:: Recensione di "I segreti di Degas" di Elio Capriati

6 aprile 2010 by

showpic“I segreti di Degas” dello scrittore napoletano Elio Capriati, già noto al pubblico per il suo libro d’esordio “Ritratto di famiglia. I Meuricoffre” che partecipò nel 2004 alla selezione del premio Campiello,  è senz’altro una piccola perla nel panorama letterario italiano, un piacevole e delicato omaggio alla città di Napoli e all’arte. Certo tutti conoscono le celeberrime ballerine di Degas ma forse non tutti sanno che è esistito un ramo napoletano della famiglia Degas e in questo gradevolissimo libro impariamo a farne la conoscenza. Tutto inizia a Parigi un mattino dei primi del novecento quando il giovane poeta Paul Valery si recò in visita all’atelier dell’ormai anziano Edgar Degas ed ebbe modo di sentire così raccontare dal Maestro l’avventurosa vita del nonno Renè-Hilaire Degas e della sua turbolenta famiglia. Capriati ci porta con mano lieve nel passato fino al tempo della grande rivoluzione del 1789 quando il nonno di Degas ebbe parole di tenero conforto per Maria Antonietta diretta al patibolo e per questo dovette scappare lasciando la Francia per rifugiarsi a Napoli e da questo episodio prende l’avvio la storia, una storia ricca di rocambolesche fughe, personaggi pittoreschi, aneddoti curiosi in cui la realtà documentata da un attenta analisi di documenti d’epoca si intreccia con la fantasia dell’autore, così partecipe dei fatti raccontati da risultare mai sopra le righe o inopportuno. Un velo di malinconia ricopre tutta la narrazione e si accresce nell’epilogo quando un Paul Valery ormai maturo ricorda un lontano giorno di fine settembre del 17 quando gli annunciarono la morte di Edgar Degas. I protagonisti delle vicende che gli aveva raccontato ormai erano tutti morti restavano di loro solo i quadri di famiglia a custodire i loro segreti.   

:: Recensione di Troppo Piombo di Enrico Pandiani

5 aprile 2010 by

troppo piomboIn una Parigi fredda e plumbea, addobbata con luci e luminarie come un gigantesco luna park in attesa di accogliere i turisti per Natale, un killer violento e feticista inizia a uccidere le giornaliste della redazione di “Paris24h”.
Chi meglio del manipolo superstite di eroi conoscriuto in Les Italiens e delle nuove reclute unitesi strada facendo, può mettersi sulle sue tracce e risolvere il caso?
Questa volta però il nostro commissario Jean-Pierre Mordenti di cui finalmente conosciamo nome e cognome dovrà vedersela soprattutto con se stesso e andare contro alla pericolosa abitudine che ha di innamorarsi sempre di donne fatali e misteriose con molto da nascondere e poca voglia di collaborare.
L’inizio è di quelli che non si dimenticano, violento, sgradevole, un pestaggio che risulta un pugno nello stomaco anche per il lettore e farà arricciare non pochi sopraccigli, ma non lasciatevi spaventare, continuate a leggere e non ve ne pentirete.
Sin da subito Mordenti inizia a sospettare una vendetta maturata all’interno della redazione ma c’è dell’altro, qualcosa che ancora gli sfugge, l’odio che ha generato tanta violenza non poteva che aver avuto origine nel passato e per scoprirlo non si poteva far altro che scavare nella storia personale della prima vittima, certo una giornalista rischia di irritare parecchia gente dentro e fuori dal giornale ma per causare una reazione così esagerata doveva essersi macchiata davvero di qualche colpa davvero grossa.
Poi una foto attrae la sua attenzione, una foto in cui la prima vittima Therese Garcia è ritratta sorridente in redazione con alcune sue amiche giornaliste, subito avverte che in quella foto è racchiuso un mistero, la chiave di volta del caso e infatti quando le donne ritratte iniziano a morire con le stesse modalità Mordenti ha la certezza che quelle donne in un certo senso erano complici di qualcosa di davvero terribile. E non sarà facile capire cosa.
Mordenti e i suoi uomini infatti si troveranno a barcamenarsi tra sfilate di moda alternative, rivolte delle banlieues, e i veleni della redazione del giornale parigino, scansando questa volta invece che le pallottole, ma non dubitate che non mancheranno anche quelle, falsità, colpi bassi e pettegolezzi di un mondo pieno di invidie, slealtà carrieristiche e veri e propri odi mortali. Ma i nostri ragazzi sono dei veri duri, non si faranno certo impressionare e pagina dopo pagina ci accompagneranno rivelandoci il volto dell’inatteso colpevole e le sue agghiaccianti e ferree motivazioni.
E’ un noir duro e con venature più splatter e cupe del precedente anche se non privo di ironia e di romantiche digressioni molto chandleriane. Le atmosfere ricordano se vogliamo la Parigi di Leo Malet il capostipite del noir francese pur tuttavia mantengono un’ unicità e un’originalità davvero non comuni. Chi ha amato Les italiens non potrà che divertirsi leggendo Troppo Piombo, confermando la certezza che Les italiens non era solo un fuoco di paglia o una meteora estemporanea destinata a spegnersi. Pandiani è bravo e gli amanti del noir possono stare tranquilli ci regalerà ancora splendidi libri.

Recensione di La coda del diavolo di James C. Copertino

3 aprile 2010 by

9788895049205gPer gli appassionati dei thriller d’azione, la Coda del Diavolo sarà una piacevole sorpresa soprattutto perché è scritto da un italiano e non ha nulla da invidiare ai vari maestri del genere d’oltre Oceano. Scritto da un veterano dei corpi speciali che ha passato il suo tempo tra Libano, Iraq e Afghanistan ha il pregio dell’autenticità, si sente che seppur mantenendo i contorni di un’ opera di fantasia, per lo meno le riflessioni, le psicologie dei personaggi, gli scenari sono realistici e credibili. Dettagliato e accurato nelle scene d’azione non manca di una certa amarezza che stempera la violenza mai esaltandola o accentuandola per renderla più spettacolare. Copertino descrive infatti una certa realtà presente nelle zone di guerra e ci porta ad analizzare le cause più profonde che hanno generato questi scenari, obbiettivamente senza retorica o accenni trionfalistici. Ci troviamo così in mezzo ad attentati, prese di ostaggi da parte di bande terroristiche, lanci con il paracadute, artificieri che disinnescano bombe, infiltrazioni subacquee e  tutto è così realistico che ci chiediamo se davvero il nostro mondo è così. Protagonista un’ unità molto speciale tutta italiana la cui esistenza è una faccenda quantomeno riservata che si troverà a contrapporsi a terroristi brutali e determinati per la ricerca di un’ arma davvero letale capace di dare a chi la possiede possibilità illimitate . Copertino analizza il terrorismo con un occhio lucido e disincantato e cerca di far luce sulle sue mille ramificazioni. Non mancano scenari esotici, ironia, descrizioni tecniche di altissima precisione specialmente riguardo le armi e gli esplosivi, spruzzate di sesso, suspance, considerazioni geopolitiche. Purtroppo poco pubblicizzato alla sua uscita  colgo l’occasione di ripresentarlo ai lettori di Liberidiscrivere, sicura che vi regalerà ore di svago non prive di riflessioni.
James C. Copertino, La coda del diavolo – THRILLER – Armando Curcio Editore – Noir n.9 (supplemento al n.9 de “Le grandi autrici”) due vol. indivisibili – pagine 729 – prezzo 9,90 euro. La coda del diavolo al momento non è più in edicola, lo potete ricevere al prezzo di copertina, chiamando il numero verde: 800-834738.

:: Recensione di Anche i poeti uccidono di Victor Gischler

2 aprile 2010 by

Senza nomeE’ uscito finalmente per i tipi di Meridiano Zero “Anche i poeti uccidono” del talentuoso Victor Gischler stella nascente davvero nerissima del pulp noir, un’ opera che come ha avuto modo di dire lo stesso Gischler in una nostra recente intervista fa incontrare Elmore Leonard e Kingsly Amis. Per farvi un’ idea prendete gli eccessi del pulp e l’azione più adrenalinica , una miscela al calor bianco di  ironia e pallottole, una massiccia dose di  caustico humour nero che non scade mai nella farsa, e dialoghi al cianuro davvero esilaranti scheccherate il tutto e avrete il più puro stile Gischler. Questa volta ci troviamo in un campus univeristario ambientazione azzardata e insolita direte voi ma che ci fa subito capire il gusto di Gisheler di dissacrare e il suo amore per il rischio. Siete portati ad immaginarvi che le università americane siano luoghi esclusivi per gente snob, il tempio della cultura, tutti figurini intenti a tramandare il sapere e soprattutto i poeti ve li immaginate incapaci di far male ad una mosca tutti talento e romantiche sdolcinatezze esistenziali e  invece niente di più sbagliato, Gischler si diverte a spiazzarci, a gettarci polvere negli occhi, ci propone un gangster assurdamente determinato a scrivere versi su pallottole, regolamenti di conti e amenità varie, un professore di letteratura incasinato con una studentessa morta nel letto, una banda di psicopatici che ha intenzione di fare razzia nell’ameno e bucolico campus dell’Oklahoma. E se vi sembra poco aggiungeteci uno stile spassoso, frenetico, che non vi da il tempo di respirare e già siete alle prese con inseguimenti, macabri occultamenti, partite di droga, gente equivoca e sconclusionata. E se adesso mi lasciassi sfuggire che è un piccolo capolavoro, pensate che abbia osato troppo? E già solo perché non l’avete ancora letto vi frulla questa idea. “Anche i poeti uccidono” merita questa definizione ed oltre ad avvalersi della magistrale traduzione di Luca Conti, uno dei migliori traduttori italiani votati anima e corpo al noir, che non avrebbe mosso un dito se non fosse così, può vantare anche una raccomandazione di eccezione niente di meno che quella di Joe Lansdale che non alla leggera avverte che siamo davvero di fronte ad un vero piccolo miracolo. Sconsigliato vivamente unicamente ai deboli di cuore.    

:: Recensione di L'eredità del male di Flavio Vasile

2 aprile 2010 by

covervasileMonaco, 1939. Hans Bauer solerte agente della polizia criminale tedesca, la Kripo, protagonista del sorprendente "  L'eredità del male " di Flavio Vasile è un uomo del suo tempo, un uomo qualunque infondo, un uomo simile a molti tedeschi che si trovarono a vivere nella Germania nazista e anche se spaventati dal nuovo regime e dalla violenza che generava si trovarono incerti a chiedersi se Hitler fosse o no l'uomo nuovo, il salvatore della Germania in ginocchio dopo la sconfitta della Prima Guerra Mondiale. Hans Bauer è un uomo che si interroga, un uomo che si fa degli scrupoli, che intimamente detesta quegli esaltati che hanno preso il potere e non condivide il nuovo ordine imposto dal regime, un uomo che si chiede se i trionfalistici bollettini radiofonici, gli articoli giornalsitici, i cinegiornali non siano solo propaganda e  il Fuhrer  non sia solo un folle esaltato da manie di grandezza. Hans Bauer è tra i pochi a non conoscere direttamente la guerra, per le sue doti investigative infatti è considerato un elemento prezioso, irrinunciabile, e nella sua Monaco può restare a risolvere i casi cosiddetti di ordinaria amministrazione, i così detti panni sporchi da lavare in casa. Hans Bauer sa cosa le SS fanno agli ebrei, vive con orrore la violenza fine a se stessa, il mito della razza, la persecuzione dei non ariani. Sente che il male ha un volto, una dimensione, che la Germania nazista si sta trasformando davvero nel luogo più vicino all'inferno che si possa concepire. Ma deve essere prudente, non manifestare apertamente le sue idee per proteggere i suoi cari, per salvare la sua posizione così faticosamente conquistata. Anche se la sua coscienza non è un sudario, non è un abito da cambiare secondo le circostanze, il suo disagio interriore cresce ogni giorno, assieme alla consapevolezza che ci sono orrori che non possono essere taciuti o ignorati. Hans vive questo periodo oscuro con la speranza che la guerra finisca presto, che l'orrore rientri finchè non si inbatte in un caso anomalo. Quasi per caso viene rinvenuto il cadavere di una ragazza torturata e uccisa, vittima di un atto di inaudita violenza. Sin da subito Hans sente che qualcosa non va, che non è il solito delitto maturato negli ambienti della criminalità. Sin da subito ha una descrizione dell'indiziato un uomo alto, magro, con i capelli a spazzola, chiari, tendenti al grigio, occhi chiari, occhiali rotondi, una persona colta come un dottore, sempre vestito bene, calmo, con voce pacata. Un caso apparentemente semplice, basta trovare l'indiziato e il caso è praticamente chiuso. Ma niente è così semplice come sembra. Il modo in cui è stata uccisa la ragazza si rivela "strano", "singolare", chi ha mutilato la ragazza l'ha fatto con metodo e perizia, utilizzando il bisturi con abilità, con uno scopo quasi didattico si sarebbe portati a credere, cercando qualcosa. Presto le morti si moltiplicano, e un orrore senza fondo prende il sopravvento, l'orrore dei campi di concentramento, degli esperimenti su cavie umane, l'orrore del male assoluto. E Hans Bauer si trova solo a combattere tutto questo, solo con la consapevolezza che la follia ha mille volte e tutto ciò che può fare è ubbidire alla propria coscienza, perchè non ostante gli errori essere coerenti con se stessi è l'unica scelta che vale la pena di compiere.   

Giulia Guida intervista Paolo Grugni per Italian Sharia

29 marzo 2010 by

paolo grugniBenvenuto, Paolo. Innanzitutto grazie per aver accettato questa chiacchierata su "Italian Sharia" per Liberi Discrivere. Non è semplice spiegare l'Islam, soprattutto per un uomo occidentale. Perchè ti sei avvicinato al mondo islamico? Quali strumenti hai usato per confrontarti con questa realtà?
Non ho affrontato tutto l’Islam. Ma solo un aspetto specifico: ovvero di alcuni casi in cui ha negato i diritti delle donne. E di come e perché lo ha fatto. E su questo aspetto ho concentrato la mia attenzione, le mie ricerche, i miei studi. Un lavoro che, compresa la stesura del romanzo, mi ha impegnato circa due anni.
Hai scelto di affrontare un tema molto dibattuto negli ultimi anni, la condizione femminile nell'Islam, proiettata nel contesto socio- culturale italiano, partendo da eventi di cronaca. Perchè questa scelta?
Rimasi molto negativamente colpito dal caso di Hina, la ragazza pachistana uccisa nell’agosto 2006. In quel momento stavo lavorando a un altro romanzo, ma cominciai a selezionare il materiale. Da quel momento l’idea è andata trasformandosi fino a diventare un’analisi del rapporto Islam – donne nei suoi casi di oppressione e di sopruso (senza dimenticare che si tratta solo di un aspetto e non dell’Islam in toto) e uno spaccato sulla condizione degli immigrati in Italia.
Credi che la visione occidentale dell'Islam sia troppo criminalizzata, che la percezione della comunità islamica sia distorta per alcuni aspetti?   
Credo che tutte le religioni condizionino negativamente le società cui appartengono. E di solito si tratta di società economicamente deboli, nelle quali il sacro ha presa facile, e questo perché se non si trova una soluzione da soli, si aspetta l’intervento divino. Nelle società più evolute economicamente (leggasi per esempio i paesi nordici) avanza il processo di secolarizzazione e si avverte molto meno il bisogno di un dio. La visione occidentale dall’Islam si basa su quello che dell’Islam vede e tocca con mano e di solito è una visione distorta. Faccio un solo esempio: spesso si pensa al velo (inteso come hijab, ovvero il foulard che copre i capelli) come simbolo di oppressione femminile, mentre, se portato volontariamente, va inteso come simbolo di identità culturale. Un modo di ribadire il loro essere musulmane all’interno di paesi che non lo sono.
Dalla prima metà degli anni '90 si parla di femminismo islamico: unire le istanze religiose e la parità dei diritti attraverso una rilettura dei testi sacri. Credi sia possibile?
Ho avuto spesso modo di ascoltare l’imam Yahya Pallavicini, vice presidente del Coreis, ribadire che il Corano e le sacre scritture, manifestano il massimo rispetto nei confronti delle donne e la loro eguaglianza con gli uomini agli occhi di Allah. Ecco, bisognerebbe ripartire da questo per far capire che l’Islam tiene le donne nella giusta considerazione, ma allo stesso tempo bisognerebbe capire allora da dove nascono i soprusi e perché.
Uno degli aspetti che alcune attiviste musulmane evidenziano è la differenza tra codici di legge, umani e soggetti ad errore e la sharia (trad: la strada che porta all'acqua), che è ispirata dalla volontà divina, perciò eterna e immutabile. E' una differenza che il tuo libro mette in luce?
Da sempre c’è un uso strumentale della religione attraverso la locuzione “Dio lo vuole”. E così si attribuisce alla volontà divina Dio ciò che in realtà gli uomini vogliono. Gli omicidi dei ragazze ritenute “non buone musulmane” si rifanno in realtà a un codice d’onore patriarcale violato dal comportamento delle figlie e ritenuto gravemente scorretto. E l’onta non può che essere lavata con il sangue. Ricordo che anche in Italia,fino all’agosto 1981, i delitti d’onore godevano di una legislazione favorevole, erano infatti puniti da 3 a 7 anni.
Al- Hibri, attivista di spicco per i diritti della donna musulmana, scrive: "Perché indossare un velo dovrebbe essere oppressivo e portare una minigonna liberatorio?" Femminismo islamico non vuol dire quindi emancipazione occidentale.
Mi rifaccio a quanto detto prima sul velo aggiungendo che non è diventato solo un simbolo di identità culturale, ma di rifiuto di alcuni valori occidentali. Al tempo stesso è la chiave di accesso al mondo esterno, ovvero permette alle donne di uscire di casa, cosa che potrebbe essere loro proibita se si rifiutassero di indossarlo. A proposito di minigonna, ricordo che ancora negli anni Settanta anche la sinistra italiana non vedeva di buon occhio le ragazze che la portavano. Mentre il velo, solo trent’anni fa, era quasi sparito. Gli abiti si caricano di valori che vanno molto al di là della moda, si legano alle contingenze storiche.
Hai parlato di Islam con l'occhio di un sociologo. L'attenzione alle dinamiche sociali è una tua caratteristica.  Lo scrittore di oggi è chiamato all'impegno?
La parola scrittore è ampiamente abusata e viene usata anche per persone che hanno scritto dei libri, cosa completamente diversa. In ogni caso, lo scrittore non può non essere chiamato all’impegno, anche se questo suo agire potrebbe di fatto non incidere realmente sul problema. La scrittura è un fatto politico, sociale, culturale.
Il Paolo Grugni di "Let it be", "Mondoserpente", "Aiutami" in che modo si collega a quello di "Italian sharia"?
L’impegno nei confronti della scrittura stessa e l’analisi del sociale. Io questo impegno lo chiamo “militanza linguistica”. Se non si vuole libri che infastidiscano, consiglio di stare lontano dai miei. Anche se, di solito, la gente che legge i miei romanzi trova il mio “pessimismo comico” piuttosto divertente.
Vuoi dare ai lettori di Liberi qualche informazione sul tuo nuovo lavoro, "Il chirurgo rosso"?  
E’ una storia ambientata tra dicembre 1976 e marzo 1977 e ricostruisce la storia del Movimento del ’77. Ma lo fa sotto la veste di thriller, infatti si tratta di una caccia a un terrorista nero che uccide una serie di donne per motivi che qui non posso ancora svelare. La stesura è appena finita e a breve inizierò quella di “Metastasi”, analisi di tutti i cancri che divorano la nostra società.
Ti ringrazio davvero per la disponibilità, Paolo. A presto.

Recensione di Repetita di Marilù Oliva

28 marzo 2010 by

repetita[2]Lorenzo Cerè il protagonista e voce narrante di questo singolare romanzo "Repetita" opera prima di Marilù Oliva è sicuramente un personaggio che si farà fatica a dimenticare. Ti entra nel sangue, nei tessuti, nella mente e porta sconcerto, repulsione, simpatia in un mix davvero insolito e bizzarro. Lorenzo Cerè ci parla della sua infanzia, della sua passione per la Storia, del fascino morboso che la crudeltà umana perpetuatasi nei secoli esercita su di lui e i lettori o per lo meno io ho avuto la devastante sensazione di guardare davvero dentro la mente di un serial killer. Perchè Lorenzo Cerè è un serial killer, un assassino seriale di quelli per cui uccidere è un rito catartico capace di riportare l'ordine in una vita segnata da abusi e violenze di ogni genere. Lorenzo Cerè è l'anima nera, il lato oscuro che più o meno in modo latente alberga in ognuno di noi, è colui che saremmo potuti diventare se avessimo attraversato le sue prove, i suoi deliri, le sue agghiaccianti esperienze. Ma partiamo dall'inizio, il romanzo inizia presentandoci un uomo che cerca aiuto devastato da violente emicranie e si ritrova dopo diversi tentativi andati a vuoto nello studio di una psichiatra Marcella Malaspina, giovane, bella, e anticonvenzionale che veste come una rockstar e nello stesso tempo è competente e determinata ad estirpare e sconfiggere il male che vede vivere nei suoi pazienti. Questo incontro apparentemente banale, di routine, niente altro che il rapporto tra paziente e medico, sarà invece l'inizio di una rinascita, della ricomposizione di un' identità polverizzata e negata, della ricostruzione della capacità di provare sentimenti. Perchè l'amore è più forte della violenza, del male assoluto e anche se per tutto il romanzo cercheremo invano un lieto fine, una forma di totale salvezza al di là delle leggi umane e divine, consci dell'impossibilità di trovarla, anche solo un' illusione d'amore a volte può bastare a interrompere e spezzare la catena di dolori e di soprusi. "Repetita" è un noir nel senso più profondo del termine, un viaggio nel lato oscuro della storia e dell'umanità, nel meccanismo perverso che fa si che la violenza e il male si concatenino sempre in una lunga serie di causa ed effetto e che ogni atto crudele, spietato, disumano non è mai privo di conseguenze specialmente se fatto su chi come i bambini non sa e non può ancora difendersi. Lo stile è diretto, limpido,  a tratti poetico, privo di cedimenti, e sa creare una tensione e un'aspettativa pur rivelando fin dall'inizio chi è il colpevole. Raramente ho letto un libro così ben scritto e non ostante i temi forti trattati e alcuni passaggi davvero inquietanti consiglio vivamente di leggerlo soprattutto a coloro che hanno perso la speranza nel potere salvifico della parola e dell'amore.  
Perdisa Pop Collana Walkie Talkie diretta da Luigi Bernardi Pagine 192 Prezzo 14,00 euro  

Recensione di Razz! Politici d’azzardo di Augusto Grandi.

27 marzo 2010 by

razzChi sono i grandi burattinai della politica, dell’economia, della cultura? A questa domanda Augusto Grandi giornalista, da più di vent’anni corrispondente da Torino del quotidiano “Il Sole 24 Ore” risponde con un romanzo, caustico, sulfureo, tagliente capace di toccare i nervi scoperti della nostra società con competenza non priva di divertita ironia. Grandi non si inchina al potere, anzi lo sbeffeggia, lo descrive come realmente è, una macchina guidata da uomini molto spesso mediocri, grotteschi, fondamentalmente falliti, con cultura zero e velleità carieristiche di proporzioni bibliche. Non da meno le donne che li affiancano, usate come  oggetti veri e propri strumenti di prestigio e di potere. In una Torino lontana dall’immagine solita di città industriale e laboriosa si muovono infatti personaggi dubbi in un sottobosco degradato e degradante dove chi comanda davvero non cerca un posto sul palcoscenico della politica, ma si colloca dietro le quinte, muove denaro, scambia voti per favori, manovra nell’ombra, stringe alleanze, disegna strategie, tesse tutta una tela di corruzioni più o meno eclatanti. Quello che colpisce infatti e che meschini e gretti sono anche i difetti, gli odi, le invidie, che agitano questo mondo dove l’etica, i valori, le ideologie sono concetti scomparsi e polverizzati. Non si combatte più per un ideale, un credo, un sogno, non c’è poesia, non ci sono Robin Hood che rubano ai ricchi per dare ai poveri, ma semplici ladri e malversatori, concorrenti sleali e amici solo di se stessi, burattini egoisti in un teatro decadente dove l’opportunismo è la sola legge imperante. Non a caso Grandi associa la politica al gioco d’azzardo, un gioco d’azzardo al ribasso dove chi ha meno punti vince. Anche il linguaggio si adegua alla levatura morale dei personaggi e ben lo rappresenta. I dialoghi  sono infatti crudi, volgari, fastidiosi, e ci danno uno spaccato di vita vissuta, ci gettano in un mondo che ha ben poco da insegnare e pretende di regolare la vita di tutti. Esilarante citazione di “Se uno non ha coraggio non può darselo” attribuita ad un fantomatico Sciopearauer. Non ostante quanto detto, non è un romanzo pessimista e chiuso, ma anzi c’è spazio per personaggi positivi che si ribellano a questo magma di fango e detriti e nuotando controcorrente non si arrendono, sono giovani, capaci di credere in ideali, ancora puri e non corrotti, una nuova generazione che si appresta a portare una ventata di speranza. 

“Libera la tua mente, però fallo come noi.” [Rileggendo “Flemma”, A. Paolacci], a cura di Giulia Guida

26 marzo 2010 by

flemLa prima premessa è che il disadattamento è demodè. La seconda è che hai cercato in tutti i modi di riconquistare la tua unicità in questo mondo a cubicoli con l’aria condizionata spenta e lo scarico del cesso rotto, ma non ci sei riuscito. La terza – più che è  una premessa, una drammatica evidenza – è che sei profondamente convinto di esserci riuscito. Hai elaborato strategie mirabolanti per tornare ad essere di nuovo un individuo. Per poter riprendere in mano il tuo nome, i tuoi vestiti, la tua voce e metterti al margine. Perchè di base, da quanto hai dedotto dalla tua più o meno breve esperienza di vita, l’individuo è sempre solo. Un eroico furore gli anima lo spirito, puro e incorruttibile. Appena fuori dal cerchio del tuo fuoco sacro, al mercato nero più vicino venditori di idee e compratori di opinioni ti fanno segno di avvicinarti, che potresti trovarlo lì, quello che fa al caso tuo. Roba originale assicurata, col marchio di fabbrica stampato di fresco, solo qualche piccolo difetto qua e là a rifinire il tutto di quell’aria vissuta, da appestati borderline che quella gioventù bruciata anni ’70 strafatta d’acido, urlata a vuoto in un megafono, se la sarebbe sognata. Abbiamo trucchi nuovi, noi. Siamo dei vincenti. E i vincenti non perdono mai il controllo, non sbagliano mai obiettivo, non fanno mai niente per niente. Si dichiarano figli dell’anarchia, neomissionari dediti alla cultura del libero pensiero, della libera informazione, della libertà d’espressione. Si dichiarano liberi, per farla breve. Liberi di e liberi da. Una libertà non convenzionale, certo sempre di sinistra, ma alla fine non poi così sicura su da che parte stare, disinteressata alle posizioni da prendere, ai ruoli da gestire, agli impegni da rispettare prima di superare la data di scadenza e tritare giù nel secchio pacchetti 3×2 di slogan preconfezionati. Una libertà disinformata, perchè spesso ad esser così libero di informarti, finisci per non informarti affatto e trovi che annuire a tempo con le zazzere degli altri e applaudire col suggeritore in tasca non sia poi così riprovevole. Ti fa guadagnare tempo, ti permette di correre di più. Perchè i ragazzi di nuova generazione hanno l’arma giusta, signori: la velocità. Ogni notte si divorano chilometri di superstrada in un’aritmia di luci artificiali e risate sintetiche, ingoiano spensieratezza liquida e digrignano i denti tra sorrisi smaglianti e residui di insoddisfazione riciclata dai loro genitori. Ogni giorno affollano metro ed autobus, avari della loro noia da pièce teatrale, sputano cubetti mezzi sciolti di una rabbia che sbadiglia. Correndo. Sempre correndo a perdifiato. Disperdendo nell’aria ad ogni passo un pò più  del loro niente. Un niente cattivo, svuotato, che non si può scrivere perchè non ha spina dorsale. Ma va veloce, è un meccanismo perfetto ed essenziale, basato sull’aculturazione e sull’omologazione dei connotati identitari. La velocità è una prerogativa. Fermarsi è segno di debolezza, ti rende meno competitivo, ti affossa nella morsa dei perdenti, ti fa parte del sistema, ti preclude ogni possibilità di comunicazione autentica, ti isola a te stesso, ti rende un numero di matricola, ti  sbatte faccia al muro contro un traguardo che non taglierai mai, perchè sei troppo lento, non produci abbastanza e non consumi quanto dovresti. Non vendi né compri. Sei autosufficiente, un’entità a se stante, fuori da ogni definizione di coppia, gruppo, comunità. Sei un animale rapace, un lupo selvatico, una bestia che non si fa addomesticare. Tu sì che hai l’eroico furore solitario dell’individuo al limite. Quando riscopri la flemma, inizi ad essere percepito per quello che sei. Un campo minato a distanza ravvicinata, senza più un artificiere che sappia fare il suo mestiere nei dintorni. Non sei il terrorista, la mano umana che pianifica l’esplosione. Sei l’ordigno a orologeria e il conto alla rovescia inizia quando nasci. Per anni scegli di stare in silenzio. Accetti di costringerti ad un esilio forzato, di ridere a intervalli regolari risate preregistrate, di sbronzarti pur di non ascoltare le puttanate che ti bruciano l’ossigeno intorno, di condividere i tuoi letti sfatti con chi vorresti azzannare nella barbarie di una danza primitiva. Ti fai spirito della foresta e reclami sangue per rigenerare vita da una terra in via di estinzione. Essere pulsazione dei tuoi organi vitali, sentirti respirare nei tessuti e ridisegnarti tra nuove geometrie molecolari. Tirare fuori i denti, non più  per sorridere. Questa volta, forse l’ultima, per uccidere. Per questo sei carne e artigli. Per questo e per nient’altro sei gambe in movimento, per essere predatore oppure preda. Per questo sei circuito sinaptico, per attaccare o per fuggire. Rispondi a basilari istinti naturali, curandoti con quella lentezza necessaria a risvegliare i tuoi riflessi di sopravvivenza, in coma per eccesso di velocità. Scegli l’unica forma di vita incontaminata che ti rimanga, la flemma. La scegli nel sacrificio e nel rituale. Torni uomo. Ora, arrivati a questo punto del dicorso potrei anche sbagliarmi, ma io credo che Paolacci ce l’abbia fatta. Che l’abbia scritto, questo libro tanto atteso sulla e contro la nostra generazione. E che l’abbia fatto nel modo più spietato che poteva. In un crescendo dionisiaco di rock’n’roll e di vecchi cantastorie, “Flemma” descrive gli universi paralleli di una serie di storie che si inseguono tra Bologna e il Cilento. Davide, un attore di teatro che recita monologhi di satira, una maschera d’odio a coprire ogni sbavatura d’incertezza. Clara, una fumettista innamorata della morte, senza talento per la vita o forse con un talento troppo grande per pensare anche solo di affrontarla, per decidere da dove cominciare. Macaco, un ragazzo di provincia, soffocato da vent’anni di silenzi familiari e da quegli sguardi che ti dicono, con un ghigno che si divora gli occhi, che non andrai lontano. L’agente Lenzi, vissuta da sempre nell’ombra del proprio corpo, fagotto informe, corrosa dall’invidia per una generazione di belli ritoccati, di pelle elastiche e di pance piatte. Luca, un tredicenne orfano, messo al bando dai suoi coetanei, mandato in guerra contro una cattiveria che non si può scrivere, perchè è cattiveria del niente, il niente vuoto, nero di notte e di letargo della fantasia. Se arrivate all’ultima pagina di questo gran pezzo di critica sociale e vi chiedete che cosa ci sia di noir in un romanzo del genere. Beh. Vuol dire che in quel niente ci siete dentro fino al collo. Perchè nera è questa generazione d’automi e automatismi, nera è questa libertà fatta d’abitudine. E non ve ne tirerete fuori tanto facilmente.

Antonio Paolacci è nato nel 1974. Ha vissuto a Torre Orsaia (SA) fino alla fine del liceo, poi si è trasferito a Bologna, dove vive tutt’ora. Si è laureato in Discipline dello Spettacolo. Ha tenuto lezioni all’università e scritto articoli sul cinema. È stato lettore in casa editrice e ha collaborato con alcune agenzie letterarie. Dal 2008 coordina le giurie del premio “Lama e trama” e ha avviato un proprio studio editoriale. Un suo racconto è apparso nell’antologia Amore e altre passioni (Zona, 2005). Flemma è il suo primo romanzo.  Qui il suo blog.

:: Intervista a Giancarlo Oliani

25 marzo 2010 by

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Ciao Giancarlo, grazie di aver accettato questa intervista. Parliamo un po’  di te. Giornalista e scrittore. Ti ricordi il momento esatto in cui la scrittura ha iniziato a far  parte della tua vita?
No, non lo ricordo. Forse perché non esiste. Ma l’emozione sì. Quella è rimasta la stessa della prima volta, sia come giornalista che come scrittore. Ho una visione  “romantica” dello scrivere ma è con quella che faccio i conti ogni giorno. Amo raccontare le storie e condividerle. Certo, narrare fatti di cronaca è diverso che lavorare ad un romanzo, ma il mestiere di giornalista è un’ottima palestra per scaldare i muscoli della mente. Per cercare di esprimersi in modo diretto, semplice ed efficace.
Autore di romanzi noir ambientati nel passato. Perché  questa scelta? Il presente non ti attira come scenario delle tue trame?
Perché  il passato? Perché non voglio perderlo. E poi, in fondo, cos’è cambiato per le passioni umane? Ma al di là di questo trovo che il periodo tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, sia uno dei più fecondi della nostra storia sotto moltissimi punti di vista. Inoltre mi ha permesso di ridisegnare quadri di vita vissuta con paesaggi, colori e odori diversi; con personaggi miseri e miserabili, le loro paure, i loro sogni. Il presente lo vivo ogni giorno con il mio mestiere.
Il giallo, il thriller, il noir per molto tempo è stato considerato un po’  un genere minore, non vera e propria letteratura impegnata, non pensi che al contrario questo genere si presti grandemente ad un’analisi anche sociologica e profonda dell’animo umano e dei mali che affliggono la società?
Credo che il giallo sia diventato la corsia d’emergenza per comprendere la realtà sulle trafficate autostrade del conformismo e dell’informazione di parte, delle comunicazioni sciatte e scontate. Il giallo approfondisce, suggestiona,  non  descrive soltanto e  spesso lo fa molto meglio di un’inchiesta giornalistica.
Pensi che ci siano delle regole da rispettare per scrivere  un buon giallo?
Certo. Serve credibilità, varietà di situazioni, indagine psicologica, ironia e rispetto per il lettore.
Ti piacciono i fumetti, leggi Dylan Dog, Diabolik?
Adoro i fumetti. In particolare Diabolik. Non a caso le copertine dei miei libri sono state create proprio da Giorgio Montorio, disegnatore storico del fumetto dal tempo delle sorelle Giussani.
Quali consigli daresti ai giovani scrittori in cerca di editore? Uno scrittore americano a cui ho fatto la stessa domanda mi ha detto che era posta in modo sbagliato affermando che se tu scrivi un buon libro è l’editore che cerca te. Pensi che anche in Italia sia così?
Ai giovani consiglio di lavorare sodo, di essere onnivori nella lettura, di osservare la realtà sforzandosi di vedere oltre, di non aver paura di mettersi in gioco. Se questo non accade, meglio lasciar perdere. L’editore? L’editore in Italia non ti viene a cercare. Sei tu a doverlo fare.
Pensi che in Italia manchino dei corsi di scrittura creativa anche universitari come invece avviene nei paesi anglosassoni o pensi che siano superflui?
Scrivere è comunque faticoso e la scrittura deve essere curata, orientata, organizzata. Ben vengano dunque i corsi. Quelli seri, proposti da persone in grado di preparare e valutare. 
Tu sei a tutti gli effetti un professionista della scrittura. Pensi che ci sia molta trascuratezza e improvvisazione anche nel mondo del giornalismo? Ci sono qualità proprie che dovrebbe avere un buon giornalista?
Il rischio più grosso che corre un giornalista è scivolare nella sciatteria che alla fine significa mancanza di rispetto per il lettore. Un buon giornalista deve sforzarsi di scrivere innanzitutto in italiano, in modo comprensibile e semplice non semplicistico. Scavare nella notizia ed essere consapevole delle conseguenze derivabili da ciò che pubblica. 
Quale libro consiglieresti ai nostri lettori?
Domanda difficilissima, ma credo che i Promessi Sposi sia uno dei libri più ricchi dal punto di vista della forma e del contenuto che abbia mai letto. Per nulla scontato, nemmeno nel finale. 
Alla base dei tuoi libri c’è un difficile lavoro di ricerca. Ti sei divertito a consultare archivi magari polverosi in cerca di qualche argomento smarrito o introvabile?
Divertito? Da pazzi. Non immagini l’emozione. Sotto i miei occhi ho visto scorrere tantissime volte “l’isola che non c’è”, vite dimenticate, scenari consunti, colori sbiaditi. Li ho riverniciati. Sono andato anche per cimiteri e i cimiteri parlano. Ricordo ancora la ricerca per la mia tesi di laurea: un raro manoscritto del Cinquecento che affrontava l’argomento delle maschere, del mascherarsi e della pratica teatrale. L’ho trovato al British Museum di Londra, copie in Italia non ce n’erano. Sono riuscito ad avere il microfilm e così ho potuto lavorare sul testo originale che mi ha aperto un mondo sconosciuto: una delle tante isole perdute nel magma della letteratura.
Ti piace leggere in pubblico i tuoi brani?
Sì, ma dipende dal contesto in cui mi trovo.  In genere alle presentazioni preferisco parlare di argomenti che non riguardano strettamente il libro per riuscire a coinvolgere il pubblico. E funziona.
Utilizzeresti il linguaggio  dialettale tipico di autori come Camilleri?
Camilleri mi piace molto. La sua idea è stata geniale. Il dialetto? Certo che si può usare. E’ una lingua, l’ho già fatto, però con parsimonia e quando serve.
Qual è il tuo metodo di scrittura prima di arrivare alla stesura finale? Hai dei riti scaramantici prima di iniziare a scrivere?
Le prime venti righe sono fondamentali. L’attacco è fondamentale. Poi la storia viene avanti da sé. Mi faccio un abstract e poi comincio a pensare ai miei personaggi. Tutti pretendono grande attenzione ed io non posso deluderli. Non c’è un gesto scaramantico, ma per sapere se funzionerà, ho bisogno di provare un’emozione. Quella particolare emozione che finora non mi ha mai tradito.
Ti abbiamo conosciuto grazie a Marco Piva, alias il killer mantovano, cosa pensi di blog come Corpi freddi?
Marco è  preparatissimo, come pochi. Il suo blog è formidabile per i contributi e gli spunti che offre. E credimi è tutt’altro che facile. Anche in questo settore c’è molta improvvisazione.
Hai un agente letterario? Qual è il metodo migliore di trovarsene uno?
Si ce l’ho. Come trovarne uno? Farselo consigliare da qualcuno di cui ti puoi fidare.
Pensi che la gente legga ancora? Cosa si può  fare per invogliarla a leggere un libro?
La gente legge ma spesso lo fa per essere à la page e non per vera necessità, per non essere esclusa da un gruppo o
da una cerchia ristretta di individui che si riconoscono anche per il tipo di letture. Occorre promuovere gli incontri con gli autori nelle scuole, nei teatri, nei caffè. Insomma far entrare i libri negli ambienti più diversi. Cosa che in parte si sta già facendo. Trovo ad esempio importante l’utilizzo dei book trailers.
Leggi le recensioni dei tuoi libri?
Si le leggo. Come farne a meno? Beh, finora di negative non ne ho avute. Spero non succeda proprio con il prossimo libro!

:: Intervista a Luca Conti a cura di Giulietta Iannone

22 marzo 2010 by

luca-contiBenvenuto Luca su Liberidiscrivere, per me è un vero piacere averti con noi ed aiutare i nostri lettori a conoscerti meglio. La prima domanda è da sempre legata alle presentazioni. Descriviti dunque come se fossi un personaggio di James Crumley.

In questo caso preferisco il modo in cui Elmore Leonard descrive i suoi personaggi: dopo duecento pagine vieni a sapere, del tutto casualmente, che il protagonista del libro ha gli occhi azzurri e, dopo altre cento, che ha i capelli castani… Questo per dire che sono una persona come tante, che ha però la fortuna di fare il lavoro dei suoi sogni.

Giornalista e traduttore; come concili queste due professioni così  impegnative?

Le ho conciliate, a fatica, per qualche anno. Adesso faccio il traduttore a tempo pieno e il giornalista quando posso.

Sei specializzato in narrativa nordamericana e prevalentemente noir, faccio dei nomi Chester Himes, Charles Willeford, Elmore Leonard, Don Winslow, praticamente i più  grandi che molta gente non leggerà  mai in versione originale ma conoscerà essenzialmente tramite le tue traduzioni. Come vivi questa responsabilità?

La vivo bene, anzi benissimo. Soprattutto perché tradurre i romanzi di autori che stimo mi ha impedito di diventare scrittore in proprio, cosa di cui il mondo non sentiva certo la necessità. Ho quindi risparmiato ai lettori il tormento di leggere i miei eventuali romanzi, e cerco di ricambiare offrendo loro buone traduzioni. Non sarei mai stato all’altezza, che so, di Willeford o Crumley, e tradurre i loro libri è per me la cosa più vicina allo scrivere come loro. Un mio romanzo – che non è mai esistito e non esisterà mai – non mi darebbe la stessa soddisfazione. Credo di essere uno dei pochi cittadini italiani a non avere un romanzo nel cassetto. Anzi, non ho neanche il cassetto.

Quali sono i tuoi maestri letterari quelli che sono per te una continua fonte di ispirazione?

Non scrivendo narrativa non ho maestri letterari veri e propri. Quando scrivo articoli, recensioni o saggi cerco di avere ben presente lo stile di certi famosi giornalisti americani di qualche decennio fa, come il grande Mike Royko, o di un narratore contemporaneo come Carl Hiaasen, che ha sempre vissuto una carriera parallela nel campo della carta stampata. Chiarezza, semplicità e, se ci riesco, leggerezza di tocco. Pedanteria, mai.

Ho avuto modo di intervistare James Sallis e gli ho chiesto di dirmi qualcosa divertente sul tuo conto, il buon James ha eluso la mia domanda e mi ha detto che non poteva perché  sei una persona serissima e un grande professionista. Che effetto ti fa essere così stimato, oltre dai lettori, anche dagli autori che traduci?

Un effetto molto gratificante, ovvio. Soprattutto quando alcuni di questi autori chiedono espressamente di essere tradotti da me.

Il mestiere del traduttore, oltre ad essere un lavoro difficilissimo, è anche poco visibile, e spesso misconosciuto quando invece molte volte fa la differenza. Come affronti questo lato oscuro della tua professione?

Direi che il traduttore fa sempre la differenza, nel bene e nel male, e credo che negli ultimi anni se ne siano resi conto anche i lettori. Adesso capita sempre più spesso, prima di acquistare un libro, di andare a vedere chi l’ha tradotto, e non solo nella narrativa mainstream ma anche in quella cosiddetta di genere.

Quali sono le tue letture preferite quando non lavori, i libri che ami leggere nel tempo libero?

Leggo molta saggistica angloamericana, soprattutto a carattere musicale e di critica letteraria, mentre per quanto riguarda la narrativa col passare degli anni tendo sempre più a rileggere certi libri che conosco praticamente a memoria: che so, I tre moschettieri o Il buon soldato Sc’vejk.

Come hai fatto ad imparare così bene l’inglese? Pensi sia un dono naturale o ci sono dei segreti legati al metodo e alla tecnica oltre ad una buona memoria?

Quella per l’inglese è  una passione che mi porto dietro fin da piccolissimo. Già a quattro, cinque anni avevo la mania di tradurre dall’inglese e di riscrivere a mio modo i libri degli altri. I miei genitori non conoscevano le lingue, quindi devo per forza pensare che per quanto mi riguarda sia un dono di natura. Poi, è chiaro, ho studiato inglese dapprima a scuola e poi all’università, ma come traduttore sono completamente e testardamente autodidatta.

Chandler o Hammett?

Vado a periodi. Adesso Chandler.

Ti piacciono i film noir americani degli anni 50’? Quanto incide sul tuo stile la cinematografia di quel periodo?

Mi piacciono moltissimo. E per autori come Elmore Leonard o James Sallis sono una parte rilevante del loro immaginario. Quindi averne una buona conoscenza mi torna assai comodo.

Domanda tecnica, parliamo del tuo metodo di tradurre. Come ti prepari per un nuovo lavoro, quante stesure fai, come scegli i termini da utilizzare e come risolvi il problema spinoso dello slang americano?

Non mi preparo: attacco da pagina uno senza leggere prima il romanzo (a meno che non lo conosca già, ovvio) e cerco di arrivare in fondo il prima possibile, nel migliore dei modi. Faccio una stesura sola e correggo pochissimo. Ho scoperto col tempo che le intuizioni iniziali, per quanto riguarda la costruzione delle frasi e, soprattutto, il tono, sono quasi sempre le migliori. Questo vale per me, ovvio; ogni collega ha il proprio metodo. E’ un approccio molto jazzistico, per così dire; sono un buon improvvisatore e credo molto nelle reazioni immediate che mi suscita il testo. Muovermi all’interno dello slang mi è sempre riuscito facile, quindi è una cosa che non mi dà pensiero.

Preferisci tradurre dall’inglese o dal francese?

Dall’inglese.

Che libro stai leggendo attualmente?

La biografia di Franz Liszt scritta da Alan Walker e quella, appena uscita, di Thelonious Monk scritta da Robin D.G. Kelley.

Per Fanucci editore hai tradotto di Lansdale “Altamente esplosivo” dieci racconti scelti dall’autore per il pubblico italiano. Cosa noti nel suo stile, si è raddolcito dagli esordi?

No, in sostanza Lansdale è  sempre lo stesso. Ha uno stile molto riconoscibile e, per me, ormai familiare: quello dello storyteller nato che ti racconta le cose più incredibili, magari dopo cena e davanti a una bottiglia.

Per quanto ci si sforzi una parte di sé emergerà  sempre nel lavoro di traduzione. Come fai a rispettare lo stile e lo spirito di un libro?

E’ un lavoro mimetico, come hanno già fatto notare molti altri prima di me. Per quanto mi riguarda, come ho già detto, credo mi sia di grande aiuto non avere velleità di autore in proprio. Per il resto, possedere un buon orecchio serve moltissimo.

Hai curato assieme a Giovanni Zucca l’edizione italiana del Dictionnaire des littératures policières di Claude Mesplède che esperienza è stata?

Molto divertente e istruttiva. Peccato che il libro non sia mai uscito…

Ci sono autori con cui hai lavorato che sono diventati tuoi amici anche nella vita privata e dimmi chi è il più simpatico?

Tra quelli che ho conosciuto, Lansdale è una forza della natura, mentre Sallis è ormai per me come un fratello. Ma ho sempre trovato persone molto aperte e disponibili, professionisti nel senso migliore del termine.

Ci sono errori che hai commesso nella tua carriera che adesso grazie all’esperienza non rifaresti più?

La valanga di note a piè  di pagina di cui avevo infarcito la mia prima traduzione di narrativa. Ma ho imparato subito, e adesso le metto solo quando non è possibile farne a meno.

James Lee Burke è stato uno dei primi scrittori che ho intervistato pressappoco quando è successo l’allagamento di New Orleans e lui è stato un po’ a descrivermi come si era messo alla testa dei soccorsi, quando mi è arrivata la sua mail che accettava l’intervista quasi caracollavo dalla sedia, tu che ricordo hai di Burke?

Una persona magnifica, un vero gentiluomo del Sud. Una persona di un’umiltà quasi imbarazzante.

Sembra davvero che tu ami le sfide impossibili. Victor Gischler è un altro dallo stile mica facile, forse uno di quelli che ho penato di più a tradurre e io mi sono limitata a tradurre un’ intervista. Anche già dal titolo “Anche i poeti uccidono” hai voluto rendere la sua forte ironia che usa spesso e che caratterizza tutta la sua opera, parlami del suo stile e delle difficoltà che hai incontrato a tradurlo.

Il titolo italiano del romanzo di Gischler non è mio, si deve a Marco Vicentini di Meridiano Zero. Ma lo trovo riuscito. Per il resto, il buon Victor – altra persona umanamente debordante – non mi è rimasto particolarmente difficile. Spero che ai lettori piaccia, perché a tradurlo mi sono divertito moltissimo.

C’è qualcuno che ti ha particolarmente aiutato anche solo con incoraggiamenti o consigli che vorresti ringraziare?

Debbo moltissimo, se non tutto, a Luigi Bernardi che mi ha fatto entrare nel mondo della traduzione letteraria dalla porta principale malgrado io non avessi la benché  minima esperienza nel settore. Evidentemente aveva visto lontano, di sicuro più di me. Dieci anni dopo, credo di aver ripagato la sua ben nota abilità di talent scout.

Giorni fa Luigi Bernardi ti ha chiesto di scrivere una monografia su James Crumley. Vi siete messi d’accordo, la scriverai sul serio?

Sì, sostanzialmente sì.

Hai mai pensato di scrivere un libro, magari un noir ambientato a Firenze?

Non ho mai scritto una sola riga di narrativa e non lo farò mai, non penso di esserne in grado. Mi piace molto di più riscrivere i libri altrui.

Ci sono in Italia buone scuole per traduttori? Ad un giovane che volesse intraprendere la tua professione che consigli daresti?

Ci sono, ci sono. Quando me lo chiedono porto volentieri la mia esperienza, anche se non insegno regolarmente. Se avessi tempo lo farei volentieri. Ritengo comunque che questo sia un mestiere che ci si costruisce in gran parte da soli, con la tenacia e l’applicazione. E l’unico consiglio che posso dare è quello di leggere, leggere di tutto e senza sosta.

A che traduzioni stai lavorando in questo momento? Ci puoi anticipare qualcosa?

Ho in ponte un paio di Elmore Leonard, la ritraduzione di un vecchio Lansdale, un romanzo di Andrew Vachss e, appena lo avrà terminato, il secondo libro di Josh Bazell.

Patrizia Angelozzi intervista Italo Gilles Lasalle

21 marzo 2010 by

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Italo Gilles Lasalle, è lo pseudonimo di Roberto Centazzo.  
Autore prolifico Lasalle pubblica il romanzo “Per terra ho annusato la vita”, vincitore del concorso letterario Il libro parlante 2007 (edito da il Ponte Vecchio – Cesena – 2008), “L’elenco Universale delle cose tristi” (Cicorivolta Edizioni – 2008), Taccuino d’appunti sulla teoria delle Ombre (finalista del Premio letterario Città di Castello e secondo classificato al premio Città di Bobbio ma ancora inedito), Ritratto di donna distratta (in uscita nel 2010, sempre per i tipi di Cicorivolta, fino all’ultimo romanzo Giudice Toccalossi: indagine all’ombra della Torretta, in uscita in tutta Italia il 15 aprile per Fratelli Frilli editore, stavolta senza pseudonimo. – Come uno che è riuscito a pubblicare quando ormai non gliene importava nulla e ha deciso di continuare su quella unica strada: scrivere cose che interessino a me e basta, senza pormi problemi di logiche di mercato, di linee editoriali e così via. Forse per questo sono riuscito in soli due anni e mezzo a scrivere sei romanzi di cui due già pubblicati e due che usciranno entro l’anno: ritratto di donna distratta, per i tipi di Cicorivolta e un giallo, Giudice Toccalossi: Indagine all’ombra della Torretta per i tipi di Frilli. Sono assolutamente convinto che esista una proporzionalità inversa tra qualità e consenso: minore è la qualità, maggiore è il consenso. Per cui sono orgoglioso che il mio sesto romanzo, appena terminato, Prezioso più dell’amor ti sia il ricordo, non abbia trovato il consenso di nessun editore e sia ancora inedito. Come diceva Sanguineti si scrive ciò che si vorrebbe leggere. Mi sto orientando, più vado in là con gli anni, a costo di apparire presuntuoso, a scrivere un capolavoro, il romanzo della vita, quello che leggerò solo io raggiungendo così il mio scopo di essere l’autore del libro che a me piacerebbe leggere. – Italo Gilles Lasalle, in crescita verso livelli creativi che la raccontano e la definiscono inedito nella nuova scrittura…, Lei come si racconterebbe oggi?
L’elenco Universale delle cose tristi è il suo secondo romanzo.
Fermenti rivoluzionari, una locanda, ed una narrazione…che riesce a fare il giro del mondo
insieme all’idea di fare un elenco universale delle cose tristi:
“il ricordo distrutto, la noia della domenica, l’appagamento e il dolore, la macchina per scrivere,
la Borsa, Settembre perché qualcosa sta per finire, il suono dell’accordeon, la macchina fotografica, il seltz, la bambola di stracci….”
Vicende, eventi, conversazioni filosofiche, si intrecciano…in un sottile gioco delle parti, attraverso la conquista di un nobile animo femminile, Nadine.
Un elenco tutt’altro che triste, si concretizza…prende forma attraverso una letteratura dove la magia, impercettibile ed impalpabile fa da filo conduttore, alle ipotesi, alle vicende, all’insieme in una narrazione da leggere quasi restando in apnea.
Un quadro storico, con l’intensità del cambiamento come chiave di lettura, ambientato in Europa, intriso del fascino dell’intreccio di vite annusate, percepite e raccontate in una luce approfondita, mentre fermenti rivoluzionari raccontano il cambiamento.
Un romanzo da vivere in prima persona, toccando con gli elementi emotivi propri ogni singolo avvenimento, ogni lieve e percettibile sensazione.
L’elenco Universale delle cose tristi”, viene definito dai critici un autentico capolavoro. 

DOMANDE: 

– Dopo “Per terra ho annusato la vita”, ”, vincitore del concorso letterario Il libro parlante 2007 (edito da il Ponte Vecchio – Cesena – 2008), L'elenco universale delle cose tristi, come nasce l’idea per questo titolo? 
– Nasce da una considerazione che poi non è confluita nel romanzo: il limone di plastica con dentro il succo di limone. Da lì è partito tutto. Ho pensato che è veramente triste non possedere nemmeno più il tempo di spremere un limone per ottenerne il succo e allora mi sono domandato quand’è che è cominciata questa deriva senza fine. E mi sono dato una risposta: nel periodo della rivoluzione industriale quando il cambiamento è diventato palpabile. Si passava dalla penna alla macchina da scrivere, dai ricordi immagazzinati nella mente, alla fotografia capace sì di cristallizzarli ma anche, ahimé, di camuffarli, di rendere credibili avvenimenti mai verificatisi grazie al fotomontaggio o a finti scenari sullo sfondo. Si passava dalla vita nelle campagne al brevetto del dado. E il bello è che tutti gli avvenimenti raccontati in un romanzo di pura fantasia, sono veri. È lì, in quel periodo, che è avvenuto il cambiamento…Alla fine il romanzo si è trasformato in una grossa metafora del presente… 
– La narrazione, intensa, attraversa periodi, avvenimenti storici, prende forma nel vissuto delle emozioni, nei trasporti. Come ha vissuto Lei, come autore, questo percorso? 
– Malissimo. Ero indeciso se andare dallo psichiatra o mettermi a scrivere. Avevo bisogno di chiarire me stesso a me stesso. Questo è l’unico motivo per cui il libro risulta ai lettori così intenso. L’ho scritto con la sola idea di fare una cosa che piacesse a me, che servisse a me, rivolta solo a me. E incredibilmente è piaciuta a tanti. 
– In una metafora, sembra quasi che questo “Elenco” sia custodito in un grande armadio, che Lei ha scelto di aprire, dove nasce la spinta emotiva e la possibilità di comunicarla al pubblico? 
– L’ho già detto prima. Ho scelto di “vuotare il sacco”, di liberarmi da certe ossessioni, scrivendo due romanzi contemporaneamente. Sembrerà difficile crederlo ma non ho mai pensato che avrei finito giorno per pubblicare ciò che la mia anima stava letteralmente vomitando. Scrivevo per liberarmi, per svuotare la mia testa… 
– La sua vita, descritta nella sua biografia, è certamente particolare, quanto è stato importante tenere vivo il bambino che è in Lei? E quanto di quel bambino comunica attraverso le Sue narrazioni? 
– Io sono un bambino di 48 anni. Amo giocare. Vedo la vita come un grande difficilissimo gioco che ogni giorno ti mette di fronte a prove di coraggio, a fatiche estenuanti. Un grande videogame dove il livello successivo è il giorno che verrà domani, se verrà. La biografia riportata nel libro è una conferma di questa mia voglia di giocare, soprattutto con me stesso. È totalmente inventata, non c’è una sola cosa vera in quella biografia. L’ho detto, volevo sparire, ma grazie al libro, anziché sprofondare ho cominciato, con grande sorpresa a volare. La biografia non è altro che il riassunto del primo romanzo Per terra ho annusato la vita, in cui racconto un periodo abusato in letteratura, q
uello degli anni successivi al sessantotto: ma anziché cadere nella facile ideologia o nel trito e ritrito delle cose già dette, mentre l’uomo riesce ad atterrare sulla luna e tutto il mondo sta cambiando, io racconto quel periodo a modo mio, narrando in modo autobiografico le vicende di un bambino che ha otto anni, ascolta Lisa dagli occhi blu di Mario Tessuto e si innamora dell’ombelico della Carrà.
– Italo Gilles Lasalle, in crescita verso livelli creativi che la raccontano e la definiscono inedito nella nuova scrittura…, Lei come si racconterebbe oggi? 
– Come uno che è riuscito a pubblicare quando ormai non gliene importava nulla e ha deciso di continuare su quella unica strada: scrivere cose che interessino a me e basta, senza pormi problemi di logiche di mercato, di linee editoriali e così via. Forse per questo sono riuscito in soli due anni e mezzo a scrivere sei romanzi di cui due già pubblicati e due che usciranno entro l’anno: ritratto di donna distratta, per i tipi di Cicorivolta e un giallo, Giudice Toccalossi: Indagine all’ombra della Torretta per i tipi di Frilli. Sono assolutamente convinto che esista una proporzionalità inversa tra qualità e consenso: minore è la qualità, maggiore è il consenso. Per cui sono orgoglioso che il mio sesto romanzo, appena terminato, Prezioso più dell’amor ti sia il ricordo, non abbia trovato il consenso di nessun editore e sia ancora inedito. Come diceva Sanguineti si scrive ciò che si vorrebbe leggere. Mi sto orientando, più vado in là con gli anni, a costo di apparire presuntuoso, a scrivere un capolavoro, il romanzo della vita, quello che leggerò solo io raggiungendo così il mio scopo di essere l’autore del libro che a me piacerebbe leggere.