Benvenuto Olle su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato la mia intervista. Puoi dirci qualcosa di te, i tuoi studi e il tuo background?
Vivo con la mia famiglia a Lund, città universitaria vicino a Malmo, nel sud della Svezia. Mia moglie Ylva è un giudice e ho due figli, Fredrika, 22, e Jens 20. Sono cresciuto a Tomelilla, un piccolo paese nelle campagne, dove si svolge gran parte del mio romanzo. Dopo il servizio militare ho studiato legge, infatti avevo deciso di diventare un avvocato per i più poveri. Ma ho cambiato idea e sono diventato un giornalista. Adesso lavoro per il quotidiano Sydsvenska Dagbladet, e faccio il corrispondente politico in Svezia, Europa e Medio Oriente.
Raccontaci qualcosa della tua infanzia.
Sono cresciuto in una famiglia borghese. Mio padre era un ingegnere e mia madre una casalinga. Mia sorella ha tre anni più di me. Da adolescente ho fatto un sacco di sport. Tennis e calcio. Da giovane per la prima volta mi resi conto di quante ingiustizie sociali ci sono. E ho anche potuto sentire istintivamente la maledizione della cittadina: la paura e l’ansia per l’ignoto, le cose che non vanno.
Perché sei diventato uno scrittore?
Come ho già detto, prima di tutto sono diventato un giornalista. Per molti anni mi sono occupato unicamente di scrivere per i giornali e lo faccio tuttora. Ma dopo venti anni di giornalismo ho voluto provare un nuovo modo di raccontare storie. Il buon giornalismo consiste nel raccontare storie. Storie vere. Nel romanzo si può inventare, ossia se vogliamo dire bugie, anche se bisogna tuttavia far si che la storia che raccontiamo sia credibile.
Qual è stato il tuo primo lavoro scritto? Raccontaci qualcosa del tuo debutto. La tua strada verso la pubblicazione.
Quando avevo circa vent’anni ho scritto una breve storia di un uomo su un treno che colpisce un alce. Era una storia veramente assurda. Ma è stata pubblicata in un’antologia. Poi mi sono concentrato sul giornalismo per molti anni fino a quando “Det som ska Sonas” è stato pubblicato l’anno scorso.
Ti sei ispirato ad eventi reali?
Sì e no. Penso che questa storia sia cresciuta in me per diversi anni fino a quando improvvisamente l’ho potuta scrivere. Che si svolga nella mia città natale Tomelilla era inevitabile. Ma una cosa che mi costrinse a scrivere il romanzo ambientandolo proprio lì fu quando lessi sul giornale che Sverigedemokraterna – un partito xenofobo di destra con le radici nel movimento neo nazista – aveva tenuto una manifestazione proprio a Tomelilla il 1 ° maggio 2007, festa internazionale dei lavoratori.
Quali scrittori ti hanno influenzato?
Ho letto un sacco di scrittori diversi. In realtà non ho letto così tanti romanzi polizieschi. Kerstin Ekman, Torgny Lindgren e Hakan Nesser sono alcuni buoni osservatori della storia svedese. Oran Pamuk della Turchia. Paul Auster degli Stati Uniti. Quando ero giovane ho letto la trilogia finlandese dello scrittore Väinnö Linnas che parla della trasformazione della Finlandia da una società di aziende agricole profondamente ingiusta ad uno stato moderno. Ho imparato molto da quel libro.
Raccontaci qualcosa del tuo romanzo d’esordio “Det som ska Sonas”. Pubblicato in Italia da Newton Compton con il titolo “Il Bambino della Città ghiacciata”.
Konrad Jonsson è un giornalista free lance, con sede a Berlino. In una missione a Baghdad, viene ucciso Mahmoud, e Konrad perde il suo interesse per la vita e torna in Svezia. Tornato a Malmo viene a sapere che i suoi genitori adottivi Herman e Signe sono stati uccisi in Tomelilla. Konrad ritorna così nella cittadina da cui era fuggito da ragazzo. Presto si rende conto che la polizia lo sospetta degli omicidi. Allo stesso tempo, Konrad inizia a pensare a quello che è realmente accaduto a sua madre biologica, una donna polacca di nome Agnes che scomparve quando Konrad aveva sette anni.
Ci sonoprogetti cinematografici tratti dal tuo libro?
No. Non ancora. Ma sono in attesa.
Ti piace la trilogia Millennium di Stieg Larsson? L’hai conosciuto?
Come giornalista ho avuto qualche contatto con Stieg Larsson, quando lavorava per la rivista Expo come esperto di neonazisti in Svezia. Ma non lo conoscevo personalmente. Come tutti gli altri trovo i suoi libri molto eccitanti.
Raccontaci qualcosa della tua Svezia.
Non ci sono gli orsi polari per le strade, almeno non al sud dove vivo. Normalmente abbiamo battuto l’Italia a calcio. Scherzi a parte, oggi la Svezia è un paese molto diverso da quando ero un bambino. Negli anni settanta siamo stati molto orgogliosi di avere il welfare più sviluppato del mondo. Oggi la rete di sicurezza sociale della Svezia è come nella maggior parte dei paesi dell’Europa occidentale. La Svezia è un paese diviso. Tra nord e sud. Tra la città e la campagna. Abbiamo avuto un grande immigrazione di rifugiati più di qualsiasi altro paese in occidente. Malmö, la città dove lavoro, ha ospitato più profughi iracheni che qualsiasi città USA. Abbiamo il Medio Oriente appena dietro l’angolo. Penso che sia una buona cosa, ma ovviamente significa anche un problema. Una cosa che la maggior parte degli svedesi hanno in comune è l’ amore per la natura dal Mar Baltico alle colline al di fuori Kivik dove ho una casetta, ed è un posto dove riesco a trovare veramente la pace.
Tu sei uno scrittore impegnato molto sensibile ai temi etici e sociali. Perché ha scelto il genere crime?
In realtà non avevo in mente di scrivere un giallo. Più che altro volevo scrivere la storia di un uomo che cerca di trovare le sue radici in una piccola città. Naturalmente ci sono alcuni omicidi. Reati, in particolare gli omicidi, che spesso riflettono il conflitto finale tra le persone. E’ un romanzo che ha per tema i conflitti, e il genere crime è un valido strumento per utilizzarli.
Tu sei uno scrittore e un giornalista. Professioni molto diverse, ma forse c’è un filo conduttore, in grado di unirle?
Ci sono analogie. Entrambe trattano di storie. Bisogna indagare e scoprire come la gente pensa e perché agisce in un determinato modo. Persone reali nel giornalismo. Personaggi di finzione nel romanzo. Ma hai ragione. Si tratta di professioni molto diverse. E siccome faccio sia il giornalista che lo scrittore devo essere molto chiaro su come mantenere separate le due cose. I lettori del mio giornale, naturalmente, devono essere sicuri che ciò che scrivo è la verità e nient’altro che la verità.
Cosa stai leggendo in questo momento?
Carsten Jensen. Un giornalista danese che qualche anno fa ha pubblicato un romanzo fantastico ambientato nella città di Marstal. Intitolato “Noi che affoghiamo”.
Che cosa è la libertà per te? Una utopia? Uno stato d’animo? La Svezia è un paese libero?
Penso che ogni libertà sia relativa. E così deve essere. La libertà può diventare un carcere. In Svezia spesso la libertà è usata come uno slogan politico. Ma un povero non è mai veramente libero. Penso comunque che la Svezia sia un paese abbastanza libero. È un paese laico, probabilmente uno dei più laici nel mondo. E questa è una buona cosa. La religione, in pratica, è spesso l’opposto della libertà, non da ultimo per le donne.
Conosci assai bene il Medio Oriente. Quale paese ha avuto maggiore impatto su di te?
Israele e Palestina. Gran parte della storia del mondo, tre religioni e molti conflitti moderni sono focalizzati in questa piccola zona di terra.
Che tipo di ricerche fai per i tuoi libri?
Vado sul posto. Parlo con la gente. Respiro l’aria e l’odore. E leggo molto.
Ti piacciono gli scrittori italiani contemporanei?
Ne ho letti alcuni e alcuni di loro mi piacciono molto. Elsa Morante. Roberto Saviano. E Nicolò Amaniti.
Ti piace l’Italia? Quando verrai nel nostro paese per presentare il tuo libro?
Ho fatto un sacco di vacanze in Italia e alcune volte ho visitato il tuo paese per lavoro. E ho sempre incontrato un sacco di persone simpatiche e interessanti. La cultura, il cibo, il vino e il calcio … Allo stesso tempo, l’Italia mi sta confondendo. La politica è molto difficile da capire. Penso che sarebbe stato impossibile in qualsiasi altro paese dell’Europa occidentale avere un premier che controlli una così grande parte dei media.
A quali progetti stai lavorando ora?
Ho appena finito il mio prossimo romanzo. Sarà pubblicato in Svezia nel mese di settembre. Il titolo in svedese sarà: “Mike Larssons ha un grande cuore”. Ha per protagonista un uomo che viene rilasciato dal carcere e torna nella sua città natale (Tomelilla) per tentare di riconquistare il cuore e la mente di suo figlio di 14 anni . Lì incontra Amela, una rifugiata della Bosnia. La sua è una storia emozionante e divertente. Mi piace molto il personaggio di Mike, anche se molti lo considerano un teppista. Quando il mio primo editore mi ha mandato una e-mail dicendomi che leggendolo ha sia riso e che pianto, beh mi ha fatto molto felice.
Capitano avvenimenti strani nella vita di chi si occupa di libri: può succedere infatti che un giorno ti alzi con un diavolo per capello, inizi a bere troppi caffè e ti ritrovi tra le mani un nutrito gruppetto di libri dalla copertina rossa, tra cui spiccano nomi mitici come Edgar Wallace o John Dickson Carr, opere dell’età d’oro del mystery, quel periodo tra gli anni ‘20 e ‘40 che racchiude libri vari a volte di autori anche poco noti che hanno aperto la strada del thriller moderno.
Dopo le parole lusinghiere spese da Micheal Connelly e Robert Crais mi sono finalmente decisa a leggere “Senza dirsi addio” di Linwood Barclay, edizioni Piemme, collana i maestri del Thriller, collana che raccoglie autori come George Pelecanos, Dennis Lehane, Karin Slaughter e appunto i succitati Michael Connelly e Robert Crais, e solitamente posso dire di non avere mai avuto brutte sorprese.
Per chi ama la Sicilia di Montalbano del versatile e inimitabile Camilleri vi presento un libro curioso e davvero originale, un libro che racchiude un piccolo mistero. Ma andiamo con ordine. Marineide Epopea semiseria dell’ispettore Marineo dal bronzo viso è un libro sottile che contiene al suo interno se vogliamo due racconti lunghi Omicidio sotto la rocca e il Sultano Rhomen Al Fasud, è ha per protagonista indiscusso l’ineffabile ispettore Marieneo la cui faccia di bronzo è leggendaria e suscita in me divertiti ricordi. Innazitutto mi fa venire in mente il commissario Sanantonio, direte voi che con la Sicilia centra poco ma leggetevi il classico pezzo per dire che l’opera è di fantasia: “Tutto quanto raccontato nelle mie storie è frutto puramente della mia invenzione. Tutti i lettori che dovessero riconoscersi nei personaggi descritti, se ne facciano una ragione. Quelli che dovessero riconoscersi nei panni del commissario Guccione riflettano sulla loro condizione. Quelli che dovessero riconoscersi negli autori dei delitti, si costituiscano se non sono già in galera. Se qualche lettrice dovesse riconoscersi in Stella, mi contatti. Qualora rispondesse mia moglie, faccia finta di essere un’ operatrice Telecom. Nell’ipotesi che qualcuno si riconosca i due o più personaggi contemporaneamente pensi seriamente all’eventualità di contattare un bravo specialista”. Beh ora ditemi se non c’è lo stesso gusto di scherzare con il lettore di Dard? Parlando della trama il primo racconto Omicidio sotto la rocca ci narra una storia apparentemente classica con un delitto, un indagine e un ispettore. Il corpo del dottor Giulio Trevigian un consulente finanziario viene trovato tra i filari di viti nel mezzo del feudo del cavaliere Alfano, un pezzo grosso del luogo impegnato in una campagna elettorale. L’ispettore Marineo prelevato da una scuola che ironia della sorte si chiama Liceo scientifico statale Totò Riina per una lunga storia di concittadini che hanno fatto fortuna in America e travisamenti di coloro che dovevano scrivere la targa, viene portato sul luogo del delitto con un diavolo per capello ma non privo del gusto di mangiarsi una decina di fichi d’India e inizia ad indagare sull’improvvisa e violenta dipartita. Tra ironia e giochi di parole, personaggi buffi e sfuriate del prode ispettore Marineo il mistero verrà svelato con tanto di spiegazione del movente. Nel secondo episodio il sultano Rhomen Al Fasud, che già dal nome del personaggio ci da un’ idea dell’umorismo che l’autore ci dispenserà tutto parte dalla sparizione di un diamante di proprietà del sudetto sultano in visita a Palermo con la sua corte e le sue Mercedes blindate, gli elicotteri personali, e il suo panfilo reale. L’ispettore Marineo per nulla impressionato dall’ostaentata ricchezza del visitatore si troverà ad indagare insospettito anche dalle troppo frequenti vincite al gratta e vinci avvenute a Castropietro suo paese nativo. Che dire sembra proprio che la Sicilia sia una terra congegnale al giallo, questa volta condito con dosi massicce di umorismo e divertimento. La scrittura è fluida, scorrevole, priva di momenti morti o incertezze. I personaggi sono ben caratterizzati anche dal linguaggio utilizzato per i vari personaggi, sui quali spicca senza dubbio l’ispettore Marineo, amante della buona cucina, sempre pronto alla battuta, perspicace, fortunato, irrimediabilmente attratto dalle belle donne ma single per vocazione. Prima vi parlavo di un mistero, e riguarda l’identità dell’autore. Chi è in realtà Ioan Viborg? A questa domanda forse saprebbe rispondere solo un ispettore perspicace come Marineo. Noi accontentiamoci della biografia ufficiale secondo cui nasce quarat’anni fa a Viborg in Danimarca e da questa città prende il nome, di origini siciliane, ora dovrebbe essere rinchiuso in un carcere danese a scontare la sua pena. Sarà vero? Chissà, quello che è certo è che è in arrivo un secondo volume con il terzo episodio della serie intitolato “Pax et bonum”. Segnalo la bella copertina illustrata da Mauro Maraschi.
Ad essere sincera è bene che vi dica subito che non sono un’ appassionata del giallo classico all’inglese, dove il maggiordomo è quasi sempre il maggior sospettato e gli investigatori grazie al loro acume straordinario e alla loro capacità deduttiva quasi sovrumana riescono a scoprire gli indizi più disparati, ricostruiscono i fatti, scagionano gli innocenti e fanno imprigionare i colpevoli in un tripudio di happy end e tutti vissero felici e contenti. I cosidetti “delitti della camera chiusa” di sherlockiana memoria dove grazie alla logica e alle “celluline grigie” di qualche sparuto investigatore dilettante, l’intrigo si dipana e l’enigma viene svelato, magari tra un susseguirsi di brodaglie giallastre spacciate come the delle cinque e qualche caccia alla volpe, bhe vi confesso mi annoiano a morte. E’ naturale quindi che quando mi sono trovata a leggere Uno di troppo di Marco Tiano edizione Il Filo avevo le mie serie preplessità, e soprattutto mi chiedevo quale fosse la necessità di far risorgere un genere che, seppure ha la sua fetta di estimatori non lo nego, ormai ha bene o male fatto il suo tempo. Ecco tanto per dirvi lo spirito con cui ho iniziato la lettura di questo libro che contro ogni aspettativa mi ha spiazzato e incuriosito sin dalle prime pagine e se fate attenzione la chiave di volta per la risoluzione del mistero è racchiusa proprio nella prima pagina. La storia ha inizio in Italia per la precisione a Firenze nel 1921 e viene raccontata in prima persona da Hodel Foresth un bancario inglese deciso a prendersi alcuni giorni di vacanza lontano dal traffico e dal caos di Londra. Insieme ad un piccolo gruppetto di turisti inglesi si appresta a trascorrere una serena vacanza nel Bel Paese quando un delitto funesta la serenità e la concordia. Melory Bacon una bella e chiacchierata ereditiera viene pugnalata in un castello medioevale dove il gruppo di turisti si era fermato per passare la notte. Tutti sono sospettati, tutti hanno un movente, tutti hanno un alibi. Hodel Foresth diventa così ben presto l’unico sospettato e per riuscire ad allontanare i sospetti da sé non ha altra scelta che scoprire il vero colpevole. In un susseguirsi di colpi di scena ben congegnati riuscirà infine a smascherare l’assassino che si rivelerà essere come da tradizione il più insospettabile di tutti. Punti a favore la simpatia del protagonista, l’umorismo sottile, una punta di romanticismo, la gentile satira di costume, l’ingegnosità della trama complessa ma apparentemente semplice e credibile, la scrittura pulita, il comportamento corretto dell’autore che non dissemina il libro di falsi indizi per fuorviare il lettore. Punto a sfavore continuerò a prediligere i noir e i gialli più d’azione ma non sono per nulla pentita di questa piccola parentesi classica. In conclusione un giallo elegante adatto a tutte le età, privo di violenza gratuita e volgarità, consigliato specialmente agli appassionati di Ercule Poirot, Philo Vance e Nero Wolfe.
Cosa successe il 19 luglio del 1985? Ad alcuni questa data non dirà niente, forse troppo giovani, forse troppo distratti o peggio impegnati a nascondere i fatti, a diluire la memoria collettiva perché tanto dagli errori del passato non si impara mai niente. Ma c’è qualcuno che non ci sta perché il 19 luglio del 1985 fu una giornata nerissima nella storia del Trentino e dell’Italia intera, una giornata in cui un mare di fango si riversò dalla miniera di Prestevel sulla frazione di Stava e si portò via 268 persone. Sarebbe bastato poco ad impedirlo, veramente poco ma ciò che avrebbe dovuto essere fatto, non fu fatto, passò in secondo piano per disattenzione, incuria, silenzio colpevole, oscure corruzioni, già perché conviene piangere le vittime piuttosto che muovere un dito per evitare che una tragedia simile accada, una tragedia tanto più annunciata quanto più ingiustificabile. La miniera di Prestavel estraeva fluorite e gli scarti della lavorazione, sotto forma di fango, venivano depositati nei bacini di decantazione. Il 19 luglio del 1985 gli argini di quei bacini cedettero e il fango, a una velocità di 90 km all’ora, travolse tutto. Questi sono i fatti reali da cui Giancarlo Narciso è partito per raccontarci una storia, sotto forma di noir, perché al giorno d’oggi non c’è niente di meglio del noir per raccontare il presente. Una storia scomoda, una storia di rabbia e di dolore, una storia in cui l’avidità umana è la vera protagonista, perché cosa amano gli individui peggiori, i delinquenti senza scrupoli, i bastardi della peggior specie se non i soldi e quando questi soldi sono tanti, ma davvero tanti, anche uccidere diventa ovvio, quasi banale. “Solo fango” leggetelo dopo non potrete più dire di non sapere cosa successe il 19 luglio del 1985.
Il weird western è un western sporco, contaminato da altri generi come l’horror, o il fantasy, maestro indiscusso è Joe Lansdale che con la sua strabordante fantasia ne ha fatto un genere di culto con lettori famelici sparsi per i quattro angoli del globo. Dico questo perché è bene dare la giusta collocazione al libro che sto per presentare. Infatti Six Shots di Alfredo Mogavero edito da Edizioni XII è a tutti gli effetti weird western e per giunta di buona qualità cosa tutt’altro che consueta lasciatemelo dire. Non è un romanzo ma si compone di sei racconti, sei piccole storie compiute, nelle quali la fantasia di Mogavero cavalca e spazia dandoci la netta sensazione che ciò che leggiamo per quanto incredibile e bizzarro sia realmente plausibile e corrispondente al vero. Tutti i fatti si concatenano infatti con tale naturalezza e Mogavero scrive così bene da portarci a credere che mostri con sei braccia, maledizioni, spiriti senza pace, stregonerie e via discorrendo esistano davvero e non siano solo leggende metropolitane da ubriaconi del west un po’ come le leggende e le superstizioni che i marinai di un secolo fa si raccontavano a bassa voce durante le notti di luna piena. Sfogliando le pagine leggiamo così le gesta incredibili di Patricia Hillwick un’anziana fuorilegge, un tempo bellissima, e dalla mira infallibile, ormai decisa a far parte dei buoni dopo una delusione d’amore; facciamo conoscenza con Twilight Jackson perseguitato dalla sinistra maledizione di attirare i fulmini durante i temporali e destinato a incontrare a Baton Rouge un eccentrico scienziato che ha inventato la macchina del tempo; ci perdiamo nelle nebbie di Cherokee Hill in compagnia di una strana coppia di becchini, di un plotone di soldati sterminato dagli indiani, di un superstite neanche tanto vivo con un duello in sospeso con un indiano; facciamo visita al saloon di Moose pieno di puttane, ubriaconi e cowboy e assistiamo a una partita a poker molto, molto particolare; siamo testimoni dei tormenti interiori di un giovane prete cattolico, padre Norton, che dopo aver resistito strenuamente alla tentazione, peccato dopo peccato, precipita verso la dannazione, innamorato perdutamente di Virginia Gilles; infine rincontriamo Patricia Hillwick decisa a fare i conti col proprio passato e a diventare una leggenda. La strepitosa cover sui toni del violetto è di Jessica Angiulli e Lucio Mondini di Diramazioni.

Giorni fa, girando per un mercatino dei libri usati, mi è caduto l’occhio su un libro di qualche anno fa che ha subito attirato la mia attenzione, intitolato La profezia della dama Shizuka e scritto da Takashi Matsuoka, uno scrittore americano, nato da genitori giapponesi, di cui in tutta sincerità non avevo mai sentito parlare.
mmaginatevi una ragazzina di dodici anni.
























