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:: Intervista con Michele Venanzi a cura di Giulietta Iannone

26 gennaio 2022

Oggi abbiamo il piacere di intervistare Michele Venanzi, autore del libro “Il ritorno del Samaritano” (Marna) terzo classificato alla dodicesima edizione del Liberi di Scrivere Award.

Benvenuto Michele su Liberi di scrivere e grazie di aver accettato questa intervista. Innanzitutto complimenti per il suo terzo posto al nostro Liberi di scrivere Award con il libro Il ritorno del Samaritano edito da Marna. Ci parli innanzitutto di lei, dei suoi studi, del suo percorso professionale, della sua vita.

Grazie a voi dell’invito! Per me è in effetti un po’ inusuale ritrovarmi in ambienti letterari, dato che la mia quotidianità mi porta perlopiù altrove… Sono uno psicologo psicoterapeuta di 43 anni, sposato e con tre figli: abitiamo in provincia di Como, a Rovellasca, paese nel quale ho anche il mio studio professionale. Da una decina d’anni, metà del mio tempo lavorativo lo dedico a una casa di cura del comasco, condotta dalle Suore Ospedaliere, per le quali ricopro il ruolo di coordinatore del servizio di pastorale della salute.
Vengo da studi classici, presso i Salesiani di Milano, mia città di nascita. Ho poi frequentato la facoltà di psicologia dell’Università Cattolica. Mi sono infine specializzato, più tardi, in psicoterapia sistemico-relazionale presso il CMTF, sempre a Milano.

La sua attività principale è quella di psicologo e psicoterapeuta. Da credente come integra psicologia e spiritualità?

Per molti anni queste due dimensioni hanno viaggiato su percorsi paralleli, quasi indipendenti l’uno dall’altro. L’incontro con la Congregazione delle Suore Ospedaliere, poi, ha fatto sì che questi due ambiti si incontrassero, “costringendoli” a convivere nell’incarico di responsabile di un servizio di pastorale della salute: un modo di vivere non più solo nel privato la dimensione di Fede. Fare testimonianza, elemento essenziale per un credente, ma non facile almeno per me, è così diventato più semplice, venendo quasi “obbligato” a farlo attraverso il ruolo stesso ricoperto all’interno della struttura ospedaliera. E quindi è l’agire pastorale che richiede l’integrazione (ma anche la distinzione) tra psicologia e spiritualità: ricercarne aree di sovrapposizione e insieme di confine è diventata una delle occupazioni mentali più interessanti per me, in questo periodo. E la stesura del racconto, in parte, è anche un modo di rappresentare questo tentativo di tenere insieme e al tempo stesso di distinguere aspetti psicologici e spirituali della vita.
Per quanto riguarda la psicologia in sé, non ho mai creduto che fosse inconciliabile con la religione, né che lo psicologo cattolico svolgesse una professione “diversa” da uno psicologo non credente. Semplicemente, come diceva un mio maestro, psicologo e sacerdote camilliano, “lo psicologo cattolico non esiste: c’è lo psicologo, il suo essere cattolico non riguarda la professione”. La Fede aiuta semmai a vivere la propria professione, qualunque essa sia, con un certo “stile”: ma non incide sulle competenze e abilità professionali, né togliendone alcune né aggiungendone altre.

Noi ci occupiamo di libri, per cui non posso non chiederle qualche consiglio di lettura, anche che privilegi una dimensione spirituale, cosa che abbiamo sempre contemplato di presentare nelle nostre proposte di lettura.

Partirei dai grandi classici: in alcuni romanzi si ritrovano impareggiabili tratteggiamenti di profili psicologici dei personaggi. Come diceva un mio docente, alcune descrizioni di Tolstoj e Dostoevskij non hanno nulla da invidiare a manuali specialistici di settore: aveva ragione.
Per quanto riguarda i temi di spiritualità, mi sentirei di consigliare i testi di Vittorio Messori: un laico che, con stile elegante e al tempo stesso molto accessibile, si addentra in riflessioni e testimonianze su varie figure centrali per la Fede cristiana: da Gesù stesso a Maria, fino agli Angeli custodi.
Un altro autore da segnalare potrebbe essere Don Luigi Maria Epicoco: con stile diretto e quasi provocatorio, ci pone questioni spirituali irrinunciabili, senza nascondere come la Fede non preservi di per sé dalle difficoltà della vita: il testo “Sale, non miele”, con il suo titolo molto evocativo, già ci lascia intendere molto…
Infine, come non suggerire di rispolverare la Bibbia, in particolare il suo incantevole e a tratti quasi poetico Libro della Sapienza?

Come è nato il suo amore per i libri e la scrittura?

Sa che non saprei neanche se chiamarlo “amore”? Pensi che è nato addirittura come “avversione”!… Non ero particolarmente bravo a scrivere da piccolo e da ragazzo. Soprattutto ero molto sintetico, all’eccesso. Scrivevo correttamente, sì, ma molto poco (anche Il ritorno del Samaritano, in effetti, è molto breve: evidentemente ho conservato questa mia caratteristica!). Per questo i miei temi erano in definitiva giudicati male e col tempo mi ero convinto che lo scrivere non fosse certo una mia abilità. E quasi per estensione, per di più, non mi piaceva nemmeno leggere! Poi un professore, al terzo anno di liceo classico, mi diede fiducia, apprezzando comunque il mio modo di stendere un testo, seppur molto conciso. Da lì, ho scoperto tutto sommato di saperci fare, passando per redazioni di articoli di settore, capitoli per manuali scolastici, fino al piacere di scrivere semplici biglietti personalizzati… Insomma, chi lo avrebbe mai detto? Di certo, però, non pensavo di poter scrivere un racconto, e che per giunta venisse pubblicato! Si è trattato quindi più che altro di una sfida con me stesso, unita alla necessità di intrecciare, qui in forma narrata, psicologia e spiritualità.

Ci parli del suo racconto “Il ritorno del Samaritano”. Ha cercato di attualizzare la parabola evangelica con una narrazione semplice e comprensibile da tutti. E’ ancora oggi così difficile farsi prossimo degli altri?

Alcune professioni, tra cui la mia, si avvicinano già di per sé all’altro e quindi si fanno “prossime”. Quello che è più raro è il trovare elementi di “gratuità”, in generale: è difficile andare oltre al previsto, fare un gesto in più, uscire da uno schema, concedersi del tempo extra non preventivato… I ritmi forsennati di oggi non aiutano certo ad andare oltre al dovuto, già molto oneroso di suo solitamente, per cui si sta perdendo la bellezza di quel di più connotato da gratuità, derivante a sua volta da compassione: quasi sempre gesti o parole molto piccoli, ma che fanno una grande differenza agli occhi di chi li riceve. A questo proposito invito a incuriosirsi circa il concetto di “eleogenetica”, un approccio che intende riscoprire il volto umano di “Eleos”, attraverso lo studio dei processi che facilitano ed implicano misericordia.

Con il suo lavoro di psicologo e psicoterapeuta tende una mano al prossimo, si può dire. Questa parabola descrive bene la sua scelta di vita. In che modo la lettura del brano di Luca ha influenzato la sua vita?

Di questa parabola mi piace innanzitutto come parta spazzando via subito i pregiudizi più radicati: si ferma infatti colui sul quale non avrebbe scommesso proprio nessuno. Il Samaritano si sente “chiamato” dalla situazione stessa: sa che in quel momento “tocca a lui” e si lascia guidare da un istinto umano e umanizzante che va ben oltre ciò che la razionalità suggerirebbe: non pensa “chi me lo fa fare?” o “che c’entro io con questo tizio?”, ma agisce, semplicemente si lascia guidare dai propri istinti più profondi. Da cristiani potemmo dire che si lascia guidare dallo Spirito Santo.
Poi, riguardo al rapporto tra la parabola e la mia vita, torna di nuovo decisivo l’incontro con le Suore Ospedaliere: il loro carisma è l’Ospitalità, la loro icona biblica il Buon Samaritano. Nell’occuparmi di pastorale della salute per loro, l’immagine del Samaritano faceva avanti e indietro nella mia mente quasi quotidianamente… E quindi ho deciso di provare ad andare oltre. Questo punto desidero sottolinearlo: il mio racconto non è un tentativo di “riscrivere” la parabola (non mi permetterei mai), ma in qualche modo di “proseguirla”. Credo infatti che il Vangelo esista perché noi possiamo agire, fare delle cose, vivere. Così come la parabola (come qualsiasi parola o azione, in realtà) innegabilmente ha degli effetti su di noi, la sua vicenda ne avrebbe sortiti di certo sui personaggi in essa coinvolti: ed ecco che allora può prendere corpo anche Il ritorno del Samaritano.

Passa un uomo di chiesa e passa oltre, passa un levita, maestro della legge e passa oltre. Si ferma un Samaritano. Uno degli ultimi nella scala sociale del tempo. Che lezione ha da insegnarci questo?

Come accennavo, la lezione è quella prima di tutto di non fermarci agli stereotipi e ai pregiudizi. Attenzione, però, a non rovesciarli! Intendo dire, non è che ora, constatando come è andata, si debba iniziare a pensare che sacerdoti e leviti siano persone ipocrite e incoerenti e solo prese dai loro affari. Semplicemente, occorre ricordarsi che l’altro possa sempre stupirci, chiunque egli sia, e a prescindere dai nostri pregiudizi che, volenti o nolenti, tutti abbiamo: l’uomo infatti, per “necessità” di economia mentale, è portato a categorizzare e semplificare il mondo. Il punto importante quindi non è il non avere pregiudizi, ma l’essere pronti a sconfessarli e a rimuoverli, restando sempre disponibili a constatare quanto le persone e le situazioni possano di volta in volta sorprenderci.

Infine, ringraziandola della disponibilità, l’ultima domanda. Sta lavorando a un nuovo libro? Quali sono i suoi progetti per il futuro?

Non credo che questa sia una “svolta” nella mia carriera professionale, continuerò a fare il mio mestiere e gli impegni, tra lavoro e famiglia, non mancano di certo. Ma d’altronde perché escludere l’elaborazione di un nuovo scritto? Un’idea peraltro ci sarebbe anche, ma… Occorrerebbe quantomeno lo slancio e l’ispirazione avuti, oserei dire “in dono”, un paio di anni fa.
Grazie a voi e complimenti per tutte le vostre belle iniziative!

:: Un’intervista con Oriana Ramunno a cura di Giulietta Iannone

25 gennaio 2022

Oggi abbiamo il piacere di intervistare Oriana Ramunno, autrice del libro “Il bambino che disegnava le ombre”(Rizzoli) seconda classificata alla dodicesima edizione del Liberi di Scrivere Award.

Benvenuta Oriana su Liberi di scrivere e complimenti per il secondo posto. Ho sentito davvero pareri lusinghieri sul tuo libro, per alcuni uno dei migliori libri editi l’anno scorso in Italia. Ce ne vuoi parlare? Come è nata l’idea di scriverlo?

Grazie a voi per aver scelto Il bambino che disegnava le ombre tra i libri votabili, ve ne sono davvero grata.Questo libronasce in un momento più maturo del mio percorso di scrittrice, iniziato ormai dieci anni fa, in cui mi sono sentita finalmente pronta a raccontare l’Olocausto. Da piccola ho ascoltato e trascritto i ricordi di mio zio Angelo, un sopravvissuto ai lager nazisti, e nel tempo ho provato a capire i suoi racconti studiando la Storia, cercando di capire le origini di quella che è stata una delle pagine più brutte dell’umanità. Dopo aver sviscerato ogni aspetto di quelle pagine terribili, ho voluto raccontarle e ho deciso di farlo con un genere che da sempre sonda le ombre e le luci dell’animo umano, mettendoci di fronte alle nostre più grandi paure, ma offrendoci anche delle soluzioni finali catartiche: il giallo.

Vivi a Berlino è vero? Parlaci un po’ di te della tua infanzia, del tuo lavoro?

Ho vissuto a Berlino per tre anni, da settembre sono ritornata bolognese insieme a tutta la mia famiglia. Berlino è stata un’esperienza unica. È una città che ha un’anima, che si porta addosso i segni della Storia visibili in ogni angolo, nei buchi delle granate sui muri, nei memoriali che si trovano a ogni angolo di quartiere, nei pezzi di muro conservato a memoria di tutti. Berlino mi ha insegnato la malinconia di una città sospesa nel tempo ma anche l’ecletticità di una città trasgressiva e proiettata verso il futuro. In ultimo, mi ha offerto la possibilità di approfondire le mie ricerche sul tema dell’Olocausto.
Nonostante sia una girovaga, però, io sono e sempre sarò una ragazza del Sud. Sono nata a Rionero in Vulture, in Basilicata, ed è lì che ho imparato ad amare i libri grazie a una zia bibliotecaria. È in Basilicata, o Lucania come mi piace chiamarla, che sono cresciuta, assorbendo le energie di una terra che ancora vive di realismo magico, tradizioni e passato.

Come è nato il tuo amore per i libri e per la scrittura? Ricordi il primo libro che hai letto da sola?

Il mio amore per i libri è nato a sette anni, quando passavo i pomeriggi nella Biblioteca comunale dove lavorava mia zia. Avevo a disposizione qualunque libro. Il primo fu il GGG, il Grande Gigante Gentile. Ricordo perfettamente il momento in cui iniziai a leggerlo.

Parlaci dei tuoi esordi, come è andata. Hai avuto qualcuno che ti ha incoraggiata, spronata a scrivere?

Ho iniziato a scrivere al liceo per esigenza personale, ma ho continuato in maniera consapevole solo dopo i trent’anni, quando ho capito che non basta avere una passione ma che questa, come in ogni mestiere, va supportata dagli strumenti giusti. Ho iniziato a studiare da autodidatta le tecniche narrative e ho deciso di mettermi in gioco con alcuni racconti editi da Delos Digital, poi con vari concorsi della Mondadori. Dopo aver vinto il GialloLuna NeroNotte ed essere arrivata finalista al prestigioso Premio Tedeschi, l’editor Franco Forte mi ha commissionato un romanzo sul femminicidio per la collana de I gialli Mondadori, uscito col titolo “L’amore malato” nella raccolta “Amori malati”. Ho avuto anche l’occasione di partecipare, sotto pseudonimo, alla saga de “I Sette Re di Roma”, edita da Oscar Historica, col romanzo “Tullo Ostilio, Il lupo di Roma”, scritto con Scilla Bonfiglioli e Franco Forte.

Torniamo al libro, come è nato il tuo interesse per le tematiche legate all’Olocausto e ai campi di concentramento nazisti. Sei partita da ricordi familiari?

Come raccontavo nella domanda precedente, tutto parte dai ricordi di mio zio, internato prima in un campo di lavoro tedesco e poi trasferito in quello che veniva definito “campo di morte”. Le sue memorie, insieme a quelle di altri sopravvissuti del mio paese di origine, sono raccolte nel libro “Fiotti di memoria”, editato dal comune di Rionero in Vulture in occasione della Giornata della Memoria.

Come ti sei documentata?

Lo studio sull’Olocausto è una cosa che ho fatto a prescindere dal romanzo, e che ha impiegato numerosi anni e due esami monografici all’università. Di vitale importanza è stata, sicuramente, l’esperienza a Berlino, che oltre a fornirmi documenti introvabili in Italia mi ha offerto la possibilità di “sentire” la Storia. La stessa cosa vale per i campi di Auschwitz e Birkenau, di Sachsenhausen e di Ravensbrück che ho potuto visitare.

Parlaci del tuo personaggio principale, Hugo Fischer, come è nato?

Hugo Fischer nasce dall’esigenza di raccontare l’Olocausto dagli occhi di un tedesco comune, uno di quei cittadini che non appoggia Hitler, ma che per quieto vivere e paura non si oppone e per continuare a lavorare si iscrive addirittura al partito. Incarna la maggior parte di noi: difficilmente si è eroi, in certe circostanze.

E’ una storia di indagine, la vittima è Sigismud Braun, un pediatra che lavorava a stretto contatto con il famigerato Josef Mengele. Ci vuoi parlare di come questa indagine si dipana nella narrazione?

Quello che mi premeva mostrare, scegliendo il giallo come genere portante del romanzo, era la visione che i tedeschi avevano di coloro che chiamavano “subumani”: Sigismund Braun viene assassinato in un luogo in cui vengono uccise migliaia di persone al giorno, eppure la sua morte è l’unica che merita un’indagine, mentre le morti dei subumani sono considerate giuste, normali, necessarie a un bene comune. Hugo Fischer, che nulla sa di Auschwitz, si ritrova a indagare sulla morte di Braun, ma al tempo stesso è costretto a fare luce anche su un genocidio. Si ritrova, insomma, a cercare un assassino tra un sacco di assassini. Nella sua indagine, sia professionale che personale, viene aiutato da Gioele, un bambino ebreo con il dono del disegno. Ed è grazie ai suoi disegni che molte ombre si dipanano.

La popolazione civile tedesca sapeva ben poco di cosa succedeva nei campi, degli orrori indicibili che nascondevano, una mia zia tedesca mi ha assicurato che era così, che hanno scoperto tutto dopo la guerra. Hai anche tu testimonianze in merito?

È vero. Per tratteggiare il personaggio di Hugo Fischer mi sono servita di diverse testimonianze. Hugo Fischer è a conoscenza del dislocamento degli ebrei tedeschi, ma non sa dove effettivamente finiscano. In patria circolano voci di corridoio, ma è il caso di dire che nei lager la realtà superava la fantasia, e molti tedeschi non potevano immaginare che quei campi di detenzione fossero in realtà una vera e propria industria di morte. Quando anche le voci arrivavano chiare e precise, come nel caso di Fischer, subentrava un meccanismo di rifiuto e rimozione della realtà molto comune tra gli esseri umani.

Molti medici e scienziati tedeschi hanno usato i prigionieri come vero e proprio “materiale” di ricerca spingendosi ben oltre ai precetti deontologici considerando questi prigionieri “non persone” su cui si poteva perpetrare ogni abuso. Come ti spieghi tutto questo?

È il concetto di subumano di cui parlavo prima. Era molto radicato nei tedeschi. Il mito della razza ariana non viene inventato da Hitler, ma ha radici più vecchie. Hitler non ha fatto altro che riprenderlo in un momento storico favorevole ed esasperarlo. I medici che ottenevano di lavorare ad Auschwitz operavano sotto la ferma convinzione di non avere tra le mani degli esseri umani ma delle vere e proprie cavie, dei subumani. Mengele sosteneva di avere l’obbligo morale, in quanto scienziato e ariano, di far progredire la scienza attraverso la sperimentazione. E se in Germania era vietato l’uso di animali per la ricerca, nei campi tutto era consentito…

Tra i prigionieri c‘è un bambino Gioele, ci vuoi parlare di lui?

Gioele rappresenta una piccola luce dove tutto si sta spegnendo. È un bambino bolognese, ebreo, e insieme al suo gemello viene subito notato da Mengele. Ne diventa presto oggetto di studio perché in lui non c’è nulla di rappresentativo della razza ebraica, anzi: agli occhi di Mengele, che ragiona solo in termini razziali, Gioele ha più in comune con un bambino ariano che con un giudeo, con le sue iridi chiare, la spiccata intelligenza e la bravura nel disegno. Mengele si domanda come possa un subumano avere quelle potenzialità e ne rimane affascinato, al punto da tenerlo con sé al Blocco 10 per osservarlo.

È proprio Gioele ad aiutare Hugo Fischer nella risoluzione del caso e, prima ancora, a guidare la sua coscienza verso un cammino tortuoso, mostrandogli le ombre che gravano sul suo cuore, su quel lager e sulla Germania intera.

Progetti per il futuro?

Sto lavorando a un romanzo, questa volta di ambientazione italiana, con una protagonista femminile in grado di sfidare un mondo maschile agli albori della Grande Guerra. Spero possa vedere la luce, perché questo personaggio mi sta donando tanto.

:: Un’intervista con Ben Pastor a cura di Giulietta Iannone

23 gennaio 2022

Bentornata Ben su Liberi di scrivere e grazie di averci concesso questa nuova intervista, parleremo del tuo nuovo libro La sinagoga degli zingari e dei tuoi progetti futuri. Iniziamo con il chiederti: La sinagoga degli zingari è davvero l’ultimo libro della serie dedicata a Martin Bora, o è una classica fake news?

Direi che si tratta di una fake news. Infatti, ho in programma almeno altri due, forse tre, romanzi con Martin Bora. Del resto, Bora deve ancora confrontarsi con gli ultimi, drammatici mesi della Seconda guerra mondiale. Il ciclo, quindi, non finirà con La Venere di Salò, ambientata nella Repubblica Sociale Italiana alla fine del 1944, ma andrà avanti fino alla battaglia di Lipsia (primavera 1945).

La sinagoga degli zingari, (The Gipsy Synagogue 2021), edito in Italia da Sellerio e tradotto dall’inglese da Luigi Sanvito, è il tredicesimo libro che hai dedicato a Martin Bora. Siamo nell’agosto del 1942 ad un passo dall’assedio di Stalingrado, città che come la sinagoga degli zingari sembra più un sogno o meglio un incubo irraggiungibile. Si può dire che l’esercito di Hitler fu sconfitto sul campo russo, che fu già fatale a Napoleone?

Certo, l’esercito tedesco, analogamente a quello napoleonico, fu sconfitto da un insieme di fattori che nel corso di qualche mese si rivelarono decisivi. Cito i principali: condizioni climatiche estreme, eccessivo allungamento delle linee di rifornimento, scarsa conoscenza della reale consistenza delle forze nemiche. Un altro fattore che si rivelò funesto per le fortune tedesche a Stalingrado fu la scarsissima capacità strategica e l’imperdonabile irresolutezza di Paulus, comandante in capo della VI Armata. Persona sbagliata al posto sbagliato nel momento sbagliato, commise errori su errori, si rifiutò di disobbedire agli ordini hitleriani di tenere la città a ogni costo, precludendosi così ogni via di fuga dalla Sacca quando era ancora possibile, e condannando a morte (o nei migliori dei casi alla prigionia) centinaia di migliaia dei suoi sottoposti.

La campagna di Russia fu devastante sia per i tedeschi che per i suoi alleati, come ti sei documentata?

Be’, il lavoro di ricerca è stato estremamente complesso. È durato quasi due anni e ho dovuto impiegare parecchie lingue per impadronirmi delle fonti primarie e secondarie: non solo italiano, ma anche inglese, tedesco, russo, romeno e francese. In proposito, mi permetto di citare quel che ho scritto nella nota finale al romanzo:

“Nel corso di più di un settantennio, innumerevoli storici, analisti, saggisti e romanzieri hanno scritto decine di migliaia di pagine sulla battaglia di Stalingrado, tra i punti di svolta della Seconda guerra mondiale e tragedia umana di proporzioni apocalittiche (oltre un milione di perdite tra morti, dispersi e prigionieri). Talvolta la ricostruzione di quei drammatici giorni non è andata esente da errori materiali, distorsioni propagandistiche e grossolane manipolazioni ex post, sia da parte tedesca che da parte sovietica. Attraverso il dipanarsi dell’intreccio giallo, quello che ho cercato di restituire ne La sinagoga degli zingari, grazie all’analisi di un’amplissima messe di fonti primarie e secondarie, è esattamente il contrario: un ritratto realistico, credibile e antiretorico – giacché esiste, assai discutibilmente, sia la retorica della vittoria che quella della sconfitta – di uno degli eventi nel contempo più sanguinosi e tragicamente assurdi del Secondo conflitto mondiale. Naturalmente non spetta a me stabilire di esserci riuscita, bensì, come sempre, a chiunque abbia avuto, o avrà, la bontà di leggermi. Ciò premesso, devo tuttavia assolvere al piacevole obbligo di ringraziare una serie di amici, storici e cultori di discipline militari che ho letteralmente scomodato ai quattro angoli del mondo, dall’Italia alla Federazione Russa, dalla Germania all’Australia, subissandoli di domande, interrogativi e richieste di chiarimenti…”

Ho avuto modo di sfogliare Unternehmen Barbarossa im Bild: Der Russlandkrieg fotografiert von Soldaten di Paul Carell e mi ha colpito davvero la piccolezza dell’uomo paragonato ai grandi spazi della campagna russa. Hai visto anche tu questo albo fotografico? Altre documentazioni fotografiche?

Sì, conosco il testo che citi. Ma a parte Carell, ho esaminato letteralmente migliaia di foto (e qualche decina di filmati), nel tentativo di ricostruire con la più grande esattezza possibile gli ambienti, gli uomini e il territorio che ha fatto da sfondo alla battaglia di Stalingrado. Da questo punto di vista, si sono rivelati molto utili gli archivi fotografici dell’attuale esercito tedesco. Peraltro, non mancano neppure copiose raccolte di fotografie gestite da privati. Ho cercato di mettere a buon frutto entrambe queste fonti.

A Bora viene dato l’incarico di scoprire il destino di due coniugi romeni, scienziati con importanti studi sull’atomo, colleghi di Fermi e Majorana. Se Hitler fosse arrivato per primo ai progetti di una bomba atomica, secondo te saremmo ancora qui? L’umanità sarebbe sopravvissuta?

Quella della bomba atomica di Hitler è una delle tante leggende sinistramente suggestive della Seconda guerra mondiale, ma la realtà storica è ben diversa, e, se vogliamo, più banale. Infatti, anche se il Reich poteva avvalersi di fisici del calibro di Heisenberg, alla Germania mancavano tuttavia sia le materie prime (uranio-plutonio in quantità sufficiente e acqua pesante per un reattore), sia le competenze ingegneristiche per assemblare un congegno atomico che fosse davvero in grado di fare il suo apocalittico lavoro. Né va dimenticato che Hitler credeva assai poco nell’arma nucleare; preferiva affidarsi alle V-1 / V-2 e ai caccia a reazione.

Un doppio mistero: un’indagine poliziesca, con le sue ripercussioni politiche, economiche, morali, e un’indagine nell’animo e nel subconscio di Bora. Ce ne vuoi parlare?

Come sempre nel ciclo di Martin Bora, all’indagine su un caso criminale si accompagna un’esplorazione dell’interiorità del protagonista. Ne La sinagoga degli zingari Bora, in maniera inaspettata, si ritrova a fare i conti con alcuni fantasmi del suo passato, a partire dall’ingombrante figura del suo padre naturale, tanto più presente nella sua anima quanto più è restato assente nella sua vita. E poi c’è la componente psicologica legata al durissimo assedio di Stalingrado, che progressivamente porta Bora sull’orlo della follia, mentre i suoi compagni cadono uno dopo l’altro, le condizioni climatiche si fanno sempre più proibitive, e ogni ragionevole speranza di salvezza sembra svanire grazie alle indecisioni di Paulus. Così, fuggire da Stalingrado e risolvere il doppio caso di omicidio che mesi prima gli era stato affidato, significa per Bora non solo sciogliere un mistero, ma anche e soprattutto ricostituire la sua identità psichica, ricomporre le tessere del suo mondo interiore, sopravvivere al trauma e ritrovare una ragione per andare avanti. Anche se certe ferite interiori legate a quell’esperienza allucinante non si rimargineranno mai del tutto.

In questi giorni sto leggendo in occasione de Il Giorno della Memoria, Il vescovo che disse “no” a Hitler di Gunter Beaugrand, sulla vita e il pensiero di Clemens August von Galen, come Bora nobile, cattolico, strenuo oppositore del nazismo. Hai pensato di farlo diventare un personaggio dei tuoi romanzi, magari coinvolto con Bora in qualche indagine?

Non lo escludo affatto!

Grazie, della disponibilità e per il tempo che mi hai dedicato, a rileggerti presto.

:: La sinagoga degli zingari di Ben Pastor (Sellerio 2021) a cura di Giulietta Iannone

10 gennaio 2022

La sinagoga degli zingari, (The Gipsy Synagogue 2021), edito in Italia da Sellerio e tradotto dall’inglese da Luigi Sanvito, è il tredicesimo libro di Ben Pastor che ha per protagonista l’affascinante e tormentato Martin Bora, aristocratico ufficiale dell’esercito tedesco, in forze ai servizi di controspionaggio, durante la Seconda Guerra Mondiale.

Agosto 1942-marzo 1943. Due sono i misteri al centro di questo romanzo, complesso e difficile forse ancora più dei romanzi precedenti dell’autrice: scoprire chi ha ucciso due famosi scienziati romeni, e scoprire il significato di un sogno ricorrente in cui appare la Sinagoga degli zingari, sempre sfuggente, che oltre a dare il titolo al romanzo è anche il titolo di un’opera musicale scritta dal padre di Bora.

Un doppio mistero: un’indagine poliziesca, con le sue ripercussioni politiche, economiche, morali, e un’indagine nell’animo e nel subconscio di Bora, mai come in questo libro nudo difronte al lettore.

Sullo sfondo l’assedio di Stalingrado, una delle pagine più dolorose e terribili della Seconda Guerra Mondiale, descritta da Pastor con una tale dovizia di particolari e una tale sensibilità da apparirci in tutto il suo agghiacciante orrore, tanto che Bora pure sopravvivendo ne uscirà sdoppiato, una frattura insanabile infatti avverrà nella sua anima, una frattura che gli farà prendere coscienza di essere morto anche lui con i suoi uomini in quell’inferno, e che il Bora che uscirà da Stalingrado non potrà che essere l’ombra di sé stesso, un golem, un feticcio proiettato verso l’insensatezza delle fasi finali di una guerra ormai perduta. Di un mondo ormai perso per sempre, la cui condanna è il vuoto e l’annientamento.

La sinagoga degli zingari è senz’altro il più drammatico e oscuro romanzo della serie, non solo per le pagine di guerra, ma per quello scavo nella mente devastata del protagonista, andato ben oltre ai limiti umani, tra malattia, freddo, ben oltre i trenta gradi sotto zero, la paura, la disperazione.

Tra la narrazione in terza persona e le parti in prima persona tratte dai diari e dalle lettere si compone un puzzle di straordinario nitore, un affresco che ho veduto scorrere sotto i miei occhi e mi ha ricordato l’impressione che ho avuto sfogliando Unternehmen Barbarossa im Bild: Der Russlandkrieg fotografiert von Soldaten di Paul Carell, che vi consiglio anche se è in tedesco, è una collezione di fotografie di cui ne ricordo soprattutto una in cui un soldato con la testa fasciata in una benda macchiata di sangue si accende una sigaretta. Lo regalò mio zio a mio nonno, generale in pensione, che trascorse la Seconda Guerra Mondiale prigioniero in India degli inglesi e ricordava che di tutti i suoi colleghi quelli che furono mandati sul fronte russo non fecero più ritorno.

Una pagina di storia, un ritratto psicologico e morale di indubbia intensità, che portano un nuovo tassello nella saga di Bora, e confermano Ben Pastor come uno dei più significativi e profondi scrittori di romanzi storici ambientati durante la Seconda Guerra Mondiale.

Ben Pastor, nata a Roma, docente di scienze sociali nelle università americane, ha scritto narrativa di generi diversi con particolare impegno nel poliziesco storico. Della serie di Martin Bora Sellerio ha già pubblicato Il Signore delle cento ossa (2011), Lumen (2012), Il cielo di stagno (2013), Luna bugiarda (2013), La strada per Itaca (2014), Kaputt Mundi (2015), I piccoli fuochi (2016), Il morto in piazza (2017), La notte delle stelle cadenti (2018) e La sinagoga degli zingari (2021).

Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo l’ufficio stampa Sellerio.

:: “Non capisco questo silenzio”: Storia di un figlio. Andata e ritorno di Fabio Geda e Enaiatollah Akbari (Baldini Castoldi 2020) a cura di Giulietta Iannone

10 gennaio 2022

Secondo appuntamento della rubrica ” Non capisco questo silenzio” dedicata alle scrittrici e agli scrittori afghani e a tutto quello che riguarda questo meraviglioso e martoriato paese. Oggi parliamo di Storia di un figlio, seguito del fortunato Nel mare ci sono i coccodrilli, scritto da Fabio Geda e Enaiatollah Akbari ed edito da Baldini e Castoldi.

Forse vi chiederete: era necessario dare un seguito a un libro come Nel mare ci sono i coccodrilli? Ecco se vi siete posti questa domanda la mia risposta è sì. Se il precedente libro racconta l’infanzia e il viaggio avventuroso e accidentato di Enaiatollah Akbari dall’Afghanistan all’Italia, la sua storia non si esaurisce in quelle pagine, perchè dopo il viaggio la vita continua e dopo l’arrivo nel paese ospite le cose non diventano nè più facili, nè meno ricche di umanità, coraggio, speranza, o ostacoli, dolore, lontananza. Enaiatollah Akbari in Italia ha studiato, ha lavorato, ha trovato una nuova famiglia che l’ha ospitato, è stato avvicinato per raccogliere le sue memorie, e ha scritto assieme a Fabio Geda il suo primo libro, ha fatto presentazioni, ha imparato una lingua nuova, è andato a vivere da solo, si è innamorato, è diventato adulto. Ecco tutto non finisce con lo sbarco, quello è il semplice inizio, inizio di una nuova vita possibile grazie all’aiuto di tante persone. E non solo la vita di Enaiat è cambiata, ma anche quella della sua famiglia lontana, di sua madre, di sua sorella, di suo fratello, che il protagonista ha continuato ad amare e aiutare anche economicamente negli anni. Quando muore sua madre abbiamo un punto di svolta, un grumo di sentimenti, riconoscenza, rabbia, esplode e il ritorno in Pakistan sembra ostacolato da mille gabole, soprattutto da una burocrazia cieca e sorda al dolore che irregimenta. Ma c’è anche il coraggio dei volontari che lavorano per le organizzazioni umanitarie e aprono ospedali nei luoghi di guerra diventando le uniche briciole di speranza per le popolazioni civili così duramente provate. Non sempre riescono a salvare tutti, con la mamma di Enaiat non riescono, ma ci sono, e questo illumina di luce un buio che è davvero grande. Un pezzo di vita che si accompagna alle nostre, un monito contro i fondamentalismi, le guerre, la semplice indifferenza, scritto in modo vivace e intelligente, stile che abbiamo imparato ad amare ne Nel mare ci sono i coccodrilli. Forse in questo secondo si sente più ancora la voce di Enaiatollah Akbari, la sua rabbia, la sua delusione, la sua presa di coscienza, il suo impegno, e la sua capacità di amare chi è vicino e chi è lontano, nonostante l’Occidente l’abbia cambiato e non sia più il ragazzino di un tempo. Ma tutti cambiamo, cresciamo, maturiamo ed è giusto così.

Fabio Geda è nato nel 1972 a Torino, dove vive. Ha pubblicato i romanzi Per il resto del viaggio ho sparato agli indiani (Instar Libri 2007, Feltrinelli 2009), L’esatta sequenza dei gesti (Instar Libri 2008), Nel mare ci sono i coccodrilli (Baldini&Castoldi 2010, tradotto in trentadue Paesi) e il monologo La bellezza nonostante (Transeuropa 2011) e Se la vita che salvi è la tua (Einaudi, 2014).

:: Intervista con Gianluigi Pasquale OFM Cap a cura di Giulietta Iannone

25 dicembre 2021

Padre Gianluigi Pasquale, insieme a Branko Muric ha scritto Teologia fondamentale. Il Lógos tra comprendere e credere, edito da Carocci: di cosa si occupa la Teologia fondamentale, in parole semplici comprensibili anche da chi si accosta da poco allo studio della teologia?

La teologia fondamentale è quella sezione della teologia che si occupa delle domande principali che ogni uomo e donna si pongono: chi sono io? Qual è il senso della mia breve vita? Cosa ci sarà dopo la mia morte? Si tratta di domande con cui ognuno si interroga e alle quali la teologia fondamentale vuole dare una risposta plausibile, ricavandola dalla Rivelazione cristiana contenuta nella Sacra Scrittura.

Ho trovato il suo libro molto complesso, anche se bene argomentato, ma seppur forse non ho capito tutto mi sembra di aver inteso che la tesi sottesa al testo, ovvero le conclusioni a cui porta il suo lavoro, sono che fede e ragione non sono incompatibili, anzi la ragione è il fondamento stesso della fede. È un’analisi corretta?

Ragione e fede non si oppongono perché non lo possono fare, non possono essere poli opposti. Entrambe sono il modo con il quale l’uomo esce da se stesso. L’uomo, infatti, «ragiona» per operare e «crede» che la ragione non lo tradisca. Viceversa ogni volta che l’uomo crede, lo fa in modo ragionevole, mai irrazionale. E anche quando credesse contro l’evidenza, lo fa, paradossalmente, non smettendo mai di ragionare. Perché è un uomo e non, per usare un esempio, un gatto. In realtà, nel mio libro non è stata facile la scelta del sottotitolo: viene prima il credere, oppure il comprendere rispetto al credere? Per certi versi il credere: è la fede che mi dà il primo contenuto su cui ragionare e comprendere. Però, la stessa fede, per essere umana, esige che io capisca ciò in cui credo. In breve: nel XX secolo avrei scritto: credere e comprendere. Ho scelto: comprendere e credere perché nel XXI secolo si nota una drammatica ignoranza di fede. L’alfabeto della rivelazione cristiana ha oggi tutte le lettere in disordine.

Dunque la teologia è una scienza, posta la prima premessa?

La teologia è una scienza, senza dubbio. Perché, alla pari di tutte le altre scienze, condivide il metodo della «fiducia» che l’esperimento di indagine sia efficacie. La scienza è la prima a credere, ad aver fede. È, però, necessaria questa precisazione. Molti asseriscono che l’oggetto della teologia, «Dio» non si vede e deducono che la teologia non è scienza. Ora, la maggior parte delle scienze esatte non «vede» il proprio oggetto di indagine, come avviene in astronomia per le stelle morte o per i quanti che sfuggono al microscopio. Ciò che rende scienza una scienza è la rigorosità del metodo di indagine: cioè la fiducia che la ricerca non si inceppi. Ciò vale per ogni scienza, teologia compresa, che, quindi, è scienza.

La rivelazione pone Dio nella storia umana. Gesù, il Cristo, diventa il punto di congiunzione tra Dio e l’uomo. La comunicazione diretta interrotta con il peccato originale viene ripristinata, è corretto?

Già G.F.W Hegel (1770-1831) aveva visto correttamente che solo la Rivelazione cristiana permette di affermare che il Dio trinitario – quindi cristiano – si possa legare al fango che l’uomo è. Ciò accade perché il «numero due» della Trinità si fa carne a Betlemme di Giudea e perché lo Spirito lo continua a incarnare nel presente della Chiesa. Pertanto, Gesù Cristo è l’«hang-out» tra la divinità e l’umanità, quel «saldo nodo» per cui la Parola (di Dio) non si può più staccare dalla carne di Gesù: il bambino di Betlemme è indivisibile. In questo senso, dall’incarnazione viene ripristinata la comunicazione interrotta con il peccato originale. Il peccato, in realtà, è una sincerità infranta. In maniera radicale con Dio: questo è il peccato originale. Con l’incarnazione, Dio si rivela all’uomo «in carne», per cui i cocci della comunicazione sono ricomposti per sempre.

L’attività teologica è amare Colui da cui si è amati. Che Dio sia amore è il centro della Rivelazione, un amore totale che arriva al sacrificio di sé, nella Croce. È questa la via della salvezza? La comprensione e condivisione di questo amore?

Non si fa teologia se uno non è profondamente innamorato di Dio, ma anche dell’uomo. Dio, in quanto tale, è amore. Altrimenti stiamo parlando di tutt’altro che non è Dio, ossia di un idolo. Dio si rivela, l’idolo lo si inventa. L’apice dell’amore che Dio è, è stato raggiunto con il sacrificio della morte in Croce del proprio Figlio, da cui è scaturito lo Spirito. Nella Croce la Trinità si è come spezzata dall’atroce sofferenza del Figlio che gridava al Padre, in modo tale che solo dalla Croce arriva la salvezza. Quando nel libro affermo che la teologia fondamentale del XXI secolo «nasce sotto la croce» sto solo leggendo quando dice la Scrittura. Al grido di Gesù sul patibolo più infame per una pena di morte mai inventato dall’uomo, l’unico non credente per antonomasia che fu il Centurione romano, emise la più perfetta confessione di fede della storia: «davvero quest’uomo era Figlio di Dio» (Mc 15,39). Pare strano, ma sono i «non devoti», i credenti più sinceri. Pertanto, la comunicazione dell’amore che Dio è, significa anche la condivisione di questo amore, come ha fatto il Centurione, in questo senso, il primo teologo, secondo gli evangelisti, senza voler troppo esagerare.

Un tema che lei tratta nel suo libro è la libertà. Libertà di Dio e dell’uomo. Un incontro di libertà, sebbene la libertà umana oltre ad essere derivata da quella divina ha anche dei limiti di finitezza. In che misura la libertà coincide con la via della salvezza? Insomma si può anche scegliere di non essere salvati da Dio?

La libertà è la prova che Dio esiste nell’uomo. La libertà umana e quella di Dio sono simili, ma tra loro vi è un abisso. Quella dell’uomo è tale perché condizionata: io sono libero, per esempio, di scegliere tutti i tipi di aereo, a condizione di volare con uno soltanto. La libertà di Dio, invece, non è sottoposta a condizioni. Eppure, nella libertà dell’uomo si riflette quella di Dio, si riflette addirittura Dio. Quando? Quando l’uomo sceglie per il bene, non per il male. Cioè quando l’uomo compie la volontà di Dio. Obbedire a Dio è il modo migliore per liberarsi dai propri condizionamenti. Se la libertà consiste nello scegliere il bene e nel compierlo, si comprende che la libertà coincide con la salvezza perché il bene compiuto porta al «ben-essere» mio e degli altri: cioè alla salvezza. Chi si ostina a scegliere e a compiere il male, sceglie «liberamente» di «dannarsi»: non (solo) nell’eternità, ma fin da adesso, semplicemente perché compie del male per sé, agli altri e contro Dio. Scegliere il male, è accettare liberamente il «mal-essere», di cui la malattia e il peccato sono lo stigma.

L’autorivelazione di Dio in Gesù Cristo è il senso della storia?

Autorivelazione di Dio in Gesù Cristo significa che Dio ha deciso (auto) di farsi vedere in quell’uomo che restò tra gli uomini per trentatré anni. Affermare che un giovane così «singolare» sia il senso di tutta la storia è piuttosto impegnativo. Perché nessuno sa per quanti migliaia di anni la storia durerà (ancora). E perché nessuno sa esattamente quando essa iniziò, ponendo in anagrafe tanti uomini che non conobbero mai Gesù Cristo e di cui ora non abbiamo nemmeno i sepolcri. Possiamo, allora, dire che «Gesù Cristo» è il senso della storia? Sì, a condizione che fissiamo per bene lo sguardo sulla culla di Betlemme. Tutti gli uomini e le donne prima e dopo Gesù Cristo hanno in comune con questo uomo un dettaglio importante: la carne. E viceversa. Gesù è «comune» a noi nella carne, nel corpo di quell’infante. Pertanto, Gesù è il senso della storia perché solo in lui la carne è stata salvata dal nulla più terribile: la morte, mediante la sua risurrezione. Il segreto è questo. La storia, senza Gesù Cristo, ha il senso (la direzione) di andare verso il nulla perché il sole cesserà di produrre energia. Ma nella risurrezione dalla carne morta, Gesù è il senso (direzione) che porta verso la vita eterna e l’immortalità, a prescindere che ci siano o no il sole o i sepolcri. Ecco perché Gesù Cristo è il senso di tutta la storia: «ante Christum natum» e «post Christum natum».

Libertà, responsabilità, e solidarietà sono tra loro collegate, in che modo?

Libertà, responsabilità e solidarietà sono tra loro collegate rispetto all’«altro-per me», cioè al prossimo che mi dice chi io sono. Nessun uomo (o donna) si può esperirsi libero, responsabile o solidale se non lo è rispetto a un altro essere umano, non certo verso uno specchio o un animale. Meglio ancora: io sono libero se sono responsabile verso un mio simile e solidale con lui. Perché l’esercizio delle tre, richiede la presenza dell’altro o dell’altra, necessariamente. Si può anche dire così: essere liberi, responsabili e solidali «toglie peso» a un modo solitario di vivere l’esistenza perché l’egoismo e l’irresponsabilità rendono schiavi, non liberi; rendono pesanti.

Salvezza e morte. Dio, eterno e immanente, facendosi uomo sperimenta la morte come atto supremo di liberazione, non dal dolore, ma dal peccato che ha portato la morte nella creazione. Facendosi agnello sacrificale una volta per tutte riporta l’uomo nella giusta relazione con Dio, è corretto?

L’uomo teme la morte non perché non la conosce, ma per il niente che la attornia. Intravisto con la morte di un proprio caro. Per sé, dunque, la morte è percepita come l’esatto contrario della salute, della salvezza, il suo esito nefasto. Questo nulla perde ogni potere con il sacrificio dell’Agnello Gesù, che non ha nemmeno belato dinnanzi allo sgozzamento a sangue. È la morte in Croce, infatti, che riporta l’uomo nella giusta relazione con Dio perché soltanto nella morte in Croce Dio è diventato trasparente all’uomo, togliendo ogni opacità dovuta al peccato.

La concezione simbolica del miracolo come sospensione della realtà naturale in favore di un bene superiore grazie a un intervento diretto di Dio, che valore ha nella vita di ogni giorno? Quale è la funzione del miracolo in un’ottica teologica cristiana?

Ogni tipologia di linguaggio umano utilizza il termine «miracolo» per indicare un intervento soprannaturale, riconducibile direttamente a Dio. Quindi, l’uomo crede ai miracoli più che a Dio, così dice il linguaggio. Vi credono anche gli scienziati allorché avviene, per esempio, una guarigione inspiegabile, nel senso che crea «meraviglia» («miraculum»). Questa è la concezione «popolare» del miracolo, il quale crede che l’intervento dall’alto è sempre possibile, auspicabile. La teologia fondamentale è, invece, più precisa. Afferma che il miracolo accade, appunto, con un valore «simbolico», ossia rimanda a Dio che può creare e anche salvare. Il miracolo, dunque, è come un indice del dito puntato verso Dio che segnala Colui a cui si imputa un fatto straordinario. È quanto accade con il concetto «creare dal nulla»: l’indice indica il Creatore, piuttosto che il nulla, che pure conferma la creazione nella sua totale gratuità. Tra il miracolo e Dio, insomma, il più importante è Dio che ha operato, per esempio, una guarigione, non il contrario.

Esiste una definizione teologica della verità? La verità è, più che un concetto logico, una persona? O entrambe le cose.

La domanda «cosa è la verità?» è quella che ha arrovellato la storia di tutto il pensiero, occidentale e non solo. Interessò anche a un procuratore romano piuttosto famoso, Ponzio Pilato (Lc 13,1), l’unico uomo degno di menzione per la fede cristiana, tanto da inserirlo nel Credo apostolico. Dinnanzi all’affermazione di Gesù «sono venuto nel mondo per dare testimonianza alla verità» (Gv 18,37), Pilato gli pone la domanda più «romana» che ci fosse: «Cosa è la verità?» (Gv 18,38). Gesù non rispose per due motivi. Innanzitutto, perché la verità stava dinnanzi a Pilato in persona e perché la verità non ha bisogno di rendere testimonianza a se stessa. Poi, io credo, l’affermazione di Gesù è fondamentale: Dio è la verità, alla quale Gesù è venuto a dare testimonianza. Ciò significa che vi possono essere altre tradizioni religiose grazie alle quali l’uomo può scorgere una certa testimonianza della verità: l’ebraismo, il mussulmanesimo, gli scritti degli antichi filosofi. Tuttavia, solo in Gesù traspare l’evidenza della Verità perché essa viene inverata nell’amore della Croce. La teologia è, in parole semplici, questo: fissare lo sguardo sulla Croce e capire che così Dio ci ha amato fino alla fine. Di più non si può.

Grazie delle sue risposte, spero che servano come chiave di lettura per i lettori che si avvicineranno al suo testo.

:: Muse nascoste. La rivolta poetica delle donne – Nicola Vacca (Galaad Edizioni 2021) a cura di Giulietta Iannone

14 dicembre 2021

È sempre difficile scrutare nell’abisso, e ancora di più lo è scegliere le voci poetiche più significative che l’hanno fatto, compito ingrato che si è caricato sulle spalle e sull’anima il critico e poeta Nicola Vacca per riportare alla luce l’opera delle più significative poetesse del Novecento. Senza limiti di tempo, né di spazio, senza preclusioni o imbarazzanti favoritismi, Nicola Vacca da onesto giornalista culturale quale è ha voluto dare lustro anche a voci colpevolmente dimenticate di quel prezioso scrigno di dolore e meraviglia che ha forgiato l’animo sensibile e tormentato di alcune donne che hanno fatto della parola, del verso, il grimaldello per scardinare il Cielo, per dare senso all’imponderabile, per cercare Dio, per cercare il senso ultimo della vita o anche solo porsi in comunione e comunicazione coi propri simili attraverso la voce filtrata e riparata di una pagina poetica. E non è da poco quello che ha fatto Nicola Vacca in un mondo intellettuale e letterario che ancora emargina ed esclude le voci più delicate, sensibili, e refrattarie al bailamme più chiassoso. Per di più l’universo femminile, da sempre ai margini, fagocitato da un mondo letterario prevalentemente maschile (mi ripugna definirlo meramente maschilista) in cui la violenza del verso fa più rumore che la leggerezza di un sussurro, ancora stenta ad affermarsi nel nuovo millennio, figurarsi la fatica che ha fatto nel Novecento, secolo gravato da rivoluzioni, guerre mondiali, campi di sterminio e inciviltà della peggior specie. Le diatribe di genere molto contemporanee esulano dalla ricerca critica di Vacca che privilegia in questo saggio il genere femminile per il semplice fatto che ha dato vita davvero ad opere poetiche di incalcolabile valore tecnico, stilistico, spirituale, morale. Se Emily Dickinson o Sylvia Plath hanno goduto del plauso della critica e i loro versi sono stati stampati e ristampati in numerose edizioni e raccolte, altre poetesse sono cadute nella dimenticanza e nell’oblio, e questo saggio di Vacca ha il pregio di riportarle in vita. Moriamo davvero nella dimenticanza e nell’indifferenza, e sebbene molte di loro siano arrivate al sacrificio supremo di sé, vinte dal dolore di vivere e dal male del mondo, leggendo i loro versi rendiamo meno vane le loro tragiche morti e ci avviciniamo al mistero che le ha cullate e avvolte. Muse nascoste, la rivolta poetica delle donne ha la forza di un pamphlet di denuncia, di un modo di fare critica militante, per opporsi al conformismo e alla convenienza in nome di un’onestà intellettuale che riconosce i meriti dove realmente esistono. E queste donne erano ricche di meriti conquistati al prezzo di immani sofferenze perchè la loro sensibilità le poneva di fronte al male di vivere senza protezioni o filtri. Ma non è solo questo, queste donne erano anche dotate del dono di comporre versi, di accostarsi al sacro fuoco del logos e della Sophia, la parte femminile di Dio. Ignorata, vilipesa, oltraggiata, ma eterna come eterni sono questi versi che ci sopravviveranno e giungeranno puri e limpidi a chi ci seguirà nelle generazioni.

Nicola Vacca è nato a Gioia del Colle, nel 1963, laureato in giurisprudenza. È  scrittore, opinionista, critico letterario,  collabora alle pagine culturali  di quotidiani e riviste. Svolge, inoltre, un’intensa attività di operatore culturale, organizzando presentazioni ed eventi legati al mondo della poesia contemporanea. Dirige la riviata blog Zona di disagio. Ha  pubblicato: Nel bene e nel male (Schena,1994), Frutto della passione (Manni 2000), La grazia di un pensiero (prefazione di Paolo Ruffilli, Pellicani, 2002), Serena musica segreta (Manni, 2003), Civiltà delle anime (Book editore, 2004),  Incursioni nell’apparenza (prefazione di Sergio Zavoli Manni 2006), Ti ho dato tutte le stagioni (prefazione di Antonio Debenedetti, Manni 2007Frecce e pugnali (prefazione di Giordano Bruno Guerri, Edizioni Il Foglio 2008) Esperienza  degli affanni (Edizioni il Foglio 2009), con Carlo Gambescia il pamphlet A destra per caso (Edizioni Il Foglio 2010), Serena felicità nell’istante (prefazione di Paolo Ruffilli, Edizioni Il Foglio 2010),  Almeno un grammo di salvezza (Edizioni Il Foglio, 2011), Mattanza dell’incanto  ( prefazione di Gian Ruggero Manzoni Marco Saya edizioni 2013), Sguardi dal Novecento (Galaad edizioni 2014) Luce nera (Marco Saya edizioni 2015, Premio Camaiore 2016), Vite colme di versi (Galaad edizioni 2016), Commedia Ubriaca (Marco Saya 2017), Lettere a Cioran (Galaad edizioni 2017), Tutti i nomi di un padre (L’ArgoLibro editore 2019), Non dare la corda ai giocattoli (Marco Saya edizioni 2019), Arrivano parole dal jazz (Oltre edizioni 2020).

Source: libro inviato dall’editore.

:: Che mito! – Ulisse e le sirene e Ercole contro Cerbero di Hélène Kérillis e Grégorie Vallancien (Gallucci 2021) a cura di Giulietta Iannone

4 dicembre 2021

Torna la serie Che Mito! con due nuovi bellissimi titoli: Ulisse e le sirene e Ercole contro Cerbero sempre della coppia di autori Hélène Kérillis per i testi e Grégoire Vallancien per le illustrazioni. Per lettori dai 7 anni in su, quindi già bravi a passare da maiscolo a minusolo.

Amo molto questa serie di cui vi avevo già parlato che aiuta i più piccoli ad avvicinarsi ai miti e alle leggende dell’antichità. In questi due albi troviamo Ulisse, mitico re di Itaca, uno degli eroi achei della mitologia greca descritti e narrati da Omero sia nell’Iliade che nell’Odissea, e Ercole, eroe della mitologia sia greca che romana, l’uomo più forte del mondo, figlio di Zeus per i greci, e di Giove per i Romani, e della mortale Alcmena.

Ulisse e i suoi compagni di viaggio se la devono vedere prima con Circe, l’affascinante maga che con i suoi incantesimi li tiene prigionieri e poi niente meno che con le sirene, creature dal canto dolcissimo che spinge i marinai al naufragio e la morte. Ma Ulisse grazie all’aiuto di Circe ha in serbo una sopresa.

Ercole invece se la deve vedere con Cerbero il guardiano degli inferi, e con la sua forza prodigiosa che ancora non sa bene controllare, ma alla fine anche lui imparerà qualcosa sulla forza e sul coraggio. Due storie simili per certi versi capaci di insegnare ai più piccoli i primi segreti della vita. Buona lettura!

Hélène Kérillis è appassionata della mitologia fin dall’infanzia e non ha mai smesso di studiarla. Ama anche l’arte e i viaggi, la lettura e la scrittura, che danno alla vita bellissimi colori.

Grégoire Vallancien adora disegnare e lo fa da quando era bambino. Gli piace moltissimo illustrare storie e soprattutto… leggerle ai suoi figli! È innamorato di Parigi e del Mediterraneo ed è un lettore vorace di gialli e di mitologia. 

Traduzione dal francese a cura della Fusp – Fondazione Unicampus San Pellegrino con il coordinamento di Yasmina Melaouah

Source: albi inviati dall’editore. Ringraziamo Marina Fanasca dell’Ufficio Stampa Gallucci.

:: La leggenda di Re Artù e Mago Merlino Raccontati da Angela Ricci e illustrati da Piero Bulzoni e Antonio Mirizzi (Gallucci Editore 2021) a cura di Giulietta Iannone

27 novembre 2021

Ecco due nuovi libri per bambini, dai 7 anni in su, nella collana Prime letture Stelle Polari – Grandi storie per i primi lettori di Gallucci editore, in maiuscolo e minuscolo, per lettori esperti: La leggenda di Re Artù e Mago Merlino per avvicinare i più piccoli al ciclo bretone, soprattutto ai miti e alle storie leggendarie riguardanti Re Artù e i Cavalieri della Tavola Rotonda, una delle più famose saghe di sempre, caposaldo del genere fantasy.

Raccontati da Angela Ricci e illustrati da Piero Bulzoni e Antonio Mirizzi, questi due libri coloratissimi accompagnano i giovani lettori a immaginare un mondo tra il reale e il fantastico, ricco di nobili ideali, coraggio e amore per l’avventura.

Il coraggioso Artù, la bella Ginevra, Camelot, la magica Excalibur, Mago Merlino, il mago più potente e simpatico di tutti i tempi, diveneranno per i bimbi compagni di gioco e di avventura.

Interamente a colori, nelle ultime pagine troviamo anche Gioca con la storia, dove il bambino può scrivere, disegnare e seguire i semplici e divertenti esercizi di comprensione del testo.

Angela Ricci ha ritradotto per Gallucci editore gli otto romanzi della saga di Anna dai capelli rossi. Vive e lavora a Roma.

Piero Bulzoni cresce tra i fumetti finché non decide di farne a sua volta, formandosi ai corsi dell’Arena del Fumetto a Bologna. Popola le sue strisce di animali buffi come capibara, megattere, sphynx. Intanto continua a riempirsi la testa di storie e colori, passando dai libri per l’infanzia ai film d’animazione.

Antonio Mirizzi scrive e disegna fumetti; a volte li scrive e basta, altre volte li disegna solamente, e comunque più di tutto gli piace scriverli. Nel resto del tempo legge e studia i fumetti degli altri. È insegnante presso i corsi di Arena del Fumetto a Bologna, destinati anche ai bambini, e collabora con lo Studio Inventario.

Source: libri inviati dall’editore al recensore. Ringraziamo Marina dell’ufficio stampa Gallucci editore che come sempre ci invia in anteprima tutte le migiori novità per bimbi e ragazzi.

:: L’enigma del fante di cuori di Patrizia Debicke, Alessandra Ruspoli (Delos 2020) a cura di Giulietta Iannone

21 novembre 2021

Con la morte della regina Anna di Gran Bretagna, ultima sovrana del casato degli Stuart, a succederle giunge in Inghilterra il protestante George Louis von Hannover, asceso al trono col nome di Giorgio I. Sullo scenario delle sanguinose lotte di potere che mettono cattolici contro protestanti, e whigs contro tories, si sviluppa una congiura tessuta da quattro misteriosi cavalieri che prendono il nome dai 4 semi delle carte da gioco: il fante di quadri, il fante di fiori, e gli ancora più misteriosi fante di picche e il più pericoloso di tutti il fante di cuori. A difendere il re legittimo il suo consigliere e capo della sicurezza, il coraggioso e aitante Francis Dunn, Lord Donagall, protagonista indiscusso di questa emozionante vicenda a metà tra Dumas padre e Rafael Sabatini, in cui avventura, intrighi e combattimenti all’ultimo sangue si alternano anche a vicende più prettamente di corte tra intrighi dello scacchiere internazionale e faccende di cuore. Valore aggiunto della vicenda che impreziosisce una narrazione classica e solida, una grande attenzione per gli ambienti e i costumi dell’epoca, descritti con sfarzo, dovizia di particolari ed eleganza, frutto della grande documentazione e ricerca storica di costume di Alessandra Ruspoli, che con la madre Patrizia Debicke firma quest’appassionante thriller storico, scritto con gli ingredienti giusti per interessare gli appassionati di romanzi d’appendice, meglio conosciuti come feuilleton, con in più un tocco di spystory storica di sapore vintage, che accresce di fascino una storia senza tempo, romantica e nello stesso tempo avventurosa. Una lezione di stile anche per chi volesse iniziare a imparare a scrivere romanzi storici.

Patrizia Debicke ha pubblicato romanzi gialli, thriller, storici d’avventura, racconti ed e–book: L’oro dei Medici (Corbaccio – Tea), La gemma del cardinale (Corbaccio- Tea) e L’uomo dagli occhi glauchi(Corbaccio, ebook Odissea Digital), che ha ottenuto il secondo premio assoluto al IV Festival Mediterraneo del giallo e del noir (12/2010). Al IX Premio Europa a Pisa, la Debicke ha ricevuto il Premio alla carriera. Per Todaro, ha firmato i romanzi La Sentinella del Papa e La congiura di San Domenico. Nel 2015 con Parallelo45 è uscito L’eredità Medicea e nel 2017, con DBooks Il ritratto scomparso. Con Delos Digital ha pubblicato anche i racconti Il segreto di Velasquez (2014) e La congiura Philippe le Bon (2014), nel 2018 il manuale Come si scrive un romanzo storico e il racconto Gli occhi di Courcelles.

Alessandra Ruspoli vive a Firenze. Da grande avrebbe voluto fare la strega… Ha lavorato nella Moda per Emilio Pucci e Jean Paul Gaultier. Ha collaborato con riviste come Capital, Modaviva, Uomo Harper’sBazaar, Aqua. Ha pubblicato il romanzo Dieci Piccoli Sette Nani, scritto con Lucio Nocentini. Ha organizzato le mostre “L’Arcadia di Arnold Boecklin” e “Rodolphe Toepffer: Invito al viaggio e Invenzione del fumetto” con il Consolato di Svizzera a Firenze. Convegnistica e Marketing per Reconta Ernst & Young a Firenze. È diplomata in Trompe l’Oeil e Decorazione d’Interni a Palazzo Spinelli a Firenze. Arredamento e Interior Design in campo alberghiero. Appassionata di vini e Sommelier. Adora le civette…

:: Un’intervista con Edi Lazzi, Segretario generale della Fiom-Cgil di Torino, autore di “Buongiorno, lei è licenziata” (Edizioni Gruppo Abele) a cura di Giulietta Iannone

4 ottobre 2021

Buongiorno Edi, benvenuto su Liberi di scrivere e grazie di avere accettato questa mia intervista. Inizierei con le presentazioni: presentati ai nostri lettori, raccontaci qualcosa di te legato sia al lavoro che alla tua vita.

Sono torinese, ho 50 anni, sposato da 23 e ho due figli Arianna di 20 anni e Amos di 19. Ho conseguito due lauree una in Scienze Politiche e l’altra in Scienze dell’amministrazione e consulenza del lavoro conseguita alla facoltà di giurisprudenza.

Per quanto riguarda il lavoro attualmente ricopro l’incarico di segretario generale della FIOM-CGIL di Torino il sindacato delle metalmeccaniche e dei metalmeccanici. Un lavoro che mi appassiona e mi permette di contribuire a delle giuste cause a tutela delle lavoratrici e dei lavoratori di questo importante settore economico. È da quando ho 14 anni che mi occupo di politica e di sindacato, prima come militante e attivista poi dai 29 anni, come lavoro a a tempo pieno.

Certo, è un periodo difficile in quanto il lavoro è sempre più svalorizzato, precario, insicuro, ma proprio per questo ci metto tutto l’impegno possibile per provare a migliorare la condizione di coloro che per vivere devono lavorare.

Sei l’autore di Buongiorno, lei è licenziata – Storie di lavoratrici nella crisi industriale (Edizioni Gruppo Abele 2021) un interessante volume che raccoglie le esperienze di 10 donne, lavoratrici del settore automotive della zona Torino e hinterland, che anche dopo trent’anni di lavoro, a un passo dalla pensione, hanno perso il lavoro e si sono dovute reinventare una vita. Come le hai conosciute? Le hai contatate tu, o si sono presentate spontaneamente saputo della tua intenzione di scrivere questo libro?

Sono tutte donne straordinarie che lavoravano nelle aziende che in questi anni abbiamo seguito come FIOM-CGIL, di cui abbiamo gestito le vertenze per difendere l’occupazione, per garantire gli ammortizzatori sociali e il sostegno al reddito. Purtroppo, queste vertenze sono state moltissime, soprattutto a Torino, città profondamente in crisi economica e industriale. Quando ho avuto l’idea di scrivere il libro, ho chiesto ai delegati sindacali interni di farmene conoscere alcune per intervistarle e così sono state individuate le dieci storie raccontate in buongiorno, lei è licenziata..

Come è nata l’idea di scrivere questo libro? E come hai deciso di scegliere le testimonianze di lavoratrici donne. Il lavoro femminile è ancora più penalizzato in questo periodo di crisi industriale e sociale?

L’idea nasce da una ricerca che abbiamo condotto sul numero dei posti di lavoro persi, delle fabbriche che hanno chiuso nel nostro territorio a partire dall’inizio di questa crisi che perdura ormai dal 2008. Dietro quei numeri ci sono persone in carne e ossa, non possono essere considerati semplicemente un dato statistico perché ogni licenziamento porta con sé delle storie di vita. Allora abbiamo deciso di raccontarle, per parlare con l’opinione pubblica, per mettere in risalto l’importanza del lavoro, per provare a ricercare soluzioni a questa devastante crisi. Ci siamo concentrati sulle donne poiché sono loro che stanno pagando il prezzo più alto. Le donne fanno più fatica degli uomini a ricollocarsi, le aziende a parità di mansione e qualifica preferiscono assumere gli uomini. È assurdo, siamo nel terzo millennio, ma purtroppo è così!

Il periodo delle lotte sindacali degli anni ’70 e ’80 sembra finito per sempre, i lavoratori hanno sempre meno diritti e sempre più oneri. È una sensazione reale o c’è dell’altro?

È assolutamente reale, le lotte sindacali degli anni ’70 hanno avuto un riflusso dettato dalla predominanza di idee economiche e politiche favorevoli alla deregolazione del mercato del lavoro, alla sua svalorizzazione. Hanno cambiato le leggi che tutelavano le lavoratrici e i lavoratori rendendoli più deboli e ricattabili. La libertà di movimento dei capitali e la globalizzazione hanno poi dato il colpo finale.

Angela, Rossana, Anna, Daniela, Giuseppina, Silvana, Giovanna, Assunta, Tania, Maria Elena, questi sono i nomi delle donne coinvolte, una riflessione è d’obbligo: sono state molto coraggiose a riportare alla memoria periodi della loro vita molto dolorosi. Perchè la perdita di lavoro è un “lutto” e come il lutto va elaborato. A Torino esistono strutture che supportino econimicamente e anche psicologicamente chi perde il lavoro?

A Torino, come in tutta Italia, non esistono strutture in grado di aiutare chi ha perso il lavoro. I centri per l’impiego non funzionano correttamente e i percorsi di out placement, come viene raccontato dalle donne protagoniste del libro non sono in grado di dare una mano concreta alla ricollocazione.

Mi ha colpito soprattutto, nel leggere le testimonianze, che la perdita del lavoro non è solo una perdita economica e di sostentamento materiale, ma lede anche componenti etiche e morali più profonde, impedisce a queste donne di sentirsi parte di una comunità, impedisce a queste donne di partecipare attivamente con il loro lavoro al bene comune. Ha colpito anche te?

É sicuramente uno degli aspetti che mi ha fatto maggiormente riflettere. Una delle protagoniste esprime con forza questo concetto quando dice che «il lavoro è vita, nel lavoro c’è la realizzazione della persona, c’è l’identificarsi nella comunità e si contribuisce al bene comune».

Quando ti portano via il lavoro, ti portano via una delle parti fondamentali dell’esistenza umana.

Le esperienze di vita di queste donne sono le più diverse: ci sono donne single, madri di famiglia, donne che hanno perso il lavoro assieme ai loro mariti, per cui di colpo è mancato ogni reddito per il nucleo familiare. La perdita del lavoro genera un concatenarsi di eventi, legati a chi dipende dal lavoro delle lavoratrici, penso soprattutto ai figli, e mi viene in mente il ragazzo che voleva annullare la sua festa di compleanno. Come vivono questo “lutto” i familiari del lavoratore che perde il lavoro?

È un dramma che colpisce tutto il nucleo famigliare, soprattutto quando il licenziamento lo subisce l’unica che porta reddito nella famiglia. In questi anni abbiamo visto molti casi di persone licenziate in famiglie monoreddito che si sono trovate spaesate, impaurite sul futuro. Una condizione di questo tipo ha, inevitabilmente impatti su tutta la famiglia anche sui figli, che rendendosi conto della situazione, cercano di dare come possono il loro supporto. I bambini, i ragazzi sono coinvolti emotivamente e psicologicamente perchè percepiscono la grande difficoltà che la famiglia si trova ad attraversare e hanno anche paura per il loro futuro. Concetti che nel libro sono raccontati in modo lucido dalle protagoniste.

Tutto ciò spinge a considerare l’importanza di un ripensamento dell’industria attraverso gli strumenti che ancora esistono a disposizione dalle scelte politiche tese a una politica attiva del lavoro come priorità alla riconversione ecologica. Pensi sia da rielobare tutta un’etica del lavoro?

Nel libro tocchiamo anche questo argomento, soprattutto nell’introduzione. L’etica del lavoro deve essere rivista. Al centro delle politiche devono esserci i soggetti e non gli oggetti che si producono. Interrogarsi sulle scelte delle aziende che delocalizzano, semplicemente per guadagnare qualche euro in più e nel contempo privano del lavoro centinaia di famiglie, è un argomento che dovrebbe essere approfondito dai decisori politici al fine di evitare che queste cose accadano. Così come puntare sulla riconversione ecologica può rappresentare un buon volano per creare nuova occupazione. Insomma da fare ce ne sarebbe molto, è che bisognerebbe implementare nuove politiche economiche che al momento non sono minimamente prese in considerazione.

Gli strumenti ci sono basta avere il coraggio di utilizzarli e non arrendersi alla tentazione di smettere di investire e delocalizzare in paesi con minori tutele sindacali, minori costi, minori rischi. Come si potrebbe sensibibilizzare i dirigenti industraili sui limiti e le necessità di una ridefinizone di obblighi e considerazioni non solo economiche ma anche etiche?

Sensibilizzare i dirigenti industriali la vedo davvero dura perchè hanno il mandato dagli azionisti di massimizzare i profitti in qualunque modo e nel più breve tempo possibile. Servirebbero invece delle leggi di emanazione nazionale e comunitaria che mettano delle regole e dei limiti alle aziende sui processi di delocalizzazione, soprattutto per quelle che hanno ricevuto dei sussidi da parte dello stato..

Chiude la carrellata la testimonianze di Maria Elena, ex Embraco, vertenza non ancora conclusa. Sei ottimista, c’è ancora spazio per la speranza?

Stiamo continuando a portare avanti questa battaglia per evitare che i 400 addetti vengano licenziati alla fine di quest’anno. L’unico modo per scongiurare questa ulteriore tragedia è che il governo decida di creare una società mista pubblica/privata con un progetto realistico di reindustrializzazione di quel sito. Altre vie, purtroppo non ce ne sono. Noi come sempre saremo al fianco delle lavoratrici e dei lavoratori.

Grazie della tua disponibiltà.

:: Buongiorno, lei è licenziata – Storie di lavoratrici nella crisi industriale di Edi Lazzi (Edizioni Gruppo Abele 2021) a cura di Giulietta Iannone

29 settembre 2021

Edi Lazzi (segretario generale della Fiom – Cgil di Torino) in Buongiorno, lei è licenziata, edito da Edizioni Gruppo Abele, con prefazione di Francesca Re David, raccoglie le testimonianze di 10 donne, lavoratrici, che hanno perso il lavoro in questi anni di crisi dell’auto e di declino industriale che hanno colpito Torino e il suo hinterland. Angela, Rossana, Anna, Daniela, Giuseppina, Silvana, Giovanna, Assunta, Tania, Maria Elena raccontano la loro esperienza personale legata al vero e proprio “lutto” che si vive e si cerca di elaborare quando si riceve la cosiddetta fatidica lettera di licenziamento. Vero e proprio lutto dicevo, perché il lavoro è vita come dice una delle testimoni, con conseguenze sia economiche che psicologiche e sociali, accompagnato da rabbia, incertezza, senso di perdita, crisi di identità e di ruolo, e di senso della vita. Fasi comuni, sebbene le esperienze di lavoro e di vita siano tra le più diverse, affrontato nei modi più diversi, ma sempre con grande senso di responsabilità e determinazione. Perché per le donne se vogliamo è ancora tutto più difficile. Colpisce poi soprattutto la generosità di queste donne disposte a ricordare periodi così dolorosi delle loro vite, perché la loro testimonianza sia di aiuto ad altri che hanno vissuto o temono di vivere le stesse esperienze. Molti non ce l’hanno fatta, dopo il licenziamento alcuni sono arrivati a vivere condizioni così forti di stress e di disagio da tentare il suicidio, a volte riuscendoci. Tutto ciò spinge a considerare l’importanza di un ripensamento dell’industria attraverso gli strumenti che ancora esistono a disposizione dalle scelte politiche tese a una politica attiva del lavoro come priorità alla riconversione ecologica. Gli strumenti ci sono basta avere il coraggio di utilizzarli e non arrendersi alla tentazione di smettere di investire e delocalizzare in paesi con minori tutele sindacali, minori costi, minori rischi. Perchè non si può fuggire sempre lasciando solo dietro di sé rovine sociali ed economiche. Perchè è necessaria una riqualificazione e una ridefinzione di una piattaforma comune guidata da scelte etiche e solidaristiche e una riscoperta della comunità come punto di partenza per qualsiasi decisione che riguarda il territorio. Chiude la carrellata di testimonianze quella di Maria Elena, ex Embraco, vertenza non ancora conclusa, un raggio di speranza che per una volta si possa concludere positivamente per i lavoratori, per le imprese e per il tessuto sociale ed economico tutto.

Edi Lazzi Segretario generale della Fiom-Cgil di Torino. Entrato in fabbrica come operaio, promuove la costituzione in azienda del sindacato Fiom-Cgil, di cui diventa delegato. In seguito è impegnato come funzionario sindacale nella zona ovest di Torino per poi seguire la Carrozzeria di Mirafiori. In veste di responsabile per tutto il gruppo Fiat a Torino, gestisce molte delle vertenze dell’ultimo decennio sul territorio. Ha conseguito due lauree, una in scienze politiche, l’altra presso la facoltà di giurisprudenza in scienze dell’amministrazione e consulenza del lavoro.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Christian dell’Ufficio stampa Edizioni Gruppo Abele.