Patrizia Angelozzi intervista Emanuele Pettener

19 marzo 2010 by

COP_PETTENER_SabatoEmanuele Pettener insegna lingua e letteratura italiana alla Florida Atlantic University, a Boca Raton, negli Stati Uniti. Ha pubblicato diversi racconti e saggi, fra cui John Fante e gli altri: lo strano destino degli scrittori italoamericani (In Quei bravi ragazzi, a cura di Giuliana Muscio e Giovanni Spagnoletti, Marsilio, 2007) e curato il cinquantesimo numero della rivista Nuova Prosa, Essere o non essere italoamericani (Greco&Greco, 2009); è autore del volume Nel nome del Padre, del Figlio, e dell’ Umorismo: i romanzi di John Fante (Franco Cesati Editore, 2010) e del romanzo È sabato mi hai lasciato e sono bellissimo, inserito nella collana “L’Isola Bianca”, diretta da Roberto Pazzi per Corbo Editore (2009).
“È sabato, mi hai lasciato e sono bellissimo”, un romanzo che nel corso della narrazione induce il lettore a lasciarsi condurre negli stati d’animo più sentiti.
Giocoso, ironico, preciso nei dettagli, tanto da far ‘vivere’ come in una ‘ripresa diretta’ situazioni, emozioni, riflessioni.
Ripercorrere il senso, attraversare, metafore di vita dove seguire il racconto diventa un tutt’uno con la storia, con gli eventi che si susseguono.
La sensazione palpabile di essere su una spiaggia, di ‘toccare’ ed esplorare, di ‘consumare’ la vita e gli eventi, con entusiasmo e fibrillazione.
Leggere “È sabato, mi hai lasciato e sono bellissimo”, costringe il lettore ad accelerare il battito della scoperta, del ricordo, dentro le consapevolezze proposte, alzando il livello di attenzione, una respirazione accelerata…nel vivere la lettura.

L’autore, che al momento sta lavorando ad un nuovo progetto editoriale su John Fante, accetta l’incontro, con la sua solare disponibilità per rispondere a qualche domanda.
 
DOMANDE:

– “È sabato, mi hai lasciato e sono bellissimo”…un titolo che induce a pensare ad un abbandono ed una sensazione liberatoria…una strana contemporaneità, un modo per vivere due polarità?

Nel sottofondo di ogni sconfitta si avverte, nascosta eppure viva, una certa, inspiegabile, dolcezza. Il sollievo delle lacrime, l’ottimismo che luccica nei momenti più neri, i primi bagliori del sogno di tornare vincitori. Sì, la gioiosa, pomposa, smagliante dichiarazione “sono bellissimo” (una frase di levità rossiniana) è congiunta all’addio – che nella mia storia è un addio alla giovinezza, al primo amore, all’amicizia, a tutto ciò che a 20 anni sembra assoluto e incorruttibile.  
 
– La sua passione per la scrittura, è insita in lei e viene raccontata nelle sue interviste come un esperienza che la accompagna nel corso della vita. Terapeutica e liberatoria?
 
Mi ricordo alle scuole elementari, l’ebbrezza del giovedì mattina, il giorno del tema in classe. Un piacere già corrotto dalla vanità, in quanto scrivevo per un pubblico – la mia maestra – un’aristocratica vecchina, gobba per una caduta da cavallo in gioventù: la temevo, l’ adoravo, e agognavo al suo applauso.  
Ricordo anche la mia prima volta, avevo 19-20 anni, nel soggiorno di casa: io e la mia biro blu, furiosamente avvinghiati a un quadernetto a quadretti, a riesumare un antico episodio sentimentale. Il piacere mi prese così forte che mi dimenticai d’avere un appuntamento con mia madre, che s’inferocì. Ma non importa, avevo scoperto la più squisita delle voluttà – e da allora scrivo solo per ritrovarla, come un esploratore alla ricerca del Sacro Graal.  
È rarissima, una specie di ipnosi, di rapimento mistico e sensuale: la vita ha senso in quel momento, Dio, l’Anima, il Bene e il Male, l’Universo – tutto è così ovvio! Tutto è così normale!  
In realtà si sa, la ricerca in sé è importante più del Sacro Graal.
 
– In che senso è più importante?
 
Inseguiamo tutti qualcosa che dia sostanza alla nostra vita: collezioniamo figurine, compriamo roba, ambiamo a una promozione, c’innamoriamo, facciamo un corso di degustazione vini o un figlio, fondiamo associazioni filantropiche. E tutti scriviamo: perché, oltre che sostanza, la scrittura dà forma alla nostra vita. La trattiene, la certifica, le dà contorni e magari una spiegazione. E, ancora, appaga il primo dei bisogni – la vanità.
 
– Non le chiederò quanto di autobiografico racconta partecipando, in questo romanzo, vorrei chiederle, cosa le ha lasciato scriverlo…
 
La memoria di un divertimento vorticoso, l’affetto di diversi nuovi e vecchi amici ritrovati.
 
– La sua modalità descrittiva, induce il lettore a farsi portare attraverso la narrazione, un viaggio dentro le sensazioni adolescenziali e non, un sentire, un quasi ‘toccare’ le situazioni. Epidermicamente coinvolgente, Leggere e partecipare, era questa la sua aspirazione mentre scriveva questo racconto?

 
Detto per inciso, quel che dice mi lusinga e la ringrazio. Perché scrivere, e leggere, è un modo per catturare e riprodurre madeleins – mi rendo conto di non essere il primo a dirlo. Ah, quegli attimi! Come farfalle da mondi misteriosi, attraversano improvvisamente la nostra giornata: l’oggetto più comune, l’immaginetta bucolica riprodotta su un pacchetto di caffé, un copertone consumato dal sole in riva a un fosso, il sapore del biscottino intinto nella tisana – e fulmineamente, il pulviscolo dorato di un’emozione antichissima riverbera di gioia, sgomento, incomprensibile nostalgia. Una voce roca alla radio che si mescola all’odore dell’aglio fresco che abbiamo appena tritato sulla tavoletta di legno della nostra cucina – e d’incanto ci troviamo in una limpida mattina di luglio affacciati a una finestrella rossa di una casetta bianca di fronte al mar Greco, che non abbiamo mai visto. Un guazzabuglio il cuore umano, davvero…
 
– Tra i suoi autori preferiti, Wilde, Schnitzler, Kundera, Proust , Tomasi di Lampedusa, Svevo, e Sciascia; tra i recenti Julian Fellowes, Stephen Fry, Richard Russo, Vladimir Nabokov. Con John Fante, lei realizza un sogno partecipato. Ci vuole anticipare qualcosa del suo prossimo progetto editoriale?
 
Sono grato a chi mi ha invitato e m’inviterà a parlare del “Sabato”, questa estate: l’editore intende puntare ancora sul mio piccolo romanzo. Nel frattempo, l’ho presentato in un liceo vicino a Boston e ad aprile avrò l’onore di introdurlo a Miami, in un incontro organizzato dal Consolato italiano. E più in là, credo che farò qualcosa a New York. Poi c’è il mio volume su Fante, da promuovere anche lui, spero d’averne opportunità, specie in Abruzzo, terra d’origine di Fante. Per il resto, mi piacerebbe scriv
ere qualcosa che mi appassioni allegramente e che non contenga una sola parola seria.

Recensione di Giovanni Valenti: L’arte di correre di Haruki Murakami

17 marzo 2010 by

l_arte_di_correreQuando leggo un libro, do per scontata una cosa che nella vita normale scontata non è: l’onestà di chi mi sta davanti, in questo caso di chi scrive. E’ un patto tra me e lui: io gli metto a disposizione il mio tempo liberato più bello, più intimo, a volte anche più  onirico, e lui si mette a nudo attraverso i suoi personaggi o addirittura sé stesso. A volte ho preso anche io le mie fregature, ma ho sempre trovato più onestà nei libri che nella vita. Dico questo perché ho apprezzato l’onestà di un grande e conosciutissimo scrittore, Murakami Haruki, nello scrivere qualcosa di sé.
“L’arte di correre” , di Murakami Haruki, Einaudi, trad. di Antonietta Pastore, 157 pg, non è un romanzo, ma un piccolo spaccato della vita dello scrittore. Sono appunti che Murakami ha sistemato per circa tre anni, dal 2005 al 2007 e che infine ha fatto pubblicare.
Non si pensi che l’autore di “Kafka sulla spiaggia” e di tanti altri splendidi romanzi, abbia intenzione di convincerci a correre, né tantomeno di insegnarci a fare un atto apparentemente semplice. Ma il dubbio verrebbe certamente meno se la traduzione del titolo, parafrasi di una bellissima raccolta di racconti di Carver (per il quale Murakami stesso ha chiesto il permesso alla vedova di R. Carver), fosse stata più fedele all’originale, avrebbe suonato più o meno così: “Quando parlo della corsa parlo di me”.
Infatti è questo lo spirito del libro, che non perde nulla della prosa asciutta e essenziale dello scrittore giapponese. Si tratta infatti di un percorso morale e spirituale nella parte più intima dello scrittore.
Se all’inizio del libro cerca di dare una risposta al motivo che lo spinge a correre almeno un’ora al giorno, dopo poche pagine Murakami si accorge che durante quell’ora non pensa a qualcosa di particolare, anzi non pensa del tutto. E’ sé stesso, nudo di fronte al lettore.
Sente il ritmo del passo, la fatica, la lotta contro il suo fisico e spesso le intemperie. Fa qualcosa senza motivo, per disciplina, per metodo, ma senza un fine particolare.
Murakami spiega, e qui si riconosce una pennellata di limpida autobiografia, che l’attività  di scrittore è supportata solo in poca parte dal talento. Il talento stesso va allenato, accudito. Molta dell’attività dello scrittore si basa sul metodo, sulla capacità di scrivere tutti i giorni. La corsa, mossa da motivazioni simili a quelle della scrittura consente al nostro romanziere di espellere tutte le tossine, emotive e non, che “L’arte dello scrivere” impone. Scrivere è un’attività  che richiede molte energie, soprattutto se nella tua vita vuoi scrivere tutti i giorni.
Quando corri tutti i giorni, non c’è sempre sole e la primavera non sempre ti bacia. Il primo folle tentativo di compiere la canonica distanza della maratona, 42 km e spicci, Murakami la fa da solo da Atene a Maratona, compiendo al contrario la prima mitica maratona della storia.
Ha nessuno sfugge cosa possa significare partire d’estate, luglio mi pare, da Atene, per arrivare, attraverso una strada statale, fino a Maratona e per di più  da soli. Bene, questa è la disciplina, in parte un po’  folle, che muove la famosa “ora di Murakami”.
Certamente la lettura del libro è piacevole, anche se all’inizio si ha paura di lasciare, per chi ha già avuto la fortuna di leggere i suoi romanzi, lo splendido territorio onirico della prosa di Murakami. Ma si viene accompagnati in un percorso autobiografico molto piacevole.
Murakami non cerca di dare spiegazioni che nemmeno lui riesce a trovare. Si descrive mentre compie un atto che è di piacere e sofferenza al tempo stesso. Ci consente cioè di entrare, accompagnati da un particolare Virgilio, nell’intimità e nell’oscurità del pensiero dello scrittore giapponese, che quindi compie con noi un doppio percorso: nella giornata dello scrittore, nell’intima ora in cui si dedica religiosamente alla corsa.
Murakami svela la sua intimità , ma sempre in punta di piedi, non aggressivamemente, davvero alla giapponese nella discrezione, nella pacatezza dei toni, direi quasi nella sua pudicizia. Il libro, attraverso una narrazione non priva di ritmo, anche se spesso volutamente ripetitiva, narra come Murakami abbia deciso di diventare scrittore (si, è vero, c’è un momento in cui si “decide”), di comprare una penna per scrivere, chiudendo il “Peter Cat”, un jazz bar che aveva gestito per sette anni, di come abbia smesso di fumare. Del suo annuale appuntamento con la maratona di New York.
Murakami non rinuncia però ad uno dei motivi per cui è più amato: lo splendido uso della metafora. Se non siamo in quel limbo che sta tra sogno e realtà  onirica, ma siamo nella vita di un normale scribacchino, l’uso della metafora ci apre sempre mondi e visioni nuove.
E una volta ancora ci si rende conto che Murakami è uno di quelli scrittori in grado di scorgere, nel mare delle vicissitudini che ci circondano, quelle che noi gente comune consideriamo il rumore di sottofondo, le trame infinite di storie, sogni, viaggi che si dipanano senza sosta. Mentre noi non le degnamo di uno sguardo, perché viviamo ad una velocità  troppo sostenuta, Murakami, scrutando l’affollato orizzonte delle banalità, individua trame, protagonisti e ce li racconta, svelandoci un universo di storie che vive e pulsa proprio accanto a noi. Nella fattispecie di questo libro “L’arte di correre”, lo fa con una pennellata autobiografica di rara efficacia e in una maniera molto preziosa, esattamente come nei sui romanzi.
L’edizione è  inoltre arricchita da alcune foto che ritraggono Murakami impegnato nella varie attività sportive.
Insomma, che sia il primo approccio alla lettura del romanziere giapponese, o vi siate finora nutriti dei suoi romanzi più belli, questo è un sincero invito alla lettura.
NB Siano clementi i maratoneti veri, quelli per cui finire una maratona in tre ore è  un traguardo quasi mortificante. La corsa è solo una metafora e la metodologia di allenamento di Murakami è piena dei più  marchiani errori. Ma le sensazioni più belle le ha sapute sicuramente raccontare.

:: Intervista con Alessio Iarrera

16 marzo 2010 by

alessioBenvenuto Alessio su Liberidiscrivere. Presentati ai nostri lettori come se fossi un personaggio di Stephen King.
Ciao mi chiamo Al, mio fratello Linoge ha un bastone con l’impugnatura d’argento a testa di lupo e un po’ di tempo fa ha messo in crisi le coscienze collettive di un paesino costiero con la sua tempesta del secolo, io invece, che son più vecchio di qualche migliaio di anni, ho un bastone nero con l’impugnatura d’argento a testa di drago. Quel furbacchione di mio fratello ha messo in giro la voce che sono più cattivo di lui e le profezie del 2012 dicono che si sta avvicinando una catastrofe di proporzioni bibliche. Io sono qui, sorrido e aspetto. E voi sapete che cosa voglio.
Dunque scrittore, critico cinematografico e sceneggiatore, spazi in vari campi tutti impegnativi. In quale ruolo ti senti più a tuo agio?
Sceneggiatore.
La scrittura per molti è una vocazione, per altri una maledizione per te cos’è?
Una maledizione altrimenti non sarei uno scrittore horror.
Hai dei maestri letterari, degli scrittori che ti sono stati preziosi nei tuoi anni di formazione?
Tantissimi, i primi che mi vengono in mente sono stati Giulio Verne, Emilio Salgari, Mark Twain, Jack London e Robert Louis Stevenson. Ho cominciato a scrivere giovanissimo ricopiando di mio pugno quasi tutti i loro romanzi a partire da Ventimila leghe sotto i mari e Il richiamo della foresta. Avevo dieci anni e volevo disperatamente diventare uno scrittore come loro.
Raccontami un aneddoto divertente, inquietante, bizzarro che ti ha visto come protagonista durante qualche rassegna cinematografica molto seriosa.
Una volta a Roma mi trovai a una conferenza in cui c’era il grande regista Luigi Comencini. Era lì per presentare un film della figlia maggiore, Cristina, di cui però non ricordo il titolo. Io ero in prima fila come critico del cinema d’Essai ma non avevo avuto modo di parlare con lui sebbene più di una volta Ugo Pirro avesse insistito per farmelo conoscere. La conferenza fu piuttosto breve e Luigi, abbastanza provato, s’alzò dalla sedia insieme a Cristina per andarsene alla chetichella dopo quella presentazione. Io gli ero vicinissimo e gli gridai: “Sei grande come Alberto Sordi!” al ché il regista si voltò e mi disse: “Grazie figliolo, spero di rivederti presto”. Purtroppo morì qualche mese dopo.
Te l’avranno chiesto in tanti: come è lo stato del cinema italiano? C’è qualcosa che vorresti che fosse detto?
Il cinema italiano sta languendo. A parte qualche buon film che conferma l’eccezione alla regola come ad esempio Vincere di Marco Bellocchio, Il Divo di Paolo Sorrentino, Gomorra di Matteo Garrone e l’ultimo film di Diritti siamo purtroppo fermamente ancorati al melodramma e al cinema neorealista che tanta soddisfazione ci ha dato negli Anni Quaranta e Cinquanta. L’Italia non ha ancora sviluppato una forte industria del cinema come invece avviene in Europa e in America ma soprattutto non ha ancora una logica della distribuzione e del mercato del cortometraggio che è un valido trampolino di lancio di molti registi non solo del cinema d’Essai e indipendente. Vorrei tanto che si superasse l’errore quanto mai pericoloso qui in Italia di considerare i film di genere come l’horror, il noir, il thriller e la fantascienza, film di serie b perché non sono affatto film di serie b ma una fiorente industria del cinema qui da noi caparbiamente sottovalutata.
Da critico che rapporto c’è tra cinema e letteratura? Ti è mai capitato di vedere un film migliore del libro da cui è stato tratto?
A mio avviso il cinema deve sempre superare la letteratura. Il libro deve diventare il supporto visivo di qualcosa che va oltre la pagina scritta. Il cinema ha infatti il pregio di avere quella marcia in più che è tutta concentrata nel movimento. Un romanzo s’immagina, il film invece si deve vedere. Valga come esempio l’eccellente lavoro visivo fatto da un regista come Frank Darabont con un altrettanto eccellente romanzo come Il miglio verde di Stephen King.
Che tipo di lettore sei, elitario, compulsivo, onnivoro?
Sono un lettore onnivoro e doppio. Leggo sempre due volte i libri e per questo motivo ci metto più tempo. Questo modo di leggere però mi permette d’imparare tante cose. La prima lettura è sempre un’emozione ma la seconda è più fredda, più tecnica e mi serve a scoprire come l’autore è riuscito a ottenere quell’effetto emotivo su di me.
Ti piacciono le gangster story anni 50’ americane. Se si quale preferisci?
Moltissimo. Parlando di cinema, che è l’argomento che mi riguarda da vicino, il più bel film che abbia mai visto è White Heat di Raoul Walsh e lo preferisco perché non solo è un film brillante ma contiene alcuni elementi che saranno poi ripresi nel cinema noir americano degli Anni Cinquanta. Adoro anche il “polar francese” che ha ispirato molti miei racconti di genere noir e thriller.
Ad un giovane che volesse diventare critico cinematografico che consigli daresti?
Dovrebbe fare un passo indietro come spettatore, avere tanta passione e tanta umiltà. Fare il critico cinematografico è un po’ come fare il suggeritore al buio. Il mio unico consiglio per un critico esordiente è quello di mettersi nei panni dello spettatore ma non dare mai nulla, o quasi, per scontato. La recensione non si scrive infatti per se stessi o per i propri amici ma per un signor Lettore (e Spettatore) che non conosciamo e che non sempre condivide quello che scriviamo. Questo è il rischio del mestiere e bisogna accettarlo.
Ci sono errori che hai commesso durante la tua carriera che con l’esperienza non rifaresti più?
Sì, è  inevitabile che ci siano. Uno in particolare è stato quello di non aver preso un master in cinematografia quando avevo modo e possibilità di farlo. Ho però fatto un corso on-line della Scuola Holden che mi ha permesso di raggiungere una preparazione e una capacità analitica che non avevo.
Parlami del tuo lavoro di scrittore, descrivimi una tua giornata tipo dedicata alla scrittura.
Scrivo quasi sempre di notte e questo significa che dormo molto poco andando a letto alle due o alle tre di mattina. Tutto poi dipende dalla storia che sto scrivendo. Se è interessante e riesce a mantenermi sveglio scrivo volentieri anche trenta o quaranta pagine di sceneggiatura. In caso contrario lascio perdere e decido di tornarci a lavorare la notte dopo oppure di buttare tutto nel cestino se vedo che la storia non funziona proprio. Mentirei se non ti dicessi che ho passato molte notti insonni senza scrivere niente. Sono un maniaco della revisione e il mio numero fortunato è di dieci stesure e svariate versioni prima di ottenere qualcosa di decente. Mi piacerebbe provare a scrivere nella vasca da bagno come faceva Dalton Trumbo ma credo che stare dentro alla vasca con un pc portatile sia un po’ scomodo.
Definiscimi la parola “libertà”. Ti senti una persona libera?
La libertà è una fantasia culturale, politica e sociologica che tutti vorrebbero avere anche a costo della vita. Se l
e persone fossero veramente libere rischierebbero di non capirsi più. Per questo l’uomo ha inventato le leggi e lo Stato. Anche queste però sono cose da uomini, con tutti gli inevitabili errori che ne derivano. Devo dire che anch’io faccio parte del contratto sociale voluto da quel volpone di Jean Jacques Rousseau e quindi non sono libero, come del resto non lo sono tutti i contraenti che hanno firmato il patto per lo Stato sociale, e che al giorno d’oggi sono parecchi.
Ci sono difetti che immancabilmente non sopporti e che ti fanno arrabbiare?
Non mi piacciono le persone che dicono di saper fare cose che non sanno fare. Ci sono molti scrittori che dicono di saper scrivere ma poi non mi fanno leggere quello che scrivono e questo mi fa imbestialire parecchio perché non sono oneste con se stessi. Nessun scrittore è nato tale e tutti sono andati a scuola o a bottega da qualcuno per imparare il mestiere, non vedo che male ci sia a dire la verità. Anche molti miei amici scrittori già affermati si fanno aiutare quando ne hanno bisogno. In fondo è la cosa migliore, a chiedere consigli non è mai morto nessuno.
Fingi di essere un critico polemico e stroncami un ipotetico drammone giovanilistico. Che parole useresti?
Questo film è  così drammatico e avvincente che il pubblico s’è portato da casa le cipolle già tagliate per farsi venire subito le lacrime agli occhi.
Molti ti temono, mentre io so che sei una persona gentile e spiritosa. Da cosa pensi derivi questa fama così bizzarra?
Come dice il mio amico critico cinematografico Andrea Bruni, ho sempre una strana doppia personalità alla Nando Cicero, e per questo solo fatto a volte sono capace di farmi paura da solo.
Secondo te si può  vivere facendo i critici letterari o cinematografici in Italia?
Purtroppo no. Per farlo bisogna essere davvero bravi e spiritosi come il grande Bruno Fornara o arguti e attenti come Carlo Bordoni. Ma del resto, nemmeno fare gli scrittori consente di vivere nel nostro Paese. Umberto Eco ad esempio fa il professore. Uno solo c’è riuscito ed è il grandissimo e bravissimo Stefano Di Marino con le sue eccellenti spy story.
Hai un sogno nel cassetto, un progetto a cui tieni molto e vorresti vedere realizzato?
Spero di vedere un film che sia veramente di genere in Italia. Se poi l’ho scritto io o qualcun altro non importa, a me interessa solo che il cinema thriller, horror e noir diventi veramente importante e sia preso nella giusta considerazione anche nel nostro strano Paese.

Recensione di Nicola Fabio Vitale: Il Suggeritore di Donato Carrisi

14 marzo 2010 by

carrisi_20il20suggeritore-thumbUna domanda molto semplice, quando si verifica un episodio negativo, un avvenimento di cronaca vi ricordate il nome delle vittime o dei carnefici? Provate a rispondere. Molto probabilmente, proprio in questo stesso istante, vi siete resi conto che ricordate con più facilità il nome di chi ha compiuto il delitto, mentre, al tempo stesso, avete delle difficoltà nel ricordare il nome delle vittime. Il male affascina ed è, al tempo stesso, stupefacente. Quando si compie va ogni oltre nostra immaginazione.  Per dirla con le parole dell’autore: “Credere che questo libro sia ispirato a casi reali è difficile. Accettarlo è impossibile. Ma è la pura verità.” Le pagine de “Il suggeritore” sono figlie di un lungo studio, compiuto su fatti realmente accaduti, e cercano di descrivere uno dei molteplici aspetti che può assumere il male, uno dei più subdoli. Il male che sa come sedurre e, come un abile illusionista, riesce a riprodursi nelle gesta di chi è affascinato da questa oscura forma di potere. Il male, molto spesso, si manifesta attraverso la morte, si fondono così due degli elementi che attirano maggiormente la nostra curiosità. Nei motori di ricerca le parole più cercate sono: 1) Sesso 2) Dio 3) Britney Spears a pari merito con la parola Morte. La morte e il male sembrano celebrare la loro perfezione in un macabro girotondo. Le mani di sei ragazzine formano un cerchio perfetto e, al tempo stesso, feroce accompagnata da una misteriosa e drammatica melodia. Una tetra filastrocca che da il via al bel thriller di Donato Carrisi. Un libro che racconta in maniera dettagliata il male che si compie senza poter essere accusato di ciò che succede, che riesce a realizzare i suoi disegni scaricando la responsabilità sulla debolezza di chi osserva impotente e complice al tempo stesso. Di chi, suo malgrado, osserva il suo lato oscuro che prende il sopravvento, che lo trasforma in un mostro ed è impossibilitato a reagire. Un libro ben scritto, che appassiona e scorre in maniera agile nonostante sia ricco di particolari che descrivono molto bene scene e sensazioni e, al contrario di quanto si potrebbe immaginare, non appesantiscono la lettura ma, al contrario, ne arricchiscono le pagine. Un racconto nel quale sono descritte scene crude, che raccontano crimini efferati senza cadere nell’eccesso e nel cattivo gusto. “Il suggeritore”, l’esordio italiano più venduto del 2009 è un bel libro che lascia intuire il lavoro che c’è dietro il boom editoriale di un esordiente e in che modo può fare la differenza rispetto a tutto quello che, spesso, resta nell’anonimato. Un libro consigliato per gli amanti del thriller e per molti aspiranti scrittori.

Titolo: "Il suggeritore"

Autore: D. Carrisi

Editore: Longanesi

Anno: 2009

Prezzo: € 18,60

Pagine: 468

Nicola Fabio Vitale intervista Shanmei

10 marzo 2010 by

Cara Giulia, ti rendi conto della responsabilità che ti sei presa? Sai che, essendo un tipo fantasioso e giocherellone, ti potrei chiedere di tutto, anche le cose più scabrose. Anzi, a dirti il vero, la tentazione di chiederti di tutto di più è fortissima, quindi… perché hai scelto di affidare a me l'onore della tua prima intervista?

Innanzitutto grazie a te e devo dirti che passare anche dalla parte dell’intervistato non è esattamente come me l’ero immaginato. Qua si aspetta che sia simpatica e dica cose intelligenti e non so se sarò all’altezza ma insomma spara.

Ho l'impressione che tu sia una persona di poche parole, prometti di smentirmi?

Effettivamente i lunghi discorsi lasciano il tempo che trovano preferisco i fatti, il duro lavoro, mi impegno parecchio e spero che tutto ciò dia nel tempo buoni frutti.

La tua impressione sul mondo dei blog dedicati alla scrittura in generale, poesia, racconti. Come ti sembra la qualità media?

C’è molta vitalità ed entusiasmo sia da parte dei professionisti che da parte dei cosidetti dilettanti anzi spesso il confine è molto labile. Avere un blog per uno scrittore o per chi più in genere si occupa di libri è un ottimo punto di partenza, si possono fare cose interessanti, conoscere gente, diffondere cultura. Trovo molto bello il fenomeno dei blog letterari e grazie a questo mio impegno per esempio sono stata invitata a presentare alcuni scrittori ad un festival letterario che si terrà a giugno a Sarzana. Quindi i blog portano bene.

Ti sei mai imbattuta in qualche blog e, a prescindere dal numero delle visite e dei commenti, hai pensato, questo autore, escluso il sottoscritto ovviamente  , ha delle qualità molto superiori alla media? In caso affermativo di chi si tratta?

Molto spesso e farei torto a qualcuno citando solo alcuni e non altri per cui preferisco non fare nomi ma posso dire che le caratteristiche che più attirano il mio sguardo sono la sincerità e la spontaneità, i blog troppo costruiti mi annoiano subito.

Credi che un blog dedicato alla scrittura per un aspirante scrittore sia una vera palestra o, più semplicemente, un piacevole passatempo?

Tenere un blog con contenuti originali e sempre rinnovati non è uno scherzo ,parlo per esperienza, ti coinvolge e ti spinge al confronto, a vedere cosa capita in giro, a cercare di capire i meccanismi che regolano la rete e questo sicuramente è anche d’aiuto specie per un aspirante scrittore che vuole farsi conoscere.

Hai conosciuto aspiranti scrittori che grazie ai loro blog hanno intrapreso tale professione? Se si, chi sono?

Ti dico il primo nome che mi viene in mente: Pulsatilla.

Nel blog liberidiscrivere ospiti scrittori affermati e aspiranti scrittori completamente sconosciuti. Parlami delle differenze che ti vengono subito in mente. Eventuali pregi o difetti o, se preferisci, punti di forza e punti deboli.

Allora innanzitutto devo dire che la professionalità fa la differenza. Gli scrittori affermati non sono alla prima intervista per cui è inevitabile che si trovino spesso a rispondere alle stesse domande cosa che non succede con gli esordienti che quindi sono più entusiasti e quasi si chiedono perché questa intervista proprio me. Quando abbiamo intervistato Camilleri per esempio, devo ammettere che non è stato facile. Ho dovuto penare parecchio, poi non sempre le interviste vanno a buon fine. Molte per esempio si perdono nell’etere come quella fatta all’editore Marco Vicentini o a Jo Nesbo o a Jeffery Deaver, ma io non mi arrendo  e ogni giorno spero di trovare le loro risposte. Per quanto riguarda i punti di forza o i punti deboli posso parlare solo per me stessa e invocare l’attenuante dell’inesperienza.

Parlami dell'intervista pubblicata nel tuo blog che ti ha dato più soddisfazione e/o che ti è rimasta nel cuore, indicando, possibilmente, i motivi.

Ne ho fatte tante e sicuramnete nel mio cuore c’è posto per ognuna di esse ma ti posso dire che l’intervista a James Lee Burke è tra tutte quella che mi ha sconvolto di più. Praticamente è stata la prima o seconda che ho fatto in assoluto, ad uno scrittore come Burke per me un mito assoluto. Quando mi ha rispsoto che acconsentiva, con un’ umiltà davvero straordinaria, credo di aver fatto un salto sulla sedia letteralmente.

Quella che ti ha deluso di più?

Deluso non mi sembra sicuramente la parola adatta, diciamo sconcertato. Si una c’è stata ma dato che non ho soldi sufficienti per pagarmi un eventuale avvocato per difendermi in tribunale preferisco tenermelo per me.

Molti bloggher, la grande maggioranza di quelli che ho incontrato, scelgono l'anonimato perché, a loro dire, riescono ad essere più veri. A questo punto, partendo dal presupposto che rispetto questo tipo di scelta, emerge una mia curiosità personale forse perché ne ho fatta una opposta, ritieni questa interpretazione verosimile? Vale a dire, è possibile, attraverso la scelta di restare anonimi, fare emergere quello che si considera il lato più vero del proprio carattere a prescindere da tutto il resto che rimane avvolto nel mistero?

Sono scelte personali, io non ho molto il culto della personalità poi interpreto più il mio lavoro come servizio comunque non ho alcun problema a firmare le mie recensioni e  le mie interviste con il mio nome su diversi siti letterari. Ho iniziato comunque  con uno pseudonimo Shanmei con cui firmo ancora i miei racconti.

Parliamo ora del tuo lato forse meno conosciuto, la tua passione per la scrittura. Quando hai iniziato a scrivere?

Da molto ma ho iniziato a conservare cosa scrivevo solo da alcuni anni e potete trovarne un esempio sul mio blog personale http://shanmei.splinder.com.

Per te cosa significa scrivere?

Non sono una scrittrice vera e propria, di quelle che hanno il fuoco dell’ispirazione dentro, molti miei  racconti sono per esempio il frutto di esercizi di stile come quando mi ero messa in testa di imitare lo stile di Raymond Chandler e mi ero messa a rivaleggiare con il compianto Robert B. Parker che sicuramente fece un lavoro molto migliore del mio.

A quale racconto sei più affezionata e perché?

A Jake, l’etate non è una stagione felice, che più di un racconto è un vero e proprio romanzo di più di 80 capitoli un omaggio al noir americano degli anni 50 e a al Grande Gatsby di Fitsgerald.

Parlami di quello che credi rappresenti al meglio la tua personalità o la parte di te che preferisci?

A dire il vero non mi amo molto, vedo in me più difetti che pregi, ma essenzialmente sono sincera cosa che mi ha creato non pochi problemi.

Cosa ti ispira maggiormente e quando preferisci scrivere?

A dire il vero non so prendo una penna e scrivo le storie nascono da sé.

Hai mai pubblicato un libro? Se si quale? Hai un romanzo nel cassetto?

Confesso di averlo fatto. Era un libro di poesie e me ne pento, innanzitutto perché era un editore a pagamento, errore che non rifarei più. Poi ho pubblicato qualche racconto e un saggio storico con una casa e
ditrice di Hong Kong. Ci hanno recensito su Panorama qualche tempo fa. Comunque sì mi piacerebbe trovare un editore che avesse voglia di credere in me e di pubblicare i miei racconti ma sono troppo prigra per essere io a cercare lui.

Un libro che ti piacerebbe scrivere?

Un libro a quattro mani con James Ellroy.

Quali libri ti piace leggere? Parlami di un libro e di un blog che ti è rimasto nel cuore.

Il paradiso per me è una stanza piena di libri. Già da bambina per farmi stare buona bastava darmi un libro da leggere. Leggo di tutto ma i mei autori preferiti sono Flannery O’Connor, Graham Green, James Joyce, Dereck Raymond, Leo Malet, James Ellroy, Carlo Lucarelli, Raymond Chandler, Francis Scott Fitgerald, James Lee Burke, Henning Mankell, Georges Simenon, e amo la poesia  Paul Valery su tutti.

Dalla lettura di alcuni tuoi brani e dal nick che hai scelto per il blog nel quale li pubblichi, Shanmei, sembra emergere la tua passione per l'oriente. Cosa significa Shanmei e raccontami un po' la tua passione per il mondo orientale.

Shanmei è una parola cinese che significa “lampone” mi piace il suono e il significato. Si amo molto l’Oriente e specialmente la Cina argomento che ha occupato la mia tesi di laurea e molti saggi che ho scritto. Avrei fatto la storica in un'altra vita, forse.

I tuoi progetti i futuri e, se possibile, il tuo sogno nel cassetto.

Continuare a occuparmi di libri e farne una professione.

Descrivi un lato della tua personalità di cui ti piacerebbe parlare ai tuoi lettori.

Sono molto spiritosa ma ho un senso dell’umorismo molto acido che tendo a contenere. Mi ha fatto perdere non pochi amici.

Hai mai scritto qualcosa o vorresti scrivere qualcosa che, per pudore, non hai mai pubblicato o non pubblicheresti mai? In caso affermativo, anche restando sul vago, genere e motivi. Ti prego…

Il mio diario. Oltre a non ritenere che interessi a nessuno non lo pubblicherei mai e poi mai.

Sei soddisfatta della tua esperienza fatta fino a questo punto nel mondo dei blog? Cosa ti è piaciuto di più e in cosa la vorresti migliorare?

Vorrei diventare una brava intervistatrice ma i miei maestri sono ancora anni luce da me.

È la mia prima intervista e, molto probabilmente, l'ultima. Ti saresti immaginata altre domande? Allora, a questo punto, un classico del tuo blog, copio il mio amico virtuale Michele Ciardelli e ti dico fatti una domanda e datti una risposta.

Ti senti in debito con un certo Nicola Fabio Vitale? Risposta. Sì, enormemente.

Ti ringrazio per la tua disponibilità e per aver soddisfatto tutte o quasi le mie curiosità, un abbraccio.

Ricambio l’abbraccio e chiedo umilmente perdono ai lettori di Liberidiscrivere per aver implorato Nicola di intervistarmi e aver ceduto alla mia vanità. Prometto che da domani torneranno le interviste che tutti voi conoscete.

:: Intervista a Maurizio De Angelis

9 marzo 2010 by

achei-il-prezzo--giustoBenvenuto Maurizio su Liberidiscrivere. Iniziamo con le presentazioni. Descriviti ai nostri lettori. Chi sei, dove sei nato , che studi hai fatto, pregi e difetti.

Ho avuto i natali a Napoli, ma molti li ho passati a Roccaraso, sulla neve. Al liceo, ho frequentato prima il Tito Lucrezio Caro, poi il Tito Lucrezio Low Cost. Dopo, ho fatto più economia di studi che studi di economia. Sono entrato nell’azienda di famiglia, e mi sono avvicinato alla scrittura solo quattro anni fa. Ancora adesso, quando mi guardo indietro, parcheggio meglio.

Convincimi in due righe che hai un forte senso dell'umorismo.

“Jack cercò di infilare la 44 Magnum nel cruscotto, ma il cassettino era troppo piccolo. Era un cassettino inutile. Era un vano portaoggetti.”.

Parlami dei tuoi esordi. Hai fatto fatica a trovare un editore? Raccontami come è andata.

Ho frequentato il Laboratorio Campanile, diretto da Pino Imperatore ed Edgardo Bellini, prima scuola italiana di scrittura comica. Ho cominciato quindi a conoscere gli scritti dei grandi umoristi del novecento, in primis proprio Campanile. Prima di allora, le mie uniche letture erano state quelle del gas: numeri secchi e precisi. Ho partecipato quindi nel 2006 al Premio Massimo Troisi, vincendolo. È poi successo che ho vinto lo stesso Premio Troisi anche nel 2008. In verità pensavo di essere arrivato sesto, perché ero dietro le quinte. La casa editrice Cento Autori ha scommesso su di me ed ha pubblicato, nel 2009, “Il Padrino parte prima così non trova traffico”. E dopo qualche mese la Boopen, direttore artistico Aldo Putignano, mi ha pubblicato “Achei, il prezzo è giusto!”. Ho scritto pure per cabaret, e per radio e tv locali.

Quali sono i tuoi scrittori preferiti e quelli da cui hai imparato di più.

Non riesco a leggere molto. Mi piace come scrive Maurizio de Giovanni. Riguardo gli umoristi, amo Jerome, Marx, Campanile, Marchesi. E seguo con passione Woody Allen sin dagli esordi. Tra i contemporanei nostrani, preferisco Luttazzi e Vergassola, principi della frecciata improvvisa, fulminea. E poi De Crescenzo e l’immenso Paolo Villaggio: credo che il successo strabiliante dei suoi film ne abbia come oscurato il valore letterario, che ritengo assolutamente altissimo. Naturalmente, leggendo “Fantozzi”, si perde la risata per il tuffo sul tetto dell’autobus o nella piscina vuota, ma si gustano più a fondo le sfumature satiriche.

Descrivimi una tua giornata tipo dedicata alla scrittura.

Riesco a scrivere solo a mente completamente sgombra. Dunque, nelle mattine di sabato e di domenica. In un piccolo studio adiacente al mio appartamento, senza telefono. Le ore del pomeriggio-sera le utilizzo solo per limare e correggere quanto scritto, non sono dedicate alla creatività. Mia moglie, finora, asseconda. Si dice che dietro un grande uomo ci sia una grande donna; io penso che dietro un grande uomo ci sia uno che non vede niente.

Se il grande Troisi fosse ancora fra noi dimmi le parole che useresti per convincerelo a scrivergli le battute per un siparietto comico.

Magari Troisi fosse ancora tra noi! Sarebbe anche uno dei pochi a poter far satira senza essere accusato di faziosità. Chissà: gli suggerirei forse qualche gioco di parole, che lui non adoperava in quanto non ne aveva bisogno.

Parlami della tua Napoli. Cosa ami e cosa odi della tua città.

Odio il modo di rappresentarci e di proporci in sede nazionale. Odio quei napoletani che, per esempio, vanno in tv a far la parte dei simpatici buffoni. O quelli che, sempre in tv, dicono che ad inizio carriera erano dei morti di fame. Anche quelli di altre regioni, prima di sfondare, magari hanno avuto problemi economici, ma non lo vanno certo a sbandierare ai quattro venti. Amo scoprire tanti scorci passeggiando per Napoli, capitale per sette secoli, che fino agli avvenimenti del 1860 è stata la terza città d’Europa. Scandaloso che abbia meno della metà dei visitatori di Bologna, ma questo è colpa nostra. Amo l’energia dei giovani, ed i fermenti in tutti i campi artistici e culturali, di cui la città è ricchissima.

Raccontami l'episodio più imbarazzante che ti è successo durante la presentazione dei tuoi libri.

Alla prima presentazione de “Il Padrino parte prima così non trova traffico”, avvicinai il microfono alla bocca e dissi “Sa… Sa… Sa di plastica”. Non rise nessuno: volevo scomparire dal pianeta.

Definiscimi cos'è per te la libertà.

Libertà, per me, è soprattutto libertà di esprimersi. Ricordo quando proprio Troisi rifiutò di andare ospite a Sanremo perché gli avevano imposto una serie di paletti e divieti: niente politica, chiesa, terremoto. “A questo punto –commentò- posso recitare solo una poesia di Giacomo Leopardi. Che ci vado a fare?”.

Da tifoso del Napoli dimmi che striscione divertente scriveresti per far coraggio alla tua squadra.

Per incoraggiamento: “Quasi quasi mi faccio una Champion…”. Oppure: “De Laurentiis, dacci un regista!”.

Che libro stai leggendo attualmente?

“Donna Cunce’ e la sua corte”, di Giuseppe Della Monica. Mi hanno invitato a recensirlo e presentarlo, dunque… Ma è una lettura molto piacevole. E poi, la formula racconti la trovo molto congeniale al mio essere lettore, cioè totalmente disordinato.

126L4La letteratura umoristica è una miniera di trovate e di perle. Dimmene una.

“Groucho, c’è l’uomo della spazzatura!” “Digli che non ne vogliamo!”. Mica devo spiegarti di chi è? Ti dico solo che un giorno egli disse che era la sua battuta preferita.

E' vero che i comici nella vita sono persone serissime e anche un po' tristi?

Ricordo un’intervista tv con la figlia di Totò, che raccontava di incontri tristissimi, in casa, tra Totò e Peppino. Ed anche nel programma “Milano-Roma”, viaggio in auto casello-casello, osservai che alcuni comici non sono né allegri, né simpatici. I cabarettisti che ho conosciuto di persona, invece, sono tutti molto simpatici: partendo proprio da Gaetano De Martino, per cui scrivo, che è una persona solare e sempre pronta allo scherzo.

Hai amici scrittori? Vi incontrate spesso per uscite goliardiche o per discutere di calcio?

Con gli amici scrittori, di calcio si discute su Facebook: Maurizio de Giovanni e Gianni Puca, per esempio, scrivono sui giornali gustosi commenti alle partite, e ce ne rendono edotti sul social network. Per il resto, presentazioni in librerie o in simpatici localini sono l’occasione di riunioni sempre goliardiche e divertenti: quasi sempre l’argomento è comico! E poi ci sono le antologie comiche a cui partecipiamo, come il simpati
co “L’Enciclopedia degli scrittori inesistenti” (Boopen) o l’irresistibile “Aggiungi un porco a favola” (Cento Autori), le cui presentazioni sono dei veri e propri show. Bisognerebbe far pagare il biglietto!

C'è qualcuno che vorresti ringraziare, che ti ha particolarmente aiutato agli inizi della tua carriera?

In primis Pino Imperatore, mio pigmalione (pigmalione non è un pullover per maiali), creatore del Laboratorio Campanile e direttore del settore humour della “Cento Autori”, scrittore umorista a sua volta, che ha scommesso su di me. E poi Gaetano De Martino, che mi ha introdotto nel mondo del cabaret. Anche da lui ho imparato molto: per esempio, che per passare dal testo “da far leggere” al testo “da far ascoltare”, c’è quasi da fare una vera e propria trasposizione, quasi una traduzione.

Ti piacciono le commedie di De Filippo?

Sì, molto. L’ho visto spesso in teatro, da piccolo. Divertente e commovente allo stesso tempo. E poi è sempre attuale. I drammi familiari ed i problemi economici, purtroppo, resteranno attuali per un bel po’. Eduardo metteva sempre al centro di tutto la famiglia, e questo mi piace molto. Pensa che, ancora oggi, noi parliamo usando detti e motti delle sue commedie. Frasi come “Adda passa’ a nuttata” o “Ti piace ‘o presepe?”, per esempio…

Quale è il libro che hai scritto che ti ha divertito di più?

“Il Padrino parte prima così non trova traffico”, un comic-thriller irresistibile che mi diverte ogni volta che lo rileggo. Quattro battute a pagina, per 150 pagine, fa 600 battute. Oltre ad una satira pungente su Obama, (che chiama Clinton al governo “perché il Paese è in ginocchio”), sui film americani, sul Bel Paese, e naturalmente Napoli. Lui è un supereroe U.s.a. e lei una napoletana fatalista: quando lui avverte “Nemico a ore dodici!”, lei dice “Ah, allora abbiamo tempo…”. Ma anche “Achei, il prezzo è giusto!” ha dei pezzi molto esilaranti. Prende in giro gli Dèi dell’Olimpo (Zeus che li riunisce per fare il Family-Dèi) e gli eroi come Ulisse (che incontra il mostro con tre gambe, Polifemore, e si affida al dio delle previsioni del tempo, Prometeo).

Inventami un breve scambio di battute tra te e Tina Pica

“Quel libertino di tuo padre, il Toro di Sorrento!”.

“Certo! Ha fatto pure il film!”

“Che film?”

“Porno a Surriento”.

Il grande Antonio De Curtis scrisse una poesia intitolata la livella. Condividi lo spirito con cui la scrisse?

Grande poesia. Lo sanno in pochi, ma Totò ha scritto delle poesie grandissime, la maggior parte di sapore amaro. “Quando si muore si è tutti uguali”, questo è il messaggio. Ed acquista ancor più valore detto proprio da lui, mito del cinema, idolo del pubblico, ed egli stesso addirittura principe.

E' vero che i napoletani sono più spiritosi dei lombardi o è un preconcetto?

Non so se siano più spiritosi, ma mediamente i Napoletani fanno quasi tutti i simpatici. E le disgrazie su cui fare ironia sono anche molte. Di quali disgrazie può ridere un Milanese, dello smog? Quello, adesso, ce l’abbiamo pure noi: modestamente, non ci facciamo mancare niente. Ma la nostra città non gode di buona stampa: nessuno sa che, nei giorni dell’emergenza, nelle zone turistiche non c’era nemmeno un sacchetto. Come nessuno immagina che, per numero di reati, Napoli è solo la terza città in Italia, preceduta da Milano e Roma.

Maurizio e la critica. Dimmi la recensione che ti ha fatto più piacere leggere?

Tutte le recensioni mi fanno piacere! Il solo fatto che qualcuno si interessi a me, mi riempie di gioia. Con i libri umoristici, poi, non si sbaglia: o fanno ridere o no. E diciamo che quasi sempre chi ha letto i miei ha passato un bel po’ di tempo in allegria. Se poi fa ridere già il titolo, o la dedica (“Alla mia Musa, che ha fatto pochi chilometri”), siamo già a buon punto! Vuoi la quarta di copertina? “Essere acuti. Nello scrutare, nello scrivere, e Nello Esposito, che è un amico mio”.

Scriveresti mai per il teatro?

I miei due libri, come pure i due racconti coi quali ho vinto i Premi Troisi, son tutti dialoghi, quindi già in forma quasi teatrale. Ho scritto anche due commedie per il teatro, ma finora non son riuscito a rappresentarle. Con l’attore e regista Maurizio Merolla ci stiamo lavorando. Però vorrei sfondare nel cinema, per svaligiare la buvette.

Attualmente stai scrivendo un nuovo libro? Puoi anticiparmi qualcosa?

Anticiparti qualcosa? Perché, quanto prendi?

:: Intervista a Simonetta “Simonoir” Santamaria

5 marzo 2010 by

vampirisantamariaBenvenuta su Liberidiscrivere. Iniziamo con le presentazioni: descriviti come se fossi un personaggio dei tuoi libri.

"Sono nata libera. Anche se mi volevano incatenata ad un’esistenza che non mi apparteneva, io ero libera dentro, nell’anima. Un’anima non la puoi incatenare.” E “Non vivo più nell’angoscia del Purgatorio, mi sono rassegnato a un’esistenza da medio peccatore e morirò contento di esserlo stato. Male che vada finirò all’Inferno e so che lì sarò in ottima compagnia.” Salve a tutti, amici di Liberi di Scrivere! La prima frase è tratta dal racconto “Nata libera” pubblicato nella mia raccolta “Donne in Noir”, e direi che mi calza a pennello. La seconda è tratta dal racconto “Una foglia, un sasso, un fiore giallo” pubblicato in volume con il più famoso “Quel giorno sul Vesuvio” vincitore del premio Lovecraft. Rispecchia molto il mio modo di vedere la vita, la morte, la fede.  

Parliamo dei tuoi esordi. Come ti sei avvicinata al mondo della scrittura? È una passione che hai sempre avuto o è nata all’improvviso?

Scrivere è venuto subito dopo la passione per la lettura. Ho imparato a leggere presto e presto ho iniziato a divorare libri, a cominciare da Salgari. Il primo manoscritto d’avventura l’ho prodotto a 14 anni, con tanto di illustrazioni. In seguito è arrivata la passione per il giornalismo e le favole, poi lo stop per dedicarmi a crescere i miei due figli che mi ha dato la possibilità di resettarmi e cominciare a convogliare le idee su un unico fronte. Da quando ho rimesso a fuoco l’obiettivo, non ho più smesso. E ora ho due splendidi figli di 22 e 21 anni: la storia migliore che possa mai scrivere.

Come è il tuo metodo di scrittura? Scrivi di getto, fai molte stesure?

No, macché. Ho una scrittura lenta, purtroppo. Finché una frase non mi dà quello che ho in mente in termini di sensazioni e di emozioni, non schiodo. Parlo pure con lo schermo per sentire l’effetto acustico di ciò che scrivo…

Scrivi horror, ami mettere a nudo il lato oscuro che alberga in ognuno di noi. Pensi che l’horror sia una dimensione del reale?

Certo. Tutto intorno a noi è Paura, quella vera, che quotidianamente minaccia noi e i nostri cari. Leggere una storia horror invece dà sì quella dose di paura che lo avvicina al realismo ma anche la tranquillità che tutto resta racchiuso in quelle pagine, nulla può venir fuori e farci del male. In un certo senso l’horror è salvifico, esorcizza le angosce.

Dove trovi ispirazione per le tue storie? Anche solo aprendo un giornale o guardando la televisione di spunti horror ce ne sono tantissimi. Horror è più realtà o fantasia?

Un buon 50 e 50, direi. Prendo una situazione reale, la metabolizzo, la manipolo e la restituisco condita di quella necessaria dose di fantastico che alla realtà manca. Gli spunti si possono trovare ovunque, basta avere l’occhio attento e soprattutto… predisposto.

Nel mondo della letteratura le donne che scrivono horror si contano sulla punta delle dita. A bruciapelo mi viene in mente Mary Shelley creatrice di Frankestain e poche altre. Pensi che per una donna sia più difficile fare paura o dipende dalle attitudini di ognuno?

Perché per scrivere horror devi avere una vena di sangue nero che ti circola dentro. Forse la donna non è geneticamente predisposta a pensare in nero, la tendenza è più verso la narrativa classica, intimistica. Noi scrittori horror invece abbiamo la capacità di vedere il macabro dappertutto, pure a una festa di bambini. Ed è una capacità di cui vado fiera, lo confesso.

Dammi la tua personale definizione di “femminismo”.

Riuscire a dimostrare le nostre capacità in un mondo che vede ancora oggi una netta supremazia maschile. Ma non sono “femminista” nel senso dissennato del termine, non potrei perché in me esistono delle peculiarità che sono nettamente maschili. Mi piace sentirmi diversa, sono stata sempre attratta da quello che facevano i maschi, e imitarli era anche un modo per distinguermi dai miei simili tutte tette e shopping a cui non mi accomuno: guido la motocicletta, porto sempre un teschio con me, che sia un anello, una cintura o una spilla,  in palestra faccio attrezzistica con gli uomini e ho praticato il judo. In famiglia sono l’unica donna, pure il gatto è maschio, e sono strafelice di avere due figli che si dicono fieri di questa mamma un po’ speciale. Con loro ho un ottimo rapporto, oggi anche di collaborazione: infatti per il mio “Vampiri” Fabrizio ha disegnato alcune delle creature più strane del loro folklore e Adriano ha curato il graphic design del libro. Inoltre sono due musicisti di grande competenza, studiano musica da 13 anni e hanno un gruppo progressive metal, i Five Sided Room, le cui melodie accompagnano molte delle mie fantasie. Anche mio marito Diego, che è chirurgo, è coinvolto nei miei progetti in qualità di “consulente macabro-scientifico”: il poveretto spesso si sente domandare cose del tipo “ma se infilo una lama tra esofago e trachea…” e di conseguenza ha imparato a dormire con un occhio solo. Il gatto si chiama Byron, ha ereditato il nome da quello del mio romanzo “Dove il silenzio muore”, il che è tutto un programma.

Cosa preferisci di più scrivere in un libro, i dialoghi, la caratterizzazione dei personaggi, la descrizione dei luoghi?

La descrizione degli eventi, più di tutto. Quando arriva un momento importante della narrazione mi eccito come un bambino di fronte al giocattolo nuovo: mi sistemo meglio sulla sedia, mi frego le mani, bevo un sorso della mia immancabile Pepsi e parto. La cosa più tosta sono i dialoghi, invece. È davvero difficile dare un’impronta autentica, mi è capitato di leggerne alcuni davvero improbabili perciò ne ho il sacro terrore. Ecco perché parlo con il mio pc, per “sentirmi”.

Quali sono gli scrittori horror che ami di più e quelli che ti hanno influenzato maggiormente?

Be’, io da ognuno cerco di prendere qualcosa, e la mia “vampirizzazione” (tanto per restare in tema) avviene tutt’oggi. Ma sopra tutti metterei Poe, Lovecraft e il mio Maestro, Stephen King. Il suo modo di fare horror sfruttando la realtà è eccezionale, ed è a lui che io, con la debita deferenza, tendo ad accostarmi. È questo, il mio horror. Però mi piacerebbe citare alcuni dei miei superbi colleghi (e amici) horror writers italiani come Danilo Arona, Alan D. Altieri, Andrea G. Colombo, Claudio Vergnani, Gianfranco Manfredi, Luigi Boccia, Gianfranco Nerozzi, Valerio Evangelisti, Alda Teodorani. E se ho dimenticato qualcuno chiedo pietà e perdono. L’Italia è una grande madre di scrittori horror.

Ami presentare i tuoi libri? Raccontami un episodio particolarmente divertente o insolito che è successo da una tua presentazione.

Oh sì, tantissimo. Il contatto col pubblico mi gasa. Spesso mi piace abbinare dei brev
i reading con la musica giusta per creare quelle certa aura inquietante, scelta e temporizzata a dovere grazie all’aiuto di mio figlio Adriano, un’enciclopedia musicale vivente. Bene: eravamo a piazza del Plebiscito per la presentazione dell’antologia Questi Fantasmi; sera, luci soffuse, atmosfera carica, io davanti al leggio appena illuminato. Parte la musica, tutto perfetto. Poi, una pausa. In quell’istante in cui tutto taceva il campanile della chiesa di san Francesco di Paola scocca i suoi cupi rintocchi. E nel contempo un refolo di vento porta via dal leggio il mio foglio. Se lo volevamo fare apposta non ci saremmo riusciti. Per fortuna ho recuperato foglio e tempi. Alla fine gli applausi si sprecavano, la gente ha pensato davvero ai fantasmi.

Parliamo della tua Napoli, ci sono luohi nella tua città che ami particolarmente, magari quando giunge la sera o c’è un particolare tipo di luce?

Il balcone di casa mia. Da lì si vede tutto il golfo, dal Vesuvio a Posillipo: il castel dell’Ovo, via Partenope, Mergellina, la costiera sorrentina, e poi Capri. Ogni tanto faccio una pausa, mi affaccio e mi ricarico: non c’è posto più bello, credimi. Napoli è tutta lì, incantevole e scintillante, specie all’imbrunire. Anche lei, proprio come l’horror, è stata troppo etichettata e bistrattata. Io ne racconto perché vorrei sfatare gli stupidi pregiudizi che la vogliono sempre – e solo – grigia e sottomessa.

“Vampiri” (Gremese) è il tuo ultimo libro. Ultimamente si parla tanto dell’argomento, ci sono libri, film, manifestazioni. Raccontami in breve per te cos’è un vampiro? Domanda provocatoria. Credi che esistano sul serio o siano esistiti?

Esistono varie tipologie vampiriche, non pensiamo solo al classico Dracula con i canini aguzzi e la bella donna pronta a cedergli il collo. Siamo tutti un po’ vampiri, nella vita. Assimiliamo quello che ci circonda, nel bene e nel male. Anche noi scrittori potremmo definirci tali: succhiamo alla gente momenti, emozioni, e li facciamo nostri perché è quella la nostra sopravvivenza. Nel mio “Vampiri” non mi azzardo neppure a dire se queste creature esistono o meno. Non è mio intenzione deludere aspettative, distruggere convinzioni o convertire seguaci: la fantasia e una buona predisposizione verso tutto ciò che è a noi ignoto sono gli ingredienti basilari per il corretto approccio col mondo delle creature della notte.

Parlami della relazione tra cinema e letteratura. Quale forma d’arte influenza più l’altra?

La letteratura il cinema, direi. Del resto la maggior parte dei film sono tratti da un romanzo. E poi la letteratura lascia ampio spazio all’immaginazione e alla creatività, campi ben fertili per sceneggiatori e registi. Il film invece è un prodotto più diretto: quello è, punto e basta. Tutto ha già un volto, lo scrittore non avrebbe niente su cui lavorare.

Raccontami il tuo segreto per fare paura. Come si fa a far si che il lettore chiuso il libro  guardi preoccupato sotto il letto e sobbalzi ad ogni minimo rumore nel buio?

Francamente? Non lo so. E non credo neppure che esistano ricette segrete in proposito. Per quel che mi riguarda cerco solo di immedesimarmi nel lettore che sono, prima che scrittrice, e utilizzare quegli elementi: che cosa voglio da un libro horror? Che non sia banalmente banale. Che mi incateni alla pagina. Che non spalmi la tensione in capitoli epici. E soprattutto che sia verosimile: l’eccesso di fantasy non mi piace granché (infatti i libri di King della serie La Torre Nera sono gli unici che non ho nella mia collezione). La tangibilità di una storia credo sia la chiave per far fare al lettore quel che dici tu, e pensare “so che non esiste, però…” Con L’Esorcista successe la stessa cosa: generazioni di adolescenti (tra cui la sottoscritta) terrorizzate per anni dalla penombra, dalla luce fioca di quella lampadina sul comodino di Regan, dal viso della ragazzina indemoniata che spuntava nel buio.

Che libro stai leggendo attualmente e quale è il più bello in assoluto che tu hai letto?

“Il sotterraneo dei vivi” di Preston e Child: davvero un bel duo, ogni loro libro è una piacevole sorpresa. Poi sono pronta con “L’estate di Montebuio” di Danilo Arona. Nonostante legga tantissimo non riesco a star dietro ai ritmi di uscita, allora cerco di darmi un certo ordine giusto per non farli invecchiare troppo sul mio comodino. Il libro più bello non esiste. Come ho detto, ognuno mi regala qualcosa, sarebbe un’ingiustizia citarne solo alcuni.

C’è qualcuno che ti ha particolarmente aiutato anche solo con consigli, incoraggiamenti e che ti piacerebbe ricordare e ringraziare?

Giuseppe Cozzolino dell’associazione Mondocult, di cui mi onoro di farne parte, con cui tentiamo di far sì che i progetti di tutti si realizzino. Sergio “Alan D.” Altieri, per aver elogiato le mie capacità orrorifiche e aver ospitato il mio “Quel giorno sul Vesuvio”, vincitore dell’XI Premio Lovecraft, nel suo Giallo Mondadori. I tanti amici, scrittori e non, che mi supportano con affetto e pazienza. E, ultimi ma mai ultimi, mio marito e i miei figli, i miei supporters di prima fila.

Attualmente stai lavorando ad un nuovo progetto? Puoi parlarcene?

Tanti progetti, mica uno solo. Il più impegnativo è il sequel del mio romanzo “Dove il silenzio muore”: il bello è che non so ancora se e chi lo editerà perciò è doppiamente faticoso scrivere senza meta finale… Ma l’idea mi piaceva, i lettori me lo richiedevano e così mi sono lanciata. Approfitto per lanciare un appello: chi mi vuole adottare? E ora grazie a voi, amici di Liberi di Scrivere che ci concedete questi preziosi spazi, e a tutti i lettori che saranno arrivati alla fine di quest’intervista. E mi raccomando: attenti al Buio! http://www.simonettasantamaria.net

Recensione di La notte che ho lasciato Alex di Hugues Pagan

4 marzo 2010 by

La notte che ho lasciato Alex di Hugues PaganIn una Parigi sporcata di pioggia con in sottofondo la voce struggente e preziosa di Lady Day e il blues dannato che entra nell’anima e la scava come lava incandescente, un ispettore di polizia senza nome, ma forse si chiama Chess anche se questo è incerto come tutto il resto in questa storia, si muove nella notte come una scheggia impazzita indagando su un delitto scomodo.
Un uomo del jet set, di quelli che contano, dalla vita dorata, di quelli che la gente comune ha l’occasione di conoscere solo attraverso le pagine patinate dei rotocalchi, viene trovato morto in un hotel a quattro stelle. Apparente suicidio, questo dicono le circostanze. Non ci sono segni di violenza, alcuna traccia di costrizione. Accanto al cadavere due buste, una per la procura generale e una per il poliziotto incaricato delle indagini contenente un floppy disk.
Il destino di Chess è segnato nel momento stesso in cui se lo mette in tasca, quel dannato floppy disk, ignaro di dare inizio ad una caccia senza quartiere. Come il classico vaso di Pandora il floppy disck contiene le prove di corruzioni diffuse, di intrecci tra le alte sfere e la criminalità e in tanti si affollano per metterci le mani su e per impedire a Chess di portare avanti le sue indagini.
Poi a complicare il tutto ci si mette pure l’amore, già perché anche gli ispettori che l’anima l’han persa nello stretto cammino dell’esistenza a furia di morti, notti in bianco e troppi caffè, hanno ancora un angolo del loro essere più profondo che cerca un rifugio, che si commuove davanti alla bellezza e alla purezza, che cerca redenzione o anche solo una ragione per sopravvivere.
In questo noir disperato e poetico di un magistrale Hugues Pagan, le vite dei vivi si confondono con la percezione che siamo tutti destinati a percorrere lo stesso cammino e ad oltrepassare la linea di confine con la terra dei morti. Non ci sono né vincitori né eroi, tutti sono solo anime morte senza redenzione e in questa amarezza e disillusione, Chess si lascia affondare tormentato dagli incubi del suo passato e dall’inferno del suo presente fino al sorprendente finale che sembra un lieto fine ma se si guarda più attentamente non lo è affatto.
Merita senz’altro segnalare l’ottimo lavoro di traduzione affidato a Luca Conti e a Jean-Pierre Baldacci, compito non facile soprattutto per lo stile evocativo e onirico di Pagan e la bellissima copertina di Jean-Claude Claeys.

:: Intervista ad Alfredo Colitto

2 marzo 2010 by
fuocoBenvenuto Alfredo su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato la mia intervista. Presentati ai nostri lettori: i tuoi studi, i tuoi viaggi, la tua città.

Gli studi: liceo classico, qualche esame di medicina, poi il DAMS a Bologna. Dopo l’università e varie esperienze lavorative ho scoperto che non riuscivo proprio ad adattarmi all’idea di un lavoro fisso. Alla fine ho deciso di seguire la mia passione per i viaggi e sono partito per il Messico, con un biglietto di sola andata e con mille dollari in tasca. Sono stato in giro dieci anni, tra America Latina, USA, India, eccetera. In quel periodo sono tornato anche in Italia, di tanto in tanto, per qualche lavoro stagionale e per nostalgia degli amici, ma la vedevo quasi da turista. Era una sensazione strana. La città dove sono nato e cresciuto è Campobasso, in Molise. Ho profonde radici meridionali, ma il luogo dove ho scelto di vivere è Bologna.

Parliamo dei tuoi esordi. Come è nato il tuo amore per la scrittura e quando e come hai pubblicato il tuo primo libro?

L’amore per la scrittura è nato nell’infanzia, quando divoravo i libri di Salgari e sognavo di inventare un personaggio bellissimo come Sandokan o il Corsaro Nero. Il primo libro l’ho pubblicato nel 1997 per Hobby & Work sotto pseudonimo e poi è uscito di nuovo nel 2005 con il mio vero nome. Si tratta di “Café Nopal”, un noir ambientato in Messico, nato dalla voglia di raccontare i posti che ho amato e dove ho vissuto, ma in una fiction, non in un diario di viaggio o un’autobiografia.

C’è qualcuno che ti ha particolarmente aiutato anche solo con consigli, incoraggiamenti e che ti piacerebbe ricordare e ringraziare?

Le persone che mi hanno aiutato, soprattutto agli inizi, sono troppe per poterle citare tutte. Dovendo scegliere, per motivi di spazio, ringrazio Luigi Bernardi,che mi ha aperto le porte al mondo della narrativa e a quello della traduzione, ai tempi in cui era al timone della mitica Granata Press, e Giancarlo Narciso, scrittore e compagno di avventure messicane, che ha riletto e corretto almeno tre versioni diverse di Café Nopal, prima che approdasse alla pubblicazione. Per la prima pubblicazione, ringrazio Tecla Dozio, ex titolare della Libreria del Giallo di Milano, che all’epoca ha praticamente imposto il mio libro alla Hobby & Work.

Quali sono gli autori che ti hanno più influenzato nel tuo percorso formativo e quelli che non ti stancheresti mai di leggere?

Anche qui, i nomi sono tanti, e ne cito solo alcuni: Salgari, Proust, Eco, Bulgakov, Garcìa Marquez. In tempi più recenti, una messe di autori di thriller, soprattutto americani. 

Hai vissuto molto all’estero soprattutto in Messico. Il mio Messico esce fuori dalle pagine de “Il serpente piumato” di David H Lawrence, c’è molta differenza tra il Messico letterario e il Messico reale?

Direi di sì. Quando un posto reale finisce tra le pagine di un romanzo, non è mai “quel” posto, ma sempre un’interpretazione, l’idea che lo scrittore ha del paese o del luogo in questione. Il Messico di Lawrence, per esempio, è molto diverso da quello di Cafè Nopal, ma non direi che uno dei due è più “vero” dell’altro.

Collabori come editor e traduttore con le principali case editrici italiane. Quale è  lo scrittore che ti diverte di più tradurre e dimmi se ci sono regole d’oro per fare una buona traduzione?

Lo scrittore che mi diverto di più a tradurre è senza ombra di dubbio il grande Joe Lansdale. Tradurre i suoi libri è un vero piacere! In quanto alle regole d’oro, ce n’è una che le riassume tutte. Non cedere alla tentazione di “migliorare” uno scrittore. Se ci sono svarioni vanno corretti, ovviamente, ma lo stile va rispettato, anche se non ci piace. Piuttosto, se proprio non sopportiamo un determinato scrittore, evitiamo di tradurlo…

Come è nato in te l’interesse per il thriller storico e come per esempio in “Cuore di Ferro” , primo libro di una trilogia ambientata nel XIV secolo, hai mixato i riferimenti storici senza apparire didascalico e scontato?

L’interesse per il thriller storico è nato per caso, da una proposta semiseria da parte di un editore. In quanto ai riferimenti storici, da scrittore cerco di evitare una cosa che mi disturba da lettore: dare troppe spiegazioni a spese della storia. Ogni volta che una spiegazione rallenta o disturba lo svolgersi dell’azione, la tolgo. Finora mi sembra che i lettori siano d’accordo con me. 

I “Discepoli del Fuoco” è il tuo ultimo libro puoi parlarcene?

Ne “I discepoli del fuoco” Mondino de’ Liuzzi è chiamato a dare un parere medico su una morte davvero strana: un uomo è bruciato nel suo studio, senza che nulla intorno a lui abbia preso fuoco, neppure la sedia su cui si trovava. Mondino resta invischiato nella vicenda, scopre un culto mitraico sopravvissuto alla caduta dell’impero romano e aiutato dall’ex templare Gerardo da Castelbretone deve evitare che Bologna sia data alle fiamme la notte del 25 dicembre, che per inciso è l’anniversario della nascita di Mithra, poi usurpato dai cristiani, che lo chiamano Natale…

Mondino de Liuzzi protagonista di “Cuore di Ferro” e poi dei “Discepoli del Fuoco” è un personaggio realmente esistito, come ti sei documentato per narrare le sue avventure?

Per Mondino mi sono documentato su fonti dell’epoca, sui libri di storia e leggendo il suo trattato di anatomia del 1316, curato in edizione moderna dal professor Piero Giorgi. Per la ricostruzione della Bologna dell’epoca ho letto tutto il possibile e mi sono avvalso dell’aiuto del professor Rolando Dondarini, del dipartimento di Discipline Storiche dell’Università di Bologna. 

Hai letto “Il Nome della Rosa” di Umberto Eco. E’ stato per te fonte di ispirazione?

Eco è stato il padre del thriller storico, almeno in Italia, e penso che chiunque abbia scritto romanzi di quel tipo dopo di lui abbia dovuto fare i conti con “Il nome della rosa”. 

Quali sono i segreti per scrivere un buon thriller storico?

Documentarsi bene ma non appesantire il romanzo di spiegazioni, creare personaggi credibili e plausibili per l’epoca in cui si svolge la storia, non dimenticare che anche se si tratta di un romanzo storico, per un thriller la suspense è un ingrediente fondamentale.

Stai scrivendo un nuovo libro, puoi parlarcene?

Il nuovo libro è il terzo e (forse) ultimo della trilogia dedicata a Mondino. Sarà ambientato a Venezia, stavolta il mistero riguarda i templari e un antico testo sacro ebraico. Torna anche Adia Bintaba, l’affascinante alchimista araba conosciuta da Mondino in “Cuore di ferro”. 

Recensione di Imperfetto di Alessandro Zannoni

27 febbraio 2010 by

Troppe sigarette, Merisi, datti una regolata.
Ormai hai quarant’anni è tempo di bilanci, non puoi più metterti nei guai con le donne, con il lavoro, con la vita. Anche gli investigatori privati con la faccia da giovani bastardi devono mettere la testa a posto, conservarsi una donna, fare figli,  pagarsi il mutuo e le vacanze, calmarsi. Non è più tempo di scorribande con gli amici, ci vogliono certezze, ragioni valide per alzarsi alla mattina, e che cavolo più diplomazia, non puoi metterti contro al mondo intero, devi piantarla di fare il piantagrane.
Certa gente è intoccabile, ha i soldi, il potere, la stima dell’opinione pubblica, contro di loro hai solo da perdere come adesso che ti mettono in mezzo. Addirittura la polizia vuole il tuo aiuto per un caso che scotta, un caso che si trascina da un anno senza sviluppi, prospettive, garanzie.
Un ragazzo è stato trovato morto, nudo in un bosco, trafitto con violente coltellate, con odio, rabbia, disperazione. Un figlio di papà, omosessuale, ma questo che cambia. Le vittime sono vittime si sono guadagnate morendo un occhio di riguardo un bricciolo di pietà. La polizia si è arresa, non ne può più, ma la famiglia no, vuole giustizia, vuole un colpevole, così tirano in ballo te. Sei un parafulmine,  niente altro ricordati.
Ti pagheranno bene ma devi stare attento, fare carta, ripercorrere i sentieri già tracciati, non vuoi mica risolvere il caso e fare fare una figura da incompotente al comandante Palma, ti ricordi dell’ultima volta come è andata? Già ma tanto tu non ascolti i buoni consigli, fai di testa tua come al solito.
Seconda stesura di un romanzo già edito nel 2006, Imperfetto approda grazie a Luigi Bernardi alla Perdisa, nella collana Walkietalkie con copertina di Onofrio Catacchio. Tutto è imperfetto in questo noir, Zannoni mi perdoni, con venauture esistenziali, a partire dall’investigatore, un uomo in crisi, pieno di difetti, con il volto scavato, la barba sfatta e un personale senso dell’onore e della giustizia.
Imperfetto è il caso che deve affrontare, un delitto che poi si proietta, si moltiplica, porta a tanti delitti uguali, aberranti. La scrittura è decisa, tesa, venata di malinconica tristezza, piena di un romanticismo nero che travalica i generi e va a scavare nelle pieghe profonde dell’anima. Insolita l’ambientazione, la lunigiana, insolito il punto di vista dell’assassino che appare a sprazzi, in prima persona, insolito il finale, un pugno diretto nello stomaco.
Zannoni ha un modo di scrivere personalissimo, pieno di sfaccettature, pieno di autenticità, si sente che molte delle cose che scrive le ha vissute. Zannoni è Merisi prendere o lasciare.

:: Intervista con Andrea Carlo Cappi a cura di Giulietta Iannone

26 febbraio 2010 by
Andrea Carlo Cappi
Benvenuto Andrea su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato la mia intervista. Iniziamo con le presentazioni.  Allora Andrea Carlo Cappi nasce a Milano nel 1964, è uno scrittore e un traduttore, un grande appassionato di fumetti e di spie. Vuoi aggiungere qualcosa?
Di solito a questo punto aggiungo… stakhanovista dell’editoria.
Nato e cresciuto a Milano, la città più frenetica d’Italia, raccontaci qualcosa che la riguarda.

Se non fossi nato a Milano, probabilmente non sarei riuscito a diventare uno scrittore; né a svolgere tutte le attività nel campo dell’editoria che mi hanno permesso di mantenermi intanto che continuavo a farlo. In questo senso, sono debitore alla mia città. Anche se la Milano di oggi – dagli anni Ottanta in poi, per intenderci – ha “valori” diversi da quella di prima. Non crede al lavoro metodico, serio e puntuale… quello che una volta si associava ai milanesi. Premia invece i fenomeni del momento, le false promesse, l’arroganza sorretta da una solida base di incompetenza… quello che oggi tutta l’Italia associa ai milanesi. Molti in questa città cercano di sfruttarti senza darti niente in cambio, per poi liberarsi di te quando non servi più. Con le debite eccezioni, è un continuo mulinare di gomiti per fasi largo e chi si ostina a non volere sparire rappresenta un fastidio. Io spero di continuare a dare molto fastidio per parecchio tempo.

Hai scritto romanzi, racconti, fumetti, non fiction, ha scritto per la radio, hai curato antologie, da quando hai esordito non ti sei più fermato. Come spieghi questa grande versatilità e dove trovi il tempo per fare tutto?

Credo, semplicemente, di essere nato per scrivere storie. O quantomeno è la cosa che presumo di saper fare meglio. Si possono scrivere storie brevi o lunghe, sotto forma di narrativa o di sceneggiatura. Si può utilizzare lo stesso metodo per curare un editing, o per comporre un’antologia di autori vari, o per tradurre libri da altre lingue. Sono tutte varianti di un unico mestiere, anche se scrivere le mie storie è la parte più irrinunciabile. Le storie fluiscono di continuo e per mia fortuna scrivo molto rapidamente, riuscendo a coordinarmi piuttosto bene con il lavoro di documentazione. Un illustre collega statunitense che ha letto qualche mio romanzo si è stupito di come riesca a realizzare in un mese o due quello che a lui costa un anno di lavoro. Forse perché io, economicamente, non posso permettermi di sottrarre tempo alla traduzione cui mi dovrò dedicare subito dopo finito il mio romanzo.

Parlaci dei tuoi esordi. Come stato il tuo ingresso nel mondo della narrativa? È  stato difficile per te pubblicare il tuo primo libro? Come è andata?

Pubblicare il mio primo libro è stato facilissimo… Solo che era quasi il terzo. Ho deciso che sarei diventato uno scrittore intorno ai 6-7 anni, anche se ho prodotto qualcosa che ho giudicato proponibile solo quando ne avevo 24. Era un romanzo di spionaggio che ho mandato a “Segretissimo”, che lo ha preso seriamente in considerazione ma alla fine ha deciso di non pubblicarlo… e in realtà mi ha fatto un favore, perché nei pochi anni successivi ho fatto un notevole salto di qualità: scrivere per il pubblico anziché per il cassetto della tua scrivania aumenta la responsabilità e migliora le prestazioni. Nel 1991, a quasi 27 anni, ho vinto un concorso di RadioRAI per un soggetto destinato a  “Radiodetective”, programma quotidiano di storie alla Alfred Hitchcock, e mi è stato chiesto di continuare a collaborare come autore; per motivi burocratici (la RAI ha tardato a mandarmi il contratto) il mio primo episodio, già registrato, non è andato in onda, né il giorno previsto, né mai; dopo breve tempo, per oscuri motivi il programma è stato sospeso nonostante avesse avuto successo, quindi non sono stato pagato e sono tornato nell’ombra. Provaci ancora, K. Sarei tornato alla fiction radiofonica solo 12 anni dopo, con il serial “Mata Hari”. Ma, tornando ai primi anni ‘90, nel frattempo ero entrato in contatto con “Il Giallo Mondadori” e da qui con gli Oscar, a cui ho proposto un romanzo basato su uno dei miei soggetti radiofonici; mentre lo scrivevo, ancora senza contratto, l’editor con cui lavoravo è stato trasferito e addio progetto. Riprovaci ancora, K. Poi, nel 1993, “Il Giallo” ha pubblicato in appendice “Anche il sole tramonta”, un’altra delle storie che avevo scritto per la radio e da lì, finalmente, è cominciato tutto: nel volgere di un anno avevo due nuove serie con personaggi fissi, il Cacciatore di Libri in appendice al “Giallo” settimanale e Carlo Medina sugli speciali stagionali, oltre ai miei primi lavori come collaboratore esterno della redazione. Naturalmente poi sono stati aboliti i racconti in appendice e, dopo il successo della prima antologia di soli autori italiani che avevo curato per  lo speciale del novembre 1995, sono stato tagliato fuori dal “Giallo” per molti anni. Ma ormai ero in marcia. Nel 1996 Edizioni E-Elle stava preparando una collana di gialli per “giovani adulti”: ho incontrato la curatrice proprio mentre avevo in mente un prequel del Cacciatore di Libri, con una sua avventura a 17 anni, e mi sono trovato in mano il contratto per il mio primo romanzo effettivo, che è uscito nella primavera del 1997. Da allora non mi sono più fermato: non ci si può fermare, altrimenti tutti ti dimenticano e nessuno vuole più quello che scrivi.

Quali libri leggevi quando eri ragazzo? Quali libri ti hanno accompagnato nella tua età  adulta?

Verso i 6 anni ho cominciato a leggere Salgari, cui poi si è aggiunta Agatha Christie, dopo la quale ho ampliato gli orizzonti a “Giallo Mondadori”, “Gialli Garzanti”, “Segretissimo”, “Urania”, che non ho mai smesso di leggere. Anche se una volta mi ci dedicavo durante le vacanze mentre nell’ultimo decennio di vacanze non ho quasi fatte. I libri di passaggio più importanti sono stati “Per chi suona la campana” e “1984”.

Prevalentemente ti occupi di letteratura noir, thriller, avventurosa, quali sono stati i tuoi maestri?

Sicuramente Salgari, anche per quanto riguarda la costruzione di grandi saghe avventurose; la Christie, per il rispetto della logica interna di una storia; per le atmosfere, un bel po’ di autori noir americani, cui va aggiunto Ian Fleming, che univa il noir all’avventura esotica in un contesto spionistico. Per la costruzione delle trame non ho mai nascosto che il mio ispiratore è Donald E. Westlake alias Richard Stark, del quale sono poi divenuto anche editore, traduttore e amico, prima della sua morte improvvisa poco più di un anno fa. Non lo sapevo, ma d’istinto avevo adottato anche il suo stesso metodo di elaborazione delle trame: non una programmazione a tavolino, ma un ampio spazio all’imprevisto che sorprenda prima di tutti l’autore stesso e lo costringa a ingegnarsi per uscire dai guai insieme ai suoi personaggi; il tutto senza rinunciare alla precisione del meccanismo d
ella storia. In tempi più  recenti ho subito l’influenza di alcuni degli autori che ho tradotto, divenuti amici a loro volta, come Jeffery Deaver, Douglas Preston e – per citarne un altro che purtroppo non c’è più –  Stuart M. Kaminsky.

Da traduttore, quali sono i segreti per una buona traduzione, conta più la fedeltà  al testo o il rispetto per lo spirito del romanzo?

Il vero segreto è entrare nella mente dell’autore e trascrivere fedelmente quello che ha scritto come se lo avesse pensato in italiano. Non si tratta di fedeltà al testo come un traduttore automatico (che prende cantonate automatiche) ma di trovare le costruzioni e le frasi che lo stesso autore avrebbe usato se avesse scritto direttamente nella nostra lingua: a quel punto sono salvi testo e spirito. In realtà tra i compiti del traduttore può esserci di tanto in tanto quello di correggere sviste di editing nell’originale. Una volta in un bestseller americano ho scoperto una frase troppo rivelatrice da cui si scopriva l’assassino al secondo capitolo; questo però è successo prima che il libro uscisse negli USA e sono riuscito a farla togliere anche dall’edizione in inglese.

Hai creato personaggi seriali quali il Cacciatore di Libri, Carlo Medina e Mercy “Nightshade” Contreras. Non è semplice lavorare su uno stesso personaggio, come lo rinnovi, come dai profondità alla sua crescita?

Per il Cacciatore è facile: sono io, seppure con qualche lieve modifica. Nelle due storie-prequel edite da E-Elle, quando aveva 17-18 anni, ho addirittura prelevato frasi dai miei diari dell’epoca per essere più aderente alla mentalità di un teenager… ovviamente la mentalità di un teenager molto particolare dei primissimi anni Ottanta. Le altre storie sono quasi sempre ambientate nel momento in cui le scrivo e riflettono il mio stato d’animo in quel periodo. Infatti mentre nelle sue prime avventure faceva, come me, il “cacciatore di libri” per collezionisti, da qualche anno lavora come consulente nell’editoria, senza per questo smettere di trovarsi nei guai. Medina è  pure lui un mio alter ego, ma con qualche variante. Per esempio lui uccide, io no. Ma anche nel suo caso c’è stata un’evoluzione naturale. All’inizio della sua carriera credo che si sia illuso di poter raggiungere un certo successo, inventandosi l’omicidio applicato al marketing. Poi ha cominciato a prendere coscienza di essere una sorta di anticorpo della società e ha cominciato a vedere il suo lavoro come una battaglia dall’interno. Da qualche tempo invece ha compreso che la società è più forte, che non lo lascerà mai diventare un vincitore, e che quindi l’unica sua possibilità è continuare a combattere. Per Nightshade è più semplice: quando la sua saga sarà conclusa –  manca da scrivere solo il settimo romanzo – la sua storyline (a parte i flashback) coprirà il periodo dal 2001 al 2006 e la sua evoluzione è legata strettamente a quello che le capita… che tutto sommato è piuttosto devastante.

Parliamo di Martin Mystère e Diabolik. Raccontaci il tuo amore per il fumetto.

Ho imparato a leggere intorno ai 5 anni con “Topolino”. A 6-7 anni ho scoperto Diabolik e Tex. Poi, per un lungo periodo, ho divorato il “Corriere dei ragazzi” e gli albi dei supereroi. Oggi leggo soprattutto Diabolik (che per fortuna posso leggere per lavoro!) e quando riesco alcune storie della Marvel e della DC, e ho nostalgia soprattutto di Tex, Mister No e naturalmente Martin Mystère: sono in arretrato di un numero spaventoso di albi! Qualche anno fa ho avuto la soddisfazione di intervistare Stan Lee (il creatore di Spiderman e dell’universo Marvel, per intenderci) in videoconferenza. Ma soprattutto negli ultimi anni ho lavorato fianco a fianco con due autori che avevo conosciuto sul “Corriere dei ragazzi”, Alfredo Castelli (che ha creato “Martin Mystère”) e Mario Gomboli (che prosegue la tradizione delle sorelle Giussani in “Diabolik”), ai quali si è aggiunto il mio vecchio amico Andrea Pasini, che ha lavorato prima con l’uno e ora con l’altro. Per cui sono sempre molto felice quando ho a che fare con loro. Per Martin ho scritto sceneggiature (a quattro mani con Pasini), racconti, un romanzo e un romanzo a puntate; per Diabolik ed Eva Kant finora quattro romanzi, anche se ho progetti per qualche storia a fumetti che mi piacerebbe scrivere, ovviamente, con Pasini. Ho ancora idee per storie di Martin, a cui mi piacerebbe tornare un giorno o l’altro, ma scrivere di Diabolik è una vera tossicodipendenza.

Con lo scrittore Andrea G. Pinketts hai creato la prima serie di M-Rivista del mistero. Vuoi parlarcene? Ti viene in mente qualche aneddoto bizzarro o divertente?

Nei primi tempi tenevamo le riunioni di redazione in un bar in via Vespri Siciliani, a Milano, più o meno a metà strada tra casa sua e casa mia (ovviamente più vicino a casa sua). Era il 2000, il periodo in cui Pinketts era stato colpito dal “millennium bug” – è l’unico a cui sia capitato, in realtà – ed era piuttosto irrequieto. Un giorno stavamo discutendo un importante problema filosofico, se fosse più forte Jet Li o Jean Claude Van Damme, e Pinketts concluse che Jet Li è imbattibile, mentre Van Damme, disse lui: “Me lo pappo come un uccellino.” A quella frase un avventore magro e allampanato, ricurvo su un videopoker, si voltò verso di lui e gli rivolse un’occhiata beffarda. Certa gente è morta per molto meno, come dicono nei western. Pinketts sostenne lo sguardo e chiese il motivo di quell’occhiata. L’altro rispose: “Volevo vedere che faccia aveva uno che dice che Van Damme se lo pappa come un uccellino.” Già temevo il peggio. Ma Pinketts ex atleta marziale in un raro momento zen, si limitò a spiegargli sul piano tecnico le caratteristiche di Van Damme che motivavano la sua affermazione. Evidentemente l’uomo del videopoker aveva deciso che era un buon giorno per morire, perché dopo averlo ascoltato e avere giocato buono buono per altri cinque minuti al videopoker, afferrò la sua bottiglia vuota di birra e si lanciò a sorpresa su Pinketts per colpirlo. Tutto si svolse in una manciata di nanosecondi: feci in tempo a vedere la bottiglia che volava dietro il videopoker e l’aggressore con il braccio ritorto e sollevato verso l’alto, disarmato e impossibilitato a nuocere, mentre Pinketts con la mano libera prendeva dal banco il suo boccale di birra e ne beveva una sorsata.

A bruciapelo preferisci Hammett o Chandler?

Oggi Hammett. Quando ero più giovane, Chandler.

Sei un grande appassionato di James Bond. Praticamente hai tradotto quasi tutto Fleming. Come è  nata questa passione? Questo personaggio in un certo senso ti somiglia?

Mi sarebbe piaciuto tradurre tutto Fleming, era un progetto che ho cercato di realizzare visto che forse ero la persona più adatta in Italia, ma i destini editoriali non lo hanno permesso. In realtà ho tradotto solo l’inedito “Thrilling Cities” (che contiene anche un racconto di 007 che ho fatto riscoprire anche in Inghilterra, dove era stato dimenticato) e la riedizione de “Il traffico di diamanti”. Di James Bond ho poi tradotto due romanzi di John Gardner, due novelization di Raymond Benson e l’intera saga bondiana originale, sei romanzi e tre racconti, dello stesso Benson. La passione è nata dai film, quando
avevo sei anni, si è rinnovata quando ho cominciato a leggere i libri di Fleming e mi ha portato a scrivere vari libri sul fenomeno Bond a quattro mani con Edward Coffrini Dell’Orto, con cui ho anche fondato il primo fan club italiano, lo 007 Admiral Club. Non credo che Bond mi somigli, semmai sono io che ho cercato di prendere qualcosa da lui e dai suoi interpreti. Di sicuro è uno dei motivi per cui mi sono appassionato alla letteratura di spionaggio e al mondo delle vere spie.

Hai scritto per Segretissimo con lo pseudonimo di François Torrent, collana che seguo da anni. Come è cambiato il mondo della spystory dalla caduta del Muro di Berlino e dalla fine della guerra fredda? È ancora tempo di spie?

Sarà  sempre tempo di spie… e in questo mi confortano le parole di John Le Carré che riporto nel mio nuovo libro: “La spy-story non è morta. Ha ancora molto da raccontare.” La fine della guerra fredda ha cambiato solo alcune motivazioni e alcuni giochi di alleanze, ma non i metodi e gli obiettivi. Per me il vero punto di rottura è stato l’11 settembre, che ha reso obsolete tutte le storie che seguivano il modello dei vecchi film (non dei libri) di 007, con il superagente che evita la catastrofe a pochi secondi dalla fine. In quel periodo stavo scrivendo il mio primo romanzo di Nightshade e nel giro di un solo giorno mi sono chiesto se quello che stavo scrivendo non fosse stato superato dalla storia… e mi sono dato da solo la risposta: no, in quel momento più che mai serviva una letteratura che raccontasse i retroscena della politica globale. Il dopo-11 settembre ha dato ragione all’ipotesi di base della serie Nightshade: nel 2001 la CIA riapriva la sua sezione eliminazioni. E così ho inserito nella serie il fatto che Nightshade fosse arruolata come killer proprio dopo l’11 settembre. In realtà  la scelta di firmare come François Torrent non è stata mia: ero già una firma nota dei periodici Mondadori. Ma la redazione di “Segretissimo” decise che il pubblico, abituato alla forte presenza di autori francesi nella collana, sarebbe stato più interessato a un nuovo scrittore d’Oltralpe. In realtà scelsi un cognome catalano, legato al fatto che ho passato una buona parte della mia vita in quell’area geografica, che è poi lo stesso di Paco Torrent, uno dei personaggi secondari della serie. Il mio nome appariva come “traduttore” e più avanti nella serie compaiono anche Carlo Medina e personaggi delle sue avventure, permettendo ai lettori più attenti di scoprire il gioco. Con l’arrivo di Sergio “Alan” D. Altieri come curatore, le identità  mia e dei miei colleghi della cosiddetta “Italian Foreign Legion”  di “Segretissimo” sono state finalmente rivelate. Ma ormai fino alla fine della saga suppongo che continuerò a firmare Torrent per coerenza, anche se dal 2007 sono tornate a uscire nei periodici Mondadori le storie di Medina sotto il mio vero nome.

È uscito da poco “Le grandi spie”, un saggio davvero originale e curioso. Vuoi parlarcene? Come è nato questo progetto sul quale si vede hai lavorato molto?

È nato… da solo. Quando ho stabilito di diventare uno scrittore, ho deciso molto presto che mi sarei occupato di spionaggio. Pertanto mi dovevo documentare, cosa che ho fatto in modo continuativo dal 1977. Dopo quasi vent’anni avevo materiale sufficiente per scrivere brevi saggi e articoli sull’argomento, cosa che feci soprattutto su un rivista in cui tenevo una rubrica di vere storie di spie. Parte di quel materiale mi è servito come base per alcuni romanzi, ma esistevano ancora molte spie famose di cui non avevo mai parlato, e anche su quelle che avevo trattato c’erano parecchie rivelazioni più recenti da aggiungere. Insomma, dovevo scrivere un libro, un’idea che ho coltivato per parecchio tempo e ora finalmente si è realizzata grazie all’interesse e all’entusiasmo con cui Vallardi Editore ha accolto il progetto. Ho scelto di mantenere un approccio narrativo, quindi non ho scritto un’enciclopedia ma un libro di storie vere, che potesse essere accessibile anche a un lettore digiuno della materia.

Il tuo rapporto con la critica. Quale è la recensione che ti ha fatto più  felice ricevere?

Non è  che di recensioni ne abbia viste moltissime… in rapporto al numero di libri che ho pubblicato. I critici propriamente detti mediamente disdegnano quello che scrivo e molti ignorano tutte le pubblicazioni che escono solo in edicola. Quando ho cominciato a scrivere, tuttavia, mi hanno fatto molto piacere le recensioni di Carlo Oliva a Radio Popolare (ne avevo registrata una e me la riascoltavo, per convincermi che non stavo sbagliando tutto nella vita); anni dopo ho letto e sentito con piacere i commenti di persone che avevano letto il mio primo romanzo di Diabolik e avevano colto il fatto che, oltre a essere fedele nello spirito e nei riferimenti al fumetto delle sorelle Giussani, fosse anche un vero romanzo, e un mio romanzo. E ieri ho trovato una recensione del mio “Eva Kant-Il giorno della vendetta” sulla rivista “Geniodonna”, che contiene uno dei maggiori complimenti che abbia mai ricevuto: a quanto pare sono riuscito a cogliere alcuni credibili elementi psicologici femminili e femministi nella protagonista, cosa che ritenevo piuttosto difficile e rischiosa, dovendomi mettere nei panni di una donna.

Cos’è la libertà  per te?

A livello generale, il fatto che nessuno metta nessun altro in condizioni di sudditanza, non solo politica ma lavorativa, economica, eccetera. A livello personale, poter scrivere senza che nessuno mi venga a dire cosa devo scrivere per motivi politici o di presunto marketing; una volta una mia raccolta di racconti è stata bocciata perché giudicata troppo di sinistra, dopo che le singole storie erano uscite da… Mondadori; altre volte mi è stato detto che i miei libri sono di nicchia, dimenticando che sono tali solo per colpa di chi fabbrica le nicchie apposta per tenerceli. E vorrei poter scrivere senza dovermi ammazzare di lavoro 16 ore al giorno (in passato a volte anche 20) al fine di guadagnare il necessario per vivere e permettermi poi il lusso di fare lo scrittore. In questo senso, ora non sono  libero. Come sempre, Arbeit Macht Frei un accidente.

Ci sono esordienti che ti hanno particolarmente colpito?

Parecchi. In qualche caso li ho scoperti io, oppure ho contribuito a scoprirli. Mi piace ricordare Ettore Maggi, che inviò un racconto a “M-Rivista del Mistero” che lessi avidamente in metropolitana; Gianluca Mercadante, che conobbi insieme a Pinketts e di cui pubblicai poco dopo un racconto; Cristiana Astori, che mi fu segnalata da Alda Teodorani e che seguo sempre con attenzione anche adesso che non sono più il suo editore; il giovanissimo Davide Garbero, scoperto a sua volta da Cristiana, che si guadagnò la terza pagina del “Corriere” con i suoi geniali racconti scritti a 17-18 anni; Luca Tarenzi, che dopo avere scambiato due parole mi aveva già convinto che doveva avere talento… e infatti! Tutti continuano a confermare le loro capacità, nonostante il mondo dell’editoria sia quello che è.

Ti piace presentare i tuoi libri al pubblico? Raccontami un episodio divertente che ti è successo ad una presentazione.

Temo di avere una propensione naturale all’esibizionismo e una vocazione da entertainer. Del resto sono più di 15 anni che affianco Pinketts nelle sue serate settimanali e sono spesso chiamato a  presentare altri autori. Mi div
erte inserire qualcosa di scherzoso nelle presentazioni, come quando al Caffè  dell’Orologio di Modena, per presentare “Mondo Bond 2007”, mi sono presentato in smoking e a metà serata ho estratto una (finta) Walther P99 da una fondina spiegando come nella realtà sarebbe terribilmente scomodo per 007 andare in giro con un arnese simile sotto l’ascella. O quando a Cartoomics, la fiera del fumetto, mi sono presentato con una copia del mio romanzo di Martin Mystère alta circa un metro e mezzo; in quell’occasione ho raccontato al pubblico la genesi piuttosto cialtronesca delle mie sceneggiature di Martin Mystère, presenti Alfredo Castelli e Sergio Bonelli; mentre il primo era quasi in imbarazzo, temendo che l’editore lo accusasse di scarsa serietà nella scelta degli sceneggiatori, Bonelli invece si divertì moltissimo.

Che libro stai leggendo attualmente?

Sono diviso tra la biografia delle sorelle Giussani scritta brillantemente da Davide Barzi e il dattiloscritto del primo romanzo di Cristiana Astori. Purtroppo riesco a dedicare poco tempo all’uno e all’altro.

Come ti documenti per la stesura dei tuoi libri? Hai avuto modo di accedere a documenti top secret?

Mi documento sempre moltissimo, a volte anche per un decennio prima di arrivare a scrivere il romanzo che riguarda un particolare argomento. Questo è anche uno dei motivi per cui la stesura di un libro può essere molto rapida. Per quanto riguarda “Le grandi spie”, che contiene un lavoro di ricerca protratto nel tempo, ci sono anche elementi che possono essere considerate top secret… o lo erano 10 o 15 anni fa. Ma a quei tempi ho promesso di non rivelarne le fonti e non lo faccio nemmeno ora. Tuttavia l’aspetto più interessante dello spionaggio è che spesso le informazioni più interessanti si trovano già sui giornali. In molti casi si tratta di fare gli opportuni collegamenti. Invito a fare lo stesso con il mio libro sulle spie, tenendo d’occhio l’indice analitico: due singole notizie in cui viene menzionato lo stesso nome possono essere del tutto innocenti, ma se collegate l’una all’altra aprono spiragli inquietanti.

Stai scrivendo un nuovo libro? Puoi anticiparci qualcosa?

Ho da poco finito il sesto romanzo di Nightshade, ambientato in parte anche a Napoli e a Milano. In questo momento sto eseguendo una sorta di “editing autoriale” su un libro a più mani, di cui ancora non si può svelare nulla. Sto anche lavorando a un progetto per un libro a quattro mani… solo che in questo momento è l’altro autore che ce ne sta mettendo tre perché io ho troppo da fare altrove; spero di rimediare presto, perché poi ho un altro progetto, sempre a quattro mani, in lista di attesa. Ho in programma il secondo romanzo lungo di Carlo Medina dopo “Ladykill/Morte accidentale di una lady” (che con 40.000 copie o giù di lì è stato anche il mio maggiore successo) e il settimo episodio di Nightshade. Ho in mente un romanzo di fantascienza in parte collegato alla mia nuova serie con protagonista padre Antonio Stanislawsky, prete d’assalto nel mondo del futuro con la passione per belle donne e armi pesanti. E ci sono parecchi racconti che premono per essere scritti… Quello che non manca sono le idee e la voglia di scrivere.

:: Giovanni Choukhadarian recensisce “Ho perdonato Hitler” di Gian Piero Moretti.

23 febbraio 2010 by
Fino all’anno scorso, Gian Piero Moretti ha fatto il giornalista; è stato infatti corrispondente da Sanremo prima per La Gazzetta del popolo, poi per La Stampa. Appena in pensione, s’inventa il viaggio immaginario nell’aldilà di Giuditta Modena, 13enne ebrea bolognese che viene deportata a Mauthausen, dove l’intera famiglia viene sterminata e lei subisce ogni genere di tortura. Tornata in una Bologna che più devastata non la si può immaginare, ha un incidente in macchina e, nel coma, conosce l’aldilà di cui sopra. V’incontra Adolf Hitler, Anna Frank e infiniti altri personaggi, più o meno conosciuti. Si tratta di un viaggio che l’autore racconta con lingua rapida, forte capacità visiva e una ricchezza di rimandi intertestuali invero non consueta: dall’Antico Testamento fino alla letteratura concentrazionaria del Novecento, passando beninteso per la Commedia. Al di là della trama, peraltro ben costruita e sviluppata, restano bene in evidenza: il Male, la colpa e il perdono. Esordio sorprendente sia per il coraggio nella scelta dell’argomento, sia per l’autenticità con cui è trattato.