:: Recensione di Giulia Guida: I cariolanti di Sacha Naspini

18 aprile 2010 by

i%20cariolanti“ E tutte le nostre parole, azzannate dalla terra.” [Rileggendo “I Cariolanti”, S. Naspini]

Un paio d’occhi neri di sangue, rossi di fame, gialli di disperazione.
Vorrebbero sfondare le pareti della terra- una terra di polvere e di roccia, una terra senz’acqua né carne da ingoiare, ancora con le urla delle bestie attaccate ai nervi.
Vorrebbero vedere attraverso il buio per più di qualche istante al giorno, non sentirla così  nemica quella luce bianca che cade giù  e illumina la polvere e il suo valzer incantato che nessuno vede mai, perchè il buio c’è da sempre così come il silenzio.
E quegli occhi non hanno mai parlato altro che una lingua randagia, senza casa, affamata dalla miseria. A Bastiano la bocca si impasta di tutte le parole che non è mai riuscito a dire, perchè la bocca serve a mordere, ad azzannare, a masticare e ingoiare giù.
Le parole stentano ad arrivare bene alle labbra, i suoni escono male, come un ringhio che raschia contro il diaframma.
Quelle parole da lupi con le costole in fuori e gli occhi socchiusi che sgocciolano lacrime cattive, perché non ci cresce niente su questa terra maledetta, niente che t’accarezzi lo stomaco e sciolga un po’ il gomitolo duro che ti morde la pancia.
Solo la guerra ci cresce in mezzo alla gente, sotto quella luce che anche a sfiorarla per sbaglio, finisce sempre che ti ritrovi nel tuo buio.
E un paio di mani che scavano in quel buco nella terra, in mezzo al bosco.
Rincorrono avide qualche verme solitario che non se l’aspettava mica d’esser mangiato da un bambino, con quegli occhi neri, che hanno preso spavento quando sono usciti dalla tana- quegli occhi attaccati alla disgrazia di chi nasce storto e un destino rapace ce l'ha cucito addosso. Una storia da animale in fuga, coi denti affilati dalla vita, da anni murati vivi nella terra, da mani che ti tappano la bocca per non farsi scoprire dai nemici, dalla carne dei soldati fucilati buttata nella zuppa, dalle ali delle mosche piombate sui cadaveri e schiacciate contro la lingua, per ruminare il sapore di una libertà nuova che non si sogna neanche, perchè è roba da ricchi e di chi un nome e delle radici ce l'ha per davvero.
Bastiano ha nove anni nel primo dei tredici scatti con cui Naspini apre "I Cariolanti".
Deve stare zitto, attento a incastrarsi tutte le parole tra i denti e a non buttarle fuori, di là dalle assi di legno che lo separano da quelli che camminano coi piedi sulla terra e non sottosopra come lui. E' chiuso in un buco nero, Bastiano, un buco in mezzo al bosco, in Toscana, mentre pochi metri sopra i suoi occhi irrequieti da animale da caccia ascoltano la grande guerra, che fa quello che deve fare.
Suo padre è un disertore, non ci vuole morire ammazzato in trincea per una guerra che non è  la sua. Ha già le sue battaglie da combattere, ha la miseria e una furia antica che lo tiene in vita. Preferisce viverci in un buco, piuttosto che morirci.
E' stato lui a volere tutto questo, a segnargli gli occhi di una smania barbara a Bastiano, a volerlo crescer su come una bestia da combattimento, perchè nient'altro avrebbe avuto dalla vita.
Un codice di istruzioni per la sopravvivenza e azzannare i sentimenti, che non servono a portare il pane alla baracca, che sono troppo stoppacciosi e pieni di filetti duri e poi di carne per combattere i crampi non te ne rimane quasi niente.
Ma c'era stato un amore che gli aveva accarezzato la pancia, a Bastiano, gli aveva lavato via il nero dagli occhi per un pò. Sara, che bella Sara, una bambina che zoppicava lungo la vita, tra pareti d'ovatta.
Erano gemelli di silenzio, Sara e Bastiano. Legati per la pancia da tutta quella fame di vivere. Lui che la voleva tutta per sè come una tana, un rifugio in cui sfogare la sua rabbia e seppellirla sotto terra, un sepolcro bianco- quella pelle, la pelle di Sara, un campo minato di luce, lui che alla luce non ci si abituava mai. E lei che lo voleva come il suo strappo ad una quiete artificiale, perchè lui era la vita che non le aveva mai macchiato il sangue, la libertà che non poteva correre, l'odore della notte che non era mai riuscita a respirare.
Ma è l'amore randagio, quello delle strade sterrate, che Bastiano conosce.
L'amore di una madre, una "mammaccia infame" che gli aveva promesso che le loro anime si sarebbe salvate, sarebbero rimaste bianche, mica come i loro stracci sporchi, mica come l'anima di un padre che se l'era mangiata già il diavolo. Ma qualcuno il male se lo doveva prendere, qualcuno il male lo doveva fare, perchè è così funziona. Ti devi sporcare, faccia nella terra e nel letame per non farti sparare dal primo che passa. Ti ci devi attaccare con le unghie a questa crosta fredda, un ventre di madre con le braccia di filo spinato- abbracciarla e lasciare il calco dei tuoi denti come se i tuoi morsi fossero impronte digitali.
La storia di cui ci parla Naspini ne "I Cariolanti" è di una bellezza agghiacciante perchè non lascia nessun appiglio alla redenzione.
Racconta una solitudine disumana, descrive l'abbattimento forzato e violento di ogni certezza del vivere sociale convenzionale. Ogni schema di vita familiare viene distrutto, il sacro viene dissacrato, la morale prestabilita diventa un intralcio alla sopravvivenza e si rende disvalore.
Non ci si lava dal sangue, in nessun modo, neanche la morte può essere la grande consolatrice di sempre. Non ci sono punti di fuga, l'immagine è la stessa, ripetuta fino all'ossessione. Alcuni elementi fanno come parte di un substrato mitico, si ricoprono di significati simbolici e rimandano alla dimensione del primitivo, privo di coordinate spazio-temporali ben definite. Il percorso che compie Bastiano lungo l'arco della sua vita può essere letto come un rito di passaggio attraverso il buio, il bosco, il silenzio, la terra madre che protegge e che divora ed un eterno ritorno a un destino da nati di traverso.
E in primo piano un paio d'occhi selvatici, gialli di disperazione, che non si chiudono mai.

:: Recensione di Marineide Omicidio sotto la rocca – Il sultano Rhomen Al Fasud di Ioan Viborg

17 aprile 2010 by

marineidePer chi ama la Sicilia di Montalbano del versatile e inimitabile Camilleri vi presento un libro curioso e davvero originale, un libro che racchiude un piccolo mistero. Ma andiamo con ordine. Marineide Epopea semiseria dell’ispettore Marineo dal bronzo viso è un libro sottile che contiene al suo interno se vogliamo due racconti lunghi Omicidio sotto la rocca e il Sultano Rhomen Al Fasud, è ha per protagonista indiscusso l’ineffabile ispettore Marieneo la cui faccia di bronzo è leggendaria e suscita in me divertiti ricordi. Innazitutto mi fa venire in mente il commissario Sanantonio, direte voi che con la Sicilia centra poco ma leggetevi il classico pezzo per dire che l’opera è di fantasia: “Tutto quanto raccontato nelle mie storie è frutto puramente della mia invenzione. Tutti i lettori che dovessero riconoscersi nei personaggi descritti, se ne facciano una ragione. Quelli che dovessero riconoscersi nei panni del commissario Guccione riflettano sulla loro condizione. Quelli che dovessero riconoscersi negli autori dei delitti, si costituiscano se non sono già in galera. Se qualche lettrice dovesse riconoscersi in Stella, mi contatti. Qualora rispondesse mia moglie, faccia finta di essere un’ operatrice Telecom. Nell’ipotesi che qualcuno si riconosca i due o più personaggi contemporaneamente pensi seriamente all’eventualità di contattare un bravo specialista”.  Beh ora ditemi se non c’è lo stesso gusto di scherzare con il lettore di Dard? Parlando della trama il primo racconto Omicidio sotto la rocca ci narra una storia apparentemente classica con un delitto, un indagine e un ispettore. Il corpo del dottor Giulio Trevigian un consulente finanziario viene trovato tra i filari di viti nel mezzo del feudo del cavaliere Alfano, un pezzo grosso del luogo impegnato in una campagna elettorale. L’ispettore Marineo prelevato da una scuola che ironia della sorte si chiama Liceo scientifico statale Totò Riina per una lunga storia di concittadini che hanno fatto fortuna in America e travisamenti di coloro che dovevano scrivere la targa, viene portato sul luogo del delitto con un diavolo per capello ma non privo del gusto di mangiarsi una decina di fichi d’India e inizia ad indagare sull’improvvisa e violenta dipartita. Tra ironia e giochi di parole, personaggi buffi e sfuriate del prode ispettore Marineo il mistero verrà svelato con tanto di spiegazione del movente. Nel secondo episodio il sultano Rhomen Al Fasud, che già dal nome del personaggio ci da un’ idea dell’umorismo che l’autore ci dispenserà tutto parte dalla sparizione di un diamante di proprietà del sudetto sultano in visita a Palermo con la sua corte e le sue Mercedes blindate, gli elicotteri personali, e il suo panfilo reale. L’ispettore Marineo per nulla impressionato dall’ostaentata ricchezza del visitatore si troverà ad indagare insospettito anche dalle troppo frequenti vincite al gratta e vinci avvenute a Castropietro suo paese nativo. Che dire sembra proprio che la Sicilia sia una terra congegnale al giallo, questa volta condito con dosi massicce di umorismo e divertimento. La scrittura è fluida, scorrevole, priva di momenti morti o incertezze. I personaggi sono ben caratterizzati anche dal linguaggio utilizzato per i vari personaggi, sui quali spicca senza dubbio l’ispettore Marineo, amante della buona cucina, sempre pronto alla battuta, perspicace, fortunato, irrimediabilmente attratto dalle belle donne ma single per vocazione. Prima vi parlavo di un mistero, e riguarda l’identità dell’autore. Chi è in realtà Ioan Viborg? A questa domanda forse saprebbe rispondere solo un ispettore perspicace come Marineo. Noi accontentiamoci della biografia ufficiale secondo cui nasce quarat’anni fa a Viborg in Danimarca e da questa città prende il nome, di origini siciliane, ora dovrebbe essere rinchiuso in un carcere danese a scontare la sua pena. Sarà vero? Chissà, quello che è certo è che è in arrivo un secondo volume con il terzo episodio della serie intitolato “Pax et bonum”. Segnalo la bella copertina illustrata da Mauro Maraschi.
Marineide Omicidio sotto la rocca, Il sultano Rhomen Al Fasud, Navarra Editore, 2009, pagine 138 Euro 10,00.  

:: Recensione di Uno di troppo di Marco Tiano

15 aprile 2010 by

Home4Ad essere sincera è bene che vi dica subito che non sono un’ appassionata del giallo classico all’inglese, dove il maggiordomo è quasi sempre il maggior sospettato e gli investigatori grazie al loro acume straordinario e alla loro capacità deduttiva quasi sovrumana riescono a scoprire gli indizi più disparati, ricostruiscono i fatti, scagionano gli innocenti e fanno imprigionare i colpevoli in un tripudio di happy end e tutti vissero felici e contenti. I cosidetti “delitti della camera chiusa” di sherlockiana memoria dove grazie alla logica e alle “celluline grigie” di qualche sparuto investigatore dilettante, l’intrigo si dipana e l’enigma viene svelato, magari tra un susseguirsi di brodaglie giallastre spacciate come the delle cinque e qualche caccia alla volpe, bhe vi confesso mi annoiano a morte. E’ naturale quindi che quando mi sono trovata a leggere Uno di troppo di Marco Tiano edizione Il Filo avevo le mie serie preplessità, e soprattutto mi chiedevo quale fosse la necessità di far risorgere un genere che, seppure ha la sua fetta di estimatori non lo nego, ormai ha bene o male fatto il suo tempo. Ecco tanto per dirvi lo spirito con cui ho iniziato la lettura di questo libro che contro ogni aspettativa mi ha spiazzato e incuriosito sin dalle prime pagine e se fate attenzione la chiave di volta per la risoluzione del mistero è racchiusa proprio nella prima pagina. La storia ha inizio in Italia per la precisione a Firenze nel 1921 e viene raccontata in prima persona da Hodel Foresth un bancario inglese deciso a prendersi alcuni giorni di vacanza lontano dal traffico e dal caos di Londra. Insieme ad un piccolo gruppetto di turisti inglesi si appresta a trascorrere una serena vacanza nel Bel Paese quando un delitto funesta la serenità e la concordia. Melory Bacon una bella e chiacchierata ereditiera viene pugnalata in un castello medioevale dove il gruppo di turisti si era fermato per passare la notte. Tutti sono sospettati, tutti hanno un movente, tutti hanno un alibi. Hodel Foresth diventa così ben presto l’unico sospettato e per riuscire ad allontanare i sospetti da sé non ha altra scelta che scoprire il vero colpevole. In un susseguirsi di colpi di scena ben congegnati riuscirà infine a smascherare l’assassino che si rivelerà essere come da tradizione il più insospettabile di tutti. Punti a favore la simpatia del protagonista, l’umorismo sottile, una punta di romanticismo, la gentile satira di costume, l’ingegnosità della trama complessa ma apparentemente semplice e credibile, la scrittura pulita, il comportamento corretto dell’autore che non dissemina il libro di falsi indizi per fuorviare il lettore. Punto a sfavore continuerò a prediligere i noir e i gialli più d’azione ma non sono per nulla pentita di questa piccola parentesi classica. In conclusione un giallo elegante adatto a tutte le età, privo di violenza gratuita e volgarità, consigliato specialmente agli appassionati di Ercule Poirot, Philo Vance e Nero Wolfe.
Uno di troppo, Marco Tiano,  Editore Il Filo,  Tracce Nuove voci,  2007,  260 pagine,  Euro 16,00

:: Recensione Solo Fango di Giancarlo Narciso (Edizioni Ambiente collana Verdenero, 2010) a cura di Giulietta Iannone

15 aprile 2010 by

Solo fangoCosa successe il 19 luglio del 1985? Ad alcuni questa data non dirà niente, forse troppo giovani, forse troppo distratti o peggio impegnati a nascondere i fatti, a diluire la memoria collettiva perché tanto dagli errori del passato non si impara mai niente. Ma c’è qualcuno che non ci sta perché il 19 luglio del 1985 fu una giornata nerissima nella storia del Trentino e dell’Italia intera, una giornata in cui un mare di fango si riversò dalla miniera di Prestevel sulla frazione di Stava e si portò via 268 persone. Sarebbe bastato poco ad impedirlo, veramente poco ma ciò che avrebbe dovuto essere fatto, non fu fatto, passò in secondo piano per disattenzione, incuria, silenzio colpevole, oscure corruzioni, già perché conviene piangere le vittime piuttosto che muovere un dito per evitare che una tragedia simile accada, una tragedia tanto più annunciata quanto più ingiustificabile. La miniera di Prestavel estraeva fluorite e gli scarti della lavorazione, sotto forma di fango, venivano depositati nei bacini di decantazione. Il 19 luglio del 1985 gli argini di quei bacini cedettero e il fango, a una velocità di 90 km all’ora, travolse tutto. Questi sono i fatti reali da cui Giancarlo Narciso è partito per raccontarci una storia, sotto forma di noir, perché al giorno d’oggi non c’è niente di meglio del noir per raccontare il presente. Una storia scomoda, una storia di rabbia e di dolore, una storia in cui l’avidità umana è la vera protagonista, perché cosa amano gli individui peggiori, i delinquenti senza scrupoli, i bastardi della peggior specie se non i soldi e quando questi soldi sono tanti, ma davvero tanti, anche uccidere diventa ovvio, quasi banale. “Solo fango” leggetelo dopo non potrete più dire di non sapere cosa successe il 19 luglio del 1985.

:: Recensione di Six Shots di Alfredo Mogavero (Edizioni XII, 2010) a cura di Giulietta Iannone

14 aprile 2010 by

Six shotsIl weird western è un western sporco, contaminato da altri generi come l’horror, o il fantasy, maestro indiscusso è Joe Lansdale che con la sua strabordante fantasia ne ha fatto un genere di culto con lettori famelici sparsi per i quattro angoli del globo. Dico questo perché è bene dare la giusta collocazione al libro che sto per presentare. Infatti Six Shots di Alfredo Mogavero edito da Edizioni XII è a tutti gli effetti weird western e per giunta di buona qualità cosa tutt’altro che consueta lasciatemelo dire. Non è un romanzo ma si compone di sei racconti, sei piccole storie compiute, nelle quali la fantasia di Mogavero cavalca e spazia dandoci la netta sensazione che ciò che leggiamo per quanto incredibile e bizzarro sia realmente plausibile e corrispondente al vero. Tutti i fatti si concatenano infatti con tale naturalezza e Mogavero scrive così bene da portarci a credere che mostri con sei braccia, maledizioni, spiriti senza pace, stregonerie  e via discorrendo esistano davvero e non siano solo leggende metropolitane da ubriaconi del west un po’ come le leggende e le superstizioni che i marinai di un secolo fa si raccontavano a bassa voce durante le notti di luna piena. Sfogliando le pagine leggiamo così le gesta incredibili di Patricia Hillwick un’anziana fuorilegge, un tempo bellissima, e dalla mira infallibile, ormai decisa a far parte dei buoni dopo una delusione d’amore; facciamo conoscenza con Twilight Jackson perseguitato dalla sinistra maledizione di attirare i fulmini durante i temporali e destinato a incontrare a Baton Rouge un eccentrico scienziato che ha inventato la macchina del tempo; ci perdiamo nelle nebbie di Cherokee Hill in compagnia di una strana coppia di becchini, di un plotone di soldati sterminato dagli indiani, di un superstite neanche tanto vivo con un duello in sospeso con un indiano;  facciamo visita al saloon di Moose pieno di puttane, ubriaconi e cowboy e assistiamo a una partita a poker molto, molto particolare;  siamo testimoni dei tormenti interiori di un giovane prete cattolico, padre Norton, che dopo aver resistito strenuamente alla tentazione, peccato dopo peccato, precipita verso la dannazione, innamorato perdutamente di Virginia Gilles; infine rincontriamo Patricia Hillwick decisa a fare i conti col proprio passato e a diventare una leggenda. La strepitosa cover sui toni del violetto è di Jessica Angiulli e Lucio Mondini di Diramazioni.

:: Recensione di “Monza delle delizie” di Sergio Paoli

13 aprile 2010 by

monza deliziePer alcuni il fatturato è un dio, simile a quelle oscure divinità azteche alle quali si credeva si dovessero tributare sacrifici umani, e infatti gli si sacrifica tutto etica, integrità, onestà, perché il mondo degli affari, il business, è sempre più una giungla in cui managers, dirigenti, quadri con i loro bei completi di alta sartoria, i rolex d’oro, le auto di lusso non hanno più moralità delle belve assetate di sangue e privi della minima compassione o umanità vogliono tutto, vogliono distruggere i concorrenti, vogliono guadagnare soldi, rispetto, potere e non si accontentano dei metodi leciti. No signore, le nuove regole del gioco impongono di fregarsene altamente degli scrupoli morali, di danzare con il diavolo, di unire affari e malaffare, di approfittare dei favori dei politici corrotti, di collaborare con i criminali veri, quelli per cui la vita umana non conta niente, quelli per cui i traffici illeciti sono il pane quotidiano e quando succede è inevitabile che qualcuno ci rimetta la vita. E’ quello che succede in Monza delle delizie di Sergio Paoli un sindacalista scomodo nato a Viareggio e trasferitosi a Lecco che ha imbracciato la penna come un rivoluzionario imbraccerebbe il fucile e dopo molti racconti per il web e la raccolta di mini-racconti Rumori di fondo e il noir Ladro di sogni ci presenta una storia di managers e sangue, una vicenda inquietante perché ha tutti i connotati della realtà, del possibile anzi del molto probabile. Dietro le facciate dei palazzi in cui risiedono le sedi delle multinazionali, delle corporations pulsa un cuore nero e non facciamoci ingannare dalle profusioni di luci e faretti, dai km di moquette come velluto, dalle segretarie sorridenti in tacchi a spillo e troppo trucco che vegliano come vestali davanti agli uffici di questi managers rampanti figli della Milano da bere degli anni ’80, ora sono più cattivi, vendicativi, spietati c’è la crisi a giustrificare tutto, il falso in bilancio non è più un crimine di rilevanza penale, nascondere capitali nelle banche compiacenti del Lichtenstein o che so dei paradisi fiscali delle isole caraibiche è un gioco da ragazzi tanto poi chi indaga sugli illeciti ha le mani legate dai vincoli alle procedure di rogatoria internazionale. La si può far franca sempre a meno che non si presenti una variabile impazzita, un uomo onesto. E già perché a volte basta questo per far crollare come castelli di carte i piani più ben congegnati basta che un certo vicecommissario Federico Marini, metodico, abitudinario, inflessibile, idealista, coscienzioso, un uomo d’altri tempi se vogliamo, troppo bello per essere vero direbbero alcuni, si trovi ad indagare a mettersi in mezzo anche se non è detto che a punire i colpevoli ci si riesca proprio sempre.       
“Monza delle delizie”, Sergio Paoli, Euro 12,00, pagine 297, 2010, Fratelli Frilli Editore, collana Tascabili Noir

:: Recensione di Italian Sharia di Paolo Grugni

12 aprile 2010 by

paolo grugniNella più pura tradizione del romanzo di denuncia Paolo Grugni infrange il velo del perbenismo e dell’indifferenza con Italian Sharia un viaggio agghiacciante nel mondo dell’immigrazione musulmana in Italia. Diciamo subito che Paolo Grugni è uno scrittore scomodo, uno scrittore che non ha paura di sporcarsi le mani con temi forti, di dare fastidio, uno scrittore che usa la letteratura non per farci passare qualche ora di evasione ma per sbatterci in faccia le nostre colpe, la nostra indifferenza, la nostra incapacità di indignarci veramente davanti alle ingiustizie tanto da spingerci ad agire, ad uscire dal nostro letargo. Paolo Grugni scuote le coscienze, ci graffia via dalle facce quella smorfia di supponenza che ci fa guardare lo straniero come altro da noi, come alieno. Innanzi tutto questo libro non è frutto di improvvisazione, Grugni si è documentato per anni, ha sviscerato il problema dell’integrazione, ha studiato fatti di cronaca, ha raccolto testimonianze, poi ha deciso che la formula del romanzo poteva avere lo stesso impatto del reportage giornalistico e ci ha posto davanti un libro che è nello stesso tempo un dilemma morale. Ci frega davvero qualcosa di tutte quelle ragazzine musulmane che vengono in Italia o ci nascono, conoscono il nostro stile di vita, magari si innamorano di un ragazzo italiano e vengono per ciò rifiutate e uccise dai loro familiari perché giudicate non delle brave musulmane? Al protagonista di Italian Sharia importa sì, tanto da decidere che è ora di agire, che chi salva una vita salva il mondo intero e ci mostra come dovremmo comportarci se fossimo anche solo borghesissime “brave persone”.
Italian Sharia, Paolo Grugni, Euro 14,00 , Anno 2010, pagine 203, brossura, Perdisa Pop, Collana Corsari.

:: Recensione de La profezia della dama Shizuka di Takashi Matsuoka a cura di Giulietta Iannone

11 aprile 2010 by

1Giorni fa, girando per un mercatino dei libri usati, mi è caduto l’occhio su un libro di qualche anno fa che ha subito attirato la mia attenzione, intitolato La profezia della dama Shizuka e scritto da Takashi Matsuoka, uno scrittore americano, nato da genitori giapponesi, di cui in tutta sincerità non avevo mai sentito parlare.
Avviso subito che non è il genere di letture che prediligo pur tuttavia anche se è essenzialmente una storia d’amore ambientata nel Giappone di metà Ottocento tra una missionaria americana Emily Gibson e un giapponese Genji ultimo discendente del clan Okumichi, devo dire che l’esperienza di lettura è stata davvero piacevole.
Comunque non è solo una storia d’amore, ci sono spruzzate fantasy, streghe, fantasmi, leggende che danno alla narrazione, a tratti poetica, nel più tipico spirito nipponico, una dimensione onirica e ricca di fascino.
La trama è tutto sommato semplice. Emily arriva in Giappone con l’incarico di tradurre in inglese la storia della potente dinastia di samurai sulla quale aleggia un’ inquietante leggenda: in ogni generazione uno dei suoi membri viene investito del dono della preveggenza. Emily con l’aiuto di Genji affronta l’impresa con dedizione e spirito critico, per nulla disposta a credere alle leggende finchè non scopre uno scrigno di pergamene che contengono messaggi indirizzati a lei e scritti dalla dama Shizuka, una donna misteriosa vissuta cinque secoli prima e da tutti considerata una strega per il suo potere profetico. Presto Gengji per proteggere Emily, di cui non ostante l’appartenenza a due mondi diversi si è perdutamente innamorato, sarà disposto a sacrificare tutto pur di salvarla.
Per essere una storia d’amore comunque non è affatto sdolcinata o melensa anzi ci sono alcune scene davvero forti la cui lettura è consigliata ad un pubblico adulto. Tra le cose che ho amato di più la forte impronta poetica e l’amore per i dettagli. L’ambientazione è accurata, ben documentata, l’attenzione per i particolari è notevole dalla foggia dei vestiti, alla descrizione delle armi, alla psicologia dell’uomo orientale di fine Ottocento, lo scontro incontro tra oriente e occidente è non solo di maniera, ma ricco di riflessioni interessanti e perspicaci. In fondo è una favola dal retrogusto un po’ amaro che appassiona e incanta, un modo piacevole per passare alcune ore nulla più, ma in fondo cosa si può chiedere a un buon libro ben scritto.

Takashi Matsuoka è nato in America da genitori giapponesi che l’hanno fatto appassionare alla storia e alla letteratura nipponiche. Vive alle Hawaii dove lavorava in un tempio buddista zen prima che il successo del suo primo romanzo Nube di passeri lo spingesse a diventare uno scrittore a tempo pieno.

Source: acquisto personale.

:: Recensione di Il commissario e il silenzio di Hakan Nesser a cura di Giulietta Iannone

9 aprile 2010 by

IIl commissario e il silenzio di Hakan Nessermmaginatevi una ragazzina di dodici anni.
Immaginatela violentata, umiliata e
Uccisa. Prendetevi tutto il tempo.
Immaginatevi poi Dio.
M. Barin, poeta.

Per gli amanti del giallo nordico, e precisamente squisitamente svedese, Hakan Nesser è un nome sicuramente noto, una garanzia di qualità. Premetto che io sono un’appassioanata di Mankell o del compianto Sieg Larsson, per non parlare di Maj Sjöwall e Per Wahlöö, per cui probabilmente sono un po’ di parte ma senza voler essere eccessivamente celebrativa o incensante, in fondo mi limito a leggere per voi dei libri e a dirvi cosa mi è piaciuto e cosa no, posso dire che “Il commissario e il silenzio” ha senz’altro tre punti forti.
Innanzitutto l’ambientazione e l’atmosfera che si respira, rarefatta, malinconica, piena di luce tagliente tipica dei paesaggi nordici dove la natura sembra ancora incontaminata e autentica.
Poi lo scavo psicologico dei personaggi, accurato, credibile, soffuso di delicatezza e empatia.
In ultimo la denuncia sociale tipica della scuola scandinava e affrontata da Nesser con sincero impegno e condivisibile indignazione mista a sgomento.
Per quanto riguarda i punti deboli direi l’eccessiva lentezza specialmente nella seconda parte e il concentrare nel finale tutte le spiegazioni che hanno portato alla risoluzione del caso senza concedere al lettore durante la narrazione gli indizi necessari. L’effetto coniglio che esce dal cappello infatti è un po’ accentuato e toglie credibilità al finale a dire il vero inaspettato.
La trama è semplice e lineare tipica di una investigazione poliziesca: c’è un commissario, in questo caso il commissario Van Veeteren, e una vittima, o meglio alcune vittime, c’è una setta chiusa al mondo esterno e regolata dai soliti meccanismi che legano i guru ai propri adepti e c’è un colpevole enigmatico, difficile da identificare, evanescente come un’ombra.
Van Veeteren è un uomo stanco, sfiduciato, saturo per aver trascorso troppo tempo a contatto dei lati più bui e sordidi della società, anela alla pensione, alla pace, al silenzio ma si trova catapultato, quasi prigioniero di un’indagine tenuta in vita unicamente dalla sua ostinazione.
Senz’altro va ricordato l’ottimo lavoro di traduzione di Carmen Giorgetti Cima che ne ha fatto un’opera accurata e scorrevole.

Håkan Nesser – (Kumla, 21 febbraio 1950) è uno scrittore svedese di romanzi polizieschi. Ha insegnato lettere in un liceo, ma dopo il successo ottenuto dai suoi primi romanzi si è dedicato interamente alla letteratura. Molti dei suoi gialli hanno come protagonista il commissario Van Veeteren che vive nell’immaginaria città di Maardam, ubicata in un paese del nord Europa, verosimilmente la Svezia anche se il gulden, la valuta locale, e alcuni nomi potrebbero far pensare ai Paesi Bassi. L’altra sua serie di successo vede come protagonista l’ispettore svedese di origini italiane Gunnar Barbarotti che lavora nell’immaginaria cittadina di Kymlinge, in Svezia. I suoi libri sono stati tradotti in molte lingue, tra cui l’italiano, e da alcuni di essi sono stati tratti film o serie televisive.

Source: acquisto personale.

:: Recensione di Angeli perduti del Mississippi. Storie e leggende del blues.

8 aprile 2010 by

imagesAngeli perduti del Mississippi. Storie e leggende del blues. Fabrizio Poggi  € 15,00  2010  256 p., brossura Editore Meridiano Zero collana Mappe musicali. Prefazione di Ernesto De Pascale.

Mi sono avvicinata a questo libro con una sorta di reverenza mista a timore, poiché devo ammettere in tutta sincerità che sono una profana del blues giusto sapevo che si suona a New Orleans, che Billy Holiday  è una delle sue voci più evocative, che è una musica nata nel cuore delle piantagioni nelle comunità afroamericane degli schiavi del cotone.
Non sono una musicista ne un’ esperta di musicologia per cui mi sono detta magari è un libro noioso pieno di gerghi tecnici, di eccentricità per addetti ai lavori comprensibile solo da chi ha un bagaglio di conoscenze specifiche nel campo.
Ho dovuto ricredermi perché Angeli perduti del Mississippi, sotto le mentite spoglie di un dizionario del Blues, è un viaggio, un viaggio avventuroso nell’anima e nel cuore di un popolo che disperatamente cerca ancora un’ identità, una scoperta continua di ritmi, cadenze, aneddoti, slangs.
Ogni voce di questo dizionario è un piccolo tesoro da conservare con cura, da assaporare con gratitudine e più leggi e più ti incuriosisci, più sorridi toccandoti la fronte e dicendoti ecco cosa significava questa frase apparentemente banale colta un giorno in una canzone che so io di Jim Morrison o Bob Dylan.
Perché il Blues è un codice per iniziati, la voce gutturale e stonata delle guardie carcerarie o dei prigionieri che spaccano pietre sotto il sole impietoso della Luoisiana, è la voce dei balordi, dei giocatori d’azzardo, dei vagabondi che girano l’America sui treni della Grande Depressione. Il Blues è sporco, malinconico, triste, cola come una giornata di pioggia umida di palude, ti strappa l’anima. E’ la musica delle feste da ballo campestri della Louisiana dove il barbecue regna sovrano e la birra scorreva a litri. E’ la musica che accompagna le danze sensuali degli afroamericani -lo slow drag- il sabato sera nei juke joints, le bettole per neri del sud degli States.
Poggi ha il cuore del bluesman e la leggerezza narrativa del raccontatore di favole irlandese seduto accanto al fuoco di torba e grazie a lui impariamo a conoscere Robert Johnson il più famoso esecutore di Delta blues di tutti i tempi, divenuto leggendario per aver venduto l’anima al diavolo ad un incrocio in cambio di una superlativa tecnica chitarristica, leggenda alimentata anche dall’oscurità dell’artista di cui per decenni non si sono viste immagini e dai testi delle sue canzoni colmi di riferimenti erotici e peccaminosi.
O scopriamo che Mojo è il nome del più famoso talisamano portafortuna del mondo del Blues e che proprio New Orleans e la Louisiana sono i luoghi dove esercitavano le migliori fattucchiere di magia nera.
Lunghissima la voce dedicata a Bob Dylan.
Al termine di quasi ogni voce un disco consigliato e se abbiamo la pazienza di raccogliere ogni suggerimento ci darà uno spunto davvero prezioso per rinfoltire la nostra collezione di Blues. Che dire ancora leggetelo, imparerete cose che di solito non si leggono sui libri.

Recensione di Giulia Guida: Corpi estranei di Paola Ronco

8 aprile 2010 by
cop_paola-ronco"Casi difficili, residui complicati di infauste ideologie". [Rileggendo "Corpi Estranei", P. Ronco]
Una gamba zoppa, cattiva, malata, trascinata sulla pagina bianca come l'unico ricordo di un dolore che non ha memoria. Una gamba che scatta nervosa, un grumo nodoso di speranze infrante, di vite interrotte, di spari che risucchiano l'aria. Una gamba che si inghiotte le urla di una giornata andata di traverso, come mai sarebbe dovuta andare- e ogni muscolo strappato si fa lastra di vetro, ogni tendine tagliato cade in un mucchio  di cocci che scorrono veloci, tasselli a incastro di vite al rallentatore, sotto una pioggia insonorizzata che non riesce a lavar via le macchie calde di sangue dalla strada.
Tutto quel sangue, due anni prima.
Una sequenza di piccole crepe che si aprono nella gamba dell'agente Cabras, spine pungenti che lo aiutano a non dimenticare mai del tutto.
Che dell'uomo che era è  rimasto ben poco.
Violento Cabras, puttaniere Cabras, un odio armato, il suo. Quello di un tempo.
E poi la manifestazione, due anni prima.
Una pistola nella sua mano, una traiettoria forzata, precisa, senza errori.
Un ragazzo che cade come un pupazzo di pezza ai suoi pedi, ancora un sorriso rosso di rabbia a solleticargli le labbra, beffardo.
Gli occhi di una ragazza davanti a lui, fissi sul suo corpo in caduta libera, invecchiati d'improvviso d'un vuoto bianco, che non si riscrive.
E tutta quella gentilezza- quell'affannata gentilezza dei suoi colleghi d'ufficio- gli scolpisce dentro piccole gocce di veleno che restano lì, sospese per tempi peggiori.
Sono sempre tutti così  gentili con Cabras.
Olcese, che ogni mattina nel suo ufficio gli fa la telecronaca di tutte le ultime notizie, come se lui fosse ormai fuori dal giro e non potesse più neanche prender in mano un giornale senza sentirsi male. Senza iniziare a ricordare quello che il suo respiro strangolato gli sibila ogni notte. Le sente, le pareti d'ovatta che gli si sono arrampicate addosso, dopo due anni di giorni artificiali, senza fughe in volata, in un coma forzato di sensazioni sedimentate in endovena. E Mongardi con le sue premure agitate, da amico di sempre, che non vuole accorgersi della tempesta elettrica che gli attraversa gli occhi, a quel povero diavolo di Cabras, vuole solo che rimandi, che non prenda coscienza di quel che è accaduto a cambiare per sempre le carte in tavola, a portarlo controvento.
Solo solo brutte storie e sono tutte puttanate, maurìn. Non c'è  niente di vero. Tutti ci saremmo comportati così, se fossimo stati al tuo posto. E dai che non ti fa bene legger quelle cosacce su di te, dopo tutti gli sforzi che hai fatto per metterti un pò a posto. Certo a capitare proprio a uno come te, che cose ingiuste nella vita.
Lo fanno per il suo bene, per non farlo sentire a disagio, in imbarazzo, ai margini. Come se giorno dopo giorno non ci si buttasse lui sempre più a bordo pagina.
Cabras è il corpo estraneo, è l'uomo mangiato dalla furia di pochi attimi, e dopo non rimane che il vuoto. Un vuoto immenso, cercato, non richiesto, invocato più  della morte e della vita.
Diventa l'assenza che non si riempie con niente, il buco di memoria che non si richiude, la perdita che cerca solo altre mancanze simmetriche, la luce spenta che non vuole penombre, il desiderio di disintegrare ogni confine del proprio corpo e trovare il modo di scomparire completamente.
Ma Paola Ronco parte da qua, da questa solitudine atrofizzata, per raccontare gli spazi pieni di altri vuoti, quelli che nessuno vede, le parole scure nel silenzio di piombo.
Silvia, un'addetta stampa precaria, voce che trema e occhi insicuri, un paio di gambe che sentono di star sempre nel posto sbagliato ovunque si trovino.
Silvia che si sente addosso tutte le pressioni del mondo. Silvia che deve consegnare tutti i lavori in tempi record, non mancare agli appuntamenti, essere una ragazza ideale, rispondere a tutte le chiamate.
Non assentarsi mai. Nessuna distrazione, nessun lapsus, nessuna dimenticanza.
Silvia che si sente tirata da una parte all'altra, senza una direzione sua. Silvia che si chiede se tutte le sue scelte fino a quel momento non le abbia fatte qualcun altro al posto suo. Silvia che non si sente più e non si riconosce. Silvia che si distacca per qualche istante dal mondo intorno a sè e tutti sono pronti a puntarle il dito contro. Perchè lei non ama abbastanza o lo fa distrattamente, non dimostra i sentimenti quanto dovrebbe, non è presente quanto potrebbe. Silvia che si infila tra le labbra tutta l'insoddisfazione del mondo e si muove pesante, tra le cose, eppure è inconsistente, invisibile, respira in automatico. E intanto mastica righe piene di incisi non detti, di parentesi al margine che nessuno riesce a leggere mai, di commenti a piè di pagina che tutti saltano senza interesse. Perchè Silvia è lì, quella che vedono, non ci può star niente di più sotto.
E Alessia, studentessa universitaria che arranca tra un esame e l'altro, tra corsi da frequentare e professori così stronzi che ti domandi perchè mai in una società  del cazzo, con la vita sotto contratto a progetto, ci hai anche pagato le tasse per svariati anni all'università, che a leggerti da sola quel manuale in sanscrito del quindicesimo secolo avanti cristo avresti fatto prima.
Alessia che è un'ex attivista politica, una ragazzina con le palle che un tempo correva forte, una grinta insofferente che le montava negli occhi lucidi, le innervosiva le mani, le pizzicava le gambe.
Alessia che adesso vive fuori tempo massimo e a volte si sente persa nella notte, spezzata da un dolore a cui non riesce a dare un nome.
Alessia che è innamorata di Silvestro a modo suo, di un amore rapace da terapia, che le faccia da tranquillante per gli incubi e le macchie nere di un passato che non perde colore.
I vuoti di queste due donne che valicano il limite, destinati a scontrarsi inesorabilmente nel circuito chiuso di disperazione di Cabras. Mentre in primo piano una Torino splendida vive e respira sotto i piedi dei suoi personaggi e il misterioso caso della banda dei giustizieri continua a seminare l'aria di un panico sospetto.
Con questo suo primo romanzo, in cui si fa cantastorie del non detto, Paola Ronco ha dato un'enorme prova di talento, lasciando che ogni personaggio riscriva sotto le righe la sua versione ufficiale dei fatti, riempia le pagine di tutti i suoi desideri andati a perdere, scarabocchi il foglio bianco delle pause giuste, quelle dei suoi vuoti d'aria- e lo ha fatto tirando fuori il nero da quel perverso gioco a incastro di vite portate all’estremo, che rimane sul fondo e che non si può dire. Perchè nessuno, quasi mai, lo capirebbe. 

Petizione online per Munir Mezyed premio nobel per la letteratura

7 aprile 2010 by


Online petition – Nominate Palestinian Poet & Novelist MUNIR MEZYED for Nobel Prize in Literature
ترشيح منير مزيد لجائزة نوبل للآداب