Recensione a cura di Valter Giraudo : Sedici rose arancioni di Michele Ciardelli

13 novembre 2009 by

SEDICIROSE-COPERTINATitolo: Sedici Rose Arancioni
Autore: Michele Ciardelli
Genere: Giallo – noir
Editore: SBC Edizioni
Prezzo: € 15,00

Conosco personalmente Michele e il suo modo di scrivere.I libri di Michele sono veri e propri “dispenser” di emozioni: ti legano alla sedia e ti portano a divorare pagina dopo pagina. Il suo modo fluente di scrivere avvolge e non annoia, incuriosisce, cattura.Questo libro è un mix di noir, thriller, splatter e storie d’amore, perché l’arte è unica e tutti gli stili possono coesistere armoniosamente, e lui riesce a creare un mix più che ottimo. E quando pensi di aver capito chi è il colpevole… ti accorgi che la storia prende una piega diversa… ma non vi dico di più per non togliervi il gusto di leggervelo tutto e di assaporarlo appieno. Già dalle prime pagine colpisce l’accurata descrizione del luogo e delle persone che lo abitano. Le atmosfere sono quelle della provincia italiana che dall’autore vengono descritte con estrema naturalezza, forse in considerazione del fatto che, lo stesso, quella provincia l’ha vissuta e la vive tutt’ora in prima persona. Michele Ciardelli, compie in questo libro inoltre un’operazione molto interessante: tiene il pretesto del “giallo” inteso nei canoni classici dello stesso, per calarsi in un viaggio ben più intrigante, cioè il viaggio nella psiche dell’uomo, sino ad esplorarne le più recondite manifestazioni di un uomo comune, capace sì d’amare ed odiare con tutto il suo animo, ma anche d arrivare all’estremizzazione dei suoi sentimenti. Questo libro è un mix di giallo, noir, thriller, splatter e storie d’amore, perché l’arte è unica e tutti gli stili possono coesistere armoniosamente, e qui l’autore riesce a creare un mix più che ottimo. E quando pensi di aver capito chi è  il colpevole… ti accorgi che la storia prende una piega diversa… sino al famoso “colpo di scena” dell’ottavo capitolo… ma non vi dico di più per non togliervi il gusto di leggervelo tutto e di assaporarlo appieno. In conclusione aggiungo che ne consiglio la lettura, ho trovato il libro gradevole, e costruito in maniera tale che ad un certo punto il lettore si trova faccia a faccia con il killer, vero protagonista della storia, mentre verso la fine del “giallo” il lettore sembra essere stato intrappolato in un circolo vizioso, quasi come se l’assassino si prendesse gioco di chi legge.
valter-micheleLautore: 
Ciardelli Michele nasce a Pisa nel 1972 dove tutt’ora vive. Dopo gli studi tecnico-nautici scopre il desiderio di scrivere a cui si abbandona con entusiasmo. Legge molto e 2002 partorisce il suo primo libro “
La Falena” con il quale partecipa al concorso “Alberto Tedeschi giallo Mondadori” senza peraltro vincerlo. Per niente scoraggiato si accinge ad una nuova opera e nel 2004 termina un noir dal titolo di “Sedici rose arancioni”, pubblicato nel 2008. Nel 2009 finisce il suo ultimo lavoro, un romanzo dal titolo “Due giorni in più”.
Trama:
Nel giorno del più importante compleanno per un ragazzo, il diciottesimo, Antonio torna da una vacanza e trova ad attenderlo un’orrenda sorpresa che gli cambierà completamente l’esistenza. In un susseguirsi di eventi terribili e misteriosi segreti verranno a galla omicidi perpetuati con maniacale attenzione di particolari che sembrano seguire delle vere e proprie scenografie, frutto di una mente malata firmati teatralmente con una poesia visionaria tengono la polizia in stallo fino alla rivelazione che permetterà di risolvere il caso. Ma i colpi di scena non sono ancora finiti. Le situazioni al limite della follia che coinvolgono tutta la famiglia di Antonio ed i suoi amici si snodano negli ambienti familiari dell’autore, un apparentemente tranquillo rione di una cittadina toscana dove tutti si conoscono, fino a giungere ad un epilogo apocalittico dal quale solo un piccolo angelo verrà risparmiato.” Spazio e tempo in cui si svolge il racconto: La storia si svolge ai giorni nostri fra le mille incertezze e le speranze del nuovo millennio.I personaggi si muovono nell’ambito del piccolo quartiere di periferia nel quale è cresciuto l’autore.
E non manca lo scopo umanitario: Parte dei proventi della vendita del libro andranno all’ Associazione Domenico Marco Verdigi al link 
http://www.associazionedomenicomarcoverdigi.org/  Un motivo in più per acquistare il libro!  Valter Giraudo

Recensione di Nicola Fabio Vitale: Stabat Mater di Tiziano Scarpa

12 novembre 2009 by

stabat-mater“Signora Madre, è notte fonda…”, inizia così il libro di Tiziano Scarpa, Stabat Mater (Einaudi, 144 pagine, 17,00 euro), vincitore del premio Strega 2009. Il libro è un lungo racconto, una lettera infinita scritta dalla protagonista, Cecilia, a sua madre, la donna che l’ha abbandonata in un orfanotrofio nel quale vive fin dai primi istanti della sua giovane vita. La lettura delle prime parole trasmette subito le sensazioni che la tormentano. Pensieri che, come il suono di una dolente litania, esprimono tutta la sua angoscia, sofferenza, dubbi sospesi lungo il filo di una costante tensione, il sintomo di una profonda lotta interiore. Una drammatica altalena che oscilla tra la voglia di vivere o abbandonarsi alla morte, accompagnata dalla fredda consapevolezza che l’unica persona che può far qualcosa per salvare se stessa è solo lei, Cecilia. Il pensiero è costantemente rivolto a sua madre cui è unita da un profondo rapporto di amore e odio, riverenza e risentimento: “Io non vi penso, e voi non esistete…Certe volte mi viene da pensare: oggi non sto pensando alla mamma. Mi vendico così”. Un legame costellato, inoltre, da tanti dubbi, dal desiderio di conoscerla, incontrarla, scoprire le sue sensazioni e la semplice curiosità di scoprire se si ricorda di lei. Il pensiero costantemente rivolto a sua madre e una riflessione sulla maternità, una donna che mette al mondo un bambino gli regala la vita e, al tempo stesso, la morte. Considerazione che giustifica la venerazione per la madre di Dio capace di regalare a suo figlio la vita eterna scatenando un odio ancor più profondo nei confronti di sua madre perché l’ha abbandonata in un luogo, l’Ospitale, nel quale Cecilia avverte la sensazione di non essere mai nata, un luogo nel quale si sente nulla. “Signora Madre, io non sono niente, io non esisto. Potrei morire in questo preciso momento e sarei subito dimenticata” è il suo pensiero, accompagnato dalla triste consapevolezza che l’Ospitale è l’unico posto che l’ha accolta mentre lei continua a rivolgersi al fantasma di sua madre. Consapevolezza che alimenta ancor di più il suo tormento. Nel racconto l’odio si alterna ai rimorsi e ad altre sensazioni. Arriva, infatti, il momento in cui Cecilia si rende conto di non sapere nulla di sua madre, di cosa l’ha spinta a comportarsi in quel modo e avverte anche l’esigenza di averla vicino perché vorrebbe il suo aiuto per diventare donna.

Cecilia vive di immagini che esprimono tutto il suo malessere. Visioni che cercano di descrivere il momento in cui è stata messa al mondo, descrivono il luogo dove vive, le compagne di sventura, le suore e i sacerdoti. Immagini che sembrano doverla travolgere, definitivamente, da un momento all’altro.

Cecilia vive, inoltre, un legame profondo con la morte e la musica. La morte, la signora dalla testa dai serpenti neri, è l’interlocutrice immaginaria di Cecilia, che sente l’esigenza di dimostrarle di non temere la sua presenza costante e, al tempo stesso, cerca in lei una forma di conforto, una figura cui piacere: “Pensavo che ti sarei piaciuta. Che mi avresti chiesto qualcosa”.

La musica, l’ennesimo rapporto di odio e amore. La menzogna con la quale le ragazze dell’Ospitale comunicano con l’esterno, che le porta ad essere altro, la maschera che nasconde tutta la loro afflizione. Ma, al tempo stesso, è anche altro, il desiderio di riuscire a scrivere di pensieri armoniosi come le note musicali scritte su uno spartito e poi liberate nell’aria, è la voglia di esprimere tutto il dolore attraverso la musica per poi rinascere.

Leggendo il libro si corre il rischio di essere travolti dal dolore della protagonista. Il dolore, però, è un chiaro indizio che Cecilia è viva, e, pagina dopo pagina, emerge chiaramente che il tormento della ragazza esprime tutta la sua voglia di vivere e di riappropriarsi di se stessa. Desiderio talmente forte che anche l’arrivo del nuovo insegnante di violino e compositore, Antonio Vivaldi diventa una minaccia quando le chiede di suonare la sua musica. Cecilia, infatti, ha un solo desiderio: “Voglio sentire il suono delle cose, senza suonarle. Voglio uscire da qui e fare rumore, soltanto rumore”, la musica, a questo punto, è, definitivamente, una finzione che la renderebbe ancora prigioniera. Una sensazione dalla quale emerge tutta la necessità di essere se stessa, la voglia di vivere esperienze solo immaginate osservando squarci di mondo. Esperienze e sensazioni diverse da quelle provate nell’Ospitale, il luogo che ha ospitato tutto ciò che, suo malgrado, ha travolto la sua giovane esistenza provocando tutto il suo malessere, il luogo nel quale sa che non le potrà mai provare. Il desiderio quasi inevitabile di chi si sente prigioniera del suo sfortunato destino, riappropriarsi di se stessa, la porta, inevitabilmente, verso il momento in cui decide di prendere una direzione opposta rispetto a quella che è stata costretta a seguire fino a quel momento. La decisione che la porta verso una nuova direzione, un mistero che, però, questa volta, ha scelto di affrontare liberamente, con le sue mani.

Un bel libro che, a mio avviso, trasmette molto bene le sensazioni, il tormento, lo stato d’animo e i desideri di chi vive una situazione come quella di Cecilia.

:: Intervista a Raul Montanari a cura di Giulietta Iannone

11 novembre 2009 by

GRaul Montanarirazie Raul di aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Iniziamo subito con le presentazioni. Raccontati ai nostri lettori.

E’ lunga, sai? Provo a sintetizzare: benché nato indigente, vivo da molti anni, e largamente, di letteratura. Non è male! Ho pubblicato dieci romanzi, più di cento racconti (riuniti anche in tre raccolte) e un sacco di altre cose fra cui tengo molto al libro di poesie Nelle galassie oggi come oggi – Covers, bestseller della “Collezione di Poesia” Einaudi, scritto a sei mani con Tiziano Scarpa e Aldo Nove. Ne abbiamo tratto uno spettacolo che ha fatto più di cento date in Italia. Ho tradotto tanto, da diverse lingue antiche e moderne. Fra le cose più belle metterei L’Edipo Re e l’Edipo a Colono di Sofocle, il Tieste di Seneca, il Macbeth di Shakespeare, Doppio sogno di Schnitzler e la Salomè di Oscar Wilde per il teatro. Nella prosa, quattro romanzi di Cormac McCarthy, uno di Philip Roth, un bellissimo e difficilissimo romanzo di Allan Gurganus che in Italia non ha letto nessuno eccetera. Nella poesia, una scelta di liriche di Edgar Allan Poe (uscite quest’anno nei “Classici Feltrinelli”). Anche da queste ho tratto un reading. Ho sempre fatto solo traduzioni letterarie di autori molto impegnativi che mi hanno insegnato tantissimo. Oltre a ciò, ho dal ’99 una scuola di scrittura creativa che adoro e da cui sono usciti alcuni grandi talenti. Ma tutto questo si trova sul mio sito.

Il bene più  prezioso che ho è la libertà. Come mi è già capitato di dire, ero nato per essere un servo e invece sono il padrone assoluto di me stesso. Non esiste nessuno al mondo che possa darmi un ordine, tranne un poliziotto a un posto di blocco. Scrivo quello che mi pare, grazie anche al mio editore che mi aspetta sempre fiducioso, e faccio quello che mi pare, con molta severità verso me stesso. E questo vale per ogni aspetto della mia esistenza. E’ buffo: vivo più o meno come un aristocratico libertino del ‘700, anche se mio padre era un impiegato e mia mamma una casalinga.  

Parlaci della tua Milano. Vi lega un rapporto di amore e odio?

E’ soprattutto odio. Milano è una città orrenda, presa a mezzo fra una vocazione continentale mancata per troppa inciviltà e un vago rimorso mediterraneo. C’è un modo infallibile per capire quanto è schifosa questa metropoli: girarci solo in bici, come faccio io. Come luogo narrativo invece è eccellente, perché tutta la città tende a essere un nonluogo, cioè un luogo delle possibilità infinite. Un po’ come il West di McCarthy. Da ogni angolo di strada, da ogni porta può uscire l’inatteso. 

Hai iniziato come traduttore. Che ricordi hai di questo periodo? Ci sono dei segreti per fare una buona traduzione?

Il più  grande equivoco che c’è sulla traduzione è l’idea che per tradurre bene si debba soprattutto conoscere molto a fondo la lingua di partenza. In realtà è più importante lavorare creativamente sulla lingua d’arrivo. Nessun lettore, tranne qualche maniaco, verrà mai a rimproverarti perché a pagina 187 hai inserito un aggettivo che nell’originale non c’era o hai sbagliato di brutto la resa di un verbo; in compenso tutti si accorgeranno se la tua traduzione nel suo insieme è noiosa, senza ritmo, bolsa. 

Hai esordito nella narrativa nel 1991 con “Il buio divora la strada”. Come sei arrivato alla pubblicazione? Parlaci del tuo percorso.  

E’ stato un percorso faticoso, perché come certi ragazzotti che fanno ora il giallo noir NON sanno, vent’anni fa c’era una diffidenza enorme verso la narrativa di tensione. Eravamo in pochissimi a farla partendo da una base letteraria, cioè non volendo scrivere nello stile semplificato del giallo Mondadori, per capirci. Verso la fine dell’88 sono entrato in contatto quasi casualmente con Leonardo Mondadori, che aveva appena creato la sua costola della casa-madre. Ho cominciato come traduttore, ma ho presentato subito i miei racconti. Sono piaciuti molto, tanto che mi hanno fatto un contratto, che ho ancora, proprio per un libro di racconti. Siccome però nell’estate dell’88 avevo scritto questo romanzo, alla fine gli è stata data la precedenza. I racconti sono usciti molto più tardi, nel ’98, con Rizzoli. In parte verranno ripubblicati in un albo antologico che il Giallo Mondadori mi dedicherà nell’estate dell’anno prossimo.

“Che cosa hai fatto” è un libro particolarmente forte. Per i suoi contenuti e il suo linguaggio è stato difficile pubblicarlo?

Ci ho messo 10 anni! Per fortuna nel frattempo uscivano altri libri miei. Lo considero il mio libro della vita: forse non è il più bello, di sicuro non è il più piacevole da leggere (specie per la parte del pubblico femminile che è più delicata e pudibonda), ma è il più impressionante e importante che ho fatto. Totalmente inclassificabile. Racconta la storia di un uomo che decide di mollare tutto e concedersi dieci ultimi giorni di vita in cui sperimentare i piaceri più efferati. Il tutto sullo sfondo di una Milano allucinante, invasa da soldati e carri armati, dove alla crisi etica del protagonista fa eco lo sfacelo politico di tutto un mondo. Proprio una cosa grossa. E’ stato rifiutato da tutti, finché parlandone per l’ennesima volta con Scarpa (grande sostenitore del libro insieme ad Ammaniti, ma nemmeno loro erano riusciti a convincere gli editori!) non è venuta fuori l’idea di cambiare il modo in cui la storia veniva raccontata: non più in terza persona al passato, ma in prima persona al presente, in modo da bypassare la continua domanda che i lettori delle case editrici si facevano: “Ma perché lui fa questo? Perché?” Ho imparato così che raccontando una storia in prima persona hai meno bisogno di motivare psicologicamente il protagonista. Il lettore accetta il gioco di mettersi per così dire in faccia la sua maschera e di vivere l’avventura insieme a lui. Anche Arancia Meccanica è raccontato in prima persona. Comunque per Che cosa hai fatto il nome che è stato citato più spesso è stato Sade, il che mi ha onorato perché è stato uno scrittore immenso. 

Andrea Camilleri ti ha definito uno “scrittore mistico”, da ateo dichiarato che rapporto hai con il concetto di divinità non necessariamente quello cristiano?

Io sono un ateo cattolico. Sono cresciuto nel cattolicesimo, come tutti, e quando ho smesso di credere in Dio non ho smesso di fare due cose. La prima: conservare la mia cultura cattolica e mescolarla con quella classica e quella illuminista. Del cattolicesimo mi rimane per esempio il senso di colpa, che è  una molla fortissima nell’azione dei miei personaggi. La seconda cosa: non ho mai smesso di interrogarmi sui misteri grandi, quelli per i quali la fede in Dio è una risposta possibile, rispettabile, da me non condivisa. Comunque, se io non credo in Dio credo però nella fede degli uomini e nella sua forza incredibile. Qualunque oncologo ti dirà che è più facile curare un credente che un ateo – o, peggio ancora, uno che magari va a messa la domenica ma in realtà non crede. In questo la fede assomiglia alle arti marziali: ti dà risposte certe, veloci, su come reagire alle aggressioni della vita. Pensa cos’è la preghiera. Un uomo in crisi, magari in pericolo di vita, pregando convoca addirittura le entità supreme, chiama ad aiutarlo, ad assisterlo, Dio, Cristo, la Madonna, gli angeli! Ti rendi conto? Prova per un attimo a considerare la potenza di questo gesto. Un ateo non può fare nulla di simile. D’altronde per me la verità vale più della felicità. Io sarei un uomo più felice se potessi far conto sulla fede, ma la fede non ce l’ho e mi farebbe orrore simularla. Sarebbe anche inutile simularla, perché potrei ingannare gli altri ma non me stesso. La verità, per me, è che siamo soli, senza nessun dio che ci assista e nessuna speranza di sopravvivere alla morte. A volte non è facile vivere con questo grande nulla intorno a sé. 

Molti critici ti hanno definito capostipite del post noir ovvero un noir non più costretto nei paletti dell’investigazione classica ma un noir dell’anima. Sei d’accordo, ti riconosci in questa definizione?

L’ho suggerita io stesso per primo. E’ anzitutto una forma di onestà verso il lettore: non voglio che un vero appassionato di narrativa criminal-poliziesca prenda per equivoco un mio libro e ne rimanga deluso perché mancano il detective e/o il criminale, manca la cadenza metronomica degli omicidi e così via. E non voglio che una lettrice di romanzi psicologici scarti a priori un mio libro temendo appunto che contenga quegli elementi. 

Parlaci di “Strane cose domani”, il tuo ultimo libro edito per Baldini Castoldi Delai. Senti di aver raggiunto una certa maturità stilistica e anche personale?

Sai, la voce di un autore che lavora e fa esperimenti con la sua scrittura evolve sempre. E’ come lo stile di un musicista o di un pittore. Io penso di aver trovato la mia voce attuale parecchi anni fa, direi nei primi anni ’90, quando ho cominciato a cercare una grande fluidità. Nei racconti scritti prima d’allora e anche nei miei primi romanzi c’era un linguaggio più inarcato, più “colto”, diciamo, anche perché allora per farti accogliere nella società letteraria dovevi un po’ mostrare i muscoli. Direi che nei romanzi degli anni 2000 c’è un linguaggio più maturo, scorrevole, gentile con il lettore. La cultura resta nascosta, eppure si sente. Sul piano personale, curiosamente quello che ora sto facendo è mettere molto più di me stesso in quello che scrivo. Di solito è il contrario: uno comincia facendo autobiografia (è un classico dell’opera prima!) e poi allarga la visuale. Io ho cominciato cercando una scrittura molto oggettiva, nascondendomi dietro i personaggi e le storie. Oggi cerco di usare protagonisti che mi somiglino e mi consentano, senza forzature, di esprimere concetti personali e, spero, profondi sulla vita e sulle relazioni fra le persone. Cerco sempre la massima leggibilità, ma adesso oltre alla storia cerco di dare al lettore più spunti di riflessione. Un’altra curiosità è che nei miei ultimi libri c’è un umorismo che era assente nelle cose degli anni ’90. I lettori mi sembrano molto contenti di questa novità. Infatti sia L’esistenza di dio, sia La prima notte sia ora Strane cose domani, i romanzi in cui più si nota questa evoluzione, hanno avuto una risposta assai forte, in crescendo.

Strane cose, domani, non a caso, nasce da un fatto vero: due anni fa ho trovato su una panchina di parco Sempione il diario di una ragazza. L’ho cercata e incontrata. Lei mi ha confessato che quel giorno nel parco aveva abbandonato non uno ma SETTE diari! Appena me l’ha detto ho immaginato: e se io mi innamorassi di lei? E se un altro uomo, a mia insaputa, avesse trovato a sua volta uno dei diari e si innamorasse pure lui di Federica? Potrebbe cominciare una sorta di partita a scacchi fra due avversari invisibili, che non sanno nulla l’uno dell’altro, finché piano piano ciascuno dei due comincia a percepire questa presenza estranea e ostile… Da lì è partito tutto. E’ una delle storie più belle che ho mai raccontato, e pare che anche critica e pubblico la pensino così. E’ in corso scrittura la sceneggiatura. 

Quale è il libro più bello in assoluto che hai letto?

Se devo dire un titolo secco: Franz Kafka, Il processo. Se Dio fosse uno scrittore avrebbe scritto quel libro lì, e non mi sento di escludere che l’abbia fatto davvero. Dio ha questa tendenza irritante a incarnarsi negli ebrei, mai nei bergamaschi! Però sull’isola deserta io mi porterei tutto Shakespeare. Lo rileggo interamente ogni quattro o cinque anni.  

C’è uno scrittore esordiente che ti ha particolarmente colpito?

Quest’anno? Gaia Manzini con il suo Nudo di famiglia (Fandango). E’ stata un’allieva della mia scuola, ma se devo dire la verità aveva pochissimo da imparare. 

La cosa più  difficile che hai dovuto fare nella tua carriera di scrittore.

Accettare il mio destino. Cioè capire che non avrei mai fatto il botto iniziale che era toccato al primo o secondo libro di autentici cretini (ma anche di autori che invece ammiravo e di cui ero amico, come i già citati Scarpa, Ammaniti, Aldo Nove), ma che dovevo accettare di allargare il mio consenso di pubblico e critica gradualmente, come infatti è avvenuto. E intanto leggere, scrivere, tradurre, insegnare agli esordienti, aiutare i talenti, andare sui media e in tv a dire la mia opinione sul mondo, insomma essere felice della fortuna che mi era toccata di poter parlare. Di avere la parola e chi l’ascolta.

Un giorno, quand’ero bambino, ho chiesto ai miei genitori: “Cos’è la felicità? Quand’è che uno è felice?” “Quando è innamorato” ha risposto mia mamma. Mio padre ha sorriso: “Quando fa il lavoro che gli piace”. Credo che avesse ragione mio padre. Benché l’amore… 

Raul Montanari e la critica letteraria. Più soddisfazioni o delusioni?

Nessuno mi ha mai offeso. Ho avuto pochissime stroncature: credo cinque o sei in tutta la mia carriera, soprattutto nella prima metà. Semmai mi è dispiaciuto non essere stato recensito, finora, da un paio di critici che stimo. 

Attualmente stai scrivendo? Puoi anticiparci qualcosa?

Ho finito la prima stesura del prossimo romanzo, che penso di far uscire nell’inverno-primavera del 2011. Io farei un romanzo all’anno, ma è sbagliato. I critici si innervosiscono e rischia di passare l’immagine di un routinier. E’ la storia di uno scrittore di cinquant’anni a cui succedono alcune cose molto curiose. Diventa l’amante di una sua allieva di creative writing, della quale non ha nessuna stima come autrice, e che invece gli riserverà delle sorprese e lo metterà in crisi nera. Nel frattempo è perseguitato dall’uomo che vive con la sua ex moglie, che gli chiede continuamente soldi e lo ricatta nel modo più subdolo e paradossale: non facendo del male a lui o ai suoi cari, ma ai suoi nemici! Il che lo mette nei guai ugualmente, perché tutti pensano che lui sia il mandante di questo farabutto. E altro ancora. Se non mi tirano sotto mentre giro in bici e non mi viene qualche brutto male, o non mi accoltella qualche marito (o padre) furioso, penso che avrò tempo di scrivere ancora almeno una decina di romanzi. Forse di più, dipende da tante cose. Poi morirò e la gioia e il dolore e il rancore e il perdono e i capelli profumati delle donne e le pagine meravigliose scritte da altri e il lago dove sono nato e la paura e l’amore indeciso e la stanchezza e gli odori e i colori delle cose e tutto il prendere e tutto il dare finiranno, puff. Buio. Spero che avrò  un ultimo attimo di coscienza, per poter dire: ”Be’, è stato bello, grazie”. Oppure: “Oh, cazzo!”.  Forse più  facile la seconda.

Recensione di Corpi Freddi

:: Intervista con Alessandro Zannoni

10 novembre 2009 by

alessandro-zannoni

Benvenuto su Liberidiscrivere. Domanda di rito, parlaci un po’ di te dei tuoi studi, del tuo background, delle tue passioni, della tua infanzia.

Uh, un bigino della mia esistenza… infanzia splendida in bianco e nero, campi e boschi con mio fratello, i cugini e gli amici del paese; pane bagnato ricoperto di zucchero e uovo sbattuto per merenda, sere d’estate in giardino da mio cugino – quello ricco, il figlio del dentista – a vedere la televisione, poi caccia alle lucciole; Zora la vampira e Kriminal letti di nascosto nei capanni da caccia spersi nelle campagne… Diplomato al Nautico, poi un anno di Agraria, poi uno di Dams – avevo le idee chiarissime – fino all’incontro fortuito con l’antiquariato e una ventina d’anni spesi in giro alla ricerca di quadri antichi. Le passioni vere sono state il calcio fino ai quattordici anni, poi ho scoperto le ragazze. La lettura come passione è venuta più tardi, perché all’inizio mi era stata imposta da mio zio, l’intellettuale della famiglia: per il mio compleanno niente giocattoli, solo libri; e vaffanculo, per ripicca non li toccavo nemmeno.

Come è nato il tuo interesse per la scrittura? E’ stato difficile arrivare alla pubblicazione? C’è qualcuno che ti ha particolarmente aiutato e vuoi ringraziare?

A questa domanda rispondo nella maniera più banale, con una di quelle risposte che, quando le leggo date dagli altri, mi fa girare le balle… È sempre stato un interesse naturale, spontaneo, ma non mi è mai venuto in mente di voler scrivere un libro o voler fare lo scrittore, anche se pensavo di fare qualcosa che gli si avvicina: il giornalista. Quando frequentavo il Dams scrivevo piccoli monologhi per gli amici, minimi racconti che leggevo alla fidanzata di turno, insomma giocavo a fare l’artista ma tutto si fermava lì, sapevo che la vita mi riservava altro, o forse, come ho detto prima, non avevo le idee chiare.
Pubblicare… arrivare alla pubblicazione vera e tradizionale è stato un percorso lento ma inarrestabile, e tutto grazie ai romanzi autoprodotti e all’incontro con Luigi Bernardi, e il mezzo è stato Ciccio Del Santo, un amico comune. All’epoca stampavo e vendevo dalle mille alle duemila copie a romanzo, ed ero convinto di lasciare tutto in mano al destino: se è roba buona qualcuno mi cercherà, mi dicevo, ci sarà qualche editor in cerca di talenti, gli capiterà un mio libro in mano. Ma se non era per Ciccio credo proprio che il destino se ne sarebbe fottuto di me e dei miei scritti.

Raccontaci un episodio bizzarro del tuo debutto, qualcosa di imbarazzante o divertente che ti è successo e spesso ti torna in mente.

Primo romanzo autoprodotto, all’epoca firmavo con lo pseudonimo Michelangelo Merisi; consegno qualche copia in una libreria di Spezia, una signora prende in mano il libro e dice: Questo autore lo conosco, è un nome famoso ma ora mi sfugge, chiederò a mio marito che lavora nell’editoria.

Alessandro Zannoni e Luigi Bernardi. Raccontaci qualcosa che non gli hai mai detto ma che ti sarebbe tanto piaciuto dirgli.

Luigi, amico mio, quella volta che siamo tornati dalla presentazione di Alassio e che io ero un po’ sbronzo e guidavo e ci hanno fermato, e nel delirio alcolico ho iniziato a litigare coi carabinieri e ci hanno fatto uscire dall’auto e ci hanno perquisito… sì, quella volta lì, che ti hanno trovato quel tocchetto di fumo nella tasca del giaccone e ci hanno tenuto tutta la notte in caserma, e te eri incazzato nero perché il fumo non sapevi da dove proveniva e chiunque ti avrebbe creduto, solo per la veemenza con cui lo urlavi… bè, il fumo ce lo avevo messo io perchè pensavo che te non ti avrebbero perquisito. Scusa.

Va tanto di moda dare una definizione al noir; per te cos’è?

Il noir in Italia è talmente tanto ibridato con altri generi che ha perso il suo significato originario, e perciò stento a tirar fuori una definizione calzante.
Di certo non è rappresentato dai libri di Paolo Roversi, e questa è una certezza.

Hai mai letto un libro di nascosto, magari quando eri ragazzino e i tuoi te l’avrebbero proibito?

Anche se mio padre era tipografo, non c’erano libri in casa che non fossero quelli di scuola o quelli regalati da mio zio. Fai un po’ te.

Parliamo dei tuoi libri “Alla luce dei fatti”, “Nero in dissolvenza” e “Lo stretto necessario”. Quale consiglieresti di leggere per primo?

Li metterei proprio in quest’ordine, per vedere come è cambiata la mia scrittura.

Nero in dissolvenza” è un noir di provincia, pensi che le città di provincia italiane siano ancora lo scenario migliore per descrivere vizi e poche virtù della nostra gente? Ambienteresti mai un tuo libro in una grande metropoli come Milano o Bologna?

La provincia rispecchia i mali della nazione, e non sono l’unico a sostenerlo, e il male qui è più cattivo, più crudo, perfetto da riportare in una storia. Certo che potrei ambientare le mie storie in una grande città, c’è solo da aspettare l’occasione.

Con Biondo 901 per PerdisaPop Collana BabeleSuite sei passato dall’editoria indipendente a quella “vera”, tradizionale. Il passaggio è stato indolore, che cosa è cambiato?

Il debutto nell’editoria vera è stato felice e agognato, e nelle mie intenzioni segna un nuovo punto di partenza, non certo quello di arrivo; uscire poi in una collana diretta da Bernardi… sai come mi ci lavo la bocca, a volte!, e quelle volte mi scappa anche di dire che sono uno scrittore ma poi ritratto subito. Cos’è cambiato? È cambiato che ora firmo i libri col mio nome vero e che si possono trovare – se il distributore mi assiste – in tutte le librerie dello Stivale.

Parliamo di “Imperfetto”: se dovessimo invogliare i nostri lettori ad acquistarlo e leggerlo, che cosa gli diresti?

Cito un lettore dell’ultima ora – Maurizio Mongiovì – conosciuto a Genova, che mi ha scritto questa cosa fantastica: Non sprecate i vostri soldi in vaccini. Comprate Imperfetto e concedetevi una nuova febbre.

Chi ti piacerebbe ti presentasse ad un incontro con i lettori?

Mi cogli impreparato… magari Valerlo Mastandrea che vedrei benissimo nella parte di Fabio B., uno dei protagonisti di Biondo 901. Sono certo che si innamorerebbe del personaggio e ne tirerebbe fuori un film. Sarebbe un gran bel film, Biondo 901, credimi.

Sarzana è la tua città, ti senti più ligure o cittadino del mondo?

Sono estremamente legato alle mie origini bastarde – Sarzana, ligure di fatto, è in Lunigiana, terra stretta tra Toscana e Liguria; la mia casa è già in Toscana e per andare in città devo attraversare il confine ogni mattina. Sono un bastardo sarzanese ovunque io vada.

Nei tuoi libri c’è un sottofondo amaro, quasi disperato, che differenza c’è tra Zannoni scrittore e Zannoni uomo?

Non c’è differenza alcuna; nei libri cerco di esorcizzare il mio pensiero negativo e nichilista.

Parlaci dei tuoi scrittori preferiti, quelli di cui hai invidiato lo stile, quelli che ti hanno insegnato qualcosa, quelli che rileggi spesso.

Sono parecchi, gli scrittori che stimo, pure quelli che rileggo, e date le mie lacune, ne scopro sempre di nuovi, con straordinari romanzi, tipo Buzzati e “Un amore” – che fa un culo tanto a Marías e il suo “Domani nella battaglia etc.etc.”. Però non mi voglio scoprire più di tanto, citando autori, non voglio svelare le mie fonti, che variano sempre, a seconda del periodo; e tra queste fonti ci sono anche testi di canzoni, e qui un nome lo faccio, Capossela, che come romanziere non vale il cantautore.

Che ruolo ha l’ironia e l’umorismo nei tuoi libri?

Credo parecchio, come nella vita, anche nei momenti più bui. Un bel salvagente.

Ma è vero che hai conosciuto e fatto a pugni con Johnny Cash o mi stavi prendendo in giro?

Io no, ma Nick Corey è un gran figlio di puttana che ne ha combinata una più del diavolo. J

Zannoni e la critica letteraria, più soddisfazioni o delusioni?

Se per critica letteraria intendi recensioni ai miei romanzi, ti rispondo che queste sono arrivate da blogger, “tenutari” di siti di letteratura, lettori vari, giornalisti, scrittori, e di stroncature non ne ho avute, quindi dovrei essere soddisfatto. Ma la critica letteraria “seria”, quella istituzionale, non sono sicuro che sappia che io esisto, e io non sono sicuro che esista una critica letteraria preparata per i cosiddetti romanzi di genere.

Ti piace il noir francese?

Sì, certo, ma non sono un fanatico. Penso che certe atmosfere, qui da noi, non sono ripetibili, e in fin dei conti, il noir è solo una questione francese. Ecco, questa potrebbe essere una risposta valida alla domanda numero 5.

Che cos’è per te la libertà?

Da quando me lo ha chiesto Marilù ci ho pensato spesso e ho capito che la vera libertà non esiste, non esiste davvero. È una domanda da fare ad un carcerato, lui sì che ti darebbe una risposta esauriente.

C’è in te un po’ di Bassani?

Ci credi che non ho mai letto niente?

Cosa stai scrivendo al momento?

Ho finito un romanzo che puzza di zolfo e cattiveria, il protagonista è uno sceriffo italoamericano che si chiama Nick Corey (Nicola Coretti americanizzato), ed è un omaggio a “Colpo di spugna” di Jim Thompson.

:: Una donna di troppo. La seconda indagine del maggiore Aldo Morosini nell’Africa Orientale Italiana, Giorgio Ballario (Edizioni Angolo Manzoni) a cura di Giulietta Iannone

8 novembre 2009 by

1Dopo il buon successo di “Morire è un attimo” (Edizioni Angolo Manzoni, pp 335, Euro 15), Giorgio Ballario torna con una nuova indagine del maggiore dei Regi Carabinieri Aldo Morosini in servizio a Massaua, Eritrea, in un noir classico, ma nello stesso tempo originale. Morosini questa volta, sempre affiancato dal fidato maresciallo Eusebio Barbagallo, sempre allegro e ottimista quasi parente di Don Bosco o per lo meno suo conterraneo, e dal leale e misterioso sottoufficiale indigeno Tesfaghì, dovrà lasciare Massaua per raggiungere la costa dell’Africa che si affaccia sull’ Oceano Indiano per una missione segreta da cui dipendono i destini di molti.
Sullo sfondo dei grandi eventi internazionali, mentre l’ Italia di Mussolini cerca affanosamente di farsi prendere sul serio preparandosi alla guerra con l’Abissinia odierna Etiopia e il generale Rodolfo Graziani al comando delle operazioni militari sta organizzando le forze per lanciare l’offensiva dal fronte sud e marciare su Addis Abeba, Ballario ci porta infatti a Mogadiscio nel caldo afoso e opprimente della tarda estate del 1935 dove una serie di misteriosi omicidi, apparentemente slegati tra loro, sta gettando scompiglio nella popolazione civile, minando pericolosamente il morale delle truppe e addirittura mettendo in serio pericolo le mire espansionistiche del Duce.
Nulla è certo. Si sospetta la longa manus del regime del negus Hailé Selassiè, o addirittura sordidi giochi di potere orchestrati dall’Italia per ostacolare l’ascesa del generale Graziani, fedelissimo di Mussolini da poco bersaglio di un attacco della stampa internazionale, o l’ipotesi più ovvia, ovvero semplici criminali comuni. Chiunque sia il colpevole bisogna scoprire al più presto il perché di questi assassini e chi meglio del maggiore Morosini può riuscire nell’impresa?
Sin dall’inizio l’indagine non si presenta affatto facile. Vuoi per la decisa ostilità delle forze dell’ordine del luogo, vuoi per la fama per lo meno controversa del generale Graziani, accusato di aver compiuto stragi tra la popolazione civile, vuoi per il sospetto che Morosini ha di essere stato sbattuto in Somalia come pedina inconsapevole di un gioco al di sopra della sua testa e lui allergico alle trame politiche non ha nessuna intenzione di fare la fine del capro espiatorio.
Cosa lega tra loro un fante apparentemente morto suicida impiccato ad un albero, un capo manipolo della Milizia sgozzato con il suo stesso coltello, un ascaro libico, un volontario italoargentino e una suora devota e integerrima? Una sola cosa è certa tutte le vittime hanno qualcosa in comune per lo meno un forellino sul collo che fa sospettare che gli sia stata iniettata prima della morte una sostanza psicotropa e addirittura porta Morosini ad interrogarsi se esistano gli zombi.
Morosini è un uomo del suo tempo, porta la brillantina, fuma le Macedonia, balla al suono di Parlami d’amore Mariù e pur non essendo un supereroe legge Seneca ed è fermamente deciso a scoprire la verità.
Il romanzo cattura piacevolmente, oltre che per la simpatia del protagonista, per l’ottima descrizione storica del periodo e della società coloniale dell’Africa italiana di cui Giorgio Ballario dopo approfondite ricerche, e un’ attenta ricostruzione sulla base di documenti d’epoca, ci presenta quei luoghi esotici con grande dovizia di particolari. Con il sottofondo di “Faccetta nera bell’Abissina” impariamo così a conoscere un mondo scomparso, un’Africa esotica ancora viva nei cinegiornali Luce, ma quasi scomparsa dal dibattito culturale di questi anni.
Ballario ha un dono raro sa far amare un personaggio in apparenza normale, ma eccezionale proprio per la sua normalità, per la semplicità della sua dirittura morale in un mondo corrotto e decadente dove “una borghesia debosciata e parassita andava riproducendo nelle Colonie i medesimi vizi della madrepatria” magari accrescendoli “dal clima di rilassatezza e abbandono di quelle terre lontane”.
L’Africa che emerge dalle sue pagine ha poco dello stereotipo da cartolina di quegli anni, è una terra viva animata da una folla variopinta e rumorosa piena degli odori forti delle “droghe, spezie, aromi di cucina, delicate essenze orientali e puzza di pesce marcio, incensi profumati e fetore di lattrine”.

:: Intervista a Giusi Vanella di Patrizia Catenuto

7 novembre 2009 by

Mi parli del suo primo libro?

Il primo libro in assoluto è "Deve esserci un luogo …" (aduino Sacco Editore), un romanzo storico ambientato nel Messico degli Aztechi, poco prima dell’arrivo dei Conquistadores Spagnoli. Un romanzo d’amore e d’avventura. Poi ho scritto la raccolta di aforismi "Se i dolci facessero dimagrire, io sarei anoressica", pubblicato dalla casa Editrice Malatempora.

Come mai questa passione per gli aforismi?

Parlando, mi è sempre venuto spontaneo fare battute o giochi di parole e mi sono accorta che, Spesso, gli altri ridevano o sorridevano. Così ho provato uno metterli per iscritto.

Ha trovato subito un editore Che le ha pubblicato il Suo libro?

No, non subito …. Anzi, ho impiegato più tempo a un Trovare Editore Che a scrivere i libri …

Quando ha visto il Suo libro Sugli scaffali di una libreria cosa ha provato?

Non potrò mai dimenticarlo … L’ho visto Nella Libreria Feltrinelli di Roma: un’emozione indicibile … Ne ho comprato uno, in confezione regalo, e me lo tengo come ricordo:)

Cosa ne pensa del genere fantasy?

Personalmente non sono portata A questo genere, ma il mondo (anche Quello dei libri) è bello Perché è vario.

Ha mai pensato di scrivere un libro con una storia umoristica?

Di umoristico, scrivo gli aforismi o qualche racconto, ma un libro no, non credo ne sarei Capace.

Sta scrivendo qualche altro libro?

Ne ho dovuto quasi completi. Il "quasi" è lo scoglio Che non riesco a superare.

Quali sono I suoi autori preferiti?

S. Sheldon Tra gli stranieri, Camilleri tra gli italiani.

Cosa ne pensa di Facebook il piu ‘diffuso social network italiano? E ‘utile per farsi pubblicita’?

L’autunno scorso mi iscrissi a Facebook, "trascinata" da un amico (ex) splinderiano Che ne »diceva meraviglie … Mi ci sono trovata malissimo, non ci vado mai. Forse non ne ho capito il Meccanismo? …

E’ importante secondo lei avere un proprio sito web?

Forse Potrebbe aiutare, ma bisognerebbe diventare internettiani a Tempo Pieno …

Cosa ne pensa del detto "Prima di scrivere, pensare e importante ‘?

Quando penso, io penso dopo … come sempre, nella mia vita …

Quali sono i libri o il genere Che non leggerebbe mai? E perché?

Credo gli horror … Perché sono troppo suggestionabile …

Lei è siciliana , mi saprebbe dire perché molti scrittori esordienti siciliani pubblicano i libri con editrici del Nord?

Probabilmente, le Case Editrici Siciliane sono snob:)

Cosa ne, Poesia pensa?

Quando è vera poesia, Suscita emozioni incredibili.

Quando lei è in vacanza si porta con se il portatile o un blocco note per continuare I suoi lavori?

Un blocco volte un tengo nota in Borsa, ma d’estate anche il mio cervello va in vacanza …

Ha mai pensato di Chiamare qualche trasmissione televisiva culturale per Promuovere Il suo libro?

Chi, io ?………. No, non potrei, mai!

 Per concludere, cosa si aspetta per il futuro?

In senso letterario? Diciamo di non perdere mai la voglia di scrivere per me stessa e, perché no?, Anche per qualche lettore …

Grazie Patrizia

:: Intervista a Valerio Varesi & Andrea Villani

4 novembre 2009 by

Benvenuti su Liberidiscrivere. Inizierei con le presentazioni. Ognuno descriva l’altro anche fisicamente.

Valerio Varesi: Be’, lui è senza dubbio più tondo di me, questo è indiscutibile. Ma piace più alle donne perché porta i capelli lunghi e fuma il sigaro. Siccome è molto permaloso dico anche (con assoluta sincerità) che ha una gran bella mano quando scrive. Sono anche consapevole che questo è un confronto impari: lui è un cabarettista e io no.

Andrea Villani: Valerio è uno sportivo oltre che un intellettuale. Non rinuncia alla corsa e tratta bene il proprio corpo. Ma i suoi lineamenti arguti, il sorriso che riesce a rimanere serio senza cadere nell’ossimoro, non tradiscono la fisiognomica che ne determina i tratti. Non ha un filo di grasso nel corpo. E neppure nel cervello.

Come vi siete conosciuti? Ditemi il primo ricordo che avete l’uno dell’altro.

VV: Ad una presentazione, di chi non ricordo più. M’è rimasto impresso perché non mi ha degnato per tutto il tempo benché mi fossi dato da fare per mostrare al meglio l’autore, il quale, se la memoria non mi tradisce, doveva essere un suo amico. Inoltre era l’unico in sala.

AV: Me lo trovai, una notte senza luna, vestito di una sola tutina nera, a rovistare tra i miei scritti dopo aver forzato la finestra del mio studio. Da quella volta non trovai mai più un mio vecchio manoscritto dal titolo “Le inchieste parmigiane del commissario Doveri”. Scherzo, in realtà lo chiamai per invitarlo a uno spazio letterario, di cui mi commissionarono la gestione a una Festa dell’Unità, qualche anno fa. Ero un po’ imbarazzato perché lui era già un nome altisonante a livello nazionale e io peggio di ciò che sono ora. La sua cortesia e serietà mi sorpresero. Passammo una serata incantevole con le nostre famiglie. Per quanto mi riguarda avvertii una sorta di amicizia e affetto, oltre che stima, subito, da quella sera.

Come vi siete avvicinati alla scrittura? E’ per voi più un lavoro o una malattia?

VV: Io da adolescente. Avevo una fantasia che faticavo a contenere e allora, per essere meno molesto, ho deciso di travasarne un po’ sulle pagine. Non mi sta bene né la definizione di lavoro né quella di malattia, ma delle due sceglierei quest’ultima perché scrivere è qualcosa che ha a che fare con un virus.

AV: Per quanto mi riguarda mi avvicinai alla scrittura, davvero, sin dalla più “tenera” età. Al di là del luogo comune mia madre conserva ancora scritti del’ 68. Avevo circa otto anni quando partecipai alla rivoluzione culturale sociale, artistica, e letteraria. Il mio maestro notò in quel materiale un che di Pasoliniano, al passo con i tempi, ma anche una goccia di Celine. Ora si tratta di uno stile di vita irrinunciabile probabilmente anche il sintomo di una malattia che però si cura solo con sé stessa.

Datemi una vostra personale definizione di “noir”.

VV: E’ quella narrativa che si occupa del lato oscuro della realtà e di fronte al male non si chiede tanto cosa è successo, ma perché.

AV: Oddio, questa si che è diventata una bella pippa: scuola di pensiero, corrente letteraria, stato d’animo, mera etichetta? Di certo non saprei scrivere in nessun altro modo e quando ho iniziato non avevo certo intenzione di scrivere noir. Soprattutto quando parlo della mia terra e della bellezza dimenticata della poesia e della strada. Io sono restato ancorato agli schemi psichici dell’”On the road”. Da lì tutto il resto. Poi oramai siamo arrivati al “Post noir” che ce ne facciamo dei noiristi già scavalcati, in vita, nel proprio genere?

Quale è il libro più bello che avete letto in assoluto , quello che vi ha commosso, segnato, aiutato, sconvolto.

VV: Urca! E’ difficilissimo. Ne cito due tanto per trasgredire: “Lo straniero” di Camus e “Il processo” di Kafka.

AV: Continuo a essere affezionato al ricordo delle strabilianti emozioni che mi suscitò a suo tempo “Cent’anni di solitudine”, ma non sono mai arrivato a capire se è davvero merito di Marquez oppure del momento magico in cui lo lessi e rilessi a Londra, a Baker Street, a soli vent’anni. E allora tutto sapeva di buono, di nuovo, di illuminante. Persino il sesso.

Ditevi una cosa che non vi siete mai detti prima. Senza ridere e non mettetevi a parlare dialetto come l’altra volta.

VV: Sensa ridor lé dificil! Sai, Andrea, che la prima volta che ti ho visto non mi sei sembrato simpatico? Avevi l’aria di uno di quegli sbruffoncelli di sinistra un po’ fighetti. Però ho cambiato subito idea eh!

AV: Certo che sarebbe molto meglio il dialetto in questi casi. E io, che sono un guitto di natura, non riuscirei però a trovare nulla da ridere nel bene che voglio a Valerio Varesi. Non rimane che dire: Valerio, quando a Parma ti intitoleranno una strada, tra cent’anni, vorrei che capitasse una sera in Piazza Garibaldi la seguente conversazione: “Ci vediamo domani per l’aperitivo all’enoteca nuova in Viale Varesi” “Va bene” risponderà l’altro “a che altezza? ” “Proprio all’incrocio con Borgo Villani”

L’aneddoto più curioso della vostra carriera, il più insolito, imbarazzante o divertente?

VV: Uno l’ho vissuto con Andrea: a una rassegna che non dico, l’organizzatore aveva invitato tanti autori e intervistatori che non stavano tutti sul palco. L’altro è relativo al mio primo approccio con l’editor di Frassinelli che mi segue da sei anni: quando mi ha telefonato per annunciarmi che avrebbe pubblicato il mio libro l’ho chiamata per tutto il tempo Lisa invece che Ilde.

AV: Ne avrei uno interessante vissuto con il nostro collega parmigiano Davide Barilli che mi tamponò in auto subito dopo una presentazione da Feltrinelli. Scese un signore dalla casa di fronte, si avvicinò e fece: “Non sono mica venuto giù perché mi incuriosiscono gli incidenti d’auto, sapete? Sono sceso perché è la prima volta che vedo due che si tamponano, scendono dall’auto e si abbracciano”. Ricordo che Valerio voleva scrivere un pezzo su La Repubblica dal titolo: “Scontro di correnti letterarie a Parma”. Oppure quella volta che io e Andrea G. Pinketts finimmo in un canale con una cassa di lambrusco appoggiata sul sedile di dietro che si mise a scoppiettare e inondare di vino l’abitacolo. C’era una ragazza seduta di fianco alla cassa che rischiò di affogare. Pinketts come se non fosse successo nulla, nell’auto rovesciata, riuscì a dare una boccata di Antico Toscano, come se fosse al bar, e nonostante “l’inclinazione particolare della prospettiva” fece con un’espressione tranquillissima: “Beh, questa non ci voleva proprio”.

varesiScrivereste mai un romanzo insieme? Vi piacerebbe essere la nuova coppia Fruttero&Lucentini del giallo italiano?

VV: Perché no? Altroché se mi piacerebbe! Ma temo che ci ingozzeremmo troppo di strolghino e ci ubriacheremmo di malvasia tutti i giorni.

AV: Non esageriamo, Valerio Varesi non ci guadagnerebbe nulla dal connubio.

Quali sono i vostri scrittori preferiti, italiani e stranieri, viventi o no?

VV: Ovviamente Villani (spero che lui mi ricambi). Poi Gadda, Sciascia, Calvino e Fenoglio per gli italiani (butto lì i primi nomi che mi vengono in mente), Chandler, Simenon, Izzo, Marquez, MacCarthy, Dostoevskji, Balzac… E numerosi altri.

AV: Esclusi i presenti, perché poi cadiamo nel ridicolo, ho raccontato mille volte di avere un debole per Francesca Mazzucato, mi piace Ammaniti e mi diverte da impazzire Andrea Pinketts che trovo sia un bell’incrocio tra Jean Claude Izzo e Daniel Pennac. Tengo d’occhio il giovane Gabriele Dadati. Per il resto non ho scrittori, ma libri preferiti. Kafka mi ha colpito in diverse occasioni. Poi tutta la produzione artistica, non solo letteraria, della beat generation che, come ho ripetuto spesso, riesce a farmi battere ancora il cuore.

img_5653Parlatemi del libro che avete scritto a cui siete più legati e ditemi almeno due buoni motivi per convincere un ipotetico lettore che non l’avesse letto a leggerlo.

VV: Sono tutti figli miei! Come potrei preferirne uno anziché un altro? Vabbé, dirò “Le imperfezioni” visto che non è un poliziesco e rischia per questo di essere trascurato. Perché leggerlo? Perché è un viaggio dentro l’animo umano e affronta il mistero dell’arte.

AV: Sono molto legato a “La notte ha sempre ragione” (Todaro) dove opero sulla metafora del rapporto tra Bellezza e Orrore (non spaventatevi è piuttosto scorrevole) cercando dimostrare che la bellezza non può essere uccisa dall’orrore quanto piuttosto dell’idea falsata che abbiamo oggi della stessa idea di bellezza. Il primo motivo per il quale un lettore dovrebbe leggerlo è che credo di esserci riuscito, almeno in buona parte. Il secondo è che ho un mutuo da finire di pagare.

C’è un esordiente che vi ha particolarmente colpito, quale consiglio gli dareste lo stesso che avreste voluto ricevere all’inizio delle vostre carriere.

VV: Non ho letto esordienti negli ultimi tempi. Consigli? Ne ho bisogno io, come faccio a darne agli altri? Ho avuto la fortuna di incontrare un grande letterato come Raffaele Crovi che mi ha condotto per mano nel mondo non facile dell’editoria.

AV: Allora erano altri tempi e bastavano consigli di laboratorio. A uno scrittore giovane dei tempi d’oggi direi invece: “Prima di tutto non cominciare a rompere i coglioni con il sito da scrittore, la pagina su facebook da scrittore, non chiedermi di diventare tuo fan, e non cominciare a farti stampare i biglietti da visita con scritto su scrittore”. Poi possiamo cominciare a parlare.

Parliamo di “tropical nor” termine che mi è entrato nella testa e mi fa pensare a cuba libre, tramonti infuocati, camicie a fiori e cucaracha. Come lo definireste, vi piace, pensate ci siano dei buoni tropical nuaristi in Italia?

VV: Temo di non essere competente abbastanza per rispondere. Di tropical noiristi conosco solo Villani che però ha smesso subito.

AV: A me, chissà perché, ma il Tropical Noir fa tanto venire in mente uno di quei cocktail dolciastri con la frutta e gli ombrellini piantati sopra con dentro la liquirizia. E io sono uno da grappa secca. Cioè tu dici che se si legge un romanzo di Gianni Biondillo a Panama bisognerebbe chiamarlo Italian Noir? O meglio Italian Post noir?

Che rapporto avete con la televisione?

VV: Non la guardo quasi mai. Tranne alcuni programmi, la trovo insopportabile. Ho guardato poco anche “Nebbie e delitti” nella terza serie appena andata in onda.

AV: Quando mi pagano per farla: un rapporto splendido.

La cosa più difficile che vi è toccata di fare durante le vostre carriere.

VV: I racconti a comando. E’ uno di quei momenti in cui scrivere da malattia, diventa veramente lavoro.

AV: Presentare gli autori che soffrono il pubblico. Lo trovo disarmante, ho vissuto situazioni in cui sono dimagrito un paio di chili a presentarei libri di gente che rispondeva a monosillabi del proprio lavoro. Davvero, ragazzi, se siete timidi state a casa.

Se doveste vincere alla lotteria e guadagnare tanti ma proprio tanti soldi, cosa fareste? Quale è il vostro sogno nel cassetto?

VV: Poter rinunciare alla necessità di un lavoro e starmene tranquillo a casa a scrivere e leggere.

AV: Niente di particolare, andrei a vivere vicino al mare e ricomincerei tanti viaggi, ma davvero tanti, e poi comprerei un bell’attico a Roma in un posto dove si possono tenere molti bassotti. Ma in realtà non farei altro che scrivere. La felicità, per ciò che mi riguarda, è solo nell’arte e nell’amore. Per ora li ho entrambi e sono felice da vergognarmene. Ognuno dei miei guai, e maledizioni, e tristezze, me li sono sempre cercati, nutriti, e scovati da solo. Con inaudita perizia. Il denaro sarebbe un eccellente amplificatore se inteso come libertà. Mai come potere.

Avete mai litigato? Cosa avete fatto per fare pace?

VV: Macché! Siamo una coppia affiatatissima!

AV: Neanche per sogno, io sono un libro spalancato e Valerio è troppo sensibile per arrivare sino al malinteso. Ma se dovesse succedere, e in una bella amicizia ci sta pure quello, lo porterei a fare pace alla salsamenteria di Busseto, tra strolghino, lambrusco, parmigiano d.o.c. , noci e grappino. Con musica di Verdi, leggera leggera, in sotto fondo. Voglio vedere se mi resiste.

Vi piacerebbe presentare il libro uno dell’altro con che parole esordireste nel presentarvi?

VV: L’abbiamo già fatto, mi pare. Villani ha esordito così: “Questo libro è come quelle osterie dove si mangia male ma si ride molto e vale la pena andarci.

AV: Farei come nell’ultima presentazione de “La casa del Comandante” al Caffè Letterario di Parma. Esordii dicendo “Signore e signori, permettetemi di anticipare una cosa essenziale: io, Valerio Varesi, lo odio”. Ci fu un momento di panico.

A che libro state lavorando in questo momento?

VV: Sto scrivendo un racconto per un’antologia Guanda.

AV: In attesa dell’uscita del nuovo romanzo per Mursia nel 2010 e del racconto per Giallo Mondadori che sarà in edicola in dicembre, sto terminando il romanzo biografico sulla vita del famoso bandito Luciano Lutring. Sarà una biografia autorizzata, introdotta dallo stesso Lutring, ma raccontata secondo gli schemi della narrativa e non quelli biografici giornalistici.

E ora in dialetto salutatevi e promettetevi amicizia eterna.

VV: Andrea, anca pri ‘ncò jema dit al nostri cojonedi! As vedemà adma’ Sta bè.

AV: Ciao Vale, a tal se belà cat voj ben, ca ghe pù bisogn ca tal ripètà tuti il volti. Oramei con cl’intervista chì a paremà dabon Stanlio e Ollio. Col cam dispies le ca col megor, di dù, at tsi tì. E tal sarè par sempor. E par sempor, mi, at vrò ben. Bon ben.

:: Recensione di Confessioni di un evirato cantore di Achille Maccapani

3 novembre 2009 by

Confessioni di un evirato cantore” di Achille Maccapani Edizione I Tascabili Fratelli Frilli Editori 467 pagine  Euro 15,90 .

Presentiamo ai lettori di Liberidiscrivere un noir storico di suggestivo interesse. Ambientato tra l’ultima metà del ‘700 e gli inizi dell’ ’800, ha per scenario la Milano asburgica, le campagne della provincia, lo sfarzo sontuoso delle varie capitali europee, da Londra a San Pietroburgo. Romanzo appassionante e accurato in cui emergono le luci e le ombre di un epoca lontana e nonostante tutto molto simile alla nostra. All’ accurata ricostruzione storica si unisce l’amore per l’intrigo, la riflessione politica, il gusto per il paradosso.
Ma chi era Luigi Marchesi il protagonista di questo noir anomalo e originale? A molti questo nome non dirà nulla perché la polvere della storia ha un po’ offuscato la sua fama ma ai suoi tempi era una stella di prima grandezza della lirica, una voce bianca. Maccapani  ce lo presenta vecchio, stanco, malato, angosciato dalla paura della morte: “Il ricordo mi ossessiona. Mi angoscia. La paura di morire, di ritrovarmi a dover affrontare i guai che ho combinato, i peccati che ho commesso, le cose starne che mi sono accadute, non mi abbandona”.
Ritiratosi nella quiete della vita agricola, nella calma e nel silenzio della campagna lontano dal turbinio del bel mondo e desideroso di riappacificarsi con Dio per mezzo di un giovane sacerdote Don Francesco Zoja, bergamasco di Pontirolo Nuovo, di famiglia contadina, lo nomina esecutore testamentario per essere certo che la sua lunga vita da peccatore non sia stata inutile ma le sue ingenti ricchezze finiscano ben spese in opere pie e di misericordia.
Durante una serie di incontri Luigi Marchesi affida a lui le sue sofferte  confessioni ricordando la sua vita scellerata e tumultuosa in un lungo flashback, che inizia dall’infanzia, dal debutto difronte all’ imperatrice Maria Teresa d’Austria che intuisce il suo talento e raccomanda che la sua voce straordinaria non si diperda ma venga curata e lo incoraggia prevedendo che un giorno diventerà un grande cantante lirico conosciuto in tutti i palcoscenici, dalla dolorosissima operazione necessaria che cambierà la sua vita preservando la sua voce angelica la sua voce bianca, chiara fluida, perfetta da sprano pur essendo di sesso maschile ma che gli impedirà per sempre di procrerae e avere figli, alla giovinezza come musico soprano alunno nella Cappella del Duomo e prosegue con i successi della sua vita adulta sui palcoscenici di tutta Europa.
La voce rappresenta tutto per Luigi Marchesi, la sua esistenza, i suoi sacrifici, il suo desiderio di esibirsi davanti ad un pubblico. Ma il successo, la fama, le ingenti ricchezze, le donne sempre ai suoi piedi non bastano a riempire una vita vuota sempre spesa per inseguire grette ambizioni di riscatto sociale.
E’ tuttavia anche la storia di un amore umanissimo e impossibile per la pittrice Maria Cosway ma soprattutto di un rimorso per un omicidio commesso che se anche la giustizia degli uomini non lo persegue, la sua coscienza lo accusa e lo tormenta anche nei sogni.


Pagine dense, ricche di storia e di umanissima pietà, pagine con cui Maccapani con sensibilità e vivacità fa rivivere un mondo dominato da invidie e odi feroci coperti dalla patina scintillante dei lustrini e degli applausi.


:: Intervista con James Sallis a cura di Giulietta Iannone

2 novembre 2009 by

sallisJames, grazie per aver accettato la mia intervista. Racconta ai nostri lettori italiani qualcosa di te. Chi è James Sallis?

Qualcuno che trascorre un sacco di tempo a guardare uno schermo di computer chiedendosi cosa fare dopo.

Come pensi ti ritenga tua moglie, che ti conosce bene?

Un essere umano meraviglioso. (Non è quello che dice a me, ma so che è quello che pensa veramente.)

Come è nato il tuo interesse per la scrittura?

Ho sempre raccontato storie agli altri sin da  quando ero molto giovane, penso di aver sempre saputo dove ero diretto. Anche i miei genitori lo sapevano, ma ne erano molto preoccupati.

Chi sono le tue prime influenze ?

Gli scrittori di fantascienza sono stati quelli che ho imparato prima ad amare. Theodore Sturgeon, Ray Bradbury, Richard Matheson, Alfred Bester. Ho letto i  racconti di Sturgeon e di Phil Farmer più e più volte, cercando di capire da dove proveniva la loro magia.

Cosa preferisci in un libro: la descrizione dei luoghi, la descrizione dei personaggi o i dialoghi?

Un senso del luogo, del mondo fisico, è ovviamente molto importante. La cosa più importante, per me, è la voce: ho bisogno del suono di una voce nel mio orecchio, di qualcuno che mi chiami e mi sussurri all’orecchio: “Ho qualcosa di importante da dire.”

Raccontaci qualcosa della tua New Orleans. Il suo quartiere francese, la sua musica, il suo cibo.

È allo tempo stesso la più e la meno “americana” delle nostre città, un meraviglioso calderone di culture, un miscuglio di architettura e di storia, calda, lussureggiante, impoverita, vergognosamente ricca, puzzolente, meravigliosa.

Ora vivi a Phoenix, Arizona. Raccontaci qualcosa di questo paese. Ti piace il deserto?

Sono un meridionale, abituato al sud degli USA, abituato ad un modello di città verticale, ho dovuto  abituarmici, ma sì, ho trovato una grande bellezza nel deserto. Phoenix è ormai la quinta o la sesta più grande città degli Stati Uniti, ma, come Los Angeles, è un mosaico, una proliferazione di comunità, di quartieri, di periferie. Intorno a noi, il deserto. A nord, un paese di montagne bellissime.

Tu scrivi saggi, racconti, poesie, romanzi?

Commenti, critiche, articoli di musicologia, canzoni, sceneggiature. Anche lettere, occasionalmente.

La mosca dalle gambe lunghe” è il tuo primo romanzo con Lew Griffin. Raccontaci qualcosa circa il tuo esordio. È vero che questo romanzo è nato come un racconto?

La prima sezione, sì, è stata scritta come un racconto. Pensavo di scrivere un racconto, ma il personaggio mi restava in mente, mi sussurrava in un orecchio. Così ho scritto un altro capitolo. Poi altri due. Così ne ho fatto un romanzo. Ma no, ancora quel sussurro nell’orecchio che non si fermava. Così ho scritto ancora cinque romanzi.

Lew Griffin è una sorta di eroe dark afroamericano. Ti è simile in molti aspetti?

Ci sono un sacco di cose di Lew in me, o per meglio dire molto di me in Lew, sì. Ma c’è anche un sacco di invenzione. E un sacco ho rubato i tratti, le storie e gli atteggiamenti alle persone che ho conosciuto. E c’è un sacco di Chester Himes.

Cypress Grove, Cripple Creek, e Salt River, sono la trilogia su John Turner. Questo personaggio si ispira ad una persona reale?

No, è pura invenzione. La serie è iniziata quando ero fuori a passeggio. Ho avuto una visione di un uomo accanto a una baracca nel bosco, che ascoltava il rumore di un motore di automobile da lontano. Ho cominciato a farmi domande: Chi era costui? Perché è qui? Chi si avvicina? Con il tempo sono tornato a casa, ho scritto il primo capitolo del romanzo. Il resto del romanzo è stato scritto per rispondere alle domande che continuavano a venirmi in mente.

Raccontaci qualcosa su Luca Conti il tuo traduttore italiano. È per te un amico, un figlio, un partner molto prezioso? Raccontaci qualcosa di divertente su di lui.

Luca è un traduttore sorprendentemente bravo e lo dico perché sono anche io un traduttore. Sono profondamente onorato di vedere i nostri nomi insieme. “Divertente”? Oh, no: siamo entrambi molto, troppo seri.

Quali sono i tuoi scrittori viventi preferiti?

A questa domanda potrei rispondere con una lista molto lunga. Ti dico i primi che mi vengono in mente: Donald Harington, James Lee Burke, Jack O’Connell, Daniel Woodrell, China Miéville, Jonathan Carroll, Thomas Pynchon, Ken Bruen, Peter Robinson, Jerome Charyn, Gene Wolfe e tanti altri.

Suoni musica folk e blues. In che modo la musica ha influenzato la tua scrittura?

Suonare e scrivere sono un po’ la stessa attività, e io uso un sacco di metafore musicali (troppe, pensano i miei studenti) in campo didattico e quando parlo di scrittura. Io sono un improvvisatore in entrambe le attività. Ho in “testa” – la melodia nella musica, la trama di un romanzo – e ci gioco tutto intorno, vado via, torno, cerco di scoprire cosa c’è dentro.

Raccontaci qualcosa di “Drive“. Ti piace il cinema?

Drive è stato scritto in un tentativo di aggiornamento, ovvero di rendere contemporanei quei meravigliosi vecchi tascabili della Gold Medal. Il successo del libro ha sorpreso tutti – in particolare gli editori di New York che si erano rifiutati di pubblicarlo a causa della sua lunghezza ed eccentricità. Rob della  Poisoned Pen Press, un fan per lungo tempo, ne ha visto il potenziale. Amo il cinema. Spesso, infatti, accanto alle influenze letterarie, cito film di fantascienza, dei film anni ’50 e i film europei che hanno avuto grandi influenze sul mio lavoro.

Ti piace Chester Himes?

Enormemente – altrimenti non avrei scritto una biografia sostanziale di quest’uomo-. Era, come ho accennato in precedenza – la sua vita ha avuto – una profonda influenza sui romanzi di Lew Griffin.

Il tuo rapporto con la critica letteraria è un rapporto conflittuale o pacifico?

La gente si è accorta del mio lavoro sin dall’inizio , e le recensioni sono state ottime. Così, per quanto riguarda le recensioni ho avuto successo sin dall’inizio, commercialmente, non tanto. Dall’inizio ho anche avuto la fortuna di avere molti lettori stravaganti e leali. Io, naturalmente, ho indossato il cappello del critico per molti anni, lavorando come recensore e columnist del “Washington Post”, il “Boston Globe”, e il “Los Angeles Times”.

Dimmi qualcosa dei tuoi libri. Quale di essi preferisci e perché?

Ho una predilezione particolare per The Long-Legged Fly, dato che mi ha aperto tutte le porte. Quello preferito da mia moglie è Moth, che credo sia un romanzo estremamente elegante dal punto di vista testuale. Io non credo che riucirò mai a scrivere un romanzo migliore di Eye of the Cricket o Ghost of a flea. Probabilmente mi sono divertito di più a  scrivere i  tre romanzi con Turner. Salt River mi sorprende per per il fatto che tanto può essere “detto” in un romanzo  in modo breve e apparentemente disarticolato.

Cosa stai scrivendo al momento?

Un romanzo strano intitolato The Killer Is Dying, che ho iniziato come un altro duro romanzo come Drive e rapidamente sto trasfornmandolo in una cosa con molte teste – tre personaggi, tre vite molto diverse. Sono forse a 4/5 della strada da percorrere, chiedendomi sempre cosa succederà dopo.

Ti piace il noir francese?

Oh, sì. Il primo film “straniero” che ho visto – e questo, solo perché ero a Memphis, quando frequentavo le scuole superiori, e partecipavo ad un programma di studio estivo – è stato “Breathless”. Ero cresciuto vedendo i brutti  films di Hollywood, avevo 16 anni , e pensavo vedendolo:  E cos’è questo? Mi ha colpito moltissimo. Poi  ore e ore di Ingmar Bergman, di film giapponesi, i classici film italiani e dopo i film francesi. Credo che gran parte del mio modo di mettere insieme le storie, anche il mio modo di scrivere – la visualità , l’allusività – derivino da tali film.

Che consiglio daresti a giovani scrittori in cerca di un editore?

Di concentrarsi prevalentemnete sulla scrittura, e scoprire cosa si può fare che nessun altro può fare, e come trasmettere la propria visione del mondo. Gli studenti spesso vengono da me a fare domande su agenti ed editori e sul modo migliore per mercificare il loro lavoro, quando non sanno scrivere una storia coerente o una frase interessante.

Che cosa è per te la “libertà”?

Non posso fare di meglio che citare uno dei miei romanzi preferiti, l’ Ulisse: “Ho paura di quelle grandi parole che ci rendono così infelici.”

Chandler o Hammett?

Entrambi. Assolutamente. La vita non è o , o . E neanche la letteratura. Questo tipo di pensiero aristotelico, come “quelle grandi parole,” è materiale pericoloso.

Ti senti ispirato da avvenimenti reali quando crei le tue trame?

No. Sono ispirato dal tenore del tempo – perseguo ciò che Lionel Trilling considera l’intento “avversario” della scrittura, nuoto controcorrente per ottenere una “conoscenza comune”.

La solitudine dell’uomo moderno è un tema importante nei tuoi libri. Sei stato ispirato dall’ esistenzialismo francese?

Inevitabilmente. L’Etranger è stato uno dei primi romanzi che ho rubato quando ero molto giovane, avevo dodici anni o poco più, ne lessi una copia di mio fratello che la portò a casa dall’ università. Ma la letteratura francese nel suo complesso ha avuto su di me una straordinaria influenza: Queneau, Vian, Pinget, Baudelaire, Verlaine, Ponge, Robbe-Grillet, Apollinaire.

Chi è il tuo poeta preferito? Ti piaciono i  poeti russi come Anna Achmatova?

Non so come potrei mai sceglierne uno preferito. Io amo W.S. Merwin, Robert Lowell, James Wright, posso citare Dylan Thomas. Blaise Cendrars, in particolare La Prose du Transsibérien et de la petite Jeanne de France. Ho tradotto Cendrars, Yves Bonnefoy, Neruda, Voznesensky, Jacques Dupin e molti altri. La poesia è stata indicibilmente importante per me tutta la mia vita. Un critico ha detto una volta dei miei romanzi “Poesia dalla porta di servizio.” Sì. Nel Sud, la porta sul retro è dove i nostri amici possono entrare.

:: Intervista con Alessandro Bastasi

31 ottobre 2009 by

la-fossa-comuneBenvenuto Alessandro su Liberidiscrivere. Presentati ai nostri lettori. I tuoi studi, la tua città, il tuo lavoro. 

Sono nato a Treviso nel 1949, laureato a Padova in fisica. Già alla fine degli anni Sessanta mi venne la passione per il teatro, grazie a un professore di greco che si chiamava Tullio Zanier, ci tengo a ricordarlo perché era una persona davvero speciale. Poi sono entrato  in una compagnia professionista con il grande Gino Cavalieri, il mio vero maestro, con il quale ho recitato Goldoni e altri autori veneti. Contemporaneamente mi sono dedicato anche al teatro politico e militante (erano gli anni Settanta!). Nel 1976 mi sono trasferito a Milano dove tuttora vivo, e qui ho iniziato a scrivere di cronache e argomenti teatrali su varie riviste, compresa Sipario. Professionalmente oggi mi occupo di ICT come amministratore delegato di una società del settore, saltuariamente però continuo a recitare sia in teatro (l’ultimo spettacolo è stato Il malato immaginario di Molière nel 2007) sia, grazie a un filmaker milanese, l’amico Luciano Sartirana, come attore cinematografico. 

Come ti sei avvicinato alla scrittura? Sognavi fin da ragazzo di diventare scrittore? I tuoi genitori ti hanno cresciuto con il mito del posto fisso? 

Ho cominciato a scrivere racconti attorno ai vent’anni, ma all’epoca non sognavo certo di diventare scrittore, pensavo piuttosto a quando avrei vinto il premio Nobel per la fisica o l’Oscar come attore! Scherzi a parte, essendo stato fin da ragazzo interessato all’espressione artistica e ai temi ad essa correlati, dai vent’anni in poi ho sempre scritto qualcosa, racconti, articoli, e nel 1995 un saggio per il movimento “Italia Democratica”, I mezzi di comunicazione di massa – antitrust e pluralismo. Sull’ultima domanda: i miei genitori sì, sognavano per me il posto fisso, ma dopo un’esperienza in una multinazionale durata quasi otto anni ho deciso che non era quella la strada più consona al mio carattere e alle mie aspettative. 

Hai fatto teatro, classico e contempporaneo. Ami Pirandello, Moliere, Checov, Goldoni, Shakesperae? Quanto il tuo talento d’attore ti ha aiutato nella scrittura? 

Amo tutti gli autori che hai citato, anche se i miei pilastri sono i grandi tragici greci. Nelle loro opere c’è già tutto quello che sarebbe poi stato scritto. Più che il mio opinabile talento d’attore penso siano state le messe in scena dei testi in cui ho recitato ad aiutarmi nella scrittura, soprattutto per ciò che riguarda la forma espressiva: il ritmo di una frase, i suoni che ne scaturiscono (quando scrivo rileggo sempre a voce alta), la cura dei dialoghi, che mi immagino sempre recitati da qualcuno. Per non parlare della costruzione dei personaggi, dei quali cerco spesso di vivere in prima persona, dentro di me, ogni sfumatura. Solo un decimo del personaggio poi viene trascritto nel romanzo, il resto deve trasparire, lo deve captare il lettore. E per arrivare a questo l’esercizio di cercare di vivere il personaggio “da attore” dentro di me prima di metterlo sulla carta mi è molto utile. 

Parlaci del tuo debutto letterario, del percorso che hai fatto per arrivare alla pubblicazione. Hai qualche consiglio da dare ai giovani scrittori in cerca di editore?  

Il percorso per arrivare alla pubblicazione è stato, come si può ben immaginare, molto lungo. All’inizio, del tutto ignaro dei meccanismi del mercato editoriale italiano, ho inviato il manoscritto alle maggiori case editrici italiane, le quali, gentilmente ma immancabilmente, mi hanno risposto con un rifiuto. Allora ho usato internet per rintracciare le case editrici di piccole dimensioni che, sulla base dei loro cataloghi, ritenevo più adatte a pubblicare il romanzo. E, miracolo!, ho ricevuto da queste innumerevoli lettere di plauso e di disponibilità a pubblicare, però con un “piccolo” vincolo: pagare! Con tutto il rispetto, sono stato io questa volta a declinare gli inviti. Finché ho ricevuto una mail della Zerounoundici Edizioni che mi proponeva la pubblicazione senza dover sborsare un euro. E il libro è uscito. Sulla base di questa esperienza il mio consiglio a chi cerca un editore è di armarsi di grande pazienza, di non smaniare dal desiderio di vedere il proprio libro sugli scaffali di casa propria e di qualche amico, di considerare bene il fatto che molte cosiddette case editrici sono in realtà delle “tipografie”, che una volta intascati i soldi lasciano all’autore ogni onere per promuovere e vendere la propria “creatura”. Consiglio inoltre di consultare con attenzione i cataloghi delle case editrici cui si propone la propria opera, di rispettarne le modalità di invio dei manoscritti, di presentare un testo editato e stampato con molta cura. Non è sicuramente tempo perso. 

Quali sono gli scrittori che ti hanno più  influenzato nel tuo percorso formativo? Parlaci degli echi che hanno lasciato in te. 

Difficile farne un elenco. I classici, senza dubbio, che mi hanno lasciato il senso profondo della letteratura, che è quello di essere testimoni critici del proprio tempo. E poi molta letteratura del Novecento, Kafka, Pavese, Buzzati, Hemingway, gli autori della Beat Generation, per fare solo qualche esempio. Tra i contemporanei metterei sicuramente José Saramago e Antonio Tabucchi, che mi hanno insegnato a coniugare una letteratura di testimonianza con una ricerca su una forma espressiva che sia essa stessa sostanza di ciò che si vuole esprimere. 

Parliamo adesso del tuo romanzo d’esordio “La fossa comune” un thriller politico ambientato nella Russia post-sovietica dei primi anni ’90. Perché hai scelto questo periodo storico? Che ricerche hai svolto? Hai avuto modo di visitare la Russia?  

Ho scelto quel periodo storico perché c’ero. Voglio dire, per motivi di lavoro ha vissuto per lunghi periodi in Russia tra il 1990 e il 1994, quindi sono stato testimone diretto degli avvenimenti epocali che stavano radicalmente trasformando quel paese, trascinandolo dall’URSS alla Russia post-comunista di Eltzin. Ben consapevole della portata storica di ciò cui stavo assistendo (e in certa misura partecipandovi, dal momento che lavoravo a contatto con ricercatori di vari istituti universitari), giorno per giorno mi annotavo su un diario tutto quello che stava accadendo, sul piano politico, sociale ed economico. Non avevo ancora uno scopo molto chiaro, pensavo che forse ne avrei fatto un saggio, una cronaca, qualcosa… Invece ne è uscito il romanzo. Il mio primo romanzo. A un certo punto ho sentito infatti l’esigenza di analizzare l’impatto di questa rivoluzione su un ex sessantottino, personificato, nel libro, dal protagonista Vittorio Ronca. 

Vittorio Ronca è un po’ un emblema di una generazione di transizione, una generazione che ha visto i propri ideali calpestati, i propri sogni infranti. Ti senti parte di questa generazione?  

Senza dubbio. Lo scenario della vita di Vittorio Ronca è lo scenario in cui anch’io sono vissuto, e penso che leggendo il libro lo si percepisca. Non è comunque un romanzo autobiografico, infatti io non ho mai partecipato a un attentato al Eltzin… J Diciamo che Vittorio è la summa di caratteri che ho effettivamente incontrato nella mia vita, dall’attore di Grotowski che cerca l’Istante Assoluto al di fuori della storia degli storici, fino al terrorista che con il suo gesto vuole liberare l’umanità dalle sue catene. Informazioni sul romanzo si possono acquisire andando su http://lafossacomune.blogspot.com.

Cosa stai leggendo in questo momento? 

Sto leggendo l’ultimo libro di Antonio Tabucchi, Il tempo invecchia in fretta 

Stai cercando un editore per il tuo nuovo romanzo “Gabbia Criminale”. Ci sono offerte? Vuoi parlarci un po’ del romanzo? E’ un noir ? 

La gabbia criminale è un noir, anche se molto sui generis: c’è un delitto, anzi un duplice delitto, c’è un colpevole già processato e condannato nel 1954. Ma quando Alberto Sartini, un uomo di sessantaquattro anni in pensione, nel 2009 torna nella casa in cui ha vissuto i suoi primi nove anni di vita, i personaggi di quella lontana vicenda cominciano a penetrare nella sua mente, chiedendo a lui di risolvere definitivamente il giallo di tanti anni prima, fino ad arrivare all’inaspettata soluzione. L’idea di fondo è di comporre il mosaico di un contesto sociale appartenente a tempi non così lontani come potrebbe sembrare. Forse un aspetto interessante del romanzo è lo stile, che segue la scelta di sovrapporre continuamente il passato (primi anni Cinquanta) al presente: le vicende del passato sono raccontate come se si stessero tuttora svolgendo. Per arrivare a questo, dopo aver introdotto nella narrazione il ricordo, abbandono il tempo verbale passato per raccontare i fatti al presente, come se il protagonista/narratore li vivesse in quel momento. Ciò mi sembra possa rendere il racconto più coinvolgente, e nello stesso tempo suggerire l’idea che l’oggi, per tanti versi, è uguale a ieri. Altre informazioni sono reperibili sul blog dedicato: http://lagabbiacriminale.blogspot.com.

Per questo romanzo sto cercando un editore adatto. Uno di questi mi ha già risposto, dimostrando il suo interesse e allegando anche una scheda di valutazione molto positiva. Ma, come dicevo sopra, non bisogna essere impazienti. 

Hai un agente letterario? Pensi che nell’editoria Italiana questa figura sia ancora un po’ defilata? 

Non ho un vero e proprio agente letterario, piuttosto una consulente editoriale che mi ha dato e mi sta dando una serie di dritte su come muovermi in questa giungla, mi segnala delle opportunità, mi suggerisce degli editori possibili. E’ la stessa persona che ha creato il book-trailer de La fossa comune, che si può vedere su youtube: http://www.youtube.com/watch?v=pTsjK_P85mQ. Agenti letterari nel vero senso della parola non ne conosco, forse sono figure un po’ defilate, sì, quindi sospendo qualunque giudizio. 

Stai scrivendo un nuovo romanzo? Puoi anticiparci qualcosa? 

Per la verità  ne sto “pensando” più d’uno, e sto scrivendo appunti sparsi un po’ dovunque… il primo di questi è un po’ il sequel de La gabbia criminale, con i medesimi personaggi (almeno quelli viventi) e altri ancora che si accaniscono contro la madre e la sorella del protagonista Alberto Sartini. Ma non posso dire altro per non rovinare la sorpresa ai lettori de La gabbia criminale. Un altro romanzo invece ha come idea di fondo l’inquietudine di un uomo d’affari occidentale, già avanti con gli anni, nel suo confronto con il senso ultimo della vita, e l’incontro di questo personaggio con la via induista al samsara, con tutti i problemi pratici e affettivi che ciò gli comporta. Va detto che sono un appassionato di cultura indiana, su cui ho condotto studi approfonditi grazie anche ai sette viaggi che nel corso degli anni mi hanno portato in India.

 Ci sono autori esordienti che ti hanno particolarmente colpito? 

Ce ne sono parecchi, ma mi piace qui citarne un paio: Alessio Pracanica con il suo Racconti dell’età del rap e Sergio Paoli con il suo Ladro di sogni, Ci sono poi degli autori che non è corretto definire esordienti, ma che sono poco noti al grande pubblico a causa dei meccanismi perversi del mercato editoriale in Italia. Tra questi mi preme segnalare Carlo Menzinger con i suoi romanzi ucronici, e il duo Laura Costantini e Loredana Falcone, “l’unico esempio esistente (fatti salvi Fruttero e Lucentini) di coppia di fatto di scrittrici.”

Ti piacerebbe scrivere per il teatro? 

Sì, certo mi piacerebbe, anche se non so se ne sarei davvero capace. Ho scritto qualcosa nel passato, ma sono cose che non hanno convinto prima di tutto me stesso. E poi per scrivere per il teatro bisogna viverlo giorno per giorno, secondo me, respirarne l’aria, catturarne gli elementi: i suoni, i materiali, le luci e le ombre, i corpi. Il teatro è fatto di questo, procede per accostamenti analogici e simbolici, e il testo è soltanto uno degli ingredienti, è soprattutto un supporto. Almeno, io la penso così. Temo quindi che, se mi cimentassi, produrrei un testo molto più letterario che teatrale. Comunque, mai dire mai!

:: Intervista con Jaume Cabré a cura di Giulietta Iannone

30 ottobre 2009 by

Jaume CabréAttualmente insegna all’Università di Lleida ed è membro della sezione filologica dell’Institut de Estudis Catalans. In che misura la sua terra la Catalogna ha influenzato il suo lavoro letterario. 

Dicono che la patria dello scrittore sia la sua lingua. Beh, sono d’accordo. Il modo di guardare al mondo, di pensarlo, di sentirlo, di interpretarlo, dipende unicamente da uno strumento: la lingua. E da mille intenzioni dello spirito: dalla capacità di solitudine che presuppone la scrittura, dalla conoscenza culturale della propria tradizione e di altre tradizioni, dal contatto con i classici. Ma sempre, sempre, attraverso la mediazione della lingua. Da questo punto di vista, è determinante il fatto di essere nato in Catalogna e dunque, con una lingua, il catalano, che mi è stata regalata da mia madre, da mio padre, dal contesto in cui sono cresciuto. Anche se a quel tempo era una lingua perseguitata. (Si immagina se le proibissero di parlare in italiano nel suo Paese?). A parte questo, essere nato qui o là influisce su  tutti gli scrittori.

Ha lavorato nella sua carriera a parecchie sceneggiature televisive e cinematografiche. La letteratura e il cinema sono due arti in un certo senso complementari e parallele. In quale delle due riesce a manifestare più nitida la sua voce? 

Con la letteratura. Sono io solo davanti al compromesso con il linguaggio. Io solo con i personaggi che nascono dal mio lavoro, con la loro immaginazione e le loro aspirazioni. Nel lavoro cinematografico, per sentirmi come il protagonista dovrei essere sceneggiatore e regista assieme. Allora sì che sarebbe una cosa paragonabile. Questo non vuol dire che non mi diverta molto facendo sceneggiature per il cinema o la televisione. Una cosa non esclude l’altra. E mi ha aiutato a comprare tempo per poterlo dedicare a scrivere letteratura.

Come si è avvicinato alla scrittura? Ha esordito con due raccolte di racconti Faules de mal desar nel 1974 e Toquen a morts 1977. E’stato un esordio difficile, sofferto o un’esperienza tutto sommato positiva?

Ho iniziato a scrivere perché mi piace molto leggere. Scrivere è un modo di continuare a leggere. Ho iniziato a scrivere racconti brevi e l’ho fatto a lungo. Dopo molti anni si sono concretizzate queste due raccolte: sapevo che era esercizio, esercizio, esercizio; perché creare mondi è molto difficile; chiedetelo a Dio.
Quali scrittori ha più amato nella sua giovinezza e quali l’hanno più influenzata nella sua maturità?

Uf! Da ragazzino, Emilio Salgari, Karl May, Zan Grey, Jules Verne e cose così: avventure. Dopo, visto che a casa c’erano molti libri, ho iniziato a interessarmi al romanzo contemporaneo catalano ed europeo. E più tardi sono entrato nel secolo XIX. E ancora più tardi, sono andato verso i classici medievali e greci e latini. Cosa ha influito di più?  Tutte le letture hanno influito. Nel bene e nel male. E ho alcune perle personali: nella letteratura italiana, per esempio, ho una passione speciale per il romanzo di Ferrara: non so perché, ma mi attrae Bassani. E mi piace anche Lampedusa. Ma dove ho navigato molto e con grande piacere è tra Petrarca e Dante.

Nel 1978 pubblica il suo primo romanzo, Galceran, l’heroi de la guerra negra sono passati molti anni da allora; in che misura è cambiato il suo stile, il suo modo di intendere la letteratura?

Questo romanzo mi ha insegnato una cosa: che se volevo attrarre il lettore, dovevo imparare a piangere con il personaggio. Una lezione che cerco di non dimenticare mai.

La sua opera è in un certo senso permeata da forti interrogativi sulla vita, sul valore dell’arte, sulle esigenze più intime dell’animo umano. Nonostante parli di temi molto seri, usa un linguaggio soffuso di poesia, nell’intimo si sente un poeta?

Sono poeta ma non scrivo poesia: la leggo. Credo che tutto sia legato. Vivo della musica e della poesia che fanno gli altri, che mi aiutano a scrivere una prosa, dei mondi e dei personaggi che cerco di tirar fuori dal profondo dell’anima.

Nel 1991 pubblica Senyoria, edito in Italia da  laNuovafrontiera, un romanzo forte, controverso, una metafora della corruzione legata a poteri politici opprimenti e coercitivi. Con quest’opera voleva denunciare i mali attuali della società?

Sì, proprio così. Oggi la corruzione è presente in tutti gli strati sociali. Pensavo all’oggi ma il romanzo, tutto solo, si è trasferito alla fine del XVIII secolo.

Con L’ombra de l’eunuc tratta un periodo molto delicato della storia della Spagna, la fine del franchismo, in che misura la sua generazione ha metabolizzato questo periodo?

Beh: molte persone della mia generazione e un po’ più grandi di me hanno rischiato la vita nella lotta contro il franchismo. E in un modo o nell’altro, chi più chi meno, tutti hanno partecipato. Tutti quelli che non erano legati al franchismo, ovviamente. L’ombra de l’eunuc però è più di questo. È la storia di una persona che ha vissuto quel momento con grande intensità e che poi deve provare a rifarsi una vita.

In una sua opera affronta il tema della storia come un resoconto scritto dai vincitori, e i perdenti, i deboli, gli ultimi non hanno modo di far sentire la propria voce?

Sì. La storia la scrivono i vincitori. In Le voci del fiume questo è uno dei temi principali.

A che opera sta lavorando attualmente?

Sto facendo una cosa che credo sia un romanzo, ma neppure io so cosa dire. Mi è impossibile spiegarlo.

Quando sarà  possibile leggere in versione italiana L’ombra de l’eunuc?

Questo dipende dalla casa editrice laNuovafrontiera. Immagino che non tarderanno molto. Ho voglia che arrivi quel momento! Sono molto contento che una casa editrice come La Nuova Frontiera creda nella mia letteratura.

Avrà  modo di venire in Italia per conferenze, promozione dei suoi libri, incontri a livello universitario? Ci sono progetti in merito?

In questo momento l’unico impegno sicuro è ai primi di maggio 2010, all’università di Milano. Purtroppo non ho molto tempo per fare viaggi, cosa che mi piacerebbe molto. Di fatto, sono venuto diverse volte in Italia; il rapporto con i lettori italiani è sempre stato stimolante.

:: Intervista con Al Custerlina

29 ottobre 2009 by

Bene bene Alberto, posso chiamarti Alberto, sei finalmente nelle mie mani, allora iniziamo con una domanda facile facile:classe 65, nato e vive a Trieste chi è Al Custerlina? Definisciti in tre aggettivi e presentati ai nostri lettori.

Tenace, paziente, combattivo. Sono nato e vivo a Trieste, ho fatto un sacco di lavori, vado in snowboard, ho sempre bisogno di stimoli nuovi, mi piace la buona cucina, leggo e guardo serial tv a raffica. E scrivo, ovviamente. 

Iniziamo subito a parlare di “Balkan Bang” edito da Perdisa il tuo scoppiettante e pirotecnico esordio narrativo acclamato da pubblico e critica. Un libro insolito per i temi trattati e per le tue scelte narrative. Lo possiamo definire un noir o a te le classificazioni stanno strette?

Le classificazioni mi piacciono, aiutano il lettore a scegliere. In effetti, Balkan bang! è insolito perché  contiene in sé molte suggestioni miscelate tra di loro. E’ anche un noir, sì, ma è pure un po’ pulp. La definizione giusta l’hanno gli americani: “crime fiction”.  

Perché  hai scelto un’ambientazione balcanica? E’ una terra che conosci? L’hai visitata prima e dopo la guerra? Quale aspetto di questa terra ti ha catturato di più? Anche tu hai in mente la Serajevo dei telegiornali e dei giovani che fanno di tutto per uscire dall’incubo della guerra?

Sono molto vicino ai Balcani sia geograficamente, sia con lo spirito. Li ho vissuti abbastanza, fin da piccolo. L’aspetto che più mi colpisce di questa terra è la sua grande varietà di stili di vita racchiusi all’interno di un’area geografica limitata. Questa, però, è anche la maledizione di questa regione. Riguardo alla guerra, ti posso dire che dopo 13 anni dalla cessazione delle ostilità la situazione non è cambiata molto a livello di attriti tra le etnie. Certo, c’è moltissima gente che vuole buttarsi il passato alle spalle e ricominciare, ma ce n’è altrettanta che cova ancora sentimenti di rivalsa di carattere nazionalista. Io credo che il pericolo non sia ancora passato. 

Raccontaci come sei arrivato alla pubblicazione. Hai fatto fatica a trovare un editore? Un incontro fortuito ti ha  spianato la strada tutta fortuna o duro lavoro di selezione?

Quando pubblichi con una casa editrice seria come la Perdisa non è mai questione di fortuna. Ho lavorato duramente su Balkan bang! e ho avuto la mia contropartita. Inoltre, non ho fatto nessuna selezione: ho spedito il manoscritto solo alla Perdisa perché ci tenevo a pubblicare sotto l’egida di Luigi Bernardi.  

Hai definito “Balkan Bang!” un romanzo di intrattenimento ma tratti anche di temi seri profondi, dilemmi morali, conflitti etnici e religiosi oltre che divertire i tuoi lettori vuoi anche farli riflettere?

Il cosiddetto “intrattenimento” non deve essere per forza pura azione o solo commedia o amore. Io volevo scrivere una storia criminale e ho considerato che le azioni criminali sono sempre accompagnate da effetti collaterali sulla psicologia, la morale e l’etica delle persone che vi sono coinvolte, compresi gli spettatori, così ho voluto esplorare questi aspetti per fornire alla mia storia maggior completezza, soprattutto in relazione all’ambientazione. 

Passiamo al registro linguistico piuttosto forte. Quanto incidono i dialoghi all’interno del tuo tessuto narrativo?

Io credo che i dialoghi siano l’ossatura portante del mio romanzo. Ho lavorato molto per renderli più vicini alla realtà possibile, soprattutto allo scopo di dare vita a personaggi di maggior spessore, che fossero caratterizzati anche per come parlano e non solo per quello che fanno. 

Ci sono progetti per far vivere i personaggi di Balkan Bang in una pellicola cinematografica? Scriveresti tu la sceneggiatura? Quale regista rigorosamente italiano sceglieresti?

Non ci sono progetti cinematografici (magari ci fossero!). Riguardo alla eventuale sceneggiatura, diciamo che mi piacerebbe partecipare al processo di stesura, soprattutto per imparare. Registi italiani? Tarantino! 😉  

Di colpo catapultato nel gran mondo letterario, festival, premi, giurato, passata l’euforia che bilancio trai da  questa esperienza sei soddisfatto o potevi fare di più?

Io cerco sempre di fare di più, ma per essere sincero, stavolta credo di aver dato il giusto. Di più sarebbe stato troppo e forse sarebbe stato rischioso, perché c’è sempre il rischio di bruciarsi per sovra-esposizione. 

E’ previsto un sequel?

Sì,  è già in fase di scrittura. Il titolo provvisorio è Balkan Blues (questa è un’anticipazione esclusiva eh!?) e uscirà alla fine del 2010 (o primi 2011), sempre per Perdisa. Si tratterà di una storia perfettamente indipendente dal precedente, ambientata tra la Bosnia, la Croazia e Trieste. 

Dicevamo prima che sei nato e vivi a Trieste una città  segnata dalla Bora dal suo passato asburgico, una città  intellettuale, mi viene in mente Svevo e James Joyce, una città atipica in cui vecchio e nuovo convivono. Parlaci della tua Trieste privata, raccontaci qualche aneddoto che te la rendono molto amata o odiata.

Trieste è una città molto particolare, che io amo profondamente. A volte, però, mi ritrovo a odiarla. Per esempio, ti posso dire che la città ci ha messo quasi un anno per accorgersi di avere in casa un nuovo scrittore che si era fatto notare in ambito nazionale.  

C’è un aneddoto particolarmente curioso legato a qualche premio letterario o a qualche autore che ti va di raccontarci?

Mh, no. Gli scrittori sono gente noiosa… 😉 

Quali autori hai letto negli anni partendo da quando eri ragazzo e quali ti hanno poi maggiormente influenzato nella tua vita di scrittore? Citeresti Emilio Salgari tra le tue letture?

Da piccolo ero un verniano di ferro (e lo sono ancora). Di Salgari ne ho letti solo due. Divoravo, invece, gli Urania. Andando grossomodo in ordine temporale, da ragazzo a oggi, gli scrittori dai quali ho subito maggior influenza sono: Verne, J.Vance, Musil, Joyce, Buzzati, Gibson, Eco, Simenon, Manchette, Hammet, Pynchon, Leonard, McCharty, DeLillo. Ultimamente ho trovato straordinari i racconti di Pancake.  

E di “Mano nera” puoi dirci qualcosa o è ancora tutto avvolto nel silenzio?

Mano Nera (titolo provvisorio) è il romanzo che ho appena finito di scrivere per Baldini Castoldi Dalai editore. Uscirà verso maggio del 2010. Si tratta di una crime fiction senza sbirri tra i piedi (per questo non posso chiamarlo “poliziesco”) ambientata a Sarajevo e dintorni, un po’ meno pulp e più noir rispetto a Balkan Bang!. 

Al festival Grado Giallo hai discusso del thriller europeo e del romanzo d’avventura moderno, che bilanci che aspettative?

Bilanci e aspettative entrambi ottimi. Come dice l’amico Sergio Altieri, la squadra di romanzieri (di genere) italiani è forse la più agguerrita e la più talentuosa d’Europa. Ora non ci resta che aspettare che gli altri se ne accorgano… 

Che ne pensi della carica degli scandinavi, presenti in massa sugli scaffali delle librerie, da Mankell a Stieg Larsson, ti piace il genere , il freddo e i climi nordici fanno bene al genere poliziesco?

I gialli scandinavi sono ottimi prodotti commerciali (non tutti), ma io li trovo troppo lenti e prolissi. Pur adorando la Scandinavia e il nord-Europa, non riesco proprio a leggerli. 

Abbiamo da poco intervistato Duane Swierczynski un nuovo talento pulp americano, lo conosci, trovi delle rassomiglianze tra il suo stile e il tuo?

Non lo conosco. Tu ci trovi delle rassomiglianze? J 

Al Custerlina e il mondo del fumetto. Cosa leggi? Cosa ti infastidisce?

Leggo il fumetto, ma non con regolarità. Mi piacciono i “classici” come Miller e Moore, non disdegno la Marvel (che ho letto molto da piccolo), Tex, Dylan Dog, Zagor e Dampyr. Mi piacciono Tardi e Igort. E non dimentichiamo la coppia nostrana Bernardi-Catacchio, che sta facendo faville. Non mi da fastidio niente e mi piacerebbe fare la trasposizione di Balkan bang! a fumetti. 

Hai avuto un posto tra i finalisti per il Premio Letteratura Gialla di Camaiore, che esperienza è stata, hai fatto amicizie importanti?

Ottima esperienza e ottime conoscenze. 

Ci sono degli autori esordienti che segnaleresti e che ti hanno particolarmente colpito?

 

Nel 2008 mi ha colpito Francesco Gallone con il suo “Milano è un’arma”. Quest’anno aspetto di leggere Marilù Oliva e Paola Ronco.