Posts Tagged ‘Gialli thriller noir’

:: La scelta di Sigmund, Carlo A. Martigli (Mondadori, 2016) a cura di Giulietta Iannone

11 aprile 2016
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La psicanalisi e la religione, il diavolo e l’acqua santa, per quanto per certi versi possano essere considerate agli opposti, si basano su un medesimo principio: la fede. La fede nelle capacità dell’uomo di sondare la mente umana, la fede in un Dio trascendente causa di tutto e attento ai destini dell’uomo. Bisogna credere, prima di conoscere. Senza questo atto di fede, crollano entrambe le strutture. Sembra un paradosso, ma è divertente vedere come spesso gli opposti coincidano, per cui non è tanto bizzarro leggere un libro in cui un Papa, per la precisione Leone XIII, al secolo Vincenzo Gioacchino Raffaele Luigi Pecci, chiede aiuto a un medico viennese, e stiamo parlando di Sigmund Freud, padre della psicanalisi, per sbrigare alcune delicate faccende che per prudenza è bene restino segrete, al riparo delle grigie mura Vaticane.
Si sa la Chiesa ha sia grandi ricchezze che grandi nemici, ed è difficile capire di chi fidarsi, sia all’interno, che all’esterno. E quando un vecchio Papa che sente i suoi giorni volgere al termine, per un bene più grande che gli intrighi di palazzo, vuole scoprire e neutralizzare tra gli aspiranti al soglio di Pietro qualcuno così pericoloso, così infido, così malvagio da avere legami con la morte di una povera pescivendola, e una guardia svizzera precipitati da una finestra nella messinscena di un apparente doppio suicidio, cosa può fare? Chiedere aiuto alla polizia del Regno d’Italia? No, di certo e tanto meno alla gendarmeria vaticana. I nemici, i massoni, i socialisti, per dirne alcuni, non aspettano altro, uno scandalo che sommerga tutta la Chiesa.
Immaginatevi dunque un medico viennese, ebreo, ateo e massone a cospetto del Papa, anzi al suo servizio. E questa idea è venuta a uno scrittore italiano, Carlo A. Martigli, che per il suo debutto in Mondadori sceglie un titolo, La scelta di Sigmund, decisamente curioso. Per chi ha il preconcetto che gli italiani non sappiano scrivere romanzi storici, o se lo fanno li scrivano nozionistici e noiosi, una piccola sorpresa, La scelta di Sigmund non è il romanzo che vi aspettate. Non lo è affatto.
Innanzitutto i vari personaggi che intessono intrighi e commettono efferatezze di ogni genere, pur rispecchiando in un certo senso molto di quello che molti pensano avvenga in Vaticano, non sono esattamente personaggi di un’agiografia, ma Martigli si è ben documento, quindi, a parte i dialoghi, molto di cui narra è realmente accaduto, sebbene si abbia la sensazione di sentire questi fatti narrati per la prima volta.
Certamente qui siamo nel 1903, c’è tutto un contesto storico che filtra attraverso le pagine, ma di morti misteriose di guardie svizzere ne sono avvenute anche di recente (pensiamo solo al caso Cedric Tornay, Gladis Romero e Alois Estermann), e dopo tutto gli esseri umani anche con le loro vesti porporate restano, allora come oggi, esseri umani con colpe e miserie. Niente ci mette al riparo dal male, e bene o male tutti lo incontriamo nelle nostre vite. O Papa Francesco non chiederebbe che si preghi per lui, al termine di quasi ogni apparizione pubblica.
Dopo questa mia divagazione, (mi scuso con chi ho annoiato), comunque spero utile a farvi capire di che libro stiamo parlando, vorrei parlarvi in questa recensione, piuttosto che della trama [è sempre in un certo senso un giallo, ci sono dei morti, c’è un’ indagine (seppure bizzarra), è meglio non dire troppo], di alcune curiosità che non conoscevo.
50d942245aInnanzitutto che esistano una quantità spropositata di qualità di sigari, ognuna con il proprio nome, e le proprie qualità, e da non fumatrice è una cosa che mi ha sorpreso. Sigmund Freud ne fuma continuamente, e sempre diversi e costosi. Poi che Papa Leone XIII fosse un cultore, o proprio un adepto del vino Mariani, un vino medicinale corretto con la Cocaina del Perù, e ne era così entusiasta che prestò la propria immagine per locandine pubblicitarie dell’epoca (vedesi foto). Che già agli inizi del Novecento si usasse una forma rudimentale di poligrafo, (anche Lombroso si ingegnò a perfezionarlo), capace di rendere evidente se il soggetto dell’indagine mentisse o dicesse al verità. Che tra massoni si salutasse in un determinato modo, e non ostante la scomunica immediata, se scoperti, molti alti prelati lo fossero. Che Leone XIII fu il papa più longevo (e simpatico) della storia. Che Francesco Giuseppe, Imperatore del Sacro romano Impero, esercitò un antico diritto lo Ius Veti, per impedire l’elezione di un papa a lui sgradito (impedì anche la sepoltura in terra consacrata del figlio Rodolfo, morto suicida). Che la ditta Annibale Gammarelli è la più antica sartoria romana, e che da secoli veste papi e cardinali.
Insomma di aneddoti curiosi e insoliti oltre a questi ce ne sono molti altri, e tutti funzionali alla storia, che mischia fantasia e realtà, e molto spesso la fantasia è una ricostruzione credibile della realtà.
Leone XIII, Sigmund Freud, Giuseppe Angelo Roncalli, futuro papa Giovanni XXIII, Mariano Rampolla del Tindaro, il segretario di Stato, Luigi Oreglia di Santo Stefano, decano dei cardinali e camerlengo, Joaquín De Molina y Ortega, aiutante di camera del pontefice, furono tutti personaggi realmente esistiti, i primi tre forse più conosciuti degli ultimi tre, ma dopo tutto i romanzi si leggono per il piacere della lettura, e in questo romanzo Martigli sfodera un cattivo da manuale.
Non anticipo certo se Freud riuscirà o no a smascherare il colpevole grazie all’applicazione delle sue teorie psicanalitiche, dall’interpretazione dei sogni, all’associazione di idee, dall’ipnosi, all’uso del poligrafo, starà a voi scoprirlo leggendo il libro, quello che mi piace pensare è che i buoni e i cattivi spesso non sono dove dovrebbero essere, e che ci sia sempre un piano superiore che mette a posto le cose, non ostante le brighe degli uomini. Un pulviscolo di atomi nella grandezza dell’universo e della immensità dell’eternità e della storia.
Se questa storia vi fosse piaciuta, non temete, ho la netta sensazione che ci saranno altre storie con Sigmund Freud protagonista, tutte altrettanto interessanti di questa, velata in un certo senso di malinconia per un amore tradito. Sì, il povero Freud era davvero un rubacuori, o almeno lo è in questo libro, e l’amore sappiamo tutti è il vero motore della storia e la vera cura. A presto dunque, dottor Freud.

Carlo A. Martigli, toscano, dopo gli esordi come autore di narrativa per ragazzi, ha scritto i bestseller mondiali 999 l’ultimo custode (Castelvecchi, 2009; Tea, 2013) e L’eretico (Longanesi, 2012), pubblicati in oltre venti lingue. Il suo romanzo più recente è La congiura dei potenti (Longanesi, 2014).

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Anna dell’Ufficio Stampa Mondadori.

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:: La vita segreta e la strana morte della signorina Milne, Andrew Nicoll (Sonzogno, 2016) a cura di Giulietta Iannone

7 aprile 2016
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Dopo il felice esordio, vincitore del prestigioso premio Saltire per la miglior opera prima, Non sarà mai inverno, recensito per noi qualche anno fa da Viviana Filippini, Andrew Nicoll torna al romanzo con un poliziesco molto particolare, tratto da un caso di cronaca realmente accaduto. L’omicidio molto brutale di un’anziana zitella di Brouhty Ferry, paesino sulla costa scozzese, avvenuto più di un secolo fa. Delitto che non trovò mai un colpevole, almeno nella realtà.
Andrew Nicoll ricostruisce la storia, grazie a un meticoloso lavoro d’archivio, che lo ha spinto a consultare vecchi rapporti di polizia, giornali ingialliti, cronache cittadine e con non poca fantasia e licenza poetica, trova un colpevole. Subdolo, sleale, violento, lucido nella sua feroce follia. Un colpo di genio se vogliamo, che ha spinto Nicoll a cambiare il suo nome, perché nel borgo vivono ancora i suoi discendenti.
Non cercate di scoprire chi sia seguendo gli indizi, che l’autore semina a piene mani, le vere prove sono nella mente umana, nel cupo labirinto di passioni che trasformano un uomo qualunque in un assassino. E Nicoll gioca bene questa carta, il dubbio, le ambiguità, tessendo una tela intricata e fragile, ma implacabile. E soprattutto credibile. Magari i fatti andarono esattamente come lui li descrive, o magari non è l’assassino di Nicoll il colpevole, e nella realtà la povera donna fu uccisa da qualcun altro, ma è nella natura dei romanzi creare una realtà alternativa, un mondo parallelo, e in questo si può dire il romanzo di Nicoll è pienamente riuscito.
Il suo sapore vintage, la sua lentezza, il suo ricostruire la mentalità dell’epoca, tutto concorre a dare al romanzo un gusto del tutto particolare, forse non indicato per chi in un giallo cerca movimento e azione. Ma per chi ama sondare la mente umana è un romanzo che consiglio, nasconde in sé non poche sorprese. Ma veniamo alla storia.
Sembra che nella Scozia del 1912, per una donna, peggio della morte ci sia la perdita della reputazione, ed è questa la leva su cui poggia La vita segreta e la strana morte della signorina Milne, (The Secret Life and Curious Death of Miss Jean Milne, 2015), di Andrew Nicoll edito da Sonzogno e tradotto da Marinella Magrì.
Il romanzo prende l’avvio in una luminosa giornata di novembre, quando un postino si domanda perché la signorina Milne, su a Elmgrove, non ritiri più la posta. Qualcosa deve essere pur successo, così avvisa il sergente Fraser e l’agente Brown (o Broon come dice lui), che recatisi sul posto il mattino dopo fanno la macabra scoperta: per terra, nell’atrio disteso sul tappeto trovano il corpo legato dell’anziana signorina Jean Milne. Uccisa con un attizzatoio. La cima del cranio era schiacciata e deformata, nient’altro che un ammasso di capelli arruffati e sangue annerito , e il viso era livido e gonfio, tra il verdognolo e il giallastro, il colore di un pesce.
Come è ovvio prende l’avvio anche un’ indagine condotta dal commissario capo Sempill e dal sergente Fraser. Ma data l’importanza del caso, (le vecchie signore non possono essere uccise nelle loro linde case)  da Glasgow arriva in soccorso il luogotenente investigatore John Trench, chiamato niente di meno che per telegrafo (quei tempi moderni possono assicurare alla polizia i metodi di indagine più moderni). Trench è una celebrità, un’ investigatore che sa il fatto suo, e così può iniziare il carosello dei testimoni, il rilevamento delle impronte, le fotografie della scena del delitto.
L’assassino non ha scampo, può senz’atro essere un forestiero e un pazzo. E in quel senso vanno le indagini, pronti anche ad arrestare, e mandare sul patibolo, il primo che capita a tiro, (sapete la stampa vuole un colpevole a tutti i costi) se non fosse che il luogotenente Trench non è disposto a questi sotterfugi. L’intero caso è avvolto nel mistero, come dicono i giornali, ma soprattutto il grande mistero è chi sia la povera eccentrica Jean Milne.
I testimoni restii a parlare la descrivono come una donna che si vestiva da ragazzina, che amava i viaggi, e pian piano si scopre anche i giovanotti. Ben lontana dalle leggi di proba rispettabilità vittoriana o dalle ferree leggi di perbenismo dell’epoca. Ma nonostante questo un’ ingenua capace di farsi abbindolare dal primo truffatore. E questo è un delitto maturato nella mentalità del tempo, nelle salde distinzioni di classe, nei segreti che una vecchia signora intesse per consumare le sue passioni e nell’amore non corrisposto. Soprattutto in quello. A voi scoprire il colpevole. (Ma fatemi scommettere che non ci riuscirete).

Andrew Nicoll è nato e vive in un paese vicino a Dundee, in Scozia. Dopo aver fatto, per breve tempo, il taglialegna, ora lavora a tempo pieno come giornalista. Il suo primo romanzo, Non sarà mai inverno (Sonzogno 2012), è stato un bestseller internazionale.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Valentina dell’Ufficio Stampa Sonzogno.

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Nota: Murder file of Jean Milne

:: Non torna nessuno, Sophie Littlefield (Sperling & Kupfer, 2016) a cura di Giulietta Iannone

5 aprile 2016
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Forse Sophie Littlefield è un nome che vi dice poco, ma se amate i gialli e i thriller dovreste segnarvelo. Di suo ho avuto modo di leggere Non torna nessuno (The Missing Place, 2014, Gallery Books), in questa pausa di marzo, e non me ne sono pentita. Vi invito a visitare il suo sito e a non farvi spaventare dal fatto che scriva anche woman fiction e libri per bambini e ragazzi.
Tradotto da Christian Pastore, per Sperling & Kupfer, Non torna nessuno è un thriller al femminile che vi porterà sulle piattaforme petrolifere del North Dakota alle prese con un’ indagine molto particolare, sulle tracce di due ragazzi scomparsi, entrambi dipendenti di una delle più grandi compagnie petrolifere della zona, la Hunter-Cole.
Ad indagare due improbabili investigatori, due madri disperate, due donne che non potrebbero essere più diverse sia per carattere che per ambiente sociale di provenienza, le sole che pensano che ritrovare Paul e Taylor sia possibile. La polizia del posto non fa niente, (troppo compromessa con le multinazionali), la multinazionale stessa ha molto da nascondere, soprattutto per le mancate politiche di sicurezza che già hanno causato incidenti e morti, e certo non vuole un polverone mediatico che metta in luce le loro irregolarità.
Sole, minacciate, ostacolate in ogni modo le due donne si troveranno a scoprire cose che forse non avrebbero voluto scoprire (soprattutto su sé stesse), ma la verità dopo tutto sale sempre a galla come le chiazze di petrolio sull’oceano.
Cosa mi è piaciuto di più? Su tutto l’ambientazione, realistica e inconsueta: cieli lividi, tavole calde, stazioni di servizio dove si fa la fila per fare una doccia, abitazioni ricavate dai container, supermercati che vendono prodotti scadenti, alberghi di catena dove non si trova una stanza se non con mesi di anticipo (le nostre vivono per buona parte del romanzo in una roulotte, senza acqua calda, con un generatore fuori dai termini di legge). Si sente l’odore del petrolio nell’aria, nonostante la neve, l’avidità e l’indifferenza, la lotta per la sopravvivenza di gente abituata a una vita dura (alcuni vivono in macchina) e senza tutele.
Poi lo stile della Littlefield, diretto, privo di sdolcinatezze, ruvido a tratti, ma piacevole e adatto a descrivere il mondo che ruota intorno alla vita durissima di gente abituata a vivere alle soglie della sopravvivenza. Un lato dell’America che forse non è così conosciuto e non compare certo nei depliant turistici, ma che la Littlefield descrive in modo quasi naturalistico, non dimenticando anche frecciate di critica sociale.
E infine sicuramente i personaggi, ben caratterizzati, con debolezze e difetti, non gli eroi senza macchia con cui vengono dipinti di solito coloro che sono nel giusto. E Shay e Colleen sono nel giusto, rivogliono i loro figli, e sono pronte a tutto anche a mostrare parti di sé delle quali non sono del tutto orgogliose.
Shay la dura, con una vita difficile alle spalle, pochi soldi, pochi privilegi, una che si è conquistato tutto da sola, crescendo i suoi figli da sola magari con un doppio o triplo lavoro. Una tipica donna di frontiera, con la scorza dura, anche se a tratti emergono caratteri di dolcezza e generosità che la rendono forse una madre e una donna migliore di Colleen, ricca signora del Massachusetts, moglie infelice di un avvocato, con un figlio che già da piccolo gli ha dato problemi e ora è fuggito in North Dakota per sfuggire al suo asfissiante controllo.
Ma naturalmente anche Colleen ha i suoi lati positivi, trova la forza in sé di trasformarsi da ricca e viziata madre di un figlio problematico, in una donna determinata e coraggiosa, capace di dare amicizia a una donna tanto diversa da lei. Naturalmente questa amicizia durerà il tempo del libro, sarà difficile vedere le due donne sorseggiare del the insieme o fare shopping, dopo.
Ma per la durata della storia sono le sole su cui possono contare, alleate, complici, amiche. E la vita non è perfetta, così non è perfetto il loro rapporto e la Littlefield non lo rende tale, evitando ogni leziosità. Ecco questo l’ho apprezzato molto, come ho apprezzato il finale, forse un po’ slegato dal contesto, e sicuramente diverso da cosa mi aspettavo.
Non anticipo altro, ho la tendenza di parlare troppo, ma vi consiglio di leggerlo. A me è piaciuto.

Sophie Littlefield è nata e cresciuta in Missouri, ha due figli ormai grandi e ha scelto di vivere in California. È autrice di diversi romanzi, che le hanno valso la candidatura al più prestigioso premio della narrativa gialla, l’Edgar Award.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Marina dell’Ufficio Stampa Sperling & Kupfer.

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Nota:  Vi invito anche a leggere i primi capitoli sul sito dell’editore: qui.

:: Il principe rosso, Qiu Xiaolong (Marsilio, 2016) a cura di Giulietta Iannone

3 aprile 2016
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Eccoci qui, noi “ricconi”, in un mese senza pioggia,
in un bar a forma di sampan, dove una giovane cameriera
raccomanda la specialità della casa, la carpa di Qianlong
con gli occhi che ancora roteano nel piatto.

Pagina 61 “Le poesie dell’ispettore Chen” Qiu Xiaolong

Non c’è niente di meglio per conoscere la Cina contemporanea che leggere un romanzo di Qiu Xiaolong, qualcosa di più di un giallo, e di giusto meno di un trattato di sociologia e politica. Per chi ama l’ Estremo Oriente, sempre in bilico tra tradizione e modernità, un’ occasione ideale per conoscere la Cina dall’ interno con le sue contraddizioni e la sua poesia, vista da occhi non filtrati dalla rigida censura governativa, ma di un cinese che vive nella “libera” America e può permettersi di delineare luci e ombre della più grande repubblica socialista ancora in piedi.
E’ crollato l’URSS, Cuba tentenna, la Cina resta rigorosamente e orgogliosamente rossa, con il suo statico governo centralizzato, la sua retorica rivoluzionaria rivisitata dalle canzoni patriottiche che risuonano dalle metropolitane ai locali pubblici, per riaccendere un fuoco forse sopito dopo anni di regime. Ma il sogno di Mao sembra resistere non ostante i compromessi, l’economia di mercato, l’inquinamento, i principi rossi, la corruzione diffusa, la burocrazia ceca, o il rampantismo carrierista.
E su tutto nello sfondo resiste la Cina antica con la sua poesia, con i suoi piatti tipici, le vecchie tradizioni dure a morire perché il socialismo reale in questo paese resta spiccatamente cinese, unico al mondo, forse improducibile in altri paesi anche dell’Asia.
Che Qiu Xiaolong provi nostalgia per la sua Shanghai è indubbio e come tutti gli esuli questa malinconia vela le sue pagine di rimpianto e aspettative. E tutto ciò è anche parte della bellezza dei suoi romanzi polizieschi, scevri da una rigida ortodossia, ma partecipi della vita che scorre in questa grande metropoli avveniristica per certi versi, ma che conserva angoli antichi dove bere una tazza di una delle miriadi varianti di pregiato tè. Ci sono i locali notturni, che scimmiottano i locali del vizio occidentali, frequentati dai ricchi oligarchi rossi e dai loro figli, e le trattorie tradizionali dove mangiare il pesce allevato, e non certo preso dai laghi inquinati, tragico strascico del boom economico.
Shanghai Redemption, in Italia Il Principe Rosso, edito da Marsilio e tradotto da Fabio Zucchella, è una nuova storia dell’ispettore Chen Cao.
Inizia in un cimitero per la festività di Qingming, quando Chen, sotto la pioggia, incontra una donna. Ormai non è più ispettore, per toglierlo di mezzo è stato promosso a una carica, creata forse su misura, che finge di essere una promozione e invece nasconde insidie, puro bizantinismo in salsa cinese. Fuori dalla polizia non può fare più danni, o almeno così sperano coloro che tramano nell’ombra e vogliono la sua fine sociale e politica.
Di questa tacita cospirazione, di cui Chen Cao non sa spiegarsene il motivo, ne ha le prove quando rischia di essere sorpreso in un locale notturno in atteggiamenti equivoci con procaci fanciulle. Una telefonata della madre lo salva, ma chi è il nemico senza volto, chi vuole la sua fine? Chen Cao lo scoprirà e nel farlo scoperchierà un vero vaso di Pandora di corruzione, e delitti nascosti in cui l’unica radice resta l’avidità e la sete incontenibile di privilegi e ricchezze.
Non vi anticipo troppo della trama, perché i lettori dei gialli possano scoprirla pagina dopo pagina, ma è solida, intricata e prevede una rivelazione finale sicuramente all’altezza delle aspettative. Donne affascinanti, pericoli, principi rossi che nascondono le ombre di carriere apparentemente irreprensibili dove la ricerca del potere non è esattamente tesa al benessere socialista di tutti.
Chen Cao si interroga, smaschera ipocrisie, si tormenta con il rimpianto di non essere diventato lo studioso che il padre voleva che fosse, ma a suo modo è un uomo del sistema, che cerca di bilanciarlo con il suo senso di giustizia e di verità. E in più ha da salvare la sua vita e la sua reputazione.
Liberamente ispirato a fatti e scandali realmente accaduti, Il Principe Rosso è una storia nera dove non mancano coraggio, lealtà amore e speranza. Dopo tutto Chen Cao il poliziotto poeta resta un ottimista, un figlio della Cina. Una buona serie, all’altezza con le migliori, soprattutto per chi ama l’Oriente e il poliziesco.

Xiaolong Qiu è scrittore e traduttore. Nato a Shanghai, dal 1989 vive negli Stati Uniti, dove insegna Letteratura cinese alla Washington University di Saint Louis. Insieme ai nove episodi della serie dell’ispettore capo Chen Cao, pubblicata in venti paesi, di Qiu Marsilio ha pubblicato i romanzi Il Vicolo della Polvere Rossa e Nuove storie dal Vicolo della Polvere Rossa, oltre a un volumetto di poesie dedicate a Chen Cao.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’autore e Chiara dell’Ufficio Stampa Marsilio.

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:: Personal, Lee Child (Longanesi, 2016) a cura di Giulietta Iannone

2 aprile 2016
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Mi hanno cercato la prima volta due giorni dopo che un uomo aveva tentato di uccidere il presidente della Repubblica francese. L’avevo letto sui giornali. Un colpo messo a segno da lontano, con un fucile, a Parigi. Nulla che mi riguardasse. Io ero a novemila chilometri di distanza, in California, con una ragazza conosciuta su un pullman. Lei voleva fare l’attrice, ma io no, quindi dopo quarantott’ore passate insieme a Los Angeles ognuno aveva ripreso la sua strada. Di nuovo su un pullman, ero andato a San Francisco, dove ero rimasto per un paio di giorni, poi avevo fatto tappa a Portland, nell’Oregon, fermandomi per altri tre, e infine avevo proseguito per Seattle. Arrivati a Fort Lewis, due donne in uniforme militare erano scese lasciando sul sedile vicino a me una copia dell’Army Times del giorno prima.

Che se ne fa Jack Reacher di un passaporto (nuovo di zecca e indubbiamente autentico)? Semplice, deve lasciare l’America per una missione all’ estero, richiamato in servizio (si fa per dire) per onorare un vecchio debito con un generale che non aveva detto tutto quello che aveva visto. Un favore, di quelli che si fanno per spirito di corpo tra membri della stessa arma, per solidarietà, rispetto, stima. Non si rovina un collega, insomma.
E sono cose che non vanno in prescrizione, per cui quando Reacher vede su una copia dell’Army Times, abbandonata su un pullman, un messaggio indirizzato proprio a lui, vede proprio al centro della pagina, un riquadro largo quanto un’intera colonna conteneva cinque parole stampate in grassetto: JACK REACHER CHIAMI RICK SHOEMAKER, non ha scelta, i vecchi debiti si onorano, nella rigida etica e scala di valori che da sempre rispetta.
Un tale, John Kott, un brutto ceffo, un cecchino infallibile, uno che Reacher aveva contribuito a mettere in galera sedici anni prima, è il miglior candidato per avere sparato al presidente francese da una distanza che lo inchioda. Solo lui, e altri pochi che si contano in una mano, sparano da così lontano, facendo centro. Poi naturalmente c’era il vetro antiproiettile, (tenete a bada questo dettaglio se volete capirci qualcosa) e il presidente è illeso. Ma Kott è in circolazione, uscito freso fresco di galera, e il G8 si presenta come la sua nuova grande occasione per dimostrare al mondo quanto vale.
Reacher viene in un primo tempo spedito a Parigi, sul luogo del delitto mancato, e qui grazie a un soffio di vento letteralmente la scampa. Poi assieme a Casey Nice viene spedito a Londra. La sua missione: catturare, e possibilmente uccidere, John Kott. Un altro generale americano lo pretende, una leggenda, un tipo abituato a farsi ubbidire.
Questo è quello che appare, ma naturalmente le cose non stanno così. Toccherà a Reacher scoprire le carte e salvarsi la pelle, (Kott ha nella sua casa in Arkansas sagome con la sua faccia, su cui si è esercitato) e tra cecchini, gangster serbi, mafiosi inglesi (tra cui un tizio alto più di due metri che si è costruito una casa a misura di gigante), e altre piacevolezze non sarà esattamente una passeggiata. Ma Reacher è il migliore, sia quando si tratta di prendere decisioni sul campo o di menar le mani, e Casey Nice è una valida spalla. Insomma il cattivo verrà sconfitto, è indubbio, e il nostro potrà continuare il suo viaggio solitario. Non ci sono dubbi.
Non si leggono i libri di Jack Reacher per scoprire se riuscirà a conservare la pelle fino alla parola fine, si leggono perché è divertente leggere le sue avventure, seguirlo e partecipare con lui a storie incredibili, dove l’eroe non delude.
Jack Reacher è un eroe all’antica, sa sempre cosa è la cosa giusta da fare e ha il coraggio di farla. Per uno che viaggia con come unico bagaglio uno spazzolino da denti nella tasca, non è poco. Non ha bisogno di carte di credito, prende i soldi ai cattivi di turno, quando capita e dorme nei migliori alberghi, viaggia in taxi, o in aerei privati, (o di linea quando il budget statale esige) trova le armi di cui ha bisogno, anche se preferisce una sana scazzottata (anche se il suo pugno uccide, non pochi possono confermare).
Insomma i suoi libri sono romanzi d’azione, con una trama e un lieto fine (se per lieto fine considerate che Jack Reacher riesce sempre a difendere la sua libertà). Ma Reacher non è un ingenuo, sa bene quali sono le regole del gioco, sa bene che si governa il mondo non esattamente con le buone maniere, prima l’ hanno fatto gli inglesi, (ricordiamo che Lee Child gioca in patria) e ora lo fanno gli americani.
Personal (Personal, 2014) edito sempre da Longanesi e tradotto da Adria Tissoni, è un romanzo che non delude gli storici fan di Jack Reacher che amano l’azione, l’avventura, e che questa volta allarga il campo di azione toccando Francia e Regno Unito. Lee Child non perde colpi con il passare del tempo, anzi aggiorna le sue storie, e si vede che ama il suo personaggio, e questo si trasmette ai lettori. Non vedo l’ora di una nuova avventura. Ormai sono Jack Reacher addicted. Uscito il 1 aprile, quindi già in libreria e negli store online.

Lee Child è nato a Coventry, in Inghilterra, nel 1954. Dopo aver lavorato per vent’anni come autore di programmi televisivi, nel 1997 ha deciso di dedicarsi alla narrativa: il suo primo libro, Zona pericolosa, è stato accolto con un notevole successo di pubblico e critica, e lo stesso è accaduto per gli altri romanzi d’azione incentrati sulla figura di Jack Reacher, personaggio definito dall’autore «un vero duro, un ex militare addestrato a pensare e ad agire con assoluta rapidità e determinazione, ma anche dotato di un profondo senso dell’onore e della giustizia». Lee Child vive negli Stati Uniti dal 1998.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Tommaso dell’Ufficio stampa Longanesi (appassionato di Reacher quanto me).

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:: Ascolta o muori, Karen Sander (Giunti, 2016)

5 febbraio 2016
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Nuova indagine per la psicologa e profiler Liz Montorio e il capocommissario Georg Stadler, seguito del (per me) bellissimo Muori con me di Karen Sander. Il secondo episodio si intitola Ascolta o muori (Wer nicht hören will, muss sterben, 2014). Siamo sempre a Düsseldorf, con capatine in Olanda e in Inghilterra (per Liz Montorio), siamo sempre alle prese con un feroce (anzi due) serial killer. Stessi meccanismi del volume precedente: una squadra affiatata, una certa alchimia e tensione (erotica) tra i due protagonisti (che finisce in niente), personaggi tormentati dai propri rovelli personali, stessa traduttrice del primo volume, la brava Lucia Ferrantini, insomma gli ingredienti per un buon thriller ci sono tutti, o perlomeno per ripercorrere le buone orme del primo, tuttavia mi è piaciuto notevolmente meno. Sempre un buon thriller, scorrevole, superiore a una buona quantità di thriller che si leggono di questi tempi, ma parte della magia del primo è come dire evaporata. Georg Stadler, il protagonista che tanto sembrava promettente in Muori con me, qui appare più che altro uno stereotipo (il cinquantenne a caccia di storie di una notte con ragazze molto più giovani) e pure decisamente antipatico, saranno i dialoghi un po’ banali (proprio le parole che l’autrice gli fa dire), saranno le sue reazioni a tratti ingiustificabili (tratta male Birgit senza nessuna concreta ragione in una scena quasi slegata dal contesto). E sebbene si approfondiscano un po’ le ragioni del suo animo tormentato (è rimasto orfano da piccolo, è stato cresciuto da un nonno autoritario che usava spesso la cinghia e ha rischiato seriamente di finire lui tra i fascicoli su cui indaga) difficilmente torniamo di nuovo in empatia con il personaggio, almeno io non ce l’ ho fatta. Magari queste erano le intenzioni dell’autrice, (togliergli spessore umano) ma stranamente ho notato che i personaggi secondari hanno prevalso in un certo senso, sia il personaggio del commissario Birgit (forse quello che mi è piaciuto di più) che quello del commissario Miguel, per lo meno fedeli a sé stessi rispetto al primo libro. Il personaggio di Liz Montorio non riserva particolari sorprese ed è anche lei in un certo senso sottotono (sono arrivata a sperare che il suo fidanzato David fosse lui il serial killer). A un certo punto mi sono detta è cambiato il traduttore, (a volte può succedere) e invece no è la stessa traduttrice quindi non si può far risalire il cambio di tono a questo. Anche sul fronte delle indagini le cose non migliorano di molto. In realtà abbiamo due indagini parallele, una condotta in Inghilterra per fermare un serial killer di bambine, (non la principale ma sebbene affidata ad altri investigatori la Montorio viene contattata per una perizia non ufficiale), e giusto a un certo punto c’è l’arresto improvviso e quasi ingiustificato (ah, il numero di previdenza sociale) del vero colpevole; la seconda condotta in Germania sempre alla caccia di un serial killer questa volta di ragazzi poco più che adolescenti. Indizi (confusi), false conclusioni degli investigatori (come nel primo caso commettono errori, ma qui quasi per trascuratezza), coincidenze un po’ strane (una ragazza legata all’ indagine principale è vittima di un crimine parallelo), insomma non è lineare seguire le indagini e questo toglie piacere alla lettura. Di solito i libri che non mi piacciono non riesco a leggerli (e perciò a recensirli), li abbandono in cerca di altro, questo l’ ho letto dall’inizio alla fine, soprattutto perché è oggettivamente una buona serie, con alte potenzialità (e non lo dico con leggerezza), e spero che il terzo episodio (che leggerò senz’altro) se mai ci sarà, ritorni alle origini. Comq non è un libro scadente, se appunto non avete aspettative, io forse ne avevo troppe.

Karen Sander vive in Renania. Traduttrice e docente universitaria, ha esordito con lo straordinario successo di Muori con me (Giunti 2015), primo romanzo della serie incentrata sulla coppia investigativa Stadler-Montario, entrato nella top-ten dei libri di narrativa straniera più venduti. In Germania, il secondo episodio, Ascolta o muori, si è piazzato subito fra i bestseller dello Spiegel, e la serie nell’insieme ha venduto oltre 150.000 copie.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Elena dell’Ufficio Stampa Giunti.

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:: Kaputt Mundi, Ben Pastor (Sellerio, 2015) a cura di Giulietta Iannone

22 gennaio 2016
Copertina Ben pastor

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Kaputt Mundi, (Kaputt Mundi, 2002), di Ben Pastor uscì in edizione italiana nel 2003, ormai 13 anni fa, per Hobby & Work Publishing tradotto da Paola Bonini. Terzo romanzo in ordine di scrittura, in realtà cronologicamente situato ben dopo La canzone del cavaliere, Il signore delle cento ossa, Lumen, Il cielo di stagno, Luna bugiarda, e The Little Fires appena terminato in inglese, attualmente in fase di traduzione in italiano, (la pubblicazione da noi è prevista per la tarda primavera o l’estate di quest’anno), Kaputt Mundi si colloca in un punto di svolta della vita del maggiore Martin Bora, appena promosso tenente colonnello, e del volgere della Seconda Guerra Mondiale, verso una inevitabile e tragica disfatta tedesca.
Seguiranno Il morto in piazza e La Venere di Salò e i prossimi romanzi che ci porteranno a scoprire il destino dell’ ufficiale della Wehrmacht liberamente ispirato alla figura reale del colonnello Claus Schenk von Stauffenberg. Ora l’autrice sembra più interessata al passato del suo personaggio, tanto che il suo nuovo romanzo è ambientato in Bretagna nel 1940, (indipendentisti bretoni, preti in odore di satanismo, marinai, latifondisti, povera e umile gente…). Kaputt Mundi invece è ambientato a Roma tra l’8 gennaio del 1944 e il 4 giugno dello stesso anno. La nuova edizione di Sellerio oltre ad avere lo stesso precedente traduttore, Paola Bonini, presenta alcune modifiche del testo, qualche correzione e molte parti nuove che ne aumentano la lunghezza.
Per prima cosa penso sia giusta una precisazione: le vittime dell’attentato di Via Rasella appartenevano al Polizeiregiment “Bozen” (Reggimento di polizia “Bolzano”) i soldati erano altoatesini mentre ufficiali e sottoufficiali erano tedeschi. L’autrice è perfettamente a conoscenza di questo fatto, ma per motivi artistici e narrativi trasforma questo reggimento in un manipolo di SS. Detto questo, che sottolinea quanto un romanzo si discosti inevitabilmente dalla realtà, va comunque sottolineata la precisa e attenta ricostruzione storica a cui la Pastor ha dedicato una certosina cura dei particolari, dalle marche di medicine, al titolo delle riviste, alle canzoni che si sentivano per radio.
I ritratti dei personaggi realmente esistiti (c’è pure una fugace apparizione di Erich Priebke) si confondono con i ritratti dei personaggi di pura invenzione e a entrambi l’autrice dedica la stessa profondità e coerenza narrativa, sebbene su tutti spicchi il protagonista, Martin Bora, per il quale è molto difficile non provare empatia. L’affresco corale è omogeneo e vivido e impreziosito dal clima che realmente si visse a Roma in quei mesi di occupazione nazista, emerso probabilmente dai racconti familiari che l’autrice poté ascoltare, oltre che dalla documentazione in suo possesso.
In sottofondo due indagini poliziesche: una per scoprire il reale svolgersi delle ultime ore di Magda Reiner, un’addetta dell’Ambasciata tedesca precipitata dalla finestra della sua abitazione, una per scoprire cosa si cela dietro la morte del cardinale tedesco Hohmann e della nobildonna Martina Fonseca. Tutto precipita, ma a Bora interessa solo scoprire la verità, unica consolazione in uno scenario desolante e desolato di violenza che non abbraccia nè condivide, in cui il destino non sembra risparmiagli nulla: l’abbandono della adorata Dikta, una nuova operazione al braccio menomato, il definitivo addio a donna Maria e all’amico ispettore Guidi, il fronte e la morte che sembra attenderlo a breve.
Romanzo di una bellezza melanconica e struggente, Kaputt Mundi è capace di affrontare una pagina della storia italiana (l’attentato di via Rasella a cui seguì, per rappresaglia, l’eccidio delle Fosse Ardeatine) con rigore e serietà storica e nello steso tempo parlandoci dei sentimenti e delle anime di coloro che vi parteciparono. E poi Roma è un altro personaggio accostabile ai bellissimi personaggi femminili che compaiono nel racconto dalla signora Murphy (di cui Bora si innamora), a Francesca, alla signora Carmela, alla prostituta romana Pompilia, pettegola ma capace di riservare sorprese, alla madre di Francesca e a Donna Maria, una madre per Bora.
Oltre alle pagine dedicate all’occupazione, alla vita sfavillante fatta di feste e mondanità degli occupanti negli alberghi del centro, si contrappongono pagine in cui vengono descritti il razionamento e le privazioni della popolazione, e le brutalità nelle carceri. E in questo clima una spia, in cambio di denaro, denuncia gli ebrei della capitale ancora nascosti destinandoli alla deportazione e alla morte.
Se Bora rappresenta la coscienza di un popolo, quello tedesco di fronte alla barbarie nazista, lo fa senza dubbio con caratteristiche peculiari sue proprie: Bora ama l’arte, la musica, si commuove per la bellezza di Roma dalla quale a malincuore si allontana all’arrivo degli americani, prova tenerezza, lealtà, è capace di vera amicizia pur non sottraendosi ai suoi obblighi di militare, quando nelle ultime ore si dedica allo smantellamento e alla distruzione di edifici e postazioni militari, o quando è costretto a uccidere. Fa riavere alla Croce Rossa derrate di latte in polvere per i bambini, fa liberare senza ammetterlo il professore Maiuli, cerca di fare di tutto per sottrarre Foà a Keppler, e si adopera in tutti i modi, pronto ad essere catturato e ucciso, per neutralizzare la spia che si appresta a denunciare alla Gestapo gli ebrei di Roma.
Riuscirà a coronare il suo sogno d’amore con la signora Murphy? Glielo auguriamo, curiosi di scoprire quale sarà il suo destino, probabilmente diverso da quello di Claus Schenk von Stauffenberg.

Ben Pastor, nata a Roma, docente di scienze sociali nelle università americane, ha scritto narrativa di generi diversi con particolare impegno nel poliziesco storico. Della serie di Martin Bora Sellerio ha già pubblicato Il Signore delle cento ossa (2011), Lumen (2012), Il cielo di stagno (2013), Luna bugiarda (2013) La strada per Itaca (2014).

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’Ufficio Stampa Sellerio.

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:: Parla come mangi – Libri letti in lingua originale: Tom Clancy’s Full Force and Effect, Mark Greaney, (Putnam’s Sons, 2014) a cura di Stefano Di Marino

21 dicembre 2015

tomDa solo vale 5 Segretissimi, nel senso che le quasi 700 pagine raccolgono in realtà quattro o cinque storie che potrebbero stare in piedi da sole e invece sono unite da un solo filo conduttore: in questo caso un piano dei nordcoreani per lo sfruttamento minerario di una regione da adibire poi alla costruzione di missili intercontinentali. Dal Vietnam si passa all’Europa, al Messico , a una missione di infiltrazione in Corea con vari personaggi occupati in missioni differenti che si collegano. Un’altra ottima prova di Greaney che sa gestire azione, detection e fantapolitica con buon equilibrio. Di certo la sequenza migliore è l’attentato a Jack Ryan senoir. Devo dire che questi nuovi mi appassionano molto di più degli originali.

Mark Greaney. The Gray Man, il thriller con cui ha debuttato è diventato un bestseller nazionale, ed è stato nominato per un premio Barry nella categoria Best Thriller. Il seguito, On Target, è stato anche nominato per un premio Barry nella categoria Best Thriller. Ballistic, il terzo della serie ha ricevuto recensioni entusiastiche tra cui quella del New York Times. I libri di Mark sono pubblicati in varie lingue e sono disponibili in ebook e audiolibri anche. Mark ha una laurea in Relazioni Internazionali e Scienze Politiche. Nelle sue ricerche per i soggetti di Gray Man e dei romanzi di Tom Clancy ha viaggiato in decine di paesi, ha visitato il Pentagono e molte agenzie di intelligence di Washington, ed è stato addestrato all’uso delle armi da fuoco insieme a militari e forze dell’ordine, alla medicina sul campo di battaglia, e  alle tecniche di combattimento ravvicinato. Mark vive a Memphis, Tennessee.

:: Parla come mangi – Libri letti in lingua originale: Lontano, Jean-Christophe Grangé (Albin Michel, 2015)

14 novembre 2015

grangéNon è facile scrivere questa recensione. Più che per una difficoltà oggettiva, (il libro è lungo quasi 800 pagine, è di per sè complesso, e l’ho letto in lingua originale, per cui alcune parti è molto probabile che non le abbia comprese perfettamente), non è facile perchè Lontano di Jean-Christophe Grangé l’ho finito di leggere ieri poche ore prima che la televisone mi comunicasse i fatti terroristici di cui Parigi è stata vittima. Mi dispiace funestare questa recensione con questa premessa ma è giusto che sappiate lo spirito con cui la scrivo. La televisione parla di guerra, altri morti, altra sofferenza e parlare di libri è la mia forma di resistenza. Ho ricevuto Lontano dall’editore francese Albin Michel, non è ancora uscito in Italia, penso uscirà sempre per Garzanti la prossima primavera, probabilmente in questo momento stesso c’è un traduttore al lavoro su queste pagine. Lontano è un thriller che prevede un seguito, non tutte le parti saranno chiarite, ci sarà una seconda parte che uscirà presumibilmente in Francia questa primavera. In tutto qualcosa come 1600 pagine, l’opera più ambiziosa e complessa di Grangé. Non sono un recensore imparziale, da I fiumi di porpora ho seguito questo autore anomalo con grande interesse. Amo il suo stile, il suo toccare temi seri inserendoli in trame ricche di suspense, colpi di scena e un tocco di fantascienza, e fantapolitica, con uno sguardo al sociale frutto del suo passato di giornalista. Lui sì che ha molto viaggiato e visto molte parti del mondo, anche difficili, terreni di guerra, di scontri economici. Grangé è uno che sa, e è uno che sa scrivere le cose in modo che la gente abbia voglia di leggerle. Pensiamo all’ Africa, ai danni del colonialismo, al razzismo, alle lotte finanziarie per l’accaparramento delle materie prime. Materie da studiarsi all’università direte voi. Nei suoi romanzi invece chiunque può confrontarsi con queste tematiche anche se l’autore continua a sostenere che scrive romanzi di evasione, per intrattenere i suoi lettori non educarli. Lontano resta un thriller non è un saggio socioeconomico, ha soluzioni narrative atte a creare suspense, inserisce rivelazioni drammatiche, cambi di prosepettiva e derive scientifiche che appunto potremmo definire fantascienza. Pensiamo all’eugenica di I fiumi di porpora, o agli studi sul cervello e sulla memoria de L’impero dei lupi. Un fondo di verità scientifica su una struttura narrativa fatta di pura fiction. Questo è lo stile di Grangé. Lontano ha per protagonista un clan familiare, i Morvan. E lo sviluppo dei personaggi del partriarca Gregoire e dei figli Erwan, Loic e Gaelle è il punto di forza del romanzo, la parte dove si vede l’autore ha profuso più cure. Gregoire Morvan è un uomo di Stato, un uomo che conosce i retroscena di una Repubblica piena di luci e di ombre. Un uomo che ha sempre svolto il lavoro sporco per una sua idea di onestà e coerenza. Erwan il maggiore è quello che più gli somiglia ma ha altre idee, fa parte di un’ altra generazione. Loic e Gaelle sono i due figli più fragili, più tormentati, più problematici con le loro storie di droga lui e prostituzione lei. Una famiglia insomma problematica, che sì rappresenta i buoni ma non è priva di ombre, soprattutto Gregoire Morvan. La storia prende il via partendo da un’ indagine. Un giovane pilota viene ucciso per un apparente caso di nonnismo durante un’ esercitazione in Bretagna, nei dintorni di Brest, paese d’origine della famiglia Morvan. Erwan è certo che ci sia invece in azione un serial killer, misteriosamente legato a un’altro serial killer di cui si occupò suo padre quanrant’anni prima, l’Homme-clou. Padre e figlio dovranno allearsi per fare luce su questa faccenda che unirà Francia e Africa, pratiche tribali, e strani esperimenti medici. Un colpo di scena finale ci accompagnerà verso la seconda parte, in cui forse, avremo tutte le risposte. Forse. Avviso che ci sono alcune parti molto crude e cruente. Non per tutti.

Jean-Christophe Grangé è autore di romanzi di grandissimo successo che hanno ampliato i confini del thriller tradizionale: Il volo delle cicogne, I fiumi di porpora, Il concilio di pietra, L’impero dei lupi, La linea nera, Il giuramento, Miserere, L’istinto del sangue. I suoi libri, tradotti in tutto il mondo e venduti in milioni di copie, sono pubblicati in Italia da Garzanti. Spesso sono stati portati sul grande schermo, e I fiumi di porpora ha vinto il premio Grinzane Cinema 2007 per il miglior libro da cui è stato tratto un film.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Aurore dell’Ufficio Stampa Michel Albin.

:: Parla come mangi – Libri letti in lingua originale: The Cartel, Don Winslow (Knopf, 2015), a cura di Stefano Di Marino

16 ottobre 2015

51vc-6vtUzLSeicento pagine per raccontare un grande affresco che segue e completa Il potere del cane e ci restituisce un Winslow che da tempo non vedevamo. Una storia complessa, documentata ma anche drammatizzata, umanissima e feroce sul narcotraffico in Messico. Non solo la lotta tra Arthur Keller, poliziotto americano, e Adàn Barrera, re del cartello di Sinaloa, ma anche la vita a Juárez, a Città del Messico, nelle giungle del Pèten, nei vicoli di Nueva Laredo sino a una breve ma incisiva parentesi europea, giusto per dimostrare che il traffico di coca è un fil rouge che unisce differenti e quasi inconciliabili realtà. Traditori, donne appassionate, coraggiose, giornalisti in cerca di redenzione, politicanti, bambini killer. Se anche alcuni incisi possono sembrare fuorvianti, tutto fa parte di un grande arazzo dove, alla fine, tutto tiene, ogni tassello va al suo posto. Lo stile poi è limpido, rapido eppure evocativo di atmosfere e ambienti tra i più disparati. Val la pena leggerlo questo libro non solo per seguire la storia (che è interessantissima e in qualche modo rimanda a Sicario di Villeneuve), ma anche per capire i meccanismi narrativi, la disciplina richiesta all’autore per padroneggiare una materia così complessa e ricca di sfumature. Senza eccessi anche quando i fatti raccontati sono di una crudeltà fuori dal comune, la narrazione procede rapida, priva di sottolineature inutili perché la materia è già altamente drammatica. Un piacere per chi legge e una lezione per chi vuol scrivere.

Don Winslow, ex investigatore privato, uomo di mille mestieri, è autore di undici romanzi, che lo hanno consacrato come nuovo maestro del noir. Einaudi Stile libero ha pubblicato finora L’inverno di Frankie Machine (ultima edizione «Super ET», 2009), diventato un vero e proprio caso letterario, Il potere del cane, La pattuglia dell’alba, La lingua del fuoco e, nel 2011, Le belve, da cui Oliver Stone ha tratto l’omonimo film. Nel 2012, sempre per Einaudi Stile libero, è uscito I re del mondo, prequel de Le belve; nel 2013, Morte e vita di Bobby Z; nel 2014 Missing. New York, primo capitolo di una nuova serie poliziesca con protagonista il detective Frank Decker.

Source: libro del recensore.

:: Punto di non ritorno, Lee Child (Longanesi, 2015) a cura di Giulietta Iannone

23 settembre 2015
punto di non ritorno

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Jack Reacher piace, e continua a piacere, romanzo dopo romanzo, anno dopo anno. Punto di non ritorno (Never Go Back, 2013), il nuovo romanzo tradotto in italiano in uscita domani 24 settembre, è ormai il diciottesimo libro della saga. L’America di Jack Reacher forse non è esattamente l’America da depliant turistico che la gente ha imparato a sognare, a idealizzare, ma tuttavia racchiude in germe ancora qualcosa di quel sogno di libertà, di sconfinata vastità, che è difficile vivere negli spazi ristretti delle metropoli (soprattutto europee).
Non che Reacher non soggiorni in città come Los Angeles, Washington (la città dove succede tutto, dove è concentrato il potere e tutti i mali ad esso legati) o New York, ma ci vive per periodi molto circoscritti, la maggior parte del tempo vaga per autostrade assolate o sferzate dalla pioggia, riposandosi in scalcinati motel di infima, o per lo meno dozzinale categoria, o facendo colazione in tavole calde dall’insegne che si confondono ormai l’una con l’altra, con le le torte (che sembrano di cartone) dietro le vetrinette impolverate.
Jack Reacher è per i grandi spazi, per gli orizzonti senza fine, e questo si trasmette anche nel suo spazio interiore, caratteristica insolita per un action hero, di solito tutto muscoli e poche sottigliezze psicologiche. Jack Reacher ha anche un suo mondo interiore, una sua etica da cavaliere errante, una certa dolcezza che si stempera nella vita dura che vive, senza certezze, punti fermi, sicurezze. Il suo fisico muscoloso (non fa diete, non fa pesi, è tutto naturale) ma imperfetto, segnato come una carta geografica da mille cicatrici, più che rappresentare una sorta di machismo di fondo (Jack Reacher non è di destra, Lee Child ci tiene a precisare), è una corazza che maschera una scontrosa solitudine. Più che affidarsi alle armi, usa i pugni, o i calci quando è costretto a combattere con le braccia “legate” dietro la schiena, come appunto accade in questo romanzo nell’episodio del confronto nel parcheggio del motel.
In punto di non ritorno Jack Reacher torna a casa, in Virginia, nel quartiere generale della 110° Unità della polizia militare, per conoscere Susan Turner, una donna maggiore che ora l’ha sostituito al comando e che ha sentito solo per telefono. Vuole invitarla a cena, e naturalmente ci riuscirà ma prima gliene succederanno di tutti i colori, come è naturale che sia per un personaggio come Reacher: sarà reintegrato, accusato di aver picchiato a morte un personaggio del suo passato, accusato di aver messo incinta una donna, che ora dovrebbe vivere in auto bisognosa d’aiuto, sarà arrestato, fuggirà dal carcere in modo rocambolesco in compagnia di Susan Turner, anche lei nei guai fino al collo per una questione che in un primo tempo sembra un traffico d’armi tra l’Afghanistan e gli Stati Uniti, e poi si rivelerà tutt’altro.
Con sullo sfondo personaggi molto ricchi, potenti e pericolosi (dai nomi improbabili di Giulietta e Romeo). Insomma a Jack e a Susan toccherà correre, inseguiti da un capo all’altro degli Stati Uniti, aiutati dalle carte di credito e dai soldi che sottraggono ai cattivi che si imbattono in loro (il primo bancomat tra le montagne è piuttosto suggestivo), e da un sergente (i sergenti possono fare tutto) e due avvocatesse volenterose.
Insomma questo è lo scenario, una storia tosta tanto che il prossimo 19 ottobre inizieranno ufficialmente a New Orleans le riprese dell’omonimo film, il secondo ispirato alla figura di Jack Reacher, interpretato nuovamente da Tom Cruise. Un action thriller avventuroso si potrebbe definirlo, ma a parte botte e cazzotti, inseguimenti e ossa rotte, in questo episodio mi è piaciuto il malinconico confronto di Jack Reacher con la presunta paternità. Infondo si vede che diventare padre gli piacerebbe, ma forse si sente escluso da questa dimensione (mogli, figli e famiglia, legami), e si ritrova sempre solo a una fermata di autobus in attesa di un luogo che non conosce, e di una nuova avventura. Traduzione di Adria Tissoni.

Lee Child è nato a Coventry, in Inghilterra, nel 1954. Dopo aver lavorato per vent’anni come autore di programmi televisivi, nel 1997 ha deciso di dedicarsi alla narrativa: il suo primo libro Zona pericolosa è stato salutato da un notevole successo di pubblico e critica, e lo stesso è accaduto per gli altri romanzi d’azione incentrati sulla figura di Jack Reacher. Da La prova decisiva è stato tratto un film con Tom Cruise nei panni di Jack Reacher. Lee Child vive negli Stati Uniti dal 1998. I suoi romanzi sono tutti pubblicati in Italia da Longanesi.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Tommaso dell’ufficio stampa Longanesi.

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:: Azrael, Pierluigi Porazzi (Marsilio, 2015) a cura di Alessandro Morbidelli

4 settembre 2015
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Quando nel 2010 incontrai per la prima volta Alex Nero e il Teschio, mi sentii davvero bene. Erano gli anni, sembra passata un’eternità e forse è davvero così, in cui un certo tipo di scrittura noir riusciva, in qualche caso meglio che in altri, a restituire il ritratto di una Italia decadente e urbanizzata, metropolitana e al tempo stesso isolata nelle bolle industrializzate, nei non luoghi che crescevano come funghi, fatti di infrastrutture, solchi commerciali scavati nelle periferie, condomini alveare abitati da mammiferi di razze diverse, contesti dove il Male si personificava nelle organizzazioni criminali e, in buona parte, negli eroi letterari che si trovavano a combattere contro queste. Pierluigi Porazzi, in quell’anno, pubblicava, appunto, “L’ombra del Falco” per Marsilio: un thriller cupo e affamato che sapeva nutrirsi di cronaca e di inventiva al tempo stesso. Ecco dove incontrai per la prima volta il Teschio. A Udine. Una città che la penna di Porazzi descriveva in maniera sentita e puntuale, scavando nelle pieghe più oscure e giocando nelle ombre, chiazze di oscurità dove oltre che lo spietato assassino, il Teschio, si muovevano personaggi come Alex Nero, poliziotto dal passato tormentato.
Già allora notai come la scrittura di Porazzi fosse pronta: era in atto una svolta molto importante nella narrativa di genere, il confronto con il format televisivo delle serie tv che in qualche modo cercavano di staccarsi dall’ideale preromantico dell’eroe tutto d’un pezzo per calarsi in quello del movimento corale, più caro all’opera di Joseph Wambaugh e di David Peace che al modello chandleriano. “Azrael” è appunto la consacrazione di questo principio, il passaggio si completa in questo che è il terzo, e non ultimo, episodio della saga che vede Alex Nero, ma anche Raul Cavani, il commissario Scaffidi e tutta la Squadra di Polizia, Scientifica compresa, sulle tracce di quello che sembrerebbe un emulatore del Teschio, che ormai sappiamo essere l’ex poliziotto Cristiano Barone, rinchiuso in un carcere di massima sicurezza. Il modus operandi del nuovo assassino è lo stesso del famigerato serial killer. Solo che le vittime, stavolta, sono tutte molto vicine alla Squadra di Polizia e allo stesso Nero in particolare.
Senza dilungarci troppo nella trama di questo romanzo, godibile anche se non si sono letti i precedenti, mai banale, né persa nei cliché o nei luoghi comuni, anzi, sempre sostenuta da un ritmo narrativo in crescendo, quello che anche questa volta conta sottolineare è come il testo thriller-noir di Porazzi sia veicolo di riflessioni profonde sullo stato di salute di una società ormai al collasso, una realtà in cui poteri politici usano extracomunitari come pedine per determinare il valore di mercato di quartieri residenziali, dove la crisi non lascia scampo ed è al tempo stesso pretesto per una lotta di classe che punta “a ripristinare la schiavitù”. Cita Pasolini quando diceva di aver cancellato dal proprio vocabolario la parola “speranza“, proprio perché non esiste nessun inganno più grande con cui i potenti controllano le masse e invece “senza speranza vedi la realtà per come è, non hai aspettative di qualcosa che possa cambiarla“. È una presa di coscienza, quella che invoca Porazzi, ribadita anche nel pensiero di Alex Nero: “Il destino, o la vita, ti colpiscono comunque. E allora è meglio affrontarli guardandoli negli occhi”.
Credo sia questa, la forza del romanzo di Porazzi: la capacità di raccontare, attraverso una scrittura limpida e coerente, e al tempo stesso di stimolare, di interagire con il lettore su più piani.
Un testo che consiglio sia per il valore di inchiesta che per l’abile tessuto di trama e di personaggi. Un romanzo che, appunto, sembra pronto per una trasposizione cinematografica: sono sicuro che Bruce Willis sarebbe molto più contento di interpretare Alex Nero piuttosto che lo sfortunato utente di una compagnia telefonica quando “non c’è campo“.

Pierluigi Porazzi, laureato in giurisprudenza, ha conseguito il titolo di avvocato e lavora presso la Regione Friuli-Venezia Giulia. È iscritto all’albo dei giornalisti pubblicisti dal 2003. Suoi racconti sono apparsi su riviste, antologie e raccolte in rete. Fa parte del progetto Sugarpulp. Sono del 2010 “L’ombra del falco” e del 2013 “Nemmeno il tempo di sognare“, entrambi pubblicati da Marsilio.

Source: acquisto personale

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