:: Intervista a Francesco Giubilei

28 dicembre 2009 by

historicaBenvenuto Francesco su Liberidiscrivere. Solitamente intervistiamo scrittori e giornalisti, sei il primo editore. Iniziamo quindi con le presentazioni. Parlaci un un po’ di te. Chi è Francesco Giubilei?

E’ un ragazzo di 18 anni di Cesena che frequenta il quinto anno di Liceo Scientifico nella sua città, gioca a calcio, esce con gli amici, ha la vita di un normale adolescente con due grandi passioni la letteratura e l’editoria. Da qui nasce il suo amore per la lettura e la scrittura e la volontà di fondare dapprima una rivista letteraria e successivamente una casa editrice.

Sei il direttore editoriale delle edizioni Historica. Parlaci di questa esperienza. Ci sono anche lati negativi? Come li affronti?

Historica edizioni è nata nel settembre del 2008 con la pubblicazione di “Le colpe dei padri” di Laura Costantini e Loredana Falcone. Inizialmente Historica era un e-magazine online e successivamente una rivista letteraria cartacea, solo in seguito è nata la casa editrice. Purtroppo, oltre alle tante soddisfazioni, ci sono anche molti lati negativi. Innanzitutto economici: se non si chiede il contributo agli autori, come facciamo noi, l’unica fonte di guadagno sono le vendite dei libri e purtroppo non sempre un titolo vende tanto da azzerare i costi e quindi si è sempre con l’acqua alla gola per quel che riguarda i pagamenti. Un altro grande problema è quello legato alla distribuzione, benché siamo distribuiti in tutto il territorio nazionale da Ediq e in Emilia-Romagna, Marche e Abruzzo da L’editoriale, è davvero difficile riuscire ad avere spazio in libreria, specie se si tratta di narrativa e di un editore, tutto sommato, nato da poco.

Sei il più  giovane editore d’Italia. Come vivi questa condizione?

Essere il più  giovane editore d’Italia è solamente un qualcosa in più al lavoro che svolgo quotidianamente per Historica, non voglio essere conosciuto solo perché sono il più giovane editore d’Italia (perché questa è una condizione che, volenti o nolenti, durerà ancora per pochi anni) ma per la qualità e la validità dei libri che edito.

Che consigli daresti ai giovani che volessero intraprendere la tua strada di editore?

Fare l’editore non è un gioco, è una vera e propria professione, una delle più difficili perché racchiude al suo interno varie competenze. Innanzitutto, benché non sia molto “romantico” affermarlo, l’editore è un imprenditore e la casa editrice un’azienda e, come in tutte le aziende, bisogna fare profitto o almeno inizialmente non rimetterci. Se l’editore però si limita solo a fare profitto come purtroppo stanno facendo case editrici storiche come la Mondadori (diverso è il ruolo della Rizzoli che storicamente è nata come una casa editrice per fare soldi, nonostante iniziativa di grandissima valenza culturale quale per esempio la collana Bur che è stata fondamentale nella crescita culturale degli italiani nel dopoguerra) a quel punto non svolge più la sua funzione principale che è quella di portare contributi letterari e culturali alla società. Il consiglio che darei a chi volesse intraprendere la strada di editore è quello di conoscere la storia dell’editoria e il mercato editoriale contemporaneo. Consiglio la lettura della “Storia dell’editoria italiana” del Ferretti (Einaudi, 2004), oltre che lo studio delle biografie di vari editori come Mondadori, Bompiani, Longanesi, Einaudi, Calasso, Scheiwiller…

Che consigli daresti ai giovani autori in cerca di editore? Gli consiglieresti di cercarsi un agente letterario?

L’agente letterario è una figura necessaria quando si arriva ad un certo livello e ad un certo numero di pubblicazioni. Prima, nella stragrande maggioranza dei casi, è inutile e alle volte anche controproducente (come esistono tanti pseudo editori che speculano sulla buona volontà degli autori, così ci sono molti agenti che offrono pseudo servizi rubando soldi agli autori). 

Che tipo di criterio utilizzate per scegliere gli autori da pubblicare?

La nostra linea editoriale è già programmata fino a settembre-ottobre 2010 quindi in questo momento valutiamo con più calma i lavori di autori, esordienti o meno, che ci scrivono.

Quale è l’autore che ti ha più inorgoglito pubblicare?

Tutti. Se decido di pubblicare un libro è perché credo in esso e nelle potenzialità  dell’autore quindi tengo allo stesso modo a tutti i miei autori. Sono molto legato a Laura Costantini e Loredana Falcone per la narrativa, a Francesco Dell’Olio, autore di Vivere Adagio giunto alla seconda edizione, ad Alessandro Cascio e Sacha Naspini per la collana Short Cuts, così come Remo Bassini. Sono orgoglioso di avere pubblicato Matteo Gambaro, Cinzia Pierangelini e Maria Giovanna Luini per la collana Celeris e sono felice per lo sviluppo che sta prendendo la collana “Cahier di viaggio” diretta da Francesca Mazzucato.

Raccontaci un episodio divertente o bizzarro che ti è capitato nella tua carriera.

Nella mia breve carriera editoriale mi sono successi molti episodi divertenti, specialmente alle fiere dove capita di incontrare persone davvero bizzarre. Il più  divertente in assoluto, anche se spiega tante cose sul mercato editoriale italiano, è quello che mi è successo alla passata edizione della fiera del libro di Modena. Una signora mi si è avvicinata consegnandomi un suo bigliettino da visita e dicendomi, “Io scrivo romanzi” al che l’ho ringraziata e le ho consigliato uno dei nostri libri di narrativa e lei mi ha risposto “mi dispiace ma non leggo narrativa”!

Raccontaci un tuo sogno nel cassetto, un progetto che vorresti al più  presto realizzare.

I progetti e le idee sono davvero tante e mi piacerebbe poterle realizzare tutte, bisogna però stare con i piedi per terra e non fare il passo più lungo della gamba. Il mio sogno editoriale sarebbe quello di conoscere un imprenditore disposto ad investire nello sviluppo della casa editrice.

Frequenti fiere del libro, raduni internazionali? Quale è lo stato dell’editoria italiana? Pensi che la crisi tocchi anche questo settore?

La crisi purtroppo tocca specialmente questo settore o meglio tutti i beni di consumo ritenuti “non necessari” o “superflui” e, come purtroppo tutti sappiamo, la stragrande maggioranza degli italiani ritiene i libri come un qualcosa di cui è tranquillamente possibile fare a meno. Il grado di civiltà di un popolo non si misura solo nelle infrastrutture, nel proprio pil, nel sistema di governo, bensì anche dal proprio rapporto con la cultura e quindi coi libri. Le fiere del libro sono importantissime per un piccolo editore, se non fondamentali. Nel 2010 parteciperemo a Modena, Torino, Pisa, Chiari e speriamo Roma, più altre piccole manifestazioni ed eventi.

Hai progetti per aiutare i giovani ad emergere?

I giovani devono sicuramente essere aiutati ad emergere, specie in un momento come questo, come cas
a editrice siamo chiaramente apertissimi ai giovani e il nostro aiuto concreto è quello di offrire la possibilità di pubblicare con una casa editrice seria, indipendente e senza contributo. Però se lo devono meritare.

Cosa pensi dell’editoria a pagamento. Consiglieresti ai giovani di autopubblicarsi?

In questo caso bisogna fare molta attenzione perché c’è differenza tra il pubblicare a pagamento e l’autopubblicazione. Parliamo di auto pubblicazione quando un autore decide autonomamente di stampare poche copie del suo libro nella tipografia/copisteria sotto casa o di registrarlo su uno dei tanti malaugurati siti di book-on demand come per esempio Lulu o ilmiolibro.it e renderlo quindi fruibile ad un numero illimitato di persone. L’editoria a pagamento è invece un fenomeno di tutt’altro genere. Si tratta di editori che al momento della pubblicazione del libro chiedono agli autori un contributo economico o l’acquisto di un tot di copie. E’ un discorso complesso che meriterebbe di essere analizzato e discusso ma non mi sembra questa la sede idonea, rimando comunque chi fosse interessato ad approfondire a questa mia intervista a Silvia Ognibene autrice di “Esordienti da spennare” libro-inchiesta sul fenomeno dell’editoria a pagamento ( http://www.lankelot.eu/letteratura/ognibene-silvia-intervista-su-esordienti-da-spennare.html )

In che città  vivi? Vi lega un rapporto di amore – odio? Quali sono le caratteristicche che ami di più e quelle che ami meno?

Vivo a Cesena che è una piccola cittadina della Romagna. Il prossimo anno però mi trasferirò (presumibilmente a Roma) per frequentare l’università e poi non so se tornerò a vivere in provincia. Benchè la vita di provincia sia sotto molti aspetti bella e soprattutto tranquilla, credo mi si addica più lo stile di vita di una grande città con le opportunità lavorative e culturali che offre. Le cose che amo della mia città, oltre che la squadra di calcio, sono la sua tranquillità che permette di avere una qualità di vita tutto sommato alta e la facilità negli spostamenti. Ciò che odio veramente tanto è la chiusura mentale della maggioranza delle persone e la mancanza di vere iniziative culturali e manifestazioni di livello. Per quel che riguarda lo stato dell’editoria nella mia città è meglio sorvolare.

Cosa pensi del fenomeno dei gialli scandinavi. Ti piacciono autori come Mankell o Stieg Larsson?

Sinceramente, se si escludono i molti manoscritti che ricevo e i grandi classici (Doyle, Simenon, Christie…), non leggo molti gialli e non ho letto Mankell e Larsson quindi non esprimo un giudizio. Anche se mi sembra che, come spesso accade, si stia enfatizzando il fenomeno del giallo scandinavo e che Marsilio stia compiendo una bella operazione commerciale. Occhio.

Quali sono i segreti per promuovere un libro?

Sostanzialmente tre: soldi, tempo e contatti. Senza queste tre peculiarità è  impossibile fare un bel lavoro di promozione di un libro. Ad un livello successivo un buon ufficio stampa. Se i fondi sono pochi, la promozione, come nel nostro caso, viene curata direttamente dall’editore, assumendo, alle volte, uffici stampa a contratto.

Che tipo di approccio utilizzate per far conoscere i vostri libri, inviate copie di libri da recensire a recensori professionisti? Come si diventa recensori professionisti? E’ una professione in ascesa? 

Col tempo abbiamo maturato una serie di contatti, specialmente sul web, ma anche sulla carta stampata a cui inviamo copie saggio delle nostre ultime uscite. Non so cosa intendi con recensori professionisti, non esiste un albo come per i giornalisti (per altro opinabile, una tessera non rende automaticamente un giornalista un professionista), credo che il seguito e l’apprezzamento dei giudizi renda un critico un professionista. Ci sono decine e decine di critici, o pseudo tali, che si definiscono professionisti solo perché scrivono per importanti quotidiani quando in realtà sono schiavi dei grandi editori. Critica deriva dal greco Kritike ed è quell’arte o scienza di giudicare “secondo i principi del vero, del buono e del bello”, quando vengono meno questi tre principi non si parla più di critica bensì di marketta. Si diventa un recensore professionista scrivendo il vero, senza compromessi di nessun genere.

Oltre che editore sei anche scrittore? Che libri hai scritto? Pensi di pubblicarli con Historica?

Finora ho pubblicato due libri, uno nel 2006 dal titolo “Giovinezza” ed uno nel 2008 “Bastola la signora del fuoco” (Arpanet). In particolare la mia esperienza con Arpanet è stata molto positiva, sono una casa editrice giovane e dinamica che cura molto la propria immagine e i ragazzi della redazione, coadiuvati da Paco Simone (l’editore), si danno davvero tanto da fare, in particolare Daniela Giordani, validissimo ufficio stampa. La bell’esperienza mi ha convinto a proporgli  il mio ultimo lavoro in fase rilettura in questi giorni, incrociamo le dita. Per quel che riguarda l’auto pubblicazione, almeno per il momento, la escludo.

Recensione a cura di Nicola Fabio Vitale: Il purtroppo delle cose di Dimitri Verhulst

16 dicembre 2009 by

9788864110042gQual è la condizione di vita in cui dovrebbe vivere un uomo? Difficile dirlo, ne esistono diversi che vanno da un estremo all’altro, improbabile stabilire quale sia il più giusto. Alcuni, però, possono essere definiti senza dubbio deprimenti, emarginati, sconclusionati. Dimitri Verhulst né “Il purtroppo delle cose” (Fazi Editore, 2009, 219 pagine, 16,50 euro) racconta le vicende del piccolo Dimitri, protagonista di una storia che, per molti aspetti, può essere definita al limite. L’autore, con uno stile di scrittura scorrevole ed efficace che, in più di una circostanza, costringe a sorrisi che lasciano l’amaro in bocca, dipinge squarci di vita che risaltano in modo realistico agli occhi di chi legge, in cui i luoghi e il succedersi degli avvenimenti sono profondamente impregnati delle sensazioni dei protagonisti. Tutti sembrano accettare il destino che gli è stato assegnato fin dalla nascita, alcuni esaltano il proprio modo di essere per sentirsi vivi e capaci di lasciare un segno del proprio passaggio. Per nessuno sembra possibile una via di fuga, solo una morte prematura l’unica alternativa. Il piccolo Dimitri osserva tutti, racconta le sue sensazioni e quelle di chi gli sta vicino nel succedersi degli avvenimenti che segnano la sua esistenza. I suoi stati d’animo sono molteplici, disagio quando incontra chi vive un’esistenza migliore dalla sua, orgoglio, comprensione, rassegnazione, odio nei confronti di chi sembra averlo condannato a vivere quello stato delle cose. Il tempo passa, Dimitri cresce e riesce nell’impresa che, fino a quel punto del racconto, sembrava impossibile, intraprendere un percorso diverso da chi lo aveva preceduto. Il suo racconto sembra poter lasciare spazio alla speranza per tutti, esiste una via d’uscita. La realtà, però, sembra dover prendere il sopravvento. Costruire un percorso alternativo significa muoversi lungo una strada difficile e piena di ostacoli, soprattutto da un punto di vista interiore. Avviarsi lungo la discesa che porta verso il purtroppo delle cose, quello stato di vita nel quale non si riconosce più, sembra molto semplice, una possibilità sempre in agguato dietro il prossimo angolo.

:: Intervista ad Antonio Gargiulo di Michele Ciardelli

4 dicembre 2009 by

Caro Antonio, tu sei un diplomato che non ha mai smesso di studiare. Hai fatto e stai facendo attualmente ricerche. Sei stato per anni abbonato ad una rivista di settore. Spiegami, allora, come ha fatto Adriano Gotulani, a convincerti a scrivere un libro erotico a quattro mani!

Carissimo, innanzitutto grazie per questa intervista. Vedo che sei informato sul mio percorso culturale. Come hai detto, sono un appassionato di scienza. Di solito, con questa parola, si limita il campo della conoscenza alla semplice biologia, fisica e astronomia che ognuno di noi ha studiato alle scuole medie. I miei studi e le mie ricerche spaziano, invece, in diversi settori. Conosco da Archimede a Keplero da Galileo a Newton, da Lamark a Darwin fino a Mendel ed Einsten. Dopo aver studiato Einstein, mi sono dedicato anche alla scienza non ufficiale. Un esempio pratico è dato dal fatto che per quanto riguarda l’origine dell’universo, non esiste solo la teoria del big bang, ma ce ne sono tante altre altrettanto importanti e dimostrabili. Questo mi ha spinto a cercare oltre le convenzioni, finanche allo studio di libri, culture e religioni antiche, dedicandomi in particolare allo studio approfondito della geometria e dell’astronomia comunicazionale e sacra. Avevo deciso di raccogliere le mie ricerche in un libro nel 2005 ma mentre cominciavo a raccogliere, sono giunto a fare anche io delle ipotesi e il libro si sta trasformando in trattato. Trattare un argomento non è così semplice e richiede tanto studio, precisione e tempo,  soprattutto perché bisogna accompagnare il lettore piano piano attraverso una specie di tragitto e mentre facevo le pause è arrivato prima il libro "A.M.O.R.E." e poi è arrivato Gotulani.

Parlaci del tuo libro.

I miei libri, teoricamente sarebbero tre: un libro cominciato a 16 anni che non ho mai finito, consegnato ad una casa editrice che lo ha "smarrito" e al mio vecchio dischetto floppy che si spaccò a metà. Di quel libro rimane solo la prima pagina, che ho ritrovato miracolosamente tra vari progetti di veicoli futuristici che avevo disegnato. "A.M.O.R.E" è una raccolta ti poesie, pensieri poetici e articoli redatti dal 2002 fino al 2005. Cinque delle opere contenute sono arrivate in finale in concorsi letterari. La prima pubblicazione del libro, è stata affidata alla Accademia Giuseppe Gioachino Belli, mentre la seconda edizione è stata affidata a Lulu.com che ancora oggi lo distribuisce sia attraverso diversi siti internet, sia attraverso l’ordinazione nelle librerie. “Il viaggio dei Gotulani” parla di un uomo che immagina una scena erotica soft con la donna che ama, poi si addormenta e comincia il sogno di un viaggio di nozze che invece di essere il classico viaggio fatto a due, si trasforma in un percorso di trasgressione che incalza sempre più, facendo diventare i giochi sempre più piccanti in un crescendo di aliti e palpiti fino a interrompersi bruscamente con il risveglio dal sogno ed una lettera d’amore. È usato sempre il presente e si vivrà il libro come se tutto stesse accadendo nel momento stesso in cui si apre una qualsiasi pagina del libro. I personaggi sono “io” e “tu”, io è la parte maschile, tu è la parte femminile, per cui, ogni persona maschio o femmina che sia, entrerà proprio a far parte del libro e divenir lui protagonista vivendo al 100% le ansie, le frustrazioni e le avventure dei personaggi; inoltre ci sono tantissimi spezzoni visti con gli occhi della lei. Il messaggio è chiaro dunque: IL PROTAGONISTA SEI TU CHE LEGGI!

La cosa che subito colpisce del libro è il modo poetico di descrivere l’atto sessuale: con guerrieri e mani che sapientemente lambiscono anfratti, monti e che vengono impreziositi dal nettare più pregiato degli Dei. Riporti anche in questo libro, il tuo animo poetico, nato quando e come?

Posso dire che verso la fine di giugno del 2007 il libro è partito per gioco e si scriveva un giorno si e uno no, fino a novembre dello stesso anno con una grande quantità di scritto. Poi a giugno del 2008 ho preso accordi con Gotulani per tagliare più della metà degli scritti, studiare un inizio e una fine del racconto e racchiuderlo in un libro. Prima di cominciare mi sono documentato su come scrivevano gli altri e siccome non mi piacevano i termini volgari usati in diversi racconti erotici, si è preferito vedere la donna come un vero e proprio mondo: come un pianeta da esplorare. Penso che sia molto più “romantico” vedere la donna in questo modo.

Generalmente in un libro, le parole lasciano spazio alle immagini che ogni lettore si fa, mentre tu hai voluto impreziosirlo con disegni che le spiegassero. Come mai?

Ogni pagina che si scriveva, partiva da un idea iniziale. Si sceglievano le foto più belle da internet ed altre da alcuni disegni del grande Milo Manara. La storia si sviluppava attorno a vestiti o altri piccoli particolari. L’intenzione era non solo descrivere le cose, ma farle proprio vedere con una immagine, quindi dare ai lettori una doppia emozione.

Caro Antonio, tu scrivi un po’ a tutto tondo. Il viaggio dei Gotulani sarà solo un cammeo erotico della tua letteratura, oppure hai intenzione di scriverne altri?

Sì, è  vero! Mi piace variare. Non so se “Il viaggio dei Gotulani” sarà l’unico del genere eros, quello che posso dire è che c’è in cantiere qualche cosa di simile che sto per finire, ma sarà molto molto meno erotico de “Il viaggio dei Gotulani”.

Hai un sogno nel cassetto che vorresti realizzare per quanto concerne lo scrivere? In sostanza: cosa vorresti scrivere che non hai ancora scritto, ma che ti piacerebbe scrivere?

Diciamo che chi legge il mio blog dragossido, ha capito che mi piacerebbe scrivere il seguito de “La storia infinita” (Neverending Story). Ho tanti progetti, ma se li rivelo tutti, finisce la sorpresa per chi mi legge e poi, tengo sempre segretissimi i miei scritti. Una cosa che posso dire è che spero prima o poi di finire il trattato che sto scrivendo dal 2005.

Nel primo libro che hai pubblicato A.M.O.R.E., una raccolta di poesie che spesso fungono da diario, visto che molte poesie sono scritte giorno dopo giorno in cui compare la data, quanto c’è del Gargiulo amatore, romantico e sognatore?

In ogni mio scritto, in ogni mia riga, c’è tutto di me. In ogni singola parola spero di raggiungere chi mi legge e trasmettergli le mie emozioni e pensieri. Lascio dunque giudicare a chi mi legge se sono davvero romantico, se sono davvero sognatore e se sono davvero amatore.

Adesso non puoi non darmi una descrizione di te.

Sono sincero, romantico e molto sensibile. In gruppo non cerco mai di mettermi in mostra, ne di prime
ggiare a tutti i costi. Sono timido molto silenzioso e mi piace ascoltare, non mi piace parlare a tutti i costi come un chiacchierone, ma parlo solo quando sono completamente sicuro di essere ascoltato e di lasciare un messaggio corretto e preciso a chi mi ascolta. Sono molto chiuso e mi apro difficilmente. Posso dire che, in un certo senso, ho fatto della scrittura, anche un modo per farmi conoscere. Altro non so che dire, lascio giudicare a chi mi conosce.

Come ti organizzi per scrivere. Segui un “percorso” che ti sei prefissato, scrivi quando ti va, oppure?

Per quanto riguarda il trattato che sto scrivendo, devo per forza di cose spiegare punto per punto quello che conosco e spiegarlo per bene per accompagnare per mano il lettore alle conclusioni alle quali sono giunto io. Cercherò di impegnarmi al massimo per effettuare questo compito e spiegare in modo semplice. Per quanto riguarda il resto, scrivo a braccio, senza regole e senza una linea guida. Seguo solo quello che esce dalla mia testa e dal mio cuore. Adesso ho cominciato due racconti: "La piscina" (racconto visto con gli occhi di donna) e "L’imperatrice bambina" (seguito de "la storia infinita") ma di nessuno dei due conosco ne i risvolti ne tanto meno il finale. Comunque sono molto sensibile alle variazioni, quindi se sto attraversando momenti difficili, ho difficoltà anche a scrivere.

Ho notato nel tuo modo di scrivere che usi molto i punti di sospensione, insomma i tre punti consecutivi. Li hai usati molto anche nelle tue poesie. Come mai? Vuoi sempre lasciare in sospensione il lettore a vagare con i suoi pensieri che tu hai provocato?

Si, mi piace lasciare il lettore vagare nei pensieri, perché i puntini sono anche i miei pensieri e se il lettore vaga negli stessi pensieri miei allora sono riuscito a raggiungerlo al 100%.

Se tu dovessi fare lo sceneggiatore del film del tuo libro, come lo imposteresti?

Questo non lo so!

Come mai una persona dovrebbe comprare il tuo libro?

Potrei dire che per quanto riguarda "il viaggio dei Gotulani", credo che sia una delle prime volte che ci sia un libro del genere eros scritto in modo delicato e, se non altro, è la prima volta in cui il protagonista è chi legge, uomo o donna che sia e può vivere il libro in ogni momento in cui apre una pagina qualsiasi dello stesso. Una novità per i lettori del genere eros, ma anche un libro per maggiorenni che vogliono avvicinarsi al genere. Spero di lasciare un pizzico di me in chi mi leggerà.

Nell’immagine che appare nella quarta di copertina, c’è la tua foto dove dai l’impressione (almeno a me) di essere un po’ un sognatore. Ti senti tale?

Sono stato già definito tale diverse volte e mi sento anche tale: ho sempre la testa tra le nuvole.

Io ringrazio l’amico Antonio prima di tutto per l’amicizia che mi ha regalato e poi per avermi concesso, a me che intervistatore non sono, queste “confessioni”. Io personalmente vi invito a leggere questi due libri che sono diametralmente opposti, ma dove la poesia è il punto d’incontro. Non c’è avvenimento nel libro Il viaggio dei Gotulani dove non si respiri poesia. L’atto sessuale è un abbandono totale dei sensi che si fondono perfettamente: perversione, sogno, divertimento, voglia di osare, senza mai perdere di vista il concetto base di un rapporto di coppia. Il rispetto.

:: Intervista a Lello Gurrado a cura di Giulietta Iannone

3 dicembre 2009 by

Benvenuto Lello su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato la mia intervista. Racconta qualcosa di te ai nostri lettori. Chi è Lello Gurrado?

Lello Gurrado oggi è uno scrittore, ieri un giornalista. Due mestieri che molti, per un insulso spirito di corpo, definiscono assai diversi, ma in realtà sono molto affini. Sono nato a Bari nell’aprile del 1943, ma vivo a Milano dal 1950, per cui posso dire di essere più milanese che barese. A Milano ho studiato, a Milano ho sempre lavorato.

Parlaci del tuo primo amore il giornalismo. Cosa è cambiato dagli anni 60 ad oggi?

Ho cominciato proprio negli anni Sessanta, esattamente nel 1961. Avevo 18 anni e mi ero appena iscritto all’Università (Giurisprudenza alla Statale, lasciata a tre esami dalla laurea perchè ormai costituiva un “legittimo impedimento” al mio lavoro). È stato davvero un grande amore, il mio, per il giornalismo. Un amore che per molto tempo è stato ricambiato, ma alla fine si è dissolto. Non finiscono tutti così i grandi amori, con uno dei due che improvvisamente cambia, diventando irriconoscibile? Il giornalismo infatti è cambiato. Oggi non è più quello che mi ha fatto innamorare, è un’altra cosa. Oggi è un mestiere piatto, asservito, noioso.

A soli 22 anni hai pubblicato il tuo primo libro Il Mestieraccio. Puoi parlarcene?

Non esageriamo. A 22 anni sono diventato giornalista professionista (credo che sia un piccolo record) ma Il Mestieraccio l’ho scritto più avanti, a 35 anni, quando avevo già fatto un po’ di esperienza nei giornali. Il Mestieraccio è un libro che ho molto amato, forse il migliore tra quelli che ho scritto, perché veniva dal cuore. Me l’ha pubblicato un editore sconosciuto; il grande Guido Crepax, sì, lui, il padre di Valentina, mi ha regalato il disegno della copertina ed era una satira divertente del mondo dei giornali: i luoghi comuni, i piccoli trucchi dei cronisti, l’incubo del foglio bianco, i pezzi dettati a braccio, una vita mai noiosa.

Raccontaci un avvenimento avventuroso o divertente della tua carriera di inviato.

Avventuroso e divertente insieme l’incontro con Enzo Ferrari, il “Drake” Enzo Ferrari. Avevo scritto un pezzo polemico nei suoi confronti perché, dopo aver detto, in estate, che Clay Regazzoni era un pilota estremamente scorretto che andava cacciato dalle piste di tutto il mondo, solo due mesi dopo, in autunno, Ferrari l’aveva ingaggiato come pilota ufficiale della sua scuderia. Io scrissi un articolo che si intitolava Siamo uomini o Regazzoni?  e raccontai l’incoerenza di quella scelta. Il giorno dopo l’uscita dell’articolo ricevetti una telefonata da Maranello. “L’ingegner Ferrari vorrebbe conoscerla”, mi disse una voce di ghiaccio, “Può venire in fabbrica?”. Mi spaventai molto (avevo solo 26 anni), pensai le cose più brutte ma ovviamente accettai l’invito. Entrai timidamente nel santuario dell’automobile, la mitica fabbrica del “cavallino rampante” ed ecco la sorpresa. Enzo Ferrari mi venne incontro sorridente, mi strinse la mano e, guardandomi fisso negli occhi e dandomi una pacca sulla spalla, mi disse: “Bravo. Bravo Gurrado. Ho letto il tuo articolo e devo dirti che hai fatto bene a scrivere quelle cose. La tua critica è giustissima. Hai ragione. Sono stato incoerente e tu hai fatto bene a sottolinearlo. Sei un giornalista coraggioso. L’unico. E sai perché nessun altro ha scritto le stesse cose? Perché sono tutti dei fifoni, hanno paura di questo vecchio. Tu non imitare mai questi tuoi colleghi codardi. Vai avanti così e non aver mai paura di scrivere quello che pensi”. Immaginate la mia reazione. Ho inciso quelle parole nella mente e ho cercato di non tradire mai la fiducia del grande Enzo Ferrari.

Quali sono i tuoi autori preferiti, i tuoi maestri letterari?

Joseph Heller, Kurt Vonnegut, Italo Svevo, Italo Calvino, Saul Bellow, Mordechai Richter, Garcia Marquez…

Quale è il libro più bello che hai letto che non ti stancheresti mai di rileggere?

È successo qualcosa, di Joseph Heller.  Geniale e attualissimo.

Raccontaci qualcosa della tua città, Milano, della tua gente.

Anche per Milano, come per il giornalismo, sono in una fase di disamore. Mi sembra che stia perdendo, o forse abbia già perduto, le caratteristiche che l’hanno fatta grande. Non è più la città col cuore in mano e men che meno la capitale morale d’Italia. In più si sta spegnendo intellettualmente. Ho l’impressione che le sia rimasta soltanto

la Scala.

Quale è la scelta più difficile che hai dovuto fare nella tua carriera?

Mi dispiace, ma non me ne viene in mente neanche una. Ho sempre fatto ciò che ritenevo giusto e quindi non ho mai avuto il problema di fare scelte difficili.

Hai scritto San Siro

la Scala del calcio edito da Rizzoli. Parlaci della tua idea  di  giornalismo sportivo.

Mi tocca ripetere il concetto. Ai miei tempi, che erano quelli di Helenio Herrera, Mazzola, Rivera, Altafini, c’era la corsa all’intervista esclusiva, allo scoop, a evitare il “buco”. Oggi ci sono le conferenze stampa. Arriva Mourinho, o  Ferrara, Ranieri o chi vuoi tu, dice le stesse cose a tutti e il giorno dopo i quotidiani sono tutti uguali, con le stesse spiccicate parole. Anche i giornalisti sportivi hanno perso l’anima.

Cos’è per te la libertà? Pensi che in Italia la tanto dibattuta libertà di stampa esista?

Esiste, sì che esiste, ci mancherebbe altro. Ma purtroppo esistono anche i condizionamenti. Politici, economici, carrieristici. Sono questi a rendere i giornalisti meno liberi. È dunque non è una questione di negazione, ma di autoprivazione della libertà di stampa.

Ci sono autori esordienti che hanno attirato particolarmente la tua attenzione?

Sinceramente no.

L’ultimo tuo romanzo è Assassinio in libreria edito da Marcos y Marcos. Puoi parlarci di questo libro?

È una provocazione rivolta agli scrittori di gialli. Ho immaginato che durante una festa celebrata presso la “Libreria del giallo” di Milano la proprietaria, Tecla Dozio, venisse uccisa davanti agli occhi dei più grandi giallisti italiani e stranieri: Camilleri, Lucarelli, Carofiglio, Carlotto, Deaver, Connolly, Vargas, ecc. A quel punto ho sfidato proprio questi autori a trovare l’assassino della loro amica. In pratica ho detto: voi che siete così bravi a inventa
re intrighi, provate una volta tanto a mettervi in gioco. Mi sono divertito. Da notare che, a parte l’assassino e l’investigatore, i personaggi del libro sono tutti reali e viventi, vittima compresa.

Che rapporto hai con la critica, quale è la recensione che ti ha fatto più piacere leggere?

Un rapporto rispettoso e consapevole. La critica migliore? Tutte intelligenti, ma mi è apparsa particolarmente incisiva quella di Dino Messina sul Corriere della Sera. Ha colto il vero spirito del libro che non è soltanto un giallo, ma anche una denuncia di certe storture del mondo letterario ed editoriale.

Puoi darci una tua personale definizione di noir?

Il romanzo noir è miglior erede della cronaca nera di una volta. Ciò che non fanno più i cronisti della mala, oggi lo fanno i giallisti. Sono loro ad aprirci gli occhi sulla società odierna.

Ci sono errori che hai commesso nella tua carriera che oggi con l’esperienza non rifaresti più?

Bella domanda. Se dico tantissimi capisci che è un atto di finta modestia. Se dico di no passo per un presuntuoso o per un superficiale. Mi avvalgo della facoltà di non rispondere.

Che consigli daresti ai giovani che vogliono intraprendere la carriera di scrittore o giornalista?

Vedi alla risposta numero 4. Prendi un pennarello, scrivi su un cartello le parole di Enzo Ferrari e attaccalo al muro di fronte a te, in bella vista. 

Ti piace il polar francese?

Preferisco il camembert.

Hai mai pensato di scrivere un’ autobiografia?

Oh no. Quando mai? Non interesserebbe a nessuno. Chi mi vuole conoscere può cercarmi nelle cose che scrivo. C’è sempre qualcosa di personale  in uno scritto.

Hai un blog, un sito? Cosa pensi della scrittura al tempo di internet?

Ho un sito che si chiama, pensate un po’, www.lellogurrado.it, ma purtroppo lo aggiorno di rado. Ogni giorno mi riprometto di dedicargli un po’ di tempo, ma non riesco mai a farlo. Della scrittura al tempo di internet penso positivo. Avrà pure dei limiti stilistici, ma è viva, sattante, sempre tesa verso la ricerca.

A quali progetti stai lavorando in questo momento?

Sto ultimando un altro giallo. Si intitola La scommessa e uscirà in febbraio con Marcos y Marcos. Un romanzo un po’ sulla falsariga di Assassinio in libreria con uno scrittore al centro della storia. Ma lasciatemelo finire, poi ne parliamo.

Recensioni di Alessandro Burbank: -IN APNEA- di Julian Zhara

1 dicembre 2009 by

Provate ad immaginarvi in un passato bucolico e illibato. Incastonati in un’amaca d’acanto, all’ombra di due faggi a leggere un libro di poesie. E che quel libro d’un tratto vi porti in una realtà parallela.Un mondo virtuale e irrazionale, bellissimo.Un mondo fantastico, di giochi, di arcobaleni di cherubini e spicchi di luna crescenti.Ecco, questo accade perchè non state leggendo ”IN APNEA” di Julian Zhara.Aprendo il libro di Julian Zhara verrete catapultati nei marciapiedi della vostra città, nella periferia dell’incubo senza passare per il sogno ormai consumato e troppo idealizzato.Vi troverete in una sorta di Apnea emozionale sprofondati negli inquietanti abissi dell’anima. E scoprirete che l’anima non è solo la trasfigurazione delle viscere ma è anche il mezzo ultimo dell’orrore per se stessi e per il mondo circostante. Un abisso sub-cutaneo dove, per la falsità e l’ignoranza dell’attuale società, diviene meno profondo e porta il suo ribrezzo sulla superficie epiteliale. Julian Zhara nella sua poetica incontra l’essere umano attraverso accese ed aspre discussioni bevendo sangue al bar, tra se stesso e ”la scenografia intorno” tornando alla ”forma primordiale”della poesia e della visione della vita; ”poiché l’essere umano è una molla incline allo stato più esteso…” che alla fine ”si ritira nel suo confine originario”. Ed è proprio in quel confine disilluso e disincantato, non per sua volontà ma per ”un tetro contratto” sancito alla nascita, che vive il poeta, ”oscuro anti-eroe arcano” …” non…più umano, ma maschera di paure”. La caratteristica fondamentale del linguaggio poetico di Julian è la frenetica ricorrenza di termini biologici per esplicare o semmai negare concetti ultrabiologici.

”Amico.
Piscia l’ umor nero
Dalle viscere.
Finiti attimi
Di eterna catarsi.

(ASCESI pg.12/48)

Si vede qui limpido e liquido (come chiare fresche dolci acque) che la purificazione dell’anima avviene attraverso il corpo, il quale non è un limite, ma l’unica sicurezza, è sostanza finita; sensibile ai cambiamenti esterni ad esso, di sofferenze e umori che sfociano metaforicamente come urine nell’eterno mare della purezza. La domanda dunque sorge spontanea: Esiste il concetto di anima secondo i versi dello Zhara? La risposta è tutt’altro che semplice. La mia è si. Perché il poeta come ”astro, sogna carnali i primordi della creazione” in quanto il poeta è anima di se stesso. E dentro di lui troverà tutte le risposte. L’essere poeta è una scelta dettata dal tracciato vivere…ed è l’organismo che riceve l’ispirazione folgorante. L’antenna ricettiva è il cervello, che scatena gli altri organi in un tripudio dei sensi, come quando ”l’odore penetra i sensi va diritto al petto” e quando ”l’occhio stupito accetta l’invito della fantasia” nei versi di NOTTURNO.L’anima sono solo i bordi di un contenitore nel quale la sensibilità e la superficialità epidermica riempiono di significato la sopravvalutata spiritualità metafisica del corpo umano.

”Prostrarmi a un certo -Io-
a cui auspico il peggio?!
Estràneati da questo corpo
anima a noleggio!”

(TEMPIO DELL’ORGOGLIO pg.25)

Ed è quest’anima a cui si è attribuita, nel tempo, attività sine-corpore; a cui abbiamo creduto quando dicevano che esisteva un mondo interiore. Un mondo stuprato che il poeta rifiuta categoricamente vomitando quasi di getto questi versi riassuntivi della sua filosofia. Così in un corpo vivo grazie ai sensi e alle percezioni di realtà Julian Zhara comprende la non esistenza dell’anima dando l’impronta principale della sua poetica, e questo mi mette i brividi, all’amore. L’amore come due esseri uniti nella rispettiva nudità umana (troppo umana) e non il sentimento oggetto di due persone che stanno assieme.L’amore come redenzione e respiro dei sensi come unica via: ” Una freccia splende mi indica il cammino” seguendo la quale il poeta potrà trovare l’ossigeno necessario per respirare quell’ -Aria- che è il respiro, esalato dalla propria amata, il quale diventa ”musica rapita dal vento, silente sinfonia”Necessaria sinfonia, aggiungerei, necessarie note nella notte dove l’ ”aria senza note è aria di morte”. Il sentimento cardiaco è la chiave, il cervello, la pelle, le mani dell’esistenza. L’alternativa è la morte apparente, la morte per asfissia… Julian Zhara ”tra il nulla e l’essere, l’essere e il definire” questo poeta ”esiste”/resiste in Apnea nel mare della vita ”nell’eterno divenire” grazie al respiro d’Amore che è ”la piu empirica prova dell’umano percepire”.

Recensione: Senza luce di Luigi Bernardi (Perdisa 2009) a cura di Giulietta Iannone

30 novembre 2009 by

Uno dei più bei romanzi di John Steinbeck che lessi “L’Inverno del nostro Scontento” termina nelle sue ultime battute con una frase che da sempre mi ha fatto riflettere: “È tanto più buio quando una luce si spegne, più buio che se non fosse mai stata accesa” e a Steinbeck ho pensato leggendo questo bellissimo noir di Luigi Bernerdi. Nello spazio ristretto di una piccola comunità la sospensione della luce può creare strane dinamiche. È quello che succede in una serata piovosa di metà ottobre nell’hinterland bolognese. “Uno scocomerato pieno di schioppi” di cui si sa solo che è un pensionato sui settanta anni inizia a sparare e uccidere. La polizia per stanarlo ha l’idea piuttosto bizzarra  di sospendere l’erogazione della corrente elettrica gettando il paese nel buio. Questo è il pretesto, il fatto esterno che scatena un susseguirsi di avvenimenti inattesi. C’è Federica ausiliaria del 118, una ragazza insicura, taciturna, fragile che deve vedersela con le avances tutt’altro che gradevoli di un vicino di casa invadente, Mario Peretti, geometra del comune, intrallazzatore, un uomo che è un mastino nel suo lavoro ma un frustrato con le donne, meschino e vendicativo. C’è Umberto Valdinotti un professore universitario arrogante, vanesio, sleale sposato con Giuliana e padre di due figli terribili e inquietanti a cui propone un gioco per passare le ore di buio che si rivelerà fatale per gli equilibri della famiglia. Poi c’è Loretta la barista del paese, sorella e quasi madre di un piccolo delinquente, una donna sola, chiacchierata per la sua maniera disinvolta di accogliere i clienti a cui non concede mai troppo, di una tenerezza e innocenza disarmanti che la fanno sembrare quasi un personaggio felliniano che vede in Ivano un uomo di cui innamorarsi, un’ occasione per cambiere vita. Infine c’è Domenico, scrittore in crisi da quando la sua donna è morta lasciandogli un gatto e una valigia con un misterioso contenuto. Le storie minime di vita quotidiana sgualcite di poesia scorrono parallele, si alternano di capitolo in capitolo per poi unirsi nel capitolo finale dove una pallottola vagante guidata da una vendetta toglierà una vita, la vita di un colpevole che in un modo o nell’altro ha scatenato la spirale di violenza, producendo un atto liberatorio di giustizia finalmente compiuta. Senza luce è un romanzo complesso, un noir in cui l’emergenza del black out è il pretesto per guardare all’interno dell’animo di alcuni esseri umani, apparentemente comuni, banali, facendo luce nei meandri più oscuri dove nascono le passioni più inconfessabili e represse. È un analisi priva di retorica e di indulgenza dei nostri giorni solo in apparenza civilizzati dall’uso di computer, cordless, tostapani. Non è un libro comune, la scrittura è densa, fluida piena di riflessioni filosofiche, sociologiche, esistenziali. È un’opera vissuta, scheggiata di feroce ironia, di romanticismo, di malinconia. In questo tempo circoscritto in poche ore, rarefatto, isolato dove il mondo ha spento le sue luci perdendo la sua rassicurante normalità e si è nascosto, in questo tempo dove sembra che  tutto debba accadere, Bernardi affronta con ruvida sincerità temi seri, scomodi, parla della sua personale idea di scrittura, dell’editoria, dell’arroganza del potere, del terrorismo, dell’invadenza dei mass media, della famiglia, della vanità e supponenza di una certa cultura, scopre senza indiulgenza i vizi e le debolezze di una società che non ostante adori il progresso, e idolatri la democrazia è sempre dominata dalle ataviche leggi del branco dove la “solidarietrà umana” è solo una parola senza significato. Il buio dell’anima viene scandagliato con una sensibilità e una profondità di pensiero che ci porta a fare buio anche nella nostra anima per ascoltare i suoni del silenzio. “Senza luce” è un romanzo corale, insolito, strutturato a corrente alternata, frammentato, un romanzo dove un’umanità dolente e sconfitta trova voce e si dibatte portando a galla frustrazioni, illusioni, debolezze velate da una malinconia che è fatta di dolente poesia. In questo buio non ci si perde, la voce dell’autore ci guida, ci orienta portandoci a conoscere qualche cosa di noi che forse avremmo voluto ignorare o per lo meno sarebbe rimasta sommersa nel non detto. Bernardi ha coraggio, e un po’ ce lo presta, un po’ ci sprona nel percorrere questa strada in salita e senza appigli. Mentre Mario cerca di sedurre Federica, Umberto vede sgretolarsi la sua famiglia come sabbia tra le dita, Loretta si innamora e Domenico si prepara a dare vita ai suoi demoni interiori noi ci interroghiamo su quanto siano scure e profonde le tenebre dentro noi stessi. Da questo libro si esce cambiati, parte di queste tenebre si incollano alle nostre dita mentre voltiamo le pagine ed iniziamo ad essere più consapevoli come quando ci accorgiamo di respirare e dopo quel momento non lo facciamo più involontariamente.

Luigi Bernardi (Ozzano dell’ Emilia, 1953; Bologna, 16 ottobre 2013) ha creato e diretto case editrici, riviste e collane di libri e fumetti. Come narratore ha pubblicato: i romanzi Tutta quell’acqua (Dario Flaccovio, 2004) Senza luce (Perdisa Pop, 2008) la trilogia Atlante freddo (Zona, 2006) e alcune raccolte di racconti. È stato autore di libri sui rapporti tra crimine e contemporaneità tra cui A sangue caldo (DeriveApprodi, 2002). Ha scritto per il teatro e per il fumetto. Il suo sito: www.luigibernardi.com

Source: libro inviato al recensore dall’ ufficio stampa.

:: Intervista a Marilù Oliva

23 novembre 2009 by
repetita[2]Benvenuta Marilù  su Liberidiscrivere è un vero piacere per me intervistarti. Iniziamo con le presentazioni di rito. Raccontati ai nostri lettori. Apprendo dalla tua biografia che insegni lettere alle superiori. Che tipo di “proffia” sei? Come ti descriverebbero i tuoi alunni?

Il piacere è  mio, Giulia, grazie per avermi dato questa opportunità. I miei alunni direbbero per prima cosa che son cattiva, poi aggiungerebbero che cerco di accostarli alle mie materie –italiano e storia– in maniera piacevole. Sono un’insegnante che sperimenta, in classe facciamo tante attività parallele all’italiano: telegiornale e libreria in classe, molto cinema ma con spirito serio, produzione di una raccolta di racconti di classe, lavoro sulle fonti in storia. Insomma, sono ragazzi delle superiori e cerco anche di farli “giocare” con le mie materie, la mia priorità è che le imparino anche divertendosi e questo lo apprezzano. É logico che un pochino devono anche studiare. Son sempre disponibile per ogni forma di recupero, ti dirò che spesso ci sono anche dei momenti simpatici in classe, però c’è una cosa dalla quale non riesco proprio a prescindere: il rispetto. Oggi non è come ai nostri tempi, oggi gli allievi non hanno la concezione della distanza adulto-adolescente, arrivano e pretendono loro di insegnarti a insegnare. Ecco, quando fanno confusione, quando non rispettano le regole, quando fanno gli arroganti mi arrabbio e divento cattivissima. Più o meno succede i primi dieci minuti. Poi le acque si calmano, loro fanno i bravi e io mi rassereno subito.

Raccontaci un aneddoto curioso che ti ha particolarmente divertito.

Io non ho mai detto ai miei studenti che scrivo. Ma quelli, figurati, l’hanno scoperto lo stesso!! L’altro giorno entro in classe e mi assalgono: «Prof, ha scritto un libro?» «L’abbiamo vista su Internet!» «Ho visitato il suo sito!» Insomma, gran baccano. Poi, in mezzo alle voci, si alza una ragazzina simpatica che mi fa morir dal ridere: «Prof, ma allora lei è famosa!». É molto curiosa la loro concezione dell’ “essere famosi”!!!

Hai un blog interessantissimo dove intervisti prevalentemente scrittori. Quale è l’intervista che ti ha divertito più fare e dimmi quali sono i segreti per fare una buona intervista?

Grazie per l’ “interessantissimo”. I segreti per fare una buona intervista non hai bisogno che te li dica perché tu già fai delle domande molto, ma molto stuzzicanti. In generale mi documento sull’autore e le curiosità scaturiscono abbastanza spontaneamente. Non voglio essere politically correct, ma veramente mi hanno divertita praticamente tutte le interviste che ho fatto per il blog, perché la natura stessa delle “oltraviste/oltre le interviste” implica botta/risposta, ironia, tono scanzonato. Mi ha fatto davvero piacere scoprire il lato più quotidiano di questi artisti. Posso dirti che Alan D. Altieri è uno di quelli che mi han dato più soddisfazione. Che ho scoperto una delicatezza sensuale, in alcune scrittrici, una disponibilità al gioco, grandi passioni: basta leggere, per le donne, gli ultimi baci che hanno dato.

marilùSei stata selezionata tra gli antologizzati del premio Lama e Trama. Ci parli del tuo racconto?

Mi ritengo molto onorata di rientrare nella rosa degli antologizzati perché Lama e Trama è uno dei pochi concorsi seri dedicati al racconto noir. I giurati non sanno niente dell’autore perché ogni racconto viene siglato non dal nome ma da un codice. Quest’anno poi, la giuria era composta da un trio eccezionale e, a mio avviso, completo: Elisabetta Bucciarelli, Al Custerlina, Diana Lama. Il racconto che ho presentato credo che sia, in assoluto, la cosa più terribile che ho scritto fino ad oggi. Comincia con una mamma, in piena depressione post-partum, che parla del suo neonato, a pochi passi da lei. L’idea della morte la avvolge. Il flusso del pensiero viene alternato da continui flash-back sul passato della protagonista, che si rivolge alla madre scomparsa, infatti il racconto si intitola: «Lettera a una madre mai stata».

Parliamo ora di Repetita il tuo nuovo libro edito da Perdisapop. Una cosa mi incuriosisce, tu che sei una persona così solare e lucente, come ti definisce Cristina Zagaria, dove hai trovato ispirazione per scandagliare una personalità così oscura e tormentata come quella del protagonista Lorenzo Cerè?

Mi sono accostata alla criminologia seriale, sia statunitense che italiana che europea in generale, e l’ho studiata per due anni. Naturalmente questo mi ha procurato un carico d’angoscia non indifferente perché non riuscivo ad affrontare quei casi con lo spirito distaccato della studiosa, ma stavo molto male. Così ho partorito Lorenzo Cerè, la summa di molte biografie lette, reinventata sulla base di spunti reali.

Pensi che la vita di molti criminali sia segnata da un infanzia di abusi?

Non solo lo penso. Ne ho conferma incontrovertibile dalla letteratura criminologica. Le poche eccezioni che si discostano dalla prassi sono o false (non supportate da adeguate testimonianze) o, appunto, eccezioni che confermano la regola.

Luigi Bernardi e Antonio Paolacci hanno scelto questo libro. Perché pensi li abbia colpiti così favorevolmente? In cosa hai portato una ventata di aria fresca nel genere che tratta i “serial killer”, genere tra l’altro più diffuso in America che in Europa?

Penso che il dato originale di Repetita sia il fatto che affronto un tema già ampliamente utilizzato –i serial killer- in chiave inedita: in primo luogo lo faccio in prima persona, mi calo nella follia, racconto tutto, quanto lui soffre, cosa infligge alle sue vittime, cosa ha dovuto subire. Poi vi è in sottofondo un discorso molto importante sull’ineluttabilità del male, in determinate circostanze. Infine, credo che possano essere di interesse anche i riferimenti storici. Questo è un mio pensiero, ma non ne son certa. La vera certezza è che mi fido di Antonio Paolacci e so che Luigi Bernardi è un grande professionista e questo è quanto. Possono arrivarmi critiche negative (ben vengano, io credo molto alle critiche costruttive) o demolizioni gratuite, io la mia conferma l’ho già avuta, la prima, ed è quella che per me conta di più.

Sempre parlando di Luigi Bernardi se dovessi intervistarlo quale è la domanda più  indiscreta che gli faresti?

Inutile: Luigi non risponde alle domande indiscrete. E, delle volte, neanche a quelle discrete.

Quali sono gli scrittori che hai più amato e quelli che hanno influenzato di più  il tuo stile narrativo?

Dante è l’artista italiano che ho letto e riletto di più. Sconfinando, la mia passione mi riporta in Latinoamerica e quindi ti cito Gabriel Garcia Marquez. Questi e i classici sono
gli autori di formazione. Per quanto riguarda gli autori attuali di riferimento, io leggo tantissimo i nostri noiristi, alcuni dei quali considero grandi maestri.

Parliamo ora della tua Bologna. Che città è ? Ti piace viverci? 

Ho sempre amato Bologna, di un amore istintivo che non prevede razionalizzazioni. Di fatto ci sono molte chiusure, nella mia città, che non approvo. Ma tutto sommato mi piace viverci.

Il tuo rapporto con la critica. C’è una tua recensione che ti ha fatto particolarmente piacere, che ti ha fatto esclamare “Sì finalmente mi hanno capita”.

Fino ad oggi ho ricevuto delle recensioni davvero gratificanti. Sono molto onorata di essere stata recensita da artisti come Marenzana, Zannoni, Di Marino, Vittoria A., Michele Fiano di Sugarpulp. Un commento molto emozionante l’ho letto su anobii, una lettrice che ha messo il massimo delle stelline (4) dicendo: BELLISSIMO!!! meriterebbe otto stelline!

:: Recensione: Quando gli yuppies tifavano Platinì di Carlotta Scozzari e Marco Innocenti a cura di Giulietta Iannone

22 novembre 2009 by

Quando gli yuppies tifavano Platinì di Carlotta Scozzari e Marco InnocentiQuando gli yuppies tifavano PlatinìI ramapanti anni Ottanta edito da Mursia di Carlotta Scozzari e Marco Innocenti è un omaggio, dolceamaro, al nostro vicino passato, quando la Milano era da bere, i ragazzi si radunanavano vicino alle scuole vestiti da paninari, Mikhail Gorbaciov predicava la glasnost e la perestrojka, Bob Geldof organizzava il Liv Aid, per raccogliere fondi per l’Africa e Lady Diana sorrideva dalle prime pagine di tutte le riviste. E’ un tuffo nella nostalgia, in anni in cui tutti eravamo più ingenui, ottimisti, educati, cialtroni, allegri, in cui il boom economico portava benessere ed euforia e i muri cadevano aprendo la strada a un futuro pieno di opportunità e aspettative. Fa tenerezza vedere le immagini di come eravamo che si alternano nel libro, Bob Geldof giovane che con accanto i principi di Galles saluta la folla, Michel Palatinì che innalza al cielo il Pallone d’oro del 1985, una giovanissima Madonna che ghermisce il microfono e canta in concerto a Firenze nel 1987, i ragazzi dell’ ’89 che scavalcano il Muro di Berlino con negli occhi la speranza e l’entusiasmo. Ogni capitolo è dedicato a una squadra di calcio: alla Juventus delle meraviglie, alla magica Roma, al Napoli di Maradona, ma non si parla solo di calcio, si parla di musica, di costume, di film. Leggere questo libro è un po’ come salire sull’ottovolante di un grande luna park e rivivere i ruggenti anni Ottanta. Per chi non c’era ancora è l’occasione di conoscere un’epoca irripetibile; per chi quegli anni li ha vissuti è un occasione per ricordare, e forse rimpiangere, un periodo forse un po’ kitsch ma fondamentale della nostra storia.      

Recensione: In perfetto orario di Luca Rinarelli a cura di Giulietta Iannone

20 novembre 2009 by

unnamedIn questi giorni è arrivato in redazione un libricino rosso, neanche tanto spesso, “In perfetto orario” Robin Edizioni collana i Luoghi del delitto Euro 9 noir di esordio di uno scrittore torinese Luca Rinarelli e credetemi se vi dico che ne sentirete parlare di questo ragazzo.
Innanzitutto leggendo il suo libro non ti viene voglia di saltare neanche una pagina, come spesso capita per troppe descrizioni o noise divagazioni, ma anzi vai di filato fino in fondo all’ultima pagina non perché non sai chi è l’assassino, è evidente fin dalle prime pagine, ma perché la scrittura è essenziale, coinvolgente e scandita da un buon ritmo narrativo.
La trama è semplice. Werner Hartenstein arriva a Torino in una fredda notte di novembre. Non ha documenti, non ha un telefono cellulare, non ha residenza, cambia sovente casa senza firmare contratti d’affitto, non ha né parenti né amici, cambia spesso aspetto fisico, abbigliamneto, modo di camminare, accento perché è un killer, il suo mestiere è uccidere.
Arriva a Torino per onorare un contratto, per uccidere i managers di una società che non curandosi delle conseguenze non ha badato a rendere innocui i propri residui tossici causando così dei morti tra cui la figlia dell’operaio che lo ha assoldato per portare avanti la sua personale vendetta. Werner si muove per Torino e semina morte non perché ami uccidere ma perché è l’unica cosa che ha imparato a fare quando ancora il Muro di Berlino era in piedi.
Lo accoglie una Torino ostile, diffidente verso lo straniero, con la sua aria sporca di smog, i suoi palazzi ottocenteschi, i suoi viali alberati, il rumore del traffico, la sua buona dose di povertà. Una Torino di cantieri a cielo aperto, di ruspe all’opera, che si prepara alle Olimpiadi invernali, dominata da una strana euforia, mentendo a sé stessa, cercando di dimenticare la crisi industriale che apre ferite nel contesto sociale, la disoccupazione che letteralmente dall’oggi al domani getta la gente in mezzo alla strada senza lavoro, casa, famiglia, speranza. Una Torino che oltre alla crisi vede aumentare l’immigrazione straniera, vede popolare le strade di nordafricani, ragazzi dell’est provenienti dalle più sperdute regioni dell’ex Unione Sovietica, e personaggi come la prostituta Irina e il suo protettore Alexeij non è pù così difficile incontrarli anche nel supermercato sotto casa. Loro sono il nuovo volto di Torino, la sua nuova ibrida identità. Rinarelli osserva, riflette, scrive con alle spalle la sua esperienza di membro di un’ associazione che si occupa di persone senza fissa dimora e vede la Torino reale quella che non frequenta i salotti buoni di Piazza San Carlo ma dorme nei saccoapeli e lotta ogni notte per sopravvivere e vedere il mattino.

:: Intervista a Gordiano Lupi a cura di Giulietta Iannone

19 novembre 2009 by

GordianoBenvenuto su Liberidiscrivere. Iniziamo con le presentazioni. Descriviti ai nostri lettori. Raccontaci alcuni tuoi pregi e alcuni tuoi difetti. 

Sono nato a Piombino nel 1960, dove vivo ancora. Scrivo romanzi e racconti di genere (ambientati a Cuba ma anche in provincia), saggi sul cinema italiano anni 70 – 80 e su problematiche criminali, traduco autori cubani, faccio pure l’editore… forse uno dei miei difetti è fare troppe cose! Nel tempo libero collaboro con la Stampa di Torino (traduco Yoani Sanchez) e con i quotidiani di provincia del Gruppo Espresso (recensioni), ma anche con Profondo Rosso di Luigi Cozzi e Dario Argento. Pregi: sincerità, passione, dedizione, entusiasmo. Difetti: un brutto carattere, abbastanza polemico, da maledetto toscano.

Parliamo del tuo debutto. Hai fatto fatica a trovare il tuo primo editore? 

Il mio primo editore non merita di essere ricordato perché  era un pirata a pagamento. Non sapevo niente di questo ambiente e come tanti ci sono caduto. Considero il mio primo vero editore Mursia, che ha pubblicato Cuba magica. Ho inviato la proposta ed è stata accettata, così come è capitato con Stampa Alternativa, Olimpia, Rizzoli, Mediane, Perdisa (il mio miglior editore in assoluto)… Credo che essere pubblicati non dipenda tanto dal nome quanto da cosa proponi. Mi capita spesso – ancora oggi – di veder rifiutare progetti che a me piacciono, ma che gli editori ritengono non vendibili. Credo sia un loro diritto… 

C’è qualcuno che ti ha particolarmente aiutato all’inizio della tua carriera che vuoi ringraziare? 

Marcello Baraghini di Stampa Alternativa e Luigi Cozzi di Profondo Rosso. Hanno creduto in me quando non ci credeva nessuno. Per contrasto voglio dedicare quanto di buono ho fatto (e non è poco) a personaggi del mondo letterario come Giulio Mozzi, Marco Drago e Giorgio Pozzi che per fortuna non frequento più… 

Sei direttore editoriale delle Edizioni Il Foglio. E’ un impegno che ti appassiona? 

Certo, ogni cosa che faccio mi appassiona. Se così non fosse, non lo farei. Il guadagno economico è talmente modesto che senza la passione non si può fare l’editore. 

Hai tradotto molti romanzi dell’autore cubano Alejandro Torreguitart Ruiz. Che esperienza è stata, vuoi parlarcene? 

Ho tradotto molti autori cubani. Spero sappiate che ho scoperto Yoani Sanchez e l’ho fatta conoscere in Italia, curando il suo primo libro (Cuba libre) per Rizzoli. Adesso traduco Yoani per La Stampa di Torino (www.lastampa.it/generaciony). Alejandro è un parente di mia moglie, un giovane scrittore avanero che scrive con stile satirico e pungente cercando di mettere alla berlina i vizi del potere. Gli scrittori che traduco mi assomigliano molto, esiste consonanza spirituale tra me e loro, altrimenti non lo farei. L’ultimo libro di Torreguitart è Mister Hyde all’Avana (Edizioni Il Foglio – www.ilfoglioletterario.it).

Puoi parlarci di “Una Terribile Eredità” per Perdisa Editore? 

E’ il mio miglior libro di narrativa. Racconto una storia a metà tra la guerra d’Angola e le gesta cruente di un cannibale metropolitano. Il sonno della ragione genera mostri, è il messaggio del libro, ma come sempre la storia è una scusa per raccontare Cuba. 

Che consigli daresti ai giovani scrittori in cerca di editore? 

Sono i soliti luoghi comuni, me ne rendo conto, ma non possiedo altri consigli se non la mia esperienza. Scrivere solo di cose che appassionano e cercare l’editore più adatto al proprio lavoro. Darsi molto da fare, credere nelle proprie possibilità e insistere. Se ci sono le doti qualcosa viene fuori. Un avvertimento: non sperate di campare scrivendo. E’ cosa per pochi. 

Ci sono scrittori esordienti che ti hanno particolarmente colpito? 

Moltissimi. Mi colpiscono più loro dei soliti noti… 

Quali sono i tuoi scrittori preferiti? 

Impossibile fare un elenco. Leggo di tutto. Cito in ordine sparso: Leonardo Padura Fuentes, Pedro Juan Gutierrez, Heberto Padilla, Roberto Ampuero, Luis Sepulveda, Milan Kundera, Abilio Estevez, Alejandro Torreguitart, Yoani Sanchez, Aldo Zelli… 

Ti piace partecipare alle presentazioni dei tuoi libri? Raccontaci un aneddoto curioso di uno di questi incontri? 

Sono cose che vanno fatte, pure se a volte si rischia di trovarsi in una sala semideserta. Aneddoti? Quando parlo di Cuba davanti a un auditorio di sinistra capita spesso che si rischi lo scontro fisico. Notare che io sono di sinistra… 

Che rapporto hai con i tuoi lettori? Vi scambiate mails, lettere, molti sono diventati amici? 

Non sono uno scrittore famoso, ma molti lettori mi scrivono e la cosa mi fa piacere. Rispondo a tutti personalmente. Il contatto con il lettore è la cosa più gratificante per uno scrittore.  

Gordiano Lupi e la critica. C’è una recensione che ti ha particolarmente fatto piacere? 

Sì, quella di Mario Baudino su la Stampa a Una terribile eredità. Molto bella davvero… Resta il fatto che una recensione non ti cambia la vita e non fa la fortuna di un libro. 

A che libro stai lavorando in questo momento? Puoi anticiparci qualcosa? 

Dovrebbe uscire Sangue habanero per Eumeswill, ma ho altri noir cubani che mi piacerebbe proporre a Perdisa. Sto finendo una monumentale Storia del cinema horror italiano. Spero di trovare un editore disposto a pubblicare circa 700 cartelle…

:: Intervista a Christian Lehmann

18 novembre 2009 by

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AFP PHOTO / THOMAS SAMSON (Photo by THOMAS SAMSON / AFP)

Benvenuto Christian su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato la mia intervista. Raccontaci qualcosa di te i tuoi studi , il tuo background.

Sono un medico di medicina generale dal 1984 nella regione di Parigi e sono uno scrittore, il mio primo romanzo è stato pubblicato nel 1988.

Raccontaci qualcosa del tuo esordio. La tua strada verso la pubblicazione.

Ho sempre scritto sia da bambino che da adolescente perché amavo raccontare storie. Arrivato all’età di scegliere una carriera mi sono accorto che non avevo niente di speciale da dire sul mondo e ho messo da parte la scrittura per dedicarmi alla medicina. Senza che me ne accorgessi la medicina ha fatto di me uno scrittore.

Ti ispiri ad avvenimenti reali quando scrivi le tue trame?

Probabilmente si ma resta un mistero per me. Credo che per ogni scrittore sia così una storia nasce lentamente la si costruisce per strati.

Quali autori ti hanno influenzato?

La lista è lunga vorrei ricordare Howard Philips Lovecraft, Philip Roth, Henry Miller, Lawrence Durrell … alcuni autori francesi.

Raccontaci qualcosa di “No Pasaran: Le jeu”.

E’ il mio primo romanzo pubblicato in gioventù, un successo internazionale totalmente inaspettato. Attualmente in corso di adattamento in fumetti.

Sei molto coraggioso  nella tua denuncia dei mali del sistema sanitario contemporaneo in Francia. Puoi dirci qualcosa sul tuo impegno.   

Coraggioso? Ah se solo fosse sufficiente a cambiare il sistema. No oggi ritengo di essere sul belvedere del Titanic e vedo l’iceberg molto prima della collisione, è inutile angosciarsi prima degli altri, in un sistema dove il potere politico è nelle mani di gente totalmente e fondamentalmente incompetente, le questioni finnazierie dominano e il sistema dei media è bloccato così come avviene in Francia.

Sei uno scrittore molto impegnato sensibile ai temi etici e sociali. Perchè hai scelto il genere noir?

Perché il noir permette di esplorare la natura del male e le menzogne in cui viviamo.

Riguardo ad “Une question de confiance”più che un noir hai forse voluto scrivere un romanzo sulla solitudine? Tutti i personaggi sebbene in maniera diversa sembrano così soli.

Ho voluto esplorare l’evolvere del personaggio principale, un uomo che ha tradito i suoi ideali di gioventù, ma richiamato dai suoi vecchi amici è sommerso dai ricordi di un tempo ed è in bilico costantemente sul filo: agisce in risposta a  cosa ci si aspetta da lui e ci sono momenti in cui può essere considerato persino un eroe poiché agisce contro il proprio interesse anche se questo agire onesto è forse solo dovuto al fatto di non volere rovinare l’immagine positiva che gli è stata restituita in modo imprevisto.

ete2008 336Hai visto la copertina dell’ edizione italiana del “Il seme della colpa” di Meridiano Zero? Non è un immagine perfetta per riassumere il senso profondo del libro? Personalmente mi ha ricordato le marine del pittore italiano Sandro Luporini.

Purtroppo al momento tu sei l’unica persona che mi ha informato dell’esistenza fisica del libro. (Sorride).

Altri progetti per versioni italiane dei tuoi libri?

Non è nelle mie mani…

Che cos’è per te il noir? Come avviene per molti altri scrittori il noir è sempre più solo una scusa per parlare di altre cose dell’uomo, della società, della provincia, delle nostre paure distanziandosi dagli stereotipi di genere.

Il noir come ha detto Robin Cook esplora la pila di sporcizia che può scivolare sotto il tappeto. Scrivo romanzi polizieschi perché il male esiste, disse, come la mangusta con il serpente.

Sei uno scrittore, un giornalista, un medico. Tre professioni molto diverse, sei forse in grado di trovare un filo comune, qualcosa che le unifichi?

Non sono un giornalista, è una definizione del CV obsoleta da molto tempo. Al massimo sono o ero un avversario politico. Difficile fare altrimenti quando si è governati da dei perversi narcisisti.

Scrivi libri per bambini? Raccontaci qualcosa della tua infanzia. 

Mi dispiace dovrete aspettare che traducano in italiano la mia autobiografia “Un educazione inglese”.( Sorride)

Raccontaci qualcosa di “Patients si vous saviez. Confessions d’une medicin generaliste.”. E’ un autobiografia ironica?

No, è un libro che racconta minuto per minuto la vita di un medico.

Ti piace l’esistenzialismo di Derek Raymond? Ti ha influenzato? 

Si certamente. Io tendo, voi l’avete notato a chiamarlo con il suo vero nome Robin Cook. Per me “Il seme della colpa” è esistenzialista come alcuni commentatori italiani hanno scritto. Anche se sono piuttosto sospettoso perchè in genere i filosofi fanno della ben cattiva letteratura, applicando al romanzo dei messaggi precostituiti. Se il libro è esistenzialista non riferirei questo ad una dottrina ma per sè per lui stesso. Per me Laurent Sheller è un uomo che per troppo tempo si è visto attraverso lo sguardo della televisione e dei media. In cambio della notorietà non sa più chi è.E durante tutto il libro questo personaggio tenta di riappropriarsi della sua identità. Infatti Laurent Sheller dopo tanto tempo inizia ad agire secondo gli ideali della giovinezza, semplicemente perchè i suoi amici di allora hanno conservato una certa immagine morale dell’uomo che fù, spingendolo a cercare di riconquistare questa identità. Laurent Sheller sia per il meglio che per il peggio non esiste che in questo gioco di specchi.

Cosa stai leggendo al momento?

“The Humbling” l’ultimo libro di Philip Roth , magistrale.

Che cos’è per te la libertà? Un utopia? Uno stato d’animo?

Una cosa impossibile. In effetti quando voi vi sbarazzerete di Berlusconi? 

Che tipo di ricerche fai per i tuoi libri?  

Leggo, guardo films. L’importante delle ricerche per un libro e di dimenticarsene subito. Si cerca di scrivere un libro non di dimostare ad un professore di aver lavorato bene. 

Ti piace Leo Malet?

No. 

Raccontaci qualcosa della tua Parigi.

Parigi è una città dove ho vissuto, dove ho studiato. Ma la mia città preferita è Londra.

Raccontaci qualcosa di tribù. Esiste una verisone cinematografica?

Si c’è una versione cinematografica prodotta da Yves Boisset del 1990, l’anno che il libro uscì. Ero assistente sul set e lo ricordo molto bene anche se il film è molto datato. Lo era anche alla su auscita.(Sorride)

A quali progetti stai lavorando?

Ad un adattamento in fumetto di “No pasaran”. Al rovesciamento del governo francese. Pranzo.

Recensione su Pegasus Descending

:: Intervista con James C. Copertino

16 novembre 2009 by

angeli neriBenvenuto James su Liberidiscrivere. Racconta ai nostri lettori qualcosa di te. I tuoi studi, le tue passioni, la tua infanzia, il tuo primo amore.

Ciao, prima di tutto grazie per l’intervista, è davvero un piacere e un onore essere ospitato qui tra le pagine di uno dei miei siti di cultura letteraria preferiti. Sono nato in un periodo un po’ buio per la storia del mio paese, i miei genitori mi hanno fatto capire fin da subito che se volevo qualcosa avrei dovuto guadagnarmelo sul campo per poi difenderlo con le armi e con i denti. I miei studi sono stati sempre orientati in campo scientifico, soprattutto nel campo dell’informatica anche se per ovvi motivi ho studiato per una vita materie militari, che possono essere una scienza discutibile ma oggettivamente complessa, e che non si limita alle istruzioni per tirare un grilletto o indicarti la via più breve per andare da A a B. Il mio primo amore è stato un cane pastore maremmano, ma tranquilli: ero talmente piccolo che si trattava di un rapporto puramente platonico (anche se denso di effusioni e baci). Non sono un guerrafondaio ora come non lo ero da giovane, non ho mai amato uccidere o fare del male e non sono cosi nemmeno adesso. Sono un appassionato di militaria e di storia e praticavo sport agonistico fin da piccolissimo. Sono un drogato di adrenalina. Questo si. Il mio passato mi ha reso abbastanza competitivo soprattutto nei confronti del peggiore avversario di tutti noi: se stessi. 

Quando hai deciso che saresti diventato scrittore? E’ stato difficile pubblicare il tuo primo libro?

Non sono uno di quelli che è andato per gradi iniziando a frequentare il mondo editoriale magari come giornalista o critico, pubblicando poi qualche racconto e arrivando infine al traguardo del romanzo. Per carità, pieno rispetto per chi ha intrapreso un cammino di questo tipo che probabilmente è la strada consigliabile per approdare a una meta. Nel mio caso ho dovuto prima convincere me stesso di essere uno scrittore: decidere fermamente e investire parte del mio tempo nel voler scrivere una storia che appassionasse prima di tutto me, a prescindere da quello che ne avrei fatto. Questo perché mettere le tue idee su carta è una cosa, ma chiudere un romanzo è un film molto più complesso. Solo dopo un paio di tentativi ho avuto un prodotto finito in mano e ho pensato che per quello che erano i miei gusti di lettore non sarebbe stato poi un delitto pubblicarlo. Il destino e un pizzico di fortuna mi hanno dato ragione. 

Hai avuto una vita molto avventurosa. Quanto le tue esperienze personali hanno inciso nel tuo lavoro di scrittore?

In ambito militare ci sono situazioni in cui si studia e ci si prepara molto per qualcosa. Quando si fa bene il proprio lavoro, la preparazione è  addirittura più impegnativa dell’azione stessa. Spesso poi le cose non vanno come dovrebbero: qualcosa non si può più fare o qualcuno impone dei limiti che non devono essere superati. Il tuo cervello però va oltre: ha metabolizzato una serie di processi e di informazioni e si sente in catene a poter rendere solo al 20% delle proprie possibilità. L’esperienza della scrittura è una valvola di sfogo per immergersi in un mondo dove gli unici freni esistenti, sono quelli fittizzi imposti dalla propria fantasia. Un universo dove il gioco del “cosa sarebbe sucesso se…” trova finalmente una risposta. Molti dei miei libri si fondano sulla solida base della mia esperienza in determinati settori tecnici. In questo senso c’e’ realismo non tanto perché c’e’ il nome giusto al posto giusto, quanto perché nel descrivere l’impaziente attesa prima di una azione, l’adrenalina di lancio da alta quota o la scarica di nervi nel vedere la canna brunita di una pistola che ti punta nell’occhio, ci ho messo le emozioni che ho collezionato in una vita. Molto di quello che scrivo non esce solo dal mio cervello, ma anche dal mio cuore. 

9788895049205gRaccontaci qualche aneddoto curioso che ha coinvolto te personalmente o la gente che hai conosciuto in questi anni.

Ci sarebbero molti e incredibili racconti tragicomici di vite appese a un filo e che hanno a che fare con la sfiga e la paura. Il bello è che, ci crediate o no, si tratta di storie assolutamente vere. C’e’ quella volta in cui dopo una lunga nuotata ho avuto a che fare con uno squalo che purtroppo, povero lui, ignorava il fatto che fossi armato di doppietta a canne mozze. Oppure quando nei Balcani mi sono avvicinato ad un cadavere in preda al rigor mortis, che stringeva ancora tra le mani una bomba a mano senza sicura: quando ero ad un passo da lui, per qualche incredibile ragione, l’ha mollata ed è saltata via la leva di scatto che l’ha innescata e fatta esplodere qualche secondo dopo mentre io rotolavo in direzione opposta. In tema aereo mi è capitato di lanciarmi con il paracadute da solo poiché  dopo la mia uscita il lancio è stato annullato per le proibitive condizioni meteo. Più che altro sono stato lanciato io per una svista di chi coordinava. Quando sono arrivato a terra – e non è stato affatto semplice arrivarci intero – il cielo era tutto coperto dalle nuvole e aspettavo da un momento all’altro di vedere il resto dei ragazzi, che ovviamente non arrivò mai. Infine c’e’ stata quella volta in cui avevamo preparato una buca con ben mille chili di materiale esplosivo da distruggere, e dopo aver mandato via tutti, siamo rimasti in tre a innescarla per poi accendere la classica miccia. Quando ci siamo apprestati ad allontanarci la nostra jeep si è spenta e non c’era verso di farla ripartire. Non c’era modo di disinnescare la buca e avevamo ancora cinque minuti prima dell’esplosione. In meno di due minuti ci siamo affardellati di armi, radio e munizioni e abbiamo preso a correre più velocemente che potevamo, ringraziando il cielo per il fatto che lo facevamo quotidianamente per tenerci in forma. Quando la buca è esplosa eravamo a quasi un chilometro di distanza: Il fragore ha fatto tremare la terra sotto i nostri piedi. Sono ancora qui. Penso che un giorno la pagherò per aver sfidato troppo a lungo il mio destino. Pensò che morirò in modo molto stupido, forse scivolando su una buccia di banana. Quello che m
i piacerebbe è addormentarmi in cima di una montagna riscaldato dalla luce del sole. E non essere più trovato. 

Senza voler sembrare retorica vorrei spendere qualche parola per il coraggio dei nostri ragazzi militari all’estero. Pensi si potrebbe fare qualcosa per  far capire quanto rischiano per tutelare la nostra sicurezza?

Ancor una volta devo ringraziarti per aver toccato un tema che mi sta molto a cuore: I militari italiani.  Sono uomini e donne chiamati a svolgere lavori duri caratterizzati da compiti delicati, spesso rischiosi, che per essere portati a termine necessitano di ferrea determinazione nell’assumersi notevoli responsabilità e prendere decisioni importanti anche in pochi decimi di secondo. I nostri, tra gli eserciti della NATO, sono anche quelli caratterizzati da una spiccata umanità che non gli impedisce comunque di assolvere in maniera pienamente soddisfacente il mandato affidatogli. E non si tratta di soldati “Ryan” da salvare come spesso qualcuno cerca di farci credere. Preferisco definirli persone consapevoli: Professionisti, preparati e addestrati, ben equipaggiati e all’avanguardia in molte specialità. In alcuni campi sono addirittura i migliori. I migliori del mondo. E’ per questo che gli italiani possono fidarsi e andare fieri di loro. 

Hai girato il mondo, qual’è il paese che ti è rimasto nell’anima.

L’Afghanistan, terra martoriata ma bellissima, con paesaggi mozzafiato e popolata da uomini straordinari. 

Ti è mai capitato di interrogarti sul senso ultimo della vita, sui grandi sistemi?

Ci penso spesso. Anzi, ci penso sempre. Non è facile spiegare perché  dopo essere stati vivi con mille sogni e paure, avendo provato molti sentimenti, forse qualche gioia e certamente molto dolore si possa morire dopo una lunga agonia o in una frazione di secondo che spenga simbolicamente la luce nel nostro universo interiore. Non mi spiego anche perché nel mondo ci sia cosi tanta sofferenza e perché sia la malvagità a dominare il quotidiano. Però  credo in Dio, o in come lo si voglia chiamare nei quattro angoli del globo, e questo mi basta.  

Temi come la giustizia, la libertà, il coraggio sono importanti nei tuoi libri?

Nei miei libri non voglio imporre modelli di vita ne dare un senso assoluto di ciò che è giusto fare o ciò che è sbagliato. E’ vero però che astraendo il concetto, i miei libri pongono sempre come obiettivo finale il mantenimento di uno Status Quo costantemente minacciato e da difendere spesso con la vita stessa. Viene proposto certamente un modello di bene e male, che non è però assoluto ma individuale, risultando tanto più sfumato eppure significativo. Purtroppo è vero che la giustizia non è di questo mondo e non esiste nemmeno in una natura che tuttavia si muove in modo del tutto sincronizzato. La libertà, soprattutto quella intellettuale e il coraggio, anche quello di resistere e non solo quello aggressivo, sono però il fine ultimo e l’unico mezzo possibile per conseguirlo.  

Quali sono i tuoi maestri letterari? Quali scrittori ti hanno più influenzato?

Frederick Forsyth per la puntuale caratterizzazione dei personaggi e dello scenario. Poi Ken Follet, Tom Clancy e Gerard del Villiers che per motivi diversi, sono tra quelli che mi è piaciuto leggere e certamente quelli che reputo tra i massimi esponenti del thriller geopolitico e dello spionaggio d’azione. Tra gli autori italiani invece, che esattamente come i militari non sono secondi a nessuno, mi piacciono molto Valerio Evangelisti, Claudia Salvatori, Alan D. Altieri e l'inesauribile Stefano Di Marino. 

Nel 2008 hai pubblicato la Coda del Diavolo, vuoi introdurci nel tuo mondo letterario?

La Coda del Diavolo è un thriller militare che ruota attorno alle avventure di un gruppo interforze di teste di cuoio italiane, coinvolto in un complesso intrigo internazionale dove più ingranaggi della macchina del terrore si uniscono alla ricerca di un arma definitiva che se correttamente sviluppata, potrebbe dare a numerose organizzazioni sparse per il mondo e a governi pirata uno strumento letale in grado di sovvertire rapidamente gli esiti di una guerra. E’ un opera abbastanza varia, che descrive vari aspetti del mondo delle forze speciali, dagli interventi per il recupero degli ostaggi, al disinnesco di una bomba, passando per l’infiltrazione subacquea  o i lanci in caduta libera. Volevo scrivere una storia che fosse appassionante e divertente ma che per certi versi fosse anche un saggio sulla natura delle operazioni speciali. Dal punto di vista umano c’e’ una certa dose di violenza, di sesso e tanta, tantissima azione al cardiopalma. 

Angeli neri -l’ultimo agguato Armando Curcio Editore è un romanzo ibrido tra l’action bellico e il police procedural. Come consideri questi due generi? Sono la nuova dimensione dell’action di avventura?

Sono due generi molto diversi ma che possono avere un comune denominatore: rappresentare fedelmente le attività di un settore specifico, non facendo mancare azione e uno sfoggio di tecnologia al servizio dell’intrigo. Alcuni autori interpretano questo tipo di romanzi come dei veri e propri saggi che h
anno strutturati in modo da raccontare una storia. So che l’insistenza sui tecnicismi può rischiare di rendere un libro appetibile solo a un ristretto gruppo di lettori più “esigenti”, ma credo anche che un buon romanzo non debba limitarsi ad avere un intreccio appassionante, e debba piuttosto lasciare al lettore qualcosa: mostrargli situazioni o realtà che non conosce, stimolare la curiosità non solo sui fatti, ma sul modo di arrivarci, cercando di presentare il tutto nel modo più immediato possibile. Questo credo sia stato il pregio di serie di successo come CSI o dei romanzi alla Patricia Cornwell e di tutti i cloni che sono seguiti. Angeli Neri nello specifico inizia con una complessa operazione dei Marine a Fallujah volta alla cattura del terrorista giordano Al Zarkawi. Il resto del libro è ambientato prevalentemente a Los Angeles dove il protagonista, ora al comando di una unità di polizia speciale, conduce una indagine che è una vera e propria guerra, prima di tutto contro se stesso: contro le sue emozioni e i suoi sentimenti.  Angeli Neri abbraccia anche altri temi d’attualità tipo gli interessi secondari che possono rendere più appetibile una guerra, e la difficoltà di reintegrazione dei reduci nella società americana, che affligge soprattutto gli Stati Uniti e che sembra essere un problema di non immediata risoluzione anche per il nuovo, acclamatissimo presidente. 

Per i tuoi libri e per il tuo lavoro di consulente hai approfondito temi geopolitici molto attuali, sei ottimista sulle sorti del mondo o hai la sensazione che molti incompetenti siano stati posti in posizioni chiave?

No, purtroppo io sono della fazione catastrofista. La geopolitica centra ma non ci sarebbe nemmeno bisogno di incomodarla. Il principio antropico  ci spiega che questo mondo esiste per un insieme di dettagli concatenati e che se uno solo di questi mancasse noi non saremmo mai esistiti. Credo che noi negli ultimi tempi ce la stiamo mettendo tutta per fare si che qualcuno di questi dettagli venga a mancare. Un'altra legge fiscica, l’entropia ci insegna che le cose possono solo peggiorare col tempo perché tutto deperisce e perchè raffreddando una zuppa di pesce difficilmente possiamo ottenere di nuovo un acquario, e di acquari ne abbiamo bolliti fin troppi. In sostanza in questi ultimi tempi il confronto tra due blocchi contrapposti tipici della guerra si è concluso, ma invece di regalarci la pace planetaria è esploso in una serie di metastasi che sembrano non avere soluzione. Per quanto riguarda la geopolitica… se è possibile convincere un uomo a farsi saltare in aria per una causa con indosso un giubbino esplosivo e altrettanto possibile che a qualcuno possa venire in mente di suicidarci tutti per mezzo di un arma nucleare. The Doomsday Clock: ci siamo andati vicino tante di quelle volte in passato e quasi tutti noi non hanno mai capito quanto stavano rischiando.  Anche questo è uno dei temi che affronto nei miei romanzi e che tratterò, nello specifico, anche in Taliban Commander. Comunque quello e altri rischi esistono: alcuni sotto gli occhi di tutti, altri noti solo ai più informati. Non ci sarà pace finche uno solo dei miliardi di uomini e donne su questo pianeta penserà ancora di poter trarre un vantaggio su un altro facendo ricorso alla violenza. Devo continuare?  

So che doveva uscire a breve un tuo nuovo libro poi per un discorso editoriale più  ampio si è deciso di posticiparne l’uscita. Vuoi parlarcene?

Si, vorrei precisare che si è trattato prevalentemente di un mio errore che mi ha portato a dare per certa una data che nella pratica era solo orientativa. Il romanzo in questione è Taliban Commander – la reliquia del profeta, sempre edito dall’Armando Curcio Editore per la collana BM-Noir, che esce in edicola. Come suggerisce il titolo sarà ambientato prevalentemente in Afghanistan, e vedrà gli operatori dell’Oscar One lavorare fianco a fianco con gli agenti CIA, in una operazione che si rivelerà molto più speciale di quanto si potesse immaginare. L’Afghanistan è un crocevia di molti loschi interessi, terrorismo, criminalità, traffici umani e di droga. E’ stretta tra la morsa dell’Iran e del Pakistan e a dispetto di quello che sembra, si combatte ancora, dappertutto. E’ un peccato perché è uno di quei posti che a vederli dall’altro sembra volerti spiegare molte cose sull’immensità dell’universo. E’ tra le montagne dell’Afghanistan che ho visto il cielo stellato più bello della mia vita. Intrigo a parte, il mio punto di vista è raccontare non solo il senso di una guerra sporca come tutte le altre ma, piuttosto, delle storie umane, indipendentemente dalla parte dello schieramento nel quale si trovano. 

Che libro hai aperto sul classico comodino?

In questo preciso momento Repetita di Marilù Oliva. E’ un libro bellissimo di una scrittrice in grado di comunicare molte forti emozioni. 

Che rapporto hai con la natura? Ti piacciono le passeggiate in montagna, le gite in bicicletta, la full immersion nel verde?

Mi piacerebbe rivolgere questa domanda alla natura stessa e, dal momento che per molto tempo sono stato parte di paesaggi arsi dal caldo o talmente ghiacciati da non permetterti nemmeno di respirare, vorrei chiedergli cosa pensa di me e perché si è divertita a prendersi cosi spesso gioco del mio corpo e del mio spirito. Mi piace molto camminare, però ho il passo talmente frettoloso che è difficile godersi una passeggiata con me, a meno di seguirmi in bicicletta. Scherzi a parte ho un amore viscerale per il vuoto: Paesaggi desertici, distese sconfinate di verde, terre brulle articolate come algoritmi frattali e poi il buio del mare o la luce immensa del cielo. Mi piacere vivere ogni elemento.  

Che ruolo ha l’ironia o l’autoironia e l’umorismo nei tuoi libri?

In situazioni difficili qualcuno reagisce allo stress trovando divertente anche cose che non lo sono affatto. Nella mia vita autoironia e umorismo sono importanti e questo si riflette nei miei libri. Lo spirito goliardico di certi reparti è qualcosa che ha a che fare con lo spirito di corpo o la
consapevolezza di condividere con qualcuno una sfida che non tutti riescono a comprendere ed è bello cercare di rendere questo concetto di brotherhood nei libri. Ogni tanto qualcuno mi dice che si è divertito anche un po’ a leggere un mio romanzo, e questo mi fa piacere perché a parte tutto l’ironia è l’antitesi della noia, che è la prima nemica dei libri. 

Hai un agente letterario? Pensi che nell’editoria Italiana questa figura sia ancora un po’ defilata?

No, i miei accordi con la Armando Curcio editore non lo rendono necessario e potrei quasi dire che sono loro i miei agenti letterari. Per questo posso solo ringraziare profondamente il presidente Dott. Fortunato Siciliano e la vice presidente Dott.ssa Cristina Siciliano, che mi hanno dimostrato una fiducia non comune in questo ambiente  e che spero di aver ricambiato. Le agenzie letterarie sono esattamente come le agenzie di casting del mondo del cinema, della moda o del piccolo schermo. Loro però si muovono in un mondo molto più complesso che può dare di massima delle minori prospettive di guadagno e che presenta trappole devastanti e situazioni controverse come quelle dell’editoria a pagamento. Un Agente letterario dovrebbe essere una figura mitologica che dotata di notevole esperienza nel settore, in grado di scoprire talenti, sgrossarli (cosa non facile), riuscire ad accontentare gli editor (ancora più difficile) e convincere i responsabili del marketing circa la validità dei loro investimenti (impossibile).   

Ci sono progetti cinematografici di film tratti dai tuoi libri ? Chi vedresti bene impersonare i tuoi personaggi protagonisti?

Uno dei miei libri, non dico quale anche per scaramanzia, è nel mirino di una casa di produzione. Riuscire a vendere i diritti per un film aggiunge molta soddisfazione a quella già elevata dell’essere stati pubblicati, ma purtroppo non è garanzia del fatto che si passera alla fase esecutiva per la realizzazione di un lungometraggio. Se dovessero fare un Film su “La Coda del Diavolo” per un personaggio come Jaco (il protagonista) prototipo del guerriero moderno, mi piacerebbe un attore come Eric Bana, che ho apprezzato molto nel ruolo di Ettore in Troy o del soldato Delta Force in Black Hawk Down. Josephine, la terrorista dell’IRA, potrebbe invece essere ben interpretata da Scarlett Johanson, mentre nel ruolo dell’agente della CIA del dipartimento attività speciali in Afghanistan vedrei bene Angelina Jolie, ma stiamo già parlando di un personaggio di Taliban Commander. Infine Jhon Travolta potrebbe essere l’Uomo Senza Nome, il super agente segreto che come un burattinaio gioca spesso con il destino di Jaco, e Heath Ledger (il Joker di Batman) sarebbe perfetto nei panni di Gavo, il demoniaco terrorista croato. Lo sarebbe se non fosse morto, ma Gavo è un personaggio davvero diabolico. 

Attualmente stai scrivendo? Puoi parlarci dei tuoi prossimi progetti?

Un autore sta sempre scrivendo! In realtà basterebbe parlare di quanto già  scritto ma non ancora pubblicato visto che siamo in arretrato di un paio di lavori. Abbiamo già accennato a Taliban Commander,  ma un altro dei lavori già conclusi e consegnati è una antologia Noir curata insieme ad Angelo Benuzzi che darà uno sguardo oscuro su alcuni angoli dell’inferno su questa terra. Caratteristica di quest’opera dal cuore buio sarà il crudo realismo, che secondo il nostro punto di vista è molto rappresentativo del periodo storico che stiamo vivendo, segnato dal peggiore declino della solidarietà umana, da molteplici incertezze sul futuro di alcuni popoli e perché no, dall’esaurimento della pazienza della nostra madre terra. 

Ed ora salutaci come direbbe Marilù Oliva tipo Humphrey Bogart nella scena finale di Casablanca.

Ora vai tu, io ho qualcosa da fare, dove io vado non potresti seguirmi non potresti essermi d’aiuto… Buona fortuna bambina… e grazie!

Angeli Neri e La coda del diavolo al momento non sono più in edicola, li potete ricevere al prezzo di copertina, chiamando il numero verde: 800-834738.