:: Recensione di Lick di Lulu Berton a cura di Giovanni Choukhadarian

22 giugno 2010 by

Lulu Berton, Lick, Venezia, Sonzogno, 2010, 188 pagg., 16 euro

Il sottotitolo di questo esordio narrativo non mente: “commedia erotica in 6 atti”, si annuncia, e giusto quello si legge. Lulu Berton, che sembra un nome finto ma pare non sia, è una giovanotta mezzo italiana e mezzo americana. Qui racconta le paradossali vicende di una ragazzotta di Venezia, trasferita a Londra per scoprire la vita, il mondo e, come pare, soprattutto i fatti dell’amore carnale. Se qualcuno sta pensando a una Melissa P. in salsa leghista, no, non è quello. Berton, di mestiere giornalista chic, è troppo scaltra per un prodotto del genere. No, qui prevale la dimensione umoristica, quando non propriamente comica. La protagonista, che si chiama senza gran fantasia Lola,  fa la spogliarellista nei pub meno consigliabili, poi cambia e diventa richiestissima telefonista erotica, fin che non s’innamora di un chitarrista rock piuttosto sfasciato. Il basso continuo della narrazione è però il vecchio padrone di casa di Lola, fanatico cultore del suo giardinetto, in apparenza burbero come un Mr. Rochester 150 anni dopo, in realtà di un’ingenuità quasi dolce. Lulu Berton lo inserisce ogni tanto, a segnare i cambi di vita di Lola, come fosse lui il faro di una vita così scombiccherata. Le storie di Lola e compagnia sono raccontate con partecipe disincanto e il desiderio anche troppo esplicito di far ridere il lettore. Berton detiene una lingua letteraria disinvolta, adopera a volte similitudini meno che dantesche ma ha buoni tempi comici e usa con discrezione il paradosso, strumento retorico affatto maschile. Siccome l’estate comincia in questi giorni, Lick sembra un buon libro per accompagnare le giornate in spiaggia. Il mare, un lettino e l’ombrellone e un buon libro: non è questa l’estate dei lettori forti?

:: Intervista a Mons Kallentoft a cura di Giulietta Iannone

22 giugno 2010 by

Mons Kallentoft

Ciao Mons. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Mons Kallentoft ?

Sono un romanziere svedese, che vive a Stoccolma. Ho 42 anni e Midwinterblod è il mio primo romanzo poliziesco. Ho pubblicato tre romanzi “regolari” prima, e una raccolta di scritti di viaggio. Della serie su Malin Fors, in Svezia sono già stati pubblicati quattro libri.

Raccontaci qualcosa della tua Svezia. Qual è il tuo background?

Ero un ragazzo cresciuto a Linköping nella campagna svedese, quando ho scoperto la letteratura. Fin da piccolo scrivevo storie, mi è sempre piaciuta la fuga dalla realtà che i libri offrono. E prima di riuscire ad essere pubblicato ho scritto un sacco lavorando nella pubblicità e come giornalista.

Come è iniziato il tuo interesse per la scrittura? Quando hai iniziato a scrivere? 

Sono stato costretto a letto dopo un intervento chirurgico a causa di un incidente subacqueo, quando avevo 14 anni. Non avevo nulla da fare e così alcuni amici mi hanno dato alcuni libri da leggere. Kafka, per esempio, e da allora ho scoperto la scrittura.

Come hai avuto l’idea per il tuo primo libro? 

Il mio primo libro si intitola Pesetas ed è ambientato a Madrid. Volevo scrivere qualcosa che mi sarebbe piaciuto leggere come lettore… quindi è una storia di ladri di banca, cocaina, ecc …

Chi sono state le tue prime influenze?

Cormac McCarthy, F. Scott Fitzgerald, Walter Mosley, Kafka

Raccontaci qualcosa del tuo debutto. La tua strada verso la pubblicazione.

Sono stato rifiutato dagli editori per quindici anni. Non volevano pubblicare le mie poesie! Così decisi di scrivere sul crimine e la morte e finalmente arrivò il successo , sotto forma di audience e premi letterari!

Qual è il tuo libro preferito? 

Mi piace raccontare storie classiche. Meridiano di sangue di Cormac mcCrthy è il mio favorito.

I tuoi personaggi sono spesso molto simili a te? Ci sono pezzi autobiografici?

No, i miei personaggi non sono simili a me, anche se le emozioni e le speranze, ecc, sono le mie. Spesso uso alcuni stereotipi del genere poliziesco per creare i miei personaggi che risultano ai lettori familiari ma nello stesso tempo tendo a sorprendere e confondere. Tuto ciò rende, a mio parere, i miei personaggi molto credibili. Siamo tutti unici, e anche un po’ degli stereotipi, che ci piaccia  o no. E partendo da questo si possono costruire dei personaggi molto forti e interessanti.MonsKallentoft6638

Cosa stai leggendo in questo momento? 

Canto degli uccelli, da Sebastian Faulks.

Dimmi qualcosa di Fors Malin.

Lei è la protagonista dei miei libri. Ha 34 anni, è un’ ispettore di polizia single con una figlia adolescente. Ho scelto un eroe femminile per molte ragioni. Fondamentalmente  perché era il personaggio che mi è venuto in mente quando ho deciso di scrivere un romanzo poliziesco, in secondo luogo volevo creare un eroe diverso dal resto dei romanzi polizieschi scandinavi. Ma poi ho voluto anche lei per avere la possiblità di descrivere alcuen daratteristiche personali: beve molto, lavora molto, ha problemi nei rapporti di coppia … il tutto al fine di creare qualcosa di familiare e nuovo. Questo era un sfida interessante per me. Per me personalmente Malin è interessante perché ha preso una vita tutta sua. Io non controllo più le sue azioni, lei ne ha il controllo, e mi piace la sua complessità e le sue contraddizioni, il suo dualismo e la sua  resistenza e le sue intuizioni. Lei è una persona che fa della realtà e del futuro un foglio bianco, tutto può succedere in sua compagnia. Io amo quel tipo di persone anche nella vita reale.

Midvinterblod Sangue di mezz’inverno è il tuo quarto romanzo. Raccontami qualcosa.

E ‘una storia dura ma poetica su un omicidio raccapricciante nel più freddo degli inverni. Incontriamo Malin Fors per la prima volta. È un libro al tempo stesso poetico e classico e porta qualcosa di nuovo al genere poliziesco. Un giornalista rispetto a Dostojevsikj …. hmm.

Ami ascoltare  musica mentre scrivi o preferisci il silenzio?

Silenzio …

Racconta ai nostri lettori italiani qualcosa di divertente su di te.

Sono fanatico per la gastronomia e soprattutto amo l’Italia e la sua cucina. Ho scritto molto sulla cucina italiana e Massimo Bottura di Osteria Franscescana è il mio chef italiano preferito …

Hai molti fans. Qual è il tuo rapporto con i tuoi lettori?

Amo molto i miei lettori ma sono una persona molto riservata, comunque incontro spesso i mei  lettori nella vita reale. Rispondo a tutte le lettere e le mail che ricevo.

Cinema e scrittura sono una strana coppia, che cosa ne pensi? Ci sono progetti di film tratti dai tuoi libri?

A dire la verità esistono pochi adattamenti di successo di film tratti da libri. Fare un film è  processo molto imprevedibile che non mi piace affatto. Sì, ci sono progetti di film tratti dai mei libri, ma io non non partecipo alla realizzazione. Questa è la mia scelta.

Sei un autore molto acclamato dalla critica. Ha ricevuto anche recensioni negative? 

Specie da alcuni, non da molti, e mi è capitato di perdere le staffe per cinque minuti. Alcune recensioni negative sono inevitabili nella vita di uno scrittore. Comunque la vita continua anche dopo una recensione non favorevole.

Qualche consiglio per gli aspiranti scrittori?

Scrivere, scrivere e  ancora scrivere. E’la pratica che ti rende migliore.

Che cosa è la libertà per te?

Viaggiare per il mondo con la mia famiglia e scrivere dove voglio senza dovermi preoccupare dei soldi!

Raccontami in esclusiva per Liberidiscrivere qualcosa del tuo prossimo romanzo. Ora stai scrivendo un nuovo romanzo? 

Si sto scrivendo il quinto libro su Malin Fors…

:: Recensione di La breve seconda vita di Bree Tanner a cura di Nicoletta Scano

22 giugno 2010 by

breetannerDopo due anni di attesa è uscito un nuovo libro di Stephenie Meyer, raggiungendo già  nella prima settimana di pubblicazione i primi posti della classifica dei libri più venduti nel periodo. Il romanzo, presentato dall’autrice stessa come “un episodio mai narrato in Eclipse”, svela ai lettori i retroscena di quanto narrato nel terzo volume della Saga che ha venduto oltre 100.000.000 di copie nel mondo. In questo breve romanzo (meno di 200 pagine senza divisione in capitoli), abbandonato il punto di vista dell’adolescente umana Bella Swan, protagonista dei primi quattro volumi della Saga, la scrittrice accompagna il lettore alla scoperta di un universo parallelo a quello dei Cullen, i vampiri “vegetariani” (poiché si nutrono solo di sangue animale) conosciuti nelle precedenti vicende, e presenta la realtà opposta dell’esercito di vampiri creati dalla letale Victoria per vendicarsi del clan dei Cullen. Ciò che colpisce chi si è già appassionato al piccolo universo creato dalla Meyer, è la capacità di questa scrittrice di creare un vero e proprio mondo, ampliandolo senza far venire mai meno la curiosità e il desiderio del lettore di conoscere nuovi dettagli, affezionarsi ad altri personaggi, che anche laddove solo accennati sembrano poter prendere vita autonoma e voler raccontare le proprie vicende. La protagonista di questo nuovo romanzo, Bree, presente per non più di due pagine in Eclipse, si trova a vivere la propria esistenza vampiresca in un contesto completamente diverso da quello che i fans aveva imparato a conoscere, e si avvicina molto di più all’immagine tradizionale del vampiro cui la letteratura ci ha abituati. Come i vampiri della tradizione più classica, Bree beve sangue umano, e si comporta da assassina, senza alcuna pietà né particolare interesse per gli umani. Tuttavia, nell’arco della sua breve esistenza, inizia a relazionarsi con altri della sua specie i quali la spingono a domandarsi se non ci sia qualcosa di più importante nella sua vita della continua caccia al sangue e dello scontro tra simili per la supremazia, portandola a rivalutare la sua visione dei rapporti e della realtà. Purtroppo, questo germoglio di consapevolezza non trova il tempo di sbocciare completamente, essendo il suo destino ormai segnato dall’appartenenza all’esercito creato dal vampiro Riley per Victoria: Bree si troverà coinvolta in una battaglia, narrata anche questa parallelamente in Eclipse, seppure da altro punto di vista, che avrà per lei un esito catastrofico. E’ come un cammeo, un omaggio agli appassionati della Saga, l’incontro di Bree con Bella ed il clan dei Cullen, narrato nelle ultime pagine del racconto, in cui al contrario non è che velatamente accennata la presenza degli indiani-lupi, coprotagonisti degli altri quattro volumi della storia. Attraverso gli occhi di Bree, si chiarisce ancora di più la grande originalità dei vampiri vegetariani inventai dall’autrice e contemporaneamente diviene lampante come siano proprio loro, ancora una volta, a risvegliare l’interesse per questi romanzi e ad aver catturato il cuore di milioni di lettori negli oltre cinquanta paesi in cui i libri sono stati tradotti. Da sincera ammiratrice di Stephenie Meyer non posso che apprezzare questo ulteriore piccolo tassello apportato all’universo di Twilight, dovendo però ammettere che, in fondo, ciò che gli appassionati più desiderano dall’autrice, sia il prosieguo delle vicende dei protagonisti principali o il completamento dell’ormai attesissimo ed incompiuto Midnight sun, opera in cui si potranno finalmente conoscere i punti di vista, i turbamenti e le emozioni dell’eroe indiscusso della saga, il vampiro innamorato di un’umana Edward Cullen.

Intervista a Pasquale Romeo autore di “Maschio addio” (Armando Editore) a cura di Cristina Marra

21 giugno 2010 by

Foto Romeo e libroAlla figura naturalizzata del maschio e al ruolo sociale e familiare indebolito dalla caduta degli stereotipi nei rapporti uomo-donna è dedicato “Maschio addio” (Armando editore, collana Uroboros, euro 9,50), l’ultimo saggio di Pasquale Romeo. Psichiatra e psicoterapeuta, Romeo, già autore di saggi sui rapporti di coppia e sulle dinamiche familiari tra i quali, “Soli soli soli”(Bietti Media”, “Tradire, l’altra faccia dell’amore” (Bastoni editrice), “Amore e caos” (Rubbettino Editore), “Senza Legami” (Armando Editore), in “Maschio addio” si concentra sul concetto di crisi del maschio e sulle sue cause. Figlio, mammo, puer aeternus, l’uomo non ricopre più il suo ruolo di seduttore e capo famiglia ma è sempre più propenso a cedere lo scettro alla donna. Secondo Romeo, la donna raggiunta la parità e il potere, ha privato l’uomo delle sue prerogative predominanti e lo ha inevitabilmente imprigionato in un ruolo secondario in cui l’aspetto esteriore e la cura della propria persona diventano prerogative fondamentali.  L’autore, ripercorrendo le tappe fondamentali della formazione dell’identità maschile e dei suoi disagi nella società, si sofferma su particolari periodi storici fino all’età post-moderna e incalza il lettore con domande creando una sorta di dialogo scrittore-lettore che stimola alla riflessione e alla partecipazione.

Dopo “Senza Legami”, sulle problematiche del rapporto uomo-donna, dedica il suo ultimo saggio all’uomo, anzi al maschio e all’indebolimento del suo ruolo sociale.  Alla crisi del maschio corrisponde una mascolinizzazione della donna?

“Sì, esatto. Il cambio dei ruoli ha invertito alcuni aspetti e modificato la mascolinizzazione e la femminilizzazione”.

“ Esiste, dunque,  rivalità tra uomo e donna?”

“Una volta esisteva una complementarità ora invece sembra emergere un vero e proprio conflitto assolutamente rilevante come dimostrano alcune frange culturali perverse  vedi la misandria”. 

La nostra società propende in modo sempre più evidente verso un appiattimento delle diversità tra genere femminile e maschile?

“Uomo versus donna è diventato uomo contro donna appiattendo le differenze che davano ricchezza”

“ Che ruolo ha oggi il maschio all’interno della famiglia?””

Il pater familias è finito con il 1971 con il nuovo diritto di famiglia oggi l’uomo sembra aver cambiato  ruolo senza assumerne uno preciso, mentre prima il padre aveva anche a tavola un posto definito ora questo sembra essere incerto e mal definito”.

“ Nel suo saggio offre tante risposte ma pone anche molte domande, è nel suo stile “dialogare” con i lettori?”

“Sì, mi piace molto avere un rapporto umano con l’altro altrimenti non potrei fare lo psicoterapeuta.”

“ Nel suo tour promozionale del saggio incontra tanti lettori, quali sono le loro domande o curiosità più ricorrenti?”

“Sono molte le loro curiosità, tra le domande più frequenti sono quelle su cosa fare e come comportarsi nelle nuove famiglie come quelle dei separati con figli a carico e risposati.”

“Maschio addio” è rivolto soprattutto a lettori giovani?”

“No a tutti ,certo i più giovani vivono soprattutto queste problematiche figlie dell’epoca.”

“  Ma il macho latino  è davvero scomparso?”

“Quello tradizionale penso proprio di sì”

“ In Appendice tratta gli argomenti delicati della misandria e delle case chiuse…..”

“Un grande giornalista sosteneva che le case chiuse erano un puntello fondamentale per la  nostra società insieme alla scuola e lo  Stato.”

“ Le sue ricerche cliniche e le sue esperienze professionali influiscono sulla scelta  degli argomenti dei saggi così come i racconti dei pazienti hanno un ruolo centrale all’interno dei libri. Qualche anticipazione sul suo prossimo lavoro?”

“Un lavoro che mi sta prendendo molto riguarda il tema dell’identità e come questa sia cambiata a tal punto che sono aumentati a dismisura i disturbi di personalità”.

:: Recensione di Ritorno a Bassavilla di Danilo Arona a cura di Maurizio Landini

21 giugno 2010 by

bassavilla-cover“Da quelle parti viaggiano le idee” scrive Danilo Arona a proposito di Bassavilla e i suoi dintorni.  “Qui spesso sono le rappresentazioni mentali e le costruzioni dell'immaginario a determinare i comportamenti sociali.” E un bravo detective dell’altro mondo, questo lo sa: per condurre le sue indagini, si avvale di strani consulenti e non manca di seguire le “conferenze” del popolo dei bar.
Spettri, vampiri, streghe, possessioni mediatiche… Storie vere che sembrano fantastiche o storie fantastiche che sembrano vere? Ritorno a Bassavilla è un viaggio suggestivo tra l'insolito del quotidiano e la quotidianità dell'insolito ma è anche un motivo per riflettere sui mutamenti della società e sulle nostre paure che invece restano intatte, sembrano tener bene all'attacco impietoso del tempo.
“Bassavilla” scrive l’Autore, “si offre come dimostrazione tangibile che le paure della cosiddetta finzione letteraria non sono il parto fantastico di autori più o meno geniali. Paure che sono invece vita, né più né meno, in grado di fecondare e nutrire l'unica corrente realistica di cui disponiamo.”
Bassavilla come Castle Rock –locus horridus della produzione kinghiana-, dove “il reale può ancora configurarsi come prodotto del fantastico”.
Reale e fantastico si alimentano vicendevolmente, costituendo un’entità simbiotica che è allo stesso tempo ectoplasma e vita nei campi. “La più ricca conoscenza dell’albero comprende sia il mito che la botanica” affermava l’antropologo Gregory Bateson
E Danilo Arona, narratore e cacciatore di misteri, percorre abilmente questo limen; lo fa con  soprannaturale maestria.

Ritorno a Bassavilla
Danilo Arona
2010 Edizioni XII
pagine 190

:: Recensione di Buttarsi di Dan Fante

19 giugno 2010 by

ButTutto era cambiato a Los Angeles, ma niente era diverso. L.A. era diventata un esempio perfetto dell’America del Ventunesimo secolo. Una città a gettoni.

Non deve essere facile essere il figlio di un’icona della letteratura americana, un figlio del sogno americano, non lo è certo stato facile per Dan Fante, figlio del celeberrimo John Fante autore di Aspetta primavera Bandini e Chiedi alla polvere. Esce in questi giorni per Marcos y Marcos il suo Buttarsi quarto episodio della vita tormentata di Bruno Dante dopo Angeli a pezzi, Agganci e dell’edizione non ancora disponibile in traduzione italiana di Spitting Off Tall Buildings. Siamo a Los Angels, la sfavillante capitale del sogno americano e Bruno, sempre tormentato dai suoi demoni interiori, dall’ingombrante figura paterma e dalla voce nella sua testa, che ha deciso di chiamare Jimmy, che gli ricorda ogni momento di essere un fallito, cerca di fare l’unica cosa che ancora lo tiene vivo: scrivere. Almeno una pagina al giorno, questo è il patto con se stesso, l’unica ancora di salvezza in un mare di alcool  e psicofarmaci. Una vita alla deriva la sua, senza scopo, folle, una vita molto simile a quella dell’autore e proprio per questa aderenza tra vissuto e  creazione artistica, il sapore della verità acre, sgradevole, sulfureo emerge dalle pagine in tutta la sua  caustica nitidezza. Per sbarcare il lunario Bruno si improvvisa chaffeur di auto di lusso cosa c’è di meglio che scarrozzare per Los Angeles celebrità, rockstar e pezzi grossi del cinema di New York e Los Angeles in cambio di un tetto sulla testa, l’assicurazione medica, ferie pagate e una partecipazione del venticinque percento dopo sei mesi se fosse riuscito a tenersi fuori dai guai. Bhe certo c’è sempre il problema dell’alcool ma la promessa al suo capo di recarsi ogni tanto alle riunioni degli Alcolisti Anonimi sembra bastare. Bruno accetta con entusiasmo questa offerta del destino che per una volta sembra guardarlo con benevolenza e finanche sorridergli e ci mette tutto se stesso per prendere al volo questa occasione di riscatto, ma tutta questa pacchia non sembra destinata a durare c’è ad attenderlo un conto da pagare ma l’incontro con un’anziana editrice e poetessa proprio ad un passo dal precipizio sarà la sua salvezza. Buttarsi è un romanzo bellissimo e disperato, il canto del cigno di un’America che dietro la sua patina scintillente di paladina del progresso e dell’ottimismo nasconde un’anima nera e malata. Con lucidità e senza compassione Dan Fanta scava nel nero magma che si agita sotto la superfice del sogno americano, dell’Eldorado di benessere e finta opulenza e con una sincerità senza compromessi cerca le ragioni per cui vale ancora la pena vivere e morire. Scrittura nitida e scintillante, diretta a colpire al cuore, sparata a mille in un sesseguirsi di vertiginose discese e risalite. La disperazione è feroce ma mai assoluta e pure nei momenti più bui c’è un piccolo spiraglio da cui si può intravedere un futuro migliore illuminato da un barlume di speranza. Figlio letterario di Bukowski forse più che del suo vero padre, Dan Fante si appresta sicuramente ad essere una delle voci più interesssanti dell’America contemporanea e non solo. Traduzione Michele Foschini.

Intervista a Dan Fante qui.

:: Schegge di Sebastian Fitzek (Elliot 2010) a cura di Giulietta Iannone

18 giugno 2010 by

Schegge di Sebastian FitzekBerlino, tardo autunno, giorni nostri. Marc Lucas è un avvocato e assistente sociale, il suo lavoro consiste nell’aiutare gli altri: ragazzi sbandati per lo più abbandonati per strada, drogati, disperati. Marc Lucas ha un dono, è un sensitivo, può avvertire stati d’animo, provare empatia e compassione. Marc Lucas è anche fortunato, è felicemente sposato con Sandra, è in attesa di un figlio, è felice, nulla potrebbe andare meglio, poi all’improvviso la tragedia. A causa di un incidente stardale di cui lui si sente responsabile, Sandra muore e con lei il bambino. La vita di Marc Lucas diventa di colpo insopportabile finchè un annuncio su un giornale non gli ridà speranza, un’ ancora di salvezza alla quale aggrapparsi con tutte le sue forze:

“Avete subito un grave trauma e volete cancellarlo dalla vostra memoria? Allora rivolgetevi a noi tramite e-mail. La clinica privata Bleibtreu cerca volontari per un esperimento sotto stretto controllo medico.”

Marc Lucas senza pensarci manda la mail e viene contattato. Incuriosito, spaventato, pieno di speranza si reca alla clinica Bleibtreu, compila moduli, fa analisi poi all’ultimo non se la sente. Non firma il consenso e torna a casa. Ma qualcosa è cambiato, qualcosa non va. La sua auto non è più parcheggiata al solito posto. Sulla sua porta non c’è più il suo nome. Le chiavi non entrano nella serratura e quel che è peggio quando suona alla sua porta viene ad aprirgli Sandra la sua moglie morta che non lo riconosce. Lo shock è paralizzante. Come può essere posssibile? Ma questo è solo l’inizio. Il suo telefonino è privo di memoria. L’unico numero che ricorda è il proprio, lo chiama e gli risponde Marc Lucas… ma non è lui. Si reca sul suo posto di lavoro e vi trova uno sconosciuto. Disperato raggiunge la clinica Bleibtreu e al suo posto trova un cantiere e una voragine aperta. Cosa gli sta succedendo? Sta forse impazzendo? Più indaga, e più invece di sciogliere i nodi scopre cose ancora più inverosimili: una sceneggiatura che sembra ripercorrere tutta la sua storia e anticipare il futuro, un numero di telefono al quale non può fare a meno di chiamare. Benvenuti nel mondo di Marc Lucas. Benvenuti nel peggior incubo che vi possa capitare dove verità e menzogna si confondono, dove tutto sembra una gigantesca allucinazione e si arriva persino a dubitare di esistere. Ma a tutto c’è una spiegazione, una logica, plausibile, spietata, ogni tassello anche il più isignificante si incastra alla perfezione nel perfetto ingranaggio ideato da Fitzek. Schegge è senz’altro uno dei più avvincenti e spiazzanti thriller degli ultimi tempi. Geniale nel suo esordio, incredibilmente coinvolgente, si legge tutto di un fiato non dandoti il tempo di fare altro. La curiosità ti spinge a giarare le pagine, e a chiederti sgomento, come il protagonista, ma che cosa sta succedendo? Sta tutto capitando solo nella mente del protagonista o i fatti sono reali e poi alla fine si troverà una spiegazione per tutto? I capitoli sono brevi, nervosi, la scrittura è sincopata, travolgente, i fatti descritti agghiaccianti nella loro apparente assurdità. Fitzek con un talento del tutto raro crea un gioco ad incastri senza descrivere in realtà avvenimenti violenti o raccapriccianti la tensione è puramente psicologica, tutto accade nella mente del protagonista e la sua angoscia viene trasmessa al lettore con naturalezza come in un meccanismo di vasi comunicanti.

Sebastian Fitzek è autore di una serie di romanzi (genericamente definibili psychothriller) di incredibile successo. I suoi libri sono tradotti in tutto il mondo.
Tra i titoli in edizione italiana ricordiamo Il ladro di anime (Elliot, 2009), Il bambino (Elliot, 2009), La terapia (Rizzoli, 2007 – Elliot, 2010), Schegge (Elliot, 2010), Il gioco degli occhi (Elliot, 2011), Il cacciatore di occhi (Einaudi, 2012), Il sonnambulo (Einaudi, 2013) e Noah (Einaudi, 2014).

:: Novità in uscita per Sperling Kupfer in libreria dal 22 giugno

18 giugno 2010 by

– LEGACY di Cayla Kluver
(
http://www.sperling.it/scheda/978882004886)
– GUIDA AGLI UOMINI di Belle de Jour
(
http://www.sperling.it/scheda/978882004907)
– LE REGOLE DEL CUORE di Maeve Binchy
(
http://www.sperling.it/scheda/978882004868)

poi usciranno in versione paperback

– LA CORONER di M.R. Hall
(http://www.sperling.it/scheda/978886061662)
– UNA VOLTA ANCORA di Danielle Steel
(
http://www.sperling.it/scheda/978886061638)
– SEMPRE CON ME di Abigail Thomas
(
http://www.sperling.it/scheda/978886061641)

:: Recensione di Il sole sorge sul Vietnam di Lorenzo Mazzoni e Tommy Graziani

18 giugno 2010 by

il_sole_sorge_sul_vietnam_176_0_100_imgkIL SOLE SORGE SUL VIETNAM, TENERO E ORIGINALE OMAGGIO AL PAESE ASIATICO

Nel 2005, il 30 aprile, in concomitanza con il trentennale della Liberazione di Saigon, il coraggioso editore modenese Edizioni Kult Virtual Press, pubblica in rete un e-book, scaricabile gratuitamente e democraticamente. Il sole sorge sul Vietnam con testi di Lorenzo Mazzoni e fotografie di Tommy Graziani. Non un reportage giornalistico, non un vero e proprio diario di viaggio, non un racconto di fantasia, ma un insieme di tutto questo, miscelato con arte e supportato da istantanee suggestive.Fra ricette culinarie, estratti de La guerra di popolo del generale Giap, poesie d’amore, reportage dai bassifondi di Ho Chi Minh Ville, accenni alle guerre combattute da questo eroico popolo, l’e-book si snoda avvincente, in una riuscita sinergia di immagini e parole. Un tributo ad un Vietnam contemporaneo e antico.Sono presenti le belle liriche di Ho Chi Minh, il suo commovente addio alla nazione. Annotazioni prese in fretta dalla spiaggia di Nha Trang. Scatti rubati per le strade caotiche di Huè. Consigli utili per viaggiare nel Vietnam evitando gli altri turisti. E c’è la rubrica “spendere una cifra socialista in un paese socialista” che consiste semplicemente nell’adattarsi.I due, all’epoca collaboratori de “il reporter”, sempre per lo stesso editore, hanno fatto uscire un secondo e-book, un portfolio sul Laos, Mekong Blues (Edizioni Kult Virtual Press, 2007). Un viaggio all’interno dello sconosciuto paese del sud-est asiatico, con mezzi locali, insieme alla gente del luogo. Un e-book che mescola con sapienza il classico reportage giornalistico d’avventura con accenni e notazioni storiografiche. Del resto, anche nella sua carriera di romanziere, Lorenzo Mazzoni non ha mai abbandonato il piacere per il reportage vero e proprio. Accenni ai suoi “cattivi maestri” Kapuscinski, Hartley e Greene, sono presenti sia nella spy-story Ost. Il banchetto degli scarafaggi (Edizioni Melquìades, 2007), sia nel surreale Il requiem di Valle Secca (Tracce, 2006), dove le descrizioni della città infestata dai fumi venefici sembrano dettate dal compianto reporter polacco.Oggi, dopo cinque anni da quell'importante prima edizione, LineaBN Edizioni ha deciso di ripubblicare Il sole sorge sul Vietnam impreziosito da foto inedite di Tommy Graziani e da estratti di Mekong blues e anche in questa veste cartacea la forza principale del libro rimane nella capacità di descrivere un paese così distante come il Vietnam, togliendogli la patina, molto spesso sgradevole, dell'attrazione turistica ed esotica. Un libro dove I brani storici e i disagi del viaggio sono raccontati in poche righe e i volti delle persone ritratte , rendono l'idea di un percorso intimo aperto all'altro, al nuovo.

IL SOLE SORGE SUL VIETNAM (MEKONG BLUES), DI LORENZO MAZZONI E TOMMY GRAZIANI
LINEABN EDIZIONI
EURO 13,00
ISBN 9788896437155

:: Intervista a Roberto Saporito

17 giugno 2010 by

CARENZE_DI_FUTURO_-_copertina_solo_primaBenvenuto Roberto su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato la nostra intervista. Iniziamo con le presentazioni. Descriviti ai nostri lettori: dove sei nato, studi, hobby, rituali.

Grazie  a voi per l’ospitalità. Sono nato ad Alba (CN), città dove ancora vivo e lavoro, ho studiato a Torino, qualche anno di università e poi una scuola di giornalismo. Hobby non ne ho, avendo smesso di praticare sport (coltivo la mia pigrizia come una cosa preziosa), e non considerando la lettura, una delle cose che più mi piace fare, un hobby, ma una necessità primaria irrinunciabile. 

Scrittore e antiquario, hai diretto per anni un galleria d’arte contemporanea frequentando il mondo degli artisti sempre un po’ bohemienne. Arte e letteratura è un binomio strettamente legato.

Sì, l’arte, qualunque tipo di arte (e quindi anche la scrittura), presuppone un’apertura mentale e un atteggiamento nei confronti della vita che in qualche modo ti aiuta a vivere meglio, o forse, solo in maniera diversa, quasi in un mondo a parte, non migliore, differente, ma con ritmi diversi, con sguardi più curiosi su quello che ti sta intorno. Il rapporto con l’arte contemporanea ritorna proprio nel mio prossimo romanzo dove uno dei personaggi è un artista (eroinomane) che vive  New York. 

Parliamo del tuo debutto. Hai fatto fatica a trovare il tuo primo editore?

Direi di sì, specialmente per quanto riguarda il primo romanzo, è che pensavo che dopo i due libri di racconti pubblicati con Stampa Alternativa di Roma tutto sarebbe stato più facile (con ventimila copie vendute, mi sembrava un buon inizio), ma non è stato così. Ogni muovo libro è quasi un ricominciare da capo. 

C’è qualcuno che ti ha particolarmente aiutato all’inizio della tua carriera che vuoi ringraziare?

No, all’inizio no, ma adesso sicuramente sì: Luigi Bernardi. 

Che consigli daresti ai giovani scrittori in cerca di editore? Si può vivere al giorno d’oggi solo di letteratura?

Se è  una vera passione, una “malattia incurabile” come considero io la scrittura, e quindi non puoi (e non vuoi) farne a meno, leggere molti libri e provare a far leggere i propri a quegli editori che ti senti in qualche modo più vicino (questo sembra nuovamente un buon periodo per gli “esordienti”, tanti editori stanno presentando nuovi autori inaugurando collane editoriali ad hoc, tutti i giorni nasce una nuova casa editrice). Però, purtroppo, in Italia è quasi impossibile vivere solo di letteratura, il mercato editoriale è un falso mercato, buona parte dei libri pubblicati vende pochissime copie, perché questa è una nazione di scrittori che non leggono, nel mio secondo romanzo “Eccessi di realtà / Sushi Bar” a un certo punto il protagonista dice: “In Italia i libri non si vendono, non si leggono, ma in compenso si scrivono in quantità industriale, libri che poi nessuno compra, libri che nessuno legge, neanche regalandoli, forse. Se gli scrittori italiani leggessero l’editoria italiana avrebbe risolto i suoi problemi, tutti.” 

Sei stato invitato a partecipare all’antologia di racconti “Nero Piemonte e Valle d’Aosta / Geografie del mistero” (Giulio Perrone Editore, Roma) vuoi parlarcene? Come è nato il progetto?

Barbara Balbiano, la curatrice dell’antologia, mi ha semplicemente parlato del progetto e mi ha chiesto se ero interessato a pubblicare un mio racconto (noir) con ambientazione piemontese (il mio racconto si svolge a Torino), e la cosa mi ha fatto molto piacere (è bello quando si passa dal proporre i propri lavori direttamente al momento in cui ti cercano gli altri perché interessati alla tua scrittura) dato che poi il prodotto finito è risultato un buon libro con ottimi ospiti, tra i quali Sergio Pent, Angelo Marenzana, Danilo Arona, Paola Ronco e Luca Rinarelli, che hanno scritto dei gran bei racconti. Un progetto sicuramente riuscito. 

Foto RobertoCi sono scrittori esordienti che ti hanno particolarmente colpito?

Paola Ronco, il suo “Corpi estranei” (Perdisa Pop) è un ottimo romanzo. 

Quali sono i tuoi scrittori preferiti e quelli che ti hanno maggiormente influenzato?

Quelli che, forse, mi hanno influenzato di più sono J.D. Salinger, Ernest Hemingway, Charles Bukowski, Raymond Carver, Jay McInerney , Bret Easton Ellis, David Leavitt, Thomas Bernhard, Henry Miller, molti scrittori francesi, come Jean Paul Sartre (romanziere), Marcel Proust, Michel Huoellebecq, Jean-Philippe Toussaint, Emmanuel Carrère, Jean Echenoz, Patrick Modiano. Senza dimenticare tutti i libri di Milan Kundera, Don DeLillo e Philip Roth. Mi piacciono anche Agota Kirstof, Martin Amis, Pier Vittorio Tondelli, Luigi Bernardi,  J.G. Ballard , Cees Nooteboom, Jonathan Coe, Ian McEwan, Douglas Coupland, Arnon Grunberg. Mi fermo ma potrei continuare.

 Ti piace partecipare alle presentazioni dei tuoi libri? Raccontaci un aneddoto curioso di uno di questi incontri?

Io sono dell’idea che gli scrittori dovrebbero scrivere e non parlare in pubblico, spesso gli scrittori hanno scelto di scrivere per non dover parlare. Luigi Bernardi nel suo (bel) romanzo “Senza luce” scrive:
“Agli scrittori si chiedeva sempre più di curare il loro aspetto pubblico: dovevano farsi vedere…erano costretti a parlare invece che scrivere, a farsi ascoltare invece che leggere, obbligati a vivere un surrogato di mondanità invece di tenere in esercizio quel guardare incarognito le cose della vita che solo fornisce materia alla scrittura.”
,
e io sono assolutamente d’accordo con questa frase. La scrittrice Annie Francois dice anche:
"Il posto di uno scrittore non è in un teatro di posa. Se un uomo scrive, è spesso perché non può, non vuole, non sa parlare. L'orale è la sua via secondaria."
Detto questo poi le presentazioni dei miei libri sono sempre un momento piacevole, specialmente perché incontri i tuoi lettori, ti confronti con persone che ti racconto cose del tuo libro che tu non avevi neanche percepito, fondamentalmente sono momenti molto belli. Ma rimango della mia idea, gli scrittori dovrebbero scrivere e apparire il meno possibile. 

Hai un sito o un blog personale sul quale poter leggere tuoi racconti, aggiornamenti, curiosità?

Sì, il mio sito-blog è questo: http://romanzo.blog.tiscali.it

Parliamo di Carenze di futuro. Definito da molti critici un noir con venature esistenziali. Quanto sei debitore all’esistenzialismo? Ti senti in un certo senso figlio di Kafka, Camus, Josè Saramago
, Sartre?

L’esistenzialismo francese è stato molto importante per me, libri come “La nausea” di Jean-Paul Sartre e “Lo straniero” di Albert Camus hanno lasciato tracce profonde, radicandosi e venendo a galla raccontando le mie storie. E in un modo o nell’altro è successo in tutti i romanzi che ho scritto fino a questo momento. “Carenze di futuro” è essenzialmente la cronaca di una fuga, quella del protagonista (senza nome, come in tutti i miei libri, sorta di marchio di fabbrica, o se vogliamo di vezzo), da un paese non identificato dell’Italia del nord, alla Francia. Fuga che lo porta prima a Nizza, poi in Provenza e in fine in Camargue, e che è contrassegnata dall’incontro con vari personaggi, come un suo vecchio amico dei tempi dell’università (Cesare) o una strana ed inquietante ragazza (Sophie) che guida una chiatta fluviale. La vicenda è poi inframmezzata da continui e veloci flash-back, salti nel passato che preme per essere ricordato, come il tormentato rapporto con la moglie (Francesca), o l’appassionata e fuggevole relazione con una professoressa di francese (Simone) ai tempi dell’università a Torino. Il romanzo è strutturato in due parti, la prima raccontata da un io narrante e la seconda, dove, oltre alla “voce” dell’io narrante, si aggiunge, in parallelo, una narrazione in terza persona, dando un secondo punto di vista sulla vicenda, che pian piano, di pagina in pagina, comincia a tingersi sempre più di “nero”, e che approda, alla fine, a una quasi surreale e disperata fuga in bicicletta del protagonista per le strade della Francia. Il protagonista è in fuga perché oppresso dai debiti di gioco contratti con creditori che non si accontentano di pignorarti la macchina o la casa se non li paghi ma sono più propensi a tagliarti due dita della mano o a sparati in un ginocchio. Ma il gioco d’azzardo, l’usura, sono sullo sfondo, sono sfumati accenni narrativi, fantasmi di espedienti narrativi per raccontare i rapporti tra i personaggi e le loro dinamiche esistenziali, aprendo ma chiudendo velocemente finestre su esistenze che il protagonista sfiora nella sua fuga da un passato che non vuole passare verso un oscuro futuro. 

Il genere noir è un genere difficilissimo da scrivere, molti ci provano ma pochi ci riescono veramente. Come ti sei avvicinato a questo genere quali sono gli scrittori di noir che preferisci e che pensi siano riusciti in questa difficile alchimia?

Il vero noir, in particolare quello francese, è un genere letterario molto interessante, è  fondamentalmente “vera” letteratura, e come diceva uno dei miei autori noir preferiti, Jean-Patrick Manchette, “il noir è un genere morale. E’ la grande letteratura morale della nostra epoca”. Il vero problema è che è diventato moda, e sembra che buona parte dei romanzi in circolazione sia, ormai, noir, diventando un genere sterile, vuoto, privo di forza e vero interesse, come tutti i fenomeni di moda. Anche se poi il vero distinguo dovrebbe essere tra due generi di libri: buoni libri (quelli scritti bene) e cattivi libri (quelli scritti male).Comunque tra i miei autori noir preferiti, oltre a Manchette, mi piace ricordare Didier Daeninckx, Jean-Claude Izzo, Patrick Raynal, Leo Mallet e André Héléna.

Il protagonista di Carenze di futuro è un uomo in fuga, braccato dal destino, da veri e propri delinquenti, un uomo che scappa innanzitutto da se stesso. Questa conflittualità è un tema importante nel tuo libro. Come l’hai risolta? C’è una speranza di redenzione?

Non l’ho ancora risolta, i miei personaggi scappano praticamente tutti da se stessi (oltre che da situazioni più o meno complicate), è successo con “Carenze di futuro”, con i romanzi precedenti, e probabilmente anche con i prossimi. E’ un “tema” importante che non ho ancora sviscerato fino in fondo. Quindi per ora nessuna redenzione. 

Come è il tuo rapporto con la critica? C’è una recensione che ti ha particolarmente fatto piacere leggere?

Il mio rapporto con la critica è buono, ho sempre avuto ottime recensioni (con poche eccezioni, ma anche le stroncature esistono, fa parte del “gioco”), e “Carenze di futuro” ha avuto un numero impressionante di recensioni (e quasi tutte è stato un gran piacere leggere). Guardandomi indietro mi piace ricordare il mio primo riconoscimento importante, che non è stata una recensione ma una vignetta che la “Talpa Libri” (l’inserto culturale del quotidiano Il Manifesto) ha dedicato al mio libro di racconti “H-D / Harley-Davidson Racconti” (edito da Stampa Alternativa), anche perché di solito la vignetta era dedicata al libro più importante della settimana, per capirci la settimana prima era dedicata a Umberto Eco (o qualcosa del genere).

Sophie il personaggio femminile più importante del romanzo è una donna complessa, infelice, misteriosa e affascinante. E’ ispirata a qualche personaggio letterario o reale?

E’ un personaggio di pura invenzione, un personaggio assolutamente letterario, che però nasce da me e dal mio essere un curioso osservatore della gente (reale), dalle persone che incontro, dai discorsi che queste persone fanno, o più semplicemente io mi immagino che facciano: parto dalla realtà (o presunta tale) che pian piano si trasforma in finzione. 

Il tuo rapporto cone la musica. Sei un profondo conoscitore di un certo particolare tipo di musica. Quanto influenza la musica il tuo stile di scrittura?

La musica è  alla base di tutto quel che faccio, da sempre, quindi anche la scrittura arriva da lì, e dato che la mia scrittura arriva dalla lettura (io sono prima un lettore famelico e poi uno scrittore), e molte mie letture arrivano proprio dalla musica. Per esempio per tornare agli esistenzialisti francesi, io sono arrivato a leggere Albert Canus attraverso l’ascolto dei Cure, infatti la loro canzone “Killing an arab” è ispirata a “Lo straniero”, e allo stesso modo sono arrivato a Edgar Allan Poe e Bram Stoker ascoltando i Bauhaus, in pratica ho imparato ad amare i libri più dai miei gruppi musicali preferiti che dalla scuola. La musica mi piace tutta, dalla New Wave degli anni ottanta all’indie-rock, dal jazz all’elettronica, passando per la musica classica: l’unico vero distinguo è la qualità. Ho trovato una radio di Parigi, che si chiama FIP, che trasmette esattamente questo: il meglio della musica, da Miles Davis ai Sex Pistols passando per Beethoven e i Lali Puna. 

Puoi parlarci del Rumore della terra che gira?

“Il rumore della terra che gira” è il titolo del mio prossimo romanzo (che sarà in libreria il 22 settembre) e verrà pubblicato nella collana “Corsari” diretta da Luigi Bernardi (che, per questo, non smetterò mai di ringraziare abbastanza) dell’editore Perdisa Pop, uno dei più dinamici ed interessanti del momento. E’ un libro molto importante per me e, forse, uno dei più belli che abbia scritto (anche se detto da me probabilmente non vale), ed è un romanzo al quale sarà difficile dare un’etichetta, inserire in un “genere”, e dove la protagonista (uno dei tre io narranti, quello senza nome) sarà un
a donna: una bella sfida.
 

A che libro stai lavorando in questo momento? Puoi anticiparci qualcosa in esclusiva per Liberidiscrivere?

A Luigi Bernardi (e quindi a Perdisa Pop, che li pubblicherà) sono piaciuti altri miei due progetti editoriali, uno è un romanzo sul mondo editoriale italiano raccontato “a modo mio”, una sorta di “breve storia di uno scrittore di successo”, e l’altro è un libro che dovrebbe mettere insieme i protagonisti dei miei ultimi tre romanzi pubblicati, tre personaggi ai quali mi sono affezionato e ai quali ho deciso di dare una seconda possibilità di essere raccontati.

:: Intervista a David Riva

16 giugno 2010 by

cover-opera-seiBenvenuto David su Liberidiscrivere. Iniziamo con le presentazioni. Descriviti ai nostri lettori. Raccontaci alcuni tuoi pregi e alcuni tuoi difetti.

Grazie per il vostro cortese invito! Sono nato nel 1972, abito in Alta Brianza con mia moglie e i miei due figli, e mi interesso di molte cose oltre alla letteratura: canto musica classica e contemporanea in diverse formazioni corali, suono organo e pianoforte, adoro le escursioni all’aria aperta soprattutto con la bici da corsa e il trekking. Pregi e difetti? Non divido le categorie e lascio scegliere a voi dove collocare queste istanze: sono un curiosone vorace e disordinato, non inizio mai una cosa che so di non poter finire, sono determinato, distratto, estenuante nella dialettica, preciso fino alla leziosità, sobrio ma brioso, e non smetto mai di cercare. Cercare cosa?, direte voi. Ecco, quando lo trovo di solito non ne faccio mistero, e lo racconto. Un difetto evidente, invece, è che peso troppo poco per essere un buon passista: mi esprimo molto meglio in salita. 

Parliamo del tuo debutto. Hai fatto fatica a trovare il tuo primo editore?

Il percorso per me non avrebbe potuto essere più lineare, sebbene frutto di moltissimo lavoro. Dopo diversi anni di attività concorsistica, con numerosi piazzamenti e vittorie, ho partecipato all’iniziativa indetta da Edizioni XII che ha portato alla bellissima antologia intitolata “Archetipi”. Il mio racconto vinse e si aggiudicò la pubblicazione. In seguito a ciò, la stessa Redazione mi chiese se avessi qualche lavoro da sottoporre alla loro attenzione: così presentai “Opera sei”, che piacque e venne inserito nel piano editoriale.Credo che la fatica vera non risieda tanto nel trovare un editore disposto a pubblicare il tuo lavoro, quanto nel creare un lavoro di qualità: solo a seguito di ciò si può sperare di pubblicare. Questo, almeno, è ciò che penso.

C’è qualcuno che ti ha particolarmente aiutato all’inizio della tua carriera che vuoi ringraziare?

C’è stata una fase di passaggio abbastanza netta, nella mia esperienza letteraria: corrisponde al momento in cui ho iniziato a condividere i miei scritti con altri autori, via web o tramite iniziative culturali. Ho scoperto che nessuno ruba le idee, anzi: rivelare il tuo percorso ti aiuta in modo preziosissimo a guardare là dove non avresti mai pensato. Così vorrei in questa sede ringraziare tutti coloro che mi hanno permesso di crescere, tramite la condivisione e il confronto (a volte anche serrato) e se anche non ne faccio i nomi mi perdoneranno, perché sono davvero tanti. Inoltre una esperienza come quella che avviene in seno all’Associazione Culturale XII, attraverso il suo portale web e il suo forum, la auguro a chiunque voglia intraprendere questo lavoro, durissimo e difficile. E credo che Daniele Bonfanti, Luigi Acerbi e Strumm siano coloro che più di ogni altro potrei citare come miei mentori e come acutissimi professionisti della parola e del pensiero. 

Parliamo del tuo romanzo d’esordio Opera Sei. Difficilmente confinabile in un genere preciso, un po’ fantascienza, un po’ horror, un po’ thriller, un po’ noir. Hai preso il meglio di tutti i generi e ti sei tenuto lontano dalle etichette più ovvie. Il tuo stile è tutto contaminazioni e riflessioni su temi anche profondi. Come definiresti Opera sei?

“Opera sei” è un’opera di confini. Ci sono territori vastissimi che si aprono nel campo dell’indecidibile (bello/brutto, vero/falso, normale/anormale, Arte/non-Arte, ecc…) e io amo navigarci. Le categorie sono costruite a posteriori – e sono spesso utilissime, per carità – perché sono diversi i modi con cui ognuno di noi percepisce il mondo e le sue storie. Così posso inserire in 200 pagine eventi che dispiegano le vele su temi come la ricerca di se stessi, la commercializzazione dell’Arte, la morte dell’estetica, la questione di ciò che è Arte e di ciò che non lo è. La complessità emerge solo se tentiamo di far entrare “Opera sei” dentro un contenitore; altrimenti ha una identità sua propria, che per ognuno assume un riflesso, una sfumatura, un peso differente. Su queste tematiche sono i confini a essere insieme labili e immensi, soggettivi e universali.Tutto il romanzo parla del superamento di confini, di ciò che ogni giorno facciamo per andare al di là del Tollerabile e del Possibile, per annettere altri brani di verità e permetterci lo stupore, di fronte a esclamazioni come: “Non accadrà MAI!”, per essere subito contraddetti dalla realtà.Inoltre, nessun artista ha mai espresso forme d’Arte di tale portata: questo certo concorre a dare al romanzo un accento di originalità non indifferente.

foto-riva-1L’associazione internazionale che sponsorizza le opere tragiche e nello stesso tempo sublimi di Hao Myung si chiama Metafisica. Un caso o c’è un discorso più complesso alle spalle. Opera sei è un’opera metafisica?

Non è  un caso.Il nome è  nato quando già componevo la struttura del romanzo (era il working-title, tra l’altro) e ho compreso entrambi i motivi etimologici della metafisica, in senso filosofico. Il significato è inteso come “ente che è oltre la fisica”, come superamento di confini fisici, fisiologici, etici, estetici: Hao Myung opera andando al di là di quelli che sono i termini normalmente accettati dall’etica medica e artistica, ma agisce su soggetti che vogliono giungere alla piena realizzazione di sé, oltre le regole imposte loro dalla natura che li ha fatti a loro dire imperfetti. Questo rende il suo lavoro non solo artisticamente valido, ma anche necessario per le sue opere, dal punto di vista esistenziale.Inoltre l’associazione Metafisica opera al di là della legalità e del controllo istituzionale.

La moralità  e la bellezza sono componenti antitetiche nell’arte? Pensi che l’arte sia essenzialmente immorale, o meglio amorale?

L’arte ha accompagnato la storia dell’umanità: inevitabile che abbia subito variazioni nelle sue funzioni. In passato l’arte era uno strumento moralizzatore (pensiamo all’arte classica religiosa, una delle cui funzioni era creare timor panico e raccontare gli aneddoti biblici inaccessibili agli analfabeti), oggi non credo sia più così, anzi. L’arte contemporanea, in molte delle sue espressioni, ha lavorato per rompere il concetto di morale pubblica e privata, per distruggere iconografie e imposizioni etiche, per ribaltare il concetto stesso di moralità.Vige ai giorni nostri una tale confusione di limiti e espressioni, poi, che è difficile rendere organico un discorso stretto sulla morale: di conseguenza anche l’arte ne risente, e si aggrappa sempre più a altri canoni, a altri riferimenti, per sopravvivere dentro altre forme e altre funzioni. Per fortuna.
L’orrore come nasce? Quali componenti caratterizzano il fascino e nello stesso tempo il senso di repulsione che alcune opere d’arte o eventi della natura creano? Per esempio anche solo l’eruzione di un vulcano. L’uomo è attratto dal  terrore e dalla paura?

L’orrore nasce da ciò che ci è sconosciuto, che sfugge al nostro controllo e alla nostra comprensione diretta (sono esempi la Natura nelle sue espressioni violente, e l’Oltrenatura perché sconosciuta e non catalogabile con certezza, scientifica o spirituale).Vi farei un esempio.Immaginate di trovarvi in una stanza, dalle finestre non filtra alcuna luce. Siete soli, dalla porta chiusa iniziano a giungere rumori indistinguibili, insistenti, sempre più ravvicinati. Ora qualcosa si appoggia alla porta e spinge, la scuote facendola scricchiolare.Già a questo punto, la nostra mente si è attivata (grazie a chissà  quali meccanismi ancestrali) per cercare una risposta alla domanda: “Cosa c’è oltre la porta?”. Attenzione: questo è un meccanismo di difesa!Le nostre stesse ipotesi mettono in moto l’ansia e la tensione, che annebbiano il raziocinio e lasciano che entri in noi la suggestione. Il passo verso la paura è brevissimo. (Per la cronaca: qualcuno di voi potrebbe aver pensato che, dietro la porta, ci fosse una presenza benigna. Ma, una volta che il battente è stato aperto, ecco, avete visto i suoi occhi? Ora è dietro di essi che potreste scorgere qualcosa di sconosciuto… E in questo modo, beh, la paura non tarderà a affacciarsi, ancora e ancora. Infine, una considerazione: c’è chi è attratto dal terrore, e chi invece non ne sopporta i meccanismi, in questo credo che ognuno abbia una propria modalità di relazione. C’è chi non guarderebbe mai un film horror, c’è chi ne ride, chi ne è indifferente, ecc… ).

Raccontaci la genesi di Opera sei. Quanto tempo ci hai messo a scriverlo? Dove hai trovato ispirazione? Ha un intento morale di monito e di avvertimento o è puro intrattenimento?

Come mi accade, se ho una storia la racconto, altrimenti lascio stare. “Opera sei” è un’idea che necessitava di uno spazio ampio per poter essere spiegata a dovere: ho impiegato un’estate in ricerche, mentre la stesura vera e propria è avvenuta nell’arco di circa quattro-cinque mesi. L’ispirazione mi è sorta dalla domanda: cosa accadrebbe se? – e se ci si riflette, è la molla che scatena quasi tutte le ispirazioni.Nel mio caso, sono partito da considerazioni sulla validità di alcune forme d’arte contemporanea, dal gusto per i confini da oltrepassare, da una giovane e bellissima donna che voleva mostrare a tutti com’era fatta dentro.“Opera sei” non vuole essere puro intrattenimento, anche se potrebbe, perché no. Ma chi ci vede altro, e a quanto pare sono molti per fortuna, riconosce contenuti che innescano curiosità, e che soprattutto fanno sorgere domande, sul mondo, su se stessi. Questi sono i libri che più mi piace leggere. E scrivere. 

Che consigli daresti ai giovani scrittori in cerca di editore? Si può vivere al giorno d’oggi solo di letteratura?

Scrivere è  un lavoro, una professione faticosa e complicata, fatta di lungo studio e preparazione. Oggi si può vivere di letteratura solo se si è capaci di diversificare: collaborazioni, pubbliche relazioni, abilità nel trovare spazio d’espressione. C’è chi è bravo a farlo, c’è chi riceve, come dire… aiuto e sostegno esterni, chi ha la fortuna di capitare nel posto giusto al momento giusto.Rimango dell’idea che bisogna sempre vedere con onestà interiore le motivazioni che spingono a scrivere. Trovare un proprio stile – una forma narrativa sempre migliore, distintiva e valida – lasciare che le idee abbiano una vita dignitosa (piccole idee non possono diventare romanzi, grandi idee non possono stare dentro poche righe), condividere e confrontarsi con altri che percorrono tratti di strada simile, ricercare una forma e una individualità letteraria ben definite. Questo permette che la pubblicazione diventi un approdo coerente con il proprio lavoro, e non una estemporanea risorsa, un accidente, un’operazione commerciale, come spesso accade nell’editoria italiana.

 Ci sono scrittori esordienti che ti hanno particolarmente colpito?

Tre nomi su tutti, anche se non proprio esordienti in senso stretto: Samuel Marolla, Riccardo Coltri e Strumm. Teneteli d’occhio, scrivono con consapevolezze e stili diversi, ma sono capaci di regalare brividi per come sanno manipolare la parola, ognuno in modo peculiare e straordinariamente efficace. Bravissimi davvero. 

Quali sono i tuoi scrittori preferiti?

Dipende da cosa devo leggere e dallo stato d’animo in cui mi trovo. In generale non sono un grande appassionato di narrativa contemporanea; trovo negli autori classici brani da strappare urla interiori di acclamazione (e qui potrebbero essere Hugo, Shakespeare, Levi, ma mi capita di trovare emozioni in Omero, Ovidio e altre anticaglie). Come dicevo sono disordinato, anche nella lettura: certa saggistica per esempio è ricchissima di spunti. E la contaminazione di stilemi, contenuti e nozioni che riverso nei miei scritti vengono proprio da questa distanza che tengo da autori o temi specifici e ristretti, non per boria ma per naturale deferenza: si possono prendere magistrali lezioni di letteratura in ogni testo, se si è disponibili a imparare. E io cerco di imparare da tutti.

Ti piace partecipare alle presentazioni dei tuoi libri? Raccontaci un aneddoto curioso di uno di questi incontri.

Certo, mi piace e mi dà la possibilità di avere incredibili riscontri, e inoltre è un mirabile strumento per conoscere meglio il mio lavoro. Poi, di norma, ho sempre un sacco di cose da dire e da raccontare. Un aneddoto? L’ultima volta, a metà della conferenza che precede la presentazione, si è rotto il proiettore. Questo contrattempo ha creato un ambiente meno formale – c’era un tecnico che ogni tanto cercava di farlo ripartire, invano – così si è aperto un canale di dialogo con il pubblico che, anche al termine della serata, si è fermato con noi relatori per approfondire alcuni temi e proporci domande e riflessioni personali: un inaspettato e piacevolissimo momento di condivisione.

Che rapporto hai con i tuoi lettori? Vi scambiate mails, lettere, molti sono diventati amici?

Sono molto lusingato dai riscontri positivi che “Opera sei” raccoglie. E a volte sono sorprendenti i particolari che emergono dalle letture più disparate: rimango affascinato dalla potenza di alcune tematiche, davvero universali, e dall’attenzione che i Lettori mettono nel cogliere ognuno un dettaglio diverso. Sono immensamente grato in ogni occasione a chi coglie una sua visione del romanzo – e del resto del mio lavoro letterario – riportandomela: ricevere mail, apprezzamenti, commenti positivi (e critiche assennate) da parte di persone con formazione e provenienze diverse, è la vera ricompensa, è ciò che mi rende maggiormente soddisfatto per ciò che faccio in questo ambito. A costo di sembrare retorico, ma in tutta onestà è chi legge che fa esistere (e crescere) ciò che viene scritto.

C’è una recensione che ti ha particolarmente fatto piacere?

Fin dall’inizio del mio approdo sul web c’è stato un soggetto, sì, del quale ho sempre avuto rispetto e ammirazione, per la sua competente capacità di valutazione, per la sua trasparenza schietta, per l’attenzione che ha nei confronti della parola. E poi adoro il suo modo di raccontare.Gelostellato possiede l’istinto di chi vede nella letteratura una possibilità didattica, non per imparare cose, ma per imparare vita. Per questo è esigente e per questo lo ascolto e gli do credito: concordo con la sua visione della letteratura come mezzo per scoprire il mondo e, magari, per conoscere di più se stessi. Lui ha scritto queste cose su “Opera sei”: http://gelostellato.blogspot.com/2010/06/opera-sei-di-david-riva.html Leggete, divertitevi, pensateci, e ditemi se non vi farebbe piacere, un giorno, che qualcuno scrivesse così di un vostro romanzo.

A che libro stai lavorando in questo momento? Puoi anticiparci qualcosa?

In questo periodo sto ultimando la stesura di un romanzo scritto a quattro mani con Daniele Bonfanti: posso dire che si tratta un’opera ambiziosa, nella quale si incrociano esoterismo, spionaggio, alchimia, paranormale, fanta-archeologia… Ci saranno molta azione, molte esplosioni, moltissime occasioni per riflettere sulla struttura della realtà e sulle nostre paure collettive più devastanti. Sono molto soddisfatto, è la mia prima esperienza in un lavoro di tale portata e con una collaborazione così stretta: l’affinità narrativa con Daniele è sorprendente, e poi sono accaduti strani eventi attorno a questo manoscritto, si muovono forze… Beh, dài, non posso mica svelare tutto!Intanto ho iniziato la raccolta di materiale attorno a un’idea. Anche questa volta salpo verso un confine (vita/morte, o meglio esistenza/non-esistenza), ci navigherò attraverso, e può darsi ne venga fuori una storia vera. Che potrebbe esserlo, via.Non vedo l’ora che si alzi il vento e al mio ritorno, prometto, vi racconterò tutto ciò che ho visto.

:: Novità di Casa Editrice Nord in libreria da giugno

15 giugno 2010 by

Sangue di mezz'inverno Mons Kallentoft
http://www.editricenord.it/scheda.asp?editore=Nord&idlibro=6955&titolo=Sangue+di+mezz%27inverno

L'ombra del re James Rollins
http://www.editricenord.it/scheda.asp?editore=Nord&idlibro=6964&titolo=L%27ombra+del+re

Istantanea di un amore Susana Fortes
http://www.editricenord.it16/scheda.asp?editore=Nord&idlibro=6950&titolo=Istantanea+di+un+amore

Untamed P.C. Cast – Kristin Cast
http://www.editricenord.it/scheda.asp?editore=Nord&idlibro=6949&titolo=Untamed