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:: Un’intervista con Nicoletta Sipos a cura di Giulietta Iannone

17 gennaio 2021

Benvenuta Nicoletta, e grazie di avere accettato questa mia intervista. Giornalista e scrittrice, esperta di tematiche legate al benessere femminile. Sei nata a Békéscsaba in Ungheria nel 1941. Parlaci della tua infanzia, della tua famiglia, quando ti sei trasferita in Italia?

Cercherò di essere sintetica per non annoiare chi ci legge. Mio padre era un ebreo ungherese che ha studiato medicina a Torino e lì si è innamorato di una donna italiana che è letteralmente fuggita dall’Italia in Ungheria per sposarlo evitando i divieti posti dalle leggi razziali del 1938. Gli anni della mia  infanzia sono stati funestati da guerra e persecuzioni razziali. Mio padre è stato inviato a un campo di lavoro in Ungheria già nel 1943, ma proprio per questo è sfuggito alla deportazione nei lager stranieri organizzata dai tedeschi nell’estate del 1944. Mia madre ha avuto la forza  di trasformare questi drammi in una sorta di favola. Ricordo alcuni episodi tragici in cui ho rischiato di morire, ma ricordo pure di essermi sempre sentita protetta e invincibile. Mio padre è tornato a casa, ha ripreso la sua attività di medico nella nostra cittadina, ma è presto entrato in rotta di collisione con i comunisti al potere. Grazie alla famiglia di mia madre abbiamo ottenuto il passaporto che nel 1950 ha permesso a mia madre di tornare in Italia per quella che avrebbe dovuto essere una breve vacanza, portando anche me e mio fratello. Mio padre ci ha raggiunti dopo molte peripezie. Non è stato facile, né indolore: è la storia che ho raccontato – almeno in parte – nel mio romanzo La promessa del tramonto edito da Garzanti.

Come giornalista hai lavorato per diversi quotidiani italiani «Avvenire», «Il Giorno», e sei stata inviata speciale del settimanale «Gente» e, dal 1994 al 2009, redattore di «Chi», sulle cui pagine tieni ancora la rubrica dei libri. Come è nato il tuo amore per il giornalismo? È stato difficile per una donna muovere i primi passi in questo mondo, che tipo di qualità servono per diventare buoni giornalisti?

Mi è sempre piaciuto scrivere non solo seguendo la fantasia. Ma seguendo gli eventi quotidiani. L’idea di collaborare a un giornale mi affascinava. Farmi assumere è stato più difficile, soprattutto quando mi chiedevano se avessi figli. Io dicevo sì, ne ho quattro. E a quel punto direttori e amministratori non sapevano come troncare il discorso con un minimo di garbo. Ogni donna ha avuto problemi nel mondo dei giornali. Anzi, i miei tempi erano ancora fortunati. Oggi tutto è diventato più difficile. Con la crisi che imperversa forse le qualità non bastano per restare in una redazione. Comunque in linea di massima bisogna lavorare molto, restare concentrati, avere fiuto per le notizie e saper scrivere. Aggiungo: scrivere velocemente, evitando strafalcioni.

Oltre che giornalista sei anche scrittrice di romanzi, saggi e racconti. Cito alcune tue opere: Cuori di pietra (2007), Facce di bronzo (2008) e Corpi (2009) per Mondadori e Alle signore piace il nero (2009) per Sperling & Kupfer e i più recenti con Piemme La ragazza col cappotto rosso (2020) e Lena e il Moro per edizioni Ares sempre l’anno scorso. Come ti sei avvicinata alla scrittura?

In modo spontaneo, da ragazzina, prendevo nota di quello che succedeva vicino a me. Non pensavo a pubblicare. Scrivevo per me, e basta. Ho riempito fogli sparsi e quaderni. Ogni tanto buttavo le mie note perché i cassetti erano troppo pieni. Ho cominciato a pubblicare in Italia e anche in Germania già da “grande”, e ora sto correndo un poco per recuperare il tempo perduto.

Che libri leggevi da ragazzina? Immagino tu abbia letto I ragazzi della via Pál (in ungherese A Pál utcai fiúk) romanzo per ragazzi di Ferenc Molnár, ci sono altri autori ungheresi di cui ci consiglieresti la lettura?

In Ungheria leggevo romanzi per ragazzi targati “realismo sovietico”. C’erano di mezzo bambini che morivano in fabbrica o nelle miniere per colpa dei capitalisti. Non ricordo i titoli, credo però che fossero molto emozionanti perché leggendo non riuscivo a stare ferma, continuavo a spostarmi dal divano alla poltrona e poi alla sedia. In Italia mi sono buttata su “Violetta la timida” di Giana Anguissola a “I cavalieri azzurri” di Olga Visentini. E naturalmente tutto Jack London e Mark Twain. Mi fermo: mia madre diceva che costava meno farmi un cappotto che soddisfare la mia voglia di libri. Per quanto riguarda gli scrittori ungheresi amo molto la Magda Szabó e Sándor Márai. Di Molnár consiglierei la commedia “Liliom”. Bisognerebbe vederla a teatro… ma chissà quando.

Non scrivi solo romanzi ma anche opere di saggistica legate alle tematiche femminili. Ti senti una scrittrice femminista? Che rapporto hai con questa visione dell’esistenza, credi ci sia una frattura insanabile tra mondo femminile e maschile, anche nell’editoria?

Sto dalla parte delle donne perché so che partiamo perennemente svantaggiate. Abbiamo meno frecce nelle nostre faretre di quante ne abbiano gli uomini. Quando presentavo Il buio oltre la porta  – una storia di violenza domestica – alcuni uomini si sono alzati a darmi della “femminista” – un’offesa sanguinosa secondo loro – sostenendo che le donne sono colpevoli di tutti i mali perché vanno a lavorare invece di stare a casa con i figli. Con questo tipo di uomini ho un rapporto difficile, ma nella media ho sempre lavorato in modo costruttivo con gli uomini. Non vedo fratture insanabili, semmai nodi da sciogliere. Dobbiamo procedere insieme. Questa è la verità alla quale mi aggrappo in tutti i campi. Ovviamente tutto dipende dai singoli individui.

Si sta avvicinando il giorno della Memoria, e sicuramente il tuo romanzo  La ragazza col cappotto rosso è una lettura consigliata. Quali altri libri leggerai legati al ricordo delle vittime della Shoa?

Sto leggendo Ognuno accanto alla sua notte di Lia Levi (edizioni e/o), il bellissimo romanzo di una scrittrice ora novantenne che apprezzo molto. Però, vede, ho dei problemi con l’affollamento dei titoli in occasione del Giorno della Memoria. Vorrei che il ricordo della Shoah non fosse limitato a una giornata, con la gran cassa, ma ci accompagnasse più a lungo con una riflessione meditata su come siamo finiti in questa catastrofe. Io continuo a farmi questa domanda.   

Parliamo ora di Lena e il Moro, un romanzo molto bello che mi ha tenuto compagnia questo Natale. L’ho sentito definire un noir, ma è sicuramente anche molto divertente, pieno di sentimenti positivi, di amicizia e di speranza. Come sono nati i tuoi personaggi? Il personaggio di Lena un po’ ti somiglia?

Intanto grazie dei commenti e dell’attenzione. Certo, mi ritrovo molto in Lena. Le ho dato alcuni miei vezzi come la passione per i coltelli affilati – che nel romanzo fa pure gioco – ma anche la diffidenza che provo, a tratti – per i giovani che mi sembrano inesperti e sostanzialmente incapaci. Dall’altro canto vedo che pure i ragazzi diffidano dei vecchi considerandoli noiosi e in sostanza da rottamare. Il Moro è un’esponente di questa categoria. Quindi i personaggi sono nati in questa scia: due anziani che rovesciano gli schemi scoprendo di amarsi e due giovani che potrebbero, chissà, stare bene insieme. E poi ci sono i due importuni. Tutti da scoprire.

La saggezza del Moro, è legata alle massime di Lao Tze e Confucio. Che legame hai con il mondo cinese, ne apprezzi la letteratura, la filosofia, la poesia?

Apprezzo la filosofia orientale, la saggezza di certe massime, il tai-chi e l’operosità dei cinesi. Con mio marito abbiamo fatto un tour abbastanza lungo in Cina e siamo rimasti molto colpiti. Anche dalle case di contadini dove i proprietari vivono per tradizione assieme ai loro polli (a dispetto dell’aviaria…) mentre i ragazzini giocano con i loro computer. Avremmo voluto tornare per scoprire altri aspetti di questo immenso paese, ma il bis è rimasto un sogno.  

Nel ringraziarti della tua disponibilità e gentilezza ti faccio la mia ultima domanda: stai scrivendo attualmente? Quali tuoi libri usciranno in questo difficile 2021? E se puoi parlaci di qualche tuo buon proposito per il futuro. 

Sto scrivendo per l’editore Morellini una biografia-romanzata della scrittrice francese Colette che ha avuto una vita folle e rimane un’autrice di grandissima caratura. In primavera dovrebbe uscire per Giunti l’antologia Amiche Nemiche compilata con la formidabile squadra delle Donne di parola. Abbiamo cominciato a lavorare insieme nel 2009 dedicando alle donne del Terzo Mondo quel poco che mettiamo insieme con la pubblicazione di questi libri comunitari aggiungendo come plusvalore la visibilità che diamo alle iniziative benefiche cui partecipiamo. Un solo esempio: grazie a Il bicchiere mezzo pieno (Piemme) abbiamo partecipato in Mozambico al progetto Ilumina della Cooperazione internazionale offrendo stufette a energia solare ad alcuni villaggi fuori dal mondo. Tieni presente che in quei paesi la più diffusa causa di morte è il cancro ai polmoni legato ai fumi nefasti delle stufe sulle quali le donne cucinano buttando sul fuoco le schifezze che trovano. Con il volume Mariti (sempre Piemme) abbiamo invece contribuito a una scuola di formazione creata dalla Fondazione Belladonna e altri a Varanasi (India) con l’intento di dare un lavoro alle ragazze povere per tradizione “vendute” come schiave ai mariti anche a dodici o tredici anni. Il mio buon proposito per il futuro? Vorrei poter riunire tutta la mia famiglia. Per stare sui milanesi siamo poco più di 20, non un esercito. Eppure da quasi un anno non riusciamo più a stare insieme. Mi mancano le nostre riunioni, le risate dei bambini e perfino i litigi. Sto contando i giorni…

:: Mailèn – Una verità nascosta di Lorenzo Marotta (Vertigo Edizioni, 2016) a cura di Giulietta Iannone

16 gennaio 2021

Sempre nei momenti di crisi, economica, politica, e sociale, le derive autoritarie fanno capolino come l’unica strada percorribile, pur senza riflettere su cosa realmente comportino, e quanto sia irreversibile il passo che porta alla soppressione della libertà, alla limitazione se non all’annientamento dei diritti umani, e alla violenza che tutto questo stato di cose determina. Ce lo ricorda Lorenzo Marotta, scrittore e critico siciliano, con il suo romanzo Mailèn – Una verità nascosta edito nel 2016 con Vertigo Edizioni, nella collana Approdi. Protagonista è uno scrittore italiano, un gentiluomo all’antica molto sensibile al fascino femminile, che si reca in viaggio a Buenos Aires, la più europea delle città sudamericane. Qui incontra una donna misteriosa che gli affida una storia da narrare. Una storia che affonda le sue origini nel passato più buio dell’Argentina, quella dittatura militare che ha insanguinato il paese dal 1976 al 1981. Storia recente, ma che forse molti non conoscono, caratterizzata da una sistematica e violenta soppressione dei dissidenti. La violenza inaudita che fu esercitata in quei anni da quel regime rimanda ad altri tipi di dittatura, e non è un caso che molti nazisti trovarono rifugio proprio in questo paese sudamericano e si può dire importarono, oltre che i loro capitali, anche le loro tecniche di tortura. L’Olocauso argentino, se mi permettete il termine forse improprio, non vide all’opera forni crematori per la dissoluzione dei corpi delle vittime, ma l’oceano diventò la loro tomba. I voli della morte portarono i tanti desaparecidos a scomparire per sempre nel mare, cancellando tracce e ricordi. Ed è la memoria di questi fatti che Marotta ci tramanda nel suo libro dedicato a un argentino illustre, Jorge Mario Bergoglio, che visse in prima persona gli effetti di quella barbarie. Marotta con stile poetico ci narra quindi una storia dolorosa ma necessaria, capace di suscitare commozione, ed empatia per i tanti fratelli argentini che soffrirono e morirono in quegli anni. E per tanti che sopravvissero e dovettero venire a patti con quella memoria, come i figli nati durante quei periodi di detenzione, sottratti ai genitori naturali e dati da crescere ad altri genitori legati in qualche modo al regime Videla, che una volta grandi fanno di tutto per fare luce sulle loro origini. Tanti drammi, tante vite spezzate, tante vite che si trovano ad avere a che fare con il perdono. Per cui ve ne consiglio la lettura, nella speranza che facciate tesoro dell’esperienza di chi visse quei fatti (sebbene i fatti trattati siano di fantasia, si ispirano a fatti documentati e reali) e si augura solo che non si ripetano.

Lorenzo Marotta vive e lavora ad Acireale. Collabora a quotidiani e riviste con studi e articoli. Ha pubblicato opere di narrativa e di poesia: Le ali del Vento, Vertigo 2012 Roma. Prove di poesia, Prova d’Autore 2013 Catania. Le ombre del male, Zona Contemporanea 2013 Arezzo. Il sogno di Chiara, Vertigo 2014 Roma. Notturni di luce, Algra 2014 Catania.

Source: libro inviato dall’autore.        

:: Un’intervista con Patrizia Debicke e Alessandra Ruspoli autrici de “L’enigma del Fante di Cuori” a cura di Giulietta Iannone

14 gennaio 2021

Benvenute Patrizia e Alessandra su Liberi di scrivere e grazie di avere accettato questa doppia intervista. Una coppia di autrici che si cimenti nel romanzo storico non è una cosa troppo insolita, ma lo è nel vostro caso. È vero che siete madre e figlia?

Grazie a te. Madre e figlia? Si lo siamo, anche se non ci separano molti anni. Non ci somigliamo molto fisicamente, però abbiamo quasi la stessa voce… molto utile per depistaggi telefonici.

Conosco da anni Patrizia Debicke, autrice e critica per diverse riviste online, mentre conosco meno Alessandra, il cui cognome mette quasi soggezione. Di che ramo sei della famiglia Ruspoli?

Alessandra: Soggezione? Ah si, certo, infatti incuto un tremendo timore ai bambini per strada! Appartengo al Primo ramo, Principi Ruspoli e Principi di Cerveteri. Il mio bisnonno e quello di Alessandro (Dado) e Sforza Ruspoli erano fratelli.

Parliamo ora del libro che avete scritto: L’enigma del Fante di Cuori, è ambientato nell’Inghilterra del 1700. A che genere può essere accostato? È esatto definirlo un giallo storico, sebbene abbia anche contaminazioni da spy story, giusto?

È certamente un giallo storico, con i dovuti intrighi e cospirazioni. Per essere più esplicite si potrebbe azzardare “scopiazzando” un po’ tra Guerra e Pace e i Tre Moschettieri, ma con un tono decisamente più umoristico. E confermiamo la contaminazione con una buona dose di spionaggio, fortemente ispirato a un Follett prima maniera, sul genere de La Cruna dell’ago o a Frederick Forsyth  e  il suo l giorno dello sciacallo . Anche John Le Carrè è evidente!

La storia nasconde grandi misteri, indagarla è fonte di continue sorprese, chi delle due ama di più questo genere di indagini?

Passione indubbiamente tramandata da madre a figlia, è diventata una bella battaglia, difficile aggiudicare il titolo. Condivideremo la coppa e la doccia di champagne!

Come avete proceduto per la ricostruzione storica, avete consultato archivi, letto libri, guardato dipinti?

Tutto sommato è stata una buona collaborazione, tenendo conto di alcune competenze specifiche. Patrizia è soprattutto una ricercatrice, concentrata sul dettaglio storico e aiutata per tanti richiami visivi da una lunga frequentazione museale. Alessandra ha competenze artistiche e di storia del costume e dell’arredamento, è più dedicata a collegamenti iperbolici, ma anche revisioni e verifiche. Abbiamo consultato e scartabellato volumi di ogni tipo, cataloghi e libri d’arte, letto e riletto saggi e romanzi, fatto ricerche via internet, rivisto film e documentari.

É più difficile scrivere i dialoghi, delineare i personaggi o le ambientazioni?

Non si può parlare di difficoltà. É piuttosto una questione di tempistiche e consequenzialità. Si parte scegliendo un periodo storico, e un’ambientazione che lo rappresenti visivamente, in cui collocare la vicenda, e poi si comincia a sviluppare la trama. Dopo si inseriscono i personaggi, e logica conseguenza si passa  ai dialoghi.

Nel romanzo date molto risalto agli intrecci diplomatici, alle alleanze, alle congiure, alla parte più strettamente politica, perché questa scelta? Giudicate questo periodo storico poco trattato dal giallo storico, almeno in Italia?

Perché quando si parla di storia non si può prescindere dalla politica, che è fatta di tradimenti, cospirazioni, interessi nazionali… e personali. In Francia e in Inghilterra il 1700 è un’epoca che fa spesso da sfondo a gialli storici. In Italia è un periodo decisamente maltrattato, anzi praticamente ignorato, con la felice eccezione di alcuni bei gialli ambientati a Venezia.

Quali sono gli attuali libri sul vostro ipotetico comodino?

Alessandra: Il tempo della clemenza di John Grisham, Il Musulmano errante di Alberto Negri, Il Cavaliere di Harmental di Alexandre Dumas, Orizzonti selvaggi di Carlo Calenda, La vita davanti a sé di Romain Gary, Sans feu ni lieu di Fred Vargas, I lupi di Roma di Andrea Frediani, per esplorare un po’ i miei predecessori.

Patrizia: Svolazzo anche per lavoro per cui: Il Forse di Valerio Calzolaio, Un cuore sleale di De Cataldo, La modella di Klimt di Gabriella Dadati, Un crimine bellissimo di Chris Bollen, Fiori di de Giovanni, Le voci nel silenzio di Morchio e i due re di Roma nuova collana di Franco Forte, il figlio dei Numi e Tullo Ostilio.

Il romanzo storico avventuroso ha una nobile tradizione, ricordo che da ragazzina leggevo il ciclo di Angelica, dei coniugi Golon, il ciclo (forse meno conosciuto in Italia) di Catherine di Juliette Benzoni, poi Dumas, Hugo, Leroux, Walter Scott, e tanti altri. Erano anche le vostre letture?

Erano anche fra i nostri preferiti. Abbiamo letto tutti gli autori citati, di Juliette Benzoni anche i cicli di Marianne, di Fiora e di Le jeu de l’amour et de la mort, inoltre come dimenticare  Rocambole di Ponson du Terrail, Le Bossu di Féval, fra i francesi, poi Daphne du Maurier, ma anche Georgette Heyer…

Vi ritenete autrici femministe? Che tipo di personaggi femminili delineate nei vostri romanzi?  

Alessandra: Sono cresciuta credendo nell’intelligenza e nelle capacità personali, da alimentare con la curiosità e l’intraprendenza. Questo sia per uomini che per donne. Caratteristiche che andrebbero sicuramente meglio potenziate, valorizzate e stimolate in ambito femminile. Di conseguenza detesto gli stereotipi attribuiti per principio alle donne e sono felice di vivere in un’epoca in cui non essere destinata a qualche matrimonio politico o al convento.                                                                  

Patrizia: credo fermamente nella assoluta pari opportunità dei due sessi basata su effettiva possibilità e intelligenza. Rifiuto però le quote rosa e…prenderei sonoramente a calci le azzurre. I nostri personaggi femminili sono solitamente vivaci, acuti, molto aperti ma riflessivi, intraprendenti, e poco convenzionali, sia buoni che cattivi.

E ora una domanda a Patrizia, pensi che la letteratura, anche in questo periodo di pandemia che ci troviamo a vivere, abbia aiutato molta gente a conoscere meglio se stessa e il mondo?

Ma poi si è veramente letto di più o piuttosto privilegiato altri intrattenimenti più immediati vedi serial televisivi? Ma forse sono un po’ pessimista perché, ti confesso che  lo spero davvero, lo vorrei proprio. Sarebbe un grande e inatteso successo da tesaurizzare.

E ora ultima domanda, progetti per il futuro.    

Per ora… a breve L’enigma in cartaceo e…Un Menestrello!

:: Un’intervista con Qiu Xiaolong, su “Processo a Shanghai” (Inspector Chen and Judge Dee, 2020) a cura di Giulietta Iannone

10 gennaio 2021

Benvenuto Xiaolong e grazie per avere accettato questa nuova intervista, e sempre un piacere leggere i tuoi libri e sei sempre molto disponibile quando ti chiedo un’intervista per cui cominciamo. Allora è da poco uscito in Italia Processo a Shanghai (Inspector Chen and Judge Dee, 2020) il 12° romanzo della serie Chen Cao, edito da Marsilio e tradotto dall’inglese da Fabio Zucchella. La prima domanda quindi che ti faccio è: secondo te la Cina, attualmente, è uno stato di diritto? E soprattutto, anche in passato lo è stata mai veramente?

A: È sempre un piacere parlare con te. La tua domanda mi ricorda un dibattito in Cina non molto tempo fa. Qualcuno ha sollevato una domanda sui social media: cos’è più grande in Cina, la legge o il partito? In altre parole, è lo stato di diritto o lo stato del PCC che prevale in Cina? Alcuni intellettuali discutevano animatamente in un modo o nell’altro, ma praticamente tutti conoscono la vera risposta. Quindi, dopo un paio di settimane, il “People’s Daily”, il giornale controllato dal partito, ha chiuso il dibattito dichiarando che si tratta di una falsa questione. Le persone non possono parlare di diritto separatamente dal partito. Punto. E nella mia ricerca per Processo a Shanghai, sono arrivato a trovare qualcosa che non è mai stato discusso nei libri di testo di storia cinese: non esiste una magistratura indipendente in Cina, non ora, non in passato. Nessuna separazione di potere. Nessun controllo o limitazione. In effetti, quelle storie di giudici ben note nell’antica Cina non sono corrette: il giudice Dee o il giudice Bao non erano giudici, ma funzionari di alto rango che prestavano servizio negli interessi del governo.

Premetto che io personalmente ho una grande ammirazione per il mondo cinese, per la sua cultura, la sua filosofia, la sua poesia, la sua arte. La Cina è depositaria di una cultura millenaria che potrebbe solo avere un effetto virtuoso sulla società globale anche se attualmente il suo sistema politico, il cosiddetto socialismo con caratteristiche cinesi, è minato dal suo interno da derive autoritarie che se non arginate da una separazione dei poteri potrebbero portare a un serio conflitto di civiltà con il mondo occidentale. Nei tuoi libri ti fai mediatore di queste due culture, questo ruolo l’hai scelto o ti è capitato come per caso?

A: Questa è un’ottima domanda. È la tradizione culturale in cui sono cresciuto. A causa dei miei frequenti viaggi in Cina, alcuni dei miei amici hanno persino scherzato sul mio complesso cinese. Lo stesso si può dire dell’ispettore Chen con il suo attaccamento alla cultura antica, in particolare alla poesia e filosofia cinese classica. E hai ragione sull’ispettore Chen che media tra la vecchia cultura e il cosiddetto socialismo minato dall’interno da una deriva autoritaria, che ha già portato a un grave conflitto con il mondo occidentale. Come Chen, ho lavorato per anni in Cina, credendo che avrei potuto fare la differenza introducendo la letteratura modernista occidentale in Cina e traducendo la poesia cinese classica in inglese. Anch’io ho sognato la coesistenza complementare delle due culture. Ormai, tuttavia, Chen è un uomo molto disilluso, e lo sono anch’io. Detto questo, non siamo ancora pronti ad arrenderci.

C’è un bellissimo film di Zhang Yimou, The Story of Qiu Ju, in cui una intensa Gong Li si occupa in un certo senso del funzionamento della giustizia “cinese”. Pensi che attualmente ci siano scuole di pensiero in Cina, più propense ad un adattamento del sistema giudiziario cinese in chiave occidentale? O inclini a una maggiore autonomia dei poteri, e una minore subordinazione all’autorità del partito unico?

A: All’epoca in cui è stato realizzato The Story of Qiu Ju (1992), alcuni cinesi parlavano del funzionamento della giustizia “cinese”, qualunque cosa quel termine potesse significare per i cinesi. In un certo senso, ci sono così tante storie di incorruttibili giudici gongan nell’antica Cina perché non c’è giustizia nel senso occidentale del termine, quindi nell’inconscio collettivo, le storie di incorruttibili giudici/ufficiali sono emerse come una sorta di compensazione. Non molto tempo fa, l’attuale giudice supremo della Cina, Zhou Qiang, ha dichiarato apertamente che la Cina deve sfoderare la spada contro il sistema giudiziario occidentale. Quanto alla subordinazione all’autorità del partito unico, in realtà sta diventando sempre più presente. Solo un paio di giorni fa, una giornalista cinese indipendente è stata condannata a quattro anni di reclusione a causa delle sue notizie da Wuhan durante l’epidemia di coronavirus. È stata giudicata colpevole di “aver provocato disordini”, un reato comunemente usato dal governo del PCC per perseguitare le persone per aver denunciato o scritto sul lato oscuro della società.

Mi sono avvicinata al socialismo (forse utopico) all’università e lo preferisco di gran lunga al capitalismo esasperato, ma sono consapevole che il socialismo con caratteristiche cinesi è un’interpretazione e quasi una metabolizzazione di un sistema politico nato in Occidente. Quasi una forma di colonizzazione culturale, si potrebbe dire. Quale sistema politico autenticamente cinese sarebbe desiderabile in Cina oggi, secondo te?

A: Nel termine “socialismo con caratteristiche cinesi”, la modifica delle “caratteristiche cinesi” parla di tutto questo; in altre parole, è un cosiddetto socialismo o sistema politico che non puoi trovare da nessun’altra parte se non in Cina. È una combinazione di dittatura proletaria comunista (un termine positivo molto propagandato nella mia giovinezza) con il capitalismo clientelare (intrecciato con la gigantesca e onnipresente ragnatela del potere autoritario del PCC). E oggi è ulteriormente trincerato da un implacabile controllo ideologico e da una rete di sorveglianza onnipotente. Come l’ispettore Chen, ero piuttosto idealista riguardo al socialismo in gioventù, ma una volta modificato con “caratteristiche cinesi”, è una storia completamente diversa.

Nel tuo romanzo fai cenno ai droni che sorvegliano le persone, della videosorveglianza si può fare un uso virtuoso, per il controllo della criminalità e il mantenimento della sicurezza, come un uso nefasto se porta alla soppressione dei più fondamentali diritti umani e alla persecuzione dei dissidenti. Insomma le tecnologie non son un male in sé ma bisogna vedere l’uso che se ne fa. Cosa ne pensi?

A: Sono totalmente d’accordo con te sul fatto che le tecnologie non sono cattive di per sé, ma devi vedere come vengono utilizzate. Posso darti un altro esempio che io stesso ho sperimentato. WeChat è una piattaforma di social media che offre molte comode funzioni ai cinesi. Nei treni della metropolitana, puoi vedere la maggior parte dei giovani che tengono i cellulari in mano, impegnati a mandare messaggi, leggere e parlare attraverso WeChat, e troppo spesso uso WeChat per chiamare i miei amici cinesi sul web. D’altra parte, WeChat è una piattaforma seguita da vicino e sorvegliata dai webcop ventiquattr’ore su ventiquattro. Se dici o pubblichi qualsiasi cosa considerata potenzialmente contro il PCC, sarai immediatamente scovato per essere punito e il tuo messaggio scomparirà con un segno di avvertimento per violazione dei regolamenti governativi, anche se quali regolamenti, i webcops non li specificheranno. Un paio di anni fa, ho scritto un articolo in memoria di Yang Xianyi, un noto studioso cinese, che fu espulso dal PCC dopo la sua denuncia della sanguinosa repressione di Tian’anmen nel 1989. Il mio articolo non diceva nulla sulla repressione, ma lo stesso giorno in cui l’ho pubblicato su WeChat, è stato rimosso con un segnale di avvertimento rosso. Quello che è successo a me non è stato così disastroso. Il dottor Li Wenliang, che ha menzionato su WeCaht un’epidemia simile alla SARCE scoppiata a Wuhan quando il PCC stava ancora disperatamente coprendola, è stato convocato all’ufficio di polizia dove ha dovuto firmare una dichiarazione di colpevolezza per aver detto cose non approvate dal governo. E il dottor Li è morto di coronavirus poco dopo.

Nel tuo romanzo accenni a un tipo di reclusione senza processo, un tempo utilizzata per combattere la corruzione da parte dei politici, ora estesa a tutti i settori della società. Perché è accettata dall’opinione pubblica cinese? Si riferisce a qualche forma di tradizione culturale?

A: Si chiama Shuanggui in cinese. Shuang significa doppio, gui significa specifico. Quindi significa detenzione o reclusione per un periodo di tempo specifico e in un luogo specifico. A differenza della normale detenzione con un determinato periodo di tempo, può durare indefinitamente e, per quanto riguarda il luogo, può essere ovunque, in segreto. In altre parole, il PCC ha il potere di mettere le persone in detenzione senza mandato e processo aperto. Inizialmente, è stata presentata sui giornali ufficiali come una pratica speciale per trattare con funzionari del Partito corrotti che potrebbero avere connivenze attraverso i loro contatti, sebbene fosse così progettata per controllare i danni, poiché durante lo Shuanggui vengono “messi a posto” tutti i dettagli più sordidi. Al giorno d’oggi, Shuanggui è esteso a tutti i settori della società, alla gente comune. Ovviamente è un tema controverso nell’opinione pubblica cinese, ma “accettato” perché le persone potrebbero mettersi nei guai se esprimono le loro vere opinioni. Per quanto riguarda ogni possibile relazione con la tradizione culturale, potresti aver sentito di un vecchio detto cinese: quando l’imperatore vuole che un uomo muoia, non ha altra scelta che morire. È anche conforme al sistema etico Confusion (n.d.t gioco di parole tra Confuciano e confusione).

C’è molta amarezza, molto disincanto nel tuo romanzo e allo stesso tempo un debole filo di speranza che i mali che affliggono il Dragone dormiente possano un giorno essere superati. Ti fidi dei giovani? Pensi che i giovani cinesi saranno in grado di portare una nuova ondata di cambiamento?

A: L’ispettore Chen è un uomo molto disincantato e disilluso che non può non provare amarezza per come stanno andando le cose nella Cina di oggi. Lo sono anch’io. Tanto più amareggiato perché ama davvero il paese, per il quale una volta aveva speranze e sogni idealistici. Di recente, ho riletto “1984”. Il controllo ideologico del PCC e la configurazione supportata da tutte le tecnologie di sorveglianza hanno messo i giovani cinesi in una situazione difficile, anche peggio che in “1984”. La propaganda spudorata del Partito sembra funzionare per lo meno fino a un certo punto. Per non parlare del materialismo incoraggiato dal PCC che continua a erodere l’idealismo politico tra di loro. Detto questo, ho ancora un filo di speranza che i mali che affliggono il Dragone dormiente possano un giorno essere superati e che i giovani cinesi possano essere in grado di portare una nuova ondata di cambiamento.

Chen Cao, il tuo personaggio legge con interesse “Poeti e omicidi” del sinologo olandese van Gulik sulle gesta del giudice Dee, uno Sherlock Holmes cinese della dinastia Tang. E si impegna a scrivere un racconto con il giudice Dee, questa volta autenticamente cinese. Hai mai provato a fare lo stesso?

A: Sì, o io o Chen Cao l’abbiamo fatto. In origine, la novella interpretata dal giudice Dee era stato progettato come parte del romanzo dell’ispettore Chen. Poiché non gode più della fiducia del PCC, Chen deve indagare in segreto su un caso estremamente delicato mentre sta leggendo “Poeti e omicidi” di Gulik sugli exploit del giudice Dee. Così viene colpito dall’idea di scrivere una novella del giudice Dee come copertura per le sue indagini. Nella sua ricerca per il romanzo, si rende conto che le indagini criminali in Cina devono sempre essere al servizio della politica – attualmente nell’interesse del PCC e in passato nell’interesse degli imperatori. Così le due indagini si commentano a vicenda. Su suggerimento del mio editor di Marsilio, le due parti escono come due libri separati. Quindi leggerai presto il libro del giudice in modo indipendente. E potrebbe essere divertente leggerli fianco a fianco.

E poi non posso fare a meno di chiederti di Jin, l’assistente di Chen Cao. Ha finalmente trovato una compagna?

A: In “Processo a Shanghai”, Chen si rende conto che potrebbe esserci un futuro, una lunga strada per Jin e lui per andare insieme, mano nella mano. Nel prossimo romanzo dell’ispettore Chen, “Murder in the Days of Coronavirus”, Jin lavora ancora a stretto contatto, incrollabilmente al fianco di Chen. Chen si sente però sempre più turbato al pensiero che al giorno d’oggi lui, in quanto bersaglio inconfondibile sotto l’onnipresente sorveglianza governativa, non può che mettere a repentaglio la vita e la carriera di una ragazza come lei – a causa della sua compagnia. Nel frattempo, non può non sentirsi sempre più attratto da lei come sua vera compagna.

E infine, nel salutarti e ringraziarti per la tua disponibilità, come ultima domanda ti chiedo se puoi raccontarci qualcosa sulla trama del tuo prossimo romanzo.  

A: Dal titolo, “Murder in the Days of Coronavirus”, puoi più o meno indovinare di cosa tratti il romanzo. È ambientato nei giorni in cui il governo del PCC vede i primi segni di gestione dell’epidemia, iniziando a fare propaganda spudoratamente sul lavoro del regime autoritario, ma con qualcosa di simile a un caso di omicidio seriale che accade in un ospedale affollato di pazienti Covid-19, il caso è visto come politico, per cui il governo chiede l’aiuto di Chen per arrivare a una rapida soluzione. Nel frattempo, Chen sta lavorando in segreto a un progetto completamente diverso: la traduzione in inglese di un diario di un’epidemia a Wuhan scritto da un suo amico che vive lì. È un libro che non sarebbe mai stato pubblicato in Cina e, con l’aiuto di Jin, Chen riesce a portare avanti sia l’indagine che la traduzione nonostante tutti i rischi …

:: Dal libro al cinema: Il Commissario Ricciardi serie tv diretta da Alessandro D’Alatri a cura di Giulietta Iannone

3 gennaio 2021

Una bella notizia per tutti i fan del Commissario Luigi Ricciardi, personaggio letterario nato dalla penna di Maurizio de Giovanni: il 25 gennaio uscirà in prima visione su RAI Uno il primo di 6 episodi dedicati alle indagini del celebre commissario dagli occhi verdi nella Napoli degli anni ’30. Disponibile su RaiPlay.

Un successo annunciato, una conferma per chi ha già amato la serie letteraria, un mezzo per avvicinare anche i pochi che ancora non la conoscono. Tutti, insomma siamo curiosi di vedere i personaggi prendere vita.

Ricciardi avrà il volto di Lino Guanciale, Enrica sarà interpretata da Maria Vera Ratti, Maione da Antonio Milo, la tata Rosa da Nunzia Schiano, il dottor Modo da Enrico Ianniello, Bambinella da Adriano Falivene. Gli episodi saranno: Il senso del dolore (1 ep.), La condanna del sangue (2 ep.), Il posto di ognuno (3 ep.), Il giorno dei morti (4 ep.), Vipera (5 ep.) e In fondo al mio cuore (6 ep.).

Ora tocca solo avere ancora un po’ di pazienza e vedere cosa sono riusciti a fare, ma dalle foto di scena sembra già che abbiano fatto un ottimo lavoro. Buona visione!

:: Un’intervista con Maria Masella a cura di Giulietta Iannone

21 dicembre 2020

Benvenuta Maria su Liberi di scrivere e grazie per avere accettato questa mia intervista. Come tradizione iniziamo con le presentazioni. Allora sei nata a Genova nel 1948, sei laureata in Matematica, hai insegnato per molti anni al liceo scientifico, e nonostante i successi letterari hai continuato a lavorare fino alla pensione. Vuoi aggiungere altro?

MM: Alcuni dettagli possono aiutare a capire alcune mie scelte. Amo Genova e proprio nella mia città ambiento la maggior parte delle mie storie. Sono appassionata di Storia e di arti figurative.

Hai esordito pubblicando racconti di spionaggio nella collana Segretissimo di Mondadori, una scelta insolita per una donna. Come è nato in te l’interesse per questo genere di letteratura?

MM: Mio padre era un gran lettore di Segretissimo e lo leggevo anch’io. Scrivevo da tanti anni, ma non avevo mai avuto il coraggio di inviare qualcosa a un editore. Avevo letto il bando per racconti spy, 1986. Ho scritto un racconto ambientato negli anni di piombo. È piaciuto a Laura Grimaldi e me ne ha chiesti altri.

C’è qualcuno che ti ha particolarmente aiutato all’inizio della tua carriera che vuoi ringraziare?

MM: Laura Grimaldi e Marco Frilli.

Poi hai spaziato dal giallo al fantasy, al romance di ambientazione storica. Sei un talento poliedrico, cosa insolita in Italia dove quasi tutti gli scrittori sono settoriali. Cosa ti ha spinto a variare spesso genere, la curiosità?

MM: Nella domanda c’è un “errore”: l’avverbio “poi”. Ancora prima di cominciare a pubblicare, scrivevo storie collocabili in generi diversi e continuo a portare avanti più di un genere. Curiosità? Forse, ma soprattutto la voglia di raccontare una storia che può “nascere gialla o noir” oppure “romantica”. O non etichettabile. Comunque, sono curiosa. Alcune delle storie che scrivo non sono nate pensando a una possibile pubblicazione, ma soltanto per me. Un esempio che è anche risposta a questa domanda: ho scritto, soltanto per me, tre racconti, tutti ambientati in un bar con gli stessi personaggi e l’ho virata in spy, in noir, in romance.

Armando d’Amaro ti ha definito la scrittrice più significativa dell’intero panorama italiano. Sei comunque la decana delle scrittrici italiane che si sono dedicate al giallo e al noir. Pensi ci sia posto in Italia per donne che scrivano noir? E quali sono attualmente le più significative?

MM: Grazie, Armando! La maggior parte dei lettori sono lettrici e leggono di tutto! Perché non dovrebbe esserci posto? Il vero problema sono alcuni “critici”: se un uomo inserisce nei suoi noir alcuni riferimenti alle vicende sentimentali dei protagonisti, allora l’autore è attento alla psicologia dei personaggi che descrive a tutto tondo. Cosa succede, spesso, se è una donna ad affrontare nel medesimo modo una storia? Sempre trovi un “critico” che lamenta l’eccesso di sentimentalismo. Le colleghe più significative? Non posso rispondere: non le ho lette tutte, rischierei di non citare la più significativa. Ma la realtà vera è che quando leggo un romanzo che l’autore sia donna o uomo mi importa meno di niente.

Celebre è la tua serie dedicata Commissario Antonio Mariani, giunta al 23° episodio con l’ultimo Mariani e le ferite del passato. Come è nato questo personaggio? Immaginavi che sarebbe stato così longevo?

MM: Il personaggio è nato per caso. Avevo già scritto un giallo, abbastanza classico, Per sapere la verità, ambientato nel mondo dei matematici di professione perché mi sentivo più sicura fra “gente che conoscevo”. L’avevo pubblicato con un piccolo editore e avevo scoperto che scrivere un romanzo giallo non era impresa impossibile. Aveva avuto anche apprezzamenti… E mi è venuta in mente una storia con un assassino che volesse essere trovato, ma troppo tardi. È nato Antonio Mariani. Doveva essere un romanzo solo, ma poi sono diventati tanti. Ho provato a ucciderlo almeno tre volte, ma ci sono state proteste. Sì, Antonio piace. Perché? Perché è un uomo normale.

Hai pubblicato per le maggiori case editrici italiane da Mondadori, a Rizzoli, da Corbaccio a Leggereditore Fanucci. Poi sei passata dalle major a una casa editrice emergente dal talento artigianale e familiare come Fratelli Frilli editore, perché questa scelta? Ti dà maggiore libertà creativa, ti investe di meno stress?

MM: Come nella domanda 4, anche in questa c’è un “poi” di troppo. Ho lavorato con più d’uno in contemporanea. Ricordo un anno in cui ho pubblicato con Corbaccio, Mondadori e Frilli. Come ho scovato Fratelli Frilli Editori? Avevo letto un trafiletto su un quotidiano in cui segnalavano che questa nuova Casa Editrice aveva appena pubblicato un giallo ambientato a Genova. Ho controllato dove fosse la sede. Perfetta! A metà strada fra casa mia e lo stabilimento balneare. Ho stampato il Mariani, quello che sarebbe diventato Morte a domicilio, e l’ho portato a Marco Frilli. Gli è piaciuto ed è diventato il numero 6 della collana noir. Ormai sono l’autore che scrive per loro da più tempo. Perché continuo? Oltre gli ovvi vincoli contrattuali, è la facilità nei contatti. Prendere il cellulare e poter parlare con l’editore è rassicurante. Meno stress? Certo! Il vero problema è un altro: alcuni “critici” leggono e recensiscono e segnalano per i “premi importanti” soltanto romanzi pubblicati da una rosa di Case Editrici, diciamo sempre le stesse. Se non pubblichi con una di quelle… Concludete voi.

Parliamo del tuo processo di scrittura. Come passi dall’idea imbastita ancora solo nella mente alla prima stesura del romanzo. Ci sono segreti, piccole scaramanzie che ti va di svelarci?

MM: Una premessa: se a qualcuno interessa durante questa primavera ho registrato una ventina di video in cui parlo di scrittura. Sono sul mio profilo fb e sul mio sito http://www.mariamasella.it . Ora rispondo alla domanda. Mi viene un’idea, che spesso è un frammento, una sensazione. Mariani e le ferite del passato è nato camminando sotto i portici di Nizza Monferrato. E comincio a scrivere. La prima stesura è d’istinto, trovo il colpevole quando supero la metà. Lascio riposare e poi riprendo, sistemo indizi, tolgo i superflui, sposto pezzi. Insomma, riscrivo. Da matematica, quella Maria Masella che avevo tenuta sottochiave durante la prima fase. Scaramanzie? Un romanzo lo comincio di lunedì. Quando scrivo il primo capitolo, indosso il cappello verde acquistato con la vendita del mio primo racconto.

Parliamo di cosa ami leggere nel tuo tempo libero. Quali sono i tuoi autori preferiti? Cosa stai leggendo in questo momento?

MM: Sono una gran rilettrice. Sarò antiquata, ma vado pazza per i classici: Tolstoj e Steinbeck, Fenoglio e Böll, Morante e Faulkner. Leggo libri di Storia e vado pazza per i libri d’arte e di archeologia. Leggo poesie e testi teatrali. E ho un grave problema: quando scrivo noir, non posso leggere noir. Mi confonde. Attualmente sto rileggendo Assalonne! Assalonne! di Faulkner, con grande piacere. Subito dopo mi rileggerò Foto di gruppo con signora di Böll oppure Una questione privata di Fenoglio. Di solito si consiglia agli aspiranti scrittori di leggere molto, personalmente consiglio di rileggere. Arrivi a un punto in cui conosci tanto la storia narrata da poter affrontare il problema essenziale per uno scrittore: come ha lavorato l’autore? Quali strumenti ha usato? Non per copiare, ma per imparare.

Quanto un luogo incide nel narrare una storia. Quanto l’ambientazione influisce sulla creazione dei personaggi?

MM: In parte ho già risposto. Il luogo è parte integrante della storia. E alcuni personaggi hanno senso soltanto lì e in quel momento. Spesso sottolineo che nel ciclo Mariani ci sono due protagonisti: Antonio e Genova.

Nel panorama letterario italiano c’è un esordiente che ti ha particolarmente colpito per originalità, contenuti, coraggio?

MM: Mi avvalgo della facoltà di non rispondere e spiego i motivi: se ne citi uno, gli altri si sentono trascurati. È inutile spiegare che non li hai ancora letti. Il secondo motivo è ancora più imbarazzante: mi è capitato di citare un collega fra gli esordienti interessanti, ha protestato dicendo che era al secondo romanzo e quindi era uno scrittore affermato, non un esordiente.

Grazie della tua disponibilità, come ultima domanda ti chiederei cosa stai scrivendo attualmente, e in generale quali sono i tuoi progetti per il futuro.

MM: Ho appena finita la prima stesura del quarto romanzo noir Maritano, sempre per Frilli. All’inizio del 2021 mi esce il solito romance Mondadori. E dovrebbe uscire un romanzo non di genere, uscita rimandata a causa del covid. Voglio rivedere un noir che ho scritto quest’estate. E, appena avrò voglia, scriverò il romance per Mondadori (2022). Ho una vaga idea di raccogliere il materiale usato per i video sulla scrittura, perché non farlo diventare un testo?

:: L’ultima notte di Maria di Nazaret di Natale Benazzi (San Paolo Edizioni, 2020) a cura di Giulietta Iannone

20 dicembre 2020

È possibile dire qualcosa di nuovo su Maria di Nazaret, gettare nuova luce sulla sua vita terrena? Ci prova Natale Benazzi grazie alla consultazione di numerosi testi apocrifici non accolti dal canone ufficiale della Chiesa non tanto perché non filologicamente corretti, ma perché giudicati non essenziali. Natale Benazzi invece non si fa scoraggiare e li consulta arricchendo di particolari inediti una narrazione già abbondante. La figura di Maria ne acquista in profondità e si fa più vicina anche all’uomo di oggi, grazie a una maggiore attenzione per i particolari più minimi della vita quotidiana. Maria resta un mistero, una figura un po’ defilata nella storia della salvezza, pur considerando che è grazie al suo sì, che noi dobbiamo tutto. Senza il suo sì, la sua adesione ai progetti divini, dato in anticipo senza conoscerli, non avremmo avuto l’incarnazione, la rivelazione, la salvezza stessa. E pensare che Dio abbia dato così tanto peso alla volontà di una donna, nell’antichità il genere femminile era ancora più marginale di oggi, rende tutto ancora più straordinario. Si può dire che Maria fu la prima femminista della storia, per certi versi, la prima donna che con pudore, mitezza ma fede incrollabile impose la sua visione del mondo, riuscì a fare accettare al suo sposo il mistero dell’incarnazione, e per Giuseppe crederle divenne centrale e quasi un altro sì umano sulla storia della Liberazione umana dalla schiavitù della morte. Il libro di Benazzi ci parla dell’ultimo giorno sulla terra di Maria e di come ripercorra a ritroso tutta la sua vita narrandola a un gruppo ristretto di amici. Appassionante come un libro di avventura, L’ultima notte di Maria di Nazaret ci accompagna nei misteri della grazia non nascondendo tutte le difficoltà umane che questa donna ha affrontato assieme al suo sposo terreno. Il momento culminante della sua vita sicuramente è stato il momento in cui ha visto morire suo figlio in croce, per una madre la sofferenza peggiore che si possa immaginare, e in questo libro traspare anche questa consapevolezza, e il superamento del dolore tramite la certezza che tutto avveniva per un bene più grande. Buona lettura!  

Natale Benazzi lavora da anni nell’editoria. Responsabile del settore di spiritualità presso le Edizioni San Paolo, è scrittore e saggista. Tra le sue pubblicazioni più significative spiccano alcune ricostruzioni storiche dal tono rigoroso e narrativo, che contano anche varie traduzioni all’estero. Tra i suoi volumi ricordiamo: Il libro nero dell’inquisizione (Piemme, 1998), Il caso del monastero indemoniato (Piemme, 2000), Il Terzo Cantico (San Paolo, 2012), Storia della Chiesa in 100 vite (Newton&Compton, 2016), Maria Maddalena. Storia di un vero amore e di una straordinaria confusione (San Paolo, 2019).

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Alessandro dell’Ufficio stampa San Paolo.

:: Quando avevo un amante di Amalia Guglielminetti (Papero Editore 2020) a cura di Giulietta Iannone

10 dicembre 2020

Amalia Gulglielminetti fu amante di Guido Gozzano. Per breve tempo, la loro fu più che altro un’amicizia spirituale, un riconoscersi spiriti affini, Guido era già malato, un futuro di vita borghese era lontano dalle loro aspettative, anche le più ardite. Si conobbero nel 1907 grazie a un libro Le vergini folli, il primo successo poetico di Amalia, Guido si innamorò follemente di lei leggendolo e fece di tutto perché ottenesse buone recensioni, in un’Italia culturale asfittica e maschilista, dove una donna che scriveva era guardata come un fenomeno strano, al massimo come una bizzarria. Guido morirà circa dieci anni dopo a Torino il 9 agosto del 1916, di tisi. Questo breve amore sembra il motivo per cui ci ricordiamo ancora di lei, Pitigrilli un altro suo amore, famosissimo all’epoca, ormai è caduto nell’oblio, mentre le poesie di Guido Gozzano sono ancora lette e commentate. È avvilente che una donna di talento come Amalia sia ricordata solo perché fu l’amante di, e non per le sue opere, per cosa scrisse, per come visse. E scrisse molto, opere di poesia, di saggistica, teatro, fiabe per bambini, articoli e una vasta raccolta epistolare. Tutte opere tra i capolavori dimenticati dell’editoria italiana. Cadute nell’oblio. Papero Editore ha una collana apposita “Sorelle d’Italia” dedicata ai capolavori delle scrittrici italiane del Novecento che gli editori industriali non ristampano più, nella convinzione che non venderanno abbastanza. E così quest’anno si è potuto dare alle stampe Quando avevo un amante, una raccolta di racconti pubblicata per la prima volta nel 1923 dall’editore Sonzogno, e ristampata nel 1933 da Mondadori, che valse alla sua autrice addirittura una condanna per oltraggio al pudore. Merita di essere riscoperta, anche come testimonianza di un’epoca passata e abbastanza sconosciuta. Sono 15 racconti, tutti soffusi da una sulfurea ironia che potremmo definire moderna. Amalia Gulglielminetti era una signora della borghesia bene torinese, aveva ricevuto un’educazione tradizionale, non era bellissima ma era sofisticata, elegante, intelligente, spiritosa, anticonformista, conosceva i salotti di Torino, gli stabilimenti balneari della Liguria, le case in montagna, le terme, i grandi alberghi, tutto il corollario della ricchezza borghese e ne vedeva il vuoto. I suoi racconti parlano di questo, di matrimoni senza amore, di ragazze sciocche e vanesie, di uomini senza anima e sostanza. L’amore è il vero assente, tranne che per brevi tratti, soprattutto è riservato ai più giovani, poi la vita borghese corrompe e anche l’amore scompare. Le donne tradiscono i mariti, frutto di matrimoni puramente di convenienza si direbbe e cercano in vari amanti quella lieve brezza per sentirsi vivi. Impalabili come carta velina questi racconti ci parlano di un’Italia che fu e lo fanno con leggerezza e spregiudicatezza, anche con un venato elegante erotismo, forse di maniera ma spiazzante per l’epoca e spiazzante forse ancora oggi.

Amalia Guglieminetti (Torino, 1888- 1941) esordì con la raccolta d’ispirazione carducciana Voci di giovinezza (Roux e viarengo, 1903) ma fu con i sonetti di Le vergini folli (Società Tip. Ed. Nazionale, 1907) che mostrò una voce letteraria propria e un temperamento poco incline ai compromessi. Leggendola si innamorò di lei Guido Gozzano, con cui ebbe una relazione. Alla composizione di versi si affiancò quella di novelle. Ne nacquero vari volumi, da I volti dell’amore (Treves, 1913) a Tipi bizarri (Mondadori, 1931), passando anche per Quando avevo un amante (Sonzogno 1923). ancora: fu autrice di fiabe, da La reginetta Chiomadoro (Mondadori, 1921) a La carriera dei pupazzi (Sonzogno, 1925), di teatro, con commedie come Nei e cicisbei (1920), e di romanzi come La rivincita del maschio (Lattes, 1923). Ricordata troppo spesso per il breve amore con Gozzano e per quello burrascoso per Pitigrilli, con cui finì addirittura in tribunale, la Guglieminetti fu soprattutto una scrittrice piena di intelligenza e di talento.

Source: acquisto personale.

:: Un’intervista con Armando d’Amaro a cura di Giulietta Iannone

30 novembre 2020

G.I. Benvenuto Armando su Liberi di scrivere e grazie per avere accettato questa intervista. Parleremo de I luoghi del noir, quarta antologia dedicata alla memoria di Marco Frilli, e non solo. Innanzitutto presentati ai nostri lettori.

A.d.A. Innanzitutto, prima di tediare i lettori con le mie risposte, un grazie a te Giulietta e a Liberi di scrivere per l’ospitalità. Sono nato a Genova nel 1956 e, dopo studi classici e laurea in giurisprudenza, ho praticato attività forense e accademica. Da molti anni però mi dedico esclusivamente alla scrittura noir, che mi ha portato alla Frilli prima come autore (ho dieci romanzi all’attivo, con due personaggi diversi) e quindi anche come collaboratore, sia nella selezione di manoscritti che giungono alla Casa Editrice per essere valutati, che quale curatore di antologie (con ‘I luoghi del noir’ sono alla sesta). Adesso vivo con mia moglie, un cane e due gatti – i nostri figli sono ormai grandi – a Calice Ligure.

G.I. Parlaci di Marco, un ricordo che hai di lui particolarmente vivido nella tua memoria?

A.d.A. Tra me e Marco, dopo il nostro primo incontro, era nata prima una stima reciproca, quindi una grande amicizia che custodisco ancora oggi, gelosamente. Abbiamo lavorato spalla a spalla, per anni, tra problemi e grandi soddisfazioni. Il suo sorriso, la sua voce roca, i suoi suggerimenti sia di lavoro che di vita: tutto questo di lui vive in me, inalterato.

G.I. I ‘luoghi del noir’ raccoglie quarantanove racconti brevi di cinquantatré autori (alcuni scrivono a ‘quattro mani’) noti e meno noti al grande pubblico, legati a una casa editrice vera e propria fucina di talenti, si può dire che Marco Frilli e ora suo figlio abbiano preso molto sul serio il ruolo di talent scout?

A.d.A. La nascita dei Tascabili Noir iniziò quasi spontaneamente, e non solo la Liguria si dimostrò subito ricca di buoni talenti – basti pensare a Bruno Morchio e al suo Bacci Pagano – ma l’accoglienza da parte dei lettori ai primi romanzi pubblicati fu entusiasta. Inevitabile quindi andare, di pari passo all’allargarsi della distribuzione (che ora copre il territorio nazionale, dalle Alpi alla Sicilia), alla ricerca di nuovi scrittori che rimpinguassero il catalogo. Molti di questi autori sono rimasti fedeli alle copertine giallo pantone, altri sono stati attratti da ‘grandi’ editori, che non facendo più scouting ‘guardano’ – dimostrazione del buon lavoro svolto – al nostro catalogo, ma ormai ci sono anche nomi importanti del noir italiano che bussano per transitare, appunto dai ‘grandi’, ai tipi Frilli

G.I. Che criteri hai usato per selezionare questi racconti?

A.d.A. Più che ai racconti ho pensato a chi invitare a partecipare: autori di sicuro talento, Frilli e non solo, più qualche esordiente che, inviando un romanzo inedito, ha dimostrato di saperci fare. Nessuno di loro mi ha deluso, e la risposta dei lettori sembra darmene conferma.

G.I. Ho letto con curiosità il tuo racconto dell’antologia, con un finale quasi aperto, quasi enigmatico, perché questa scelta?

A.d.A. Il mio testo inserito nell’antologia non è un giallo, ma certo noir nella parte iniziale, che descrive le terribili esperienze dei fanti in trincea. Poi diviene inevitabilmente intimista, e credo che, leggendolo, si comprenda il legame che mi univa a Marco Frilli, che ne è protagonista insieme al ‘mio’ – non ancora commissario – Francesco Boccadoro. Tutto sommato il finale, come hai rilevato, è aperto: sì, alla speranza.

G.I. Credo sia doveroso citare Gianpaolo Zarini, un amico prima che scrittore prematuramente scomparso. Cosa caratterizzava il suo modo di scrivere in coppia con Andrea Novelli?

A.d.A. Gianpaolo era non solo un autore a tutto tondo e di grande talento, ma una persona seria, garbata, pacatamente ironica e di grande intelligenza. Lui e Andrea hanno costruito un sodalizio, lastricato da una produzione letteraria vasta e variegata, contraddistinto da una capacità di raccontare, molto bene, storie. Gianpaolo aveva dichiarato, tempo fa, che i suoi pregi e i suoi difetti erano gli stessi: precisione e organizzazione; anche queste sue caratteristiche aveva portato in dono al ‘duo’.

G.I. Il ricavato, va segnalato, sarà devoluto alla Gigi Ghirotti Onlus, di cosa si occupa questa associazione?

A.d.A. La Gigi Ghirotti si occupa con amore e grande competenza di assistere persone colpite da malattie inguaribili, accompagnandole nel cammino verso una morte dignitosa: sia Marco Frilli che sua moglie Nora vi sono dovuti ricorrere. Per l’Associazione, solo parzialmente finanziata da convenzioni con il Servizio Sanitario Nazionale, sono indispensabili le donazioni private e i ricavati dalle raccolte fondi.

G.I. E a proposito del racconto breve, pensi che abbia ancora posto nel panorama letterario italiano?

A.d.A. L’interesse del lettore italiano verso i racconti ha avuto alti e bassi, ma bisogna sottolineare che, talvolta, la qualità delle storie brevi ha raggiunto e raggiunge alte vette qualitative. Ritengo che la decisione della Frilli di proporre un’antologia, ormai attesissima, con cadenza annuale, sia tra l’altro una soluzione ‘antica’ a due esigenze del pubblico moderno: conoscere nuovi autori e leggere un’opera concisa ma compiuta anche negli scorci di tempo.

G.I. La forte caratterizzazione geografica è il tratto distintivo dei noir Frilli. Cosa fortemente voluta da Marco Frilli. Come è nata questa idea di noir?

A.d.A. Noi tutti siamo figli del noir mediterraneo, che Massimo Carlotto ha definito come una necessità nata dal “senso di appartenenza che molti autori hanno sentito verso la propria terra, portandoli quindi a raccontarne gli aspetti meno piacevoli”. Marco Frilli volle ancor più accentuarne le caratteristiche, chiedendo ai suoi autori di narrare non soltanto crimini, ma paesaggi, storia, società, tradizioni, aspetti sconosciuti, leggende e finanche cibi e vini legati al loro territorio di nascita o elezione.

G.I. C’è ancora spazio per il noir nel panorama letterario italiano? I lettori secondo te amano questo genere di narrativa?

A.d.A. Basta dare un’occhiata alle classifiche dei libri più venduti per rendersi conto di quanto i lettori lo gradiscano: tra i bestseller campeggia sempre almeno il titolo di un romanzo noir italiano. Perché? Questo genere di narrativa rispecchia, attraverso ‘penne’ certo diverse, la sfaccettata realtà del nostro Paese, attento – come si diceva prima – a tutto ciò che accade sul territorio. A riprova di quanto dico: talvolta giungono in Casa Editrice ottimi romanzi, e si suggerisce all’autore di virarli in ‘noir’ perché possano essere pubblicati e avere successo.

G.I. E le donne nel noir, quali pensi siano le più significative, anche esordienti?

A.d.A. Non posso che nominare la punta di diamante della Frilli, Maria Masella, che un giornalista ha definito avere “un grande bagaglio letterario alle spalle ed un raggiante futuro davanti”: io la ritengo la scrittrice più significativa dell’intero panorama italiano. Non faccio nomi di brave esordienti…non voglio scatenare gelosie!

G.I. Grazie della disponibilità, come ultima domanda vorrei dare spazio ai tuoi lavori. Stai scrivendo attualmente un nuovo libro?

A.d.A. Sì, mi sto dedicando al quarto ‘episodio’ – ambientato nel 1941, che vede sempre protagonisti il commissario Boccadoro e la sua famiglia – frutto (come i precedenti) non solo della mia fantasia ma di quanto effettivamente accadeva, a tutti i livelli, nell’Italia fascista. Antonia Del Sambro mi ha voluto così benevolmente commentare: “…Tra metafore letterarie e squarci di vita familiare che ricordano Italo Svevo, Armando d’Amaro coglie alla perfezione l’humus della società italiana del Ventennio…”.

:: Killer elite -Professione assassino di Stefano Di Marino (Segretissimo Mondadori, 2020) a cura di Giulietta Iannone

29 novembre 2020

Un nuovo cavaliere oscuro emerge nella Legione di Segretissimo.
L’Aquila, la misteriosa organizzazione segreta che controlla con il crimine mondiale con l’efficienza di una multinazionale, è in allarme. Qualcuno ha tradito, rubando un documento che potrebbe cambiare gli equilibri della malavita internazionale.
Solo un uomo può risolvere il problema.
Max Costello, aka l’Eliminatore, altresì noto con l’oscuro alias di Mezzanotte. Abile killer, spietato e infallibile, Max è l’unico in grado di muoversi a proprio agio in questo feroce universo di intrighi, omicidi e vendette personali.
Questo conflitto privo di regole catapulta l’Eliminatore da Goa a Malindi, da Sorrento ad Atene, fino a raggiungere l’apice a San Pietroburgo, dove la Piccola Madre, famigerata boss della malavita russa, sfida l’Aquila a un duello senza esclusione di colpi.
Ma non ci sono solo due contendenti in questa partita. Patrizia Manni, tenace poliziotta milanese sulle sue tracce di un suo “lavoretto”, a sua volta marca stretto il killer dell’Aquila, decisa a catturarlo a ogni costo.
E così l’Eliminatore rischia di trasformarsi da cacciatore in preda.

Stefano Di Marino firma con il suo nome il primo episodio di una nuova serie action, e così dopo il Professionista e Montecristo facciamo la consocenza di Max Costello, alias Mezzanotte, killer professionsita al servizio di una fantomatica organizzazione segreta denominata Aquila che controlla con pugno di ferro il crimine mondiale. Segretissimo ha regole di ingaggio molto severe e Di Marino ormai negli anni le ha fatte proprie, aggiungendoci tocchi personali che caratterizzano il suo stile di narratore di razza perfettamente padrone dei tempi, del ritmo dell’azione e delle regole narrative del crime. Innanzitutto l’attenzione al dettaglio, la cura nel descrivere le scene di azione con taglio cinematografico, e una caratterizzazione psicologica precisa dei personaggi che non ne fa semplici sagome di cartone. Pure nel solco della narrativa popolare di evasione e intrattenimento inserisce sprazzi di umanità o rovelli personali pure nei personaggi più apparentemente refrattari a ogni sentimento. Questa volta ha scelto di focalizzare la sua attenzione su un killer professionista, un uomo che ha fatto della morte il suo mestiere, e che per potere restare in vita deve attivare tutte le sue capacità di sopravvivenza, tra cui l’intuito, le capacità tecniche, quelle fisiche e un tocco di fantasia per uscire indenne nei momenti più pericolosi. Per chi cerca il realismo a tutti i costi Di Marino ha il dono di rendere tutto verosimile, credibile, realistico, seppure parli di temi che implicano una gran dose di improvvisazione e faccia tosta. Realtà e fantasia quindi si sovrappongono dando la sensazione al lettore di essere nel centro dell’azione e di viaggiare sempre in prima classe dall’India all’Africa, dall’Italia alla Russia mentre se ne sta comodamente al sicuro in poltrona. Esotismo, un tocco di erotismo, tante scene d’azione, un po’ di introspezione sono senz’altro i fattori che hanno permesso un successo duraturo consolidatosi nel tempo. Forse non è una lettura prettamente femminile, le ragazze amano più il romance con venature romantiche (ma molte lettrici potrebbero contraddirmi) tuttavia ritengo che sia un fenomeno che meriti un’analisi seria, e non vada ghettizzato come mera lettertura da edicola. Il pulp ha una nobile storia e ha formato l’immaginario di intere generazioni, nelle sue varie facce dalla spystory, all’action thriller, al noir, chiavi privilegiate per analizzare il presente, il mondo reale non edulcorato da patine troppo scintillanti. Il mondo là fuori è buio e feroce, sembra dirci Di Marino, è fatto di sopraffazione e di violenza, e sebbene noi esseri civilizzati ci limitaimo a quella verbale (che può fare altrettanto male), altri usano armi, ricatti, e ogni forma di abuso per sopravvivere e davvero il crimine è per loro pane quotidiano. La letteratura, questo tipo di letteratura perlomeno, ha il ruolo sociale di aprire gli occhi su questa realtà, sul mondo in cui realmente viviamo.

Stefano Di Marino, tra i più prolifici narratori italiani, attivo per le collane Mondadori “Segretissimo” e “Giallo”, da anni si dedica alla narrativa scrivendo romanzi e racconti di spy-story, gialli, avventurosi e horror.
Per Fabbri ha curato Il cinema del Kung Fu e Il cinema Horror. Per la Gazzetta dello Sport le collane Il cinema del Kung Fu (diversa dalla precedente) e Gli indistruttibili – Il cinema d’azione degli ultimi vent’anni.
Tra i suoi libri sul cinema Tutte dentro – Il cinema della segregazione femminile (Bloodbuster Edizioni), Bruce e Brandon Lee (Sperling & Kupfer), Dragons Forever – Il cinema marziale (Alacran), Italian Giallo – Il thrilling italiano tra cinema, fumetti e cineromanzi (Cordero Editore) e Eroi nell’ombra – Il cinema delle spie raccontato come un romanzo (Dbooks.it).
Per Odoya ha già pubblicato Guida al cinema di spionaggio (2018).

Source: acquisto personale.

:: Processo a Shanghai di Qiu Xiaolong (Marsilio 2020) a cura di Giulietta Iannone

27 novembre 2020

La Cina è uno stato di diritto? Interessante questione, più complessa di quanto possa sembrare. Ricordo che ai tempi dell’Università, mi iscrissi a Scienze Politiche indirizzo internazionale, quando dovetti scegliere le materie del mio piano di studio decisi di inserire “Sistemi giuridici comparati” che non era nel nostro piano ufficiale ma di Giurisprudenza, così andai a sostenere l’esame nel Palazzetto Aldo Moro qui a Torino e passai con Gianmaria Ajani, che negli anni divenne anche rettore dell’Ateneo torinese, non ricordo se lui o un assistente mi fece proprio una domanda sul sistema giuridico cinese, non so se per mettermi in difficoltà o altro, e io ricordo ancora che risposi correttamente forse stupendoli un po’ che un’incosciente studentessa proveniente da Scienze politiche fosse preparata su quei temi così specifici e fumosi. Non ricordo tutto nel dettaglio, sono passati più di vent’anni, ma ricordo due punti: il concetto negativo di conflitto e quello positivo di appianamento delle divergenze nella cultura cinese, e il fatto che se la giurisprudenza statunitense si basa sui precedenti e sulle sentenze emesse dai giudici nel passato, il sistema giuridico cinese è invece molto più fluttuante. C’è un film molto bello di Zhang Yimou, La storia di Qiu Ju, con un’intensa Gong Li, che vi consiglio di vedere se amate l’argomento. Così quando ho letto che questo tema sarebbe stato affrontato nell’ultimo romanzo di Qiu Xiaolong, sono rimasta molto incuriosita. Processo a Shanghai (Inspector Chen and Judge Dee, 2020) è il 12° romanzo della serie Chen Cao, edito da Marsilio e tradotto dall’inglese da Fabio Zucchella, e come al solito dalla sua lettura non sono rimasta delusa. Ormai Qiu Xiaolong è una sicurezza e ogni suo libro una piccola gemma per chi ama l’Oriente e la cultura cinese. Dunque non solo un giallo, un’indagine poliziesca, ma un piccolo trattato di sociologia, poesia, storia e psicologia sociale. Un fluttuare tra antico e moderno, in un mondo sempre più mutevole e in continua evoluzione sebbene all’apparenza come sulla superficie di un lago tutto sembri immobile. C’è molta amarezza, molto disincanto e nello stesso tempo un flebile filo di speranza che i mali che affliggono il Drago dormiente possano essere un giorno superati. Ma torniamo alla storia, Chen Cao non è più l’ispettore capo della polizia di Shanghai, ha dovuto lasciare il suo incarico a Yu il suo vecchio assistente per fare “carriera” e diventare Direttore dell’Ufficio del Sistema Giudiziario, per di più in licenza per un periodo di convalescenza che non si sa bene per quanto si protrarrà. A lenire questo periodo di incertezza l’efficiente e simpatica Jin, sua segretaria e preziosa collaboratrice e la lettura di Poeti e assassini del sinologo olandese van Gulik sulle gesta del Giudice Dee, uno Sherlock Holmes cinese della dinastia Tang. Poi Vecchio Cacciatore lo coinvolge nelle indagini sulla morte di Qing, assistente della Dama Repubblicana, una donna bellissima e dal passato discutibile che offre in casa sua pranzi sontuosi per ospiti super selezionati e influenti. E proprio queste sue frequentazioni saranno causa della sua rovina. Ma Chen Cao si chiede se è davvero colpevole del delitto, se davvero ha ucciso Qing per futili motivi (la ragazza voleva lasciarla per aprire a sua volta un ristorante). La sua indagine certo in incognito ha bisogno di una più seria copertura così si ingegna mobilitando le sue conoscenze e ideando un progetto di scrittura su una nuova novella sul giudice Dee, che gli permetta un parallelismo tra i sistemi giuridici antichi e quelli moderni, in cui la giustizia sembra in una posizione di sudditanza rispetto agli interessi del Partito Unico che governa il paese socialista con caratteristiche cinesi. Il linguaggio è poetico, una festa tra allusioni, rimandi e vere e proprie poesie che impreziosiscono il testo, come le struggenti poesie in appendice della celebre poetessa Xuanji. Buona lettura!

Xiaolong Qiu, scrittore e traduttore, è nato a Shanghai e dal 1989 vive negli Stati Uniti, dove insegna letteratura cinese alla Washington University di Saint Louis. Oltre alle inchieste dell’ispettore Chen, pubblicate in trenta paesi, già adattate per una popolare serie radiofonica della Bbc e presto anche per una serie televisiva, di Qiu Marsilio ha pubblicato i due romanzi che raccontano le storie del Vicolo della Polvere Rossa e una raccolta di poesie dedicate a Chen Cao. www.qiuxiaolong.com/

Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo Chiara dell’Ufficio stampa Marsilio.    

:: Un’intervista con Antonella Ferrari a cura di Giulietta Iannone

16 novembre 2020

Abbiamo il piacere di ospitare oggi sulle pagine di Liberi di scrivere Antonella Ferrari, autrice di “Adelaide” il suo nuovo romanzo storico, pubblicato da Castelvecchi, ambientato nella Chieti di fine Ottocento. Ha accettato di rispondere ad alcune nostre domande.

Benvenuta Antonella, e grazie di essere qui per parlare del tuo nuovo libro, Adelaide, una storia d’amore, o di amori, un romanzo storico, perlomeno con uno sfondo storico preciso. Ma prima mi piacerebbe che ci parlassi un po’ di te, dei tuoi studi, del tuo lavoro.

Grazie a voi dell’opportunità che mi offrite, sono laureata in Giurisprudenza, ho avuto diverse e variegate esperienze lavorative frutto di passioni temporanee, poi mi sono dedicata interamente alla scrittura, e spero che diventi la mia vera e unica professione.

Come è nato il tuo amore per i libri? Cosa ti ha spinta a diventare una scrittrice?

Anche mio nonno, mio padre e mio zio nel loro piccolo scrivevano, quindi è stato naturale accostarmi a questa passione di famiglia.

Leggi altri scrittori contemporanei? Chi sono i tuoi scrittori preferiti? Da chi ti senti maggiormente influenzata?

Divoro ogni romanzo contemporaneo o classico, adoro leggere, è parte di me. Mi ispirano Balzac, Jane Austen, Andrea De Carlo e Sandor Màrai.

Parliamo di Adelaide,  come è nata l’idea di scriverlo? Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

Adelaide nasce dai racconti sentiti nella mia città di origine Chieti e anche in casa si discorreva molto sulle vicende dei Mayo.

Adelaide è la protagonista, una donna moderna si può dire, indipendente, forte, un personaggio femminile sfaccettato. Un po’ ti somiglia?

Molto, anch’io non sono sposata e non sento la necessità di un uomo a cui appoggiarmi. Per il resto mi è piaciuto plasmare un’eroina avanti di due secoli, senza paura e intraprendente.

Parlaci degli altri personaggi.

Ci sono storie nelle storie, due suore che si uniscono alle lotte carbonare animate            dalla fede, Cesare e Manfredi, uomini di una bellezza travolgente, Isabella, moglie     di Manfredi bellissimo esempio di resilienza, e Ninetta, il deus ex machina che risolve i problemi.

La famiglia Mayo è un’istituzione nella città di Chieti, parlaci della storia di questa nobile famiglia abruzzese.

I Mayo sono una stirpe antica, ho ricostruito l’albero genealogico che parte dalla fine del 1600. Di sangue nobile, nel 1825 acquistano il palazzo di 5000 mq sul corso di Chieti, oggi Fondazione/Museo che tiene vivo e presente il loro ricordo.

Su che documenti hai studiato e raccolto notizie? È stato difficile il lavoro di documentazione?

Sono stata diverse volte all’Archivio di Stato di Chieti, è stato divertente sfogliare le pergamene impolverate con la storia della città, e anche presso la Biblioteca Provinciale e a Palazzo de’ Mayo. Sulla storia della famiglia ho trovato pochi riscontri, così ho sbrigliato la fantasia e creato i miei personaggi.

Ti piacerebbe se il tuo romanzo diventasse un film, o una serie tv? Ci sono progetti reali in merito?

Magari! È ancora presto per simili progetti, il libro è uscito da poco, ma se finisse nelle mani di un regista o sceneggiatore interessato sarebbe il top.

E all’estero, c’è interesse per una storia di amore e di rivolte politiche sullo sfondo della provincia abruzzese di due secoli fa?

Lo spero, diamo un po’ di tempo a Adelaide per farsi conoscere, se la storia piace, funziona anche sulla luna, credo.

Parteciperai a qualche presentazione anche in streaming o Festival letterario dove potremo ascoltarti di persona?

Al momento ho registrato un paio di interviste in streaming o via radio, appena torneranno tempi migliori, girerò come una trottola ovunque.

Nel ringraziarti per la tua disponibilità come ultima domanda ti chiederei quali sono i tuoi progetti per il futuro? Stai scrivendo un nuovo libro?

Grazie  ancora a Liberi di Scrivere per l’intervista. Ho già pronto un romanzo ambientato in Sardegna, mio luogo del cuore, dal titolo L’Isuledda. Anche qui storie d’amore e avventure a cavallo dei secoli.