:: Intervista a Maurizio de Giovanni a cura di Giulietta Iannone

7 febbraio 2010 by
Maurizio
Benvenuto Maurizio su Liberidiscrivere e grazie di aver accettato la nostra intervista. Per prima cosa mi piacerebbe sapere qualcosa di più di te. Dove sei nato, che studi hai fatto, qualche tuo pregio e qualche tuo difetto.R. Grazie a voi di avermi invitato in un “luogo” che da lettore incallito ho sempre frequentato con grande piacere. Sono napoletano nel corpo e nell’anima; sono nato nel 1958, un ariete testardo e permaloso un po’ soggetto a sbalzi d’umore, sempre sospeso tra euforia e malinconie ingiustificate. Ho studiato lettere classiche, poi la prematura morte di mio padre, che aveva cinquant’anni, mi ha spinto alla ricerca di un rassicurante e un po’ grigio “posto fisso” che mi ha fatto accantonare per quasi trent’anni ogni aspirazione creativa. Intendiamoci, sono ben lieto di aver avuto un lavoro che mi ha dato anche molte soddisfazioni; ma oggi credo che avrei potuto cominciare anche un po’ prima a scrivere.

Raccontami qualcosa della tua Napoli, qualche squarcio caratteristico per far luce su una città viscerale, splendida e nello stesso tempo tragica. La ami, la odi? Come si vive all’ombra del Vesuvio?

R. Dico sempre che della mia città ho un’immagine stratificata, come una cipolla in cui ogni livello sia di sapore, odore e colore differente dagli altri. Si offre costantemente a piani di lettura diversi e a qualunque approfondimento si voglia fare. Qualsiasi interpretazione non può comunque prescindere dai registri umoristico e noir; più di ogni altro luogo nel mondo, Napoli è ironica e ferita, addolorata e divertente. Non è facile viverci, anzi spesso si ha l’impressione di attraversare la giungla; ma devi credermi se ti dico che un napoletano altrove, per benissimo che possa trovarsi, sentirà sempre mancargli un pezzo fondamentale.

Che lavori hai fatto prima di dedicarti alla scrittura? Si può vivere di scrittura al giorno d’oggi?

R. Sono tuttora un funzionario di banca che cerca con molte difficoltà  di conciliare l’impegno lavorativo col crescente spazio che la scrittura e il lusinghiero successo di Ricciardi richiedono. Sono uno scrittore fortunato, come sai il passaparola tra i lettori ha fatto in modo che i romanzi si diffondessero a macchia d’olio e che l’interesse attorno al personaggio e quindi al suo autore crescessero in misura esponenziale, ma devo dirti che vorrei avere molto più tempo da dedicare alla promozione. Oggi in Italia i numeri delle vendite non supportano se non in rarissimi casi la scelta di dedicarsi unicamente alla scrittura: quelli che ci riescono integrano con attività collaterali, come collaborazioni a giornali, sceneggiature, conferenze, presentazioni o partecipazioni a festival e incontri. E’ rarissimo che le sole vendite consentano scelte radicali di vita e di professione. Ti faccio un esempio: il primo romanzo di Ricciardi, “Il senso del dolore”, è uscito a fine giugno in Germania; un romanzo nuovo di un autore nuovo, italiano, sconosciuto alla platea dei lettori tedeschi; ebbene, in tre mesi ha venduto circa 20.000 copie. Numeri che qui da noi un romanzo di discreto successo che esce per un editore di medie dimensioni totalizza in un anno.

Com’è stato il tuo esordio? E’ stato difficile trovare il tuo primo editore?

R. Il mio è stato un caso anomalo fin dall’inizio. Iscritto da amici per scherzo a un concorso per giallisti esordienti indetto dalla Porsche Italia, “Tiro Rapido” edizione 2005, l’ho inaspettatamente vinto con un racconto che aveva per protagonista questo strano commissario napoletano degli anni trenta che vede i morti. Il premio consisteva nella pubblicazione del racconto su “L’Europeo” di agosto, il numero tradizionalmente dedicato alla cronaca nera. Un’agente letteraria lesse il racconto e mi cercò, chiedendomi di farle avere un mio romanzo con lo stesso protagonista. Non esisteva, e quindi scrissi il romanzo durante le ferie, senza aver mai scritto nulla prima di allora, e il romanzo dopo alcune vicissitudini giunse tra le mani del direttore del centro di produzione Rai di Napoli che lo fece a sua volta leggere a un amico, Domenico Procacci della Fandango; da lì in poi la storia del progetto Ricciardi prese la dimensione del crescente successo che sai. Insomma, sono uno di quei rarissimi e fortunati scrittori che non hanno mai dovuto fare la gavetta, inviando dattiloscritti a destra e a manca per trovare un editore. Fortunato io, e magico Ricciardi.

Il tuo rapporto con la critica. Che effetto ti fanno le recensioni, sia che siano elogi o critiche motivate? Quale è la recensione che ti ha fatto più felice leggere in assoluto?

R. Forse perché non ho pretese “letterarie” e la mia scrittura non è particolarmente invadente, devo dire che la critica è stata finora molto benevola nei confronti dei romanzi di Ricciardi. Le recensioni sono molte e tutte generalmente positive, alcune a dire il vero addirittura commoventi. Forse la maggiore gratificazione è venuta proprio dalla Germania, quando un giornale ha scritto che “non vedeva l’ora di leggere il seguito della storia di questo poliziotto napoletano”, e che invitava l’editore tedesco, Suhrkamp, a pubblicare il secondo romanzo in fretta. Bello, ma anche impegnativo.

Tutto iniziò con il racconto quasi joyciano “I vivi e i morti”, puoi parlarcene?

R. Ti dicevo del concorso della Porsche Italia. In finale a Firenze venne proposto dalla giuria (della quale facevano parte scrittori del calibro di Carofiglio, Lucarelli ed Evangelisti) un tema riferito a una celebre serie di delitti, quelli della Ludwig, la sigla terrorista di destra che sparse morte e terrore nel Veneto negli anni ottanta. Avevo cominciato a scrivere una storia di ambientazione contemporanea quando mi sentii chiamare dal presidente della giuria, Daniele Protti, il mitico direttore de “L’Europeo”, che mi fece: lei è quello che a Napoli ha scritto del commissario che vedeva i morti? Mi fa un altro racconto con lo stesso protagonista? Cambiai immediatamente rotta, inserendo nel tessuto napoletano dei primi anni trenta una storia di terrore e di vendetta, nella quale il rampollo di una nobile famiglia decideva di ripulire la città dalla prostituzione che aveva fatto ammalare e morire il padre di sifilide. Un testo semplice e diretto ma forse anche simbolico che piacque molto e che mi diede la vittoria del concorso. Da lì, come dici benissimo, iniziò tutto il resto.

Come nasce il personaggio di Ricciardi? Un po’ ti somiglia? Ci sono riferimenti autobiografici?

R. Ricciardi nasce per puro caso; l’ambientazione liberty del caffè Gambrinus di Napoli, dove si svolse l’eliminatoria del concorso che ti ho raccontato, il caldo opprimente di giugno e una bambina che passava fuori in strada e che, sentendosi osservata, mi fece una smorfia. Piccoli elementi che fecero scattare dentro di me qualcosa, una scintilla di fantasia.  Ricciardi non mi somiglia, né fisicamente a parte forse il colore degli occhi, né psicologicamente, essendo io estroverso e tutt’altro che taciturno; ma la sua percezione del dolore, la sua condanna a non poter voltare le spalle alla sofferenza, la sua partecipazione affettiva soprattutto nei confronti dell’infanzia, credo di condividerle profondamente. Invece, se dovessi scegliere il personaggio al quale mi sento più simile, direi Maione, il brigadiere che gli fa da spalla e che lo protegge a distanza.

Iniziamo con “Il senso del dolore- L’inverno del commissario Ricciardi”, come le quattro stagioni di Vivaldi, per prima hai scelto l’inverno, è la stagione che assomiglia di più al tuo protagonista?

R. Scelsi l’inverno e il vento; mi pareva che il disordine dell’anima, lo scompiglio dei sentimenti e le solitudini generate dalle passioni e dal delitto avessero casa in quella stagione. Volevo dare ai personaggi una difficoltà di relazione costante, una lontananza determinata anche dal freddo, da un clima che desse un colore livido e dolente a tutto il romanzo. Forse però la stagione che somiglia di più a Ricciardi è l’autunno, privo com’è della speranza di primavera che comunque l’inverno mantiene dentro per tutto il suo corso.

Parliamo dell’ambientazione così accurata, anomala forse nel genere, come ti sei documentato, che ricerche hai fatto?

R. La ricostruzione dell’ambientazione è sicuramente la parte più difficile della mia scrittura. Sono meticoloso, non mi piace descrivere particolari o situazioni connesse al periodo senza averle più volte verificate e approfondite; non sopporterei sentirmi eccepire da qualche lettore un’inesattezza storica, cosa per fortuna finora mai accaduta. Non è assolutamente facile reperire materiale, è come se i fatti successivi, la guerra, i bombardamenti e le indicibili sofferenze che i napoletani hanno dovuto sopportare, abbiano spinto a cancellare ogni traccia di quei vent’anni dalla memoria collettiva della città. Mi aiutano molto le immagini, le fotografie dei grandi archivi come Troncone, Parisio, Alinari; metto le figure in movimento, le faccio camminare e le coloro, creando le scene dei miei romanzi. Mi aiutano, e molto, alcuni amici come Michele Antonielli, un vero mastino nelle ricerche, Francesca Filardo, una straordinaria costumista teatrale appassionata nella ricostruzione di abiti e tessuti dell’epoca, e Antonio Formicola, il mio “consulente strategico”, sufficientemente criminale da pensare i delitti come se fossero veri. E naturalmente la mia fantastica Paola, senza la quale non scriverei nemmeno una parola.

Sei stato finalista al premio letterario Giorgio Scerbanenco del Courmayeur Noir Festival, che ho seguito,  praticamente il vincitore morale secondo la votazione del pubblico. Che esperienza è stata?

R. Ritrovarsi tra grandi scrittori che ammiro e di cui ho molto letto, scoprire che si tratta di persone disponibili, gentili e allegre, far parte integrante di un mondo che fino a ieri potevo solo sognare è stato meraviglioso. Di questo straordinario regalo non potrò mai ringraziare abbastanza tutti i lettori che, affezionati a Ricciardi, lo hanno voluto collocare nel Gotha del noir italiano. Ho vinto nello stesso momento in cui sono sceso dall’aereo a Torino e ho respirato l’aria di neve che c’era.

Ti piacerebbe insegnare scrittura creativa?

R. Mi capita spesso di essere invitato a seminari e laboratori per tenere lezioni sulla scrittura gialla e noir e ti dico che la cosa mi diverte moltissimo e mi appassiona. Sono anzitutto un lettore inveterato e bulimico del genere, per cui ne so a sufficienza per discuterne per ore, e a giudicare dall’affluenza e dalla partecipazione a questi incontri credo di non essere troppo noioso. Tuttavia devo dire che secondo la mia opinione il talento può essere raffinato ma non insegnato: la scrittura è un utensile, chi deve vincere è la storia al cui servizio lo scrittore deve sempre ricordarsi di essere. Lo scrittore di noir è un po’, a mio avviso, come l’arbitro di calcio: più è bravo, meno deve essere protagonista.

Parlaci di una tua giornata tipo dedicata alla scrittura; sei un abitudinario, hai qualche scaramanzia?

R. In questo credo di essere un po’ atipico, come napoletano. Scrivo solo quando sono costretto a farlo, non ho il “sacro fuoco”, se ho un’ora di tempo la dedico alla lettura più che alla scrittura. E comunque ho talmente poco tempo che devo ritagliarmelo nelle condizioni più strane, anche nella perenne confusione di casa mia; mi isolo, non sento quello che succede attorno e spero in un risultato decente. Quando però la storia mi prende, allora staccarmi dalla tastiera è difficilissimo e scrivo finché non casco dal sonno.

La miseria e il dolore sono i veri nemici nei tuoi libri, non si ha mai la sensazione che giudichi anche i personaggi più negativi, come nasce questo tuo atteggiamento?

R. Non credo nei buoni e nei cattivi, nella vita come nella letteratura; e credo che il pregiudizio sia la cosa più stupida che gli uomini abbiano inventato. Esiste l’egoismo ed esiste il bisogno, lo stato di necessità; negli anni trenta, quando i grandi poteri economici erano consolidati e gli interessi della criminalità organizzata non avevano ancora fatto il loro brutale ingresso nella vita quotidiana, i motori del delitto erano la miseria, l’invidia, l’egoismo e l’amore. Sentimenti primari, passioni la cui suppurazione infettava come ancora infetta le anime e spinge al male. Mi piace riconoscere e descrivere questo processo, in tutte le infinite forme che può assumere; il vero noir, che è un viaggio nella formazione e nello sviluppo del male, per me è questo.

Ti piace la poesia? Che autori leggi principalmente?

R. Amo molto la poesia, con l’amore di chi non sarebbe mai capace di indagare se stesso con tanta e tale profondità da scriverne. Tra i classici adoro Kavafis, Corazzini e Garcia Lorca, ma ho la fortuna di conoscere e di essere amico di alcuni raffinati poeti napoletani, tra i quali vorrei ricordare Bruno Galluccio, autore di una raccolta per Einaudi dal titolo “Verticali”, e Rossella Tempesta (“L’impaziente” per Boopen Led): il colore limpido delle loro anime dà luogo a liriche per me di straordinario valore.

Se dovessero fare una trasposizione cinematografica dei tuoi libri chi vedresti bene nella parte di Ricciardi?

R. Questa è stranamente la domanda che mi viene fatta più spesso, forse perché Fandango, il mio editore, è anche una grande casa di produzione cinematografica e televisiva; o anche, ed è quello che mi auguro, perché le mie storie lasciano ai lettori immagini ben chiare e la voglia di attraversare personalmente quei climi e quegli ambienti. Non ti nascondo che il progetto esiste e forse tra non molto gli appassionati potranno vedere, magari sul piccolo schermo, le vicende di Ricciardi. Per quanto riguarda l’attore che potrebbe interpretarlo, sono anch’io molto curioso; mi piacerebbe che fosse campano, consapevole delle atmosfere che può avere questa terra e in grado di riprodurne espressioni e sentimenti. Sarà comunque meraviglioso vedere professionisti del settore, registi e attori condividere un progetto del quale non sono assolutamente geloso.

Quali sono gli scrittori che ti hanno maggiormente influenzato come scrittore e quelli che ti hanno folgorato come lettore?

R. Come ho detto sono un lettore bulimico e quindi non ho pregiudizi di genere. Credo inoltre che in ogni libro ci sia qualcosa di bello e che ogni lettura lasci un piccolo o grande segno nell’anima. Amo Le Carrè, Garcia Marquez, Follett, Asimov, il King dei classici; Mc Carthy, Roth; ho trovato interessanti le prime prove di Perez Reverte e di Zafòn, salvo rimanerne un po’ deluso in seguito. Tra gli italiani nel genere apprezzo Carofiglio, Evangelisti, Todde, il mio amico Diego De Silva e Gianni Biondillo, straordinaria la sua scrittura. Fuori dal genere Veronesi è il mio preferito, dopo l’immenso Stefano Benni.

So che sei un grande appassionato dell’87° distretto di Ed McBain, cosa ami più di questo autore?

R. I 52 romanzi dell’87° distretto sono a mio modo di vedere un cardine di assoluta importanza per il mondo del noir. La costruzione di un mondo, di un gruppo di uomini con le loro storie quotidiane, i problemi personali, gli amori, i figli e le vite intessute a doppio filo con una città che è un immenso animale feroce, con sonni e rabbie improvvise, e col mostro del delitto acquattato dentro, pronto a ruggire e a scagliarsi contro chiunque. E più ancora il clima, il freddo, il caldo, la primavera a scandire gli umori, i tempi e i modi dell’azione sempre serrata che lascia il lettore senza fiato e con un’acuta nostalgia alla fine di ogni romanzo. Un Maestro assoluto. La sua scomparsa, nel 2005, ha lasciato un vuoto che non sarà mai colmato.

Definiscimi il noir.

R. Il noir è un viaggio; un percorso attraverso il male, la sua genesi, la crescita, lo sviluppo e l’esplosione attraverso il delitto. E’ un modo di guardare il mondo senza giudizi o pregiudizi, dove gli innocenti e i colpevoli non esistono e dove vittime e carnefici si scambiano di posto così spesso da renderne impossibile il riconoscimento. E’ un pianeta nel quale legge e giustizia non hanno la necessità di coincidere, e dove la pena da scontare è spesso la vita stessa.

Chandler o Hammett?

R. Chandler. Folle e visionario, imprevedibile come la materia di cui scrive.

Tornando al periodo storico in cui hai ambientato le storie di Ricciardi, ovvero gli anni 30 in un certo senso ambientazione prediletta da Lucarelli, in cosa siete simili e in cosa siete diversi?

R. Anzitutto lui è un grandissimo, che non deve dimostrare niente e che ha da tempo consolidato il suo valore di autore; cose che io sono ben lungi dal raggiungere, per ora. Come scrittura credo che ci siano molte differenze, forse lui risponde maggiormente a canoni classici di scrittura di genere mentre per me il noir è un’occasione di viaggio attraverso sentimenti e passioni dell’epoca. Insomma credo che per il sottoscritto l’ambientazione sia un punto d’arrivo mentre per Lucarelli costituisca un punto di partenza; ma è solo la mia opinione, naturalmente.

Ci sono autori emergenti che ti hanno particolarmente colpito? R. Tra gli esordi degli ultimi anni ho già citato Gianni Biondillo, il mio preferito; mi piacciono moltissimo anche Ugo Barbàra, autore di “In terra consacrata”, il cui taglio giornalistico è interessantissimo, e Bruno Morchio, la cui Genova è coinvolgente e trascinante. Mi piace anche ricordare l’agghiacciante “Accabadora” della bravissima Michela Murgia, epigona di una tradizione, quella sarda, che è a mio parere la vena più profonda del noir italiano.

Qualche consiglio agli scrittori in cerca di editore?

R. Non cedere alla tentazione di pubblicare a pagamento: si tratta di una truffa non a danno dell’autore, che è libero di spendere come crede i propri soldi, ma del lettore, che troverà sugli scaffali prodotti privi di una necessaria selezione alla base e che quindi tra tanto ciarpame potranno non trovare romanzi belli e interessanti; poi non voler per forza scrivere qualcosa di originale, perseguendo un eccessivo allontanamento dalla realtà che, se per gli scrittori in genere è dannoso, per gli autori di noir è letale; infine, naturalmente, non mollare mai se si crede fortemente nelle proprie storie.

Il primo giallo tutto italiano pubblicato dalla Mondadori è “Il sette bello” I gialli Mondadori, 1931 di Alessandro Varaldo. L’hai mai letto?

R. No, ma ho letto tutti i romanzi di Augusto De Angelis, il creatore del commissario De Vincenzi, il primo giallista italiano che ebbe immenso successo proprio in quegli anni. E’ una lettura che consiglio a tutti, un po’ ingenua con gli occhi di oggi ma per molti versi di intatto fascino.

Cosa stai leggendo in questo momento?

R. Un bellissimo saggio edito da Fazi, “Storia della paternità” di Maurizio Quilici; un romanzo giallo di ambientazione storica che devo presentare a Napoli, “I leoni d’Europa” di Tiziana Silvestrin (ed. Scrittura & Scritture), un lavoro che dimostra che se si ha una buona idea nessun genere è superato; “Che la festa cominci” di Ammaniti (Einaudi Stile Libero), perché se uno sa scrivere può scrivere qualsiasi cosa.

Perdonami questa domanda un po’ marzulliana, cos’è la libertà per te?

R. La libertà è essere proprietari del proprio tempo: è banale, lo so, ma per me è così. La si baratta un po’ con gli affetti, un po’ col lavoro, un po’ con la passione. E forse, se si è abili nello scambio, non se ne sente poi tanto la mancanza, se se ne conserva almeno un po’.

A che libro stai lavorando in questo momento? Sempre con Ricciardi come protagonista o hai altri progetti?

R. Ho in cantiere il quarto Ricciardi, l’ultimo della quadrilogia per Fandango che uscirà a fine anno, il libro dell’autunno; ho in mente una bella storia, forse la migliore di tutte finora. Poi vorrei scrivere un lavoro teatrale in tre tempi, visitando il mondo inquietante delle anime morte che, ne sono certo, popolano la mia città convivendo coi vivi; e un paio di storie di ambientazione calcistica, un’altra mia grande passione.

Consentimi di abbracciarti e di salutare affettuosamente i lettori di Liberidiscrivere, ringraziandoli di essere arrivati in fondo a tutti questi vaneggiamenti di un anziano giovane scrittore.

Maurizio de Giovanni, febbraio 2010

:: Intervista a Stefano Di Marino a cura di Giulietta Iannone

7 febbraio 2010 by

Stefano Di Marino

LdS Benvenuto Stefano su Liberidiscrivere. E’da tanto che volevo intervistarti. Sei uno dei pochi autori italiani specializzati in noir d’azione. Presentati ai nostri lettori, tuoi pregi e tuoi difetti.

SDM- Ciao a tutti. Presentarmi? Sono uno che da ragazzo sognava di trasformare il suo hobby in un lavoro. Adesso che ci sono riuscito ho scoperto di non sapere fare altro. Un po’ come Il Professionista, il mio personaggio più fortunato… solo che a differenza sua non devo alzarmi tutti i santi giorni e sparare a qualcuno. Quindi direi che è andata meglio a me che a  Lui… (Sorride)

LdS- Parlaci della tua Milano. Ami l’Italia o preferisci i luoghi esotici?

SDM- Sono cresciuto con Salgari, il mito dell’Oriente dove ho effettivamente passato parecchio tempo, le arti marziali e tutto quel genere di mitologia. Poi, quasi per caso, anni fa, ho scoperto che anche la mia città è un ottimo set per le storie che racconto. Milano. Gangland. Ormai la città di Chance Renard, il Professionista, da diversi anni. Ma anche la mia. Ci sono cresciuto ne ho letto la cronaca ma soprattutto ne ho studiato la geografia criminale. Ho girato le sue strade di giorno e di notte. Studiando la gente, guardando le facce, le vie buie che non finiscono mai. Quelle belle e quelle meno La Milano da bere, delle modelle, della coca, dei salotti buoni. Ma anche la Milano dei tunnel della Stazione, dei binari morti, dei giardinetti striminziti dove si vende di tutto e tutti. La città dei film di Di Leo, di Lenzi, di Martino dei romanzi di Scerbanenco, la Milano degli anarchici, dei centri occupati, delle mille mafie extracomunitarie, della mala italiana che dal Sud è venuta qui a spartirsi il bottino,  la città delle lucciole, dei trans in guerra tra loro, del ‘ tutto a posto e niente in ordine’.  La città dei banditi famosi, della rapina di via Imbonati, dei quartieri cinesi, della casbah, dei bastioni dove i ragazzini romeni si mettono in vendita così, come se fosse normale. La Milano dei pornoshop, dei centri massaggi, dei club privè, delle catene di pizzerie che nascono come funghi e spariscono il giorno dopo per coprire chissà quali riciclaggi, delle palestre, dei bodyguard, del recupero crediti fatto da pugili falliti. Degli assassini e dei maniaci. Dei disperati e di quelli che annegano qualsiasi cosa in un bicchiere d’alcol. Gangland. Senza legge, senza ordine, senza una logica.

LdS- Ti sei laureato in Giurisprudenza, poi invece di fare l’avvocato hai scelto di fare il narratore. Come è nato il tuo amore per la scrittura?

SDM- Ho cominciato a scrivere a dodici anni e da allora non ho mai smesso. Già leggevo moltissimo. La laurea in Giurisprudenza è stato un errore di percorso, me ne sono accorto che ero a metà del cammino. Erano anche altri tempi. Se non mi fossi laureato chi lo sentiva mio padre? Però ho sempre cercato di lavorare nel’editoria, campo di cui non sapevo nulla di concreto. Poi, sbagliando, si impara.

LdS- Cosa leggevi da ragazzino, quali sono state le tue letture di formazione?

SDM- Salgari e London, nelle versioni per ragazzi, montagne di fumetti di ogni genere. Poi sono passato a Fleming, a Segretissimo e ai grandi Western… così ho scoperto molti autori, poi è venuto McBain che era un maestro per chiunque volesse imparare a scrivere. Diciamo una formazione eterogenea…

LdS- Raccontaci una tua giornata tipo dedicata alla scrittura.

SDM- Io lavoro a tempo pieno nell’editoria. Di solito la mattina, dopo aver risposto alla posta, e navigato un po’ tra i vari siti che trattano del mio settore (che cominciano a essere davvero tanti…) traduco per un paio d’ore… diciamo cinque o sei pagine quasi definitive. Poi a pranzo… sport… nuoto, abitualmente. Riprendo il lavoro con una sessione di scrittura di un paio d’ore o qualcosa di più. Diciamo anche qui 5 pagine complete. Tutti i giorni. La costanza e la continuità sono importantissime. Quel che resta tra attività di promozione e letture. Non lavoro mai dopo cena se non per eventi quali presentazioni e corsi di scrittura.

LdS- Sei stato definito uno scrittore prolifico e instancabile, ed effettivamente hai scritto tantissimo spaziando  dal thriller, al noir d’azione, all’horror . Dove trovi tutta questa energia?

SDM- Nella passione per quello che faccio. Personalmente ho una formazione marziale, quindi sono un ‘padrone’ abbastanza rigido. Scrivere è un mestiere, bellissimo, ma richiede dedizione. Tutti i giorni, un po’ , ma tutti i giorni. I libri non si scrivono da soli….

LdS- Raccontaci i tuoi esordi. Quando hai avuto nel
le mani il tuo primo manoscritto ultimato come hai trovato un editore? C’è qualche talent scout che ti ha scoperto?

SDM- Come dicevo ho scritto sin da giovanissimo. Un sacco di romanzi e racconti finiti ma non rivisti. Ho cominciato a cercare di pubblicare intorno ai 25 anni collezionando una serie di porte in faccia micidiali. Però ho iniziato con qualche articolo, un raccontino qui e uno là, e sempre avanti a rompere l’anima a editor e a chiunque avesse contatti con l’editoria. Contate che negli anni ‘80 non c’era internet e tutto diventava più lento. L’occasione buona venne per testardaggine e per fortuna. Scrivevo per la rivista Febbre Gialla di Massimo Moscati che collaborava con il Giallo Mondadori ed era amico di Orsi allora proprietario della Libreria del Giallo. Un pomeriggio ci incontrammo di persona proprio in libreria. Mi disse che stava curando un progetto per gli Oscar, Nero  Italiano. Mi chiese se mi andava di cimentarmi. Certo, non era una spy story internazionale ma una vicenda  milanese con parecchi paletti imposti dall’editore. Ma l’idea del thriller ambientato nel quartiere cinese gli piacque. È cominciata così…. Per il sangue versato, 1990.

LdS- Io sono una lettrice istancabile di Segretissimo, scaffali interi della mia biblioteca sono pieni di quei libri sottili dalla copertina nera, quali pensi siano gli autori migliori?

SDM- Molto piacere che tu lo dica… sfata il mito che Segretissimo sia solo una lettura maschile. Diciamo che Segretissimo ha sempre proposto la spy story nella sua versione più dinamica e avventurosa. Tra gli autori del passato sicuramente Jean Bruce, Nick Carter e Donald Hamilton (quello di Matt Helm). Il migliore di tutti per me era comunque Aarons che era anche un grande giallista. I romanzi di Sam Durrell sono ancora oggi trai migliori. Poi c’è SAS di de Villiers che è un po’ un caso a parte perché ha trovato una variante del  modello Bond inserendo l’attualità realistica e il sesso hard che prima non c’erano. Dal 1965 a oggi 180 episodi (non tutti scritti da lui) : bel record. Poi mi piaceva molto Phil Sherman di Don Smith. Ma c’erano moltissime serie valide che spesso hanno ispirato il cinema da Coplan di Paul Kenny a Domino di John Tiger.

LdS- Hai letto Balkan Bang di Al Custerlina? Se sì, che ne pensi?

SDM- Certo. Lo presi all’uscita perché già dal titolo mi ispirava. Poi ho conosciuto Alberto. Abbiamo fatto anche diverse presentazioni assieme e siamo diventati amici. Abbiamo una affinità di visione per quanto riguarda questo genere di storie. Mi fa molto piacere che Balkan Bang sia stato pubblicato anche su Segretissimo e naturalmente aspetto di leggere Mano nera che dovrebbe uscire entro questa estate.

LdS- Oltre a scrivere romanzi scrivi anche racconti, nella brevità è più difficile essere incisivi e completi, che tecniche usi per scrivere buoni racconti?

SDM- Ho esordito con i racconti ma la mia passione sono gli intrighi lunghi. Però ho riscoperto il piacere del racconto di media lunghezza proprio nell’ultimo anno. Prima di tutto devo dire che mi fa piacere che si siano aperti più spazi per questo tipo di narrativa che ritengo utilissima per farsi conoscere al di fuori del proprio pubblico abituale. Lo schema di lavoro è identico a quello del romanzo, a volte i fatti si sviluppano intorno a una singola idea. Il racconto , dopotutto, vive intorno a una trovata. Mi trovo a mio agio sulla lunghezza che va dalle 30 alle 60 cartelle perché ho comunque la possibilità di sviluppare una trama. Però ho scritto anche racconti di una pagina come nel caso dell’antologia 365 racconti erotici che uscirà per Delos, in cui era richiesto un racconto di 2000 battute, una pagina. Lì sì che ci vuole l’idea fulminante.

LdS-Fai parte della redazione della rivista fantascientifica Urania. Quali sono i tuoi scrittori di fantascienza preferiti?

SDM- In realtà ho cominciato a lavorare nella redazione di Urania, 20 anni fa… non ne faccio più parte dal  ’94, ma ho mantenuto buoni rapporti ovviamente con lo staff. Devo ammettere che la mia cultura fantascientifica è più cinematografica che letteraria. Per me la fantascienza è Alien e seguiti, Blade Runner, Matrix… narrativamente trovo interessanti i romanzi di Gibson ma credo che il mio punto di riferimento in merito sia Herbert con la saga di Dune. Ricordo poi Lucius Shepard, in particolare  Settore Giada e Kalimantan, una storia sul mondo magico del Borneo che mi  ispirò moltissimo… Ovviamente per lavoro ho letto i classici da Asimov a Phol, Strugeon e molti altri, però non è che mi abbiano lasciato moltissimo. Nel campo del fantastico sono più orientato sull’horror dai classici gotici passando per Lovecraft via Matheson, Block, McCammon e Simmons che trovo eccezionale nei romanzi  horror(I figli della paura, L’Estate della Paura, il Terrore, e Drood che è ancora inedito ma è una ricostruzione dell’epoca dickesiana in chiave horror veramente eccezionale) mentre mi piace di meno quando scrive di fantascienza.

LdS- Stefano Di Marino e la critica. Più gioia o dolori? Quale è la recensione che ti ha fatto più felice leggere?

SDM- Ho sempre avuto critiche positive ma agli editori la cosa sembra interessare poco. Un funzionario di una casa editrice una volta mi disse… ‘bella la recensione di Pacchiano sul Sole 24 ore (si parlava Ora zero, Nord) ma quante copie ti ha fatto vendere?’ Ne ricordo una molto positiva di Lacrime di Drago sul Manifesto, poi alcune di Asciuti su Pulp. Tante comunque. Ricordo con piacere quelle in cui ho capito che il recensore aveva letto il romanzo… Sic transit gloria mundi… preferisco le lettere dei lettori…

Lds- Quali scrittori esordienti ti hanno maggiormente impressionato. C’è un consiglio che vorresti dargli?

SDM- Negli ultimi anni c’è stato un florilegio di nuovi autori. Sono amico di diversi di loro. Tra le donne la più dotata mi sembra sicuramente Barbara Baraldi, però mi piacciono molto anche i racconti di Cristiana Astori. Ho trovato formidabile anche Les italiens di Enrico Pandiani che non conosco ma credo che diventerà noto. Poi diversi altri…A chi comincia consiglio senz’altro di interrogarsi sulle proprie motivazioni. È un ambiente e un lavoro difficilissimo, non tanto per la parte creativa. Il ‘mestiere’ di scrittore è fatto anche di risvolti meno piacevoli che riguardano i rapporti con le case editrici, con le immancabili frustrazioni che vengono dai rifiuti, dalla cattiva distribuzione… insomma tutte cose che all’inizio si tende a dimenticare eppure sono fondamentali. Se non avete una grande passione e una grande forza di volontà è meglio che scegliate un’altra carriera. Difficilmente diventerete ricchi e famosi con questo lavoro, perciò le soddisfazioni vengono dalla possibilità di raccontare le proprie storie, magari a un numero ristretto di persone, e a volte arrivare a fine mese è dura. Se dopo aver considerato che comunque in Italia si legge poco e che gli scrittori di successo di solito sono persone che hanno già altre fonti di reddito e anche spinte e non necessariamente vi trovate in questa situazione privilegiata… e avete ancora voglia di diventare narratori… be’ ragazzi, dateci dentro. Avete tutto il mio sostegno morale.

Lds- Il libro aperto sul classico comodino?

SDM- Il ventre del lago(Boy’s Life) di Robert McCammon, pubblicato da Interno Giallo. La storia di un ragazzo che vuol diventare scrittore. Nel corso di un’estate vissuta tra le paludi del profondo Sud degli Stati Uniti diventa uomo attraverso tutta una serie di avventure che hanno tutte una spiegazione logica ma potrebbero avere un risvolto fantastico. Ho pianto alla fine. E poi Posizione di Tiro di Manchette, il vademecum del  noir d’azione.

LdS- Puoi parlarci della trilogia di Montecristo? Ti sei ispirato a fatti reali italiani, come Gladio?

SDM- No, per la verità. Volevo scrivere una storia su un colpo di stato in Italia e cercavo uno spunto da molti anni. Poi mi sono ritrovato con una serie di fatti slegati del passato e del presente, suggestioni cinematografiche e reali. Insomma un sacco di cose vere o fantastiche che si intersecavano ed è nata quella storia. Malgrado sia molto lunga , 900  pagine in tutto,  nelle sulle linee guida mi è stata subito molto chiara. E’ un romanzo politico? Forse; è uno specchio distorto ma fino a un certo punto dell’Italia che vedo interno a me e che, per la verità, mi inquieta parecchio. Ma è anche una storia di intrattenimento, di fantapolitica. Certo ci sono dei riferimenti per chi vuole vederli, ma il mio scopo non era quello di lanciare messaggi. Magari suscitare qualche riflessione quando l’eco delle pallottole si spegne.

Lds- Raccontaci un episodio divertente o bizzarro che è accaduto durante una presentazione dei tuoi libri.

SDM- Presentazione di Ora Zero alla FNAC di Milano nel 2005. Mi introduce  Giovanni Pacchiano che è sempre un nome della cultura  italiana, pubblico variegato. L’editore era stato mio compagno di Liceo e aveva chiamato tutta una platea di ex compagni e compagne che io non vedevo da vent’anni. La Milano bene. Poi c’erano amici e colleghi. E poi venne Caterina, una spogliarellista con cui uscivo in quel periodo. Colombiana, una ragazza d’oro. Serissima e un po’ intimidita ma sempre in grado di far girare la testa a tutti. Si siede in ultima fila poi a un certo punto mi saluta timidamente. Impegni. Ho fermato la presentazione per salutarla. “Encandato de su presencia!” Un figurone. Poi, l’anno scorso a Bologna, con Bernardi alla Feltrinelli per la presentazione di Pietrafredda (Perdisa) presentavamo anche il romanzo di Angelo Marenzana. Bel pubblico. Arrivano poi una serie di mie affezionati lettori. Alcuni li conoscevo solo via internet, altri di persona. Uno aveva la maglietta del  Punitore con il teschio. Un altro arriva tutto fico, abbronzatissimo, altri con le facce da duri. Si arroccano in prima fila. Guardo Luigi e gli dico: “I tatuati sono la mia gang”. E Luigi che mi conosce da vent’anni e sa che sono rimasto quello di una volta sospira e sorride. “Lo so”, mi dice. Poi ci sarebbe da scrivere un libro su tutto quello che è successo e succederà ancora al Sud di Milano con Pinketts e Cappi. Il Sud ci ha regalato emozioni uniche. Sigari, alcol, ragazze, tipi strani. Gangland, come dicevo prima.

LdS-Ci sono progetti cinematografici tratti dai tuoi libri?

SDM- Al momento no. Per il sangue versato  fu opzionato dal cinema e pagarono anche un sacco di soldi di anticipo. Mi ci comprai la macchina. Ma non se ne fece nulla. In realtà ho l’impressione che le mie cose non siano adatte alle produzioni italiane attuali né per il cinema né per la Tv. Negli anni ’70 forse…

Lds-Quali sono i tuoi scrittori preferiti e quelli che ti hanno maggiormente influenzato?

SDM- Come ti dicevo da ragazzo tutti gli autori avventurosi da Salgari a  Fleming passando per McBain. Di sicuro agli inizi degli anni ‘90 la lettura di Ellroy(Dalia Nera e Il Grande Nulla in particolare) mi hanno aperto delle prospettive nuove. Sono comunque un grande consumatore di pulp, nel senso migliore. Robert B. Parker, Richard Stark, LeBreton, sicuramente Manchette, Recentemente ho riscoperto Huges Pagan e ho letto con grandissimo piacere il romanzo che Oliver Marchall ha scritto con David Defendi dalla sua serie Braquo. Tra gli italiani Scerbanenco e… sì lo so che è un autore di fumetti, ma mi ha influenzato moltissimo,  Magnus (Roberto Raviola) dello Sconosciuto e dei Briganti. Un grande artista, un grande Uomo, che ho avuto anche il piacere di conoscere. Credo manchi a tutti…

Lds-Sei un appassionato d’oriente e un cultore d’arti marziali. In cosa pensi queste passioni abbiano influenzato la tua scrittura?

SDM- Per me arti marziali, scrittura, fotografia fanno parte del mio modo di esprimermi, non c’è una linea di demarcazione. Una volta ero un praticante ossessivo se non  bravissimo… insomma come per la scrittura… talento sicuramente un po’, ma moltissima passione e perseveranza. Oggi  gli anni sono passati ma lo spirito resta quello.

LdS- Sempre parlando d’arti marziali, argomento che mi appassiona, pensi che chi pratica queste discipline abbia un’ autodisciplina e un rigore morale maggiore anche fuori dalle palestre?

SDM- Ne parlavamo prima. Io credo nella autodisciplina che è il contrario della disciplina. È una cosa che scegli di seguire da solo, non ti viene imposta. Sei tu il tuo maestro. Il più severo a volte.

LdS- Ci sono errori che hai commesso nella tua carriera che oggi grazie all’esperienza non commetteresti più?

SDM- Eh, ho un brutto carattere, combattivo, indipendente… per emergere , paradossalmente, bisogna stare nel branco… no, sinceramente ho sicuramente fatto delle scelte sbagliate ma alla fine, nelle stesse condizioni, le rifarei. Ti faccio un esempio. Quando cominciai a lavorare in Mondadori mi offrirono un posto da redattore ordinario(non giornalista) a Urania. Il funzionario che mi fece il colloquio mi disse che era un lavoro da frustrati ma io dovevo guadagnare e accettai. Di certo non avrei retto più di quattro anni, però ho conosciuto un sacco di persone, ho visto come ‘ si fanno’ fisicamente i libri e sono state lezioni importantissime. Poi, anni dopo, mi sentii dire che dovevo scontare di aver cominciato a lavorare come redattore… in pratica o si comincia a giocare in prima classe oppure si resta sempre nelle retrovie. Ma credo succeda anche nella musica dove ci sono fior di arrangiatori e la gente ricorda solo i divi che finiscono sui rotocalchi… un  po’ il contrario del mito del narratore  che comincia da zero. Però fa anche parte della condizione di scrittore ‘ de genere’ che mi sento attaccata addosso da anni. E va bene così.

LdS- A che libro stai lavorando in questo momento? Puoi anticiparci i tuoi progetti anche futuri?

SDM- In questo preciso momento sto lavorando a una nuova avventura del Professionista ma ho moltissimi progetti. Si lavora sempre con un anticipo di almeno un anno. Ho scritto e consegnato dei racconti  hard boiled, erotici, horror, un manuale di scrittura… stavo lavorando a una sceneggiatura a fumetti presa dal Professionista ma il progetto mi sembra sfumato. Non importa; scrivere è un lavoro che richiede molta volontà e una continua  creatività. Alla fine come diceva Oliver Stone ‘Che si vinca o si perda, non conta. Si gioca ogni maledetta domenica e ogni volta si comincia da capo’. Grazie a te e a Liberi di Scrivere per avermi concesso questo spazio.

:: Intervista a Barbara Baraldi

6 febbraio 2010 by

E’ un vero piacere Barbara poterti intervistare per Liberidiscrivere. Come prima cosa vorrei che ti descrivessi anche fisicamente ai nostri lettori.

Non sono mai stata brava a descrivermi. Ho sempre pensato che a seconda dell’umore e dello stato d’animo si sia differenti. Oggi ho gli occhi grigi. Indosso un paio di orecchini appartenuti alla mia bisnonna che mi fanno sentire bene. Amo vestirmi di nero con piccoli dettagli colorati. Qualcuno dice che fisicamente non sono cambiata dalla terza media, non so se è un complimento.

Negli ambienti alternativi sei un’icona, quasi una musa che ispira musicisti e scrittori, ti piace questo ambiente un po’ bohemien dove l’arte ha una così grande importanza?

Sono cresciuta leggendo i poeti maledetti. Sulle pareti della mia stanza scrivevo con lo smalto nero per unghie i versi di Baudelaire e Rimbaud. L’arte è essenziale per me e da sempre ho sentito il bisogno di esprimermi attraverso la creatività. Allo stesso tempo mal sopporto gli ambienti finto bohemien, che danno importanza solo alla posa.

Fotografa, scrittrice, modella, collezionista di bambole e carillon. C’è in te qualcosa di antico, misterioso, quasi fiabesco quando penso a te mi vengono in mente le grandi eroine romantiche del passato, le eteree figure femminili dei preraffaeliti, ti riconosci in queste sensazioni?

Conservo qualcosa di antico dentro di me. Adoro perdermi nei mercatini di antiquariato e non resisto di fronte a un paio di guanti di raso o a una veletta di pizzo nero. Colleziono oggetti del passato e amo immaginare a chi siano appartenuti. Li scelgo a tatto, d’istinto. Adoro i musei e i film in bianco e nero.

Come è  nato in te l’amore per la scrittura? E’ un sogno che avevi fin da bambina?

Ho sempre amato raccontare storie. La scrittura è forse nata dal bisogno di custodirle.

Quali sono i tuoi scrittori preferiti e quelli che ti hanno maggiormente influenzato?

Adoro Herman Hesse. “Narciso e Boccadoro” è uno dei miei romanzi preferiti insieme a “L’amante” di Marguerite Duras.

Nel panorama italiano le donne che si occupano di noir si contano sulle dita di una mano, pensi sia più difficile per una donna accostarsi a questo genere letterario o dipende solo dal carattere di ognuno?

Forse è davvero una questione di carattere, ma anche di educazione. Mi viene in mente la puntata in cui Lisa Simpson lotta contro la bambola parlante che dice solo frasi conformiste. In fondo, in Italia, già a fine ottocento, Carolina Invernizio scriveva romanzi gotici a tinte fosche. Basta leggere i titoli delle sue opere per indovinarne i contenuti: “Il marito della morta”, “La fata nera”, “La vergine dei veleni”, tanto per citarne alcuni. Mi sono sentita attratta da questo genere fin da piccola: le storie che raccontavo erano sempre popolate da streghe, case abbandonate e inafferrabili gatti neri.

Scrivere è  un arte molto solitaria, ci sei tu la carta e la penna, come compensi questa tendenza all’isolamento?

Fa un po’ parte del mio carattere, quindi non mi pesa passare lunghi periodi in casa, a scrivere. Compenso con un bel concerto live, in cui ci si trova immersi in un bagno di folla e per ballare devi sgomitare.

 Hai esordito utilizzando lo pseudonimo, che poi hai abbandonato, di Luna Lanzoni, perché questa scelta?

Non ho scelto io di abbandonare lo pseudonimo; Luna è il nome che mi ero scelta e con cui ero conosciuta nell’ambiente dark. Poi ho vinto due importanti concorsi letterari di genere e quando è arrivato il momento di pubblicare “La collezionista di sogni infranti”, la scelta è stata obbligata. Luna è rimasta legata al mio primo romanzo, una storia di formazione sentimentale con risvolti di raffinato erotismo.

(Foto di Carmine Stellaccio)

“La ragazza dalle ali di serpente” pubblicato con Zoe nel 2007 ha avuto un grande successo, ti ha sopreso o ha confermato le tue certezze?

Mi ha sorpresa e, soprattutto, spaesata. Le prime presentazioni, le prime mail dei lettori, la prima recensione positiva. Queste conferme mi hanno dato la forza di continuare nel difficile percorso dell’editoria.

“La collezionista di sogni infranti” è una lenta discesa nell’incubo, nel magma oscuro che la paura genera. Per creare questo clima quasi claustrofobico utilizzi le tue stesse paure o è tutto invenzione?

A volte il processo comincia con la rielaborazione delle mie paure. Ma sono i protagonisti del romanzo che con la loro personalità finiscono per contagiare la mia fantasia. A volte è la vita che mi circonda ad ispirarmi.

Ti piacciono i romanzi gotici di fine ottocento? Ti hanno ispirato le opere di Poe o di Lovecraft o le atmosfere del Frankenstein di Mary Shelley?

Adoro quelle atmosfere! Spesso rileggo Poe e Lovecraft; non smettono mai di sorprendermi. Frankenstein mi strappa sempre una lacrima, ma non ditelo in giro (sorride).

C’è molta sensualità e forza nei tuoi libri, sei conscia di trasmetterla o è un meccanismo del tutto involontario?

È un meccanismo involontario. Leggendo le mail dei miei lettori, spesso rimango colpita dalle emozioni che mi descrivono, scaturite dalla lettura, e rimango profondamente emozionata. È come se uno specchio me le regalasse, arricchite.

In una tua recente intervista apparsa sui giornali affermi di raccontare l’anima “noir” di Modena; che rapporto ti lega con la tua città?

Modena la sto imparando a conoscere negli ultimi anni. Mi consideravo una bolognese d’adozione. Modena, come Bologna, ha un’anima gotica che impari ad amare perdendoti tra le sue vie.

Caso molto raro tu scrivi sia racconti che romanzi, quale dei due generi ti riesce più facile scrivere e personalmente perché pensi che in Italia sia così difficile pubblicare libri di soli racconti?

Amo scrivere sia romanzi, che racconti; dipende molto dalla storia che voglio raccontare. Non so perché sia difficile pubblicare raccolte di racconti in Italia, io le leggo più che volentieri. Tra i miei libri preferiti c’è “Racconti dell’orrore” di Edgar Allan Poe, ma forse cito un classico ed è troppo facile.

Hai vinto numerosi premi letterari: Mario Casacci nel 2006 e nel 2007, Orme gialle nel 2009 e il Gran giallo città di Cattolica nel 2007. Nel 2008 con “La collezionista di sogni infranti” sei risultata finalista nella cinquina del pubblico al Premio Scerbanenco. Oltre che premiata dal pubblico sei anche apprezzata dalla critica, che effetto ti fa? Quale è la recensione più bella che hai ricevuto?

Ricevere apprezzamenti sprona a proseguire con determinazione. Inoltre i consigli degli esperti aiutano a migliorarsi, ma presto attenzione anche alle riflessioni dei miei lettori. Non ho una recensione preferita, ma molte frasi preferite che ho letto e riletto fino a impararle a memoria; le recito a me stessa nei momenti di sconforto.

Quanto il cinema influenza la tua scrittura? Ti piaciono i film noir americani degli anni 50 pieni di personaggi belli e complessi ma immersi in un’aura quasi maledetta?

Il cinema influenza tantissimo la mia scrittura. Quando scrivo procedo a visioni, come se un film mi scorresse davanti. Adoro i film anni 50; quando sono giù di corda me li riguardo e mi ricaricano. “La morte corre sul fiume” è uno dei miei film preferiti di sempre. Love. Hate.

Che libro stai leggendo attualmente e dimmi se c’è un esordiente che ti ha particolarmente impressionato?

Il libro che sto leggendo ora è proprio di un’esordiente: Malinda Lo. Si tratta di “Ash” (Elliot) una rivisitazione arguta della fiaba di Cenerentola.

Barbara Baraldi (foto di Mirella Malaguti)Dal 4 febbraio è in edicola per il Giallo Mondadori “Bambole pericolose”. Vuoi parlarcene?

“Bambole pericolose” è ambientato in una Bologna gotica e oscura. La protagonista è Eva, antieroina seducente e pericolosa che uccide per un ideale. E poi ci sono combattimenti clandestini, amore e odio, tradimenti e la luna piena, che scandisce gli incontri come ancestrali riti di sangue. C’è voluto tempo e dedizione per prepararmi sulle tecniche di combattimento. Ho frequentato,  ma solo da spettatrice, un corso di kick boxe, e assistito ad alcuni incontri.  Passione che del resto coltivo da anni. Adoro l’atmosfera del ring e ho imparato tanto, documentandomi per questo libro, anche a livello umano. (Foto di  Mirella Malaguti)

Stai lavorando ad un nuovo libro? Puoi anticiparci qualcosa?

Posso anticiparvi il titolo della mia prossima uscita: “Lullaby, la ninna nanna della morte”. Uscirà a marzo nella nuova collana Torpedini per i tipi di Castelvecchi. È un noir avvolgente, e una struggente melodia fa da sottofondo a un incubo da cui è impossibile svegliarsi.

Grazie Barbara.

Grazie a voi per avermi ospitata nel vostro sito.(sorride)

:: Patrizia Catenuto intervista Jonathan Anthony Burkett

5 febbraio 2010 by

Jonathan_Burkett_9_-238x250Chi e Jonathan Burkett?

Il mio nome è Jonathan Anthony Burkett e sono nato 1 febbraio 1987, io sono un giovane scrittore, e poeta. Mi piace scrivere racconti e poesie. Ho intenzione di diventare un giorno un attore.

Vuole parlarci dei suoi libri?

Sì mi piacerebbe condividere con voi  tutti i miei libri tuttavia al momento attuale sono ancora in cerca di una società editrice che li pubblichi.

Dove trova ispirazione per i suoi libri?

Sono stato ispirato a scrivere i miei libri da molte persone nella mia vita, per lo più dai miei nonni e dalle famiglie che mi hanno aiutato nella vita, mentre io vivevo per la strada ad un età giovanissima mi dicevano di  non mollare mai, non importa quali ostacoli  si incontrano nella vita bisogna ricordarsi sempre che  Dio è un padre orgoglioso dei suoi figlii. Ho scelto di condividere la mia storia con la gente per mostrare che non sono l’unico che stia attraversando un periodo difficile nella vita, anche se  una volta ho sentito che la mia vita è stata peggiore di molte altre tuttavia, se si prende una  ferma presa di posizione in tutto si vedrà la vittoria alla fine di tutto questo.

Ha mai pensato di fare tradurre i suoi libri in altre lingue?

Sì, ho intenzione di far tradurre i miei libri in diverse lingue.

Da quanto tempo  scrive?

Scrivo da 2 anni, però ho iniziato a scrivere poesie sin da quando avevo 8 anni

Le piacerebbe parlare con noi del luogo in cui vive?

Sì mi piacerebbe parlare con chiunque in qualsiasi momento.

Sta lavorando a qualche altro progetto, ha un libro nel cassetto?

Sì ho un libro su cui sto attualmente lavorando.

E ‘facile per lei  pubblicare i suoi libri?

No, non è facile trovare una casa editrice professionale a causa della quantità di concorrenza che c’è là fuori al giorno d’oggi, ma avere fede e non rinunciare vi guiderà attraverso la strada giusta.

Oltre a scrivere cosa fa?

Io amo gli sport e ho intenzione di essere un uomo d’affari nel futuro.

Le piace l’Italia? E’ mai venuto in Italia?

Sì mi piace, ho sentito molto parlare dell’Italia e mi piacerebbe visitare il vostro paese un giorno perché ho sentito che la gente è molto gentile e affabile.

Ha qualche sito dove potremmo conoscerla meglio?

Sì, è possibile visitare il mio sito http://www.jonathanburkett.com per saperne di più su di me. Spero di poter pubblicare presto i miei libri in Italia e farmi conoscere dal pubblico italiano.

:: Intervista a Luca Rinarelli

4 febbraio 2010 by

inperfettoorarioBenvenuto Luca su Liberidiscrivere. Iniziamo con le presentazioni. Descriviti ai nostri lettori.

Trentaquattrenne nato a Torino, città in cui vivo solo dal 1995. Questo per il libro è importante, credo. Impiegato in una ditta di rappresentanze industriali, studi in Scienze Politiche. Appassionato di tante cose, ma soprattutto di storia del novecento e di politica internazionale. 

Raccontaci alcuni tuoi pregi e alcuni tuoi difetti.

Difetti: testardo, irascibile, egocentrico. Potrei continuare all’infinito… Pregi: curioso, empatico, intuitivo, burlone. 

Fotografo e poi scrittore definiscimi cos’è un artista per te.

E’ difficile definire un artista. Non so nemmeno se lo sono. Io penso che sia semplicemente uno che ha delle cose da dire e cerca di dirle, ma ha anche due qualità che rendono ciò che vuol comunicare “esportabile”, entrando nell’anima degli altri. La prima di queste due abilità credo sia il dono della sintesi: devi saper comunicare molto con poco (con poche parole, pochi colpi di pennello, in poco tempo, etc.), altrimenti nessuno ti ascolterà. Per me è così da sempre: un grande quadro comunica molte cose importanti, ma sta tutto dentro qualche metro quadrato al massimo. Mi piacciono gli scrittori che hanno questo dono, e che “pennellano” o “fotografano” le cose che vogliono trasmetterci, senza tirarla troppo per le lunghe, ma facendoci “entrare” nella situazione. La seconda qualità necessaria ad un artista è per me un certo tipo di empatia: se non si “sentono” i dolori e le gioie di chi ci circonda, alla fine si ha poco da comunicare. 

Parliamo del tuo debutto. Hai fatto fatica a trovare il tuo primo editore?

Non ho fatto fatica. Ci ho messo molto tempo. Ho deciso di spedire il manoscritto ad almeno una trentina di case editrici interessate alla narrativa, quelle che conoscevo. Ho predisposto un formato piccolo, in modo che costasse poco sia come carta che come spedizione. Robin è il primo editore che mi ha risposto positivamente.

C’è qualcuno che ti ha particolarmente aiutato all’inizio della tua carriera che vuoi ringraziare?

Devo ringraziare innanzitutto i miei genitori, che mi hanno sostenuto con entusiasmo. Poi vorrei ringraziare Natascia Pane dell’Agenzia Letteraria Contrappunto, perché pur sapendo che non avrei potuto darle migliaia di Euro, mi ha aiutato fornendomi consigli preziosi. Un ringraziamento particolare va a quegli amici che mi hanno aiutato rendendo possibili tutte le serate di reading che abbiamo fatto in giro per promuovere e presentare il libro: Silvia Lorenzo ed Emanuele Buganza, che hanno prestato le loro voci e la loro abilità di attori per le letture, Andrea Quaglino che li ha accompagnati con la sua chitarra, Loredana Colloca, Fabrizio Fulio-Bragoni, Luisella Francios e tutti gli altri che si sono prestati a presentare il libro. Ovviamente devo ringraziare anche tutte le librerie e i locali che ci hanno ospitato. Sono davvero tanti. 

Immagine“In perfetto orario” è un libro bellissimo che ho letto stupendomi quasi che fosse scritto da un italiano. Da dove deriva la tua internazionalità?

Ti ringrazio per l’apprezzamento. Quel che ti dicevo prima sul mio interesse per la storia contemporanea e la politica internazionale si è riversato nel romanzo, nella scelta dei personaggi e dei loro “passati”. Un killer che viene dalla Germania Est che ormai non esiste più e una giovane prostituta russa erano perfetti per me. Non riesco a immaginare una storia del novecento senza Russia e Germania. Si tratta di due paesi che mi hanno sempre affascinato perché, nonostante degli altissimi picchi culturali raggiunti, hanno anche un passato tragico, spesso autoprocurato. Siccome l’umanità è per me piuttosto autolesionista, il collegamento metaforico mi è venuto immediato. Alla fine tutto il libro è una metafora a scatole cinesi, dal particolare al generale. Un uomo che arriva da un paese che non esiste più, in una città che cerca di reinventarsi dopo la crisi industriale, che fa parte di un paese che non sa dove sta andando in un mondo, quello occidentale di oggi, che ha molte più incognite che certezze. L’attuale crisi economica internazionale ha messo a nudo tutta la debolezza di certi assiomi.

Torino è una città industriale e nello stesso tempo piena di storia. Cosa ti affascina di più? Da fotografo quali sono le zone che ti danno più vibrazioni? 

Come ho accennato prima, io a Torino ci sto solo dal 1995, e sono stato fortunato, perché sono capitato nel decennio in cui la città è cambiata maggiormente, allontanandosi progressivamente, e anche dolorosamente, dalla sua vocazione industriale. Certo l’industria è rimasta, ma con molti meno occupati rispetto a vent’anni prima. Se si vuole guardare il lato positivo, la città è stata costretta a reinventarsi, sperimentando nuove vie, come la cultura e il turismo. Trovo che i luoghi in mutamento sprigionino un’energia particolare, sopratutto in campo culturale. Da questo punto di vista Torino è sicuramente una città molto viva. Da fotografo sono rimasto affascinato dalle fabbriche in dismissione che avevo fotografato nel 2003, e che sono diventate il lavoro “La sconfitta dell’uomo meccanico. Scatti dall’ex capitale industriale”. Quei capannoni mezzi distrutti, pieni di macerie e vetri rotti, a volte abitati da disperati senza casa, mi hanno ricordato il paesaggio lunare della Stalingrado ricreata da Jean Jacques Annaud ne “Il nemico alle porte”, che avevo appena visto. Allora, perché non rendere questi luoghi “post-bellici” di Torino l’habitat per un assassino? 

Che consigli daresti ai giovani scrittori in cerca di editore? Si può  vivere al giorno d’oggi solo di letteratura?

Non saprei cosa consigliare, esattamente. Ti ho detto prima come ho fatto io a trovare il mio editore. Quello può essere un metodo. La seconda domanda ha una risposta scontata, ahimè. No, non si può vivere oggi solo di letteratura, a meno che non si abbia dietro una macchina promozionale molto potente e capillare. Si scrive e si cerca di pubblicare ciò che si è scritto per passione. Sapere che hai trasmesso qualcosa agli altri, che questo qualcosa è piaciuto e che stimola le persone a parlarne con te, è la soddisfazione più grande.  

Ti occupi di volontariato, assisti persone senza fissa dimora e questo in un certo senso ti pone in una posizione privilegiata per conoscere le vite dei cosidetti più sfortunati. E poi così  difficil
e al giorno d’oggi finire a dormire in strada?

Guarda, ormai sono dieci anni che svolgo questa attività. Mi piace molto, perché  conosco molte persone che hanno delle esperienze pazzesche alle spalle. Non so se possiamo essere veramente d’aiuto, ma a volte basta semplicemente “esserci”. Quello che ti posso dire è che la tipologia di persone che cade nel disagio è molto cambiata rispetto agli anni 90. Ci sono le categorie che potremmo definire “classiche”, vale a dire i vecchi clochard, coloro che abusano di sostanze stupefacenti e chi ha patologie psichiatriche e che per una ragione o per l’altra non viene preso in carico dal sistema sanitario nazionale. Negli ultimi anni hanno cominciato a chiedere aiuto anche famiglie normalissime che non ce la fanno economicamente, molte persone di mezza età licenziate prima di arrivare alla pensione, che a causa di ciò cominciano a bere, perdono casa e famiglia. Sì, è  veramente facile al giorno d’oggi finire in strada. 

Ci sono scrittori esordienti che ti hanno particolarmente colpito?

A me è piaciuto molto “Il mondo in un piazza”, primo romanzo del giovane torinese Fiorenzo Oliva. E’ un romanzo che parla della zona di Porta Palazzo, e di tutta la sua ricchezza e problematicità umana. Divertente e commovente allo stesso tempo. 

Quali sono i tuoi scrittori preferiti?

E’ difficile dirlo. Ho dei libri preferiti: “La variante di Lüneburg” di Paolo Maurensig e “Lo strano caso del Dottor Jekyll e del Signor Hyde” di Stevenson. Ma anche molti altri.

2ewqTi piace partecipare alle presentazioni dei tuoi libri? Raccontaci un aneddoto curioso di uno di questi incontri?

All’inizio ho pensato che fosse necessario fare tante presentazioni, per far conoscere il romanzo. Sai, io sono un esordiente che non ha alle spalle una casa editoriale di grandi dimensioni e potenza. Poi ho cominciato a trovare interessante e divertente questa formula del reading-presentazione con accompagnamento musicale, per cui ringrazio ancora una volta gli amici che mi hanno aiutato a realizzare il tutto. Siccome sono molto bravi, il pubblico partecipante è sempre rimasto molto interessato, e sono riuscito a vendere un buon numero di copie, anche fuori dal circuito delle librerie. 

Che rapporto hai con i tuoi lettori? Vi scambiate mails, lettere, molti sono diventati amici?

Con molti di loro sono rimasto in contatto, anche grazie al web. Con alcuni siamo diventati anche amici. Dirò una banalità, ma il romanzo mi ha fatto conoscere moltissime persone, alcune delle quali davvero valide. Questo è bellissimo. 

C’è una recensione che ti ha particolarmente fatto piacere?

La tua, e non per piaggeria. Ma anche quella Di Fabrizio Fulio-Bragoni su Nonsolonoir, quella di Luca Giudici sul Recensore.com e la divertentissima intervista immaginaria di Chiara Bertazzoni a Werner, il protagonista della storia, per Thriller Magazine. Ma in realtà tutte le recensioni mi sono piaciute, ed è bello vedere come ogni critico legga il libro con i suoi occhi, dando importanza ad aspetti differenti. 

A che libro stai lavorando in questo momento? Puoi anticiparci qualcosa?

Sto lavorando ad una seconda storia, che ha sempre per protagonista Werner Hartenstein. Solo che non voglio che rimanga uguale a se stesso, come molti personaggi del noir o del poliziesco. Voglio che si evolva, infatti ti anticipo che non farà più il sicario, ma un onestissimo lavoro precario. Solo che un personaggio del suo passato tornerà a scombinargli i piani…

:: Nicola Fabio Vitale recensisce Fiore Crudo di Paolo Alvino

3 febbraio 2010 by

fiore crudoTitolo: Fiore Crudo

Autore: Paolo Alvino

Anno: 2009

Pagine: 136

Prezzo: € 12,50

Editore: Giulio Perrone

Celebrare la vita dopo la morte, non prendersi cura di chi ti sta vicino – un essere che avrebbe solo bisogno d’amore – condannare una persona per il semplice fatto di essere nata. Sono alcuni dei misteri che caratterizzano l’animo umano, alcune fra le più evidenti contraddizioni della nostra natura. I protagonisti di queste strane vicende, spesso, sono coloro che esaltano il valore del martirio e della sofferenza nel corso del nostro breve passaggio terreno accampando motivazioni di ogni genere. Anche per loro, però, arriva il momento in cui percepiscono la follia di queste contraddizioni, succede quando il dolore tocca la loro esistenza in prima persona. Le pagine di Fiore crudo raccontano la storia di un’esistenza sventurata destinata, condannata, a svelare queste tristi e folli verità. Rivelazioni che avvengono in maniera violenta e brutale, come il destino che è toccato alla protagonista. Fiore Crudo, il primo romanzo di Paolo Alvino, vincitore della II edizione del premio letterario “Fili di parole” bandito da Giulio Perrone editore, conduce, inevitabilmente, a questa conclusione. L’inizio del libro scorre veloce, una serie di telegrammi che sembrano spediti direttamente dall’inferno scandiscono i passaggi fondamentali che caratterizzano la vita della protagonista, Maura. Messaggi che avvelenano l’anima, una sequenza infinita, di cui, inizialmente, è difficile capirne il senso. Maura, al centro di una trasformazione drammatica, se mai nel corso della sua esistenza sventurata c’è stato un tempo migliore per poter parlare di trasformazione, quella di chi vive senza amore e trova il modo di dimostrare il suo malessere uccidendo. La brutalità della vita che trasforma la protagonista, a sua volta, in un essere brutale, talmente brutale che, nonostante numerosi motivi che potrebbero far cedere alla tentazione della comprensione nei suoi confronti, non lasciano spazio alla compassione. Poi, quando tutto è compiuto, dopo la celebrazione di un’esistenza votata a esaltare la follia dell’abbandono e della mancanza di amore tutto è chiaro. Un’esistenza, quella di Maura, destinata a svelare verità che spesso non vogliamo o non sappiamo percepire perché molti di noi cercano comode risposte in situazioni capaci di dare conforto a interrogativi che in altro modo ci tormenterebbero, risposte talmente comode che spesso ci dimentichiamo di noi stessi, ci dimentichiamo di chi ci sta al nostro fianco e di quel che potremmo essere, diversi e, sicuramente, migliori. Come spesso succede nella vita bisogna arrivare fino in fondo, è necessario farlo anche per comprendere al meglio questo libro.

:: Intervista con Tess Gerritsen

2 febbraio 2010 by

tessCiao Tess. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuta su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Tess Gerritsen?

Sono una viaggiatrice, un’ esploratrice, e una persona curiosa che ama esplorare ogni sorta di argomenti nei suoi  romanzi.

Tu sei un medico. Perché sei diventata una scrittrice? Quando hai iniziato a scrivere?

Sono stata una scrittrice prima di diventare un medico. Ho scritto il mio primo romanzo quando avevo sette anni, e da sempre ho voluto essere un narratrice di storie. Ma mio padre mi ha detto che non avrei mai potuto mantenermi  se avessi fatto la scrittrice  e  mi consigliò di andare a medicina, dove almeno almeno avrei  potuto costruirmi una vita. L’ho fatto, sono diventata un medico, ma la mia passione di raccontare storie non mi ha lasciato. Così, quando ho avuto il mio primo figlio, ho preso una pausa per il congedo di maternità e  ho cominciato a scrivere di nuovo. Dopo diversi libri pubblicati, ho lasciato la medicina, e mi sono dedicata a tempo pieno ad essere una scrittrice. La carriera che  ho sempre voluto avere!

Cosa ne pensi delle eroine dei romanzi polizieschi contemporanei? Sempre vittime o femme fatale?

Eroine può significare qualsiasi cosa, proprio come le donne possono essere qualsiasi cosa – eroine, cattive, vittime, o conquistatrici. Oggi non ci sono limiti a ciò che una donna immaginaria può compiere. Ho notato, però, che i libri con le vittime di sesso femminile tendono a vendere meglio che i libri con vittime maschili. Questo perché la stragrande maggioranza dei lettori sono donne. La mia teoria è che ogni lettore – uomo, donna o bambino – si identifica più profondamente con la vittima. Se pensiamo che potremmo essere attaccati e uccisi, ci sentiamo più coinvolti nella storia.

tess1Sei femminista? Potresti dirmi qualcosa sulla condizione della donna nella letteratura?

Sì, mi considero una femminista. Anche se forse non consapevolmente trasmetto questo nelle mie storie, ma alle mie  eroine capita spesso di essere realizzate e di successo, perché questo è il mondo che vedo intorno a me. In medicina, per esempio, la maggior parte degli studenti di medicina sono donne. Ho sempre avuto vicino donne molto intelligenti e di successo, che è il tipo di eroina che amo ritrarre.

Raccontaci qualcosa della tua città. Qual è il tuo background?

Sono cresciuta in California, nella città di San Diego, con genitori etnicamente cinesi. Ora vivo, nello stato del Maine, nel nord-est, vicino al Canada. E’ un bel posto, con un litorale molto roccioso, e numerose foreste. E ‘molto tranquillo qui, e la mia città ha solo circa 5.000 persone. Bisogna essere in grado di affrontare inverni molto freddi, e le persone qui sono molto indipendenti e autosufficienti.

Quando non stai scrivendo, quali sono i tuoi modi preferiti di rilassarti?

Amo viaggiare! Non c’è niente di meglio che prendere la valigia e volare in un posto nuovo. Amo anche suonare il violino, e molti miei amici sono musicisti. Una volta al mese, ci ritroviamo per una "jam session", in cui suoniamo insieme.

Come hai preso l’idea per il tuo primo libro?

HARVEST è stato il mio primo thriller, e aveva per tema il mercato nero degli organi umani. Ho avuto l’idea da un agente di polizia, che era stato in viaggio in Russia. Ha sentito dire che prendevano gli orfani per le strade di Mosca, e li spedivano in altri paesi, come donatori di organi. Ero così terrorizzata dall’idea che ho deciso di trasformarla in un romanzo poliziesco, che è diventato il mio primo grande bestseller.

tess2Quali sono state le tue prime influenze?

I libri per bambini. Sono cresciuta amando i romanzi gialli per ragazzi di Nancy Drew , così come gli scrittori di fantascienza come Isaac Asimov e Ray Bradbury. Ma devo a  mia madre il mio amore per la lettura,  ha sempre letto con me, ogni sera prima di andare a dormire.

Raccontaci qualcosa del tuo esordio. La tua strada verso la pubblicazione.

Ho cominciato scrivendo romanzi d’amore, perché è un genere che amavo leggere. Dopo due romanzi inediti, ho venduto il mio terzo romanzo a Harlequin Intrigue: CALL AFTER MIDNIGHT, in cui una donna scopre che  il marito morto aveva una vita segreta come spia. Ho scritto un totale di nove romanzi d’amore, e poi mi è venuta l’idea per il mio primo thriller medico, HARVEST. Che è stato il mio primo grande bestseller, e da allora ho scritto sempre thriller.

Puoi dirci qualcosa sui tuoi libri? Quale è il tuo preferito?

Questa è una domanda davvero difficile, perché amo ognuno dei miei libri. Direi che personalmente i miei favoriti sono THE BONE GARDEN e GRAVITY.Ma i miei fans sembrano amare di più THE SURGEON e VANISH.

Chi sono i tuoi scrittori preferiti?

Barbara Kingsolver e Stephen King.

I tuoi personaggi di fantasia sono spesso molto simili a te? Ci sono pezzi autobiografici?

Maura Isles è più simile a me. Siamo entrambe riservate, tranquille, e crediamo nella scienza. Altri piccoli dettagli della sua vita, da quale auto guida a quali vini preferisce, sono anche presi dalla mia vita. Lei è andata anche alla mia stessa università e alla mia scuola di medicina!

Mi piacerebbe parlare di “ The Surgeon “. Che tipo di ricerche hai fatto sui serial killer?

Ho letto diversi libri di testo sulla psicologia dei serial killer, ma non ho consultato esperti in particolare. Ho sentito che la parte più importante per capire il personaggio è semplicemente quella di immaginare il mondo attraverso i suoi occhi. Se io sono un predatore, come faccio a guardare le altre persone? Come faccio ad analizzare una vittima? Come faccio a scegliere la mia preda? È tutta una questione di essere in grado di immergersi completamente nella personalità di qualcun altro. E ‘stata un’esperienza sconvolgente, ma penso davvero di essere andata al cuore di chi "The surgeon".

Jane Rizzoli è un personaggio interessante. Può raccontarci qualcosa su di lei?

Lei è un po’ la somma di un certo numero di donne agenti di polizia che ho incontrato. Lavorano in una professione molto maschile, e devono essere molto forti e molto brave in quello che fanno per essere accettate. Mi sono d
ivertita un sacco a creare Jane perché è così diversa da me. Lei è impulsiva, irascibile, e incredibilmente coraggiosa. Io non sono nessuna di queste cose. Così, quando scrivo dal punto di vista di Jane, devo far finta di essere qualcun altro.

tess3Raccontami qualcosa del tuo ultimo romanzo.

ICE COLD (che sarà pubblicato negli Stati Uniti questa estate) è un libro di Jane e Maura. Durante un viaggio in Wyoming (nella zona occidentale degli Stati Uniti), lei e alcuni amici nel corso di una tempesta di neve devono mettersi al riparo in una città deserta dove tutta la gente è svanita. Ci sono ancora i pasti sui tavoli, e gli animali sono stati lasciati a morire di fame. Dove sono tutti? Maura si rende conto ben presto che qualcosa di terribile è accaduto agli abitanti.

Ti  piaciono i  giallisti scandinavi? Cosa ne pensi di questo fenomeno? Stieg Larsson, Jo Nesbø?

Ho  solo familiarità con Stieg Larsson, così non posso davvero dire troppo sui giallisti scandinavi. Ma mi piace il fatto che il genere crime è diventato internazionale, e si ha la possibilità di vedere punti di vista che sono nuovi per noi negli Stati Uniti

Raccontami qualcosa di divertente su di te.

Quando ero più giovane, amavo andare alle convention di Star Trek. Ho anche avuto un paio di orecchie di Vulcan!

Ti piace la poesia? Chi è il tuo poeta preferito?

Temo di non essere proprio una fan della poesia. Dico alle persone non sono abbastanza intelligente per capirla!

Cosa stai leggendo in questo momento?

Sto leggendo diversi altri autori, i cui libri saranno in uscita quest’anno.

Hai molti fan. Qual è il tuo rapporto con i tuoi lettori?

Rispondo a tutte le e-mail che  mi mandano. Amo incontrare i miei fan. E regalo un numero infinito di segnalibri ad ogni lettore che mi manda una busta affrancata!

Eventuali consigli per gli aspiranti scrittori?

Leggere, leggere, leggere. La  migliore cosa per uno scrittore, è vedere ciò che gli altri autori hanno prodotto. E quando si inizia a scrivere, non bisogna scoraggiarsi troppo facilmente. Non ho mai imparato a fermarmi e rivedere quanto ho scritto, ma è importante  per scrivere tutto il percorso fino alla fine della storia. E ‘impossibile sapere esattamente dove hai intenzione di andare fino a quando non hai scritto la prima bozza. Una vicenda può cambiare mentre si sta scrivendo la storia, e basta sentire la tua strada attraverso le tenebre.

Il_club_mefistofele2486_imgNuovi progetti per versioni italiane dei tuoi libri?

Io credo che i diritti italiani sono stati acquistati per tutti i miei thriller, e mi auguro solo di fare bene in Italia!

Il tuo esordiente preferito?

Di recente ho letto un romanzo crime meraviglioso dell’esordiente John Verdon intitolato THINK OF A NUMBER. Sarà pubblicato entro la fine dell’anno.

Progetti di film tratti dai tuoi libri?

Una serie TV con Rizzoli e Isles che inizieranno a trasmettere questa estate, sul canale TNT negli Stati Uniti, mi auguro che anche le emittenti straniere ne acquistino i diritti, in modo che i miei lettori in tutto il mondo possano vedere lo spettacolo! La star Angie Harmon, interpreterà Jane, e Sasha Alexander (la nuora di Sophia Loren) farà Maura.

Che cosa è la libertà per te?

Essere in grado di cancellare tutti i miei impegni e prendere la valigia, e viaggiare in qualche luogo esotico. Sono stata in tutto il mondo, ma ci sono molti posti che ho ancora nella mia lista dei luoghi che ho bisogno di vedere.

Stai scrivendo adesso? Può dirci qualcosa sul tuo nuovo romanzo?

Ho appena finito il libro ICE COLD, e ho iniziato una nuova storia che ha a che fare con un assassinio di massa nella Chinatown di Boston. E ‘un altro libro di Jane e Maura, ed esplora antichi racconti popolari cinesi e le arti marziali. Mi sto divertendo moltissimo!

:: Intervista con Enrico Pandiani a cura di Giulietta Iannone

1 febbraio 2010 by
Enrico
Ciao Enrico e benvenuto su Liberidiscrivere. Come tradizione inizierei con le presentazioni. Descriviti ai nostri lettori, anche fisicamente. I tuoi studi, i tuoi interessi, difetti e pregi.
Era un uomo piuttosto alto, corpulento, dava l’idea di aver fatto della ginnastica in gioventù ma di aver tirato i remi in barca da parecchio tempo. Nonostante l’età non più giovane, i capelli ancora del colore originale e le iridi chiare gli davano un’aria scanzonata e attraente, appena affaticata da un paio di borse sotto gli occhi. «Se i miei vecchi non mi avessero mandato allo scientifico» ha detto sollevando appena le spalle, «forse sarei diventato un grand’uomo. Invece, in vita mia non ho mai preso una sufficienza in matematica.» Ha ridacchiato mostrando una chiostra di denti piuttosto regolari e nemmeno tanto gialli. «È per questo che ho lasciato Architettura, non volevo che a qualche deficiente crollasse in testa una casa progettata da me.» Ha messo su un disco dei Led Zeppelin che stonava piuttosto con l’arredamento sobrio ma disordinato della sua casa, con i quadri moderni, le grandi fotografie e tutti quei libri il cui peso, prima o poi, avrebbe fatto passare l’appartamento al piano di sotto. «Mi hanno sempre dato molto, i Led Zeppelin» ha detto battendo il tempo di Misty mountain hop con la punta del piede, «Quando scrivo ascolto quasi sempre loro, oppure Brassens, a volte Aimee Mann. Ce ne sono tanti che mi piacciono, la musica mi ha sempre ispirato.» Una grossa pistola semi automatica era smontata sul tavolino accanto alla poltrona, contornata da stracci spazzolini cilindrici e olio lubrificante. Gli piacevano le armi, questo era fuor di dubbio. Del resto, dato il suo mestiere, la cosa non mi sorprendeva più di tanto. Ha preso la canna tra le dita e le ha dato due colpetti di spazzolino guardandola poi contro luce  davanti al vetro della finestra.«Non ho più voglia di fare niente» ha brontolato rimettendo l’oggetto al suo posto, «l’indolenza è il mio peggior difetto. Con l’avanzare dell’età il mio solo desiderio è quello di scappare.» Si è seduto pesantemente in poltrona. «Mi rimane solo la curiosità» ha detto con un sorriso tranquillo, «di quella ne ho ancora tanta, immagino che non si esaurirà  mai. E mi piace la gente, sorprendentemente sono ancora attratto dai miei simili.» Accanto alla porta era appesa una foto di Parigi, un lungo Senna trafficato e pieno di gente. La luce era quella del pomeriggio inoltrato, l’acqua del fiume ribolliva di riflessi. Me lo sono immaginato sul quai, davanti alla Prefettura di Polizia, immobile, le mani in tasca e lo sguardo perso su quella città che amava da morire. Sicuramente intento a pensare qualche altra cretinata da far fare ai suoi italiens.

Torinese di adozione o la torinesitudine fa parte del tuo dna? Parlami un po’ della tua Torino, ambientazione assai frequente per storie con sfumature noir. Hai in progetto di ambientarci qualche tuo libro?

Torino è una città molto bella e molto stanca. Ma allo stesso tempo molto viva, anche se pare sia una delle due più inquinate d’Italia. Io Mi ci trovo bene, ci sono nato e vissuto a parte qualche breve periodo a Milano che, invece, non mi attrae affatto. Torino ha parecchie affinità con Parigi, c’è il fiume, ci sono i palazzi, i monumenti e una certa luce. C’è troppo traffico, quello sì, troppe auto a tutte le ore del giorno e della notte. Io uso spesso la bicicletta ma questo mi serve solo a respirare un mucchio di schifezze. Non ho ambientato il mio romanzo a Torino perchè avevo bisogno di una città nella quale la politica vi si svolgesse a livello nazionale. Roma è bella ma la conosco poco, Parigi, invece la conosco come le mie tasche, così sono nati les italiens. Il romanzo che sto scrivendo, una terza storia del commissario e dei suoi colleghi, inizia a Parigi e finirà a Torino. Mi diverte l’idea di vederla con gli occhi di una persona che non la conosce per niente.

In un certo senso Torino  e Parigi si somigliano, parlami della tua Parigi.

Parigi è senza dubbio un personaggio dei miei romanzi, dico “miei” perchè un secondo uscirà a breve in libreria. È un personaggio bellissimo e discreto, che appare e scompare senza bisogno di protagonismo. Quando sono a Parigi la giro in lungo e in largo, cerco posti e ambientazioni, aiutato anche da certi amici che abitano lì. A volte sono io a cercare i luoghi che ho in mente, altre volte sono loro che trovano me suggerendomi storie e avvenimenti. Parigi è molto più grande di Torino, più vasta e complessa. Pur essendole affine man mano che la si attraversa muta aspetto molto più frequentemente. È una gran bella bestia.

Lavori come grafico pubblicitario, un lavoro creativo, raccontami cosa ami di più in questo settore.

In realtà  il mio mestiere è il grafico editoriale, la pubblicità  è un’altra cosa. La grafica ha a che vedere con la parola scritta, con i colori, con le figure e ha l’odore  della carta stampata di fresco, un profumo inconfondibile. Era un bel mestiere, una volta. Adesso è diventato una specie di catena di montaggio dove la sola cosa importante è che il prezzo sia basso. Non si ha più il tempo di pensare, di ragionare sulle cose. L’imperativo è “dev’essere fatto per ieri”. La grafica è stata spogliata della sua parte più  importante, quella del pensiero, che era fatta di ricerca, di tentativi, di ripensamenti. Queste cose non te le puoi più permettere oggi. Ho anche lavorato tanto tempo in un quotidiano, e questa è stata una grande esperienza che mi ha lasciato molte cose, volti, caratteri e situazioni.

Definiscimi il noir.

Il buio. Un movimento, uno sparo, un rivolo di sangue che attraversa la lama di luce. Lo scalpiccio frenetico di una fuga, la città che scorre e lo sguardo improvviso di una bella donna. Il sapore delle sue labbra, la morbidezza del suo seno. Una violenza improvvisa, un inseguimento e un boccone amaro da inghiottire. Nel finale, un domani incerto.

Da lettore hai apprezzato autori come Izzo, Quadruppani, Simenon, Manchette, e il polar francese?

Non li ho solo apprezzati, li ho anche molto invidiati per quella facilità  di scrivere che compare, vera o finta che sia, dai loro romanzi. Vorrei avere io le idee che molti di loro hanno avuto e sulle quali hanno costruito storie meravigliose. Una per tutte. Principessa di sangue di Manchette, la sua straordinaria e poetica incompiuta che nel momento stesso in cui si interrompe ti lascia in bocca il sapore amaro tipico del noir. Mi piacciono le differenze stilistiche, le trovo molto stimolanti. Questi autori hanno scritto storie memorabili facendo letteratura di altissimo livello.

Quali sono i tuoi scrittori preferiti e quelli che ti hanno maggiormente influenzato?

Sembrerà  assurdo, ma i romanzi che per la prima volta mi hanno fatto venire voglia di scrivere sono quelli del commissario San-Antonio, d
i Frédéric Dard. Avventure esilaranti, senza capo né coda assieme ai suoi sottoposti Berurier e Pinuche. Da allora parlo addirittura come loro. Poi il grande sentimentalismo di Philip Marlowe, che ti rimane attaccato alle dita e non te ne puoi più liberare, neppure nel comportamento di tutti i giorni. E senz’altro la volenza del buon Polar di annata, l’ironico surrealismo di Japrisot, la calma riflessiva di Maigret, la violenza vsionaria di Manchette e il grande humour degli scrittori anglosassoni contemporanei. Negli italiani trovo che manchino un po’ l’umorismo e l’ironia, c’è troppa serietà, molta tristezza. Nonostante l’altissima qualità della scrittura, non ci si diverte molto. Capisco che in questo paese ci sia poco da ridere, ma qualche risata ogni tanto fa proprio bene.

Che libro stai leggendo in questo momento?

Ho appena cominciato Su nella stanza di Honey di Elmore Leonard. Tanto per cambiare è molto divertente, una storia un po’ noir un po’ di spionaggio che si svolge verso la fine della seconda guerra mondiale. Credo che Elmore potrebbe tenenrti incollato alle pagine descrivendo semplicemente ciò che fanno due vecchiette al mercato. Uno scrittore coi fiocchi.

Ti piacerebbe fare lo scrittore a tempo pieno?

Diciamo che è il mio sogno. Alla mia età, uno dei pochi che mi sono rimasti.

“Les italiens” è il tuo romanzo d’esordio vuoi parlarcene?

Les italiens è la storia di una fuga, due persone costrette a scappare perchè  qualcuno le vuole uccidere. Sono un commissario della brigata criminale disilluso e scanzonato e una giovane pittrice transessuale, bella e fascinosa, di 24 anni. È la storia del loro rapporto forzato e conflittuale, un rapporto che nei tre giorni violenti della loro fuga sanguinosa muterà trasformandosi prima in amicizia e poi in affetto. Sullo sfondo l’intolleranza, il razzismo, la sopraffazione, il fascismo e l’ignoranza, cose che camminano sempre a braccetto. La loro storia cambierà radicalmente la visione che hanno l’uno dell’altra rimettendo in discussione il loro mondo e le loro convinzioni. È un libro, credo, che professa la tolleranza e l’altruismo. In pratica, prima di giudicare un’altra persona, parla con lei.

Hai fatto fatica a trovare un editore? Come è  stato il tuo percorso verso la pubblicazione?

Finito il romanzo, sentivo di aver scritto una cosa migliore del solito, è come un formicolio sulla pelle. I personaggi mi piacevano e rileggendolo ridevo da solo di ciò che avevo scritto. Mi sembravano sintomi interessanti, così una sera ne ho parlato a una amica editrice. Lei lo ha letto e mi ha detto di darmi da fare perchè me lo avrebbero certamente pubblicato. Anche mio fratello lo ha letto e mi ha chiesto se ero diventato cretino a chiudere una storia del genere con un finale buonista. Così l’ho riscritto rendendola più amara e reale. Lo devo proprio ringraziare perchè questo ha cambiato radicalmente lo spirito del romanzo, migliorandolo molto. Alla fine c’è stata la prova paterna. È piaciuto anche a mio padre (i padri non perdono occasione per mortificare i figli) e questo mi ha fatto sentire pronto. L’ho spedito in giro a qualche editore, Einaudi, Feltrinelli e altri. Con il padrone di Instar Libri ci si incontrava sotto casa portando giù il cane a pisciare la notte. Una sera ho detto che avevo scritto un romanzo e gli ho chiesto se aveva voglia di leggerlo. Lui mi ha detto di si. Tre mesi dopo mi telefonava dicendomi che avevano deciso di fare una nuova collana e che cominciavano con il mio. È stato il giorno più bello della mia vita (mia moglie non me ne vorrà, anche il matrimonio non era male), un giorno che non dimenticherò mai.

Ho letto critiche entusiastiche da parte dei lettori, sei stato accostato ai grandi del noir, che effetto ti fa?

Mi fa un piacere immenso e allo stesso tempo mi sorprende. Sono un insicuro e quindi quando faccio qualcosa di bello e me lo dicono arrossisco. Però è bellissimo sapere che qualcuno ha letto la tua storia e che gli è piaciuta e ne parla. È una sensazione fantastica. Un signore che non conoscevo mi ha scritto un giorno una mail per farmi i complimenti. Aveva appena finito il mio romanzo in aeroporto aspettando il suo volo. Mi ha detto che rideva da solo e che tutti lo guardavano. Ho goduto come un riccio. Qualche giorno fa, mi ha scritto una persona importante, che io stimo molto come scrittore e sceneggiatore e mi ha fatto un bel complimento. È stata una grande mattina.

Ti piacciono le detestive story americane degli anni 30’?

Le ho lette e rilette in italiano e in inglese. L’hard-boiled è il seme meraviglioso dal quale è nata tutta la letteratura poliziesca moderna. Ne è fiorita una pianta dalle mille ramificazioni che alla fine è arrivata fino a me. Credo ci sia molto di quei detective nei miei personaggi, soprattutto l’umanità disincantata.

Chandler o Hammett?

Il sentimentalismo di Chandler e la scanzonata violenza di Hammet. Come fare a meno di una delle due?

Ti piacciono i fumetti? Quali sono i tuoi preferiti? Ti piacerebbe trasformare Les Italiens in un fumetto?

I fumetti sono stati l’inizio della mia carriera, i miei primi racconti. Ho pubblicato sul Mago le mie storie poliziesche e su Orient Express la fantascienza. Mi divertivo molto, ma facevo fatica. Il disegno non mi veniva fuori liscio come la scrittura, tendevo a scopiazzare i grandi senza riuscire a trovare la mia strada. Così ho abbandonato l’idea, anche se alla fine ho semplicemente tolto le vignette continuando a raccontare le mie storie. Mi piacciono molto i fumetti francesi e belgi, Tintin, ovviamente, e tutta la scuola di Hergé. Mi sbalordiscono autori come Moebius, Bilal, Tardi eccetera. Leggevo volentieri Corto Maltese e le storie di Giardino. Il mio preferito, comunque, rimane “The Spirit” di Will Eisner. Per quanto riguarda Les italiens sto lavorando con un amico fumettista a una versione comics delle mie storie, una “graphic novel” come si dice oggi. Se son rose fioriranno.

Hai mai letto Derek Raymond? Ti ha influenzato in qualche modo?

Ho letto un libro di Raymond comprato all’aeroporto di Atlanta prima di prendere l’aereo per tornare a Torino. Non ne ricordo il titolo (My name is Dora Suarez?), ma parlava di un detective che indaga sull’omicidio brutale di una prostituta e su una serie di delitti terribilmente efferati. Forse la violenza nei suoi libri e la descrizione minuziosa e rivoltante di alcuni crimini trascende il limite che io mi sono imposto di rispettare parlando delle stesse cose. In Raymond mi è piaciuta però l’ossessione di certi personaggi e i dialoghi molto ben riusciti. Come tutti i libri di genere che leggo, sicuramente mi ha lasciato qualcosa attaccato alle dita. Con la violenza ho capito che non bisogna superare il limite del gratuito, a meno che non si voglia sconvolgere il lettore. Nonostante questo, qualche lamentela l’ho avuta lo stesso…

Che consigli daresti ai giovani autori in cerca di editore?

La mia esperienza non è così vasta da poter dare
grandi consigli, ma penso che la cosa più importante, una volta finito un romanzo, sia quella di trovare delle persone, amici o parenti, di cui ci si fida e che sappiano dirti se la storia funziona, se è ben scritta e se scorre. Persone che sappiano soprattutto dirti se nel romanzo ci sono delle incongruenze, cosa che capita spesso. Dico persone di cui ci si fidi perché a loro si deve dare retta, avendo il coraggio (ce ne vuole parecchio) di rimettere le mani sulla propria creatura per cambiarla, se del caso, e spesso togliere pezzi che magari a noi sembravano funzionare. Io non finirò mai di ringraziare coloro che lo hanno fatto con me. Poi, una volta pronti, lo si spedisce agli editori. A quel punto, chi ha conoscenze nel settore, tipo qualcuno che possa garantire la lettura del manoscritto, trovo faccia bene a usarle. Credo ci voglia anche un po’ di fortuna.

Trovato un editore la promozione di un libro è la parte più  complessa. Tu provenendo dal mondo della pubblicità, che soluzioni proporresti?

Un libro, alla fine, è un oggetto come tutti gli altri, lo comprano i lettori appassionati, ma anche coloro che seguono le mode e comprano quello che “devono” comprare. Più un libro viene pubblicizzato, più vende, che sia bello o mediocre non ha importanza. Penso sia tutta una questione di potenza di fuoco da parte dell’editore. Si dice che sia tutto pilotato, che gli spazi in libreria siano a pagamento, che i premi letterari si decidano a tavolino. Io non so se sia così e non mi interessa, vorrei che la gente leggesse il mio libro perchè altri ne hanno parlato bene. Le trasmissioni televisive sarebbero un gran bel trampolino di lancio, ma sono solitamente appannaggio di autori già affermati e conosciuti. Se dipendesse da me, sui giornali e in televisione darei più spazio agli autori emergenti, li farei parlare, li inviterei alle trasmissioni. Trovo che sarebbe molto interessante sentire cos’hanno da dire. Giocherei pulito, insomma. Invece, se non sei in classifica, al grande pubblico non ci puoi arrivare. Del resto, business is business, da li non si scappa.

Raccontami un episodio insolito o curioso che ti è successo durante la presentazione del tuo libro.

Il mio libro è uscito nell’aprile del 2009, in autunno c’è stato il caso Marrazzo e questo ha fatto si che, alle presentazioni del romanzo, la curiosità del pubblico riguardo alle persone transessuali è aumentata parecchio. Se ne parla sempre molto, così mi sono dovuto informare bene sulla materia. Una volta, a metà di una presentazione, si stava parlando delle armi e del loro effetto sulle persone, un sottufficiale della Guardia di Finanza mi ha portato via la parola e si è messo a raccontare cosa succede e non succede durante una sparatoria. La cosa incredibile è che parlava per esperienza personale, quindi era piuttosto agghiacciante. Qualche signora è rimasta impressionata. È stato divertente e interessante.

Quale è la scelta più difficile che hai dovuto fare nella tua carriera?

Probabilmente smettere di scrivere e disegnare fumetti. Mi piaceva moltissimo ma sentivo di non essere all’altezza, ho capito che non ce l’avrei mai fatta.

Ci sono progetti di trasposizioni cinematografiche de “Les italiens”? Ti piacerebbe magari una coproduzione italo-francese? Che attore vedresti bene nella parte del protagonista? Magari qualche produttore cinematografico passasse di qui, cosa gli diresti?

Non esiste attualmente alcun progetto. Un amico regista ama molto il romanzo e sta provando a vedere se si riesce a combinare qualcosa.  Io sono terribilmente critico con il cinema italiano, perchè secondo me il cinema è prima di tutto recitazione e in Italia non c’è nessuno che sappia veramente recitare. Ci si sforzano, ci provano, ma, secondo me, recitare è un’altra cosa. Generalmente gli attori e le attrici italiane sanno a malapena interpretare sé stessi. Certo, una coproduzione italo-francese sarebbe molto interessante perchè  vorrebbe dire Parigi. E Parigi è  essenziale per les italiens. Nei panni del mio personaggio vedrei un’attore con la bella indolenza di Mastroianni mescolata alla fascinosa e sbruffona bruttezza di Vincent Cassel. A un produttore direi che sono convinto che Les italiens sarebbe un gran bel film, con tutti gli ingredienti per una storia appassionante. Gli direi anche che nella parte di Moët vorrei una vera transessuale, giovane e bella e non la solita attrice che finge di esserlo.

Hai un agente letterario? Hai mai pensato di cercarne uno?

Non ho un agente e qualcuno mi ha detto che lo dovrei avere. Non lo so, mi trovo bene con le persone di Instar Libri e mi fido di loro nel senso più ampio del termine. Soprattutto delle loro opinioni. Sono un esordiente attempato, e la mia storia letteraria è ancora tutta da scrivere.

Ti sei affidato ad un’agenzia letteraria per l’editing del tuo romanzo?

L’editing del mio romanzo è stato fatto all’interno della casa editrice. Hanno fatto un gran lavoro. All’inizio veder cambiare certe cose mi seccava, ma rileggendo mi sono reso conto che avevano ragione. L’editing ben fatto è importantissimo. So di editori che non lo curano affatto, mi è capitato di leggere i loro libri e di sentirne tanto la mancanza. Dell’editing, non dei libri.

Hai un blog, cosa pensi del rapporto internet – letteratura?

Ho aperto un blog, lesitaliens.wordpress.com, che cerco di tenere aggiornato il più possibile  compatibilmente con il tempo che ho a disposizione. Credo che Internet sia un grande strumento di diffusione e di contatti, ma non lo fa da solo. Bisogna stargli dietro, essere interessanti e divertenti e parlare con gli altri. Altrimenti non si muove. D’altra parte, per uno scrittore, Internet è una fonte illimitata di informazioni e di idee. Per la letteratura, poi, è un paradiso, una specie di immensa libreria dove puoi trovare non solo i libri che cerchi, ma anche le informazioni sugli autori, le interviste e le critiche più disparate. È molto, molto stimolante.

Che rapporto hai con i tuoi lettori?

Con alcuni di loro ho rapporti molto stretti, parlo delle cose che scrivo, accetto i consigli e ne discuto. Con molti altri ho un rapporto quasi quotidiano sul web. Cerco di rispondere a tutti quelli che mi scrivono parlando degli argomenti che mi propongono e rispondendo alle domande che mi fanno. Non lo faccio per cortesia, lo faccio perchè mi piace, perchè alla fine uno scrittore scrive per i suoi lettori e la cosa che mi interessa di più è parlare con loro del mio lavoro. Capita che alla fine di una presentazione i presenti facciano poche domande; in quel caso provo una sorta di delusione. La scrittura dovrebbe sempre scatenare una discussione.

Hai amici scrittori? Li frequenti?

Essendo un esordiente sto cominciando adesso a conoscere altri scrittori. E un altro dei lati affascinanti di questo mestiere, lo scambio con persone che hanno cose interessanti da dire, con i quali è divertente scambiare idee, progetti e opinioni. Vorrei avere più tempo per frequentare saloni, incontri e presentazioni in giro per il mondo.

Stai lavorando ad un nuovo libro? Puoi anticiparci qualcosa?

Il prossimo romanzo si intitola “Troppo piombo” e uscirà a fine marzo. È una storia invernale, cupa e senza speranza, una piccola palla di neve che rotolando diventa velocemente una valanga. Giornaliste assassinate, moda, violenza, un’indagine molto drammatica per i miei poliziotti. Sullo sfondo una Parigi gelida investita da una nevicata opprimente che ricopre tutto senza riuscire a nascondere il marcio nel quale i flic della Crim dovranno scavare per trovare la soluzione. Mentre Les italiens era una fuga, Troppo piombo è una vera inchiesta, c’è un assassino, ci sono delle vittime e la squadra dovrà indagare. E ci sarà una novità. Il commissario, che nel primo romanzo non aveva nome, finalmente ne ha trovato uno: Jean-Pierre Mordenti.

:: Intervista con Karin Slaughter a cura di Giulietta Iannone

31 gennaio 2010 by

Karin SlaughterKarin grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuta su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te, il tuo background, i tuoi studi.

Siete voi i benvenuti. Grazie per aver pensato a me. Quanto alla tua domanda: quando ero al college ho studiato la poesia del Rinascimento, ma ho abbandonato due classi  prima della laurea, perché avevo aperto una mia azienda e volevo concentrare la mia attenzione sugli affari. Sebbene, mi  fosse stato detto dal mio advisor che  avrei potuto frequentare due corsi di matematica mi è sembrata una scelta migliore lasciare piuttosto che cercare di fare trigonometria!

Perché sei diventata una scrittrice? Era un tuo sogno già da bambina?

Ho scritto la mia prima storia quando avevo sei anni. L’ho illustrata da me, ho  persino modellato il libro con una vecchia scatola di detersivo per lavatrici. Mi sono messa nei guai perchè ho utilizzato le forbici, ma credo che mio padre ora finalmente mi abbia perdonato. Mentre ho sempre voluto essere una scrittrice, non ho mai pensato che sarei stata in grado di guadagnarmi da vivere con la scrittura, così è stato qualcosa che ho tenuto per me. A partire dall’età di diciotto anni, da quando ho finito  il liceo, ho lavorato cercando di migliorare il mio modo di scrivere e ho cercato di ottenere un agente incaricato di rappresentarmi (negli Stati Uniti, devi avere un agente se vuoi  ottenere un contratto editoriale con i grandi editori ). Quindi, ci sono voluti circa otto anni, ma finalmente sono riuscita ad avere un agente che credesse nel mio lavoro.

Mi piacerebbe sapere quali sono gli scrittori che ti hanno maggiormente influenzata.

Sono un’ americana del sud, così naturalmente amo Via col vento di Margaret Mitchell. Il film è meraviglioso, ma nulla può eguagliare il libro. C’è una ragione la Mitchell ha vinto il Premio Pulitzer per la letteratura con questo romanzo. E ‘una storia incredibilmente avvincente, ed è uno dei libri più tradotti nella storia dell’editoria. Ho anche amato leggere i racconti di Flannery O’Connor. Per me è stata una rivelazione leggere gli scritti di una donna che parlava di violenza da un punto di vista morale. Lei è stata un’ abile narratrice, e credo che stia rapidamente diventando un’arte perduta. Mi è piaciuto anche leggere F. Scott Fitzgerald e Harper Lee. Sin da giovanissima mi ha sempre affascinato  la  differenza di classe e  come la nascita può incidere su di noi.

Qual è stato il tuo primo lavoro scritto? Parlaci del tuo esordio e della tua strada verso la pubblicazione.

Il mio primo lavoro scritto è stato un racconto intitolato “If Cats Had Thumbs”, che non vedrà mai la luce. E ‘stato il mio primo tentativo di scrivere qualcosa di più di un racconto. Il mio primo lavoro che è stato pubblicato si intitolava “Blindsighted”. Questo è stato anche il primo thriller che ho scritto. Io amo l’azione veloce e cerco di raccontare una storia  analizzando i personaggi e la società attraverso la violenza. Per quanto riguarda la mia strada per la pubblicazione, penso di averti  già risposto in precedenza. Ho lavorato  molto cercando l’ agente giusto. Ho anche lavorato sulla mia scrittura, cosa che credo che la gente che non è ancora riuscita a farsi pubblicare  tende a dimenticare che deve fare. Se avessi ri-presentato più e più volte le stesse storie che ho scritto quando avevo diciotto anni, non credo che nessun agente avrebbe mai seriamente guardato il mio lavoro. Quando si cresce e si matura cambiano le nostre opinioni sulla vita, le nostre situazioni, le  nostre esperienze, tutto cambia. Il nostro lavoro dovrebbe riflettere tutto questo. Non potrei mai scrivere Blindsighted di nuovo perché non sarò mai più la stessa di allora.

Cosa ne pensi delle eroine dei romanzi polizieschi contemporanei? Sempre vittime o femme fatale?

Penso che dipenda dall’autore. A volte le donne che creano personaggi femminili tendono a renderli quasi  delle superdonne, in modo che nulla le tocchi. In altri casi subiscono tali maltrattamenti  che  le rendono personaggi completamente sgradevoli. Denise Mina e Mo Hayder scrivono spesso di donne molto complesse, a volte antipatiche, ma sempre eroiche. E non solo le donne possono fare questo. Peter Robinson scrive storie meravigliose sulle donne. Mark Billingham ha recentemente creato una splendida figura femminile. Nei miei romanzi, mi assicuro che le donne non siano mai salvate dagli uomini. Sono sempre abbastanza forti  da salvare se stesse. In uno o due casi, sono addirittura le donne che salvano gli uomini. Penso che anche importante considerare il rovescio della  tua domanda , perché nei miei libri, non sempre gli uomini  sono cattivi. Uno dei più orribili e brutali personaggi di cui io abbia mai scritto era una donna. Per me, che è stata una grande sfida, e per molti versi una svolta facile, perché le persone ritengono automaticamente che le donne  siano buone o almeno cerchino di essere buone. La verità è che alcuni dei crimini più terribili sono stati commessi da donne. Possiamo essere abbastanza cattive quando lo vogliamo.

Sei femminista?

Sfacciatamente! Credo che qualsiasi donna che dica di non essere femminista, non sa bene  che cosa è una femminista. Spesso la parola è tutt’uno con l’odio per l’uomo, che è un utile strumento per mettere le donne una contro l’altra. Le femministe amano gli uomini. Sono sposate con uomini. Hanno figli, hanno padri, hanno amici che sono uomini. Il femminismo ha un obiettivo semplice: la parità  tra  uomini e donne. Questo è un obiettivo che tutti gli uomini, che dopo tutto sono nati da una donna, tendono a sposare donne e spesso  hanno figlie, dovrebbero  sostenere.

Quali sono le tue scrittrici preferite, europee o americane?

Karin Fossum, Liza Marklund, Mo Hayder, Denise Mina, Tess Gerritsen, Kate White, Kathy Reichs, Lisa Gardner, Sara Paretsky … La lista potrebbe continuare.

Lin Anderson è una tua grande fan. Conosci i suoi libri?

Mi dispiace dover dire di no. Se è tradotta in inglese, mi piacerebbe leggere i suoi libri. Negli Stati Uniti, si pubblicano oltre 200.000 libri l’anno, quindi è un mercato molto competitivo ed è difficile  riuscire ad essere tradotti. Mentre abbiamo Stieg Larsson e Henning Menkel, non abbiamo molti autori  donne che vengono tradotti. Suppongo che questo può essere collegato alla tua domanda sul femminismo: è molto più difficile nel mondo dell’editoria, se sei una donna. Non si riesce ad ottenere l’attenzione della critica che gli uomini ottengono. Per le donne essere tradotte è doppiamente difficile.

Dimmi qualcosa sul tuo paese.

Beh, suppongo che una delle cose che la gente ha bisogno di sapere è che l’America è enorme. Si può attraversare tutto il New England fino al lago Michigan e ancora non toccare le coste. Abbiamo deserti, montagne (alcune delle quali sono le più antiche del mondo), paludi,  zone umide, due oceani, il Golfo e persino un Great Salt Lake. Se tu andassi con la  tua macchina dalla Georgia alla California, ci vorrebbero sette giorni. Viagg
iare al di fuori degli Stati Uniti (ad eccezione di Canada e Messico) è molto costoso e richiede tempo. Costa circa 1.000 dollari un biglietto per l’Europa.

Dove sei nata? Raccontaci qualcosa della tua infanzia.

Sono nata a Covington, in Georgia, ma sono cresciuta in un posto chiamato Jonesboro. Guardando indietro, vedo che ho avuto una vita un po ‘idilliaca, un’ esistenza di periferia. Ho vissuto vicino ad un lago e usavo l’autobus per andare a scuola. Tutto poi è cambiato nei tardi anni settanta quando si  sono verificati diversi omicidi di bambini ad Atlanta . Non potevo più andare in giro da sola e dovevo avere il controllo dei miei genitori costantemente. Sia  di notte che di giorno, e questo mi ha dato subito una certa comprensione  su come la criminalità, o la minaccia della criminalità, apporta cambiamenti del tessuto delle comunità.

“Kisscut” è un libro molto forte, con un tema sensibile, la violenza sui bambini. È una storia vera?

Parte della storia si basa su cose in cui  mi sono imbattuta durante le mie ricerche. Sono stata molto attenta quando ho scritto questo libro, perché c’è stata una linea che non volevo sicuramente attraversare. L’abuso dei bambini è un argomento difficile da affrontare, ma io sono molto orgogliosa di questo libro, perché penso di essere riuscita a raggiungere tutto quello che mi ero prefissata.

Ti piace il poliziesco scandinavo? Cosa ne pensi di questo fenomeno? Stieg Larsson, Jo Nesbø?

Non sono mai stata in grado di immedesimarmi nel lavoro di  Larsson, anche se ammiro ciò che stava cercando di fare. Devo ammettere che  è stato molto celebrato in America per aver scritto di personaggi femminili forti, quando ci sono un sacco di donne in tutto il mondo che lo fanno abitualmente, ma  non sono riuscite mai ad ottenere alcun  riconoscimento. Ho letto un solo libro di Jo Nesbø, ma mi ha molto impressionato. Mi piace leggere di altre culture e persone. Gli scrittori americani hanno sempre un tono smorzato perché la gente  negli altri paesi appena sente parlare di violenza pensa che quello di cui  scriviamo sia autentico. Anche se  ammetto  che  l’America è più violenta  di molti altri paesi, si tratta di un malinteso poichè la violenza è ovunque. Vediamo il sorgere stesso della criminalità a seconda dei fattori demografici e  socio-economici.

Puoi raccontarci qualcosa sulla trama di “Skin Privilege”, in poche parole. È il tuo libro preferito?

Amo veramente Skin Privilege, ma devo ammettere che sono la tipica autrice  che ama sempre il prossimo libro su cui sta lavorando. In Skin Privilege, la protagonista Lena  torna nella sua città natale Reese. Qui scopre che suo zio Hank è sparito. Si mette subito nei guai, mentre lei è lì,  Jeffrey  viene rilasciato e ottiene la libertà provvisoria. Suppongo che la gente dovrà leggere il libro per scoprire cosa succede dopo!

Nuovi progetti per le versioni italiane dei tuoi libri?

Il prossimo libro della serie Grant County è quello che ho appena finito. Si chiama Broken e uscirà in estate negli Stati Uniti, Regno Unito e Olanda. Poi ci sono tre libri in ballo che  hanno per protagonista un personaggio di nome Will Trent: Triptych, Fractured and Undone.

C’è qualche debuttante che ti piace?

C’è una donna di nome Chevy Stevens che ha scritto un libro che fa veramente paura  che si intitola “Still Missing”. Penso che uscirà nel luglio di quest’anno negli Stati Uniti.

Ci sono progetti di film tratti dai tuoi libri?

In Inghilterra, sono in procinto di avviare la produzione su un adattamento del mio romanzo, Martin Misunderstood. Sono davvero impaziente. Ci sono state alcune voci a Hollywood su altri progetti, ma non posso dire nulla ancora in proposito.

Cosa stai scrivendo al momento?

Ho appena consegnato Broken, il prossimo libro di Grant County. Il mio prossimo progetto è intitolato provvisoriamente “Fallen”, e ci riporta nel mondo di Will Trent di Atlanta. L’inizio è piuttosto stridente e grintoso. Mi sono divertita parecchio durante le  ricerche per questo libro.

Ti piace l’Italia?

Certamente! Quando ero ragazzina, io e la mia famiglia abbiamo viaggiato un po’ in Europa e io da adolescente scontrosa ostentavo un grande disprezzo e disinteresse. L’Italia è stata il primo paese che  ha incrinato la mia facciata di disinteresse. Arrivammo dalla Francia, e gli italiani furono per me un raggio di sole!

Racconta ai nostri lettori italiani qualcosa di divertente su di te.

Alcuni anni fa, ho deciso che ogni volta che mi sarei trovata in un paese nuovo avrei provato a fare qualcosa  di tipico. A Parigi, sono andata in giro su un moto-taxi. A Melbourne, ho nuotato con gli squali e percorso a piedi il ponte di Sydney Harbour. In Finlandia, ho fatto una sauna e  sono saltata nuda nel gelido Baltico. Beh, non so se quest’ ultima cosa  è divertente, quanto stupida, ma vi prego voglio che i miei lettori italiani  sappiano  che se verrò in  Italia,  sarò disposta a mangiare un sacco di pasta e a parlare di politica!

:: Intervista con Dana Cameron

30 gennaio 2010 by
DanaCameronHeadShotCiao Dana, benvenuta su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Dana Cameron?

Grazie per avermi invitato, Giulia! Sono una scrittrice di romanzi polizieschi e di racconti di ogni genere, compresi detective dilettanti, storici, noir, hurban  fantasy , e thriller. Il mio lavoro ha vinto il Premio Anthony (per la miglior brossura originale per "ASHES AND BONES") e il Premio Agatha (per il miglior racconto breve per "The Things Night Changed", che è stato anche nominato per un Anthony Award e un Macavity).

Qual è il tuo background? Dove sei nata?

Sono nata e cresciuta in Massachusetts, dove ho vissuto tutta la mia vita (a parte per brevi periodi all’estero, a Londra e in New Jersey). La mia professione originaria era l’archeologia, e mi sono concentrata sulla archeologia storica del New England coloniale. Ho trascorso 20 anni felici in biblioteche, musei, aule, e in campo, studiando il modo di comportarsi degli antichi  attraverso  gli artefatti che si sono lasciati alle spalle. Tutto ciò che ho fatto sia la ricerca, le letture e la scrittura in campo accademico è stata un’ ottima formazione anche per la scrittura narrativa.

Quando hai iniziato a scrivere? Raccontaci qualcosa del tuo debutto.

Ho cominciato a scrivere narrativa, dopo che un rapinatore ha minacciato me e alcuni amici con una pistola. E’ stato spaventoso, ma grazie  a Dio nessuno è rimasto ferito. Diversi mesi dopo, stavo raccontando ad un amico questo incidente, e altri aneddoti sulla vita nel campo archeologico, e lui mi ha detto "hai bisogno di scrivere questo". Ho cominciato a scrivere un mistey, perché avevo letto misteri tutta la mia vita. Tutto questo ha portato al  mio primo romanzo, SITE UNSEEN, che ha per protagonista Emma Fielding, un’ archeologa del New England. Sono seguiti  cinque libri su Emma Fielding, tra cui uno, che è stato tradotto in italiano (come "La Verità Perduta") che ho poi proseguito con una serie di racconti.

Parlaci della tua strada verso la pubblicazione.

In un primo momento, ho scritto in segreto, per vedere se riuscivo a finire un romanzo. Poi mi sono iscritta ad un corso di scrittura e quindi ad un gruppo di scrittura, per tutto il tempo della formazione ho cercato di modificare il mio lavoro e migliorarlo. Alla fine, ho frequentato il Pane Loaf Writers Conference at Middlebury College, dove ho trovato il mio primo agente, che ha venduto Site Unseen ad Avon. Scrivere una serie è stato un grande esercizio, mi ha isegnato tutto quello che so sull’ editoria, dalla disciplina della scrittura all’ editing, fino alla promozione dei miei libri.

Che tipo di ricerche hai fatto per i tuoi libri?

La maggior parte delle ricerche che ho fatto per i miei libri – entrambi pubblicati e non ancora venduti – è stato per gli altri personaggi. Sapevo già come doveva essere un archeologo, così quando ho scritto il mio romanzo di spionaggio, ho dovuto fare un sacco di ricerche sugli agenti dei servizi segreti e i giornalisti. I libri e le interviste che ho fatto hanno riempito il mio ufficio! D’altra parte, il mio racconto, " The Night Things Changed", narra di lupi mannari e vampiri eroici che vivono vicino a me a Salem, nel Massachusetts. La loro famiglia, i Fangborn, non è basata sui racconti tradizionali dei mostri, così ho creare la loro storia dall’inizio.

Raccontaci  qualcosa su Emma Fielding e i suoi  misteri archeologici. Emma è simile a te?

Molti dei miei lettori mi dicono che ci sono delle analogie tra di noi. Siamo entrambe felicemente sposate e ho certamente tratto dalla mia esperienza professionale per dare forma al suo personaggio, ma molto di più l’ho aggiunto, tutto quello che riguarda il pericolo e l’eccitazione! Gli archeologi e gli investigatori hanno posti di lavoro molto simili, esaminanano gli indizi materiali per trovare le prove su qualcosa che è accaduto in passato. Ho sempre pensato Emma, molto più coraggiosa di me.

Quali sono i tuoi autori contemporanei preferiti , e quelli che ti hanno influenzato?

Credo che per la mia scrittura le più grandi influenze sono state Shakespeare, Edith Wharton, e Dorothy Sayers, i quali sono stati tutti autori brillanti capaci di dar vita ai personaggi che creavano. Ho sempre amato le storie d’avventura, e i libri di Robert Heinlein e Alexandre Dumas ancora affollano la mia libreria. I miei scrittori contemporanei preferiti? Per quanto riguarda la letteratura poliziesca, amo leggere Charlaine Harris, Chuck Hogan, Tess Gerritsen, Lee Child, Denise Mina, e, naturalmente, Elizabeth Peters. Per gli altri tipi di fiction, sono una grande fan di Sherman Alexie, Roddy Doyle, Nick Hornby, e Tim Moore.

Qualche consiglio per gli aspiranti scrittori?

Vorrei raccomandare di lavorare sul proprio libro il più possibile prima di cercare un agente letterario. Credo anche che sia importante trovare persone che vi dicano sinceramente cosa pensano dei vostri scritti  ma che anche vi trattino con rispetto, si è estremamente importante a mio avviso. 

Ci sono progetti di film tratti dai tuoi libri?

Il mio thriller di spionaggio ha suscitato un grande interesse.

Che cos’è il "coraggio" per te? Sei un’ archeologa professionista. Sei una sorta di Indiana Jones donna?

Credo di essere l’opposto di Indiana Jones! Il vero coraggio per me è fare ciò che si pensa sia giusto. Che più spesso significa lavorare sodo ed essere pazienti, che è molto meno interessante delle risse da bar, delle sparatorie, e dei  tesori d’oro!

Ti piace l’Italia? Quando vieni a trovarci?

Sono stata in Italia due volte ed è stata sempre un ‘esperienza meravigliosa – l’archeologia, l’arte, il cibo e il vino! Ero solo a Venezia, una delle mie città preferite, questa primavera. E ‘così storicamente importante e terribilmente evocativa per uno scrittore! Mi piacerebbe andare al distretto dei laghi il prossimo anno, o forse in Sicilia.

Stai scrivendo in questo momento? Puoi dirci qualcosa sul tuo prossimo romanzo?

Certamente! Sto lavorando a diversi progetti in questo momento. Uno è un romanzo di spionaggio, in cui una spia e un giornalista, poli opposti, devono lavorare per sconfiggere un commerciante di armi. Un altro è un hurban fantasy, una romanzo, basato sui personaggi tratti da "The Things Night Changed". E sto anche lavorando ad un thriller archeologico, di cui una parte si svolgerà in Italia. L’eroina &egrav
e; una cattiva ragazza, e non potrebbe essere più diversa da Emma Fielding!

Ti piacciono gli scrittori italiani?

Ho letto e apprezzato il lavoro di Italo Calvino, ma mi sono molto più familiari gli scrittori antichi – Giulio Cesare, Augusto, Tacito; più romani che italiani.

Come i lettori possono mettersi in contatto con te?

I lettori possono raggiungermi attraverso il mio sito: http://www.danacameron.com <http://www.danacameron.com/&gt;. Essi possono anche seguire il mio blog. La ringrazio per la possibilità che mi avete dato di farmi conoscere con questa intervista al pubblico italiano – Molte grazie!

:: Intervista a Julie Reece Deaver a cura di Giulietta Iannone

29 gennaio 2010 by
Julie Reece DeaverJulie grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuta su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te, il tuo background, i tuoi studi. Ho sempre scritto, da quando ero bambina. Ho iniziato a scrivere inviando storie alle riviste e case editrici quando ero un adolescente, ma, naturalmente, ci sono voluti molti anni (e molti rifiuti) prima che il mio primo libro fosse accettato per la pubblicazione.

Perchè seidiventata una scrittrice? Era un tuo sogno già da bambina?

Sono cresciuta in una famiglia molto creativa. Mia madre era un’ artista, mio padre era uno scrittore di pubblicità, e mio fratello, Jeffery Deaver, è anche uno scrittore. Scrive i bestseller di  Lincoln Rhyme, una serie di romanzi gialli, tutti pubblicati in Italia.

Mi piacerebbe sapere quali sono gli scrittori che in qualche modo ti hanno influenzato.

Alcuni degli scrittori che mi hanno influenzato sono MJ Amft, William Wharton, Truman Capote, Carson McCullers, Neil Simon, Garry Marshall, Bill Persky, Saul Turteltaub, Bernie Orenstein, Treva Silverman, James L. Brooks. Questi ultimi scrittori non sono romanzieri, ma drammaturghi, sceneggiatori per la televisione, per il teatro e il cinema.

Qual è stato il tuo primo lavoro scritto? Parlaci del tuo esordio e della tua strada verso la pubblicazione.

Il mio primo lavoro pubblicato è una poesia per il Jack and Jill Magazine (una rivista per bambini) che è stata pubblicata quando avevo sei anni! E ‘stata intitolata “Il gatto di mia nonna,” e non ci crederai ma si trattava proprio del gatto di mia nonna!

Cosa ne pensi delle eroine dei romanzi polizieschi contemporanei? Sempre vittime o femme fatale?

Anche se il mio ultimo libro, “Quella notte Sono Scomparsa” è un thriller, generalmente i miei lavori non sono thriller. Naturalmente, io sono una grande fan delle eroine dei romanzi di mio fratello. I suoi personaggi femminili sono intelligenti e forti.

Sei femminista?

Femminista significa cose diverse per persone diverse. Credo che le donne dovrebbero avere gli stessi diritti degli uomini.

Quali sono le tue scrittrici preferiti, europee o americane?

Tre scrittori attuali mi piacciono molto e sono Halse Laurie Anderson e Meg Cabot e Francesca Lia Block.

Dimmi qualcosa sul tuo paese.

Questa è una buona domanda. Io non sono una persona molto politica, e perché questo è il paese dove sono cresciuto, non posso paragonarlo ad un altro paese.

Dimmi qualcosa di divertente su tuo fratello.

Mio fratello è di tre anni più vecchio di me, e quando sono nata, non riusciva a ricordare il mio nome, così ha chiesto ai miei genitori di mandarmi indietro per avere un bambino con un nome che sarebbe stato più facile da ricordare!

Dove sei nata? Raccontaci qualcosa della tua infanzia.

Mio fratello e io siamo cresciuti in un sobborgo di Chicago negli anni ’50 e ’60. Quando non eravamo  a scuola, abbiamo passato gran parte del nostro tempo libero scrivendo, solo per divertimento. Mio fratello oltre che scrittore è anche un musicista , e ho trascorso un sacco di tempo quando eravamo bambini e ragazzi andando con lui per i club di musica. Ha scritto ed eseguito le sue canzoni.

Ti piacciono i giallisti scandinavi? Cosa ne pensi di questo fenomeno? Stieg Larsson, Jo Nesbø?

Devo confessarti che non ho mai letto questi scrittori. Li leggerò certamente adesso, però.

Raccontaci qualcosa sulla trama di “La notte che sono scomparsa” in poche parole. È il tuo libro preferito?

“La notte che sono scomparsa” è un thriller psicologico. Il personaggio principale, Jamie, è una ragazza di diciassette anni, che scopre che non può più controllare i suoi sogni a occhi aperti. Si ritrova a visitare il suo amico Webb, ma solo nella sua mente. Ci vuole il lavoro di uno psichiatra di talento per scoprire il segreto Jamie. È il mio libro preferito? Bene, è il sequel del mio primo romanzo, “Say Goodnight, Gracie”. Che sarà sempre il mio libro preferito, credo, perché era il mio primo romanzo.

Nuovi progetti per le versioni italiane dei tuoi libri?

Mi piacerebbe che anche altri miei libri fossero pubblicati in Italia perché ho davvero  avuto una buona accoglienza dai miei lettori italiani. E ‘davvero tutto dipende dalle decisioni del mio editore se pubblicare o meno i miei libri in Italia, e finora nessuna decisione è stata presa.

C’è uno scrittore esordiente che ti piace?

Vuoi dire se c’ è un nuovo scrittore che mi piace? Mi piace Alice Sebold, autrice del libro ” The Lovely Bones”. Credo che il suo stile sia nuovo e interessante.

Ci sono progetti di film tratti dai tuoi libri?

Al momento nessuno studios cinematografico ha voluto fare versioni filmate dei miei romanzi, ma mi auguro che cambino idea, un giorno, naturalmente.

Cosa stai scrivendo al momento?

Ho appena finito di scrivere una sceneggiatura originale e speriamo che uno studio cinematografico si interessi. Si tratta di un dramma con sfumature comiche.

Ti piace l’Italia?

Non sono mai stata in Italia, ma spero di visitarla  un giorno. Per la verità mi hanno scritto molti  miei lettori italiani e mi piace avere loro notizie, sono intelligenti e piacevoli!

Racconta ai nostri lettori italiani qualcosa di divertente su di te.

Qualcosa di divertente su di me è che ho una memoria insolita per le date. Mi ricordo le date di specifici compiti di scuola di quando ero bambina.

:: Lorenzo Mazzoni intervista Andrea Camilleri

27 gennaio 2010 by

1Con sottofondo di Boca Colora, di Joe Vasconcellos

E’ uscito nel maggio dell’anno scorso La danza del gabbiano, il quindicesimo con protagonista il Commissario Montalbano, un Montalbano disilluso, sempre più vecchio nell’animo, stanco. Ha voglia di parlarci di questo romanzo? La crisi di Montalbano sembra nascere da un pensiero sulla morte che sempre meno abbandona il personaggio, Lei stesso tempo fa ha dichiarato: “E poiché è avanzato con gli anni, si lamenta ed è stanco di lavorare, ma non potrà sfuggire al suo destino.” Questo riguarda solo il commissario o, in qualche modo anche il mestiere di scrittore?

A Montalbano capita quello che capita a molti uomini passata la cinquantina e a molte donne passata invece la quarantina. Cioè di diventare grandi. Il fisico inizia a cedere, la memoria perde qualche colpo, la grinta viene meno sempre più spesso e inizia un lento distacco dall’immagine giovanile  che si aveva di se stessi. Inoltre bisogna a calcolare che Montalbano è usurato dal mestiere. Soprattutto perché ritiene di avere a che fare sostanzialmente con degli stupidi. Il mio caso di scrittore è invece ben diverso. Io ho a che fare con i miei lettori, che mi creda, spesso sono i critici più attenti, scrupolosi, ed intelligenti che possa augurarmi.

Da dove nasce il personaggio del Commissario Montalbano?

Come ho detto diverse volte nasce da una mia esigenza di ordine narrativo. Il romanzo giallo in questo senso mi ingabbia dentro regole ben precise. Il successo del primo Montalbano mi ha poi felicemente “obbligato” a scriverne altri.

Quando ha iniziato a scrivere utilizzando espressioni del dialetto e del parlato siciliano pensava potesse avere così grande successo? Inizialmente ha avuto difficoltà nel presentarlo agli editori?

Neanche lontanamente, sono stato sconsigliato anche da Sciascia. D’altronde non potevo fare diversamente: è l’unico modo che ho per comunicare, anche se passati gli 80 cerco di scrivere qualcosa in italiano.

Quanta importanza ha il linguaggio cinematografico nel suo lavoro narrativo?

Tanta, ma ancor di più ha importanza il dialogo teatrale.

Oltre a lei, moltissimi autori, italiani e non, hanno creato personaggi polizieschi: Khadra, Izzo, Lucarelli, Carlotto, Montalbàan, Taibo II, Macchiavelli, Willeford, Arjouni… C’è qualche autore di genere che le piace particolarmente?

Simenon, Izzo, Durenmatt, Gadda, Chakri e tanti tantissimi altri. Tra tutti Sofocle con l’Edipo.

Quali sono, secondo Lei, le qualità per essere un buon scrittore? C’è una giornata tipo nei periodi di lavoro creativo?

Non conosco regole per essere un buono scrittore. Purtroppo non ne conosco neanche per la buona o cattiva giornata. La mia giornata è sempre la stessa, o almeno tento di fare in modo che sia la stessa, di una monotonia esasperante.

Pensa che in Italia ci sia una reale crisi del libro? Quali potrebbero essere gli strumenti per risolverla?

Non c’è nessuna crisi del libro. C’è la crisi dei lettori. In Italia c’è una fioritura di romanzieri e narratori di grande livello. Purtroppo mancano i lettori.

Sta lavorando a qualche nuovo libro?

Fino a quando ne avrò la forza io lavorerò  sempre a qualche nuovo libro.

Grazie, buona giornata e buon lavoro.