:: Recensione di Angeli neri – L’ultimo agguato di James C. Copertino

4 Maggio 2010 by

Angeli neri – L’ultimo agguato di James C. CopertinoRosco Duncan è un veterano, ha conosciuto la guerra in Iraq, l’inferno di Fallujah, ha cicatrici invisibili che difficilmente si rimargineranno, ha perso amici, ha partecipato all’operazione Phantom fury per tentare di catturare al-Zarqawi e ha scoperto la faccia più nera di ogni conflitto, l’incompetenza dei propri superiori causa di morti inutili, di tanti sprechi di vite umane. Proprio per questo decide di lasciare i marine e andare a Los Angeles. Anche qui ci sono guerre da combattere e non meno pericolose, la droga è un mercato che cresce ogni giorno, un nemico altrettanto insidioso e pericoloso del terrorismo e così decide di arruolarsi nella polizia di Los Angeles e di entrare nella SWAT il nucleo d’elite super addestrato per combattere il crimine. Ma i fantasmi di Fallujah lo seguono, perché i nemici non sono sempre solo quelli dichiarati, perché la corruzione e il male si annidano dove meno ce lo aspettiamo e spesso ci si trova a combattere per la propria stessa sopravvivenza. In bilico tra l’action bellico e il police procedural, Angeli neri – L’ultimo agguato è un originale esempio dei confini che può esplorare il romanzo d’ avventura. C’è azione, ironia, suspance, adrenalina che scorre a fiumi ed è ricco di particolari tecnici molto realistici che danno al romanzo un valore aggiunto che soddisfarrà anche i palati più fini dei cultori del genere. Di taglio spiccatamente cinematografico ci immaginiamo nei panni di Rosco Duncan un Bruce Willis prima maniera sulle strade di una Los Angeles nera  e pericolosa  a lottare contro il crimine, un po’ guascone, un po’ eroe, coraggioso, leale, concreto, un personaggio tutto sommato positivo ma non esente da dubbi e umane incertezze anche se l’amarezza non diventa mai cinismo e la violenza non viene mai esaltata fine a se stessa. James C. Copertino riesce ad appassionare e divertire allo stesso tempo, senza mancare di un tocco di originalità che lo differenzia dall’action più grezzo di scuola nordamericana. Leggendolo avrete la sensazione di partecipare davvero alle operazioni, di correre a perdifiato per le vie di Los Angeles con la consapevolezza che dopo tutto il bene è sempre destinato a prevalere. James C. Copertino, Angeli neri – l’ultimo agguato – THRILLER – Armando Curcio Editore – Noir – 2009 – pagine 474 – prezzo 5,90 euro –       

:: Recensione di Crisantemi a ferragosto di Rocco Ballacchino (Editrice il Punto Piemonte in bancarella 2009)

3 Maggio 2010 by

Version 1.0.0

In una torrida Torino deserta per l’esodo estivo Paolo Volpi un grigio e anonimo impiegato dalla vita noiosa e incolore si trova costretto dalle circostance a rinunciare alle sue vacanze alle Baleari con amici e a mettersi il cuore in pace. Dopo tutto Torino d’agosto ha i suoi vantaggi, poca gente, poco traffico, parcheggi più facili da trovare, più tranquillità se non fosse per quella insopportabile puzza che appesta il palazzo deserto in cui vive.
Dopo un piccolo controllo con l’aiuto di due improbabili poliziotti ne scopre la causa: il suo vicino di casa Valerio Naldi giace morto con accanto sul comodino un po’ d’acqua e alcune confezioni di farmaci semivuote. La causa della morte è lampante: suicidio. Non che sia un avvenimento insolito in questo periodo dell’anno. Molti anziani assaliti dalla solitudine ricorrono al suicidio ma questa volta c’è qualcosa di diverso, l’innocuo e silenzioso Naldi racchiude in sé un mistero e sembra che abbia proprio deciso di affidare a Paolo Volpi una strana eredità.
Incuriosito, irritato, sorpeso Volpi inizia a indagare e viene a conoscenza di una serie di morti di donne avvenute dagli anni 50 in poi in prossimità del Ferragosto, tutte catalogate come suicidi. Ma Valerio Naldi in che modo è collegato a questo ginepraio?
Di colpo la vita grigia e anonima di Volpi si tinge di angoscia e bisognerà arrivare alle ultime pagine del libro per fare piena luce in questa oscura e fosca vicenda che infondo potrebbe capitare ad ognuno di noi.
Crisantemi a ferragosto il romanzo d’esordio di Rocco Ballacchino edito nel 2009 dalla casa editrice Il Punto Piemonte in bancarella, è un giallo anomalo e inquietante non privo di venature noir. Ha per protagonista il classico uomo qualunque coinvolto volente o nolente in una storia più grande di lui, una storia in cui il male ha sfaccetate facce tutte riconducibili al mistero insito nella natura dell’uomo.
Ballacchino ci porta per mano in una storia apparentemente assurda ma nello stesso tempo non del tutto improbabile. Conosciamo infatti davvero chi ci circonda, chi vive magari sullo stesso pianerottolo e con cui scambiamo a volte radi cenni di saluto? Siamo davvero certi che dietro il sorriso mite e un po’ miope del vecchietto che magari incrociamo in ascensore non si nasconda un mistero, la banalità stessa del male?
Ecco la lettura di questo libro porta a porsi domande come questa e non è sempre detto che le risposte ci piaceranno.

:: Recensione di Il bambino della città ghiacciata di Olle Lonnaeus a cura di Giulietta Iannone

2 Maggio 2010 by

Il bambino della città ghiacciataIn un’altra vita Konrad Jonsson era un giornalista affermato, girava il mondo, era qualcuno, in un’altra vita appunto prima di quello che successe a Baghdad, prima che il suo migliore amico venisse ucciso nel corso di un rapimento. Da quel momento infatti niente più per Konrad è lo stesso, tutto crolla, lascia il giornalismo, cade in depressione, si da all’ alcool diventa l’ombra di se stesso, un quarantacinquenne trasandato con lo sguardo da animale braccato. Ma dato che i guai non vengono mai soli, e quando capitano portano spesso amici, un giorno Konrad riceve una telefonata con la notizia che i suoi genitori adottivi Herman e Signe sono stati assassinati. Entrambi con un colpo di pistola alla nuca nel capanno degli attrezzi per un apparente rapina a Tomelilla una piccola cittadina nel sud della Svezia, una sparuta comunità nelle campagne dalla quale quasi trent’anni prima Konrad era fuggito. Mai avrebbe pensato di tornarci a Tomelilla la ridente Tomelilla con il vento sotto le ali, di tornare a casa, già nei luoghi della sua infanzia. Tornarci significherebbe fare i conti con il passato che pensava di essersi lasciato alle spalle per sempre, tornarci significherebbe lasciare che il passato ritorni a galla come schiuma sporca. Ma soprattutto significherebbe pensare ad Agnes, sua madre, la polacca, la straniera al tempo in cui essere polacchi era come essere zingari. Una donna dolce dai capelli scuri e gli occhi malinconici di cui non ha neanche una foto e fatica a ricordarne i lineamnti, una donna scomparsa improvvisamente senza lasciare traccia, una donna il cui nome quando veniva pronunciato in casa di Hermane e Signe l’atmosfera si riempiva di imbarazzo e si cambiava discorso. Forse i vecchi ricordi devono rimanere tali ed è un errore disseppellirli, forse Konrad non doveva tornare a Tomelilla ma ora è li come se il destino l’avesse chiamato ad un appuntamento inevitabile. Accolto con ostilità, guardato con sospetto da Eva Strom, l’ispettrice di polizia giudiziaria incaricata di indagare sul caso, Konrad si trova a farsi delle domande. Chi avrebbe potuto fare del male a Herman e Signe che si accontentavano di così poco in questa vita, che non davano fastidio a nessuno? Ma la polizia ha già i suoi sospetti, un movente, Herman e Signe erano ricchi avevano vinto dodici milioni di corone al Lotto e Konrad è uno degli eredi. Si può uccidere per dodici milioni di corone? Certo che si può uccidere se non fosse che un nuovo dupplice omicidio scuote Tomelilla. Due albanesi kossovari sorpresi a rubare in casa del vecchio Tore Tortensson, iscritto ad un partito nazionalista con radici neonaziste, vengono uccisi appunto dal padrone di casa in un atto forse di legittima difesa. Come non collegare i quattro delitti? Forse i due kossovari erano proprio gli assassini di Herman e Signe a cui questa volta  era andata male. In città intanto il cuore razzista si risveglia, e in molti pensano che Tortensson abbia fatto bene,  abbia agito nel pieno dei suoi diritti, facendosi giustizia da sé. L’atmosfera si fa tesa e l’odio alimentato dalla paura e dalla xenofobia si rivolge contro le famiglie di immigrati capri espiatori ideali a cui addossare la colpa di tutto quello che succede in città. Konrad si trova ad un bivio e ben presto intuisce che c’è un oscuro segreto nel passato della linda e sonnolenta Tomelilla, una colpa collettiva, vergognosa, terribile.  Di colpo non ha scelta per capire cosa è successo ai suoi genitori adottivi prima deve scoprire cosa ne è stato di sua madre, indagare sulla sua scomparsa, anche se nessuno a Tomelilla vuole che la verità venga fuori, una verità scomoda, dolorosa, che ha le sue radici nel cuore stesso della comunità, nel suo cuore più oscuro fatto di razzismo e indifferenza, ma ormai Konrad non ha più niente da perdere , deve continuare ad indagare,  a scavare nel fango se occorre, per ritrovare sua madre e infondo se stesso. Il bambino della città ghiacciata, annunciato come il più atteso thriller svedese dell’anno, ai primi posti delle classifiche mondiali è senz’altro un buon libro, scritto bene in cui suspance e critica sociale sono dosati per interessare il lettore. L’analisi psicologica è accurata, l’atmosfera di una piccola città svedese di provincia e bene resa. I tempi sono lenti come si addice al giallo scandinavo ma Lonnaeus è abile nell’incuriosire il lettore, nello spiazzarlo, nell’imporgli il suo punto di vista e i suoi tempi. Forse l’indagine poliziesca è solo un pretesto per fare luce sul razzismo nascosto nelle pieghe più oscure della civilissima società svedese, ma questo non è certo un difetto, anzi è un pregio che rende Il bambino della città ghiacciata qualcosa di più di un semplice thriller. A me è piaciuto e molto spero che piaccia altrettanto a voi.   

:: Giulia Guida intervista Gaja Cenciarelli

1 Maggio 2010 by

rm__0190

Benvenuta, Gaja. Innanzitutto grazie per aver accettato questa chiacchierata con Liberidiscrivere. Traduttrice dall’inglese di narrativa e saggistica, caporedattrice in “Vibrisselibri”, due romanzi all’attivo più l’antologia di “Auroralia” (Zona, 2009), blogger su “Sinestetica.net”, romana d’origine, ma irlandese nell’anima.
Se ti dico Gaja Cenciarelli, insomma, tu cosa mi dici?

Benvenuta a te, e grazie per la presentazione più che lusinghiera. Sono romana d’origine, di sangue e d’amore. Sono irlandese per scelta, perché lì mi riconosco e perché Roma e l’Irlanda hanno uno spirito molto affine.
Quanto alla tua domanda, rispondo che sono una persona piena di dubbi. Che non ho nemmeno iniziato a imparare e che l’unica cosa di cui sono sicura, l’unica certezza che ho nella vita è la scrittura.

Sia come lettrice che come traduttrice hai sempre mostrato uno spiccato interesse per le scritture femminili. Cosa ti piace trovare in una scrittrice?

Mi sono occupata di letteratura femminile per anni e sono arrivata alla conclusione che, leggendo una scrittrice, mi aspetto di toccare il corpo delle parole. Voglio fisicità e plasticità. Sia nella scrittura che nella storia. In effetti sono le stesse caratteristiche che spero di trovare ogni volta che apro un libro, a prescindere dal sesso dell’autore.

Quali sono state le scrittrici che più hanno influenzato la tua formazione?

Margaret Atwood [per i motivi di cui sopra consiglio caldamente a tutti «Il racconto dell’ancella», tradotto da Camillo Pennati], Sylvia Plath, Alice Munro, Marguerite Yourcenar, Ingeborg Bachmann, Marguerite Duras, Doris Lessing, Jane Austen, Emily Dickinson, Anna Maria Ortese, Amelia Rosselli, Charlotte Brontë.

E scrittori? C’è stato qualche uomo degno di essere ricordato in questa sede?

Naturalmente, moltissimi. Lady Morgan diceva che il genio e l’anima non hanno sesso.
James Joyce, Samuel Beckett, tutti i russi, l’opera omnia di Shakespeare [il mio faro], Dante, Cervantes. Thomas Mann. Franz Kafka. Tutti gli italiani che ho letto e che leggo ogni giorno, anche coloro che durante la lettura mi accorgo di non apprezzare molto e che sento meno nelle mie corde, perché imparo a capirne i motivi, a vedere le cose da un’altra prospettiva. Amo moltissimo gli scrittori americani, moderni e contemporanei. Paul Auster, Don DeLillo, David Foster Wallace, Cormac McCarthy. Naturalmente li amo attraverso le parole delle loro traduttrici/traduttori. Eccelsi professionisti. Una citazione a parte la riservo per un grandissimo romanzo di cui si parla troppo poco: «Il conte di Montecristo», di Alexandre Dumas. Per me, indimenticabile.

Se ti dico “Irlanda”? Pensieri random, hai carta bianca.

Tornare a casa.

Tu sei una traduttrice, Gaja. Seppur bistrattato, mal pagato, poco considerato, il traduttore riveste un ruolo fondamentale come mediatore della parola scritta.
Ma adesso lo chiedo a te, chi è il traduttore? E com’è Gaja traduttrice?

La traduttrice, parlo al femminile perché femmina sono J, riscrive il testo originale. Interpreta l’autore, ne coglie lo spirito, l’humus culturale da cui proviene. Ha un’ottima conoscenza della lingua italiana, prima ancora che della lingua da cui traduce. La traduttrice è autrice a tutti gli effetti. La scelta delle parole è sua, appartiene alla sua sensibilità, alla sua capacità di comprendere le sfumature. La traduttrice è una persona puntigliosa fino all’esasperazione. Fa un lavoro di artigianato spesso sconosciuto e invisibile. Ingiustamente invisibile. Sprofonda corpo e mente nel testo che traduce, diventa – in un certo senso – il testo che traduce. Ama il testo, pur odiandolo. Lo odia ma, alla fine della traduzione, si rende conto di averlo amato comunque. La traduttrice è l’esempio vivente del dantesco amor che move il sole e l’altre stelle. L’amore per la parola scritta vince su tutto, anche sulle condizioni lavorative spesso avverse.

C’è stato un libro che ti è piaciuto particolarmente tradurre? Perché?

Più di uno. I motivi sono legati alla qualità del romanzo, naturalmente.
I libri più belli che abbia mai tradotto sono: «Il prezzo della bellezza» di John Bemrose [E/O], «Hangover Square» di Patrick Hamilton [E/O], «Il piacere della virtù» di Tom Murphy [Le Lettere], «Diario di una casalinga disperata» di Sue Kaufman [Einaudi Stile Libero], «L’alfabeto di Freud», di Jonathan Tel [Sartorio], «La verità a proposito di Celia», di Kevin Brockmeier [Terre di Mezzo].

In quanto caporedattrice editoriale, ti scontri ogni giorno con i problemi del settore.
Quali sono le caratteristiche che più apprezzi in un inedito? E quali le cose che non riesci proprio a sopportare?

Le caratteristiche imprescindibili sono la voce letteraria, che deve essere assolutamente personale e dar vita a personaggi tridimensionali, e l’esistenza di una storia. Se ne intuisce l’esistenza anche in un esordiente – a patto che abbia talento. La scrittura senza storia, e viceversa, non si dà. Non sopporto le storie ombelicali, non sopporto i personaggi che sembrano tagliati con l’accetta, non sopporto la convinzione di chi si reputa “scrittore” e non ha nemmeno le capacità di tenere metaforicamente in mano una penna. Non sopporto che le persone che tanto ambiscono a pubblicare blaterino di editoria senza neanche sapere di cosa stanno parlando, né di chi. Non sopporto chi scrive senza prima aver letto, e tanto. Perché si capisce, altroché se si capisce. Il che, ovviamente, non vuol dire che i lettori forti sappiano tutti scrivere, ma che chi intende farlo non può prescindere dall’essere un lettore forte.

Nella scena editoriale attuale ci sono autori, anche esordienti, che pensi abbiano una marcia in più?

Certo. È appena uscito il libro di Elisa Ruotolo, «Ho rubato la pioggia» [Nottetempo]. Splendido, intenso, da leggere assolutamente.

I libri sul comodino adesso.

Tu intendi sullo scaffale della libreria, sull’armadio, sulla cassapanca, e sulla sedia, vero? Il comodino non basta, sono circondata dal caos primordiale!
Te ne dico uno solo, altrimenti mi perdo. Si tratta di una rilettura fondamentale per me: «L’arte della gioia», di Goliarda Sapienza.

Da tempo gestisci un blog, “Sinestetica.net”.  Prima di tutto, spiegaci la scelta del nome.

Mi piace pensare che i sogni abbiano un sapore, che la musica si possa toccare, che ciò che vediamo profumi. Mente e corpo non sono organi di percezione distinti e separati. Per me leggere significa nutrirmi. Scrivere equivale a bere. Ascoltare è vedere. In questo senso, la sinestesia è stata una s
orta di scelta obbligata.

Che peso dai al blog o ai social networks in generale nel rapporto tra editori, lettori e recensori? 

Ritengo sia necessario saperli usare con un certo discernimento. Il che vuol dire in modo creativo e funzionale. Possono essere utili, ma anche deleteri. Faccio un esempio: internet ha dato la possibilità a chiunque abbia un blog di pubblicare ciò che teneva chiuso nel cassetto. Fin qui niente di male, anzi. C’è posto per tutti e la rete è [e speriamo lo resti ancora e sempre] uno spazio democratico e libero. Il problema è sorto in un secondo momento: la stragrande maggioranza di queste persone si è messa in testa di saper scrivere, o meglio, di essere scrittrice/scrittore solo perché i commentatori si mostravano entusiasti di quanto avevano letto. Credo che certa gente [o meglio, lo stratosferico ego di certa gente, pari soltanto alla loro stratosferica idiozia] non faccia che alimentare il mostruoso fenomeno dell’editoria a pagamento. Dei social network penso più o meno la stessa cosa. C’è da dire che, ad esempio nel caso di Facebook, il rapporto tra utenti è più immediato, anche se sempre virtuale. È un sistema orizzontale, se mi passi la definizione. Non soffre di gerarchie [o, quantomeno, non dovrebbe]. Si può entrare in contatto con persone interessanti e imparare, o instaurare comunque un rapporto che, nella vita quotidiana, spesso potrebbe risultare complicato a causa della distanza e degli impegni. In conclusione, e chiedo scusa in anticipo per la scontatezza dell’affermazione che segue, credo che certi strumenti siano neutri: dipende sempre dall’uso che se ne fa, e l’uso che se ne fa è sempre mediato dall’intelligenza e dalla passione.

Nel 2003 pubblichi il tuo primo romanzo, “Il cerchio” (Ass. Edizioni Empiria), tre anni dopo “L’infinita scomparsa di Emanuela Orlandi” (Zona). E’ stato difficile per te arrivare alla pubblicazione?

È stato difficile scrivere storie che convincessero me per prima. Difficile è scrivere. Anzi, difficile è (saper) raccontare. Ci sono ancora narratori in Italia?

“Il cerchio” racconta un legame tormentato attraverso le fragilità parallele di due donne, Sara e Viviana. Perché questo titolo? Cosa rappresenta il cerchio?

Il cerchio rappresentava una delle più ingenue convizioni che ho perso per la strada. E cioè che nella vita tutto torna, che i cerchi si chiudono, che i fili sospesi si riallacciano. Non è così. Panta rei. Ora credo che la vita sia una sorta di spirale infinita dove i cerchi non si chiudono mai, dove davvero tutto scorre, tutto è fluido.

Parliamo di “Auroralia”, raccolta antologica nata da una foto di Jerry Uelsmann (1987).  Hai invitato cinquanta tra scrittori, giornalisti, recensori, poeti a scrivere circa tremila battute ispirate all’immagine. Perché proprio quella foto? Cosa ti trasmette?

Quella foto l’ho scelta in un momento in cui avrei voluto essere altrove. Ha rappresentato subito il mio desiderio di staccarmi letteralmente dalla terra e di guardare dall’alto il dolore per cercare di trovargli dei confini. A ogni modo era da tempo che volevo tentare un esperimento del genere con le foto di Uelsmann. E sono felice di poter dire che l’esperimento ha superato le mie più rosee aspettative. L’antologia è stata pubblicata da Zona, sono stati girati tre booktrailer, abbiamo organizzato una serie di indimenticabili presentazioni a Roma e fuori, recensioni, attenzione e apprezzamenti. Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior, diceva l’Homo Faber. Che mi manca terribilmente.

Cosa ami in particolare dell’arte di Uelsmann?

Amo il surrealismo in generale, e Uelsmann è stato definito il Dalì della fotografia. Ogni volta che guardo le sue foto, mi immergo con il corpo e con la mente nelle immagini che – per l’appunto – assaporo. Diventano mie, diventano ispirazione infinita per la mia scrittura.

Che progetti hai in cantiere per ora? Ci vuoi dare qualche anticipazione?

Tutti progetti di scrittura. Alcuni quasi terminati, altri a metà del guado, altri ancora appena abbozzati ma nei quali sono già dentro fino al collo. Ho messo un piede nella corrente di cui sopra per capire se l’acqua era troppo fredda per tuffarmi, e non lo era affatto. Ora nuoto. Chissà, magari arriverò da qualche parte… 😉

Ti ringrazio per la grande disponibilità, Gaja. A presto.

Grazie a te, Giulia. È stato bellissimo.

:: Recensione di Maurizio Landini: Caduta libera di Nicolai Lilin

30 aprile 2010 by

Caduta libera di Nicolai LilinSenza entrare nel merito della questione “Ma l’autore ha vissuto realmente quanto scrive?”, visto che in proposito si sono già espressi giornalisti, critici e lo stesso Lilin (1), personalmente ritengo che “Caduta Libera” possa essere letto come un romanzo di guerra a tinte forti, che può ricordare (mi si conceda l’accostamento azzardato) più le avventure del battaglione disciplinare di Willy “Sven Hassel” Arberg che i Dispacci di Michael Herr…

Lilin, già autore di “Educazione siberiana” (Einaudi), narra la sua esperienza di cecchino (2) nei due anni di leva trascorsi in un gruppo di sabotatori dell’esercito russo, durante la seconda campagna cecena (1999-2009).
Dopo l’incursione in Daghestan da parte delle milizie islamiche nell’agosto del 1999 e gli attentati in diverse città della Russia, Putin ordina un nuovo attacco in Cecenia. Questa seconda guerra è un vero e proprio genocidio. L’esercito russo è accusato di violare i diritti umani torturando e massacrando civili inermi, saccheggiando, distruggendo interi villaggi.
In questo sfondo tutt’altro che confortante, “Caduta libera” è un susseguirsi di azioni militari “eroiche” e atrocità assortite messe in atto da entrambi gli schieramenti e rese più “vivide” da una narrazione semplice e, a tratti, quasi infantile.

Accantonando per un istante il proposito di leggerlo come un dettagliato reportage di guerra, il libro dell’autore-tatuatore russo, nella sua semplicità stilistica, raggiunge il lettore come la pallottola di un cecchino, e apre una nuova ferita destinata a rimanere infetta e purulenta: il dramma inaccettabile che accomuna ogni guerra combattuta nel mondo.

(1) si legga per esempio:
http://www.facebook.com/note.php?note_id=267623333439

La maledizione-siberiana-lilin-attaccato-al-chiambretti-show/

Il_saviano_russo_scala_classifiche_ma_mafia_siberiana_sa_bluff

(2) per farsi un’idea della complessità del tiro di precisione e sulla figura del “cecchino”, si consiglia la lettura del “Compedio tecnico al moderno tiro d’interdizione” di Stefano Scaglia, ad uso delle FF.AA. di tutte le Armi e Specialità.

:: Recensione di Giulia Guida: L'umanità di Emiliano Gucci

29 aprile 2010 by

umanità“E poi siamo cambiati troppo per rincontrarci nelle fotografie.” [Rileggendo “L’umanità”, E. Gucci] 

Le sue mani annodate di ricordi ricalcano le cicatrici sul suo corpo nudo.Cercano la sua deformità  scolpita contro la pelle, i suoi polsi tutti grinze, le macchie di fuoco vivo che le stropicciano il viso, le smagliature che le si allargano tra le cosce, come pagine bianche su cui nessuno ha più scarabocchiato altro che giornate interrotte e notti senza fine. Angela otto anni fa. Angela adesso. Un cumulo di macerie e di sogni spezzati, che non arrivano da nessuna parte. Ogni cicatrice accarezzata è un senso di colpa che viene anestetizzato. Socchiude gli occhi, segue il contorno di quegli otto anni, sfiorando i confini di Angela, quei confini senza più forma, quei confini alla deriva. Rilegge il codice di tutto il dolore che Angela si porta scritto sul corpo, un bassorilievo di presagi tristi, di primavere bruciate, di imperfezioni strappate dai vecchi album di fotografie. Quando non erano ancora così diversi da non riconoscersi più. Quando non avevano lasciato le  loro vite a invecchiare al posto loro nei cassetti. E tutte le lettere, le fotografie, le buste colorate. I loro nomi uniti in un esperimento d'amore a tempo indeterminato. Quando c'erano ancora solo i vecchi difetti, quelli che nessuno vedeva, che non ti lasciavano mangiucchiato, coi buchi nella carne e tutta l'aria a passarci attraverso e a grattare contro il vuoto. Quando ancora non era arrivato il fuoco. Angela è lì, i seni che le cadono attraverso la vestaglia trasparente, le labbra che cercano la sua bocca. Lui che non ricorda più- che non vuole ricordare cosa si provi a toccare una donna, a stringerle i capelli contro il petto. Lui che da otto anni zoppica sul dirupo di una vita col contachilometri fermo e mettere un piede dietro all'altro sembra già uno sforzo immenso. Trascina le gambe come pezzi difettosi di una catena di montaggio, si morde la voce in gola tra le pareti grigiosangue di una fabbrica, mentre sotto di lui la pressa infuria tra i cigolii del piombo disperato. Eppure non c'era sempre stato il fuoco, quando ancora non era accaduto il destino. Aveva finalmente lasciato un ricordo di sè, il segno perfetto, l'unico che avrebbe potuto dare un senso alle loro solitudini incrociate. Nel ventre di Angela, l'aveva lasciato. E dopo non era rimasto che un mucchio di vita divisa a metà chiusa in un baule di legno marcio, senza saper che farsene. L'andava a trovare ogni terza domenica del mese, dopo l’incidente. Le lasciava una busta bianca sul tavolo, metà del suo stipendio. I suoi occhi da bambino, sporchi di desolazione, erano ancora ammanettati alla gabbia di rancore che la teneva prigioniera, che non le permetteva di ricominciare. Lui che un giorno, uno come tanti col marchio di fabbrica storto, riceve una mail da Gianluca, che vuole intervistarlo sul suo libro. Il suo primo e unico libro. Da otto anni non prendeva più  una penna tra le mani, ma non aveva mai smesso di osservare, registrare, elaborare, cancellarsi e riscriversi sopra ai pensieri, tirando righe nere su quelle ultime immagini scattate ad una felicità provvisoria, istantanee del proprio rimorso, accartocciate a domino una dietro l'altra. Lui che passa per il parco e la vede, quasi ogni giorno. Valentina, le spalle al piccolo lago, contro la staccionata di legno. Le gambe immobili, ingranaggi in estinzione, su una sedia a rotelle. La vede e vorrebbe conoscerla di più, frugare nella sua storia, regalarle le sue pagine stracciate e smettere di ricordare, non pensare più ad Angela, alla sua pelle cubista, al destino che gli ha attraversato la strada. "L'umanità" di Emiliano Gucci scorre tra parole che sono sensazioni, macchie leggere sulla carta che raccontano di due gambe che zoppicano con la paura di toccare la vita sopra alla terra, di un cuore che sbiadisce, di un amore che muore, di mani coi cerotti che lasciano asciugare le ferite sotto un sole nuovo. Vogliono raccontare l'umanità  di un uomo perso. E sono sulla buona strada per riuscirci

:: Recensione di Cella 211 di Francisco Perez Gandul a cura di Giulietta Iannone

28 aprile 2010 by

Mai presentarsi al lavoro con un giorno di anticipo. Perché non farlo assolutamente? Beh perché vi potrebbe capitare di avere un mancamento proprio mentre state visitando il braccio più pericoloso del carcere di massima sicurezza dove avete appena avuto la sventura di trovare lavoro come secondino, e potrebbe darsi anche che vi lascino su una brandina della famigerata cella 211 proprio nel giorno in cui Malamadre il leader indiscusso dei criminali più pericolosi ha la sventurata idea di guidare una sommossa. Ecco a Juan Oliver capita proprio questo, proprio a lui un tipo tranquillo, a posto, un tipo educato, quasi timido, con una bella moglie incinta, un tipo a cui di norma non capitano mai grane. Ed ora che fare? Dire a tutti quei nerboruti pluriassassini di essere uno dei carcerieri “un nemico”? Non sia mai, bisogna infiltrarsi, fingersi sporco, brutto e cattivo, tirare fuori le palle anche quando non si era mai creduto di averle perché nelle situazioni più disperate esce sempre il meglio, voglio dire il peggio di ognuno noi. E allora ci si può scoprire, arrabbiati, violenti, spietati, pronti a tutto pur di riguadagarsi la libertà e seppure Malamadre non è del tutto sicuro che Juan sia chi dice di essere, può nascere un’ inattesa amicizia, fino ad iniziare a credere che i pericolosi criminali non hanno poi tutti i torti a volersi ribellare, che non è detto che la colpa sia sempre solo da un solo lato della barricata. Tra accordi sottobanco, terroristi baschi politicamente scorretti, corruzioni più o meno marcate, critiche ad un sistema carcerario ben poco propenso a riabilitare coloro che finiscono in cella, Francisco Perez Gandul ci porta nel claustrofobico mondo di una prigione per parlarci di libertà, coraggio e amicizia e lo fa in modo originale e violento, cupo e disperato, al limite tra un noir e una tragedia greca. Non aspettatevi un’ opera agiografica, il linguaggio è crudo, disturbante, i personaggi spigolosi, urticanti e difficilmente vi metterete dalla loro parte e tiferete per loro anche se l’interrogativo che vi spingerà a giarare pagina dopo pagina  superando l’istintiva repulsione è sapere se Juan riuscirà a uscirne vivo. Non vi dirò di certo il finale, quello spetterà a voi conquistarlo ma quello che posso dirvi è che per essere un’ opera prima, giunta alla quinta ristampa, non è affatto male e soprattutto ci si chiede cos’altro ci proporrà Gandul negli anni a venire. Stiamo all’erta forse è nato un grande scrittore.

:: Recensione de La ballata del tocororo di Enrico Astolfi e Lorenzo Mazzoni

26 aprile 2010 by

copertina_tocororo-257x400Eccoli Pasquino, Brunello, il partigiano Saverio e Federico, eccoli inciam­pare bruscamente sulla fine del vecchio mondo, eccoli rantolare sgomenti sul ciglio di una nuova vita. Vuoti, collerici, dannati, illusi sognatori attanagliati dall’aria tersa, dalla consapevolezza che il sipario si sta chiudendo rapida­mente. Senza sole, ebbri d’aria bruciata, rimasti senza spettacolo, sballottati al suolo, sporchi di sangue, si leccano le ferite piagnucolando.
E adesso?
Adesso il vecchio mondo si è sgretolato, è arrivato al capolinea.
Che un giorno sarebbe successo lo sapevamo tutti.
 
Immaginatevi la fine del mondo. Immaginatevi che arrivi portando con sè cascate d’acqua che sommergono tutto, lasciando emergere come isole solo alcune città come Bologna e Ferrara, poche terre emerse popolate da sparuti soparvvissuti. Questo è lo scenario e non di un libro di fantascienza più che altro è l’inizio di una favola colorata, scanzonata, irriverente che ha per protagonista assoluto non un personaggio umano ma un misterioso uccello, il Tocororo, un uccello sacro, simbolo di Cuba che per uno strano accadimento si trova a volteggiare nei cieli di Ferrara.  Il vecchio mondo con tutti i suoi errori e orrori ormai è finito e sfolgorante inizia l’alba di un nuovo mondo e cosa meglio di una missione, di un’ odissea moderna ci può portare da Ferrara a Cuba a bordo di una zattera guidata da Federico e Pasquino  per riportare il misterioso Tocororo nel suo abitat naturale in un simbolico abbraccio che riunisce i popoli, che riunisce il nord e il sud del mondo non più divisi dalle barriere dell’ingiustizia, dello sfruttamento. Nel loro avventuroso viaggio Federico e Pasquino novelli Ulisse incontreranno personaggi bizzarri, pirati, mercenari, amazzoni guerriere, cannibali, tutti seriamente decisi a combattere per sopravvivere, e porteranno a termine la loro missione scoprendo anche il mistero legato al variopinto pennuto. La ballata del Tocororo è un libro divertente, sguaiato, allegro che contiene un messaggio di libertà, di speranza, di pace e di amore. Più che un romanzo dicevo è una favola, in cui la fantasia degli autori spazia senza confini, portandoci in luoghi inesplorati, in dimensioni oniriche estreme e buffe dandoci la netta sensazione che un mondo diverso si può concepire, si può idealizzare, perché i confini angusti in cui viviamo si sgretolano e si dissolvono se lasciamo che la fantasia vada al potere. Il bene e il male saranno sempre destinati a scontrarsi ma il bene ha una carta in più e la scoprirete leggendo questo bizzarro e anarchico libro.      

:: Recensione di Giulia Guida de "Il senso del dolore" di Maurizio de Giovanni

25 aprile 2010 by

Il senso del dolore. L’inverno del commissario Ricciardi

“Perchè  cadono le lacrime. Sulla fame e sull’amore”. [Rileggendo “Il senso del dolore”, M. de Giovanni]

Non parla quasi mai, il commissario Ricciardi. Si nasconde dietro sbarre di ghiaccio, che da anni in silenzio gli si stringono nervose contro la gola, imprigionando la sua voce. Passano giorni interi in cui gli capita di chiedersi se una voce l’abbia mai avuta e prova a rincorrere le vibrazioni delle sue corde vocali attraverso il passato, a raccogliere quei  pochi cocci di suono scivolati a terra dalle sue tasche e ricucirli insieme, fino a ridisegnare un’onda elettrica senza strappi o spazi bianchi.Non riesce più a sentirlo, l’attrito delle sue parole contro l’aria.Essenziali, le parole di Ricciardi. Essenziali e spezzate al centro, come i suoi occhi, centri di gravitazione permanente di un dolore antico, che non si può capire, perchè nasce da una condanna a toccare l’allucinazione, a vedere l’invisibile, a sentire la morte. Tutto quello che gli è  rimasto da dire, Ricciardi l’ha lasciato a quel vuoto verde smeraldo che gli mangia la faccia. Gli occhi di Ricciardi. Due gocce di ghiaccio, tirate all’ingiù, incastrate come crepe nere nella pelle. Sono due rughe immense, di chi è invecchiato bambino e s’è bevuto tutto il buio troppo presto. Come tane per difendersi dai venti freddi dell’inverno, Ricciardi ci caccia dentro tutte le sensazioni che non vuole più sentire agitarsi nel sangue. Le chiude a chiave lì, le seppellisce come segreti inconfessabili, perchè sa che nessuno potrà mai raggiungere il nucleo duro della sua disperazione, nessuno avrà mai abbastanza forza né coraggio per aprire il tubetto nero dei suoi ricordi, di tutte le immagini e le voci che gli hanno rubato il presente, di tutti quei morti che giorno dopo giorno gli hanno raschiato via la vita e pretendono che lui ascolti le loro storie, faccia giustizia e rivendichi i loro anni interrotti. Vede i morti, Ricciardi. Quelli morti di una morte violenta, li vede dovunque, riascolta le loro ultime parole e soprattutto sente. Sente la tempesta elettrica di sensazioni che sanguina dalle loro ferite aperte, gli ricade addosso in un brivido viola lungo la schiena. E’ così da sempre, dal giorno del Fatto. Quando da bambino quella prima allucinazione gli spezzò  l’ultimo grido tra le labbra. E’ il 1931 adesso e Ricciardi vive in una Napoli che s’attacca alle pagine e le colora del profumo delle vecchie botteghe, dei piedi scalzi degli scugnizzi, dei rombi tonanti delle poche macchine che percorrono le strade, del sapore delle castagne nei carretti degli ambulanti, della luce fredda dei lampioni a gas che illuminano la notte di quei chiaroscuri ad olio e sciolgono il sangue nell’ombra. E’ una sera d’inverno quando il brigadiere Maione, l’unico che abbia provato a romperlo il muro d’acqua di quegli occhi, entra nell’ufficio di Ricciardi e lo mette al corrente di un omicidio avvenuto al teatro San Carlo, quella sera stessa. E’ stato trovato morto nel suo camerino Arnaldo Vezzi, il più grande tenore di quegli anni, protetto e amatissimo dagli alti ranghi del regime. Il suo corpo, ancora con l’abito da pagliaccio addosso, giace riverso sulla sedia, il collo trafitto da una scheggia di vetro dello specchio, due lacrime a solcare le sue guance e a sciogliere il trucco. In un angolo della stanza ecco l’allucinazione di Ricciardi. Il corpo di Vezzi, leggermente piegato sulle ginocchia, una mano protesa in avanti, la voce di un talento fuori tempo che intona un verso della Cavalleria Rusticana “Io sangue voglio, all’ira mi abbandono, in odio tutto l’amor mio finì…” Le indagini di Ricciardi lo portano a ridisegnare, testimone dopo testimone, la figura della vittima: una personalità nera, burbera, intrattabile, nutrita da un profondo egoismo e disumana irascibilità. Detestato da molti, Vezzi era, nonostante il suo carattere inavvicinabile, inesauribile fonte di guadagno per impresari della lirica, orchestrali e teatranti. Molti nemici nell’ambiente, quindi, ma tutti paradossalmente interessati a voler Vezzi vivo, una pedina troppo importante del loro gioco. Nei pochi giorni in cui si consumano le ricerche, le mani nervose di Ricciardi, tutte scatti e ricordi accavallati, si muovono tra le sgargianti luci dell’opera-  lui che aveva sempre vissuto su uno sfondo bianco e nero, che dei colori non aveva mai saputo che farsene, attraversa la vita di Vezzi, riscrivendo la sua storia mentre cerca di scrollarsi un pò di fuliggine di dosso, andando a decifrare il sentimento dietro ogni dinamica di quella macchina di finzione, così lontana dalla vita reale. Perchè, per uno che sa cosa sia la dannazione, per uno che lo senta davvero quel senso del dolore, l’arte non può avere niente a che fare con la vita, non può neanche esserne la copia più sbiadita. “Il senso del dolore”, primo dei tre romanzi di de Giovanni che ruotano attorno alle stagioni del commissario Ricciardi, racconta un’infanzia perduta, che non si lava via dagli incubi. Racconta il punto di rottura tra ciò che è reale e ciò che non sembra esserlo. Racconta del profondo amore che ci può essere dietro uno sguardo che non parla altro che di buio. Racconta gli occhi di un uomo che preferirebbe non sentire affatto, essere privato di ogni emozione, avere la sensibilità del cemento armato e svuotarsi la testa di tutte quelle parole- quelle ultime parole- che si rincorrono tra storie non sue, di chi ammazza per fame, di chi si sacrifica per amore. La fame e l’amore. Ricciardi aveva sempre pensato che non esistessero altri motivi per uccidere. Tutto era riconducibile a questo. Due sentimenti complementari capaci di sovvertire l’ equilibrio, rovesciare ogni ruolo prestabilito, provocare l’inaspettato. Accendere i colori e ridare vita a quella morte sempre in agguato per serrare gli occhi di un’amarezza di chi sa che non è ancora arrivato il suo tempo. Il tempo giusto per riascoltare le sue ultime parole e finalmente gridare via quel senso del dolore.

:: Intervista a Olle Lonnaeus a cura di Giulietta Iannone

24 aprile 2010 by

foBenvenuto  Olle su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato la mia intervista. Puoi dirci qualcosa di te, i tuoi studi e il tuo background?

Vivo con la mia famiglia a Lund, città universitaria vicino a Malmo, nel sud della Svezia. Mia moglie Ylva è un giudice e ho due figli, Fredrika, 22, e Jens 20. Sono cresciuto a Tomelilla, un piccolo paese nelle campagne, dove si svolge gran parte del mio romanzo. Dopo il servizio militare ho studiato legge, infatti  avevo deciso di diventare un avvocato per i più poveri. Ma ho cambiato idea e sono diventato un giornalista. Adesso lavoro per il quotidiano Sydsvenska Dagbladet, e faccio il corrispondente politico in Svezia, Europa e Medio Oriente.

Raccontaci qualcosa della tua infanzia.

Sono cresciuto in una famiglia borghese. Mio padre era un ingegnere e mia madre una casalinga. Mia sorella ha tre anni più di me. Da adolescente ho fatto un sacco di sport. Tennis e calcio. Da giovane per la prima volta mi resi conto di quante ingiustizie sociali ci sono. E ho anche  potuto sentire istintivamente la maledizione della cittadina: la paura e l’ansia per l’ignoto, le cose che non vanno.

Perché sei diventato uno scrittore?

Come ho già detto, prima di tutto sono diventato un giornalista. Per molti anni mi sono occupato unicamente di scrivere per i giornali e lo faccio tuttora. Ma dopo venti anni di giornalismo ho voluto provare un nuovo modo di raccontare storie. Il buon giornalismo consiste nel  raccontare storie. Storie vere. Nel romanzo si può inventare, ossia se vogliamo dire bugie, anche se bisogna tuttavia far si che la storia che raccontiamo sia credibile.

Qual è stato il tuo primo lavoro scritto? Raccontaci qualcosa del tuo debutto. La tua strada verso la pubblicazione.

Quando avevo circa vent’anni ho scritto una breve storia di un uomo su un treno che colpisce un alce. Era una storia veramente assurda. Ma è stata pubblicata in un’antologia. Poi mi sono concentrato sul giornalismo per molti anni fino a quando “Det som ska Sonas” è stato pubblicato l’anno scorso.

Ti sei ispirato ad eventi reali?

Sì e no. Penso che questa storia sia cresciuta in me per diversi anni fino a quando improvvisamente l’ho potuta scrivere. Che si svolga nella mia città natale Tomelilla  era inevitabile. Ma una cosa che mi costrinse a scrivere il romanzo ambientandolo proprio lì fu quando lessi sul giornale che Sverigedemokraterna – un partito xenofobo di destra con le radici nel movimento neo nazista – aveva tenuto una manifestazione proprio a Tomelilla il 1 ° maggio 2007,  festa internazionale dei lavoratori.

Quali scrittori ti hanno influenzato?

Ho letto un sacco di scrittori diversi. In realtà non ho letto così tanti romanzi polizieschi. Kerstin Ekman, Torgny Lindgren e Hakan Nesser sono alcuni buoni osservatori della storia svedese. Oran Pamuk della Turchia. Paul Auster degli Stati Uniti. Quando ero giovane ho letto la trilogia finlandese dello scrittore Väinnö Linnas che parla della trasformazione della Finlandia da una  società di aziende agricole profondamente ingiusta ad uno stato moderno. Ho imparato molto da quel libro.

Raccontaci qualcosa del tuo romanzo d’esordio “Det som ska Sonas”. Pubblicato in Italia da Newton Compton con il titolo “Il Bambino della Città ghiacciata”.

Konrad Jonsson è un giornalista free lance, con sede a Berlino. In una missione a Baghdad, viene ucciso Mahmoud, e Konrad perde il suo interesse per la vita e torna in Svezia. Tornato  a Malmo viene a sapere che i suoi genitori adottivi Herman e Signe sono stati uccisi in Tomelilla. Konrad ritorna così nella cittadina da cui era fuggito da ragazzo. Presto si rende conto che la polizia lo sospetta degli omicidi. Allo stesso tempo, Konrad inizia a pensare a quello che è realmente accaduto a sua madre biologica, una donna polacca di nome Agnes che scomparve quando Konrad aveva sette anni.

Ci sonoprogetti cinematografici tratti dal tuo libro?

No. Non ancora. Ma sono in attesa.

Ti piace la trilogia Millennium di Stieg Larsson? L’hai conosciuto?

Come giornalista ho avuto qualche contatto con Stieg Larsson, quando lavorava per la rivista Expo come esperto di neonazisti in Svezia. Ma non lo conoscevo personalmente. Come tutti gli altri trovo i suoi libri molto eccitanti.

Raccontaci qualcosa della tua Svezia.

Non ci sono gli orsi polari per le strade, almeno non al sud dove vivo. Normalmente abbiamo battuto l’Italia a calcio. Scherzi a parte, oggi la Svezia è un paese molto diverso da quando ero un bambino. Negli anni settanta siamo stati molto orgogliosi di avere il welfare più sviluppato del mondo. Oggi  la rete di sicurezza sociale della Svezia è come nella maggior parte dei paesi dell’Europa occidentale. La Svezia è un paese diviso. Tra nord e sud. Tra la città e la campagna. Abbiamo avuto un grande immigrazione di rifugiati più di qualsiasi altro paese in occidente. Malmö, la città dove lavoro, ha ospitato più profughi iracheni che qualsiasi città USA. Abbiamo il Medio Oriente appena dietro l’angolo. Penso che sia una buona cosa, ma ovviamente significa anche un problema. Una cosa che la maggior parte degli svedesi hanno in comune è l’ amore per la natura dal Mar Baltico alle colline al di fuori Kivik dove ho una casetta, ed è un posto dove riesco a trovare veramente la pace.

Tu sei uno scrittore impegnato molto sensibile ai temi etici e sociali. Perché ha scelto il genere crime?

In realtà non avevo in mente di scrivere un giallo. Più che altro volevo scrivere la storia di un uomo che cerca di trovare le sue radici in una piccola città. Naturalmente ci sono alcuni omicidi. Reati, in particolare gli omicidi, che spesso riflettono il conflitto finale tra le persone. E’ un romanzo che ha per tema i conflitti, e il genere crime è un valido strumento per utilizzarli.

Tu sei uno scrittore e un giornalista. Professioni molto diverse, ma forse c’è un filo conduttore, in grado di unirle?

Ci sono analogie. Entrambe trattano di storie. Bisogna indagare e scoprire come la gente pensa e perché agisce in un determinato modo. Persone reali nel giornalismo. Personaggi di finzione nel romanzo. Ma hai ragione. Si tratta di professioni molto diverse. E siccome faccio sia il giornalista che lo scrittore devo essere molto chiaro su come mantenere separate le due cose. I lettori del mio giornale, naturalmente, devono essere sicuri che ciò che scrivo è la verità e nient’altro che la verità.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Carsten Jensen. Un giornalista danese che qualche anno fa ha pubblicato un romanzo fantastico ambientato nella città di Marstal. Intitolato “Noi che affoghiamo”.

Che cosa è la libertà per te? Una utopia? Uno stato d’animo? La Svezia è un paese libero?

Penso che ogni libertà sia relativa. E così deve essere. La libertà può diventare un carcere. In Svezia spesso la libertà è usata come uno slogan politico. Ma un povero non è mai veramente libero. Penso comunque che la Svezia sia un paese abbastanza libero. È un paese laico, probabilmente uno dei più laici nel mondo. E questa è  una buona cosa. La religione, in pratica, è spesso l’opposto della libertà, non da ultimo per le donne.

Conosci assai bene il Medio Oriente. Quale paese ha avuto maggiore impatto su di te?

Israele e Palestina. Gran parte della storia del mondo, tre religioni e molti conflitti moderni sono focalizzati in questa piccola zona di terra.

Che tipo di ricerche fai per i tuoi libri?

Vado sul  posto. Parlo con la gente. Respiro l’aria e l’odore. E leggo molto.

Ti piacciono gli scrittori italiani contemporanei?

Ne ho letti alcuni e alcuni di loro mi piacciono molto. Elsa Morante. Roberto Saviano. E Nicolò Amaniti.

Ti piace l’Italia? Quando verrai nel nostro paese per presentare il tuo libro?

Ho fatto un sacco di vacanze in Italia e alcune volte ho visitato il tuo paese per lavoro. E ho sempre incontrato un sacco di persone simpatiche e interessanti. La cultura, il cibo, il vino e il calcio … Allo stesso tempo, l’Italia mi sta confondendo. La politica è molto difficile da capire. Penso che sarebbe stato impossibile in qualsiasi altro paese dell’Europa occidentale avere un premier che controlli una così grande parte dei media.

A quali progetti stai lavorando ora?

Ho appena finito il mio prossimo romanzo. Sarà pubblicato in Svezia nel mese di settembre. Il titolo in svedese sarà: “Mike Larssons ha un grande cuore”. Ha per protagonista un uomo che viene rilasciato dal carcere e torna nella sua città natale (Tomelilla) per tentare di riconquistare il cuore e la mente di suo figlio di 14 anni . Lì incontra Amela, una rifugiata della Bosnia. La sua è una storia emozionante e divertente. Mi piace molto il personaggio di Mike, anche se molti lo considerano un teppista. Quando il mio primo editore mi ha mandato una e-mail dicendomi che leggendolo ha sia riso e che pianto, beh mi ha fatto molto felice.

:: Recensione di Maschera Bianca di Edgar Wallace (Polillo Editore 2010) a cura di Giulietta Iannone

20 aprile 2010 by

12Capitano avvenimenti strani nella vita di chi si occupa di libri: può succedere infatti che un giorno ti alzi con un diavolo per capello, inizi a bere troppi caffè e ti ritrovi tra le mani un nutrito gruppetto di libri dalla copertina rossa, tra cui spiccano nomi mitici come Edgar Wallace o John Dickson Carr, opere dell’età d’oro del mystery, quel periodo tra gli anni ‘20 e ‘40 che racchiude libri vari a volte di autori anche poco noti che hanno aperto la strada del thriller moderno.
La Polillo Editore con una passione da archeologo ha raccolto questi libri, a volte introvabili, a volte mai pubblicati in Italia, nella collana i Bassotti e ce li presenta pronti da collezionare e da leggere.
Già dissi che i classici delitti della camera chiusa non sono il mio forte ma ad un’occasione così non si può rinunciare, per cui inforco metaforicamente gli occhiali, mi siedo comoda e inizio a leggere. Senza andare in ordine cronologico pesco nel mucchio e inizio con il numero 37 “Maschera Bianca” 1930 di Edgar Wallace, portato sul grande schermo nel 1932 dal regista T. Hayes Hunter e interpretato da Hugh Williams, Norman McKinnell e Renèe Gadd.
Per le vie di Londra si aggira un ladro ineffabile, con il volto nascosto da una maschera bianca, entra nei ristoranti di lusso e alleggerisce le signore dei loro gioielli. I giornali ne parlano, il panico dilaga poi succede un fatto strano, anomalo: nel malfamato quartiere di Tidal Basin, non insolito scenario di risse tra ubriachi e delinquenti, un uomo misterioso viene pugnalato al cuore, un  uomo assurdamente vestito da sera, un uomo senza identità di cui nessuno sembra saperne niente.
Anche i testimoni sono inaffidabili, nessuno ha visto niente o meglio non ha nessuna intenzione di dire cosa ha visto alla polizia. L’ispettore capo Mason chiamato ad indagare sul caso ha subito le sue perplessità e sente che i casi sono legati, ma come?, perché?, Quello che è certo è che il colpevole non ha scampo ed è solo questione di tempo.
Ecco questa in breve è la trama, non mancheranno poi giornalisti intraprendenti, belle ragazze dal cuore d’oro, dottori spiantati e senza il becco di un quattrino, misteriosi avvocati provenienti dal Sud Africa, anche solo per chi fosse curioso di conoscere un mondo che non c’è più, una Londra aristocratica e decadente, narrata da un Edgard Wallace ironico e disincantato al suo meglio.
Letto in meno di un giorno, lieto fine al cianuro.

Edgar Wallace (1875-1932), passato alla storia come “the King of Thrillers”, fu il primo scrittore a raggiungere lo status di vera e propria star. Era nato a Greenwich, in Inghilterra, figlio illegittimo di attori. Adottato da una famiglia di pescivendoli che aveva già dieci figli, Edgar crebbe con il nome di Dick Freeman salvo scoprire, all’età di 11 anni, le sue vere origini. Dopo una serie infinita di lavori di vario genere, a 18 anni si arruolò nel Royal West Kent Regiment per poi passare nei Corpi Medici. Corrispondente dal Sud Africa per la Reuters e per vari giornali inglesi e sudafricani durante la guerra dei Boeri, rientrò in patria nel 1900. Dopo vari infruttuosi tentativi di trovare un editore, nel 1905 pubblicò a proprie spese il suo primo romanzo, The Four Just Men (I quattro giusti). In meno di trent’anni scrisse oltre 170 libri, di cui più della metà di genere giallo, una ventina di drammi e centinaia di racconti e articoli. Popolarissimo fra i lettori – si dice che tra il 1920 e il 1930 su ogni quattro libri letti in Inghilterra uno fosse di Wallace – negli ultimi dieci anni di vita arrivò a guadagnare oltre 250.000 dollari l’anno, anche grazie agli innumerevoli film tratti dalle sue storie. Amante del lusso, del gioco e della vita sregolata, morì a soli 56 anni a Hollywood, mentre era al lavoro sulla sceneggiatura di King Kong, lasciando in eredità una montagna di debiti.

:: Recensione di Senza dirsi addio di Linwood Barclay

19 aprile 2010 by

12Dopo le parole lusinghiere spese da Micheal Connelly e Robert Crais mi sono finalmente decisa a leggere “Senza dirsi addio” di Linwood Barclay, edizioni Piemme, collana i maestri del Thriller, collana che raccoglie autori come George Pelecanos, Dennis Lehane, Karin Slaughter e appunto i succitati Michael Connelly e Robert Crais, e solitamente posso dire di non avere mai avuto brutte sorprese.
Oltre un milione di copie vendute nel mondo, selezionato come miglior libro dal “Richard e Judy Book Club”, Senza dirsi addio è uno dei thriller di successo del 2009, cosa che non implica necessariamente che sia un buon libro, mi è capitato infatti, non spesso ma a volte, che libri con un battage pubblicitario da urlo si siano rivelati delle immonde boiate, per cui diciamo che sono andata con i piedi di piombo.
“Senza dirsi addio” inizia con un breve flashback che ci porta nel maggio del 1983 quando Cynthia Bigge, un’ adolescente di quattordici anni non proprio facile, si sveglia una mattina in una casa deserta: padre, madre e fratello sono spariti nel nulla, senza una parola, senza appunto dirle addio.
Per tutto il libro questo è il mistero da risolvere: capire cosa diavolo successe quel giorno, capire perché 25 anni dopo c’è qualcuno disposto a uccidere purchè non si faccia chiarezza.
Diciamo che è un thriller molto americano; in America  la gente sparisce con molta più facilità che da noi, per poi non riemergere più, fosse anche solo per i grandi spazi, specie i bambini, qualcuno si ricorderà sicuramente delle foto dei bambini scomparsi sui cartoni del latte, diffuse già vent’anni fa.
Poi diciamo che non userei aggettivi mirabolanti per descriverlo, ma tutto sommato è un buon libro, la trama è intricata ma funziona, la risoluzione del mistero è credibile anche se come ho già detto molto americana e lentissima, si ha quasi l’impressione che l’autore aggiunga pagine a vuoto dopo aver dato le dritte necessarie per capire il come, il quando, e il perchè, per il resto nulla da dire, la suspense c’è, il crescendo angoscioso dell’incubo che può succedere a tutti. Traduzione di Barbara Murgia.