Carriera criminale di Clelia C. L' ascesa. Storia a fumetti di camorra coniugata al femminile
15 ottobre 2009.: Intervista con Matteo Di Giulio
15 ottobre 2009
Ciao Matteo, benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te i tuoi studi, il tuo background. Presentati ai nostri lettori.
Ciao, mi chiamo Matteo Di Giulio, nato e cresciuto a Milano. Impiegato per vivere, scrittore per passione. Dopo gli studi classici e un misero tentativo universitario, ho iniziato a scrivere occupandomi di cinema, una delle mie grandi passioni. Anni di gavetta mi hanno portato, con il tempo, a maturare un mio stile nella saggistica. Ma nel cuore di lettore c’era il desiderio non troppo nascosto di provarci con la narrativa. Mi ci è voluto tanto tempo prima di affinare gli strumenti e di sentirmi pronto. Ora che il primo tentativo è andato in porto spero di non fermarmi.
Innanzitutto critico cinematografico ed esperto di cinema asiatico. Hai scritto molti saggi e curato libri come “Non è tempo di eroi. Il cinema di Johnnie To” Quanto ha influito il cinema orientale sul tuo stile narrativo, umori, atmosfere, velocità, amore per i colpi di scena, romanticismo decadente?
Il mio romanzo non è molto cinematografico, devo dire. Non se consideriamo altri stili che oggi si vedono: rapidi, taglienti, con un taglio narrativo che ricorda le inquadrature veloci del cinema. Ho preferito che trasparisse la riflessione attorno al protagonista e al suo mondo. In questo senso siamo più dalle parti del polar, o del cinema giapponese, volendo restare in Oriente, sicuramente lontani mille miglia dall’irruenza dei registi di Hong Kong, la cinematografia su cui mi sono formato criticamente. Credo inoltre che mentre scrivi non ci siano influenze dirette e ponderate che ti possano portare in una direzione specifica; perché in questo caso non sarebbe una mia storia, ma una storia riletta come se fossi qualcun altro. A posteriori, rileggendolo, mi piace pensare soprattutto a Henning Mankell e a una certa tendenza introspettiva, non per questo non votata all’azione, del noir nordico.
Scrivi su “Film tv” il migliore settimanale del settore. Cosa hai imparato in questi anni? Un bilancio della tua esperienza giornalistica.
L’esperienza di saggista è stata fondamentale. Mi ha permesso di maturare uno stile mio, di prendere confidenza con la scrittura e di percorrere a tappe un percorso stimolante. Ricordo con grande piacere tutte le testate per cui ho scritto e tutti i libri a cui ho preso parte. Probabilmente chi mi ha insegnato di più, facendomi sudare sette camicie, è stato Alberto Pezzotta, per esempio quando ho collaborato con Il Mereghetti. Scrivere recensioni complete in 800 battute è una sfida, rivedere ogni singola parola e limare ogni frase mi ha insegnato molto su concisione, chiarezza e necessità di colpire il bersaglio senza uscire di strada.
Parliamo del tuo brillante esordio narrativo “La Milano d’acqua e sabbia”, per Fratelli Frilli editore. LA tua Milano non ha niente a che vedere con la Milano da bere, ma è caratterizzata da atmosfere cupe, speculazioni edilizie, eroi che non lo sono del tutto pieni di dubbi e incertezze. La tua Milano è un gigante dai piedi d’argilla? Una città piena di oscuri labirinti dove niente è del tutto bianco o nero?
Questa è la Milano di oggi, la città di tutti i giorni, quella che vedono i lavoratori, gli studenti, le mamme, i pensionati. È una metropoli ben diversa da quella spacciata dai proclami politici: una città di facciata, in cui si parla solo di Expo, grafici di mercato, moda e il dio denaro. Ma dove si vive male, perché la gente non si guarda in faccia. Riqualificare interi quartieri per abbellirne la facciata dovrebbe essere un primo passo per migliorare i quartieri, non un punto d’arrivo. Lontano dal centro ci sono periferie abbandonate a se stesse, edilizia popolare che sta cadendo a pezzi, scarsa integrazione tra italiani e immigrati. Paradossalmente, poi, è proprio nelle zone con alto tasso di stranieri che si vive meglio, dove la gente sorride invece di essere indifferente e dove la vita è alla portata di ogni tasca. Milano è un gigante con i piedi d’argilla, ed è anche un Giano pieno di contraddizioni. In queste contraddizioni si muovono personaggi, come l’ispettore che ho creato, che inevitabilmente sono corrosi dai dubbi.
Sempre riferendoci ai temi trattati in “La Milano d’acqua e sabbia” c’è una sorta di rabbia, di spirito di denuncia che ti accomuna a scrittori come Roberto Saviano, è una scelta voluta?
Inizialmente non pensavo di scrivere una storia di denuncia sociale, pur volendo che il tema del rispetto ambientale fosse presente. Strada facendo il personaggio è cresciuto da solo, iniziando a convogliare in sé le istanze mie e di chi conosco. Leggere il giornale ogni mattina è un ottimo specchio per riflettere sui nostri tempi. La naturale conseguenza dello stress, delle frustrazioni, del porsi delle domande si è materializzata sulla carta. Mi piacerebbe avere la competenza e la credibilità di Saviano, ma al momento non vedo grandi punti in comune. Lui svolge un lavoro fondamentale nello smascherare dei problemi giganteschi, io mi limito a raccontare delle storie, che spero siano verosimili ma anche interessanti. Il distacco con il mio passato di saggista è piuttosto netto, anche se ammiro profondamente chi riesca a coniugare in un’unica soluzione più aspetti, più generi, più umori.
Milano è una città piena di tante solitudini nascoste da una patina scintillante di benessere. Sei d’accordo con questa definizione? La condividi?
Purtroppo sì, devo dirmi pienamente d’accordo. Sta diventando una metropoli alienante, con una mentalità ancora paesana, molto limitata dal pregiudizio collettivo. Il benessere è sempre più per pochi; con la scusa della crisi e il precariato il divario tra i ceti sociali si sta ampliando a dismisura.
Come sei arrivato alla pubblicazione è stato un percorso travagliato o una combinazione di eventi propizi?
Posso dirmi fortunato. Ho mandato il manoscritto a una decina di editori che conoscevo in veste di lettore. Dopo una settimana è arrivata la prosposta di Frilli, una proposta concreta e con dietro l’idea di investire nel progetto. Non potevo rifiutarla e non me ne sono pentito. Prima di inviare il mio lavoro avevo fatto, per evitare le fregature di cui si legge ovunque, una lunga ricerca su internet. Per me, da principiante, la rete ha offerto un sostegno imprescindibile per capire come muovermi.
Il tuo stile ricorda Scerbanenco, per ambientazioni e atmosfere e scavo psicologico, ti lusinga il paragone? E’ un tuo maestro letterario? La sua Milano di “I milanesi ammazzano al sabato” è tanto diversa dalla Milano contemporanea?
Ti ringrazio per il paragone con il grande Scerbanenco, per me è un onore e so bene di essere molto lontano dai suoi vertici. Ho ancora tanto da imparare. Mi piace molto il modo in cui lui rivestiva di poesia i suoi periodi, è molto differente dal tipo di scrittura che si adotta oggi per i generi: ora si chiede uno stile più secco, più asciutto, più incalzante. Più giornalistico, probabilmente. La sua Milano è piena di zone d’ombra, come la mia e come la grande maggioranza delle città, ovunque. Non è un caso che il noir stia proliferando, nasce da una precisa necessità di fotografare in maniera alternativa, rispetto alla cronaca, ciò che ci circonda.
Il personaggio di Gianluca Fedeli è graffiante e controverso. Ha caratteri autobiografici, o meglio ti sei ispirato per crearlo a persone reali?
È in parte autobiografico, racchiude in sé molti aspetti della mia vita. Mi ha facilitato, nell’identificazione con il personaggio, ricorrere alla prima persona. Il carattere ha però anche diversi aspetti che ho tratto da persone che conosco. Alla fine è un trentenne medio, stressato, sempre sotto pressione, che corre per la città, lavora troppo e mangia male. Un milanese qualsiasi, insomma, con la mamma con il fiato sul collo e i problemi di tutti i giorni. La mia intenzione era creare un personaggio credibile, l’unico modo per farlo era ispirarmi a ciò che conoscevo in direttamente.
Gianluca Fedeli e le donne. Sotto la scorza da duro e cinico è un sentimentale? Che rapporto ha con l’altra metà del cielo?
Un rapporto infelice. Non le capisce, non è capito da loro e puntualmente quando prende una decisione, convinto che sia quella giusta, sbaglia. La sua tendenza all’errore, quando si tratta di rapporti – sentimentali, o a un livello più generale, umani – è direttamente proporzionale all’oceano di dubbi che lo assilla. Viviamo nella società dei social network, dello speed dating, delle chat. Una persona giovane è costretta dalla società a vivere di corsa tra gli aperitivi, l’alcol, i rapporti consumati in fretta. Che prospettive si hanno di trovare stabilità emotiva in tutto questo caos?
Ci sarà un seguito o non prevedi di creare una serie incentrata sul personaggio di Fedeli?
Mi sono reso conto dopo aver finito il romanzo di aver altro da far dire al personaggio. Così è nato il seguito, ancora più cupo, si intitola provvisoriamente Frammenti di tenebra e prima o poi vedrà la luce. Sto dando gli ultimi ritocchi al manoscritto proprio in questi giorni. Credo di voler proseguire con il personaggio, ma non voglio farne un protagonista seriale all’infinito, quindi prima o poi, come nelle miniserie televisive, verrà il momento di mettere la parola fine. Nel frattempo sto lavorando anche ad altri personaggi, non voglio fossilizzarmi su un unico punto di vista.
Quali sono le tue letture preferite, gli scrittori che ti hanno più influenzato?
Sicuramente l’hardboiled americano, classici senza tempo come Chester Himes, Lawrence Block, Dashiel Hammet o Mickey Spillane. Cerco di leggere il più possibile, amo le storie, non solo noir, e mi piace scoprire nuovi autori. Apprezzo molto lo stile di Ellroy e, in Italia, di Simone Sarasso, che riesce a parlare della nostra storia rendendola avvincente: è una dote non comune. Mi ha molto divertito la follia metaletteraria di Jasper Fforde, e mi ha commosso il parlare di sé messo in atto da Cristiano Cavina con I frutti dimenticati. Credo per scrivere occorra prima di tutto leggere, tanto e diversificare i propri interessi. La varietà senza pregiudizi è il miglior modo per mettersi in discussione, continuamente. Tra gli ultimi romanzi letti che mi sento di consigliare ci sono Il libro nero del mondo di Gabriele Dadati, Lo scommettitore di Remo Bassini, Ruggine di Stefano Massaron, La banda Bellini di Marco Philopat.
C’è un esordiente che ti ha particolarmente colpito che consiglieresti di leggere ai nostri lettori?
In ambito noir direi Massimo Cassani con Sottotraccia, uscito per Sironi. In ambito non giallo consiglio invece L’insolita rumba di Biagio Autieri, che parla di un’altra Milano rispetto alla mia, ma con il cuore in mano.
Scrivi anche racconti? Inediti o pubblicati? Ce ne vuoi parlare?
Ho iniziato proprio scrivendo racconti. Sono un’ottima palestra per sperimentare, per inventare, una fucina per le idee. Purtroppo in Italia non funzionano, commercialmente, a meno di avere un grosso nome o di far parte di un’antologia con un tema forte di fondo. Spero che la tendenza possa invertirsi. Due miei racconti sono stati pubblicati, su due antologie: Uomini e donne: maneggiare con cura (9muse) e Macchemù (Giulio Perrone). Nessuno dei due è un racconto noir: in particolar modo sono legato a Il ragazzo cyborg, su Uomini e donne, perché ho cercato di fondere registri molto diversi come il mélo e la fantascienza, e un finale ugualmente cupo. Anche lontano dal poliziesco non riesco a essere del tutto ottimista. Un mio racconto sarà incluso in una antologia di prossima pubblicazione per Frilli, lì tornerò a essere molto cattivo!
Per essere così giovane hai un curriculum di tutto rispetto, molti obbiettivi raggiunti altri all’orizzonte. Quali sono le tue aspettative, un sogno nel cassetto.
Continuare a scrivere, ad avere l’ispirazione per tirare fuori dal mio cassetto storie interessanti. Vorrei dirti farlo diventare un lavoro ben remunerato ma so quanto sia difficile in Italia per cui preferisco non pensarci. Sono una persona che pur pianificando i suoi progetti vive molto alla giornata. Per me è già un sogno essere qui a parlare del mio primo romanzo.
Raccontaci un evento bizzarro che ti è successo, un episodio che ti ha divertito o sconcertato.
A Milano c’è un bravissimo scrittore che si chiama Andrea Ferrari, pubblica per Eclissi. Siamo entrambi rasati, alti più o meno uguali, e quando io metto gli occhiali mi scambiano puntualmente per lui. A volte è imbarazzante, anche se ci ridiamo sopra. Siamo i gemelli del noir milanese. A novembre lo presenterò per l’uscita del suo ultimo romanzo, Milano muta, vediamo se sapranno riconoscere chi è il relatore e chi lo scrittore!
Ora raccontaci qualcosa che ti ha fatto davvero arrabbiare nel tuo lavoro o nella vita in genere.
Nella vita un milione di cose. Non è vera vita se non ci si arrabbia. Quello che mi fa arrabbiare, allora, è proprio l’apatia di chi vive con le masse, senza fermarsi ogni tanto a pensare con la propria testa. È uno spreco colpevole di intelligenza mascherato da scelta, ma scelta non è, bensi pragmatismo, moda, indifferenza, in nome di un quieto vivere che vuol dire poco. Sono per i sentimenti schietti, anche se esuberanti e burrascosi.
Se facessero una trasposizione cinematografica del tuo libro quale attore vedresti come protagonista e quale regista metteresti dietro la macchina da presa. Rigorosamente italiani.
Paolo Sorrentino alla regia. Ha un modo di girare che, ne sono certo, cambiarebbe completamente prospettiva alla storia. Mi piace l’idea di un secondo punto di vista che non coincida necessariamente con il mio. Una sua rilettura sarebbe un grande onore. Attore… non è facile perché io vedo Gianluca Fedeli chiaramente nella mia testa e si tratta di trovare un compromesso. Scelgo Giorgio Pasotti, ha il fisico e se ben diretto può essere una bella scommessa.
:: Intervista a Dave Zeltserman
14 ottobre 2009Ciao Dave e benvenuto su Liberidiscrivere. Grazie per aver accettato la mia intervista. Racconta ai nostri lettori Italiani qualcosa di te. Chi è Dave Zeltserman?
Sono sposato, vivo nella zona di Boston, e per anni ho lavorato come ingegnere informatico. Ora sto cercando di guadagnarmi da vivere come scrittore.
Perché hai deciso di diventare uno scrittore?
Quando ero più giovane mi interessava la matematica tanto che all’Università ho conseguito una laurea in Matematica e Scienze Informatiche. Tuttavia ho sempre letto molto e durante tutta la mia vita precedente ero sempre impegnato a scrivere dei racconti anche se non mi sarei mai aspettato che sarebbero state pubblicati. Ad un certo punto ho iniziato ad ottenere un certo successo nonché mi sono occupato più seriamente di scrittura, così ora questo è praticamente tutto quello che voglio fare.
Raccontaci qualcosa del tuo esordio. Ho letto che ti sei auto pubblicato un romanzo poliziesco su un detective privato intitolato “In His shadow”. Perché?
“In His Shadow” non era veramente un romanzo poliziesco con protagonista un investigatore privato più che altro era una decostruzione del genere hardboiled, lo definirei un noir psicotico. Lo ho autopubblicato perché nessuno al momento era disposto a pubblicarlo e non era libero di farlo a causa di un accordo che MWA aveva a suo tempo con iUniverse. Avevo scritto due romanzi allo stesso tempo e ho pensato che potevo ottenere abbastanza consensi con questo per poi vendere i diritti del mio secondo libro “Bad Thoughts”.
Il tuo primo libro poi migliorato e intitolato “Fast Lane” è stato pubblicato in Italia con il titolo “L’occhio privato di Denver” per Meridiano Zero. Dicci qualcosa al riguardo. Odi così tanto i lieto fine?
Ti racconto cosa è realmente successo. Luca Conti scoprì “In His Shadow” e gli piacque abbastanza da convincere la casa editrice Meridiano Zero a pubblicarlo, così è nato l’accordo di distribuzione con Meridiano Zero che detiene i diritti italiani di “In His Shadow”. In seguito un fan di “In His Shadow” Allan Guthrie ha fondato negli Stati Uniti una piccola casa editrice che si chiama Point Blank Press e mi ha chiesto se poteva pubblicare il libro. Gli ho detto che per a me andava bene e così fu reintitolato Fast Lane. Ora dipende dai punti di vista “Fast Lane” può avere o non avere un lieto fine, ma mentre alcuni dei miei libri e dei miei racconti hanno un finale molto noir altri hanno un lieto fine o per lo meno un finale ottimista e molti dei miei racconti pubblicati hanno anche un lato spensierato.
Progetti con Fanucci Editore? Una edizione italiana per “Pariah”?
Fanucci ha acquistato i diritti Italiani per “Small Crimes” che è stato pubblicato l’anno scorso da Serpent’s Tail ed è prevista la pubblicazione per gennaio 2010. La Radio lo ha definito uno dei migliori crime e mystery del 2008.
Raccontaci qualcosa su “Pariah”. E’ un libro sulla mafia?
Anche “Pariah” è stato pubblicato da Serpent’s Tail, ed è il secondo di quelli che io chiamo trilogia noir “dell’uomo uscito di prigione”. “Small Crimes” è stato il primo e “Killer” che sarà pubblicato l’anno prossimo, sarà il terzo. Tutti e tre i romanzi iniziano con un uomo pericoloso che viene rilasciato dalla prigione e poi seguono il viaggio noir che essi intraprendono. In “Pariah” l’uomo ad essere scarcerato è Kyle Nevin, un pezzo grosso della mafia a sud di Boston, ed è fuori sia per desiderio di vendetta che per riabilitarsi. Il libro è fortemente influenzato dalla storia di Whitey Bulger e della Mafia a sud di Boston. E’ un libro molto esplosivo e sovversivo. Circa due terzi del libro prende una piega dura di estrema sinistra in aree che sorprenderanno il lettore.
Johnnie Lane è un anti Marlowe?
Johnny Lane che è l’investigatore privato protagonista di In His Shadow/Fast Lane è più un anti-Lew Archer. E’ qualcuno che vuole essere disperatamente Lew Archer ma proprio non ci riesce. Non è una persona molto stabile.
Leggi altri scrittori contemporanei? Quali autori ti hanno influenzato di più?
Leggo molto. Alcuni dei miei scrittori preferiti sono Dashiell Hammett, James M Cain, Charles Willeford, Mickey Spillane, Dan Marlowe, Rex Stout, Ross Macdonald, e Jonathan Latimer solo per citarne alcuni, ma ho letto anche scrittori più contemporanei, e il mio favorito tra gli scrittori di gialli è Derek Raymond. Sono anche un grande fan di Donald Wastlake, Lawrence Block, e Elmore Leonard. Per quanto riguarda le mie influenze, Jim Thompson è stato un grande basti vedere come ha infranto le regole con i suoi libri e mi ha insegnato che potevo fare lo stesso, è stato dopo aver letto i suoi “Hell of a woman”, “Pop e “Savane Night” che ho visto come avrei potuto rielaborare il mio primo tentativo di romanzo (In His Shadow) in qualcosa in cui ho trovato la mia voce e che avrebbe funzionato. Ad un certo livello sono probabilmente influenzato da tutti i grandi scrittori che ho letto, ho imparato da ciascuno di essi.
Qualche progetto di film tratto dai tuoi libri?
Costantin Film e Impact Picture che sono i ragazzi che hanno fatto i film di Resident Evil, stanno attualmente sviluppando in un film un mio libro di prossima pubblicazione, “Outsourced”, con lo stesso titolo.
Sei uno scrittore statunitense. Ti piacciono i libri crime europei?
Sì, Derek Raymond, e la sua serie di romanzi sono tra i miei preferiti. Ho anche amato “Ragionevoli dubbi” di Gianrico Carofiglio, che è stato uno dei miei libri preferiti quando uscì nel 2007. Sono anche un gran fan di “Crimini” una raccolta di racconti brevi polizieschi italiani tradotti in inglese.
Scrivi anche racconti o solo romanzi?
Entrambi. Ho pubblicato molti racconti brevi, e cinque romanzi con “Pariah” e “Bad Karma” che saranno pubblicati in ottobre e con altri quattro la cui pubblicazione è programmata entro un anno e mezzo.
Cosa stai leggendo in questo momento?
Ho appena riletto Red Harvest, The Curse Dain, e tutti i racconti brevi Continental Op.
Raccontaci qualcosa della tua Boston.
Vi racconterò di due Boston diverse, quella che esisteva quando ero ragazzo e quella di oggi. La Boston nei primi e tardi anni 70 era più dura e più violenta di quanto lo sia oggi, ma aveva anche negozi di libri usati e grandi cinema. Oggi Boston è una città completamente diversa. Un sacco di denaro è stato investito in questi ultimi vent’anni per rivitalizzarla. Un quartiere in cui c’erano i topless bar ora è pieno di ristoranti di lusso. L’area del canale a Sud di Boston che era occupata da nightclub molto squallidi è ora piena di grattaceli e di costosissime proprietà lungomare. Così mentre di oggi è un area molto più ricca con ristoranti alla moda non ha più i negozi di libri usati e i grandi teatri dove davano vecchi film come in passato. Ma ha mantenuto un certo fascino nel North End come in alcuni luoghi storici.
Qual è il migliore consiglio che hai ricevuto sulla scrittura e sull’attività editoriale?
Okay, ma questo vale per gli scrittori americani, solo perché non so com’è per gli scrittori europei. Questo consiglio è stato dato in un episodio recente di “Californication” ma è anche qualcosa che si sente spesso tra gli scrittori che sono stati in attività per un po’. Se non c’è alcun modo per smettere di scrivere, scrivete. Questo è un mestiere duro, dove devi accettare tanti rifiuti, tanta casualità e devi avere tanta pazienza. Le probabilità di sfondare sono molto poche. Ora se la scrittura è per voi una ragione di vita come lo è per me continuate pure a scrivere. Ma se tu puoi smettere ti risparmierai un sacco di angosce e frustrazioni.
Hai un agente letterario?
Si
Ti piace Ross Macdonald? Ti ha influenzato?
Ho letto tutti i libri di Ross Macdonald quando ero al liceo. Ho amato tanto questi libri, ha svelato tutti i peccati nascosti della middle class americana. Mi ha sicuramente influenzato durante la stesura di Fast Lane, ma probabilmente non in tutti gli altri miei libri. Anni dopo aver scritto Fast Lane ho letto l’ultimo romanzo di Lew Archer di Ross Macdonald a cui stava lavorando prima della sua morte, e le analogie con Fast Lane sono state sorprendenti.
Cos’è per te la libertà?
Penso che dovrei essere un filosofo per poter rispondere a questa domanda e purtroppo mi intendo solo di matematica e scienze informatiche.
Cosa stai scrivendo in questo momento?
Ho appena finito un romanzo di cui sono molto entusiasta. E’ un qualcosa di completamente diverso per me una rivisitazione della storia di Frankenstein dal punto di vista del mostro. In questo libro il mostro è un personaggio eroico ma tragico e Victor Frankenstein è un personaggio depravato sotto l’influenza del marchese De Sade. Ho trascorso un sacco di tempo ricercando materiale sulla storia europea del tardo 18°secolo e sono molto contento del modo in cui è riuscito il libro. Il mio agente è in fase di vendita e io sono ottimista, speriamo, anche se New York sta comprando molto poco di questi tempi.
Qualche consiglio per gli aspiranti scrittori?
Ripeto come sopra. Se volete scrivere dovete armarvi di pazienza e persistenza. Di molta di entrambe.
Ti piace Cornell Woolrich? Ti ha influenzato?
Ho da poco letto il mio primo Woolrich una ristampa recente di Fright. La scrittura è a volte un po’ troppo sopra le righe per i mei gusti ma il libro mi è piaciuto anche se ho avuto più volte la tentazione di smettere di leggerlo. E’ molto scuro e tetro.
Hai scritto molti libri nella tua carriera. Quale preferisci?
Senza dubbio “Pariah”è il miglior crime che ho scritto. Molto scuro, molto esplosivo, molto sovversivo. E penso sia diverso da tutti gli altri romanzi crime che ho visto. Ho ricevuto una nota piacevole l’altro giorno da un editore tedesco che è rimasto veramente preso da questo libro e quello che mi è piaciuto molto che non ha trovato il libro over the top ma proprio sul bordo ed era quello che volevo fare.
I tuoi libri sono scuri, amari, violenti. Hai senso dell’umorismo? Raccontami una barzelletta.
Il Washington Post ha detto a proposito di Small Crimes: “La trama di Small Crimes è un qualcosa di assoluta bellezza, eccessivo ma ingegnosamente contorto, e intriso di un rivestimento lucido di umorismo nero.” Anche se io non scrivo romanzi comici penso che molti critici e lettori hanno trovato i mie libri pieni di umorismo nero. Ti faccio un esempio di umorismo infantile tratto da Fast Lane che il mio editore mi aveva chiesto di togliere ma che io ostinatamente ho insistito perché restasse. Johnny Lane spara ad un uomo, e mentre sta morendo l’uomo lo implora di chiamare un medico. Lane gli dice: “Okey, tu sei un dottore”. Non è divertente?
:: Intervista con Carlo A. Martigli
13 ottobre 2009Grazie Carlo di aver accettato la mia intervista e innanzitutto benvenuto. Presentati ai nostri lettori. Chi è Carlo A. Martigli?
Un uomo con due grandi passioni, leggere e scrivere. La prima rende liberi, la seconda felici.
Sei nato a Pisa ma presto ti sei trasferito a Livorno.Ora vivi a Rapallo e Bologna Parlaci della tue città. Due motivi per cui le ami e due motivi per cui ti rattristano.
Rapallo la amo d’inverno quando dalla finestra di casa mia sento solo il respiro del mare, mentre d’estate sento soprattutto il kunz kunz degli impianti stereo delle auto dei vacanzieri. Bologna è invece viva e feconda, d’estate e d’inverno, calda nei cuori ma gelida fuori.
Studi classici, una laurea in filosofia del diritto, una carriera in banca poi d’improvviso scrittore. Come è maturata questa tua scelta? Amavi scrivere fin da ragazzo? O è un amore tardivo?
Ho sempre amato scrivere. A 19 anni scrivevo per Il Tirreno di Livorno, mi offrirono di fare i 18 mesi di praticantato ma vicende familiari mi obbligarono a impiegarmi. Succede nella vita.
Da toscano avrai sicuramente un acuto senso dell’umorismo, raccontaci una barzelletta, la più divertente che conosci.
Le barzellette vanno raccontate a voce, sono come un testo teatrale. Rendono poco nella lettura. Al massimo posso dirti che “credere nella superstizione è stupido ma porta male”.
Quali sono state le tue prime letture? Hai amato i libri di Salgari, l’Odissea , l’Iliade, Plinio il vecchio?
Salgari è stato un maestro e un compagno di viaggio, così come Jules Verne. A Plinio preferivo Cesare e mi dilettavo con Aristofane. Dell’Iliade imparavo dei pezzi a memoria, mi mettevo davanti allo specchio e li recitavo immaginandomi nei panni dei vari eroi, brandendo righelli come fossero spade
Parliamo del tuo debutto letterario “Due castelli e gemelli” del 1995 favole in rima Giunti Editore. Come ti sei avvicinato alla narrativa per ragazzi? Hai amato Gianni Rodari?
L’ho fatto per mia figlia Sofia che da piccola, due o tre anni rideva come una matta quando mi inventavo delle rime. Così ho scritto due favole lunghe in perfetti endecasillabi con rima AA BB CC etc. Non tanto perché li leggessero i bambini quanto lo facessero i genitori, per educarli a stare con i figli. Luzzati lesse per puro caso le bozze e volle a tutti i costi essere l’illustratore di questo libro, un vero evergreen. Di Rodari ricordo una frase che più o meno suonava così: “con la poesia si possono comunicare cose che con la prosa è impossibile”
Dal 1997 sei iscritto all’albo dei giornalisti. La scrittura è diventata la tua vita. Quali sono le doti e le qualità di un buon giornalista? Senza entrare nella polemica attuale se in Italia c’è o no libertà di stampa, ti sei trovato mai davanti ad un redattore capo che ti sconsiglia di pubblicare un determinato articolo?
Ho sempre scritto tutto quello che mi è parso. E ho anche pagato per questo. Avevo una rubrica su un importante magazine e all’epoca, da esperto di finanza, facevo le pulci alle società che entravano in borsa, a mio avviso per fregare la gente con la complicità delle banche. Il direttore mi levò l’incarico perché alcune di quelle società o loro sodali avevano minacciato di levare la pubblicità dalla rivista. Oggi non c’è pericolo, non ci sono giornalisti che rischiano, salvo rarissimi casi.
Hai portato avanti corsi di scrittura creativa. Da cosa riconosci il talento? Ti è mai capitato di sconsigliare a qualcuno di intraprendere la carriera di scrittore?
Il talento esiste di natura ma solo se viene coltivato e coadiuvato dalla tecnica può riuscire a esprimersi. Lo riconosci da un lampo di comunicazione, perché scrivere è comunicare, ma può durare un secondo o una vita intera. Comunque non ho mai consigliato a nessuno di smettere di scrivere. Scrivere è come vivere.
Parlami ora della saga fantasy ambientata nell’Antica Roma: il primo libro “Lucius e il diamante perduto” viene pubblicato nel 2007, il secondo libro della saga “Thule l’impero dei ghiacci” nel 2008. E’ previstoo un terzo capitolo?
Questo andrebbe chiesto all’editore e al mio agente. Non escludo che il prossimo anno possa uscire un terzo capitolo.
Per Mondadori con lo pseudonimo di Johnny Rosso hai pubblicato diversi libri nella collana Superbrividi. Perché uno pseudonimo? Ti ha divertito questa esperienza?
Mi diverte moltissimo. E’ uno sfogo evocare le paure, anche se nei libri di Johnny Rosso c’è sempre un pizzico di ironia pur all’interno del terrore vero, di quello che non ti fa dormire la notte. Lo pseudonimo nasce da due esigenze, la prima è perché solo quando sei affermato puoi permetterti di scrivere verso target diversi e con stile diverso (Stephen King il re dell’horror per adulti scrive manuali di giardinaggio e libri per bambini, la seconda riguarda prettamente il “marketing”, Rosso è il colore del sangue e fa molto più paura di Martigli.
“Miracolo!” per le edizioni de Agostini tratta dei miracoli nelle religione diverse dal cattolicesimo. L’uomo è assetato di mistero e di soprannaturale? Il fanatismo molto spesso offusca la ragione?
L’uomo è di per se stesso un mistero, e il fanatismo di chi pretende di avere in mano la verità assoluta offusca non solo la ragione ma anche la libertà. Con “Miracolo!” ho voluto far vedere alla gente come in tutto il mondo i miracoli si ripetono e si sono ripetuti nel corso dei secoli, dovunque esista un afflato di spiritualità. Nessuna religione ha in mano la verità, nessuna può dire Dio è mio. Quanto al credere ai miracoli è una pura questione di fede.
In un altro tuo libro molto interessante che hai scritto “La Resa dei conti” racconti le vere ragioni della crisi finanziaria che sta colpendo l’Occidente. Pensi che l’Occidente sia una civiltà in declino o è solo una tappa di passaggio? Questa crisi ha qualcosa in comune con quella del ’29? Usciremo da questa nuova “Grande Depressione”?
La Resa dei Conti è il canto del cigno di un costruttore di strumenti finanziari, di un pentito, se preferisci. Ho cercato di fare capire in questo libro che se la Finanza riuscirà a cavarsela (e non è detto, basta che un paese anche piccolo fallisca e si avrebbe un effetto domino) l’Economia ne soffrirà ancora a lungo. La Finanza sono le istituzioni finanziarie, l’Economia è la gente. Noi siamo decadenti perché non lottiamo per nulla cerchiamo solo di tenerci quello che abbiamo, mentre all’est, tra Cina, India e Russia quasi tre miliardi di persone hanno l’obbiettivo di vivere come noi adesso. L’economia nei prossimi anni viaggerà così a due velocità e non c’è scampo: dovremo dividere con loro le nostre ricchezze.
Per Castelvecchi Editore hai pubblicato “L’Ultimo custode” una storia del rinascimento un romanzo storico esoterico con protagonista Pico della Mirandola puoi parlarcene.
Intanto consiglio tutti di andare a vedere il sito http://www.999lultimocustode.com/. E’ un thriller storico, un romanzo basato su fatti veri, come il desiderio rivoluzionario di Pico della Mirandola di unificare le tre religioni monoteiste, sulla difesa della chiesa tedesca che, unica, si opponeva alla divinizzazione di Hitler negli anni ’30, sui costumi sessuali dei papi (non di Papi), sul mistero di Giovanni Paolo I che disse che occorreva pensare a Dio come a una madre e morì misteriosamente pochi giorni dopo. Un romanzo, è vero, ma che mette molti dubbi e che ho la soddisfazione di vederlo leggere da tutti, donne e uomini, di ogni cultura, e del quale non ho ricevuto ancora una sola critica. Anzi sembra che proprio critica e pubblico questa volta si siano messi d’accordo.
Che libri stai leggendo attualmente?
Top secret per alcuni saggi che sono alla base del mio prossimo grande romanzo. Per il resto ho appena finito La Trilogia Sporca dell’Avana di Gutierrez. Splendido. Mi dispiace non averlo scritto io.
Raccontaci un aneddoto bizzarro che ti piace ricordare legato al tuo passato di bancario o al tuo presente di scrittore.
E’ amaro, perché denuncia la pochezza umana. Ma molto bizzarro. Il capo del personale di una nota banca (forse oggi ex capo) con il quale ebbi uno scontro di fuoco mi ha rintracciato sul mio vecchio cellulare e mi ha fatto i complimenti per il mio successo, aggiungendo che in fondo era merito anche suo perché mi aveva fatto prendere in schifo la banca. Veramente una faccia di bronzo.
Ci sono errori nella tua carriera che con l’esperienza non rifaresti? Quale è il tuo più grande rimpianto?
Non avere completato i miei studi di musica. Per il resto ho fatto molti errori ma preferisco avere più rimorsi per cose che ho fatto piuttosto che rimpianti per cose che non ho fatto
Qualche progetto di film tratto dai tuoi libri? Affideresti a Ron Howard la realizzazione di un film tratto da “L’Ultimo Custode”?
Dopo aver fatto Il Codice da Vinci e Angeli e Demoni, credo che sarebbe il regista perfetto per 999 L’Ultimo Custode, anche perché troverebbe molti meno errori nel testo dal punto di vista storico…
Un tuo difetto e un tuo pregio.
Sono del tutto sincero ma un gran bugiardo, e viceversa
Che consigli daresti ai giovani scrittori in cerca di editore?
Di provare con un agente letterario, non mandare i manoscritti agli editori che tanto non li leggono, nel 999/1000 dei casi (ormai non dico più 99 su 100 ma 999 su 1000). L’agente valuta e se c’è ingegno aiuta. Se non c’è lasciate perdere. E diffidate da chi si fa pagare per pubblicare, non sono editori sono…mi censuro da solo.
Una tua giornata tipo. Preferisci scrivere al mattino, la sera o di notte?
Partiamo dalla notte. Mi addormento pensando a una scena o a un’idea, mi arrabbio perché mi addormento ma per fortuna la mattina mi ricordo ciò che ho pensato. Leggo quindi i giornali on line e mi metto a scrivere, magari un’ora di tennis, poi scrivere, rispondere alle email, scrivere scrivere scrivere. Un buon film la sera e poi scrivere ancora se mi è rimasta qualche idea da buttare giù. Otto giorni alla settimana. Sono sette? Non me ne sono accorto, quando scrivi il tempo passa con un immenso piacere, come una donna che ti incanta con la sua bellezza, la sua intelligenza e la sua dolcezza.
:: Intervista ad Emanuele Serra
12 ottobre 2009Da quanto ti sei accostato alla scrittura?
Fin da bambino, mi è sempre piaciuto scrivere, in qualche modo è un’attività molto simile al gioco. Sempre che l’ingrediente fondamentale e trainante sia la fantasia e la voglia di inventare.
Quali sono le tue opere?
Quelle per il momento rese “pubbliche” sono poche, oltre al mio romanzo d’esordio, ci sono un paio di racconti, di cui l’ultimo: “mi mancano i plug in “ al quale sono profondamente affezionato siccome nasce attraverso un connubio e un esperienza molto viva con una giovane associazione le città invisibili, con la quale ho intrapreso un percorso teatrale durato diversi mesi e concluso con uno spettacolo sul tema del disagio psichiatrico a trent’anni dalla legge Basaglia.
Ti hanno mai contattato editori che pubblicano a pagamento?
In continuazione, crescono come funghi e si nascondono dietro l’angolo. Nei modi più subdoli e luridi riescono a trovare un modo per contattarti, lusingarti e proporti una pubblicazione a cifre assurde. Sia chiaro, non ho nulla contro l’autofinanziamento da parte dello scrittore, ritengo però che ci siano dei limiti e dei parametri che quando vengono superati si entra nel ridicolo e nella truffa. A tal proposito con alcuni di questi editori ho avuto corrispondenze e telefonate poco cordiali. Mi succede, a volte, di non riuscire a resistere nel dire quello che penso.
Partecipi a concorsi letterari ne hai mai visto uno?
Ho iniziato a partecipare da poco tempo, inviando il mio secondo manoscritto, per il momento sono ancora molto incredulo, al primo ho avuto come risposta una proposta di pubblicazione ad una cifra astronomica, al secondo sono tra i finalisti, riceverò una medaglia, come Bolt, però io non corro, scrivo. Avrei preferito una penna.
Hai un agente letterario?
Più di uno, sono tutti gli amici che mi leggono, seguono, consigliano e criticano. Non esistono migliori agenti letterari sul mercato: sono sinceri, economici e quando mi parlano mi guardano dritto negli occhi.
Quali sono i tuoi scrittori preferiti?
Un tempo avrei risposto citando Hesse, Baricco e Bukowsky. Oggi, sarà che sto crescendo invecchiando, i miei scrittori preferiti sono talmente tanti che faccio fatica a ricordarmeli tutti, e molti di loro non scrivono neppure, oppure ci hanno provato con scarsi risultati. Uno di questi è un mio prozio, prima che due ictus lo riportassero ad una dimensione terrena dove dei vecchi si ride e si cambia il pannolone viveva in una dimensione rubata al più romantico dei romanzi: come eremita in cima ad una collina, seduto a respirare il vento e a guardare i campi calpestati dalle stagioni. Ogni volta che passavo a trovarlo conservava un racconto sulle labbra. Aveva pure provato a scrivere la sua autobiografia ma la licenza da prima elementare e gli ictus hanno rallentato e stroncato le ambizioni letterarie del mio Jean Giono.
Cosa fai quando non scrivi?
Quello che fa ogni mortale: a volte vivo, altre volte “lentamente muoio”.
Pensi che Faletti scriva da solo i suoi libri?
Non me lo sono mai domandato.
Parlami della tua collaborazione con la rivista satirica Brontolo.
È una collaborazione curiosa, siccome per il momento vengono pubblicate delle ironiche “lezioni” sulla quotidianità della vita di coppia di giovani conviventi. Nascono da un gioco, da messaggi che mettevo per scherzo su messegger e apprezzati con mio stupore da molti dei miei contatti.
Che mezzo di scrittura preferisci?
Non ho preferenze, ogni mezzo ha il suo fascino e il suo sapore. Anche un sms, nel momento e nel modo giusto può avere la forza di farti sorridere o piangere, come una lettera, una poesia o un pugno tra i denti.
Letteratura e cinema che connubio pensi sia?
Di solito il film annacqua e violenta il romanzo, andando ad urtare l’immagine e le fisionomie che ci eravamo pazientemente costruiti nella mente leggendo l’opera. Al tempo stesso riesce ad essere affascinante attraverso un percorso alternativo utilizzando mezzi più immediati con cui comunicare con lo spettatore.
Hai mai letto Pasolini?
L’ho conosciuto nel momento sbagliato, troppo giovane per poterlo comprendere, ma mi sono promesso di andare a ritrovare un giorno le sue opere.
Ti piace la letteratura underground?
Mi affascina proprio la cultura underground, è una fucina di idee e di espressività.
Mi rattrista la difficoltà che si trova a far uscire la gente dalle proprie case o allontanarle dai locali alla moda sempre sovraffollati dove crocchi di gente in piedi sorseggiano un cocktail lungo un marciapiede, attaccati come carciofi a mollo. La chiamano “movida”.
Hai mai scritto poesie puoi citarmi qualche verso?
Niente poesie, solo qualche pensiero disordinato.
Hai mai frequentato scuole di scrittura creativa come la Holden di Baricco pensi siano utili?
Mai frequentate, sono diffidente. Ritengo che gli elementi più importanti per scrivere non si possano insegnare, a meno che non si ritenga che è l’abito a fare il monaco.
Ti piace leggere il tuo lavoro in pubblico?
No. È una cosa che non sopporto, chi scrive è una penna e un foglio, o una tastiera e un monitor. Non mi piacciono i romanzi con le foto degli autori in quarta di copertina, e spesso mi rattristo nel vedere gli autori che leggono i propri scritti contorcendosi e quasi auto commuovendosi.
Ci sono però autori che scrivono come parlano e loro stessi sono i migliori lettori delle proprie opere. Personalmente, la mia voce in pubblico è quella della mia compagna e del suo maestro di teatro. È meglio per me e per chi ascolta.
Parlami della tua città.
Torino è la sedia sotto le chiappe e l’orizzonte nei miei occhi. Il quartiere Vanchiglietta con il suo Lungo Po Antonelli la mia culla e il teatro principale dove fino ad ora ho costruito e inventato le mie storie. È inevitabile che io sia affezionato a questa città, ci ho vissuto.
Dove sono reperibili i tuoi libri?
Per il momento in tutte le librerie, dove non sono in esposizione(nel novanta percento dei casi) sono facilmente ordinabili, su internet sono disponibili su tutti i portali predisposti alla vendita online di libri. Prossimamente, almeno a Torino saranno disponibili anche nelle biblioteche.
Che consigli daresti ad autori in cerca di editore?
Sono in contatto con altri autori per cercare di tracciare una “linea guida” comune per gli autori esordienti e non. Sul mio sito ho indicato alcuni editori seri a cui sottoporre le proprie opere, se qualcuno mi vuole contattare per qualche consiglio o per condividere la propria esperienza sono sempre reperibile al mio indirizzo mail.
Credi nei Book trailers?
È un ottimo mezzo di pubblicità, ho da tempo in mente di utilizzare questa strategia per la pubblicazione del mio secondo romanzo.
Hai un blog?
Un sito per la precisione, che ovviamente nessuno visita. Più utile il gruppo che ho creato su facebook. Il link al sito è www.serraemanuele.it mentre su facebook basta cercare tra i gruppi: “la distanza che ci divide”.
Ti piace scrivere i dialoghi?
Si, molto.
Attualmente stai scrivendo un nuovo libro?
Si, sarebbe il mio terzo romanzo. È bello scoprire di avere qualcosa di nuovo da raccontare.
Che libro stai leggendo?
Ho appena terminato di leggere “l’ombra del vento”. Bel romanzo, mi piacerebbe averlo scritto io.
Scriveresti mai la tua autobiografia ?
Ad oggi no, credo che non ci sia nulla d’interessante da leggere e sono molto restio a scrivere di me stesso.
Ti piacciono i saggi, le opere di storia ?
Adoro la storia, ma tutti i libri storici o saggi sono inevitabilmente dei mattoni di difficile digestione. Lo confesso, mi addormento.
Ti piace la letteratura araba?
Mi piace l’incontro con altri popoli, un libro ha la proprietà e la forza di riuscire a viaggiare più di una persona. Un buon lettore diventa automaticamente anche un buon viaggiatore, specialmente se nei suo anni non ha smarrito la curiosità e l’incoscienza di mettere il naso in luoghi sconosciuti.
Comunque si, mi piace.
Frequanti le fiere del libro di Torino o Francoforte?
A quella di Torino non posso sfuggire, è a dieci minuti da casa mia e poi ci lavora Ilaria, una mia amica, che è anche l’autrice delle foto da copertina dei miei romanzi, quelli pubblicati e quelli da pubblicare, anche di quelli che devo ancora scrivere.
Ti senti combattivo?
Talmente combattivo che il saper perdere è diventato uno stile di vita.
Qaunto è importante per te il successo?
Se per successo s’intende avere qualcuno con cui condividere una passeggiata, una birra e una storia, molto. Se si ha quello vendere cento o centomila copie è un dettaglio che fino ad ora non ho avuto la premura di misurare.
Scrivi per te stesso o gli altri?
Scrivere per me è molto terapeutico ma credo che sia inevitabile scrivere anche per farsi leggere.
Cosa pensi degli e-book?
Era una mia idea prima ancora che uscissero. Però il fascino e l’odore delle pagine sono difficilmente sostituibili.
Addio Stu
11 ottobre 2009Con tristezza apprendiamo della morte di Stuart M. Kaminsky avvenuta venerdì 9 Ottobre. Un autore che ci mancherà e avremmo tanto voluto intervistare. Porgiamo le condoglianze ai familiari e ci uniamo al dolore dei tantissimi amici che Stu aveva sparsi per tutto il mondo. Era una persona davvero gentile e divertente, sempre disponibile e in grado di trasmettere autentica passione per il lavoro che faceva. Personalmente il personaggio di Porfiry Petrovich Rostnikov resterà sempre vivo nella mia memoria.

:: Intervista a Scott Pratt a cura di Giulietta Iannone
10 ottobre 2009
Ciao Scott, raccontaci qualcosa di te.
Sono diciamo una fioritura tardiva. Non ho iniziato la scuola di legge fino a 38 anni e non ho pubblicato il mio primo romanzo fino a 50. Non so perché forse sono solo un po’ lento. Amo lo sport, la musica di tutti i tipi, i bei film i libri. Io e mia moglie abbiamo 4 cani ora che i ragazzi sono cresciuti e sono fuori di casa. Abbiamo un pastore tedesco, uno yorkshire, un Bichon Friser, e un barboncino.
Come e quando hai iniziato a fare lo scrittore?
Ho iniziato a scrivere alle scuole superiori per una pubblicazione intitolata “Riflessioni”. Dopo di che nei primi anni 80 ho fatto il giornalista. Ho seguito l’istruzione, le corti criminali e i governi delle città e delle contee. Ho finito facendo giornalismo investigativo e alla fine mi hanno dato una mia colonna personale che ho scritto tutte le domeniche. E’ stato molto divertente e ho potuto scrivere tutto quello che volevo.
Hai reinventato il legal thriller. Ti piacciono i vari Grisham, Turow?
Mi piacciono e rispetto sia Turow che Grisham anche se credo che il mio lavoro è molto diverso dal loro. Il mio materiale è più spigoloso che il loro, io mi faccio scrupolo di tagliare un po’ del “grasso “ che tende a fare la trama drag. Faccio anche un grosso sforzo per concentrarmi sui temi e i simboli che esaminano il nostro attuale sistema giudiziario in modo critico pur mantenendo le storie fresche e divertenti.
Quali sono le tue influenze?
E’ difficile dire quali scrittori mi hanno influenzato. Amo Mark Twain e Joseph Heller e Kurt Vonnegut e Philip Roth e James Lee Burke e molti altri . Gli scrittori che possono allo stesso tempo intrattenermi e illuminarmi sono I miei preferiti.
Che cosa consideri più difficile nell’arte della scrittura?
La parte più difficile per me è mantenere il materiale fresco. Attualmente sto lavorando al mio 1uarto romanzo della serie di Joe Dillard e sono sempre vigilante sul rischio di cadere nella routine o impaludarmi nelle storie o scrivere frasi ripetitive. Può essere facile diventare pigri quando si scrive una serie. Non voglio che questo accada a me. La seconda parte più difficile è mantenere l’immaginazione fresca. Voglio dire ci sono un numero limitato di modi di descrivere il volto umano. Ho passato decisamente troppo tempo agonizzando nel cercare di descrivere il naso di un mio personaggio.
Come è il processo per la costruzione dei personaggi? Come , quando e per quanto tempo lavori alle tue storie?
Io costruisco i personaggi considerando per prima cosa come il personaggio servirà alla trama. Una volta che il personaggio ha uno scopo inizio a pensare a qualcuno che conosco che potrebbe sembrare o agire in modo analogo al personaggio di cui ho bisogno nella storia. A volte ciò funziona altre volte no . Se non funziona creo il personaggio di sana pianta. Una volta che ho in mente l’immagine fisica mi metto in ascolto. Io in realtà cerco di sentire il personaggio parlare nella mia testa- il suo tono di voce, l’accento, la dizione, tutto nel suo complesso. Dopo che ho una comprensione mentale del personaggio inizio a fargli avere un ruolo nella mia storia e vedo cosa succede. Questa è una parte del processo che veramente mi diverte, perché mi permetto la libertà di lasciare che i miei personaggi diventino imprevedibili. Ho avuto alcune deliziose sorprese lasciando che i miei personaggi reagissero alle situazioni e se mi sono sorpreso io voglio pensare che sia stato lo stesso per il lettore.
Raccontaci qualcosa dell’avvocato della difesa Joe Dillard. Ti somiglia?
Joe Dillard mi somiglia in molti modi, ma penso sia più una combinazione di cos aero, di cosa sono e di chi mi piacerebbe essere. Egli è una sorta di avvocato qualunque un uomo buono e coraggioso, in un mondo difficile e pericoloso, un marito devoto e un padre con un bagaglio emotivo e psicologico che gli permettono di fare ciò che “giusto”. Ho anche fatto uno sforzo cosciente per farlo crescere ed evolvere in ogni nuovo romanzo.
L’innocenza e la colpa sono temi importanti nei tuoi libri. C’è gente realmente innocente?
La mia risposta è sì, alcune persone sono in realtà innocenti. Ogni settimana alcuni uomini vengono liberati dalle carceri negli Stati Uniti dato che elementi di prova del dna hanno rilevato la loro innocenza dopo aver scontato anni di carcere per crimini che non hanno commesso. I testimoni oculari non sono esattamente affidabili e sono probabilmente responsabili di più condanne ingiuste di qualsiasi altra cosa. Detto ciò per quanto riguarda la mia persona le esperienza di avvocato penalista della difesa meno dell’un per cento delle persone che ho rappresentato erano realmente innocenti. Mi ci è voluto un po’ per capirlo.
Hai qualche consiglio per gli aspiranti scrittori?
Il miglior consiglio che posso dare agli aspiranti scrittori è questo : non arrendetevi. Se hai talento loro ti troveranno e per “loro” intendo gli agenti e gli editori. Ma bisogna tenere a mente che i criteri di valutazione sono soggettivi e se uno dirà di no non è detto che anche il prossimo dirà di no . Perciò bisogna continuare a provare.
Cosa stai scrivendo al momento?
Sto scrivendo il mio quarto romanzo della serie di Joe Dillard. Si intitola “L’onere della prova”. Dopo aver finito circa tra sei settimane ho intenzione di prendere un mese di pausa e poi di iniziare un nuovo thriller senza personaggio fisso.
Ci puoi descrivere la tua giornata tipo?
Mi alzo presto, faccio qualche esercizio di ginnastica, scrivo per tre ore, pranzo, faccio un po’ di esercizio all’aria aperta, quindi scrivo per almeno altre tre ore. Quando sono vicino a finire un romanzo passo anche più tempo a scrivere. La sera mi piace rilassarmi.
Sei mai stato tentato di scrivere una sceneggiatura?
In realtà ho scritto ben tre sceneggiature. Una circa il pirata Barbanera, una era un adattamento del mio secondo romanzo, una era l’adattamento di un romanzo scritto da un mio amico. Ho anche scritto un poco di teleplays. Trovo entrambi i formats estremamente limitanti. Mi piace molto di più scrivere romanzi.
Qualche progetto di film trattto dai tuoi libri?
C’è un importante produttore di Hollywood che sta cercando di sviluppare i miei libri in una serie televisiva sulla vita di Joe Dillard. Augurami buona fortuna.
Cosa pensi del moderno romanzo poliziesco americano?
Credo che ci sia la tendenza ad andare un po’ troppo sopra le righe con il sadico serial killer sessuale. I romanzi polizieschi offrono alcune interessanti possibilità di offrire spiegazioni sul perchè le persone fanno alcune cose. Perchè l’ha uccisa? Perchè lei è un poliziotto? Questo genere di cose. La tendenza ormai credo sia quella di esarcebare la violenza senza in realtà esaminare perchè è successa. Il risultato è un prodotto che non è soddisfacente almeno per me.
Ti piace Earle Stanley Gardner?
E’ difficile che non piaccia è praticamente un pioniere nel genere. Ciò che trovo più interessante su di lui è il suo appassionato coinvolgimento in un’ organizzazione che egli ha contribuito a formare che si chiama “The court of Last Resort”. Questa organizzazione è stata il precursore del moderno “Innocence Project” che ha aiutato a liberare gente ingiustamente imprigionata per crimini che non aveva commesso.
Cosa stai leggendo in questo momento?
Ho appena finito “Out stealing Horses” di Per Petterson. La settimana prima ho letto “La Macchina Umana” di Philip Roth, e la settimana prima ho letto swan Peak di James Lee Burke. Adesso non sto leggendo niente. Sto lavorando duro per finire il romanzo che sto scrivendo.
Cos’è il talento per te un dono o duro lavoro?
E’ una combinazione di entrambi credo. Deve esserci una certa innata capacità di riprodurre modelli di linguaggio e di manipolare il linguaggio per descrivere quello che vogliamo descrivere ma c’è anche un’ enorme quantità di lavoro svolto. Io studio tutto il tempo e mi sembra sempre di non sapere abbastanza.
:: Intervista a Duane Swierczynski
9 ottobre 2009
Benvenuto Duane su Liberidiscrivere. Racconta ai nostri lettori italiani qualcosa di te e del tuo background. Chi è Duane Świerczyński?
Ho 37 anni, sono di Philadelphia, sono uno scrittore e mi piacerebbe avere un cognome più accattivante e soprattutto più corto.
Da quanto tempo scrivi?
Da quando sono vecchio abbastanza per tenere una matita in mano. Sono cresciuto disegnando piccoli fumetti e scrivendo storie horror per i miei insegnanti ( suore cattoliche!). Ma sono uno scrittore professionista e per professionista intendo effettivamente pagato per farlo da quando avevo 19 anni.
Quale è stato il tuo primo lavoro scritto. Raccontaci del tuo debutto.
Il mio primo romanzo è Secret Dead Man e l’ho venduto ad una piccola casa editrice qui in America che si chiama Point Blank. Tratta di un ragazzo che colleziona le anime dei morti le immagazzina in un albergo nella sua mente e le utilizza per risolvere dei delitti.
Scrivi della not-fiction?
Raramente in questi giorni. Ho trascorso la maggior parte della mia carriera di scrittore come giornalista per giornali e riviste.
Tu sei lo scrittore principale della serie “Cable” per la Marvel Comics ma hai anche scritto storie per fumetti per Moon Knight, Punisher e Iron Fist. Raccontaci qualcosa di questa esperienza.
E’ divertente, io sono un tipo strano appassionato di fumetti da tutta una vita così la possibilità di lavorare nel sandbox di Marvel è stato come un sogno che si avvera. Ciò mi ha anche aiutato a immaginare le mie storie visivamente vedendo il filmato nella mia testa un po’ più chiaramente.
Philadelphia è la tua città? Puoi raccontarci qualche aneddoto?
Ho un rapporto di amore odio con Philadelphia. E’ una città bellissima piena di storia e di brava gente. Ma è anche un luogo folle dove troppe cose vengono lasciate a marcire, e troppe persone vengono messe da parte. Se tu mai venissi a visitarla prendi un auto giù a Broad Street e guarda tutti gli ex palazzi che sono lasciati cadere a pezzi. E’ straziante.
Sei uno scrittore molto originale. Puoi dirci qualcosa sul tuo background letterario? Quali scrittori ti hanno ispirato?
Sono cresciuto leggendo un sacco di horror: in particolare Joe Lansdale, David Schow, Stephen King, e Clive Barker, che poi mi ha portato a giallisti come Fredric Brown, e James M. Cain e infine a stravaganti scrittori di fantascienza come Philip K Dick e Alfred Bester. Mi piace mescolare piccoli pezzi di un sacco di generi nelle mie storie.
Sei anche un giornalista. Il giornalismo è una dura scuola. Cosa hai insegnato?
In realtà sono attualmente un giornalista in pensione. Ho insegnato cinque anno fa ed ho amato questa esperienza. Mi piacerebbe un giorno insegnare di nuovo, forse fiction, forse fumetti.
Chi è il tuo scrittore preferito?
Questa è proprio una domanda difficile perché potrei snocciolarti un centinaio di nomi in un batter d’occhio. Io di solito resto fedele ad autori morti non per offender quelli viventi. In cima alla mia lista c’è David Goodis , uno scrittore noir di Philadelphia, James M. Cain, Fredric Brown e Dashiell Hammett.
Cosa stai leggendo in questo momento?
Un romanzo horror che si intitola “John dies at the end” di David Wong. E’ incredibile. Bizzarro, cruento, buffo e assolutamente sorprendente. I amo i libri che giocano contro le aspettative.
C’è qualche piano per trarre film dai tuoi libri? Ti piace Hollywood?
I miei tre romanzi più recenti sono statti tutti opzionati; con “Severance Package” sono stato assunto per adattarne la sceneggiatura con il regista Brett Simon ( Assassination of a High School President). Ma è tutto un grande gioco di attesa. Io amo Hollywood sia come un luogo fisico che come uno stato d’animo. Ci ho trascorso un sacco di tempo quest’estate. Un giorno mi piacerebbe scrivere un thriller ambientato a Los Angeles.
Dimmi qualcosa sul tuo prossimo romanzo.
Ha per protagonista un ragazzo che viaggia indietro nel tempo e incontra un ragazzo di dieci anni …che un giorno crescerà fino ad uccidere il padre del nostro eroe. In realtà è abbastanza autobiografico, a parte la faccenda del viaggio nel tempo.
Che consigli daresti ai giovani scrittori in cerca di un editore?
Di focalizzarsi sul lavoro, se il lavoro è buono alla fine un editore si trova. Non bisogna scrivere per il mercato, ovvero intendo saltare sulla tendenza più recente. Scrivete ciò che vi emoziona di più. Siete mai andati alla ricerca di un libro che non avete trovato da nessuna parte? Questo è probabilmente un buon segno, che quel libro dovreste essere voi a scriverlo.
Ti piace James Ellroy?
Si. White Jazz mi ha sbalordito quando l’ho letto durante un lungo viaggio di ritorno per il fine settimana nel 1995. Da allora sono un suo grande fan.
Hai un agente letterario?
Si. David Hale Smith è stato il mio agente principale da dieci anni a ora.
Che cos’è la libertà per te?
Più o meno la vita che ho ora: avere la possibilità di essere in grado di raggiungere il mio ufficio seminterrato e scrivere romanzi per tutto il giorno. Ho il migliore lavoro del mondo.
Ti piace l’Italia? Quando vieni a trovarci?
Mi piacerebbe! Per un quarto sono Italiano veramente il resto di me è polacco. Se mai ci sarà la possibilità di avere un ingaggio in Italia, la coglierò al volo.
:: Michele Ciardelli intervista Valter Giraudo.
8 ottobre 2009Parlaci di te e di com’è nata la tua passione per la scrittura.
Da sempre la scrittura è stata per me il modo più semplice per esprimere i miei pensieri, molto meglio che oralmente.
Sin da ragazzino scrivevo racconti e poesie, disegnavo vignette – o almeno scarabocchiavo vignette – ma son sempre rimasti nel famoso “cassetto”.
Poi, dopo l’acquisizione del titolo di studio di naturopata mi è stato proposto di pubblicare con un mio compagno di corso la tesina che avevamo presentato, perché originale. E’ nato così il mio primo libro “Vitamine e Minerali – Riequilibrarsi in modo naturale – Atlantide Edizioni”. Poco dopo, ho iniziato la collaborazione con un periodico: dovevo curare una rubrica di medicina naturale.
Poiché sono eclettico, ho iniziato a scrivere anche pezzi di cronaca o opinioni di fatti ed eventi, allargando la mia collaborazione con altri periodici. La cosa mi è sempre piaciuta. Così potevo tranquillamente “dire la mia”!!! Inoltre, mi hanno pubblicato anche delle vignette di satira.
Intanto continuavo a scrivere racconti, senza però mai pubblicare nulla.
Tu sei prevalentemente un “noirista”, scrivi anche poesie, oltre ad aver scritto un libro sulla omeopatia, come hai già detto: come fai a coniugare nella tua scrittura, molti stili differenti? Nel tuo ultimo lavoro, Parto di sangue, sei riuscito a fare coesistere una intensa storia di violenza domestica, con alcune delle tue poesie e con delle immagini. E’ possibile coniugarle, anche per i tuoi lavori futuri, oppure era solo un esperimento?
Proprio perché eclettico, ho bisogno di spaziare per non annoiarmi. Scrivere dev’essere un piacere. Infatti ho in progetto anche un libro che parla di un percorso spirituale e un altro che è una raccolta di fiabe buddiste rielaborate.
Sicuramente il noir è il mio filone preferito. Tutto il resto rimane quindi “svago”.
Parto di Sangue, l’ultimo libro pubblicato, nasce dalla ricerca di un mio nuovo stile. Volevo un Valter nuovo, originale, accattivante. Il connubio tra immagini, poesie e racconto noir è stato un esperimento, che pare abbia riscontrato e stia tutt’ora riscontrando ottimi pareri.
Così ho deciso che questo sarà il mio nuovo modo di esprimermi: abbracciare l’arte a 360°, unendo più modi di espressione per un singolo argomento.
Come ti organizzi per scrivere la storia che ti viene in mente? Ti scrivi le idee e poi le sviluppi, o hai un metodo tuo personale?
Diciamo che NON ho un metodo preciso. Perché anche, in questo caso, la routine mi stufa. Pur essendo metodico e preciso, nell’espressione artistica divento esattamente l’opposto: senza regole e schemi rigidi. Ogni nuovo libro è una nuova scoperta, pur seguendo il mio nuovo stile.
Il tuo approccio alla cultura e alla filosofia buddista influenza in qualche modo la tua scrittura?
Sicuramente abbracciare totalmente una religione rivoluzionaria come il Buddismo porta ad una rivoluzione umana notevole. La vita in ogni suo aspetto viene vista e vissuta in modo totalmente diverso. E questo modo diverso di cogliere la vita traspare chiaramente nei miei testi. Ad esempio, si parla di karma e non di destino, di consapevolezza, di credere in se stessi e non in un dio esterno, ecc. ecc. Ma non voglio disquisire qui su un argomento religioso.
È stato difficile trovare una casa editrice che credesse in te? E che problemi hai avuto, se ne hai avuti, a trovarne una?
Come tutti gli esordienti non sponsorizzati, ho constatato che NESSUNO crede in te. Difatti con la casa editrice del mio primo libro “Oscurità Fondamentale” ho sempre dovuto battagliare perché stampava sempre il minimo indispensabile per “paura” di avere giacenze… Ma con “Parto di Sangue” posso dire di aver avuto un ottimo riscontro e ottime proposte. Sono soddisfatto della casa editrice che l’ha pubblicato: “La Riflessione – Davide Zedda Editore” di Cagliari. Oltre che aver pubblicato una tiratura di 2000 copie senza contributo – ho solo acquistato alcune copie – ha mantenuto fede ai suoi impegni e vedo la pubblicità del mio libro apparire ovunque.
Qual è il tuo scrittore preferito?
Sono tanti. Troppi. Mi piace leggere di tutto. Dal noir, alla biografia, alla medicina naturale, al Buddismo – ovviamente – e alla poesia. NON leggo libri strappacuore tipo “Collana Harmony”. Ho imparato molto dalla lettura dei libri di Coelho, perché scrive in modo molto semplice e fluente.
Le tue letture influenzano il tuo stile di scrittura?
Beh… si… leggendo si impara! E’ importantissimo leggere molto e di diversi generi.
Stai lavorando ad altri progetti? Hai in cantiere qualche altro libro?
I libri in cantiere sono tanti e di vario genere. Ho pure iniziato una bellissima esperienza con un amico scrittore: un libro a quattro mani!
Hai mia frequentato dei corsi di scrittura?
No, mai.
Li ritieni utili?
Penso di sì, basta che non abbiamo prezzi spropositati! Ma leggere molto è sicuramente la base per una buona crescita personale.
Il tuo libro, Parto di sangue, è una sorta di accusa ad un mondo che spesso viene taciuto, quello della violenza domestica. Com’è nata questa esigenza? Ricordi cos’ha scaturito in te questo desiderio?
Il tutto è iniziato dagli articoli per i vari quotidiani: dire la verità, quella “vera”, quella che gli altri non osano. Poi lo studio del Buddismo, la mia ricerca interiore e la collaborazione con “Avvocati senza frontiere” ha rafforzato questa mia convinzione. Come il indicato sul titolo del mio blog, mi definisco “controcorrente consapevolmente”!
Così ho pensato di mettermi dall’altra parte: cosa prova una donna che subisce violenza. Fino a che punto può arrivare. Volevo che la gente si sensibilizzasse sull’argomento. Per questo il libro, se pur breve, è molto forte.
Mi sono messo a studiare vari trattati di psicologia in merito alle violenze domestiche, ho letto molte testimonianze.
La cosa bella è che per ogni libro leggi, studi e approfondisci una miriade di argomenti nuovi!
Parlaci del tuo libro.
Beh, vi allego recensione dell’amico e poeta Giovanni Andrea Negretti, in arte GAN, che mi è piaciuta moltissimo! E Vi ringrazio molto per questa bella opportunità!
Parto di sangue
di
Valter Giraudo
Recensione di Giovanni Andrea Negrotti.
Un volumetto pratico, sobrio nella sua veste editoriale, arricchito da bellissime immagini dell’autore.
Parto di sangue edizioni LA RIFLESSIONE di Davide Zedda.
Autore VALTER GIRAUDO, genere NOIR.
Il “VERISMO” epoca letteraria del primo novecento, non è mai scomparso, bensì si è evoluto in quelle forme oggi conosciute come “cronaca nera” o “noir”. Sono quelle opere che descrivono, come questa di Valter Giraudo, una situazione drammatica di vita, scene immaginarie così vive e crude che si animano davanti ai nostri occhi mentre le leggiamo, proprio per la minuziosa descrizione nei minimi particolari.
Più che l’immaginario, in PARTO DI SANGUE, mi colpisce l’immedesimazione che l’autore utilizza per dar corpo al suo racconto, breve ma molto descrittivo.
Un uomo che s’immedesima in una donna non è cosa da poco conto, il personaggio, IRMA, che vive inizialmente l’illusione del grande amore, che presto diventerà il suo grande incubo, il suo inferno terrestre.
L’abilità di Valter Giraudo, sta nel fatto che raramente, noi uomini, riusciamo ad entrare nel mondo femminile, con le loro caratteristiche, le ansie, le paure, la forza e il coraggio, specie dove le donne sono oggetto di turpi attenzioni e violenze da parte del maschio.
Questa abilità è però concessa a chi conosce gli strumenti artistici letterari e un elevata sensibilità umana, l’immedesimazione è infatti una forma di retorica usata spesso dagli scrittori e dai poeti, a tal proposito, evinco dall’opera alcune poesie, segno tangibile che la poetica è comunque presente in ogni momento della vita, anche in quelle circostanze altamente emotive come questo racconto, che ha sfumature tenui dove si racconta con nostalgia dell’innamoramento, ricordi di gustosi cibi della gastronomia locale, di malinconici e incantevoli paesaggi di montagna.
Per tale motivo affermo che questo “ noir” è ben condito da immagini e poesia. Il linguaggio, se pur crudo nel raccontare scene strazianti, è scorrevole, pulito, in alcuni passi, forte e determinato in altri.
Questo è un racconto che dimostra la premura dell’autore di denunciare quella violenza che si consuma gratuitamente tra le mura domestiche, che s
i nasconde dietro una bella facciata di perbenismo e civile convivenza, ma che nasconde torbide storie di denigrazione umana, questo al secolo chiamato
“ Stalking”. Perciò l’autore c’introduce ad una presa di coscienza, iniziando il discorso su come la nostra vita sia un percorso; nascita, invecchiamento, malattia, morte, il fatidico cerchio alla quale molte civiltà antiche hanno creduto e molte odierne credono.
L’autore ci regala anche una nozione di psicologia, di come sia un momento particolare l’evento del parto per una donna e il suo nucleo familiare, di come sia una vera rivoluzione psico-fisica nella donna, questo non per ricordare alle madri quei momenti di sofferenza, ma bensì per rendere chiara l’idea all’uomo di cosa significhi PARTORIRE.
Inizia così il racconto di una donna schiava dei suoi errori di gioventù, di una vita trascorsa tra le mura fatiscenti di una vecchia baita sui monti della Valle Varaita, negli anni ’60. Indigente al punto di commettere furtarelli per procurarsi del cibo, ma cosa più terribile, costretta alla violenza e soprusi di un marito alcoolizato ed egoista, trattata senza nessuna dignità, offesa e degradata, obbligata ad avere un figlio che non vuole, depressa, annientata, spogliata di ogni considerazione. Arriverà al punto di essere una bomba carica di odio che esploderà in una violenta deflagrazione, in un PARTO DI SANGUE, trasformandosi ella stessa, da vittima a carnefice.
Consiglio, perciò, questo racconto di facile lettura, scorrevole, intrigante, avvincente, con colpo di scena finale, ma con un messaggio di riflessione.
Giovanni Andrea Negrotti GAN
05-06-2009
:: Intervista con Thomas O’Callaghan
7 ottobre 2009
Salve Thomas, benvenuto su Liberidiscrivere raccontaci qualcosa di te.
Sono uno scrittore di thriller residente a New York. Scrivo dal 1992. I miei lavori sono stati tradotti e pubblicati in Germania, in Slovacchia, in Indonesia, e nella Repubblica Ceca. Presto usciranno anche in Cina e in Italia. Sono membro sia della Mystery Writers of America che dell’International Thriller Writers Association.
Quale fu il tuo primo libro pubblicato?
“Bone thief” pubblicato nel gennaio del 2006.
Che lavori hai fatto in passato?
Ero un assicuratore, ho lavorato per 28 anni per la Allstate Insurance Company prima di potermi dedicare alla mia vera passione: scrivere.
Quando e come iniziasti a scrivere fiction. Quali scrittori contemporanei leggi?
Stranamente mi sembra quasi impossibile leggere romanzi siccome sono sempre impegnato a scriverli. Rischio professionale si potrebbe dire.
Ti immedesimi completamente nel mondo dei tuoi personaggi, non ti fa paura?
In una parola no. Anzi trovo divertente avere una manciata di personaggi in giro per la mia testa. Anche se molti di loro sono psicopatici, siccome scrivo di immaginari omicidi serali.
Cosa pensi della moderna crime fiction?
Leggo e sono affascinato dal vero crimine. Qualche volta è più demenziale della fiction.
Parlaci del tuo debutto “Bone thief”. Quanto tempo ci hai lavorato?
Costantemente per 12 anni. La prima stesura fu completata nel 1994, ma ho impiegato 12 anni a trovare l’editore Kengsinton Publishing che mi ha offerto un contratto.
Una casa editrice italiana ha recentemente acquistato i diritti dei tuoi libri. Ti piace l’Italia?
Amo l’ Italia. In realtà verrò in Italia a visitare Roma nella metà di settembre in vacanza.
Raccontaci qualcosa del tenente John Driscoll della polizia di New York. Ti somiglia?
Sì, mi somiglia nel modo in cui è stato allevato. Un cattolico irlandese con un grande senso di responsabilità e di passione per la vita. Come personaggio di fantasia il tenente NYPD John Driscoll è come ogni uomo la cui vita è modellata dal suo presente e dai fantasmi del suo passato. Suo padre anche lui poliziotto aveva provveduto per i bisogni fisici della sua famiglia, ma non altrettanto bene è riuscito a soddisfare i bisogni emotivi. Trascorre molto del suo tempo in quel luogo che sua madre chiama il giardino della birra, John Sr, sfuggendo i suoi demoni, ma trascurando le anime della sua famiglia. All’età di 8 anni il giovane John ha sofferto per la perdita della madre. Scoraggiata e depressa ha scelto il suicidio e l’abbandono è per lui traumatizzante. Ma egli ha perseverato. Perché ha scelto di diventare un poliziotto rimane un mistero per John Driscoll. Ha forse voluto seguire le orme di suo padre per rimediare ai suoi errori? Come per molti altri misteri nella vita anche questo rimane irrisolto. Ma il “lavoro” come viene comunemente chiamato ha offerto a John l’uniformità un bene così prezioso nella sua vita travagliata. Poi entra nella sua vita Colette. Una panoplia di rapimento per Driscoll. Si innamora di lei e la meraviglia entra nella sua vita. Vera magia. Pura delizia. Assieme creano una casa, danno alla luce una figlia Nicol, a mano amano guardano gioiosamente verso il futuro. Finchè di nuovo la tragedia colpisce Driscoll. In un pomeriggio sereno e luminoso di maggio dopo 15 anni di matrimonio felice a causa di un incidente stradale Driscoll perde la sua cara Nicol e si ritrova la moglie in coma irreversibile. Ma ancora una volta egli persevera.
Raccontaci qualcosa della tua New York: E’ il luogo ideale dove ambientarci un libro?
New York è perfetta in quanto è un insieme complesso di molte realtà, tutte presenti in molti quartieri. Ho vissuto qui tutta la vita e come scrittore trovo gratificante miscelare le varie culture con la mia storia personale.
I tuoi libri sono stati pubblicati e tradotti in molti paesi. E’ eccitante questo?
Molto!!! E’ una grande emozione per me come scrittore avere un pubblico internazionale. Anche se la mia comprensione di una lingua diversa dall’inglese è pari a zero, la vista delle mie parole stampate in un’altra lingua è esilarante, per non dire altro.
Cosa preferisci in un libro, la descrizione dei luoghi, la caratterizzazione dei personaggi, i dialoghi?
Tutto quanto hai detto. Ma forse maggiormente i dialoghi.
Scrivi anche racconti brevi o solo romanzi?
Romanzi. Sebbene mia moglie vorrebbe vedermi scrivere racconti trovo le storie di più lungo respiro più interessanti. E poiché sono sotto contratto con il mio editore attuale e devo scrivere tre romanzi all’anno ogni mio progetto di scrivere racconti deve essere messo nel cassetto.
Cosa stai leggendo in questo momento?
Uno script per un musical a cui una mia collega mi ha chiesto di dare un’ occhiata. Spera di rafforzare la scrittura per poterlo vendere a Broadway. Ho domandato ad un caro amico, un collega scrittore di thriller, che è stato scritturato in un teatro di musical di assistermi nella riscrittura. Spero che sarà un successo.
Ti ispiri ad eventi reali quando crei le tue trame?
Sì, moltissimo. Infondendo la realtà nella finzione le mie storie sono più pertinenti e plausibili.
Raccontami qualcosa sul tuo prossimo romanzo. Avrà ancora per protagonista John Driscoll?
NO ONE WILL HEAR YOU è il terzo di una serie di cinque romanzi. Ha per protagonista Driscoll e il suo team di polizia e perseguiranno un nuovo psycho che ha dichiarato New York il suo personale campo di sterminio. Anche se gli omicidi si stanno svolgendo nel 21° secolo l’assassino utilizza metodi del 1886.
Ti piace far tour promozionali?
In una parola sì.
Che cos’è la verità per te?
La verità è ciò che mi piace esprimere. Sia per il lettore che per me stesso. Un senso di responsabilità di dare tutto me stesso e non deludere.
Quale è la tua routine?
Varia. Ho scoperto di rendere di più scrivendo di notte ma il processo di creazione del romanzo dura tutto il giorno.
Che consigli daresti ai giovani scrittori in cerca di editore?
Scrivere una storia che gli altri vogliano leggere e poi bussare alle porte degli editori finchè ne trovino uno disposto a pubblicarla. Il mio sforzo è durato 12 anni! La tenacia è la chiave.
Hai senso dell’umorismo? Dimmi una barzelletta.
Una madre con un figlio con dei problemi cerca aiuto da uno psichiatra. “Sei troppo turbata e preoccupata per tuo figlio”dice lo strizzacervelli “Le prescrivo dei tranquillanti”. Alla visita successiva lo psichiatra chiede alla madre se i tranquillanti hanno fatto effetto e lei risponde “Si”. “E come sta suo figlio?” le chiede. ” Chi se ne frega” risponde lei.
Che ruolo ha internet nel tuo modo di scrivere?
Enormi risorse di ricerca. Ma proprio enormi. Anche se il mio lavoro è una finzione la metodologia degli omicidi e le scienze forensi devono essere accurati.
Hai un agente letterario?
Si una gemma di agente in Matt Bialer della Sanford J Greenburger Associates in New York.
5 ottobre 2009
Nadia Boccara, Il buon uso delle passioni. Hume filosofo morale: una biblioteca possibile, Liguori, Napoli 1999
Recensione di Federico Sollazzo
Questo testo racchiude le Ricerche svolte da Nadia Boccara presso l’Istituto di Scienze Umane e delle Arti della Facoltà di Lingue e Letterature straniere moderne dell’Università della Tuscia di Viterbo, dove la stessa Boccara insegna Filosofia Morale; esso è apparso anche in traduzione francese come N. Boccara, David Hume et le bon usage des passions, l’Harmattan, Paris 2006 (è da registrare il fatto che il quarto capitolo della parte terza ed il sesto capitolo della parte quarta non sono presenti nella versione francese).
Il punto d’avvio di tali Ricerche è fissato in quella crisi dell’assolutezza dei valori, in quella eclissi della verità e delle certezze (da molti e diversi moderni pensatori constatata) che, in epoca moderna, priva la riflessione morale di solide fondamenta sulle quali erigersi. Di fronte a tale “crisi della ragione”, fa notare l’autrice, le religioni e la scienza si pongono come i “paladini” della verità, come delle autorità che, proprio in quanto tali, possono restituire quelle certezze morali che l’epoca moderna sembra avere dissolto.
Esiste tuttavia un’altra possibile risposta, quella corretta per l’autrice, alla crisi della ragione: la risposta che già nel Settecento diede l’Illuminismo il quale, sia nella veste di periodo storico che in qualità di movimento filosofico, necessita oggi di essere ripensato. Ovviamente nel testo della Boccara non si sorvola sul germe del dispotismo e sul nesso Lumi-Terrore, così come lo definisce lo studioso americano Lester Crocker, insiti nell’Illuminismo, tuttavia questi fattori vengono considerati come delle derive esterne ai “normali” valori illuministici, valori che, diversamente da quanto si è abitualmente portati a pensare, non sono, per l’autrice, di esaltazione della razionalità, ma al contrario, di “rivolta contro il razionalismo” in favore della corporeità e della soggettività umana, come sostiene lo studioso tedesco-americano Peter Gay, che vede nell’Illuminismo la conclusione di un processo di secolarizzazione dell’etica affondante le sue radici nel paganesimo del mondo classico e sfociante, infine, nella teoria sui sentimenti e sulle passioni di illuministi quali Diderot, Voltaire, Vauvenargues e, soprattutto, David Hume.
In questo testo Hume viene infatti riletto dalla Boccara in una maniera particolare ed innovativa. Non ricostruendone, come abitualmente viene fatto, le relazioni con la filosofia britannica e le ripercussioni nell’ambito analitico contemporaneo, bensì soffermandosi su alcuni temi centrali del suo pensiero, fra i quali il principale è individuato nella riflessione sulla morale. Viene così mostrato come il pensiero morale humiano condivida alcuni fondamentali tratti con la moralistica continentale, in particolare con quella francese, e con autori quali Seneca, Bayle, Descartes, La Rochefoucauld, Mandeville e Montagne, che, da tale punto di vista, potrebbero costituire la biblioteca “possibile” del filosofo scozzese.
Attraverso tale percorso teorico l’autrice ci fornisce un’immagine di Hume molto diversa da quella abituale (forse si potrebbe dire da quella della “vulgata”), tratteggiando il pensiero humiano come un pensiero orbitante attorno al concetto di ragione, intesa però non come una fredda attività raziocinante, ma come una sorta di istinto, una “passione calma” che funge da faro per le credenze e le scelte della vita ordinaria. La ragione, insomma, non come una astratta e distaccata capacità conoscitiva, ma come una “passione pensante”, la quale però può esercitarsi solo tramite l’interazione con il prossimo. Si spiegano così le scelte humiane del “rifiuto della solitudine” e dell’esaltazione della “civil conversazione”.
Posto il pensiero di Hume in questi termini, non appare azzardato parlare di “umanesimo huminano”, leggendo così Hume come uno dei filosofi britannici in cui è maggiormente presente l’eredità della civiltà umanistica, che si concretizza in un certo Illuminismo definibile come il «compimento di un processo di secolarizzazione dell’etica e della ragione dell’Occidente: un processo che affonda le sue radici nel paganesimo del mondo classico» (P. Gay, The Enlightenment: An Interpretation, I, The rise of moderrn paganism, Wilwood House, London 1973, p. 425).
Per Hume, dunque, le passioni non sono paragonabili né a calcoli, né ad aspettative utilitaristiche, bensì esse sono delle autonome pulsioni che ci fanno provare curiosità ed interresse per il modo, facendoci così uscire da noi stessi e negando così la dimensione dell’isolamento (ma non quella della solitudine, propedeutica al dialogo con se stessi); le passioni, insomma, ci rendono degli esseri sociali e fra queste la più importante risulta essere quella del self-interest che, spingendo il soggetto verso il mondo, nega la contrapposizione fra egoismo ed altruismo e oltrepassa tali schematizzazioni in direzione di un concetto conciliante il soggetto con il mondo: quello di giustizia.
La concezione dell’amor proprio risulta così essere la nozione fondamentale dell’etica.
:: Intervista ad Anna Mauro a cura di Giulietta Iannone
5 ottobre 2009
Indescrivibile se solo pensate che per me costituisce la possibilità di trasformare inchiostro stagnante in sangue che circola in esseri umani, animandoli.
Quali sono i tuoi autori preferiti?
De Filippo, Ibsen, Skakespeare.
Che studi hai fatto?
ISEF, Laboratori Teatrali con il maestro Pippo Spicuzza e vari stages di recitazione e regia con il maestro Enzo Sulini. Ho studiato pianoforte e danza classica.
Ti piace il teatro di Ibsen?
Ho già risposto.
Quale strumento di scrittura preferisci, bic, computer?
La bic, senza possibilità di replica. La porto con me ovunque, senza problemi. Guai a non averla in borsa o in tasca.
Parlami della tua infanzia.
Ho avuto un’infanzia serena, quasi all’insegna della noia. Probabilmente giusto la noia è stata la molla scatenante per la mia fantasia. Avrei voluto vivere più vite e, alla fine, ci sono riuscita.
Scrivere per te è più una passione o un lavoro?
Una mania, sono una scriborroica. Scrivo ovunque, pure sui dolci.
Raccontami un aneddoto bizzarro che ti è accaduto?
Lo inserisco alla fine. E’ tratto dal mio “Femminopatia”, che è una sorta di diario personale. Solo a me, figlia di un dio burlone, poteva capitare una cosa simile. Decidete voi se è il caso.
Hai molti amici nel mondo del teatro, li frequenti?
Sì, compatibilmente col tempo disponibile.
Preferisco comunque andare a vedere i loro spettacoli: è la prova di amicizia più grande che si possa dare.
Sei superstiziosa?
Noooooooo! Scherzo…
Come sono stati i tuoi esordi?
Stupendi. Al Teatro Biondo di Palermo con Pippo Spicuzza.
Scrivi anche romanzi di narrativa, saggi racconti?
Sì, anche un almanacco demenziale, che pubblico giornalmente sul mio sito.
Quale è il libro più bello che hai letto?
Quello che avrei voluto scrivere io: “Il gattopardo”.
Ascolti musica mentre scrivi?
Sì, e non solo. Guardo la TV, parlo con le amiche, aspetto il turno alla posta ed in banca. E’ un istinto ed una spinta che non riesco a controllare..
In questo periodo di crisi hanno fatto molti tagli per la cultura che suggerimenti daresti?
Uno soltanto: quello di dimettersi.
Preferisci scrivere o dirigere i tuoi spettacoli?
Scrivere, per me, è quasi un automatismo. Dirigere è sfida, è confronto, è coraggio di materializzare la fantasia: è il coraggio dell’incoscienza.
Che consigli daresti ai giovani che vogliono intraprendere il tuo mestiere?
Per me non è un mestiere, è veramente una passione e per una passione non ci sono consigli che tengano.
Cosa ne pensi delle scuole di teatro quali sono le migliori?
Le tavole dei palcoscenici.
L’improvvisazione è nelle tue corde?
Decisamente sì.
Scrivi anche testi per la tv?
Sì.
Quale è il tuo poeta preferito?
Giovanni Meli
Definiscimi il talento?
La capacità di percorrere la distanza che c’è fra il dire ed il fare.
Ti piace il teatro greco antico?
Sì, ma non mi fa impazzire.
Ti occupi di teatro per ragazzi ti da soddisfazioni?
Le più grandi, le più emozionanti. Sono i ragazzi che ti fanno rimanere giovane e che ti spingono ad un continuo confronto generazionale.
Quale è il miglior consiglio che daresti ad un attore?
Di lasciarsi investire dagli eventi della vita, positivi o negativi che siano. Sono questi quelli che rappresentano il suo vero patrimonio personale.
Parlami della tua terra.
In due parole: Maledetta e Meravigliosa.
Cosa stai leggendo attualmente?
Sto rileggendo “I Beati Paoli” di Luigi Natoli
Ti piacerebbe insegnare teatro, già lo fai?
Sì.
Parlami dei tuoi progetti.
Stagione 2009 – 2010
“Il barbone di Partanna” – dramma – al teatro Crystal di Palermo ad Ottobre
La pubblicazione del mio ultimo libro “Stracchiolitudine” entro Natale – casa editrice La Zisa
“Ogni fegatino di mosca è sostanza” – opera cabarettistica a Gennaio
“Radici di sole” – teatro per ragazzi a Febbraio
“U ciuraru ru campusantu” – dramma – a Marzo
“Meteore” – commedia – ad Aprile
Aneddoto
Sogni di gloria
Sono le ore 8,39 del 20 Luglio 2007 e sguazzo felice nello splendido mare gallico (non perché appartenga alla Gallia, ma perché le acque di Capo Gallo a Palermo hanno un aspetto caraibico). Sono acque purificatrici e sulla mia psiche agiscono come uno scrub. Hanno la capacità di raschiare e portar via i pensieri, le negatività e di farmi sentire parte integrante dell’universo. Improvvisamente ho la sensazione che stia per accadermi qualcosa di buono. Sch izzo fuori dall’acqua e mi fiondo sugli scogli per rivestirmi. Sono colata dalla testa fino ai piedi, ma non me ne curo. Raccatto la borsa e mi avvio elettrizzata alla fermata della navetta che mi condurrà al parcheggio che ho pagato per tutta la giornata e che sono riuscita a sfruttare soltanto per mezz’ora. L’aria che si respira in questo tipo di mezzi di trasporto è straordinaria: ha un sapore vacanziero, tutti i passeggeri, quando sali, ti sorridono e ti salutano. Sembriamo amici da sempre e non ci siamo mai incrociati di striscio. Tutto è preludio musicale. Di corsa prendo la Ka e via…verso casa. Come sospinta da un’energia misteriosa, ficco le dita nella cassetta della posta: niente di niente, che in spagnolo si dice nada de nada e in francese rien de rien. Salgo, accendo il computer e mi catafotto sulla casella di posta elettronica. Eccola! La mail è lì. Ed è del dottor Vincenzo Selleri. E’ arrivata, la risposta è arrivata! Apro duemila link o come diamine si chiamano perché le dita mi tremano e mi fanno sbagliare rigo. Finalmente! Ecco qui…che c’è scritto?
Per un pene da 7 a 12 centimetri clicca qui?
Allora non è l’editore! Già, guardo ancora più attentamente e mi accorgo che manca una vocale nel cognome.
Rileggo la comunicazione e su quella parola…Pene…s’infrangono ancora una volta, ahimè!… i miei sogni di grande scrittrice.
Anna Mauro
Buona giornata a tutti
Fa il suo prepotente ingresso nel mondo del fumetto un personaggio scomodo: la camorra. Questa è la pericolosa e sovversiva idea, anzi la scommessa di un grande del fumetto e dell’editoria italiana Luigi Bernardi, si avete capito bene il creatore di quell’insuperabile Fantomas a fumetti. Indignerà i ben pensanti, appassionerà i cultori, scardinerà certezze e mostrerà i mille volti del male con la forza di un calcio in pieno volto. Ma ora veniamo alla storia. 
























