:: Michele Ciardelli intervista Rossella Drudi

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Cara Rossella, innanzitutto ti ringrazio per aver rilasciato questa intervista a me che intervistatore non sono. Per prima cosa volevo chiederti: nella vita reale, credi che ci sia veramente un bisogno d’amore così forte, così impellente, come dici nel tuo libro?

Ho sempre pensato che l’amore in senso lato sia il motore di tutto, della vita, della morte, dell’anima del nostro passato, presente e futuro. Non mi riferisco solo all’amore tra un uomo e una donna, o a quello tra madre e figlio, fratello e sorella etc, ma all’amore universale senza il quale tutto sfiorisce appassendo o cristallizzandosi nell’apatia nichilista del non vivere e nel compiacersi di tale situazione. L’amore fa paura a chi non crede nell’amore, a chi non sa amare e non riesce a provare nessun tipo di sentimento se non  vanità narcisistica sul suo sé, e sul suo io. A chi è così fragile da negarsi l’amore per paura di dover soffrire poi. Tutto questo provoca autodistruzione interiore in alcuni, piacere nel distruggere chi appare felice o sereno in altri, o semplicemente farsi del male per sentirsi vivi. La crudeltà nasce in chi non ha mai avuto amore, sono creature bisognose più di chiunque altro. Se si riesce ad aprire la loro corazza fatta di sfiducia e rassegnazione, tutto cambia come l’asse terrestre, che rallentando  un poco alla volta l’abituale velocità, arriverà a girare nel senso inverso. (2012) 

So che per scrivere il libro hai studiato e hai fatto moltissime ricerche. Hai letto i referti psichiatrici dei serial killer citati nel tuo libro, realmente vissuti: come la madre dei nove figli, la signora Tinning, che li ha tutti sotterrati. Come sono partite le ricerche? Ogni volta ti fermavi per cercare qualcosa, oppure prima hai studiato tutto quello che sapevi che avresti scritto? 

Sono partita proprio dalla fame d’amore (che non è quella della cena mancata citando il mio libro) da quanto questa vitale componente per noi umani, possa sviluppare devianze di vario tipo, la più comune è l’anaffettività, patologia riscontrata in quasi tutti i casi di serial killer studiati. L’idea della storia c’era già, ma andava condita per bene e quindi ho saccheggiato varie biblioteche nell’ambito della criminologia, contattato agenti specializzati della squadra anti mostro, letto testi del FBI e principalmente tutta la storia del primo cacciatore di menti della storia, Jhon Douglas , se oggi esiste Quantico lo dobbiamo a lui. E’ stato il primo a capire che bisognava interagire con la mente del serial killer, pensare come lui, sentirlo, entrando nella sua testa ed anima, per tentare di prevenirne le mosse. Non è cosa facile e non tutti la possono fare. Serve una forte dose d’empatia, intuizione e sensibilità oltre alla preparazione ed esperienza specifica.  Poi ho selezionato i serial killer che più facevano al mio caso per la storia che avevo in mente, creando il mio serial killer. Ho fatto delle schede piene di appunti e poi ho iniziato a scrivere senza fermarmi. Quindi ho studiato tutto prima.

Ti faccio una domanda che presumo ti abbiano fatto in molti. Tu sei prevalentemente una sceneggiatrice ormai affermata da oltre vent’anni: come hai fatto a discernere i due modi di scrivere? Considerando che la sceneggiatura vive tutto al presente e descrive le scene, mentre in un romanzo, il tempo spesso è tutto al passato e i fatti e le scene vanno tutte descritte per farle “vivere” al lettore. Come hai fatto a rendere le tue parole la cinepresa della tua mente? 

Si infatti me l’hanno fatta in molti, ma la risposta è semplice. In sceneggiatura esiste un solo tempo, il presente, mentre nel libro si gioca con i tempi cambiandoli sempre per rendere mossa la scrittura. Per il resto però non c’è differenza almeno per me. Le mie sceneggiature sono dei romanzi divisi per scene, nel senso che, nonostante i tempi siano diversi, le descrizioni di ogni azione, cosa, ambiente, abbigliamento, psicologie e pensieri dei personaggi, suoni, rumori e musiche e tutto quanto accade nella sceneggiatura, è descritto in modo visivo come in un libro. Inoltre non amo in sceneggiatura usare termini tecnici come MDP (macchina da presa) o altri simili, cerco di rendere visibile con le parole anche il movimento di macchina che immagino in quella scena, le parole esistono anche per descrivere un dolly senza nominarlo e tante altre cose. L’unico vero intoppo è con i flash Bach, nel libro non puoi metterli, serve l’espediente della persona che racconta l’antefatto, mentre io volevo renderlo vivo in diretta, ma l’editor mi ha detto di no. Temevo che il racconto non visivo fosse noioso (mi riferisco a quello che fa la suora in chiesa a Valeria e Stefano), non ne ero affatto convinta, poi però ho trovato il modo di descriverlo come volevo io facendolo raccontare a lei, ma in modo diverso. Per me visualizzare è tutto, immagino nella mia mente e vedo sempre delle scene girate come fosse già un film, questo accade qualunque cosa scriva. Poi non faccio altro che “copiare” quanto ho visto. Mi considero una sceneggiatrice atipica, perché faccio ricerche, studi approfonditi, indagini a volte anche rischiose ed interviste, prima di scrivere una storia di assoluta fantasia. Perché non so essere schematica pur restando fluida, io voglio leggere il film completo e finito in una sceneggiatura, per questo le mie pesano tanto e non sono mai inferiori alle 300 pagine. Nello scrivere un libro la differenza maggiore, a parte quelle tecniche sopra descritte, sta nell’assoluta libertà di pensiero e intenzioni. Puoi scrivere tutto quello che vuoi senza preoccuparti di quanto costa il film, se quella determinata scena poi è fattibile cinematograficamente e mille altre cose ancora. Per questo amo leggere e scrivere libri, anche se a oggi ne ho pubblicato solo uno per mancanza di tempo, ne ho svariati in semibozze nel cassetto e prima o poi riuscirò a terminarli. Un’altra differenza enorme sta nell’energia creativa che si sprigiona quando scrivi e tra la scrittura di un libro e quella di una sceneggiatura c’è una differenza enorme, quando scrivo un romanzo riesco a volare, non ho bisogno di mangiare ne di dormire, non mi stanco mai e sono felice e carica come una centrale elettrica. Quando scrivo una sceneggiatura, mi scoppia la testa, soffro, mi viene la fame nervosa, non riesco a fare altro, mi commuovo, recito le battute di tutti i personaggi e le cambio mille volte prima di metterle sulla pagina, studio le intonazioni, gli stati d’animo, la ritmicità della battuta che è matematica pura, come i tempi di recitazione 
… E’ diverso e logorante, amo tutte e due le cose ma il romanzo di più. 

Generalmente i serial killer sono tutti dei geni, sia quelli descritti nei libri, sia quelli purtroppo reali. Secondo te, cos’è che distingue un genio da un pazzo? 

Per nostra fortuna i serial killer non sono tutti dei geni. I veri geni del male sono infallibili e vengono presi solo quando loro decidono di farla finita. Non sono in grado di darti una risposta su cosa distingue un genio da un pazzo, per il semplice motivo che la follia è del tutto incompresa ancora oggi. Del nostro cervello si sa talmente poco, e poi ne usiamo ancora la minima parte. Credo che la follia sia una stato mentale a noi sconosciuto tutto da studiare nell’animo delle persone. La genialità è nel dna di chi la possiede in un campo o nell’altro, ci si nasce, ma anche qui è sempre nel cervello la soluzione, in quella massa grigia ancora inesplorata dalla scienza. Si dice “E’ un pazzo geniale”, dando per scontato che chi è un genio è anche pazzo, ma questo non è affatto vero, una semplice affermazione per chiudere ciò a cui non si può ancora dare una risposta, una semplificazione dell’ignoto. Comunque credo che un genio ami mettere al servizio altrui la sua genialità attraverso l’arte e le scienze, mentre un folle assassino, pone se stesso al centro del mondo disinteressandosi degli altri, non li vede proprio, se non come strumenti per i suoi percorsi e fini. 

In questo libro, Prendimi e uccidimi, metti in evidenza una parte della gioventù  di oggi molto malata. Che per vivere ha bisogno di emozioni forti. Come nel Fight club dove si consuma ogni sorta di droga e si vive l’amore in senso spesso deviato, come il fetish e il sadomaso. La gioventù di oggi è realmente così? 

No, la gioventù di oggi è così in minima parte, mentre nel mondo degli adulti, il livello sale di percentuale e molto anche. Con delle differenze sostanziali. I giovani che praticano queste emozioni deviate, sono rinunciatari in partenza, non sognano, non desiderano, non amano, si lasciano vivere e come dicevo prima, si fanno del male per sentirsi vivi. Negli adulti invece, che hanno sognato, desiderato e  amato, l’appiattimento emotivo e la paura di morire, li porta a provare emozioni sempre più forti per ricevere quell’adrenalina che non sono più in grado di far scaturire se non annullandosi in senso negativo. Lo scopo è lo stesso ma le modalità sono totalmente diverse. 

Tutta la storia parte da un orfanotrofio. Come mai? Forse perché  il carattere delle persone nasce proprio dall’infanzia ed è condizionante per il resto della vita? 

Hai centrato il punto. La nostra sfera emotiva e la futura personalità, si forma da zero a tre anni condizionandoci tutta la vita. Quindi tornando alla mancanza di una semplice carezza all’amore di una mamma è più facile in alcuni individui che questa grave mancanza, se non contestualizzata, si trasformi in varie forme di patologie gravi, ma non è così per tutti e per fortuna.

Nel mio racconto ogni personaggio ha un lato caratteriale che mi appartiene. Anche nel tuo?

E’ inevitabile dare qualcosa di te ad ogni personaggio, quindi si. 

Nel tuo libro c’è una frase che mi ha molto colpito e che ho voluto usare come porta ideale per introdurre la mia recensione che posterò nel blog infiniti sogni: «L’amore uccide, trasforma, distrugge! Io odio l’amore!» Vorrei una tua opinione. 

E’ la risposta alla mancanza d’amore di cui sopra. Chi non vuole soffrire crescendo e mutando, non amerà mai. Prova ad analizzare la frase e vedrai che è così, odio e amore sono speculari in ogni fattore, se non si soffre non si gioisce e viceversa, amare significa mettersi a nudo donandosi senza riserve all’altro, rinunciando ad una parte consistente di sé, ma se si ama solo se stessi questo non accadrà mai. 

Come mai l’hai voluto ambientare a Torino? Forse perché era il vestito ideale per le scene che avevi in mente? 

Volevo scrivere un thriller ambientato in Italia e non all’estero come fanno tutti. Quindi poi ho scelto la città più gotica dello stivale, Torino. 

Generalmente in un libro ci sono i buoni e i cattivi e sono molto ben delineati, ma tu misceli il tutto. In sostanza molti personaggi diventano vittime e carnefici nel corso di tutto il libro. Pensi che anche nella vita reale, ci troviamo spesso a miscelare questo dualismo antitetico? 

Si, ti sei risposto da solo. Niente è solo tutto bianco o tutto nero, noi siamo la miscela del tutto, poi le sfumature di ogni individuo stanno a renderci unici ed irripetibili. Tutti soffriamo di solitudine, abbiamo mille paure, non possiamo vivere senza emozioni, senza amare. La solitudine unisce tutti i personaggi legati alla mancanza d’amore in tutte le sue sfaccettature, per questo vittime e carnefici alla fine si equivalgono anche se in modi del tutto diversi, ma legati dal comun denominatore … mancanza d’amore = solitudine interiore e reale. 

Quanto ti senti libera di gestire il tuo estro e quanto invece ingabbiato dalle scadenze?

Nelle sceneggiature le scadenze di consegna contano, ma sono brava a rimandare se non convinta del lavoro, nei libri non ci sono scadenze e quindi sei sempre più libero. 

Un’ultima domanda: perché una persona dovrebbe acquistare il libro Prendimi e uccidimi? 

Forse per leggere quanto non abbiamo già raccontato in questa intervista ahahahah, scherzo. Sai bene che in un giallo bisogna incuriosire il lettore e mai raccontare la trama altrimenti è finita. Direi che se c’è qualcuno che ama i gialli introspettivi e adrenalinici, Prendimi e Uccidimi  è perfetto, ma anche per chi ama le storie d’amore passionali dai risvolti inaspettati, o solo per chi vuole passare qualche ora senza annoiarsi. 

Concludo dicendo che il giallo scritto dall’amica Rossella è un libro atipico nel suo genere. Perché ci sono dei risvolti inusuali per il giallo classico. Chi prima era vittima, si ritrova a fare il carnefice e viceversa. Persone che si ritrovano catapultate in una realtà che non pensavano esistesse. Persone che iniziano a fare i conti con se stessi. Un ventaglio di personalità che l’amore in tutte le sue sfumature anche quelle a tinte forti, diventa l’anello di congiunzione. È un giallo che non ha niente di romantico, ma che vive d’amore. In tutto il libro, niente è mai banale. E fino all’ultimo l’autrice tiene in scacco il lettore. Solo l’epilogo da la risposta ai molti interrogativi che l’autrice sapientemente ha saputo intessere. Quindi faccio i miei personalissimi complimenti all’amica Rossella e concludo con una richiesta: quando uscirà il continuo? 

Quando riuscirò a trovare il tempo per finire “Centurie” ambientato a Venezia un horror gotico del tutto diverso da Prendimi e Uccidimi. Qui non ci sono serial killer, ma il sottotesto narra di cose attualissime della nostra società malata, mentre l’intreccio narrativo ci porta  lontano ai primordi della religiosità, attraverso percorsi esoterici che si collegano all’era odierna e il protagonista è un bambino.

3 Risposte to “:: Michele Ciardelli intervista Rossella Drudi”

  1. utente anonimo Says:

     Sono Chopy nonché Michele Ciardelli, l’intervistatore improvvisato. Purtroppo Splinder mi ha sloggato…
    Devo dire che la qualità di Rossella che mi ha catturato di più è la sua enorme disponibilità. E’ una persona che nonostante il successo (pensate a Palermo-Milano solo andata) è rimasta umile. Quando parli con lei capisci che ha mantenuto il profilo provinciale: nel senso buono del termine! 🙂

  2. liberdiscrivere Says:

    Grazie Michele, e grazie Rossella soprattutto per la pazienza

    Giulia

  3. rosdrudidurella Says:

    Grazie a voi.
    Saluti
    Rossella.

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