Benvenuta Paola, è un piacere per me ospitarti su Liberidiscrivere. Come prima cosa inizierei con le presentazioni. Descriviti ai nostri lettori, studi, abitudini, difetti, pregi. Raccontati come se fossi un personaggio dei tuoi libri.
Se fossi uno dei miei personaggi non descriverei quasi niente, cercherei di far capire che tipo sono nel corso della lettura. Dovendo andare di fretta, ecco, userei suggestioni sparse. Il rigore geometrico delle strade torinesi e il caos sfaccettato di certi vicoli a Genova. Una laurea inutile in storia medievale, un’irritante tendenza al nottambulismo e all’insonnia, l’insofferenza verso gli anziani che si lamentano sugli autobus. Scrivere, cucinare, camminare per ore, ridere al ristorante cinese insieme agli amici. L’arrabbiatura facile, il pianto non ne parliamo. Più pessimista che ingenua, a tratti contenta, rannuvolata variabile.
Quando hai iniziato a scrivere? C’è stato un momento preciso in cui ti sei detta quella sarà la mia strada?
Nessuna folgorazione sulla via di Damasco, nel mio caso la questione è stata graduale, un po’ come la maggior parte delle cose per me importanti. Da che mi ricordo ho sempre amato scrivere e raccontare storie. Da ragazzina tenevo un diario e mi piacevano le storie lunghe, un po’ fantasy; crescendo mi sono appassionata anche ai gialli, visto che mia madre ne aveva una bella collezione. Ci è voluta la permanenza in Inghilterra, dove ho passato quasi cinque anni, a farmi deviare decisamente verso scritture più forti, dalle sfumature nere.
C’è qualcuno che ti ha particolarmente aiutata nel tuo esordio anche solo con consigli, incoraggiamenti e che vorresti ringraziare?
Non rivelo un segreto dicendo che questo romanzo non sarebbe mai nato senza l’incoraggiamento, i consigli e la generosità di Luigi Bernardi. È stato lui a leggere il mio ‘Corpo Estraneo’, il racconto che conteneva l’abbozzo delle vicende in cui è coinvolto l’agente Cabras, ed è stato lui a stroncarlo, suggerendomi di provare a farne qualcos’altro, e spingendomi a uscire da una dimensione ‘amatoriale’.
Hai pubblicato con Perdisa Pop il tuo romanzo d’esordio “Corpi estranei”, un romanzo duro, lucido, maturo, inconsueto per una ragazza di trent’anni. Parlaci della sua genesi e del processo che ha portato dall’originario racconto al romanzo.
Non so se si tratti di un romanzo inconsueto, di sicuro devo dire che a trentatré anni non mi sento più tanto una ‘ragazza’… Come dicevo prima, ho cominciato a lavorare partendo da un corpo estraneo, declinato al singolare. Pensavo, agli inizi, di raccontare solo la storia di Cabras, trasformando il racconto in un romanzo breve; durante la stesura, però, sono spuntati i personaggi di Silvia e Alessia, e sono stata contentissima di assecondarli.
Quando Luigi Bernardi ti ha detto che era pronto per la pubblicazione, quali sono stati i tuoi primi pensieri, eri felice, tesa, emozionata?
Un po’ tutte queste cose insieme, certo, con una grossa sfumatura di terrore puro. A differenza di molti aspiranti autori (troppi, se posso permettermi…), non ho mai visto la pubblicazione come il traguardo finale, la meta che annulla ogni altro obiettivo. È una cosa che è capitata, e sarei stupida se dicessi che non ne sono contenta, ma preferisco tenere i piedi per terra e guardare avanti.
So che ci tieni a dire che “Corpi estranei” è un romanzo a tutto tondo e non un reportage giornalistico, un saggio, o un pamphlet di critica sociale, ciò non toglie che racchiude molti spunti di riflessione seria e articolata, il disagio giovanile, le forme di precariato diffuse in modo esponenziale, la violenza trattenuta a stento dai meccanismi di controllo sociale, la prevaricazione dei più forti sui più deboli, l’incertezza politica e sociale che caratterizza questi primi anni del nuovo millennio. Sei pessimista o la tua critica è tesa a provocare un moto di ribellione nel lettore?
Mi è già capitato qualche volta, durante le presentazioni che ho fatto, di sentirmi dire che noi trentaequalcosenni siamo passivi e incapaci di reagire, e che i personaggi del romanzo descrivono perfettamente, anche troppo, questo modo di essere. La riflessione successiva, a quel punto, si lega alla nostra incapacità di immaginare il futuro, come se fossimo condannati a un eterno presente precario.
Di solito me la cavo rispondendo che, se riuscissi a immaginare una via di fuga decente, scriverei un manifesto politico invece che un romanzo. Il fatto è che scrivendo non punto a crogiolarmi nelle mie tendenze pessimiste, ma neanche a cambiare il mondo: non sono così ambiziosa da pensare di poterlo fare. Mi parrebbe già un ottimo risultato riuscire a offrire un punto di vista differente, uno spunto di riflessione in più.
Solitamente gli scrittori amano proiettare se stessi in alcuni personaggi dei loro libri, mentre nel tuo caso ho avuto la forte sensazione che i personaggi femminili di Silvia e Alessia si discostino da te, correggimi se mi sbaglio.
A essere sincera credo di aver messo parti di me in tutti e tre i personaggi principali (ebbene sì, persino in Cabras). Poi è chiaro che nessuno di loro mi rispecchia veramente, nel senso che non ho inserito nessuna autobiografia mascherata. Certo è che, come Silvia, anch’io ho lavorato da precaria in un paio di agenzie di pubbliche relazioni. E, come Alessia, sono stata una studentessa universitaria impegnata e squattrinata. Le somiglianze finiscono qui; era la loro storia che volevo raccontare, non la mia.
Parlaci della tua Torino, in un certo senso scelta obbligata per l’ambientazione del tuo libro, dato che la conosci bene e ci hai vissuto molti anni. C’è qualche luogo privilegiato, qualche via, qualche viale che ami particolarmente, che ti trasmette sensazioni positive di pace, benessere?
Torino è la mia città, nel bene e nel male. Vivo a Genova dal 2007 e mi ci trovo benissimo, ma non posso dimenticare il posto in cui ho passato i primi venticinque anni della mia vita. Come tutti gli universitari di Palazzo Nuovo ho molti ricordi legati alla zona di via Po, ai suoi negozietti alternativi, ai bar dove passare i pomeriggi e alle pizzerie al taglio. Mi è sempre piaciuta piazza Vittorio, in ogni stagione adoro affacciarmi a vedere il fiume, proprio sopra i Murazzi. E poi le passeggiate in via Garibaldi, il meraviglioso mercato di Porta Palazzo, il Balon e la bellezza esagerata della Consolata, con i suoi ex voto e l’aria barocca; una chiesa in cui mi piacerebbe molto ambientare qualche scena di romanzo…
Torino ha una forte tradizione di impegno, di militanza, di attenzione per gli strati più marginali, mi riferisco all’Arsenale della Pace, al Gruppo Abele di Don Ciotti ed ad altre realtà impegnate nel sociale. Da cosa pensi derivi questa tradizione, ne senti la presenza quando ti capita di tornarci ?
Spero di sbagliarmi, ma sospetto che molto impegno nasca dalla constatazione di una crudeltà che riesce
a essere più spietata che altrove. Torino sa essere muta e scostante come soltanto certe città del nord, e mi pare che non sia riuscita a cogliere in pieno le potenzialità positive portate dai numerosi immigrati arrivati qui in tempi e ondate successive, contagiandoli anzi con la sua diffidenza fredda. Non è un caso, credo, che alcuni dei più arrabbiati sostenitori della Lega Nord a Torino siano di origini meridionali.
Se dovessi definire il tuo romanzo in una categoria, un genere, quale sceglieresti o le limitazioni ti stanno strette?
Non ho le basi culturali né, lo ammetto, la voglia di mettermi a pensare che genere di romanzo ho scritto. Mi piace il suono della parola noir, ma è più una questione sentimentale che altro.
Quali sono i tuoi scrittori preferiti e quali ti hanno influenzato di più, italiani o starnieri, viventi o del passato?
Ogni volta che rispondo a questa domanda mi capita di rileggermi e dire, ossignore, e quello perché non l’ho citato? E quell’altro? Che poi son cose che cambiano a seconda del momento storico, dello stato d’animo, delle circostanze. Direi comunque che il mio autore preferito in assoluto è Beppe Fenoglio. Lo leggo, lo rileggo e trovo sempre qualcosa da imparare, nonostante il suo stile sia del tutto diverso dal mio, o forse proprio per questo motivo. In ordine sparso e a botta calda, oggi ti direi Manchette, Erri De Luca, Lucarelli, Daeninckx, Foster Wallace.
La colpa e la redenzione sono temi importanti nei tuoi racconti e romanzi?
Il concetto di colpa mi pare estremamente interessante, soprattutto nel contesto di un paese smemorato e imbevuto di cattolicesimo come il nostro. Le volte che mi è capitato di parlarne con persone appartenenti a una cultura anglosassone ho spesso sentito la teoria per cui noi ‘latini’, per così dire, saremmo più corrotti per colpa dell’istituto della confessione. Facciamo qualcosa di male, corriamo dal prete, due pater ave gloria e torna tutto a posto. Quando ero in Inghilterra mi ci arrabbiavo molto, si sa che la nostalgia di casa rende patriottici. Il brusco ritorno mi ha costretta a rivedere parecchie cose. Di redenzione, devo ammettere, ne ho sempre vista pochina in giro.
Sei una persona curiosa? Di solito come ti documenti per i tuoi libri? Ami registrare testimonianze, scavare negli archivi, fare approfondite ricerche tramite internet?
Normalmente faccio ricerche su internet, credo come tutti. Mi piace molto sapere di cosa sto parlando, anche per evitare di dire stupidaggini, ma c’è da dire che mi capita di scrivere quasi esclusivamente di argomenti che mi interessano…
Da esordiente, c’è qualche esordiente che ti ha sorpeso, di cui ammiri il lavoro o magari invidi lo stile? Se dovessi promuoverne uno, non pensarci dimmi il primo nome che ti viene in mente.
Sarò campanilista, ma il primo nome che mi viene in mente è quello della collega di scuderia Silvia Tebaldi, che l’anno scorso ha esordito con un romanzo particolarissimo, “Vuoto Centrale”. È una storia evocativa e poetica, fatta di suggestioni e parole che rimangono impresse a lungo nella memoria.
Hai scritto numerosi racconti, genere che adoro, quali sono per te le qualità di un buon racconto?
Detto in confidenza, scrivere racconti per me è un po’ una tortura, e di solito preferisco il passo lento dei romanzi. Lo faccio per esercitarmi, quando ho voglia di complicarmi la vita o se ci sono progetti interessanti di mezzo. Direi comunque che un buon racconto deve saper rendere un’atmosfera in poche righe, avere personaggi tridimensionali e una storia che spicchi su qualsiasi esercizio di bello stile.
Ci sono progetti cinematografici per “Corpi Estranei”? Quali attori vedresti bene nelle parti di Mauro, Silvia e Alessia?
Non lo dico neanche sotto tortura! Sono molto scaramantica su queste cose e non ho pensato a nessuno dei protagonisti. Certo che, se mai si facesse un film tratto dal romanzo, proverei a insistere per avere Claudio Santamaria nei panni dell’agente Mongardi…
Raccontami un episodio bizzarro, divertente, inconueto accaduto durante una delle presentazioni dei tuoi libri.
Come spesso succede quando capitano domande di questo tipo, non mi viene in mente nemmeno un episodio. Beh, forse il ricordo della faccia compunta dei miei genitori alla presentazione genovese, quando il giornalista Raffaele Niri ha sparato una domanda a bruciapelo sulle scene di sesso in “Corpi Estranei”…
Che libro stai leggendo attualmente?
Non uno, ma due insieme (lo faccio spesso); La vita agra di Bianciardi, che vergognosamente non avevo ancora letto, e ‘Un contadino nella metropoli’, di Prospero Gallinari.
Attualmente stai scrivendo? Puoi anticiparci qualcosa sui tuoi prossimi progetti?
Sto scrivendo, sì, ma da buona superstiziosa non dirò nulla…
Ciao Sacha e benvenuto su Liberidiscrivere. Partiamo con il tuo identikit, sei nato a Grosseto nel 76, fai lo scrittore, so che sei una persona con un forte senso dell’umorismo e dell’amicizia, ami i ragni, vuoi aggiungere qualcosa?
Il gioco d’azzardo per alcuni può essere una malattia, una condanna, una dannazione. Non è una attività innocente, senza conseguenze. Si può perdere tutto: la posizione, l’impresa di famiglia, la casa, gli amici, la moglie, i figli, la stima di se stessi. Oltre a questo come se non bastasse si entra in contatto con individui equivoci, pericolosi, gente che ti presta i soldi magari per poi richiederti interessi che ti scavano dentro, ti distruggono completamente. E’ quello che succede al protagonista di Carenze di Futuro edito da Zona Editrice di Roberto Saporito, un noir insolito, breve, disperato, un noir in cui i demoni interiori deformano le vite dei personaggi crocifiggendoli e lasciandoli in balia di una vita senza futuro, persa, sconfitta. Ma la sete e la fame di futuro è un’ esigenza primaria, insita nell’uomo, se non avessimo la speranza o almeno l’illusione di un domani, di una risoluzione dei nostri guai, di un ipotesi di riscatto, moriremo mummificati. In questo noir potremo dire esistenziale tutte queste sensazioni vengono analizzate, corteggiate, e non sempre è il pessimismo a farla da padrone. No, il protagonista si ribella, accetta la sua condizione di disperato, di emarginato in una società che idolatra il successo e il benessere ma inizia una fuga, dagli usurai, dalle sue responsabilità, da tutto, una fuga che lo porterà dal Piemonte nel sud della Francia a fingere di fare il custode di un residence nella stagione morta. Qui sempre braccato, solo, arrabbiato con se stesso e con il mondo avrà modo di incontrare una donna, Sophie, anch’essa sola, tormentata da un passato misterioso e senza scampo. Ma il destino non fa sconti a nessuno, rema contro, separa i due naufraghi per sempre, non lasciando spiragli e al protagonista non resta che continuare la fuga da solo e a bordo di una sgangherata bici dirigersi verso Parigi, la città della sua giovinezza, di una donna amata e perduta, un’ oasi, un miraggio o per meglio dire l’ultima occasione che gli resta per guadagnarsi una fetta di futuro. Carenze di futuro, terzo romanzo di Roberto Saporito, è un romanzo si può dire breve, immediato, tagliente come una lama, che mette addosso un’ansia sottile un desiderio di punti fermi, di certezze. Scritto alternando la prima e la terza persona ci porta ad analizzare sia da dentro che da fuori una realtà scomoda, ma nello stesso comune, quotidiana. Pregio maggiore di quest’opera è l’essenzialità, ogni parola ha un suo perché, una sua funzione, un suo operare silenzioso e terminata la lettura si resta incerti, incuriositi, in attesa forse di una possibile seconda occasione.
Presentiamo ai lettori di Liberidiscrivere “Con la china in testa. Fumetto e memoria culturale. Per una lettura di Maus e Palestina” un saggio davvero interessante edito dalla Libreriauniversitaria.it della studiosa Cristina Greco che attualmente collabora con la Facoltà di Scienze della Comunicazione presso l’Università degli Studi di Roma “La Sapienza” e con la cattedra di Semiotica dove è tutor dell’area di ricerca sul fumetto e sul cinema di animazione. Attraverso l’analisi semiotica dei capolavori di Art Spiegelman e Joe Sacco, Maus che racconta la Shoa e Palestina che parla del conflitto arabo-israeliano, la Greco si sofferma sul fatto che il fumetto quando diventa graphic novel oltre ad affermarsi come vera e propria opera d’arte può raccontare un evento drammatico diventando un vero e proprio canale di rivalorizzazione della memoria culturale. Sfatando il preconcetto che il fumetto sia solo uno strumento di svago e di intrattenimento, è evidente che la portata di riflessione e approfondimento che si può raggiungere attraverso la scrittura di un racconto che unisce una parte visuale e una parte discorsiva è notevole. Le immagini e il testo verbale infatti interagendo generano un canale di comunicazione privilegiato che acquista il valore di testimonianza e invita a riflettere su temi seri e profondi che coinvolgono in prima analisi chi ha partecipato agli avvenimenti, ma anche chi si trova ad esserne spettatore. L’ Olocausto, la guerra, attraverso la tecnica del fumetto che non risparmia descrizioni di uccisioni, torture, martiri, ribellioni, prigionie vengono rappresentatati trasmettendo in via privilegiata tutto il carico di dolore e di morte anche se in tutta questa sofferenza non manca mai il discorso ironico che non tende certo a ridicolizzare quegli eventi, ma più che altro a mantenere viva l’attenzione del lettore. Le scelte stilistiche in questi tipi di testi sono principalmente mirate infatti a farne testi accessibili non solo agli appassionati, ma a chiunque si accosti anche per la prima volta al genere rendendo la sua comprensione più immediata e soprattutto con l’obbiettivo primario di ri-svegliare la coscienza del lettore.
Parigi, lungo Senna, 36 di quai des Orfrèves.
Ciao Nick e benvenuto su Liberidiscrivere! Parlaci un po’ di te e dell’ inizio del tuo interesse per la scrittura.
Grazie Dennis per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te, il tuo background, i tuoi studi.


Dal 4 febbraio è in edicola per il Giallo Mondadori “Bambole pericolose”. Vuoi parlarcene?
























