Il terzo libro di Serena Beoni racchiude tante storie in uno stesso racconto, dando vita a una corolla di personaggi appassionati e fragili, che scoprono e vivono l’intrecciarsi delle loro vite con risvolti imprevedibili. L’ambientazione, ai piedi del castello di Nipozzano, costruito nell’anno Mille come roccaforte difensiva e fulcro dell’omonimo borgo sin dal 1400, è carica di suggestioni, e si offre quale testimone silenzioso di amori inevitabili e contrastati, veri e propri protagonisti delle due principali vicende del romanzo.La vicende di Bianca e Ludovico, amanti sfortunati ed ospiti del castello di Nipozzano nel 1500, si trasformano in un vero e proprio giallo sfiorato dal soprannaturale nella contemporanea storia tra Sergio e Alice, che si scoprono immersi in un inaspettato intreccio di misteri ed intrighi che solo le ultime pagine del racconto sapranno svelare.
I segreti della luna pare avere il grande pregio di creare personaggi a tutto tondo, ben rappresentati nelle loro insicurezze e meschinità, e risulta difficile non provare un briciolo di simpatia per il personaggio di Vittoria, alter ego della medioevale e perfida Lucrezia, che nell’arco dei secoli pare incatenata al destino beffardo di essere ammirata e desiderata da tutti, fuorché da quello che è l’unico oggetto della sua brama.
La scrittura è fresca e moderna, con qualche divertente fuga dall’atteso, come la corrispondenza tra gli amanti vissuti nel 1500 o le conversazioni telefoniche di Consuelo, la portoricana collaboratrice domestica di Vittoria.
Come per le sue precedenti opere, l’Autrice devolve il ricavato delle vendite del libro, già vincitore del premio “La Trinità” del sito Scrittori d'Italia nel Maggio 2010, e che si può acquistare direttamente dal link http://www.serenabeoni.it/ordini.asp, alla UILDM (Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare) ed alla ONAOMAC (Opera Nazionale per l’Assistenza agli Orfani dell’Arma dei Carabinieri).
I Segreti della Luna di Serena Beoni, I Libri di Pan, p.237, 15 euro, 2010
:: Recensione di I segreti della luna di Serena Beoni a cura di Nicoletta Scano
15 giugno 2010:: Intervista a Laura Costantini e Loredana Falcone
15 giugno 2010Oggi abbiamo il piacere di intervistare Laura Costantini e Loredana Falcone meglio conosciute come Laura et Lory. Benvenute su Liberidiscrivere. Inizierei con le presentazioni. Ognuna descriva l’altra: pregi, difetti. Raccontatevi come se foste personaggi dei vostri libri.
Lory su Laura:
Non poté fare a meno di notarla. Più alta della media, una massa di riccioli scuri sulle spalle, gli occhiali scivolati sulla punta del naso e lo sguardo, che ancora non sapeva di un nocciola intenso, perso tra le righe del libro. Il suo libro. Rimase ad aspettare che si voltasse e quando, con la grazia di un felino, lei gli offrì il viso, si sentì investito di un’energia che infondeva sicurezza, capacità, voglia di vincere…
Laura su Lory:
La vide apparire nello specchietto retrovisore. L’incedere deciso nonostante la stanchezza, la mano a frugare distratta nella capiente borsa. Non si chiese cosa cercasse. Il pacchetto delle sigarette le si materializzò in mano, insieme all’accendino. Una brevissima sosta contro il vento estivo, poi la prima, rilassante tirata. Aprì lo sportello, salì con il consueto movimento fluido e prima ancora di essersi seduta chiese: “Giornata dura?” La sua lo era stata, lo disse chiaramente la mano dalle unghie laccate di scuro che passava tra i capelli castani, come ad allontanare i pensieri.
Quando avete capito che diventare scrittrici era la vostra strada?
Quando hanno cominciato a far scrivere a noi le dediche sui bigliettini d’auguri per tutta la famiglia.
Amiche inseparabili fin dai banchi di scuola. Ditemi il primo ricordo che avete l’una dell’altra.
Due ragazze spaurite che il primo giorno di ginnasio siedono nello stesso banco ignare che quello sarebbe stato l’inizio di un percorso che dura da trent’anni.
Due amiche, due scrittrici con percorsi di vita differenti. Oltre a scrivere di cosa vi occupate?
Loredana si occupa della propria famiglia e fa la segretaria in una ditta. Laura è giornalista televisiva.
Raccontemi la vostra città. I luoghi che più amate, l’ora del giorno in cui preferite, passeggiare, prendere un gelato, incontrare gli amici.
Per raccontare una città come Roma non basterebbe un intero romanzo. La amiamo talmente tanto che qualsiasi luogo le appartenga ci è caro. In quanto all’ora del giorno… Loredana ama il tardo pomeriggio, il momento di sospensione, di pace tra il concludersi della giornata e l’arrivo dell’ora di cena, quando si tirano le somme. Laura ama le ore notturne, quando le capita di rientrare tardi e di percorrere le strade sonnacchiose del centro, con le luci che dipingono una città diversa.
L’aneddoto più curioso della vostra carriera, il più insolito, imbarazzante o divertente?
L’aneddoto in questione risponde a tutti e tre i requisiti. Eravamo nelle Scuderie di Villa Aldobrandini a Frascati per presentare il nostro “New York 1920 – il primo attentato a Wall Street”, alla presenza del sindaco e dell’assessore alla cultura della ridente cittadina laziale. Avevamo chiamato a leggere alcuni brani l’attrice Elena Russo. La sala era gremita da persone di tutte le età, bambini compresi. Nonostante avessimo specificato da che punto doveva partire la lettura, Elena fece di testa sua e sparò nella calma di un tardo pomeriggio invernale, una delle scene più erotiche contenute nel romanzo. Rapido gioco di sguardi tra noi due, ma era impossibile intervenire. Figuratevi le domande a fine presentazione.
Siete grandi lettrici? Quali autori vi hanno più influenzato e affascinato? Che libro state leggendo in questo momento?
Uno scrittore non può non essere un grande lettore. Le nostre letture si sono diversificate nel tempo, ma dobbiamo ammettere che una grande influenza l’ha avuta la letteratura nord-americana del Novecento. Attualmente Laura sta leggendo “Italian Sharia” di Paolo Grugni, pubblicato da Perdisa. Loredana sta leggendo “Reperita” di Marilù Oliva, sempre Perdisa.
Raccontateci il vostro metodo di scrittura. Scrivete un capitolo a testa o collaborate strettamente per ogni singola frase?
La seconda che hai detto. E non aggiungiamo altro visto che è praticamente impossibile spiegare qualcosa che non ci spieghiamo neanche noi.
Descrivetemi brevemente Fiume pagano edito da Historica Edizioni e ditemi almeno due buoni motivi per convincere un ipotetico lettore che non l’avesse fatto a leggerlo.
“Fiume pagano” è un omaggio alla nostra città. E come Roma è un luogo di intrecci, di misteri, di storie. Non c’è un singolo protagonista, è un romanzo corale. Tutto parte da un senzatetto che per puro caso si trova ad assistere ad un misterioso suicidio. L’ipotetico lettore potrebbe essere attratto dai rimandi alla Roma delle origini e a Vesta la sua dea primigenia. Oppure potrebbe appassionarsi alle indagini condotte in tandem dal luogotenente dei Carabinieri Vergassola e dal cinico e trasandato cronista Nemo Rossini.
C’è un esordiente che vi ha particolarmente colpite?
Laura: Mi ha colpita la fantasia e la padronanza di scrittura di Lara Manni e del suo “Esbat” pubblicato da Feltrinelli. E anche la prima prova di Simonetta Santamaria, “Dove il silenzio muore”, pubblicato da Centoautori.
Lory: “Esbat” non l’ho ancora letto, la Oliva la sto leggendo ora e ha buone possibilità. Insomma, prima o poi troverò l’esordiente che mi lascerà il segno.
Vi piace la poesia? Quale è il vostro poeta preferito? Citatemi un verso.
Lory: E’ un genere che ho cominciato a frequentare da poco, se escludiamo i banchi di scuola. Al momento la mia poetessa preferita è Cristina Bove. Da “Il respiro della luna”, edito da Il Foglio:
Ho un pianto di piccoli rintocchi/ spettinati/ e sfilacci di ciglia intorno agli occhi/ ma non ti mostrerò questo dolore.
Laura: Cristina Bove è una scoperta continua per noi. Ma il mio poeta preferito resta Leopardi del quale trovo particolarmente adatto a questi tempi il verso:
Dipinte in queste rive son le magnifiche sorti, e progressive.
Il vostro rapporto con la critica. Quale è stata la recensione che vi ha fatto più felici leggere?
Diciamo che la critica autorevole non si è ancora accorta della nostra esistenza. Fatta eccezione per Severino Colombo che, sulle pagine culturali del Corriere della Sera, scrisse molto bene di noi.
Che rapporto avete con la televisione?
Laura: io ci lavoro e mi faccio un dovere ben preciso di essere al corrente di cosa propone ai telespettatori. Un dovere che non è un piacere.
Lory: seguo solo film e telefilm rigorosamente americani e di genere poliziesco.
Definitemi il concetto di libertà.
Laura: la libertà personale finisce lì dove inizia quella degli altri. E non esiste
libertà senza doveri da rispettare.
Lory: la libertà è una condizione mentale, può esistere anche lì dove ci sono coercizione, violenza e sopruso. Come tale non è un traguardo per tutti.
Ditevi una cosa che non vi siete mai dette prima.
Ci siamo dette di tutto e di più, però se proprio insistete:
Laura a Lory: e piantala di cadere nella trappola dei tre per due al supermercato, che poi ti riempi casa di cera per il parquet. Non l’hai mai avuto.
Lory a Laura: solo se tu la pianti con le diete, il fitness e le creme anticellulite. E’ una battaglia persa.
Internet e letteratura. E’ cambiato il rapporto tra scrittori e lettori nell’era dei blogs, dei social network ?
Il rapporto è cambiato, è diventato più diretto. Il problema è che i lettori puri sono pochissimi, per lo più ci si legge tra scrittori e quindi le lodi sperticate a questo o quel racconto pretendono quasi sempre una reciprocità che non giova al senso critico. Posto che esista.
La cosa più difficile che vi è toccata fare durante le vostre carriere.
Laura: entrare nella camera ardente dove venivano custoditi i cadaveri dei bambini rimasti vittime del crollo della scuola di San Giuliano dopo il terremoto. E poi scriverne un articolo.
Lory: non definirei quella di segretaria una carriera. Sicuramente la cosa più difficile che ho fatto è stato allevare due figli nel mondo di oggi.
Vi è mai capitato di litigare? Cosa avete fatto per fare pace?
Abbiamo litigato seriamente solo un paio di volte, il resto sono state scaramucce. Abbiamo alle spalle trent’anni di amicizia, capirete che ci basta guardarci negli occhi e chiederci scusa. Non c’è nulla che valga un’amicizia come la nostra.
Raccontateci, in esclusiva per Liberidiscrivere, i vostri progetti futuri?
Vogliamo andare contro le tendenze editoriali del momento. Vogliamo voltare le spalle alle mode. Vogliamo raccontare una bella storia, con personaggi narrati a tutto tondo e vogliamo ambientarla in un’altra epoca storica e in un altro paese, sobbarcandoci di ricerche storiografiche e documentazione. Vogliamo lasciare spazio alla fantasia fregandocene di quanto dicono le classifiche dei più venduti. E, non se ne abbiano a male gli alberi, vogliamo scrivere una storia corposa, di quelle che piacciono ai lettori voraci come siamo noi. Se poi questa storia resterà nei nostri cassetti non sarà un problema. Noi non abbiamo mai scritto con lo scopo di pubblicare. Abbiamo scritto e scriviamo perché la nostra fantasia ci detta storie, vite e sentimenti da condividere.
Grazie a Liberidiscrivere e a chi avrà la pazienza di leggere questa intervista fino alla fine.
:: Recensione di Il gioco proibito. La casa degli orrori di Lisa Jane Smith
15 giugno 2010
Jenny Thornton è una ragazza come tante, innamorata di Tom, con una famiglia che le vuole bene e tanti amici. Per il compleanno del suo ragazzo decide di organizzare una festa e per passare una serata diversa cosa c'è meglio di un gioco di società che appassioni e diverta. Sfuggita ad una coppia di balordi che la insegue finisce, apparentemente per caso, in un eccentrico negozio di giochi di proprietà di un affascinante e strano ragazzo dai capelli d’argento. Ignara che quell’incontro non è affatto frutto del caso e guidata da una forza sovrannaturale, rimane quasi ipnotizzata da un gioco di società racchiuso in una misteriosa scatola bianca senza scritte o immagini. Seppure accompagnata da inquietanti presentimenti lo acquista e lo porta a casa, dove gli amici sono riuniti per festeggiare il compleanno. La scatola viene aperta e il gioco ha inizio. Prima però tutti i partecipanti devono prestare un solenne giuramente dove confermano di essere al corrente di sapere che devono essere pronti a rischiare anche… la vita. All’interno della scatola ci sono diverse figure di cartone che compongono una casa vittoriana simile ad una casa per le bambole. Ogni partecipante possiede una figurina che lo rappresenta e deve dipingere su un cartoncino il proprio peggior incubo. Quello che non sanno è che il giuramento è la porta per entrare in un mondo parallelo dove la casa di cartone si materializza e l’Uomo Ombra non è altro che Julian il proprietario del negozio di giochi un demone innamorato di Jenny. Faccia a faccia con le proprie paure avranno una sola possibilità per raggiungere il tetto della casa e tornare nel mondo reale.
Primo volume della trilogia The forbidden game dell’autrice culto Lisa Jane Smith celebre per Il diario del vampiro, Il gioco proibito. La casa degli orrori, per la prima volta in Italia grazie alla Newton &Compton, è essenzialmente una romantica storia d’amore con risvolti horror. Indirizzata prevalentemente ad un pubblico di adolescenti e preadolescenti per tematiche e linguaggio è comunque una lettura consigliata a tutti gli amanti del fantasy e soprattutto a coloro che amano l’hurban fantasy dove streghe, demoni, maghi e vampiri si trovano ad agire in un ambiente contemporaneo ed urbano. Pregio maggiore del libro è la continua tensione e suspance che la Smith riesce a creare durante la narrazione, la curiosità ti spinge a voltare le pagine e chiederti: riuscirà la bella Jenny a sfuggire al demone? Trattandosi di un libro per ragazzi il lieto fine è quasi assicurato ma non vi anticiperò i dettagli. Bellissima la copertina di Riccardo Falcinelli e l’impaginazione grafica con i profili neri che ne fanno un oggetto piacevole anche al tatto ottimo come idea regalo. Chi volesse saperne di più di Lisa Jane Smith può visitare il suo sito: www.ljanesmith.net
Il gioco proibito. La casa degli orrori di Lisa Jane Smith, 2010, 236 pagine, rilegato, Newton Compton, collana Vertigo, traduzione di Lucia Mori, Euro 12,90.
:: Maledetta fabbrica AA.VV curatrice Simona Mammano, recensione a cura di Giulietta Iannone
14 giugno 2010
Non capita giorno che non sentiamo per radio, per televisione o leggiamo sulle prime pagine dei quotidiani notizie di morti sul luogo di lavoro. Contadini schiacciati dai trattori o falcidiati dalla mietitrebbia, operai folgorati dai cavi dell’alta tensione, muratori precipitati dalle impalcature, guidatori di tir coinvolti in incidenti stradali mortali magari reduci da turni estenuanti, senza pause, senza che vengano rispettate le più elementari regole di sicurezza per la salvaguardia dell’incolumità dei lavoratori. Le loro vite sono vite a perdere, ci si indigna, si recrimina ma poi ogni giorno tutto si ripete da capo come da copione. Maledetta Fabbrica – Il lavoro che uccide è un breve saggio che racchiude 5 testimonianze, cinque racconti di importanti scrittori tra cui Daniele Biacchessi, Alfredo Colitto, Patrick Fogli Jean, Pierre Levaray e Valerio Varesi che narrano in maniera coinvolgente e diretta, senza facili commiserazioni, questa immane tragedia perché la vita umana dei lavoratori in realtà è il bene meno tutelato e le campagne di sensibilizzazione ora in atto sono più o meno che un cerotto su una piaga sanguinante. Cinque racconti ustionanti, privi di retorica che portano all’attenzione una verità scomoda, un nervo scoperto che si vorrebbe ignorare, perché si preferisce ignorare che di lavoro si muore, che spesso le vittime non avevano alcun dispositivo di sicurezza, perché costa comprare caschi, scarpe rinforzate, cavi di sicurezza, è scomodo indossarli, è scomodo controllare che tutti i dispositivi di sicurezza delle macchine siano funzionanti, per una lamentela si può rischiare di perdere il posto di lavoro, non conviene, e il profitto è il vero dio da adorare e in suo nome che non si può perdere tempo ad occuparsi di una cosa così banale ed ininfluente come la vita degli operai. Tanto di disoccupati ce ne sono tanti, gente da sotituire come bullloni in un meccanismo disumano e inarrestabile. Carne da macello, italiana, straniera, più o meno in regola con i permessi di soggiorno alla faccia di tutte le manovre per regolamentare il lavoro nero. Invece di dare dignità a chi sceglie di non essere un delinquente ma più banalmente di lavorare per vivere si preferisce contare i morti, cifre inerti di una statistica, vittime di una guerra silenziosa che nessuno ha mai dichiarato e che non vedrà mai una fine. Da qualche tempo sì attraverso libri e articoli dei medici del lavoro, dei sindacalisti si inizia a denunciare i mali legati al lavoro:” lo stress, la disperazione, i suicidi, le malattie.” Si discute anche sempre di più che il lavoro uccide, ma non è ancora abbastanza. Maledetta fabbrica è un urlo silenzioso che sgomenta e indigna, una goccia di olio nel mare dell’indifferenza ma pur sempre un testo in cui nero su bianco si rivendica il diritto per i lavoratori di non essere numeri dimenticati di una statistica uccisi altre tutto anche dal silenzio. Un libro per riflettere, per arrabbirci, per piangere, per commuoverci, perché chi non ha perso in incidenti sul lavoro un padre, un figlio, un amico, un semplice conoscente? Questo libro è dedicato a loro.
Maledetta fabbrica Autori Vari curatore Simona Mammano Stampa Alternativa/Nuovi Equilibri, collana Senza Finzione, 2010 142 pagine, brossura, Euro 14,00
:: Recensione di Lullaby di Barbara Baraldi a cura di Giulia Guida
14 giugno 2010
"Come pagine strappate da un libro di favole." [Rileggendo "Lullaby", B. Baraldi.]
Giada si abbraccia stretta nella sua felpa scura, mette il muso a una primavera che le cade di traverso, a lei che non sa parlare altro che l'inverno. Che si sente figlia delle piogge acide. Nuvola di un temporale di novembre. Ci sono giorni in cui crede di stare per svanire, tutto la attraversa in trasparenza, non riesce più a ricalcare i suoi confini, a volte sente di non averli affatto, a volte vorrebbe gridare così forte da riuscire a disintegrarli. Giada non è quello che gli altri si aspetterebbero da lei. Non ha il decoro della famiglia borghese in cui è cresciuta, si veste come un maschio, esce di nascosto con Mirko, il figlio del panettiere- dicono che sia un cattivo ragazzo, uno che si droga, le piace perdere il contatto con la realtà, mentre i nodi si sciolgono dentro la polvere bianca. Giada sta tutta in dieci unghie nere, tagliate con i denti, morse ai lati, pelle sbucciata. Giada sta nelle sue mani di cartapesta, con quella voglia di rompere e spezzare che brucia solo dentro a chi ha quindici anni e in un modo o nell'altro finirà per averli per sempre. Giada sta in una pelle da bambina, di un bianco rovente. Gocciola dentro un paio di occhi ametista spalancati su un vicolo cieco. Ed è un buio che non si racconta, perchè è un'oscurità clandestina, fatta di sotterfugi e desideri neri. E' la notte di chi ha quindici anni e non ha paura di dire la parola morte. E' il letargo ribelle dell'adolescenza, di chi non c'ha ancora fatto l'abitudine e vuole provare disprezzo per ciò che non condivide, di chi vuole conoscere l'amore e finisce per incontrarlo nella violenza. Giada ha quindici anni e vuole morire con le cicatrici addosso. Ingoiare giù tutte le sue fragilità e avere qualcosa da raccontare che sia fuori dal comune. Che sia solo suo, che appartenga al suo mondo. Vuole scriversi nei suoi incubi, nelle sue ninnananne della morte, nelle sue labbra sbavate, nelle sue gambe nervose, nei suoi capelli distratti. Nei suoi occhi scarabocchiati, come appunti presi troppo in fretta. Giada si perde nella leggerezza blu di Luana, la sua principessa dell'Est, la porta con sè, mano nella mano, labbra contro labbra. Compagne di giochi, complici segrete, la protagonista e la sua aiutante magica unite contro l'incubo. Marcello si guarda allo specchio, da lontano. Chiuso dentro una faccia giallo opaco, capelli scoloriti, una pelle ruvida, le prime rughe a tradire il ricordo che ha di sè. Non sorride, non ne ha mai avuto abbastanza coraggio. Quarant'anni quasi. Senza un lavoro, senza una donna. Scrittore in crisi creativa, da anni in cerca della musa giusta, pronto a sacrificare sangue, a mietere morte per la dea ispirazione. Quarant'anni vissuti attaccato al cordone ombelicale di una madre che non lo lascia respirare, una madre malata dietro cui continua a nascondersi. Quarant'anni passati ad accatastare scuse pur di non fuggire, per mascherare la sua inettitudine di fronte agli amici più cari, davanti a Federico, tutto preso dalle sue beghe familiari, da quella figlia uscita storta che non riesce proprio ad afferrare, a mettere in riga, a capire. Marcello che passa le sue giornate di fronte a una pagina bianca del computer. Bianco sepolcro, bianco di ghiaccio, bianco senza battito cardiaco. Marcello che è un uomo in attesa, si accarezza nella pancia la cattiveria di un bambino. Giada e Marcello sembrano disegnati in una di quelle vecchie fiabe in cui il lieto fine può essere solo un colpo di scena, ma non arriva mai davvero, non arriva mai alla fine. Uno di quei racconti in cui anche il male esiste e spesso finisce per avere la meglio. Qualsiasi lotta è vana, l'eroe deve morire o sentire la morte. Vederla accadere. Tutte le sue peripezie, altrimenti, non avrebbero alcun senso. Resta lui solo aggrappato ai bordi dell'ultima pagina. Vivo, certo, ma irriversibilmente solo. Il sangue e la morte sono gli oggetti magici necessari a ristabilire l'ordine iniziale, tornare a riappropriarsi della vita, ridare un valore alle parole, ripulire gli anni dai silenzi meteoritici e dai detriti di bugie ammucchiati in ogni stanza. Una serie di omicidi portano le loro strade ad incrociarsi. Il corpo di un ragazzo, in periferia, vicino a una baracca diroccata. Gli occhi sbarrati da una luce ferma, una mano di sangue contro il muro. E Giada che corre a perdifiato verso la strada, perchè non può far altro che tornare indietro e soffocare in gola quell'urlo sfocato che le ha appannato gli occhi. E' con questa immagine che ha inizio "Lullaby", romanzo corale di Barbara Baraldi, edito quest'anno da Castelvecchi. Una scrittura stregata e vitale soprattutto nei capitoli dedicati a Giada. Più concreta, pensosa, riflessiva nelle parti in cui prende la parola Marcello. La Baraldi aggiunge indubbiamente un'altra prova importante ai suoi lavori precedenti, avvicinandosi e discostandosi nei diversi passaggi dagli schemi convenzionali della letteratura gotica contemporanea, definizione da cui credo sia giusto prendere in parte le distanze in questo caso, per non correre il rischio di ricondurre l'intera struttura del romanzo alle dinamiche di base di un solo genere.Una Baraldi gotica, certo, ma senza troppe gabbie.
Recensione di I ragni zingari di Nicola Lombardi a cura di Maurizio Landini
13 giugno 2010
Nicola Lombardi “I ragni zingari” Edizioni XII, collana Eclissi, 2010, pagine 145.
Dopo l'armistizio del '43, Michele, un soldato italiano che ha combattuto in Albania, torna a casa, dalla sua famiglia. La trova cambiata, oppressa da una pesante cappa di dolore. Marco, suo fratello è scomparso. Mentre la minaccia che i tedeschi -ora nemici- arrivino anche lì, si fa sempre più concreta di ora in ora, Michele, resta in paese e si mette con coraggio alla ricerca del ragazzino. Cosa sanno i suoi famigliari di questa misteriosa sparizione? Sua sorella Adele, che ormai non è più una bambina… Suo zio Berto che sostiene di aver visto i ragni zingari e di averne anche uccisi alcuni. "In tutto e per tutto simili ai ragni comuni, piccoli o grossi che siano, che si incontrano nella case di campagna, nei fienili, nelle legnaie… Una caratteristica li rendeva ‘ragni zingari’, però: non erano reali."
I ragni zingari escono dagli specchi per rientrarvi a loro piacimento… E, nella disperata ricerca di Marco, Michele s'immerge in un flusso di eventi che fondono insieme il mondo reale e quello delle storie paurose di quando era bambino.
E i ragni, sempre ai margini del campo visivo, lo accompagnano silenziosi nel suo viaggio, portandosi appresso il loro fardello di sventura.
Una storia "malignamente" ben scritta da un veterano dell'orrore letterario come Nicola Lombardi. Un altro colpo messo a segno dalle edizioni XII che con la collana "Eclissi", diretta da Luigi Acerbi, si sono rivelate una delle più interessanti realtà del panorama fantastico italiano.
:: Intervista ad Alessandro Berselli
12 giugno 2010
Benvenuto Alessandro su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato questa intervista. Iniziamo con le presentazioni. Descriviti anche fisicamente ai nostri lettori . So da fonti indiscrete che sei un gran bel ragazzo, specie di persona, hai un ustionante senso dell’umorismo, a tratti sacrilego, ami la musica, e sei stonato. Tutto vero? Vuoi aggiungere qualcosa?
In effetti c’è del vero in quello che dici. Sono un bel ragazzo (o preferisci un affascinante signore di mezza età?), ho un senso dell’umorismo parecchio caustico, sacrilego non direi, ma di certo non spendibile nei salotti, amo la musica e NON sono affatto stonato. Chi ti ha dato questa informazione?
Hai collaborato con il settimanale Comix. Che bilancio ne hai tratto?
Esperienza breve ma intensa, se mi passi il luogo comune. Illuminante anche. Mi ha messo di fronte al fatto che di letteratura umoristica in Italia NON si vive, non ci sono spazi e, soprattutto, non si pubblicano libri. L’umorismo letterario è ad esclusivo appannaggio dei comici televisivi. Non esiste lo scrittore umorista puro.
Raccontaci come è andata con Maurizio Costanzo. Puoi raccontarci un dietro le quinte, bizzarro, divertente, imbarazzante?
Tutte e tre le cose insieme. La macchina organizzativa del COSTANZO SHOW negli anni novanta era impressionante. Lui è un abilissimo burattinaio, capace di condurre gli ospiti nelle direzioni stabilite dal padrone. Io ero troppo giovane per capire le regole del gioco. Infatti non mi ha più chiamato.
Alessandro Berselli scrittore. Che effetto ti fa sentirtelo dire?
Bellissimo. E poi suona anche bene, no? Scrittore. Avere la possibilità di raccontare storie alla gente. Essere riconosciuti come degli osservatori privilegiati della realtà, perché è un po’ questo che sono gli scrittori, no? Interpreti particolarmente sensibili del sentire quotidiano. La gente ti legge e dice: ma quanto è bravo questo a capire cosa provo? Gli scrittori. Abilissimi a vedere dentro gli altri, ma incapaci di decodificare loro stessi. Strana gente
Scrivi a tempo pieno o fai anche altri lavori? Si può vivere di letteratura al giorno d’oggi?
Faccio anche altri lavori, sempre legati all’oggetto libro, non è facile vivere solo di letteratura. Mi occupo di promozione editoriale nelle scuole per un grande gruppo editoriale. Faccio corsi di scrittura creativa. Ogni tanto riesco anche a dormire un paio d’ore.
Sei un tipo vanitoso? Ti emozionano più i complimenti o le critiche?
I complimenti. Sono vanitosissimo e detesto le critiche. Cerco di assorbirle e di farle diventare costruttive, ma quando arrivano mi lacerano. Adoro essere adulato. Sono insopportabile vero?
Iniziamo dagli esordi. Come ti sei accotato alla scrittura? Quando ti sei veramente accorto che la scrittura poteva diventare la tua strada?
Scrivo da sempre. E’ vero, rispondono tutti così, ma non può essere altrimenti. Il bisogno di raccontare storie non è una cosa che fa irruzione all’improvviso, te la porti dentro fin da bambino. A livello “professionistico” ho cominciato a pubblicare cose nel 1991, proprio su COMIX. Poi sono arrivati L’APODITTICO, il mensile consociato a ZELIG, il sito di satira on line GIUDA . Nel 2003 ho cominciato a cimentarmi con le scritture nere. Prima racconti, poi romanzi. Il resto è storia recente
Quali sono state le tue prime letture e poi d’adulto quali libri hai amato? Cosa stai leggendo in questo momento?
Letture varie, eterogenee, in un incoerente alternarsi di letterature alte e letterature basse, prodotti di genere e grandi classici. Il novecento europeo, Kafka, Joyce, Mann. Stephen King. I minimalisti americani, Easton Ellis su tutti. La Fielding e la Chick lit. I noiristi francesi. Fumetti. In questo momento sto leggendo Gone baby Gone di Lehane e Il bacio della donna ragno di Puig. Due cose diversissime. Per l’appunto.
Berselli e la musica. Vi lega un rapporto quasi simbiotico. Non a caso nel tuo ultimo romanzo ha un ruolo molto importante quasi fondamentale. Che musica ci vederesti bene come sottofondo a questa intervista?
La musica c'è sempre nelle cose che scrivo, mi serve per fornire "indizi" su come sono i miei personaggi. In IO NON SONO COME VOI il protagonista, Paolo Graziani aveva la mia età e ascoltava la musica della mia generazione, Nirvana, Smashing Pumpkins, una musica nichilista come il suo protagonista. Luca Parmeggiani invece è un adolescente contro anche nella sua playlist: vecchio heavy metal anni ottanta, quasi una dichiarazione d’odio contro tutto e tutti, un segnale di non omologazione
Cos’è secondo te il “minimalismo berselliano”? Esiste davvero? Ti senti uno scrittore minimalista?
Minimalismo berselliano è una definizione che mi fa sorridere, ogni tanto penso a una ipotetica storia della letteratura con l’ultimo volume che recita nel sottotitolo DAL SECONDO DOPOGUERRA AL MINIMALISMO BERSELLIANO. A parte gli scherzi, il minimalismo per me è fondamentale, non amo i fronzoli, le zavorre, le cose che non servono. Quel gigante di Carver recitava che se una cosa puoi dirla in dieci parole non usarne quindici o venti, usane dieci. Gli appesantimenti mi annoiano.
Il tuo stile è caratterizzato da frasi breve, secche, corrosive, quasi scolpite. Non ami le parti descrittive. Non ti dilunghi in dialoghi supreflui ma punti subito all’essenziale. Da chi pensi di aver e ereditato questo stile fulmineo e ipererrealistico?
Carver. Sicuramente. Lui è un maestro nell’andare subito al sodo, creando figure emotive di impatto enorme. Adoro Carver. E’ un narratore capace di farti entrare in un personaggio dopo quattro righe, i suoi racconti non li leggi, li attraversi. E non c’è una parola inutile nelle cose che scrive.
Dai molto spazio al rumore della mente. C’è un po’ in te traccia del James Joyce di Finnegans Wake o sto dicendo un’ eresia?
Quel Joyce, anche lui un minimalista berselliano. Il flusso di coscienza dici? A me piace. Adoro pensare con la mente del protagonista e vedere la storia con i suoi occhi. E se riesco a farlo fare anche al lettore il gioco è riuscito.
In una tua recente intervista hai detto che per te scrivere è come fare una seduta di autoanlisi. Pensi che la scrittura abbia nella tua vita un ruolo catartico? Nel tuo io più profondo sei davvero così inquietante e terribile come i tuoi personaggi? Il Berselli gioioso e solare è solo una maschera?
No, il Berselli gioioso e solare è quello reale, la terribilità dei miei personaggi è l’interpretazione ipotetica della mia dark side, che c’è
ma ben nascosta, almeno cento metri sottoterra. La scrittura è sicuramente catartica, ti fa buttare fuori robe. Ne esci alleggerito
Luigi Bernardi è un grandissimo talent scout e in un certo senso ti ha scoperto. Raccontami il vostro primissimo incontro. Descrivimi sensazioni, impressioni, conferme.
Luigi è un grande. Gli ho mandato la sinossi e le prime pagine di CATTIVO e lui mi ha detto: continua. Quando a gennaio 2009 mi ha scritto che sarei uscito con BABELE SUITE ero felicissimo. Lavorare con Bernardi fa davvero curriculum. Non è uno che sceglie autori tanto per fare. E’ serissimo nel suo mestiere
Leggendo “Cattivo”edito per Perdisa si ha la sensazione che tu non giudichi il protagonista, anzi lo descrivi quasi con affetto seppure non fai niente per giustificarlo. C’è una parte di te che vive in questo personaggio, anche tu eri un adolescente ribelle?
No, non particolarmente. Ho sempre preferito una eversione interiore ai grandi gesti, non amo la violenza delle pose, spesso denuncia fragilità. Sull’assenza di giudizio hai ragione: non giudico mai i miei personaggi, nemmeno i più negativi. Con le dovute differenze, c’è tanto di Alessandro Berselli in Luca Parmeggiani. La musica, il rifiuto di vivere la vita come gli altri ci dicono di dovere fare
Berselli e la critica. Leggi tutte le tue recensioni comprese le stroncature a patto che tu ne abbia ricevute? Quali sono i commenti che ti fanno più felice e quelli che ti infastidiscono?
Stroncature? Non ne ho avute tante, grazie a Dio. Quando arrivano fanno male, non posso negarlo. Ma servono, ti riposizionano. Così come i pareri positivi ti galvanizzano, sono botte di adrenalina buona. I social networks sono fantastici strumenti di comunicazione con il lettore, che smettono di essere entità distanti. Diventano amici, comunichi con loro
Ti piace partecipare alle presentazioni dei tuoi libri? Raccontaci un aneddoto curioso di uno di questi incontri?
Le presentazioni sono un momento fantastico, sia perché assecondano il mio bisogno di palcoscenico sia perché ti mettono in relazione con il tuo pubblico. La vita on the road mi piace: adoro le camere d’albergo, la vita randagia, conoscere gente. Credo di metterci molta passione in questo lavoro. Non per meriti particolari, ma solo perché mi diverto in tutto questo
A che libro stai lavorando in questo momento? Puoi anticiparci qualcosa in esclusiva per Liberidiscrivere?
Certamente. NON FARE LA COSA GIUSTA, in uscita a novembre, sempre con PERDISA. Un libro duro, terribile, la disgregazione di una famiglia dell’alta borghesia attraverso adulterio, xenofobia, morte. Un libro a cui tengo tantissimo.
:: Intervista a Helga Schneider a cura di Maurizio Landini
11 giugno 2010
Signora, Schneider, la sua vita è legata indissolubilmente al nazismo: l’incontro con Hitler da bambina, sua madre che rinunciò alla famiglia per entrare nella Waffen-SS e prestare servizio come guardiana nei campi di sterminio. A partire dal caso letterario de Il rogo di Berlino, la narrazione di storie terribili legate agli anni della guerra l’hanno aiutata in qualche modo ad attenuare l’inferno che si porta dentro?
Scrivere é terapeutico, costringe a fare i conti con il proprio passato, ad analizzarlo, elaborarlo. Ma nello stesso tempo ho cercato di essere nei miei libri soprattutto la testimone di un regime devastante, anziché la vittima. Oggi sono sufficientemente serena, l’inferno, come dice lei, ha perso i suoi contorni più feroci, ho imparato a conviverci.
Sembra ciò che di più atroce sia stato vissuto nel corso della seconda guerra mondiale sia destinato a ripetersi anche nel Terzo Millennio: Africa, Bosnia, Iraq, Afganistan… Cosa manca ancora alla nostra modernità per riuscire a fare tesoro di uno dei momenti più orribili della storia umana?
Ma quale modernità? A me sembra che sia soprattutto tecnologica, umanamente la società sta regredendo. Quali miglioramenti ha acquisito la società globale? Il traffico e il consumo di droga sono aumentati. Il terrorismo internazionale é più che mai in agguato. Ancora oggi muoiono giovani, italiani compresi, per guerre che vorrebbero definirsi interventi di peacekeeping. Giornalmente migliaia di persone sono condannate a morte per fame. Nel 2010 esiste ancora il commercio di organi presi a bambini del terzo mondo. L’uomo si é sentito costretto a possedere atomiche in grado di cancellare la vita sul pianeta. Sempre l’uomo continua a distruggere l’habitat della maggior parte delle forme viventi ed inquina e distrugge buona parte del globo. E i valori? Quelli che un tempo aggregavano la società, oggi la dividono. Potrei continuare ancora per un bel po’.
Nel suo libro La baracca dei tristi piaceri, affronta il tema sconcertante e assai poco conosciuto della prostituzione nei lager nazisti, rimasto tabù per decenni. Il silenzio accompagna le violenze sessuali subite dalle donne, oggi come ieri; un silenzio che non appartiene solo alle vittime, ma anche alle istituzioni, all’opinione pubblica. Perché tanto silenzio, signora Schneider?
La violenza sulle donne é antica come il mondo. Oggi si affrronta l’argomento, ma solo a parole. Invece bisognerebbe cambiare la mentalità delle persone. E’ diventato “moderno” uccidere semplicemente colui o colei che non vogliono più stare con te, assassinare i genitori considerati scomodi, perseguitare ed “eliminare” la moglie, compresi i figlioli, nel caso che la donna abbia deciso di divorziare. Forse dobbiamo ancora capire che nessun essere umano, una moglie, un marito, nemmeno i figli sono nostra proprietà. Questa é diventata una società intollerante e violenta. Ciò che di violenza verbale si sente oggi in televisione é inaccettabile. Oltre tutto – la violenza verbale é una porta aperta verso la violenza fisica. Che immagine offriamo ai nostri giovani?
Il pubblico ha il diritto e il dovere di sapere. Eppure in quest’epoca dove l’informazione sembra aver preso il posto di Dio, la verità ci viene nascosta. Siamo tenuti lontani dall’avere una presa conoscitiva sulle guerre, sulle violenze quotidiane, sulle ingiustizie, mentre divoriamo quintali di morte e sofferenza dalla cronaca nera dei giornali e della televisione. In che modo, secondo lei, la gente comune può riappropriarsi della verità?
E’ verissimo, esiste una diffusa insoddisfazione circa la credibilità dei mezzi di comunicazione sia radiotelevisivi che a stampa: la non veridicità di molte informazioni, la tendenza a esagerare e a gonfiare le notizie, l’inesattezza dell’informazione, la dipendenza dei giornalisti al servizio di interessi specifici, l’abitudine a fornire informazioni “di parte” facendo prevalere l’appartenenza (per lo più politica), della testata o del singolo giornalista ecc. ecc. Come ottenere che la gente comune si riappropri della verità? Mi chiede una ricetta che nemmeno coloro che dovrebbero cambiare le cose posseggono, o ritengono attuabile.
Ritengo che il compito dello scrittore nel terzo millennio sia ancora quello di farsi “archeologo della verità”, forse anche di più che in passato; di scavare nel tentativo di riportare alla luce “tesori”, per quanto putridi e rivoltanti essi siano. È d’accordo?
E’ ciò che ho fatto nel mio piccolo in letteratura.
Nei suoi libri, ragazzi come Heike di Heike riprende a respirare o Willi de L’Albero di Goethe, si trovano ad affrontare realtà che sconvolgerebbero un adulto. La sua stessa infanzia è stata “bombe, terrore, fame, solitudine”. Che vivano nel primo o nel terzo mondo, nella povertà o nell’opulenza, in guerra o in pace, anche al giorno d’oggi molti ragazzi sono forzati a diventare adulti prima del tempo. Sfruttati per la guerra, per il sesso, per il lavoro o, nel migliore dei casi, scelti come bersaglio in operazioni di marketing che impongono loro modelli di “adulto” da imitare, i ragazzi hanno ancora spazio per vivere la loro età?
La società cosiddetta moderna ha defraudato le nuove generazioni di un diritto sacrosanto: essere bambini, essere ragazzi. Favorendo la loro fantasia, l’immaginazione, l’inventiva. Conservando la loro innocenza, il candore. Invece li abbiamo trasformati in ragazzi e ragazze cinici, precocemente erotizzati (sic!), e malati di telefonini e abiti griffati. E’ drammatico.
Ne La Baracca dei tristi piaceri, al tema della prostituzione dei lager, si affianca quello dell’omosessualità (si pensi alle vicende legate a personaggi come Marco e Roby) che bene si presta a una riflessione più estesa a tutte le discriminazioni: viste le violenze, le torture e le uccisioni ai danni del “diverso” perpetrate in alcune parti del mondo anche oggi, certe mostruosità ideologiche con cui il nazismo intendeva giustificare il suo operato non sembrano relegate in un tempo ormai lontano dal nostro. Che ne pensa in proposito?
Il “diverso” é ancora malvisto, guardato e trattato con diffidenza. Manca ancora una profonda cultura della serena convivenza con chi non é come noi, sia esso straniero, inabile, omosessuale. Siamo un bel po’ indietro.
Ne Il piccolo Adolf non aveva le ciglia la Lebensunwertes Leben di un bambino nato con delle imperfezioni porta a una presa di coscienza sulla reale identità del nazismo. L’impegno a tenere viva una memoria su questo e altri crimini contro l’umanità potrà vincere la banalità del male che non ha mai smesso di contaminare la nostra esistenza?
La Arendt ha c’entrato un concetto che valeva per i gerarchi nazisti. Ma a distanza di decenni quest
a “banalità del male” serpeggia ancora nella società odierna, seppure in un modo differente, più subdolo, più celato..
A tutt’oggi capita che in alcune parti del mondo, compresa la Germania, siano permesse manifestazioni a carattere neonazista. Che effetto fa vedere sfilare manifestanti che inneggiano al nazismo – o a ideali molto prossimi – a coloro, come lei, che lo hanno vissuto in prima persona? Questa sorta di libera e pericolosa “profanazione del dolore” è da ritenersi inclusa nel prezzo che deve pagare una democrazia?
Si. In Germania le manifestazioni neonaziste non sono permesse, ma se un qualsiasi partito esprime ideali simili al nazismo, dando loro un altro nome, può farlo. In un paese democratico, là dove chiunque può esprimere le proprie opinioni, certe manifestazioni non possono essere vietate.
Nel film Die Welle (l’Onda) il regista tedesco Dennis Gansel racconta l’esperimento di un professore per spiegare il nazismo ai suoi allievi, attraverso la creazione di un movimento (l’Onda), che finisce però col sfuggirgli di mano tragicamente; eppure gli allievi coinvolti avversavano apertamente il nazismo. È possibile che nella nostra Europa democratica si possa correre il rischio di non rendersi conto della potenziale pericolosità di certe posizioni politiche?
Ci si rende conto eccome, ma se queste posizioni politiche riscontrano il consenso dei votanti, significa che il popolo sta imboccando una determinata strada e – al contrario dei tedeschi dell’epoca di Hitler – questa volta in piena coscienza. E’ un segno dei nostri tempi e dà motivo per riflettere.
:: Novità in uscita per edizioni XII
11 giugno 2010
A partire dal giorno del solstizio d'estate 2010, sarà disponibile in libreria una nuova edizione di Melodia, opera dell'autore lecchese Daniele Bonfanti, già edita nel 2007, in una versione riveduta e corretta e con una nuova cover tutta felina, realizzata, come sempre, dal brillante duo Diramazioni.
Completa l'opera la postfazione Nuova musica dalle Sfere Oscure, di Danilo Arona.
Il titolo è già disponibile in preordine, scontato fino al 15 giugno, presso l'eshop di Edizioni XII.
Per ulteriori informazioni e il booktrailer si veda la scheda libro sul sito di Edizioni XII: http://www.xii-online.com/daniele-bonfanti-melodia
:: Recensione di La libraia di Orvieto di Valentina Pattavina a cura di Giulietta Iannone
11 giugno 2010
Dopo avervi proposto thriller e noir, mie abituali letture preferite, ecco a voi una tenera storia ambientata a Orvieto, idilliaca cittadina umbra, luogo ideale per descrivere le dinamiche della vita di provincia. La libraia di Orvieto edita da Fanucci è la convincente opera prima dell’esordiente Valentina Pattavina, catanese, 42 anni, curatrice dal 1999 con Vincenzo Mollica della serie “Parole e Canzoni” di Einaudi Stile Libero. La Pattavina si avvicina per la prima volta alla narrativa con una storia delicata e divertente, una commedia nera in cui vari generi si intrecciano dando vita ad un piccolo gioiello davvero ben scritto, colto e raffinato. Scrittura minimalista, capitoli brevissimi, quasi schegge cadenzano, questo bizzarro e curioso romanzo che ha per protagonista Matilde una quarantenne single e irrequieta che dopo vari vagabondaggi per l’Italia, si rifugia ad Orvieto sfuggendo al proprio passato e raggiunge un’ oasi di sogno: può fare la libraia, sua grande aspirazione, grazie al vecchio e garbato professor Paolini; incontra buffi e teneri personaggi che l’accolgono come una naufraga e le fanno posto nella loro stretta cerchia di amicizie consolidate dagli incontri del sabato in cui si riuniscono per giovcare a carte, per mangiare piatti tipici umbri e per rinsaldare una strana complicità che ben presto si rivelerà per lo meno sospetta agli occhi della attenta Matilde; finanche si innamora dell’affascinante e bel Michele, nipote del Paolini. Poi quasi per un gioco del caso emerge dal passato un omicidio irrisolto. Dieci anni prima infatti fu rinvenuto nel bosco il cadavere di un uomo, impiccato ad un albero, in una strana messinscena che apparentemente avrebbe dovuto fare pensare a un suicidio. I carabinieri indagarono svogliatamente facendo sì che le indagini raggiungessero un punto morto. Dieci anni dopo, quando ormai ogni pista sembra perduta e il colpevole vive indisturbato, Michele e Matilde riprendono le indagini e stranamente ostacolati dal gruppo di amici che li circonda, quasi trincerati dietro una fitta trama di silenzio complice, arriveranno finalmente a far luce sulla sconcertante verità.
La libraia di Orvieto di Valentina Pattavina, Fanucci, Collezione Vintage, 2010, 244 pagine, brossura, prezzo di copertina Euro 16,00.
Valentina Pattavina, editor, è nata a Catania nel 1968. Ha studiato archeologia. Dopo un’intensa attività nel mondo dello spettacolo, nel 1996 inizia a lavorare nell’editoria, ricoprendo diversi ruoli in ambito redazionale. Collabora tra gli altri con Fanucci, Chiarelettere e Einaudi, in special modo con Stile Libero, per la quale dal 1999 ha curato insieme a Vincenzo Mollica la serie Parole e canzoni dedicata ai cantautori. Per Stile Libero ha scritto i libri Non principe, ma imperatore. Storia di Totò, dalla polvere del palcoscenico alle luci del cinema (2008) e La grande anima d’Italia. Alberto Sordi, dal teatrino delle marionette ai fasti del cinema, una monografia su Paolo Villaggio e una su Vittorio Gassman. Per i tipi di Fanucci ha scritto i romanzi La libraia di Orvieto (2010) e La libraia di Orvieto. L’ultima eredità (2011).
:: Intervista a Sebastian Fitzek a cura di Giulietta Iannone
10 giugno 2010
Ciao Sebastian. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te, i tuoi studi, i tuoi hobby. Chi è Sebastian Fitzek?
Beh, il mio curriculum vitae, dice che sono nato a Berlino nel 1971. Dopo essere andato alla scuola di legge e aver conseguito il dottorato in legge, ho deciso di abbandonare la professione giuridica per una professione creativa nei media. Dopo il tirocinio presso una stazione radio privata sono passato all’ intrattenimento e in seguito sono diventato redattore capo. Io vivo a Berlino e lavoro ancora due volte a settimana per la più grande stazione radio della città. Se si vuole trovare qualcosa di più sulla mia vita privata si possono trovare tutti i “dettagli piccanti” qui in questo articolo sulla mia home page: http://www.sebastianfitzek.com/?artikel=8
Raccontaci qualcosa della tua città Berlino. Qual è il tuo background?
Penso che Berlino sia una città ideale per uno scrittore, perché è possibile trovare qui tutto quello di cui si ha bisogno. Cittadini di quasi tutti i paesi vivono qui. Ci sono laghi e fiumi, montagne, quartieri e zone come Beverly Hills. E la città è conosciuta in tutto il mondo. Magari è per questo che i miei lettori italiani si appassionano alle mie storie così tanto.
Che tipo di libri ti piaceva leggere quando eri un ragazzo?
Ho iniziato a leggere alcuni romanzi polizieschi per bambini di Enid Blyton. Penso che la mia passione per il thriller sia nata poi leggendo Stephen King, quando avevo circa 14 anni.
Quando hai deciso che saresti voluto diventare uno scrittore? Come è nato il tuo interese per il thriller psicologico?
Ogni volta che leggevo un buon libro mi chiedevo: “Sarò mai capace di scrivere una storia così anche io?” Un giorno, non molto tempo fa, nel 2002, ci ho provato. ( Sorride) Penso, che comunque ho sempre voluto intrattenere la gente con storie avvincenti. Mi interessano le persone. I pazzi sono i migliori. Come ho detto prima, per molti anni ho lavorato come direttore del programma per una stazione radio popolare tedesca. Questo è stato ed è ancora un luogo dove posso incontrare un sacco di “disturbati” i colleghi. (Sorride) Essi mi hanno molto ispirato aiutandomi ad avere uno sguardo più profondo per il comportamento umano e i disturbi psicologici. Ho studiato diritto e questo è stato utile per imparare a fare ricerca. E, naturalmente, ho sentito un sacco di storie strane durante le mie lezioni di diritto penale.
Qual era il tuo primo lavoro scritto? Raccontaci qualcosa del tuo debutto e della tua strada verso la pubblicazione.
Tutto comincia sempre con un una domanda : “Cosa succederebbe se “. L’idea per il mio primo romanzo “La terapia” mi è venuta, per esempio, mentre stavo aspettando la mia ex fidanzata nella sala d’attesa, completamente affollata, di uno studio medico. Dopo mezz’ora non era ancora uscita dalla stanza d’esame e io ho pensato: e se tutti coloro che aspettano con me dicessero ad una mia richiesta: “Non abbiamo visto che sei arrivato con la tua ragazza.” Cosa succederebbe se il receptionist dicesse che il suo nome non c’è nell’elenco dei pazienti? E se la mia ragazza non uscisse mai effettivamente dalla sala di esame? Questo non era un pio desiderio, ma la mia fonte di ispirazione per “La terapia“, in cui una ragazza scompare da uno studio medico senza lasciare traccia e il padre è l’unico a cercarla. Appena ho avuto l’idea ho iniziato a scrivere. E poi mi ci è voluto del tempo prima che il mio primo manoscritto venisse pubblicato. La verità è che ci sono voluti “solo” quattro anni dalla prima frase di scrittura a vederlo negli scaffali. Per fortuna, ho incontrato Roman Hocke, il mio agente letterario, durante questi quattro anni. Ha sottolineato tutti i miei errori da principiante e mi ha fatto rivedere il mio thriller di debutto “La terapia” sette volte prima di affidarlo alla mia attuale casa editrice tedesca. Fu così che iniziò la mia carriera e ora sono molto felice che il mio nuovo thriller “Schegge” sia disponibile anche in Italia.
Parliamo del tuo lavoro di scrittore. Vuoi descriverci una tipica giornata di lavoro ?
Sono così fortunato che non ho una tipica giornata di lavoro. A volte scrivo giorno e notte, ora per esempio sono in tour attraverso la Germania per promuovere il mio nuovo libro. E ieri ho passato tutto il mio tempo a dare interviste, come questa. ( Sorride) Tuttavia, vi è un rituale! Prima di finire la stesura di un libro , esco in macchina con i miei cani e vado da qualche parte in direzione di Potsdam e mi fermo vicino ad un lago e proprio li esamino i capitoli del libro dalla A alla Z, più di una volta. A volte sono così perso nei suoi pensieri, che inizio a guidare in cerchio e dimentico i miei cani.
C’è qualche scrittore in particolare che ha influenzato il tuo stile?
Posso solo dare una risposta sleale perché non c’è abbastanza spazio per elencare tutti gli autori brillanti che ammiro e che mi hanno più volte ispirato nella mia vita. Nella mia gioventù, ho iniziato con Stephen King, quando studiavo giurisprudenza naturalmente ho divorato tutto, da Grisham, in seguito Crichton, Deaver, Follet … i soliti sospetti. Attualmente, mi piace consigliare le opere di Dennis Lehane e Harlan Coben.
I tuoi personaggi di fantasia, sono spesso molto simile a te? Ci sono pezzi autobiografici?
No, non ci sono personaggi simili a me o qualsiasi altra persona esistente. Cerco di evitare di farlo. Ma – la mia mente subcosciente è sempre un autore nascosto – per cui a volte capita che descriva persone che conosco, ma non è previsto. Accade per caso.
Ci sono critiche che hanno influenzato il tuo lavoro?
Sì, ascolto soprattutto le critiche del mio editor e della mia ragazza Sandra prima che il libro venga pubblicato.
Ti piacciono gli scrittori scandinavi di crime? Cosa ne pensi di questo fenomeno? Stieg Larsson, Jo Nesbo?
Devo ammettere che leggo più autori di lingua inglese. Ma comunque adoro Stieg Larsson e penso che la spiegazione del suo successo sia da ricercare nella sua straordinaria capacità di creare personaggi veri ed eccitanti come Lisbeth Salander.
Sei un autore acclamato dalla critica. Hai ricevuto anche recensioni negative?
Naturalmente. Ogni autore deve convivere con il fatto che possa non essere gradito a tutti.
Mi piacerebbe parlare un po ‘del tuo nuovo libro Schegge Elliot Edizioni. Dove hai trovato ispirazione?
In “Splinter” – un uomo perde la moglie incinta in un incidente stradale del quale si sente responsabile. Un mese dopo, non riuscendo quasi a convivere con questa perdita, si imbatte in un misterioso annuncio sul giornale – una clinica psichiatrica sperimentale è alla ricerca di persone che abbiano subito un trauma e che lo vogliano cancellare dalla loro memoria per sempre. Ho avuto l’idea mentre parlavo con un neurochirurgo, che mi ha detto che questo tipo di esperimenti sono in corso veramente, e che l’industria medica è alla ricerca di una pillola o una tecnica che possa portare via tutti i brutti ricordi. Solitamnete in un thriller che tratta l’ amnesia l’eroe vuole ottenere la sua memoria indietro. Qui ho voluto creare un romanzo facendo il contario – descrivere quando un uomo desidera perdere i suoi ricordi!
Hai qualche consiglio per gli aspiranti scrittori?
Vorrei dire ad un autore di considerarsi sempre come un personaggio di un romanzo, preferibilmente come l’eroe fortunato, in quanto nella maggior parte dei casi il protagonista subisce durante il corso della storia, una sconfitta dopo l’altro. Vince solo una volta: nel finale. L’insieme di sconfitte e colpi di scena sono anche le componenti naturali e necessarie di ogni buona storia, così come lo sono nella vita.
Se potessi riniziare la tua carriera di nuovo che cambiamenti apporteresti?
Neanche una sola cosa. In effetti a volte mi chiedo come mai ho avuto così tanto successo. Quindi devo rifare tutto dinuovo allo stesso modo per avere lo stesso successo. ( Sorride)
Pensi che la tua scrittura migliori di libro in libro?
Spero proprio di sì e tutti, non solo gli amici, mi dicono che è così. Ogni libro è un tentativo nuovo. Sono certo che il mio miglior romanzo non è ancora stato scritto.
Ci sono progetti cinematografici tratti dai tuoi libri?
Attualmente 5 società di produzione stanno cercando di adattare i miei libri per il grande schermo. Ma ci vuole tempo, in Germania, per ottenere denaro dalle stazioni tv per la produzione di un film costoso, anche se è per il cinema. E le televisioni non credono nel genere psychothriller. Stiamo anche parlando con produttori italiani. Se ci volesse troppo tempo in Germania, forse lo produrremo nel vostro paese. Anzi penso che il film sarebbe meglio se lo facessimo in Italia, comunque. (Sorride)
Cosa stai leggendo in questo momento?
Il nuovo libri di Cody McFadyen. Si chiama “Ausgelöscht” in Germania. Naturalmente un thriller.(Sorride)
Hai una base di fan molto grande. Qual è il tuo rapporto con i tuoi lettori?
Sono davvero lieto di avere così tanti lettori, soprattutto italiani. Ricevo un sacco di mail e rispondo a tutti il più rapidamente possibile.
Racconta ai nostri lettori italiani qualcosa di divertente su di te.
Oh, potrei dirvi parecchie storie divertenti su di me. Mentre stavo lavorando a Splinter per esempio ho pensato a tutti i brutti ricordi di cui avrei voluto sbarazzarmi se ci fosse stata una pillola per l’ amnesia che avesse permesso di cancellarli dalla mia mente. Ti racconto questo. Per esempio una notte ero nella mia camera d’ albergo a New York e volevo andare in bagno. Beh ho preso la porta sbagliata e mi sono ritrovato nel corridoio chiuso fuori. Ora dovete sapere che io dormo completamente nudo. Potete immaginare quello che ha pensato il receptionist di quel tedesco pazzo, nudo nella hall, che chiedeva una nuova chiave nel bel mezzo della notte!
Che cosa stai scrivendo in questo momento?
In questo momento non sto scrivendo perché sono in tour con il mio nuovo thriller “Il collezionista di occhi”, che parla di un serial killer che gioca a nascondino in un modo molto crudele. Prima uccide la madre, poi rapisce suo figlio. Il padre ha 45 ore di tempo per trovarlo altrimenti il bambino in ostaggio muore. Non ci sono accenni e indizi su chi potrebbe essere il killer e l’unico testimone di sesso femminile è cieco …
:: Novità in uscita per Sperling Kupfer in libreria dall' 8 giugno
9 giugno 2010"Se fosse tutto facile" di Maria Daniela Raineri
(http://www.sperling.it/scheda/978882004879)
"Le vergini di Pietra" di Ben Pastor
(http://www.sperling.it/scheda/978882004896)
"Buttati!" di Gary Vaynerchuk
(http://www.sperling.it/scheda/978882004908)
in più uscirà in versione paperback
"Più bella di così" di Maria Daniela Rianeri
(http://www.sperling.it/scheda/978886061640)
"L'amore non può attendere" di Barbara Taylor Bradford
(http://www.sperling.it/scheda/978886061660)

























