:: Intervista a Olle Lonnaeus a cura di Giulietta Iannone

24 aprile 2010 by

foBenvenuto  Olle su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato la mia intervista. Puoi dirci qualcosa di te, i tuoi studi e il tuo background?

Vivo con la mia famiglia a Lund, città universitaria vicino a Malmo, nel sud della Svezia. Mia moglie Ylva è un giudice e ho due figli, Fredrika, 22, e Jens 20. Sono cresciuto a Tomelilla, un piccolo paese nelle campagne, dove si svolge gran parte del mio romanzo. Dopo il servizio militare ho studiato legge, infatti  avevo deciso di diventare un avvocato per i più poveri. Ma ho cambiato idea e sono diventato un giornalista. Adesso lavoro per il quotidiano Sydsvenska Dagbladet, e faccio il corrispondente politico in Svezia, Europa e Medio Oriente.

Raccontaci qualcosa della tua infanzia.

Sono cresciuto in una famiglia borghese. Mio padre era un ingegnere e mia madre una casalinga. Mia sorella ha tre anni più di me. Da adolescente ho fatto un sacco di sport. Tennis e calcio. Da giovane per la prima volta mi resi conto di quante ingiustizie sociali ci sono. E ho anche  potuto sentire istintivamente la maledizione della cittadina: la paura e l’ansia per l’ignoto, le cose che non vanno.

Perché sei diventato uno scrittore?

Come ho già detto, prima di tutto sono diventato un giornalista. Per molti anni mi sono occupato unicamente di scrivere per i giornali e lo faccio tuttora. Ma dopo venti anni di giornalismo ho voluto provare un nuovo modo di raccontare storie. Il buon giornalismo consiste nel  raccontare storie. Storie vere. Nel romanzo si può inventare, ossia se vogliamo dire bugie, anche se bisogna tuttavia far si che la storia che raccontiamo sia credibile.

Qual è stato il tuo primo lavoro scritto? Raccontaci qualcosa del tuo debutto. La tua strada verso la pubblicazione.

Quando avevo circa vent’anni ho scritto una breve storia di un uomo su un treno che colpisce un alce. Era una storia veramente assurda. Ma è stata pubblicata in un’antologia. Poi mi sono concentrato sul giornalismo per molti anni fino a quando “Det som ska Sonas” è stato pubblicato l’anno scorso.

Ti sei ispirato ad eventi reali?

Sì e no. Penso che questa storia sia cresciuta in me per diversi anni fino a quando improvvisamente l’ho potuta scrivere. Che si svolga nella mia città natale Tomelilla  era inevitabile. Ma una cosa che mi costrinse a scrivere il romanzo ambientandolo proprio lì fu quando lessi sul giornale che Sverigedemokraterna – un partito xenofobo di destra con le radici nel movimento neo nazista – aveva tenuto una manifestazione proprio a Tomelilla il 1 ° maggio 2007,  festa internazionale dei lavoratori.

Quali scrittori ti hanno influenzato?

Ho letto un sacco di scrittori diversi. In realtà non ho letto così tanti romanzi polizieschi. Kerstin Ekman, Torgny Lindgren e Hakan Nesser sono alcuni buoni osservatori della storia svedese. Oran Pamuk della Turchia. Paul Auster degli Stati Uniti. Quando ero giovane ho letto la trilogia finlandese dello scrittore Väinnö Linnas che parla della trasformazione della Finlandia da una  società di aziende agricole profondamente ingiusta ad uno stato moderno. Ho imparato molto da quel libro.

Raccontaci qualcosa del tuo romanzo d’esordio “Det som ska Sonas”. Pubblicato in Italia da Newton Compton con il titolo “Il Bambino della Città ghiacciata”.

Konrad Jonsson è un giornalista free lance, con sede a Berlino. In una missione a Baghdad, viene ucciso Mahmoud, e Konrad perde il suo interesse per la vita e torna in Svezia. Tornato  a Malmo viene a sapere che i suoi genitori adottivi Herman e Signe sono stati uccisi in Tomelilla. Konrad ritorna così nella cittadina da cui era fuggito da ragazzo. Presto si rende conto che la polizia lo sospetta degli omicidi. Allo stesso tempo, Konrad inizia a pensare a quello che è realmente accaduto a sua madre biologica, una donna polacca di nome Agnes che scomparve quando Konrad aveva sette anni.

Ci sonoprogetti cinematografici tratti dal tuo libro?

No. Non ancora. Ma sono in attesa.

Ti piace la trilogia Millennium di Stieg Larsson? L’hai conosciuto?

Come giornalista ho avuto qualche contatto con Stieg Larsson, quando lavorava per la rivista Expo come esperto di neonazisti in Svezia. Ma non lo conoscevo personalmente. Come tutti gli altri trovo i suoi libri molto eccitanti.

Raccontaci qualcosa della tua Svezia.

Non ci sono gli orsi polari per le strade, almeno non al sud dove vivo. Normalmente abbiamo battuto l’Italia a calcio. Scherzi a parte, oggi la Svezia è un paese molto diverso da quando ero un bambino. Negli anni settanta siamo stati molto orgogliosi di avere il welfare più sviluppato del mondo. Oggi  la rete di sicurezza sociale della Svezia è come nella maggior parte dei paesi dell’Europa occidentale. La Svezia è un paese diviso. Tra nord e sud. Tra la città e la campagna. Abbiamo avuto un grande immigrazione di rifugiati più di qualsiasi altro paese in occidente. Malmö, la città dove lavoro, ha ospitato più profughi iracheni che qualsiasi città USA. Abbiamo il Medio Oriente appena dietro l’angolo. Penso che sia una buona cosa, ma ovviamente significa anche un problema. Una cosa che la maggior parte degli svedesi hanno in comune è l’ amore per la natura dal Mar Baltico alle colline al di fuori Kivik dove ho una casetta, ed è un posto dove riesco a trovare veramente la pace.

Tu sei uno scrittore impegnato molto sensibile ai temi etici e sociali. Perché ha scelto il genere crime?

In realtà non avevo in mente di scrivere un giallo. Più che altro volevo scrivere la storia di un uomo che cerca di trovare le sue radici in una piccola città. Naturalmente ci sono alcuni omicidi. Reati, in particolare gli omicidi, che spesso riflettono il conflitto finale tra le persone. E’ un romanzo che ha per tema i conflitti, e il genere crime è un valido strumento per utilizzarli.

Tu sei uno scrittore e un giornalista. Professioni molto diverse, ma forse c’è un filo conduttore, in grado di unirle?

Ci sono analogie. Entrambe trattano di storie. Bisogna indagare e scoprire come la gente pensa e perché agisce in un determinato modo. Persone reali nel giornalismo. Personaggi di finzione nel romanzo. Ma hai ragione. Si tratta di professioni molto diverse. E siccome faccio sia il giornalista che lo scrittore devo essere molto chiaro su come mantenere separate le due cose. I lettori del mio giornale, naturalmente, devono essere sicuri che ciò che scrivo è la verità e nient’altro che la verità.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Carsten Jensen. Un giornalista danese che qualche anno fa ha pubblicato un romanzo fantastico ambientato nella città di Marstal. Intitolato “Noi che affoghiamo”.

Che cosa è la libertà per te? Una utopia? Uno stato d’animo? La Svezia è un paese libero?

Penso che ogni libertà sia relativa. E così deve essere. La libertà può diventare un carcere. In Svezia spesso la libertà è usata come uno slogan politico. Ma un povero non è mai veramente libero. Penso comunque che la Svezia sia un paese abbastanza libero. È un paese laico, probabilmente uno dei più laici nel mondo. E questa è  una buona cosa. La religione, in pratica, è spesso l’opposto della libertà, non da ultimo per le donne.

Conosci assai bene il Medio Oriente. Quale paese ha avuto maggiore impatto su di te?

Israele e Palestina. Gran parte della storia del mondo, tre religioni e molti conflitti moderni sono focalizzati in questa piccola zona di terra.

Che tipo di ricerche fai per i tuoi libri?

Vado sul  posto. Parlo con la gente. Respiro l’aria e l’odore. E leggo molto.

Ti piacciono gli scrittori italiani contemporanei?

Ne ho letti alcuni e alcuni di loro mi piacciono molto. Elsa Morante. Roberto Saviano. E Nicolò Amaniti.

Ti piace l’Italia? Quando verrai nel nostro paese per presentare il tuo libro?

Ho fatto un sacco di vacanze in Italia e alcune volte ho visitato il tuo paese per lavoro. E ho sempre incontrato un sacco di persone simpatiche e interessanti. La cultura, il cibo, il vino e il calcio … Allo stesso tempo, l’Italia mi sta confondendo. La politica è molto difficile da capire. Penso che sarebbe stato impossibile in qualsiasi altro paese dell’Europa occidentale avere un premier che controlli una così grande parte dei media.

A quali progetti stai lavorando ora?

Ho appena finito il mio prossimo romanzo. Sarà pubblicato in Svezia nel mese di settembre. Il titolo in svedese sarà: “Mike Larssons ha un grande cuore”. Ha per protagonista un uomo che viene rilasciato dal carcere e torna nella sua città natale (Tomelilla) per tentare di riconquistare il cuore e la mente di suo figlio di 14 anni . Lì incontra Amela, una rifugiata della Bosnia. La sua è una storia emozionante e divertente. Mi piace molto il personaggio di Mike, anche se molti lo considerano un teppista. Quando il mio primo editore mi ha mandato una e-mail dicendomi che leggendolo ha sia riso e che pianto, beh mi ha fatto molto felice.

:: Recensione di Maschera Bianca di Edgar Wallace (Polillo Editore 2010) a cura di Giulietta Iannone

20 aprile 2010 by

12Capitano avvenimenti strani nella vita di chi si occupa di libri: può succedere infatti che un giorno ti alzi con un diavolo per capello, inizi a bere troppi caffè e ti ritrovi tra le mani un nutrito gruppetto di libri dalla copertina rossa, tra cui spiccano nomi mitici come Edgar Wallace o John Dickson Carr, opere dell’età d’oro del mystery, quel periodo tra gli anni ‘20 e ‘40 che racchiude libri vari a volte di autori anche poco noti che hanno aperto la strada del thriller moderno.
La Polillo Editore con una passione da archeologo ha raccolto questi libri, a volte introvabili, a volte mai pubblicati in Italia, nella collana i Bassotti e ce li presenta pronti da collezionare e da leggere.
Già dissi che i classici delitti della camera chiusa non sono il mio forte ma ad un’occasione così non si può rinunciare, per cui inforco metaforicamente gli occhiali, mi siedo comoda e inizio a leggere. Senza andare in ordine cronologico pesco nel mucchio e inizio con il numero 37 “Maschera Bianca” 1930 di Edgar Wallace, portato sul grande schermo nel 1932 dal regista T. Hayes Hunter e interpretato da Hugh Williams, Norman McKinnell e Renèe Gadd.
Per le vie di Londra si aggira un ladro ineffabile, con il volto nascosto da una maschera bianca, entra nei ristoranti di lusso e alleggerisce le signore dei loro gioielli. I giornali ne parlano, il panico dilaga poi succede un fatto strano, anomalo: nel malfamato quartiere di Tidal Basin, non insolito scenario di risse tra ubriachi e delinquenti, un uomo misterioso viene pugnalato al cuore, un  uomo assurdamente vestito da sera, un uomo senza identità di cui nessuno sembra saperne niente.
Anche i testimoni sono inaffidabili, nessuno ha visto niente o meglio non ha nessuna intenzione di dire cosa ha visto alla polizia. L’ispettore capo Mason chiamato ad indagare sul caso ha subito le sue perplessità e sente che i casi sono legati, ma come?, perché?, Quello che è certo è che il colpevole non ha scampo ed è solo questione di tempo.
Ecco questa in breve è la trama, non mancheranno poi giornalisti intraprendenti, belle ragazze dal cuore d’oro, dottori spiantati e senza il becco di un quattrino, misteriosi avvocati provenienti dal Sud Africa, anche solo per chi fosse curioso di conoscere un mondo che non c’è più, una Londra aristocratica e decadente, narrata da un Edgard Wallace ironico e disincantato al suo meglio.
Letto in meno di un giorno, lieto fine al cianuro.

Edgar Wallace (1875-1932), passato alla storia come “the King of Thrillers”, fu il primo scrittore a raggiungere lo status di vera e propria star. Era nato a Greenwich, in Inghilterra, figlio illegittimo di attori. Adottato da una famiglia di pescivendoli che aveva già dieci figli, Edgar crebbe con il nome di Dick Freeman salvo scoprire, all’età di 11 anni, le sue vere origini. Dopo una serie infinita di lavori di vario genere, a 18 anni si arruolò nel Royal West Kent Regiment per poi passare nei Corpi Medici. Corrispondente dal Sud Africa per la Reuters e per vari giornali inglesi e sudafricani durante la guerra dei Boeri, rientrò in patria nel 1900. Dopo vari infruttuosi tentativi di trovare un editore, nel 1905 pubblicò a proprie spese il suo primo romanzo, The Four Just Men (I quattro giusti). In meno di trent’anni scrisse oltre 170 libri, di cui più della metà di genere giallo, una ventina di drammi e centinaia di racconti e articoli. Popolarissimo fra i lettori – si dice che tra il 1920 e il 1930 su ogni quattro libri letti in Inghilterra uno fosse di Wallace – negli ultimi dieci anni di vita arrivò a guadagnare oltre 250.000 dollari l’anno, anche grazie agli innumerevoli film tratti dalle sue storie. Amante del lusso, del gioco e della vita sregolata, morì a soli 56 anni a Hollywood, mentre era al lavoro sulla sceneggiatura di King Kong, lasciando in eredità una montagna di debiti.

:: Recensione di Senza dirsi addio di Linwood Barclay

19 aprile 2010 by

12Dopo le parole lusinghiere spese da Micheal Connelly e Robert Crais mi sono finalmente decisa a leggere “Senza dirsi addio” di Linwood Barclay, edizioni Piemme, collana i maestri del Thriller, collana che raccoglie autori come George Pelecanos, Dennis Lehane, Karin Slaughter e appunto i succitati Michael Connelly e Robert Crais, e solitamente posso dire di non avere mai avuto brutte sorprese.
Oltre un milione di copie vendute nel mondo, selezionato come miglior libro dal “Richard e Judy Book Club”, Senza dirsi addio è uno dei thriller di successo del 2009, cosa che non implica necessariamente che sia un buon libro, mi è capitato infatti, non spesso ma a volte, che libri con un battage pubblicitario da urlo si siano rivelati delle immonde boiate, per cui diciamo che sono andata con i piedi di piombo.
Senza dirsi addio” inizia con un breve flashback che ci porta nel maggio del 1983 quando Cynthia Bigge, un’ adolescente di quattordici anni non proprio facile, si sveglia una mattina in una casa deserta: padre, madre e fratello sono spariti nel nulla, senza una parola, senza appunto dirle addio.
Per tutto il libro questo è il mistero da risolvere: capire cosa diavolo successe quel giorno, capire perché 25 anni dopo c’è qualcuno disposto a uccidere purchè non si faccia chiarezza.
Diciamo che è un thriller molto americano; in America  la gente sparisce con molta più facilità che da noi, per poi non riemergere più, fosse anche solo per i grandi spazi, specie i bambini, qualcuno si ricorderà sicuramente delle foto dei bambini scomparsi sui cartoni del latte, diffuse già vent’anni fa.
Poi diciamo che non userei aggettivi mirabolanti per descriverlo, ma tutto sommato è un buon libro, la trama è intricata ma funziona, la risoluzione del mistero è credibile anche se come ho già detto molto americana e lentissima, si ha quasi l’impressione che l’autore aggiunga pagine a vuoto dopo aver dato le dritte necessarie per capire il come, il quando, e il perchè, per il resto nulla da dire, la suspense c’è, il crescendo angoscioso dell’incubo che può succedere a tutti. Traduzione di Barbara Murgia.

:: Recensione di Giulia Guida: I cariolanti di Sacha Naspini

18 aprile 2010 by

i%20cariolanti“ E tutte le nostre parole, azzannate dalla terra.” [Rileggendo “I Cariolanti”, S. Naspini]

Un paio d’occhi neri di sangue, rossi di fame, gialli di disperazione.
Vorrebbero sfondare le pareti della terra- una terra di polvere e di roccia, una terra senz’acqua né carne da ingoiare, ancora con le urla delle bestie attaccate ai nervi.
Vorrebbero vedere attraverso il buio per più di qualche istante al giorno, non sentirla così  nemica quella luce bianca che cade giù  e illumina la polvere e il suo valzer incantato che nessuno vede mai, perchè il buio c’è da sempre così come il silenzio.
E quegli occhi non hanno mai parlato altro che una lingua randagia, senza casa, affamata dalla miseria. A Bastiano la bocca si impasta di tutte le parole che non è mai riuscito a dire, perchè la bocca serve a mordere, ad azzannare, a masticare e ingoiare giù.
Le parole stentano ad arrivare bene alle labbra, i suoni escono male, come un ringhio che raschia contro il diaframma.
Quelle parole da lupi con le costole in fuori e gli occhi socchiusi che sgocciolano lacrime cattive, perché non ci cresce niente su questa terra maledetta, niente che t’accarezzi lo stomaco e sciolga un po’ il gomitolo duro che ti morde la pancia.
Solo la guerra ci cresce in mezzo alla gente, sotto quella luce che anche a sfiorarla per sbaglio, finisce sempre che ti ritrovi nel tuo buio.
E un paio di mani che scavano in quel buco nella terra, in mezzo al bosco.
Rincorrono avide qualche verme solitario che non se l’aspettava mica d’esser mangiato da un bambino, con quegli occhi neri, che hanno preso spavento quando sono usciti dalla tana- quegli occhi attaccati alla disgrazia di chi nasce storto e un destino rapace ce l'ha cucito addosso. Una storia da animale in fuga, coi denti affilati dalla vita, da anni murati vivi nella terra, da mani che ti tappano la bocca per non farsi scoprire dai nemici, dalla carne dei soldati fucilati buttata nella zuppa, dalle ali delle mosche piombate sui cadaveri e schiacciate contro la lingua, per ruminare il sapore di una libertà nuova che non si sogna neanche, perchè è roba da ricchi e di chi un nome e delle radici ce l'ha per davvero.
Bastiano ha nove anni nel primo dei tredici scatti con cui Naspini apre "I Cariolanti".
Deve stare zitto, attento a incastrarsi tutte le parole tra i denti e a non buttarle fuori, di là dalle assi di legno che lo separano da quelli che camminano coi piedi sulla terra e non sottosopra come lui. E' chiuso in un buco nero, Bastiano, un buco in mezzo al bosco, in Toscana, mentre pochi metri sopra i suoi occhi irrequieti da animale da caccia ascoltano la grande guerra, che fa quello che deve fare.
Suo padre è un disertore, non ci vuole morire ammazzato in trincea per una guerra che non è  la sua. Ha già le sue battaglie da combattere, ha la miseria e una furia antica che lo tiene in vita. Preferisce viverci in un buco, piuttosto che morirci.
E' stato lui a volere tutto questo, a segnargli gli occhi di una smania barbara a Bastiano, a volerlo crescer su come una bestia da combattimento, perchè nient'altro avrebbe avuto dalla vita.
Un codice di istruzioni per la sopravvivenza e azzannare i sentimenti, che non servono a portare il pane alla baracca, che sono troppo stoppacciosi e pieni di filetti duri e poi di carne per combattere i crampi non te ne rimane quasi niente.
Ma c'era stato un amore che gli aveva accarezzato la pancia, a Bastiano, gli aveva lavato via il nero dagli occhi per un pò. Sara, che bella Sara, una bambina che zoppicava lungo la vita, tra pareti d'ovatta.
Erano gemelli di silenzio, Sara e Bastiano. Legati per la pancia da tutta quella fame di vivere. Lui che la voleva tutta per sè come una tana, un rifugio in cui sfogare la sua rabbia e seppellirla sotto terra, un sepolcro bianco- quella pelle, la pelle di Sara, un campo minato di luce, lui che alla luce non ci si abituava mai. E lei che lo voleva come il suo strappo ad una quiete artificiale, perchè lui era la vita che non le aveva mai macchiato il sangue, la libertà che non poteva correre, l'odore della notte che non era mai riuscita a respirare.
Ma è l'amore randagio, quello delle strade sterrate, che Bastiano conosce.
L'amore di una madre, una "mammaccia infame" che gli aveva promesso che le loro anime si sarebbe salvate, sarebbero rimaste bianche, mica come i loro stracci sporchi, mica come l'anima di un padre che se l'era mangiata già il diavolo. Ma qualcuno il male se lo doveva prendere, qualcuno il male lo doveva fare, perchè è così funziona. Ti devi sporcare, faccia nella terra e nel letame per non farti sparare dal primo che passa. Ti ci devi attaccare con le unghie a questa crosta fredda, un ventre di madre con le braccia di filo spinato- abbracciarla e lasciare il calco dei tuoi denti come se i tuoi morsi fossero impronte digitali.
La storia di cui ci parla Naspini ne "I Cariolanti" è di una bellezza agghiacciante perchè non lascia nessun appiglio alla redenzione.
Racconta una solitudine disumana, descrive l'abbattimento forzato e violento di ogni certezza del vivere sociale convenzionale. Ogni schema di vita familiare viene distrutto, il sacro viene dissacrato, la morale prestabilita diventa un intralcio alla sopravvivenza e si rende disvalore.
Non ci si lava dal sangue, in nessun modo, neanche la morte può essere la grande consolatrice di sempre. Non ci sono punti di fuga, l'immagine è la stessa, ripetuta fino all'ossessione. Alcuni elementi fanno come parte di un substrato mitico, si ricoprono di significati simbolici e rimandano alla dimensione del primitivo, privo di coordinate spazio-temporali ben definite. Il percorso che compie Bastiano lungo l'arco della sua vita può essere letto come un rito di passaggio attraverso il buio, il bosco, il silenzio, la terra madre che protegge e che divora ed un eterno ritorno a un destino da nati di traverso.
E in primo piano un paio d'occhi selvatici, gialli di disperazione, che non si chiudono mai.

:: Recensione di Marineide Omicidio sotto la rocca – Il sultano Rhomen Al Fasud di Ioan Viborg

17 aprile 2010 by

marineidePer chi ama la Sicilia di Montalbano del versatile e inimitabile Camilleri vi presento un libro curioso e davvero originale, un libro che racchiude un piccolo mistero. Ma andiamo con ordine. Marineide Epopea semiseria dell’ispettore Marineo dal bronzo viso è un libro sottile che contiene al suo interno se vogliamo due racconti lunghi Omicidio sotto la rocca e il Sultano Rhomen Al Fasud, è ha per protagonista indiscusso l’ineffabile ispettore Marieneo la cui faccia di bronzo è leggendaria e suscita in me divertiti ricordi. Innazitutto mi fa venire in mente il commissario Sanantonio, direte voi che con la Sicilia centra poco ma leggetevi il classico pezzo per dire che l’opera è di fantasia: “Tutto quanto raccontato nelle mie storie è frutto puramente della mia invenzione. Tutti i lettori che dovessero riconoscersi nei personaggi descritti, se ne facciano una ragione. Quelli che dovessero riconoscersi nei panni del commissario Guccione riflettano sulla loro condizione. Quelli che dovessero riconoscersi negli autori dei delitti, si costituiscano se non sono già in galera. Se qualche lettrice dovesse riconoscersi in Stella, mi contatti. Qualora rispondesse mia moglie, faccia finta di essere un’ operatrice Telecom. Nell’ipotesi che qualcuno si riconosca i due o più personaggi contemporaneamente pensi seriamente all’eventualità di contattare un bravo specialista”.  Beh ora ditemi se non c’è lo stesso gusto di scherzare con il lettore di Dard? Parlando della trama il primo racconto Omicidio sotto la rocca ci narra una storia apparentemente classica con un delitto, un indagine e un ispettore. Il corpo del dottor Giulio Trevigian un consulente finanziario viene trovato tra i filari di viti nel mezzo del feudo del cavaliere Alfano, un pezzo grosso del luogo impegnato in una campagna elettorale. L’ispettore Marineo prelevato da una scuola che ironia della sorte si chiama Liceo scientifico statale Totò Riina per una lunga storia di concittadini che hanno fatto fortuna in America e travisamenti di coloro che dovevano scrivere la targa, viene portato sul luogo del delitto con un diavolo per capello ma non privo del gusto di mangiarsi una decina di fichi d’India e inizia ad indagare sull’improvvisa e violenta dipartita. Tra ironia e giochi di parole, personaggi buffi e sfuriate del prode ispettore Marineo il mistero verrà svelato con tanto di spiegazione del movente. Nel secondo episodio il sultano Rhomen Al Fasud, che già dal nome del personaggio ci da un’ idea dell’umorismo che l’autore ci dispenserà tutto parte dalla sparizione di un diamante di proprietà del sudetto sultano in visita a Palermo con la sua corte e le sue Mercedes blindate, gli elicotteri personali, e il suo panfilo reale. L’ispettore Marineo per nulla impressionato dall’ostaentata ricchezza del visitatore si troverà ad indagare insospettito anche dalle troppo frequenti vincite al gratta e vinci avvenute a Castropietro suo paese nativo. Che dire sembra proprio che la Sicilia sia una terra congegnale al giallo, questa volta condito con dosi massicce di umorismo e divertimento. La scrittura è fluida, scorrevole, priva di momenti morti o incertezze. I personaggi sono ben caratterizzati anche dal linguaggio utilizzato per i vari personaggi, sui quali spicca senza dubbio l’ispettore Marineo, amante della buona cucina, sempre pronto alla battuta, perspicace, fortunato, irrimediabilmente attratto dalle belle donne ma single per vocazione. Prima vi parlavo di un mistero, e riguarda l’identità dell’autore. Chi è in realtà Ioan Viborg? A questa domanda forse saprebbe rispondere solo un ispettore perspicace come Marineo. Noi accontentiamoci della biografia ufficiale secondo cui nasce quarat’anni fa a Viborg in Danimarca e da questa città prende il nome, di origini siciliane, ora dovrebbe essere rinchiuso in un carcere danese a scontare la sua pena. Sarà vero? Chissà, quello che è certo è che è in arrivo un secondo volume con il terzo episodio della serie intitolato “Pax et bonum”. Segnalo la bella copertina illustrata da Mauro Maraschi.
Marineide Omicidio sotto la rocca, Il sultano Rhomen Al Fasud, Navarra Editore, 2009, pagine 138 Euro 10,00.  

:: Recensione di Uno di troppo di Marco Tiano

15 aprile 2010 by

Home4Ad essere sincera è bene che vi dica subito che non sono un’ appassionata del giallo classico all’inglese, dove il maggiordomo è quasi sempre il maggior sospettato e gli investigatori grazie al loro acume straordinario e alla loro capacità deduttiva quasi sovrumana riescono a scoprire gli indizi più disparati, ricostruiscono i fatti, scagionano gli innocenti e fanno imprigionare i colpevoli in un tripudio di happy end e tutti vissero felici e contenti. I cosidetti “delitti della camera chiusa” di sherlockiana memoria dove grazie alla logica e alle “celluline grigie” di qualche sparuto investigatore dilettante, l’intrigo si dipana e l’enigma viene svelato, magari tra un susseguirsi di brodaglie giallastre spacciate come the delle cinque e qualche caccia alla volpe, bhe vi confesso mi annoiano a morte. E’ naturale quindi che quando mi sono trovata a leggere Uno di troppo di Marco Tiano edizione Il Filo avevo le mie serie preplessità, e soprattutto mi chiedevo quale fosse la necessità di far risorgere un genere che, seppure ha la sua fetta di estimatori non lo nego, ormai ha bene o male fatto il suo tempo. Ecco tanto per dirvi lo spirito con cui ho iniziato la lettura di questo libro che contro ogni aspettativa mi ha spiazzato e incuriosito sin dalle prime pagine e se fate attenzione la chiave di volta per la risoluzione del mistero è racchiusa proprio nella prima pagina. La storia ha inizio in Italia per la precisione a Firenze nel 1921 e viene raccontata in prima persona da Hodel Foresth un bancario inglese deciso a prendersi alcuni giorni di vacanza lontano dal traffico e dal caos di Londra. Insieme ad un piccolo gruppetto di turisti inglesi si appresta a trascorrere una serena vacanza nel Bel Paese quando un delitto funesta la serenità e la concordia. Melory Bacon una bella e chiacchierata ereditiera viene pugnalata in un castello medioevale dove il gruppo di turisti si era fermato per passare la notte. Tutti sono sospettati, tutti hanno un movente, tutti hanno un alibi. Hodel Foresth diventa così ben presto l’unico sospettato e per riuscire ad allontanare i sospetti da sé non ha altra scelta che scoprire il vero colpevole. In un susseguirsi di colpi di scena ben congegnati riuscirà infine a smascherare l’assassino che si rivelerà essere come da tradizione il più insospettabile di tutti. Punti a favore la simpatia del protagonista, l’umorismo sottile, una punta di romanticismo, la gentile satira di costume, l’ingegnosità della trama complessa ma apparentemente semplice e credibile, la scrittura pulita, il comportamento corretto dell’autore che non dissemina il libro di falsi indizi per fuorviare il lettore. Punto a sfavore continuerò a prediligere i noir e i gialli più d’azione ma non sono per nulla pentita di questa piccola parentesi classica. In conclusione un giallo elegante adatto a tutte le età, privo di violenza gratuita e volgarità, consigliato specialmente agli appassionati di Ercule Poirot, Philo Vance e Nero Wolfe.
Uno di troppo, Marco Tiano,  Editore Il Filo,  Tracce Nuove voci,  2007,  260 pagine,  Euro 16,00

:: Recensione Solo Fango di Giancarlo Narciso (Edizioni Ambiente collana Verdenero, 2010) a cura di Giulietta Iannone

15 aprile 2010 by

Solo fangoCosa successe il 19 luglio del 1985? Ad alcuni questa data non dirà niente, forse troppo giovani, forse troppo distratti o peggio impegnati a nascondere i fatti, a diluire la memoria collettiva perché tanto dagli errori del passato non si impara mai niente. Ma c’è qualcuno che non ci sta perché il 19 luglio del 1985 fu una giornata nerissima nella storia del Trentino e dell’Italia intera, una giornata in cui un mare di fango si riversò dalla miniera di Prestevel sulla frazione di Stava e si portò via 268 persone. Sarebbe bastato poco ad impedirlo, veramente poco ma ciò che avrebbe dovuto essere fatto, non fu fatto, passò in secondo piano per disattenzione, incuria, silenzio colpevole, oscure corruzioni, già perché conviene piangere le vittime piuttosto che muovere un dito per evitare che una tragedia simile accada, una tragedia tanto più annunciata quanto più ingiustificabile. La miniera di Prestavel estraeva fluorite e gli scarti della lavorazione, sotto forma di fango, venivano depositati nei bacini di decantazione. Il 19 luglio del 1985 gli argini di quei bacini cedettero e il fango, a una velocità di 90 km all’ora, travolse tutto. Questi sono i fatti reali da cui Giancarlo Narciso è partito per raccontarci una storia, sotto forma di noir, perché al giorno d’oggi non c’è niente di meglio del noir per raccontare il presente. Una storia scomoda, una storia di rabbia e di dolore, una storia in cui l’avidità umana è la vera protagonista, perché cosa amano gli individui peggiori, i delinquenti senza scrupoli, i bastardi della peggior specie se non i soldi e quando questi soldi sono tanti, ma davvero tanti, anche uccidere diventa ovvio, quasi banale. “Solo fango” leggetelo dopo non potrete più dire di non sapere cosa successe il 19 luglio del 1985.

:: Recensione di Six Shots di Alfredo Mogavero (Edizioni XII, 2010) a cura di Giulietta Iannone

14 aprile 2010 by

Six shotsIl weird western è un western sporco, contaminato da altri generi come l’horror, o il fantasy, maestro indiscusso è Joe Lansdale che con la sua strabordante fantasia ne ha fatto un genere di culto con lettori famelici sparsi per i quattro angoli del globo. Dico questo perché è bene dare la giusta collocazione al libro che sto per presentare. Infatti Six Shots di Alfredo Mogavero edito da Edizioni XII è a tutti gli effetti weird western e per giunta di buona qualità cosa tutt’altro che consueta lasciatemelo dire. Non è un romanzo ma si compone di sei racconti, sei piccole storie compiute, nelle quali la fantasia di Mogavero cavalca e spazia dandoci la netta sensazione che ciò che leggiamo per quanto incredibile e bizzarro sia realmente plausibile e corrispondente al vero. Tutti i fatti si concatenano infatti con tale naturalezza e Mogavero scrive così bene da portarci a credere che mostri con sei braccia, maledizioni, spiriti senza pace, stregonerie  e via discorrendo esistano davvero e non siano solo leggende metropolitane da ubriaconi del west un po’ come le leggende e le superstizioni che i marinai di un secolo fa si raccontavano a bassa voce durante le notti di luna piena. Sfogliando le pagine leggiamo così le gesta incredibili di Patricia Hillwick un’anziana fuorilegge, un tempo bellissima, e dalla mira infallibile, ormai decisa a far parte dei buoni dopo una delusione d’amore; facciamo conoscenza con Twilight Jackson perseguitato dalla sinistra maledizione di attirare i fulmini durante i temporali e destinato a incontrare a Baton Rouge un eccentrico scienziato che ha inventato la macchina del tempo; ci perdiamo nelle nebbie di Cherokee Hill in compagnia di una strana coppia di becchini, di un plotone di soldati sterminato dagli indiani, di un superstite neanche tanto vivo con un duello in sospeso con un indiano;  facciamo visita al saloon di Moose pieno di puttane, ubriaconi e cowboy e assistiamo a una partita a poker molto, molto particolare;  siamo testimoni dei tormenti interiori di un giovane prete cattolico, padre Norton, che dopo aver resistito strenuamente alla tentazione, peccato dopo peccato, precipita verso la dannazione, innamorato perdutamente di Virginia Gilles; infine rincontriamo Patricia Hillwick decisa a fare i conti col proprio passato e a diventare una leggenda. La strepitosa cover sui toni del violetto è di Jessica Angiulli e Lucio Mondini di Diramazioni.

:: Recensione di “Monza delle delizie” di Sergio Paoli

13 aprile 2010 by

monza deliziePer alcuni il fatturato è un dio, simile a quelle oscure divinità azteche alle quali si credeva si dovessero tributare sacrifici umani, e infatti gli si sacrifica tutto etica, integrità, onestà, perché il mondo degli affari, il business, è sempre più una giungla in cui managers, dirigenti, quadri con i loro bei completi di alta sartoria, i rolex d’oro, le auto di lusso non hanno più moralità delle belve assetate di sangue e privi della minima compassione o umanità vogliono tutto, vogliono distruggere i concorrenti, vogliono guadagnare soldi, rispetto, potere e non si accontentano dei metodi leciti. No signore, le nuove regole del gioco impongono di fregarsene altamente degli scrupoli morali, di danzare con il diavolo, di unire affari e malaffare, di approfittare dei favori dei politici corrotti, di collaborare con i criminali veri, quelli per cui la vita umana non conta niente, quelli per cui i traffici illeciti sono il pane quotidiano e quando succede è inevitabile che qualcuno ci rimetta la vita. E’ quello che succede in Monza delle delizie di Sergio Paoli un sindacalista scomodo nato a Viareggio e trasferitosi a Lecco che ha imbracciato la penna come un rivoluzionario imbraccerebbe il fucile e dopo molti racconti per il web e la raccolta di mini-racconti Rumori di fondo e il noir Ladro di sogni ci presenta una storia di managers e sangue, una vicenda inquietante perché ha tutti i connotati della realtà, del possibile anzi del molto probabile. Dietro le facciate dei palazzi in cui risiedono le sedi delle multinazionali, delle corporations pulsa un cuore nero e non facciamoci ingannare dalle profusioni di luci e faretti, dai km di moquette come velluto, dalle segretarie sorridenti in tacchi a spillo e troppo trucco che vegliano come vestali davanti agli uffici di questi managers rampanti figli della Milano da bere degli anni ’80, ora sono più cattivi, vendicativi, spietati c’è la crisi a giustrificare tutto, il falso in bilancio non è più un crimine di rilevanza penale, nascondere capitali nelle banche compiacenti del Lichtenstein o che so dei paradisi fiscali delle isole caraibiche è un gioco da ragazzi tanto poi chi indaga sugli illeciti ha le mani legate dai vincoli alle procedure di rogatoria internazionale. La si può far franca sempre a meno che non si presenti una variabile impazzita, un uomo onesto. E già perché a volte basta questo per far crollare come castelli di carte i piani più ben congegnati basta che un certo vicecommissario Federico Marini, metodico, abitudinario, inflessibile, idealista, coscienzioso, un uomo d’altri tempi se vogliamo, troppo bello per essere vero direbbero alcuni, si trovi ad indagare a mettersi in mezzo anche se non è detto che a punire i colpevoli ci si riesca proprio sempre.       
“Monza delle delizie”, Sergio Paoli, Euro 12,00, pagine 297, 2010, Fratelli Frilli Editore, collana Tascabili Noir

:: Recensione di Italian Sharia di Paolo Grugni

12 aprile 2010 by

paolo grugniNella più pura tradizione del romanzo di denuncia Paolo Grugni infrange il velo del perbenismo e dell’indifferenza con Italian Sharia un viaggio agghiacciante nel mondo dell’immigrazione musulmana in Italia. Diciamo subito che Paolo Grugni è uno scrittore scomodo, uno scrittore che non ha paura di sporcarsi le mani con temi forti, di dare fastidio, uno scrittore che usa la letteratura non per farci passare qualche ora di evasione ma per sbatterci in faccia le nostre colpe, la nostra indifferenza, la nostra incapacità di indignarci veramente davanti alle ingiustizie tanto da spingerci ad agire, ad uscire dal nostro letargo. Paolo Grugni scuote le coscienze, ci graffia via dalle facce quella smorfia di supponenza che ci fa guardare lo straniero come altro da noi, come alieno. Innanzi tutto questo libro non è frutto di improvvisazione, Grugni si è documentato per anni, ha sviscerato il problema dell’integrazione, ha studiato fatti di cronaca, ha raccolto testimonianze, poi ha deciso che la formula del romanzo poteva avere lo stesso impatto del reportage giornalistico e ci ha posto davanti un libro che è nello stesso tempo un dilemma morale. Ci frega davvero qualcosa di tutte quelle ragazzine musulmane che vengono in Italia o ci nascono, conoscono il nostro stile di vita, magari si innamorano di un ragazzo italiano e vengono per ciò rifiutate e uccise dai loro familiari perché giudicate non delle brave musulmane? Al protagonista di Italian Sharia importa sì, tanto da decidere che è ora di agire, che chi salva una vita salva il mondo intero e ci mostra come dovremmo comportarci se fossimo anche solo borghesissime “brave persone”.
Italian Sharia, Paolo Grugni, Euro 14,00 , Anno 2010, pagine 203, brossura, Perdisa Pop, Collana Corsari.

:: Recensione de La profezia della dama Shizuka di Takashi Matsuoka a cura di Giulietta Iannone

11 aprile 2010 by

1Giorni fa, girando per un mercatino dei libri usati, mi è caduto l’occhio su un libro di qualche anno fa che ha subito attirato la mia attenzione, intitolato La profezia della dama Shizuka e scritto da Takashi Matsuoka, uno scrittore americano, nato da genitori giapponesi, di cui in tutta sincerità non avevo mai sentito parlare.
Avviso subito che non è il genere di letture che prediligo pur tuttavia anche se è essenzialmente una storia d’amore ambientata nel Giappone di metà Ottocento tra una missionaria americana Emily Gibson e un giapponese Genji ultimo discendente del clan Okumichi, devo dire che l’esperienza di lettura è stata davvero piacevole.
Comunque non è solo una storia d’amore, ci sono spruzzate fantasy, streghe, fantasmi, leggende che danno alla narrazione, a tratti poetica, nel più tipico spirito nipponico, una dimensione onirica e ricca di fascino.
La trama è tutto sommato semplice. Emily arriva in Giappone con l’incarico di tradurre in inglese la storia della potente dinastia di samurai sulla quale aleggia un’ inquietante leggenda: in ogni generazione uno dei suoi membri viene investito del dono della preveggenza. Emily con l’aiuto di Genji affronta l’impresa con dedizione e spirito critico, per nulla disposta a credere alle leggende finchè non scopre uno scrigno di pergamene che contengono messaggi indirizzati a lei e scritti dalla dama Shizuka, una donna misteriosa vissuta cinque secoli prima e da tutti considerata una strega per il suo potere profetico. Presto Gengji per proteggere Emily, di cui non ostante l’appartenenza a due mondi diversi si è perdutamente innamorato, sarà disposto a sacrificare tutto pur di salvarla.
Per essere una storia d’amore comunque non è affatto sdolcinata o melensa anzi ci sono alcune scene davvero forti la cui lettura è consigliata ad un pubblico adulto. Tra le cose che ho amato di più la forte impronta poetica e l’amore per i dettagli. L’ambientazione è accurata, ben documentata, l’attenzione per i particolari è notevole dalla foggia dei vestiti, alla descrizione delle armi, alla psicologia dell’uomo orientale di fine Ottocento, lo scontro incontro tra oriente e occidente è non solo di maniera, ma ricco di riflessioni interessanti e perspicaci. In fondo è una favola dal retrogusto un po’ amaro che appassiona e incanta, un modo piacevole per passare alcune ore nulla più, ma in fondo cosa si può chiedere a un buon libro ben scritto.

Takashi Matsuoka è nato in America da genitori giapponesi che l’hanno fatto appassionare alla storia e alla letteratura nipponiche. Vive alle Hawaii dove lavorava in un tempio buddista zen prima che il successo del suo primo romanzo Nube di passeri lo spingesse a diventare uno scrittore a tempo pieno.

Source: acquisto personale.

:: Recensione di Il commissario e il silenzio di Hakan Nesser a cura di Giulietta Iannone

9 aprile 2010 by

IIl commissario e il silenzio di Hakan Nessermmaginatevi una ragazzina di dodici anni.
Immaginatela violentata, umiliata e
Uccisa. Prendetevi tutto il tempo.
Immaginatevi poi Dio.
M. Barin, poeta.

Per gli amanti del giallo nordico, e precisamente squisitamente svedese, Hakan Nesser è un nome sicuramente noto, una garanzia di qualità. Premetto che io sono un’appassioanata di Mankell o del compianto Sieg Larsson, per non parlare di Maj Sjöwall e Per Wahlöö, per cui probabilmente sono un po’ di parte ma senza voler essere eccessivamente celebrativa o incensante, in fondo mi limito a leggere per voi dei libri e a dirvi cosa mi è piaciuto e cosa no, posso dire che “Il commissario e il silenzio” ha senz’altro tre punti forti.
Innanzitutto l’ambientazione e l’atmosfera che si respira, rarefatta, malinconica, piena di luce tagliente tipica dei paesaggi nordici dove la natura sembra ancora incontaminata e autentica.
Poi lo scavo psicologico dei personaggi, accurato, credibile, soffuso di delicatezza e empatia.
In ultimo la denuncia sociale tipica della scuola scandinava e affrontata da Nesser con sincero impegno e condivisibile indignazione mista a sgomento.
Per quanto riguarda i punti deboli direi l’eccessiva lentezza specialmente nella seconda parte e il concentrare nel finale tutte le spiegazioni che hanno portato alla risoluzione del caso senza concedere al lettore durante la narrazione gli indizi necessari. L’effetto coniglio che esce dal cappello infatti è un po’ accentuato e toglie credibilità al finale a dire il vero inaspettato.
La trama è semplice e lineare tipica di una investigazione poliziesca: c’è un commissario, in questo caso il commissario Van Veeteren, e una vittima, o meglio alcune vittime, c’è una setta chiusa al mondo esterno e regolata dai soliti meccanismi che legano i guru ai propri adepti e c’è un colpevole enigmatico, difficile da identificare, evanescente come un’ombra.
Van Veeteren è un uomo stanco, sfiduciato, saturo per aver trascorso troppo tempo a contatto dei lati più bui e sordidi della società, anela alla pensione, alla pace, al silenzio ma si trova catapultato, quasi prigioniero di un’indagine tenuta in vita unicamente dalla sua ostinazione.
Senz’altro va ricordato l’ottimo lavoro di traduzione di Carmen Giorgetti Cima che ne ha fatto un’opera accurata e scorrevole.

Håkan Nesser – (Kumla, 21 febbraio 1950) è uno scrittore svedese di romanzi polizieschi. Ha insegnato lettere in un liceo, ma dopo il successo ottenuto dai suoi primi romanzi si è dedicato interamente alla letteratura. Molti dei suoi gialli hanno come protagonista il commissario Van Veeteren che vive nell’immaginaria città di Maardam, ubicata in un paese del nord Europa, verosimilmente la Svezia anche se il gulden, la valuta locale, e alcuni nomi potrebbero far pensare ai Paesi Bassi. L’altra sua serie di successo vede come protagonista l’ispettore svedese di origini italiane Gunnar Barbarotti che lavora nell’immaginaria cittadina di Kymlinge, in Svezia. I suoi libri sono stati tradotti in molte lingue, tra cui l’italiano, e da alcuni di essi sono stati tratti film o serie televisive.

Source: acquisto personale.