Dieci anni fa, sembra ieri ma ormai sono passati già dieci anni, moriva a Marsiglia Jean Claude Izzo e per celebrare questo anniversario Perdisa ha deciso di dedicargli una monografia che inaugura la collana “Rumore Bianco” creata e diretta da Luigi Bernardi. Ogni storia d’amore è unica a suo modo e racchiude sempre qualcosa di tragico perché l’amore è fatto così se è autentico, vero. Conobbi Jean Claude Izzo attraverso i suoi libri e me ne innamorai per una ragione semplicissima non potevo farne a meno. Leggendo Jean Claude Izzo- Storia di un marsigliese della giornalista e scrittrice Stefania Nardini ho provato uno strano senso di deja vu, una fortissima nostalgia e mi sono accorta che le ragioni di un amore possono essere molteplici ma ci accomunano in maniera impressionante. Jean Claude Izzo era un uomo che viveva la scrittura con passione, la stessa passione che metteva nel suo impegno politico o nel suo amore per le donne. “Jean Claude Izzo era un uomo che portava con sé un mistero”. Ecco penso sia questa frase ad avermi dato la certezza che ciò che sfugge alla nostra comprensione è sempre la parte che ci manca e dalla quale siamo inarrestabilmente attratti. Che Jean Claude Izzo sia uno tra i più grandi autori di noir mai esistiti, il padre del noir mediterraneo poco importa, pochi non conoscono la sua trilogia marsigliese composta da Casino Totale, Chourmo – Il cuore di Marsiglia e Solea, e i suoi due romanzi Marinai perduti e Il sole dei morenti a mio avviso il più bello e dolente, ciò che veramente lascia il segno e oltrepassa l’indifferenza e la mediocrità e che Izzo era una persona autentica, con pregi e difetti, che non si mascherava per apparire migliore ne recitava la parte del grande scrittore, del giornalista e del poeta. Era tutte queste cose più molte altre ancora non ostante la sua breve vita, fa rabbia perché il cancro se lo portò via a soli cinquantacinque anni, morendo infatti così giovane lasciò un vuoto, uno strappo triste come una promessa non mantenuta e Stefania Nardini questo l’ha capito e nel suo omaggio, struggente e poetico come una dichiarazione di amore, si allontana dalle solite monografie, o biografie e abbraccia tanti generi diversi identificando l’uomo con Marsiglia la città simbolo per molti versi dell’universo Izziano. Ad impreziosire questo volume, cesellato come uno scrigno, testi inediti e per la prima volta tradotti in italiano dallo stesso Bernardi, tra cui brani delle sue poesie, e le bellissime illustarzioni in bianco e nero di Ivana Stoyanova. Jean Claude Izzo – Storia di un marsigliese di Stefania Nardini Perdisa Pop collana Rumore Bianco, 2010, pagine 174, Euro 14,00
:: Recensione di Jean Claude Izzo – Storia di un marsigliese di Stefania Nardini a cura di Giulietta Iannone
7 Maggio 2010:: Intervista a Francisco Pérez Gandul a cura di Giulietta Iannone
6 Maggio 2010
Benvenuto Francisco su Liberidiscrivere e innanzitutto grazie di aver accettato la mia intervista. Iniziamo con le presentazioni. Descriviti ai nostri lettori italiani: nato a Siviglia nel 1956, sceneggiatore, scrittore, giornalista. Vuoi aggiungere qualcosa?
Cantastorie, paroliere di canzoni popolari, inventore di giochi per bambini … Lo sai che ho brevettato un album di figurine sui cui fogli il bambino può incollare le immagini e riprodurre una vera partita di calcio. L’album del 21 ° secolo. Sto cercando un agente in Italia per vendere l’album alla Panini, vuoi essere tu?
Parlaci del tuo mestiere di giornalista. Di cosa ti occupi prevalentemente, per quali giornali scrivi, pensi che il tuo lavoro di giornalista ti abbia preparato in un certo qual modo per fare lo scrittore?
Sono essenzialmente un giornalista e sono diventato scrittore essenzialmente per vendetta, poiché non volevo rimanere legato alla realtà, caratteristica imposta dalla mia professione, ma volevo sognare, immaginare, scrivere fiction tutte cose che non avrei potuto fare scrivendo per un giornale.
Un giornalista ha come primo obbligo verso i suoi lettori quello di dire sempre la verità, anche uno scrittore secondo te deve fare lo stesso, con tutte le licenze letterarie del caso?
No, no, no, il romanziere ha diritto di essere un bugiardo compulsivo. Quale gioia poter mentire liberamente ed essere lodato proprio per quanto lo fai bene!
Parlaci della tua infanzia, già da ragazzo amavi leggere magari romanzi d’avventura, fumetti, i classici spagnoli come Don Chichotte della Mancia di Cervantes? Come è stato crescere nella Spagna degli anni 50?
Ero un bambino solitario che amava specialmente leggere: fumetti, Enyd Blyton, Verne, Salgari, Stevenson, poi i classici non solo Don Chichotte ma anche Quevedo con il suo meraviglioso “El Buscon”. Poi amavo Frederic Forsythe, Lapierre e Collins, Follet di ieri e di oggi, Arturo Perez Reverte e Andrea Camilleri, Paul Auster e chiunque avesse una buona storia e la raccontasse bene.
Parlaci ora della tua città Siviglia. Che cosa ami di più, ci sono luoghi che ti commuovono, irritano, fanno innamorare?
Siviglia è come dico sempre la Firenze della Spagna devastata dai sivilliani. C’è stato un tempo in cui il suo patrimono artistico non fu protetto e furono commesse tali atrocità che oggi ci impediscono di avere una città da sogno. Ma è veramente molto bella, conserva molti posti dove è piacevole camminare facendoti sentire il depositario di molte culture e delle parole e dei fatti di molti grandi personaggi. E’ una città che cattura il cuore nonostante i suoi grandi difetti.
Parlaci dei tuoi studi. Come ti sei avvicinato alla scrittura? Era un tuo sogno fin da ragazzo o i tuoi genitori ti hanno educato con il mito del posto fisso?
Sin da quando ero ragazzo ho scritto e letto in maniera compulsiva. E’ divertente, il giornalismo invece di esacerbare la mia passione per la lettura e la scrittura mi ha reso per un po’ indifferente. Io ero, e sono, un giornalista sportivo e sono stato per anni ossessionato dal mondo e dal mio lavoro tutti fatti che mi hanno tenuto in un certo senso lontano dai libri. Oggi che sono un editorialista ho recuperato la gioia di leggere e scrivere.
Parlaci del tuo debutto letterario, del percorso che hai fatto per arrivare alla pubblicazione. Hai qualche consiglio da dare ai giovani scrittori in cerca di editore?
Ho scritto una storia che mia ha ronzato per la testa per tre anni poi ho fatto il classico giro di porta in porta domandando un’ opportunità. Io credevo in Cella 211 e sapevo che era una grande storia. Poi non sono una persona che da consigli, solo mi piacerebbe dire ai giovani di fare quello che amano e di crederci. Ciò non gli aprirà ogni porta, ma li farà felici.
Quali sono gli scrittori che ti hanno maggiormente influenzato?
Tutti gli scrittori della mia adolescenza che mi hanno invogliato a continuare a leggere.
Che libro stai leggendo attualmente?
Sto leggendo “The Music of Chance” di Auster. Ho così tanta pace nella mia vita che ho bisogno di un po’ di movimento.
Parliamo adesso del tuo romanzo di esordio Cella 211, un thriller carcerario, duro, disturbante, la storia di un uomo qualunque che all’improvviso si trova in una situazione etrema e deve fare di tutto per sopravvivere e riacquistare la libertà. Cos’è la libertà per te? Il tuo romanzo in un certo senso vuole essere un inno alla libertà?
Libertà? E’ una cosa impossibile, un’utopia, si è sempre legati a qualcosa o a qualcuno. In realtà siamo tutti colpevoli di qualcosa e tutti viviamo in una sorta di libertà condizionata. La verità è che è certo più difficile per molte persone che sono chiuse fra quattro mura o che sono portatori di handicap che gli impediscono di muoversi liberamente. Cella 211 è una finzione, non ha altro scopo che intrattenere. Dal momento che i politici si sono appropriati dell’inno alla libertà preferisco non cantare questa canzone.
Che ricerche hai svolto? Hai avuto modo di visitare delle carceri, parlare con i prigionieri?
No, non mi sono documentato affatto. Devi ricordare che volevo fuggire dal giornalsimo. Non avevo bisogno di descrivere un carcere, ciò avrebbe distratto l’attenzione del lettore. Tutto quello che volevo fare era raccontare la lotta per la sopravvivenza di un uomo incarcerato per sbaglio e per fare ciò erano sufficienti i sentimenti che sentivo in me.
Juan Oliver è in un certo senso il protagonista principale, un ragazzo a posto, timido, con una famiglia, dei valori che all’improvviso si trasforma, subisce quasi una metamorfosi, cambia pelle come un serpente. Pensi che realmente l’ambiente in cui viviamo abbia questo potere o Juan aveva già in sé i germi di questo cambiamento?
Tutti noi abbiamo un animale dentro, può essere domestico o selvaggio a seconda dell’ambiente in cui viviamo o degli avvenimenti che ci capitano. Sono convinto che solo noi conosciamo noi stessi, i nostri limiti, solo noi lasciamo emergere il male quando siamo di fronte a situazioni estreme. In queste situazioni infatti non conta l’educazione che abbiamo ricevuto, la nostra morale, niente conta tranne la nostra intelligenza al servizio della sopravvivenza.
Il personaggio che mi ha più colpito personalmente è Malamadre, un uomo violento, duro con tratti inaspettatamente infantili, dubbi, fede nell’amicizia. E’ un perosnaggio sorprendente, molto sfaccettato e complesso. Come è nato questo personaggio?
Siamo tutti un poco poliedrici, non sei d’accordo? Malamadre è un semi analfabeta, rozzo, violento ma ha anche trascorso più di metà della sua vita rinchiuso in un carcere, conosce solo il suo lato oscuro, deve essere forte per mantenere la sua integrità fisica. Quando incontra Juan Oliver le personalità entrano in conflitto. Il giovane ha la meglio sul veterano e la tenerezza, la fiducia, la cieca fedeltà che Malamadre non ha mai ricevuto è come se li incontrasse per la prima volta. Non avevo nessun modello per Malamadre, forse è solo un’ esagerazione di noi stessi.
Nel tuo romanzo affronti temi seri come le condizioni dei prigionieri nelle carceri, il fatto che ad una loro possibile rieducazione nessuno ci creda veramente, parli del potere molto spesso corrotto, del terrorismo dell’Eta. Era tuo intento fare discutere, porre degli spunti di riflessione al lettore?
La letteratura spagnola e il cinema sono sempre stati estremamente politicizzati così almeno mi sembrava. E’ abituale che il messaggio che si vuole trasmettere prevalga sulla qualità della storia. Io ho cercato di evitarlo. Io discuto questi temi, suggerisco al lettore di discuterli, di prendere le sue posizioni, non impongo le mie. Se avessi voluto vendergli qualcosa sarei diventato un politico.
In che misura il “prison movie” statunitense ha infleunzato la stesura del tuo libro?
Il cinema e la narrativa poliziesca americana mi hanno molto influenzato, specialmente il cinema, Eastwood o Lancaster nei film su Alcatraz sono indimenticabili per me. Ad essere onesto sono sempre stato interessato a questo genere ma il fatto che ho fatto il mio debutto in letteratura proprio con un dramma carcerario è del tutto casuale.
Ad un tuo personaggio fai dire :”La parola ha un potere tale che chi la padroneggia ha in pugno l’arma più sofisticata del mondo”. Quanto questa afferamazione si adatta al tuo lavoro di scrittore?
La parola ammettiamolo è un’ arma sofisticata. Io mi considero più un giornalsita che uno scrittore e sono in un certo senso intimidito quando mi chiamano romanziere. Poi si sa Stendhal o Vargas Llosa sono romanzieri, io sono al limite un narratore maldestro.
Sei rimasto soddisfatto della trasposizione cinematografica di Cella 211? Se avessi scritto tu la sceneggiatura saresti rimasto più fedele al libro, avresti reso più camaleontico il personaggio di Juan Oliver e meno macho Malamadre?
Sì, penso che abbiano fatto un buon adattamento del romanzo, soprattutto fedele, che poi è la ragione per cui il romanzo ha avuto successo. Non mi piace discutere su cosa avrei tolto o aggiunto nello script. Penso che sarebbe una sorta di mancanza di rispetto nei confronti di Daniel Monzon e Jorge Guerricaechevarria, i quali hanno fatto un grande lavoro, dico solo che il finale del romanzo a mio parere mi sembra più giusto per Malamadre e Juan Oliver.
Ti piace l’Italia? Hai avuto modo di visitarla? Verrai per la Fiera del libro di Torino a maggio?
Amo l’Italia. Il caos di Roma, la serenità di Firenze, il paese delle meraviglie di Venezia, anche le colline di Siena! Sono anche un tifoso della Fiorentina! Se verrò inviatato a Torino, perché no. Non so ancora. In realtà non conosco molto la tua terra.
A che libro stai lavorando in questo momento, puoi anticiparci qualcosa?
Nel mio secondo romanzo cambierò una prigione con il mondo finanziario e sono proprio pronto per trattare questo nuovo argomento. Per favore sottolinealo in rosso perché sarà un successo sia in Spagna che in Italia.
:: Intervista a Nicolai Lilin di Maurizio Landini
5 Maggio 2010
Nicolai Lilin – foto Stefano Fusaro
Apriamo questa breve intervista parlando del suo nuovo libro, “Caduta libera” (Einaudi 2010): qual è il motivo che l’ha spinta a condividere un periodo così duro e doloroso della sua vita, come la partecipazione alla seconda campagna di Cecenia, e cosa le premeva comunicare ai lettori quando ha deciso di scrivere questo romanzo-reportage?
Credo che quando una persona ha qualcosa da comunicare al mondo, attraverso qualsiasi modo, deve farlo assolutamente. Tenere per se stessi le proprie esperienze, le conclusioni, i cambiamenti interni è sbagliato e poco saggio. Nella vita bisogna imparare a condividere, la condivisione può regalare una seconda vita, può diventare una nuova strada anche per chi crede di averla persa per sempre. Sulla condivisione si basa tutta la dottrina del bene umano, per questo ad certo punto, nel mio percorso ho sentito il bisogno di condividere quello che ho vissuto.
Per quanto riguarda il senso di ciò che comunica il mio libro, credo che ogni lettore percepisca quello che cerca tra le righe, quello che ognuno di noi vuole vedere: il proprio riflesso. Noi leggiamo per confrontarci con la vita, per immaginare noi stessi nei panni dei personaggi, per sentire con la nostra pelle e poi capire chi siamo, cosa vogliamo dalla vita e dove essa ci trascina. Io ho solamente raccontato come è andata la mia esperienza, tocca al lettori misurare se stesso con la realtà descritta da me.
Secondo lei, il romanzo di guerra contribuisce a trasmettere al lettore il reale dramma di un conflitto o rischia di perdersi in un susseguirsi di azioni militari avvincenti?
Il “dramma di un conflitto” è una frase che non significa niente e non rappresenta il vero carattere di una guerra. Per me il vero dramma non è nella guerra, ma altrove, nella società pacifica. Io penso a tutte le persone che continuano a vivere, consumare, divertirsi, moltiplicarsi in santa pace, mentre da qualche parte sulla stessa terra, sotto stesso cielo, respirando la stessa aria, altre persone sono costrette a fare la guerra. Per me l’orrore è questo, la linea tra guerra e pace che si definisce con l’indifferenza e l’ipocrisia delle persone che vivono nella pace e si permettono di fare affermazioni sulla guerra, senza averla mai sentita veramente sulla pelle, senza averla mai vissuta. Dalla guerra spesso si torna puri, perché in una situazione così estrema e terribile cadono le barriere delle falsità umane. Le persone pure poi non riescono più a stare nel mondo pacifico, perché la pace forzata crea una sensazione di falsità, per questo le persone che tornano dalla guerra hanno difficoltà a vivere con le altre persone. Io nel mio libro ho cercato di raccontare le situazioni importanti, le situazioni che cancellano l’idea comune del bene e del male, delle possibilità umane. Cerco di spiegare come si trasforma l’essere umano e come diventa puro alla fine. Lo diventa attraverso un duro percorso, attraverso le atrocità e le ingiustizie. In situazioni come queste è necessario perdersi completamente per poi ritrovare se stessi. E quando si riconquista la propria anima, allora quella, strappata alle mani del diavolo, diventa pura come un diamante…
Siamo una civiltà “fondata” sulla guerra: al giorno d’oggi, la compravendita delle armi coinvolge non solo la Russia ma anche la stragrande maggioranza dei paesi del mondo, rendendo ogni conflitto un grande business. Ritiene che sensibilizzare l’opinione pubblica su questa piaga, anche attraverso la testimonianza del dramma della guerra, possa contribuire a diffondere una “cultura della pace”?
Noi (intendo voi, come la maggior parte dei civili che non hanno mai vissuto o partecipato ad un conflitto armato) per quanto possiamo credere di essere intelligenti e capaci, non sappiamo veramente niente sulla guerra. Questa è la triste realtà dei nostri giorni. Nemmeno la parola pace significa qualcosa oggi, è uno strumento con cui i poteri corrotti e interessati nel creare una società consumista e indifesa operano un lavaggio dei cervelli di interi popoli. L’uomo deve comprendere i propri limiti, deve sapere cosa significa la guerra, il servizio militare, le armi e come si uccide. Solo allora potrà capire il vero prezzo della pace e imparare a rispettare innanzi tutto la propria vita e poi gli altri. Solo così può essere costruito un mondo vero e puro, composto da persone che conoscono e rispettano se stesse, perché solo attraverso il rispetto per se stessi si impara a rispettare gli altri, il mondo e ogni cosa che ci circonda. Non bisogna avere paura delle armi, ma degli uomini che le maneggiano. L’arma trattata con educazione e filosofia diventa uno strumento importante, una chiave filosofica ed etica nella vita delle persone, chi tiene l’arma, la rispetta e la conosce, non la userà mai contro un umano, se non nel caso di estremo pericolo. Ci preoccupiamo del traffico di armi, ma l’arma più pericolosa è il consumismo, il petrolio, il denaro, i meccanismi corrotti che ci spingono a diventare una massa di ignoranti, talmente terrorizzati da aver paura della propria ombra e permettere ogni ingiustizia. Questa è l’opinione pubblica moderna, influenzata da un branco di incapaci a pensare, ridotta a misurarsi con decisioni importanti guidata da istinti primari fuorviati. Forse la vera “cultura della pace” nascerà solo dopo la quarta guerra mondiale, quella che secondo le previsioni di Einstein sarà combattuta con pietre e bastoni.
Lei, recentemente, ha manifestato la sua solidarietà nei confronti dei volontari di Emergency detenuti in Afganistan (1). Quanto, secondo la sua esperienza di guerra, è importante il contributo di queste associazioni?
Ho manifestato solidarietà ai volontari di Emergency perché sono miei concittadini e da cittadino italiano, che paga le tasse e fa parte di questo paese con tutti gli impegni che il mio governo mi richiede, mi disonora il fatto che delle persone con il mio stesso passaporto vengano trattate senza dovuto rispetto da un branco di terroristi, messi al potere per una ragione politica in una regione problematica. Noi spendiamo due milioni di euro ogni giorno per la nostra presenza in quel territorio come parte della ISAF, ed è così che ci trattano. Questa è nient’altro che l’ennesima riprova che non esiste “Peace-enforcing”, o fai la guerra come si deve, invadi un paese, spiani la resistenza e ricostruisci tutto come vuoi tu, oppure lascia tutto e torna a casa. Non sono un pacifista, almeno non per come questo termine viene usato e percepito nella società moderna, ma rispetto ed ammiro i nostri ragazzi che fanno volontariato nel mondo, loro sono il nostro orgoglio nazionale, dobbiamo essere vicini a loro, lasciando perdere la politica e cose varie. Senza parlare del fatto che, togliendo Emergency dalla scena afghana, i nostri servizi segreti si vedono mancare un canale sicuro e installato da anni, attraverso il quale si poteva instaurare un dialogo con i talebani. Chi partecipa a queste operazioni o non capisce niente dei meccanismi e particolarità della guerra, oppure volontariamente danneggia la posizione Italiana sulla scena internazionale.
Cosa pensa della guerra mediatica? Di come TV, giornali e internet comunicano la guerra al giorno d’oggi?
Oggi i media sono tra i peggiori nemici dell’umanità. La maggior parte dei giornalisti con la loro attività, purtroppo, compiono atti di terrorismo. Non esiste in tema di guerra una comunicazione sana, non strumentalizzata.
Dopo il suo libro “Educazione Siberiana“, qualcuno si è affrettato a nominarlo il “Saviano russo”. È d’accordo? Cosa pensa dello scrittore Roberto Saviano?
Roberto Saviano è la coscienza dell’Italia moderna. Spero che continuerà a portare avanti questa guerra. Lo rispetto perché è un guerriero e ha uno spirito veramente puro, non ha pietà per gli avversari e per questo gli esponenti della criminalità e la politica corrotta lo temono. Paragonare me a lui è sbagliato, io sono un umile ragazzo di trent’anni con varie esperienze alle spalle, che si è trovato un posto tranquillo e ha deciso di condividere le sue esperienze con le persone attraverso la letteratura. Lui è ancora in guerra e spero che il Signore gli dia sempre le forze per continuare a combattere il nostro male.
Dopo “Caduta Libera” ha dichiarato che scriverà un terzo libro autobiografico, incentrato sulla sua vita dopo l’esperienza della guerra in Cecenia: sarà anch’esso avventuroso come i precedenti?
Io non definirei i miei libri autobiografici, l’autobiografia è un genere letterario ben definito, al quale non mi permetterei mai di paragonare i miei lavori. I miei libri sono romanzi, scritti attingendo alle esperienze reali vissute, e non solo da me in prima persona, ma da tanta gente che conoscevo e con cui ho condiviso varie esperienze. Sinceramente non capisco il significato della frase “avventuroso come i precedenti”. Credo che la parola “avventura” stia meglio se riferita alle storie del Barone di Münchausen, o alle vicissitudini di Topolino. Io parlo della vita, di cose accadute realmente, di gente che non è stata così fortunata come me ed ha terminato l’“avventura” prematuramente e per sempre. E in modo atroce, ad esempio fatti a pezzi sotto il fuoco dei mortai, mischiati nel fango in qualche campo sotto le montagne del Caucaso. Secondo me, meritano di essere raccontati come parte di una vita, di un’esperienza profonda e indimenticabile, totale e solida. Non di un’avventura, altrimenti rischiano di perdere dignità, diventando il “retroscena” volto solamente a stuzzicare l’immaginazione del lettore.
Un’ultima domanda che esula dal contesto letterario: vuole raccontare ai nostri lettori come è nata la sua passione per i tatuaggi?
Tutto quello che riguarda il tatuaggio rappresenta per me un tema profondamente personale e cerco di condividerlo con gli estranei il meno possibile, è uno dei temi che preferisco tenere solo per gli amici stretti, un racconto che riservo alle persone con cui mi sento particolarmente in confidenza. Non è un argomento che mi piace affrontare nelle interviste. Posso solo dirvi che disegnavo da quando ho memoria e mi sono fatto da solo il primo tatuaggio all’età di undici anni. Poi è andata come è andata.
(1) si legga: http://www.libreidee.org/2010/04/lilin-conosco-lorrore-per-questo-stimo-emergency/
:: Recensione di Angeli neri – L’ultimo agguato di James C. Copertino
4 Maggio 2010
Rosco Duncan è un veterano, ha conosciuto la guerra in Iraq, l’inferno di Fallujah, ha cicatrici invisibili che difficilmente si rimargineranno, ha perso amici, ha partecipato all’operazione Phantom fury per tentare di catturare al-Zarqawi e ha scoperto la faccia più nera di ogni conflitto, l’incompetenza dei propri superiori causa di morti inutili, di tanti sprechi di vite umane. Proprio per questo decide di lasciare i marine e andare a Los Angeles. Anche qui ci sono guerre da combattere e non meno pericolose, la droga è un mercato che cresce ogni giorno, un nemico altrettanto insidioso e pericoloso del terrorismo e così decide di arruolarsi nella polizia di Los Angeles e di entrare nella SWAT il nucleo d’elite super addestrato per combattere il crimine. Ma i fantasmi di Fallujah lo seguono, perché i nemici non sono sempre solo quelli dichiarati, perché la corruzione e il male si annidano dove meno ce lo aspettiamo e spesso ci si trova a combattere per la propria stessa sopravvivenza. In bilico tra l’action bellico e il police procedural, Angeli neri – L’ultimo agguato è un originale esempio dei confini che può esplorare il romanzo d’ avventura. C’è azione, ironia, suspance, adrenalina che scorre a fiumi ed è ricco di particolari tecnici molto realistici che danno al romanzo un valore aggiunto che soddisfarrà anche i palati più fini dei cultori del genere. Di taglio spiccatamente cinematografico ci immaginiamo nei panni di Rosco Duncan un Bruce Willis prima maniera sulle strade di una Los Angeles nera e pericolosa a lottare contro il crimine, un po’ guascone, un po’ eroe, coraggioso, leale, concreto, un personaggio tutto sommato positivo ma non esente da dubbi e umane incertezze anche se l’amarezza non diventa mai cinismo e la violenza non viene mai esaltata fine a se stessa. James C. Copertino riesce ad appassionare e divertire allo stesso tempo, senza mancare di un tocco di originalità che lo differenzia dall’action più grezzo di scuola nordamericana. Leggendolo avrete la sensazione di partecipare davvero alle operazioni, di correre a perdifiato per le vie di Los Angeles con la consapevolezza che dopo tutto il bene è sempre destinato a prevalere. , Angeli neri – l’ultimo agguato – THRILLER – Armando Curcio Editore – Noir – 2009 – pagine 474 – prezzo 5,90 euro –
:: Recensione di Crisantemi a ferragosto di Rocco Ballacchino (Editrice il Punto Piemonte in bancarella 2009)
3 Maggio 2010
In una torrida Torino deserta per l’esodo estivo Paolo Volpi un grigio e anonimo impiegato dalla vita noiosa e incolore si trova costretto dalle circostance a rinunciare alle sue vacanze alle Baleari con amici e a mettersi il cuore in pace. Dopo tutto Torino d’agosto ha i suoi vantaggi, poca gente, poco traffico, parcheggi più facili da trovare, più tranquillità se non fosse per quella insopportabile puzza che appesta il palazzo deserto in cui vive.
Dopo un piccolo controllo con l’aiuto di due improbabili poliziotti ne scopre la causa: il suo vicino di casa Valerio Naldi giace morto con accanto sul comodino un po’ d’acqua e alcune confezioni di farmaci semivuote. La causa della morte è lampante: suicidio. Non che sia un avvenimento insolito in questo periodo dell’anno. Molti anziani assaliti dalla solitudine ricorrono al suicidio ma questa volta c’è qualcosa di diverso, l’innocuo e silenzioso Naldi racchiude in sé un mistero e sembra che abbia proprio deciso di affidare a Paolo Volpi una strana eredità.
Incuriosito, irritato, sorpeso Volpi inizia a indagare e viene a conoscenza di una serie di morti di donne avvenute dagli anni 50 in poi in prossimità del Ferragosto, tutte catalogate come suicidi. Ma Valerio Naldi in che modo è collegato a questo ginepraio?
Di colpo la vita grigia e anonima di Volpi si tinge di angoscia e bisognerà arrivare alle ultime pagine del libro per fare piena luce in questa oscura e fosca vicenda che infondo potrebbe capitare ad ognuno di noi.
Crisantemi a ferragosto il romanzo d’esordio di Rocco Ballacchino edito nel 2009 dalla casa editrice Il Punto Piemonte in bancarella, è un giallo anomalo e inquietante non privo di venature noir. Ha per protagonista il classico uomo qualunque coinvolto volente o nolente in una storia più grande di lui, una storia in cui il male ha sfaccetate facce tutte riconducibili al mistero insito nella natura dell’uomo.
Ballacchino ci porta per mano in una storia apparentemente assurda ma nello stesso tempo non del tutto improbabile. Conosciamo infatti davvero chi ci circonda, chi vive magari sullo stesso pianerottolo e con cui scambiamo a volte radi cenni di saluto? Siamo davvero certi che dietro il sorriso mite e un po’ miope del vecchietto che magari incrociamo in ascensore non si nasconda un mistero, la banalità stessa del male?
Ecco la lettura di questo libro porta a porsi domande come questa e non è sempre detto che le risposte ci piaceranno.
:: Recensione di Il bambino della città ghiacciata di Olle Lonnaeus a cura di Giulietta Iannone
2 Maggio 2010
In un’altra vita Konrad Jonsson era un giornalista affermato, girava il mondo, era qualcuno, in un’altra vita appunto prima di quello che successe a Baghdad, prima che il suo migliore amico venisse ucciso nel corso di un rapimento. Da quel momento infatti niente più per Konrad è lo stesso, tutto crolla, lascia il giornalismo, cade in depressione, si da all’ alcool diventa l’ombra di se stesso, un quarantacinquenne trasandato con lo sguardo da animale braccato. Ma dato che i guai non vengono mai soli, e quando capitano portano spesso amici, un giorno Konrad riceve una telefonata con la notizia che i suoi genitori adottivi Herman e Signe sono stati assassinati. Entrambi con un colpo di pistola alla nuca nel capanno degli attrezzi per un apparente rapina a Tomelilla una piccola cittadina nel sud della Svezia, una sparuta comunità nelle campagne dalla quale quasi trent’anni prima Konrad era fuggito. Mai avrebbe pensato di tornarci a Tomelilla la ridente Tomelilla con il vento sotto le ali, di tornare a casa, già nei luoghi della sua infanzia. Tornarci significherebbe fare i conti con il passato che pensava di essersi lasciato alle spalle per sempre, tornarci significherebbe lasciare che il passato ritorni a galla come schiuma sporca. Ma soprattutto significherebbe pensare ad Agnes, sua madre, la polacca, la straniera al tempo in cui essere polacchi era come essere zingari. Una donna dolce dai capelli scuri e gli occhi malinconici di cui non ha neanche una foto e fatica a ricordarne i lineamnti, una donna scomparsa improvvisamente senza lasciare traccia, una donna il cui nome quando veniva pronunciato in casa di Hermane e Signe l’atmosfera si riempiva di imbarazzo e si cambiava discorso. Forse i vecchi ricordi devono rimanere tali ed è un errore disseppellirli, forse Konrad non doveva tornare a Tomelilla ma ora è li come se il destino l’avesse chiamato ad un appuntamento inevitabile. Accolto con ostilità, guardato con sospetto da Eva Strom, l’ispettrice di polizia giudiziaria incaricata di indagare sul caso, Konrad si trova a farsi delle domande. Chi avrebbe potuto fare del male a Herman e Signe che si accontentavano di così poco in questa vita, che non davano fastidio a nessuno? Ma la polizia ha già i suoi sospetti, un movente, Herman e Signe erano ricchi avevano vinto dodici milioni di corone al Lotto e Konrad è uno degli eredi. Si può uccidere per dodici milioni di corone? Certo che si può uccidere se non fosse che un nuovo dupplice omicidio scuote Tomelilla. Due albanesi kossovari sorpresi a rubare in casa del vecchio Tore Tortensson, iscritto ad un partito nazionalista con radici neonaziste, vengono uccisi appunto dal padrone di casa in un atto forse di legittima difesa. Come non collegare i quattro delitti? Forse i due kossovari erano proprio gli assassini di Herman e Signe a cui questa volta era andata male. In città intanto il cuore razzista si risveglia, e in molti pensano che Tortensson abbia fatto bene, abbia agito nel pieno dei suoi diritti, facendosi giustizia da sé. L’atmosfera si fa tesa e l’odio alimentato dalla paura e dalla xenofobia si rivolge contro le famiglie di immigrati capri espiatori ideali a cui addossare la colpa di tutto quello che succede in città. Konrad si trova ad un bivio e ben presto intuisce che c’è un oscuro segreto nel passato della linda e sonnolenta Tomelilla, una colpa collettiva, vergognosa, terribile. Di colpo non ha scelta per capire cosa è successo ai suoi genitori adottivi prima deve scoprire cosa ne è stato di sua madre, indagare sulla sua scomparsa, anche se nessuno a Tomelilla vuole che la verità venga fuori, una verità scomoda, dolorosa, che ha le sue radici nel cuore stesso della comunità, nel suo cuore più oscuro fatto di razzismo e indifferenza, ma ormai Konrad non ha più niente da perdere , deve continuare ad indagare, a scavare nel fango se occorre, per ritrovare sua madre e infondo se stesso. Il bambino della città ghiacciata, annunciato come il più atteso thriller svedese dell’anno, ai primi posti delle classifiche mondiali è senz’altro un buon libro, scritto bene in cui suspance e critica sociale sono dosati per interessare il lettore. L’analisi psicologica è accurata, l’atmosfera di una piccola città svedese di provincia e bene resa. I tempi sono lenti come si addice al giallo scandinavo ma Lonnaeus è abile nell’incuriosire il lettore, nello spiazzarlo, nell’imporgli il suo punto di vista e i suoi tempi. Forse l’indagine poliziesca è solo un pretesto per fare luce sul razzismo nascosto nelle pieghe più oscure della civilissima società svedese, ma questo non è certo un difetto, anzi è un pregio che rende Il bambino della città ghiacciata qualcosa di più di un semplice thriller. A me è piaciuto e molto spero che piaccia altrettanto a voi.
:: Giulia Guida intervista Gaja Cenciarelli
1 Maggio 2010
Benvenuta, Gaja. Innanzitutto grazie per aver accettato questa chiacchierata con Liberidiscrivere. Traduttrice dall’inglese di narrativa e saggistica, caporedattrice in “Vibrisselibri”, due romanzi all’attivo più l’antologia di “Auroralia” (Zona, 2009), blogger su “Sinestetica.net”, romana d’origine, ma irlandese nell’anima.
Se ti dico Gaja Cenciarelli, insomma, tu cosa mi dici?
Benvenuta a te, e grazie per la presentazione più che lusinghiera. Sono romana d’origine, di sangue e d’amore. Sono irlandese per scelta, perché lì mi riconosco e perché Roma e l’Irlanda hanno uno spirito molto affine.
Quanto alla tua domanda, rispondo che sono una persona piena di dubbi. Che non ho nemmeno iniziato a imparare e che l’unica cosa di cui sono sicura, l’unica certezza che ho nella vita è la scrittura.
Sia come lettrice che come traduttrice hai sempre mostrato uno spiccato interesse per le scritture femminili. Cosa ti piace trovare in una scrittrice?
Mi sono occupata di letteratura femminile per anni e sono arrivata alla conclusione che, leggendo una scrittrice, mi aspetto di toccare il corpo delle parole. Voglio fisicità e plasticità. Sia nella scrittura che nella storia. In effetti sono le stesse caratteristiche che spero di trovare ogni volta che apro un libro, a prescindere dal sesso dell’autore.
Quali sono state le scrittrici che più hanno influenzato la tua formazione?
Margaret Atwood [per i motivi di cui sopra consiglio caldamente a tutti «Il racconto dell’ancella», tradotto da Camillo Pennati], Sylvia Plath, Alice Munro, Marguerite Yourcenar, Ingeborg Bachmann, Marguerite Duras, Doris Lessing, Jane Austen, Emily Dickinson, Anna Maria Ortese, Amelia Rosselli, Charlotte Brontë.
E scrittori? C’è stato qualche uomo degno di essere ricordato in questa sede?
Naturalmente, moltissimi. Lady Morgan diceva che il genio e l’anima non hanno sesso.
James Joyce, Samuel Beckett, tutti i russi, l’opera omnia di Shakespeare [il mio faro], Dante, Cervantes. Thomas Mann. Franz Kafka. Tutti gli italiani che ho letto e che leggo ogni giorno, anche coloro che durante la lettura mi accorgo di non apprezzare molto e che sento meno nelle mie corde, perché imparo a capirne i motivi, a vedere le cose da un’altra prospettiva. Amo moltissimo gli scrittori americani, moderni e contemporanei. Paul Auster, Don DeLillo, David Foster Wallace, Cormac McCarthy. Naturalmente li amo attraverso le parole delle loro traduttrici/traduttori. Eccelsi professionisti. Una citazione a parte la riservo per un grandissimo romanzo di cui si parla troppo poco: «Il conte di Montecristo», di Alexandre Dumas. Per me, indimenticabile.
Se ti dico “Irlanda”? Pensieri random, hai carta bianca.
Tornare a casa.
Tu sei una traduttrice, Gaja. Seppur bistrattato, mal pagato, poco considerato, il traduttore riveste un ruolo fondamentale come mediatore della parola scritta.
Ma adesso lo chiedo a te, chi è il traduttore? E com’è Gaja traduttrice?
La traduttrice, parlo al femminile perché femmina sono J, riscrive il testo originale. Interpreta l’autore, ne coglie lo spirito, l’humus culturale da cui proviene. Ha un’ottima conoscenza della lingua italiana, prima ancora che della lingua da cui traduce. La traduttrice è autrice a tutti gli effetti. La scelta delle parole è sua, appartiene alla sua sensibilità, alla sua capacità di comprendere le sfumature. La traduttrice è una persona puntigliosa fino all’esasperazione. Fa un lavoro di artigianato spesso sconosciuto e invisibile. Ingiustamente invisibile. Sprofonda corpo e mente nel testo che traduce, diventa – in un certo senso – il testo che traduce. Ama il testo, pur odiandolo. Lo odia ma, alla fine della traduzione, si rende conto di averlo amato comunque. La traduttrice è l’esempio vivente del dantesco amor che move il sole e l’altre stelle. L’amore per la parola scritta vince su tutto, anche sulle condizioni lavorative spesso avverse.
C’è stato un libro che ti è piaciuto particolarmente tradurre? Perché?
Più di uno. I motivi sono legati alla qualità del romanzo, naturalmente.
I libri più belli che abbia mai tradotto sono: «Il prezzo della bellezza» di John Bemrose [E/O], «Hangover Square» di Patrick Hamilton [E/O], «Il piacere della virtù» di Tom Murphy [Le Lettere], «Diario di una casalinga disperata» di Sue Kaufman [Einaudi Stile Libero], «L’alfabeto di Freud», di Jonathan Tel [Sartorio], «La verità a proposito di Celia», di Kevin Brockmeier [Terre di Mezzo].
In quanto caporedattrice editoriale, ti scontri ogni giorno con i problemi del settore.
Quali sono le caratteristiche che più apprezzi in un inedito? E quali le cose che non riesci proprio a sopportare?
Le caratteristiche imprescindibili sono la voce letteraria, che deve essere assolutamente personale e dar vita a personaggi tridimensionali, e l’esistenza di una storia. Se ne intuisce l’esistenza anche in un esordiente – a patto che abbia talento. La scrittura senza storia, e viceversa, non si dà. Non sopporto le storie ombelicali, non sopporto i personaggi che sembrano tagliati con l’accetta, non sopporto la convinzione di chi si reputa “scrittore” e non ha nemmeno le capacità di tenere metaforicamente in mano una penna. Non sopporto che le persone che tanto ambiscono a pubblicare blaterino di editoria senza neanche sapere di cosa stanno parlando, né di chi. Non sopporto chi scrive senza prima aver letto, e tanto. Perché si capisce, altroché se si capisce. Il che, ovviamente, non vuol dire che i lettori forti sappiano tutti scrivere, ma che chi intende farlo non può prescindere dall’essere un lettore forte.
Nella scena editoriale attuale ci sono autori, anche esordienti, che pensi abbiano una marcia in più?
Certo. È appena uscito il libro di Elisa Ruotolo, «Ho rubato la pioggia» [Nottetempo]. Splendido, intenso, da leggere assolutamente.
I libri sul comodino adesso.
Tu intendi sullo scaffale della libreria, sull’armadio, sulla cassapanca, e sulla sedia, vero? Il comodino non basta, sono circondata dal caos primordiale!
Te ne dico uno solo, altrimenti mi perdo. Si tratta di una rilettura fondamentale per me: «L’arte della gioia», di Goliarda Sapienza.
Da tempo gestisci un blog, “Sinestetica.net”. Prima di tutto, spiegaci la scelta del nome.
Mi piace pensare che i sogni abbiano un sapore, che la musica si possa toccare, che ciò che vediamo profumi. Mente e corpo non sono organi di percezione distinti e separati. Per me leggere significa nutrirmi. Scrivere equivale a bere. Ascoltare è vedere. In questo senso, la sinestesia è stata una s
orta di scelta obbligata.
Che peso dai al blog o ai social networks in generale nel rapporto tra editori, lettori e recensori?
Ritengo sia necessario saperli usare con un certo discernimento. Il che vuol dire in modo creativo e funzionale. Possono essere utili, ma anche deleteri. Faccio un esempio: internet ha dato la possibilità a chiunque abbia un blog di pubblicare ciò che teneva chiuso nel cassetto. Fin qui niente di male, anzi. C’è posto per tutti e la rete è [e speriamo lo resti ancora e sempre] uno spazio democratico e libero. Il problema è sorto in un secondo momento: la stragrande maggioranza di queste persone si è messa in testa di saper scrivere, o meglio, di essere scrittrice/scrittore solo perché i commentatori si mostravano entusiasti di quanto avevano letto. Credo che certa gente [o meglio, lo stratosferico ego di certa gente, pari soltanto alla loro stratosferica idiozia] non faccia che alimentare il mostruoso fenomeno dell’editoria a pagamento. Dei social network penso più o meno la stessa cosa. C’è da dire che, ad esempio nel caso di Facebook, il rapporto tra utenti è più immediato, anche se sempre virtuale. È un sistema orizzontale, se mi passi la definizione. Non soffre di gerarchie [o, quantomeno, non dovrebbe]. Si può entrare in contatto con persone interessanti e imparare, o instaurare comunque un rapporto che, nella vita quotidiana, spesso potrebbe risultare complicato a causa della distanza e degli impegni. In conclusione, e chiedo scusa in anticipo per la scontatezza dell’affermazione che segue, credo che certi strumenti siano neutri: dipende sempre dall’uso che se ne fa, e l’uso che se ne fa è sempre mediato dall’intelligenza e dalla passione.
Nel 2003 pubblichi il tuo primo romanzo, “Il cerchio” (Ass. Edizioni Empiria), tre anni dopo “L’infinita scomparsa di Emanuela Orlandi” (Zona). E’ stato difficile per te arrivare alla pubblicazione?
È stato difficile scrivere storie che convincessero me per prima. Difficile è scrivere. Anzi, difficile è (saper) raccontare. Ci sono ancora narratori in Italia?
“Il cerchio” racconta un legame tormentato attraverso le fragilità parallele di due donne, Sara e Viviana. Perché questo titolo? Cosa rappresenta il cerchio?
Il cerchio rappresentava una delle più ingenue convizioni che ho perso per la strada. E cioè che nella vita tutto torna, che i cerchi si chiudono, che i fili sospesi si riallacciano. Non è così. Panta rei. Ora credo che la vita sia una sorta di spirale infinita dove i cerchi non si chiudono mai, dove davvero tutto scorre, tutto è fluido.
Parliamo di “Auroralia”, raccolta antologica nata da una foto di Jerry Uelsmann (1987). Hai invitato cinquanta tra scrittori, giornalisti, recensori, poeti a scrivere circa tremila battute ispirate all’immagine. Perché proprio quella foto? Cosa ti trasmette?
Quella foto l’ho scelta in un momento in cui avrei voluto essere altrove. Ha rappresentato subito il mio desiderio di staccarmi letteralmente dalla terra e di guardare dall’alto il dolore per cercare di trovargli dei confini. A ogni modo era da tempo che volevo tentare un esperimento del genere con le foto di Uelsmann. E sono felice di poter dire che l’esperimento ha superato le mie più rosee aspettative. L’antologia è stata pubblicata da Zona, sono stati girati tre booktrailer, abbiamo organizzato una serie di indimenticabili presentazioni a Roma e fuori, recensioni, attenzione e apprezzamenti. Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior, diceva l’Homo Faber. Che mi manca terribilmente.
Cosa ami in particolare dell’arte di Uelsmann?
Amo il surrealismo in generale, e Uelsmann è stato definito il Dalì della fotografia. Ogni volta che guardo le sue foto, mi immergo con il corpo e con la mente nelle immagini che – per l’appunto – assaporo. Diventano mie, diventano ispirazione infinita per la mia scrittura.
Che progetti hai in cantiere per ora? Ci vuoi dare qualche anticipazione?
Tutti progetti di scrittura. Alcuni quasi terminati, altri a metà del guado, altri ancora appena abbozzati ma nei quali sono già dentro fino al collo. Ho messo un piede nella corrente di cui sopra per capire se l’acqua era troppo fredda per tuffarmi, e non lo era affatto. Ora nuoto. Chissà, magari arriverò da qualche parte… 😉
Ti ringrazio per la grande disponibilità, Gaja. A presto.
Grazie a te, Giulia. È stato bellissimo.
:: Recensione di Maurizio Landini: Caduta libera di Nicolai Lilin
30 aprile 2010
Senza entrare nel merito della questione “Ma l’autore ha vissuto realmente quanto scrive?”, visto che in proposito si sono già espressi giornalisti, critici e lo stesso Lilin (1), personalmente ritengo che “Caduta Libera” possa essere letto come un romanzo di guerra a tinte forti, che può ricordare (mi si conceda l’accostamento azzardato) più le avventure del battaglione disciplinare di Willy “Sven Hassel” Arberg che i Dispacci di Michael Herr…
Lilin, già autore di “Educazione siberiana” (Einaudi), narra la sua esperienza di cecchino (2) nei due anni di leva trascorsi in un gruppo di sabotatori dell’esercito russo, durante la seconda campagna cecena (1999-2009).
Dopo l’incursione in Daghestan da parte delle milizie islamiche nell’agosto del 1999 e gli attentati in diverse città della Russia, Putin ordina un nuovo attacco in Cecenia. Questa seconda guerra è un vero e proprio genocidio. L’esercito russo è accusato di violare i diritti umani torturando e massacrando civili inermi, saccheggiando, distruggendo interi villaggi.
In questo sfondo tutt’altro che confortante, “Caduta libera” è un susseguirsi di azioni militari “eroiche” e atrocità assortite messe in atto da entrambi gli schieramenti e rese più “vivide” da una narrazione semplice e, a tratti, quasi infantile.
Accantonando per un istante il proposito di leggerlo come un dettagliato reportage di guerra, il libro dell’autore-tatuatore russo, nella sua semplicità stilistica, raggiunge il lettore come la pallottola di un cecchino, e apre una nuova ferita destinata a rimanere infetta e purulenta: il dramma inaccettabile che accomuna ogni guerra combattuta nel mondo.
(1) si legga per esempio:
http://www.facebook.com/note.php?note_id=267623333439
La maledizione-siberiana-lilin-attaccato-al-chiambretti-show/
Il_saviano_russo_scala_classifiche_ma_mafia_siberiana_sa_bluff
(2) per farsi un’idea della complessità del tiro di precisione e sulla figura del “cecchino”, si consiglia la lettura del “Compedio tecnico al moderno tiro d’interdizione” di Stefano Scaglia, ad uso delle FF.AA. di tutte le Armi e Specialità.
:: Recensione di Giulia Guida: L'umanità di Emiliano Gucci
29 aprile 2010
“E poi siamo cambiati troppo per rincontrarci nelle fotografie.” [Rileggendo “L’umanità”, E. Gucci]
Le sue mani annodate di ricordi ricalcano le cicatrici sul suo corpo nudo.Cercano la sua deformità scolpita contro la pelle, i suoi polsi tutti grinze, le macchie di fuoco vivo che le stropicciano il viso, le smagliature che le si allargano tra le cosce, come pagine bianche su cui nessuno ha più scarabocchiato altro che giornate interrotte e notti senza fine. Angela otto anni fa. Angela adesso. Un cumulo di macerie e di sogni spezzati, che non arrivano da nessuna parte. Ogni cicatrice accarezzata è un senso di colpa che viene anestetizzato. Socchiude gli occhi, segue il contorno di quegli otto anni, sfiorando i confini di Angela, quei confini senza più forma, quei confini alla deriva. Rilegge il codice di tutto il dolore che Angela si porta scritto sul corpo, un bassorilievo di presagi tristi, di primavere bruciate, di imperfezioni strappate dai vecchi album di fotografie. Quando non erano ancora così diversi da non riconoscersi più. Quando non avevano lasciato le loro vite a invecchiare al posto loro nei cassetti. E tutte le lettere, le fotografie, le buste colorate. I loro nomi uniti in un esperimento d'amore a tempo indeterminato. Quando c'erano ancora solo i vecchi difetti, quelli che nessuno vedeva, che non ti lasciavano mangiucchiato, coi buchi nella carne e tutta l'aria a passarci attraverso e a grattare contro il vuoto. Quando ancora non era arrivato il fuoco. Angela è lì, i seni che le cadono attraverso la vestaglia trasparente, le labbra che cercano la sua bocca. Lui che non ricorda più- che non vuole ricordare cosa si provi a toccare una donna, a stringerle i capelli contro il petto. Lui che da otto anni zoppica sul dirupo di una vita col contachilometri fermo e mettere un piede dietro all'altro sembra già uno sforzo immenso. Trascina le gambe come pezzi difettosi di una catena di montaggio, si morde la voce in gola tra le pareti grigiosangue di una fabbrica, mentre sotto di lui la pressa infuria tra i cigolii del piombo disperato. Eppure non c'era sempre stato il fuoco, quando ancora non era accaduto il destino. Aveva finalmente lasciato un ricordo di sè, il segno perfetto, l'unico che avrebbe potuto dare un senso alle loro solitudini incrociate. Nel ventre di Angela, l'aveva lasciato. E dopo non era rimasto che un mucchio di vita divisa a metà chiusa in un baule di legno marcio, senza saper che farsene. L'andava a trovare ogni terza domenica del mese, dopo l’incidente. Le lasciava una busta bianca sul tavolo, metà del suo stipendio. I suoi occhi da bambino, sporchi di desolazione, erano ancora ammanettati alla gabbia di rancore che la teneva prigioniera, che non le permetteva di ricominciare. Lui che un giorno, uno come tanti col marchio di fabbrica storto, riceve una mail da Gianluca, che vuole intervistarlo sul suo libro. Il suo primo e unico libro. Da otto anni non prendeva più una penna tra le mani, ma non aveva mai smesso di osservare, registrare, elaborare, cancellarsi e riscriversi sopra ai pensieri, tirando righe nere su quelle ultime immagini scattate ad una felicità provvisoria, istantanee del proprio rimorso, accartocciate a domino una dietro l'altra. Lui che passa per il parco e la vede, quasi ogni giorno. Valentina, le spalle al piccolo lago, contro la staccionata di legno. Le gambe immobili, ingranaggi in estinzione, su una sedia a rotelle. La vede e vorrebbe conoscerla di più, frugare nella sua storia, regalarle le sue pagine stracciate e smettere di ricordare, non pensare più ad Angela, alla sua pelle cubista, al destino che gli ha attraversato la strada. "L'umanità" di Emiliano Gucci scorre tra parole che sono sensazioni, macchie leggere sulla carta che raccontano di due gambe che zoppicano con la paura di toccare la vita sopra alla terra, di un cuore che sbiadisce, di un amore che muore, di mani coi cerotti che lasciano asciugare le ferite sotto un sole nuovo. Vogliono raccontare l'umanità di un uomo perso. E sono sulla buona strada per riuscirci
:: Recensione di Cella 211 di Francisco Perez Gandul a cura di Giulietta Iannone
28 aprile 2010
Mai presentarsi al lavoro con un giorno di anticipo. Perché non farlo assolutamente? Beh perché vi potrebbe capitare di avere un mancamento proprio mentre state visitando il braccio più pericoloso del carcere di massima sicurezza dove avete appena avuto la sventura di trovare lavoro come secondino, e potrebbe darsi anche che vi lascino su una brandina della famigerata cella 211 proprio nel giorno in cui Malamadre il leader indiscusso dei criminali più pericolosi ha la sventurata idea di guidare una sommossa. Ecco a Juan Oliver capita proprio questo, proprio a lui un tipo tranquillo, a posto, un tipo educato, quasi timido, con una bella moglie incinta, un tipo a cui di norma non capitano mai grane. Ed ora che fare? Dire a tutti quei nerboruti pluriassassini di essere uno dei carcerieri “un nemico”? Non sia mai, bisogna infiltrarsi, fingersi sporco, brutto e cattivo, tirare fuori le palle anche quando non si era mai creduto di averle perché nelle situazioni più disperate esce sempre il meglio, voglio dire il peggio di ognuno noi. E allora ci si può scoprire, arrabbiati, violenti, spietati, pronti a tutto pur di riguadagarsi la libertà e seppure Malamadre non è del tutto sicuro che Juan sia chi dice di essere, può nascere un’ inattesa amicizia, fino ad iniziare a credere che i pericolosi criminali non hanno poi tutti i torti a volersi ribellare, che non è detto che la colpa sia sempre solo da un solo lato della barricata. Tra accordi sottobanco, terroristi baschi politicamente scorretti, corruzioni più o meno marcate, critiche ad un sistema carcerario ben poco propenso a riabilitare coloro che finiscono in cella, Francisco Perez Gandul ci porta nel claustrofobico mondo di una prigione per parlarci di libertà, coraggio e amicizia e lo fa in modo originale e violento, cupo e disperato, al limite tra un noir e una tragedia greca. Non aspettatevi un’ opera agiografica, il linguaggio è crudo, disturbante, i personaggi spigolosi, urticanti e difficilmente vi metterete dalla loro parte e tiferete per loro anche se l’interrogativo che vi spingerà a giarare pagina dopo pagina superando l’istintiva repulsione è sapere se Juan riuscirà a uscirne vivo. Non vi dirò di certo il finale, quello spetterà a voi conquistarlo ma quello che posso dirvi è che per essere un’ opera prima, giunta alla quinta ristampa, non è affatto male e soprattutto ci si chiede cos’altro ci proporrà Gandul negli anni a venire. Stiamo all’erta forse è nato un grande scrittore.
:: Recensione de La ballata del tocororo di Enrico Astolfi e Lorenzo Mazzoni
26 aprile 2010
Eccoli Pasquino, Brunello, il partigiano Saverio e Federico, eccoli inciampare bruscamente sulla fine del vecchio mondo, eccoli rantolare sgomenti sul ciglio di una nuova vita. Vuoti, collerici, dannati, illusi sognatori attanagliati dall’aria tersa, dalla consapevolezza che il sipario si sta chiudendo rapidamente. Senza sole, ebbri d’aria bruciata, rimasti senza spettacolo, sballottati al suolo, sporchi di sangue, si leccano le ferite piagnucolando.
E adesso?
Adesso il vecchio mondo si è sgretolato, è arrivato al capolinea.
Che un giorno sarebbe successo lo sapevamo tutti.
Immaginatevi la fine del mondo. Immaginatevi che arrivi portando con sè cascate d’acqua che sommergono tutto, lasciando emergere come isole solo alcune città come Bologna e Ferrara, poche terre emerse popolate da sparuti soparvvissuti. Questo è lo scenario e non di un libro di fantascienza più che altro è l’inizio di una favola colorata, scanzonata, irriverente che ha per protagonista assoluto non un personaggio umano ma un misterioso uccello, il Tocororo, un uccello sacro, simbolo di Cuba che per uno strano accadimento si trova a volteggiare nei cieli di Ferrara. Il vecchio mondo con tutti i suoi errori e orrori ormai è finito e sfolgorante inizia l’alba di un nuovo mondo e cosa meglio di una missione, di un’ odissea moderna ci può portare da Ferrara a Cuba a bordo di una zattera guidata da Federico e Pasquino per riportare il misterioso Tocororo nel suo abitat naturale in un simbolico abbraccio che riunisce i popoli, che riunisce il nord e il sud del mondo non più divisi dalle barriere dell’ingiustizia, dello sfruttamento. Nel loro avventuroso viaggio Federico e Pasquino novelli Ulisse incontreranno personaggi bizzarri, pirati, mercenari, amazzoni guerriere, cannibali, tutti seriamente decisi a combattere per sopravvivere, e porteranno a termine la loro missione scoprendo anche il mistero legato al variopinto pennuto. La ballata del Tocororo è un libro divertente, sguaiato, allegro che contiene un messaggio di libertà, di speranza, di pace e di amore. Più che un romanzo dicevo è una favola, in cui la fantasia degli autori spazia senza confini, portandoci in luoghi inesplorati, in dimensioni oniriche estreme e buffe dandoci la netta sensazione che un mondo diverso si può concepire, si può idealizzare, perché i confini angusti in cui viviamo si sgretolano e si dissolvono se lasciamo che la fantasia vada al potere. Il bene e il male saranno sempre destinati a scontrarsi ma il bene ha una carta in più e la scoprirete leggendo questo bizzarro e anarchico libro.
:: Recensione di Giulia Guida de "Il senso del dolore" di Maurizio de Giovanni
25 aprile 2010
“Perchè cadono le lacrime. Sulla fame e sull’amore”. [Rileggendo “Il senso del dolore”, M. de Giovanni]
Non parla quasi mai, il commissario Ricciardi. Si nasconde dietro sbarre di ghiaccio, che da anni in silenzio gli si stringono nervose contro la gola, imprigionando la sua voce. Passano giorni interi in cui gli capita di chiedersi se una voce l’abbia mai avuta e prova a rincorrere le vibrazioni delle sue corde vocali attraverso il passato, a raccogliere quei pochi cocci di suono scivolati a terra dalle sue tasche e ricucirli insieme, fino a ridisegnare un’onda elettrica senza strappi o spazi bianchi.Non riesce più a sentirlo, l’attrito delle sue parole contro l’aria.Essenziali, le parole di Ricciardi. Essenziali e spezzate al centro, come i suoi occhi, centri di gravitazione permanente di un dolore antico, che non si può capire, perchè nasce da una condanna a toccare l’allucinazione, a vedere l’invisibile, a sentire la morte. Tutto quello che gli è rimasto da dire, Ricciardi l’ha lasciato a quel vuoto verde smeraldo che gli mangia la faccia. Gli occhi di Ricciardi. Due gocce di ghiaccio, tirate all’ingiù, incastrate come crepe nere nella pelle. Sono due rughe immense, di chi è invecchiato bambino e s’è bevuto tutto il buio troppo presto. Come tane per difendersi dai venti freddi dell’inverno, Ricciardi ci caccia dentro tutte le sensazioni che non vuole più sentire agitarsi nel sangue. Le chiude a chiave lì, le seppellisce come segreti inconfessabili, perchè sa che nessuno potrà mai raggiungere il nucleo duro della sua disperazione, nessuno avrà mai abbastanza forza né coraggio per aprire il tubetto nero dei suoi ricordi, di tutte le immagini e le voci che gli hanno rubato il presente, di tutti quei morti che giorno dopo giorno gli hanno raschiato via la vita e pretendono che lui ascolti le loro storie, faccia giustizia e rivendichi i loro anni interrotti. Vede i morti, Ricciardi. Quelli morti di una morte violenta, li vede dovunque, riascolta le loro ultime parole e soprattutto sente. Sente la tempesta elettrica di sensazioni che sanguina dalle loro ferite aperte, gli ricade addosso in un brivido viola lungo la schiena. E’ così da sempre, dal giorno del Fatto. Quando da bambino quella prima allucinazione gli spezzò l’ultimo grido tra le labbra. E’ il 1931 adesso e Ricciardi vive in una Napoli che s’attacca alle pagine e le colora del profumo delle vecchie botteghe, dei piedi scalzi degli scugnizzi, dei rombi tonanti delle poche macchine che percorrono le strade, del sapore delle castagne nei carretti degli ambulanti, della luce fredda dei lampioni a gas che illuminano la notte di quei chiaroscuri ad olio e sciolgono il sangue nell’ombra. E’ una sera d’inverno quando il brigadiere Maione, l’unico che abbia provato a romperlo il muro d’acqua di quegli occhi, entra nell’ufficio di Ricciardi e lo mette al corrente di un omicidio avvenuto al teatro San Carlo, quella sera stessa. E’ stato trovato morto nel suo camerino Arnaldo Vezzi, il più grande tenore di quegli anni, protetto e amatissimo dagli alti ranghi del regime. Il suo corpo, ancora con l’abito da pagliaccio addosso, giace riverso sulla sedia, il collo trafitto da una scheggia di vetro dello specchio, due lacrime a solcare le sue guance e a sciogliere il trucco. In un angolo della stanza ecco l’allucinazione di Ricciardi. Il corpo di Vezzi, leggermente piegato sulle ginocchia, una mano protesa in avanti, la voce di un talento fuori tempo che intona un verso della Cavalleria Rusticana “Io sangue voglio, all’ira mi abbandono, in odio tutto l’amor mio finì…” Le indagini di Ricciardi lo portano a ridisegnare, testimone dopo testimone, la figura della vittima: una personalità nera, burbera, intrattabile, nutrita da un profondo egoismo e disumana irascibilità. Detestato da molti, Vezzi era, nonostante il suo carattere inavvicinabile, inesauribile fonte di guadagno per impresari della lirica, orchestrali e teatranti. Molti nemici nell’ambiente, quindi, ma tutti paradossalmente interessati a voler Vezzi vivo, una pedina troppo importante del loro gioco. Nei pochi giorni in cui si consumano le ricerche, le mani nervose di Ricciardi, tutte scatti e ricordi accavallati, si muovono tra le sgargianti luci dell’opera- lui che aveva sempre vissuto su uno sfondo bianco e nero, che dei colori non aveva mai saputo che farsene, attraversa la vita di Vezzi, riscrivendo la sua storia mentre cerca di scrollarsi un pò di fuliggine di dosso, andando a decifrare il sentimento dietro ogni dinamica di quella macchina di finzione, così lontana dalla vita reale. Perchè, per uno che sa cosa sia la dannazione, per uno che lo senta davvero quel senso del dolore, l’arte non può avere niente a che fare con la vita, non può neanche esserne la copia più sbiadita. “Il senso del dolore”, primo dei tre romanzi di de Giovanni che ruotano attorno alle stagioni del commissario Ricciardi, racconta un’infanzia perduta, che non si lava via dagli incubi. Racconta il punto di rottura tra ciò che è reale e ciò che non sembra esserlo. Racconta del profondo amore che ci può essere dietro uno sguardo che non parla altro che di buio. Racconta gli occhi di un uomo che preferirebbe non sentire affatto, essere privato di ogni emozione, avere la sensibilità del cemento armato e svuotarsi la testa di tutte quelle parole- quelle ultime parole- che si rincorrono tra storie non sue, di chi ammazza per fame, di chi si sacrifica per amore. La fame e l’amore. Ricciardi aveva sempre pensato che non esistessero altri motivi per uccidere. Tutto era riconducibile a questo. Due sentimenti complementari capaci di sovvertire l’ equilibrio, rovesciare ogni ruolo prestabilito, provocare l’inaspettato. Accendere i colori e ridare vita a quella morte sempre in agguato per serrare gli occhi di un’amarezza di chi sa che non è ancora arrivato il suo tempo. Il tempo giusto per riascoltare le sue ultime parole e finalmente gridare via quel senso del dolore.

























