:: Recensione di La conta di Luigi Bernardi a cura di Giulia Guida

5 giugno 2010 by

la conta 2"E l'ossessione per la morte in una provetta numerata." [Rileggendo "La conta", L. Bernardi.]

C'è un uomo al centro esatto del palcoscenico. In mano stringe la copia di un giornale. Mani annodate, faccia tirata dalla rabbia, denti nervosi, gambe che scattano frenetiche. Dice che ne hanno ammazzata un'altra. Un'altra donna, l'ennesima. Sul giornale c'è scritto tutto, con tanto di interviste e testimoni: un perfetto profilo identificativo usa e getta della vittima, un'autopsia della sua vita anonima dalla culla alla bara, un'asettica biografia post mortem, un referto medico cosparso da tutte le lacrime del parentado e dall'incredulità dei vicini di casa, finalmente in televisione. Finalmente loro i vicini di casa sul luogo del delitto. Il giorno prima era una donna trasparente, una sconosciuta per i più. Basta un giorno, un solo giorno, basta solo la morte alle volte, per poter diventare una stella mediatica, portata alla fama dal proprio assassino. Peccato che spesso la vittima non sia qui per godersi il successo. Non sempre quando si muore si hanno privilegi del genere, d'altra parte. Bisogna essere capaci di accontentarsi per quanto si può. L'uomo lo sa bene, nessuno lo sa meglio di lui, che da cinque anni tiene la conta.  Ogni giorno, ogni delitto, ogni morte ben sigillata in una provetta numerata. Sangue e acido cinico che battono contro la lingua. L'uomo vuole sapere, soffre di una curiosità sfrenata che sconfina nell'ossessione, nella morbosità della patologia, nell'allucinazione visiva. Vuole conoscere a memoria le vittime e i loro assassini, marchiare la sua pelle con le loro impronte digitali, codici da decriptare nel tempo fino alla soluzione finale, allo scioglimento dell'enigma, al crittogramma di svolta, quello che permetterà di tradurre la morte violenta anche ai vivi, di darle un movente, di catalogarla finalmente, trovarle un posto in una scatola impolverata per poi chiudere il caso. E ricominciare a contare. La conta non si azzera mai da cinque anni. L'uomo tiene a mente tutte le informazioni necessarie su ogni omicidio, studia le storie delle vittime come dati statistici, scavando fino a trovare il punto di contatto che gli possa far capire il momento in cui è avvenuto lo scarto. In cui si è  valicato il limite e si è compiuto quel passaggio irreversibile da una realtà regolata da convenzioni sociali prestabilite a una dimensione diversa, priva di punti di riferimento, di norme e di codici a cui attenersi, di un'etica da rispettare. E' la dimensione in cui l'omicidio diventa reale mentre la realtà esterna si sfalda a poco a poco, diventa invisibile, inconsistente al tatto, resta solo il gesto in primo piano.
foto la conta 2La mano che dà la morte, la lama nella carne, l'ultimo sguardo della vittima. Il suo non è lavoro, non è un reportage, non è materiale da documentario noir. L'uomo è  ossessionato da un pensiero fisso, a cui deve trovare risposta o non avrà pace. Perchè si uccide? Questo è l'interrogativo ricorrente. Quali e quanti possono essere i moventi di un omicidio? Si può  uccidere per soldi, per amore, per gelosia. Si può uccidere per vendetta o perché si è perso il senno. E si iniziano a sentire le voci, ad assecondare gesù cristo o il demonio. Potrebbero anche dare delle informazioni sbagliate, è chiaro. E' una questione di fede, sia in un caso che nell'altro. Lui non sente le voci, ma vede le facce, le scompone contro le palpebre da ogni prospettiva. Le facce no, quelle non gli danno tregua. Sono un punto fermo nella sua visuale.  All'inizio l'uomo dimostra una rabbia sprezzante nei confronti degli assassini. Non è  ancora arrivato allo scarto, è ancora lontano dal confine. Non riesce a comprendere la chiave di volta. Dove trovare la forza, la passione, l'odio sufficienti. Quanto si deve avere amato o odiato per lasciarsi andare senza incertezze né rimorsi. Poi, improvvisamente, dopo cinque anni, capisce. Il suo punto di svolta, il suo crittogramma decifrato, il suo movente: per conoscere tutto delle persone che mi interessano, mi basta ammazzarle. Nelle battute finali de "La conta" l'uomo diventa egli stesso un assassino. Le sue vittime abitano in luoghi diversi, fanno lavori diversi, non sono collegate in alcun modo le une alle altre. Vuole scongiurare l'ipotesi di una serialità d'omicidi. Non sa di niente loro, conosce soltanto la loro faccia.  Solo le facce a chiamarlo a loro. Sempre le facce, non smettono mai di fissarlo. Il resto glielo sveleranno i giornali nei giorni successivi, così che possa accumulare nuove informazioni e iniziare la conta. Questa volta solo sua.
"La conta" è un lavoro teatrale di Luigi Bernardi ispirato da un effettivo studio sui delitti in Italia, portato avanti dall'autore per cinque anni dal 1999 al 2003. Si configura come la chiusura ideale di una serie di cinque di libri in cui la realtà criminale in Italia viene scomposta, analizzata e riordinata alla ricerca dei meccanismi psicologici e delle dinamiche sociali alla base dell'azione criminale. Il quinto libro, "Il male stanco", come il titolo stesso suggerisce, chiude questo ciclo di indagini, completa il cerchio, ultima l'analisi. Sarebbe stato inutile e anche dannoso proseguire.
"La conta", che presenta struttura monologica, è già stato rappresentato in teatro dall'attore Fabio Scaramucci, richiesto in prima persona da Bernardi come interprete della sua riflessione a voce alta, come lui stesso l'ha definita. E' stato presentato in prima nazionale al festival di Sarzana, in seguito replicato a Pordenone in occasione del Festival del Teatro Indipendente. Scaramucci non è stato solo interprete, ma anche regista del monologo, che ha visto l'importante contributo delle musiche composte ed eseguite da Fabio Mazza.
L'autore vi invita a portarlo in teatro nelle vostre città.
Se rifiutate, minaccia di riniziare la conta. E di esperienza ne ha parecchia, lui. Non so quanto vi convenga.

:: L’abisso della solitudine di Boston Teran a cura di Giulietta Iannone

4 giugno 2010 by

51yIcacXrBL._SX317_BO1,204,203,200_Mi è capitato questo libro tra le mani quasi per caso, non è recentissimo avverto è uscito per la Fanucci nell’ottobre del 2005, ma devo dire che mi sono chiesta come fosse possibile che in tutto questo tempo non abbia mai sentito parlare di Boston Teran. Davvero una rivelazione.
Ma partiamo dall’inizio.
L’abisso della solitudine è innanzitutto la storia di una vendetta, la vendetta di un uomo John Victor Sully, sceriffo anonimo della contea di Los Angeles, che per ironia del caso finisce al centro delle macchinazioni di una banda di criminali che prima costruiscono delle prove a suo carico e poi lo vogliono morto. Ad occuparsi dell’incarico mandano un killer spietato, crudele, fatto di anfetamine, una donna Dee Storey che decide di portare con se la figlia tredicenne Shay per insegnarle cosa significa uccidere.
Ma tutto non va come previsto.
Sully è un osso duro, pure se sopraffatto, ferito, sepolto nel deserto, trova la forza di emergere dalla sua tomba, di sopravvivere. Comunque non potendo discolparsi dall’accusa di colpe non commesse decide semplicemente di sparire, attendendo il momento per vendicarsi e riscattare il proprio nome. L’occasione gli arriva undici anni dopo quando il destino riporta sulla sua strada sia Dee Storey, che sua figlia,  ma questa volta le cose andranno diversamente, Sully ormai ha cambiato nome si fa chiamare Victor Trey, tutto è cambiato tranne gli abissi più oscuri del cuore umano pronti a sanguinare rabbia e disperazione.
L’abisso della solitudine è una scheggia impazzita tra il pulp e il noir, la storia di una vendetta con personaggi sopra le righe e bizzarri che difficilmente si dimenticheranno. I dialoghi sono acidi, fulminanti, pieni di feroce ironia. La solitudine e soprattutto la violenza filo conduttore di tutta la storia è descritta quasi al rallentatore in un montaggio di immagini iperrealistiche e sgranate. Non c’è redenzione ne possibile riscatto, tutti i personaggi sono vinti e battuti e in questo l’anima noir del libro accresce la tensione creata magistralmante e alimentata da uno stile diretto, allucinato, al vetriolo, pieno di accelerazioni, di scoppi improvvisi.

L’abisso della solitudine di Boston Teran Collana  Dark , Fanucci Editore, pag. 463 , traduzione di Umberto Rossi.

Boston Teran è lo pseudonimo di uno scrittore statunitense. È nato nel South Bronx, a New York. Vive a Los Angeles. È diventato famoso con il suo primo romanzo “Dio è un proiettile”, (“God is a Bullet”, 1999) un thriller noir, crudo e spietato ambientato nella California della fine del XX secolo. Teran ha vinto importanti premi tra cui il premio “Winner of the 1999 Stephen Crane Literary First Fiction Award” per il suo primo romanzo “God is a Bullet”. Ha ottenuto anche delle nomination in altre competizioni letterarie

:: Lorenzo Mazzoni intervista Ju Amoruso

4 giugno 2010 by

mi chiamo scrivocon sottofondo di "I Want to Take You Higher", di Sly and The Family Stone

Hai voglia di parlarci della tua opera prima "Mi chiamo Scrivo" (Elliot Edizioni)?

"Mi chiamo Scrivo" è una storia nata per caso, ogni capitolo è un incubo che ho fatto, scritto, risistemato e romanzato. Dodici incubi che alla fine, formano una storia. Quando mi chiedono di cosa si tratta, la risposta è difficile da trovare, credo che questo libro parli di tante cose, a partire dalla difficoltà di comunicare con se stessi. Scrivo ha perso la memoria, la recupera solo esplorando i meandri più nascosti della sua interiorità, guidata da uno psichiatra apparentemente marginale e da una schiera di dodici folli. E poi c'è la morale. Alla fine, non sempre esiste un lieto fine. Non sempre le cose finiscono come speriamo. Per questo il libro comincia con l'ultima pagina: non voglio creare speranze o aspettative nel lettore. L'aspetto interessante è che il libro inizia male. La fine che si legge all'inizio sembra tragica, è scoraggiante. Alla fine però, dopo un viaggio che dura dodici storie, quello stesso finale assume un significato diverso, quasi positivo. La follia che viene raccontata in queste pagine, in realtà, la conoscono tutti. Essere 'pazzi', come lo è Scrivo, a volte…può essere illuminante.

Possiamo dire che, al di là del tono surreale e a volte scanzonato del libro, quello che aleggia fra le pagine è una sorta di dolore interiore?

Certamente. Il dolore interiore è una componente fondamentale della storia. E' un punto di partenza. Da lì nasce tutto: il dolore interiore porta spesso alla volontà di liberarsene. La sofferenza più grande di Scrivo è legata alla perdita della memoria. La sofferenza più grande dei dodici scagnozzi, invece, è quella di non essere capiti, compresi. Tutti loro cercano una via d'uscita, una strada per la salvezza, delle risposte.  Si sentono incompleti, a metà. E' questa la loro sofferenza.

foto juChe importanza ha avuto l'esperienza autobiografica nella stesura del libro?

La storia di Scrivo parte da un disagio personale, dovuto ad attacchi di panico e momenti di 'buio'. Quando ho scritto questa storia, avevo diciassette anni. Alcuni dicono che durante l'adolescenza nessun giovane sarà mai soddisfatto, felice. Quindi il mio racconto può sembrare un banale grido d'allarme da parte di una generazione infelice. Nessun uomo sarà mai soddisfatto o completamente felice, rispondo io. Il disagio che ho provato sulla mia pelle lo conoscono in molti. Se non fosse stato per le mie esperienze personali sicuramente Scrivo non avrebbe preso vita.

Sei influenzata dalla musica o dal cinema mentre scrivi? Le altre arti ti stimolano nel tuo percorso creativo?

Sì, soprattutto dalla musica. Non ascolto un genere particolare, mi piace tutta la musica. Quando scrivo faccio scorrere brani causali, quando poi arriva quello giusto, lo riascolto più volte. Da una canzone possono nascere tantissime idee. Lo stesso vale per il cinema. Quando scrivo, è importante per me riuscire ad evocare un'ambientazione precisa, almeno nella mia testa, per riuscire a raccontare. Quando leggo un libro, voglio immergermi in un mondo a parte, riuscire ad immaginare la scena, come in un film. Vorrei imparare per riuscire a dare questo tipo di sensazione ai lettori, la sensazione di essere lì, nella storia. Spesso, quando scrivo, mi capita anche di disegnare, fare scarabocchi in giro per il foglio. Questo accade soprattutto per i personaggi, per trovare il loro volto. Gli stimoli per la scrittura li trovo in qualsiasi cosa: fotografie, disegni, canzoni, film, altri libri.

Stai pianificando/organizzando eventi legati alla promozione del romanzo?

Poche settimane fa il libro è stato presentato per la prima volta al Boscolo Hotel di Milano. Probabilmente ci sarà una seconda presentazione presso la NABA (nuova accademia di belle arti di Milano), la mia università, ma è ancora tutto da definire. Ci sono altri progetti legati alla promozione. Per il momento, però, sono solo idee.

Com'è stata l'esperienza di pubblicare così giovane?

Straordinaria. Non pensavo di riuscire a pubblicare. Non l'avevo proprio messo in conto. Scrivere è sempre stato per me l'unico modo di sfogarmi completamente. Quando sono andata a Roma per incontrare il mio editor Massimiliano Governi e gli altri componenti della casa editrice e ho visto il libro per la prima volta non riuscivo a crederci. Ancora oggi, con il mio libro sulla scrivania, mi domando se sia vero. Sono molto soddisfatta del percorso che ho fatto, e spero davvero sia solo l'inizio.

ju2Chi sono i tuoi cattivi maestri?

Devo ammetterlo, non sono una grandissima lettrice. Amo leggere i classici della letteratura inglese, è una passione che mi è stata trasmessa da una professoressa del liceo. Poi ci sono scrittori come Palahniuk, che mi trascinano nelle storie. Poi c'è Ammaniti ('Io non ho paura' è uno dei miei libri preferiti). E poi libri vecchi, che trovo nella libreria dei miei genitori. Mi piace leggere di tutto, ma proprio non riesco a leggere romanzi storici, ci ho provato, ma con scarsi risultati. Dopo due righe di lettura, devo tornare indietro e rileggere da capo. Mi perdo.
Ah e poi non ho mai letto Harry Potter. L'unica volta che ho provato a leggerlo, mi sono addormentata dopo due pagine. Di cattivi maestri ne ho avuto qualcuno in carne ed ossa. Uno di loro mi ha insegnato a scrivere.
Poi però, io ho fatto tutto il contrario di quello che mi aveva insegnato. Ed eccomi qui. Chissà cosa ne pensa adesso, avrà corretto a penna rossa tutto il libro?

Ci sono altri autori esordienti che ti piaccion?

Ultimamente sto leggendo Banana Yoshimoto, un libro dietro l'altro. Quindi non ho ancora avuto modo di dedicarmi ad 'altri esordienti', anche se 'La casa' di Angela Bubba, vorrei leggerlo al più presto (non perché si tratti della mia stessa casa editrice!), se ne parla tantissimo.

Hai un metodo di lavoro?

Sì, ce l'ho. Sedermi a scrivere solo quando ne sento davvero il bisogno, e farlo solo quando ho un'idea. Avere una canzone di riferimento, una sorta di colonna sonora della storia che voglio raccontare. La cosa più importante è non forzare la storia. L'avevo scritto, una volta, i personaggi hanno una vita propria. Fanno tutto da soli. Io mi limito semplicemente a seguire il 'flusso', a raccontarlo. Ogni volta che scrivo qualcosa, lo leggo ad un'amica, sempre la stessa. E' diventata una tradizione, ormai. La chi
amo al telefono, e leggo. Lei ascolta. Leggere ad alta voce serve, capisci dove hai sbagliato. A seconda delle risate, dei sospiri e dei commenti, capisci cosa sistemare, cosa tenere, cosa togliere.

Progetti per il futuro?

Tantissimi. Ho cinque storie nel cassetto, mi piacerebbe tirarle fuori tutte quante. Sono tutte molto diverse tra loro, un po' troppo complicate, forse. Ho fatto una scommessa con me stessa: riuscire a pubblicarne almeno 3 entro i trent'anni. Un sogno, più che un progetto. Però mi piacerebbe, si farebbero compagnia a vicenda sulla mensola della libreria.

Foto di Paola Colleoni

:: Recensione de Il porto degli spiriti di John Ajvide Lindqvist a cura di Giulietta Iannone

3 giugno 2010 by

Il porto degli spiritiDomarő è un luogo che non è tracciato sulle carte nautiche, una piccola isola a nord di Stoccolma, vicino alla terra ferma, al limite del mare aperto, un angolo misterioso di Svezia fatto di ghiaccio e neve. A Domarő si erge il faro di Gåvasten che domina il villaggio vecchio, il piccolo porto, la cappella, la campana che avverte dell’arrivo delle tempeste. Tutto è pace e bellezza a Domarő, un rassicurante luogo in cui portare la famiglia in gita e Anders, Cecilia e la piccola Maja sono una famiglia, una famiglia felice piena di tenerezza e calore. Poi un giorno di febbraio un avvenimento inspiegabile giunge inatteso a rovinare la pace, a frantumarla come uno specchio in tante schegge scintillanti. Anders, Cecilia e Maja escono per fare una piccola gita fino al faro di Gåvasten, il vecchio faro di pietra simbolo solitario dell’isola. Avevano aspettato tutto l’inverno una giornata luminosa e serena come quella per andarci. Il vento si era placato, la neve scintillava ovunque in un accecante biancore e nessun pericolo sembrava dare pensiero. Il ghiaccio sotto gli sci era spesso, il cielo terso e rassicurante. Ad attenderli la porta del faro è aperta, possono entrare e visitarlo. Salgono la scala che porta al riflettore, il cuore del faro, le pareti circolari sono interamente in vetro, sembra di essere sospesi nel cielo e da li il panorama è mozzafiato. Maja con gli occhi e le mani schiacciate contro il vetro indica qualcosa sul ghiaccio, qualcosa che solo i suoi occhi possono vedere e un attimo dopo lascia i genitori per controllare la cosa o la persona misteriosa che ha appena visto. Da quel momento la piccola Maja svanisce nel nulla. Anders e Cecilia la cercano ovunque ma sembra quasi che sia stata inghiottita dal ghiaccio, pure le impronte sembrano scomparse. Sembra impossibile ma della bambina non c’è più alcuna traccia. Anni dopo Anders ormai quasi alcolizzato, con un matrimonio distrutto alle spalle, torna sull’isola come ubbidendo ad uno oscuro richiamo, non ancora rassegnato, sempre in cerca della sua bambina. Avvenimenti strani e minacciosi iniziano a costellare la sua indagine, inquietanti presenze popolano l’isola e solo indagando sul suo passato arriverà a scoprire che l’amore è una forza che supera ogni ostacolo e che fa attraversare anche gli abissi del mare e il regno dell’altrove pur di liberare la piccola Maja e riportarla alla realtà. Il porto degli spiriti appena uscito per Marsilio è il terzo romanzo dopo Lasciami entrare e L’estate dei morti viventi, di John Ajvide Lindqvist autore di culto scandinavo che a differenza dei suoi celebri colleghi interessati al poliziesco puro esplora il sovrannaturale con venature horror di notevole impatto emotivo. La trama è semplice si parte dalla scomparsa di una bambina per indagare su gli abissi di orrore e disperazione in cui cala un padre non rasseganato a perderla. Le frequenti incursioni nel sovrannaturale sono così immediate e spontanee che quasi ci fanno dimenticare che stiamo toccando le dimensioni dell’impossibile. Lo stile è limpido, a tratti brillante e poetico seppure utilizza un linguaggio semplice e diretto che ricorda il migliore King. Il protagonista Anders poi raggiunge quasi una dimensione epica nel suo ergersi contro le forze oscure che dominano gli abissi del mare e dell’inconscio. Con apprensione e tifando per lui seguiamo la sua indagine immersi nell’atmosfera inquietante, se non proprio angosciante dell’isola, e arriviamo allo stupendo finale sconcertati e nello stesso tempo avvolti da un che di liberatorio.

Il porto degli spiriti di John Ajvide Lindqvist, Marsilio editore, collana Farfalle, brossura,  2010, 493 pagine, traduttore Giorgio Puleo, prezzo di copertina 19,00 Euro.

:: Inside out di Barry Eisler

3 giugno 2010 by

inside-out-hc

Il 29 giugno uscirà negli Stati Uniti il nuovo libro di Barry Eisler Inside out.

Lo si può ordinere su amazon a questo link: qui

Se volete leggere l'intervista che ci ha concesso: qui

:: Antonio Paolacci Salto d'ottava dal 9 giugno in libreria

3 giugno 2010 by
Paolacci_SaltoDOttavaAntonio Paolacci

SALTO D'OTTAVA

Collana Babele Suite // Perdisa Pop //
euro 10,00 // pagine 128

Una scrittura solo apparentemente descrittiva, invece pensosa, cogitabonda e densa. Paolacci dimostra una capacità di scrittura che strappa continuamente la giacca troppo stretta del genere.

Antonio Celano, Il Quotidiano della Basilicata
 

Un uomo e un ragazzo. Ventiquattro ore per entrambi. Il cadavere di un adolescente riverso sul pavimento di una fabbrica abbandonata, in una città che la ignora pur considerandola uno dei tanti problemi da risolvere. L'uomo è un produttore cinematografico di una piccola casa indipendente, preda di una bizzarra forma di smarrimento. È un individuo che ha atteso e che attenderà fino all'ultimo momento. Il ragazzo, un sedicenne affascinato dalla cultura dello skateboard, per puro caso s'imbatte nel cadavere di un suo coetaneo. È l'inizio delle domande. Omicidio? Incidente? Ma importa davvero scoprirlo? Sullo sfondo, una sessualità vissuta di nascosto: incontri anonimi, trasgressioni e prostituzione s'incrociano a un'eloquente poetica delle persone qualunque.
Potente, puntellata su un realismo che lascia spazio a elementi di visionarietà, Salto d'ottava, oltre a essere una storia che si divora tutta d'un fiato anche grazie all'alternanza delle situazioni, è un apologo duro sull'indifferenza, l'apatia e il disorientamento di giovani e adulti, in un mondo che sembra premiare l'egocentrismo del singolo, ma contemporaneamente lo castiga attraverso il timore delle possibili reazioni all'eccesso di individualismo.
Fra pubblico e privato, sofferenza e narcisismo, suspense e affresco del sottobosco urbano, il secondo libro di Antonio Paolacci è una novella esemplare, illuminata da una scrittura attenta e consapevole: la conferma di un talento della nuova narrativa italiana.

Antonio Paolacci è nato nel 1974. È originario del Cilento ma vive a Bologna. Laureato in Discipline dello Spettacolo, si è occupato di psicanalisi e cinema, scrivendo articoli e tenendo lezioni all'università. Attualmente è editor e consulente editoriale. Dal 2008 coordina le giurie del premio letterario Lama e trama. Ha pubblicato racconti su rivista e antologia. Nel 2007 ha esordito con il romanzo Flemma (Perdisa Pop).

Lorenzo Mazzoni intervista Alessandra Del Prete

3 giugno 2010 by

cover_Tempo_smallCon sottofondo di "Son Of Suzy Creamcheese", di The Mothers of Invention

Hai voglia di parlarci del tuo ultimo romanzo "Ridatemi il tempo delle mele" (Newton Compton)?

E’ la storia di Lavinia, una quasi trentenne, gran sognatrice, che vive ancora con una surreale mamma-carceriere, non ha un lavoro e neppure un fidanzato degno di questo nome. Un giorno, per caso, tutto si sblocca: un piccolo quotidiano cittadino le offre un posto da redattore con tanto di mini-stipendio. Andare a vivere con Giorgia, l'amica di sempre, è la scelta più ovvia; meno scontato, invece, è l'incontro con un ex professore di filosofia finito sulla strada dopo aver perso moglie e figlio in un incidente. Ma si tratta davvero di un incidente, o piuttosto di un omicidio commesso proprio da quel barbone che ha scelto di rinnegare l'uomo intelligente e affascinante che era? Forse "L'uomo del tempo" è solo un inguaribile sognatore, la variabile straniante che indurrà Lavinia a intraprendere una ricerca che vale una vita, legando i suoi giorni e le sue speranze a quelli di un uomo dall'oscuro passato.

Savio, il misterioso "uomo del tempo" descritto nel libro, è preso da una figura reale o è frutto della tua fantasia?

Ogni personaggio dei mie libri è la somma delle caratteristiche di più persone osservate con l’aggiunta di un pizzico di fantasia. Non è mai né vero, né inventato dall’inizio alla fine.

Che importanza ha avuto la musica nella stesura di "Facciamo (un) casino?" (Aliberti Editore)?

Be’, “Facciamo (un) casino?” è ambientato nel backstage del mondo della musica e proprio per questo raccoglie tutti i paradossi del settore. Laddove le note quasi non hanno più significato.

Oltre ai divertenti paradossi che accompagnano il romanzo, possiamo leggere nell'idea di mettere su una casa d'appuntamenti on line una critica satirica al Sistema?

Assolutamente sì. La parentesi nel titolo lo trasforma anche in “Facciamo casino?”, un modo per dire che bisogna ribellarsi quando il mondo sembra andare alla rovescia. E poi è anche una critica leggera al falso perbenismo che spesso dilaga. A coloro che predicano bene e razzolano male.

casino_coverCome reputi la tua opera prima "Dimmi di no" (Graus Editore)?

E’ un libro pieno di cuore, anche se presenta alcune ingenuità tipiche di un’opera prima. E’’ la storia di una donna, Alice che, di fronte a un abbandono, non si perde tra scenari sanguinolenti, mazze da baseball o coltelli, che rappresentano solo palliativi onirici. Sceglie la tastiera di un computer e uno schermo. La storia di Alice e Alberto diventa così un romanzo che regala all’autrice un successo inaspettato, lanciandola verso l'ultimo duello con se stessa e con quella presenza che non vuol saperne di sparire per sempre. Dopo varie peripezie Alice approccia il mondo delle chat, cercando, perdendosi e ritrovandosi irresistibilmente attratta da un utente il cui nick-name è dimmidino.

Il mondo virtuale (chat e ammenicoli vari) in qualche modo ispira i tuoi romanzi?

Sono una donna iper-tecnologica e questa mia caratteristica non può che influenzare tutti i mie scritti.

Quali sono i tuoi cattivi maestri?

Non ho cattivi maestri.

C'è qualche nuovo autore nostrano che ti piace particolarmente?

Mi piace molto Ivan Cotroneo, anche se non è proprio un esordiente…

Hai una giornata creativa tipo? Modalità di lavoro?

Vorrei, dovrei essere più disciplinata, ma purtroppo non lo sono. Cerco di mantenere una certa continuità, ma spesso accade che scrivo dieci pagine e magari, poi, per due giorni, non tocco la tastiera. Oppure mi lascio sedurre da un momento creativo, magari in un bar, e allora comincio a imbrattare tovaglioli, tovagliette o tutto ciò su cui si può scrivere. Se il genio va di pari passo con la sregolatezza, allora sono un GENIO! (ahahahha)

Stai lavorando a qualche nuovo progetto letterario?

Ho da poco consegnato un nuovo romanzo, ma non conosco ancora i tempi di pubblicazione. Questa volta si tratta di una vera storia d’amore dall’inizio alla fine, con tutti i crismi. Visto che gli amici mi rimproveravano sempre di essere l’antiromantica per eccellenza. Speriamo di aver fatto un buon lavoro!

:: Novità in uscita per Marcos y Marcos in libreria da giugno

1 giugno 2010 by
In libreria dal 10 giugno
Controvento, romanzo vincitore del prestigioso Premio Planeta 2009 che ha portato la scrittrice Ángeles Caso in vetta a tutte le classifiche spagnole con più di 225.000 copie vendute.La storia di una donna capoverdiana che lascia il suo paese per cercare una vita migliore in Europa.Il romanzo di un'eroina contemporanea. Una storia vera.
L'autrice sarà ospite del Festival Le corde dell'anima dal 4 al 6 giugno

In libreria dal 17 giugno
Buttarsi, il nuovo romanzo di Dan Fante. Torna Bruno Dante alle prese con un service di limousine per VIP ed esibizionisti assortiti nell'infernale paradiso Hollywoodiano.Come sempre intrappolato tra due anime, quella brillante creativa che gli regala pagine grandiose e l'idea di un futuro da scrittore e quella disperata, autodistruttiva che lo riporta nella più bassa depravazione.
Dan Fante sarà in tour in Italia dal 4 al 13 giugno:

Lorenzo Mazzoni intervista Angela Barbieri

1 giugno 2010 by

fuori di c uorecon sottofondo di "Talk Talk Talk ", di The Psychedelic Furs .

Hai voglia di parlarci del tuo romanzo "Fuori di cuore" (Enrico Folci Editore)?

Parlare di “Fuori di cuore” per me, non è facile: è un libro in cui credo tantissimo e molto profondo, ma ogni volta che mi chiedono di parlarne, non so mai come iniziare. Forse perché racchiude così  tanto, tocca argomenti così diversi e quotidiani, che il loro peso lo conosci solo quando non l’hai più. E’ nato come una trilogia di cui “Fuori di cuore” è solo il primo capitolo: è principalmente una storia d’amore, i cui protagonisti, Simone e Francesca vivono e al culmine non riescono più a gestire; chiudono i loro cuori, scegliendo la via della fuga a quella più difficile di un confronto sulla incapacità di vivere il loro amore. Scegliendo per non soffrire, di vivere fuori di cuore. Ma mentre Simone vive questo momento come qualcosa da cui ripartire, Francesca si chiude in situazioni ancora più difficili; per caso si rincontreranno e capiranno quanto è vivo ancora il sentimento che li lega, sciogliendo insieme quel nodo irrisolto che nella vita di Francesca ha causato le radici del suo cuore andato fuori, grazie all’aiuto inaspettato di qualcuno che aiuterà Simone a rimetterà quel cuore sui binari giusti, perché lui e solo lui ha iniziato il suo deragliamento. L’ho scritto e riscritto più volte, scegliendo con cura l’Editore, perché un libro d’amore è sempre una scommessa, non sai mai il riscontro che avrà su chi lo legge. Enrico Folci è un Editore che pubblica solo storie d’amore: chi meglio di lui? La sua uscita è prevista per il 13 luglio … e ne sono molto fiera.

In passato hai scritto e pubblicato poesie (tra cui la silloge "Quello che non so di te" (Il Filo Edizioni) e racconti apparsi su antologie della Giulio Perrone Edizioni e Aletti Editore. Quale forma di scrittura prediligi?  

Ho iniziato componendo poesie e il mio primo libro è stata proprio una silloge di poesie; pur continuando a scriverne, ho scoperto la magia di un racconto che prende forme su di un foglio bianco. Devo dire che non ho modelli a cui mi ispiro: posso solo dire che i miei personaggi sono senz’altro dinamici, vivono le loro difficoltà e momenti di impasse come una spinta per riprendere. Difficilmente un mio protagonista resta quello che è, ha una sua evoluzione e una sua crescita. 

scalzaPuoi parlarci di "Io vado scalza" con cui hai vinto la I edizione del Concorso Nazionale Letterario "Un Fiorino"?

 “Io vado scalza” è stato un sogno realizzato: ha vinto un premio e nell’ultima edizione del Premio Internazionale Penna d’Autore di Torino è stato semifinalista. E’ alla seconda ristampa e ha avuto un buon impatto col pubblico. Rispetto a Fuori di cuore, è senz’altro più introspettivo e personale, seppur non autobiografico nell’accettazione del termine, ci sono spunti del mio vissuto, ma non è la mia vita quella che racconto attraverso le tre protagoniste, Angela, Lory e Miriam, tre donne con tre identità diverse e una sofferenza nell’anima che le porta inevitabilmente a chiudersi in un circolo vizioso da cui non riescono a uscire. Per ognuna, l’unico bagaglio è rappresentato dalla propria forza interiore, l’unico vero sogno è essere amate per quello che si è. Ma a volte quello che si rincorre è quello che se non lo raggiungi ti fa cadere senza avere più la forza di rialzarti. La vita le metterà  a confronto e sapranno cogliere quel gancio che unite, le porterà  a una rinascita, a un catarsi … ad andar scalza.   

Pensi che il romanzo "D'Amore" possa avere un futuro in un mercato "malato" come quello italiano?

Si può scrivere di tutto, si può leggere di tutto: ma a mio avviso, l’amore è e resta il motore principale che muove ogni cosa. Anche in un mercato claudicante come il nostro, il romanzo d’amore troverà  sempre il suo spazio.

La componente erotica e/o sensuale ha un peso nel tracciare una storia come quella descritta in "Fuori di cuore" o "Io vado scalza"?

Erotismo e sensualità: non so. Forse nella scrittura sono innati, appartengono a un libro come a una donna. Si ha o non si ha.

Come ti sei avvicinata alla scrittura?

Scrivo da sempre, porto a termine da mai. Ma poi un giorno qualcuno ha avuto più  fiducia di me in me e mi ha spinto a portare a termine. Ringrazio di cuore chi l’ha fatto e ringrazio me per averle dato retta.

Quali sono i tuoi maestri letterari?

Adoro Verga, la Mazzantini, Camilleri, Ammaniti, Coelhio e Nicholas Spark.

Qual'è il tuo rapporto con i booktrailer? Li usi per pubblicizzare i tuoi libri?
Adoro realizzare booktrailer e li utilizzo tantissimo per pubblicizzare i miei libri: l’unione di immagini, musica e parole, è un bellissimo lavoro da realizzare che, se ben fatto, ha un impatto immediato e coinvolgente da parte del lettore. E anche su di me.

Hai fiducia nell'evoluzione tecnologica dell'editoria?

Probabilmente la tecnologia avrà il suo spazio anche nel campo dell’editoria: ma per quanto ormai non posso fare a meno di un pc, ancora scrivo su carta e se leggo un libro, preferisco il profumo della carta e l’emozione di aprire una nuova storia con un semplice voltar pagina.

Stai lavorando a qualche nuovo romanzo?

Si, sto lavorando al seguito di “Fuori di cuore”: è nato come una trilogia e sto scrivendo il secondo capitolo. Ho un altro paio di manoscritti a cui sto dando forma, ma altri sono già pronti nel cassetto dei sogni.

Novità in uscita per Fanucci in libreria da giugno

31 Maggio 2010 by

– Loredana Frescura  Scrivimi solo parole d’amore
– Alison Noël  Segreti & sorelle
– Valentina Pattavina La libraia di Orvieto
– Jason Buhrmester La grande rapina ai Led Zeppelin
– Andrew Vachss L’uomo in fuga
– Richard Matheson The box e altri racconti
– Ted Dekker Black
– Robert Jordan La lama dei sogni La ruota del tempo vol. 11
– Robert Jordan  Il sentiero dei pugnali La ruota del tempo vol. 8
– Karen ChangeTouch the Dark

:: Recensione di La principessa di ghiaccio di Camilla Lackberg

31 Maggio 2010 by

Venite a Fjallbacka, un incantevole angolo di Svezia di fronte all’arcipelago, dove regnano pace e tranquillità. Beh forse non d’estate, quando i turisti sciamano a frotte e trasformano il piccolo paesino di pescatori in un villaggio turistico. Ma gli altri nove mesi, ah c’è silenzio, pace , bellezza. Anche se diciamolo Fjallbacka non è più come un tempo, quando la pesca delle aringhe era l’unico mezzo di sostentamento e l’asperità dell’ambiente e la continua lotta per la sopravvivenza aveva forgiato una popolazione temprata e forte.
Certo ora Fjallacka è solo più un luogo pittoresco per turisti danarosi, ma i vecchi sognano come era allora  e dopo tutto d’inverno la neve scintilla e l’unico rumore che sentireste sarebbe quello del vostro respiro. Ma come David Lynch ci ha insegnato spesso le piccole città di provincia nascondono un lato oscuro, dietro le tendine inamidate delle simpatiche casette di legno piene di mobili di betulla dipinti di bianco. Spesso vicende strane e inquietanti trovano vie misteriose per manifestarsi e non è sempre facile indagare sui numerosi segreti degli abitanti del luogo.
Certo c’è un mondo di facciata, perfetto, edulcorato, patinato, costruito su misura per ben figurare a servizio del temibile “ quel che dice la gente”.
Erica Falck lo sa bene che queste sono le regole del villaggio, e quando si trova a scoprire il cadavere di Alexandra sua amica di infanzia immersa nel ghiaccio della sua vasca da bagno con i polsi tagliati in una pantomima che dovrebbe far pensare a tutti ad un suicidio beh un po’ della vernice perfetta che ricopre ogni cosa a Fjallbacka inizia a scrostarsi, a rivelare crepe, ragnatele che in controluce non si vedevano, perché niente è come sembra e la polvere che si nasconde sotto il tappeto basta un colpo di vento per farla disperdere. Segreti incofessabili tornano alla luce, e l’acqua limpida del mare che scintilla nell’arcipelago da cartolina diventa ben presto un acquitrino, un pantano di delitti, di odio e di vendetta.
La principessa di ghiaccio folgorante libro di esordio di Camilla Lackberg è ora disponibile in Italia grazie a Marsilio e all’ottima traduzione di Laura Cangemi, primo in patria di una lunga serie di sette titoli, tradotto in più di 24 lingue, vanta già milioni di lettori sparsi per il mondo.
Nell’onda lunga del giallo scandinavo, ormai una vera  e propria scuola di pensiero, la Lackberg è accomunata a nomi come Stieg Larsson e Henning Mankell, se non addirittura alla regina incontrastata del giallo inglese dame Agatha Christie, cosa che farà sicuramente sorridere i puristi ma un fondo di verità ci dovrà pur essere se no non si spiegherebbe l’incredibile successo di vendite raggiunto. Innanzitutto è un libro di facile lettura, le pagine scorrono fluide e non si ha la tentazione di saltare capitoli interi per arrivare alla conclusione anche se è da notare che i capitoli in questo libro non ci sono affatto.
C’è molta attenzione nella caratterizzazione dei personaggi, anche quelli minori o che compaiono anche una sola volta, una spruzzata di indagine psicologica per spiegare motivazioni, antefatti, intrecci e un susseguirsi inarrestabile di colpi di scena che rendono la trama tutt’altro che scontata o monotona. A differenza dei succitati Larsson e  Mankell la Lasckberg da molto spazio al lato sentimentale della vicenda dedicando pagine intere alla storia d’amore tra la protagonista e Patrick Hedstrom il fascinoso poliziotto, amico di infanzia, con cui porta avanti l’indagine.
A mio avviso la bellezza del libro non risiede tanto nel lato thriller della vicenda, ma soprattutto nel fatto che un romanzo di genere dove il delitto e l’indagine sono più che altro un pretesto per parlare d’altro, per svelare il lato oscuro, il cuore nero, di una società quella svedese solo apparentemente solare e rassicurante.

:: Intervista a Marco Tiano a cura di Elena Pirelli

29 Maggio 2010 by

Home4Ciao Marco, e grazie per aver accettato la mia intervista. Cominciamo subito con le domande. Quando hai iniziato a scrivere e perché? Hai frequentato corsi di scrittura?

Ho iniziato a scrivere per caso. Non ho mai pensato di scrivere romanzi e, sinceramente, non credevo di averne la pazienza. No, non ho frequentato corsi di scrittura perché, come ho scritto sopra, non era nei miei pensieri dedicarmi alla scrittura. Sono sempre stato un bambino ed un ragazzo creativo. All’età di cinque/sei anni dipingevo già e mi piaceva costruire alcuni oggetti di legno. La scrittura è arrivata all’improvviso e mi ha “stregato”. Sin da piccolo ho amato leggere, ma cimentarmi nella stesura di un libro è stata una sorpresa ed una rivelazione.

Come è nata la passione per i gialli?

La passione mi è stata tramandata da mia madre. Lei è da sempre una divoratrice di gialli, mi ha cresciuto con il “Tenente Colombo”, “Jessica Fletcher” e tutti i film di Hitchcock e Agatha Christie. La “dipendenza” dai gialli però è iniziata come una favola. Da piccolo a casa avevamo un volume di “la morte nel villaggio” di Agatha Christie che non avevo mai letto. Un giorno, d’estate, ho preso il libro ed ho iniziato a leggerlo. L’ho finito praticamente nella stessa giornata e da allora ho continuato a leggere tutti i romanzi della Christie, fino a completare la sua intera produzione letteraria. Non per niente la cara “Zia Agatha” è la mia autrice preferita.

Cosa ne pensi del giallo classico, dato che è il genere in cui ti cimenti? Perché lo preferisci agli altri?

Beh, i motivi per il quale prediligo il giallo classico sono molteplici. Primo fra tutti è che il giallo classico è un gioco. Una sfida tra il lettore e il protagonista della storia. lo scrittore fornisce tutti gli elementi necessari a risolvere il caso e sarà poi il lettore più smaliziato a riuscire a interpretarli e soprattutto ad identificarli. Il ruolo dello scrittore, in questo caso, è quello di riuscire a mascherare i veri indizi, sempre nel massimo rispetto del lettore. Chi legge la storia non deve arrivare alla soluzione del caso e accorgersi che lo scrittore ha barato. Gli elementi per risolvere l’indagine devono esserci tutti e soprattutto il lettore deve poter tornare indietro nelle pagine e trovarli. Il mio intento è di far dire al lettore “Caspita! L’indizio era scritto ma non me ne sono accorto. Mi è passato proprio sotto il naso”. Purtroppo, a mio parere, oggi siamo abituati ad assistere a molta violenza, sia nei film che soprattutto nella vita reale che supera di gran lunga la fantasia. Ai telegiornali le notizie di cronaca sono sconvolgenti e non mi sembra il caso di scrivere di serial killer nella società malata in cui viviamo. Il romanzo deve essere una lettura per evadere dalla realtà. Deve essere un modo per immergersi alcune ore in un mondo alternativo e più “pulito”. Nel giallo naturalmente c’è il delitto, ma in questo caso, è un elemento che passa quasi in secondo piano. Come scrisse Van Dine nelle “dieci regole per scrivere romanzi gialli” il delitto nel giallo deve esserci, ma solo perché è l’unico espediente che giustifichi la lettura di un’indagine. Sarebbe quasi banale leggere due/trecento pagine solo per un furto o una truffa. Il delitto è l’unico reato che motivi un racconto. La parte fondamentale, infatti, rimane l’indagine e la soluzione finale (parte alla quale dedica più tempo).

Come è nata l’idea di scrivere il fortunatissimo “Uno di troppo”?

L’idea è nata dopo un viaggio e la reale visita ad un castello medievale. Ero già un accanito divoratore di gialli, ed essermi trovato in un maniero, durante una visita, in compagnia di persone sconosciute e la compagnia di un temporale per me è stato decisivo. Mi sono sentito il personaggio di un film di Agatha Christie e, quando sono tornato a casa, non ho potuto fare al meno di raccontare per iscritto le mie emozioni, sotto forma di un romanzo. Ho iniziato per gioco, non pensando di riuscire a finire il libro. Scrivendo, scrivendo, però, ho notato che mi piaceva e che non riuscivo a smettere, le idee mi affioravano l’una dopo l’altra.

Come nasce l’idea per un libro?

Nel mio caso, come ho raccontato per “Uno di troppo”, tramite le esperienza personali. L’idea per un libro (o anche per un indizio, un particolare) nasce all’improvviso. Capita di guardare una mamma con il passeggino e immagini che dentro c’è un fantoccio e che sotto la copertina che copre il bambino sia nascosta la refurtiva o l’arma di un delitto. Gli spunti per una storia sono nascosti nella quotidianità, arrivano per caso e non tardo ad appuntarli all’istante. Quando scrivo un libro la mia scrivania è ricoperta di tanti pezzetti di carta con appunti scritti sopra. Tovagliolini da bar, post-it, pagine di giornale, di tutto di più. Sono scritti che conservo gelosamente e che rileggo anche a distanza di tempo. Non è detto che li usi tutti, però per la maggior parte sì. La vita quotidiana è una miriade di buone storie non raccontate!

Perché hai scelto di usare personaggi inglesi, ma di ambientare la storia in Italia, a Firenze?

La scelta di Firenze è stata facile, è la mia città italiana preferita dopo la mia adorata Siracusa. Se dovessi trasferirmi, è l’unica città nella quale lo farei con piacere. Per la scelta dei personaggi inglesi, invece, la colpa è della Christie! I suoi romanzi, le atmosfere e l’humor inglese sono stati decisivi. Trovo che le personalità anglosassoni sono inscindibili dal buon giallo classico. Dato che gli inglesi sono i fondatori del genere, scrivere, o leggere, un mistery classico al di fuori del loro ambiente sarebbe come tentare di mangiare una buona pizza italiana in America! Non dico che non ci sono buoni romanzi gialli ambientati in Italia, con personaggi italiani, ma il fascino del buon romanzo dell’età d’oro del giallo è impagabile. A quel punto non parleremmo più un giallo classico inglese, ed invece il mio intento è proprio far rivivere e tramandare questo meraviglioso e appassionante genere letterario che ha estimatori in tutto il mondo.

“Uno di troppo” ti ha dato delle belle soddisfazioni, te lo aspettavi?

Sinceramente no. Tutto mi ha travolto all’improvviso e per me è stata, ed è ancora, una grande gioia. “Uno di troppo” è arrivato da poco alla decima ristampa ed è uno dei libri più venduti dell’editore e, a questo proposito, ringrazio i miei lettori che hanno permesso tutto questo.

Qualche anticipazione?

Posso anticiparti che ho terminato di scrivere il mio secondo romanzo, ancora una volta un giallo classico inglese, ed è in cantiere il terzo. Naturalmente, le idee sono tante e, se avessi tempo, avrei sicuramente scritto almeno sette/otto romanzi.