:: Recensione di Angeli perduti del Mississippi. Storie e leggende del blues.

8 aprile 2010 by

imagesAngeli perduti del Mississippi. Storie e leggende del blues. Fabrizio Poggi  € 15,00  2010  256 p., brossura Editore Meridiano Zero collana Mappe musicali. Prefazione di Ernesto De Pascale.

Mi sono avvicinata a questo libro con una sorta di reverenza mista a timore, poiché devo ammettere in tutta sincerità che sono una profana del blues giusto sapevo che si suona a New Orleans, che Billy Holiday  è una delle sue voci più evocative, che è una musica nata nel cuore delle piantagioni nelle comunità afroamericane degli schiavi del cotone.
Non sono una musicista ne un’ esperta di musicologia per cui mi sono detta magari è un libro noioso pieno di gerghi tecnici, di eccentricità per addetti ai lavori comprensibile solo da chi ha un bagaglio di conoscenze specifiche nel campo.
Ho dovuto ricredermi perché Angeli perduti del Mississippi, sotto le mentite spoglie di un dizionario del Blues, è un viaggio, un viaggio avventuroso nell’anima e nel cuore di un popolo che disperatamente cerca ancora un’ identità, una scoperta continua di ritmi, cadenze, aneddoti, slangs.
Ogni voce di questo dizionario è un piccolo tesoro da conservare con cura, da assaporare con gratitudine e più leggi e più ti incuriosisci, più sorridi toccandoti la fronte e dicendoti ecco cosa significava questa frase apparentemente banale colta un giorno in una canzone che so io di Jim Morrison o Bob Dylan.
Perché il Blues è un codice per iniziati, la voce gutturale e stonata delle guardie carcerarie o dei prigionieri che spaccano pietre sotto il sole impietoso della Luoisiana, è la voce dei balordi, dei giocatori d’azzardo, dei vagabondi che girano l’America sui treni della Grande Depressione. Il Blues è sporco, malinconico, triste, cola come una giornata di pioggia umida di palude, ti strappa l’anima. E’ la musica delle feste da ballo campestri della Louisiana dove il barbecue regna sovrano e la birra scorreva a litri. E’ la musica che accompagna le danze sensuali degli afroamericani -lo slow drag- il sabato sera nei juke joints, le bettole per neri del sud degli States.
Poggi ha il cuore del bluesman e la leggerezza narrativa del raccontatore di favole irlandese seduto accanto al fuoco di torba e grazie a lui impariamo a conoscere Robert Johnson il più famoso esecutore di Delta blues di tutti i tempi, divenuto leggendario per aver venduto l’anima al diavolo ad un incrocio in cambio di una superlativa tecnica chitarristica, leggenda alimentata anche dall’oscurità dell’artista di cui per decenni non si sono viste immagini e dai testi delle sue canzoni colmi di riferimenti erotici e peccaminosi.
O scopriamo che Mojo è il nome del più famoso talisamano portafortuna del mondo del Blues e che proprio New Orleans e la Louisiana sono i luoghi dove esercitavano le migliori fattucchiere di magia nera.
Lunghissima la voce dedicata a Bob Dylan.
Al termine di quasi ogni voce un disco consigliato e se abbiamo la pazienza di raccogliere ogni suggerimento ci darà uno spunto davvero prezioso per rinfoltire la nostra collezione di Blues. Che dire ancora leggetelo, imparerete cose che di solito non si leggono sui libri.

Recensione di Giulia Guida: Corpi estranei di Paola Ronco

8 aprile 2010 by
cop_paola-ronco"Casi difficili, residui complicati di infauste ideologie". [Rileggendo "Corpi Estranei", P. Ronco]
Una gamba zoppa, cattiva, malata, trascinata sulla pagina bianca come l'unico ricordo di un dolore che non ha memoria. Una gamba che scatta nervosa, un grumo nodoso di speranze infrante, di vite interrotte, di spari che risucchiano l'aria. Una gamba che si inghiotte le urla di una giornata andata di traverso, come mai sarebbe dovuta andare- e ogni muscolo strappato si fa lastra di vetro, ogni tendine tagliato cade in un mucchio  di cocci che scorrono veloci, tasselli a incastro di vite al rallentatore, sotto una pioggia insonorizzata che non riesce a lavar via le macchie calde di sangue dalla strada.
Tutto quel sangue, due anni prima.
Una sequenza di piccole crepe che si aprono nella gamba dell'agente Cabras, spine pungenti che lo aiutano a non dimenticare mai del tutto.
Che dell'uomo che era è  rimasto ben poco.
Violento Cabras, puttaniere Cabras, un odio armato, il suo. Quello di un tempo.
E poi la manifestazione, due anni prima.
Una pistola nella sua mano, una traiettoria forzata, precisa, senza errori.
Un ragazzo che cade come un pupazzo di pezza ai suoi pedi, ancora un sorriso rosso di rabbia a solleticargli le labbra, beffardo.
Gli occhi di una ragazza davanti a lui, fissi sul suo corpo in caduta libera, invecchiati d'improvviso d'un vuoto bianco, che non si riscrive.
E tutta quella gentilezza- quell'affannata gentilezza dei suoi colleghi d'ufficio- gli scolpisce dentro piccole gocce di veleno che restano lì, sospese per tempi peggiori.
Sono sempre tutti così  gentili con Cabras.
Olcese, che ogni mattina nel suo ufficio gli fa la telecronaca di tutte le ultime notizie, come se lui fosse ormai fuori dal giro e non potesse più neanche prender in mano un giornale senza sentirsi male. Senza iniziare a ricordare quello che il suo respiro strangolato gli sibila ogni notte. Le sente, le pareti d'ovatta che gli si sono arrampicate addosso, dopo due anni di giorni artificiali, senza fughe in volata, in un coma forzato di sensazioni sedimentate in endovena. E Mongardi con le sue premure agitate, da amico di sempre, che non vuole accorgersi della tempesta elettrica che gli attraversa gli occhi, a quel povero diavolo di Cabras, vuole solo che rimandi, che non prenda coscienza di quel che è accaduto a cambiare per sempre le carte in tavola, a portarlo controvento.
Solo solo brutte storie e sono tutte puttanate, maurìn. Non c'è  niente di vero. Tutti ci saremmo comportati così, se fossimo stati al tuo posto. E dai che non ti fa bene legger quelle cosacce su di te, dopo tutti gli sforzi che hai fatto per metterti un pò a posto. Certo a capitare proprio a uno come te, che cose ingiuste nella vita.
Lo fanno per il suo bene, per non farlo sentire a disagio, in imbarazzo, ai margini. Come se giorno dopo giorno non ci si buttasse lui sempre più a bordo pagina.
Cabras è il corpo estraneo, è l'uomo mangiato dalla furia di pochi attimi, e dopo non rimane che il vuoto. Un vuoto immenso, cercato, non richiesto, invocato più  della morte e della vita.
Diventa l'assenza che non si riempie con niente, il buco di memoria che non si richiude, la perdita che cerca solo altre mancanze simmetriche, la luce spenta che non vuole penombre, il desiderio di disintegrare ogni confine del proprio corpo e trovare il modo di scomparire completamente.
Ma Paola Ronco parte da qua, da questa solitudine atrofizzata, per raccontare gli spazi pieni di altri vuoti, quelli che nessuno vede, le parole scure nel silenzio di piombo.
Silvia, un'addetta stampa precaria, voce che trema e occhi insicuri, un paio di gambe che sentono di star sempre nel posto sbagliato ovunque si trovino.
Silvia che si sente addosso tutte le pressioni del mondo. Silvia che deve consegnare tutti i lavori in tempi record, non mancare agli appuntamenti, essere una ragazza ideale, rispondere a tutte le chiamate.
Non assentarsi mai. Nessuna distrazione, nessun lapsus, nessuna dimenticanza.
Silvia che si sente tirata da una parte all'altra, senza una direzione sua. Silvia che si chiede se tutte le sue scelte fino a quel momento non le abbia fatte qualcun altro al posto suo. Silvia che non si sente più e non si riconosce. Silvia che si distacca per qualche istante dal mondo intorno a sè e tutti sono pronti a puntarle il dito contro. Perchè lei non ama abbastanza o lo fa distrattamente, non dimostra i sentimenti quanto dovrebbe, non è presente quanto potrebbe. Silvia che si infila tra le labbra tutta l'insoddisfazione del mondo e si muove pesante, tra le cose, eppure è inconsistente, invisibile, respira in automatico. E intanto mastica righe piene di incisi non detti, di parentesi al margine che nessuno riesce a leggere mai, di commenti a piè di pagina che tutti saltano senza interesse. Perchè Silvia è lì, quella che vedono, non ci può star niente di più sotto.
E Alessia, studentessa universitaria che arranca tra un esame e l'altro, tra corsi da frequentare e professori così stronzi che ti domandi perchè mai in una società  del cazzo, con la vita sotto contratto a progetto, ci hai anche pagato le tasse per svariati anni all'università, che a leggerti da sola quel manuale in sanscrito del quindicesimo secolo avanti cristo avresti fatto prima.
Alessia che è un'ex attivista politica, una ragazzina con le palle che un tempo correva forte, una grinta insofferente che le montava negli occhi lucidi, le innervosiva le mani, le pizzicava le gambe.
Alessia che adesso vive fuori tempo massimo e a volte si sente persa nella notte, spezzata da un dolore a cui non riesce a dare un nome.
Alessia che è innamorata di Silvestro a modo suo, di un amore rapace da terapia, che le faccia da tranquillante per gli incubi e le macchie nere di un passato che non perde colore.
I vuoti di queste due donne che valicano il limite, destinati a scontrarsi inesorabilmente nel circuito chiuso di disperazione di Cabras. Mentre in primo piano una Torino splendida vive e respira sotto i piedi dei suoi personaggi e il misterioso caso della banda dei giustizieri continua a seminare l'aria di un panico sospetto.
Con questo suo primo romanzo, in cui si fa cantastorie del non detto, Paola Ronco ha dato un'enorme prova di talento, lasciando che ogni personaggio riscriva sotto le righe la sua versione ufficiale dei fatti, riempia le pagine di tutti i suoi desideri andati a perdere, scarabocchi il foglio bianco delle pause giuste, quelle dei suoi vuoti d'aria- e lo ha fatto tirando fuori il nero da quel perverso gioco a incastro di vite portate all’estremo, che rimane sul fondo e che non si può dire. Perchè nessuno, quasi mai, lo capirebbe. 

Petizione online per Munir Mezyed premio nobel per la letteratura

7 aprile 2010 by


Online petition – Nominate Palestinian Poet & Novelist MUNIR MEZYED for Nobel Prize in Literature
ترشيح منير مزيد لجائزة نوبل للآداب

:: Recensione di "I segreti di Degas" di Elio Capriati

6 aprile 2010 by

showpic“I segreti di Degas” dello scrittore napoletano Elio Capriati, già noto al pubblico per il suo libro d’esordio “Ritratto di famiglia. I Meuricoffre” che partecipò nel 2004 alla selezione del premio Campiello,  è senz’altro una piccola perla nel panorama letterario italiano, un piacevole e delicato omaggio alla città di Napoli e all’arte. Certo tutti conoscono le celeberrime ballerine di Degas ma forse non tutti sanno che è esistito un ramo napoletano della famiglia Degas e in questo gradevolissimo libro impariamo a farne la conoscenza. Tutto inizia a Parigi un mattino dei primi del novecento quando il giovane poeta Paul Valery si recò in visita all’atelier dell’ormai anziano Edgar Degas ed ebbe modo di sentire così raccontare dal Maestro l’avventurosa vita del nonno Renè-Hilaire Degas e della sua turbolenta famiglia. Capriati ci porta con mano lieve nel passato fino al tempo della grande rivoluzione del 1789 quando il nonno di Degas ebbe parole di tenero conforto per Maria Antonietta diretta al patibolo e per questo dovette scappare lasciando la Francia per rifugiarsi a Napoli e da questo episodio prende l’avvio la storia, una storia ricca di rocambolesche fughe, personaggi pittoreschi, aneddoti curiosi in cui la realtà documentata da un attenta analisi di documenti d’epoca si intreccia con la fantasia dell’autore, così partecipe dei fatti raccontati da risultare mai sopra le righe o inopportuno. Un velo di malinconia ricopre tutta la narrazione e si accresce nell’epilogo quando un Paul Valery ormai maturo ricorda un lontano giorno di fine settembre del 17 quando gli annunciarono la morte di Edgar Degas. I protagonisti delle vicende che gli aveva raccontato ormai erano tutti morti restavano di loro solo i quadri di famiglia a custodire i loro segreti.   

:: Recensione di Troppo Piombo di Enrico Pandiani

5 aprile 2010 by

troppo piomboIn una Parigi fredda e plumbea, addobbata con luci e luminarie come un gigantesco luna park in attesa di accogliere i turisti per Natale, un killer violento e feticista inizia a uccidere le giornaliste della redazione di “Paris24h”.
Chi meglio del manipolo superstite di eroi conoscriuto in Les Italiens e delle nuove reclute unitesi strada facendo, può mettersi sulle sue tracce e risolvere il caso?
Questa volta però il nostro commissario Jean-Pierre Mordenti di cui finalmente conosciamo nome e cognome dovrà vedersela soprattutto con se stesso e andare contro alla pericolosa abitudine che ha di innamorarsi sempre di donne fatali e misteriose con molto da nascondere e poca voglia di collaborare.
L’inizio è di quelli che non si dimenticano, violento, sgradevole, un pestaggio che risulta un pugno nello stomaco anche per il lettore e farà arricciare non pochi sopraccigli, ma non lasciatevi spaventare, continuate a leggere e non ve ne pentirete.
Sin da subito Mordenti inizia a sospettare una vendetta maturata all’interno della redazione ma c’è dell’altro, qualcosa che ancora gli sfugge, l’odio che ha generato tanta violenza non poteva che aver avuto origine nel passato e per scoprirlo non si poteva far altro che scavare nella storia personale della prima vittima, certo una giornalista rischia di irritare parecchia gente dentro e fuori dal giornale ma per causare una reazione così esagerata doveva essersi macchiata davvero di qualche colpa davvero grossa.
Poi una foto attrae la sua attenzione, una foto in cui la prima vittima Therese Garcia è ritratta sorridente in redazione con alcune sue amiche giornaliste, subito avverte che in quella foto è racchiuso un mistero, la chiave di volta del caso e infatti quando le donne ritratte iniziano a morire con le stesse modalità Mordenti ha la certezza che quelle donne in un certo senso erano complici di qualcosa di davvero terribile. E non sarà facile capire cosa.
Mordenti e i suoi uomini infatti si troveranno a barcamenarsi tra sfilate di moda alternative, rivolte delle banlieues, e i veleni della redazione del giornale parigino, scansando questa volta invece che le pallottole, ma non dubitate che non mancheranno anche quelle, falsità, colpi bassi e pettegolezzi di un mondo pieno di invidie, slealtà carrieristiche e veri e propri odi mortali. Ma i nostri ragazzi sono dei veri duri, non si faranno certo impressionare e pagina dopo pagina ci accompagneranno rivelandoci il volto dell’inatteso colpevole e le sue agghiaccianti e ferree motivazioni.
E’ un noir duro e con venature più splatter e cupe del precedente anche se non privo di ironia e di romantiche digressioni molto chandleriane. Le atmosfere ricordano se vogliamo la Parigi di Leo Malet il capostipite del noir francese pur tuttavia mantengono un’ unicità e un’originalità davvero non comuni. Chi ha amato Les italiens non potrà che divertirsi leggendo Troppo Piombo, confermando la certezza che Les italiens non era solo un fuoco di paglia o una meteora estemporanea destinata a spegnersi. Pandiani è bravo e gli amanti del noir possono stare tranquilli ci regalerà ancora splendidi libri.

Recensione di La coda del diavolo di James C. Copertino

3 aprile 2010 by

9788895049205gPer gli appassionati dei thriller d’azione, la Coda del Diavolo sarà una piacevole sorpresa soprattutto perché è scritto da un italiano e non ha nulla da invidiare ai vari maestri del genere d’oltre Oceano. Scritto da un veterano dei corpi speciali che ha passato il suo tempo tra Libano, Iraq e Afghanistan ha il pregio dell’autenticità, si sente che seppur mantenendo i contorni di un’ opera di fantasia, per lo meno le riflessioni, le psicologie dei personaggi, gli scenari sono realistici e credibili. Dettagliato e accurato nelle scene d’azione non manca di una certa amarezza che stempera la violenza mai esaltandola o accentuandola per renderla più spettacolare. Copertino descrive infatti una certa realtà presente nelle zone di guerra e ci porta ad analizzare le cause più profonde che hanno generato questi scenari, obbiettivamente senza retorica o accenni trionfalistici. Ci troviamo così in mezzo ad attentati, prese di ostaggi da parte di bande terroristiche, lanci con il paracadute, artificieri che disinnescano bombe, infiltrazioni subacquee e  tutto è così realistico che ci chiediamo se davvero il nostro mondo è così. Protagonista un’ unità molto speciale tutta italiana la cui esistenza è una faccenda quantomeno riservata che si troverà a contrapporsi a terroristi brutali e determinati per la ricerca di un’ arma davvero letale capace di dare a chi la possiede possibilità illimitate . Copertino analizza il terrorismo con un occhio lucido e disincantato e cerca di far luce sulle sue mille ramificazioni. Non mancano scenari esotici, ironia, descrizioni tecniche di altissima precisione specialmente riguardo le armi e gli esplosivi, spruzzate di sesso, suspance, considerazioni geopolitiche. Purtroppo poco pubblicizzato alla sua uscita  colgo l’occasione di ripresentarlo ai lettori di Liberidiscrivere, sicura che vi regalerà ore di svago non prive di riflessioni.
James C. Copertino, La coda del diavolo – THRILLER – Armando Curcio Editore – Noir n.9 (supplemento al n.9 de “Le grandi autrici”) due vol. indivisibili – pagine 729 – prezzo 9,90 euro. La coda del diavolo al momento non è più in edicola, lo potete ricevere al prezzo di copertina, chiamando il numero verde: 800-834738.

:: Recensione di Anche i poeti uccidono di Victor Gischler

2 aprile 2010 by

Senza nomeE’ uscito finalmente per i tipi di Meridiano Zero “Anche i poeti uccidono” del talentuoso Victor Gischler stella nascente davvero nerissima del pulp noir, un’ opera che come ha avuto modo di dire lo stesso Gischler in una nostra recente intervista fa incontrare Elmore Leonard e Kingsly Amis. Per farvi un’ idea prendete gli eccessi del pulp e l’azione più adrenalinica , una miscela al calor bianco di  ironia e pallottole, una massiccia dose di  caustico humour nero che non scade mai nella farsa, e dialoghi al cianuro davvero esilaranti scheccherate il tutto e avrete il più puro stile Gischler. Questa volta ci troviamo in un campus univeristario ambientazione azzardata e insolita direte voi ma che ci fa subito capire il gusto di Gisheler di dissacrare e il suo amore per il rischio. Siete portati ad immaginarvi che le università americane siano luoghi esclusivi per gente snob, il tempio della cultura, tutti figurini intenti a tramandare il sapere e soprattutto i poeti ve li immaginate incapaci di far male ad una mosca tutti talento e romantiche sdolcinatezze esistenziali e  invece niente di più sbagliato, Gischler si diverte a spiazzarci, a gettarci polvere negli occhi, ci propone un gangster assurdamente determinato a scrivere versi su pallottole, regolamenti di conti e amenità varie, un professore di letteratura incasinato con una studentessa morta nel letto, una banda di psicopatici che ha intenzione di fare razzia nell’ameno e bucolico campus dell’Oklahoma. E se vi sembra poco aggiungeteci uno stile spassoso, frenetico, che non vi da il tempo di respirare e già siete alle prese con inseguimenti, macabri occultamenti, partite di droga, gente equivoca e sconclusionata. E se adesso mi lasciassi sfuggire che è un piccolo capolavoro, pensate che abbia osato troppo? E già solo perché non l’avete ancora letto vi frulla questa idea. “Anche i poeti uccidono” merita questa definizione ed oltre ad avvalersi della magistrale traduzione di Luca Conti, uno dei migliori traduttori italiani votati anima e corpo al noir, che non avrebbe mosso un dito se non fosse così, può vantare anche una raccomandazione di eccezione niente di meno che quella di Joe Lansdale che non alla leggera avverte che siamo davvero di fronte ad un vero piccolo miracolo. Sconsigliato vivamente unicamente ai deboli di cuore.    

:: Recensione di L'eredità del male di Flavio Vasile

2 aprile 2010 by

covervasileMonaco, 1939. Hans Bauer solerte agente della polizia criminale tedesca, la Kripo, protagonista del sorprendente "  L'eredità del male " di Flavio Vasile è un uomo del suo tempo, un uomo qualunque infondo, un uomo simile a molti tedeschi che si trovarono a vivere nella Germania nazista e anche se spaventati dal nuovo regime e dalla violenza che generava si trovarono incerti a chiedersi se Hitler fosse o no l'uomo nuovo, il salvatore della Germania in ginocchio dopo la sconfitta della Prima Guerra Mondiale. Hans Bauer è un uomo che si interroga, un uomo che si fa degli scrupoli, che intimamente detesta quegli esaltati che hanno preso il potere e non condivide il nuovo ordine imposto dal regime, un uomo che si chiede se i trionfalistici bollettini radiofonici, gli articoli giornalsitici, i cinegiornali non siano solo propaganda e  il Fuhrer  non sia solo un folle esaltato da manie di grandezza. Hans Bauer è tra i pochi a non conoscere direttamente la guerra, per le sue doti investigative infatti è considerato un elemento prezioso, irrinunciabile, e nella sua Monaco può restare a risolvere i casi cosiddetti di ordinaria amministrazione, i così detti panni sporchi da lavare in casa. Hans Bauer sa cosa le SS fanno agli ebrei, vive con orrore la violenza fine a se stessa, il mito della razza, la persecuzione dei non ariani. Sente che il male ha un volto, una dimensione, che la Germania nazista si sta trasformando davvero nel luogo più vicino all'inferno che si possa concepire. Ma deve essere prudente, non manifestare apertamente le sue idee per proteggere i suoi cari, per salvare la sua posizione così faticosamente conquistata. Anche se la sua coscienza non è un sudario, non è un abito da cambiare secondo le circostanze, il suo disagio interriore cresce ogni giorno, assieme alla consapevolezza che ci sono orrori che non possono essere taciuti o ignorati. Hans vive questo periodo oscuro con la speranza che la guerra finisca presto, che l'orrore rientri finchè non si inbatte in un caso anomalo. Quasi per caso viene rinvenuto il cadavere di una ragazza torturata e uccisa, vittima di un atto di inaudita violenza. Sin da subito Hans sente che qualcosa non va, che non è il solito delitto maturato negli ambienti della criminalità. Sin da subito ha una descrizione dell'indiziato un uomo alto, magro, con i capelli a spazzola, chiari, tendenti al grigio, occhi chiari, occhiali rotondi, una persona colta come un dottore, sempre vestito bene, calmo, con voce pacata. Un caso apparentemente semplice, basta trovare l'indiziato e il caso è praticamente chiuso. Ma niente è così semplice come sembra. Il modo in cui è stata uccisa la ragazza si rivela "strano", "singolare", chi ha mutilato la ragazza l'ha fatto con metodo e perizia, utilizzando il bisturi con abilità, con uno scopo quasi didattico si sarebbe portati a credere, cercando qualcosa. Presto le morti si moltiplicano, e un orrore senza fondo prende il sopravvento, l'orrore dei campi di concentramento, degli esperimenti su cavie umane, l'orrore del male assoluto. E Hans Bauer si trova solo a combattere tutto questo, solo con la consapevolezza che la follia ha mille volte e tutto ciò che può fare è ubbidire alla propria coscienza, perchè non ostante gli errori essere coerenti con se stessi è l'unica scelta che vale la pena di compiere.   

Giulia Guida intervista Paolo Grugni per Italian Sharia

29 marzo 2010 by

paolo grugniBenvenuto, Paolo. Innanzitutto grazie per aver accettato questa chiacchierata su "Italian Sharia" per Liberi Discrivere. Non è semplice spiegare l'Islam, soprattutto per un uomo occidentale. Perchè ti sei avvicinato al mondo islamico? Quali strumenti hai usato per confrontarti con questa realtà?
Non ho affrontato tutto l’Islam. Ma solo un aspetto specifico: ovvero di alcuni casi in cui ha negato i diritti delle donne. E di come e perché lo ha fatto. E su questo aspetto ho concentrato la mia attenzione, le mie ricerche, i miei studi. Un lavoro che, compresa la stesura del romanzo, mi ha impegnato circa due anni.
Hai scelto di affrontare un tema molto dibattuto negli ultimi anni, la condizione femminile nell'Islam, proiettata nel contesto socio- culturale italiano, partendo da eventi di cronaca. Perchè questa scelta?
Rimasi molto negativamente colpito dal caso di Hina, la ragazza pachistana uccisa nell’agosto 2006. In quel momento stavo lavorando a un altro romanzo, ma cominciai a selezionare il materiale. Da quel momento l’idea è andata trasformandosi fino a diventare un’analisi del rapporto Islam – donne nei suoi casi di oppressione e di sopruso (senza dimenticare che si tratta solo di un aspetto e non dell’Islam in toto) e uno spaccato sulla condizione degli immigrati in Italia.
Credi che la visione occidentale dell'Islam sia troppo criminalizzata, che la percezione della comunità islamica sia distorta per alcuni aspetti?   
Credo che tutte le religioni condizionino negativamente le società cui appartengono. E di solito si tratta di società economicamente deboli, nelle quali il sacro ha presa facile, e questo perché se non si trova una soluzione da soli, si aspetta l’intervento divino. Nelle società più evolute economicamente (leggasi per esempio i paesi nordici) avanza il processo di secolarizzazione e si avverte molto meno il bisogno di un dio. La visione occidentale dall’Islam si basa su quello che dell’Islam vede e tocca con mano e di solito è una visione distorta. Faccio un solo esempio: spesso si pensa al velo (inteso come hijab, ovvero il foulard che copre i capelli) come simbolo di oppressione femminile, mentre, se portato volontariamente, va inteso come simbolo di identità culturale. Un modo di ribadire il loro essere musulmane all’interno di paesi che non lo sono.
Dalla prima metà degli anni '90 si parla di femminismo islamico: unire le istanze religiose e la parità dei diritti attraverso una rilettura dei testi sacri. Credi sia possibile?
Ho avuto spesso modo di ascoltare l’imam Yahya Pallavicini, vice presidente del Coreis, ribadire che il Corano e le sacre scritture, manifestano il massimo rispetto nei confronti delle donne e la loro eguaglianza con gli uomini agli occhi di Allah. Ecco, bisognerebbe ripartire da questo per far capire che l’Islam tiene le donne nella giusta considerazione, ma allo stesso tempo bisognerebbe capire allora da dove nascono i soprusi e perché.
Uno degli aspetti che alcune attiviste musulmane evidenziano è la differenza tra codici di legge, umani e soggetti ad errore e la sharia (trad: la strada che porta all'acqua), che è ispirata dalla volontà divina, perciò eterna e immutabile. E' una differenza che il tuo libro mette in luce?
Da sempre c’è un uso strumentale della religione attraverso la locuzione “Dio lo vuole”. E così si attribuisce alla volontà divina Dio ciò che in realtà gli uomini vogliono. Gli omicidi dei ragazze ritenute “non buone musulmane” si rifanno in realtà a un codice d’onore patriarcale violato dal comportamento delle figlie e ritenuto gravemente scorretto. E l’onta non può che essere lavata con il sangue. Ricordo che anche in Italia,fino all’agosto 1981, i delitti d’onore godevano di una legislazione favorevole, erano infatti puniti da 3 a 7 anni.
Al- Hibri, attivista di spicco per i diritti della donna musulmana, scrive: "Perché indossare un velo dovrebbe essere oppressivo e portare una minigonna liberatorio?" Femminismo islamico non vuol dire quindi emancipazione occidentale.
Mi rifaccio a quanto detto prima sul velo aggiungendo che non è diventato solo un simbolo di identità culturale, ma di rifiuto di alcuni valori occidentali. Al tempo stesso è la chiave di accesso al mondo esterno, ovvero permette alle donne di uscire di casa, cosa che potrebbe essere loro proibita se si rifiutassero di indossarlo. A proposito di minigonna, ricordo che ancora negli anni Settanta anche la sinistra italiana non vedeva di buon occhio le ragazze che la portavano. Mentre il velo, solo trent’anni fa, era quasi sparito. Gli abiti si caricano di valori che vanno molto al di là della moda, si legano alle contingenze storiche.
Hai parlato di Islam con l'occhio di un sociologo. L'attenzione alle dinamiche sociali è una tua caratteristica.  Lo scrittore di oggi è chiamato all'impegno?
La parola scrittore è ampiamente abusata e viene usata anche per persone che hanno scritto dei libri, cosa completamente diversa. In ogni caso, lo scrittore non può non essere chiamato all’impegno, anche se questo suo agire potrebbe di fatto non incidere realmente sul problema. La scrittura è un fatto politico, sociale, culturale.
Il Paolo Grugni di "Let it be", "Mondoserpente", "Aiutami" in che modo si collega a quello di "Italian sharia"?
L’impegno nei confronti della scrittura stessa e l’analisi del sociale. Io questo impegno lo chiamo “militanza linguistica”. Se non si vuole libri che infastidiscano, consiglio di stare lontano dai miei. Anche se, di solito, la gente che legge i miei romanzi trova il mio “pessimismo comico” piuttosto divertente.
Vuoi dare ai lettori di Liberi qualche informazione sul tuo nuovo lavoro, "Il chirurgo rosso"?  
E’ una storia ambientata tra dicembre 1976 e marzo 1977 e ricostruisce la storia del Movimento del ’77. Ma lo fa sotto la veste di thriller, infatti si tratta di una caccia a un terrorista nero che uccide una serie di donne per motivi che qui non posso ancora svelare. La stesura è appena finita e a breve inizierò quella di “Metastasi”, analisi di tutti i cancri che divorano la nostra società.
Ti ringrazio davvero per la disponibilità, Paolo. A presto.

Recensione di Repetita di Marilù Oliva

28 marzo 2010 by

repetita[2]Lorenzo Cerè il protagonista e voce narrante di questo singolare romanzo "Repetita" opera prima di Marilù Oliva è sicuramente un personaggio che si farà fatica a dimenticare. Ti entra nel sangue, nei tessuti, nella mente e porta sconcerto, repulsione, simpatia in un mix davvero insolito e bizzarro. Lorenzo Cerè ci parla della sua infanzia, della sua passione per la Storia, del fascino morboso che la crudeltà umana perpetuatasi nei secoli esercita su di lui e i lettori o per lo meno io ho avuto la devastante sensazione di guardare davvero dentro la mente di un serial killer. Perchè Lorenzo Cerè è un serial killer, un assassino seriale di quelli per cui uccidere è un rito catartico capace di riportare l'ordine in una vita segnata da abusi e violenze di ogni genere. Lorenzo Cerè è l'anima nera, il lato oscuro che più o meno in modo latente alberga in ognuno di noi, è colui che saremmo potuti diventare se avessimo attraversato le sue prove, i suoi deliri, le sue agghiaccianti esperienze. Ma partiamo dall'inizio, il romanzo inizia presentandoci un uomo che cerca aiuto devastato da violente emicranie e si ritrova dopo diversi tentativi andati a vuoto nello studio di una psichiatra Marcella Malaspina, giovane, bella, e anticonvenzionale che veste come una rockstar e nello stesso tempo è competente e determinata ad estirpare e sconfiggere il male che vede vivere nei suoi pazienti. Questo incontro apparentemente banale, di routine, niente altro che il rapporto tra paziente e medico, sarà invece l'inizio di una rinascita, della ricomposizione di un' identità polverizzata e negata, della ricostruzione della capacità di provare sentimenti. Perchè l'amore è più forte della violenza, del male assoluto e anche se per tutto il romanzo cercheremo invano un lieto fine, una forma di totale salvezza al di là delle leggi umane e divine, consci dell'impossibilità di trovarla, anche solo un' illusione d'amore a volte può bastare a interrompere e spezzare la catena di dolori e di soprusi. "Repetita" è un noir nel senso più profondo del termine, un viaggio nel lato oscuro della storia e dell'umanità, nel meccanismo perverso che fa si che la violenza e il male si concatenino sempre in una lunga serie di causa ed effetto e che ogni atto crudele, spietato, disumano non è mai privo di conseguenze specialmente se fatto su chi come i bambini non sa e non può ancora difendersi. Lo stile è diretto, limpido,  a tratti poetico, privo di cedimenti, e sa creare una tensione e un'aspettativa pur rivelando fin dall'inizio chi è il colpevole. Raramente ho letto un libro così ben scritto e non ostante i temi forti trattati e alcuni passaggi davvero inquietanti consiglio vivamente di leggerlo soprattutto a coloro che hanno perso la speranza nel potere salvifico della parola e dell'amore.  
Perdisa Pop Collana Walkie Talkie diretta da Luigi Bernardi Pagine 192 Prezzo 14,00 euro  

Recensione di Razz! Politici d’azzardo di Augusto Grandi.

27 marzo 2010 by

razzChi sono i grandi burattinai della politica, dell’economia, della cultura? A questa domanda Augusto Grandi giornalista, da più di vent’anni corrispondente da Torino del quotidiano “Il Sole 24 Ore” risponde con un romanzo, caustico, sulfureo, tagliente capace di toccare i nervi scoperti della nostra società con competenza non priva di divertita ironia. Grandi non si inchina al potere, anzi lo sbeffeggia, lo descrive come realmente è, una macchina guidata da uomini molto spesso mediocri, grotteschi, fondamentalmente falliti, con cultura zero e velleità carieristiche di proporzioni bibliche. Non da meno le donne che li affiancano, usate come  oggetti veri e propri strumenti di prestigio e di potere. In una Torino lontana dall’immagine solita di città industriale e laboriosa si muovono infatti personaggi dubbi in un sottobosco degradato e degradante dove chi comanda davvero non cerca un posto sul palcoscenico della politica, ma si colloca dietro le quinte, muove denaro, scambia voti per favori, manovra nell’ombra, stringe alleanze, disegna strategie, tesse tutta una tela di corruzioni più o meno eclatanti. Quello che colpisce infatti e che meschini e gretti sono anche i difetti, gli odi, le invidie, che agitano questo mondo dove l’etica, i valori, le ideologie sono concetti scomparsi e polverizzati. Non si combatte più per un ideale, un credo, un sogno, non c’è poesia, non ci sono Robin Hood che rubano ai ricchi per dare ai poveri, ma semplici ladri e malversatori, concorrenti sleali e amici solo di se stessi, burattini egoisti in un teatro decadente dove l’opportunismo è la sola legge imperante. Non a caso Grandi associa la politica al gioco d’azzardo, un gioco d’azzardo al ribasso dove chi ha meno punti vince. Anche il linguaggio si adegua alla levatura morale dei personaggi e ben lo rappresenta. I dialoghi  sono infatti crudi, volgari, fastidiosi, e ci danno uno spaccato di vita vissuta, ci gettano in un mondo che ha ben poco da insegnare e pretende di regolare la vita di tutti. Esilarante citazione di “Se uno non ha coraggio non può darselo” attribuita ad un fantomatico Sciopearauer. Non ostante quanto detto, non è un romanzo pessimista e chiuso, ma anzi c’è spazio per personaggi positivi che si ribellano a questo magma di fango e detriti e nuotando controcorrente non si arrendono, sono giovani, capaci di credere in ideali, ancora puri e non corrotti, una nuova generazione che si appresta a portare una ventata di speranza. 

“Libera la tua mente, però fallo come noi.” [Rileggendo “Flemma”, A. Paolacci], a cura di Giulia Guida

26 marzo 2010 by

flemLa prima premessa è che il disadattamento è demodè. La seconda è che hai cercato in tutti i modi di riconquistare la tua unicità in questo mondo a cubicoli con l’aria condizionata spenta e lo scarico del cesso rotto, ma non ci sei riuscito. La terza – più che è  una premessa, una drammatica evidenza – è che sei profondamente convinto di esserci riuscito. Hai elaborato strategie mirabolanti per tornare ad essere di nuovo un individuo. Per poter riprendere in mano il tuo nome, i tuoi vestiti, la tua voce e metterti al margine. Perchè di base, da quanto hai dedotto dalla tua più o meno breve esperienza di vita, l’individuo è sempre solo. Un eroico furore gli anima lo spirito, puro e incorruttibile. Appena fuori dal cerchio del tuo fuoco sacro, al mercato nero più vicino venditori di idee e compratori di opinioni ti fanno segno di avvicinarti, che potresti trovarlo lì, quello che fa al caso tuo. Roba originale assicurata, col marchio di fabbrica stampato di fresco, solo qualche piccolo difetto qua e là a rifinire il tutto di quell’aria vissuta, da appestati borderline che quella gioventù bruciata anni ’70 strafatta d’acido, urlata a vuoto in un megafono, se la sarebbe sognata. Abbiamo trucchi nuovi, noi. Siamo dei vincenti. E i vincenti non perdono mai il controllo, non sbagliano mai obiettivo, non fanno mai niente per niente. Si dichiarano figli dell’anarchia, neomissionari dediti alla cultura del libero pensiero, della libera informazione, della libertà d’espressione. Si dichiarano liberi, per farla breve. Liberi di e liberi da. Una libertà non convenzionale, certo sempre di sinistra, ma alla fine non poi così sicura su da che parte stare, disinteressata alle posizioni da prendere, ai ruoli da gestire, agli impegni da rispettare prima di superare la data di scadenza e tritare giù nel secchio pacchetti 3×2 di slogan preconfezionati. Una libertà disinformata, perchè spesso ad esser così libero di informarti, finisci per non informarti affatto e trovi che annuire a tempo con le zazzere degli altri e applaudire col suggeritore in tasca non sia poi così riprovevole. Ti fa guadagnare tempo, ti permette di correre di più. Perchè i ragazzi di nuova generazione hanno l’arma giusta, signori: la velocità. Ogni notte si divorano chilometri di superstrada in un’aritmia di luci artificiali e risate sintetiche, ingoiano spensieratezza liquida e digrignano i denti tra sorrisi smaglianti e residui di insoddisfazione riciclata dai loro genitori. Ogni giorno affollano metro ed autobus, avari della loro noia da pièce teatrale, sputano cubetti mezzi sciolti di una rabbia che sbadiglia. Correndo. Sempre correndo a perdifiato. Disperdendo nell’aria ad ogni passo un pò più  del loro niente. Un niente cattivo, svuotato, che non si può scrivere perchè non ha spina dorsale. Ma va veloce, è un meccanismo perfetto ed essenziale, basato sull’aculturazione e sull’omologazione dei connotati identitari. La velocità è una prerogativa. Fermarsi è segno di debolezza, ti rende meno competitivo, ti affossa nella morsa dei perdenti, ti fa parte del sistema, ti preclude ogni possibilità di comunicazione autentica, ti isola a te stesso, ti rende un numero di matricola, ti  sbatte faccia al muro contro un traguardo che non taglierai mai, perchè sei troppo lento, non produci abbastanza e non consumi quanto dovresti. Non vendi né compri. Sei autosufficiente, un’entità a se stante, fuori da ogni definizione di coppia, gruppo, comunità. Sei un animale rapace, un lupo selvatico, una bestia che non si fa addomesticare. Tu sì che hai l’eroico furore solitario dell’individuo al limite. Quando riscopri la flemma, inizi ad essere percepito per quello che sei. Un campo minato a distanza ravvicinata, senza più un artificiere che sappia fare il suo mestiere nei dintorni. Non sei il terrorista, la mano umana che pianifica l’esplosione. Sei l’ordigno a orologeria e il conto alla rovescia inizia quando nasci. Per anni scegli di stare in silenzio. Accetti di costringerti ad un esilio forzato, di ridere a intervalli regolari risate preregistrate, di sbronzarti pur di non ascoltare le puttanate che ti bruciano l’ossigeno intorno, di condividere i tuoi letti sfatti con chi vorresti azzannare nella barbarie di una danza primitiva. Ti fai spirito della foresta e reclami sangue per rigenerare vita da una terra in via di estinzione. Essere pulsazione dei tuoi organi vitali, sentirti respirare nei tessuti e ridisegnarti tra nuove geometrie molecolari. Tirare fuori i denti, non più  per sorridere. Questa volta, forse l’ultima, per uccidere. Per questo sei carne e artigli. Per questo e per nient’altro sei gambe in movimento, per essere predatore oppure preda. Per questo sei circuito sinaptico, per attaccare o per fuggire. Rispondi a basilari istinti naturali, curandoti con quella lentezza necessaria a risvegliare i tuoi riflessi di sopravvivenza, in coma per eccesso di velocità. Scegli l’unica forma di vita incontaminata che ti rimanga, la flemma. La scegli nel sacrificio e nel rituale. Torni uomo. Ora, arrivati a questo punto del dicorso potrei anche sbagliarmi, ma io credo che Paolacci ce l’abbia fatta. Che l’abbia scritto, questo libro tanto atteso sulla e contro la nostra generazione. E che l’abbia fatto nel modo più spietato che poteva. In un crescendo dionisiaco di rock’n’roll e di vecchi cantastorie, “Flemma” descrive gli universi paralleli di una serie di storie che si inseguono tra Bologna e il Cilento. Davide, un attore di teatro che recita monologhi di satira, una maschera d’odio a coprire ogni sbavatura d’incertezza. Clara, una fumettista innamorata della morte, senza talento per la vita o forse con un talento troppo grande per pensare anche solo di affrontarla, per decidere da dove cominciare. Macaco, un ragazzo di provincia, soffocato da vent’anni di silenzi familiari e da quegli sguardi che ti dicono, con un ghigno che si divora gli occhi, che non andrai lontano. L’agente Lenzi, vissuta da sempre nell’ombra del proprio corpo, fagotto informe, corrosa dall’invidia per una generazione di belli ritoccati, di pelle elastiche e di pance piatte. Luca, un tredicenne orfano, messo al bando dai suoi coetanei, mandato in guerra contro una cattiveria che non si può scrivere, perchè è cattiveria del niente, il niente vuoto, nero di notte e di letargo della fantasia. Se arrivate all’ultima pagina di questo gran pezzo di critica sociale e vi chiedete che cosa ci sia di noir in un romanzo del genere. Beh. Vuol dire che in quel niente ci siete dentro fino al collo. Perchè nera è questa generazione d’automi e automatismi, nera è questa libertà fatta d’abitudine. E non ve ne tirerete fuori tanto facilmente.

Antonio Paolacci è nato nel 1974. Ha vissuto a Torre Orsaia (SA) fino alla fine del liceo, poi si è trasferito a Bologna, dove vive tutt’ora. Si è laureato in Discipline dello Spettacolo. Ha tenuto lezioni all’università e scritto articoli sul cinema. È stato lettore in casa editrice e ha collaborato con alcune agenzie letterarie. Dal 2008 coordina le giurie del premio “Lama e trama” e ha avviato un proprio studio editoriale. Un suo racconto è apparso nell’antologia Amore e altre passioni (Zona, 2005). Flemma è il suo primo romanzo.  Qui il suo blog.