:: Un’intervista con Michael Connelly a cura di Giulietta Iannone

3 ottobre 2009 by

38517.8Questa intervista risale al settembre del 2009. Riuscii a intervistare Connelly tramite la sua addetta stampa, Shannon Byrne. Poche domande a cui rispose via mail. Forse Connelly è uno dei pochi autori americani che conobbi di persona, a una presentazione a Milano. Feci anche qualche foto, ma così sfocata e da lontano, c’era parecchia calca, che poi credo di avere cancellato. Comunque ho un bel ricordo di quell’incontro. Era molto professionale e alla mano e ricordo che parlò di come la paternità, l’essere genitore aveva cambiato il suo essere uno scrittore di thriller. Che molti temi oggi come oggi non li affronterebbe più. Buona lettura. 

Hai iniziato la tua carriera di scrittore come giornalista. Quali sono le qualità di un buon giornalista?

Buoni occhi e orecchie. Con questo intendo dire che tu devi essere un buon osservatore per raccontare i dettagli che danno vita ad una storia e un buon ascoltatore per captare i discorsi e dare ad una storia umanità.

Leggi altri scrittori contemporanei? Cosa stai leggendo in questo momento?

Sto sempre cercando qualcosa da leggere. In questo momento sto leggendo la storia di uno scrittore. Si intitola 86’d: a Novel di Dan Fante. Sono veramente preso da questo libro.

Raccontaci qualcosa su Harry Bosch. Che ne dici Clint Eastwood sarebbe adatto per il ruolo?

Dal momento che Clint Eastwood è sulla settantina attualmente non sarebbe un buon Harry. Non sarebbe realistico. Ma Eastwood come Dirty Harry mi ha molto influenzato nel modellare Harry Bosch come un detective risoluto e implacabile che è anche un outsider con un lavoro da insider.

E il reporter Jack McEvoy ti somiglia?

Di tutti i miei personaggi è il più autobiografico. Credo che condividiamo la stessa visione del mondo.

Ti piace Cornell Woolrich? Ti ha influenzato?

Mi piace il suo lavoro e in una certa misura mi ha influenzato. Io stavo già scrivendo fiction quando ho letto il suo lavoro. Così lui non mi ha ispirato a diventare scrittore ma mi ha aiutato a diventare il tipo di scrittore che volevo essere.

La violenza, la corruzione politica, sono temi analizzati nei tuoi libri. Sei pessimista sul futuro?

Non sono troppo pessimista. Vorrei dire che sono consapevole come chiunque presti attenzione al mondo così com’è. Ho una figlia piccola e mi preoccupa il mondo in cui vivrà quando me ne sarò andato. Sarà un mondo spaventoso? Un mondo di privazioni? Ci sarà abbastanza cibo e acqua? L’aria sarà pulita? A volte è dura non essere pessimisti.

Cosa consideri più difficile nell’arte dello scrivere?

Mantenere attenzione e slancio.

Pensi che uno scrittore con i suoi libri possa cambiare la gente e così il mondo?

Penso che i libri possano ispirare la gente a pensare di cambiare. Di solito però è qualche cosa all’interno delle persone che li ispira a cambiare.

Raccontami qualcosa della tua Los Angeles.

E’ una fonte di ispirazione continua.

A cosa stai lavorando al momento?

Sto cercando di portare avanti un romanzo con Harry Bosch e Mickey Haller. Ora è meglio che ti lasci e torni a scrivere.

Grazie Michael e buon lavoro.

:: Intervista con Gabriele Marconi

2 ottobre 2009 by

Grazie Gabriele per aver accettato la mia intervista. Parlaci un po’ di te. So che è riduttivo ma definisciti in tre aggettivi.

Riduttivo per riduttivo, accetto la sfida e ne uso solo due: spartano e curioso.

Hai cominciato scrivendo canzoni. Cosa ti è rimasto dell’entusiasmo degli ideali giovanili?

Se sono soltanto giovanili, gli ideali non valgono nulla. D’altra parte, l’entusiasmo non va d’accordo con l’esperienza: ne vedi troppe, per restare immune a un sano cinismo. Tuttavia, se sei fatto in una certa maniera combatti anche a ottant’anni.

Parlaci del tuo romanzo d’esordio “L’enigma di Giordano Bruno” un thriller esoterico, in anticipo con  i tempi, ora che imperversano i thrillers di Dan Brown. Hai fatto fatica a trovare un editore? Hai avuto un buon riscontro di pubblico e di critica?

Al tempo scrivevo solo racconti, avendo cominciato grazie al Premio Tolkien (curato da Gianfranco de Turris e sponsorizzato dalle edizioni Solfanelli), dal quale sono usciti diversi ottimi scrittori. Tutto è nato perché mi piaceva l’idea di scrivere appunto un racconto partendo dalla statua di Giordano Bruno a Campo de’ Fiori, a Roma. Poi mi ha preso la mano ed è diventato un romanzo. Il fatto è che ero ancora, diciamo così, acerbo: non sono arrivato neanche a 100 pagine, mentre la storia ne avrebbe meritate molte di più. In ogni caso, trovai l’editore (Minotauro) abbastanza presto, grazie alla mia amica Alda Teodorani, che aveva già pubblicato con quella casa editrice e mi aiutò presentando il mio lavoro. Ottimi riscontri di critica, pubblico di nicchia, come si dice quando non si può ottenere di più! In ogni caso, siccome la storia continua a piacermi, ho riacquistato i diritti e la sto riscrivendo da capo per renderla più completa.

Di tutt’altro genere “Io non scordo” dove hai trattato un tema delicato della storia italiana, gli anni di piombo, da un punto di vista particolare. Ce ne vuoi parlare? 

“Io non scordo” uscì la prima volta nel 1999 con Settimo Sigillo, quando, malgrado il tempo che era trascorso dal periodo più infuocato, era ancora un argomento tabù. Quindi è stato il primo libro a raccontare gli anni di piombo “visti da destra”. Poi è stato ripubblicato da Fazi. L’ho scritto perché non sopportavo più di leggere libri e vedere film su quel periodo con la verità sostanzialmente ribaltata, raccontata unicamente dal punto di vista della sinistra extraparlamentare o istituzionale, quella dell’“uccidere un fascista non è reato”. Io ricordavo il mio arrivo al liceo (andavo all’Archimede, uno scientifico di Roma), dove si viveva in una situazione di sopruso continuo operato con la forza del numero da parte di comunisti e ultracomunisti, con pestaggi sistematici. Tra il 1978 e il 1983 avevo visto morire otto (dico 8!) miei amici ammazzati dai compagni o dai carabinieri, mentre per la storia eravamo noi i vigliacchi e gli assassini protetti dalle forze dell’ordine. Perciò “Io non scordo” è stato un pegno d’onore verso quegli amici, per restituirgli verità: infatti in quel romanzo non spiegavo le idee, le motivazioni o il percorso del movimento, ma raccontavo semplicemente – attraverso alcuni flash back rigorosamente veri – le nostre giornate: la politica, la scuola, le risate e i pianti, gli amori e le serate in birreria o a cantare (o ad attaccare manifesti). Insomma, aprivo delle finestre su un periodo, senza uno straccio di retorica o reducismo, come nessuno aveva mai fatto. Senza peraltro nascondere durezze e violenze.

Poi ti sei dedicato al fantasy con il romanzo “Il regno nascosto” edito da Flaccovio a quattro mani con Errico Passaro. Che esperienza è stata, mettere d’accordo due creatività è stato difficile?

Più che altro è stato un mettere d’accordo due modi di scrivere, perché la storia originaria era mia: è stata la prima cosa che ho scritto, quando avevo ventidue anni, una storia tolkieniana, ambientata in una Terra di Mezzo di molto, molto tempo dopo le Guerre dell’Anello, con protagonisti due giovani Nani che, stufi di vivere nelle città degli Uomini, partono alla ricerca del regno nanesco, nascosto nel lontano Nord. Però quella storia era rimasta confinata in un’agenda e non completata. Mentre ero impegnato con “Io non scordo” si cominciò a parlare di un film su “Il Signore degli Anelli”, perciò pensai che magari era venuto il momento di ritirarla fuori e, siccome stavo scrivendo altro, chiesi aiuto all’amico Errico Passaro, che decrittò “i geroglifici che riempivano quell’agenda” (come si diverte a dire lui) e gli diede una forma più matura. Poi mi ha passato il tutto e io gli ho dato una forma più consona al mio modo di scrivere. Lui a sua volta l’ha ripreso e l’ha ricorretto… e così via, in una sorta di ping pong letterario che ha prodotto “Il regno nascosto”: mi sembra sia stato un ping pong fruttuoso.

Sei tra gli ideatori della società tolkieniana italiana. Nella mia generazione i romanzi di Tolkien erano romanzi di formazione che non potevamo non avere letto, pensi ci sia una riscoperta di questo scrittore da parte dei giovani?

C’è sicuramente stato un nuovo successo di vendite dovuto al traino formidabile dei film di Peter Jackson, ma parlerei di “riscoperta”, perché le ristampe del “Signore degli Anelli” si sono succedute costantemente negli anni. Tolkien, insomma, non è stato mai dimenticato. Piuttosto, c’è da dire che ormai tutti lo possono leggere, mentre quando uscì non era possibile, perché i ReCensori lo stroncarono come autore reazionario e pericoloso per la fuga dalla realtà (accusa che Tolkien stesso confutò, dicendo che la fiaba è una sacrosanta fuga del prigioniero, non la diserzione di un soldato…) e i miei coetanei militanti di sinistra, per leggerlo, dovevano nasconderlo ai compagni per non essere processati. Ora chi ha la coda di paglia dice che non è vero, che furono i fascisti ad “appropriarsi” di Tolkien e che, di conseguenza, la sinistra lo cancellò dalla lista degli autori “frequentabili”. Ma carta canta, perciò basta fare un salto in emeroteca e leggere i giornali di quel periodo (parlo degli anni Settanta) per capire chi ha ragione e chi ha torto.

Il genere fantasy ha da sempre una nicchia di appassionati cultori perché appaga il desiderio di avventura, la voglia di evadere la routine quotidiana immaginando un mondo fantastico che però è parallelo al nostro. Pensi sia un genere principalmente per ragazzi?

Non è un genere per ragazzi, però c’è un problema legato proprio al successo del genere fantasy: gli editori hanno invaso gli scaffali con tonnellate di romanzi, per sfruttare l’ottimo trend di vendite, e hanno pubblicato di tutto e spesso tradotto male romanzi che male non erano. Perciò, un adulto che volesse leggere un bel romanzo, il più delle volte si ritrova in mano una storia scritta con i piedi, gonfia di retorica e più vecchia dei già vetusti epigoni di Conan. Sono pochi i romanzi fantasy scritti bene, forse è per questo che i ragazzini (per i quali spesso ogni cosa è nuova) si accontentano di più.

Infine “Le stelle danzanti”, il romanzo dell’impresa di Fiume (editore Vallecchi) che ti ha particolarmente coinvolto in un duro lavoro di ricerca storica. Come è nata l’idea che ti ha spinto a scrivere questo libro? Quali erano i tuoi obiettivi?

Come al solito, come mi succede sempre, l’ho scritto perché mi piaceva farlo e l’obiettivo (malgrado molti, mentendo, dicano che se ne fregano) era ed è quello di farlo leggere a milioni di persone! L’occasione è stato uno “speciale” sull’ottantesimo anniversario dell’Impresa fiumana (quindi parliamo di dieci anni fa) che pubblicammo sul mio giornale. Non ne sapevo molto – visto che fa parte di quei periodi di storia che sui manuali vengono taciuti o ridotti a poche righe – ma leggendo gli articoli dei nostri collaboratori me ne sono entusiasmato e ho pensato che quella vicenda meritasse di essere raccontata “da dentro”. E quello che poi ho scoperto documentandomi in maniera più completa ha confermato quelle prime impressioni: c’era materiale per scrivere non uno ma cento romanzi!  Quello che ho scelto di scrivere io è stato il punto di vista dei legionari fiumani: ragazzi di vent’anni o poco più (ma anche meno!) che, a distanza di un anno da una carneficina terribile come fu la Prima guerra mondiale, non esitarono a rimettersi in gioco per andare a Fiume con d’Annunzio. Dentro “Le stelle danzanti” c’è la vita loro, mentre i grandi personaggi, come appunto il Comandante, restano sullo sfondo. Il risultato è un romanzo epico ancor più che storico. Divertente, avventuroso e commovente (compratelo subito, stolti!).

Cos’è per te il coraggio? Nella tua carriera di giornalista e scrittore hai avuto modo di percorrere sentieri accidentati pur di affermare le tue idee e i tuoi ideali?

Come dicono i saggi, coraggioso è chi conosce la paura ma fa ugualmente quel che si sente in dovere di fare. Non mi piace parlare del tempo andato ma, per spiegarmi meglio, stavolta lo faccio: durante uno dei primi volantinaggi a cui partecipai, davanti a un liceo romano, a un certo punto arrivò un gruppone di “compagni” con i manici di piccone; erano davvero tanti e noi eravamo pochi e a mani nude, ma quelli accanto a me restarono al loro posto e così… anche se me la stavo facendo sotto… rimasi anch’io là in prima fila. Insomma, intendo dire che il coraggio non è un’opzione tra le tante: sai dentro di te che c’è una cosa da fare e la fai. Punto. È così in tutte le occasioni della vita… Prendi, ad esempio, la corruzione: un funzionario onesto non sta lì a “decidere” di prendere il coraggio a due mani e rinunciare alla mazzetta che cambierebbe la vita sua e della sua famiglia. Non la considera un’occasione persa, perché quell’opzione disonesta, per lui, non esiste. Perciò, venendo alla domanda sulla mia carriera di scrittore e giornalista, quando dentro di te sai che la barra del timone la devi tenere dritta, lo fai sempre e comunque, anche se le onde sono grandi e minacciose. La risposta insomma è sì. Ma è sempre così: c’è solo un sentiero largo e dritto, facile e senza ostacoli, ed è quello che conduce all’inferno.

Insieme a Marcello De Angelis dirigi la rivista “Area,” mensile di politica ed economia. Che opinione hai del giornalismo italiano, la tanto decantata libertà di stampa: esiste o anche per una sorta di autocensura i giornalisti tendono a seguire linee editoriali precise pur di non correre rischi?

Libertà di stampa è una parola grossa, mentre si adatterebbe più a realtà piccole, cioè le sole che hanno la possibilità di fare un giornalismo indipendente. Si parla tanto dell’opinione pubblica, ma in verità si dovrebbe parlare di “opinione pubblicata”, visto che la gente non ha altra possibilità di “conoscere” la realtà se non attraverso le verità presentate dai mass media. Per capirci, se vivi in un paesello di cento anime, tu conosci la realtà in maniera diretta: vedi e sai. Ma in un mondo vasto come il nostro, sei costretto a guardarla “per conto terzi”, appunto i giornalisti, che diranno quasi sempre quello che conviene a loro o all’editore (o spesso, per ignoranza e pigrizia, semplicemente quello che hanno detto altri giornalisti…). L’unica difesa è dotarsi di un sano “filtro critico”: prendere le notizie sempre con il beneficio d’inventario, insomma con le molle, come dicevano i nostri vecchi. E più conosci l’ambiente che sta dietro il giornale (o il telegiornale) che ti fornisce la notizia, più possibilità hai di filtrarla e, al limite, capire che la verità sta nell’esatto contrario di quel che ti hanno detto. In un certo senso, i più limpidi sono i giornali di partito: almeno sai con chi hai a che fare… Di contro, i più pericolosi possono essere quelli che si dichiarano obiettivi e indipendenti, perché in verità non lo sono mai. È una brutta storia…

Gabriele Marconi ed Ezra Pound. Quando hai scoperto questo poeta e cosa della sua poetica ti è più vicino?

La prima volta che ho letto qualcosa di suo è stato su un manifesto del Fronte della gioventù, con il suo volto disegnato e una sua frase: “Se un uomo non ha il coraggio di correre qualche rischio per difendere le proprie idee, o le sue idee non valgono niente o non vale niente lui”. La scintilla è stata quella, ma il fuoco si è acceso del tutto ascoltando una canzone composta a Campo Hobbit I da Renato Colella, “Altaforte”, con parole riadattate dalla “Sestina Altaforte”, scritta da Pound come ode al trovatore Bertrand de Born (che poi sono i versi che introducono alcuni capitoli del mio ultimo romanzo, visto che si adattavano splendidamente alla vicenda dell’impresa fiumana: è la dimostrazione che non ho raccontato la storia di quegli anni, ma quella di una generazione eterna). Della sua poetica dico quello che mi piacerebbe fosse più vicino: la potenza.

Sei di Roma? Cosa ami di più della tua città e cosa invece ti rattrista?

Sono di Roma come la maggior parte dei romani, cioè frutto di un miscuglio: mio padre era abruzzese, mia madre è calabrese, anche se tutt’e arrivarono nella capitale nella prima infanzia… Comunque sì, sono romano, e della mia città mi piace tutto, ne sono assolutamente innamorato.

So che sei un appassionato di Stephen King, citi una sua frase dando il benvenuto nel tuo blog personale. Qual è suo libro ti è piaciuto di più e perché?

“It”, per la capacità ineguagliabile che ha King di raccontare e rivivere le giornate dei ragazzini e il loro modo di ragionare. E poi tutto il ciclo della Torre Nera, una sorta di fantasy-western con i pistoleri che incarnano in tutto e per tutto lo spirito di cavalieri arturiani; a dirla così potrebbe sembrare un po’ kitch, invece è assolutamente splendido.

Leggi anche romanzi noir, quali sono i tuoi autori preferiti e citeresti Scerbanenco tra le tue letture?

Scerbanenco l’ho letto e mi piace, ma solo quando scriveva i gialli del Duca. Tra i noir, il mio preferito è Dennis Lehane, anzi, in effetti è uno dei miei preferiti in assoluto, non solo tra i noir. Scrive da dio e racconta cose che conosce fino in fondo: i personaggi di Lehane sono tutti perfettamente credibili, dal protagonista ai comprimari, finanche allo spazzino che attraversa il marciapiede per mezza riga di romanzo. E sa andare in fondo alle storie, anche personali, senza titubanze e senza ipocrisie; non scrive partendo da un concetto preconfezionato, come fanno invece tanti scrittori italiani e non solo. I suoi “La morte non dimentica” (dal quale Clint Eastwood ha tratto un bellissimo film, “Mystic River”) e “L’isola della paura” sono veri e propri pugni nello stomaco, ma scritti con tale maestria, poesia, partecipazione e sensibilità che anche le vicende più terribili vengono sublimate dalla potenza della scrittura. E mi piace moltissimo anche nella serie di noir investigativi, con protagonisti Patrik Kenzie e Angie Gennaro.

Quale è il periodo storico che ti ha appassionato di più e lo useresti per ambientarci il tuo prossimo romanzo?

Il mio prossimo romanzo sarà ambientato durante la Guerra civile spagnola, una sorta di “Vent’anni dopo” dei protagonisti delle Stelle danzanti. Ma i periodi che mi affascinano di più sono quelli della nascita e del crollo delle epoche: da un po’ di tempo mi gironzola in testa l’idea di una raccolta di racconti di questo genere…

Sei un appassionato di fumetti? Quali leggi in prevalenza?

Leggo Tex Willer da sempre, più che altro come una “rimpatriata”… Da ragazzino non perdevo un numero dei Supereroi Marvel: l’Uomo Ragno, Thor, i Fantastici Quattro, Devil… Mi piaceva Alan Ford. Tra i miei preferiti c’erano i grandi fumettisti argentini, che scoprii su “Lancio Story” e “Skorpio”, poi su “Comic Art”. Il mio preferito è Robin Wood, l’autore di Dago, Qui la Legione, Gilgamesh, Nippur di Lagash… Un artista geniale. E poi l’italianissimo Hugo Pratt: Corto Maltese è un pianeta a parte.

Hai concesso una lunga intervista a radio radicale in cui parli della strage di Bologna. Sono emersi  nuovi scenari anche inquietanti. Pensi che un giorno emergerà la verità?

Ho scritto anche un monologo teatrale, su quella storia: s’intitola “2 agosto 1980”. Su “Area” seguiamo questa inchiesta da molti anni: è partita da un nostro redattore, Giampaolo Pelizzaro, che grazie al fatto di essere stato consulente prima della Commissione Stragi e poi della Commissione Mithrokin, ha avuto accesso agli archivi italiani e di mezz’Europa. Si ipotizza che la strage possa essere stata il frutto malato del sequestro di due missili terra-aria Sam-7 Strela, di fabbricazione sovietica, avvenuto vicino al porto di Ortona nell’autunno del 1979. Erano di proprietà della resistenza palestinese, precisamente del Fplp (un gruppo marxista-leninista) che s’infuriò per il sequestro e l’arresto del loro uomo, tale Abu Anzeh Saleh. Ci sono riscontri clamorosi e il giorno della strage, alla stazione, c’era un uomo legato al gruppo del superterrorista Carlos (a sua volta in contatto con l’Fplp), il tedesco Thomas Kram. Ma è una vicenda troppo complessa per riassumerla qui, e non è comunque questo il luogo: chi ne vuol spere di più si compri “Area” di settembre o vada sul sito www.cielilimpidi.com, dove c’è scritto tutto… poi, attraverso il “filtro critico” di cui parlavo prima, potrà farsi un’idea sua. I custodi della verità rivelata hanno fatto una levata di scudi contro questa pista, ma i loro argomenti sono stati letteralmente fatti a pezzi. Qualcuno, poi, ha anche detto che è un insulto ipotizzare il coinvolgimento dei palestinesi… Ma è come dire che è un insulto accusare gli italiani per l’omicidio di Aldo Moro, per quello di Giorgiana Masi o per la strage di Acca Larenzia: gli assassini erano italiani, sì, ma non certo “gli” italiani, giusto? La verità insomma sta venendo fuori, ma la strada per trasformarla in giustizia è ancora molto lunga.

:: Lorenzo Mazzoni intervista Matteo Righetto

1 ottobre 2009 by

con sottofondo di "Cherry Cherry", The Music Machine 

1- E’ uscito da qualche mese "Savana Padana" (Editrice Zona), che sta avendo un ottimo successo di vendite e di critiche. Hai voglia di parlarcene?SAVANA PADANA 

Lorenzo, a dire il vero nemmeno io mi aspettavo che Savana Padana avesse un riscontro così interessante sia in termini di critica che commerciali. Quando ho scritto questo breve romanzo pop infatti, sono partito da un’esigenza che, da lettore, non sono mai riuscito a soddisfare, quella cioè di misurarmi finalmente con una narrativa pulp/noir ambientata nel mio territorio rurale veneto, un territorio così pieno di contrasti, contraddizioni e paesaggi estremi. Una storia che rompesse gli schemi lirici e autocentrati della stragrande produzione letteraria nostrana. Ho perciò pensato di ricreare dei personaggi biechi e molto folk dediti al crimine, una numerosa e rocambolesca kumpania di zingari, un carabiniere che crede di saperla lunga e un capo mafia cinese che ricicla il denaro sporco della droga acquistando bar nelle campagne venete. Li ho presi tutti assieme e li ho shakerati violentemente con grappa, polenta, sangue e afa estiva. Il cocktail che ne è uscito è Savana Padana. 
 

2- Più  volte nei tuoi interventi hai parlato di "polenta-western". Che cosa significa?  

la storia dellSi tratta di un genere letterario che ripropone un codice western rivisitato (che fa riferimento soprattutto ai B-Movies degli spaghetti western pre-Leoniani) e innestato sulla terra veneta. Lo stesso Savana Padana in fondo ha molte caratteristiche del genere, come la cifra epica, il senso della vendetta, i personaggi truci e via discorrendo, ma nuova è sicuramente l’ambientazione: quella cioè di una terra aspra come la pianura e la campagna veneta, per certi aspetti simile a certe zone del Texas o dell’Oregon occidentale. E nei miei lavori il paesaggio è sempre il vero protagonista. Anche se in verità, al di là delle ambientazioni “polenta” e del carattere western della vicenda narrata, spero di aver offerto uno sguardo spietato e caustico sulla grettezza e la chiusura mentale spesso molto diffuse nella provincia del nordest, così ricco economicamente ma anche bigotto e chiuso sotto il profilo culturale. 
 

3- Oltre che scrittore curi il sito "sugarpulp" che si occupa di letteratura pulp/noir? Come ti trovi nelle vesti di redattore? Come si sviluppa il lavoro all’interno di "sugarpulp"? 

Sì, Sugarpulp è un movimento nato meno di un anno fa con l’obiettivo di proporrela rondine e la nuvoletta un nuovo gusto letterario di ambientazione nostrana e rudemente casereccia (la barbabietola da zucchero è il prodotto tipico della pianura padana), ma ispirato ad una certa letteratura americana di genere rappresentata da alcuni scrittori che per noi sono dei veri riferimenti. Parlo di Joe Lansdale, Ellmore Leonard, Victor Gischler, Cormack McCarthy, James Lee Burke, Harry Crews e altri ancora. Dedicare del tempo ad un progetto come questo è davvero entusiasmante e stimolante, non solo per le ambizioni culturali del movimento, ma soprattutto per la nostra “filosofia” di inclusione costante e continua che ci ha portati in pochi mesi ad avere numerosi collaboratori (la Sugarpulp Crew) che condividono il progetto e hanno voglia di lavorarci attivamente inviandoci recensioni, racconti, articoli e quant’altro possa risultare utile per la crescita culturale della Barbabietola Assassina. Abbiamo già all’attivo una pubblicazione di racconti, numerose presentazioni e incontri con autori, e molte altre sorprese che per ora non voglio anticipare… 
 

4- Hai pubblicato libri per l’infanzia: La storia dell’Orso, La Cornacchia Bianca, La Rondine e la Nuvoletta (tutti editi da Panda). Come ti trovi a scrivere per i più piccoli? 

Scrivere per i più piccoli è stupendo. Ho sempre considerato i generi “favola” e “fiaba”  come veri codici letterari universali, la letteratura rivolta a tutti, nessuno escluso. Eppoi l’emozione di vedere i bambini rapiti dalle mie storie, è davvero impagabile. 
 

5- Quali sono i tuoi "maestri" di riferimento, se ne hai? Cosa stai leggendo la cornacchia biancaattualmente? 

Il primo maestro non si scorda mai, e per me è stato senza ombra di dubbio Boccaccio. Per quanto riguarda le mie letture, beh, mi nutro davvero di tutto e non rigurgito quasi nulla.

Gli ultimi libri che ho letto in ordine di tempo sono: “In fondo alla notte” di Hugues Pagan, “American Dust” di Richard Brautigan, “La teologia politica di S.Paolo” e “Dal comunismo al consumismo” di Butcovan e Belli. 

6- Cosa ne pensi della nuova narrativa italiana? C’è qualche nuovo autore che ti piace particolarmente? 

Penso che la narrativa, l’editoria e l’establishment letterario italiano rappresentino, né più né meno, quello che generalmente è il “paludismo” della società  e della cultura nazionali  attuali: spesso boriose, autoreferenziali, ingessate e snob. Detto questo ci sono parecchi autori italiani che mi piacciono un sacco, e parlo di autori finalmente originali che hanno il coraggio di proporre cose nuove con linguaggi nuovi. Ti faccio tre nomi. Non per piaggeria o “captatio benevolentiae” (non ne sarei capace), ma mi piace Lorenzo Mazzoni perché è un autore versatile e i suoi lavori sono sempre  godibili anche quando tratta tematiche forti e delicate. Poi mi piacciono molto Francesco Ferracin e Omar di Monopoli.Tutti davvero bravi. 
 

7- Hai un metodo? Una giornata tipo di processo creativo? 

Non sono un autore che scrive tutti i giorni. Inizio a scrivere una storia soltanto quando la sento cresciuta e maturata concettualmente, poiché  prima di farlo preferisco sentirla già  viva e sufficientemente strutturata nella mia mente, proprio come se si trattasse di un parto: vivo tempi lunghi di gestazione e poi, improvvisamente, mi getto a scriverla con molto impeto e una discreta velocità. Le mie prime stesure infatti di solito sono sempre rapide, ma si tratta di giorni, settimane, mesi febbricitanti e maniacali, durante i quali mi dedico quasi esclusivamente a questa attività e mi isolo da tutto ciò che mi circonda. 
 

foto parigi 046bister8- Cosa ne pensi della piccola editoria? 

Spesso vi sono delle realtà editoriali che potremmo definire piccole soltanto da un punto di vista commerciale, mediatico ed economico, ma che offrono opere e prodotti di assoluto pregio e di grande spessore letterario e artistico. Penso a Scheiwiller, a Isbn, a Meridiano Zero, a Giuntina e negli ultimi tempi anche a La Carmelina di Ferrara. 
 

9- Ci sono altri luoghi della provincia italiana, oltre il nordest, che ti piacerebbe analizzare nelle tue storie? 

Non particolarmente. Trovo davvero che in questo senso il Veneto offra spunti molto originali e per ora la mia intenzione è proprio quella di approfondire il mio filone narrativo innestato qui. Va detto tra l’altro che il Veneto è una regione estremamente varia dal punto di vista geomorfologico e anche sociale: abbiamo mare, laguna, pianura, laghi, colline, montagne. E’ poi la regione con il più alto tasso di immigrazione nel paese e di problematiche ad essa legate. Una terra di contrasti: caldo e freddo, ricchezza e povertà, volontariato sociale e razzismo e molte altre realtà contrapposte. Ottime suggestioni per chi vuole raccontare storie pulp, che dici? 
 

10- Stai scrivendo? Hai progetti per il futuro? 

Ho già  pronto un altro romanzo, sostanzialmente si tratta di un horror-noir: una storia di formazione criminale raccontata in prima persona dal protagonista, il quale all’epoca dei fatti era un adolescente balordo. L’anno della vicenda è il 1982, lo stesso dei mondiali di calcio in Spagna e di tanta musica pop di successo. I luoghi sono quelli solari delle spiagge di Sottomarina da un lato, e quelli oscuri e spettrali della laguna nera retrostante il porto di Chioggia dall’altro, ai confini tra le province di Padova e Venezia. Una storia molto dura.
E poi sto lavorando ad un terzo romanzo del mio filone “polenta-western”. E credo che anche con questo ci sarà da divertirsi parecchio… 
 

Grazie, buona giornata e buon lavoro 

Grazie a te, Lorenzo.

:: Intervista con Tatjana Kruse

30 settembre 2009 by

Ciao Tatjana, benvenuta su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Tatjana Kruse?

Sono una scrittrice di libri polizieschi tedesca. Tutta la mia vita ruota in qualche modo intorno al mio lavoro: quando non scrivo sono in tour a presentare i miei libri al pubblico in tutta la Germania. E naturalmente sono sempre alla ricerca di idee per nuovi omicidi…

Da quanto tempo scrivi?

Ho iniziato a scrivere molto tardi nella vita. Ho iniziato a scrivere circa dieci anni f a e mi mi piace sempre di più di giorno in giorno. Essere una scrittrice è davvero la cosa migliore che potesse capitarmi.

Quali sono le tue prime influenze?

Sicuramente Agatha Christie. Ho iniziato a leggere i suoi libri da bambina. Mi intrufolavo di nascosto in punta di piedi nella sezione crime della biblioteca locale allora vietata ai bambini. Allora Agatha Christie non era ritenuta adatta ai bambini. Ma trovavo i suoi libri stremante interessanti come un cruciverba: succede un crimine = kaos. Ma grazie al detective l’ordine viene ristabilito. Lieto fine. Come ho già detto tutto per me era molto divertente.

Il tuo lavoro è stato descritto come “ i fratelli Cohen che incontrano i Monty Phyton”. Lo sapevi?

Si, e ne sono molto lusingata. Vorrei solo essere così divertente.

Da dove vieni?

Vivo a Schwaebisch Hall un piccolo borgo medioevale del sud della Germania vicino a Stoccarda. Una città piccola ma vibrante. Abbiamo un meraviglioso teatro all’aperto in estate, un grande museo d’arte, caffè, cinema, sale da concerto, il Goethe Institute con persone provenienti da tutto il mondo. Mi piace vivere qui.

Parlaci dei tuoi libri.

Amo ridere e voglio che i miei lettori ridano mentre leggono i miei libri. Non si dovrebbe mai prendere la vita troppo sul serio. Ho sempre voluto unire la soddisfazione di risolvere un delitto con un sacco di sane risate. In realtà mi piacerebbe essere il Rowan Atkinson del romanzo poliziesco tedesco.

Chi è il tuo editore italiano?

Ahimè i miei libri non sono ancora stati pubblicati in Italia. Mi piacerebbe davvero tanto. Proverò a presentarli a qualche editore italiano alla Fiera di Francoforte. Se io dovessi trovarvi li vi prenderei e vi persuaderei fisicamente a pubblicarmi. E non dite che non siete stati avvertiti.

Ti piacciono i giallisti scandinavi?

Conosco di persona alcuni di essi come per esempio Arne Dahl e Helene Tursten e li trovo moltoo ma molto simpatici e accattivanti di persona. Tuttavia i libri scandinavi in generale sono per lo più troppo oscuri e sinistri per i miei gusti.

Cosa pensi degli altri giallisti tedeschi?

Sono i migliori. Tutti i giallisti di lingua tedesca, provenienti dall’Austria, dalla Svizzera, dalla Germania, si riuniscono una vota all’anno. Siamo come una grande famiglia. Li amo tutti.

Cos’è la libertà per te?

La cosa più preziosa.

Leggi ancora i classici tedeschi come Goethe e Shiller?

Indubbiamente sì. Proprio adesso sto leggendo il dottor Faustus di Goethe. Mefistofile, il diavolo, è abbastanza divertente. Mi piacerebbe trasformarmi in un barboncino ora, un barboncino rosa naturalmente.

Preferisci usare la prima o la terza persona bei tuoi libri?

Io scrivo solo cose che ho vissuto personalmente ( con l’eccezione dei cadaveri che sono tutti fittizi naturalmente). Per il mio ultimo libro ambientato in una comunità di artisti ho vissuto con artisti e ho visitato i loro studi e ho trascorso molto tempo nei musei e ho parlato con vari collezionisti. Mi sono immersa nel mondo degli artisti. Così preferisco certamente la prima persona. Molto spesso sono invitata in qualche città. Tutte le mie spese sono pagate per un paio di mesi e in cambio devo scrivere un libro ambientato in quella città. Questo è meraviglioso. Mi capita di incontrare persone nuove, luoghi nuovi, nuove idee e per giunta vengo pagata per farlo. Onestamente c’è un lavoro migliore in tutto l’intero pianeta?

A quali progetti stai lavorando in questo momento?

In questo momento sto lavorando al secondo libro della mia nuova serie che ha per protagonista un ex detective della polizia e il suo cane. Molto divertente se posso dirlo.

Sei femminista?

Sono stata la cofondatrice della sezione tedesca delle “Sisters in crime”. Quando si pensa ai romanzi polizieschi la gente pensa che la maggior parte siano scritti da uomini. Questo non è vero. La maggior parte degli scrittori e sicuramente dei lettori sono donne. Ma c’è ancora molto da fare.

Ci sono progetti di film tratti dai tuoi libri?

Purtroppo non ci sono piani per il grande schermo. Ma questo non mi impedisce di visualizzare chi vorrei impersonasse il detective del mio nuovo romanzo in un possibile film. Sto pensando a George Clooney..o forse Clive Owen. O Hugh Jackman ..inizia far caldo o sono io…

Ti piace l’ispettore Derrick o altre serie di sceneggiati polizieschi tedeschi?

Sono cresciuta con l’ispettore Derrick per cui la serie mi è molto familiare. Ma in questo momento preferisco Psych o Boston Legal, o Navi CIS per via di Pauley Perrette.

Ti piace Raymond Chandler?

Per il mio primo racconto mi è sttao assegnato il “Marlowe” della società dio Raymond Chandler. Quindi sì mi piace Chandler. E ho sempre amato Humphrey Bogart come Marlowe era così cool.

29 settembre 2009 by

 

:: Intervista a Theresa Schwegel

 

Ciao Theresa, raccontaci qualcosa di te.

 

Sono affascinata dalla gente, da come si trattano le persone e molto spesso si maltrattano.

 

Quali lavori hai fatto in passato?

 

Sono stata istruttrice di aerobica, fitness trainer, cameriera, barista, copywriter freelance, e sempre studentessa.

 

Come iniziò il tuo interesse per la scrittura?

 

Mia madre mi racconta che ero molto piccola quando scrissi un libro intitolato “The Unicorn’s Lost Horn”. Mi ricordo che da sempre sono stata interessata alla scrittura. Da adolescente ho iniziato a scrivere poesie. Le poesie erano terribili ma la scrittura è stata catartica.

 

Raccontaci come sei arrivata a pubblicare i tuoi libri.

 

Frequentavo la scuola di specializzazione per il cinema e la sceneggiatura e avevo come professore Leonard Schrader il quale mi propose si scrivere la mia tesi Officer Down come un romanzo. Passati tre anni e dopo averla riscritta più volte ho avuto la fortuna di incontrare Scott Phillips (Ice Harvest, Cottonwood). Ha accettato di leggere il libro e l’ha subito amato. Mi ha aiutato a trovare il mio agente che ha venduto il libro nel giro di due settimane.

 

Chi ti influenzò all’inizio?

 

I miei genitori. I genitori del mio migliore amico, uno era paramedico e correva fuori di casa per salvare la gente tutto il tempo. E una manciata di professori che mi hanno dato gli strumenti per affermare la mia voce.

 

Cosa pensi delle eroine dei romanzi polizieschi? Sono ancora relegate al ruolo di vittima o di femme fatale?

 

Credo che molte eroine di oggi siano superficiali, super-eroiche è probabilmente il termine migliore. Ciò che rende qualsiasi personaggio forte ha a che fare con la sua motivazione ad agire. Probabilmente Hollywood ha molto a che fare con l’eroina ideale femminile o femme fatale, e sullo schermo purtroppo la chiave è la bellezza fisica. Io personalmente apprezzo la verità sia nei personaggi di un libro come tra l’altro nella vita e trovo che il personaggio del detective Stella Mooney di David Lawrence che è profondamente tormentato è molto più realistico di altri.

 

Tu ti immedesimi così profondamente nel mondo dei tuoi personaggi, non ti spaventa un po’?

 

Un po’ mi spaventa, sì, soprattutto perché i miei personaggi non sono generalmente gente molto felice. Quando ho scritto “Person of Interest” la relazione tra i protagonisti sposati era così disconnessa che qualche volta mi sentivo anche io come se stesi per divorziare. Anche io ho fatto ricerche sul crimine, sulla polizia, sulla strada e ho visto un paio di cose per cui mi sveglio ancora nel cuore della notte sebbene sono passati anni.

 

Scrivi a tempo pieno o fai anche altri lavori?

 

Sono fortunata e scrivo a tempo pieno.

 

Internet è il futuro della letteratura?

 

Spero proprio di no .  L’ultima cosa che voglio leggere, siccome ci sto davanti per molte ore per lavoro, è lo schermo di un computer. Grazie ad internet ci sono molte possibilità di raccogliere dati ma quando voglio leggere un libro voglio trovarlo su uno scaffale e tenerlo tra le mani.

 

Ti piace la letteratura cinese? Hai letto Mo Yan?

 

Non ho letto molta letteratura cinese; ho tentato di cogliere la poesia Tu fu e Po chu-i. So che Mo Yan scrive libri molto importanti in termini di portata e critica sociale. Dovrei leggerlo e imparare qualcosa.

 

Raccontaci qualcosa della tua Chicago. E ’ l’ambientazione ideale per romanzi crime?

 

Chicago è sempre stata il luogo perfetto per il crimine. Storicamente, naturalmente, la città è famosa: la mafia, la corruzione della polizia, i politici corrotti, nel bene e nel male era sulle pagine dei giornali. Oggi quello che è interessante della città è la zona grigia che le da tale carattere. Per esempio ora sto scrivendo questa intervista sul mio portatile in un parco pubblico del west-side dove i poliziotti passano ogni ora. Proprio adesso vedo le seguenti scene: una squadra del liceo di football si sta esercitando, una coppia di mezz’età discute davanti a un passeggino, una mezza dozzina di cani giocano spensierati con i loro padroni. E alle mie spalle un gruppo di tossicodipendenti sta vendendo del crack che si chiama “pop corn”. Li vedo fumare crack e sullo sfondo ci sono i poliziotti.

 

Samantha Mack ti somiglia?

 

Non ho mai avuto una relazione con un uomo sposato o un funzionario di polizia. Non sarei in grado di gestire il suo stile di vita. Non avrei mai il coraggio di sparare a qualcuno. Ma se stiamo parlando dell’integrità morale di afre la cosa giusta sì è la stessa.   

 

Cosa pensi della pubblicazione elettronica?

 

In termini di auto pubblicazione penso a Myspace e a quello che si è fatto per la musica: ci sono un migliaio di band la fuori e solo alcune otterranno un contratto discografico.

 

Ti piace l’Italia? Verrai presto a trovarci?

 

Non sono mai stata in Italia anche se a dire il vero i miei genitori mi assicurano che sono stata concepita a Roma. LA  mia conoscenza viene dai film italiani: le notti di Cabiria è uno dei miei film preferiti. Mi piacerebbe tanto visitare l’Italia.

 

Leggi altri scrittori contemporanei?

 

Certamente. Per quanto riguarda il genere poliziesco amo Gorge Pelecanos e David Lawrence che ho già nominato. Mi dispiace molto per il modo in cui se ne andato uno scrittore di grande talento come David Foster Wallace. Don DeLillo è uno dei miei favoriti.

 

Qualche progetto di film tratto dai tuoi libri?

 

Ho avuto la mia luna di miele con Hollywood ma non è durata. Tendo a scrivere molto visivamente dati i miei studi in sceneggiatura ma non scrivo per un pubblico. Forse è per questo che ho perso la mia possibilità per un Blockbuster.

 

Cosa stai leggendo in questo momento?

 

 Solitamente leggo circa quattro libri per volta ma in questo momento ne sto leggendo addirittura sei: Renegades di T Jefferson Parker, The Savage Detectives di Robert Bolano,  Scent of shadows di Vicki Pettersson …e sto anche rileggendo  Pick up di Charles Willeford e la sua autobiografia, una collezione di Frank O’Hara e un libro di poesie di Pablo Neruda…

 

A che libro stai lavorando ora?

 

Sto scrivendo un doppio racconto di una ragazza che è scomparsa e del detective che la sta cercando. Per questo libro ho lasciato un po’ Chicago e sono andata in Texas e New Messico. Ho fatto un viaggio in primavera per ottenere i dettagli per il racconto. ( Oh potessi anche fare un viaggio in Italia)

 

Ti piace fare tour promozionali?

 

La strada porta un sacco di cose. Ho avuto la fortuna in questi ultimi due tour di viaggiare con Megan Abbott perché lei è una scrittrice migliore di me così oltre ad essermi divertita ho imparato un sacco di cose. Io non scrivo comunque mentre sto facendo promozione. Devo usare una parte diversa del mio cervello per stare difronte alla gente  eparlare di scrittura.

 

Cos’è la bellezza per te?

 

La bellezza è carattere. Tutti i difetti, le emozioni, gli errori, tutte le complicazioni, le differenze, la vulnerabilità e anche l’ottimismo, come in un dipinto quando tutti i colpi di pennello vengono messi in una tela al posto giusto, il carattere di una persona è bello per tutte queste cose assieme.

 

Hai un agente letterario?

 

Sì, è la ragione del mio successo. E’ come un fratello maggiore per me, non faccio altro che ascoltare i suoi consigli.

 

Ti piacciono le detective stories americane degli anni 30 ?

 

Sì, ma preferisco i pulps degli anni 40 e 50 quando i libri sembrano collidere con i film noir. Chandler scrisse la sceneggiatura di “Double Indemnity” di James M. Cain, con Billy Wilder alla regia. Il Falcone Maltese di Hammett. Il grande sonno e “Strangers on a train” di Chandler.  Nella scuola di cinematografia sono cresciuta apprezzando questi films quando studiavo il movimento neorealista italiano. Questa scuola ha dato origine ai films noir e realistici quelli con protagonisti gente comune invece che gli eroi come “Lost weekend” di Billie Wilder. Mi dispiace non credo di aver risposto alla tua domanda. Sì mi piacciono le detective stories degli anni 30 come “Il Postino suona sempre due volte.”  

 

:: Intervista con Tahar Lamri a cura di Giulietta Iannone

28 settembre 2009 by

È nato ad Algeri alla fine degli anni Cinquanta. Che ricordi ha della sua infanzia? Sapori, colori, musiche.

I ricordi della mia infanzia sono tanti perché sono come i ricordi di qualsiasi infanzia ma sono anche remoti, a volte mitizzati, perché di mezzo ci sono tanti spostamenti e tanti cambiamenti di paesi, quindi di immigrazione. L’immigrazione fa sì che l’infanzia diventi una terra a volte accessibile e viva altre volte inaccessibile e remota. Un sapore: il dolce, un colore: la terra rossa, una musica: la radio che ascoltava mia madre tutto il giorno.

L’Italia è la sua seconda patria? Pensa sia una terra ospitale, accogliente con lo straniero?

L’Italia è una terra ridente e varia e quindi necessariamente accogliente. Ma, a mio avviso, non esiste una sola Italia ma tante Italie, ognuna si comporta in modo differente con lo straniero. La realtà è ovviamente molto più complessa di quanto potrei dire qui. Personalmente non ho conosciuto forme di razzismo o di rigetto, ma al momento attuale vedo che l’Italia quando cede alla paura, rinnega la sua secolare tradizione di accoglienza (basta pensare agli ebrei in fuga dalla Spagna che hanno trovato rifugio nelle città italiane).

Il tema dello straniero è fortemente legato al tema dell’assenza, della solitudine. Si può essere liberi quando ti privano della tua identità culturale, morale, psicologica?

Lo straniero, dicevano i greci, è atopos, senza luogo e la sociologia moderna ci informa che lo straniero è doppiamente assente. È assente nella terra d’origine ed è assente nella terra di approdo. Sospeso, conosce l’esperienza della morte in vita: muore ad affetti, paesaggi, sentimenti e rinasce altrove ad altri affetti, altri sentimenti e altri paesaggi. Da questa morte-rinascia, trae la capacità di negoziare la propria identità e quindi fondamentalmente libero. Più che di una mancanza di liberà o di una privazione dell’identità, lo straniero può soffrire di un mancato riconoscimento o peggio di vedersi “inventato” sui mezzi di comunicazione di massa.

Ormai il mondo è sempre più piccolo e i rapporti interetnici sono sempre più frequenti. Non pensa che questa contaminazione di culture sia una ricchezza ancora poco valutata?

L’eurocentrismo è un grande ostacolo allo sviluppo di rapporti interetnici autentici e paritari, base importante per fruire della ricchezza che può derivare dalla contaminazione fra culture.

Il Mediterraneo è stato da sempre una culla di civiltà. Pensa che viva ancora questo ruolo?

Il Mediterraneo, purtroppo, ha perso il suo ruolo di “regione” di scambio culturale fra civiltà. Chi soggiorna in Sicilia può vedere nella quotidianità, nei cibi e nella qualità dei rapporti, i frutti della civiltà mediterranea. La Sicilia, più di altre terre, ha saputo mettere in relazioni le varie civiltà che sono passate su quella terra. Purtroppo gli occhi da molto tempo sono rivolti al nord Europa e agli Stati Uniti e il Mediterraneo, ormai una fossa comune, viene percepito come fonte di pericolo.

Le piace la letteratura spagnola contemporanea?

Trovo che la letteratura spagnola contemporanea sia una delle più dinamiche d’Europa.

Partecipa a numerosi incontri, conferenze e attività culturali riguardanti la letteratura straniera e la letteratura d’immigrazione. C’è qualche autore esordiente che l’ha particolarmente colpita?

Non so cosa s’intende con esordiente. Se si tratta di esordienti nella letteratura migrante non riesco a pensare a nessuno degli scrittori che conosco come tale.

Nel suo scritto “Mettere in scena l’alterità” ha analizzato le problematiche legate ai conflitti e all’interazione di varie culture nella costruzione di quell’entità chiamata “Democrazia europea”. È ottimista, non ostante le delusioni e gli ostacoli, pensa che gli uomini siano pronti a dare meno importanza alle diversità per costruire un futuro pacifico?

Un mondo plurale è ormai evidente che è inevitabile. Un’Europa sempre più diversificata è una realtà. Le scuole italiane (per citare solo un’esempio) sono gremite di bambini di origine diversificata. Non abbiamo altra scelta se non quella di cooperare per la costruzione di una società plurale e democratica. Le delusioni e gli ostacoli sono necessari per questa costruzione.

Nella “Casa dei Tuareg” quali sono stati i principali temi da lei toccati?

I Tuareg (detti anche uomini blu) sono nomadi del deserto del Sahara che lottano per la sopravvivenza e per tenere aperti i confini. I temi principali di questo racconto sono il viaggio, il matriarcato, il nomadismo..

Letteratura e musica. In che modo si influenzano a vicenda?

Trovo che la musica sia superiore alla letteratura perché si può vivere benissimo senza quest’ultima ma difficilmente si può vivere senza cantare. Molti popoli che non hanno sviluppato forme letterarie compiute, hanno invece sviluppato sempre un canto e una musica molto raffinati. Ma la musica purtroppo è diventata soltanto un sottofondo e non più parte integrante della vita. Qualche scrittore ha provato a scrivere di musica o con la musica (Seth, Kundera, Bachman), il cinema cerca di alleare letteratura e musica, ma, a mio avviso, pochi sono riusciti a creare un’armonia che possa essere definita musicale in letteratura. Nel passato i libretti dell’opera lirica volevano essere poesia musicata, ma hanno giovato soltanto alla musica e non certamente alla poesia.

Scrive anche testi teatrali per bambini e adulti; ce ne vuole parlare?

Ho scritto una piece teatrale per bambini Wolf o le elecubrazioni di un kazoo che ormai è fuori produzione. Ho invece due “narrazioni”, Il pellegrinaggio della voce e Tuareg. Il primo gira molto e l’ho rappresentato in molte città italiane, negli Stati Uniti e in Inghilterra. E’ un testo modulabile che mescola l’italiano con vari dialetti del nord Italia e l’arabo. Ho scritto parte di uno spettacolo teatrale And The City Spoke, per la regia di un regista tedesco Ernst Fischer.

Ha pubblicato la raccolta di racconti i “Sessanta nomi dell’amore”. Per un arabo ci sono 60 modi di dire ti amo. Cos’è per lei l’amore?

Cos’è l’amore per tutti noi? Gli arabi infatti lo indicano con sessanta parole, sinonimi fra loro, perché è misterioso, temibile, splendido, contraddittorio, la somma dei sentimenti umani. Platone ha cercato di spiegarlo con il mito nel suo simposio. La ricerca continua…

Scrive abitualmente un diario? Scriverà mai un’autobiografia?

Non scrivo diari e non penso di scrivere un giorno un’autobiografia

Scrive prevalentemente in italiano, francese o arabo?

Scrivo prevalentemente in italiano.

Il rispetto dell’altro, la fraternità, sono ancora concetti carismatici capaci di attrarre le nuove generazioni?

Per fortuna le nuove generazioni, lo dico perché sono spesso nelle scuole, perché al Festivaletteratura di Mantova ero con un gruppo di ragazzi “Blu rendezvuù” che hanno curato quattro incontri con scrittori, perché un gruppo di ragazzi del liceo scientifico Calini di Brescia hanno scritto un libro ispirato al mio libro, dicevo le nuove generazioni, fra l’altro in Italia un po’ disprezzate dalle generazioni precedenti, hanno un senso molto sviluppato dell’altro e della fraternità. Quando parlo con i giovani spesso il ritorno è immediato proprio su questi concetti, cosa che non avviene sempre con i cosiddetti adulti.

Nagib Mafhuz, Tahar Ben Jelloun, Yasmina Khadra sono autori del mondo arabo conosciuti anche in Italia. Li ha mai letti? Apprezza il loro lavoro di mediatori culturali tra mondo arabo e occidente?

Conosco bene Nagib Mahfuz, ma apprezzo meno Tahar Benjelloun e Yasmina Khadra. Ci sono altri scrittori arabi che si stanno facendo conoscere in Italia. Per quanto riguarda i mediatori ci vorrebbe più spazio per parlarne, anche perché prima di parlare di mediazione bisogna definire bene il significato o i significati di tale parola, un po’ abusata nei nostri tempi.

Ha mai letto Le mille e una notte?

Leggo e rileggo in continuazione Le mille e una notte. L’ho letto la prima volta, in arabo, all’età di 12 anni. Shehrazade, la protagonista del libro, ci insegna una cosa fondamentale: che la letteratura, il narrarsi ci salva la vita. 

Conosce Khayyam? Le piace la poesia araba antica?

Omar Khayyam non era un poeta arabo ma persiano come Rumi, Hafez, Sadi. Grandi poeti. Cito molto Khayyam nel mio libro I sessanta nomi dell’amore. Sono, d’altro canto, follemente innamorato della poesia araba antica.

:: Intervista con Dominique Manotti a cura di Giulietta Iannone

26 settembre 2009 by

Dominique ManottiTu sei molto coraggiosa nel denunciare i mali della Francia contemporanea. Cos’è il coraggio, un dono naturale come il talento?

Non è esagerato parlare di coraggio? Che cosa rischio? Di non essere invitata a cena dal Presidente della Repubblica? La parola coraggio la utilizzerei nei paesi dove davvero gli oppositori stanno rischiando le loro vite.

La tua Parigi è oscura, molto oscura, piena dello spleen di Baudelaire. Ami Parigi?

Sì, amo Parigi. E’ la mia città. Ci sono nata, ci ho sempre vissuto e non riesco di immaginare di vivere altrove. Parigi è una città luminosa e intelligente nella sua struttura, per i suoi edifici. Molto controversa e appassionante nella sua storia. Ciò che a volte è “nero” nella mia città sono gli uomini che la abitano.

Potresti raccontarci qualcosa sulla tua trilogia noir edita in Italia da Troppa che ha per protagonista un affascinante ispettore gay?

Questa trilogia inizia con una storia che si svolge nel Sentier nel 1980, uno dei quartieri più vivaci di Parigi, il quartier generale del settore abbigliamento. Ho creato il personaggio del commissario Daquin, un commissario omosessuale, come una sorta di incarnazione del suo distretto, anche con la sua violenza ma anche con il suo calore. Gli atelliers erano allora esclusivamente maschili, oggigiorno non è più così. E ho voluto cercare di delineare questo clima di uomini tra di loro di amicizia virile così affascinante per una donna. Daquin è un po’ tutto questo. Come personaggio mi è piaciuto molto e l’ho conservato in due altri romanzi. Poi ho smesso perché avevo l’impressione che si dissolvesse. Un giorno può darsi che ci ritorni.

Quali sono le tue influenze?

Le mie influenze più forti d’infanzia e di adolescenza sono certamente i grandi romanzieri francesi del 19°secolo e la pittura italiana del Rinascimento.

“Le mani su Parigi” è ambientato nella Francia di Mitterand, presidente dal 1981 al 1995. Fu un periodo creativo?

Ciò che mi sembra caratterizzi questo periodo è la distruzione della sinistra in Francia, come movimento politico e come movimento sociale. Da allora la società francese è profondamente destrutturata.

Le piace Jean Paul Sartre?

Da che punto di vista? Non era per niente un bell’uomo…

Lei è una scrittrice politicamente impegnata, molto sensibile ai temi etici e sociali. Perché ha scelto il genere noir?

Perché mi sembra che la letteratura noir è attualmente l’unica forma letteraria che riesca a riflettere la profonda crisi in cui versa la nostra società come la vedo io. La storia in cui viviamo è una storia nera. E da questo punto di vista certamente c’è una grande differenza dagli Europei del 17° 18, e !9° secolo. Hanno vissuto in modo diverso, la loro storia è differente e quindi hanno scritto in modo diverso. Dunque oggi si scrive in modo diverso. Non è la forma letteraria che è stata superata, al contrario di quello che pensano i teorici del Nuovo Romanzo, è il modo di vedere le cose che non è più lo stesso.

Cos’è per lei la creatività e il talento?

Non sono sicura di saperlo. E’ un problema che non mi sono mai posta. La mia principale ambizione è quella di essere una sorta di scrittrice pubblica della mia epoca. Quando scrivo, non cerco di scrivere bene, ma cerco di trovare la forma della frase, le parole giuste, “pesanti” per meglio esprimere l’idea, il sentimento , la sensazione che cerco di trasmettere.

Le piace George Orwell? Condivide la sua profonda coscienza dell’ingiustizia sociale e la sua rivoluzionaria opposizione ai totalitarismi?

Decisamente sì.   

Cos’è per lei la libertà? Un’ utopia?

No, è una lotta quotidiana. Ciò che ti fa continuare anche quando gli altri ci hanno rinunciato.

Conosce “Look back in anger” di John Osborne?

Non l’ho mai letto. 
Ci racconta qualcosa del suo 1968. I suoi ideali sono stati traditi?

Per me, nella mia vita, il 68 è durato vent’anni copre tutti i  60 e i 70. Durante quegli anni una percentuale significativa della popolazione ha creduto possibile cambiare la società e creare un mondo più giusto, migliore. E ha continuato a combattere per quell’ obbiettivo. A partire dagli anni 80 non è stato più possibile da credere. E’ necessario un duro lavoro di analisi e di costruzione perchè un nuovo progetto di cambiamento della società possa di nuovo essere credibile.

Lei ha insegnato per oltre vent’anni nelle banlieus. Ci racconti qualcosa della sua esperienza.

Ho insegnato all’Università che è molto più facile che insegnare nelle scuole. Ho amato molto i miei studenti. Molti dei personaggi dei miei libri sono ispirati da loro. Per due anni ho tenuto corsi di storia in una grande scuola di ingegneria francese con ragazzi molto più privilegiati. Non ho sopportato la loro assenza di senso critico, il loro conformismo profondo, e ho molto rapidamente posto fine a questa esperienza.  

Lei descrive nei suoi romanzi il lato oscuro della società. E’ pessimista?

Sì, irrimediabilmente.

E’ una persona religiosa? Perché quasi tutte le guerre sono guerre di religione?

No, non ho alcun sentimento religioso né ne ho mai avuto. Io appartengo ad una tradizione francese decristianizzata. Io sono sempre sorpresa dal piede della chiesa cattolica  quando vado in Italia e in Spagna. Io tendo a credere che le religioni monoteiste sono intrinsecamente totalitarie e violente e cominciano a parlare di pace e di tolleranza quando sono in una posizione di debolezza.

La Francia è un paese multietnico, pieno di colori, musica, poesia. E’ un paese solare ?

Un paese solare? Non so. Penso soprattutto che la Francia sia una società , una cultura estremamente contrastata. E’ un paese che ha portato avanti immense lotte per la libertà, l’apertura e la ragione e che continua a sostenerle, è un paese in cui una certa destra ultrareazionaria, collaborazionista, delatrice è regolarmente maggioritaria. Come capire un tale paese?

Cosa sta scrivendo al momento?

Una cronaca della vita quotidiana dei poliziotti di un commissariato delle banlieue.

Ho chiesto a Tahar Lamri, cos’è l’amore. Per lei cos’è?

Non esiste l’amore solo prove d’amore.

Le piace Yasmina Khadra?

Si soprattutto i suoi primi romanzi. 

25 settembre 2009 by

:: Intervista con Francesco Capaldo

 

Parlaci di te come è nato in te l’amore per la scrittura

 

L’amore in me per la scrittura è nato tanto tempo fa. Ricordo che ero alle scuole elementari ed improvvisamente sentii il bisogno di scrivere. Da allora non mi ha più abbandonato. Per me  è istinto e passione.

 

Quali sono i tuoi poeti preferiti?

 

Potrei citarne tanti. Voglio solo ricordare quelli che di recente sto leggendo e rileggendo: Luzi, Raboni, Sereni, Orazio e tanti altri.

 

In che città vivi, la utilizzi come scenario per i tuoi libri?

 

Io vivo a Nocera Inferiore. No Nocera non è mai stata lo scenario per i miei libri, almeno fino a questo momento. 

 

 

Che scrittore del passato ti piacerebbe essere stato?

 

No, non vorrei essere nessuno scrittore del passato. Vivo nel mio tempo e non voglio immaginare  un’altra vita se non la mia!

 

Preferisci scrivere le ambientazioni o delineare i personaggi?

 

Entrambe. Mi piace far emergere l’ambiente, ma anche definire il profilo psicologico dei personaggi.

 

 

Stai scrivendo attualmente?

 

Sì, ma in maniera occasionale. Appunto tutto su dei taccuini, qualunque emozione,e poi lentamente a questa se ne legano altre, e così…senza che io me ne accorga nascono i miei libri.

 

 

Parlami dei tuoi libri quale ti ha divertito di più scrivere?

 

Dietro ogni libro c’è una storia diversa. In un certo senso si impara a scrivere anche scrivendo. Sia “Narciso” (Edizioni dell’Ippogrifo) che “Fino in fondo” (Edizioni progetto cultura) mi hanno impegnato non poco. Sono tuttavia due libri diversi. Il primo è una raccolta di racconti  ed ha un impianto narrativo meno marcato; la lingua di “Narciso” è a suo modo più classica. “Fino in fondo” invece è un romanzo. Qui mi sono dovuto confrontare con la  costruzione di una storia e soprattutto mi sono dovuto interrogare anche sul senso del genere letterario del “romanzo” in una società dove  tutti scrivono romanzi e dove la lingua stessa del romanzo è massificata e deve sempre più adattarsi a veicolare contenuti che possono essere intesi da tutti. Scrivere questo libro mi è costata non poca fatica. Volutamente ho deciso di ambientarlo a Salerno, all’inizio del nuovo millennio, e soprattutto ho voluto mettere in scena una storia che mi consentisse di esprimere la mia opinione sulla precarietà dell’esistere.   Ho cercato quindi di mettere su carta una prosa che fosse secca, immediata, ma non banale e che soprattutto raccontasse il disagio esistenziale dell’uomo moderno, che non ha più alcuna certezza.    

 

Quale genere letterario preferisci?

 

Non ho preferenze. Spesso giudico caso per caso. Amo la narrativa come la poesia, la saggistica e la filosofia. Amo leggere. Lo considero uno dei grandi piaceri della vita e spesso passo, quasi senza accorgermene, da un genere all’altro.

  

Hai mai fatto il ghost writer?

 

No, non l’ho mai fatto.

 

Che lavoro fai nella vita, ti mantieni scrivendo?

 

Nella vita faccio l’insegnate di lettere.

 

Hai un agente letterario?

 

No, non ho un agente letterario. Scrivo quando sento di avere qualcosa da dire. Non mi piacerebbe che qualcuno mi programmasse la vita. Tengo molto alla mia libertà, anche professionale.

 

Parlami dei tuoi esordi.

 

Penso che siano un po’ come quelli di tutti. Ho inviato la mia raccolta di racconti “Narciso “ a diversi editori. Dopo un po’ di tempo e con fatica sono riuscito a trovare un editore che li pubblicasse. In fondo è accaduto quando meno me lo aspettavo. E così è incominciato tutto!

 

Che consigli daresti ad uno scrittore che non ha ancora pubblicato?

 

Di non avere fretta, e soprattutto di credere sempre in quello che fa, e di ricordarsi che si scrive per  passione e non perchè bisogna emergere a tutti i costi!

 

La scrittura e internet in che modo si influenzano?

 

Penso che nella vita si impari da tutto. Il linguaggio della rete di certo influenza anche la scrittura. In un cento senso la rende più democratica, la veicola più velocemente e soprattutto fa rapidamente nascere e morire nuove mode letterarie e forme di linguaggio nuove.

 

Scriveresti per il teatro?

 

Perchè no.

 

Partecipi a concorsi letterari?

 

No,  perchè credo che siano truccati.

 

Ti piace Camilleri?

 

Lo leggo a volte con interesse.

 

Ti piacerebbe se facessero film dei tuoi libri hai progetti in merito?

 

Certo, sarebbe una bella cosa, anche se preferisco che la gente li legga. .

 

Che studi hai fatto come hanno influenzato la tua carriera?

 

Ho fatto studi classici. Ho quindi una formazione umanistica, che di certo aiuta, ma non basta. La cultura la si costruisce giorno per giorno leggendo, interessandosi, con la voglia di sapere e scoprire.

 

Che libro stai leggendo?

 

Sto leggendo le “Poesie” di  Sereni

 

Quale strumento di scrittura preferisci , bic, computer?

 

Non ho preferenze: come capita.

 

Qual è il libro più bello che hai letto?

 

Ne  ho letto tanti. Di ognuno mi piace qualcosa. Non c’è un libro più bello dell’altro, ci sono solo libri che lasciano un segno, che  ci arricchiscono e ci lasciano meno poveri.

 

I tuoi scrittori preferiti.

 

Sono tanti. Ne cito solo alcuni: Calvino, Volponi, ecc.

 

Se vincessi il nobel per la letteratura a chi lo dedicheresti?

 

Ai miei lettori

 

Hai amici scrittori?

 

Sì, alcuni.

 

Fai parte del sindacato degli scrittori?

 

No

Pensi che in Italia sia in crisi il mondo letterario?

 

Penso solo che in Italia la scrittura sia diventata solo un fatto commerciale. I grandi editori pubblicano libri commerciali. Interessante è invece la produzione della piccola editoria, che è di qualità.

 

Che progetti hai per il futuro?

 

Lavoro ad un altro romanzo

 

Leggi Shakespeare?

 

Ogni tanto

 

Hai mai pensato di scrivere per il cinema?

 

A volte….

 

Definiscimi il talento è un dono innato o duro lavoro?

 

Il talento da solo non basta. Per esprimersi a fondo è necessario anche lavorare duramente e soprattutto tanta umiltà.

 

Pensi che un libro possa cambiare il mondo?

 

Non credo che cambi il mondo, ma di certo un buon libro può incidere sulla percezione del mondo, nel senso che può diffondere idee nuove ed una più moderna idea di civiltà….!

24 settembre 2009 by

:: Intervista ad Abel Wakaam

Attenzione : per i temi trattati è consigliata la lettura ad un pubblico adulto 

abGrazie Abel Wakaam di aver accettato la nostra intervista, innanzi tutto si presenti ai nostri lettori. Chi è Abel Wakaam?

 

Sono un raccontastorie, un vagabondo della rete che prova a tessere in trama tutto ciò che incontra, succhiando l’anima ai naviganti di questo immenso mare… senza lasciarli naufragare. Mi piace pensare che le mie storie siano frutto di una realtà genuina, seppur romanzate per renderle fruibili sotto forma di romanzo erotico popolare.

 

Come è iniziato il suo amore per la scrittura. Quali sono state le sue prime letture?

 

Credo di aver sempre scritto perché sono negato nel disegno e nella pittura. In quanto a leggere sono troppo pigro per farlo, e infatti ho stretto tra le mani solo “Il richiamo della foresta” e “Le età di Lulù”. Dopo di che ho smesso di leggere per evitare di essere contaminato da altri autori.

 

Ha frequentato corsi di scrittura creativa?

 

Non credo che la creatività possa essere insegnata e ritengo sia sbagliato persino ingabbiarla dentro schemi prefissati. Improponibile apprenderla da altri perché, se così fosse, gli insegnanti di scrittura creativa sarebbero sempre primi nelle classifica di vendite, e non mi pare che sia così.

 

Ci parli dei suoi libri disponibili come e-books. Quali preferisce?

 

Ogni romanzo racconta la storia di un momento, quindi è difficile concedere ad uno solo una preferenza temporaneamente stabile. Potrei indicare “La Schiava” per il suo stretto legame con una realtà vissuta. Ma è uno dei tanti che si possono leggere gratuitamente su www.rossoscarlatto.org

 

Le piace la letteratura erotica giapponese?

 

Non oso credere che i Giapponesi possano essere erotici.

 

La figura del libertino settecentesco la ispira? Ha letto le memorie di Gian Giacomo Casanova?

 

Mi ispira tutto ciò che è contemporaneo e che riprende il concetto erotico di oggi. Già quello di alcune settimane fa mi annoia mortalmente.

 

E’ più erotica la fantasia o la realtà?

 

Certamente la fantasia perché ci permette di visualizzare ogni fotogramma esattamente come appaga la nostra mente, nel modo più facilmente masticabile dal cervello. Se confrontiamo una scena erotica immaginata e poi realizzata, ci troviamo nel secondo caso a fare i conti con l’equilibrio, con la fatica, con la posizione, con  la mancata sincronizzazione degli eventi. Insomma, con la fantasia siamo tutti supereroi, nella realtà ritorniamo esseri umani.

 

Nella sua esplorazione dei sensi quale è il più erotico: il tatto, il gusto, la  vista?

 

L’eros alberga nella parte più oscura del nostro immaginario… diventa sesso attraverso i sensi, tutti, nessuno escluso. Potrei dire la mancanza di vista nel buio totale, la negazione del tatto o il centellinare del gusto, ma è l’istinto, cioè la parte più ancestrale che si annida dentro di noi a determinare la giusta alchimia.

 

Utilizza un linguaggio trasgressivo nelle sue opere? Al giorno d’oggi cos’è la vera trasgressione?

 

Nel raccontare una storia uso un linguaggio privo di eccessi. Lascio però al dialogo di ogni personaggio la parte più intensa ed espressiva. E se io scrivo “sedere” il protagonista può chiamarlo semplicemente “culo” senza che cambi minimamente il significato. La trasgressione oggi è l’amore, visto come espressione di assoluta complicità e monogamia. Poi ci può essere una trasgressione di coppia, ma soltanto quando entrambi si considerano una sola entità.

 

Come definirebbe la sensualità?

 

E’ la capacità di un individuo nel mettere in mostra la propria capacità d’intrigo.

 

Cosa fa secondo lei naufragare l’erotismo in perversione?

 

La perversione è l’esaltazione di un pensiero osceno… è il voler assistere a qualcosa che ci attira e ci irrita allo stesso tempo. E’ vedere la propria donna godere con un’altra o con un altro… diventare gestore del piacere invece che protagonista. Qui l’erotismo non è il punto di partenza, semmai diventa il salvagente del ritorno, quando si torna a confrontarsi su quanto successo.

 

Sta lavorando ad un nuovo libro? Può anticiparci qualcosa?

 

E difficile per me anticipare il contenuto di un libro in evoluzione perché sta ancora inseguendo una storia proprio mentre accade.

 

Scrive solo romanzi o anche racconti brevi?

 

Scrivo di tutto, anche cose senza senso.

.

 

Cos’è per lei la libertà?

 

La libertà è pura utopia. Siamo tutti prigionieri di qualcuno, di qualcosa e… bene che vada, siamo schiavi di noi stessi.

 

Amore e morte, un binomio spesso presente in molte opere letterarie, che può dirmi al riguardo?

 

L’amore è un sentimento a termine, ti scotta appena ti sfiora ma ne senti il dolore solo dopo che se n’è andato via, la morte invece è la formattazione della vita, ma per sicurezza il disco fisso viene tolto dall’involucro e dato alle fiamme eterne. Poi mi piacerebbe andare in paradiso per traviare tutti i raccomandati che ci sono e riportarli con me all’inferno.

 

Pensa che l’affermazione del desiderio erotico sia un desiderio più maschile o femminile?

 

Non penso neppure che sia un desiderio, ma una umana necessità.

 

L’esibizione del corpo femminile nudo ha per molti connotazioni pornografiche; cosa lo trasforma in arte? 

 

Può essere pornografica l’espressione del volto della modella nuda o l’ostentazione di un godimento dissoluto, non l’esibizione del corpo stesso. L’arte è un’altra cosa.

 

Pensa che la parola “orgasmo”sia a ancora una parola tabù?

 

No, ma è un peccato non averlo.

 

La ricerca del piacere pensa sia una delle più forti pulsioni dell’animo umano?

 

Più che la ricerca del piacere preferisco la soddisfazione nel trovarlo e il godere delle pulsioni che ne derivano J

 

Non di rado la letteratura erotica è stata un veicolo per far passare concetti filosofici e spirituali cito ad esempio il Marchese de Sade . Anche lei ha agito in questo modo?

 

Io scrivo perché mi piace stupire e uso la letteratura erotica per proporre delle nuove forme di trasgressioni, sia mentali che fisiche. La scena dei confetti di “La Schiava” ne è un puro esempio. Ma d’altronde il sesso è “sempre la medesima cosa fatta con un’altra” quindi per mantenere viva la curiosità verso i miei scritti devo sempre attingere alla mia smisurata creatività.

 

 

Frequenta fiere, festival letterari, premi letterari?

 

Mi piace il contatto col pubblico,  adoro discutere di scrittura ed erotismo, ma allo stesso tempo odio premi, fiere, festival e tutto ciò che non sia confronto diretto con l’interlocutore.

 

Scrive anche libri non erotici, quale genere l’appassiona di più?

 

Sono un giallista e scrivo anche fantasy ma chissà perchè sono conosciuto più per il genere erotico anche se il mio libro più letto è “la Terra dell’Arcano” su cui si basa il sito www.arcano.org

:: Intervista a Domenico Cosentino

23 settembre 2009 by

Parlaci un poco te. Tre aggettivi che ti definiscono.

Semplice, nevrotico, zozzone.

Come è nato il tuo amore per la scrittura?

All’improvviso. Volevo costruirmi un mondo nel quale sentirmi in pace, far interagire personaggi incredibili, fantasticare su una vita che avrei voluto vivere.

Ti consideri uno scrittore underground?

Ahaha, diciamo che questa dicitura è nata per scherzo. Io considero le mie cose letteratura da bar. Sei al bancone, magari solo, dopo una giornata di lavoro, sorseggi un cuba libre e ti ritrovi in mano uno dei miei libri. Sarebbe un connubio perfetto, alcol e stronzate.

Pensi che sia su internet il futuro della letteratura?

No, odio leggere libri da un monitor, penso che internet sia invece un buon metodo per pubblicizzarsi, per scoprire nuovi e vecchi scrittori, per leggere una recensione di un libro che magari vuoi comprare. Un metodo per autoinformarsi, scegliendo cosa leggere e cosa evitare.

Hai frequentato corsi di scrittura creativa? Pensi si possa insegnare a scrivere?

Si, ho frequentato un corso di scrittura organizzato dalla casa editrice Leconte di Roma. Mi è servito per mettere ordine alla mia confusione mentale. Non puoi imparare a scrivere, quello credo sia un “dono” naturale, ma puoi imparare come scrivere. Consigli, tecniche, come affrontare la creazione di un romanzo, le regole grammaticali, questo dovrebbe dare secondo me un corso di scrittura.

Raccontaci un episodio bizzarro che ti è successo durante la tua carriera.

Una volta ero in un centro sociale perchè dovevo fare  una lettura delle mie poesie. Uno spettatore aveva con se il cane il quale si avvicinò all’asta microfono ed iniziò a pisciare. Dovetti interrompere la lettura per un’ondata di risate generale.

Leggi libri di poesia? Quale è il tuo poeta preferito?

Leggo poesie. Adoro le poesie crude di Bukowski, quelle esistenziali di Corso e Thomas, e mi sono piaciute molto le poesie di Alberto Calligaris, se non lo conosci ti consiglio di comprare subito il suo libricino “ Poesie d’amore per donne ubriache”.

Quali sono i tuoi autori preferiti e quelli che ti hanno più influenzato?

Non vorrei fare un elenco come una  lista della spesa. Il mio modo di scrivere è stato influenzato dalla lettura di Bukowski e di molti scrittori italiani, tra i quali sempre Alberto Calligaris. Da poco ho scoperto James Frey e ha rivoluzionato la mia vita.

Cosa pensi degli e-books?

È un buon modo per conoscere scrittori esordienti, il libero scambio di parole non ha limiti sul web. Anche se io odio leggere attraverso un monitor , adoro ancora l’odore e le sensazioni che lascia al tatto una pagina di carta ruvida. Forse vivo nel passato e non so adeguarmi al progresso.

Faresti mai il ghost writer per qualche personaggio famoso?

Se ciò portasse soldi e ragazze si.

Hai senso dell’umorismo? Raccontaci una barzelletta (possibilmente non spinta ;-))

nooooo non so raccontare barzellette che non siano zozze.

Ti piace la letteratura poliziesca. La consideri vera letteratura o un sottogenere?

Dipende. Adoro per esempio la trilogia di jean claude izzo, che considero il mio scrittore preferito. Ma sono sempre un po’ scettico, un altro genere che non sopporto molto è il fantasy.

Hai un agente letterario?

Non ho neanche i soldi per comprare la lettiera al gatto.

Scrivi testi autobiografici?

Tutto quello che scrivo è autobiografico.

Parlaci del tuo ultimo libro.

Parlare dei propri scritti è come masturbarsi tra la folla e a me non piace, preferisco che lo facciano gli altri, tutti quelli che hanno pagato per averlo. Fatevi un giro in IBS e cercatelo “ Meglio per tutti dare la colpa a me”.

Che progetti hai per il futuro?

scrivere. Sto finendo alcuni progetti che per scaramanzia ( sono sempre napoletano eh!) rimarranno segreti

Ti piace leggere tuoi testi in pubblico?

Si e no. Di solito i miei spettacoli sono particolari. Mi accompagno con musicisti blues e creiamo un’atmosfera molto particolare per coinvolgere il pubblico. Anche perchè sarebbe troppo noioso sentire un cretino che parla per un’ora.

Fenomeni come Facebook pensi avvicinino gli scrittori ai lettori?

Si, ricevo spesso commenti, e-mail e messaggi privati da persone che hanno letto il libro e cercano un confronto con l’autore. Molto spesso ci scambiamo anche insulti, ma sempre in modo affettuoso ed amichevole. Adoro i miei lettori.

Hai un blog. Ce ne vuoi parlare?

Ho un sito, www.domenicocosentino.it lo aggiorno spesso con news riguardanti le serate, miei testi, e qualche recensione che scrivo io parlando di qualcosa che davvero ha attirato la mia attenzione. Avevo anche un blog su splinder che ormai agonizza da mesi e che ho lasciato definitivamente al suo decorso naturale. Amen!

Pensi che se uno scrive un buon libro prima o poi un editore lo trova?

Non è semplice, ci vuole tenacia, e non bisogna mai abbattersi dopo un rifiuto. Ma bisogna anche avere del materiale interessante da proporre.

Cos’è  per te la libertà?

Svegliarmi a mezzogiorno, voltarmi nel letto e trovare un culetto bello sodo da palpare.

Hai pensato di scrivere sceneggiature per cortometraggi?

Si ma non sono portato e non saprei come poi trasformarli in immagini. Ho un’amica che è laureata al DAMS di Bologna ma siamo entrambi pigri e non abbiamo mai veramente creato qualcosa.

Scrivere ti rende felice?

Mi rende sicuro, qualcosa in cui sono davvero io, in cui nessuno può entrarci e dire cosa è buono e giusto. Mi sento libero, come Parker quando suonava il suo sax.

22 settembre 2009 by

:: Lorenzo Mazzoni intervista Loriano Macchiavelli

con sottofondo di All or Nothing At All (John Coltrane Quartet) 

Ha voglia di descriverci in poche parole "Sarti Antonio", uno dei suoi personaggi più celebri?
Risposta:
Se riuscissi a descrivere in poche parole “Sarti Antonio” avrei sprecato tutto il tempo che ho impiegato a scrivere non so quanti romanzi e racconti con lui protagonista. Voglio dire che i personaggi letterari, tutti, si costruiscono storia dopo storia. Direi addirittura riga dopo riga. Fra l’altro, nel caso di Sarti Antonio, sergente, commetterei una scorrettezza verso i suoi lettori. Vi sarete accorti che non l’ho mai descritto fisicamente, al contrario di altri personaggi per i quali abbondo di particolari. L’ho fatto per lasciare ai lettori la possibilità di costruirsi il Sarti Antonio, sergente, che la loro fantasia suggerisce. Non vorrei parlare neppure del Sarti Antonio inconscio, quello che sta dietro la persona fisica. Vale lo stesso discorso: ognuno scopra, fra le righe, il personaggio che preferisce. Saremo contenti in tre: il lettore, io e Sarti Antonio.

Con Marcello Fois e Carlo Lucarelli ha fondato il "Gruppo 13". Vuole parlarci di questa esperienza?
Risposta:
Il Gruppo 13 ha avuto una grandissima importanza nella costruzione del Nuovo Giallo Italiano. Anzi, è stato, a mio parere, la molla che ha fatto scattare l’interesse negli editori, prima di tutto, nei lettori e nella critica poi. La sua storia è lunga e proficua e cercherò di riassumerla in breve.
Nasce nel 1990 a Bologna (forse perché a Bologna c’è l’unico autore che si dia da fare per promuovere il giallo italiano, cioè io, senza presunzione) per iniziativa di Carlo Lucarelli, di Marcello Fois e del sottoscritto. All’inizio è costituito dagli scrittori Pino Cacucci, Massimo Carloni, Nicola Ciccoli, Danila Comastri Montanari, Marcello Fois, Carlo Lucarelli, Lorenzo Marzaduri, Loriano Macchiavelli, Gianni Materazzo, Sandro Toni e da due illustratori: Claudio Lanzoni e Mannes Laffi. Dodici.
È stata un’esperienza riuscita dopo altri tentativi di raggruppare gli scrittori italiani di giallo, tentativi che iniziano nel 1980 a Cattolica con il Sigma (Scrittori Italiani del Giallo e del Mistero). In seguito io e altri volonterosi abbiamo provato nel 1984 con il Gruppo 8 nel quale, oltre al sottoscritto, c’erano Perria, Olivieri, Veraldi, Enna, Russo, Signoroni e Felisatti.
Il G 13 si propose come punto d’incontro e di scambio culturale e intellettuale fra scrittori e illustratori che operavano e vivevano nell’area emiliano-romagnola e in particolare bolognese per promuovere con iniziative la conoscenza del genere, sollecitando e aiutando gli esordienti.
Il Gruppo poi aumenta con l’adesione di Eraldo Baldini, Giampiero Rigosi, Franco Foschi, Mario Coloretti e altri, mentre alcuni rinunciano o prendono altre strade come i due disegnatori.
Il primo lavoro comune che appare in libreria è I delitti del Gruppo 13, Metrolibri, 1991, una raccolta di racconti (tradotta poi anche in Francia) e nella quarta di copertina appare la seguente scritta:
Il crimine dilaga a Bologna. Echeggiano gli spari sotto i portici, si muore all’ombra delle torri. E Marlowe parla ormai con accento emiliano. Sarà un caso che a Bologna e dintorni oggi proliferino gli scrittori di giallo? Sono tanti, agguerriti, organizzati. Hanno perfino creato un sodalizio: il Gruppo 13, cui aderiscono dieci scrittori e due illustratori. Di loro questa antologia rappresenta il primo impegno collettivo: dieci racconti inediti, tutti avvincenti, tutti illustrati. Cosa unisce questi autori, oltre alla bolognesità e all’indiscutibile talento? Sicuramente il clima culturale comune: quello di una città prolifica e vivace che ha già saputo esprimere fenomeni importanti come una grande scuola di fumetto. Alla quale, per inciso, appartengono i magnifici illustratori dei racconti qui proposti.
Nel 1992 esce una raccolta di dieci racconti (Stampa Alternativa) dove ognuno degli autori del Gruppo 13 presenta, oltre a un proprio racconto, il racconto di un esordiente (altri dieci racconti, quindi). Alcuni degli esordienti faranno strada.
Oggi i fondatori dell’ex Gruppo 13 possono vantarsi di aver dato un contributo indispensabile alla attuale situazione di ricchezza del giallo italiano.

Nelle sue storie Bologna è sempre personaggio comprimario, il territorio dove si svolgono i fatti non è mai solo uno sfondo. Ci sono altri luoghi che le interesserebbe "studiare" come ha fatto per la città felsinea?
Risposta:
Devo confessare che Bologna come luogo-personaggio, oggi non mi interessa. Non la riconosco più e non è più la mia città. Non è per rimpianto di come eravamo e come siamo. La colpa è mia che non riesco a frequentarla come in passato. O forse è dei troppi scrittori che la usano come scenario ai loro romanzi e quindi la trovo inflazionata. Il mio ultimo romanzo Delitti di gente qualunque parte da Bologna, ma si svolge quasi interamente in sull’Appennino fa Emilia e Toscana. Non è una montagna qualunque: è la montagna della mia infanzia e gioventù che ho ritrovato con i suoi misteri, miti e segreti e dove si fondono in maniera straordinaria il passato e il presente.
Forse qualche mio lettore ricorderà che è lo stesso luogo utilizzato da me e Guccini per i nostri romanzi.

Com’è nata la collaborazione con Francesco Guccini?
Risposta:
È nata a cena, in occasione della presentazione di un mio romanzo durante la quale Guccini mi raccontò la storia di un parroco trovato ucciso negli anni ’30, a Pavana. Non fu mai trovato il responsabile. Una bella storia di montagna, di rancori, odio e amore e Guccini me la regalava per un mio romanzo. Era presente anche Antonio Franchini, responsabile delle letteratura italiana alla Mondadori, il quale ci propose di scriverla assieme. Ha funzionato e siamo al quinto romanzo in coppia. 

L’ispettore Sarti è andato anche in TV, in onda su Rai Due nel 1991. Cosa ricorda di quell’esperienza? Cosa ne pensa della trasposizione televisiva del suo personaggio?
Risposta:
Per la verità Sarti Antonio è andato in Tv nel 1978 (Sarti Antonio brigadiere, quattro puntate, regia di Pino Passalacqua); nel 1985 (L’archivista, regia di Guido Ferrarini); nel 1991 (Sarti Antonio, un poliziotto, una città, tredici puntate, regia di Maurizio Rotundi); nel 1994 (Id. sei film, regia di Giulio Questi). A suo tempo ebbero un grande successo, ed è ciò che conta, grazie soprattutto a Gianni Cavina che era uno straordinario Sarti Antonio.

E della trasposizione in fumetto?
Risposta:
Gianni ;Materazzo, che lo ha disegnato per la rivista Orient Express (diretta da Luigi Bernardi, uno scopritore di talenti) è stato molto bravo a creare il clima degli anni settanta a Bologna e a mantenere le atmosfere e i personaggi del romanzo. 

La letteratura contemporanea è costellata di moltissimi ispettori, "sbirri", commissari, investigatori privati, fra i tanti Fabio Montale di Izzo, Llob di Khadra, Héctor Belascoàran Shayne di Taibo II. Conosce questi autori, e in generale, cosa ne pensa della narrativa noir e poliziesca di questi ultimi anni?
Risposta:
Come lettore non ce la faccio a tener dietro al mercato editoriale del genere. Dovrei utilizzare tutto il mio tempo, notte e giorno, nella lettura, mentre devo anche scrivere. Alcuni autori li conosco.
Per raccontate la letteratura noir contemporanea, bisognerebbe partire da quella che l’ha immediatamente preceduta perché è da lei che deriva. È certo che il romanzo poliziesco contemporaneo ha messo radici, ed era ora, nella realtà dei nostri giorni, ma ancora non sono spuntati i frutti che io mi auguro.

Qual è la sua opinione riguardo i nuovi narratori italiani? C’è qualche nome che reputa interessante?
Risposta:
Per i narratori italiani vale quanto detto prima. Ci sono piacevoli novità e c’è la solita solfa. Ma è così per tutta la letteratura, di genere e in genere: si pubblicano bei romanzi e brutti romanzi. Decida il lettore a chi dare la sua preferenza.

C’è una giornata tipo nei periodi di lavoro creativo?
Risposta:
Per me non esiste il metodo. Fortunatamente posso scrivere quando ne ho voglia e cioè spesso. Preferisco la mattina presto. Non sono uno scrittore maledetto che vive e crea nella notte. La notte la dedico al sonno. Non bevo, non fumo, sono monogamo… Insomma, una lagna. 

Sta scrivendo?
Risposta:
Sì, ho cominciato a scrivere racconti alle medie per i miei compagni di classe e continuo per chi ha voglia di leggermi. Sto lavorando a due romanzi.  

:: Intervista a Dario Arkel di Davidia69

21 settembre 2009 by

Dario Arkel, ricercatore in scienze sociali e dell’educazione, attivo nella difesa dei diritti sociali e di cittadinanza, collaboratore dell’Università di Genova, è giornalista, saggista autore teatrale.

Le sue due ultime pubblicazioni, per Atì Editore, sono nell’ordine un romanzo, Fedele alla Terra (2008) e Ascoltare la luce (2009), una raccolta di scritti sulla vita e pedagogia di Janusz Korczak.

Personalmente ho letto Fedele alla terra con una sorta di fascinazione. Arrivata al libro per pura coincidenza, come spesso accade bazzicando sul web, ho scoperto in Arkel lo stile narrativo che da sempre cerco in un testo: comprensione, fluidità della narrazione, intensità della storia.

Lo ringrazio per il tempo che ha voluto dedicarmi rispondendo alle mie semplici domande.

D.: Qual è stata la prima volta che hai sentito parlare di Janusz Korczak?

Non ho un ricordo preciso di quando come e perché Janusz Korczak sia entrato nella mia vita. Ho sempre sentito parlare della sua vicenda personale, sin da piccolo, sarà perché in Israele è considerato un Giusto dell’Umanità, o perché è stato uno degli uomini, come Gandhi e altri, che ha combattuto un nemico sanguinario con la forza della dignità umana e dell’ostinata ricerca dell’amore tra gli uomini.

 D.: “Ascoltare la luce” è il tuo libro che raccoglie articoli, considerazioni, analisi e, “”La posta” del Dottor Korczak” – un dramma in tre anni. Tutto questo materiale è improntato sulla vita e il pensiero di Janusz Korczak un pedagogo polacco che, durante la seconda guerra mondiale, ha dato la propria vita per amore della sua ragione di vita: il Bambino. Come sei riuscito, in una maniera così originale, completa e molto interessante, ad amalgamare aspetti così diversi della scrittura come il saggio ed il teatro? Si tratta solamente di un “assemblaggio di materiale”?

I saggi raccolti esprimono la mia attività per la conoscenza della pedagogia di Korczak dal 1998 al 2009. Uno di questi saggi, nel 2003, vinse il Premio Rea per la saggistica. Sono molto fiero di ciò, non tanto perché rappresenta un successo personale ma perché è davvero raro che un libro di pedagogia sia considerato in tali contesti… C’è un legame stretto tra i saggi e l’opera teatrale (26 repliche tra il 2003 e il 2004, in Italia e all’estero), in quanto il dramma rappresenta la vita nella Casa dell’orfano del ghetto di Varsavia dal 18 di luglio al 5 di agosto del 1942, quando gli aguzzini tedeschi portarono via i bambini e lo stesso Korczak. Il 18 luglio i bambini misero in scena nel teatro della Casa il dramma di Tagore (morto nel 1941, Premio Nobel nel 1913) “L’ufficio postale” nel quale si narra di un bambino che, a causa di un’errata terapia di un medico bizzarro, viene costretto ad essere rinchiuso in casa (metafora del ghetto) potendo solo osservare dalla finestra che cosa succede per la via. Questa “terapia” lo ucciderà, ma nel frattempo il bimbo, Amal, ci ha messo al corrente dei suoi sogni: correre per i prati verdi, amare la natura, poter essere utile consegnando la posta di villaggio in villaggio correndo qui, correndo là. Sempre via, sempre libero, sempre a tu per tu con la natura. Assistendo al dramma, Adam Czerniakow, Presidente del Consiglio ebraico di Varsavia ormai allo stremo, piangendo chiese al Dottore perché avesse fatto mettere in scena un dramma così triste. “Perché i bambini imparino a morire serenamente”, rispose Korczak.

Il 5 agosto con i cani e i mitra giunsero i tedeschi. Il Dottore scese da loro e nel suo perfetto tedesco chiese di allontanare i cani “perché spaventano i bambini”, i tedeschi all’ordine perentorio, obbedirono. I bambini scesero ordinati, in fila per quattro, con i vestiti migliori (avevano lavorato molto in sartoria per preparare questo momento), le bimbe con le bambole di pezza rattoppate in braccio, i maschietti con i pupazzi di legno o gli orsacchiotti riempiti di lana, nelle tasche gli oggettini che più amavano e che ricordavano, a loro, orfani, l’odore della mamma o del Dottore stesso. Avanti il tamburino e il violinista suonavano gli inni ebraici, i Salmi, con gli strumenti rimessi a nuovo nella liuteria. In testa al corteo la bandiera con la Maghèn Davìd da un lato (la Stella di Davide), dall’altro il quadrifoglio d’oro in campo verde, simbolo dell’orfanotrofio. Così, ordinati, puliti, con le loro canzoni e i loro vessilli, diedero ai carnefici una lezione che sicuramente l’umanità intera non potrà dimenticare. Ma questa stessa dignità diede anche la spinta alla rivolta del Ghetto del settembre 43. Korczak giunse alla Umschlagplatz e poi al binario. Un ufficiale sanitario tedesco riconobbe in lui il luminare che aveva tenuto una magistrale lezione a Berlino. Gli disse che era libero, che un uomo come lui non poteva finire dentro il vagone per Treblinka. Così rispose il Dottore: “Una madre non lascerebbe mai solo un suo figlio nel momento del bisogno. Io sono padre e madre di 203 bambini… non li lascerò certo soli”. E salì sul vagone.

Così si legano i saggi con il testo teatrale, che può essere letto anche come approfondimento più vicino e concreto su Korczak uomo.

D.: Korczak è ancora poco conosciuto nel nostro Paese eppure i principi che andava diffondendo , nella loro universalità erano, e sono tuttora, di una bellezza unica. Quali sono, secondo te, i modi che la nostra società ha di applicare questi principi? Credi ci possano essere soggetti, al di fuori del mondo della formazione (istituzioni, famiglie, ecc..), in grado di saper ascoltare questa voce e di renderla concreta?

La concretezza della parola di Korczak consiste nell’opera di attenzione nei confronti dei più piccoli. Non sono loro ad elevarsi verso l’adulto, ma il contrario. Il maestro, l’educatore, il pedagogo deve “salire” al livello del bambino, altrimenti il bambino farà doppia fatica a capire ciò che gli viene chiesto di capire. Per fare ciò bisogna sempre avere presente che la concezione dello spazio e quella del tempo del bambino sono diverse da quelle dell’adulto. Il bambino esercita la sua creatività cimentandosi con oggetti per lui troppo grandi, e per raggiungerli se posti magari troppo in alto… contrariamente alla Montessori, Korczak pensava che le difficoltà date dalle differenze tra adulto e bambino fossero le “risorse” della crescita creativa del piccolo (spazio); il tempo del bambino è invece solo il presente, non quello delle programmazioni, pianificazioni, progettazioni degli adulti. Per il bambino vale l’hic et nunc, per l’adulto la proiezione. Tenere sempre presente tutto questo aiuta nella comprensione del piccolo e permette al piccolo di avvicinarsi più facilmente a ciò che gli si intende “in-segnare”.

D.: Tra i diritti fondamentali del bambino quali “il diritto del bambino alla sua vita presente” e “il diritto ad essere quel che è”, Korczak cita anche “il diritto del bambino alla morte”. Come spiegare questo pensiero oggi ad un genitore in una società in cui si ha sempre più la tendenza a proteggere il bambino dall’idea della morte facendo finta che questa non esista nonostante se ne sia circondati (televisione, giornali, manifesti)?

 Questi che citi sono i diritti di fondo per Korczak. Non si deve pensare al bambino diverso da quello che è, si può aiutare a migliorare sempre che la sua indole sia disposta a ciò. Altrimenti è tempo sprecato e frustrazione che, magari, ci si porta dietro per la vita intera. Non bisogna “abarthizzare” (potenziare artificialmente) i bambini, ma prenderli come sono, con amore. Rimparare la parola amore, che non rende deboli, ma, anzi, rinforza l’affettività. Troppo spesso i bambini devono soddisfare il desiderio dei genitori di apparire migliori e più forti degli altri… queste competizioni non costruiscono personalità, ma tendono a negarle e talora a distruggerle. Dalla competizione è necessario scendere alla comparazione, senza un giudizio che affonda. L’adulto compara e si dovrebbe rendere conto che può aiutare il bambino più debole responsabilizzando il più forte, nell’attesa che il più debole si rinforzi e possa diventare, a sua volta, un soggetto che aiuta. Korczak utilizzava i Monitori, ragazzi più esperti per educare i più piccoli, consapevole che il punto d’arrivo era portare al miglioramento totale il più esperto perché solo insegnando si impara qualcosa. Il circuito educativo così impostato permetteva di governare un orfanotrofio con oltre 200 bambini (anche neonati) con un personale di soli 10 inservienti (alla fine 4).

 Il DIRITTO DEL BAMBINO ALLA MORTE è il diritto del bambino alla sua dignità completa e alla sua libertà. Infatti, l’adulto, di fronte al bambino, nega interiormente che il piccolo possa morire. Il bambino non muore, pensa in automatico, e quindi toglie uno dei diritti fondamentali al bambino, quello alla vita perché solo la possibilità della morte definisce lo stato vitale. Non credendo possibile la morte del bambino, l’adulto non lo coglie nella sua intierezza e commette un grave errore perché il piccolo sa che cos’è la morte e il morire, per quanto dicevi tu al giorno d’oggi, per le esperienze della vita di sempre ai tempi del Dottore. Non solo, ma gli adulti che si impauriscono per la troppa libertà del bambino non vogliono correre rischi, ma soffocano l’anelito di libertà che fa del bambino un bambino… Diritto alla morte per paradosso, d’accordo, ma diritto di essere informati su tutto quanto accade e può accadere al genere umano…

D.: Ad ogni membro della Casa degli Orfani, costituita da Korczack a Varsavia, viene assegnato un compito, affidato un incarico. Ogni bambino, a turno, è giudice, redattore di un giornale, magazziniere, proprio come in una nucleo sociale fatto di adulti. Si viene così abituati alla gestione di una piccola società dove ognuno ha delle responsabilità. Perché si fa così fatica ad immaginare un approccio di questo tipo in una scuola come la nostra?

Una scuola stile Korczak esiste in qualche Kibbutz d’Israele. Sperimentalmente si sono creati nuclei senza parentele, ovvero di parentele allargate dove il legame non è dato dal sangue (che è comunque un principio razziale): amo mio figlio è concetto insufficiente… amo i bambini tutti, questo è concetto giusto… superare l’idea della “famiglia” basata sul sangue è necessario se si vuole creare una “famiglia” basata sull’affetto. L’affetto è il principio della comprensione, del lavoro di comunità, della collaborazione del mutuo aiuto. Tutto quanto deve migliorare, dentro di sé nella considerazione che sono gli altri che “fanno” te, la tua persona, il tuo ruolo, il tuo amor proprio. La scuola può avviare le procedure dei monitori, ragazzi che coadiuvano l’insegnante e si pongono come educatori juniores. Può lavorare sulla valutazione da parte dei ragazzi degli insegnanti, stabilendo forme non aggressive, il tutto per avviare il processo di miglioramento complessivo, ovvero il raggiungimento del benessere dei ragazzi e dei lavoratori della scuola.

D.: Il tuo romanzo, Fedele alla terra, è una storia molto suggestiva nella quale si intrecciano paesaggi, personaggi, etica. Ce ne vuoi parlare?

Un romanzo che si basa su un’idea filosofica, molto concentrato sulla “fisicità” dei luoghi, delle persone, delle azioni. Lirico perché tratta di zone antiche come le Isole della Dalmazia e di Trieste, descritte quasi come sogni.  L’idea filosofica è l’etica dell’essenziale, ovvero andare alla scoperta non dell’uomo, come diceva Diogene, ma del “cuore” dell’uomo, cioè l’essenziale. E questa ricerca vale anche per i luoghi, i colori, le sensazioni. Tutto “vuole” un approfondimento, se non vogliamo che la nostra vita sia l’esclusivo preludio della dissolvenza di un corpo. Ogni momento è un’edificare, un creare o ricreare, quantomeno un ricercare… che cosa? Bene, questo è il bello… non sappiamo che cosa. Ma sappiamo che dentro questa ricerca c’è la tensione che per contro crea il momento del riposo e della meditazione, la musica che crea quel silenzio che ci permette la riflessione più chiara, il buio la luce, ecc. La ricerca dei contrari nei quali vivere per concentrarsi solo nel termine vivere. I personaggi sono quasi scolpiti come ARIOXIOMEN, l’Atleta di Lussino, sono antichi, sanno di legno salato del mare, di aromi primordiali. E’ un romanzo che si legge di un fiato dove non esiste un’indagine “gialla”, ma il concetto di mistero. L’indagine, se c’è, si svolge dietro il sipario di vite che hanno altri problemi, la sopravvivenza nella dignità, per esempio, l’amore, la giustizia e il suo contrario. E’ un romanzo di colori e impressioni. Ciascun luogo come ciascun personaggio porta un suo odore, una sua musica, un suo colore. Questo soprattutto è il frutto del ritorno alla terra che “è sempre buona quando è baciata dal sole”. Ma questo sole bisogna meritarlo, cercarlo, correre verso di lui. In qualche modo si riprende la filosofia nitzscheana di Zarathustra (il titolo del romanzo ne è riprova) che indica la strada verso un paganesimo consapevole, alla ricerca di uno stato di “sovra”essere che resta richiuso in noi. Questo stato è l’amore dell’uomo per il proprio cuore, con la coscienza che il nostro cuore contempla anche il cuore degli altri.

D.: Marija è una figura ricorrente anche per via del fatto che, incidentalmente, è il nome di quattro donne diverse. Perché hai voluto “moltiplicare” questo personaggio?

La parte “gialla” del romanzo è dovuta non all’indagine di un ispettore ma ai casi di omonimia delle diverse donne. Ovvero è gialla la “letterarietà” del testo, non la trama in sé. Marija è il nome della madre, del prototipo della donna. E questo fatto rientra nel quadro “metafisico” del testo. Ogni storia ha la sua Mari(j)a, ovvero il prototipo femminile che si gira, guarda, ama, fugge, ritorna, resta. E lo fa sempre con il pensiero e il desiderio vivo, smerigliato, puntuale; non certo pavida, incerta, invadente come sovente è l’azione del maschio. Un maschio si può chiamare come vuole, ma l’idea della donna, per me, è Maria. L’intreccio è basato trasversalmente sulla vicenda di Medea e Giasone, questi personaggi mitici proprio in quei mari consumarono la loro vicenda. Questa Medea è la Marija protagonista del libro, sfuggente ma determinata, mai confusa, eternamente insoddisfatta ma capace di espressioni di incontenibile felicità. Una donna che sa come rendere vivaci e allegri gli altri, restando in se stessa, a vigilare le profondità nascoste del suo mistero.

D.: Il territorio deturpato dall’uomo: sembra che la storia contenga un messaggio anche in questo senso, la salvaguardia di qualcosa di prezioso dalle mani di persone senza scrupoli che vogliono mettere in atto speculazioni. Ritieni che rispetto al territorio di cui tu parli ci sia il rischio reale che ciò possa avvenire?

La vicenda narra di uno sgarbo del vecchio perfido avvocato Osvaldo Zar fatto agli ambienti mafiosi che stavano trasferendo una quantità di veleno verso l’Africa con la nave Argo IV. La devastazione del territorio isolano, si dice nel testo, era già stata tentata da questi mafiosi con l’aiuto dello Zar medesimo. Ma nell’Isola vigila un’Associazione (degli Apsyrtides) ambientalista che non esita ad usare maniere forti pur di arrestare le follie degli speculatori. La lotta si spinge altrove: un carico con i macchinari per la produzione del potentissimo veleno “Pomeranio” sta per essere trasferito in Africa, ma per un puntiglio di Zar detta nave deve fare scalo a Trieste (Trelese nel testo). Qui nascono inghippi e intoppi per cui l’Associazione riesce a fermare e fisicamente e legalmente questo immenso crimine umanitario. Il metro che si vuole utilizzare per decifrare la posizione degli Apsyrtidi è quello relativo alla “Decrescita felice”, ovvero l’auspicio che al mondo si producano solo gli strumenti essenziali per la crescita dell’umanità.

D.: C’è un personaggio che ti somiglia in questa storia?

In diverse occasioni ho detto “nessuno”. Ma la verità è che io somiglio a Marija, la misteriosa amante di Franjo Pace – protagonista della vicenda. Nella sua volubilità, nel suo desiderio instancabile di vagabondare e con la mente e fisicamente. La sua figura fisica è sfuggente e al contempo presentissima. Di lei si avverte il profumo anche nei capitoli in cui non compare.

D.: Vorrei che ci spiegassi cos’è l’Homo Rapax e cosa rappresenta nella nostra società.

L’Homo Rapax è una citazione da Korczak. Nel 29 Lui scriveva che bisogna guardarsi da questo tipo d’uomo che pensa di sopraffare gli altri per creare il suo trono di Potere. Ma il Potere è come la morte, invincibile. Ma quanto è triste, allora, vivere del potere e nel potere. Chi si accontenta, è vero, gode – dice il detto- e niente è più vero.

Perché è sentirsi felici accanto ad altri felici che ci permette di sorridere e guardare al futuro con piacere.

Vorrei sottolineare: il sorriso degli altri è il nostro sorriso. Non potrei mai essere felice nei posti più belli del mondo, con tutto ciò che desidero di più bello e ricco del mondo ma in solitudine, senza potermi confrontare con altri, senza poter osservare il sorriso degli altri, ascoltare difficoltà e storie amene… si vive solo con gli altri e per gli altri.

Ringraziamo Dario Arkel per il tempo che ci ha dedicato.