:: Intervista a Giancarlo Oliani

25 marzo 2010 by

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Ciao Giancarlo, grazie di aver accettato questa intervista. Parliamo un po’  di te. Giornalista e scrittore. Ti ricordi il momento esatto in cui la scrittura ha iniziato a far  parte della tua vita?
No, non lo ricordo. Forse perché non esiste. Ma l’emozione sì. Quella è rimasta la stessa della prima volta, sia come giornalista che come scrittore. Ho una visione  “romantica” dello scrivere ma è con quella che faccio i conti ogni giorno. Amo raccontare le storie e condividerle. Certo, narrare fatti di cronaca è diverso che lavorare ad un romanzo, ma il mestiere di giornalista è un’ottima palestra per scaldare i muscoli della mente. Per cercare di esprimersi in modo diretto, semplice ed efficace.
Autore di romanzi noir ambientati nel passato. Perché  questa scelta? Il presente non ti attira come scenario delle tue trame?
Perché  il passato? Perché non voglio perderlo. E poi, in fondo, cos’è cambiato per le passioni umane? Ma al di là di questo trovo che il periodo tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, sia uno dei più fecondi della nostra storia sotto moltissimi punti di vista. Inoltre mi ha permesso di ridisegnare quadri di vita vissuta con paesaggi, colori e odori diversi; con personaggi miseri e miserabili, le loro paure, i loro sogni. Il presente lo vivo ogni giorno con il mio mestiere.
Il giallo, il thriller, il noir per molto tempo è stato considerato un po’  un genere minore, non vera e propria letteratura impegnata, non pensi che al contrario questo genere si presti grandemente ad un’analisi anche sociologica e profonda dell’animo umano e dei mali che affliggono la società?
Credo che il giallo sia diventato la corsia d’emergenza per comprendere la realtà sulle trafficate autostrade del conformismo e dell’informazione di parte, delle comunicazioni sciatte e scontate. Il giallo approfondisce, suggestiona,  non  descrive soltanto e  spesso lo fa molto meglio di un’inchiesta giornalistica.
Pensi che ci siano delle regole da rispettare per scrivere  un buon giallo?
Certo. Serve credibilità, varietà di situazioni, indagine psicologica, ironia e rispetto per il lettore.
Ti piacciono i fumetti, leggi Dylan Dog, Diabolik?
Adoro i fumetti. In particolare Diabolik. Non a caso le copertine dei miei libri sono state create proprio da Giorgio Montorio, disegnatore storico del fumetto dal tempo delle sorelle Giussani.
Quali consigli daresti ai giovani scrittori in cerca di editore? Uno scrittore americano a cui ho fatto la stessa domanda mi ha detto che era posta in modo sbagliato affermando che se tu scrivi un buon libro è l’editore che cerca te. Pensi che anche in Italia sia così?
Ai giovani consiglio di lavorare sodo, di essere onnivori nella lettura, di osservare la realtà sforzandosi di vedere oltre, di non aver paura di mettersi in gioco. Se questo non accade, meglio lasciar perdere. L’editore? L’editore in Italia non ti viene a cercare. Sei tu a doverlo fare.
Pensi che in Italia manchino dei corsi di scrittura creativa anche universitari come invece avviene nei paesi anglosassoni o pensi che siano superflui?
Scrivere è comunque faticoso e la scrittura deve essere curata, orientata, organizzata. Ben vengano dunque i corsi. Quelli seri, proposti da persone in grado di preparare e valutare. 
Tu sei a tutti gli effetti un professionista della scrittura. Pensi che ci sia molta trascuratezza e improvvisazione anche nel mondo del giornalismo? Ci sono qualità proprie che dovrebbe avere un buon giornalista?
Il rischio più grosso che corre un giornalista è scivolare nella sciatteria che alla fine significa mancanza di rispetto per il lettore. Un buon giornalista deve sforzarsi di scrivere innanzitutto in italiano, in modo comprensibile e semplice non semplicistico. Scavare nella notizia ed essere consapevole delle conseguenze derivabili da ciò che pubblica. 
Quale libro consiglieresti ai nostri lettori?
Domanda difficilissima, ma credo che i Promessi Sposi sia uno dei libri più ricchi dal punto di vista della forma e del contenuto che abbia mai letto. Per nulla scontato, nemmeno nel finale. 
Alla base dei tuoi libri c’è un difficile lavoro di ricerca. Ti sei divertito a consultare archivi magari polverosi in cerca di qualche argomento smarrito o introvabile?
Divertito? Da pazzi. Non immagini l’emozione. Sotto i miei occhi ho visto scorrere tantissime volte “l’isola che non c’è”, vite dimenticate, scenari consunti, colori sbiaditi. Li ho riverniciati. Sono andato anche per cimiteri e i cimiteri parlano. Ricordo ancora la ricerca per la mia tesi di laurea: un raro manoscritto del Cinquecento che affrontava l’argomento delle maschere, del mascherarsi e della pratica teatrale. L’ho trovato al British Museum di Londra, copie in Italia non ce n’erano. Sono riuscito ad avere il microfilm e così ho potuto lavorare sul testo originale che mi ha aperto un mondo sconosciuto: una delle tante isole perdute nel magma della letteratura.
Ti piace leggere in pubblico i tuoi brani?
Sì, ma dipende dal contesto in cui mi trovo.  In genere alle presentazioni preferisco parlare di argomenti che non riguardano strettamente il libro per riuscire a coinvolgere il pubblico. E funziona.
Utilizzeresti il linguaggio  dialettale tipico di autori come Camilleri?
Camilleri mi piace molto. La sua idea è stata geniale. Il dialetto? Certo che si può usare. E’ una lingua, l’ho già fatto, però con parsimonia e quando serve.
Qual è il tuo metodo di scrittura prima di arrivare alla stesura finale? Hai dei riti scaramantici prima di iniziare a scrivere?
Le prime venti righe sono fondamentali. L’attacco è fondamentale. Poi la storia viene avanti da sé. Mi faccio un abstract e poi comincio a pensare ai miei personaggi. Tutti pretendono grande attenzione ed io non posso deluderli. Non c’è un gesto scaramantico, ma per sapere se funzionerà, ho bisogno di provare un’emozione. Quella particolare emozione che finora non mi ha mai tradito.
Ti abbiamo conosciuto grazie a Marco Piva, alias il killer mantovano, cosa pensi di blog come Corpi freddi?
Marco è  preparatissimo, come pochi. Il suo blog è formidabile per i contributi e gli spunti che offre. E credimi è tutt’altro che facile. Anche in questo settore c’è molta improvvisazione.
Hai un agente letterario? Qual è il metodo migliore di trovarsene uno?
Si ce l’ho. Come trovarne uno? Farselo consigliare da qualcuno di cui ti puoi fidare.
Pensi che la gente legga ancora? Cosa si può  fare per invogliarla a leggere un libro?
La gente legge ma spesso lo fa per essere à la page e non per vera necessità, per non essere esclusa da un gruppo o
da una cerchia ristretta di individui che si riconoscono anche per il tipo di letture. Occorre promuovere gli incontri con gli autori nelle scuole, nei teatri, nei caffè. Insomma far entrare i libri negli ambienti più diversi. Cosa che in parte si sta già facendo. Trovo ad esempio importante l’utilizzo dei book trailers.
Leggi le recensioni dei tuoi libri?
Si le leggo. Come farne a meno? Beh, finora di negative non ne ho avute. Spero non succeda proprio con il prossimo libro!

:: Intervista a Luca Conti a cura di Giulietta Iannone

22 marzo 2010 by

luca-contiBenvenuto Luca su Liberidiscrivere, per me è un vero piacere averti con noi ed aiutare i nostri lettori a conoscerti meglio. La prima domanda è da sempre legata alle presentazioni. Descriviti dunque come se fossi un personaggio di James Crumley.

In questo caso preferisco il modo in cui Elmore Leonard descrive i suoi personaggi: dopo duecento pagine vieni a sapere, del tutto casualmente, che il protagonista del libro ha gli occhi azzurri e, dopo altre cento, che ha i capelli castani… Questo per dire che sono una persona come tante, che ha però la fortuna di fare il lavoro dei suoi sogni.

Giornalista e traduttore; come concili queste due professioni così  impegnative?

Le ho conciliate, a fatica, per qualche anno. Adesso faccio il traduttore a tempo pieno e il giornalista quando posso.

Sei specializzato in narrativa nordamericana e prevalentemente noir, faccio dei nomi Chester Himes, Charles Willeford, Elmore Leonard, Don Winslow, praticamente i più  grandi che molta gente non leggerà  mai in versione originale ma conoscerà essenzialmente tramite le tue traduzioni. Come vivi questa responsabilità?

La vivo bene, anzi benissimo. Soprattutto perché tradurre i romanzi di autori che stimo mi ha impedito di diventare scrittore in proprio, cosa di cui il mondo non sentiva certo la necessità. Ho quindi risparmiato ai lettori il tormento di leggere i miei eventuali romanzi, e cerco di ricambiare offrendo loro buone traduzioni. Non sarei mai stato all’altezza, che so, di Willeford o Crumley, e tradurre i loro libri è per me la cosa più vicina allo scrivere come loro. Un mio romanzo – che non è mai esistito e non esisterà mai – non mi darebbe la stessa soddisfazione. Credo di essere uno dei pochi cittadini italiani a non avere un romanzo nel cassetto. Anzi, non ho neanche il cassetto.

Quali sono i tuoi maestri letterari quelli che sono per te una continua fonte di ispirazione?

Non scrivendo narrativa non ho maestri letterari veri e propri. Quando scrivo articoli, recensioni o saggi cerco di avere ben presente lo stile di certi famosi giornalisti americani di qualche decennio fa, come il grande Mike Royko, o di un narratore contemporaneo come Carl Hiaasen, che ha sempre vissuto una carriera parallela nel campo della carta stampata. Chiarezza, semplicità e, se ci riesco, leggerezza di tocco. Pedanteria, mai.

Ho avuto modo di intervistare James Sallis e gli ho chiesto di dirmi qualcosa divertente sul tuo conto, il buon James ha eluso la mia domanda e mi ha detto che non poteva perché  sei una persona serissima e un grande professionista. Che effetto ti fa essere così stimato, oltre dai lettori, anche dagli autori che traduci?

Un effetto molto gratificante, ovvio. Soprattutto quando alcuni di questi autori chiedono espressamente di essere tradotti da me.

Il mestiere del traduttore, oltre ad essere un lavoro difficilissimo, è anche poco visibile, e spesso misconosciuto quando invece molte volte fa la differenza. Come affronti questo lato oscuro della tua professione?

Direi che il traduttore fa sempre la differenza, nel bene e nel male, e credo che negli ultimi anni se ne siano resi conto anche i lettori. Adesso capita sempre più spesso, prima di acquistare un libro, di andare a vedere chi l’ha tradotto, e non solo nella narrativa mainstream ma anche in quella cosiddetta di genere.

Quali sono le tue letture preferite quando non lavori, i libri che ami leggere nel tempo libero?

Leggo molta saggistica angloamericana, soprattutto a carattere musicale e di critica letteraria, mentre per quanto riguarda la narrativa col passare degli anni tendo sempre più a rileggere certi libri che conosco praticamente a memoria: che so, I tre moschettieri o Il buon soldato Sc’vejk.

Come hai fatto ad imparare così bene l’inglese? Pensi sia un dono naturale o ci sono dei segreti legati al metodo e alla tecnica oltre ad una buona memoria?

Quella per l’inglese è  una passione che mi porto dietro fin da piccolissimo. Già a quattro, cinque anni avevo la mania di tradurre dall’inglese e di riscrivere a mio modo i libri degli altri. I miei genitori non conoscevano le lingue, quindi devo per forza pensare che per quanto mi riguarda sia un dono di natura. Poi, è chiaro, ho studiato inglese dapprima a scuola e poi all’università, ma come traduttore sono completamente e testardamente autodidatta.

Chandler o Hammett?

Vado a periodi. Adesso Chandler.

Ti piacciono i film noir americani degli anni 50’? Quanto incide sul tuo stile la cinematografia di quel periodo?

Mi piacciono moltissimo. E per autori come Elmore Leonard o James Sallis sono una parte rilevante del loro immaginario. Quindi averne una buona conoscenza mi torna assai comodo.

Domanda tecnica, parliamo del tuo metodo di tradurre. Come ti prepari per un nuovo lavoro, quante stesure fai, come scegli i termini da utilizzare e come risolvi il problema spinoso dello slang americano?

Non mi preparo: attacco da pagina uno senza leggere prima il romanzo (a meno che non lo conosca già, ovvio) e cerco di arrivare in fondo il prima possibile, nel migliore dei modi. Faccio una stesura sola e correggo pochissimo. Ho scoperto col tempo che le intuizioni iniziali, per quanto riguarda la costruzione delle frasi e, soprattutto, il tono, sono quasi sempre le migliori. Questo vale per me, ovvio; ogni collega ha il proprio metodo. E’ un approccio molto jazzistico, per così dire; sono un buon improvvisatore e credo molto nelle reazioni immediate che mi suscita il testo. Muovermi all’interno dello slang mi è sempre riuscito facile, quindi è una cosa che non mi dà pensiero.

Preferisci tradurre dall’inglese o dal francese?

Dall’inglese.

Che libro stai leggendo attualmente?

La biografia di Franz Liszt scritta da Alan Walker e quella, appena uscita, di Thelonious Monk scritta da Robin D.G. Kelley.

Per Fanucci editore hai tradotto di Lansdale “Altamente esplosivo” dieci racconti scelti dall’autore per il pubblico italiano. Cosa noti nel suo stile, si è raddolcito dagli esordi?

No, in sostanza Lansdale è  sempre lo stesso. Ha uno stile molto riconoscibile e, per me, ormai familiare: quello dello storyteller nato che ti racconta le cose più incredibili, magari dopo cena e davanti a una bottiglia.

Per quanto ci si sforzi una parte di sé emergerà  sempre nel lavoro di traduzione. Come fai a rispettare lo stile e lo spirito di un libro?

E’ un lavoro mimetico, come hanno già fatto notare molti altri prima di me. Per quanto mi riguarda, come ho già detto, credo mi sia di grande aiuto non avere velleità di autore in proprio. Per il resto, possedere un buon orecchio serve moltissimo.

Hai curato assieme a Giovanni Zucca l’edizione italiana del Dictionnaire des littératures policières di Claude Mesplède che esperienza è stata?

Molto divertente e istruttiva. Peccato che il libro non sia mai uscito…

Ci sono autori con cui hai lavorato che sono diventati tuoi amici anche nella vita privata e dimmi chi è il più simpatico?

Tra quelli che ho conosciuto, Lansdale è una forza della natura, mentre Sallis è ormai per me come un fratello. Ma ho sempre trovato persone molto aperte e disponibili, professionisti nel senso migliore del termine.

Ci sono errori che hai commesso nella tua carriera che adesso grazie all’esperienza non rifaresti più?

La valanga di note a piè  di pagina di cui avevo infarcito la mia prima traduzione di narrativa. Ma ho imparato subito, e adesso le metto solo quando non è possibile farne a meno.

James Lee Burke è stato uno dei primi scrittori che ho intervistato pressappoco quando è successo l’allagamento di New Orleans e lui è stato un po’ a descrivermi come si era messo alla testa dei soccorsi, quando mi è arrivata la sua mail che accettava l’intervista quasi caracollavo dalla sedia, tu che ricordo hai di Burke?

Una persona magnifica, un vero gentiluomo del Sud. Una persona di un’umiltà quasi imbarazzante.

Sembra davvero che tu ami le sfide impossibili. Victor Gischler è un altro dallo stile mica facile, forse uno di quelli che ho penato di più a tradurre e io mi sono limitata a tradurre un’ intervista. Anche già dal titolo “Anche i poeti uccidono” hai voluto rendere la sua forte ironia che usa spesso e che caratterizza tutta la sua opera, parlami del suo stile e delle difficoltà che hai incontrato a tradurlo.

Il titolo italiano del romanzo di Gischler non è mio, si deve a Marco Vicentini di Meridiano Zero. Ma lo trovo riuscito. Per il resto, il buon Victor – altra persona umanamente debordante – non mi è rimasto particolarmente difficile. Spero che ai lettori piaccia, perché a tradurlo mi sono divertito moltissimo.

C’è qualcuno che ti ha particolarmente aiutato anche solo con incoraggiamenti o consigli che vorresti ringraziare?

Debbo moltissimo, se non tutto, a Luigi Bernardi che mi ha fatto entrare nel mondo della traduzione letteraria dalla porta principale malgrado io non avessi la benché  minima esperienza nel settore. Evidentemente aveva visto lontano, di sicuro più di me. Dieci anni dopo, credo di aver ripagato la sua ben nota abilità di talent scout.

Giorni fa Luigi Bernardi ti ha chiesto di scrivere una monografia su James Crumley. Vi siete messi d’accordo, la scriverai sul serio?

Sì, sostanzialmente sì.

Hai mai pensato di scrivere un libro, magari un noir ambientato a Firenze?

Non ho mai scritto una sola riga di narrativa e non lo farò mai, non penso di esserne in grado. Mi piace molto di più riscrivere i libri altrui.

Ci sono in Italia buone scuole per traduttori? Ad un giovane che volesse intraprendere la tua professione che consigli daresti?

Ci sono, ci sono. Quando me lo chiedono porto volentieri la mia esperienza, anche se non insegno regolarmente. Se avessi tempo lo farei volentieri. Ritengo comunque che questo sia un mestiere che ci si costruisce in gran parte da soli, con la tenacia e l’applicazione. E l’unico consiglio che posso dare è quello di leggere, leggere di tutto e senza sosta.

A che traduzioni stai lavorando in questo momento? Ci puoi anticipare qualcosa?

Ho in ponte un paio di Elmore Leonard, la ritraduzione di un vecchio Lansdale, un romanzo di Andrew Vachss e, appena lo avrà terminato, il secondo libro di Josh Bazell.

Patrizia Angelozzi intervista Italo Gilles Lasalle

21 marzo 2010 by

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Italo Gilles Lasalle, è lo pseudonimo di Roberto Centazzo.  
Autore prolifico Lasalle pubblica il romanzo “Per terra ho annusato la vita”, vincitore del concorso letterario Il libro parlante 2007 (edito da il Ponte Vecchio – Cesena – 2008), “L’elenco Universale delle cose tristi” (Cicorivolta Edizioni – 2008), Taccuino d’appunti sulla teoria delle Ombre (finalista del Premio letterario Città di Castello e secondo classificato al premio Città di Bobbio ma ancora inedito), Ritratto di donna distratta (in uscita nel 2010, sempre per i tipi di Cicorivolta, fino all’ultimo romanzo Giudice Toccalossi: indagine all’ombra della Torretta, in uscita in tutta Italia il 15 aprile per Fratelli Frilli editore, stavolta senza pseudonimo. – Come uno che è riuscito a pubblicare quando ormai non gliene importava nulla e ha deciso di continuare su quella unica strada: scrivere cose che interessino a me e basta, senza pormi problemi di logiche di mercato, di linee editoriali e così via. Forse per questo sono riuscito in soli due anni e mezzo a scrivere sei romanzi di cui due già pubblicati e due che usciranno entro l’anno: ritratto di donna distratta, per i tipi di Cicorivolta e un giallo, Giudice Toccalossi: Indagine all’ombra della Torretta per i tipi di Frilli. Sono assolutamente convinto che esista una proporzionalità inversa tra qualità e consenso: minore è la qualità, maggiore è il consenso. Per cui sono orgoglioso che il mio sesto romanzo, appena terminato, Prezioso più dell’amor ti sia il ricordo, non abbia trovato il consenso di nessun editore e sia ancora inedito. Come diceva Sanguineti si scrive ciò che si vorrebbe leggere. Mi sto orientando, più vado in là con gli anni, a costo di apparire presuntuoso, a scrivere un capolavoro, il romanzo della vita, quello che leggerò solo io raggiungendo così il mio scopo di essere l’autore del libro che a me piacerebbe leggere. – Italo Gilles Lasalle, in crescita verso livelli creativi che la raccontano e la definiscono inedito nella nuova scrittura…, Lei come si racconterebbe oggi?
L’elenco Universale delle cose tristi è il suo secondo romanzo.
Fermenti rivoluzionari, una locanda, ed una narrazione…che riesce a fare il giro del mondo
insieme all’idea di fare un elenco universale delle cose tristi:
“il ricordo distrutto, la noia della domenica, l’appagamento e il dolore, la macchina per scrivere,
la Borsa, Settembre perché qualcosa sta per finire, il suono dell’accordeon, la macchina fotografica, il seltz, la bambola di stracci….”
Vicende, eventi, conversazioni filosofiche, si intrecciano…in un sottile gioco delle parti, attraverso la conquista di un nobile animo femminile, Nadine.
Un elenco tutt’altro che triste, si concretizza…prende forma attraverso una letteratura dove la magia, impercettibile ed impalpabile fa da filo conduttore, alle ipotesi, alle vicende, all’insieme in una narrazione da leggere quasi restando in apnea.
Un quadro storico, con l’intensità del cambiamento come chiave di lettura, ambientato in Europa, intriso del fascino dell’intreccio di vite annusate, percepite e raccontate in una luce approfondita, mentre fermenti rivoluzionari raccontano il cambiamento.
Un romanzo da vivere in prima persona, toccando con gli elementi emotivi propri ogni singolo avvenimento, ogni lieve e percettibile sensazione.
L’elenco Universale delle cose tristi”, viene definito dai critici un autentico capolavoro. 

DOMANDE: 

– Dopo “Per terra ho annusato la vita”, ”, vincitore del concorso letterario Il libro parlante 2007 (edito da il Ponte Vecchio – Cesena – 2008), L'elenco universale delle cose tristi, come nasce l’idea per questo titolo? 
– Nasce da una considerazione che poi non è confluita nel romanzo: il limone di plastica con dentro il succo di limone. Da lì è partito tutto. Ho pensato che è veramente triste non possedere nemmeno più il tempo di spremere un limone per ottenerne il succo e allora mi sono domandato quand’è che è cominciata questa deriva senza fine. E mi sono dato una risposta: nel periodo della rivoluzione industriale quando il cambiamento è diventato palpabile. Si passava dalla penna alla macchina da scrivere, dai ricordi immagazzinati nella mente, alla fotografia capace sì di cristallizzarli ma anche, ahimé, di camuffarli, di rendere credibili avvenimenti mai verificatisi grazie al fotomontaggio o a finti scenari sullo sfondo. Si passava dalla vita nelle campagne al brevetto del dado. E il bello è che tutti gli avvenimenti raccontati in un romanzo di pura fantasia, sono veri. È lì, in quel periodo, che è avvenuto il cambiamento…Alla fine il romanzo si è trasformato in una grossa metafora del presente… 
– La narrazione, intensa, attraversa periodi, avvenimenti storici, prende forma nel vissuto delle emozioni, nei trasporti. Come ha vissuto Lei, come autore, questo percorso? 
– Malissimo. Ero indeciso se andare dallo psichiatra o mettermi a scrivere. Avevo bisogno di chiarire me stesso a me stesso. Questo è l’unico motivo per cui il libro risulta ai lettori così intenso. L’ho scritto con la sola idea di fare una cosa che piacesse a me, che servisse a me, rivolta solo a me. E incredibilmente è piaciuta a tanti. 
In una metafora, sembra quasi che questo “Elenco” sia custodito in un grande armadio, che Lei ha scelto di aprire, dove nasce la spinta emotiva e la possibilità di comunicarla al pubblico? 
– L’ho già detto prima. Ho scelto di “vuotare il sacco”, di liberarmi da certe ossessioni, scrivendo due romanzi contemporaneamente. Sembrerà difficile crederlo ma non ho mai pensato che avrei finito giorno per pubblicare ciò che la mia anima stava letteralmente vomitando. Scrivevo per liberarmi, per svuotare la mia testa… 
– La sua vita, descritta nella sua biografia, è certamente particolare, quanto è stato importante tenere vivo il bambino che è in Lei? E quanto di quel bambino comunica attraverso le Sue narrazioni? 
– Io sono un bambino di 48 anni. Amo giocare. Vedo la vita come un grande difficilissimo gioco che ogni giorno ti mette di fronte a prove di coraggio, a fatiche estenuanti. Un grande videogame dove il livello successivo è il giorno che verrà domani, se verrà. La biografia riportata nel libro è una conferma di questa mia voglia di giocare, soprattutto con me stesso. È totalmente inventata, non c’è una sola cosa vera in quella biografia. L’ho detto, volevo sparire, ma grazie al libro, anziché sprofondare ho cominciato, con grande sorpresa a volare. La biografia non è altro che il riassunto del primo romanzo Per terra ho annusato la vita, in cui racconto un periodo abusato in letteratura, q
uello degli anni successivi al sessantotto: ma anziché cadere nella facile ideologia o nel trito e ritrito delle cose già dette, mentre l’uomo riesce ad atterrare sulla luna e tutto il mondo sta cambiando, io racconto quel periodo a modo mio, narrando in modo autobiografico le vicende di un bambino che ha otto anni, ascolta Lisa dagli occhi blu di Mario Tessuto e si innamora dell’ombelico della Carrà.
– Italo Gilles Lasalle, in crescita verso livelli creativi che la raccontano e la definiscono inedito nella nuova scrittura…, Lei come si racconterebbe oggi? 
– Come uno che è riuscito a pubblicare quando ormai non gliene importava nulla e ha deciso di continuare su quella unica strada: scrivere cose che interessino a me e basta, senza pormi problemi di logiche di mercato, di linee editoriali e così via. Forse per questo sono riuscito in soli due anni e mezzo a scrivere sei romanzi di cui due già pubblicati e due che usciranno entro l’anno: ritratto di donna distratta, per i tipi di Cicorivolta e un giallo, Giudice Toccalossi: Indagine all’ombra della Torretta per i tipi di Frilli. Sono assolutamente convinto che esista una proporzionalità inversa tra qualità e consenso: minore è la qualità, maggiore è il consenso. Per cui sono orgoglioso che il mio sesto romanzo, appena terminato, Prezioso più dell’amor ti sia il ricordo, non abbia trovato il consenso di nessun editore e sia ancora inedito. Come diceva Sanguineti si scrive ciò che si vorrebbe leggere. Mi sto orientando, più vado in là con gli anni, a costo di apparire presuntuoso, a scrivere un capolavoro, il romanzo della vita, quello che leggerò solo io raggiungendo così il mio scopo di essere l’autore del libro che a me piacerebbe leggere.

Patrizia Angelozzi intervista Emanuele Pettener

19 marzo 2010 by

COP_PETTENER_SabatoEmanuele Pettener insegna lingua e letteratura italiana alla Florida Atlantic University, a Boca Raton, negli Stati Uniti. Ha pubblicato diversi racconti e saggi, fra cui John Fante e gli altri: lo strano destino degli scrittori italoamericani (In Quei bravi ragazzi, a cura di Giuliana Muscio e Giovanni Spagnoletti, Marsilio, 2007) e curato il cinquantesimo numero della rivista Nuova Prosa, Essere o non essere italoamericani (Greco&Greco, 2009); è autore del volume Nel nome del Padre, del Figlio, e dell’ Umorismo: i romanzi di John Fante (Franco Cesati Editore, 2010) e del romanzo È sabato mi hai lasciato e sono bellissimo, inserito nella collana “L’Isola Bianca”, diretta da Roberto Pazzi per Corbo Editore (2009).
“È sabato, mi hai lasciato e sono bellissimo”, un romanzo che nel corso della narrazione induce il lettore a lasciarsi condurre negli stati d’animo più sentiti.
Giocoso, ironico, preciso nei dettagli, tanto da far ‘vivere’ come in una ‘ripresa diretta’ situazioni, emozioni, riflessioni.
Ripercorrere il senso, attraversare, metafore di vita dove seguire il racconto diventa un tutt’uno con la storia, con gli eventi che si susseguono.
La sensazione palpabile di essere su una spiaggia, di ‘toccare’ ed esplorare, di ‘consumare’ la vita e gli eventi, con entusiasmo e fibrillazione.
Leggere “È sabato, mi hai lasciato e sono bellissimo”, costringe il lettore ad accelerare il battito della scoperta, del ricordo, dentro le consapevolezze proposte, alzando il livello di attenzione, una respirazione accelerata…nel vivere la lettura.

L’autore, che al momento sta lavorando ad un nuovo progetto editoriale su John Fante, accetta l’incontro, con la sua solare disponibilità per rispondere a qualche domanda.
 
DOMANDE:

– “È sabato, mi hai lasciato e sono bellissimo”…un titolo che induce a pensare ad un abbandono ed una sensazione liberatoria…una strana contemporaneità, un modo per vivere due polarità?

Nel sottofondo di ogni sconfitta si avverte, nascosta eppure viva, una certa, inspiegabile, dolcezza. Il sollievo delle lacrime, l’ottimismo che luccica nei momenti più neri, i primi bagliori del sogno di tornare vincitori. Sì, la gioiosa, pomposa, smagliante dichiarazione “sono bellissimo” (una frase di levità rossiniana) è congiunta all’addio – che nella mia storia è un addio alla giovinezza, al primo amore, all’amicizia, a tutto ciò che a 20 anni sembra assoluto e incorruttibile.  
 
– La sua passione per la scrittura, è insita in lei e viene raccontata nelle sue interviste come un esperienza che la accompagna nel corso della vita. Terapeutica e liberatoria?
 
Mi ricordo alle scuole elementari, l’ebbrezza del giovedì mattina, il giorno del tema in classe. Un piacere già corrotto dalla vanità, in quanto scrivevo per un pubblico – la mia maestra – un’aristocratica vecchina, gobba per una caduta da cavallo in gioventù: la temevo, l’ adoravo, e agognavo al suo applauso.  
Ricordo anche la mia prima volta, avevo 19-20 anni, nel soggiorno di casa: io e la mia biro blu, furiosamente avvinghiati a un quadernetto a quadretti, a riesumare un antico episodio sentimentale. Il piacere mi prese così forte che mi dimenticai d’avere un appuntamento con mia madre, che s’inferocì. Ma non importa, avevo scoperto la più squisita delle voluttà – e da allora scrivo solo per ritrovarla, come un esploratore alla ricerca del Sacro Graal.  
È rarissima, una specie di ipnosi, di rapimento mistico e sensuale: la vita ha senso in quel momento, Dio, l’Anima, il Bene e il Male, l’Universo – tutto è così ovvio! Tutto è così normale!  
In realtà si sa, la ricerca in sé è importante più del Sacro Graal.
 
– In che senso è più importante?
 
Inseguiamo tutti qualcosa che dia sostanza alla nostra vita: collezioniamo figurine, compriamo roba, ambiamo a una promozione, c’innamoriamo, facciamo un corso di degustazione vini o un figlio, fondiamo associazioni filantropiche. E tutti scriviamo: perché, oltre che sostanza, la scrittura dà forma alla nostra vita. La trattiene, la certifica, le dà contorni e magari una spiegazione. E, ancora, appaga il primo dei bisogni – la vanità.
 
Non le chiederò quanto di autobiografico racconta partecipando, in questo romanzo, vorrei chiederle, cosa le ha lasciato scriverlo…
 
La memoria di un divertimento vorticoso, l’affetto di diversi nuovi e vecchi amici ritrovati.
 
– La sua modalità descrittiva, induce il lettore a farsi portare attraverso la narrazione, un viaggio dentro le sensazioni adolescenziali e non, un sentire, un quasi ‘toccare’ le situazioni. Epidermicamente coinvolgente, Leggere e partecipare, era questa la sua aspirazione mentre scriveva questo racconto?

 
Detto per inciso, quel che dice mi lusinga e la ringrazio. Perché scrivere, e leggere, è un modo per catturare e riprodurre madeleins – mi rendo conto di non essere il primo a dirlo. Ah, quegli attimi! Come farfalle da mondi misteriosi, attraversano improvvisamente la nostra giornata: l’oggetto più comune, l’immaginetta bucolica riprodotta su un pacchetto di caffé, un copertone consumato dal sole in riva a un fosso, il sapore del biscottino intinto nella tisana – e fulmineamente, il pulviscolo dorato di un’emozione antichissima riverbera di gioia, sgomento, incomprensibile nostalgia. Una voce roca alla radio che si mescola all’odore dell’aglio fresco che abbiamo appena tritato sulla tavoletta di legno della nostra cucina – e d’incanto ci troviamo in una limpida mattina di luglio affacciati a una finestrella rossa di una casetta bianca di fronte al mar Greco, che non abbiamo mai visto. Un guazzabuglio il cuore umano, davvero…
 
Tra i suoi autori preferiti, Wilde, Schnitzler, Kundera, Proust , Tomasi di Lampedusa, Svevo, e Sciascia; tra i recenti Julian Fellowes, Stephen Fry, Richard Russo, Vladimir Nabokov. Con John Fante, lei realizza un sogno partecipato. Ci vuole anticipare qualcosa del suo prossimo progetto editoriale?
 
Sono grato a chi mi ha invitato e m’inviterà a parlare del “Sabato”, questa estate: l’editore intende puntare ancora sul mio piccolo romanzo. Nel frattempo, l’ho presentato in un liceo vicino a Boston e ad aprile avrò l’onore di introdurlo a Miami, in un incontro organizzato dal Consolato italiano. E più in là, credo che farò qualcosa a New York. Poi c’è il mio volume su Fante, da promuovere anche lui, spero d’averne opportunità, specie in Abruzzo, terra d’origine di Fante. Per il resto, mi piacerebbe scriv
ere qualcosa che mi appassioni allegramente e che non contenga una sola parola seria.

Recensione di Giovanni Valenti: L’arte di correre di Haruki Murakami

17 marzo 2010 by

l_arte_di_correreQuando leggo un libro, do per scontata una cosa che nella vita normale scontata non è: l’onestà di chi mi sta davanti, in questo caso di chi scrive. E’ un patto tra me e lui: io gli metto a disposizione il mio tempo liberato più bello, più intimo, a volte anche più  onirico, e lui si mette a nudo attraverso i suoi personaggi o addirittura sé stesso. A volte ho preso anche io le mie fregature, ma ho sempre trovato più onestà nei libri che nella vita. Dico questo perché ho apprezzato l’onestà di un grande e conosciutissimo scrittore, Murakami Haruki, nello scrivere qualcosa di sé.
“L’arte di correre” , di Murakami Haruki, Einaudi, trad. di Antonietta Pastore, 157 pg, non è un romanzo, ma un piccolo spaccato della vita dello scrittore. Sono appunti che Murakami ha sistemato per circa tre anni, dal 2005 al 2007 e che infine ha fatto pubblicare.
Non si pensi che l’autore di “Kafka sulla spiaggia” e di tanti altri splendidi romanzi, abbia intenzione di convincerci a correre, né tantomeno di insegnarci a fare un atto apparentemente semplice. Ma il dubbio verrebbe certamente meno se la traduzione del titolo, parafrasi di una bellissima raccolta di racconti di Carver (per il quale Murakami stesso ha chiesto il permesso alla vedova di R. Carver), fosse stata più fedele all’originale, avrebbe suonato più o meno così: “Quando parlo della corsa parlo di me”.
Infatti è questo lo spirito del libro, che non perde nulla della prosa asciutta e essenziale dello scrittore giapponese. Si tratta infatti di un percorso morale e spirituale nella parte più intima dello scrittore.
Se all’inizio del libro cerca di dare una risposta al motivo che lo spinge a correre almeno un’ora al giorno, dopo poche pagine Murakami si accorge che durante quell’ora non pensa a qualcosa di particolare, anzi non pensa del tutto. E’ sé stesso, nudo di fronte al lettore.
Sente il ritmo del passo, la fatica, la lotta contro il suo fisico e spesso le intemperie. Fa qualcosa senza motivo, per disciplina, per metodo, ma senza un fine particolare.
Murakami spiega, e qui si riconosce una pennellata di limpida autobiografia, che l’attività  di scrittore è supportata solo in poca parte dal talento. Il talento stesso va allenato, accudito. Molta dell’attività dello scrittore si basa sul metodo, sulla capacità di scrivere tutti i giorni. La corsa, mossa da motivazioni simili a quelle della scrittura consente al nostro romanziere di espellere tutte le tossine, emotive e non, che “L’arte dello scrivere” impone. Scrivere è un’attività  che richiede molte energie, soprattutto se nella tua vita vuoi scrivere tutti i giorni.
Quando corri tutti i giorni, non c’è sempre sole e la primavera non sempre ti bacia. Il primo folle tentativo di compiere la canonica distanza della maratona, 42 km e spicci, Murakami la fa da solo da Atene a Maratona, compiendo al contrario la prima mitica maratona della storia.
Ha nessuno sfugge cosa possa significare partire d’estate, luglio mi pare, da Atene, per arrivare, attraverso una strada statale, fino a Maratona e per di più  da soli. Bene, questa è la disciplina, in parte un po’  folle, che muove la famosa “ora di Murakami”.
Certamente la lettura del libro è piacevole, anche se all’inizio si ha paura di lasciare, per chi ha già avuto la fortuna di leggere i suoi romanzi, lo splendido territorio onirico della prosa di Murakami. Ma si viene accompagnati in un percorso autobiografico molto piacevole.
Murakami non cerca di dare spiegazioni che nemmeno lui riesce a trovare. Si descrive mentre compie un atto che è di piacere e sofferenza al tempo stesso. Ci consente cioè di entrare, accompagnati da un particolare Virgilio, nell’intimità e nell’oscurità del pensiero dello scrittore giapponese, che quindi compie con noi un doppio percorso: nella giornata dello scrittore, nell’intima ora in cui si dedica religiosamente alla corsa.
Murakami svela la sua intimità , ma sempre in punta di piedi, non aggressivamemente, davvero alla giapponese nella discrezione, nella pacatezza dei toni, direi quasi nella sua pudicizia. Il libro, attraverso una narrazione non priva di ritmo, anche se spesso volutamente ripetitiva, narra come Murakami abbia deciso di diventare scrittore (si, è vero, c’è un momento in cui si “decide”), di comprare una penna per scrivere, chiudendo il “Peter Cat”, un jazz bar che aveva gestito per sette anni, di come abbia smesso di fumare. Del suo annuale appuntamento con la maratona di New York.
Murakami non rinuncia però ad uno dei motivi per cui è più amato: lo splendido uso della metafora. Se non siamo in quel limbo che sta tra sogno e realtà  onirica, ma siamo nella vita di un normale scribacchino, l’uso della metafora ci apre sempre mondi e visioni nuove.
E una volta ancora ci si rende conto che Murakami è uno di quelli scrittori in grado di scorgere, nel mare delle vicissitudini che ci circondano, quelle che noi gente comune consideriamo il rumore di sottofondo, le trame infinite di storie, sogni, viaggi che si dipanano senza sosta. Mentre noi non le degnamo di uno sguardo, perché viviamo ad una velocità  troppo sostenuta, Murakami, scrutando l’affollato orizzonte delle banalità, individua trame, protagonisti e ce li racconta, svelandoci un universo di storie che vive e pulsa proprio accanto a noi. Nella fattispecie di questo libro “L’arte di correre”, lo fa con una pennellata autobiografica di rara efficacia e in una maniera molto preziosa, esattamente come nei sui romanzi.
L’edizione è  inoltre arricchita da alcune foto che ritraggono Murakami impegnato nella varie attività sportive.
Insomma, che sia il primo approccio alla lettura del romanziere giapponese, o vi siate finora nutriti dei suoi romanzi più belli, questo è un sincero invito alla lettura.
NB Siano clementi i maratoneti veri, quelli per cui finire una maratona in tre ore è  un traguardo quasi mortificante. La corsa è solo una metafora e la metodologia di allenamento di Murakami è piena dei più  marchiani errori. Ma le sensazioni più belle le ha sapute sicuramente raccontare.

:: Intervista con Alessio Iarrera

16 marzo 2010 by

alessioBenvenuto Alessio su Liberidiscrivere. Presentati ai nostri lettori come se fossi un personaggio di Stephen King.
Ciao mi chiamo Al, mio fratello Linoge ha un bastone con l’impugnatura d’argento a testa di lupo e un po’ di tempo fa ha messo in crisi le coscienze collettive di un paesino costiero con la sua tempesta del secolo, io invece, che son più vecchio di qualche migliaio di anni, ho un bastone nero con l’impugnatura d’argento a testa di drago. Quel furbacchione di mio fratello ha messo in giro la voce che sono più cattivo di lui e le profezie del 2012 dicono che si sta avvicinando una catastrofe di proporzioni bibliche. Io sono qui, sorrido e aspetto. E voi sapete che cosa voglio.
Dunque scrittore, critico cinematografico e sceneggiatore, spazi in vari campi tutti impegnativi. In quale ruolo ti senti più a tuo agio?
Sceneggiatore.
La scrittura per molti è una vocazione, per altri una maledizione per te cos’è?
Una maledizione altrimenti non sarei uno scrittore horror.
Hai dei maestri letterari, degli scrittori che ti sono stati preziosi nei tuoi anni di formazione?
Tantissimi, i primi che mi vengono in mente sono stati Giulio Verne, Emilio Salgari, Mark Twain, Jack London e Robert Louis Stevenson. Ho cominciato a scrivere giovanissimo ricopiando di mio pugno quasi tutti i loro romanzi a partire da Ventimila leghe sotto i mari e Il richiamo della foresta. Avevo dieci anni e volevo disperatamente diventare uno scrittore come loro.
Raccontami un aneddoto divertente, inquietante, bizzarro che ti ha visto come protagonista durante qualche rassegna cinematografica molto seriosa.
Una volta a Roma mi trovai a una conferenza in cui c’era il grande regista Luigi Comencini. Era lì per presentare un film della figlia maggiore, Cristina, di cui però non ricordo il titolo. Io ero in prima fila come critico del cinema d’Essai ma non avevo avuto modo di parlare con lui sebbene più di una volta Ugo Pirro avesse insistito per farmelo conoscere. La conferenza fu piuttosto breve e Luigi, abbastanza provato, s’alzò dalla sedia insieme a Cristina per andarsene alla chetichella dopo quella presentazione. Io gli ero vicinissimo e gli gridai: “Sei grande come Alberto Sordi!” al ché il regista si voltò e mi disse: “Grazie figliolo, spero di rivederti presto”. Purtroppo morì qualche mese dopo.
Te l’avranno chiesto in tanti: come è lo stato del cinema italiano? C’è qualcosa che vorresti che fosse detto?
Il cinema italiano sta languendo. A parte qualche buon film che conferma l’eccezione alla regola come ad esempio Vincere di Marco Bellocchio, Il Divo di Paolo Sorrentino, Gomorra di Matteo Garrone e l’ultimo film di Diritti siamo purtroppo fermamente ancorati al melodramma e al cinema neorealista che tanta soddisfazione ci ha dato negli Anni Quaranta e Cinquanta. L’Italia non ha ancora sviluppato una forte industria del cinema come invece avviene in Europa e in America ma soprattutto non ha ancora una logica della distribuzione e del mercato del cortometraggio che è un valido trampolino di lancio di molti registi non solo del cinema d’Essai e indipendente. Vorrei tanto che si superasse l’errore quanto mai pericoloso qui in Italia di considerare i film di genere come l’horror, il noir, il thriller e la fantascienza, film di serie b perché non sono affatto film di serie b ma una fiorente industria del cinema qui da noi caparbiamente sottovalutata.
Da critico che rapporto c’è tra cinema e letteratura? Ti è mai capitato di vedere un film migliore del libro da cui è stato tratto?
A mio avviso il cinema deve sempre superare la letteratura. Il libro deve diventare il supporto visivo di qualcosa che va oltre la pagina scritta. Il cinema ha infatti il pregio di avere quella marcia in più che è tutta concentrata nel movimento. Un romanzo s’immagina, il film invece si deve vedere. Valga come esempio l’eccellente lavoro visivo fatto da un regista come Frank Darabont con un altrettanto eccellente romanzo come Il miglio verde di Stephen King.
Che tipo di lettore sei, elitario, compulsivo, onnivoro?
Sono un lettore onnivoro e doppio. Leggo sempre due volte i libri e per questo motivo ci metto più tempo. Questo modo di leggere però mi permette d’imparare tante cose. La prima lettura è sempre un’emozione ma la seconda è più fredda, più tecnica e mi serve a scoprire come l’autore è riuscito a ottenere quell’effetto emotivo su di me.
Ti piacciono le gangster story anni 50’ americane. Se si quale preferisci?
Moltissimo. Parlando di cinema, che è l’argomento che mi riguarda da vicino, il più bel film che abbia mai visto è White Heat di Raoul Walsh e lo preferisco perché non solo è un film brillante ma contiene alcuni elementi che saranno poi ripresi nel cinema noir americano degli Anni Cinquanta. Adoro anche il “polar francese” che ha ispirato molti miei racconti di genere noir e thriller.
Ad un giovane che volesse diventare critico cinematografico che consigli daresti?
Dovrebbe fare un passo indietro come spettatore, avere tanta passione e tanta umiltà. Fare il critico cinematografico è un po’ come fare il suggeritore al buio. Il mio unico consiglio per un critico esordiente è quello di mettersi nei panni dello spettatore ma non dare mai nulla, o quasi, per scontato. La recensione non si scrive infatti per se stessi o per i propri amici ma per un signor Lettore (e Spettatore) che non conosciamo e che non sempre condivide quello che scriviamo. Questo è il rischio del mestiere e bisogna accettarlo.
Ci sono errori che hai commesso durante la tua carriera che con l’esperienza non rifaresti più?
Sì, è  inevitabile che ci siano. Uno in particolare è stato quello di non aver preso un master in cinematografia quando avevo modo e possibilità di farlo. Ho però fatto un corso on-line della Scuola Holden che mi ha permesso di raggiungere una preparazione e una capacità analitica che non avevo.
Parlami del tuo lavoro di scrittore, descrivimi una tua giornata tipo dedicata alla scrittura.
Scrivo quasi sempre di notte e questo significa che dormo molto poco andando a letto alle due o alle tre di mattina. Tutto poi dipende dalla storia che sto scrivendo. Se è interessante e riesce a mantenermi sveglio scrivo volentieri anche trenta o quaranta pagine di sceneggiatura. In caso contrario lascio perdere e decido di tornarci a lavorare la notte dopo oppure di buttare tutto nel cestino se vedo che la storia non funziona proprio. Mentirei se non ti dicessi che ho passato molte notti insonni senza scrivere niente. Sono un maniaco della revisione e il mio numero fortunato è di dieci stesure e svariate versioni prima di ottenere qualcosa di decente. Mi piacerebbe provare a scrivere nella vasca da bagno come faceva Dalton Trumbo ma credo che stare dentro alla vasca con un pc portatile sia un po’ scomodo.
Definiscimi la parola “libertà”. Ti senti una persona libera?
La libertà è una fantasia culturale, politica e sociologica che tutti vorrebbero avere anche a costo della vita. Se l
e persone fossero veramente libere rischierebbero di non capirsi più. Per questo l’uomo ha inventato le leggi e lo Stato. Anche queste però sono cose da uomini, con tutti gli inevitabili errori che ne derivano. Devo dire che anch’io faccio parte del contratto sociale voluto da quel volpone di Jean Jacques Rousseau e quindi non sono libero, come del resto non lo sono tutti i contraenti che hanno firmato il patto per lo Stato sociale, e che al giorno d’oggi sono parecchi.
Ci sono difetti che immancabilmente non sopporti e che ti fanno arrabbiare?
Non mi piacciono le persone che dicono di saper fare cose che non sanno fare. Ci sono molti scrittori che dicono di saper scrivere ma poi non mi fanno leggere quello che scrivono e questo mi fa imbestialire parecchio perché non sono oneste con se stessi. Nessun scrittore è nato tale e tutti sono andati a scuola o a bottega da qualcuno per imparare il mestiere, non vedo che male ci sia a dire la verità. Anche molti miei amici scrittori già affermati si fanno aiutare quando ne hanno bisogno. In fondo è la cosa migliore, a chiedere consigli non è mai morto nessuno.
Fingi di essere un critico polemico e stroncami un ipotetico drammone giovanilistico. Che parole useresti?
Questo film è  così drammatico e avvincente che il pubblico s’è portato da casa le cipolle già tagliate per farsi venire subito le lacrime agli occhi.
Molti ti temono, mentre io so che sei una persona gentile e spiritosa. Da cosa pensi derivi questa fama così bizzarra?
Come dice il mio amico critico cinematografico Andrea Bruni, ho sempre una strana doppia personalità alla Nando Cicero, e per questo solo fatto a volte sono capace di farmi paura da solo.
Secondo te si può  vivere facendo i critici letterari o cinematografici in Italia?
Purtroppo no. Per farlo bisogna essere davvero bravi e spiritosi come il grande Bruno Fornara o arguti e attenti come Carlo Bordoni. Ma del resto, nemmeno fare gli scrittori consente di vivere nel nostro Paese. Umberto Eco ad esempio fa il professore. Uno solo c’è riuscito ed è il grandissimo e bravissimo Stefano Di Marino con le sue eccellenti spy story.
Hai un sogno nel cassetto, un progetto a cui tieni molto e vorresti vedere realizzato?
Spero di vedere un film che sia veramente di genere in Italia. Se poi l’ho scritto io o qualcun altro non importa, a me interessa solo che il cinema thriller, horror e noir diventi veramente importante e sia preso nella giusta considerazione anche nel nostro strano Paese.

Recensione di Nicola Fabio Vitale: Il Suggeritore di Donato Carrisi

14 marzo 2010 by

carrisi_20il20suggeritore-thumbUna domanda molto semplice, quando si verifica un episodio negativo, un avvenimento di cronaca vi ricordate il nome delle vittime o dei carnefici? Provate a rispondere. Molto probabilmente, proprio in questo stesso istante, vi siete resi conto che ricordate con più facilità il nome di chi ha compiuto il delitto, mentre, al tempo stesso, avete delle difficoltà nel ricordare il nome delle vittime. Il male affascina ed è, al tempo stesso, stupefacente. Quando si compie va ogni oltre nostra immaginazione.  Per dirla con le parole dell’autore: “Credere che questo libro sia ispirato a casi reali è difficile. Accettarlo è impossibile. Ma è la pura verità.” Le pagine de “Il suggeritore” sono figlie di un lungo studio, compiuto su fatti realmente accaduti, e cercano di descrivere uno dei molteplici aspetti che può assumere il male, uno dei più subdoli. Il male che sa come sedurre e, come un abile illusionista, riesce a riprodursi nelle gesta di chi è affascinato da questa oscura forma di potere. Il male, molto spesso, si manifesta attraverso la morte, si fondono così due degli elementi che attirano maggiormente la nostra curiosità. Nei motori di ricerca le parole più cercate sono: 1) Sesso 2) Dio 3) Britney Spears a pari merito con la parola Morte. La morte e il male sembrano celebrare la loro perfezione in un macabro girotondo. Le mani di sei ragazzine formano un cerchio perfetto e, al tempo stesso, feroce accompagnata da una misteriosa e drammatica melodia. Una tetra filastrocca che da il via al bel thriller di Donato Carrisi. Un libro che racconta in maniera dettagliata il male che si compie senza poter essere accusato di ciò che succede, che riesce a realizzare i suoi disegni scaricando la responsabilità sulla debolezza di chi osserva impotente e complice al tempo stesso. Di chi, suo malgrado, osserva il suo lato oscuro che prende il sopravvento, che lo trasforma in un mostro ed è impossibilitato a reagire. Un libro ben scritto, che appassiona e scorre in maniera agile nonostante sia ricco di particolari che descrivono molto bene scene e sensazioni e, al contrario di quanto si potrebbe immaginare, non appesantiscono la lettura ma, al contrario, ne arricchiscono le pagine. Un racconto nel quale sono descritte scene crude, che raccontano crimini efferati senza cadere nell’eccesso e nel cattivo gusto. “Il suggeritore”, l’esordio italiano più venduto del 2009 è un bel libro che lascia intuire il lavoro che c’è dietro il boom editoriale di un esordiente e in che modo può fare la differenza rispetto a tutto quello che, spesso, resta nell’anonimato. Un libro consigliato per gli amanti del thriller e per molti aspiranti scrittori.

Titolo: "Il suggeritore"

Autore: D. Carrisi

Editore: Longanesi

Anno: 2009

Prezzo: € 18,60

Pagine: 468

Nicola Fabio Vitale intervista Shanmei

10 marzo 2010 by

Cara Giulia, ti rendi conto della responsabilità che ti sei presa? Sai che, essendo un tipo fantasioso e giocherellone, ti potrei chiedere di tutto, anche le cose più scabrose. Anzi, a dirti il vero, la tentazione di chiederti di tutto di più è fortissima, quindi… perché hai scelto di affidare a me l'onore della tua prima intervista?

Innanzitutto grazie a te e devo dirti che passare anche dalla parte dell’intervistato non è esattamente come me l’ero immaginato. Qua si aspetta che sia simpatica e dica cose intelligenti e non so se sarò all’altezza ma insomma spara.

Ho l'impressione che tu sia una persona di poche parole, prometti di smentirmi?

Effettivamente i lunghi discorsi lasciano il tempo che trovano preferisco i fatti, il duro lavoro, mi impegno parecchio e spero che tutto ciò dia nel tempo buoni frutti.

La tua impressione sul mondo dei blog dedicati alla scrittura in generale, poesia, racconti. Come ti sembra la qualità media?

C’è molta vitalità ed entusiasmo sia da parte dei professionisti che da parte dei cosidetti dilettanti anzi spesso il confine è molto labile. Avere un blog per uno scrittore o per chi più in genere si occupa di libri è un ottimo punto di partenza, si possono fare cose interessanti, conoscere gente, diffondere cultura. Trovo molto bello il fenomeno dei blog letterari e grazie a questo mio impegno per esempio sono stata invitata a presentare alcuni scrittori ad un festival letterario che si terrà a giugno a Sarzana. Quindi i blog portano bene.

Ti sei mai imbattuta in qualche blog e, a prescindere dal numero delle visite e dei commenti, hai pensato, questo autore, escluso il sottoscritto ovviamente  , ha delle qualità molto superiori alla media? In caso affermativo di chi si tratta?

Molto spesso e farei torto a qualcuno citando solo alcuni e non altri per cui preferisco non fare nomi ma posso dire che le caratteristiche che più attirano il mio sguardo sono la sincerità e la spontaneità, i blog troppo costruiti mi annoiano subito.

Credi che un blog dedicato alla scrittura per un aspirante scrittore sia una vera palestra o, più semplicemente, un piacevole passatempo?

Tenere un blog con contenuti originali e sempre rinnovati non è uno scherzo ,parlo per esperienza, ti coinvolge e ti spinge al confronto, a vedere cosa capita in giro, a cercare di capire i meccanismi che regolano la rete e questo sicuramente è anche d’aiuto specie per un aspirante scrittore che vuole farsi conoscere.

Hai conosciuto aspiranti scrittori che grazie ai loro blog hanno intrapreso tale professione? Se si, chi sono?

Ti dico il primo nome che mi viene in mente: Pulsatilla.

Nel blog liberidiscrivere ospiti scrittori affermati e aspiranti scrittori completamente sconosciuti. Parlami delle differenze che ti vengono subito in mente. Eventuali pregi o difetti o, se preferisci, punti di forza e punti deboli.

Allora innanzitutto devo dire che la professionalità fa la differenza. Gli scrittori affermati non sono alla prima intervista per cui è inevitabile che si trovino spesso a rispondere alle stesse domande cosa che non succede con gli esordienti che quindi sono più entusiasti e quasi si chiedono perché questa intervista proprio me. Quando abbiamo intervistato Camilleri per esempio, devo ammettere che non è stato facile. Ho dovuto penare parecchio, poi non sempre le interviste vanno a buon fine. Molte per esempio si perdono nell’etere come quella fatta all’editore Marco Vicentini o a Jo Nesbo o a Jeffery Deaver, ma io non mi arrendo  e ogni giorno spero di trovare le loro risposte. Per quanto riguarda i punti di forza o i punti deboli posso parlare solo per me stessa e invocare l’attenuante dell’inesperienza.

Parlami dell'intervista pubblicata nel tuo blog che ti ha dato più soddisfazione e/o che ti è rimasta nel cuore, indicando, possibilmente, i motivi.

Ne ho fatte tante e sicuramnete nel mio cuore c’è posto per ognuna di esse ma ti posso dire che l’intervista a James Lee Burke è tra tutte quella che mi ha sconvolto di più. Praticamente è stata la prima o seconda che ho fatto in assoluto, ad uno scrittore come Burke per me un mito assoluto. Quando mi ha rispsoto che acconsentiva, con un’ umiltà davvero straordinaria, credo di aver fatto un salto sulla sedia letteralmente.

Quella che ti ha deluso di più?

Deluso non mi sembra sicuramente la parola adatta, diciamo sconcertato. Si una c’è stata ma dato che non ho soldi sufficienti per pagarmi un eventuale avvocato per difendermi in tribunale preferisco tenermelo per me.

Molti bloggher, la grande maggioranza di quelli che ho incontrato, scelgono l'anonimato perché, a loro dire, riescono ad essere più veri. A questo punto, partendo dal presupposto che rispetto questo tipo di scelta, emerge una mia curiosità personale forse perché ne ho fatta una opposta, ritieni questa interpretazione verosimile? Vale a dire, è possibile, attraverso la scelta di restare anonimi, fare emergere quello che si considera il lato più vero del proprio carattere a prescindere da tutto il resto che rimane avvolto nel mistero?

Sono scelte personali, io non ho molto il culto della personalità poi interpreto più il mio lavoro come servizio comunque non ho alcun problema a firmare le mie recensioni e  le mie interviste con il mio nome su diversi siti letterari. Ho iniziato comunque  con uno pseudonimo Shanmei con cui firmo ancora i miei racconti.

Parliamo ora del tuo lato forse meno conosciuto, la tua passione per la scrittura. Quando hai iniziato a scrivere?

Da molto ma ho iniziato a conservare cosa scrivevo solo da alcuni anni e potete trovarne un esempio sul mio blog personale http://shanmei.splinder.com.

Per te cosa significa scrivere?

Non sono una scrittrice vera e propria, di quelle che hanno il fuoco dell’ispirazione dentro, molti miei  racconti sono per esempio il frutto di esercizi di stile come quando mi ero messa in testa di imitare lo stile di Raymond Chandler e mi ero messa a rivaleggiare con il compianto Robert B. Parker che sicuramente fece un lavoro molto migliore del mio.

A quale racconto sei più affezionata e perché?

A Jake, l’etate non è una stagione felice, che più di un racconto è un vero e proprio romanzo di più di 80 capitoli un omaggio al noir americano degli anni 50 e a al Grande Gatsby di Fitsgerald.

Parlami di quello che credi rappresenti al meglio la tua personalità o la parte di te che preferisci?

A dire il vero non mi amo molto, vedo in me più difetti che pregi, ma essenzialmente sono sincera cosa che mi ha creato non pochi problemi.

Cosa ti ispira maggiormente e quando preferisci scrivere?

A dire il vero non so prendo una penna e scrivo le storie nascono da sé.

Hai mai pubblicato un libro? Se si quale? Hai un romanzo nel cassetto?

Confesso di averlo fatto. Era un libro di poesie e me ne pento, innanzitutto perché era un editore a pagamento, errore che non rifarei più. Poi ho pubblicato qualche racconto e un saggio storico con una casa e
ditrice di Hong Kong. Ci hanno recensito su Panorama qualche tempo fa. Comunque sì mi piacerebbe trovare un editore che avesse voglia di credere in me e di pubblicare i miei racconti ma sono troppo prigra per essere io a cercare lui.

Un libro che ti piacerebbe scrivere?

Un libro a quattro mani con James Ellroy.

Quali libri ti piace leggere? Parlami di un libro e di un blog che ti è rimasto nel cuore.

Il paradiso per me è una stanza piena di libri. Già da bambina per farmi stare buona bastava darmi un libro da leggere. Leggo di tutto ma i mei autori preferiti sono Flannery O’Connor, Graham Green, James Joyce, Dereck Raymond, Leo Malet, James Ellroy, Carlo Lucarelli, Raymond Chandler, Francis Scott Fitgerald, James Lee Burke, Henning Mankell, Georges Simenon, e amo la poesia  Paul Valery su tutti.

Dalla lettura di alcuni tuoi brani e dal nick che hai scelto per il blog nel quale li pubblichi, Shanmei, sembra emergere la tua passione per l'oriente. Cosa significa Shanmei e raccontami un po' la tua passione per il mondo orientale.

Shanmei è una parola cinese che significa “lampone” mi piace il suono e il significato. Si amo molto l’Oriente e specialmente la Cina argomento che ha occupato la mia tesi di laurea e molti saggi che ho scritto. Avrei fatto la storica in un'altra vita, forse.

I tuoi progetti i futuri e, se possibile, il tuo sogno nel cassetto.

Continuare a occuparmi di libri e farne una professione.

Descrivi un lato della tua personalità di cui ti piacerebbe parlare ai tuoi lettori.

Sono molto spiritosa ma ho un senso dell’umorismo molto acido che tendo a contenere. Mi ha fatto perdere non pochi amici.

Hai mai scritto qualcosa o vorresti scrivere qualcosa che, per pudore, non hai mai pubblicato o non pubblicheresti mai? In caso affermativo, anche restando sul vago, genere e motivi. Ti prego…

Il mio diario. Oltre a non ritenere che interessi a nessuno non lo pubblicherei mai e poi mai.

Sei soddisfatta della tua esperienza fatta fino a questo punto nel mondo dei blog? Cosa ti è piaciuto di più e in cosa la vorresti migliorare?

Vorrei diventare una brava intervistatrice ma i miei maestri sono ancora anni luce da me.

È la mia prima intervista e, molto probabilmente, l'ultima. Ti saresti immaginata altre domande? Allora, a questo punto, un classico del tuo blog, copio il mio amico virtuale Michele Ciardelli e ti dico fatti una domanda e datti una risposta.

Ti senti in debito con un certo Nicola Fabio Vitale? Risposta. Sì, enormemente.

Ti ringrazio per la tua disponibilità e per aver soddisfatto tutte o quasi le mie curiosità, un abbraccio.

Ricambio l’abbraccio e chiedo umilmente perdono ai lettori di Liberidiscrivere per aver implorato Nicola di intervistarmi e aver ceduto alla mia vanità. Prometto che da domani torneranno le interviste che tutti voi conoscete.

:: Intervista a Maurizio De Angelis

9 marzo 2010 by

achei-il-prezzo--giustoBenvenuto Maurizio su Liberidiscrivere. Iniziamo con le presentazioni. Descriviti ai nostri lettori. Chi sei, dove sei nato , che studi hai fatto, pregi e difetti.

Ho avuto i natali a Napoli, ma molti li ho passati a Roccaraso, sulla neve. Al liceo, ho frequentato prima il Tito Lucrezio Caro, poi il Tito Lucrezio Low Cost. Dopo, ho fatto più economia di studi che studi di economia. Sono entrato nell’azienda di famiglia, e mi sono avvicinato alla scrittura solo quattro anni fa. Ancora adesso, quando mi guardo indietro, parcheggio meglio.

Convincimi in due righe che hai un forte senso dell'umorismo.

“Jack cercò di infilare la 44 Magnum nel cruscotto, ma il cassettino era troppo piccolo. Era un cassettino inutile. Era un vano portaoggetti.”.

Parlami dei tuoi esordi. Hai fatto fatica a trovare un editore? Raccontami come è andata.

Ho frequentato il Laboratorio Campanile, diretto da Pino Imperatore ed Edgardo Bellini, prima scuola italiana di scrittura comica. Ho cominciato quindi a conoscere gli scritti dei grandi umoristi del novecento, in primis proprio Campanile. Prima di allora, le mie uniche letture erano state quelle del gas: numeri secchi e precisi. Ho partecipato quindi nel 2006 al Premio Massimo Troisi, vincendolo. È poi successo che ho vinto lo stesso Premio Troisi anche nel 2008. In verità pensavo di essere arrivato sesto, perché ero dietro le quinte. La casa editrice Cento Autori ha scommesso su di me ed ha pubblicato, nel 2009, “Il Padrino parte prima così non trova traffico”. E dopo qualche mese la Boopen, direttore artistico Aldo Putignano, mi ha pubblicato “Achei, il prezzo è giusto!”. Ho scritto pure per cabaret, e per radio e tv locali.

Quali sono i tuoi scrittori preferiti e quelli da cui hai imparato di più.

Non riesco a leggere molto. Mi piace come scrive Maurizio de Giovanni. Riguardo gli umoristi, amo Jerome, Marx, Campanile, Marchesi. E seguo con passione Woody Allen sin dagli esordi. Tra i contemporanei nostrani, preferisco Luttazzi e Vergassola, principi della frecciata improvvisa, fulminea. E poi De Crescenzo e l’immenso Paolo Villaggio: credo che il successo strabiliante dei suoi film ne abbia come oscurato il valore letterario, che ritengo assolutamente altissimo. Naturalmente, leggendo “Fantozzi”, si perde la risata per il tuffo sul tetto dell’autobus o nella piscina vuota, ma si gustano più a fondo le sfumature satiriche.

Descrivimi una tua giornata tipo dedicata alla scrittura.

Riesco a scrivere solo a mente completamente sgombra. Dunque, nelle mattine di sabato e di domenica. In un piccolo studio adiacente al mio appartamento, senza telefono. Le ore del pomeriggio-sera le utilizzo solo per limare e correggere quanto scritto, non sono dedicate alla creatività. Mia moglie, finora, asseconda. Si dice che dietro un grande uomo ci sia una grande donna; io penso che dietro un grande uomo ci sia uno che non vede niente.

Se il grande Troisi fosse ancora fra noi dimmi le parole che useresti per convincerelo a scrivergli le battute per un siparietto comico.

Magari Troisi fosse ancora tra noi! Sarebbe anche uno dei pochi a poter far satira senza essere accusato di faziosità. Chissà: gli suggerirei forse qualche gioco di parole, che lui non adoperava in quanto non ne aveva bisogno.

Parlami della tua Napoli. Cosa ami e cosa odi della tua città.

Odio il modo di rappresentarci e di proporci in sede nazionale. Odio quei napoletani che, per esempio, vanno in tv a far la parte dei simpatici buffoni. O quelli che, sempre in tv, dicono che ad inizio carriera erano dei morti di fame. Anche quelli di altre regioni, prima di sfondare, magari hanno avuto problemi economici, ma non lo vanno certo a sbandierare ai quattro venti. Amo scoprire tanti scorci passeggiando per Napoli, capitale per sette secoli, che fino agli avvenimenti del 1860 è stata la terza città d’Europa. Scandaloso che abbia meno della metà dei visitatori di Bologna, ma questo è colpa nostra. Amo l’energia dei giovani, ed i fermenti in tutti i campi artistici e culturali, di cui la città è ricchissima.

Raccontami l'episodio più imbarazzante che ti è successo durante la presentazione dei tuoi libri.

Alla prima presentazione de “Il Padrino parte prima così non trova traffico”, avvicinai il microfono alla bocca e dissi “Sa… Sa… Sa di plastica”. Non rise nessuno: volevo scomparire dal pianeta.

Definiscimi cos'è per te la libertà.

Libertà, per me, è soprattutto libertà di esprimersi. Ricordo quando proprio Troisi rifiutò di andare ospite a Sanremo perché gli avevano imposto una serie di paletti e divieti: niente politica, chiesa, terremoto. “A questo punto –commentò- posso recitare solo una poesia di Giacomo Leopardi. Che ci vado a fare?”.

Da tifoso del Napoli dimmi che striscione divertente scriveresti per far coraggio alla tua squadra.

Per incoraggiamento: “Quasi quasi mi faccio una Champion…”. Oppure: “De Laurentiis, dacci un regista!”.

Che libro stai leggendo attualmente?

“Donna Cunce’ e la sua corte”, di Giuseppe Della Monica. Mi hanno invitato a recensirlo e presentarlo, dunque… Ma è una lettura molto piacevole. E poi, la formula racconti la trovo molto congeniale al mio essere lettore, cioè totalmente disordinato.

126L4La letteratura umoristica è una miniera di trovate e di perle. Dimmene una.

“Groucho, c’è l’uomo della spazzatura!” “Digli che non ne vogliamo!”. Mica devo spiegarti di chi è? Ti dico solo che un giorno egli disse che era la sua battuta preferita.

E' vero che i comici nella vita sono persone serissime e anche un po' tristi?

Ricordo un’intervista tv con la figlia di Totò, che raccontava di incontri tristissimi, in casa, tra Totò e Peppino. Ed anche nel programma “Milano-Roma”, viaggio in auto casello-casello, osservai che alcuni comici non sono né allegri, né simpatici. I cabarettisti che ho conosciuto di persona, invece, sono tutti molto simpatici: partendo proprio da Gaetano De Martino, per cui scrivo, che è una persona solare e sempre pronta allo scherzo.

Hai amici scrittori? Vi incontrate spesso per uscite goliardiche o per discutere di calcio?

Con gli amici scrittori, di calcio si discute su Facebook: Maurizio de Giovanni e Gianni Puca, per esempio, scrivono sui giornali gustosi commenti alle partite, e ce ne rendono edotti sul social network. Per il resto, presentazioni in librerie o in simpatici localini sono l’occasione di riunioni sempre goliardiche e divertenti: quasi sempre l’argomento è comico! E poi ci sono le antologie comiche a cui partecipiamo, come il simpati
co “L’Enciclopedia degli scrittori inesistenti” (Boopen) o l’irresistibile “Aggiungi un porco a favola” (Cento Autori), le cui presentazioni sono dei veri e propri show. Bisognerebbe far pagare il biglietto!

C'è qualcuno che vorresti ringraziare, che ti ha particolarmente aiutato agli inizi della tua carriera?

In primis Pino Imperatore, mio pigmalione (pigmalione non è un pullover per maiali), creatore del Laboratorio Campanile e direttore del settore humour della “Cento Autori”, scrittore umorista a sua volta, che ha scommesso su di me. E poi Gaetano De Martino, che mi ha introdotto nel mondo del cabaret. Anche da lui ho imparato molto: per esempio, che per passare dal testo “da far leggere” al testo “da far ascoltare”, c’è quasi da fare una vera e propria trasposizione, quasi una traduzione.

Ti piacciono le commedie di De Filippo?

Sì, molto. L’ho visto spesso in teatro, da piccolo. Divertente e commovente allo stesso tempo. E poi è sempre attuale. I drammi familiari ed i problemi economici, purtroppo, resteranno attuali per un bel po’. Eduardo metteva sempre al centro di tutto la famiglia, e questo mi piace molto. Pensa che, ancora oggi, noi parliamo usando detti e motti delle sue commedie. Frasi come “Adda passa’ a nuttata” o “Ti piace ‘o presepe?”, per esempio…

Quale è il libro che hai scritto che ti ha divertito di più?

“Il Padrino parte prima così non trova traffico”, un comic-thriller irresistibile che mi diverte ogni volta che lo rileggo. Quattro battute a pagina, per 150 pagine, fa 600 battute. Oltre ad una satira pungente su Obama, (che chiama Clinton al governo “perché il Paese è in ginocchio”), sui film americani, sul Bel Paese, e naturalmente Napoli. Lui è un supereroe U.s.a. e lei una napoletana fatalista: quando lui avverte “Nemico a ore dodici!”, lei dice “Ah, allora abbiamo tempo…”. Ma anche “Achei, il prezzo è giusto!” ha dei pezzi molto esilaranti. Prende in giro gli Dèi dell’Olimpo (Zeus che li riunisce per fare il Family-Dèi) e gli eroi come Ulisse (che incontra il mostro con tre gambe, Polifemore, e si affida al dio delle previsioni del tempo, Prometeo).

Inventami un breve scambio di battute tra te e Tina Pica

“Quel libertino di tuo padre, il Toro di Sorrento!”.

“Certo! Ha fatto pure il film!”

“Che film?”

“Porno a Surriento”.

Il grande Antonio De Curtis scrisse una poesia intitolata la livella. Condividi lo spirito con cui la scrisse?

Grande poesia. Lo sanno in pochi, ma Totò ha scritto delle poesie grandissime, la maggior parte di sapore amaro. “Quando si muore si è tutti uguali”, questo è il messaggio. Ed acquista ancor più valore detto proprio da lui, mito del cinema, idolo del pubblico, ed egli stesso addirittura principe.

E' vero che i napoletani sono più spiritosi dei lombardi o è un preconcetto?

Non so se siano più spiritosi, ma mediamente i Napoletani fanno quasi tutti i simpatici. E le disgrazie su cui fare ironia sono anche molte. Di quali disgrazie può ridere un Milanese, dello smog? Quello, adesso, ce l’abbiamo pure noi: modestamente, non ci facciamo mancare niente. Ma la nostra città non gode di buona stampa: nessuno sa che, nei giorni dell’emergenza, nelle zone turistiche non c’era nemmeno un sacchetto. Come nessuno immagina che, per numero di reati, Napoli è solo la terza città in Italia, preceduta da Milano e Roma.

Maurizio e la critica. Dimmi la recensione che ti ha fatto più piacere leggere?

Tutte le recensioni mi fanno piacere! Il solo fatto che qualcuno si interessi a me, mi riempie di gioia. Con i libri umoristici, poi, non si sbaglia: o fanno ridere o no. E diciamo che quasi sempre chi ha letto i miei ha passato un bel po’ di tempo in allegria. Se poi fa ridere già il titolo, o la dedica (“Alla mia Musa, che ha fatto pochi chilometri”), siamo già a buon punto! Vuoi la quarta di copertina? “Essere acuti. Nello scrutare, nello scrivere, e Nello Esposito, che è un amico mio”.

Scriveresti mai per il teatro?

I miei due libri, come pure i due racconti coi quali ho vinto i Premi Troisi, son tutti dialoghi, quindi già in forma quasi teatrale. Ho scritto anche due commedie per il teatro, ma finora non son riuscito a rappresentarle. Con l’attore e regista Maurizio Merolla ci stiamo lavorando. Però vorrei sfondare nel cinema, per svaligiare la buvette.

Attualmente stai scrivendo un nuovo libro? Puoi anticiparmi qualcosa?

Anticiparti qualcosa? Perché, quanto prendi?

:: Intervista a Simonetta “Simonoir” Santamaria

5 marzo 2010 by

vampirisantamariaBenvenuta su Liberidiscrivere. Iniziamo con le presentazioni: descriviti come se fossi un personaggio dei tuoi libri.

"Sono nata libera. Anche se mi volevano incatenata ad un’esistenza che non mi apparteneva, io ero libera dentro, nell’anima. Un’anima non la puoi incatenare.” E “Non vivo più nell’angoscia del Purgatorio, mi sono rassegnato a un’esistenza da medio peccatore e morirò contento di esserlo stato. Male che vada finirò all’Inferno e so che lì sarò in ottima compagnia.” Salve a tutti, amici di Liberi di Scrivere! La prima frase è tratta dal racconto “Nata libera” pubblicato nella mia raccolta “Donne in Noir”, e direi che mi calza a pennello. La seconda è tratta dal racconto “Una foglia, un sasso, un fiore giallo” pubblicato in volume con il più famoso “Quel giorno sul Vesuvio” vincitore del premio Lovecraft. Rispecchia molto il mio modo di vedere la vita, la morte, la fede.  

Parliamo dei tuoi esordi. Come ti sei avvicinata al mondo della scrittura? È una passione che hai sempre avuto o è nata all’improvviso?

Scrivere è venuto subito dopo la passione per la lettura. Ho imparato a leggere presto e presto ho iniziato a divorare libri, a cominciare da Salgari. Il primo manoscritto d’avventura l’ho prodotto a 14 anni, con tanto di illustrazioni. In seguito è arrivata la passione per il giornalismo e le favole, poi lo stop per dedicarmi a crescere i miei due figli che mi ha dato la possibilità di resettarmi e cominciare a convogliare le idee su un unico fronte. Da quando ho rimesso a fuoco l’obiettivo, non ho più smesso. E ora ho due splendidi figli di 22 e 21 anni: la storia migliore che possa mai scrivere.

Come è il tuo metodo di scrittura? Scrivi di getto, fai molte stesure?

No, macché. Ho una scrittura lenta, purtroppo. Finché una frase non mi dà quello che ho in mente in termini di sensazioni e di emozioni, non schiodo. Parlo pure con lo schermo per sentire l’effetto acustico di ciò che scrivo…

Scrivi horror, ami mettere a nudo il lato oscuro che alberga in ognuno di noi. Pensi che l’horror sia una dimensione del reale?

Certo. Tutto intorno a noi è Paura, quella vera, che quotidianamente minaccia noi e i nostri cari. Leggere una storia horror invece dà sì quella dose di paura che lo avvicina al realismo ma anche la tranquillità che tutto resta racchiuso in quelle pagine, nulla può venir fuori e farci del male. In un certo senso l’horror è salvifico, esorcizza le angosce.

Dove trovi ispirazione per le tue storie? Anche solo aprendo un giornale o guardando la televisione di spunti horror ce ne sono tantissimi. Horror è più realtà o fantasia?

Un buon 50 e 50, direi. Prendo una situazione reale, la metabolizzo, la manipolo e la restituisco condita di quella necessaria dose di fantastico che alla realtà manca. Gli spunti si possono trovare ovunque, basta avere l’occhio attento e soprattutto… predisposto.

Nel mondo della letteratura le donne che scrivono horror si contano sulla punta delle dita. A bruciapelo mi viene in mente Mary Shelley creatrice di Frankestain e poche altre. Pensi che per una donna sia più difficile fare paura o dipende dalle attitudini di ognuno?

Perché per scrivere horror devi avere una vena di sangue nero che ti circola dentro. Forse la donna non è geneticamente predisposta a pensare in nero, la tendenza è più verso la narrativa classica, intimistica. Noi scrittori horror invece abbiamo la capacità di vedere il macabro dappertutto, pure a una festa di bambini. Ed è una capacità di cui vado fiera, lo confesso.

Dammi la tua personale definizione di “femminismo”.

Riuscire a dimostrare le nostre capacità in un mondo che vede ancora oggi una netta supremazia maschile. Ma non sono “femminista” nel senso dissennato del termine, non potrei perché in me esistono delle peculiarità che sono nettamente maschili. Mi piace sentirmi diversa, sono stata sempre attratta da quello che facevano i maschi, e imitarli era anche un modo per distinguermi dai miei simili tutte tette e shopping a cui non mi accomuno: guido la motocicletta, porto sempre un teschio con me, che sia un anello, una cintura o una spilla,  in palestra faccio attrezzistica con gli uomini e ho praticato il judo. In famiglia sono l’unica donna, pure il gatto è maschio, e sono strafelice di avere due figli che si dicono fieri di questa mamma un po’ speciale. Con loro ho un ottimo rapporto, oggi anche di collaborazione: infatti per il mio “Vampiri” Fabrizio ha disegnato alcune delle creature più strane del loro folklore e Adriano ha curato il graphic design del libro. Inoltre sono due musicisti di grande competenza, studiano musica da 13 anni e hanno un gruppo progressive metal, i Five Sided Room, le cui melodie accompagnano molte delle mie fantasie. Anche mio marito Diego, che è chirurgo, è coinvolto nei miei progetti in qualità di “consulente macabro-scientifico”: il poveretto spesso si sente domandare cose del tipo “ma se infilo una lama tra esofago e trachea…” e di conseguenza ha imparato a dormire con un occhio solo. Il gatto si chiama Byron, ha ereditato il nome da quello del mio romanzo “Dove il silenzio muore”, il che è tutto un programma.

Cosa preferisci di più scrivere in un libro, i dialoghi, la caratterizzazione dei personaggi, la descrizione dei luoghi?

La descrizione degli eventi, più di tutto. Quando arriva un momento importante della narrazione mi eccito come un bambino di fronte al giocattolo nuovo: mi sistemo meglio sulla sedia, mi frego le mani, bevo un sorso della mia immancabile Pepsi e parto. La cosa più tosta sono i dialoghi, invece. È davvero difficile dare un’impronta autentica, mi è capitato di leggerne alcuni davvero improbabili perciò ne ho il sacro terrore. Ecco perché parlo con il mio pc, per “sentirmi”.

Quali sono gli scrittori horror che ami di più e quelli che ti hanno influenzato maggiormente?

Be’, io da ognuno cerco di prendere qualcosa, e la mia “vampirizzazione” (tanto per restare in tema) avviene tutt’oggi. Ma sopra tutti metterei Poe, Lovecraft e il mio Maestro, Stephen King. Il suo modo di fare horror sfruttando la realtà è eccezionale, ed è a lui che io, con la debita deferenza, tendo ad accostarmi. È questo, il mio horror. Però mi piacerebbe citare alcuni dei miei superbi colleghi (e amici) horror writers italiani come Danilo Arona, Alan D. Altieri, Andrea G. Colombo, Claudio Vergnani, Gianfranco Manfredi, Luigi Boccia, Gianfranco Nerozzi, Valerio Evangelisti, Alda Teodorani. E se ho dimenticato qualcuno chiedo pietà e perdono. L’Italia è una grande madre di scrittori horror.

Ami presentare i tuoi libri? Raccontami un episodio particolarmente divertente o insolito che è successo da una tua presentazione.

Oh sì, tantissimo. Il contatto col pubblico mi gasa. Spesso mi piace abbinare dei brev
i reading con la musica giusta per creare quelle certa aura inquietante, scelta e temporizzata a dovere grazie all’aiuto di mio figlio Adriano, un’enciclopedia musicale vivente. Bene: eravamo a piazza del Plebiscito per la presentazione dell’antologia Questi Fantasmi; sera, luci soffuse, atmosfera carica, io davanti al leggio appena illuminato. Parte la musica, tutto perfetto. Poi, una pausa. In quell’istante in cui tutto taceva il campanile della chiesa di san Francesco di Paola scocca i suoi cupi rintocchi. E nel contempo un refolo di vento porta via dal leggio il mio foglio. Se lo volevamo fare apposta non ci saremmo riusciti. Per fortuna ho recuperato foglio e tempi. Alla fine gli applausi si sprecavano, la gente ha pensato davvero ai fantasmi.

Parliamo della tua Napoli, ci sono luohi nella tua città che ami particolarmente, magari quando giunge la sera o c’è un particolare tipo di luce?

Il balcone di casa mia. Da lì si vede tutto il golfo, dal Vesuvio a Posillipo: il castel dell’Ovo, via Partenope, Mergellina, la costiera sorrentina, e poi Capri. Ogni tanto faccio una pausa, mi affaccio e mi ricarico: non c’è posto più bello, credimi. Napoli è tutta lì, incantevole e scintillante, specie all’imbrunire. Anche lei, proprio come l’horror, è stata troppo etichettata e bistrattata. Io ne racconto perché vorrei sfatare gli stupidi pregiudizi che la vogliono sempre – e solo – grigia e sottomessa.

“Vampiri” (Gremese) è il tuo ultimo libro. Ultimamente si parla tanto dell’argomento, ci sono libri, film, manifestazioni. Raccontami in breve per te cos’è un vampiro? Domanda provocatoria. Credi che esistano sul serio o siano esistiti?

Esistono varie tipologie vampiriche, non pensiamo solo al classico Dracula con i canini aguzzi e la bella donna pronta a cedergli il collo. Siamo tutti un po’ vampiri, nella vita. Assimiliamo quello che ci circonda, nel bene e nel male. Anche noi scrittori potremmo definirci tali: succhiamo alla gente momenti, emozioni, e li facciamo nostri perché è quella la nostra sopravvivenza. Nel mio “Vampiri” non mi azzardo neppure a dire se queste creature esistono o meno. Non è mio intenzione deludere aspettative, distruggere convinzioni o convertire seguaci: la fantasia e una buona predisposizione verso tutto ciò che è a noi ignoto sono gli ingredienti basilari per il corretto approccio col mondo delle creature della notte.

Parlami della relazione tra cinema e letteratura. Quale forma d’arte influenza più l’altra?

La letteratura il cinema, direi. Del resto la maggior parte dei film sono tratti da un romanzo. E poi la letteratura lascia ampio spazio all’immaginazione e alla creatività, campi ben fertili per sceneggiatori e registi. Il film invece è un prodotto più diretto: quello è, punto e basta. Tutto ha già un volto, lo scrittore non avrebbe niente su cui lavorare.

Raccontami il tuo segreto per fare paura. Come si fa a far si che il lettore chiuso il libro  guardi preoccupato sotto il letto e sobbalzi ad ogni minimo rumore nel buio?

Francamente? Non lo so. E non credo neppure che esistano ricette segrete in proposito. Per quel che mi riguarda cerco solo di immedesimarmi nel lettore che sono, prima che scrittrice, e utilizzare quegli elementi: che cosa voglio da un libro horror? Che non sia banalmente banale. Che mi incateni alla pagina. Che non spalmi la tensione in capitoli epici. E soprattutto che sia verosimile: l’eccesso di fantasy non mi piace granché (infatti i libri di King della serie La Torre Nera sono gli unici che non ho nella mia collezione). La tangibilità di una storia credo sia la chiave per far fare al lettore quel che dici tu, e pensare “so che non esiste, però…” Con L’Esorcista successe la stessa cosa: generazioni di adolescenti (tra cui la sottoscritta) terrorizzate per anni dalla penombra, dalla luce fioca di quella lampadina sul comodino di Regan, dal viso della ragazzina indemoniata che spuntava nel buio.

Che libro stai leggendo attualmente e quale è il più bello in assoluto che tu hai letto?

“Il sotterraneo dei vivi” di Preston e Child: davvero un bel duo, ogni loro libro è una piacevole sorpresa. Poi sono pronta con “L’estate di Montebuio” di Danilo Arona. Nonostante legga tantissimo non riesco a star dietro ai ritmi di uscita, allora cerco di darmi un certo ordine giusto per non farli invecchiare troppo sul mio comodino. Il libro più bello non esiste. Come ho detto, ognuno mi regala qualcosa, sarebbe un’ingiustizia citarne solo alcuni.

C’è qualcuno che ti ha particolarmente aiutato anche solo con consigli, incoraggiamenti e che ti piacerebbe ricordare e ringraziare?

Giuseppe Cozzolino dell’associazione Mondocult, di cui mi onoro di farne parte, con cui tentiamo di far sì che i progetti di tutti si realizzino. Sergio “Alan D.” Altieri, per aver elogiato le mie capacità orrorifiche e aver ospitato il mio “Quel giorno sul Vesuvio”, vincitore dell’XI Premio Lovecraft, nel suo Giallo Mondadori. I tanti amici, scrittori e non, che mi supportano con affetto e pazienza. E, ultimi ma mai ultimi, mio marito e i miei figli, i miei supporters di prima fila.

Attualmente stai lavorando ad un nuovo progetto? Puoi parlarcene?

Tanti progetti, mica uno solo. Il più impegnativo è il sequel del mio romanzo “Dove il silenzio muore”: il bello è che non so ancora se e chi lo editerà perciò è doppiamente faticoso scrivere senza meta finale… Ma l’idea mi piaceva, i lettori me lo richiedevano e così mi sono lanciata. Approfitto per lanciare un appello: chi mi vuole adottare? E ora grazie a voi, amici di Liberi di Scrivere che ci concedete questi preziosi spazi, e a tutti i lettori che saranno arrivati alla fine di quest’intervista. E mi raccomando: attenti al Buio! http://www.simonettasantamaria.net

Recensione di La notte che ho lasciato Alex di Hugues Pagan

4 marzo 2010 by

La notte che ho lasciato Alex di Hugues PaganIn una Parigi sporcata di pioggia con in sottofondo la voce struggente e preziosa di Lady Day e il blues dannato che entra nell’anima e la scava come lava incandescente, un ispettore di polizia senza nome, ma forse si chiama Chess anche se questo è incerto come tutto il resto in questa storia, si muove nella notte come una scheggia impazzita indagando su un delitto scomodo.
Un uomo del jet set, di quelli che contano, dalla vita dorata, di quelli che la gente comune ha l’occasione di conoscere solo attraverso le pagine patinate dei rotocalchi, viene trovato morto in un hotel a quattro stelle. Apparente suicidio, questo dicono le circostanze. Non ci sono segni di violenza, alcuna traccia di costrizione. Accanto al cadavere due buste, una per la procura generale e una per il poliziotto incaricato delle indagini contenente un floppy disk.
Il destino di Chess è segnato nel momento stesso in cui se lo mette in tasca, quel dannato floppy disk, ignaro di dare inizio ad una caccia senza quartiere. Come il classico vaso di Pandora il floppy disck contiene le prove di corruzioni diffuse, di intrecci tra le alte sfere e la criminalità e in tanti si affollano per metterci le mani su e per impedire a Chess di portare avanti le sue indagini.
Poi a complicare il tutto ci si mette pure l’amore, già perché anche gli ispettori che l’anima l’han persa nello stretto cammino dell’esistenza a furia di morti, notti in bianco e troppi caffè, hanno ancora un angolo del loro essere più profondo che cerca un rifugio, che si commuove davanti alla bellezza e alla purezza, che cerca redenzione o anche solo una ragione per sopravvivere.
In questo noir disperato e poetico di un magistrale Hugues Pagan, le vite dei vivi si confondono con la percezione che siamo tutti destinati a percorrere lo stesso cammino e ad oltrepassare la linea di confine con la terra dei morti. Non ci sono né vincitori né eroi, tutti sono solo anime morte senza redenzione e in questa amarezza e disillusione, Chess si lascia affondare tormentato dagli incubi del suo passato e dall’inferno del suo presente fino al sorprendente finale che sembra un lieto fine ma se si guarda più attentamente non lo è affatto.
Merita senz’altro segnalare l’ottimo lavoro di traduzione affidato a Luca Conti e a Jean-Pierre Baldacci, compito non facile soprattutto per lo stile evocativo e onirico di Pagan e la bellissima copertina di Jean-Claude Claeys.

:: Intervista ad Alfredo Colitto

2 marzo 2010 by
fuocoBenvenuto Alfredo su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato la mia intervista. Presentati ai nostri lettori: i tuoi studi, i tuoi viaggi, la tua città.

Gli studi: liceo classico, qualche esame di medicina, poi il DAMS a Bologna. Dopo l’università e varie esperienze lavorative ho scoperto che non riuscivo proprio ad adattarmi all’idea di un lavoro fisso. Alla fine ho deciso di seguire la mia passione per i viaggi e sono partito per il Messico, con un biglietto di sola andata e con mille dollari in tasca. Sono stato in giro dieci anni, tra America Latina, USA, India, eccetera. In quel periodo sono tornato anche in Italia, di tanto in tanto, per qualche lavoro stagionale e per nostalgia degli amici, ma la vedevo quasi da turista. Era una sensazione strana. La città dove sono nato e cresciuto è Campobasso, in Molise. Ho profonde radici meridionali, ma il luogo dove ho scelto di vivere è Bologna.

Parliamo dei tuoi esordi. Come è nato il tuo amore per la scrittura e quando e come hai pubblicato il tuo primo libro?

L’amore per la scrittura è nato nell’infanzia, quando divoravo i libri di Salgari e sognavo di inventare un personaggio bellissimo come Sandokan o il Corsaro Nero. Il primo libro l’ho pubblicato nel 1997 per Hobby & Work sotto pseudonimo e poi è uscito di nuovo nel 2005 con il mio vero nome. Si tratta di “Café Nopal”, un noir ambientato in Messico, nato dalla voglia di raccontare i posti che ho amato e dove ho vissuto, ma in una fiction, non in un diario di viaggio o un’autobiografia.

C’è qualcuno che ti ha particolarmente aiutato anche solo con consigli, incoraggiamenti e che ti piacerebbe ricordare e ringraziare?

Le persone che mi hanno aiutato, soprattutto agli inizi, sono troppe per poterle citare tutte. Dovendo scegliere, per motivi di spazio, ringrazio Luigi Bernardi,che mi ha aperto le porte al mondo della narrativa e a quello della traduzione, ai tempi in cui era al timone della mitica Granata Press, e Giancarlo Narciso, scrittore e compagno di avventure messicane, che ha riletto e corretto almeno tre versioni diverse di Café Nopal, prima che approdasse alla pubblicazione. Per la prima pubblicazione, ringrazio Tecla Dozio, ex titolare della Libreria del Giallo di Milano, che all’epoca ha praticamente imposto il mio libro alla Hobby & Work.

Quali sono gli autori che ti hanno più influenzato nel tuo percorso formativo e quelli che non ti stancheresti mai di leggere?

Anche qui, i nomi sono tanti, e ne cito solo alcuni: Salgari, Proust, Eco, Bulgakov, Garcìa Marquez. In tempi più recenti, una messe di autori di thriller, soprattutto americani. 

Hai vissuto molto all’estero soprattutto in Messico. Il mio Messico esce fuori dalle pagine de “Il serpente piumato” di David H Lawrence, c’è molta differenza tra il Messico letterario e il Messico reale?

Direi di sì. Quando un posto reale finisce tra le pagine di un romanzo, non è mai “quel” posto, ma sempre un’interpretazione, l’idea che lo scrittore ha del paese o del luogo in questione. Il Messico di Lawrence, per esempio, è molto diverso da quello di Cafè Nopal, ma non direi che uno dei due è più “vero” dell’altro.

Collabori come editor e traduttore con le principali case editrici italiane. Quale è  lo scrittore che ti diverte di più tradurre e dimmi se ci sono regole d’oro per fare una buona traduzione?

Lo scrittore che mi diverto di più a tradurre è senza ombra di dubbio il grande Joe Lansdale. Tradurre i suoi libri è un vero piacere! In quanto alle regole d’oro, ce n’è una che le riassume tutte. Non cedere alla tentazione di “migliorare” uno scrittore. Se ci sono svarioni vanno corretti, ovviamente, ma lo stile va rispettato, anche se non ci piace. Piuttosto, se proprio non sopportiamo un determinato scrittore, evitiamo di tradurlo…

Come è nato in te l’interesse per il thriller storico e come per esempio in “Cuore di Ferro” , primo libro di una trilogia ambientata nel XIV secolo, hai mixato i riferimenti storici senza apparire didascalico e scontato?

L’interesse per il thriller storico è nato per caso, da una proposta semiseria da parte di un editore. In quanto ai riferimenti storici, da scrittore cerco di evitare una cosa che mi disturba da lettore: dare troppe spiegazioni a spese della storia. Ogni volta che una spiegazione rallenta o disturba lo svolgersi dell’azione, la tolgo. Finora mi sembra che i lettori siano d’accordo con me. 

I “Discepoli del Fuoco” è il tuo ultimo libro puoi parlarcene?

Ne “I discepoli del fuoco” Mondino de’ Liuzzi è chiamato a dare un parere medico su una morte davvero strana: un uomo è bruciato nel suo studio, senza che nulla intorno a lui abbia preso fuoco, neppure la sedia su cui si trovava. Mondino resta invischiato nella vicenda, scopre un culto mitraico sopravvissuto alla caduta dell’impero romano e aiutato dall’ex templare Gerardo da Castelbretone deve evitare che Bologna sia data alle fiamme la notte del 25 dicembre, che per inciso è l’anniversario della nascita di Mithra, poi usurpato dai cristiani, che lo chiamano Natale…

Mondino de Liuzzi protagonista di “Cuore di Ferro” e poi dei “Discepoli del Fuoco” è un personaggio realmente esistito, come ti sei documentato per narrare le sue avventure?

Per Mondino mi sono documentato su fonti dell’epoca, sui libri di storia e leggendo il suo trattato di anatomia del 1316, curato in edizione moderna dal professor Piero Giorgi. Per la ricostruzione della Bologna dell’epoca ho letto tutto il possibile e mi sono avvalso dell’aiuto del professor Rolando Dondarini, del dipartimento di Discipline Storiche dell’Università di Bologna. 

Hai letto “Il Nome della Rosa” di Umberto Eco. E’ stato per te fonte di ispirazione?

Eco è stato il padre del thriller storico, almeno in Italia, e penso che chiunque abbia scritto romanzi di quel tipo dopo di lui abbia dovuto fare i conti con “Il nome della rosa”. 

Quali sono i segreti per scrivere un buon thriller storico?

Documentarsi bene ma non appesantire il romanzo di spiegazioni, creare personaggi credibili e plausibili per l’epoca in cui si svolge la storia, non dimenticare che anche se si tratta di un romanzo storico, per un thriller la suspense è un ingrediente fondamentale.

Stai scrivendo un nuovo libro, puoi parlarcene?

Il nuovo libro è il terzo e (forse) ultimo della trilogia dedicata a Mondino. Sarà ambientato a Venezia, stavolta il mistero riguarda i templari e un antico testo sacro ebraico. Torna anche Adia Bintaba, l’affascinante alchimista araba conosciuta da Mondino in “Cuore di ferro”.