:: Intervista ad Allan Guthrie a cura di Giulietta Iannone

27 gennaio 2010 by

allan-guthrieCiao Allan. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberi di Scrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Allan Guthrie?

Il piacere è tutto mio. Grazie per avermi invitato. Sono un romanziere e un agente letterario, con sede a Edimburgo, in Scozia. Ho scritto romanzi polizieschi molto noir e a volte divertenti.

Raccontaci qualcosa della tua città. Qual è il tuo background?

Edimburgo (pronunciato Embra) è la capitale della Scozia, anche se è solo la seconda città (Glasgow è molto più grande). La città è dominata da un castello che è arroccato sulla cima di un costone vulcanico. La maggior parte del tempo ad Edimburgo è sereno e bello, ma recentemente è stata lacerata dall’ installazione di una nuova rete di tram e gran parte della città si presenta come un sito dove è esplosa una bomba. Mi occupavo di informatica prima di iniziare ad essere coinvolto nel mondo del libro. Da allora, ho lavorato per una catena di  librerie, sono stato editor per una casa editrice cult degli Stati Uniti che stampa crime fiction, e infine sono diventato uno scrittore e agente letterario.

Come è iniziato il tuo interesse per la scrittura? Quando hai iniziato a scrivere?

La mia prima storia è apparsa nel giornale della scuola, quando avevo cinque anni. Mi ricordo che si trattava di un pic-nic, ma non riesco a ricordare tutti i dettagli. Ho scritto il mio primo romanzo, quando avevo nove anni.

Come hai preso l’idea per il tuo primo libro?

Quello che ho scritto quando avevo nove o il primo che ho pubblicato? Ti risponderò il secondo perché non riesco a ricordare il primo. Ho un forte interesse per la narrativa noir, in particolare per il noir americano della prima metà del ventesimo secolo. E Two-Way Split è nato da questo. Ho scritto un paio di thriller comici che non hanno funzionato e ho deciso di scrivere qualcosa di un po’ più serio, più nello stile di David Goodis, per esempio. Io non riuscivo a eliminare il senso dell’umorismo però, quindi c’è un po’ di commedia nera nel libro.

Quali sono stati gli scrittori che ti hanno influenzato per primi?

Ho iniziato a leggere letteratura poliziesca dopo la lettura di Un’ indagine filosofica di Philip Kerr. E da li ho iniziato a leggere i  noir di Andrew Vachss. Ma mentre sicuramente questi scrittori hanno influenzato le mie letture, non sono proprio sicuro se abbiano influenzato anche la mia scrittura. La verità è che la maggior parte delle mie influenze letterarie proveniene dal palcoscenico e dello schermo. Da drammaturghi come Andrew Kevin Walker (celebre sceneggiatore).

Raccontaci qualcosa del suo esordio. La tua strada verso la pubblicazione.

TWO-WAY SPLIT ha per protagonista un pianista clinicamente psicotico diventato rapinatore che scopre la moglie a letto con un collega membro della gang. Il libro si svolge il giorno di una rapina in ufficio postale, pochi mesi dopo che l’eroe ha smesso di prendere le sue medicine. La mia strada verso la pubblicazione è stata lunga. TWO-WAY SPLIT ha vinto in Gran Bretagna il premio Dagger per le opere prime nel 2001 – un premio dato dal CWA per romanzi inediti. Ma non sono riuscito a farlo pubblicare fino al 2004 negli Stati Uniti, (2005 in Gran Bretagna). Ho ricevuto centinaia di lettere di rifiuto da agenti ed editori. Per fortuna io sono molto ostinato.

Puoi dirci qualcosa sui tuoi libri? Quale è il tuo preferito?

I miei libri esplorano il ventre di Edimburgo. I miei libri tendono a concentrarsi sui criminali e le vittime. La polizia non mi interessa molto  sono più preso dalla psicologia anormale o dal modo di reagire della gente comune quando si trova coinvolta in eventi straordinari. Il mio preferito è sempre il più recente, quindi al momento, è Slammer.

Quali sono i tuoi autori preferiti?

Ce ne sono troppi per parlarne. Non credo che ci sia stato un momento in cui ci sono stati tanti gli scrittori in circolazione come ora. Trovo che fare paragoni tra scrittori sia impossibile. Soprattutto quando sono amici e / o clienti. Così se me lo permetti non rispondo.

I tuoi personaggi di fantasia, spesso ti somigliano? Ci sono pezzi autobiografici?

No, semmai il contrario. Cerco di tenermi fuori dalla mia scrittura, per quanto possibile. Sono estremamente noioso, inserire me nella prosa sarebbe fatale. Ho utilizzato parte del mio background personale per il protagonista, Robin, in due-WAY SPLIT. Ha frequentato una scuola di musica e così ho fatto io. Ma a differenza di Robin, non ho mai voluto essere un pianista.

Raccontami qualcosa sul tuo prossimo romanzo.

Il più recente è SLAMMER, un romanzo ambientato in un carcere ed  ha per protagonista una guardia carceraria molto giovane e inesperta che è mal equipaggiata per il  suo lavoro. E ‘ la storia di come è usato e abusato dai suoi colleghi e dai prigionieri, e racconta l’effetto che questo stress ha sulla sua vita.

Stai scrivendo adesso un nuovo romanzo?

Ho appena finito un romanzo chiamato Bye Bye Baby, che dovrebbe uscire il prossimo anno. Ora sto lavorando ad un romanzo che è più un thriller tradizionale e si intitola Blood Will OUT.

Sei un autore acclamato dalla critica. Avete ricevuto recensioni negative?

Oh, yeah. Molte, molte recensioni negative. Io non conosco nessuno scrittore che riceva solo buone recensioni. I critici hanno aspettative diverse, opinioni diverse. E’ impossibile accontentare tutti.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Ho letto un sacco di manoscritti dei miei clienti in questi giorni. Più di recente, Choke Hold della straordinaria Christa Faust, un sequel di Money Shot che Newton Compton pubblicherà in Italia. La mia più recente lettura di un libro non di un mio cliente è stata della scrittrice brasiliana Patricia Melo The Killer – il miglior libro su un sicario che abbia mai letto.

Hai una base di fan molto grande. Qual è il tuo rapporto con i lettori?

Davvero? Sono felice di sentirlo. Credo che i miei lettori devono essere timidi. Ho sentito un sacco di complimenti da scrittori (che sono anche lettori, ovviamente), ma molto di rado da parte di lettori che non sono scrittori.

Qualche consiglio per gli aspiranti scrittori?

Imparare il mestiere. Essere testardi. Fortunati.

Che cosa è la libertà per te?

Mel Gibson in Braveheart, naturalmente!

:: Michele Ciardelli intervista Nicola Fabio Vitale

26 gennaio 2010 by

Caro Nicola, innanzitutto ti ringrazio per avermi concesso questa intervista a me che intervistatore non sono. Prima di iniziare ti volevo chiedere di essere più sincero possibile.

Ok, veramente sono io che ringrazio te, per il resto farò il possibile. Considerati “fortunato”, la scrittura è il modo che preferisco in assoluto per comunicare e, anche se ogni tanto devo essere interpretato, credo sia quello più vero.

Immagina di essere davanti ad un tramonto con mille colori che cangiano ad ogni istante ed il sole, lentamente, si immerge in un mare in tempesta. Che emozioni casuali ti susciterebbe?    

Rabbia, forza, energia distruttiva e generatrice al tempo stesso, imprevedibilità, determinazione. Il mare in burrasca che travolge in modo rabbioso, con tutta la sua forza, imprevedibilità, energia, determinazione quel che è stato, il sole che tramonta, e che prova lasciare nel cielo il ricordo delle sfumature del suo passaggio. È tutto inutile. Il sole è condannato ad essere inghiottito dal mare in tempesta, arriverà la notte, porterà la calma preparando l’alba per un nuovo giorno che nascerà dal mare il quale, dopo aver metabolizzato, quel che è stato restituirà la luce di un nuovo sole. Il nuovo giorno, tutto sembra uguale in realtà niente è più come prima. Il mare in tempesta, un’immagine che mi fa paura perché mi ricorda la mia infanzia, la mia voglia di distruggere tutto. Il mare calmo, quello che dona il sole pronto a illuminare e scaldare un nuovo giorno, un’immagine amica, quella del mio migliore amico, appunto il mare, mi rilassa e mi ricorda la quieta dopo la tempesta, quella dei miei percorsi interiori.

Ho voluto introdurre con una domanda un tuo libro, “Emozioni per caso…”, vuoi parlarmene?

Volentieri. È un libro cui sono molto legato, con il quale ho provato a raccontare, nel bene e nel male, molte delle mie emozioni, delle mie sensazioni, dei miei desideri, dei miei pensieri e delle mie riflessioni. Mi piace, inoltre, l’idea di aver provato a raccontare, attraverso le parole di “Emozioni per caso…”, una parte importante di quello che si muoveva nel mio animo e nel mio cuore. Io che, attraverso la scrittura, ho provato anche a rompere un muro di silenzio, solitudine, nel quale ero finito e nel quale mi sono voluto rinchiudere per un lungo periodo.

Come nascono le tue poesie? Cosa ti ispira di più?

Fondamentalmente potrei dividere le mie poesie in due categorie. Ci sono quelle in cui l’istinto regna sovrano, basta una qualunque scintilla, una parola, un pensiero, uno sguardo, io che mi sono alzato con il piede sbagliato e la poesia è fatta. Le parole nascono spontanee, mi serve solo il tempo necessario per perfezionarle. Con riferimento a “Emozioni per caso…” mi vengono in mente un paio di titoli, “Urlo ribelle” e “Loro non possono capire”. Poi ci sono quelle più “elaborate”, in questo caso lavoro molto con le immagini, fotografie che cerco nel web, oppure prendo spunto dalla lettura di brani, testi di canzoni o altre poesie. Al momento le prime sono quelle che sento più vere e che mi emozionano di più. Ti faccio un esempio, ho scritto una poesia ancora inedita  dedicata alla sorella di un mio amico morta prematuramente che non riesco a leggere. Ogni tanto mi faccio prendere dai dubbi e non so neanche se ho fatto bene a scriverla!

Quando scrivi?

Preferisco scrivere di mattina, poco dopo aver fatto colazione. Per fortuna ho ricominciato a lavorare ma, purtroppo, devo cambiare i miei ritmi per quanto riguarda la scrittura. Spero di riuscirci al più presto perché ho molta voglia di scrivere, anzi sono già in crisi di astinenza, ho diversi progetti in sospeso e tante idee che si accendono nella mente ma che, al momento, non riesco a catturare.

Hai scritto un libro dissacrante che parla delle difficoltà  che i giovani di oggi incontrano quando cercano di entrare nel mondo del lavoro. Di tu il titolo e perché proprio quello. Oltre a dirci come ti è nata questa idea.

Mi è  venuta in mente poco più di un anno fa. Dopo aver fatto diversi concorsi pubblici, 14/15 per la cronaca, averne vinto uno ed essere risultato idoneo in altri ero ancora a casa, nonostante tutti i sacrifici e le rinunce che comporta quel tipo di attività. Ho iniziato a ripensare alle mie esperienze lavorative, ho fatto un po’ di tutto, dal cameriere, al venditore di assicurazioni, co.co.co etc.etc., e, al pensiero della parola “Bamboccione”, mi sono sentito preso in giro. Confortato, purtroppo, dalle parole di altre persone che hanno vissute esperienze lavorative simili alle mie conosciute nel corso delle mie “avventure” ho deciso di rispondere in maniera divertente e dissacrante a quelli che definiscono la mia generazione quella dei bamboccioni. 

Come descriveresti Nicola Fabio Vitale?

Una persona con i pregi e i difetti di tutte le altre persone. Va bene, ma solo perché sei tu, ti dirò di più. Mi piace fare sport, leggere, scrivere, mangiare cioccolata e guardare le belle ragazze. Mi sono specializzato ad osservarle con la coda dell’occhio così evito problemi… Poi mi piace mostrarmi un po’ come un camaleonte, difficilmente trovo qualcuno a cui mi vien voglia di raccontarmi e mostrarmi fino in fondo. Forse ci riesco solo scrivendo. Ogni tanto, forse anche per questo, mi perdo, però non è detto che sia un male, posso sperimentare diversi modi di essere e potrebbe aiutare ad aprire la mente.

Ti faccio una domanda che spesso pongono a me, perché serve a spiegare una parte del carattere di una persona, di uno scrittore: che cosa significa per te scrivere?

Per me scrivere significa tante cose, a un certo punto, anche se scrivo da poco, significava tutto e ora che ho poco tempo per farlo mi sento incompleto. Scrivere è stata, in primo luogo, una scoperta per me stesso fatta in un momento difficile, un abisso di profonda solitudine e rabbia,  la prima poesia che ho scritto in assoluto, ancora inedita, si intitola “L’odio e la rabbia”. Poi, un giorno, ho deciso di fare un bilancio della mia esistenza e, in quel momento, è nata e ho sviluppato l’idea del mio primo libro in assoluto, “Lucifero, la storia di un angelo caduto dal cielo”. Un libro che spero di riuscire a pubblicare al più presto. Scrivere, oggi, significa cercarmi, confrontarmi con me stesso e mettermi alla prova, comunicare con gli altri e soddisfare un po’ della mia vanità di aspirante scrittore. Concludo con una considerazione per me molto importante, scrivere significa sentirmi libero. Poche volte in vita mia mi sento libero come quando scrivo. Scrivo quello che mi pare, quando mi pare, come mi pare. Libero rendo di più, se poi aggiungi che è una delle cose che preferisco
in assoluto…

Com’è nata la voglia di scrivere un libro come quello che hai scritto?

Per rispondere per le rime a chi pensa che la mia generazione sia fatta da buoni a nulla e non prova a capire le difficoltà che si incontrano ad entrare nel mondo nel lavoro, o, meglio, per trovare un’occupazione decente. Purtroppo se non lavori si blocca tutto il resto della vita.

Come mai hai scelto quella foto per rappresentarti nel tuo blog? Non tenere conto che io mi nascondo dietro la mia Chopy e quindi rispondermi sinceramente…

Se ti riferisci alla foto del nuovo template la risposta è molto semplice. La scelta nasce dal nome del mio blog “Freddo Angelo di Fuoco”. Il nome del mio blog è ispirato dal titolo del libro di cui ti ho parlato in precedenza – “Lucifero, la storia di un angelo caduto dal cielo” – e da quello di una poesia, anche questa inedita, che credo mi rappresenti, soprattutto in alcune circostanze, piuttosto bene, “Ghiaccio bollente”. Approfitto dell’occasione per fare ancora una volta i complimenti a chi ha realizzato il template, Runa74.

Per lavoro hai lasciato la tua bella Puglia, per andare alla conquista di Roma. Cosa ha significato per te lasciare la tua terra? E cosa ti porti nel cuore?

Lasciare la Puglia ha rappresentato una liberazione, non tanto per la mia regione e i posti dove ho vissuto fino a qualche giorno fa, quanto per la mia storia personale e familiare. Andando via mi sono tolto un grosso peso psicologico. Sapevo che per ritrovare la mia serenità avrei dovuto cambiare aria e ne ho avuto conferma in questi giorni, spero continui così. Della mia terra porto con me il ricordo del mio migliore amico, il mare.

Hai pubblicato entrambi i libri con la casa editrice “Tutti Autori”. Com’è nata questa scelta? Hai cercato qualche casa editrice e poi hai deciso di darti una possibilità con questa forma di pubblicazione?

Si è  trattata di una scelta, per così dire, da incosciente. Completamente allo scuro delle regole che governano il mondo editoriale avevo chiesto un preventivo per “Io, me, medesimo, sottoscritto, scrivente… uno della Bamboccione generation” a un’altra casa editrice. Ho ricevuto la proposta editoriale, mi è sembrata esagerata per un perfetto sconosciuto e ho scelto una delle vie più semplici ed economiche per pubblicare un libro, quella della stampa su richiesta. Diciamo che mi sono voluto togliere la curiosità di pubblicare un paio di libri. Oggi il mio desiderio sarebbe quello di trovare un editore onesto che mi dice: “Mi piace quello che scrivi proviamo a pubblicarlo facendo un lavoro come si deve”.

Leggi e recensisci. Quale libro ti è  rimasto nel cuore e che consiglieresti?

Libri che mi sono rimasti dentro ce ne sono diversi, cito dei titoli a caso. “Uno, nessuno e centomila” di Pirandello, “La metamorfosi” di Kafka, “Alcatraz un D.J. nel braccio della morte di Diego Cugia. Di quelli che ho recensito per “Liberidiscrivere” mi è rimasto dentro “Stabat Mater” di Tiziano Scarpa perché, a mio avviso, trasmette molto bene la sensazione di angoscia che ti inghiotte quando vivi certe circostanze e “Il purtroppo delle cose” di Dimitri Verhulst, stile di scritture molto bello che dipinge quadri di emarginazione in maniera molto realistica. Consiglierei “Alcatraz, un d.j. nel braccio della morte” perché le sue provocazioni ti obbligano a riflettere e “Il purtroppo delle cose”.

Ti ha in qualche modo condizionato?

Tutti i libri che mi sono rimasti e mi restano dentro in qualche modo mi hanno condizionato e mi condizionano, partecipando e contribuendo al mio percorso di evoluzione interiore perché, in un modo o nell’altro, mi offrono degli spunti per riflettere, per conoscermi, per sperimentarmi.

Delle tue poesie, quale ritieni che ti appartenga di più? Che rispecchi maggiormente il tuo carattere?

Credo, come ti ho anticipato in precedenza, che la poesie che mi rappresentano al meglio siano quelle più istintive, dettate da quell’istante che ti brucia dentro e che ti fa pensare “Ecco, questa, in questo momento, è la mia verità”. Non posso dirti il titolo di una sola poesia perché la risposta cambierebbe a seconda del momento. Facciamo così, ti dico qualche titolo di poesia che ho pubblicato, provando a immaginare qualche momento. Amore: Ostaggi di uno sguardo; Immortale. Rabbia: Joker; Urlo ribelle; Loro non possono capire. Riflessioni: I miei pensieri.

Adesso parliamo di futuro. Quali progetti hai in mente? Quali altri Nicola impareremo a conoscere a livello artistico?

Spero di riuscire a pubblicare un paio di libri inediti. Ti anticipo i titoli, il primo, per la verità, lo conosci già “Lucifero, la storia di un angelo caduto dal cielo” il secondo si intitola “Il vortice”. Poi, forse, pubblicherò un nuovo libro di poesie, credo di averne scritte a sufficienza.

Hai nuovi lavori in vista?

Si, ho buttato giù la bozza di un altro libro, l’idea è completa devo trovare il tempo per scriverlo. Inoltre sto maturando l’idea di almeno un altro paio di libri. Le poesie, invece seguono l’istinto, vengono quando vengono.

Posso chiederti quando scriverai il continuo di “Io, me, medesimo, sottoscritto scrivente… uno della Bamboccione generation”?

Non lo so, forse non lo scriverò mai o forse si. Questo libro lo considero, per il momento, un esperimento. Temo che il tono ironico, demenziale, dissacrante possa, in qualche modo, togliere spazio a un elemento importante, quello del contenuto. Nel caso specifico quello relativo all’ingresso nel mondo del lavoro. Però, almeno sotto questo punto di vista, mai dire mai, magari mi sveglio una mattina e scrivo “Bamboccione generation 2, la vendetta”. Solo il tempo dirà cosa avrò voglia e cosa potrò fare.

Dopo aver risposto, spero sinceramente, a tutte le domande, ce n’è una che non ti ho fatto, ma che avresti voluto sentire? Un po’ alla Marzullo… Fatti una domanda e datti una risposta, almeno non ho bisogno di lavorare.

Giuro, sono stato sincero al massimo, considerando poi che da queste parti lavoriamo tutti gratis… Eccoti accontentato, domanda: “Caro Nicola, ma ogni tanto non ti vergogni un po’? Dico ma lo sai che, almeno un po’, scrivi anche per soddisfare la tua vanità di aspirante scrittore?”. Risposta: “È vero mi vergogno un po’, perché la storia della vanità dell’aspirante scrittore è vera, però è più forte della vergogna…”.

Ringrazio l’amico virtuale Nicola che spero un giorno di incontrare e di stringere la mano perché sa sorridere alla vita che lo ha messo spesso di fronte ai reali problemi della vita. Il mio personalissimo plauso a te, caro Nicola. Che Dio ti mantenga così!

Grazie a te caro Michele per l’intervista e lo spazio che mi hai dedicato, e ringrazio anche Giulia (per lo spazio che mi ha dedicato sul suo blog). Spero, un giorno, di poterti incontrare di persona e stringere la mano. Mi raccomando, quando vieni a Roma, avvisami, farò il possibile per esserci. Chissà, proprio tu potresti essere il primo in assoluto che conosco da quando sono nel mondo dei blog! Un desiderio che mi piacerebbe realizzare con un po’ tutte
le persone che ho conosciuto da queste parti. E, infine, grazie per l’augurio, magari mi metto in congelatore, così, forse, avrò più speranze di mantenermi fresco…

Il giorno della memoria: La strada di Levi

24 gennaio 2010 by

la strada di levi

LA STRADA DI LEVI   dvd&libro  di Marco Belpoliti, Andrea Cortellessa, Davide Ferrario  LA STRADA DI LEVI Da Auschwitz al postcomunismo Viaggio alla scoperta di un’Europa sconosciuta  di Davide Ferrario e Marco Belpoliti .

Presentazioni: 23.01, ore 17.00 Torino, Libreria Coop Piazza Castello 113: Marco Belpoliti, Davide Ferrario e Cesare Martinetti  27.01, ore 18.00 Milano, Teatro Franco Parenti Via Pier Lombardo 14: Marco Belpoliti, Andrea Cortellessa, Davide Ferrario con Anna Bravo e Stefano Jesurum.

Trailer: http://www.chiarelettere.it/gw/producer/producer.aspx?t=/documenti/multimedia.htm

:: Intervista a T. Jefferson Parker a cura di Giulietta Iannone

24 gennaio 2010 by

T. Jefferson ParkerCiao Jeff. Raccontaci qualcosa di te e del tuo background?

Sono nato nel 1953 a Los Angeles e ho vissuto qui, nel sud della California, tutta la mia vita. Sono andato a scuole pubbliche. Da bambino ho amato molto la lettura. E poi crescendo ho continuato a leggere. Penso che il mio amore per le storie derivi da queste letture. In più mia madre e mio padre erano grandi narratori, anche se non facevano gli scrittori.

Hai iniziato la tua carriera di scrittore, come giornalista. Quali sono le qualità tipiche di un buon giornalista?

Darsi un termine! E informarsi sui fatti per rendere sempre più interessante possibile la storia che si vuole raccontare. Ho scritto un sacco di cose diverse, quando ero un giovane reporter. La cosa migliore del giornalismo è che devi imparare subito come funziona il mondo intorno a te. Ho appena letto “Gomorra” di Roberto Saviano. Così il giornalismo è grande.

Internet è il futuro della letteratura?

Beh, i dispositivi di lettura elettronici, forse. Tuttavia, credo che gli amanti dei libri continueranno a leggere i libri convenzionali ancora per molto tempo.

Sei stato paragonato a molti scrittori di thriller famosi, tra cui Michael Connolly. A quali ti piacerebbe di più essere paragonato?

Mi piace essere paragonato a Mike. Lui è fantastico. Mi piacerebbe essere paragonato a Ross McDonald e Thomas Harris, che ho conosciuto. Mi piacerebbe essere paragonato anche a Thomas McGuane o Jonathan Lethem o Richard Ford, che non ho conosciuto!

I tuoi libri sono procedurals molto diversi dai romanzi polizieschi tradizionali. Sei un pioniere?

Forse un “ibridizzatore”. Pioniere suona meglio, però. Le procedure mi interessano sempre meno perlopiù scrivo. Il mio ultimo libro è basato poco sulle procedure da seguire, ma è ricco di velocità e di sorpresa.

I tuoi libri sono ambientati nella California meridionale. È un posto speciale per te?

Sì, molto. Mi sento libero qui. Dopo 55 anni, una persona dovrebbe trovare un posto che lo faccia sentire così. Ci sono cose buone e cose cattive a soggiornare nello stesso luogo per tutta la vita. Uno dei vantaggi, come la vedo io, è un indurimento della prospettiva. Si impara a vedere la vita a breve, medio e lungo termine. Che è buono per un romanziere. Ma a dire il vero ho ambientato in Messico i miei ultimi quattro libri – tutti i romanzi di Charlie Hood. C’è qualcosa di molto impegnativo e stimolante quando si descrive un nuovo paesaggio, per non parlare di un nuovo popolo con una storia condivisa.

Raccontaci qualcosa circa il tuo esordio con Laguna Heat.

Ho lavorato molto su questo libro. L’ho riscritto cinque volte prima di spedirlo agli editori. Ci ho messo cinque anni per farlo pubblicare. Ho imparato a scrivere con quel libro. Ogni scrittore fa così. Quando l’ho scritto non sapevo se fosse un buon libro o meno, ma sapevo di aver dato il meglio di me. E’ il libro di un giovane.

Quali scrittori leggi?

Leggo di tutto. Spesso mi lascio consigliare dalla critica. Dei miei coetanei mi piace Robert Crais e Elizabeth George e Don Winslow e CJ Box. Non ho mai perso un libro di Elmore Leonard e John LeCarre. Ho letto un sacco di non-fiction. Amo Calvino e Updike e Mailer e Marquez. Ho letto parecchio sin dal college e l’elenco degli scrittori che leggo non può che diventare sempre più lungo.

Insegni scrittura creativa?

Non l’ho mai fatto. Potrebbe essere divertente e appagante.

Che cosa è per te la “libertà”?

Per quanto riguarda la scrittura, la libertà è quando non ti viene detto cosa scrivere. Sono stato molto, molto fortunato nella mia vita, perché non ho mai avuto un editor che mi abbia imposto cosa scrivere. Sono sempre stato in grado di scrivere quello che volevo. La gente si chiede perché non scrivo di più fiction ma a me piace il mistery e il genere thriller. Ho messo tutto me stesso in questo. Credo che ciò estenda i limiti della forma sempre un po’. Ad ogni modo, una bella storia è una storia buona e una cattiva è una cattiva.

Hai amici scrittori?

Sono buon amico di C. J. Box. Peschiamo insieme. Donald Stanwood è un buon amico. Anche Don Winslow. Elizabeth George e io ci conosciamo da anni. Conosco anche Andrew Winer and Brian Wiprud. Non vedo nessuno di loro tanto quanto vorrei. Ma gli scrittori sono dei solitari e sono sempre occupati.

Progetti di film tratti dai tuoi libri?

Di Laguna Heat è stato fatto un film per la HBO tanti anni fa. LA Outlaws e The Fallen sono in opzione per film e per la televisive. Chi sa che cosa accadrà?

Quando uscirà il tuo prossimo libro in Italia?

Penso che uscirà nel 2010. Gli editori italiani vogliono sempre fare una cover di classe.

Basi i personaggi dei tuoi libri su persone reali?

No. Io uso alcuni tratti di persone vere. Ma mai tutta la persona! I personaggi immaginari sono sempre meno complessi delle persone reali. Sono distillati.

Ti piace Edgar Allan Poe?

Sì. Lui è uno dei primi scrittori ho letto quando ero un giovane lettore. Abbiamo avuto in casa le sue opere complete e mamma e papà sono stati suoi grandi fan. Lo leggo ancora oggi. Amo le sue atmosfere, la sua idea che la coscienza umana non può sopportare un peso più di tanto prima di cedere. Amo il modo in cui riesce a far si che i  cattivi rubino la scena.

Sei uno scrittore statunitense. Ti piacciono i gialli europei?

Ne ho letto solo alcuni. Ho letto Ken Bruen e Henning Mankel e Håkan Nesser e Ian Rankin. Splendida crittura, storie meravigliose. Vorrei saperne di più.

Che cosa consideri più difficile nell’ arte della scrittura?

Le operazioni preliminari. Mi ci vuole sempre più tempo prima di arrivare al punto in cui posso iniziare a scrivere il primo capitolo. A volte ci vogliono mesi. Devi essere pronto. E ‘un istinto, una fede, forse. E’ qualcosa di indefinibile.

Hai senso dell’umorismo? Raccontami una barzelletta.

Qual è la differenza tra una pizza e uno scrittore di gialli? Nessuna. Sia uno scrittore di gialli che una pizza possono sfamare una famiglia di quattro persone.

Quando vieni in Italia?

L’ho visitata da giovane, quando ero appena uscito dal college. Sono stato un paio di giorni a Roma e un paio di giorni a Venezia. Mi hai chiesto in precedenza che cos’è la “libertà”. Beh, la libertà è un viaggio in Italia, quando sei giovane. Quelli erano bei tempi. Ho tenuto un diario. Sarei rimasto in Italia più a lungo, molto più a lungo.

Scrivi racconti o solo romanzi?

Ho cominciato scrivendo racconti. Solo alcuni. Ma mi piaceva molto. Si tratta di una disciplina diversa e bisogna imparare  sempre cose nuove. Cosa c’è di meglio per un uomo che per imparare qualcosa di nuovo nella sua vita? Forse è per questo che amo andare a pesca. Perché i pesci sono sempre più intelligenti di me, e devo escogitare nuovi metodi per ingannarli, per prenderli al volo. E ‘una sfida senza fine. La amo.

Ti piace far tour promozionali per i tuoi libri?

Sì, è fantastico vedere nuove città e incontrare nuove persone. Non ho mai veramente saputo per chi scrivevo prima di farli e ora finalmente vedo i miei lettori e questo è fondamentale. Sono anche contento quando il tour è finito. È faticoso e non si riesce a scrivere molto. E soprattutto si sta lontano dai propri cari e dal resto.

Hai un agente letterario?

Oh, sì. Uno bravo, Robert Gottlieb della Trident Media Group di New York. E ‘stato un amico ed un alleato formidabile nel corso degli anni. Dillo a tutti i vostri giovani scrittori che hanno bisogno di un agente. La maggior parte degli editori non inizia nemmeno a leggere un manoscritto di questi tempi a meno che non sia presentato da un agente.

:: Michele Ciardelli intervista Rossella Drudi

22 gennaio 2010 by

Cara Rossella, innanzitutto ti ringrazio per aver rilasciato questa intervista a me che intervistatore non sono. Per prima cosa volevo chiederti: nella vita reale, credi che ci sia veramente un bisogno d’amore così forte, così impellente, come dici nel tuo libro?

Ho sempre pensato che l’amore in senso lato sia il motore di tutto, della vita, della morte, dell’anima del nostro passato, presente e futuro. Non mi riferisco solo all’amore tra un uomo e una donna, o a quello tra madre e figlio, fratello e sorella etc, ma all’amore universale senza il quale tutto sfiorisce appassendo o cristallizzandosi nell’apatia nichilista del non vivere e nel compiacersi di tale situazione. L’amore fa paura a chi non crede nell’amore, a chi non sa amare e non riesce a provare nessun tipo di sentimento se non  vanità narcisistica sul suo sé, e sul suo io. A chi è così fragile da negarsi l’amore per paura di dover soffrire poi. Tutto questo provoca autodistruzione interiore in alcuni, piacere nel distruggere chi appare felice o sereno in altri, o semplicemente farsi del male per sentirsi vivi. La crudeltà nasce in chi non ha mai avuto amore, sono creature bisognose più di chiunque altro. Se si riesce ad aprire la loro corazza fatta di sfiducia e rassegnazione, tutto cambia come l’asse terrestre, che rallentando  un poco alla volta l’abituale velocità, arriverà a girare nel senso inverso. (2012) 

So che per scrivere il libro hai studiato e hai fatto moltissime ricerche. Hai letto i referti psichiatrici dei serial killer citati nel tuo libro, realmente vissuti: come la madre dei nove figli, la signora Tinning, che li ha tutti sotterrati. Come sono partite le ricerche? Ogni volta ti fermavi per cercare qualcosa, oppure prima hai studiato tutto quello che sapevi che avresti scritto? 

Sono partita proprio dalla fame d’amore (che non è quella della cena mancata citando il mio libro) da quanto questa vitale componente per noi umani, possa sviluppare devianze di vario tipo, la più comune è l’anaffettività, patologia riscontrata in quasi tutti i casi di serial killer studiati. L’idea della storia c’era già, ma andava condita per bene e quindi ho saccheggiato varie biblioteche nell’ambito della criminologia, contattato agenti specializzati della squadra anti mostro, letto testi del FBI e principalmente tutta la storia del primo cacciatore di menti della storia, Jhon Douglas , se oggi esiste Quantico lo dobbiamo a lui. E’ stato il primo a capire che bisognava interagire con la mente del serial killer, pensare come lui, sentirlo, entrando nella sua testa ed anima, per tentare di prevenirne le mosse. Non è cosa facile e non tutti la possono fare. Serve una forte dose d’empatia, intuizione e sensibilità oltre alla preparazione ed esperienza specifica.  Poi ho selezionato i serial killer che più facevano al mio caso per la storia che avevo in mente, creando il mio serial killer. Ho fatto delle schede piene di appunti e poi ho iniziato a scrivere senza fermarmi. Quindi ho studiato tutto prima.

Ti faccio una domanda che presumo ti abbiano fatto in molti. Tu sei prevalentemente una sceneggiatrice ormai affermata da oltre vent’anni: come hai fatto a discernere i due modi di scrivere? Considerando che la sceneggiatura vive tutto al presente e descrive le scene, mentre in un romanzo, il tempo spesso è tutto al passato e i fatti e le scene vanno tutte descritte per farle “vivere” al lettore. Come hai fatto a rendere le tue parole la cinepresa della tua mente? 

Si infatti me l’hanno fatta in molti, ma la risposta è semplice. In sceneggiatura esiste un solo tempo, il presente, mentre nel libro si gioca con i tempi cambiandoli sempre per rendere mossa la scrittura. Per il resto però non c’è differenza almeno per me. Le mie sceneggiature sono dei romanzi divisi per scene, nel senso che, nonostante i tempi siano diversi, le descrizioni di ogni azione, cosa, ambiente, abbigliamento, psicologie e pensieri dei personaggi, suoni, rumori e musiche e tutto quanto accade nella sceneggiatura, è descritto in modo visivo come in un libro. Inoltre non amo in sceneggiatura usare termini tecnici come MDP (macchina da presa) o altri simili, cerco di rendere visibile con le parole anche il movimento di macchina che immagino in quella scena, le parole esistono anche per descrivere un dolly senza nominarlo e tante altre cose. L’unico vero intoppo è con i flash Bach, nel libro non puoi metterli, serve l’espediente della persona che racconta l’antefatto, mentre io volevo renderlo vivo in diretta, ma l’editor mi ha detto di no. Temevo che il racconto non visivo fosse noioso (mi riferisco a quello che fa la suora in chiesa a Valeria e Stefano), non ne ero affatto convinta, poi però ho trovato il modo di descriverlo come volevo io facendolo raccontare a lei, ma in modo diverso. Per me visualizzare è tutto, immagino nella mia mente e vedo sempre delle scene girate come fosse già un film, questo accade qualunque cosa scriva. Poi non faccio altro che “copiare” quanto ho visto. Mi considero una sceneggiatrice atipica, perché faccio ricerche, studi approfonditi, indagini a volte anche rischiose ed interviste, prima di scrivere una storia di assoluta fantasia. Perché non so essere schematica pur restando fluida, io voglio leggere il film completo e finito in una sceneggiatura, per questo le mie pesano tanto e non sono mai inferiori alle 300 pagine. Nello scrivere un libro la differenza maggiore, a parte quelle tecniche sopra descritte, sta nell’assoluta libertà di pensiero e intenzioni. Puoi scrivere tutto quello che vuoi senza preoccuparti di quanto costa il film, se quella determinata scena poi è fattibile cinematograficamente e mille altre cose ancora. Per questo amo leggere e scrivere libri, anche se a oggi ne ho pubblicato solo uno per mancanza di tempo, ne ho svariati in semibozze nel cassetto e prima o poi riuscirò a terminarli. Un’altra differenza enorme sta nell’energia creativa che si sprigiona quando scrivi e tra la scrittura di un libro e quella di una sceneggiatura c’è una differenza enorme, quando scrivo un romanzo riesco a volare, non ho bisogno di mangiare ne di dormire, non mi stanco mai e sono felice e carica come una centrale elettrica. Quando scrivo una sceneggiatura, mi scoppia la testa, soffro, mi viene la fame nervosa, non riesco a fare altro, mi commuovo, recito le battute di tutti i personaggi e le cambio mille volte prima di metterle sulla pagina, studio le intonazioni, gli stati d’animo, la ritmicità della battuta che è matematica pura, come i tempi di recitazione 
… E’ diverso e logorante, amo tutte e due le cose ma il romanzo di più. 

Generalmente i serial killer sono tutti dei geni, sia quelli descritti nei libri, sia quelli purtroppo reali. Secondo te, cos’è che distingue un genio da un pazzo? 

Per nostra fortuna i serial killer non sono tutti dei geni. I veri geni del male sono infallibili e vengono presi solo quando loro decidono di farla finita. Non sono in grado di darti una risposta su cosa distingue un genio da un pazzo, per il semplice motivo che la follia è del tutto incompresa ancora oggi. Del nostro cervello si sa talmente poco, e poi ne usiamo ancora la minima parte. Credo che la follia sia una stato mentale a noi sconosciuto tutto da studiare nell’animo delle persone. La genialità è nel dna di chi la possiede in un campo o nell’altro, ci si nasce, ma anche qui è sempre nel cervello la soluzione, in quella massa grigia ancora inesplorata dalla scienza. Si dice “E’ un pazzo geniale”, dando per scontato che chi è un genio è anche pazzo, ma questo non è affatto vero, una semplice affermazione per chiudere ciò a cui non si può ancora dare una risposta, una semplificazione dell’ignoto. Comunque credo che un genio ami mettere al servizio altrui la sua genialità attraverso l’arte e le scienze, mentre un folle assassino, pone se stesso al centro del mondo disinteressandosi degli altri, non li vede proprio, se non come strumenti per i suoi percorsi e fini. 

In questo libro, Prendimi e uccidimi, metti in evidenza una parte della gioventù  di oggi molto malata. Che per vivere ha bisogno di emozioni forti. Come nel Fight club dove si consuma ogni sorta di droga e si vive l’amore in senso spesso deviato, come il fetish e il sadomaso. La gioventù di oggi è realmente così? 

No, la gioventù di oggi è così in minima parte, mentre nel mondo degli adulti, il livello sale di percentuale e molto anche. Con delle differenze sostanziali. I giovani che praticano queste emozioni deviate, sono rinunciatari in partenza, non sognano, non desiderano, non amano, si lasciano vivere e come dicevo prima, si fanno del male per sentirsi vivi. Negli adulti invece, che hanno sognato, desiderato e  amato, l’appiattimento emotivo e la paura di morire, li porta a provare emozioni sempre più forti per ricevere quell’adrenalina che non sono più in grado di far scaturire se non annullandosi in senso negativo. Lo scopo è lo stesso ma le modalità sono totalmente diverse. 

Tutta la storia parte da un orfanotrofio. Come mai? Forse perché  il carattere delle persone nasce proprio dall’infanzia ed è condizionante per il resto della vita? 

Hai centrato il punto. La nostra sfera emotiva e la futura personalità, si forma da zero a tre anni condizionandoci tutta la vita. Quindi tornando alla mancanza di una semplice carezza all’amore di una mamma è più facile in alcuni individui che questa grave mancanza, se non contestualizzata, si trasformi in varie forme di patologie gravi, ma non è così per tutti e per fortuna.

Nel mio racconto ogni personaggio ha un lato caratteriale che mi appartiene. Anche nel tuo?

E’ inevitabile dare qualcosa di te ad ogni personaggio, quindi si. 

Nel tuo libro c’è una frase che mi ha molto colpito e che ho voluto usare come porta ideale per introdurre la mia recensione che posterò nel blog infiniti sogni: «L’amore uccide, trasforma, distrugge! Io odio l’amore!» Vorrei una tua opinione. 

E’ la risposta alla mancanza d’amore di cui sopra. Chi non vuole soffrire crescendo e mutando, non amerà mai. Prova ad analizzare la frase e vedrai che è così, odio e amore sono speculari in ogni fattore, se non si soffre non si gioisce e viceversa, amare significa mettersi a nudo donandosi senza riserve all’altro, rinunciando ad una parte consistente di sé, ma se si ama solo se stessi questo non accadrà mai. 

Come mai l’hai voluto ambientare a Torino? Forse perché era il vestito ideale per le scene che avevi in mente? 

Volevo scrivere un thriller ambientato in Italia e non all’estero come fanno tutti. Quindi poi ho scelto la città più gotica dello stivale, Torino. 

Generalmente in un libro ci sono i buoni e i cattivi e sono molto ben delineati, ma tu misceli il tutto. In sostanza molti personaggi diventano vittime e carnefici nel corso di tutto il libro. Pensi che anche nella vita reale, ci troviamo spesso a miscelare questo dualismo antitetico? 

Si, ti sei risposto da solo. Niente è solo tutto bianco o tutto nero, noi siamo la miscela del tutto, poi le sfumature di ogni individuo stanno a renderci unici ed irripetibili. Tutti soffriamo di solitudine, abbiamo mille paure, non possiamo vivere senza emozioni, senza amare. La solitudine unisce tutti i personaggi legati alla mancanza d’amore in tutte le sue sfaccettature, per questo vittime e carnefici alla fine si equivalgono anche se in modi del tutto diversi, ma legati dal comun denominatore … mancanza d’amore = solitudine interiore e reale. 

Quanto ti senti libera di gestire il tuo estro e quanto invece ingabbiato dalle scadenze?

Nelle sceneggiature le scadenze di consegna contano, ma sono brava a rimandare se non convinta del lavoro, nei libri non ci sono scadenze e quindi sei sempre più libero. 

Un’ultima domanda: perché una persona dovrebbe acquistare il libro Prendimi e uccidimi? 

Forse per leggere quanto non abbiamo già raccontato in questa intervista ahahahah, scherzo. Sai bene che in un giallo bisogna incuriosire il lettore e mai raccontare la trama altrimenti è finita. Direi che se c’è qualcuno che ama i gialli introspettivi e adrenalinici, Prendimi e Uccidimi  è perfetto, ma anche per chi ama le storie d’amore passionali dai risvolti inaspettati, o solo per chi vuole passare qualche ora senza annoiarsi. 

Concludo dicendo che il giallo scritto dall’amica Rossella è un libro atipico nel suo genere. Perché ci sono dei risvolti inusuali per il giallo classico. Chi prima era vittima, si ritrova a fare il carnefice e viceversa. Persone che si ritrovano catapultate in una realtà che non pensavano esistesse. Persone che iniziano a fare i conti con se stessi. Un ventaglio di personalità che l’amore in tutte le sue sfumature anche quelle a tinte forti, diventa l’anello di congiunzione. È un giallo che non ha niente di romantico, ma che vive d’amore. In tutto il libro, niente è mai banale. E fino all’ultimo l’autrice tiene in scacco il lettore. Solo l’epilogo da la risposta ai molti interrogativi che l’autrice sapientemente ha saputo intessere. Quindi faccio i miei personalissimi complimenti all’amica Rossella e concludo con una richiesta: quando uscirà il continuo? 

Quando riuscirò a trovare il tempo per finire “Centurie” ambientato a Venezia un horror gotico del tutto diverso da Prendimi e Uccidimi. Qui non ci sono serial killer, ma il sottotesto narra di cose attualissime della nostra società malata, mentre l’intreccio narrativo ci porta  lontano ai primordi della religiosità, attraverso percorsi esoterici che si collegano all’era odierna e il protagonista è un bambino.

:: Intervista a Barry Eisler a cura di Giulietta Iannone

21 gennaio 2010 by

Barry EislerBenvenuto Barry su  Liberidiscrivere. Grazie per aver accettato la mia intervista. Raccontaci qualcosa di te e del tuo background. Dove sei nato e cresciuto?

Bene, vediamo. Sono nato e cresciuto nello stato del New Jersey, sulla costa orientale. In questi giorni vivo nella San Francisco Bay Area, una bellissima parte del mondo. Sono stato benedetto con una serie di lavori interessanti: una posizione di agente segreto presso la direzione della CIA; avvocato in uno studio legale internazionale, consigliere in-house presso la sede di Osaka di Matsushita Electric, executive in un’azienda tecnologica di Silicon Valley. Al momento posso scrivere a tempo pieno thriller con un sacco di azione realistica, località esotiche, e tanto sesso. La mia formazione in Agenzia, il mio periodo come avvocato, le mie esperienze in Giappone, e il mio background nelle arti marziali beh penso che tutte queste cose abbiano contribuito alla mia scrittura.

Tu sei stato una vera spia. Cosa ricordi di quel periodo della tua vita? Non informazioni segrete naturalmente.

Non ho fatto più di tanto. Ero operativo nella Direzione delle Operazioni (DO, oggi National Clandestine Service), che è dove vivono le spie. C’è anche la Direzione di Intelligence (DI), che è la sede degli analisti. E la direzione della Scienza e della Tecnologia (DS & T), dove i tecnici fanno gadjet per James Bond. Poi c’è la Direzione di Amministrazione (DA), che è un ente di sostegno. Sono stato addestrato a usare tutta una varietà di strumenti e mi hanno anche insegnato diverse tattiche paramilitari, così come la gamma completa di competenze che deve avere una spia: l’uso di armi di piccolo calibro, lunghe, a mano, ordigni esplosivi improvvisati, guida di piccole imbarcazioni, sorveglianza, countersurveillance, lotta al terrorismo, reclutamento di agenti e loro gestione, interrogatori, tecniche di manipolazione… in fondo è stato divertente.

Hai lasciato l’Agenzia nel 1992. Perché?

É una grande organizzazione burocratica (si pensi all’ufficio postale, ma con le spie), e non è necessariamente un luogo adatto per qualcuno con spirito imprenditoriale come me. Sono passato dal governo, a uno studio legale come avvocato, a fare start-up per un’ azienda tecnologica, infine a lavorare per me stesso. C’è sempre una lezione da imparare ovunque si vada.

Puoi dirci qualcosa circa il tuo esordio come romanziere. È stata un’esperienza entusiasmante? Quando è iniziato il tuo interesse per la scrittura?

É stato come un sogno che si avvera! Uno dei momenti più emozionanti della mia vita, non potevo credere che stesse tutto accadendo davvero.

Parlaci della tua strada verso la pubblicazione.

Avevo ricevuto 50 rifiuti, dopo l’invio del manoscritto per Rain Fall, il mio primo libro, da molti agenti, ma alcuni di essi mi hanno anche offerto buoni suggerimenti, così ho continuato a revisionare il libro. Alla fine, un amico di un amico che lavorava presso una casa editrice mi propose di inviare il manoscritto ad alcuni agenti con i quali aveva lavorato, uno dei quali era Nat Sobel, il signore che mi rappresenta ora. Nat visto che il manoscritto iniziale era promettente, ma non ancora pronto per il prime time, mi ha offerto alcune proposte di miglioramento che sono state così ampie tanto quanto sono state eccellenti, e, circa due anni più tardi, ha giudicato il manoscritto pronto. Sono contento di dire che il suo contributo è stato fondamentale. Nat poi ha avuto una grande idea: ha istituito una serie di incontri con gli editori giapponesi attraverso la sua sede a Tokyo, tramite il suo agente associato, Ken Mori di Tuttle Mori, e poi abbiamo messo all’asta i diritti in Giappone prima di offrirli altrove. Soprattutto perché Rain Fall è ambientato a Tokyo, perché il protagonista, John Rain, è un mezzo-giapponese, e perché parlo giapponese, abbiamo destato un sacco di interesse e due grandi case editoriali del Giappone ci hanno offerto un contratto. Publisher’s Weekly ha dato risalto alla vicenda negli Stati Uniti, e due mesi dopo Nat ha inviato il manoscritto a circa 20 case editrici statunitensi. Alla Putnam il libro è piaciuto così tanto che hanno anticipato l’asta, e hanno comprato Rain Fall e un sequel a quel tempo non ancora scritto, che divenne poi Hard Rain. Credo che, nella vita, ci sono cose che si possono controllare e cose che non lo si possono (o bisogna pensare a tutta la faccenda come un continuum, ci sono cose che sono relativamente assoggettabili alla nostra influenza e cose che sono relativamente intoccabili). Le cose di cui sei responsabile, e quindi le cose che possono essere fonte di legittimo orgoglio o vergogna, sono quelle che si possono controllare. Se vuoi essere uno scrittore, è possibile controllare quasi tutto quando è finito il libro. Trovare un agente, pubblicarlo … il fatto è che tutto richiede una certa quantità di fortuna e dei tempi e delle circostanze (anche se naturalmente il nostro duro lavoro su ciò che è possibile controllare è ciò che conta). Quindi il mio atteggiamento è stato questo: volevo essere pubblicato, ma se ciò non fosse successo, non volevo che fosse stata colpa mia. Volevo essere in grado di guardarmi allo specchio e dire: “Okay, non sono riuscito a farmi pubblicare, ma ho fatto tutto quello che potevo per farlo accadere, il libro è finito, così non ho niente di cui vergognarmi.” Questo atteggiamento, in un certo senso è nato dalla paura che ho provato quando pensavo che non mi pubblicassero per colpa mia, e ciò è durato per molti anni durante i quali non c’era alcun segno esterno di successo.

Hai un blog “The Heart of the Matter.” Internet è importante per uno scrittore oggi? Internet è il futuro della letteratura?

Beh, non so se è il futuro della letteratura, ma internet ha certamente avuto un impatto enorme sulla promozione dei libri. Con Internet, è possibile promuovere costantemente, per tutto il giorno, tutti i giorni. Il che significa che probabilmente è più difficile oggi di quanto lo sia mai stato per un autore di equilibrare la sua scrittura e la sua promozione. Perché sono ossessionati dalla politica, e scrivere un blog è principalmente un lavoro di amore, e se vende libri extra, tutto ciò è un bonus.

John Rain è un anti-eroe, non esattamente un bravo ragazzo, è in fondo un assassino professionista. É un personaggio basato su persone reali?

Beh, ci sono persone come Rain, e in effetti di recente ci sono stati una serie di misteriose morti per cause naturali di banchieri e di politici sia in Giappone che in America. Ma non è basato strettamente su persone che conosco.

Come hai fatto a sviluppare i tuoi personaggi?

É stato semplice in un certo senso i personaggi mi sono venuti incontro. Quando finisco un libro, mi chiedo, “Che cosa farebbe il protagonista ora, sulla base di ciò che è accaduto nel libro precedente?”.

Che tipo di ricerche hai fatto per i tuoi libri?

Bene, tutti i luoghi nei libri – Bangkok, Barcellona, Istanbul, Hong Kong, Macao, Manila, New York, Osaka, Parigi, Phuket, Rio, Tokyo – o sono città dove ho vissuto o che ho visitato in particolare per le mie ricerche. Le sequenze di arti marziali nei libri sono basate sulla mia formazione personale, compresa la cintura nera che ho guadagnato in judo presso il Kodokan di Tokyo. Il background di ogni libro è tratto dalla prima pagina. Il governo-Tradecraft è certificato. E mi sono conultato con esperti per tutto il tempo. Amo il mio lavoro!

Quali cambiamenti hai notato nella tua scrittura?

Penso di aver ottenuto risultati sempre migliori. Spesso sono tornato indietro e ho rifatto le cose, una due volte. Mi piace soprattutto come sono migliorato nel scrivere le scene di sesso.

I tuoi libri sono ambientati in Giappone. Raccontaci qualcosa di personale del Giappone, qualcosa di questo misterioso paese così difficile da capire per gli stranieri. È un posto speciale per te?

Molto speciale, e difficile da spiegare. Il legame emotivo che ho con il paese è iniziato fin dal momento in cui sono sceso dal Skyliner di Narita durante il mio primo viaggio a Tokyo. Appena sono sceso dal treno, mi sono guardato intorno, ed è stato amore a prima vista. Perché? Proprio come quando ti innamori di un’altra persona, non è facile mettere tutto ciò in parole. C’è qualcosa in questa città che prende sotto la pelle. Le dimensioni, la densità, le variazioni incredibile di locali (dove altro si potrebbe trovare un luogo come Takeshita-dori gomito a gomito con l’eleganza di Omotesando?). La città è così maledettamente piena d’atmosfera… posso citare John Rain a titolo di esempio? “Tokyo è così vasta, e può essere così crudelmente impersonale, che i luoghi forniti dalla sue oasi occasionali sono i più dolce di quelli di qualsiasi altro luogo che ho conosciuto. C’è la quiete dei santuari come Hikawa, che inducono ad una sorta di triste riflessione, che per me è sempre stata simile al riverbero di un carillon in un tempio, il conforto di Nomiya, delle pozze d’acqua di quartiere, che offrono più confort e comprensione di ogni divano di psichiatra, lo stranamente anonimo cameratismo di Yatai e Tachinomi, le bancarelle per mangiare all’aperto che servono la birra in tazze grandi, e grigliate allo spiedo, le bancarelle che spuntano come funghi negli angoli bui e all’ ombre di binari elevati, le risate che si diffondono nella notte come piccole tasche di luce contro il buio senza fine “. Ammiro anche la cultura giapponese. Non è una cosa facile riassumere una millenaria cultura in poche parole, ma ci proverò: nel linguaggio e nel comportamento, nell’ arte, vi è una ricerca dell’essenza delle cose gettando via tutto quello che è non è essenziale, in filosofia e nell’estetica, mi piace pensare come ho definito “la tristezza di un essere umano.” Ho parlato di più di ciò in una mia intervista per Booksense-per chi è curioso, è all’indirizzo: http : / / http://www.booksense.com / people / archive / e / eislerbarry.jsp; jsessionid = 2D57C06.

Quali scrittori leggi? Quali ti hanno influenzato di più?

Ho letto abbastanza, ho gusti eclettici. Leggo fiction, non-fiction, e poesia, soprattutto, e si penso che sono molti gli scrittori che mi hanno ispirato e influenzato. Amo Trevanian, i cui assassini Nicolai Hel (in “Shibumi”) e Jonathan Hemlock (in “Assassinio sull’Eiger” e “The Sanzione Loo”) sono simpatici in parte anche perché sono esseri umani superiori per intelligenza, gusto e cultura. Andrew Vachss, con la sua scura e granulosa atmosfera hard-boiled, anche i libri di Burke hanno avuto su di me una certa influenza. Pat Conroy e Dave Gutterson mi hanno ispirato per il lirismo della loro prosa. Le cadenze e le immagini di T.S. Eliot e Cormac McCarthy mi hanno certamente influenzato, come pure Stephen King che mi ha ispirato con il suo umorismo, l’onestà e il suo ammonimento che il lavoro dell’autore è quello di dire sempre la verità.

Ci sono progetti di film tratti dai tuoi libri? Ken Watanabe sarebbe adatto per il ruolo di John Rain?

Credo che Watanabe farebbe un interessante Rain. In realtà, la Sony Pictures in Giappone ha fatto una versione di Rain Fall, molto diversa dal libro, che è uscita in Giappone nel mese di aprile di quest’anno. Per chi è curioso, ecco il sito: http://www.so-net.ne.jp/movie/sonypictures/homevideo/rain_fall/

Ti piace Graham Greene?

Certamente! Molto, mi ha ispirato molto.

Preferisci la prima o la terza persona?

Non ho preferenze. Le uso entrambe, a seconda dell’effetto che voglio ottenere. Ma devo dire che mi piace la voce di Rain, e non credo che potrei presentarlo diveramente che usando la prima persona.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Blood’s A Rover, la terza parte della trilogia di James Ellroy’s di Underworld. É brillante. Incredibile. Ellroy non ha eguali.

Dimmi qualcosa sul tuo prossimo romanzo.

Si tratta di un sequel del mio libro precedente, Fault Line, un libro di Ben Treven, non con Rain come protagonista (anche se Rain potrebbe comparire 😉 ). Richiama l’attenzione su fatti reali accaduti negli Stati Uniti, che comprendono la tortura e la scomparsa di videocassette di interrogatori della CIA in cui si fa l’uso di tortura.

Che cosa sono per te la libertà e il coraggio?

Libertà significa essere in grado di fare quello che vuoi, sempre senza danneggiare gli altri. Il coraggio è fare ciò che è possibile per garantire alla società di avere tale libertà.

Conosci la lingua italiana? Di qualcosa in italiano ai nostri lettori.

Grazie mille! (In italiano nel testo). Vorrei conoscere di più la lingua italiana, francese, spagnola e tedesca; sono le lingue più belle del mondo. Come l’ascolto della musica.

:: Intervista a Victor Gischler

20 gennaio 2010 by

gischlerCiao Victor e benvenuto su Liberidiscrivere. Racconta ai nostri lettori italiani qualcosa di te. Chi è Victor Gischler?

Sono un tontolone, uno sciocco ragazzo che ha voluto fare della scrittura il suo mestiere per vivere. Nessuno però mi aveva detto che la scrittura è un lavoro davvero duro. Oh bene, passiamo alle cose serie. Amo la buona birra, il buon vino e le belle ragazze. Mia moglie dice che non c’è nessun problema con la birra e il vino.

Victor da Baton Rouge, Louisiana. Raccontaci qualcosa della tua città.

In Lousiana fanno un cibo così buono. Hanno messo il burro praticamente in tutto! Ho preso 30 punds da quando vivo a Baton Rouge.

Raccontaci qualcosa del tuo esordio. La tua strada per la pubblicazione.

Il mio primo romanzo si intitola Gun Monkeys ed è stato pubblicato da un editore molto cool, ma molto piccolo chiamato UglyTown. Una nomination agli Edgar Award ha salvato il romanzo dall’ oscurità e poi un editore più grande mi ha preso per i romanzi futuri. L’ editoria è un settore che non potrò mai comprendere appieno. Sembra molto che tutto dipenda dalla fortuna. I miei meravigliosi editori italiani mi trattano molto meglio rispetto al mio editore americano. Sono molto gratificanti. Per il futuro mi limiterò a continuare a scrivere i libri migliori che posso e a tenere le dita incrociate.

Scrivi a tempo pieno, adesso? Ci sono lavori che hai tenuto in passato?

Ho insegnato presso l’Università e in alcuni college, ma appena ho potuto sono tornato alla scrittura a tempo pieno. Oltre ai romanzi, scrivo anche per la Marvel Comics ed è molto divertente.

Raccontaci qualcosa circa il suo romanzo d’esordio "Gun Monkeys", pubblicato in Italia da Meridiano Zero e intitolato "La gabbia delle scimmie".

È un romanzo nella tradizione hard-boiled. Volevo scrivere qualcosa di "duro" ed è così che è nato Gun Monkeys. Ho agito molto liberamente, non preoccupandomi di offendere qualcuno.  Ho pensato che tanto non sarebbe mai stato pubblicato e che nessuno l’avrebbe visto comunque,  perché quindi preoccuparsi.  Charlie Swift è una delle scimmie  Stan’s Gun. E’  un assassino, un uomo senza paura, fedele al suo capo, all’amore per la sua
ragazza Marcie. Sì.
Un vero uomo del Rinascimento.(ride) Completa il tutto una serie di descrizioni iperrealistiche di violenza sanguinaria e con un linguaggio molto crudo. Fughe adrenaliniche, personaggi esilaranti, risate.

Ti piace Crank con Jason Statham?

Divertente. Sì, mi è piaciuto. Mi piace perché è piuttosto irriverente e non si scusa. Hooray per Crank.

Punk blues o rock n roll come colonna sonora?

Per che cosa? Gun Monkeys? Avrebbe dovuto essere un mix – Waren Zevon, Frank Sinatra e Johnny Cash!

Raccontaci qualcosa di "Go-Go Girls of the Apocalypse". L’uso del linguaggio, l’atmosfera, tutto è veloce e diretto.

Sì. Volevo cercare  per questo romanzo di camminare su una corda tesa tra azione vera e propria , avventura e satira. Ho preso amorevolmente in giro altri romanzi post-apocalittici che sono venuti prima. Ho sempre desiderato scrivere queste cose e sono quindi molto sorpreso quando gli editori in realtà vogliono pubblicarle.

Raccontaci qualcosa di "Shotgun Opera".

Il protagonista è in corsa per la sua vita con un assassino sulle sue tracce. L’idea era  di descrivere cosa succede nella testa di un tizio che uccide per vivere quando decide di andare in pensione Che cosa potrebbe fargli venir voglia di andare in pensione? E poi che cosa potrebbe farlo uscire di nuovo dal pensionamento.

"Squeeze Suicide" è il terzo romanzo, il più divertente, pieno di strani personaggi, un gangster giapponese ossessionato con l’America, una squadra di ninja letali, una ragazza chiamata Tyranny Jones, un ex agente della NSA. Un inseguimento continuo tutto  per una figurina da baseball firmata nel 1954 sia da Joe DiMaggio che da  Marilyn Monroe. Raccontaci qualcosa di più.

L ‘ "eroe" si fa per dire di questo romanzo è una sorta di perdente. Ho voluto creare tutta una sorta di strani personaggi che vanno contro di lui da ogni direzione. Che cosa farebbe un ragazzo "normale" in queste circostanze? Tutto è nato da questo.

"The Pistol poets" è un nuovo tipo di romanzo poliziesco, con un gusto anarchico che mescola la criminalità e il mondo accademico, il più nero dei tuoi libri. Puoi dirci qualcosa al riguardo.

Come accademico di recupero, ho pensato che mi sarebbe piaciuto scrivere un libro che fosse  una specie di Elmore Leonard che incontra Kingsly Amis. Il risultato è stato "Pistol Poets." Ho un amore / odio per il mondo accademico. Lo amo, perché l’università è un luogo di libero pensiero e di creatività e di idee … ma lo odio per la pretenziosità e tutto quel darsi grande auto-importanza.

"Vampire a Go Go" è un racconto di vampiri, zombie, streghe, Ti piacciono i film horror vecchi? Erano un’ influenza?

Io amo il vecchio film horror Hammer.

Hai letto un sacco di John Macdonald. Ti ha influenzato?

Macdonald era un grande della letteratura poliziesca, e da giovane ho letto tanto di lui e in questo senso sicuramente mi ha influenzato.Ma penso che i miei personaggi ora sono molto diversi dai suoi.

Scrivi una sorta di neo noir senza bravi ragazzi. Perché hai scelto questo genere di fiction?

Io in realtà non l’ho scelto … Appena ho iniziato a scrivere è venuto fuori così, naturalmente.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Sto leggendo un romanzo basato sul videogioco The Elder Scrolls e sono molto curioso. Io e mia moglie amiamo giocare a questo gioco, quindi voglio vedere come si traduce in una fiction.

Sei insegnare di scrittura creativa? Cos’è il talento per te? Più duro lavoro o solo un dono?

Ho insegnato scrittura creativa e lo farò ancora, se qualcuno mi farà l’offerta giusta. Non credo che si possa insegnare il talento, ma lo si può riconoscere in uno studente e alimentarlo.

Che cosa è per te la libertà ?

Essere in grado di rimanere a casa e lavorare tranquillo nel mio studio. Vivere la vita come mi piace senza che qualcuno mi dica cosa fare "per il mio bene".

C’è qualche progetto di film tratto dai tuoi libri?

Monkey Gun è opzionato e Lee Goldberg ha scritto la sceneggiatura. Abbiamo un regista e adesso una grande star di Hollywood (shhhhh segreto …) sta cercando di decidere se prendere il ruolo di protagonista. Go-Go Girls of the Apocalypse è anche opzionato, e stanno lavorando su un progetto di 2  script. Abbiamo anche un affare in sospeso per "Il Deputato", il mio romanzo poliziesco che uscirà in aprile 2010. Dita incrociate. Sono molto fiducioso.

Scrivi racconti o solo romanzi?

Se qualcuno mi chiede una storia breve, provo a scriverla.

A quali progetti stai lavorando ora?

Una sceneggiatura per un film di zombie. Inoltre, molti fumetti per la Marvel. Comincerò un nuovo romanzo il mese prossimo.

Descrivimi una tua tipica giornata passata a scrivere.Hai delle abitudini di scrittura particolari?

Non c’è un giorno tipico. E ‘sempre caos. MY LIFE IS CHAOS!

Ti piaciono i gialli scandinavi ?

Si, sono sempre aperto ai suggerimenti.

Chandler o Hammett?

Chandler.

Eventuali consigli per gli aspiranti scrittori?

Leggere leggere leggere leggere leggere.

:: Intervista a Mauro Smocovich

19 gennaio 2010 by

Benvenuto Mauro su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Come ti descriveresti a qualcuno che non ti conosce?

Un misantropo socievole, un pigro laborioso, un sensibile cinico…

Parlaci dei tuoi esordi, come è nato in te l’amore per la scrittura?

Alle scuole elementari disegnavo e scrivevo dei fumetti che ritraevano scene divertenti accadute in classe e le facevo girare tra i banchi. Poi con l’amico Gabriele ho scritto e battuto a macchina un romanzo intitolato “The Crazy Family” che abbiamo rilegato e stampato in unica copia e che facevamo girare tra gli amici. Erano gli anni ’80 ed eravamo adolescenti. Scrivevamo anche i testi di alcune canzoni che cantavamo registrandole sopra canzoni originali, ci chiamavamo “I Brodolosky Brothers”. Che io sappia ho sempre avuto la passione di scrivere delle storie che passassero attraverso il filtro della fantasia. Non ho mai tenuto un diario personale, ma quello che mi succedeva nella vita diventava subito e molto spesso narrazione.

Sei collaboratore editoriale e curatore di alcune collane dedicate al noir vuoi parlarcene?

Faccio cose, vedo gente… Sono stato lettore per il Gran Giallo Città di Cattolica dal 2003 al 2006, sono curatore del sito ipinguini.com e di Thriller Magazine, curo i siti di Carlo Lucarelli e Valerio Varesi. Aiuto Lucarelli a svolgere qualche piccola ricerca. Di recente ho curato insieme a Igor De Amicis l’antologia di racconti edita da Demian intitolata “Bloody Hell” con racconti di Danilo Arona, Carlo Lucarelli e tanti altri. Per le novità future tenete d’occhio la Fiera del Libro di Torino a maggio 2010.
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Hai curato il Dizio-noir, è stato un lavoro difficile?

È stato un lavoro di coordinamento complesso, ma mi sono anche divertito molto visto che poi ne ho curati ben tre e al momento ne sto preparando un quarto grazie anche all’aiuto di Igor De Amicis. Raccogliere il materiale, contattare i saggisti e sistemare i testi, ha richiesto diverso tempo e energia. Ma questo bisogna metterlo in conto un po’ per tutti i lavori che si fanno.

Hai scritto il romanzo “Non è per niente divertente” puoi parlarci della trama, del tuo stile?

La trama la lascerei stare per non rovinare troppo la lettura. E per quanto riguarda lo stile preferisco cedere la parola a Elisabetta Mondello, più qualificata di me per l’analisi: “È un libro duro e forte con una storia, dei personaggi e una conclusione, ma la sua ragione interna sembra voler conciliare la narrazione con una scrittura riportata violentemente al suo grado zero, per costruire una forma-romanzo scardinata da tutte le tradizioni. In estrema sintesi è un testo che pone al centro la volontà autoriale di giocare con la scrittura e di sfidare il lettore a seguirlo in un labirinto di stili. Non senza un sorriso ironico.”
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Quali sono i tuoi maestri letterari o per lo meno gli autori che leggi e ami di più?

I miei maestri non saprei, posso dire qualche autore che mi ha colpito di più per la sua scrittura: Jack Ritchie, Robert Sheckley, Richard Matheson, Giovannino Guareschi, Raymond Carver, Katherine Mansfield, Roald Dahl, Saki, Anne Fine, Ernst Heine. Quasi tutti scrittori di racconti, molto spesso frizzanti e pieni di idee, sarcastici e profondi.

Che libro stai leggendo in questo momento?

“Come l’uomo inventò la morte” di Timothy Taylor e qualche fumetto italiano contemporaneo per vedere cosa c’è in giro…

Parlaci della città in cui vivi. La ami, la odi? Ti salutano e ti chiedono l’autografo quando scendi al bar per farti un cappuccino?

La mattina non ho l’abitudine di scendere al bar a prendere il cappuccino, mi faccio un caffè lungo a casa. Se giro per la città può capitare che incontri qualcuno che conosco, ci salutiamo o ci fermiamo a parlare. Ma nessuno mi chiede una dedica. Non sono una celebrità, ma nemmeno mi interessa esserlo. Quelle poche volte che mi capita di prendere il cappuccino al bar, sono contento di potermelo gustare senza essere riconosciuto da nessuno.

Lucarelli che persona è? Raccontaci un aneddoto bizzarro che lo riguarda.

Carlo è una persona simpatica. Sa scherzare e non l’ho mai visto arrabbiato. Che se la fosse presa a cuore per qualcosa sì, ma arrabbiato mai. Per controllare l’ora ha sempre con sé un antico orologio da tasca, la cosiddetta “cipolla”. E non è vero che veste sempre di nero. Pare che abbia anche una rigogliosa camicia hawaiana che mette qualche volta.

Mauro Smocovich e il teatro. Hai mai pensato di recitare?

Ho cantato in pubblico, da ragazzo. Ed è stato divertente e imbarazzante ma niente di più. In quanto a recitare… no, credo di essere troppo pigro per provarci. Ci vuole tanta preparazione e fisicità. Però i miei racconti sono stati portati sul palco a livello professionista da alcuni miei amici attori, Matteo Cotugno e Anna Rita Fiorentini della Co
mpagnia Pomodoro di Bologna. Lo spettacolo si chiama “Corpi Estranei” e ha avuto diverse repliche a Bologna e dintorni. L’ultima si è svolta al Club Fantomas di Giorgio Celli. E tanto tempo fa, nel 2000, c’era uno spettacolo che si intitolava L’angelo imperfetto, per la regia di Camillo Di Tullio e di Pierfrancesco Fimiani e recitato da Piero Pantalone.

Curi ancora la rivista online dedicata al noir Thriller Magazine? Un bilancio della tua esperienza.

A dicembre del 2009 abbiamo compiuto 5 anni. I collaboratori vanno e vengono. Della vecchia guardia siamo rimasti io e Chiara Bertazzoni, gli altri si affacciano ogni tanto. Però nel frattempo sono arrivati tanti altri nuovi e bravi collaboratori tra i quali l’inviata speciale Marilù Oliva. Mi sembra che sia stato fatto un buon lavoro e ancora tanto ci sia da fare. C’è veramente tantissimo materiale di qualità in quella rivista, merito di tutti gli scrittori e i collaboratori che ne hanno rimpinguato le pagine e che continueranno a farlo.

Insieme a Carlo Lucarelli e Giuseppe di Bernardo hai creato Cornelio Bizzarro. Raccontaci come è andata: “Era una notte buia e tempestosa…”.

Era una giornata di sole in toscana, poi è stata una giornata calda a Perugia. Il progetto è nato da un soggetto che ho proposto a Carlo Lucarelli per scrivere insieme la sceneggiatura. Non ricordo come si chiamasse il protagonista, ma non era Cornelio. Quando ho incontrato Giuseppe Di Bernardo, parlando di vari progetti, gli ho fatto presente che avevo questa idea che nel frattempo si era tramutata in qualcos’altro. Nella mia testa era già apparso Cornelio e la storia horror si era trasformata in una storia più ironica che horror. Mentre ne discutevamo, giusto per dare un volto a Cornelio, abbiamo fatto preparare dei bozzetti nei quali Cornelio aveva assunto il viso e la postura di Carlo, a sua insaputa. Era una specie di scherzo. Quando si è fatta la riunione con l’editore, siamo andati io e Giuseppe e abbiamo mostrato proprio quei disegni preparatori. Il progetto è stato approvato dopo averne discusso un po’. Eravamo contenti, ma c’era un problema da risolvere… Chi avrebbe detto a Carlo che Cornelio era stato approvato con il suo volto?!?! Ma questa è un’altra storia…

C’è uno scrittore esordiente che ti ha particolarmente impressionato per bravura, originalità, umorismo?

Gli esordienti sono talmente tanti in quest’epoca commerciale che non si riesce a seguirli tutti. E molti esordienti rimangono tali, non vanno oltre la prima pubblicazione, spesso anche poco visibile al grande mercato. Da parte degli editori c’è sempre più una corsa all’autore e alla sua prima pubblicazione, senza poi tanta voglia di seguirlo nella sua carriera, di curarlo. Si cerca di stupire a tutti i costi, senza più stupire nessuno. Spesso c’è una caccia frenetica al nome nuovo o allo scrittore più giovane, alle volte anche a prescindere che sappia davvero scrivere. Ultimamente mi sorprendono più certe opere del passato, che non avevo avuto ancora modo di leggere, che tanta narrativa attuale. Ma a proposito di passato e di esordi, vorrei ricordarne un paio del passato. Nel 2006, quando facevo il lettore per il Premio Gran Giallo Città di Cattolica, ho segnalato alla giuria il racconto della scrittrice Barbara Baraldi che stava per pubblicare il suo primo romanzo, racconto che ha poi vinto il premio di quell’anno e autrice che attualmente conta già diverse pubblicazioni con le case editrici Mondadori e Perdisa. E sono stato il primo, nel 2004, con il sito dei pinguini nel sottoscala, a pubblicare on line e a puntate il primo romanzo di Paola Barbato, che successivamente è stato edito dalla Rizzoli.

Cosa è per te il noir?

Un’ombra scurissima che ci accompagna nella vita e nella scrittura.

Che consigli daresti ad un giovane scrittore in cerca di editore?

Ormai ce n’è tanti, sia di editori che di giovani scrittori. E anche di consigli, se è per questo. Il mercato è cambiato notevolmente. Se proprio devo dare un consiglio direi di diffidare dalle pubblicazioni, di qualunque tipo, non vogliono dire più nulla. Credo che non sia più sufficiente pubblicare su cartaceo per poter dire di avere raggiunto un traguardo prestigioso, perché le maglie della rete dell’editoria sono sempre più larghe. Bisogna curare la propria scrittura a prescindere che si venga pubblicati o meno. E sarebbe meglio non pensare di diventare ricchi con la scrittura o aspettarsi grossi riconoscimenti. Sarebbe come giocare alla lotteria sperando di vincere e io non credo nella lotteria, credo solo in un costante e sano lavoro.

Cosa stai scrivendo attualmente?

Sceneggiature di fumetti. L’ultima puntata di “Cornelio – Delitti d’autore” e storie a fumetti basati su alcuni racconti di Carlo Lucarelli.

 

:: Intervista a Veronica Stigger

18 gennaio 2010 by

vstiggerCiao Veronica è  un piacere intervistarti per Liberidiscrivere. Parlaci un po’ di te dei tuoi studi del tuo lavoro del tuo tempo libero. Racconta ai nostri lettori italiani chi è Veronica.

Per me è un grande piacere rispondere a questa intervista per Liberidiscrivere. Mi piace tantissimo l’Italia, dove ho sviluppato parte delle mie ricerche di dottorato (in 2003) e la mia ricerca di post-dottorato (in 2009). Oltre ad essere scrittrice, sono anche professoressa universitaria e critica d’arte. Vengo dal sud del Brasile, dalla capitale del Rio Grande do Sul (una provincia vicina al Uruguay e all’Argentina), che si chiama Porto Alegre. Ma vivo e lavoro a San Paolo dal 2001. Insegno storia dell’arte, più precisamente il modernismo brasiliano, presso alla Fundação Armando Álvares Penteado (FAAP), a San Paolo. Ho appena finito un’altra ricerca post-dottorale, presso il Museu de Arte Contemporânea da Universidade de São Paulo, sul concetto di esperienza nell’opera di un artista brasiliano troppo interessante e poco conosciuto fuori dal Brasile, Flávio de Carvalho.

Innanzitutto giornalista, raccontaci della tua esperienza, per quali giornali e riviste hai lavorato cosa ti ha insegnato la sala stampa.

Ho lavorato per tre anni come giornalista, in tre media: radio, TV e giornale. Tutti i tre della stessa azienda giornalistica, la RBS (Rede Brasil-Sul de Comunicações): Rádio Gaúcha, RBS TV e Zero Hora (giornale). Nella radio e nella TV, ho fatto di tutti un po’. Nel giornale, invece, ho lavorato presso la sezione culturale, scrivendo su arte, musica, letteratura ecc. Ma ho lasciato il giornalismo quando avevo 25 anni per dedicarmi esclusivamente alla ricerca universitaria. Volevo essere ricercatrice e professoressa.

Vivi a San Paolo, raccontaci qualcosa del tuo Brasile.

È difficile per me parlare del mio Brasile, perchè tutto qui cambia molto velocemente e ho sempre più il sentimento di che il mio Brasile, in verità, non esiste più. Quando ritorno a Porto Alegre, non riconosco più la città. Non è più quella città della mia infanzia, o sia, quella città della mia memoria, dei miei ricordi. Le aziende, i luoghi, le persone non sono le stesse. È tutto diverso. San Paolo è ancora peggio. Sei mesi fuori San Paolo è sufficiente per trovare la città tutta trasformata. Per questo, forse, mi piace tanto la mia Italia, che, al contrario, sembra sempre la stessa. Certo, la trasformazione, il cambiamento sono necessari, anzi imprescindibili per la vita; però, non si può, con questo, perdere il carattere di una città o di un paese, il genius loci.

Hai conseguito il dottorato di ricerca in Teoria e Critica d’Arte all’Università di San Paolo. Vuoi parlarcene?

Io e Eduardo Sterzi, mio marito, siamo andati a San Paolo per sviluppare i nostri dottorati. Lui in Teoria e Storia Letteraria all’Università di Campinas, ed io in Teoria e Critica d’Arte all’Università di San Paolo. Ho sviluppato una ricerca sul rapporto fra arte, mito e rito nella modernità. Ho studiato più profondamente le opere di quattro artisti fondamentali dell’arte novecentesca: Piet Mondrian, Kazimir Malevic, Kurt Schwitters e Marcel Duchamp.

Quali sono i tuoi scrittori brasiliani preferiti? Ci sono degli esordienti che ti hanno particolarmente colpito?

Mi piacciono moltissimo Machado de Assis e Carlos Drummond de Andrade. Credo che sono i più grande scrittori brasiliani. Mi piacciono anche e mi hanno particolarmente colpito e influenziato Oswald de Andrade e Flávio de Carvalho, che io ho studiato (e continuo a studiare) nelle mie ricerche accademiche. Fra i narratori contemporanei, mi piacciono Bernardo Carvalho e Jerônimo Teixeira. Mi piace anche Marcelo Mirisola, così come João Paulo Cuenca. Nel 2008, ho letto uno dei più belli libri di quell’anno, che è stato scritto da due giovani autori, Emilio Fraia e Vanessa Bárbara, e si intitolava O verão do Chibo. Gli ultimi libri di scrittori brasiliani che mi hanno colpito sono stati Golpe de ar, di Fabrício Corsaletti, e Monodrama, di Carlito Azevedo, tutti i due pubblicati nell’anno scorso. 

Raccontaci del tuo debutto nel mondo letterario. Hai fatto fatica a trovare il tuo primo editore?

In 2002, un amico mi ha invitato a pubblicare alcuni racconti nel site portoghese Ciberkiosk (www.ciberkiosk.pt), che non esiste più. I pochi racconti che io avevo scritto fino a quell’anno sono stati pubblicati da questo site. Agli editori di Ciberkiosk, che erano anche i proprietari della casa editrice Angelus Novus, da Coimbra, piacquero i miei racconti e loro mi hanno richiesto il libro da cui i testi facevano parte: loro volevano pubblicarlo. Il problema era che io non avevo finito il libro. Ma non volevo lasciare passare questa opportunità. Ho richiesto alcuni mesi per concludere il libro, sviluppare alcune idee già registrate e infine inviare l’originale. Così è nato O trágico e outras comédias (Il tragico ed altre commedie). E per questo il mio primo libro è stato pubblicato prima in Portogallo, nel 2003. Solo nell’anno successivo, nel 2004, O trágico e outras comédias è uscito in Brasile, per la casa editrice 7Letras, di Rio de Janeiro. 

Sei una dei più  promettenti giovani autori brasiliani. E’ per te una responsabilità? In quale modo pensi di portare avanti la voce del Brasile nel mondo?

Sì, penso di continuare pubblicando i miei racconti fuori dal Brasile. In 2010, uscirà un’antologia di scrittore brasiliani per la casa editrice Tranan della Svezia. E il mio racconto “Olivia Palito”, che fa parte del Gran Cabaret Demenzial, sarà in quest’antologia.

Nel 2007 hai pubblicato “Gran Cabaret Demenzial” per Cosac Naify. Vuoi parlarcene.

I miei due libri, O trágico e outras comédias e Gran Cabaret Demenzial, sono stati fatti lungo la realizzazione del mio dottorato. Il primo libro, O trágico e outras comédias, è stato scritto durante la prima fase di ricerca, la fase in cui mi h
o dedicato a studiare il funzionamento, per così dire, dei miti e dei riti. Forse per questo vedo nei racconti di questo libro echi delle letture di quello periodo. Mi pare che nella struttura delle narrative si può identificare un certo carattere mitico. Nei racconti di O trágico, la narrativa è spesso centrata in uno solo personaggio, che è rappresentato deliberatamente senza profondità psicologica. Questo personaggio realizza un’ azione o una serie di azioni che solo acquistano senso se l’azione o le azioni sono compresse entro una realtà determinata – la realtà intrinseca al personaggio –, che si configura come una realtà paralela alla nostra realtà. Le azioni dei personaggi corrispondono molte volte alla logica imprevista dei miti o sembrano rispondere alle regole di uno rituale che rimane sconosciuto ai lettori – e, alcune volte, anche per me. Il Gran Cabaret Demenzial è stato scritto lungo la seconda fase della mia ricerca di dottorato, la fase in cui sono stata a Roma per studiare – forse per questo il titolo del libro proviene da un annuncio di una festa che ho visto nella capitale italiana. In questa fase, ho studiato le opere di Mondrian, Malevic, Schwitters e Duchamp e ho approfondito le letture sull’avanguardia storica. Penso che nel Gran Cabaret ci sono vestigi di queste letture. La organizzazione stessa del libro nella forma di un “cabaret” fa ricordare l’organizazione dei spettacoli di avanguardia: in una stessa serata, un numero di danza succedeva un numero di musica che succedeva una recitazione di poema che succedeva la lettura di un manifesto ecc. Nel Gran Cabaret Demenzial, ci sono testi dei più diversi generi: racconti, poemi, un testo teatrale, un annuncio pubblicitario, una notizia giornalistica, una conferenza ecc. Ma, per me, tutti i testi rispondo allo stesso principio narrativo, che è quello del racconto.

Scrivi anche racconti tra cui due pubblicati in Italia "Durante" (in Lusofonica, La Nuova Frontiera, 2006) e "Teleferica" (in Il Brasile per le strade, Azimut, 2009). Ami scrivere racconti?

Si. Mi piace moltissimo scrivere racconti. Sono amante delle storie brevi. Mi piace tantissimo lavorare con qualcosa di strano, qualcosa che causa un certa stranezza. E, per mantenere la stranezza, bisogna essere brevi, perchè se l’incontro con lo strano si estende può accadere di abbituarci allo strano e finire per considerlo famigliare. La brevità del racconto concentra e intensifica la stranezza, perché non permite che il lettore abbia il tempo per trovare lo strano qualcosa di famigliare.

Che libro stai leggendo attualmente?

Sto leggendo Los detectives salvajes, di Roberto Bolaño. È un libro veramente impressionante.

Sei sposata con il poeta, saggista e critico Eduardo Sterzi raccontaci qualche episodio divertente che lo riguarda.

Eduardo è il più  grande specialista brasiliano di Dante Alighieri. Lui ha studiato la Vita Nova nella sua tesi di dottorato, proponendo una rilettura di questo testo dantesco come origine intempestiva di quello che chiamiamo lirica moderna. No so se questo è divertente, ma è curioso, no?

Sei impegnata nella stesura di un nuovo libro? Vuoi parlarcene e anticiparci qualcosa?

In maggio, uscirà  il mio terzo libro di racconti, Os anões (I nani), anche pubblicato da Cosac Naify. Sto lavorando in due altri libri. Uno dei due sarà anche di racconti e si chiamarà Sul (Sud). Saranno tre testi con formati diversi: uno racconto propriamente detto (che già è pronto e si intitola 2035), un testo teatrale (che si chiamerà Mancha [Macchia]) e forse un poema lungo. L’altro sarà una novela e avrà un titolo in polacco: Opisanie świata, che vuol dire “descrizione del mondo” e ch’è come si chiama Il Milione di Marco Polo in polacco. Il libro sarà come una descrizione del viaggio del protagonista Opalka, un polacco cinquentenne, che va dalla Polonia all’Amazonia, in Brasile, per conoscere il suo figlio chi è gravemente malato in un ospedale a Manaus.

:: Intervista a Luigi Romolo Carrino

15 gennaio 2010 by

carrino2grandeGrazie Luigi di aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Iniziamo con le presentazioni. Chi è Luigi Romolo Carrino?

È informatico e scrittore. Ha quasi 42 anni spesi al massimo delle sue possibilità. Vive a Roma, è nato a Napoli, ma spesso lavora a Milano.

Scrittore per caso o per passione?

Passione. Una passione assolutamente urgente. La scrittura è un fondamentale della mia vita, sempre stata. Sono tuttavia stato sedotto anche dall’informatica, la parte di ingegneria del software (da non confondermi con gli smanettoni della tastiera o con gli architetti di prodotto), una passione anche per gli algoritmi volti a soluzioni di automazione. E poi, scrittura e informatica non sono così distanti…

Parlaci del tuo esordio. E’ stato difficile e sofferto o ti ha dato più soddisfazioni che amarezze?

Ho più di un esordio. L’esordio come autore di programmi radiofonici, avvenuto nel 1995 in una radio regionale campana. L’esordio in poesia, con Il Settimo Senso, nel 1998 per Il Laboratorio Le Edizioni. L’esordio teatrale, avvenuto nel 2002 con Ricordo di Famiglia, al Teatro Stabile del Giallo di Roma. L’esordio come curatore, per Magnum Edizioni, nel 2004. L’esordio nella narrativa, con i racconti per Mondadori, nel 2006. E poi Acqua Storta, il primo romanzo (o racconto lungo, che lo si chiami come si vuole), nel 2008. Esordio difficile? Direi di no, anzi. Ho solo e sempre aspettato il momento giusto, quando mi sentivo pronto.  

carrino1Come sei arrivato alla pubblicazione? Parlaci del tuo rapporto con il tuo editore. Marco Vicentini com’è visto da vicino? Raccontaci un aneddoto divertente o bizzarro che lo riguarda.

Mi ha cercato Daniele Scalise, per Men on Men 5, partendo da un paio di racconti che “IQuindici” avevano pubblicato sul loro portale. Qualche mese dopo, a Meridiano Zero ho inviato Esercizi sulla madre (un mio romanzo legato semanticamente a Pozzoromolo, e che verrà pubblicato presumibilmente nel 2011), perché mi piaceva la collana Gli Intemperanti. Mi chiamò lui in persona, era agosto, per dirmi che il romanzo gli era piaciuto e che intendeva pubblicarlo. A un paio di mesi dall’uscita Marco mi consigliò di rivedere la scaletta di pubblicazione, e ho esordito con Acqua Storta. Marco Vicentini è prima una  persona fantastica e poi l’editore che tutti vorrebbero avere. Rispetta il tuo lavoro, ti consiglia, ti massacra se necessario, ti evidenzia tutte le falle del testo, ne discute con te ma non si impone mai (ma se le cose per lui non funzionano non si va in stampa, questo è certo). Ho un rapporto meraviglioso con lui, anche con gli altri membri della redazione. Beh, Marco è poco fisionomista. Ci siamo dovuti vedere almeno 4 volte prima che lui, incontrandomi, mi riconoscesse a botta sicura.  

carrino2Acqua storta, il tuo primo romanzo pubblicato, è un libro breve quasi un lungo racconto in cui tratti temi difficili con naturalezza. Ti sei ispirato alla cronaca, ad avvenimenti reali?

Giovanni Acqua Storta doveva essere raccontato. Sì, certo, ho preso spunti da voci di paese su due ragazzi appartenenti a famiglie di camorra della mia zona. E poi da una storia realmente accaduta, un boss mafioso che condannò a morte la sua stessa figlia per adulterio. Ma gli spunti finiscono qua. Acqua Storta rappresenta l’impossibilità del pensiero, di pensare il pensiero. Ho utilizzato questo contesto perché l’ossimoro camorra-omosessualità – con le sue evidenti leggi di machismo e virilità, di potere e prevaricazione, di discriminazione e plagio emotivo, leggi di violenza spesso intersecate con deliri esoterico-religiosi –, suggerisse senza possibilità di fraintendimento alcuno l’estrema similitudine del modo in cui l’omosessualità, l’omosessuale, viene considerato nella società, anche nella ‘civile’ Italia. L’unica differenza, tra i due contesti, sta nel fatto che non ti ammazzano fisicamente (oddio… visti i recenti casi di omofobia, non è manco detto). Detto questo, Acqua Storta è una bella storia d’amore. Un amore totalizzante ma non onnipotente. E sebbene i protagonisti di questa storia – Giovanni, Salvatore, ma anche Mariasole – non facciano una bella fine, sono contento che abbiano intensamente vissuto le loro passioni. 

Pozzoromolo, il tuo ultimo libro, parla di follia, di amore, di morte con un linguaggio poetico e destrutturato molto difficile da creare, che libri hai letto durante la sua stesura, a che scrittore ti sei ispirato?

Pozzoromolo è sangue crudo. La lingua spazia su quattro registri narrativi, e definisce il processo che Gioia usa per catturare il ricordo che le sfugge, che le viene sottratto dalla terapia farmacologia e dal suo meccanismo di rimozione. Non mi sono risparmiato nulla. Un percorso sul riconoscimento di sé, un processo identitario, la ricerca della ragione per la quale è venuta al mondo, discendendo nel pozzo fondo della nostra mente, come mezzo di purificazione, e risalirne quindi ‘modificati’. Io vengo dalla poesia, e ne leggo tanta. Forse le ellissi della Dickinson e gli accostamenti sintattici della Gualtieri mi hanno aiutato. Sono anni che studio Lurija… Ho una fissazione sul discorso ‘memoria’. Ho letto molti testi dell’editore “Sensibili alle foglie”, testimonianze di persone internate. La mia amica, nonché coinquilina, nonché primo editor delle cose che scrivo, è una psicologa (sai quante volte le rompo le scatole nel pieno della notte?). Ho preso ispirazione dai pazienti che ho conosciuto… Ma anche da Francis Scott Fitzgerald (di Tenera è la notte ne sto facendo un remake), da Elsa Morante, da Pasolini, da Merini, da Shakespeare…. Eh, so’ tantissimi, difficile dire questa summa da dove proviene. 

carrino3Parlaci di Esercizi sulla madre è vero che avrebbe dovuto essere il tuo libro di esordio? Di che temi trattava? Verrà pubblicato?

In parte ho risposto sopra. Pozzoromolo è raccontato nell’arco di un anno, attraverso questa forma a metà tra il diario e la confessione. Gli Esercizi, si svolgono nel tempo letterario di una sola notte, la notte in cui Gioia venne abbandonata dalla madre. Come dicevo è un romanzo, ma anche qui ho voluto sperimentare forme diverse, e ho intrecciato tecniche del racconto con quelle del monologo teatrale. Sono dieci monologhi che hanno per protagonista una madre, e rappresentano in sostanza sono le inferenze di Gioia sul motivo dell’abbandono materno. Dieci madri diverse, dieci motivi diversi, quasi comandamenti della ragione. C’entra anche il Test di Rorschach (le 10 tavole usate per il test sulla personalità) sommi
nistrato a Gioia, e poi il suo stesso lungo monologo (qui, teatralmente parlando) che lega i dieci racconti della madre. La lingua è più ricca, ma i temi sono più ‘scuri’ ancora, quasi horror in certi ‘esercizi’.  

Ami la poesia? Quale poeta ti ha particolarmente influenzato dandoti preziosi insegnamenti sulla vita, l’amore, la libertà?

Emily Dickinson, una poetessa terribile, reclusa, pazza, invasata, eccezionale. Emily mi ha guidato negli anni dell’adolescenza, mi ha strattonato, mi ha fatto capire che per capirti, dirti, comprenderti, non c’è bisogno sempre di andare al limite del mondo. E poi, che si può dare tanto in termini di poesia, di messaggio, anche restando chiusi trent’anni dentro casa tua. Per questo il suo approccio alla conoscenza, le sue lettere, sono stati la mia iniziazione ‘seria’ alla scrittura e, quindi, alla vita.

L’identità sessuale è un tema che tratti con profonda sensibilità, con rispetto, con pudore, i tuoi personaggi spesso sono caratterizzati da scelte sofferte. In che modo questo tema incide sulla tua narrativa?

L’identità sessuale è solo uno degli elementi delle cose che scrivo. Un pretesto, se vuoi. Il processo identitario mi è necessario per manifestare la base della mia poetica, ovvero la ricerca/accettazione di un sé quanto più autentico possibile, privo di tutte le stravaganze da ‘terapia comportamentale’ adottate in funzione della rappresentazione di sé.

Quanto c’è di autobiografico nei tuoi libri, non tanto nei fatti, più che altro nella caratterizzazione dei personaggi?

Il 100%. Tuttavia non troverai mai un personaggio che vive un avvenimento in modo ‘uguale’ a come lo abbia potuto vivere io. A volte non c’entra niente con la realtà dei fatti. Sottopongo le mie esperienze a un processo di trasformazione e di trasfigurazione. Posso transocodificare la sensazione di paura provata facendo un bagno in piscina a 5 anni con il terrore delle cose fluide sulla pelle.  

Carrino e la critica. C’è una recensione che ti ha particolarmente colpito, facendoti esclamare finalmente mi hanno capito?

Sai, critica e recensione non sempre vanno a braccetto. Sono molto attento al parere dei lettori, di tutti i lettori che vogliono interagire con me (in questo senso, sono molto attivo sul web). Di solito – ma credo sia fisiologico – mi concentro maggiormente sulle critiche negative. Perché ce ne sono, anche se nessuno perde tempo a fare una recensione negativa (a meno che non hai venduto più centomila copie) e spesso te lo dicono a voce (magari è anche una carineria, una cortesia). Detto questo, le parole di Francesco Gnerre su Acqua Storta mi hanno quasi commosso, e anche le parole spese per il mio lavoro da Francesco Durante sono state un bel toccasana, uno sprono. E poi sì, la mail di apprezzamento che mi mandò Roberto Saviano. Ma sono cose affettive, non c’entrano molto con la frase “finalmente mi hanno capito”. Ultimamente anche le parole di Paccagnini e quelle di Serino mi hanno molto inorgoglito. 

Carrino e Pasolini. A mio avviso c’è una poetica del dolore che vi accomuna. Questo parallelismo lo condividi?

Pasolini è  un patrimonio italiano (e non solo). Amo Pasolini, ovvio che lo amo. Ma da qui a paragonarmi a lui, seppure nell’accezione della poetica che dici, direi che è quasi blasfemo. Ti ringrazio però, mi hai fatto contento con questo accostamento, solletichi la mia vanità. Tuttavia aspettiamo una ventina d’anni, vediamo cosa sono capace di fare, se ce la faccio. Anche se non credo riuscirò mai a scrivere qualcosa come Le ceneri di Gramsci, o a fare un film come Accattone

Napoli e Roma sono le tue città cosa le accomuna e cosa le differenzia? Dove ti senti veramente a casa?

La cosa in comune è la carnalità della gente. Io lavoro spesso a Milano, ti garantisco che la differenza con le città del nord  c’è e la senti sulla pelle. Non sto dicendo che una è meglio dell’altra. Mi piacerebbe trasferire a Napoli un po’ dell’efficienza dei servizi milanesi… Ma in fondo sono luoghi comuni, anche se posso affermare tranquillamente che se dovessi essere costretto a vivere in Milano mi butterei dal Duomo dopo la prima settimana. È buffo ma io spesso mi riferisco a Roma come alla mia matrigna buona. Tuttavia, è difficile che passi un mese senza che io metta piede a Napoli. Anzi: è impossibile. 

C’è qualche autore esordiente che ti ha particolarmente colpito per freschezza, talento, inventiva?

Il tempo materiale di Giorgio Vasta e L’infanzia delle cose di Alessio Arena. Li ho amati talmente tanto che ho inserito nel finale di Pozzo riferimenti ai loro rispettivi lavori. Sono due autori molto diversi, per formazione, stile, temi. Nella scrittura di Arena convivono inferni molto diversi (linguistici, territoriali) e in quella di Vasta, invece, c’è spesso genio e coraggio di tradire l’aspettativa di verosimiglianza. Arena lo conosco personalmente. Mi piacerebbe conoscere anche Vasta, spero capiti presto.

Ti piacerebbe pubblicare una tua raccolta di poesie? Ci sono progetti in merito?

Ho pubblicato finora due raccolte di poesia. La seconda (la prima l’ho citata poco sopra) è Tempo Santo – Liturgia della memoria, nel 2006, per i tipi di Liberodiscrivere Edizioni. Ne ho appena approntato una terza, Certi ragazzi, ma non sono ancora convinto, voglio farla ancora sedimentare. Io ho scritto e scrivo molte poesie, ma alla fine ci vuole distanza temporale per capire se effettivamente valgono qualcosa.

A che libro stai lavorando attualmente, puoi anticiparci qualcosa?

Principalmente due. Uno ha per titolo provvisorio Il Procuratore; si parla di omosessualità nel calcio. L’altro riguarda un gruppo di colleghi che sta per perdere il lavoro. Una cosa divertente, almeno credo, con incursioni nel mondo politico e economico. E poi il rewritten del capolavoro di Fitzgerald (spero i puristi non mi lincino…).

Le foto sono di Barbara Guazzone Barolo

Nicola Fabio Vitale recensisce Strane cose domani di Raul Montanari

10 gennaio 2010 by

L’idea dell’eterno ritorno, del continuo ritorno al punto di partenza contrapposta all’idea della vita che scompare per sempre, quel che è stato non significa nulla. Quale delle due affermazioni è più verosimile? La tentazione di ripartire da zero, spesso, è grande, ma non sempre è possibile, quasi mai. Quel che è stato, prima o poi, riappare. La vita si dimostra più forte della volontà e dei desideri dei protagonisti lasciandoti a una sensazione di continuo sconforto, quella di essere soli contro il resto del mondo, si rivela simile a un’ingombrante ombra che ti spinge sempre verso il punto di partenza, dal quale ripartire in maniera sempre diversa. Sei obbligato a rivivere incubi che vorresti solo dimenticare consapevole che è già stato sufficiente viverli una volta soltanto, e devi fare, inevitabilmente, i conti con il passato che ti costringe a un confronto con interrogativi cui è difficile dare una risposta, interrogativi che mettono in discussione il confine tra il giusto e lo sbagliato. In “Strane cose, domani”, l’ultimo libro di Raul Montanari (Baldini Castoldi Dalai editore, 2009, 279 pg., 17,50), il protagonista si confronta con questa drammatica sensazione, spera di poterla lasciare in un angolo insieme al suo scomodo passato mentre gli avvenimenti della sua esistenza vanno nella direzione opposta e, infine, si ritrova a essere travolto da tutto lo stato delle cose che lo hanno visto protagonista. Tutto inizia con il ritrovamento di un diario abbandonato, un evento che provoca la curiosità del protagonista spingendolo a cercare l’autrice che ha deciso di abbandonare quelle pagine piene di brani di vita dai quali emerge un profondo dolore. Il protagonista comincia la ricerca e, parallelamente, inizia a svelare la sua storia, descrive i suoi stati d’animo, racconta la consapevolezza che il suo nocciolo di uomo si è formato nelle tristi disavventure di un ragazzino con tutte le incertezze e le debolezze che ne sono scaturite. Sensazioni che si confondono con i nomi di molte donne, Eliana, Chiara, Federica, Cristiana, Livia e tante altre ancora.  Con ognuna di esse ha un rapporto diverso dal quale emerge una parte del suo modo di essere, della sua storia, quella di un uomo disonesto negli atti ma onesto nella coscienza e che, proprio per questo motivo, attira tanto la loro attenzione, la sua condanna e il suo tormento. I suoi errori, la sua sensazione di smarrimento, la sua ricerca di giustizia, la necessità di dare un senso compiuto a questa parola, a un certo punto tutto sembra chiaro, aleggia, però, un interrogativo ingombrante, può un killer essere considerato innocente? Un interrogativo senza risposta, che diventa sempre più grande accompagnato dalla consapevolezza che la vita è difficile per tutti. Il cerchio si chiude quando la storia dei protagonisti mostra tutti i suoi misteri, i suoi incroci crudeli e riporta tutto al punto di partenza, riproponendo il misterioso confine tra il giusto e lo sbagliato, in modo, però, sempre diverso. Il protagonista del libro, anni dopo, è costretto a spingersi, ancora una volta, come un equilibrista lungo quel filo sospeso nell’aria senza un motivo apparente, proteso nella storia della sua esistenza solo da una serie di sfortunate coincidenze, e il gioco si ripete in maniera sempre più crudele. Questa volta negli occhi, nelle sensazioni, nello stato d’animo e nelle azioni di suo figlio, un incrocio spietato. Il cerchio si chiude, ognuno raccoglie ciò che ha seminato e lui, il protagonista, rimane perennemente prigioniero di quella sensazione indefinibile provocata da una domanda cui, forse, è impossibile rispondere, può un killer essere considerato innocente? Nausea, arrendersi alle proprie sensazioni consapevoli di essere vittima della propria storia, del proprio modo di essere e, al tempo stesso, provare il sollievo di una scoperta, essere capace di tenere tutto per se il dolore di quel che è stato, che ha segnato anche la vita di chi gli è stato accanto. Questa è la sua risposta.

Una rubrica dalla parte della poesia

30 dicembre 2009 by

Dal 2001 al  2006 ho curato sul Secolo d’Italia una rubrica fissa di poesia. Si chiamava  Nel verso giusto e usciva  il martedì. Per molti che amano la poesia era diventato un appuntamento imperdibile. Cosa insolita nella storia della stampa quotidiana italiana, uno  spazio di  3000 battute dedicato alla poesia. L’iniziativa riscosse l’attenzione dei media. Ma soprattutto ho ricevuto l’attenzione di molti  lettori , poeti e di lettori  – poeti che mi facevano pervenire in redazione i loro libri. Molti critici mi invidiavano , nel senso buono del termine,  questo spazio  nel quale ampiamente e in assoluta libertà potevo parlare e sparlare con onestà intellettuale di tendenze poetiche, libri e tutto quello che riguardava il mondo del verso. Personalmente l’ho sempre definito uno spazio corsaro, e così lo hanno percepito anche i miei lettori affezionati. Il mio interesse andava e va soprattutto alla piccola e media editoria, in cui oggi è possibile trovare ancora la buona poesia. Non ho fatto sconti ai poeti laureati e al loro potere culturale. Dopo qualche anno la rubrica ritorna. Da mercoledì 13 gennaio,  su Linea quotidiano (www.lineaquotidiano.net),  torno a firmare Nel verso giusto con lo stesso spirito corsaro e sempre dalla parte di chi ama la poesia e la considera una cosa onesta. Chi volesse inviarmi i propri libri può farlo al seguente indirizzo: Nicola Vacca c/o Gianni Lenzini Via Po 116 00198 Roma. Vi assicuro che nulla passerà inosservato.

Nicola Vacca