:: Intervista a Giancarlo Oliani

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Ciao Giancarlo, grazie di aver accettato questa intervista. Parliamo un po’  di te. Giornalista e scrittore. Ti ricordi il momento esatto in cui la scrittura ha iniziato a far  parte della tua vita?
No, non lo ricordo. Forse perché non esiste. Ma l’emozione sì. Quella è rimasta la stessa della prima volta, sia come giornalista che come scrittore. Ho una visione  “romantica” dello scrivere ma è con quella che faccio i conti ogni giorno. Amo raccontare le storie e condividerle. Certo, narrare fatti di cronaca è diverso che lavorare ad un romanzo, ma il mestiere di giornalista è un’ottima palestra per scaldare i muscoli della mente. Per cercare di esprimersi in modo diretto, semplice ed efficace.
Autore di romanzi noir ambientati nel passato. Perché  questa scelta? Il presente non ti attira come scenario delle tue trame?
Perché  il passato? Perché non voglio perderlo. E poi, in fondo, cos’è cambiato per le passioni umane? Ma al di là di questo trovo che il periodo tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, sia uno dei più fecondi della nostra storia sotto moltissimi punti di vista. Inoltre mi ha permesso di ridisegnare quadri di vita vissuta con paesaggi, colori e odori diversi; con personaggi miseri e miserabili, le loro paure, i loro sogni. Il presente lo vivo ogni giorno con il mio mestiere.
Il giallo, il thriller, il noir per molto tempo è stato considerato un po’  un genere minore, non vera e propria letteratura impegnata, non pensi che al contrario questo genere si presti grandemente ad un’analisi anche sociologica e profonda dell’animo umano e dei mali che affliggono la società?
Credo che il giallo sia diventato la corsia d’emergenza per comprendere la realtà sulle trafficate autostrade del conformismo e dell’informazione di parte, delle comunicazioni sciatte e scontate. Il giallo approfondisce, suggestiona,  non  descrive soltanto e  spesso lo fa molto meglio di un’inchiesta giornalistica.
Pensi che ci siano delle regole da rispettare per scrivere  un buon giallo?
Certo. Serve credibilità, varietà di situazioni, indagine psicologica, ironia e rispetto per il lettore.
Ti piacciono i fumetti, leggi Dylan Dog, Diabolik?
Adoro i fumetti. In particolare Diabolik. Non a caso le copertine dei miei libri sono state create proprio da Giorgio Montorio, disegnatore storico del fumetto dal tempo delle sorelle Giussani.
Quali consigli daresti ai giovani scrittori in cerca di editore? Uno scrittore americano a cui ho fatto la stessa domanda mi ha detto che era posta in modo sbagliato affermando che se tu scrivi un buon libro è l’editore che cerca te. Pensi che anche in Italia sia così?
Ai giovani consiglio di lavorare sodo, di essere onnivori nella lettura, di osservare la realtà sforzandosi di vedere oltre, di non aver paura di mettersi in gioco. Se questo non accade, meglio lasciar perdere. L’editore? L’editore in Italia non ti viene a cercare. Sei tu a doverlo fare.
Pensi che in Italia manchino dei corsi di scrittura creativa anche universitari come invece avviene nei paesi anglosassoni o pensi che siano superflui?
Scrivere è comunque faticoso e la scrittura deve essere curata, orientata, organizzata. Ben vengano dunque i corsi. Quelli seri, proposti da persone in grado di preparare e valutare. 
Tu sei a tutti gli effetti un professionista della scrittura. Pensi che ci sia molta trascuratezza e improvvisazione anche nel mondo del giornalismo? Ci sono qualità proprie che dovrebbe avere un buon giornalista?
Il rischio più grosso che corre un giornalista è scivolare nella sciatteria che alla fine significa mancanza di rispetto per il lettore. Un buon giornalista deve sforzarsi di scrivere innanzitutto in italiano, in modo comprensibile e semplice non semplicistico. Scavare nella notizia ed essere consapevole delle conseguenze derivabili da ciò che pubblica. 
Quale libro consiglieresti ai nostri lettori?
Domanda difficilissima, ma credo che i Promessi Sposi sia uno dei libri più ricchi dal punto di vista della forma e del contenuto che abbia mai letto. Per nulla scontato, nemmeno nel finale. 
Alla base dei tuoi libri c’è un difficile lavoro di ricerca. Ti sei divertito a consultare archivi magari polverosi in cerca di qualche argomento smarrito o introvabile?
Divertito? Da pazzi. Non immagini l’emozione. Sotto i miei occhi ho visto scorrere tantissime volte “l’isola che non c’è”, vite dimenticate, scenari consunti, colori sbiaditi. Li ho riverniciati. Sono andato anche per cimiteri e i cimiteri parlano. Ricordo ancora la ricerca per la mia tesi di laurea: un raro manoscritto del Cinquecento che affrontava l’argomento delle maschere, del mascherarsi e della pratica teatrale. L’ho trovato al British Museum di Londra, copie in Italia non ce n’erano. Sono riuscito ad avere il microfilm e così ho potuto lavorare sul testo originale che mi ha aperto un mondo sconosciuto: una delle tante isole perdute nel magma della letteratura.
Ti piace leggere in pubblico i tuoi brani?
Sì, ma dipende dal contesto in cui mi trovo.  In genere alle presentazioni preferisco parlare di argomenti che non riguardano strettamente il libro per riuscire a coinvolgere il pubblico. E funziona.
Utilizzeresti il linguaggio  dialettale tipico di autori come Camilleri?
Camilleri mi piace molto. La sua idea è stata geniale. Il dialetto? Certo che si può usare. E’ una lingua, l’ho già fatto, però con parsimonia e quando serve.
Qual è il tuo metodo di scrittura prima di arrivare alla stesura finale? Hai dei riti scaramantici prima di iniziare a scrivere?
Le prime venti righe sono fondamentali. L’attacco è fondamentale. Poi la storia viene avanti da sé. Mi faccio un abstract e poi comincio a pensare ai miei personaggi. Tutti pretendono grande attenzione ed io non posso deluderli. Non c’è un gesto scaramantico, ma per sapere se funzionerà, ho bisogno di provare un’emozione. Quella particolare emozione che finora non mi ha mai tradito.
Ti abbiamo conosciuto grazie a Marco Piva, alias il killer mantovano, cosa pensi di blog come Corpi freddi?
Marco è  preparatissimo, come pochi. Il suo blog è formidabile per i contributi e gli spunti che offre. E credimi è tutt’altro che facile. Anche in questo settore c’è molta improvvisazione.
Hai un agente letterario? Qual è il metodo migliore di trovarsene uno?
Si ce l’ho. Come trovarne uno? Farselo consigliare da qualcuno di cui ti puoi fidare.
Pensi che la gente legga ancora? Cosa si può  fare per invogliarla a leggere un libro?
La gente legge ma spesso lo fa per essere à la page e non per vera necessità, per non essere esclusa da un gruppo o
da una cerchia ristretta di individui che si riconoscono anche per il tipo di letture. Occorre promuovere gli incontri con gli autori nelle scuole, nei teatri, nei caffè. Insomma far entrare i libri negli ambienti più diversi. Cosa che in parte si sta già facendo. Trovo ad esempio importante l’utilizzo dei book trailers.
Leggi le recensioni dei tuoi libri?
Si le leggo. Come farne a meno? Beh, finora di negative non ne ho avute. Spero non succeda proprio con il prossimo libro!

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