Recensione di Imperfetto di Alessandro Zannoni

27 febbraio 2010 by

Troppe sigarette, Merisi, datti una regolata.
Ormai hai quarant’anni è tempo di bilanci, non puoi più metterti nei guai con le donne, con il lavoro, con la vita. Anche gli investigatori privati con la faccia da giovani bastardi devono mettere la testa a posto, conservarsi una donna, fare figli,  pagarsi il mutuo e le vacanze, calmarsi. Non è più tempo di scorribande con gli amici, ci vogliono certezze, ragioni valide per alzarsi alla mattina, e che cavolo più diplomazia, non puoi metterti contro al mondo intero, devi piantarla di fare il piantagrane.
Certa gente è intoccabile, ha i soldi, il potere, la stima dell’opinione pubblica, contro di loro hai solo da perdere come adesso che ti mettono in mezzo. Addirittura la polizia vuole il tuo aiuto per un caso che scotta, un caso che si trascina da un anno senza sviluppi, prospettive, garanzie.
Un ragazzo è stato trovato morto, nudo in un bosco, trafitto con violente coltellate, con odio, rabbia, disperazione. Un figlio di papà, omosessuale, ma questo che cambia. Le vittime sono vittime si sono guadagnate morendo un occhio di riguardo un bricciolo di pietà. La polizia si è arresa, non ne può più, ma la famiglia no, vuole giustizia, vuole un colpevole, così tirano in ballo te. Sei un parafulmine,  niente altro ricordati.
Ti pagheranno bene ma devi stare attento, fare carta, ripercorrere i sentieri già tracciati, non vuoi mica risolvere il caso e fare fare una figura da incompotente al comandante Palma, ti ricordi dell’ultima volta come è andata? Già ma tanto tu non ascolti i buoni consigli, fai di testa tua come al solito.
Seconda stesura di un romanzo già edito nel 2006, Imperfetto approda grazie a Luigi Bernardi alla Perdisa, nella collana Walkietalkie con copertina di Onofrio Catacchio. Tutto è imperfetto in questo noir, Zannoni mi perdoni, con venauture esistenziali, a partire dall’investigatore, un uomo in crisi, pieno di difetti, con il volto scavato, la barba sfatta e un personale senso dell’onore e della giustizia.
Imperfetto è il caso che deve affrontare, un delitto che poi si proietta, si moltiplica, porta a tanti delitti uguali, aberranti. La scrittura è decisa, tesa, venata di malinconica tristezza, piena di un romanticismo nero che travalica i generi e va a scavare nelle pieghe profonde dell’anima. Insolita l’ambientazione, la lunigiana, insolito il punto di vista dell’assassino che appare a sprazzi, in prima persona, insolito il finale, un pugno diretto nello stomaco.
Zannoni ha un modo di scrivere personalissimo, pieno di sfaccettature, pieno di autenticità, si sente che molte delle cose che scrive le ha vissute. Zannoni è Merisi prendere o lasciare.

:: Intervista con Andrea Carlo Cappi a cura di Giulietta Iannone

26 febbraio 2010 by
Andrea Carlo Cappi
Benvenuto Andrea su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato la mia intervista. Iniziamo con le presentazioni.  Allora Andrea Carlo Cappi nasce a Milano nel 1964, è uno scrittore e un traduttore, un grande appassionato di fumetti e di spie. Vuoi aggiungere qualcosa?
Di solito a questo punto aggiungo… stakhanovista dell’editoria.
Nato e cresciuto a Milano, la città più frenetica d’Italia, raccontaci qualcosa che la riguarda.

Se non fossi nato a Milano, probabilmente non sarei riuscito a diventare uno scrittore; né a svolgere tutte le attività nel campo dell’editoria che mi hanno permesso di mantenermi intanto che continuavo a farlo. In questo senso, sono debitore alla mia città. Anche se la Milano di oggi – dagli anni Ottanta in poi, per intenderci – ha “valori” diversi da quella di prima. Non crede al lavoro metodico, serio e puntuale… quello che una volta si associava ai milanesi. Premia invece i fenomeni del momento, le false promesse, l’arroganza sorretta da una solida base di incompetenza… quello che oggi tutta l’Italia associa ai milanesi. Molti in questa città cercano di sfruttarti senza darti niente in cambio, per poi liberarsi di te quando non servi più. Con le debite eccezioni, è un continuo mulinare di gomiti per fasi largo e chi si ostina a non volere sparire rappresenta un fastidio. Io spero di continuare a dare molto fastidio per parecchio tempo.

Hai scritto romanzi, racconti, fumetti, non fiction, ha scritto per la radio, hai curato antologie, da quando hai esordito non ti sei più fermato. Come spieghi questa grande versatilità e dove trovi il tempo per fare tutto?

Credo, semplicemente, di essere nato per scrivere storie. O quantomeno è la cosa che presumo di saper fare meglio. Si possono scrivere storie brevi o lunghe, sotto forma di narrativa o di sceneggiatura. Si può utilizzare lo stesso metodo per curare un editing, o per comporre un’antologia di autori vari, o per tradurre libri da altre lingue. Sono tutte varianti di un unico mestiere, anche se scrivere le mie storie è la parte più irrinunciabile. Le storie fluiscono di continuo e per mia fortuna scrivo molto rapidamente, riuscendo a coordinarmi piuttosto bene con il lavoro di documentazione. Un illustre collega statunitense che ha letto qualche mio romanzo si è stupito di come riesca a realizzare in un mese o due quello che a lui costa un anno di lavoro. Forse perché io, economicamente, non posso permettermi di sottrarre tempo alla traduzione cui mi dovrò dedicare subito dopo finito il mio romanzo.

Parlaci dei tuoi esordi. Come stato il tuo ingresso nel mondo della narrativa? È  stato difficile per te pubblicare il tuo primo libro? Come è andata?

Pubblicare il mio primo libro è stato facilissimo… Solo che era quasi il terzo. Ho deciso che sarei diventato uno scrittore intorno ai 6-7 anni, anche se ho prodotto qualcosa che ho giudicato proponibile solo quando ne avevo 24. Era un romanzo di spionaggio che ho mandato a “Segretissimo”, che lo ha preso seriamente in considerazione ma alla fine ha deciso di non pubblicarlo… e in realtà mi ha fatto un favore, perché nei pochi anni successivi ho fatto un notevole salto di qualità: scrivere per il pubblico anziché per il cassetto della tua scrivania aumenta la responsabilità e migliora le prestazioni. Nel 1991, a quasi 27 anni, ho vinto un concorso di RadioRAI per un soggetto destinato a  “Radiodetective”, programma quotidiano di storie alla Alfred Hitchcock, e mi è stato chiesto di continuare a collaborare come autore; per motivi burocratici (la RAI ha tardato a mandarmi il contratto) il mio primo episodio, già registrato, non è andato in onda, né il giorno previsto, né mai; dopo breve tempo, per oscuri motivi il programma è stato sospeso nonostante avesse avuto successo, quindi non sono stato pagato e sono tornato nell’ombra. Provaci ancora, K. Sarei tornato alla fiction radiofonica solo 12 anni dopo, con il serial “Mata Hari”. Ma, tornando ai primi anni ‘90, nel frattempo ero entrato in contatto con “Il Giallo Mondadori” e da qui con gli Oscar, a cui ho proposto un romanzo basato su uno dei miei soggetti radiofonici; mentre lo scrivevo, ancora senza contratto, l’editor con cui lavoravo è stato trasferito e addio progetto. Riprovaci ancora, K. Poi, nel 1993, “Il Giallo” ha pubblicato in appendice “Anche il sole tramonta”, un’altra delle storie che avevo scritto per la radio e da lì, finalmente, è cominciato tutto: nel volgere di un anno avevo due nuove serie con personaggi fissi, il Cacciatore di Libri in appendice al “Giallo” settimanale e Carlo Medina sugli speciali stagionali, oltre ai miei primi lavori come collaboratore esterno della redazione. Naturalmente poi sono stati aboliti i racconti in appendice e, dopo il successo della prima antologia di soli autori italiani che avevo curato per  lo speciale del novembre 1995, sono stato tagliato fuori dal “Giallo” per molti anni. Ma ormai ero in marcia. Nel 1996 Edizioni E-Elle stava preparando una collana di gialli per “giovani adulti”: ho incontrato la curatrice proprio mentre avevo in mente un prequel del Cacciatore di Libri, con una sua avventura a 17 anni, e mi sono trovato in mano il contratto per il mio primo romanzo effettivo, che è uscito nella primavera del 1997. Da allora non mi sono più fermato: non ci si può fermare, altrimenti tutti ti dimenticano e nessuno vuole più quello che scrivi.

Quali libri leggevi quando eri ragazzo? Quali libri ti hanno accompagnato nella tua età  adulta?

Verso i 6 anni ho cominciato a leggere Salgari, cui poi si è aggiunta Agatha Christie, dopo la quale ho ampliato gli orizzonti a “Giallo Mondadori”, “Gialli Garzanti”, “Segretissimo”, “Urania”, che non ho mai smesso di leggere. Anche se una volta mi ci dedicavo durante le vacanze mentre nell’ultimo decennio di vacanze non ho quasi fatte. I libri di passaggio più importanti sono stati “Per chi suona la campana” e “1984”.

Prevalentemente ti occupi di letteratura noir, thriller, avventurosa, quali sono stati i tuoi maestri?

Sicuramente Salgari, anche per quanto riguarda la costruzione di grandi saghe avventurose; la Christie, per il rispetto della logica interna di una storia; per le atmosfere, un bel po’ di autori noir americani, cui va aggiunto Ian Fleming, che univa il noir all’avventura esotica in un contesto spionistico. Per la costruzione delle trame non ho mai nascosto che il mio ispiratore è Donald E. Westlake alias Richard Stark, del quale sono poi divenuto anche editore, traduttore e amico, prima della sua morte improvvisa poco più di un anno fa. Non lo sapevo, ma d’istinto avevo adottato anche il suo stesso metodo di elaborazione delle trame: non una programmazione a tavolino, ma un ampio spazio all’imprevisto che sorprenda prima di tutti l’autore stesso e lo costringa a ingegnarsi per uscire dai guai insieme ai suoi personaggi; il tutto senza rinunciare alla precisione del meccanismo d
ella storia. In tempi più  recenti ho subito l’influenza di alcuni degli autori che ho tradotto, divenuti amici a loro volta, come Jeffery Deaver, Douglas Preston e – per citarne un altro che purtroppo non c’è più –  Stuart M. Kaminsky.

Da traduttore, quali sono i segreti per una buona traduzione, conta più la fedeltà  al testo o il rispetto per lo spirito del romanzo?

Il vero segreto è entrare nella mente dell’autore e trascrivere fedelmente quello che ha scritto come se lo avesse pensato in italiano. Non si tratta di fedeltà al testo come un traduttore automatico (che prende cantonate automatiche) ma di trovare le costruzioni e le frasi che lo stesso autore avrebbe usato se avesse scritto direttamente nella nostra lingua: a quel punto sono salvi testo e spirito. In realtà tra i compiti del traduttore può esserci di tanto in tanto quello di correggere sviste di editing nell’originale. Una volta in un bestseller americano ho scoperto una frase troppo rivelatrice da cui si scopriva l’assassino al secondo capitolo; questo però è successo prima che il libro uscisse negli USA e sono riuscito a farla togliere anche dall’edizione in inglese.

Hai creato personaggi seriali quali il Cacciatore di Libri, Carlo Medina e Mercy “Nightshade” Contreras. Non è semplice lavorare su uno stesso personaggio, come lo rinnovi, come dai profondità alla sua crescita?

Per il Cacciatore è facile: sono io, seppure con qualche lieve modifica. Nelle due storie-prequel edite da E-Elle, quando aveva 17-18 anni, ho addirittura prelevato frasi dai miei diari dell’epoca per essere più aderente alla mentalità di un teenager… ovviamente la mentalità di un teenager molto particolare dei primissimi anni Ottanta. Le altre storie sono quasi sempre ambientate nel momento in cui le scrivo e riflettono il mio stato d’animo in quel periodo. Infatti mentre nelle sue prime avventure faceva, come me, il “cacciatore di libri” per collezionisti, da qualche anno lavora come consulente nell’editoria, senza per questo smettere di trovarsi nei guai. Medina è  pure lui un mio alter ego, ma con qualche variante. Per esempio lui uccide, io no. Ma anche nel suo caso c’è stata un’evoluzione naturale. All’inizio della sua carriera credo che si sia illuso di poter raggiungere un certo successo, inventandosi l’omicidio applicato al marketing. Poi ha cominciato a prendere coscienza di essere una sorta di anticorpo della società e ha cominciato a vedere il suo lavoro come una battaglia dall’interno. Da qualche tempo invece ha compreso che la società è più forte, che non lo lascerà mai diventare un vincitore, e che quindi l’unica sua possibilità è continuare a combattere. Per Nightshade è più semplice: quando la sua saga sarà conclusa –  manca da scrivere solo il settimo romanzo – la sua storyline (a parte i flashback) coprirà il periodo dal 2001 al 2006 e la sua evoluzione è legata strettamente a quello che le capita… che tutto sommato è piuttosto devastante.

Parliamo di Martin Mystère e Diabolik. Raccontaci il tuo amore per il fumetto.

Ho imparato a leggere intorno ai 5 anni con “Topolino”. A 6-7 anni ho scoperto Diabolik e Tex. Poi, per un lungo periodo, ho divorato il “Corriere dei ragazzi” e gli albi dei supereroi. Oggi leggo soprattutto Diabolik (che per fortuna posso leggere per lavoro!) e quando riesco alcune storie della Marvel e della DC, e ho nostalgia soprattutto di Tex, Mister No e naturalmente Martin Mystère: sono in arretrato di un numero spaventoso di albi! Qualche anno fa ho avuto la soddisfazione di intervistare Stan Lee (il creatore di Spiderman e dell’universo Marvel, per intenderci) in videoconferenza. Ma soprattutto negli ultimi anni ho lavorato fianco a fianco con due autori che avevo conosciuto sul “Corriere dei ragazzi”, Alfredo Castelli (che ha creato “Martin Mystère”) e Mario Gomboli (che prosegue la tradizione delle sorelle Giussani in “Diabolik”), ai quali si è aggiunto il mio vecchio amico Andrea Pasini, che ha lavorato prima con l’uno e ora con l’altro. Per cui sono sempre molto felice quando ho a che fare con loro. Per Martin ho scritto sceneggiature (a quattro mani con Pasini), racconti, un romanzo e un romanzo a puntate; per Diabolik ed Eva Kant finora quattro romanzi, anche se ho progetti per qualche storia a fumetti che mi piacerebbe scrivere, ovviamente, con Pasini. Ho ancora idee per storie di Martin, a cui mi piacerebbe tornare un giorno o l’altro, ma scrivere di Diabolik è una vera tossicodipendenza.

Con lo scrittore Andrea G. Pinketts hai creato la prima serie di M-Rivista del mistero. Vuoi parlarcene? Ti viene in mente qualche aneddoto bizzarro o divertente?

Nei primi tempi tenevamo le riunioni di redazione in un bar in via Vespri Siciliani, a Milano, più o meno a metà strada tra casa sua e casa mia (ovviamente più vicino a casa sua). Era il 2000, il periodo in cui Pinketts era stato colpito dal “millennium bug” – è l’unico a cui sia capitato, in realtà – ed era piuttosto irrequieto. Un giorno stavamo discutendo un importante problema filosofico, se fosse più forte Jet Li o Jean Claude Van Damme, e Pinketts concluse che Jet Li è imbattibile, mentre Van Damme, disse lui: “Me lo pappo come un uccellino.” A quella frase un avventore magro e allampanato, ricurvo su un videopoker, si voltò verso di lui e gli rivolse un’occhiata beffarda. Certa gente è morta per molto meno, come dicono nei western. Pinketts sostenne lo sguardo e chiese il motivo di quell’occhiata. L’altro rispose: “Volevo vedere che faccia aveva uno che dice che Van Damme se lo pappa come un uccellino.” Già temevo il peggio. Ma Pinketts ex atleta marziale in un raro momento zen, si limitò a spiegargli sul piano tecnico le caratteristiche di Van Damme che motivavano la sua affermazione. Evidentemente l’uomo del videopoker aveva deciso che era un buon giorno per morire, perché dopo averlo ascoltato e avere giocato buono buono per altri cinque minuti al videopoker, afferrò la sua bottiglia vuota di birra e si lanciò a sorpresa su Pinketts per colpirlo. Tutto si svolse in una manciata di nanosecondi: feci in tempo a vedere la bottiglia che volava dietro il videopoker e l’aggressore con il braccio ritorto e sollevato verso l’alto, disarmato e impossibilitato a nuocere, mentre Pinketts con la mano libera prendeva dal banco il suo boccale di birra e ne beveva una sorsata.

A bruciapelo preferisci Hammett o Chandler?

Oggi Hammett. Quando ero più giovane, Chandler.

Sei un grande appassionato di James Bond. Praticamente hai tradotto quasi tutto Fleming. Come è  nata questa passione? Questo personaggio in un certo senso ti somiglia?

Mi sarebbe piaciuto tradurre tutto Fleming, era un progetto che ho cercato di realizzare visto che forse ero la persona più adatta in Italia, ma i destini editoriali non lo hanno permesso. In realtà ho tradotto solo l’inedito “Thrilling Cities” (che contiene anche un racconto di 007 che ho fatto riscoprire anche in Inghilterra, dove era stato dimenticato) e la riedizione de “Il traffico di diamanti”. Di James Bond ho poi tradotto due romanzi di John Gardner, due novelization di Raymond Benson e l’intera saga bondiana originale, sei romanzi e tre racconti, dello stesso Benson. La passione è nata dai film, quando
avevo sei anni, si è rinnovata quando ho cominciato a leggere i libri di Fleming e mi ha portato a scrivere vari libri sul fenomeno Bond a quattro mani con Edward Coffrini Dell’Orto, con cui ho anche fondato il primo fan club italiano, lo 007 Admiral Club. Non credo che Bond mi somigli, semmai sono io che ho cercato di prendere qualcosa da lui e dai suoi interpreti. Di sicuro è uno dei motivi per cui mi sono appassionato alla letteratura di spionaggio e al mondo delle vere spie.

Hai scritto per Segretissimo con lo pseudonimo di François Torrent, collana che seguo da anni. Come è cambiato il mondo della spystory dalla caduta del Muro di Berlino e dalla fine della guerra fredda? È ancora tempo di spie?

Sarà  sempre tempo di spie… e in questo mi confortano le parole di John Le Carré che riporto nel mio nuovo libro: “La spy-story non è morta. Ha ancora molto da raccontare.” La fine della guerra fredda ha cambiato solo alcune motivazioni e alcuni giochi di alleanze, ma non i metodi e gli obiettivi. Per me il vero punto di rottura è stato l’11 settembre, che ha reso obsolete tutte le storie che seguivano il modello dei vecchi film (non dei libri) di 007, con il superagente che evita la catastrofe a pochi secondi dalla fine. In quel periodo stavo scrivendo il mio primo romanzo di Nightshade e nel giro di un solo giorno mi sono chiesto se quello che stavo scrivendo non fosse stato superato dalla storia… e mi sono dato da solo la risposta: no, in quel momento più che mai serviva una letteratura che raccontasse i retroscena della politica globale. Il dopo-11 settembre ha dato ragione all’ipotesi di base della serie Nightshade: nel 2001 la CIA riapriva la sua sezione eliminazioni. E così ho inserito nella serie il fatto che Nightshade fosse arruolata come killer proprio dopo l’11 settembre. In realtà  la scelta di firmare come François Torrent non è stata mia: ero già una firma nota dei periodici Mondadori. Ma la redazione di “Segretissimo” decise che il pubblico, abituato alla forte presenza di autori francesi nella collana, sarebbe stato più interessato a un nuovo scrittore d’Oltralpe. In realtà scelsi un cognome catalano, legato al fatto che ho passato una buona parte della mia vita in quell’area geografica, che è poi lo stesso di Paco Torrent, uno dei personaggi secondari della serie. Il mio nome appariva come “traduttore” e più avanti nella serie compaiono anche Carlo Medina e personaggi delle sue avventure, permettendo ai lettori più attenti di scoprire il gioco. Con l’arrivo di Sergio “Alan” D. Altieri come curatore, le identità  mia e dei miei colleghi della cosiddetta “Italian Foreign Legion”  di “Segretissimo” sono state finalmente rivelate. Ma ormai fino alla fine della saga suppongo che continuerò a firmare Torrent per coerenza, anche se dal 2007 sono tornate a uscire nei periodici Mondadori le storie di Medina sotto il mio vero nome.

È uscito da poco “Le grandi spie”, un saggio davvero originale e curioso. Vuoi parlarcene? Come è nato questo progetto sul quale si vede hai lavorato molto?

È nato… da solo. Quando ho stabilito di diventare uno scrittore, ho deciso molto presto che mi sarei occupato di spionaggio. Pertanto mi dovevo documentare, cosa che ho fatto in modo continuativo dal 1977. Dopo quasi vent’anni avevo materiale sufficiente per scrivere brevi saggi e articoli sull’argomento, cosa che feci soprattutto su un rivista in cui tenevo una rubrica di vere storie di spie. Parte di quel materiale mi è servito come base per alcuni romanzi, ma esistevano ancora molte spie famose di cui non avevo mai parlato, e anche su quelle che avevo trattato c’erano parecchie rivelazioni più recenti da aggiungere. Insomma, dovevo scrivere un libro, un’idea che ho coltivato per parecchio tempo e ora finalmente si è realizzata grazie all’interesse e all’entusiasmo con cui Vallardi Editore ha accolto il progetto. Ho scelto di mantenere un approccio narrativo, quindi non ho scritto un’enciclopedia ma un libro di storie vere, che potesse essere accessibile anche a un lettore digiuno della materia.

Il tuo rapporto con la critica. Quale è la recensione che ti ha fatto più  felice ricevere?

Non è  che di recensioni ne abbia viste moltissime… in rapporto al numero di libri che ho pubblicato. I critici propriamente detti mediamente disdegnano quello che scrivo e molti ignorano tutte le pubblicazioni che escono solo in edicola. Quando ho cominciato a scrivere, tuttavia, mi hanno fatto molto piacere le recensioni di Carlo Oliva a Radio Popolare (ne avevo registrata una e me la riascoltavo, per convincermi che non stavo sbagliando tutto nella vita); anni dopo ho letto e sentito con piacere i commenti di persone che avevano letto il mio primo romanzo di Diabolik e avevano colto il fatto che, oltre a essere fedele nello spirito e nei riferimenti al fumetto delle sorelle Giussani, fosse anche un vero romanzo, e un mio romanzo. E ieri ho trovato una recensione del mio “Eva Kant-Il giorno della vendetta” sulla rivista “Geniodonna”, che contiene uno dei maggiori complimenti che abbia mai ricevuto: a quanto pare sono riuscito a cogliere alcuni credibili elementi psicologici femminili e femministi nella protagonista, cosa che ritenevo piuttosto difficile e rischiosa, dovendomi mettere nei panni di una donna.

Cos’è la libertà  per te?

A livello generale, il fatto che nessuno metta nessun altro in condizioni di sudditanza, non solo politica ma lavorativa, economica, eccetera. A livello personale, poter scrivere senza che nessuno mi venga a dire cosa devo scrivere per motivi politici o di presunto marketing; una volta una mia raccolta di racconti è stata bocciata perché giudicata troppo di sinistra, dopo che le singole storie erano uscite da… Mondadori; altre volte mi è stato detto che i miei libri sono di nicchia, dimenticando che sono tali solo per colpa di chi fabbrica le nicchie apposta per tenerceli. E vorrei poter scrivere senza dovermi ammazzare di lavoro 16 ore al giorno (in passato a volte anche 20) al fine di guadagnare il necessario per vivere e permettermi poi il lusso di fare lo scrittore. In questo senso, ora non sono  libero. Come sempre, Arbeit Macht Frei un accidente.

Ci sono esordienti che ti hanno particolarmente colpito?

Parecchi. In qualche caso li ho scoperti io, oppure ho contribuito a scoprirli. Mi piace ricordare Ettore Maggi, che inviò un racconto a “M-Rivista del Mistero” che lessi avidamente in metropolitana; Gianluca Mercadante, che conobbi insieme a Pinketts e di cui pubblicai poco dopo un racconto; Cristiana Astori, che mi fu segnalata da Alda Teodorani e che seguo sempre con attenzione anche adesso che non sono più il suo editore; il giovanissimo Davide Garbero, scoperto a sua volta da Cristiana, che si guadagnò la terza pagina del “Corriere” con i suoi geniali racconti scritti a 17-18 anni; Luca Tarenzi, che dopo avere scambiato due parole mi aveva già convinto che doveva avere talento… e infatti! Tutti continuano a confermare le loro capacità, nonostante il mondo dell’editoria sia quello che è.

Ti piace presentare i tuoi libri al pubblico? Raccontami un episodio divertente che ti è successo ad una presentazione.

Temo di avere una propensione naturale all’esibizionismo e una vocazione da entertainer. Del resto sono più di 15 anni che affianco Pinketts nelle sue serate settimanali e sono spesso chiamato a  presentare altri autori. Mi div
erte inserire qualcosa di scherzoso nelle presentazioni, come quando al Caffè  dell’Orologio di Modena, per presentare “Mondo Bond 2007”, mi sono presentato in smoking e a metà serata ho estratto una (finta) Walther P99 da una fondina spiegando come nella realtà sarebbe terribilmente scomodo per 007 andare in giro con un arnese simile sotto l’ascella. O quando a Cartoomics, la fiera del fumetto, mi sono presentato con una copia del mio romanzo di Martin Mystère alta circa un metro e mezzo; in quell’occasione ho raccontato al pubblico la genesi piuttosto cialtronesca delle mie sceneggiature di Martin Mystère, presenti Alfredo Castelli e Sergio Bonelli; mentre il primo era quasi in imbarazzo, temendo che l’editore lo accusasse di scarsa serietà nella scelta degli sceneggiatori, Bonelli invece si divertì moltissimo.

Che libro stai leggendo attualmente?

Sono diviso tra la biografia delle sorelle Giussani scritta brillantemente da Davide Barzi e il dattiloscritto del primo romanzo di Cristiana Astori. Purtroppo riesco a dedicare poco tempo all’uno e all’altro.

Come ti documenti per la stesura dei tuoi libri? Hai avuto modo di accedere a documenti top secret?

Mi documento sempre moltissimo, a volte anche per un decennio prima di arrivare a scrivere il romanzo che riguarda un particolare argomento. Questo è anche uno dei motivi per cui la stesura di un libro può essere molto rapida. Per quanto riguarda “Le grandi spie”, che contiene un lavoro di ricerca protratto nel tempo, ci sono anche elementi che possono essere considerate top secret… o lo erano 10 o 15 anni fa. Ma a quei tempi ho promesso di non rivelarne le fonti e non lo faccio nemmeno ora. Tuttavia l’aspetto più interessante dello spionaggio è che spesso le informazioni più interessanti si trovano già sui giornali. In molti casi si tratta di fare gli opportuni collegamenti. Invito a fare lo stesso con il mio libro sulle spie, tenendo d’occhio l’indice analitico: due singole notizie in cui viene menzionato lo stesso nome possono essere del tutto innocenti, ma se collegate l’una all’altra aprono spiragli inquietanti.

Stai scrivendo un nuovo libro? Puoi anticiparci qualcosa?

Ho da poco finito il sesto romanzo di Nightshade, ambientato in parte anche a Napoli e a Milano. In questo momento sto eseguendo una sorta di “editing autoriale” su un libro a più mani, di cui ancora non si può svelare nulla. Sto anche lavorando a un progetto per un libro a quattro mani… solo che in questo momento è l’altro autore che ce ne sta mettendo tre perché io ho troppo da fare altrove; spero di rimediare presto, perché poi ho un altro progetto, sempre a quattro mani, in lista di attesa. Ho in programma il secondo romanzo lungo di Carlo Medina dopo “Ladykill/Morte accidentale di una lady” (che con 40.000 copie o giù di lì è stato anche il mio maggiore successo) e il settimo episodio di Nightshade. Ho in mente un romanzo di fantascienza in parte collegato alla mia nuova serie con protagonista padre Antonio Stanislawsky, prete d’assalto nel mondo del futuro con la passione per belle donne e armi pesanti. E ci sono parecchi racconti che premono per essere scritti… Quello che non manca sono le idee e la voglia di scrivere.

:: Giovanni Choukhadarian recensisce “Ho perdonato Hitler” di Gian Piero Moretti.

23 febbraio 2010 by
Fino all’anno scorso, Gian Piero Moretti ha fatto il giornalista; è stato infatti corrispondente da Sanremo prima per La Gazzetta del popolo, poi per La Stampa. Appena in pensione, s’inventa il viaggio immaginario nell’aldilà di Giuditta Modena, 13enne ebrea bolognese che viene deportata a Mauthausen, dove l’intera famiglia viene sterminata e lei subisce ogni genere di tortura. Tornata in una Bologna che più devastata non la si può immaginare, ha un incidente in macchina e, nel coma, conosce l’aldilà di cui sopra. V’incontra Adolf Hitler, Anna Frank e infiniti altri personaggi, più o meno conosciuti. Si tratta di un viaggio che l’autore racconta con lingua rapida, forte capacità visiva e una ricchezza di rimandi intertestuali invero non consueta: dall’Antico Testamento fino alla letteratura concentrazionaria del Novecento, passando beninteso per la Commedia. Al di là della trama, peraltro ben costruita e sviluppata, restano bene in evidenza: il Male, la colpa e il perdono. Esordio sorprendente sia per il coraggio nella scelta dell’argomento, sia per l’autenticità con cui è trattato.

:: Intervista a Paola Ronco

19 febbraio 2010 by
cop_paola-roncoBenvenuta Paola, è un piacere per me ospitarti su Liberidiscrivere. Come prima cosa inizierei con le presentazioni. Descriviti ai nostri lettori, studi, abitudini, difetti, pregi. Raccontati come se fossi un personaggio dei tuoi libri.

Se fossi uno dei miei personaggi non descriverei quasi niente, cercherei di far capire che tipo sono nel corso della lettura. Dovendo andare di fretta, ecco, userei suggestioni sparse. Il rigore geometrico delle strade torinesi e il caos sfaccettato di certi vicoli a Genova. Una laurea inutile in storia medievale, un’irritante tendenza al nottambulismo e all’insonnia, l’insofferenza verso gli anziani che si lamentano sugli autobus. Scrivere, cucinare, camminare per ore, ridere al ristorante cinese insieme agli amici. L’arrabbiatura facile, il pianto non ne parliamo. Più pessimista che ingenua, a tratti contenta, rannuvolata variabile.

Quando hai iniziato a scrivere? C’è stato un momento preciso in cui ti sei detta quella sarà la mia strada?

Nessuna folgorazione sulla via di Damasco, nel mio caso la questione è stata graduale, un po’  come la maggior parte delle cose per me importanti. Da che mi ricordo ho sempre amato scrivere e raccontare storie. Da ragazzina tenevo un diario e mi piacevano le storie lunghe, un po’ fantasy; crescendo mi sono appassionata anche ai gialli, visto che mia madre ne aveva una bella collezione. Ci è voluta la permanenza in Inghilterra, dove ho passato quasi cinque anni, a farmi deviare decisamente verso scritture più forti, dalle sfumature nere. 

C’è qualcuno che ti ha particolarmente aiutata nel tuo esordio anche solo con consigli, incoraggiamenti e che vorresti ringraziare?

Non rivelo un segreto dicendo che questo romanzo non sarebbe mai nato senza l’incoraggiamento, i consigli e la generosità di Luigi Bernardi. È stato lui a leggere il mio ‘Corpo Estraneo’, il racconto che conteneva l’abbozzo delle vicende in cui è coinvolto l’agente Cabras, ed è stato lui a stroncarlo, suggerendomi di provare a farne qualcos’altro, e spingendomi a uscire da una dimensione ‘amatoriale’.

Hai pubblicato con Perdisa Pop il tuo romanzo d’esordio “Corpi estranei”, un romanzo duro, lucido, maturo, inconsueto per una ragazza di trent’anni. Parlaci della sua genesi e del processo che ha portato dall’originario racconto al romanzo.

Non so se si tratti di un romanzo inconsueto, di sicuro devo dire che a trentatré  anni non mi sento più tanto una ‘ragazza’… Come dicevo prima, ho cominciato a lavorare partendo da un corpo estraneo, declinato al singolare. Pensavo, agli inizi, di raccontare solo la storia di Cabras, trasformando il racconto in un romanzo breve; durante la stesura, però, sono spuntati i personaggi di Silvia e Alessia, e sono stata contentissima di assecondarli. 

Quando Luigi Bernardi ti ha detto che era pronto per la pubblicazione, quali sono stati i tuoi primi pensieri, eri felice, tesa, emozionata?

Un po’  tutte queste cose insieme, certo, con una grossa sfumatura di terrore puro. A differenza di molti aspiranti autori (troppi, se posso permettermi…), non ho mai visto la pubblicazione come il traguardo finale, la meta che annulla ogni altro obiettivo. È una cosa che è capitata, e sarei stupida se dicessi che non ne sono contenta, ma preferisco tenere i piedi per terra e guardare avanti.

So che ci tieni a dire che “Corpi estranei” è un romanzo a tutto tondo  e non un reportage giornalistico, un saggio, o un pamphlet di critica sociale, ciò non toglie che racchiude molti spunti di riflessione seria e articolata, il disagio giovanile, le forme di precariato diffuse in modo esponenziale, la violenza trattenuta a stento dai meccanismi di controllo sociale, la prevaricazione dei più forti sui più deboli, l’incertezza politica e sociale che caratterizza questi primi anni del nuovo millennio. Sei pessimista o la tua critica è tesa a provocare un moto di ribellione nel lettore?

Mi è già capitato qualche volta, durante le presentazioni che ho fatto, di sentirmi dire che noi trentaequalcosenni siamo passivi e incapaci di reagire, e che i personaggi del romanzo descrivono perfettamente, anche troppo, questo modo di essere. La riflessione successiva, a quel punto, si lega alla nostra incapacità di immaginare il futuro, come se fossimo condannati a un eterno presente precario.

Di solito me la cavo rispondendo che, se riuscissi a immaginare una via di fuga decente, scriverei un manifesto politico invece che un romanzo. Il fatto è che scrivendo non punto a crogiolarmi nelle mie tendenze pessimiste, ma neanche a cambiare il mondo: non sono così ambiziosa da pensare di poterlo fare. Mi parrebbe già un ottimo risultato riuscire a offrire un punto di vista differente, uno spunto di riflessione in più.

Solitamente gli scrittori amano proiettare se stessi in alcuni personaggi dei loro libri, mentre nel tuo caso ho avuto la forte sensazione che i personaggi femminili di Silvia e Alessia si discostino da te, correggimi se mi sbaglio.

A essere sincera credo di aver messo parti di me in tutti e tre i personaggi principali (ebbene sì, persino in Cabras). Poi è chiaro che nessuno di loro mi rispecchia veramente, nel senso che non ho inserito nessuna autobiografia mascherata. Certo è che, come Silvia, anch’io ho lavorato da precaria in un paio di agenzie di pubbliche relazioni. E, come Alessia, sono stata una studentessa universitaria impegnata e squattrinata. Le somiglianze finiscono qui; era la loro storia che volevo raccontare, non la mia.

Parlaci della tua Torino, in un certo senso scelta obbligata per l’ambientazione del tuo libro, dato che la conosci bene e ci hai vissuto molti anni. C’è qualche luogo privilegiato, qualche via, qualche viale che ami particolarmente, che ti trasmette sensazioni positive di pace, benessere?

Torino è la mia città, nel bene e nel male. Vivo a Genova dal 2007 e mi ci trovo benissimo, ma non posso dimenticare il posto in cui ho passato i primi venticinque anni della mia vita. Come tutti gli universitari di Palazzo Nuovo ho molti ricordi legati alla zona di via Po, ai suoi negozietti alternativi, ai bar dove passare i pomeriggi e alle pizzerie al taglio. Mi è sempre piaciuta piazza Vittorio, in ogni stagione adoro affacciarmi a vedere il fiume, proprio sopra i Murazzi. E poi le passeggiate in via Garibaldi, il meraviglioso mercato di Porta Palazzo, il Balon e la bellezza esagerata della Consolata, con i suoi ex voto e l’aria barocca; una chiesa in cui mi piacerebbe molto ambientare qualche scena di romanzo…

Torino ha una forte tradizione di impegno, di militanza, di attenzione per gli strati più marginali, mi riferisco all’Arsenale della Pace, al Gruppo Abele di Don Ciotti ed ad altre realtà impegnate nel sociale. Da cosa pensi derivi questa tradizione, ne senti la presenza quando ti capita di tornarci ?

Spero di sbagliarmi, ma sospetto che molto impegno nasca dalla constatazione di una crudeltà che riesce
a essere più  spietata che altrove. Torino sa essere muta e scostante come soltanto certe città del nord, e mi pare che non sia riuscita a cogliere in pieno le potenzialità positive portate dai numerosi immigrati arrivati qui in tempi e ondate successive, contagiandoli anzi con la sua diffidenza fredda. Non è un caso, credo, che alcuni dei più arrabbiati sostenitori della Lega Nord a Torino siano di origini meridionali.

Se dovessi definire il tuo romanzo in una categoria, un genere, quale sceglieresti o le limitazioni ti stanno strette?

Non ho le basi culturali né, lo ammetto, la voglia di mettermi a pensare che genere di romanzo ho scritto. Mi piace il suono della parola noir, ma è più una questione sentimentale che altro.

Quali sono i tuoi scrittori preferiti e quali ti hanno influenzato di più, italiani o starnieri, viventi o del passato?

Ogni volta che rispondo a questa domanda mi capita di rileggermi e dire, ossignore, e quello perché non l’ho citato? E quell’altro? Che poi son cose che cambiano a seconda del momento storico, dello stato d’animo, delle circostanze. Direi comunque che il mio autore preferito in assoluto è Beppe Fenoglio. Lo leggo, lo rileggo e trovo sempre qualcosa da imparare, nonostante il suo stile sia del tutto diverso dal mio, o forse proprio per questo motivo. In ordine sparso e a botta calda, oggi ti direi Manchette, Erri De Luca, Lucarelli, Daeninckx, Foster Wallace.

La colpa e la redenzione sono temi importanti nei tuoi racconti e romanzi?

Il concetto di colpa mi pare estremamente interessante, soprattutto nel contesto di un paese smemorato e imbevuto di cattolicesimo come il nostro. Le volte che mi è capitato di parlarne con persone appartenenti a una cultura anglosassone ho spesso sentito la teoria per cui noi ‘latini’, per così dire, saremmo più corrotti per colpa dell’istituto della confessione. Facciamo qualcosa di male, corriamo dal prete, due pater ave gloria e torna tutto a posto. Quando ero in Inghilterra mi ci arrabbiavo molto, si sa che la nostalgia di casa rende patriottici. Il brusco ritorno mi ha costretta a rivedere parecchie cose. Di redenzione, devo ammettere, ne ho sempre vista pochina in giro.

Sei una persona curiosa? Di solito come ti documenti per i tuoi libri? Ami registrare testimonianze, scavare negli archivi, fare approfondite ricerche tramite internet?

Normalmente faccio ricerche su internet, credo come tutti. Mi piace molto sapere di cosa sto parlando, anche per evitare di dire stupidaggini, ma c’è da dire che mi capita di scrivere quasi esclusivamente di argomenti che mi interessano…

Da esordiente, c’è qualche esordiente che ti ha sorpeso, di cui ammiri il lavoro o magari invidi lo stile? Se dovessi promuoverne uno, non pensarci dimmi il primo nome che ti viene in mente.

Sarò  campanilista, ma il primo nome che mi viene in mente è quello della collega di scuderia Silvia Tebaldi, che l’anno scorso ha esordito con un romanzo particolarissimo, “Vuoto Centrale”. È  una storia evocativa e poetica, fatta di suggestioni e parole che rimangono impresse a lungo nella memoria.

Hai scritto numerosi racconti, genere che adoro, quali sono per te le qualità di un buon racconto?

Detto in confidenza, scrivere racconti per me è un po’ una tortura, e di solito preferisco il passo lento dei romanzi. Lo faccio per esercitarmi, quando ho voglia di complicarmi la vita o se ci sono progetti interessanti di mezzo. Direi comunque che un buon racconto deve saper rendere un’atmosfera in poche righe, avere personaggi tridimensionali e una storia che spicchi su qualsiasi esercizio di bello stile.

Ci sono progetti cinematografici per “Corpi Estranei”? Quali attori vedresti bene nelle parti di Mauro, Silvia e Alessia?

Non lo dico neanche sotto tortura! Sono molto scaramantica su queste cose e non ho pensato a nessuno dei protagonisti. Certo che, se mai si facesse un film tratto dal romanzo, proverei a insistere per avere Claudio Santamaria nei panni dell’agente Mongardi…

Raccontami un episodio bizzarro, divertente, inconueto accaduto durante una delle presentazioni dei tuoi libri.

Come spesso succede quando capitano domande di questo tipo, non mi viene in mente nemmeno un episodio. Beh, forse il ricordo della faccia compunta dei miei genitori alla presentazione genovese, quando il giornalista Raffaele Niri ha sparato una domanda a bruciapelo sulle scene di sesso in “Corpi Estranei”…

Che libro stai leggendo attualmente?

Non uno, ma due insieme (lo faccio spesso); La vita agra di Bianciardi, che vergognosamente non avevo ancora letto, e ‘Un contadino nella metropoli’, di Prospero Gallinari.

Attualmente stai scrivendo? Puoi anticiparci qualcosa sui tuoi prossimi progetti?

Sto scrivendo, sì, ma da buona superstiziosa non dirò  nulla…

:: Intervista a Sacha Naspini

18 febbraio 2010 by
i%20cariolantiCiao Sacha e benvenuto su Liberidiscrivere. Partiamo con il tuo identikit, sei nato a Grosseto nel 76, fai lo scrittore, so che sei una persona con un forte senso dell’umorismo e dell’amicizia, ami i ragni, vuoi aggiungere qualcosa?

Boh, che ti dico. Mi piacciono i viaggi lunghi, il vino nero d’inverno e quello bianco d’estate, correre un’ora al giorno in qualunque posto mi trovi, sventrare nell’ascensore chi ascolta il pop italiano melenso… Queste cose qui, come tutti. Sono una persona normale.

Di carattere sei un ribelle o uno che ama il quieto vivere?

Amo il quieto vivere a modo mio. Non lo so se sono ribelle, ma poco rilassato di sicuro. Coltivo con attenzione la mia intolleranza quotidiana, e questo momento storico mi mette alla prova ogni minuto. Non riesco a stare staccato dalle cose che mi succedono attorno, e se trovo un crepa dove mi infurio, mi ci ficco a testa bassa senza problemi. Accendi la televisione, e dimmi come fai a non ribellarti a TUTTO. Se non lo fai e ti va bene, sei un cretino, stop. Ieri sera ho acceso sull’uno e mi sono ritrovato davanti le prime note di Pupo a Sanremo. Alla fine della “canzone” ero pronto a partire con un cinturone caricato a molotov per incendiare la città. Quella “canzone” è pura e semplice incitazione alla violenza. Se poi cascano le statuette dal cielo, ci si lamenta anche.

C’è stato un giorno che ti sei detto “Beh, da domani farò lo scrittore”, o è stato un processo graduale?

È sempre successo, fin da quando ero bimbo. Sto ancora cercando di capire a chi affibbiare la colpa. Perché lo sai, vero: quando si affibbia la colpa a qualcuno, poi si vive cento volte meglio.

Quale è stato il tuo primo lavoro che hai pubbicato e quanto è stato difficile trovare un editore?

Il mio primo romanzo è stato L’ingrato, che ho pubblicato con Effequ. È uscito nel marzo del 2006, ma io mi trovavo in Inghilterra. Dall’invio del testo, non dovetti attendere molto, Fernando Quatraro mi chiamò dopo pochissimo tempo, forse neanche venti giorni. È cominciata così. Ma già pubblicavo racconti da un paio d’anni.

Pensi che in Italia si possa vivere di scrittura o è ancora un settore di elite?

Certo che è possibile vivere di scrittura – specie se la intendi a tuttotondo: collaborazioni di vario genere con giornali e sceneggiatori, laboratori, poi ci sono le pubblicazioni… Io non mi pongo il problema delle elite: lavoro, faccio il mio. Si dice che uno scrittore a quarant’anni è sempre un “giovane” scrittore. Ho appena passato i trenta, quindi sono nella fase degli ormoni e del corpo in fiamme. E come ogni buon adolescente con la testa bacata, non me ne frega niente di elite e robe così. Poi bisognerebbe capire per bene cosa intendi con “elite”.

Hai spaziato dall’horror al noir senza farti mancare spruzzi di esistenzialismo. C’è un genere che prediligi e in cui ti senti di dare il meglio?

In realtà  non ho mai scritto un horror in vita mia, né un noir inteso nel senso stretto. Non mi interessano i mostri o i commissari che devono risolvere un caso – almeno, per ora è così. Quel che mi interessa sono le suggestioni che possono trapelare qua e là volando attorni ai bordi dei generi. Ma poi anche Stephen King, per dire uno che ha sfondato un pochino, si definisce lui stesso “Scrittore di emozioni”, o un cosa così. Se proprio dobbiamo dire dove sguazzo meglio, credo che sia nelle miserie umane. Il mio obiettivo è sempre un po’ quello di provare a mettere in discussione le certezze – o quelle che ci passano per tali. Insomma, destabilizzare. Far crollare il castello di carte.

I “Sassi” diciamo è il tuo romanzo più “classico” se mi perdoni il termine, un noir che ti ha fatto accostare a Scerbanenco, ambientato nel mondo degli antiquari, con un finale spiazzante che mi guardo bene da anticipare. Puoi parlarcene?

I sassi è il romanzo più contaminato che ho scritto, su vari versanti, e con la trama forse più intrigata. L’ho buttato giù di getto in un paio di settimane dopo il mio primo viaggio a Praga, tenendo su quella suggestione lì. Volevo scrivere una storia sulla vendetta cieca, di chi vuole riappropriarsi del suo posto nel mondo, del suo ruolo, della sua vera identità. Si va avanti e indietro nel tempo, nell’arco di trent’anni, alla ricerca di questa cosa. È una storia che consiglio caldamente a chi ha qualche conto in sospeso importante.

Ora dimmi qualcosa su “I Cariolanti” per la Elliot Edizioni. Una casa editrice importante per un libro difficile, estremo, poco rassicurante, se vogliamo dire proprio inquietante. Come è nato il personaggio di Bastiano?

Bastiano mi è venuto a trovare un anno fa, forse proprio di questi tempi. La prima bozza de I Cariolanti l’ho buttata fuori in cinque giorni di scrittura intensa. Quello che mi ha subito preso di più, è stata la spontaneità della voce che mi stava uscendo, che aveva una sua struttura per così dire “anomala”, ma mi partiva proprio da in fondo alle budella e io non ci potevo fare niente. Partendo da quell’intonazione lì, la storia è venuta giù da sola, con una sua compagine solida. Mentre scrivevo, mi veniva solo chiesto di abbaiare sulle pagine per come sentivo dentro, di avere il coraggio di avere coraggio e continuare per la mia strada. Alla fine è saltato fuori un romanzo tagliato bene, ma che doveva trovare una casa altrettanto coraggiosa dove abitare. Elliot – e con l’entusiasmo di Massimiliano Governi – se ne è presa cura in modo totale.

Raccontami una tua giornata tipo dedicata alla scrittura, hai riti, pratiche scaramantiche, abitudini? Ti piace scrivere ascoltando musica?

No, niente musica, mi dànno fastidio anche gli uccellini che cinguettano davanti alla finestra. E non ho riti, né pratiche strane. Mi bastano le sigarette, un po’ di umanità fuori dalle scatole e posso cominciare a lavorare tranquillo.

Oltre che scrittore sei anche musicista. Parlaci del tuo gruppo. Scrivi anche canzoni? Dimmene alcuni versi.

Per il momento ho stoppato, che altrimenti mi servivano giornate di quaranta ore. Ma è strano come accadono le cose: fermo i lavori, e arriva giusto giusto un buon contratto, proprio in questi giorni. Prima di dire che magari se ne riparla più avanti ci ho pensato un po’, perché la musica mi piace, io le ho dato molto e lei troppo poco. Ma è proprio il mercato musicale underground che fa acqua, proprio come certe realtà editoriali, quindi la musica in sé non c’entra niente, sono gli squaletti che se la mettono all’occhiello a farla diventare brutta. Se scrivo canzoni, mi dici. Ne ho scritte, certo – sennò uno che impara a suonare a fare? Ho all’attivo una cosa come circa duecento pezzi, musicati e arrangiati. Solo una piccola parte di questi sono s
tati pubblicati, diciamo una cinquantina o giù di lì. Poi ci sono i pezzi strumentali, che sono forse altrettanti, se non di più. Ho collaborato per dei documentari, e mi sono divertito un sacco. Per quanto riguarda i versi no, dài, così è brutto, si fa la figura ignobile della Clerici con Morgan. Se cerchi in rete, qualcosa trovi.

Quanto incide la musica sul tuo scrivere?

Forse incide il senso musicale che ho appreso in quasi vent’anni di composizione e scrittura. La cadenza, gli appoggi, ma non è che li ragiono, ormai vado in automatico – e poi non è detto che se funzionano a me, funzionano anche per chi legge. Ma la cosa più importante che ti insegna lo scrivere in musica, è forse la cura del non detto, del sottotesto, e di quanto si può espandere la parola su una progressione armonica, come cambia anche il senso, come si amplifica, volendo. Questo è molto utile per chi scrive storie.

Quali sono i tuoi scrittori preferiti e quali ti hanno maggiormente influenzato?

Non lo so, immagino quelli che rileggo più spesso. Sono uno che a periodi legge veloce e molto, ma sempre per la questione “tempo”, devo fare dei compromessi: o leggo o scrivo. Quindi a volte mi blocco proprio. Nel fiume che mi lascio dietro, alcune pepite sparse possono essere Calvino, Fante, Palahniuk, Pollock, Kristof, Carver, Pullman e boh, forse altri cento.

Ci sono molte ragazze toste che stanno esordendo nella narrativa, ti senti un po’ spiazzato dalla loro grinta o ami le sfide?

La sfida mi piace, ma in questo caso non ce la vedo proprio: che siano donne o uomini, per me cambia poco. E poi sfida per cosa? Sulle vendite? I testi? Mi sembrerebbe un po’ triste… Semmai sono contento se viene pubblicato qualcosa di bello, così me lo leggo e vedo se c’è da imparare qualcosa.

Che ruolo svolge internet nella ricerca e nella promozione dei tuoi libri?

È senz’altro uno strumento utile, che ti offre l’opportunità di entrare in contatto con i lettori, cosa importante e bellissima. Gente che poi magari ti ritrovi fisicamente alle presentazioni, e con cui dopo ti bevi una birra, parli un po’.

Che libro stai leggendo in questo momento?

Ho finito da poco L’umanità, di Emiliano Gucci, compagno di scuderia in Elliot, nella collana Heroes. L’umanità è un libro che consiglio sinceramente, ed è stato il primo testo che ho letto di Gucci, adesso mi dovrò procurare anche gli altri. È una storia apparentemente “piccola”, senza grandi scossoni, ma in realtà ti si muove sotto ai piedi. È l’abilità di uno scrittore che sa raccontare le cose piccole in un modo grande. E questo modo grande è soprattutto la voce che usa Gucci, affilata, senza possibilità di equivoco, ma lasciando aperta la borsa emozionale, sempre. Insomma, un bel libro, davvero. Una decina di giorni fa scrissi a Emiliano che gli avrei detto cosa ne pensavo, ma non ho mai avuto tempo. Be’, ne ho approfittato qui. Adesso sto leggendo Le braci.

Sacha e la critica. Più gioie o dolori? Quale è la recensione che in assoluto ti ha fatto più felice leggere?

Di recensioni ne ho ricevute molte e ognuna, a modo suo, è la migliore. Forse quelle che mi hanno lasciato di più senza fiato sono state quelle di Ermanno Paccagnini sul Corriere della Sera e di Valeria Parrela per Grazia. Ma anche vedermi sulle pagine de Il mucchio a firma di Carlotta Vissani e su Il Venerdì di Repubblica con la Pingitore, è stata una bella sensazione. Una cosa che ricordo veramente bene, è l’entusiasmo con cui Loredana Lipperini mi ospitò a Fahrenheit. Dopo scrisse de I Cariolanti sul suo blog Lipperatura, e anche quella è stata un’emozione pazzesca.

Ti piace la poesia? Quali sono i tuoi poeti preferiti, inclusi anche i musicisti che hanno scritto canzoni particolarmente significative?

La poesia mi piace anche, ma deve avere il cazzo dritto. Quelle robe sulla primavera, i tuoi occhi algebrici e l’epocale tristezza della mia anima davanti al mare, mi fanno spavento. Davvero, lo giuro: ci vuole niente a scrivere una poesia. Invece ci vuole un bel po’ d’anima carica a scrivere una poesia che non sappia solo di lamento – o estasi, che poi è uguale. Ci vuole vita fatta, non ci sono storie. E forte senso del testo. E quell’altra cosa là che non si spiega. Sulla musica è più facile, a volte sono anche “fortuite” combinazioni. Ma chiaramente non nel caso di poeti come De Andrè, certo, ma anche Gaber, Guccini, Agnelli, Gaetano, Edda, Ferretti…

Nella tua carriera ci sono stati errori che hai commesso che con l’esperienza non rifaresti più?

Assolutamente sì. Alcuni anche veramente pesanti, come accettare collaborazioni che ti mettono comunque in evidenza, per dei soldi. Per dirla alla povera: marchette. Ma d’altronde anche alcuni grandi ne hanno fatte, se lo faccio anch’io non do noia a nessuno. Chiaramente ora basta.

Raccontami un episodio divertente avvenuto durante una presentazione di un tuo libro. Se non te ne venisse in mente nessuno, anche una barzelletta andrebbe bene.

Le barzellette le elimino dalla testa un momento dopo che ho finito di ridere – se ci ho riso. Di episodi divertenti non me ne viene manco uno. Di solito quando ci si diverte io sono da un’altra parte.

Definiscimi il noir.

E te dài con questo noir… Non si sente parlare d’altro. Ultimamente è proprio un pallino generale, te lo definisco così: come girare e rigirare il cucchiaio in un piatto di minestra. Alla fine si fredda, eh. (I noiristi non se la prendano, scherzo)

Se Dario argento girasse “I Ragni”che effetto ti farebbe?

Strano, perché sarei veramente curioso di sapere come ha fatto a fare un film da un racconto di tre cartelle, come lo ha sviluppato, e se davvero – dio gliene sarebbe veramente grato, molto più di satana – ha trovato un buon addetto agli effetti speciali, nonché attori che almeno sappiano simulare uno starnuto.

Stai lavorando ad un nuovo libro? Puoi anticiparci qualcosa?

Certo. Sono in fase di atterraggio con il nuovo romanzo per Elliot. In questi mesi ne ho scritti due, questo è il terzo. Gli altri li ho messi un attimo da parte, perché quando è arrivato questo ha spezzato le ginocchia a entrambi e mi ha chiesto di vivere solo per lui, e così sto facendo. L’ultimo bisturi, comunque, è di Massimiliano Governi. Parallelamente sto scrivendo un testo sui Noir Désir che mi ha commissionato Luigi Bernardi, per Perdisa, entrerà nella nuova collana Rumore Bianco. Inoltre proprio in questi giorni sto dando dei colpetti di finitura al racconto La comune dei sentimenti, che farà parte del Best Off 2011 di Minimum Fax.

Senza Marco Piva, che mi ha detto che in fondo sei un bravo ragazzo, non avrei mai avuto il coraggio di conttattarti. Digli qualcosa per ringraziarlo, o minaccialo come farebbe il Greco de I Sassi nel caso non ti fossero piaciute le mie domande.

Marco, Marco, Marco. Tu non sai quanto è sfortunato questo nome accostato a quello del Greco. Povero ragazzo mio, riuscirai ad arrivare all’incontro di Mantova? Spero di non trovarti nella hall di un hotel, sotto a un mucchio di Corpi Freddi…

:: Intervista a Franco Limardi

17 febbraio 2010 by

L1340564Benvenuto Franco su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato la mia intervista. Racconta qualcosa di te ai nostri lettori. Chi è Franco Limardi?

Grazie a te Giulia e a Liberidiscrivere per l‘ospitalità che mi viene offerta. Inizi subito con una domanda difficile… devo declinare le mie generalità o le mie singolarità, come dice Paolo Conte?  Battute a parte questa è veramente una domanda a cui non so rispondere: un insegnante che fa anche lo scrittore, uno scrittore che s’intrufola a scuola tutte le mattine…diverse altre cose, nessuna trascurabile e nessuna importante… forse sarebbe meglio chiederlo a qualcuno che mi conosce, quello che potrei dire io credo sarebbe parziale e forse auto compiacente.

Parlaci del tuo primo amore l‘insegnamento. Sei un professore di un Istituto superiore, molto amato dai giovani. Lo vedo dai messaggi che ti inviano. Come si crea questo rapporto di fiducia e rispetto?

Devo essere sincero: la scuola non è  il mio “primo amore” come lo chiami tu, anzi per dirla tutta, se da giovane mi avessero detto che avrei fatto questa professione, sarei scappato; diciamo che poi la vita provvede a farti rivedere i tuoi piani e le tue intenzioni e così mi sono “ritrovato” a fare l’insegnante, spero in modo dignitoso e utile per i miei studenti, ma non sono sicuramente all’altezza di tanti insegnanti molto più preparati di me. Con i ragazzi c’è un rapporto di estrema chiarezza e, soprattutto, non faccio finta di essere uno di loro, oppure il loro padre aggiunto o, peggio ancora, un loro amico; sono uno che ha il compito di aiutarli a crescere e che passa con loro una parte della giornata, spero in modo costruttivo, sanno che possono contare su di me, perché per un “difetto costituzionale” non tiro fregature, così si stabilisce, il più delle volte quel rapporto di cui mi chiedi. L’insegnamento è un mestiere a volte gratificante, impegnativo, che costringe chi vuol farlo al meglio ad ascoltare i ragazzi e rimanere vigili sulla realtà che loro vivono, che è quella presente e, in nuce, futura; è un lavoro che ti porta in mezzo alle persone e per chi scrive, c’è un bisogno vitale di questi bagni di umanità.

Insegni letteratura italiana, avrei letto molti temi dei tuoi alunni. Da cosa pensi si riconosca il talento narrativo?

Vedi, nelle scuole in cui io insegno si bada al concreto, al pratico. Di solito i ragazzi non amano assolutamente leggere, figurati scrivere, così, come lettore, sono abituato a leggere narratori già “patentati”, scrittori che hanno capacità e strumenti, tecniche già assodate e certificate. Posso dirti che come misura della capacità narrativa altrui, ho il metro del “rapimento”, nel senso che quando non riesco a staccarmi dalla pagina, quando leggo e rileggo delle frasi, quando sono attraversato dalle emozioni, allora ho la convinzione di trovarmi di fronte ad un grande narratore.

Quali libri consiglieresti di leggere ai tuoi ragazzi, gli stessi che hanno formato te negli anni giovanili?

Da ragazzo sono stato ( lo sono tuttora) un lettore disordinatissimo, tanto che non ho seguito alcun tipo di “canone”. Andavo a fiuto, m’innamoravo di un autore per averci “inciampato” casualmente; poi mi bevevo tutto ciò che trovavo di quello scrittore. Da ragazzo ho letto Poe, Buzzati, Pasolini, Jan Potocki, Mary Shelley, Anthony Burgess, Calvino, Malaparte, Hesse, Salgari, Conrad, Pavese e un mucchio di altri che adesso non mi vengono in mente, compresa una quantità industriale di fumetti d’autore; per farti capire, il primo volume di comics che ho comprato con i miei risparmi fu “La ballata del mare salato” che è un romanzo a tutti gli effetti. Ah! Ero un divoratore dei libri di Sven Hassel…e voglio vedere se c’è qualcuno che se lo ricorda…Tornando alla domanda, provo a suggerire loro dei libri, con esiti il più delle volte sfortunati. Avevo trovato un libro di Primo Levi intitolato “La chiave a stella”in cui compariva la figura di Faussone, un operaio specializzato, un mago della messa in opera di impianti sofisticatissimi e pensavo che a dei futuri periti meccanici potesse interessare, invece…è andata meglio un altro anno, con un’altra classe a cui ho proposto “Il diavolo sulle colline” di Pavese…sono imprevedibili…soprattutto però i ragazzi, in generale,  non hanno nessuna abitudine alla parola scritta, di nessun tipo.

Sei uno scrittore di noir. Come è nato il tuo amore per la scrittura e per questo genere particolare di letteratura?

Mi è sempre piaciuto “ascoltare” storie, leggerle e, a quanto dicevano i miei insegnanti, mi risultava facile scrivere, così ad un certo punto ho pensato che potevo inventarmele io le storie, soprattutto quelle che mi sarebbe piaciuto leggere o “ascoltare”. Più avanti negli anni, mi sono accorto che scrivere è, inevitabilmente, scrivere per gli altri, cercare cioè di darle agli altri le storie che inventi, perché scrivere per sé è una situazione sterile e frustrante. Gli altri, poi, ti danno anche la misura della tua capacità, della legittimità delle tue aspirazioni di autore o, almeno per me, di “contastorie”. Le storie noir, quelle dell’Hard Boiled americano o del Polar francese mi sono sempre piaciute per la loro visione della esistenza umana e dei rapporti sociali che esistono nella nostra società, ma autore noir mi ci sono un po’ “trovato”. Quando DeriveApprodi ha pubblicato il mio primo romanzo, dall’ufficio stampa della casa editrice mi mandarono la locandina di lancio del libro e la scritta recitava “Un autore emergente del noir”, così mi sono detto “Ah!…sono un autore noir…oh, va bene, mi piace!”. Adesso, più semplicemente dico che mi interessa, mi piace raccontare un certo tipo di storie, che vengono definite “noir” ma non sto lì a controllarmi mentre scrivo se ciò che racconto e come lo faccio rientri nei canoni del genere o meno.

Hai esordito nel 2001 con il noir “L’età dell’acqua” (DeriveApprodi). Come è nato questo libro? Raccontaci la tua strada verso la pubblicazione.

Il romanzo nacque un paio di anni prima, una storia molto compatta e tirata, una specie di blocchetto, un cubetto di porfido strappato alle strade di Roma che mi andava di lanciare, nemmeno io so bene dove o contro chi. Avevo accumulato una serie d’impressioni, di immagini della città e della gente che ci viveva che si erano coagulate poi nei cinque personaggi del libro. La scrittura è sicuramente molto “sporca”, praticamente non feci editing, salvo che per correggere gli errori più banali; poi diedi da leggere il romanzo ad un amico, Giuseppe “Joe” Giustini e fu lui a suggerirmi di spedirlo al  Premio Calvino. Arrivare tra i primi tre finalisti fu una sorpresa assoluta per me. Poi il romanzo arrivò a Luigi Bernardi e, grazie a lui, a DeriveApprodi che lo pubblicò. Devo dire di essere stato veramente fortunato a poter “saltare” tanti gradini e arrivare direttamente
alla pubblicazione.

Va di moda definire il “noir”. Puoi darmene una tua personale definizione?

No, credo di non essere in grado, anche perché ci sono state decine di dibattiti, convegni, interventi e articoli e stiamo ancora qui a chiederci cosa sia questo “Noir”. Io stesso ho partecipato a diversi dibattiti, l’ultimo a Roma pochi giorni fa nel ambito di Roma noir 2010 e devo confessarti che speravo di avere io stesso una qualche risposta definitiva, ma non c’è stata. Anche perché poi, alla fine, in questa non definizione, ci si può mettere tutto e il contrario di tutto ed è un contenitore comodo e, come dici tu, di moda. Poi, penso anche che ormai questo tentativo di definire i caratteri del genere sia diventato, a suo modo, una sorta di genere, nel senso che ci si esercita a tentare di definire per il gusto di farlo o perché è, in qualche modo, d’obbligo interrogarsi sul genere in ogni presentazione o in ogni incontro tra autori, tanto poi si sa che non si arriva mai ad una risposta definitiva…

Io sono una grande appassionata di Cornel Woolrich, definito da alcuni il “maledetto” e sicuramente uno dei più neri scrittori di sempre. In cosa pensi i vostri stili si somiglino?

Caspita! Ma lo dici tu che il mio modo di scrivere assomiglia a quello di Woolrich? Sarebbe un grandissimo complimento, perché io non mi azzarderei mai a mettermi sullo stesso piano…Woolrich è un autore che mi piace molto, soprattutto per quel senso del destino, della ineluttabilità della sorte dei suoi personaggi che, secondo me, dà ai suoi romanzi un tono epico, ma di una epicità dimessa, dolente. I suoi personaggi sono degli sconfitti, probabilmente sanno con certezza di esserlo, tuttavia percorrono la loro strada fino in fondo, per un profondo senso di dignità, per mantenere fede ad un impegno che hanno preso; pensa per esempio ad “Appuntamento in nero”. Quanto allo stile c’è da dire che confesso di averlo letto solo in italiano e questo sai quanto tolga alla percezione del valore più pieno del modo di scrivere di un autore straniero.

Quali sono i tuoi scrittori preferiti non solo noir e quelli che ti hanno influenzato maggiormente?

Qualcuno l’ho già citato rispondendo ad una domanda precedente; sicuramente Manchette, McCarthy, Bunker, Fante, Marias, Houllebecq, lasciamo da parte i classici, dell’Ottocento…la Yourcenar, Mishima, Celine, Durrennmatt, Hrabal e Kafka, Svevo, Orwell, Vonnegut. Ho pudore a dire che mi hanno influenzato, significherebbe dire che possiedo uno stile paragonabile ai loro e non spetta a me dire se effettivamente ho questo stile oppure no.

Ti piace il noir americano degli anni 50’? O preferisci le gangster story americane degli anni 30’?

Facciamo una via di mezzo. Mi piacciono le storie degli anni ‘40 hanno il sapore della transizione, soprattutto quelle ambientate subito dopo la guerra, anche se in mente mi vengono soprattutto film, come “Giungla d’asfalto” o i comics come “Rip Kirby”

Chandler o Hammett?

Eh…bella lotta. Diciamo Hammett, però in questo giudizio sono influenzato dalle vicende biografiche dei due autori. Non che Chandler abbia avuto una vita facile e la sua dose di “maledizione” l’aveva anche lui, ma Hammett, con quello che ha subito durante il Maccartismo…insomma mi sta più simpatico. Bella lotta però!

So che sei un grande appassionato di cinema e che apprezzi la narrazione cinematografica, quanto c’è di cinematografico tra virgolette nei tuoi libri?

Credo molto, anche perché le mie scuole di scrittura creativa sono state delle scuole di sceneggiatura. Ho imparato prima a scrivere per lo schermo e poi, successivamente, per la pagina, portando però sul foglio un’impostazione decisamente visiva. Io penso per immagini, nel senso che “vedo” i miei personaggi agire, e parlare tra loro, poi cerco di descrivere le loro azioni o i loro dialoghi, cercando di trovare “la” parola, quella che da sola riesca a trasmettere esattamente il significato che io credo ci sia in un gesto, in uno sguardo, in un silenzio o in una parola. Forse la mia preoccupazione più grande quando scrivo, è di asciugare il testo il più possibile, fino a raggiungere, quando possibile, questa “parola”. Forse in questo sono poco letterario e, probabilmente, la mia scrittura a molti sembrerà povera.

“I cinquanta nomi del bianco” pubblicato da Marsilio, nella sua collana “Le farfalle – i gialli” è risultato finalista allo Scerbanenco e mi pare di essere stata io stessa a dirtelo se non ricordo male. Te lo aspettavi? Che cosa hai provato quando l’hai saputo?

Si, credo sia stata tu a comunicarmi la notizia. No, a dir la verità non me lo aspettavo, anche se pure il precedente romanzo “Anche una sola lacrima” era riuscito a entrare nella fase finale del Premio nel 2005. Ho provato contentezza alla notizia e seguendo le votazioni della giuria popolare, ho avuto la soddisfazione di trovarmi con un discreto numero di voti, e dei giudizi positivi; “I cinquanta nomi del bianco” non è stato molto fortunato poi, nel senso che non ha incontrato assolutamente il favore dei componenti della giuria “tecnica”, tanto che da loro non ho avuto nemmeno un voto; eppure non mi sembrava che fosse così male, in fondo…

Hai pubblicato con Perdisa la raccolta di racconti “Lungo la stessa strada”. Quale è il segreto per scrivere un buon racconto?

Eh…un’altra bella domanda…non saprei, anche perché qui da noi, non c’è una attenzione verso il racconto, così che è difficile mettersi alla prova e sperimentarsi, correggersi e individuare la giusta misura, le giuste dimensioni. Luigi Bernardi mi ha detto spesso che sono logorroico nei miei racconti: infatti quando ho scritto quello per la raccolta “Lama e trama 4”, non so come Luigi, Zona e Silvia Tessitore abbiano resistito alla tentazione di tagliarlo.  A parte le battute, credo che dietro un racconto ci debba essere comunque un’idea forte, un’idea solida, qualcosa che renda credibile e “ascoltabile” ciò che stai scrivendo. Una volta lessi su una rivista, legata ad una casa editrice che promuove i suoi autori, un insopportabile racconto sul ricordo di un trasloco e tutto si basava sul fatto che uno dei trasportatori, trovava in garage un vecchio motorino scassato e da lì in poi, giù con uno sbrodolamento di melanconici flashback assolutamente personali, tra rimembranze scolastiche e primi turbamenti adolescenziali, poi il narratore-protagonista, provava a metterlo in moto senza riuscirci, così che quando il giovanotto di fatica chiedeva di poterselo prendere, il nostro glielo concedeva di buon grado e allora, inaspettatamente, il motorino, subito, partiva…grandi misteri dell’esistenza! Sicuramente c’era un significato profondo, io, grezzo come sono non l’ho capito, e allora la rivista ha attraversato volando la stanza, accompagnata da un sano improperio. Tanto per sintetizzare: scrivo racconti quando la mia idea deve essere, necessariamente, costituzionalmente, breve, incisiva e, anche in grado di coinvolgere chi legge.

So che Luigi Bernardi ti apprezza molto. Raccontami qualche episodio divertente che lo riguarda.

Una volta dovevamo incontrare un gruppo di appassionati di enogastronomia, nell’ambito di una manifestazione che combinava letteratura e buo
n cibo. Credo che i partecipanti fossero del tutto disinteressati ai nostri libri e aspettassero solo che ci togliessimo di torno per poter stappare in santa pace una mezza dozzina di vini diversi. Luigi, che peraltro è astemio, gli sparò a bruciapelo un “Io bevo cocacola e di solito vado a mangiare al fastfood…” Credo che si sia impressionato vedendo le facce smarrite di quella gente, tanto che ha detto subito dopo uno “Scherzo…” anche se aveva un ghignetto divertito. Poi siamo fuggiti e quando siamo andati a cena, poco dopo, il maitre con aria compresa ci ha detto “Posso consigliare ai signori un robusto rosso di produzione locale?” Credo si stia ancora chiedendo perché ridessimo.

Non vorrei essere eccessiva ma dai tuoi libri traspare una sorta di nichilismo, un pessimismo corrosivo e affatto rassicurante. Mentre al contrario sei una persona divertente e solare. Come spieghi questa incongruenza?

Colpa della mia schizofrenia galoppante… scherzo (scherzo?!). Quello che hai percepito è esatto: io ho una visione pessimistica della esistenza e della natura umana, e l’osservazione della realtà mi conferma questa convinzione. Mi piace la definizione di nichilista, perché il nichilista, contrariamente ai pregiudizi è, a mio avviso, non tanto un distruttore, quanto, soprattutto, uno in grado di vedere oltre la retorica e gli inganni. Detto questo però, apprezzo moltissimo l’ironia e l’umorismo; mi piace poter ridere in maniera intelligente, mi fa piacere stare insieme agli amici e ridere con loro, mi piace scherzare e tra le mie letture che ricordo con più affetto, ci sono due libri umoristici di Jerome K. Jerome, “Tre uomini in barca” e “Tre uomini a zonzo”. Ancora oggi se rileggo “Come zio Podger attaccava un quadro” posso cadere dalla sedia per le risate. Una volta invce, ho provato a leggere Woodhouse…è stato un dramma…

“Anche una sola lacrima” è un noir davvero tosto. Lorenzo Madralta è davvero un personaggio singolare, ricco di sfaccettature, ma sicuramente non uno che si voglia rendere simpatico. Come è nato questo personaggio?

Proprio partendo dalla sua misantropia. Mi piaceva descrivere un personaggio che, apparentemente, avesse fatto una scelta definitiva di distanza dagli altri; uno capace di rinunciare agli affetti, all’inserimento in un ambiente sociale o di lavoro, una specie di chirurgo dei sentimenti che era riuscito ad amputare quella parte di sé che lo rendeva vulnerabile. Lorenzo è uno che ha visto in faccia la realtà e decide di non caderci più; vive, ma a modo suo, appartato e senza concedere sconti né a sé né a gli altri. Anche il suo cognome non è scelto a caso: Il cognome Madralta non esiste in Italia, non c’è nessun Madralta, il cognome è la “italianizzazione” della parola gaelica Maadr’alta, che significa “cane randagio” o “lupo”. Mi piaceva questo eroe antipatico, questo protagonista che gioca con i suoi lettori a carte scoperte, conquistandosi, credo, pagina dopo pagina, l’affetto. Ho scoperto poi che questo antipatico è piaciuto molto al pubblico femminile, chissà perché?

Che libro stai leggendo attualmente?

Guarda, tu non ci crederai, ma sto leggendo proprio Woolrich “La sposa in nero”. Avevo visto, tanto tempo fa, il film di Truffaut, ma non avevo mai letto il romanzo; l’ho trovato pochi giorni fa in libreria e così…poi passo a Hugo, “L’uomo che ride”.

Stai scrivendo un nuovo libro? Puoi anticiparci qualcosa?

Si, sto lavorando ad un nuovo romanzo, anzi, a dire il vero i progetti che ho in ballo sono tre, ma dato che, malgrado la schizofrenia, ancora non riesco ad avere a disposizione contemporaneamente tre “autori”, mi devo accontentare di scriverne uno per volta. Per tutta una serie di fisime personali e scaramanzie varie, non ti anticipo nulla, se non che questo in lavorazione, si discosta un po’ da quelli precedenti, nel senso che a voler essere “ortodossi” non è “noir” al 100%, è un…mah?! Spero sia un buon romanzo, soprattutto.

:: Recensione di Carenze di Futuro di Roberto Saporito

16 febbraio 2010 by
CARENZE_DI_FUTURO_-_copertina_solo_primaIl gioco d’azzardo per alcuni può essere una malattia, una condanna, una dannazione. Non è una attività innocente, senza conseguenze. Si può perdere tutto: la posizione, l’impresa di famiglia, la casa, gli amici, la moglie, i figli, la stima di se stessi. Oltre a questo come se non bastasse si entra in contatto con individui equivoci, pericolosi, gente che ti presta i soldi magari per poi richiederti interessi che ti scavano dentro, ti distruggono completamente. E’ quello che succede al protagonista di Carenze di Futuro edito da Zona Editrice di Roberto Saporito, un noir insolito, breve, disperato, un noir in cui i demoni interiori deformano le vite dei personaggi crocifiggendoli e lasciandoli in balia di una vita senza futuro, persa, sconfitta. Ma la sete e la fame di futuro è un’ esigenza primaria, insita nell’uomo, se non avessimo la speranza o almeno l’illusione di un domani, di una risoluzione dei nostri guai, di un ipotesi di riscatto, moriremo mummificati. In questo noir potremo dire esistenziale tutte queste sensazioni vengono analizzate, corteggiate, e non sempre è il pessimismo a farla da padrone. No, il protagonista si ribella, accetta la sua condizione di disperato, di emarginato in una società che idolatra il successo e il benessere ma inizia una fuga, dagli usurai, dalle sue responsabilità, da tutto, una fuga che lo porterà dal Piemonte nel sud della Francia a fingere di fare il custode di un residence nella stagione morta. Qui sempre braccato, solo, arrabbiato con se stesso e con il mondo avrà modo di incontrare una donna, Sophie, anch’essa sola, tormentata da un passato misterioso e senza scampo. Ma il destino non fa sconti a nessuno, rema contro, separa i due naufraghi per sempre, non lasciando spiragli e al protagonista non resta che continuare la fuga da solo e  a bordo di una sgangherata bici dirigersi verso Parigi, la città della sua giovinezza, di una donna amata e perduta, un’ oasi, un miraggio o per meglio dire l’ultima occasione che gli resta per guadagnarsi una fetta di futuro. Carenze di futuro, terzo romanzo di Roberto Saporito, è un romanzo si può dire breve, immediato, tagliente come una lama, che mette addosso un’ansia sottile un desiderio di punti fermi, di certezze. Scritto alternando la prima e la terza persona ci porta ad analizzare sia da dentro che da fuori una realtà scomoda, ma nello stesso comune, quotidiana. Pregio maggiore di quest’opera è l’essenzialità, ogni parola ha un suo perché, una sua funzione, un suo operare silenzioso e terminata la lettura si resta incerti, incuriositi, in attesa forse di una possibile seconda occasione. 

Recensione di “Con la china in testa. Fumetto e memoria culturale. Per una lettura di Maus e Palestina” di Cristina Greco

14 febbraio 2010 by

chinaPresentiamo ai lettori di Liberidiscrivere “Con la china in testa. Fumetto e memoria culturale. Per una lettura di Maus e Palestina” un saggio davvero interessante edito dalla Libreriauniversitaria.it della studiosa Cristina Greco che attualmente collabora con la Facoltà di Scienze della Comunicazione presso l’Università degli Studi di Roma “La Sapienza” e con la cattedra di Semiotica dove è tutor dell’area di ricerca sul fumetto e sul cinema di animazione. Attraverso l’analisi semiotica dei capolavori di Art Spiegelman e Joe Sacco, Maus che racconta la Shoa e Palestina che parla del conflitto arabo-israeliano, la Greco si sofferma sul fatto che il fumetto quando diventa graphic novel oltre ad affermarsi come vera e propria opera d’arte può raccontare un evento drammatico diventando un vero e proprio canale di rivalorizzazione della memoria culturale. Sfatando il preconcetto che il fumetto sia solo uno strumento di svago e di intrattenimento, è evidente che la portata di riflessione e approfondimento che si può raggiungere attraverso la scrittura di un racconto che unisce una parte visuale e una parte discorsiva è notevole. Le immagini e il testo verbale infatti interagendo generano un canale di comunicazione privilegiato che acquista il valore di testimonianza e invita a riflettere su temi seri e profondi che coinvolgono in prima analisi chi ha partecipato agli avvenimenti, ma anche chi si trova ad esserne spettatore. L’ Olocausto, la guerra, attraverso la tecnica del fumetto che non risparmia descrizioni di uccisioni, torture, martiri, ribellioni, prigionie vengono rappresentatati trasmettendo in via privilegiata tutto il carico di dolore e di morte anche se in tutta questa sofferenza non manca mai il discorso ironico che non tende certo a ridicolizzare quegli eventi, ma più che altro a mantenere viva l’attenzione del lettore. Le scelte stilistiche in questi tipi di testi sono principalmente mirate infatti a farne testi accessibili non solo agli appassionati, ma a chiunque si accosti anche per la prima volta al genere rendendo la sua comprensione più immediata e soprattutto con l’obbiettivo primario di ri-svegliare la coscienza del lettore.

Recensione di Les Italiens di Enrico Pandiani a cura di Giulietta Iannone

13 febbraio 2010 by

1Parigi, lungo Senna, 36 di quai des Orfrèves.
Una mattina come tante, uno stanzone pieno di poliziotti, una signora che deve fare denuncia, i computer che lampeggiano, forse la noia della routine.
Poi l’assurdo si materializza di colpo senza preavviso, senza dare tempo di ragionare, di difendersi, di agire: un cecchino dall’elegante palazzo di fronte inizia a sparare e a uccidere.
I proiettili non fanno rumore, creano poco più che uno spostamento d’aria e intanto la morte si porta via uno per uno gli uomini della squadra di poliziotti parigini di origine italiana “gli italiens” del titolo. Una squadra scelta, fortemente voluta, perché gli italiani sono più fantasiosi, solari, e bravi.
I sopravvissuti si gettano a terra e intanto pensano, superato il primo sgomento, chi può odiare tanto gli italiani, chi può colpire al cuore del quartiere dei flic?
Un pazzo isolato che cerca vendetta, o peggio l’attentato è frutto di un complotto per decimare una squadra che magari sta lavorando ad un’ indagine scomoda o sta dando fastidio a qualcuno?
Chi ha paura degli italiens?
Non c’è tempo da perdere bisogna capire, dare risposte, trovare soluzioni.
Il commissario, e quello che resta della sua squadra si trovano così a dover indagare su un caso che li tocca personalmente: ci sono i colleghi da vendicare, e le proprie vite in gioco.
Più scavano e più scoprono cose che non vorrebbero scoprire, più non possono fidarsi neanche dei propri stessi colleghi, più la verità emerge, e più è incredibile, assurda, dannatamente scomoda.
Questa in breve è la trama del libro d’esordio di un torinese, Enrico Pandiani, di cui sentiremo parlare, sicuro come la morte. Non mi capitava da un pezzo di leggere un noir così ben scritto, in cui i personaggi entrano prepotentemente in scena lasciando tracce precise e un eco che tarda a dissolversi.
C’è azione, ironia, vero e proprio umorismo degno dei maggiori maestri del noir, perché il noir non è un genere tetro e noioso, ridere anche dei lati più oscuri dell’animo umanao è segno distintivo degli scrittori di razza, tiene desta l’attenzione e ti spinge a riflettere anche su temi seri e complessi.
È un libro da leggere e rileggere. La narrazione è veloce, non ci sono pause, cali di tensione, esitazioni, Pandiani sa come coinvolgere il lettore, lo incuriosisce, lo porta ad immedesimarsi con i personaggi, in un gioco sottile che non fa prigionieri.
In un crescendo di suspance, di inseguimenti, di doppigiochi, la verità emergerà con tutto il suo carico di dolore e amarezza nel finale per niente consolante o peggio consolatorio, e sarà una verità che non ristabilirà l’ordine e la tranquilla monotonia dove i cattivi sono puniti e i buoni festeggiano sul carro dei vincitori.
Non vedo l’ora di leggere il prossimo romanzo di Pandiani “Troppo Piombo” sempre per Instar, che dovrebbe uscire a Marzo.

:.Intervista a Nick Quantrill

12 febbraio 2010 by
nickCiao Nick e benvenuto su Liberidiscrivere! Parlaci un po’  di te e dell’ inizio del tuo interesse per la scrittura.

Ciao e grazie per avermi invitato! Sono uno scrittore di polizieschi di Hull, una città isolata sulla costa nord-est dell’Inghilterra ed ho pubblicato il mio primo romanzo di Joe Geraghty, intitolato ‘Broken Dreams’ . Ho scritto sul serio per circa quattro anni, quando ho preso la laurea e appeso le scarpe di calcio al chiodo.Il mio interesse per la scrittura è nato sicuramente perché io amo leggere. Sono sempre stato un appassionato della lettura sin da bambino e, a parte una pausa quando ero adolescente, quando altre cose all’improvviso mi sembravano più interessanti, io sono sempre stato affascinato dai libri.

Qual è stato il tuo primo lavoro scritto? Parlaci della tua strada verso la pubblicazione.

Sono stato estremamente fortunato poichè il mio primo racconto che ho scritto, ‘punizione’, ha vinto il HarperCollins 2006 Crime Tour. Il premio consisteva nel vedere la mia storia stampata in ‘Crime Time magazine’ che ha un gran numero di lettori. Da lì, ho scritto altri racconti, cercando di parlare di me stesso ogni volta prima di scrivere un romanzo poliziesco. Anche se non è stato un successo enorme, mi ha insegnato come è in realtà l’approccio per scrivere un romanzo. Ho quindi scritto ‘Broken Dreams’ e a Caffeine Nights Publishing è piaciuto abbastanza, tanto da darmi un’ occasione.

Chi sono i tuoi scrittori viventi preferiti?

Ho letto un sacco di romanzi polizieschi, quindi ho un sacco di favoriti.In cima alla mia lista c’è George Pelecanos, che è maturato diventando un bravo scrittore nel corso degli anni. Sono un grande fan di Graham Hurley, che scrive procedurals inglesi – Mi meraviglio sempre che non sia letto e conosciuto di più . Amo Ray Banks, anche. La sua serie Cal Innes è magnifica. La lista è infinita … Elmore Leonard, Lee Child, Ian Rankin, Michael Connelly, James Ellroy, Don Winslow, Waites Martyn … Anche se non leggo romanzi troppo al di fuori del genere crime, sono sempre ansioso di leggere i nuovi libri di Roddy Doyle, Irvine Welsh e Nick Hornby.

Che consiglio daresti a giovani scrittori in cerca di un editore?

Il lavoro è assai duro e bisogna essere fortunati. Anche se a me è stato offerto un contratto con Caffeine Nights Publishing circa un mese dopo che l’avevo di finirlo, ho trascorso un paio d’anni precedenti in rete con numerosi editori e professionisti, solo cercando di capire con chi mi piacesse idealmente lavorare e chi sarebbe sarebbe stato adatto per la mia scrittura. Vorrei anche suggerire di presentare i propri racconti a siti web come http://www.a-twist-of-noir.blogspot.com e http://www.thrillskillsandchills.blogspot.com, che sono buone palestre di scrittura e ti permettono di far conoscere alla gente che fai sul serio. E ‘anche un ottimo modo per ottenere un feedback.

Cosa pensi dell’ e-publishing? Avrà un futuro?

Se potessi rispondere a questa domanda, sarei un uomo ricco! Non credo che i libri scompariranno presto, ma sono sicuro che, come è cambiato il nostro modo di ascoltare la musica, così si sta evolvendo anche il modo di leggere i libri. I libri sono come qualsiasi altra forma di intrattenimento – Tu devi renderli disponibili in qualsiasi forma, il consumatore vuole. Se c’è un numero crescente di persone che vogliono leggere i libri sul loro computer o sul loro telefono ecc, l’industria deve adattarsi. Riesco a vedere che ci sono dei vantaggi e dei tempi se si vogliono utilizzare le nuove tecnologie per la lettura. Detto questo, mi ci è voluto tempo per  per ottenere un telefono cellulare e lettore mp3, almeno dieci anni!

Quali sono le qualità tipiche di un buon scrittore?

Solo in pochi fortunati riescono a vivere di scrittura, il resto di noi hanno alle spalle quando tornano a casa una giornata di lavoro ed è dura motivare noi stessi a ricominciare da capo. A volte è difficile e mi piacerebbe molto, piuttosto riposarmi o fare qualcosa di diverso. Se sei uno scrittore, devi essere un self-starter. Credo che tu debba anche aver avuto modo di sviluppare una sorta di auto-convinzione in quello che stai facendo per capire a cosa  stai mirando. Ho il sospetto, cche io come molti altri crittori abbiamo molti pià giorni cattivi che buoni, e per questo la determinazione è importante. Più di ogni altra cosa, quello che conta è la capacità di andare avanti.

Puoi dirci qualcosa sull’editore che ha pubblicato il suo libro?

Caffeine Nights Publishing (www.cnpublishing.co.uk) è un editore relativamente nuovo, che ha sede appena fuori Londra e il loro scopo è quello di produrre ‘fiction rivolta al cuore e alla testa.’ Fino a poco tempo fa, la società è stata un veicolo per il proprietario , Darren, per pubblicare i suoi libri. L’anno scorso, Darren ha espanso la società e ha iniziato a prendere su alcuni nuovi scrittori. Visto che eravamo in contatto da un paio d’anni, ci conoscevamo abbastanza bene, così anche se avevo proposte altrove per pubblicare il mio libro, è stata una decisione facile da prendere scegliere lui. Così come la pubblicazione in paperback, Caffeine Nights Publishing sono molto aggiornati sulle nuove tecnologie e sulle opportunità che ne derivano, quindi sono in buona posizione per avere successo in un mercato difficile.

Che ruolo svolge Internet, nella ricerca e nella promozione dei tuoi libri?

Internet mi ha aiutato molto. In materia di marketing, è sicuramente mi ha aiutato a raggiungere i lettori in luoghi non avrei potuto raggiungerli altrimenti. Non mi sarei mai aspettato di parlare con un sito italiano, ma è fantastico per me condividere lo spazio con grandi scrittori come Tess Gerritsen e Allan Guthrie. Le possiblitò di  Internet sono grandi in questo senso, così ne approfitto, offrendo un sacco di mie racconti e contenuti sul mio sito web (www.hullcrimefiction.co.uk). Internet è grande anche dato il poco tempo che scrittori possono dedicare alla ricerca. E certamente  mi ha aiutato ad andare nella giusta direzione. E ‘un potente strumento da avere, ma la maggior parte delle ricerche che ho fatto per’ Broken Dreams ‘è stata  fatta dalla lettura di libri locali e parlando con la gente, quindi internet è solo una delle molte opzioni.

Quali cambiamenti hai notato nel mondo della narrativa dal momento in cui hai iniziato a scrivere?

Io probabilmente non vedo le cose in termini di ‘cambiamento’, in quanto io sono ancora un  novizio per quanto riguarda l’attività di pubblicazione. Qui nel Regno Unito, sembra essere sempre più difficile per i nuovi scrittori trovare editori e agenti. Purtroppo la recessione continua a mordere, è ben documentato che le case editrice stanno lottando, e il risultato sembra essere che stanno prendendo la scelta più facile di vendere libri solo delle celebrità. Non c’è fantasia reale o passione in ciò. Certamente un cambiamento che ho notato come  lettore è che le librerie indipendenti del Regno Unito stanno scomparendo velocemente e anche le catene più importanti non riescono ad andare avanti. E’ sempre maggiore il numero di libri che  vengono venduti n
ei supermercati, ma solo rivolti ad una gamma ristretta di lettori. Non è una situazione sana per i lettori o gli scrittori.

Ti capita mai di utilizzare le tue paure o le tue esperienze personali nelle tue storie?

Solo in senso molto più ampio. Il mio lavoro quotidiano mi porta a contatto con un sacco di persone diverse, in modo che a volte involontariamente raccolgo qualcosa di interessante, forse solo una frase o un atteggiamento, ma può innescare possibilità interessante. Immagino che questo sia uno dei dilemmi più grandi per gli scrittori professionali. Da un lato, avere il tempo esclusivamente per scrivere sarebbe un sogno, ma dall’altro, non essere nel mondo reale significa che stai perdendo un sacco di contatti con la gente. E’ piuttosto complicato ottenere il giusto equilibrio. I miei timori sono probabilmente gli stessi di tutti gli altri. Ora ho circa trent’anni e  sto iniziando a sperimentare la perdita e il dolore in modi che non mi hanno mai toccato quando ero più giovane.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Sto leggendo il primo romanzo di Tony Black, ‘Paying For It. Tony è ancora un altro di questi grandi scrittori scozzesi, che continuano a comparire. Il personaggio principale, Gus Drury, è un giornalista alcolizzato, ma il libro rimane ben lontano da cliché. Amici mi dicono che il follow-up, ‘Gutted’ è ancora meglio. Tony è su http://www.pulppusher.com, per chi volesse sapere qualcosa lui.

Progetti di film tratti dai tuoi  libri?

Non ci sono piani di sorta in questo senso. ‘Broken Dreams’ è il mio primo romanzo pubblicato, così mi sono concentrato a fare tutto il possibile per affermarmi me scrittore. Tutto il resto sarebbe un bonus. Ovviamente, la mia porta è sempre aperta per la  televisione e per i dirigenti delle case cinematografiche…

Scrivi non-fiction?

Dedico il mio tempo occupandomi di narrativa, ma ogni tanto scrivo non-fiction. E ‘bello essere in grado di finire qualcosa in fretta, invece di lavorare per mesi e mesi su un romanzo senza fine. A volte contribuisco con i miei articoli a una fanzine indipendente per la mia squadra di calcio, Hull City, che viene venduta intorno allo stadio i giorni di partita. Scrivo anche di tato in tanto per http://www.thisisull.com, un sito web locale. Potrebbe essere una recensione su un CD, un libro o un concerto – tutto ciò che si la mia fantasia mi ispira.

Cosa ne pensi del poliziesco moderno?

Penso che sia in gran forma in questo momento. Il romanzo poliziesco è un ottimo modo per analizzare la società al microscopio. Se hai qualcosa di interessante da dire, puoi fare fermare qualcuno per un attimo a pensare da una prospettiva diversa, e grazie ad una storia divertente, hai più possibilità di essere ascoltato. Non credo che ci sia un modo migliore per farlo che usando il poliziesco. Il poliziesco moderno sembra essere fiorente. Se cercate su Internet, c’è una gran ricchezza di talenti che scrivono davvero bene, ci sono un sacco di siti web di grande popolarità e quasi tutti stanno trovando un pubblico. Penso che il futuro è roseo.

Nei tuoi romanzi  preferisci usare la prima persona o la terza persona?

Ho scritto in entrambi i modi, così ho apprezzato i vantaggi e gli svantaggi di entrambi i metodi. Io in realtà all’inizio ho scritto  Broken Dreams in terza persona, prima di rendermi conto che vi era una buona ragione se la maggior parte dei romanzi PI sono scritti in prima persona! Credo che stavo cercando di essere troppo intelligente. Una volta speso un po ‘di tempo per prendere confidenza nella pelle di Joe, ho ritenuto che la scrittura in prima persona fosse naturale e giusta.

Puoi parlarci un po’ del tuo ultimo libro?

Ecco la trama di ‘Broken Dreams’: Ha per protagonista un uomo d’affari locale  Geraghty e il suo piccolo team. Quando Jennifer Murdoch viene trovata morta dissanguata nel suo letto, Geraghty si trova rapidamente intrappolato nel mezzo di una indagine della polizia, che risale ai giorni in cui la città aveva una fiorente industria della pesca. Indagando sull’intricata vita privata della donna, Geraghty si trova sulle orme di un gangster locale e di un rispettabile uomo d’affari, Frank Salford, un uomo con una partecipazione significativa nei piani di ristrutturazione della città. Ancora ossessionato dalla morte della moglie in un incendio casa, Geraghty vuole aiutare la polizia e Salford vuole la sua collaborazione per i propri fini. E ‘anche la storia di una città che si è dimenticata del suo passato, presente e futuro. Hull soffre generalmente di una cattiva reputazione, per cui questo è stato il mio tentativo deliberato di andare oltre l’apparenza e tentare di offrire alcune riflessioni sul perché di certe cose.

A quali progetti stai lavorando ora?

Sto lavorando al prossimo romanzo di Joe Geraghty, che ha per titolo provvisorio ‘The Late Greats.’ Joe diventa il portavoce di una band musicale di Hull che è divisa da oltre dieci anni. Il lavoro cambia presto, quando il cantante scompare, e si teme che sia morto. Joe si trova presto a dover scegliere con cura da che parte stare. Soprattutto, è una storia sull’ amicizia e sulla lealtà. Spero di finire una stesura decente entro l’estate. Dopo di che ho un paio di idee su cui lavorare. Staremo a vedere cosa succede.

:: Intervista con Dennis Tafoya

11 febbraio 2010 by
dennistafoya350250Grazie Dennis per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te, il tuo background, i tuoi studi.

Sono nato a Philadelphia, e cresciuto in Pennsylvania e Maryland. Bocciato al college e ho lavorato negli allevamenti e nei ristoranti, ho lavorato anche come imbianchino e negli ospedali prima di iniziare la carriera nel settore vendite industriali, dove ho lavorato per gli ultimi venti anni. Ho tre figli cresciuti e vivono appena fuori Philadelphia. Non ho una laurea, ma ho sempre letto in modo compulsivo. Trascorro troppo tempo sui libri – amo la storia, scienze sociali, romanzi. E ‘una malattia.

Perché sei diventato uno scrittore? Era il tuo sogno già da bambino?

Ho sempre scritto, quindi credo che si tratti di un sogno d’infanzia. Quando i miei figli erano piccoli scrivevo nel bel mezzo della notte o la mattina presto. Penso che sia naturale quando si ama leggere e ci si chiede se è possibile produrre storie noi stessi. Si comincia a pensare a diverse storie, le si scrive nella propria testa, e alla fine si inizia a scrivere sul serio.

Mi piacerebbe sapere quali sono gli scrittori che in qualche modo ti hanno influenzato.

Ci sono tanti scrittori il cui lavoro mi piace, è difficile farne un elenco. Gli scrittori da cui ho imparato molto sono gente come Elmore Leonard, Lawrence Block, Cormac McCarthy, Annie Proulx, Madison Smartt Bell e EL Doctorow. Credo che potrebbero rimanere tutti sconvolti nel sapere che sono stati citati come mie influenze, ma mi sembra di imparare sempre qualcosa ogni volta che li leggo.

Qual è stato il tuo primo lavoro scritto? Parlaci del tuo esordio e della tua strada verso la pubblicazione.

Quando avevo circa nove anni ho scritto la storia di un mostro con il mio amico Keith Parker. Abbiamo pensato che fosse abbastanza eccitante, ma dopo non essere riusciti ad avere un agente abbiamo rinunciato al nostro sogno di pubblicazione. Probabilmente è un bene, perché abbiamo fondamentalmente parlato di  una puntata di uno show televisivo chiamato ‘One Step Beyond’, e ci sarebbe state ripercussioni legali. Il mio primo romanzo, Thief Dope, è uscito l’anno scorso con la  Minotaur Books. Fondamentalmente, una donna molto bella della California, una scrittrice e produttrice di nome Cori Stern si è interessata al mio lavoro e mi ha guidato verso la pubblicazione. Lei mi ha fatto conoscere il suo manager, Brooke Ehrlich, che ha accettato di rappresentarmi. Brooke mi ha trovato un agente letterario sorprendente, Alex Glass della Trident Media, che ha venduto il libro alla  Minotaur. E’ stato tutto così indolore, mi sento in colpa quando sento altri scrittori raccontarmi che hanno cercato per anni di trovare chi li rappresentasse e presentasse il loro lavoro di fronte agli editori. Come per Blanche Dubois, tutto dipendeva dalla gentilezza degli estranei, ma è andata molto meglio per me che per Blanche.

Quali sono le tue scrittrici preferite?

Molti dei miei scrittori preferiti sono donne: Amy Hempel, che scrive narrativa breve molto divertente ed emotivamente coinvolgente. Annie Proulx, un’ altra scrittrice che ha prodotto alcuni dei migliori racconti brevi che io abbia mai letto. Riesco a leggere "A Killing Paese" più e più volte e imparare qualcosa di nuovo ogni volta. Flannery O’Connor, naturalmente. Credo che " A Good Man is Hard to Find" è una di quelle classiche storie che viaggia davvero all’altezza della sua reputazione. Un altro racconto, "How I Contemplated The World From The Detroit House Of Correction…” di Joyce Carol Oates è stato probabilmente il primo pezzo serio di fiction che io abbia mai letto, e mi ha colpito così profondamente che mi ricordo ancora quando stavo seduto in aula nella mia scuola media a leggere quella storia. Il mio amico August Tarrier scrive narrativa breve assolutamente convincente e ha vinto un sacco di premi per la letteratura di rilievo. Mi rendo conto che sto parlando per lo più di racconti qui, ma io amo le storie brevi e ne leggo un sacco. Kate Atkinson e Shirley Jackson e Patricia Highsmith sono tutte nel mio pantheon, di sicuro. Potrei andare avanti per tutto il giorno.

Dimmi qualcosa sul tuo paese.

Il mio paese è gli Stati Uniti, e credo che si possa passare la vita a cercare di capire un posto come questo. Gli americani sono pazzi, le persone  amano Gesù, ma credono agli oroscopi e si fanno tatuaggi di simmboli pagani. Noi americani amiamo la legge e l’ ordine, ma proprio abbiamo quasi 200 milioni di armi. Votiamo per i conservatori  un anno e per progressisti l’anno dopo. Possiamo agire con grande crudeltà e con grande carità e tendiamo ad ammirare le profonde convinzioni anche quando fare ciò è pericolosamente sbagliato. Forse siamo davvero come tutti gli altri, ma tendiamo a non conoscere molto di ogni luogo, a parte la nostra stessa città di origine. In questi ultimi anni mi sono innamorato del deserto e ho cercato di andare negli Stati del sud-ovest ogni volta che potevo. Non ne ho mai abbastanza di guidare senza meta tra il Nevada e l’ Arizona e la California del sud-est. Sono luoghi spaziosi e caldi e per niente simili alla Pennsylvania dove vivo.

Dove sei nato? Raccontaci qualcosa della tua infanzia.

Ho vissuto la maggior parte della mia vita all’interno di cinquanta miglia di Philadelphia, dove sono nato. In Thief Dope scrivo in merito al fatto che gran parte della mia parte degli Stati Uniti appare esattamente la stessa cosa. E ‘ fatta tutta di quartieri di periferia, centri commerciali  e parchi industriali che supportano l’ espansione urbana e ci sono differenze tra la periferia per esempio di Washington DC e rispetto alle zone suburbane di Philadelphia o extraurbane di Boston che sono piuttosto sottili e di solito hanno a che fare con il termine che usiamo per descrivere un panino grande. A Philadelphia c’è una Hoagie, a Boston è una smerigliatrice, a New York è un sub. Diversi sono anche i nostri accenti, anche se ormai tendono tutti ad appiattirsi. Sono stato allevato come cattolico, ma i miei genitori non erano molto religiosi. Devo a  mia madre l’amore per la lettura. Leggeva a me e a mio fratello quando eravamo giovani e in casa abbiamo sempre avuto un sacco di libri. Mio nonno amava leggere anche . Quando morì, dalla sua biblioteca ho ottenuto solo una copia de The Hunted di Elmore Leonard.

Ti piacciono giallisti scandinavi? Cosa ne pensi di questo fenomeno? Stieg Larsson, Jo Nesbø?

Io in realtà non ho letto i libri di Larsson ancora, ma mi piace Henning Mankell e Yrsa Siguroardottir  (i libri di Yrsa sono pubblicati dal mio editore negli Stati Uniti). Credo che la popolarità dei libri non è troppo difficile da capire. La qualità dei libri rivolti ad un pubblico mondiale tende ad essere alta, e combinano la familiarità delle tecniche procedurali della polizia con il divertimento per luoghi esotici e per la descrizione di culture molto diverse. Gli scandinavi tendono anche ad analizzare le questioni sociali parlando di temi  come l’immigrazione. E ‘un modo interessante per imparare un po’ di cose di tutto il mondo.

N
uovi progetti per le versioni italiane dei tuoi libri?

Wow, mi piacerebbe vedere le versioni italiane dei miei libri. Nessuno ha parlato di diritti per l’estero ancora, ma spero che accadrà presto.

Il tuo scrittore debuttante preferito?

Sono davvero impaziente di leggere l’opera di debutto di Carla Buckley. L’anno scorso ho letto alcuni grandi romanzi in primo luogo, di Rebecca Cantrell A Trace of Smoke l ‘eccellente Pyres di Derek Nikitis, ma penso che la mia preferita sia Kelly Simmons con ‘Standing Still. Il lavoro di Kelly mi piace, ha una buona trama che funziona – una qualità rara – e il libro parla di un personaggio che tenta di comprendere  la sua vita e la sua storia e le sue relazioni più intime, cosa che ho trovato davvero interessante .

Progetti di film tratti dai tuoi libri?

Ancora niente.

Cosa stai scrivendo al momento?

Sto lavorando al mio terzo romanzo, Black Horse Pike, ambientato nel sud del New Jersey. Si tratta di una gang che fa una rapina a mano armata.

Ti piace l’Italia?

Io amo l’Italia. Sono stato in Toscana un paio di anni fa e non vedo l’ora di tornarci  e scoprire di più del paese. La famiglia di mia mamma è abruzzese, quindi mi piacerebbe vedere un po’ di Abruzzo. Ho trascorso un po’ di tempo a Firenze, San Gimignano, Volterra e Siena. Eravamo in nove così abbiamo affittato quello che penso sia stato il furgone più grande d’Italia. Nessuno di noi sapeva usare il cambio manuale, così abbiamo temuto spesso di uscire di strada.

Racconta ai nostri lettori italiani qualcosa di divertente su di te.

Ci sono stati alcuni momenti di grande divertimento durante gli autografi dei miei libri. Ricordo una ballerina esotica che comprò alcune copie dei miei libri e che mi corse incontro.

:: Intervista a John Connolly

10 febbraio 2010 by

imagesGrazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te, il tuo background, i tuoi studi.

Sono nato a Dublino nel 1968, ho studiato Inglese al Trinity College di Dublino, quindi giornalismo alla Dublin City University, prima di diventare un giornalista freelance, lavorando esclusivamente per The Irish Times. Ho cambiato un sacco di posti di lavoro durante questo periodo però. Mi piaceva molto cambiare. Che in effetti non era male…

Perché sei diventato uno scrittore? Era un tuo sogno già da bambino?

Senza voler sembrare uno di quei ragazzini terribili che dicono di essere venuti fuori dal grembo materno con la penna in mano, ho sempre scritto, fin da quando ero un ragazzo. Mi sembrava un passaggio naturale passare dalla lettura di storie a cercare di raccontarle. Ho praticamente smesso di scrivere quando andai al College per studiare inglese – il che è strano – e poi durante il periodo in cui mi sono occupato di giornalismo, ed è stata un’esperienza abbastanza frustrante così dopo un po’ sono tornato alla narrativa. La prima cosa che ho cominciato a scrivere è stato il prologo di “Every Dead Thing”, in questo modo suppongo ho cominciato.

Mi piacerebbe sapere quali sono gli scrittori che in qualche modo ti hanno influenzato.

Enid Blyton è stata la prima autrice che io abbia mai letto. Mi ricordo la lettura di una sua raccolta di sette libri e che andavo a sondare le parole difficili foneticamente, in modo che per anni ho pensato che la parola ‘armadio’ fosse pronunciata ‘cup-board’ invece di ‘cubbard’. Mia madre deve aver pensato che mi fossi trasformato nel piccolo Lord Fauntleroy. Dopo di che ho trovato altri libri: libri tratti da film (l’equivalente per la mia generazione dei rewatching film su DVD), storie di fantasmi di ogni risma; poi i libri di Alistair Maclean, HG Wells, e John Wyndham. Ho scoperto i mystery abbastanza tardi. Probabilmente successe anche nella mia adolescenza, quando lessi il mio primo libro di Ed McBain, ma poi in realtà ho solo letto i libri di Ed McBain. Mi ci è voluto un po’ per leggere gli scritti di Ross Macdonald che ha avuto una grande influenza su di me, in particolare The Chill. La maggior parte dei fan di scrittori mystery o sono fan di Ross Macdonald o di John D Macdonald, ma raramente di entrambi. James Lee Burke è stato un altro scrittore che ha enormemente influenzato il mio modo di scrivere. Dopo di che, Dickens (Bleak House), PG Wodehouse, e ogni sorta di gente strana.

Qual è stato il tuo primo lavoro scritto? Parlaci del tuo esordio e della tua strada verso la pubblicazione.

Beh, ho scritto diverse storie da bambino, basate principalmente su ciò che vedevo in televisione -Tarzan, Casey Jones – ma poi mi sono occupato eslcusivamente di giornalismo fino a quando non ho iniziato a lavorare a Every Dead Thing, che divenne il mio primo romanzo pubblicato. Fa conto che ci ho messo circa cinque anni per pubblicarlo.

Quali sono le tue scrittrici preferite europee o americane?

Credo di averti risposto nelle domande precedenti.

Dimmi qualcosa sul tuo paese.

Qualcuno una volta ha detto che l’Irlanda è un paese molto piccolo, così piccolo che si potrebbe metterci un tetto su. E ‘un po’ umido, e attualmente in lotta con la recessione, che è come una sorta di mal di testa dopo gli anni di boom della Tigre celtica. Credo che essere un po’ più poveri non sia male: anche quando eravamo più benestanti, penso che ci fosse la sensazione che quel benessere era destinato a finire prima o poi. Ora almeno possiamo smettere di preoccuparci che accada il peggio, perché il peggio è già successo.

Dove sei nato? Raccontaci qualcosa della tua infanzia.

Sono nato a Dublino, in una famiglia di classe medio-bassa. Mia madre era una insegnante part-time, mio padre ha lavorato per il consiglio comunale. Ho avuto un’ infanzia felice, e piuttosto insignificante. Spiacente!

Ti piacciono i giallisti scandinavi? Cosa ne pensi di questo fenomeno? Stieg Larsson, Jo Nesbø?

Beh, forse faccio parte di una piccola minoranza, perché non sono un grande fan della nuova fiction degli scandinavi. Credo che lo scrittore islandese Arnaldur Indridason sia molto bravo, e un certo numero delle sue trame non potevano che provenire dall’ Islanda, ma penso che una parte dell’attrazione dei lettori è dovuta al fatto che questi libri sono ambientati in paesaggi nuovi per il romanzo giallo: neve, rocce, bellissimi panorami ma a volte ostili. C’è anche una vena di malinconia che attraversa questi libri, che è tipicamente nord-europea, e quindi li rende molto differenti dal modello americano. Penso che sia bello comunque vedere questi romanzi tradotti, di norma i lettori inglesi sono particolarmente poco interessati al rafforzamento delle relazioni con gli scrittori stranieri, ma mi chiedo se la Scandinavia sia semplicemente il gusto del mese, per ora. Come per Larsson, ancora una volta, mi sembra di essere in minoranza. Credo che i libri di Larsson siano un po’ troppo lunghi, e il tracciato, in particolare nel secondo volume della serie Millenium, è andato un po’ storto. C’è un personaggio interessante la Salander, e c’è uno sfondo ammirevole di critica sociale nei suoi libri, ed è bravo a gestirlo senza apparire predicatorio, cosa di per sé difficile. Credo che il fatto che ci siano solo tre libri, e che morì relativamente giovane, dà al suo lavoro un certo fascino: è finita così, e la serie non ha intenzione di andare avanti. Allo stesso tempo Larsson è lo scrittore che è riuscito ad avere successo attraverso un processo a valanga del passaparola e nello stesso tempo è stato premiato dalla critica, è riuscito anche ad attirare i lettori che di solito non leggono romanzi mystery perché hanno l’idea che la maggior parte di questi libri non sia di qualità, cosa che non è vera. Larsson ha avuto un successo ben meritato, ma ci sono un sacco di scrittori che lavorano nel settore, che sono altrettanto bravi, ma per i quali ciò non è accaduto, forse perché la propria storia personale, tanto come i libri che stavano scrivendo, semplicemente non eranno validi come Larsson.

Nuovi progetti per le versioni italiane dei tuoi libri?

Beh, spero solo che continuino a pubblicarmi in Italia. Il mio traduttore, Stefano Bortolussi, è particolarmente bravo, oltre ad essere una bella persona. Penso che aiuti i traduttori, se sono essi stessi autori, in quanto sono più in sintonia con le sfumature della prosa, e penso che istintivamente capiscono che ci vuole una forte componente di creatività per fare una buona traduzione sia di un romanzo o di una poesia. In un certo senso,  ogni parola o frase non si può sempre tradurre letteralmente da una lingua all’altra, in pratica i traduttori costruiscono un nuovo libro e questo Stefano lo sa, ed è ciò che rende il suo lavoro davvero fatto bene.

Il tuo scrittore debuttante preferito?

Beh, credo sia Donna Tartt e The Secret History è stato sicuramente un bel debutto, e di recente mi ha molto impressionato un romanzo irlandese, The Ghosts of Belfast, di Stuart Neville. Stranamente, penso che sia più facile essere un romanziere debuttante, in qualche modo, di quanto lo sia essere uno scrittore affermato. Non ci sono aspettative sul proprio lavoro, oltre a quelle di pari passo con gli investimenti del tuo editore, e si può essere nuovi e sorprendenti. Nella narrativa di genere, soprattutto se si scrive una serie, credo che la qualità che ci deve essere viene data per scontata. Si può fare sempre meglio, quando si va avanti, ma non farai mai lo stesso scalpore che hai fatto con il tuo primo libro.

Ci sono progetti di film tratti dai tuoi libri?

The New Daughter, una versione di uno dei miei racconti, è stato appena trasformato in un film con Kevin Costner e Ivana Baquero, anche se non l’ho ancora visto, e un certo numero di altri libri, tra cui Bad Men e The Book of Lost Things, alcuni registi hanno iniziato a portarli sullo schermo, ma è un processo lungo e laborioso, e gli scrittori dovrebbero tenersi a distanza il più possibile. Sono due diverse forme creative, e con due lingue diverse.

Cosa stai scrivendo al momento?

Ho appena consegnato la versione definitiva di Whisperers, il nuovo romanzo di Charlie Parker, e probabilmente inizierò un sequel del romanzo The Gates, il mese prossimo.

Ti piace l’Italia?

Ci sono stato solo una volta, ma ho avuto una bella impressione di Milano. Voglio tornare per vedere Venezia, Firenze e Roma. Forse quest’ anno, mi auguro, ma il problema è che faccio un lavoro piuttosto difficile, e può essere difficile trovare il tempo giusto per prendersi una vacanza.

Racconta ai nostri lettori italiani qualcosa di divertente su di te.

Una volta ho partecipato ad un terribile show televisivo a quiz chiamato “Going For Gold”. Ho resistito per due settimane e poi sono stato battuto da un tizio scozzese. Tutto era profondamente imbarazzante, se non altro per i miei amici, comunque ho ottenuto un viaggio a Londra.