola discendente verso la dannazione e o la salvezza, (sta al lettore deciderlo in un finale quanto mai aperto), viene seguita dall’autore con partecipata tenerezza, lasciata sospesa come una promessa non mantenuta. Bellissimo.

Jim Nisbet è nato nel North Carolina nel 1947. Vive a San Francisco, dove costruisce mobili. Finalista al Pushcart Prize e all’Hammett Prize, è stato tradotto in dieci paesi. In Italia, sono già usciti per Fanucci Editore Prima di un urlo (2001), Iniezione letale (2009) e Cattive abitudini (2010), per TimeCrime I dannati non muoiono (2012).

:: Recensione di L’ex avvocato di John Grisham (Mondadori, 2013) a cura di Giulietta Iannone

4 settembre 2013
ex avvocato

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L’ ex avvocato, (The racketeer, 2012), del maestro indiscusso del legal thriller John Grisham, uscito in Italia a gennaio 2013 per Mondadori nella collana Omnibus, e tradotto da Nicoletta Lamberti, è forse l’unico caso, nella nutrita produzione dell’ ex avvocato di Jonesboro, autore di vere e proprie pietre miliari del genere come Il momento di uccidere, Il Socio, Il Rapporto Pelican, che vede come protagonista principale un (ex)avvocato afro-americano. Nell’era di Obama presidente, casualmente anche lui avvocato, anche un mostro sacro come Grisham ha pensato bene di immedesimarsi nelle vicissitudini di un ex Marine, ex avvocato, ex paladino della giustizia, figlio di un integerrimo poliziotto che ha dedicato tutta la sua vita a proteggere e servire, per lanciare un vero atto di accusa contro i difetti e le carenze del sistema giudiziario e penale americano.
Per farlo ha scelto di narrare la storia di una vendetta, contro il sistema federale, e l’FBI principalmente, che verrà sbertucciata alla grande in modo a dire il vero un po’ sleale e paradossale, (con tutto il rispetto per Grisham non credo proprio che all’ FBI siano tutti così sprovveduti), di un uomo, novello Robin Hood, che si vede rovinate vita e carriera da un’ ingiusta condanna. Vendetta che porterà il protagonista a commettere poi veri e propri reati e raggiri con una naturalezza da consumato delinquente (pensiamo solo alla scena in cui vende alcuni lingottini al corpulento siriano dalla barba grigia), ormai svincolato dalla giustizia grazie all’immunità completa che si è guadagnato, lui e alcuni sui complici, patteggiando con l’FBI, perdendo la sua aura di eroe positivo, o per lo meno vittima del sistema, con cui lo conosciamo all’inizio, in favore di una patina da vero e proprio “villain”(quando non dice con una certa perfidia a Vanessa della presenza dei serpenti nel capanno i punti da cattivo se li guadagna tutti, per non parlare dell’ironia e indifferenza per la sorte del “povero” Nathan, che certo anche lui non è uno stinco di santo, ma insomma…).
Più action noir che legal thriller dunque, trama ideale per uno sciupato e cattivissimo Denzel Washington, (che tra l’altro ha impersonato nella mia mente Malcolm/Max durante tutta la lettura) già protagonista dell’ action thriller “Safe House” – “Nessuno è al sicuro” del regista, metà svedese, metà cileno, Daniel Espinosa, regista che sembra destinato a dirigere anche l’adattamento cinematografico de L’ex avvocato, secondo The Hollywood Reporter.
Ma torniamo alla trama del romanzo. Malcolm Bannister, ex avvocato di un modesto studio legale di provincia, radiato dall’albo della Virginia perché coinvolto suo malgrado in una vicenda piuttosto complicata di riciclaggio di denaro sporco, sta scontando la sua pena di dieci anni in un carcere di minima sicurezza vicino Frostburg, nel Maryland. Detenuto modello, passa il suo tempo come bibliotecario e aiutando i suoi compagni di pena nelle loro beghe legali. Quando lo conosciamo noi ormai sono passati cinque anni dalla condanna e sembra che non ci sia altro da fare che aspettare di scontare l’intera pena, con vita distrutta e corollario completo di marchio infamante di ex galeotto, una volta uscito.
Ma il nostro “eroe” ha altri progetti, ha infatti escogitato un piano ingegnoso, quanto diabolico, per uscire di galera svincolato da qualsiasi pendenza legale, conquistarsi le grazie di Vanessa, una sventola da paura molto intraprendente, tipica ragazza da gangster da film noir, (il divorzio dalla moglie e la perdita del figlio sembra che l’abbia lasciato senza ferite evidenti) e ciliegina sulla torta guadagnarsi un futuro tranquillo e privo di preoccupazioni economiche mettendo le mani su una classica pentola piena d’oro.
Ora, se sospendete per un attimo la sete di verosimiglianza e plausibilità, nei ringraziamenti l’autore mette le mani avanti e avverte che è tutta fantasia, forse ancora più del solito, e che ha ampiamente fatto uso dell’immaginazione per evitare di verificare date e fatti, è un romanzo godibile e soffuso da una vena anarchica che ai miei occhi pone Grisham sotto una nuova luce. Il classico tema dell’eroe solitario che lotta contro il sistema viene rivisitato in una sorta di gangster story un po’sgangherata in cui un apprendista “malvivente”,(vertiginosamente conscio che la sua storia di menzogne e di raggiri, ha ben poche probabilità di andare a buon fine e invece, a dispetto di tutto, funziona davvero), batte il sistema quattro a zero.
Certo i tizi dell’FBI con cui ha a che fare sono emeriti imbecilli, prima gli credono senza subodorare niente, certo presi dal vortice “è un giudice federale, cazzo, non abbiamo uno straccio di pista”, poi sono incapaci di seguire le sue tracce (fidandosi unicamente di un gps, facilmente neutralizzato dal nostro), e vedere cosa stia combinando, tra un jet privato per la Giamaica e l’altro. Perché il nostro eroe, sfuggendo ai controlli, viaggia come il più efficiente degli agenti segreti, si procura documenti falsi, contatta ex trafficanti di droga, crea una “finta” società di produzione cinematografica, affiancata da una società di Miami che risponde al telefono facendo finta che ci siano soci e dipendenti, apre e chiude conti e cassette di sicurezza in paradisi fiscali o meno, si fa la plastica a spese dei contribuenti, per non essere riconosciuto nei momenti più delicati del suo piano, e infine incastra il vero colpevole forse non troppo sveglio ma capacissimo di non lasciare alcuna traccia sul luogo del delitto, (questo sì davvero incredibile dato il personaggio).
Insomma ci si diverte. Complice l’ottima traduzione, scorrevole e ironica di Nicoletta Lamberti e i veloci colpi di scena posizionati da Grisham per tenere il lettore sulla corda non c’è tempo per annoiarsi. Malcolm ha un’ occasione di riscatto e di rivincita e la piglia al volo, in un susseguirsi di avvenimenti che si incastrano alla perfezione permettendogli di mettere in atto la sua macchinazione. La suspense è al massimo, il lettore brancola nel buio più fitto domandandosi dove l’autore voglia andare a parare, finché non succede un fatto tanto inverosimile quanto bizzarro, che non vi anticipo, starà a voi scoprirlo, che accende i riflettori su tutta l’intricata vicenda e che da quel momento in poi mi ha indirizzato sulla strada giusta.
Certo se gli agenti dell’FBI fossero stati meno gonzi, i suoi soci meno efficienti e leali, la vittima “principale” di tutto questo castello di carte meno ingenua e credulona, ma che importa Malcolm Bannister è nato infondo sotto una buona stella, e la simpatia che riesce ad ispirare pure negli FBI gabbati, rende accettabile anche il chiassoso ed esagerato happy ending. Se si deve sognare tanto vale farlo in grande sembra dirci ammiccando Grisham, che forse anche lui in fondo in fondo sogna di fare il colpaccio e non sembra calcare la mano sul biasimo morale che il protagonista dovrebbe ispirare (ok, non traffica in droga, non uccide nessuno, si limita ad entrare nelle pieghe oscure del sistema, forzandolo dall’interno), e noi lettori in questa vertiginosa sarabanda dell’inverosimile non possiamo che abbozzare, forse un po’ storditi, ma complici.

John Grisham è nato a Jonesboro, nello Stato americano dell’Arkansas, l’8 febbraio 1955. Si è laureato in legge nel 1981, per nove anni è stato avvocato penalista. Ha ricoperto anche incarichi politici come membro della Mississippi House of Representatives. È nel comitato dell’Innocence Project di New York ed è presidente del comitato del Mississippi Innocence Project alla facoltà di legge dell’University of Mississippi. È l’autore di: Il momento di uccidere, Il Socio, Il Rapporto Pelican, Il Cliente, L’appello, L’uomo della pioggia, La Giuria, Il Partner, L’avvocato di strada, Il Testamento, I Confratelli, La casa dipinta, La convocazione, Fuga dal Natale, Il re dei torti, L’allenatore, L’ultimo giurato, Il Broker, Innocente, Il professionista, Ultima sentenza, Il ricatto (2009), Ritorno a Ford County (2010), Io confesso (2010), tutti editi da Mondadori. Vive in Virginia e in Mississippi.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Anna dell’ufficio stampa Mondadori.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria

:: Recensione di La vendetta degli innocenti di Joseph Hansen (Elliot, 2013) a cura di Giulietta Iannone

2 settembre 2013

VENDETTA (LA)_Layout 1Forse il più politico dei romanzi hardboiled della Dave Brandstetter Mystery series di Joseph Hansen.
La vendetta degli innocenti (The Little Dog Laughed,1986), edito da Elliot nella collana Raggi Gialli, e tradotto da Luciano Lorenzin, ci catapulta verso la metà degli anni ’80, in pieno Irangate. Certo il nome di Oliver North da Hansen non viene fatto, ma un suo personaggio, il Colonnello Zorn, lo richiama in un certo senso alla mente e l’intera vicenda è un’aperta denuncia, con toni non certo estremistici come è nello stile pacato dell’autore, contro le attività più o meno occulte e legali che il governo americano svolse in Centroamerica, nella sua incessante guerra al comunismo.
Passati gli anni la vicenda ha naturalmente perso gran parte della sua carica sovversiva e di denuncia, Oliver North è ormai un bolso e pacato commentatore televisivo dedito a istituire borse di studio per i figli dei militari morti o invalidi e, probabilmente, le nuove generazioni neanche l’hanno sentito mai nominare, sta di fatto che quando uscì il romanzo era scottante attualità, difficile e scomoda. Quest’ incursione nella spy story, o meglio nella fantapolitica, forse non rappresenterà la vena più felice di Hansen, che dà il suo meglio nei ritratti di caratteri e di ambienti, tuttavia è per lo meno insolita e curiosa e arricchisce di sfumature e profondità un autore non scontato né prevedibile.
Ambientato come sempre nella California del Sud, La vendetta degli innocenti, ottavo episodio della serie, già uscito nel 1989 nella collana del Giallo Mondadori con il titolo Silenzio di piombo, vede Dave Brandstetter indagare, per conto di una compagnia di assicurazioni, sulla morte di Adam Streeter, famoso corrispondente estero, abituato a scrivere reportage per i maggiori giornali del paese sui fatti più scottanti e controversi accaduti nel mondo. In un primo momento la morte sembra un evidente caso di suicidio, ma alcuni particolari sembrano non convincere Brandstetter.
Innanzitutto una coppia di vasi di fiori in frantumi sembra suggerire la presenza di un intruso. La coppia di vicini della casa di fronte con un’ ottima vista sullo studio, sembra essere sparita nel nulla in fretta e furia e soprattutto mancano i fogli, i dischetti, e gli appunti su cui Streeter stava lavorando. A detta della figlia, che aveva anche trovato il cadavere, infatti suo padre stava indagando su alcuni avvenimenti scottanti legati a Los Inocentes, un paese immaginario del Centroamerica, molto simile al Nicaragua, in cui governativi, appoggiati segretamente dagli americani, e ribelli, tacciati di essere comunisti, si fronteggiano senza esclusioni di colpi.
Brandstetter ci mette poco a dimostrare, contro gli interessi della sua compagnia, (se fosse un suicidio la Banner Insurance Company non dovrebbe pagare la polizza sulla vita di Streeter), che è avvenuto un delitto, ma sfortunatamente la polizia arresta l’uomo sbagliato, Mike Underhill, un assistente di Streeter trovato con un’ ingente quantità di denaro, a suo dire in suo possesso per comprare un aereo necessario per gli spostamenti in Centroamerica (e Brandstetter sa che è la verità).
Poi un testimone sembra aver notato un mezzo militare davanti alla casa del presunto assassino e sebbene per la sua compagnia il caso sia chiuso Brandstetter decide di continuare una sua indagine personale in cerca della verità, aiutato dal suo compagno e stretto collaboratore Cecil Harris, tornato al suo vecchio lavoro di giornalista televisivo, che sembra aver assistito involontariamente ad un anomalo episodio accaduto nei suoi studi televisivi la notte della morte di Streeter.
Di presunti colpevoli ne troverà in abbondanza, a partire dall’avida ex moglie di Streeter, forse quella con il movente più evidente, dedita ad alcool, psicofarmaci e  amanti giovani, in lotta con l’ex marito per l’affidamento della figlia Chrissie, beneficiaria di un ingente patrimonio ereditato dalla nonna. Per arrivare a Fleur, giovane cambogiana, legata a Streeter da un rapporto di dipendenza e interesse, amante dello stesso testimone che Brandstetter credeva così fondamentale. Poi c’è sempre l’assistente a cui l’investigatore tende a credere, ora al sicuro nelle celle delle prigioni di stato. Chi può dirlo che non riservi sorprese? Per non parlare del Colonnello in pensione Zorn, legato alla sparizione dell’ ex ministro degli esteri di Los inocentes, il Generale Cortez-Ortiz, un uomo sanguinario e spietato conosciuto col soprannome di El Carnicero, il macellaio, con tutto l’interesse a far tacere Streeter sulle sue attività in Centroamerica.
Come sempre sarà l’interesse a guidare la mano dell’assassino e a Brandstetter non rimarrà che vedere la pista dei soldi dove porta.
La vendetta degli innocenti titolo enigmatico quanto l’originale The Little Dog Laughed, (che probabilmente rimanda al nome di qualche operazione sotto copertura), è come sempre un romanzo piacevolmente ben scritto, e tradotto, ricco di quella calda umanità che il protagonista, ormai invecchiato, (non ha più il fisico per fughe e inseguimenti), sa trasmettere. La sua relazione con Cecil Harris, personaggio che nel finale riserverà una piccola sorpresa, (oltre ad arrivare fortunosamente in tempo), procede placida e rilassata, cadenzata dal trantràn quotidiano, da gesti trattenuti d’affetto, da cene romantiche, e rassicuranti battibecchi coniugali.
Come sempre gli squarci sulla vita privata del protagonista e del suo compagno allentano la tensione drammatica e danno un senso di vita vissuta realistico e piacevole, alternati a descrizioni di ambienti e paesaggi vivide e efficaci che elevano a vera letteratura romanzi apparentemente solo commerciali e destinati ad un mercato di massa.
La bellezza dei romanzi di Hansen risiede infatti nella capacità di non essere unicamente destinati ad un pubblico settoriale di lettori, ma di conservare caratteristiche universali in cui cultura, tendenze sessuali o politiche, colore della pelle, generi non assumono la minima valenza. La caratterizzazione dei personaggi, non solo principali ma anche di contorno, è sempre onesta e accurata, capace di far restare nella mente personaggi che entrano in scena anche per sole poche pagine pensiamo a McGregor,  a Porfirio, o a Harry Gernsbach.
La parte puramente investigativa, con sullo sfondo il pigro sergente Jeff Leppard della polizia di Los Angeles, forse più interessato alla sua vita sentimentale che al caso, si basa principalmente sull’interrogazione di testimoni, conoscenti, familiari che Brandstetter incontra a volte casualmente, a volte con il preciso obbiettivo di raccogliere informazioni e isolare il movente di questo delitto che pian piano che si avanza nella lettura si rende sempre più evidente.
Alcune sottotrame si inseriscono discrete e delicate come il dolore del reverendo per la morte del figlio, o la modesta vita familiare della sorella di Porfirio, ottima cuoca di piatti messicani, capace di accendere un cero in chiesa sia per il fratello che per Brandstetter. Funambolico e caciarone il finale, ironicamente action, con Brandstetter che arranca, conscio di non avere più l’età per queste cose, salvato in extremis dall’arrivo di Cecil Harris con tutta la cavalleria.

Joseph Hansen Nato nel 1923, è stato un poeta e scrittore, conosciuto soprattutto grazie alla serie dedicata all’investigatore privato Dave Brandstetter. Condusse nel 1960 il programma radiofonico Homosexuality Today e, nel 1970, partecipò alla realizzazione del primo Gay Pride a Hollywood. Nel 1992 vinse il Premio alla carriera dell’associazione Private Eye Writers of America e il Lambda Literary Award for Gay Men’s Mystery della Lambda Literary Foundation per l’ultimo romanzo della serie di Dave Brandstetter, A Country of Old Men (1991). Hansen morì per un attacco di cuore nel 2004 nella sua casa a Laguna Beach, California.

:: Un’ intervista con Paola Ronco

31 luglio 2013

luce illuminaBentornata Paola su Liberidiscrivere e grazie di aver accettato questa nuova intervista. Mettiamo in sottofondo una canzone di Paolo Conte e intanto che la caffettiera gorgoglia stilaci un tuo breve bilancio. Cosa è cambiato nella tua vita dal 2010? Come vive una piemontese a Genova, il suo essere scrittrice, donna e osservatrice di una società gravata da crisi, infelicità, rassegnazione?

Grazie a voi per l’ospitalità. Dal 2010 a oggi, in effetti, la mia vita è cambiata in maniera radicale. Dal punto di vista personale posso dire di aver fatto tabula rasa, allontanando persone e situazioni che non avevano più niente a che fare con me, e trovando il mio vero centro. Non è stato un processo sempre facile; come canta Paolo Conte, per l’appunto, in un mondo adulto si sbaglia da professionisti, ma oggi posso dire di essere serena e in pace con me stessa. Il bilancio personale, insomma, è molto positivo. Non posso dire lo stesso di quello generale; la crisi si sente eccome, non ho bisogno di dirlo, e condiziona in maniera pesante il futuro e le scelte possibili. Mi chiedo spesso, in effetti, se riusciremo mai a trovare un punto di rottura oltre il quale non sia più possibile adattarsi a questo tipo di sistema economico e morale.

E’ appena uscito il tuo nuovo romanzo La luce che illumina il mondo, edito da Indiana editore, un piccolo editore di Milano molto attivo e interessante. Come hai deciso di pubblicare con loro?

Quello con Indiana editore è stato per me un incontro felice; li seguivo con interesse dalla loro nascita, nel 2011. Hanno le idee chiare, l’entusiasmo e un catalogo davvero bello. Quando ho pensato che il mio testo fosse pronto, sono stati i primi a riceverlo. Verso la fine del 2012, dopo aver ricevuto una proposta poco convincente da un altro editore, li ho ricontattati, giusto per capire se potevo avere qualche possibilità. Pochi giorni dopo ho ricevuto la telefonata da Bernardino Sassoli de’ Bianchi.

Parlaci un po’ di questo libro, da alcuni definito un noir fantascientifico. Come è nata l’idea di scriverlo? Come sono nati i personaggi?

Come ho già raccontato, La luce che illumina il mondo nasce, letteralmente, da un sogno di qualche anno fa; ricordo ancora oggi le immagini di una città alluvionata e di un corteo di eretici in nero, pronti a darsi fuoco. Nel sogno facevano la loro comparsa, molto brevemente, anche Florestano Leoni e la sua Melissa.
Da quella visione sono partita per inventarmi una città, che somigliasse in tutto a quelle che conosciamo ma non fosse reale. È un tipo di approccio su cui rifletto fin dai tempi di Corpi estranei, e che con questo romanzo si è accentuato parecchio; cercare di raccontare la realtà evitando di citarla in maniera esplicita, aggirando i rischi della cronaca, trasportando insomma il nostro mondo e i suoi accadimenti da un’altra parte.

Il romanzo è ambientato a Sumonno, una città immaginaria, attraversata da un fiume e divisa in settori come Berlino appena terminata la Seconda Guerra Mondiale. Da un lato i poveri rinchiusi in una baraccopoli di lamiera ZonaSviluppo, poi la zona dei ceti medi CittàProgresso con palazzi dormitorio, supermercati e uffici, e infine la zona ricca CentroRubino. Un po’ discosta l’Isola che si raggiunge con vaporetti allungati come gondole in cui trova l’enorme discoteca di Florestano Leoni, un gangster che avrà un ruolo determinante nel romanzo. Come hai costruito questa città, che modelli hai utilizzato?

Prima di cominciare a scrivere, in fase di documentazione ho letto parecchie cose sulle baraccopoli delle grandi città; per citarne uno, mi è rimasto particolarmente impresso il libro Korogocho, di padre Alex Zanotelli, che racconta la vita quotidiana nel più grande slum di Nairobi. Per CittàProgresso, invece, e in generale per l’assetto di Sumonno, mi sono ispirata alle geometrie della Défense di Parigi. In fase di scrittura mi è venuto naturale immaginare una suddivisione rigida delle zone, esasperando una condizione che vediamo già, a grandi linee, nelle metropoli occidentali.

La famiglia Neri rappresenta il potere, la ricchezza accumulata in generazioni, i compromessi, i raggiri. Costanzo Neri, è una figura dolente, forse stanca, senza il carisma di un tempo. Il figlio Ramsete una specie di Nerone, mondano, cinico, crudele. Il figlio Osiride infelice, solo, plagiato da un guru, pronto a perdere tutto per un po’ di fede. A chi ti sei ispirata per costruire questi personaggi?

Da torinese, mi tocca confessare che la famiglia Agnelli è molto presente nel mio immaginario; il patriarca carismatico, il giovane rampollo beniamino delle cronache mondane, il figlio stravagante che si perde nel misticismo. Sono figure in qualche modo ricorrenti in tutte le grandi famiglie di potere, e possiedono un innegabile fascino, anche e soprattutto per le ombre oscure che si intravedono sotto lo strato levigato della leggenda.

Toni è senz’altro un personaggio interessante. Tormentato, chiuso in se stesso, con un conflitto irrisolto, c’è infatti un avvenimento del suo passato con cui deve fare i conti. Vive una breve relazione con Melissa. Che funzione ha questo personaggio nel romanzo?

Senza voler anticipare niente, Toni rappresenta l’inconsapevole elemento di disturbo in un sistema di modelli codificati. È l’uomo d’ordine che non si permette mai uno scarto, e che si ritrova sotto gli occhi le macerie di una realtà che credeva di poter controllare; è lo sguardo che cerca di prevedere ogni contromossa, e non si accorge di essere intrappolato da sempre. La relazione con Melissa, in questo senso, funge un po’ da detonatore di sentimenti e pensieri che forse non sospettava nemmeno di avere.

Ad un certo punto si attiva una sottotrama quasi poliziesca. La morte di una prostituta senza nome di “proprietà” di Florestano Leoni, porta ad una specie di indagine. Il colpevole è evidente. Questo delitto richiama una vendetta?

La morte della prostituta senza nome è in realtà un pretesto per affrontare, nella mia maniera tangenziale, il tema del corpo femminile usato come merce di scambio. Lo vediamo tutti i giorni nelle pubblicità, nelle cronache dei processi illustri, e tristemente lo leggiamo spesso in cronaca nera. La vittima del mio romanzo non è vissuta, dal suo proprietario prima e dal suo assassino poi, come un personaggio reale, con una sua storia e una personalità; è un corpo da possedere, nient’altro, e la sua morte un incidente di percorso da chiarire ai fini della conservazione del potere, non certo per curiosità o empatia.

L’esercito pattuglia, la pioggia è incessante, il fiume, esondando, semina morti e detriti. Una situazione di emergenza, da scenario apocalittico. Poi si aggiungono gli adepti di una setta, una confraternita ispirata a un’eresia medievale, che iniziano a darsi fuoco per raggiungere il mondo dello spirito, per smuovere le coscienze. Un po’ Blade Runner, penso alla pioggia incessante, l’atmosfera cupa, un po’ 1984 di Orwell, penso ai meccanismi oscuri del potere, sebbene il tuo romanzo non sia proiettato nel futuro?

C’è un po’ di Blade Runner, sicuramente; ho amato molto quel film e le sue atmosfere inquietanti e malinconiche. In quasi tutto quello che scrivo, mi rendo conto, c’è una grande attenzione alla parte ‘visiva’; costruisco le scene procedendo per immagini, e dando molta importanza ai colori, che in questo romanzo hanno un ruolo chiave.

Un tema che affronti è la degenerazione del potere mediatico, utilizzato da alcune famiglie per manipolare l’opinione pubblica e rinsaldare il proprio potere. Giornalisti asserviti, vecchi giornalisti disillusi che il potere cerca di comprare. Informazione e controinformazione. Quale sarà il futuro?

Credo che le cose non cambieranno molto nel lungo termine, e che continueremo a vedere giornalisti ridotti a meri impiegati di gruppi di potere, preoccupati solo di pubblicare notizie su commissione, e poche persone convinte che raccontare e indagare le cause degli eventi sia l’unico modo per fare questo mestiere.

Un altro tema che affronti è l’importanza della memoria necessaria per metabolizzare il passato, in questo caso il terrorismo. Nel romanzo una realtà ormai conclusa, i protagonisti di allora sono quasi tutti morti o in carcere. Dimenticare il passato fa correre il rischio di ripetere gli stessi errori, argomenta un personaggio. Perché pensi che qui in Italia ci sia in atto un processo di rimozione, di rifiuto di un’ elaborazione oggettiva di quei fenomeni di lotta armata?

Mi sembra che in Italia ci sia un processo perenne di rimozione della storia recente, soprattutto quando quella storia non è molto lusinghiera per la nostra immagine. È accaduto con il fascismo, con le guerre coloniali, e certamente anche con il terrorismo. Abbiamo vissuto, viviamo tuttora, momenti di grande lacerazione interna, ci immergiamo nel clima dell’emergenza e del terrore e poi, una volta finito il fenomeno contingente, ci comportiamo come se il fatto non fosse mai avvenuto, come delle persone invitate a una cena cui sia presente un ospite molesto, e che fanno di tutto per fingere di non vederlo o sentirlo. Non ci rendiamo nemmeno conto di quanto male possa fare questa rimozione, e quanti eventi successivi siano in realtà figli di queste ferite mai curate.

Finale spiazzante, non l’anticipiamo, ma mi dà lo spunto per chiederti se per te c’è uno spiraglio di speranza all’orizzonte, o solo i peggiori come sempre se la caveranno?

I miei personaggi, a modo loro, cercano tutti una salvezza, qualcosa che regali loro una specie di speranza; lo fanno in maniere diverse, attraverso il potere, il sesso, la ricerca del trascendente, la rivolta. La risposta non può essere univoca; ognuno ha la responsabilità di cercare il proprio spiraglio di luce, e in molti, purtroppo, preferiscono lasciare questa possibilità ai peggiori.

Grazie della tua disponibilità. Concluderei l’intervista con un’ ultima domanda: progetti per il futuro?

Grazie a voi per l’ascolto. Sono al lavoro per scrivere, sempre per Indiana editore, il seguito della Luce che illumina il mondo; nelle mie intenzioni ci saranno almeno altri due romanzi ambientati nella città di Sumonno.

:: Recensione di Ricatto di James Ellroy (Einaudi, 2013) a cura di Giulietta Iannone

23 luglio 2013

Ellroy

In Nevada era programmato un test nucleare.
I giornali prevedevano fuochi d’artificio stupefacenti. Anche sulle terrazze degli altri bungalow c’era gente. Ecco Bob Mitchum e una quaglia giovane che fumavano una canna, Marilyn Monroe e Lee Strasberg, Ingrid Bergman e Roberto Rossellini. Tutti con l’aria cotta e contenta dopo una notte di sesso. E tutti con un bicchiere in mano per il brindisi.
Ci salutammo a gesti, ridendo. Mitchum si era portato una radiolina per il conto alla rovescia. Quando l’accese ci fu un fruscio di statica, poi “… 8, 7, 6, 5, 4, 3, 2, 1”. Sentimmo un forte
whoosh.
La terra tremò. Il cielo si accese di malva e rosa. Sollevammo le bottiglie e applaudimmo. I colori sfumarono in una luce bianca splendente. Con un braccio intorno alle spalle di Elizabeth Taylor, guardai Ingrid Bergman dritto negli occhi.

Aspettando Perfidia[1], titolo provvisorio del primo libro di una nuova quadrilogia di Los Angeles, ambientata durante la Seconda Guerra Mondiale, con alcuni personaggi, da giovane, della prima quadrilogia e della trilogia Underworld USA, previsto in Italia per il 2014, i lettori che seguono James Ellroy possono leggere, appena edito da Einaudi, Ricatto (Shakedown, 2012), tradotto da Alfredo Colitto, un capriccio, un divertisment, solo una settantina di pagine.
Un irriverente omaggio, come appunto ci si aspetta da James Ellroy, a Freddy Otash, ex poliziotto, investigatore privato, collaboratore della rivista scandalistica «Confidential», scrittore e attore statunitense di origini mediorientali, fonte di ispirazione già per LA Confidential, e personaggio in The Cold Six Thousand e Blood’s a Rover e nello stesso tempo satira feroce e oserei dire epitaffio della scintillante Hollywood anni Cinquanta, quella degli Studios per intenderci, perbenista di facciata, ma piena di scandali e perversioni.
Quanto ci sia di vero non è dato sapere. Ellroy stesso interrogato sul perché nei suoi libri ci siano tanti retroscena sulle star di Hollywood ormai defunte, ammette che lo fa perché ormai è al sicuro dalle cause per diffamazione. Come sia la legge in questi casi in America lo ignoro, ma sta di fatto che ce ne è per tutti, da James Dean a Liz Taylor, da Katharine Hepburn a Marlon Brando, da Ava Gardner a Marilyn Monroe, una frecciatina anche al povero Paul Newman, poca cosa comunque in questo vortice di ricattati, dove il più pulito ha la rogna: droga, omosessualità, ebbene sì l’omosessualità a Hollywood era un crimine piuttosto infamante, pedofilia, prostituzione, comunismo, ebbene sì anche essere comunisti era un crimine infamante, zoofilia, voyeurismo. Tutto il campionario insomma.
Lampi della scrittura anfetaminica di Ellroy ci sono, in certe pagine lo riconosco e mi ricordo perché ami tanto questo autore, ma la materia è lurida e fetida. Un po’ troppo, tutto assieme insomma, non mediato da una trama solida. Già l’avvio è piuttosto strampalato e inverosimile. Freddy Otash ormai defunto se ne sta nella cella 2607, a scontare i suoi peccati nel braccio degli sconsiderati scassafamiglie del Purgatorio dei perversi. Per guadagnarsi il Paradiso deve confessare tutto e per farlo, in comunicazione telepatica, deve narrare le sue memorie a chi se non a James Ellroy, che già quando era vivo era interessato ai suoi diari segreti, per una serie televisiva destinata a qualche canale via cavo, intitolata Ricatto. Freddy Otash, seppur cattivissimo e tormentato dalle sue ex vittime con attizzatoi roventi, in realtà è un tipo piuttosto ingenuo a credere a questo patto scellerato e di nuovo nel suo corpo anni Cinquanta si lancia nell’impresa. Si sorride ogni tanto, umorismo e ironia non mancano, ma tutto scorre troppo veloce, verso un finale forse un po’ troncato.
Solo per appassionati.

James Ellroy è nato a Los Angeles nel 1948. E’ l’acclamato autore della L.A. Quartet – Dalia nera, Il grande nulla, LA Confidential e White Jazz, così come della Underworld USA trilogy: American Tabloid, Sei pezzi da mille, Il sangue è randagio. E’ anche auore della non-fiction, Caccia alle donne. Ellroy vive a Los Angeles.


[1] Perfidia è il titolo di una celebre canzone di Alberto Dominguez, la stessa canzone su cui Lee Blanchard e Kay Lake danzano la notte di Capodanno del 1946, in Dalia Nera (1987).

:: Recensione di Avvoltoi di Luigi Bernardi (Doppiozero, 2013) a cura di Giulietta Iannone

22 luglio 2013

coverE’ da pochi giorni uscita, unicamente in formato digitale, una raccolta di tre racconti brevi di Luigi Bernardi, per Doppiozero, intitolata Avvoltoi e composta da Voglio te, A morte scoperta e Madre mia di morte nera. Giunge essenzialmente inattesa, solo a marzo è uscito dell’autore il suo ultimo romanzo, Crepe, che abbiamo avuto modo di recensire su queste pagine virtuali. Luigi Bernardi ci ha abituati alle sorprese e non è autore costretto a sfornare opere per logiche di marketing, a volte non rispettose dei ritmi della creatività. Se ha pubblicato questa raccolta e perché ne sentiva la necessità, perché si sentiva pronto a parlare di due temi, solo apparentemente slegati e quasi contrapposti. La morte e il legame tra genitori e figli. Nella nota finale è tutto spiegato, la genesi dei racconti e chi sono gli “avvoltoi” del titolo, oltre a contenere una verità, una riflessione stessa sulla narrazione, che ci avvicina di più al modo con cui gli scrittori osservano la vita.
Tre racconti dunque, autonomi, indipendenti, coerentemente difformi anche per scelte stilistiche, il primo portatore di una terza persona più oggettiva, imparziale, da osservatore esterno, i restanti due definiti da un’ introspettiva  prima persona,  uniti solo accidentalmente da una omogeneità tematica che predispone all’ascolto, alla ricerca di nessi e connessioni nascoste. Perché quasi sempre Bernardi parla di altro, sottende significati che ad una prima lettura superficiale sfuggono. Consiglio infatti più di una lettura, sono racconti brevi, non vi porteranno via più di pochi minuti e vi accorgerete che già a una seconda lettura l’apprezzamento e la comprensione miglioreranno e vi lasceranno intravedere il modo particolare di Bernardi di dire cose profonde, anche quando non pare.
Il primo racconto Voglio te, il più militante, cadenzato dalle strofe della canzone del 1974 di Mogol Battisti, Due mondi, dedicato e qui rimando alla nota finale, è sicuramente il più strutturato per trama e sottotrame. Inizia con la chiusura di una bara, descritta con minuzia di particolari come un rito, non religioso seppure ne conserva tutta la sacralità. In un alternarsi di un prima e di un dopo, il tempo fluttua e ci concede un mistero da svelare. Un uomo e una donna si incontrano per parlare di un terzo personaggio che non compare, ma che è il protagonista occulto del racconto. Un personaggio che è la personificazione dei responsabili dei sogni traditi del 68, scarnificazione di un Saturno che divora i suoi figli, anche quando la sua unica arma resta la memoria.
In A morte scoperta e Madre mia di morte nera, racconti più allegorici e se vogliamo più brevi, volutamente narrati in prima persona, quasi si ha la sensazione di assistere a delle confidenze, sussurrate, documentate, catartiche. In A morte scoperta, il tono è più deciso, consapevole, l’io narrante elabora un lutto e parla di suo padre attraverso un sogno, negando volutamente i toni retorici dell’agiografia. Pur non sfuggendo sfumature d’affetto. In Madre mia di morte nera, più intimistico e sfumato, un figlio ricorda la madre lasciandosi sfuggire un liberatorio Solo il desiderio di essere figlio, una volta tanto nella vita. Lo stile letterario di Bernardi, caratterizzato dall’ immediatezza, dall’ essenzialità, e da una certa asciuttezza priva di accessori inutili o superflui, frutto di puliture e limature, ha ormai raggiunto la acuminatezza di una lama capace di recidere, nervi, tendini, vene, luoghi comuni.

Luigi Bernardi (1953, Ozzano dell’ Emilia) ha creato e diretto case editrici, riviste e collane di libri e fumetti. Come narratore ha pubblicato: i romanzi Tutta quell’acqua (Dario Flaccovio, 2004) Senza luce (Perdisa Pop, 2008) la trilogia Atlante freddo (Zona, 2006) e alcune raccolte di racconti. E’ autore di libri sui rapporti tra crimine e contemporaneità tra cui A sangue caldo (DeriveApprodi, 2002). Ha scritto per il teatro e per il fumetto. Vive e lavora a Bologna, di cui ha raccontato storie e memoria in Macchie di rosso (Zona, 2002). Il suo sito: www.luigibernardi.com

:: Recensione di Apologia di uomini inutili di Lorenzo Mazzoni (La Gru, 2013) a cura di Giulietta Iannone

16 luglio 2013

uomini inutiliAncora deserto sporco di pubblicità non degradabili, cartelloni stradali in inglese e arabo, con nomi di hotel, ristoranti, locali per turisti. Il mare sfregiato dalle costruzioni dei verdi, gialli, rossi villaggi turistici; una curva, una barca da pesca lasciata in un vicolo sterrato a bloccare il traffico, un dedalo di viuzze sporche, motorini, bambini che chiedevano la carità, e ancora uno stradone impolverato percorso da decine di pulmini scarburati. Case lasciate lì a marcire, costruite fino al primo piano e poi abbandonate, odore di mafia, cartelli politici. Infondo alla strada la moschea.  

Apologia di uomini inutili, edito da La Gru e scritto con sofferta partecipazione da Lorenzo Mazzoni, è un romanzo fatto di scene che si susseguono veloci, alternandosi e seguendo la vita di tre personaggi, tre nerissime caricature di occidentali dolorosamente assorbiti nel loro nulla, nella loro inutilità. Un collage di storie quindi, unite da un unico filo conduttore, un’ unica direttrice. Un’amarissima parabola discendente, testimone di un fallimento, di un doloroso vuoto etico ed esistenziale, prima che politico od economico. Paco, Jerry, Mauro, sono gli antieroi di questa farsa tragica. Le loro vite a perdere, non presentano spiragli di redenzione, o salvezza. Ambientato principalmente tra Sana’a e Urghada, luoghi dove l’autore ha realmente vissuto, Apologia di uomini inutili è un ritratto impietoso, che non tenta di giustificare, un’ umanità colpevole e vuota, incapace di ergersi sugli abissi della sua inadeguatezza. Paco, il più duro, il più deciso dei tre, è un mercenario, un avventuriero che gira il mondo e organizza attentati per tenere vivo un clima di instabilità, voluto da un servizio segreto esclusivo, alla faccia dello Stato e del Sismi. Le sue vittime non sono innocenti, non sono migliori di lui, ma l’indifferenza con cui organizza le loro morti è assoluta, neanche spiegata o giustificata da ideologie o fanatismi. Non ha memoria del passato, non ricorda neanche il suo nome, ma sa di non avere futuro. L’organizzazione si libererà di lui con la sua stessa indifferenza, appena sarà inutile, appena sarà un peso morto. Ingranaggio difettoso in un meccanismo spietato e disumano. Jerry lascia l’Italia per sfuggire ad un amore disperato e non corrisposto, per non sentire più nella sua mente le sue ultime parole: “Non sono innamorata di te. Ti voglio bene ma non ti amo.” Per sfuggire ad una città di provincia, vuota, noiosa, che lo faceva sentire parte di una generazione inutile in un mondo inutile. Diventa così animatore turistico in un resort sul Mar Rosso, a contatto della stessa umanità tamarra e assurda dalla quale sperava di fuggire. Erano arrivati il giorno prima con i voli dall’Italia. Certi erano dei veterani delle vacanze da sogno, altri verginelle sciocche e cadaveriche pronte a lasciarsi trascinare dal loro nulla. Ometti inutili ingannati felicemente dal mito scadente della mobilità a poco prezzo; rapiti dalla magica formula del last minute, dei sette giorni- sei notti, tutto compreso; succubi dell’animatore turistico, il loro tutore della felicità. Infine Mauro, il più fragile a modo suo, quello la cui coscienza gli impedisce di continuare a vivere senza cercare di fare qualcosa, di uscire dalla sua neutralità. Venditore di attrezzi di ferramenta, per una ditta con filiali in tutto il mondo. Venditore per l’Egitto grazie alla sua laurea in Lingua e Letteratura araba. Dopo una sera alcolica finisce a casa di Damiano, conosciuto in un bar dei Navigli. Ed è allora che succede. L’irreparabile. Damiano gli mostra dei video amatoriali girati in Thailandia. Immagini di un bordello di Chumphon, dove bambine Bamar, profughe del Mianmar venivano stuprate e alla fine uccise. L’equilibrio di Mauro va in pezzi,  e non può far altro che uccidere Damiano e iniziare una vita da fuggiasco, finendo infine nello stesso resort di Jerry. Non è una lettura facile, chiariamolo subito. Lorenzo Mazzoni non è uno scrittore commerciale, che utilizza la retorica per attirare consensi, che sposta il baricentro narrativo ad uso e consumo di una letteratura usa e getta, banale, edulcorata, perbenista. C’è una genuina rabbia nei suoi testi, un’ autentica e viscerale nausea e ripugnanza che rendono la sua onestà intellettuale scomoda e provocatoria al tempo stesso, difficilmente classificabile in categorie e generi. Mi stupisco che nel panorama letterario italiano, piuttosto monocorde e conformista, un libro così abbia trovato spazio, e non mi riferisco solo al tipo di autocensura che potrebbero provocare le pagine dolorose e piuttosto traumatiche in cui lo scrittore descrive la visione di filmati in cui si consumano abusi e violenze su bambine thailandesi. Il turismo sessuale e le perversioni legate agli abusi sui minori sono ancora temi tabù, e forse non unicamente per ipocrisia. Possono urtare davvero la sensibilità dei lettori, e fare male. Non certo male quanto quello che viene fatto alle piccole vittime, comunque. Ma proprio allo spirito anarchico che si respira, al desiderio di fare qualcosa, di cambiare qualcosa, di svegliare dall’apatia i lettori. Nostalgia per una letteratura partecipata, figlia di ideali politici e ideologici, così fuori moda, così in disuso. Pandiani ha definito questo romanzo una spy story di denuncia, genere che sembra congegnale all’autore, già in Le bestie Kinshasa Serenade le colpe dell’occidente, e i danni causati dal colonialismo più selvaggio, erano temi sentiti e virulentemente combattuti. Ma a dire il vero molta della sua produzione precedente sceglie le vesti della spy story già dai tempi di  Il banchetto degli scarafaggi. Mazzoni non ha mai nascosto i suoi debiti letterari nei confronti di Kapuscinski, Hartley e Greene. Il Greene soprattutto de I commedianti e Il potere e la gloria. La spy story è un ottimo veicolo per denunciare i mali di questa società contemporanea sempre più indifferente, violenta, disgregata, in disfacimento. Il respiro internazionale (spie e delatori da sempre si sono mossi in scenari esotici, variegati, altri) permette di individuare le cause, di tutto ciò di vedere come tutto sia connesso, in questa società così tragicamente, spropositatamente globalizzata. Un bellissimo libro, amaro e vero, mi sento di consigliarlo, pur avvertendo del linguaggio crudo e forte di alcune pagine.

:: Recensione di Ossa nel deserto di Sergio Gonzàlez Rodriguez (Adelphi, 2006) a cura di Giulietta Iannone

13 luglio 2013

«ossaIgnobile, sì, è la parola giusta. Il legame tra narcotrafficanti, politici, magistrati, polizia e militari, anche ad alto livello, che garantisce impunità ai colpevoli. E chi cerca di fare luce viene eliminato. Una realtà in cui, a volte, troppe, i testimoni diventano i capri espiatori: vengono accusati e sotto tortura costretti a confessare di essere loro gli assassini. Le vittime sono ragazze giovani, ragazze povere che per guadagnarsi da vivere si sfiniscono nelle maquillas. Ragazze che non hanno alcun potere. A volte vengono ritrovati anche corpi di bambine. Moltissimi, quasi la totalità di questi delitti, restano impuniti. Volutamente impuniti. Ho scritto questo libro per loro. Per ridare onore, dignità, storia ai loro corpi ritrovati nel deserto, torturati, mutilati, abusati. Vede, spesso mi domandano se non ho paura a raccontare cose così dure, così tormentate. L´unica risposta che mi è possibile è questa: è il coraggio con cui la vittima affronta, nel momento estremo, una morte indegna, a liberarci dalla paura».

[Intervista a Sergio Gonzàlez Rodriguez – L’Unità 2009]

Era da diversi anni che volevo leggere questo libro, ma forse non ne avevo mai avuto il coraggio. Ossa nel deserto (Huesos en el deserto, 2002) del giornalista e scrittore messicano Sergio Gonzàlez Rodriguez è del 2006, sebbene racconti fatti aggiornati al 2005. Ora grazie ad Adelphi ne ho avuto la possibilità e prima di parlarvene vorrei fare una breve riflessione sulla paura e sul coraggio.
Innanzitutto dell’autore di questo reportage, ma anche dei lettori che si avvicinano a questa storia di orrore, consapevoli che anche solo parlarne, farsene un’idea, è un modo per opporsi a coloro che materialmente perpetrano questi atti e a tutto il corollario di intimidazioni, complicità con la polizia messicana, connivenze del potere politico e delle multinazionali straniere che sfruttano il basso costo della manodopera messicana e non fanno domande[1].

Sono molti i casi di minacce di morte e sequestro nei confronti di persone che hanno criticato l’operato del governo o tentato di far luce sui delitti, come è accaduto all’autore di questo libro.

Leggere questo libro ci pone contro, ci dà delle responsabilità. Il femminicidio sistematico in atto a Ciudad Juárez, nello Stato messicano di Chihuahua, ormai da vent’ anni, è una realtà che lascia sgomenti, confusi, increduli. Sì, è una storia vera, queste donne sono morte, sono state violentate, torturate, mutilate. Di alcune si sono ritrovati i corpi, di altre forse, come ultimo oltraggio, non resterà niente. Sciolte nell’acido, sepolte nel deserto, incenerite in qualche forno crematorio di fortuna, squartate e date in pasto ai maiali in qualche fattoria. Riflettevo che se avessero voluto tutte queste donne sarebbero potute essere classificate come “scomparse”. Invece hanno voluto che di alcune si ritrovassero i corpi, per aumentare la paura, l’angoscia della gente del posto, forti della loro impunità. Della certezza che nessuno ne verrà mai a capo, certi che nessuno scoprirà mai mandanti, esecutori, taciti consensi. Troppi interessi sono in ballo e a chi può importare della vita e soprattutto della morte di centinaia di poverissime donne, ragazze, bambine provenienti dalle bidonvilles periferiche di Ciudad Juarez?

Vi si arriva per una strada che corre parallela al confine e il suo territorio è composto per lo più di pietrisco circondato dalla desolazione e da un mare di sacchetti di plastica che svolazzano fra i cespugli e la polvere, a tratti biancastra, a tratti rossiccia. Palle di erba secca rotolano nel vento e l’odore di marciume arriva a zaffate. La gente abita in case costruite con materiali di recupero, pezzi di legno, lamiera, amianto, qualche porta di metallo. Il filo di ferro diventa un elemento fondamentale, serve per legare, sostenere, delimitare, contenere ciò che sfugge in continuazione.

Zone in cui spadroneggiano i cartelli del narcotraffico. E il legame tra politica e crimine organizzato è una realtà, pericolosa. Il potere economico sprigionato è devastante.

Nel 2003, il trasferimento in Messico di proventi derivanti da attività illecite ha toccato i ventiquattro miliardi di dollari.

Le ragioni di questa generalizzata violenza contro le donne a Ciudad Juarez, comunque sono molteplici e legate a un insieme di circostanze di ordine piscolocico, sociologico e istituzionale di cui non è estranea l’ideologia patriarcale dominante strettamente connessa alla religione cattolica.  Atavismi, credenze patriarcali, abusi, sottomissione femminile, emarginazione sono alla base di questa violenza. Queste morti non hanno avuto giustizia perché il governo messicano ha di volta in volta coperto gli assassini e i loro protettori.  E questa non è solo un’ accusa infondata, il libro ne fornisce le prove.
Traduzione di Gina Maneri e Andrea Mazza.


[1] In un’ intervista Robert D Kaplan sottolinea che i messicani che vivono al confine con gli stati Uniti sanno a malapena leggere e scrivere e lavorano in condizioni pericolose e “dickensiane per produrre i nostri videoregistratori, i nostri jeans, e i nostri tostapane” percependo meno di cinquanta centesimi di dollaro l’ora, senza diritti e nè garanzie. [pag. 48]