Recensione di Nicola Fabio Vitale: Stabat Mater di Tiziano Scarpa

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stabat-mater“Signora Madre, è notte fonda…”, inizia così il libro di Tiziano Scarpa, Stabat Mater (Einaudi, 144 pagine, 17,00 euro), vincitore del premio Strega 2009. Il libro è un lungo racconto, una lettera infinita scritta dalla protagonista, Cecilia, a sua madre, la donna che l’ha abbandonata in un orfanotrofio nel quale vive fin dai primi istanti della sua giovane vita. La lettura delle prime parole trasmette subito le sensazioni che la tormentano. Pensieri che, come il suono di una dolente litania, esprimono tutta la sua angoscia, sofferenza, dubbi sospesi lungo il filo di una costante tensione, il sintomo di una profonda lotta interiore. Una drammatica altalena che oscilla tra la voglia di vivere o abbandonarsi alla morte, accompagnata dalla fredda consapevolezza che l’unica persona che può far qualcosa per salvare se stessa è solo lei, Cecilia. Il pensiero è costantemente rivolto a sua madre cui è unita da un profondo rapporto di amore e odio, riverenza e risentimento: “Io non vi penso, e voi non esistete…Certe volte mi viene da pensare: oggi non sto pensando alla mamma. Mi vendico così”. Un legame costellato, inoltre, da tanti dubbi, dal desiderio di conoscerla, incontrarla, scoprire le sue sensazioni e la semplice curiosità di scoprire se si ricorda di lei. Il pensiero costantemente rivolto a sua madre e una riflessione sulla maternità, una donna che mette al mondo un bambino gli regala la vita e, al tempo stesso, la morte. Considerazione che giustifica la venerazione per la madre di Dio capace di regalare a suo figlio la vita eterna scatenando un odio ancor più profondo nei confronti di sua madre perché l’ha abbandonata in un luogo, l’Ospitale, nel quale Cecilia avverte la sensazione di non essere mai nata, un luogo nel quale si sente nulla. “Signora Madre, io non sono niente, io non esisto. Potrei morire in questo preciso momento e sarei subito dimenticata” è il suo pensiero, accompagnato dalla triste consapevolezza che l’Ospitale è l’unico posto che l’ha accolta mentre lei continua a rivolgersi al fantasma di sua madre. Consapevolezza che alimenta ancor di più il suo tormento. Nel racconto l’odio si alterna ai rimorsi e ad altre sensazioni. Arriva, infatti, il momento in cui Cecilia si rende conto di non sapere nulla di sua madre, di cosa l’ha spinta a comportarsi in quel modo e avverte anche l’esigenza di averla vicino perché vorrebbe il suo aiuto per diventare donna.

Cecilia vive di immagini che esprimono tutto il suo malessere. Visioni che cercano di descrivere il momento in cui è stata messa al mondo, descrivono il luogo dove vive, le compagne di sventura, le suore e i sacerdoti. Immagini che sembrano doverla travolgere, definitivamente, da un momento all’altro.

Cecilia vive, inoltre, un legame profondo con la morte e la musica. La morte, la signora dalla testa dai serpenti neri, è l’interlocutrice immaginaria di Cecilia, che sente l’esigenza di dimostrarle di non temere la sua presenza costante e, al tempo stesso, cerca in lei una forma di conforto, una figura cui piacere: “Pensavo che ti sarei piaciuta. Che mi avresti chiesto qualcosa”.

La musica, l’ennesimo rapporto di odio e amore. La menzogna con la quale le ragazze dell’Ospitale comunicano con l’esterno, che le porta ad essere altro, la maschera che nasconde tutta la loro afflizione. Ma, al tempo stesso, è anche altro, il desiderio di riuscire a scrivere di pensieri armoniosi come le note musicali scritte su uno spartito e poi liberate nell’aria, è la voglia di esprimere tutto il dolore attraverso la musica per poi rinascere.

Leggendo il libro si corre il rischio di essere travolti dal dolore della protagonista. Il dolore, però, è un chiaro indizio che Cecilia è viva, e, pagina dopo pagina, emerge chiaramente che il tormento della ragazza esprime tutta la sua voglia di vivere e di riappropriarsi di se stessa. Desiderio talmente forte che anche l’arrivo del nuovo insegnante di violino e compositore, Antonio Vivaldi diventa una minaccia quando le chiede di suonare la sua musica. Cecilia, infatti, ha un solo desiderio: “Voglio sentire il suono delle cose, senza suonarle. Voglio uscire da qui e fare rumore, soltanto rumore”, la musica, a questo punto, è, definitivamente, una finzione che la renderebbe ancora prigioniera. Una sensazione dalla quale emerge tutta la necessità di essere se stessa, la voglia di vivere esperienze solo immaginate osservando squarci di mondo. Esperienze e sensazioni diverse da quelle provate nell’Ospitale, il luogo che ha ospitato tutto ciò che, suo malgrado, ha travolto la sua giovane esistenza provocando tutto il suo malessere, il luogo nel quale sa che non le potrà mai provare. Il desiderio quasi inevitabile di chi si sente prigioniera del suo sfortunato destino, riappropriarsi di se stessa, la porta, inevitabilmente, verso il momento in cui decide di prendere una direzione opposta rispetto a quella che è stata costretta a seguire fino a quel momento. La decisione che la porta verso una nuova direzione, un mistero che, però, questa volta, ha scelto di affrontare liberamente, con le sue mani.

Un bel libro che, a mio avviso, trasmette molto bene le sensazioni, il tormento, lo stato d’animo e i desideri di chi vive una situazione come quella di Cecilia.

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