:: Intervista a Paola Ronco

19 febbraio 2010 by
cop_paola-roncoBenvenuta Paola, è un piacere per me ospitarti su Liberidiscrivere. Come prima cosa inizierei con le presentazioni. Descriviti ai nostri lettori, studi, abitudini, difetti, pregi. Raccontati come se fossi un personaggio dei tuoi libri.

Se fossi uno dei miei personaggi non descriverei quasi niente, cercherei di far capire che tipo sono nel corso della lettura. Dovendo andare di fretta, ecco, userei suggestioni sparse. Il rigore geometrico delle strade torinesi e il caos sfaccettato di certi vicoli a Genova. Una laurea inutile in storia medievale, un’irritante tendenza al nottambulismo e all’insonnia, l’insofferenza verso gli anziani che si lamentano sugli autobus. Scrivere, cucinare, camminare per ore, ridere al ristorante cinese insieme agli amici. L’arrabbiatura facile, il pianto non ne parliamo. Più pessimista che ingenua, a tratti contenta, rannuvolata variabile.

Quando hai iniziato a scrivere? C’è stato un momento preciso in cui ti sei detta quella sarà la mia strada?

Nessuna folgorazione sulla via di Damasco, nel mio caso la questione è stata graduale, un po’  come la maggior parte delle cose per me importanti. Da che mi ricordo ho sempre amato scrivere e raccontare storie. Da ragazzina tenevo un diario e mi piacevano le storie lunghe, un po’ fantasy; crescendo mi sono appassionata anche ai gialli, visto che mia madre ne aveva una bella collezione. Ci è voluta la permanenza in Inghilterra, dove ho passato quasi cinque anni, a farmi deviare decisamente verso scritture più forti, dalle sfumature nere. 

C’è qualcuno che ti ha particolarmente aiutata nel tuo esordio anche solo con consigli, incoraggiamenti e che vorresti ringraziare?

Non rivelo un segreto dicendo che questo romanzo non sarebbe mai nato senza l’incoraggiamento, i consigli e la generosità di Luigi Bernardi. È stato lui a leggere il mio ‘Corpo Estraneo’, il racconto che conteneva l’abbozzo delle vicende in cui è coinvolto l’agente Cabras, ed è stato lui a stroncarlo, suggerendomi di provare a farne qualcos’altro, e spingendomi a uscire da una dimensione ‘amatoriale’.

Hai pubblicato con Perdisa Pop il tuo romanzo d’esordio “Corpi estranei”, un romanzo duro, lucido, maturo, inconsueto per una ragazza di trent’anni. Parlaci della sua genesi e del processo che ha portato dall’originario racconto al romanzo.

Non so se si tratti di un romanzo inconsueto, di sicuro devo dire che a trentatré  anni non mi sento più tanto una ‘ragazza’… Come dicevo prima, ho cominciato a lavorare partendo da un corpo estraneo, declinato al singolare. Pensavo, agli inizi, di raccontare solo la storia di Cabras, trasformando il racconto in un romanzo breve; durante la stesura, però, sono spuntati i personaggi di Silvia e Alessia, e sono stata contentissima di assecondarli. 

Quando Luigi Bernardi ti ha detto che era pronto per la pubblicazione, quali sono stati i tuoi primi pensieri, eri felice, tesa, emozionata?

Un po’  tutte queste cose insieme, certo, con una grossa sfumatura di terrore puro. A differenza di molti aspiranti autori (troppi, se posso permettermi…), non ho mai visto la pubblicazione come il traguardo finale, la meta che annulla ogni altro obiettivo. È una cosa che è capitata, e sarei stupida se dicessi che non ne sono contenta, ma preferisco tenere i piedi per terra e guardare avanti.

So che ci tieni a dire che “Corpi estranei” è un romanzo a tutto tondo  e non un reportage giornalistico, un saggio, o un pamphlet di critica sociale, ciò non toglie che racchiude molti spunti di riflessione seria e articolata, il disagio giovanile, le forme di precariato diffuse in modo esponenziale, la violenza trattenuta a stento dai meccanismi di controllo sociale, la prevaricazione dei più forti sui più deboli, l’incertezza politica e sociale che caratterizza questi primi anni del nuovo millennio. Sei pessimista o la tua critica è tesa a provocare un moto di ribellione nel lettore?

Mi è già capitato qualche volta, durante le presentazioni che ho fatto, di sentirmi dire che noi trentaequalcosenni siamo passivi e incapaci di reagire, e che i personaggi del romanzo descrivono perfettamente, anche troppo, questo modo di essere. La riflessione successiva, a quel punto, si lega alla nostra incapacità di immaginare il futuro, come se fossimo condannati a un eterno presente precario.

Di solito me la cavo rispondendo che, se riuscissi a immaginare una via di fuga decente, scriverei un manifesto politico invece che un romanzo. Il fatto è che scrivendo non punto a crogiolarmi nelle mie tendenze pessimiste, ma neanche a cambiare il mondo: non sono così ambiziosa da pensare di poterlo fare. Mi parrebbe già un ottimo risultato riuscire a offrire un punto di vista differente, uno spunto di riflessione in più.

Solitamente gli scrittori amano proiettare se stessi in alcuni personaggi dei loro libri, mentre nel tuo caso ho avuto la forte sensazione che i personaggi femminili di Silvia e Alessia si discostino da te, correggimi se mi sbaglio.

A essere sincera credo di aver messo parti di me in tutti e tre i personaggi principali (ebbene sì, persino in Cabras). Poi è chiaro che nessuno di loro mi rispecchia veramente, nel senso che non ho inserito nessuna autobiografia mascherata. Certo è che, come Silvia, anch’io ho lavorato da precaria in un paio di agenzie di pubbliche relazioni. E, come Alessia, sono stata una studentessa universitaria impegnata e squattrinata. Le somiglianze finiscono qui; era la loro storia che volevo raccontare, non la mia.

Parlaci della tua Torino, in un certo senso scelta obbligata per l’ambientazione del tuo libro, dato che la conosci bene e ci hai vissuto molti anni. C’è qualche luogo privilegiato, qualche via, qualche viale che ami particolarmente, che ti trasmette sensazioni positive di pace, benessere?

Torino è la mia città, nel bene e nel male. Vivo a Genova dal 2007 e mi ci trovo benissimo, ma non posso dimenticare il posto in cui ho passato i primi venticinque anni della mia vita. Come tutti gli universitari di Palazzo Nuovo ho molti ricordi legati alla zona di via Po, ai suoi negozietti alternativi, ai bar dove passare i pomeriggi e alle pizzerie al taglio. Mi è sempre piaciuta piazza Vittorio, in ogni stagione adoro affacciarmi a vedere il fiume, proprio sopra i Murazzi. E poi le passeggiate in via Garibaldi, il meraviglioso mercato di Porta Palazzo, il Balon e la bellezza esagerata della Consolata, con i suoi ex voto e l’aria barocca; una chiesa in cui mi piacerebbe molto ambientare qualche scena di romanzo…

Torino ha una forte tradizione di impegno, di militanza, di attenzione per gli strati più marginali, mi riferisco all’Arsenale della Pace, al Gruppo Abele di Don Ciotti ed ad altre realtà impegnate nel sociale. Da cosa pensi derivi questa tradizione, ne senti la presenza quando ti capita di tornarci ?

Spero di sbagliarmi, ma sospetto che molto impegno nasca dalla constatazione di una crudeltà che riesce
a essere più  spietata che altrove. Torino sa essere muta e scostante come soltanto certe città del nord, e mi pare che non sia riuscita a cogliere in pieno le potenzialità positive portate dai numerosi immigrati arrivati qui in tempi e ondate successive, contagiandoli anzi con la sua diffidenza fredda. Non è un caso, credo, che alcuni dei più arrabbiati sostenitori della Lega Nord a Torino siano di origini meridionali.

Se dovessi definire il tuo romanzo in una categoria, un genere, quale sceglieresti o le limitazioni ti stanno strette?

Non ho le basi culturali né, lo ammetto, la voglia di mettermi a pensare che genere di romanzo ho scritto. Mi piace il suono della parola noir, ma è più una questione sentimentale che altro.

Quali sono i tuoi scrittori preferiti e quali ti hanno influenzato di più, italiani o starnieri, viventi o del passato?

Ogni volta che rispondo a questa domanda mi capita di rileggermi e dire, ossignore, e quello perché non l’ho citato? E quell’altro? Che poi son cose che cambiano a seconda del momento storico, dello stato d’animo, delle circostanze. Direi comunque che il mio autore preferito in assoluto è Beppe Fenoglio. Lo leggo, lo rileggo e trovo sempre qualcosa da imparare, nonostante il suo stile sia del tutto diverso dal mio, o forse proprio per questo motivo. In ordine sparso e a botta calda, oggi ti direi Manchette, Erri De Luca, Lucarelli, Daeninckx, Foster Wallace.

La colpa e la redenzione sono temi importanti nei tuoi racconti e romanzi?

Il concetto di colpa mi pare estremamente interessante, soprattutto nel contesto di un paese smemorato e imbevuto di cattolicesimo come il nostro. Le volte che mi è capitato di parlarne con persone appartenenti a una cultura anglosassone ho spesso sentito la teoria per cui noi ‘latini’, per così dire, saremmo più corrotti per colpa dell’istituto della confessione. Facciamo qualcosa di male, corriamo dal prete, due pater ave gloria e torna tutto a posto. Quando ero in Inghilterra mi ci arrabbiavo molto, si sa che la nostalgia di casa rende patriottici. Il brusco ritorno mi ha costretta a rivedere parecchie cose. Di redenzione, devo ammettere, ne ho sempre vista pochina in giro.

Sei una persona curiosa? Di solito come ti documenti per i tuoi libri? Ami registrare testimonianze, scavare negli archivi, fare approfondite ricerche tramite internet?

Normalmente faccio ricerche su internet, credo come tutti. Mi piace molto sapere di cosa sto parlando, anche per evitare di dire stupidaggini, ma c’è da dire che mi capita di scrivere quasi esclusivamente di argomenti che mi interessano…

Da esordiente, c’è qualche esordiente che ti ha sorpeso, di cui ammiri il lavoro o magari invidi lo stile? Se dovessi promuoverne uno, non pensarci dimmi il primo nome che ti viene in mente.

Sarò  campanilista, ma il primo nome che mi viene in mente è quello della collega di scuderia Silvia Tebaldi, che l’anno scorso ha esordito con un romanzo particolarissimo, “Vuoto Centrale”. È  una storia evocativa e poetica, fatta di suggestioni e parole che rimangono impresse a lungo nella memoria.

Hai scritto numerosi racconti, genere che adoro, quali sono per te le qualità di un buon racconto?

Detto in confidenza, scrivere racconti per me è un po’ una tortura, e di solito preferisco il passo lento dei romanzi. Lo faccio per esercitarmi, quando ho voglia di complicarmi la vita o se ci sono progetti interessanti di mezzo. Direi comunque che un buon racconto deve saper rendere un’atmosfera in poche righe, avere personaggi tridimensionali e una storia che spicchi su qualsiasi esercizio di bello stile.

Ci sono progetti cinematografici per “Corpi Estranei”? Quali attori vedresti bene nelle parti di Mauro, Silvia e Alessia?

Non lo dico neanche sotto tortura! Sono molto scaramantica su queste cose e non ho pensato a nessuno dei protagonisti. Certo che, se mai si facesse un film tratto dal romanzo, proverei a insistere per avere Claudio Santamaria nei panni dell’agente Mongardi…

Raccontami un episodio bizzarro, divertente, inconueto accaduto durante una delle presentazioni dei tuoi libri.

Come spesso succede quando capitano domande di questo tipo, non mi viene in mente nemmeno un episodio. Beh, forse il ricordo della faccia compunta dei miei genitori alla presentazione genovese, quando il giornalista Raffaele Niri ha sparato una domanda a bruciapelo sulle scene di sesso in “Corpi Estranei”…

Che libro stai leggendo attualmente?

Non uno, ma due insieme (lo faccio spesso); La vita agra di Bianciardi, che vergognosamente non avevo ancora letto, e ‘Un contadino nella metropoli’, di Prospero Gallinari.

Attualmente stai scrivendo? Puoi anticiparci qualcosa sui tuoi prossimi progetti?

Sto scrivendo, sì, ma da buona superstiziosa non dirò  nulla…

:: Intervista a Sacha Naspini

18 febbraio 2010 by
i%20cariolantiCiao Sacha e benvenuto su Liberidiscrivere. Partiamo con il tuo identikit, sei nato a Grosseto nel 76, fai lo scrittore, so che sei una persona con un forte senso dell’umorismo e dell’amicizia, ami i ragni, vuoi aggiungere qualcosa?

Boh, che ti dico. Mi piacciono i viaggi lunghi, il vino nero d’inverno e quello bianco d’estate, correre un’ora al giorno in qualunque posto mi trovi, sventrare nell’ascensore chi ascolta il pop italiano melenso… Queste cose qui, come tutti. Sono una persona normale.

Di carattere sei un ribelle o uno che ama il quieto vivere?

Amo il quieto vivere a modo mio. Non lo so se sono ribelle, ma poco rilassato di sicuro. Coltivo con attenzione la mia intolleranza quotidiana, e questo momento storico mi mette alla prova ogni minuto. Non riesco a stare staccato dalle cose che mi succedono attorno, e se trovo un crepa dove mi infurio, mi ci ficco a testa bassa senza problemi. Accendi la televisione, e dimmi come fai a non ribellarti a TUTTO. Se non lo fai e ti va bene, sei un cretino, stop. Ieri sera ho acceso sull’uno e mi sono ritrovato davanti le prime note di Pupo a Sanremo. Alla fine della “canzone” ero pronto a partire con un cinturone caricato a molotov per incendiare la città. Quella “canzone” è pura e semplice incitazione alla violenza. Se poi cascano le statuette dal cielo, ci si lamenta anche.

C’è stato un giorno che ti sei detto “Beh, da domani farò lo scrittore”, o è stato un processo graduale?

È sempre successo, fin da quando ero bimbo. Sto ancora cercando di capire a chi affibbiare la colpa. Perché lo sai, vero: quando si affibbia la colpa a qualcuno, poi si vive cento volte meglio.

Quale è stato il tuo primo lavoro che hai pubbicato e quanto è stato difficile trovare un editore?

Il mio primo romanzo è stato L’ingrato, che ho pubblicato con Effequ. È uscito nel marzo del 2006, ma io mi trovavo in Inghilterra. Dall’invio del testo, non dovetti attendere molto, Fernando Quatraro mi chiamò dopo pochissimo tempo, forse neanche venti giorni. È cominciata così. Ma già pubblicavo racconti da un paio d’anni.

Pensi che in Italia si possa vivere di scrittura o è ancora un settore di elite?

Certo che è possibile vivere di scrittura – specie se la intendi a tuttotondo: collaborazioni di vario genere con giornali e sceneggiatori, laboratori, poi ci sono le pubblicazioni… Io non mi pongo il problema delle elite: lavoro, faccio il mio. Si dice che uno scrittore a quarant’anni è sempre un “giovane” scrittore. Ho appena passato i trenta, quindi sono nella fase degli ormoni e del corpo in fiamme. E come ogni buon adolescente con la testa bacata, non me ne frega niente di elite e robe così. Poi bisognerebbe capire per bene cosa intendi con “elite”.

Hai spaziato dall’horror al noir senza farti mancare spruzzi di esistenzialismo. C’è un genere che prediligi e in cui ti senti di dare il meglio?

In realtà  non ho mai scritto un horror in vita mia, né un noir inteso nel senso stretto. Non mi interessano i mostri o i commissari che devono risolvere un caso – almeno, per ora è così. Quel che mi interessa sono le suggestioni che possono trapelare qua e là volando attorni ai bordi dei generi. Ma poi anche Stephen King, per dire uno che ha sfondato un pochino, si definisce lui stesso “Scrittore di emozioni”, o un cosa così. Se proprio dobbiamo dire dove sguazzo meglio, credo che sia nelle miserie umane. Il mio obiettivo è sempre un po’ quello di provare a mettere in discussione le certezze – o quelle che ci passano per tali. Insomma, destabilizzare. Far crollare il castello di carte.

I “Sassi” diciamo è il tuo romanzo più “classico” se mi perdoni il termine, un noir che ti ha fatto accostare a Scerbanenco, ambientato nel mondo degli antiquari, con un finale spiazzante che mi guardo bene da anticipare. Puoi parlarcene?

I sassi è il romanzo più contaminato che ho scritto, su vari versanti, e con la trama forse più intrigata. L’ho buttato giù di getto in un paio di settimane dopo il mio primo viaggio a Praga, tenendo su quella suggestione lì. Volevo scrivere una storia sulla vendetta cieca, di chi vuole riappropriarsi del suo posto nel mondo, del suo ruolo, della sua vera identità. Si va avanti e indietro nel tempo, nell’arco di trent’anni, alla ricerca di questa cosa. È una storia che consiglio caldamente a chi ha qualche conto in sospeso importante.

Ora dimmi qualcosa su “I Cariolanti” per la Elliot Edizioni. Una casa editrice importante per un libro difficile, estremo, poco rassicurante, se vogliamo dire proprio inquietante. Come è nato il personaggio di Bastiano?

Bastiano mi è venuto a trovare un anno fa, forse proprio di questi tempi. La prima bozza de I Cariolanti l’ho buttata fuori in cinque giorni di scrittura intensa. Quello che mi ha subito preso di più, è stata la spontaneità della voce che mi stava uscendo, che aveva una sua struttura per così dire “anomala”, ma mi partiva proprio da in fondo alle budella e io non ci potevo fare niente. Partendo da quell’intonazione lì, la storia è venuta giù da sola, con una sua compagine solida. Mentre scrivevo, mi veniva solo chiesto di abbaiare sulle pagine per come sentivo dentro, di avere il coraggio di avere coraggio e continuare per la mia strada. Alla fine è saltato fuori un romanzo tagliato bene, ma che doveva trovare una casa altrettanto coraggiosa dove abitare. Elliot – e con l’entusiasmo di Massimiliano Governi – se ne è presa cura in modo totale.

Raccontami una tua giornata tipo dedicata alla scrittura, hai riti, pratiche scaramantiche, abitudini? Ti piace scrivere ascoltando musica?

No, niente musica, mi dànno fastidio anche gli uccellini che cinguettano davanti alla finestra. E non ho riti, né pratiche strane. Mi bastano le sigarette, un po’ di umanità fuori dalle scatole e posso cominciare a lavorare tranquillo.

Oltre che scrittore sei anche musicista. Parlaci del tuo gruppo. Scrivi anche canzoni? Dimmene alcuni versi.

Per il momento ho stoppato, che altrimenti mi servivano giornate di quaranta ore. Ma è strano come accadono le cose: fermo i lavori, e arriva giusto giusto un buon contratto, proprio in questi giorni. Prima di dire che magari se ne riparla più avanti ci ho pensato un po’, perché la musica mi piace, io le ho dato molto e lei troppo poco. Ma è proprio il mercato musicale underground che fa acqua, proprio come certe realtà editoriali, quindi la musica in sé non c’entra niente, sono gli squaletti che se la mettono all’occhiello a farla diventare brutta. Se scrivo canzoni, mi dici. Ne ho scritte, certo – sennò uno che impara a suonare a fare? Ho all’attivo una cosa come circa duecento pezzi, musicati e arrangiati. Solo una piccola parte di questi sono s
tati pubblicati, diciamo una cinquantina o giù di lì. Poi ci sono i pezzi strumentali, che sono forse altrettanti, se non di più. Ho collaborato per dei documentari, e mi sono divertito un sacco. Per quanto riguarda i versi no, dài, così è brutto, si fa la figura ignobile della Clerici con Morgan. Se cerchi in rete, qualcosa trovi.

Quanto incide la musica sul tuo scrivere?

Forse incide il senso musicale che ho appreso in quasi vent’anni di composizione e scrittura. La cadenza, gli appoggi, ma non è che li ragiono, ormai vado in automatico – e poi non è detto che se funzionano a me, funzionano anche per chi legge. Ma la cosa più importante che ti insegna lo scrivere in musica, è forse la cura del non detto, del sottotesto, e di quanto si può espandere la parola su una progressione armonica, come cambia anche il senso, come si amplifica, volendo. Questo è molto utile per chi scrive storie.

Quali sono i tuoi scrittori preferiti e quali ti hanno maggiormente influenzato?

Non lo so, immagino quelli che rileggo più spesso. Sono uno che a periodi legge veloce e molto, ma sempre per la questione “tempo”, devo fare dei compromessi: o leggo o scrivo. Quindi a volte mi blocco proprio. Nel fiume che mi lascio dietro, alcune pepite sparse possono essere Calvino, Fante, Palahniuk, Pollock, Kristof, Carver, Pullman e boh, forse altri cento.

Ci sono molte ragazze toste che stanno esordendo nella narrativa, ti senti un po’ spiazzato dalla loro grinta o ami le sfide?

La sfida mi piace, ma in questo caso non ce la vedo proprio: che siano donne o uomini, per me cambia poco. E poi sfida per cosa? Sulle vendite? I testi? Mi sembrerebbe un po’ triste… Semmai sono contento se viene pubblicato qualcosa di bello, così me lo leggo e vedo se c’è da imparare qualcosa.

Che ruolo svolge internet nella ricerca e nella promozione dei tuoi libri?

È senz’altro uno strumento utile, che ti offre l’opportunità di entrare in contatto con i lettori, cosa importante e bellissima. Gente che poi magari ti ritrovi fisicamente alle presentazioni, e con cui dopo ti bevi una birra, parli un po’.

Che libro stai leggendo in questo momento?

Ho finito da poco L’umanità, di Emiliano Gucci, compagno di scuderia in Elliot, nella collana Heroes. L’umanità è un libro che consiglio sinceramente, ed è stato il primo testo che ho letto di Gucci, adesso mi dovrò procurare anche gli altri. È una storia apparentemente “piccola”, senza grandi scossoni, ma in realtà ti si muove sotto ai piedi. È l’abilità di uno scrittore che sa raccontare le cose piccole in un modo grande. E questo modo grande è soprattutto la voce che usa Gucci, affilata, senza possibilità di equivoco, ma lasciando aperta la borsa emozionale, sempre. Insomma, un bel libro, davvero. Una decina di giorni fa scrissi a Emiliano che gli avrei detto cosa ne pensavo, ma non ho mai avuto tempo. Be’, ne ho approfittato qui. Adesso sto leggendo Le braci.

Sacha e la critica. Più gioie o dolori? Quale è la recensione che in assoluto ti ha fatto più felice leggere?

Di recensioni ne ho ricevute molte e ognuna, a modo suo, è la migliore. Forse quelle che mi hanno lasciato di più senza fiato sono state quelle di Ermanno Paccagnini sul Corriere della Sera e di Valeria Parrela per Grazia. Ma anche vedermi sulle pagine de Il mucchio a firma di Carlotta Vissani e su Il Venerdì di Repubblica con la Pingitore, è stata una bella sensazione. Una cosa che ricordo veramente bene, è l’entusiasmo con cui Loredana Lipperini mi ospitò a Fahrenheit. Dopo scrisse de I Cariolanti sul suo blog Lipperatura, e anche quella è stata un’emozione pazzesca.

Ti piace la poesia? Quali sono i tuoi poeti preferiti, inclusi anche i musicisti che hanno scritto canzoni particolarmente significative?

La poesia mi piace anche, ma deve avere il cazzo dritto. Quelle robe sulla primavera, i tuoi occhi algebrici e l’epocale tristezza della mia anima davanti al mare, mi fanno spavento. Davvero, lo giuro: ci vuole niente a scrivere una poesia. Invece ci vuole un bel po’ d’anima carica a scrivere una poesia che non sappia solo di lamento – o estasi, che poi è uguale. Ci vuole vita fatta, non ci sono storie. E forte senso del testo. E quell’altra cosa là che non si spiega. Sulla musica è più facile, a volte sono anche “fortuite” combinazioni. Ma chiaramente non nel caso di poeti come De Andrè, certo, ma anche Gaber, Guccini, Agnelli, Gaetano, Edda, Ferretti…

Nella tua carriera ci sono stati errori che hai commesso che con l’esperienza non rifaresti più?

Assolutamente sì. Alcuni anche veramente pesanti, come accettare collaborazioni che ti mettono comunque in evidenza, per dei soldi. Per dirla alla povera: marchette. Ma d’altronde anche alcuni grandi ne hanno fatte, se lo faccio anch’io non do noia a nessuno. Chiaramente ora basta.

Raccontami un episodio divertente avvenuto durante una presentazione di un tuo libro. Se non te ne venisse in mente nessuno, anche una barzelletta andrebbe bene.

Le barzellette le elimino dalla testa un momento dopo che ho finito di ridere – se ci ho riso. Di episodi divertenti non me ne viene manco uno. Di solito quando ci si diverte io sono da un’altra parte.

Definiscimi il noir.

E te dài con questo noir… Non si sente parlare d’altro. Ultimamente è proprio un pallino generale, te lo definisco così: come girare e rigirare il cucchiaio in un piatto di minestra. Alla fine si fredda, eh. (I noiristi non se la prendano, scherzo)

Se Dario argento girasse “I Ragni”che effetto ti farebbe?

Strano, perché sarei veramente curioso di sapere come ha fatto a fare un film da un racconto di tre cartelle, come lo ha sviluppato, e se davvero – dio gliene sarebbe veramente grato, molto più di satana – ha trovato un buon addetto agli effetti speciali, nonché attori che almeno sappiano simulare uno starnuto.

Stai lavorando ad un nuovo libro? Puoi anticiparci qualcosa?

Certo. Sono in fase di atterraggio con il nuovo romanzo per Elliot. In questi mesi ne ho scritti due, questo è il terzo. Gli altri li ho messi un attimo da parte, perché quando è arrivato questo ha spezzato le ginocchia a entrambi e mi ha chiesto di vivere solo per lui, e così sto facendo. L’ultimo bisturi, comunque, è di Massimiliano Governi. Parallelamente sto scrivendo un testo sui Noir Désir che mi ha commissionato Luigi Bernardi, per Perdisa, entrerà nella nuova collana Rumore Bianco. Inoltre proprio in questi giorni sto dando dei colpetti di finitura al racconto La comune dei sentimenti, che farà parte del Best Off 2011 di Minimum Fax.

Senza Marco Piva, che mi ha detto che in fondo sei un bravo ragazzo, non avrei mai avuto il coraggio di conttattarti. Digli qualcosa per ringraziarlo, o minaccialo come farebbe il Greco de I Sassi nel caso non ti fossero piaciute le mie domande.

Marco, Marco, Marco. Tu non sai quanto è sfortunato questo nome accostato a quello del Greco. Povero ragazzo mio, riuscirai ad arrivare all’incontro di Mantova? Spero di non trovarti nella hall di un hotel, sotto a un mucchio di Corpi Freddi…

:: Intervista a Franco Limardi

17 febbraio 2010 by

L1340564Benvenuto Franco su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato la mia intervista. Racconta qualcosa di te ai nostri lettori. Chi è Franco Limardi?

Grazie a te Giulia e a Liberidiscrivere per l‘ospitalità che mi viene offerta. Inizi subito con una domanda difficile… devo declinare le mie generalità o le mie singolarità, come dice Paolo Conte?  Battute a parte questa è veramente una domanda a cui non so rispondere: un insegnante che fa anche lo scrittore, uno scrittore che s’intrufola a scuola tutte le mattine…diverse altre cose, nessuna trascurabile e nessuna importante… forse sarebbe meglio chiederlo a qualcuno che mi conosce, quello che potrei dire io credo sarebbe parziale e forse auto compiacente.

Parlaci del tuo primo amore l‘insegnamento. Sei un professore di un Istituto superiore, molto amato dai giovani. Lo vedo dai messaggi che ti inviano. Come si crea questo rapporto di fiducia e rispetto?

Devo essere sincero: la scuola non è  il mio “primo amore” come lo chiami tu, anzi per dirla tutta, se da giovane mi avessero detto che avrei fatto questa professione, sarei scappato; diciamo che poi la vita provvede a farti rivedere i tuoi piani e le tue intenzioni e così mi sono “ritrovato” a fare l’insegnante, spero in modo dignitoso e utile per i miei studenti, ma non sono sicuramente all’altezza di tanti insegnanti molto più preparati di me. Con i ragazzi c’è un rapporto di estrema chiarezza e, soprattutto, non faccio finta di essere uno di loro, oppure il loro padre aggiunto o, peggio ancora, un loro amico; sono uno che ha il compito di aiutarli a crescere e che passa con loro una parte della giornata, spero in modo costruttivo, sanno che possono contare su di me, perché per un “difetto costituzionale” non tiro fregature, così si stabilisce, il più delle volte quel rapporto di cui mi chiedi. L’insegnamento è un mestiere a volte gratificante, impegnativo, che costringe chi vuol farlo al meglio ad ascoltare i ragazzi e rimanere vigili sulla realtà che loro vivono, che è quella presente e, in nuce, futura; è un lavoro che ti porta in mezzo alle persone e per chi scrive, c’è un bisogno vitale di questi bagni di umanità.

Insegni letteratura italiana, avrei letto molti temi dei tuoi alunni. Da cosa pensi si riconosca il talento narrativo?

Vedi, nelle scuole in cui io insegno si bada al concreto, al pratico. Di solito i ragazzi non amano assolutamente leggere, figurati scrivere, così, come lettore, sono abituato a leggere narratori già “patentati”, scrittori che hanno capacità e strumenti, tecniche già assodate e certificate. Posso dirti che come misura della capacità narrativa altrui, ho il metro del “rapimento”, nel senso che quando non riesco a staccarmi dalla pagina, quando leggo e rileggo delle frasi, quando sono attraversato dalle emozioni, allora ho la convinzione di trovarmi di fronte ad un grande narratore.

Quali libri consiglieresti di leggere ai tuoi ragazzi, gli stessi che hanno formato te negli anni giovanili?

Da ragazzo sono stato ( lo sono tuttora) un lettore disordinatissimo, tanto che non ho seguito alcun tipo di “canone”. Andavo a fiuto, m’innamoravo di un autore per averci “inciampato” casualmente; poi mi bevevo tutto ciò che trovavo di quello scrittore. Da ragazzo ho letto Poe, Buzzati, Pasolini, Jan Potocki, Mary Shelley, Anthony Burgess, Calvino, Malaparte, Hesse, Salgari, Conrad, Pavese e un mucchio di altri che adesso non mi vengono in mente, compresa una quantità industriale di fumetti d’autore; per farti capire, il primo volume di comics che ho comprato con i miei risparmi fu “La ballata del mare salato” che è un romanzo a tutti gli effetti. Ah! Ero un divoratore dei libri di Sven Hassel…e voglio vedere se c’è qualcuno che se lo ricorda…Tornando alla domanda, provo a suggerire loro dei libri, con esiti il più delle volte sfortunati. Avevo trovato un libro di Primo Levi intitolato “La chiave a stella”in cui compariva la figura di Faussone, un operaio specializzato, un mago della messa in opera di impianti sofisticatissimi e pensavo che a dei futuri periti meccanici potesse interessare, invece…è andata meglio un altro anno, con un’altra classe a cui ho proposto “Il diavolo sulle colline” di Pavese…sono imprevedibili…soprattutto però i ragazzi, in generale,  non hanno nessuna abitudine alla parola scritta, di nessun tipo.

Sei uno scrittore di noir. Come è nato il tuo amore per la scrittura e per questo genere particolare di letteratura?

Mi è sempre piaciuto “ascoltare” storie, leggerle e, a quanto dicevano i miei insegnanti, mi risultava facile scrivere, così ad un certo punto ho pensato che potevo inventarmele io le storie, soprattutto quelle che mi sarebbe piaciuto leggere o “ascoltare”. Più avanti negli anni, mi sono accorto che scrivere è, inevitabilmente, scrivere per gli altri, cercare cioè di darle agli altri le storie che inventi, perché scrivere per sé è una situazione sterile e frustrante. Gli altri, poi, ti danno anche la misura della tua capacità, della legittimità delle tue aspirazioni di autore o, almeno per me, di “contastorie”. Le storie noir, quelle dell’Hard Boiled americano o del Polar francese mi sono sempre piaciute per la loro visione della esistenza umana e dei rapporti sociali che esistono nella nostra società, ma autore noir mi ci sono un po’ “trovato”. Quando DeriveApprodi ha pubblicato il mio primo romanzo, dall’ufficio stampa della casa editrice mi mandarono la locandina di lancio del libro e la scritta recitava “Un autore emergente del noir”, così mi sono detto “Ah!…sono un autore noir…oh, va bene, mi piace!”. Adesso, più semplicemente dico che mi interessa, mi piace raccontare un certo tipo di storie, che vengono definite “noir” ma non sto lì a controllarmi mentre scrivo se ciò che racconto e come lo faccio rientri nei canoni del genere o meno.

Hai esordito nel 2001 con il noir “L’età dell’acqua” (DeriveApprodi). Come è nato questo libro? Raccontaci la tua strada verso la pubblicazione.

Il romanzo nacque un paio di anni prima, una storia molto compatta e tirata, una specie di blocchetto, un cubetto di porfido strappato alle strade di Roma che mi andava di lanciare, nemmeno io so bene dove o contro chi. Avevo accumulato una serie d’impressioni, di immagini della città e della gente che ci viveva che si erano coagulate poi nei cinque personaggi del libro. La scrittura è sicuramente molto “sporca”, praticamente non feci editing, salvo che per correggere gli errori più banali; poi diedi da leggere il romanzo ad un amico, Giuseppe “Joe” Giustini e fu lui a suggerirmi di spedirlo al  Premio Calvino. Arrivare tra i primi tre finalisti fu una sorpresa assoluta per me. Poi il romanzo arrivò a Luigi Bernardi e, grazie a lui, a DeriveApprodi che lo pubblicò. Devo dire di essere stato veramente fortunato a poter “saltare” tanti gradini e arrivare direttamente
alla pubblicazione.

Va di moda definire il “noir”. Puoi darmene una tua personale definizione?

No, credo di non essere in grado, anche perché ci sono state decine di dibattiti, convegni, interventi e articoli e stiamo ancora qui a chiederci cosa sia questo “Noir”. Io stesso ho partecipato a diversi dibattiti, l’ultimo a Roma pochi giorni fa nel ambito di Roma noir 2010 e devo confessarti che speravo di avere io stesso una qualche risposta definitiva, ma non c’è stata. Anche perché poi, alla fine, in questa non definizione, ci si può mettere tutto e il contrario di tutto ed è un contenitore comodo e, come dici tu, di moda. Poi, penso anche che ormai questo tentativo di definire i caratteri del genere sia diventato, a suo modo, una sorta di genere, nel senso che ci si esercita a tentare di definire per il gusto di farlo o perché è, in qualche modo, d’obbligo interrogarsi sul genere in ogni presentazione o in ogni incontro tra autori, tanto poi si sa che non si arriva mai ad una risposta definitiva…

Io sono una grande appassionata di Cornel Woolrich, definito da alcuni il “maledetto” e sicuramente uno dei più neri scrittori di sempre. In cosa pensi i vostri stili si somiglino?

Caspita! Ma lo dici tu che il mio modo di scrivere assomiglia a quello di Woolrich? Sarebbe un grandissimo complimento, perché io non mi azzarderei mai a mettermi sullo stesso piano…Woolrich è un autore che mi piace molto, soprattutto per quel senso del destino, della ineluttabilità della sorte dei suoi personaggi che, secondo me, dà ai suoi romanzi un tono epico, ma di una epicità dimessa, dolente. I suoi personaggi sono degli sconfitti, probabilmente sanno con certezza di esserlo, tuttavia percorrono la loro strada fino in fondo, per un profondo senso di dignità, per mantenere fede ad un impegno che hanno preso; pensa per esempio ad “Appuntamento in nero”. Quanto allo stile c’è da dire che confesso di averlo letto solo in italiano e questo sai quanto tolga alla percezione del valore più pieno del modo di scrivere di un autore straniero.

Quali sono i tuoi scrittori preferiti non solo noir e quelli che ti hanno influenzato maggiormente?

Qualcuno l’ho già citato rispondendo ad una domanda precedente; sicuramente Manchette, McCarthy, Bunker, Fante, Marias, Houllebecq, lasciamo da parte i classici, dell’Ottocento…la Yourcenar, Mishima, Celine, Durrennmatt, Hrabal e Kafka, Svevo, Orwell, Vonnegut. Ho pudore a dire che mi hanno influenzato, significherebbe dire che possiedo uno stile paragonabile ai loro e non spetta a me dire se effettivamente ho questo stile oppure no.

Ti piace il noir americano degli anni 50’? O preferisci le gangster story americane degli anni 30’?

Facciamo una via di mezzo. Mi piacciono le storie degli anni ‘40 hanno il sapore della transizione, soprattutto quelle ambientate subito dopo la guerra, anche se in mente mi vengono soprattutto film, come “Giungla d’asfalto” o i comics come “Rip Kirby”

Chandler o Hammett?

Eh…bella lotta. Diciamo Hammett, però in questo giudizio sono influenzato dalle vicende biografiche dei due autori. Non che Chandler abbia avuto una vita facile e la sua dose di “maledizione” l’aveva anche lui, ma Hammett, con quello che ha subito durante il Maccartismo…insomma mi sta più simpatico. Bella lotta però!

So che sei un grande appassionato di cinema e che apprezzi la narrazione cinematografica, quanto c’è di cinematografico tra virgolette nei tuoi libri?

Credo molto, anche perché le mie scuole di scrittura creativa sono state delle scuole di sceneggiatura. Ho imparato prima a scrivere per lo schermo e poi, successivamente, per la pagina, portando però sul foglio un’impostazione decisamente visiva. Io penso per immagini, nel senso che “vedo” i miei personaggi agire, e parlare tra loro, poi cerco di descrivere le loro azioni o i loro dialoghi, cercando di trovare “la” parola, quella che da sola riesca a trasmettere esattamente il significato che io credo ci sia in un gesto, in uno sguardo, in un silenzio o in una parola. Forse la mia preoccupazione più grande quando scrivo, è di asciugare il testo il più possibile, fino a raggiungere, quando possibile, questa “parola”. Forse in questo sono poco letterario e, probabilmente, la mia scrittura a molti sembrerà povera.

“I cinquanta nomi del bianco” pubblicato da Marsilio, nella sua collana “Le farfalle – i gialli” è risultato finalista allo Scerbanenco e mi pare di essere stata io stessa a dirtelo se non ricordo male. Te lo aspettavi? Che cosa hai provato quando l’hai saputo?

Si, credo sia stata tu a comunicarmi la notizia. No, a dir la verità non me lo aspettavo, anche se pure il precedente romanzo “Anche una sola lacrima” era riuscito a entrare nella fase finale del Premio nel 2005. Ho provato contentezza alla notizia e seguendo le votazioni della giuria popolare, ho avuto la soddisfazione di trovarmi con un discreto numero di voti, e dei giudizi positivi; “I cinquanta nomi del bianco” non è stato molto fortunato poi, nel senso che non ha incontrato assolutamente il favore dei componenti della giuria “tecnica”, tanto che da loro non ho avuto nemmeno un voto; eppure non mi sembrava che fosse così male, in fondo…

Hai pubblicato con Perdisa la raccolta di racconti “Lungo la stessa strada”. Quale è il segreto per scrivere un buon racconto?

Eh…un’altra bella domanda…non saprei, anche perché qui da noi, non c’è una attenzione verso il racconto, così che è difficile mettersi alla prova e sperimentarsi, correggersi e individuare la giusta misura, le giuste dimensioni. Luigi Bernardi mi ha detto spesso che sono logorroico nei miei racconti: infatti quando ho scritto quello per la raccolta “Lama e trama 4”, non so come Luigi, Zona e Silvia Tessitore abbiano resistito alla tentazione di tagliarlo.  A parte le battute, credo che dietro un racconto ci debba essere comunque un’idea forte, un’idea solida, qualcosa che renda credibile e “ascoltabile” ciò che stai scrivendo. Una volta lessi su una rivista, legata ad una casa editrice che promuove i suoi autori, un insopportabile racconto sul ricordo di un trasloco e tutto si basava sul fatto che uno dei trasportatori, trovava in garage un vecchio motorino scassato e da lì in poi, giù con uno sbrodolamento di melanconici flashback assolutamente personali, tra rimembranze scolastiche e primi turbamenti adolescenziali, poi il narratore-protagonista, provava a metterlo in moto senza riuscirci, così che quando il giovanotto di fatica chiedeva di poterselo prendere, il nostro glielo concedeva di buon grado e allora, inaspettatamente, il motorino, subito, partiva…grandi misteri dell’esistenza! Sicuramente c’era un significato profondo, io, grezzo come sono non l’ho capito, e allora la rivista ha attraversato volando la stanza, accompagnata da un sano improperio. Tanto per sintetizzare: scrivo racconti quando la mia idea deve essere, necessariamente, costituzionalmente, breve, incisiva e, anche in grado di coinvolgere chi legge.

So che Luigi Bernardi ti apprezza molto. Raccontami qualche episodio divertente che lo riguarda.

Una volta dovevamo incontrare un gruppo di appassionati di enogastronomia, nell’ambito di una manifestazione che combinava letteratura e buo
n cibo. Credo che i partecipanti fossero del tutto disinteressati ai nostri libri e aspettassero solo che ci togliessimo di torno per poter stappare in santa pace una mezza dozzina di vini diversi. Luigi, che peraltro è astemio, gli sparò a bruciapelo un “Io bevo cocacola e di solito vado a mangiare al fastfood…” Credo che si sia impressionato vedendo le facce smarrite di quella gente, tanto che ha detto subito dopo uno “Scherzo…” anche se aveva un ghignetto divertito. Poi siamo fuggiti e quando siamo andati a cena, poco dopo, il maitre con aria compresa ci ha detto “Posso consigliare ai signori un robusto rosso di produzione locale?” Credo si stia ancora chiedendo perché ridessimo.

Non vorrei essere eccessiva ma dai tuoi libri traspare una sorta di nichilismo, un pessimismo corrosivo e affatto rassicurante. Mentre al contrario sei una persona divertente e solare. Come spieghi questa incongruenza?

Colpa della mia schizofrenia galoppante… scherzo (scherzo?!). Quello che hai percepito è esatto: io ho una visione pessimistica della esistenza e della natura umana, e l’osservazione della realtà mi conferma questa convinzione. Mi piace la definizione di nichilista, perché il nichilista, contrariamente ai pregiudizi è, a mio avviso, non tanto un distruttore, quanto, soprattutto, uno in grado di vedere oltre la retorica e gli inganni. Detto questo però, apprezzo moltissimo l’ironia e l’umorismo; mi piace poter ridere in maniera intelligente, mi fa piacere stare insieme agli amici e ridere con loro, mi piace scherzare e tra le mie letture che ricordo con più affetto, ci sono due libri umoristici di Jerome K. Jerome, “Tre uomini in barca” e “Tre uomini a zonzo”. Ancora oggi se rileggo “Come zio Podger attaccava un quadro” posso cadere dalla sedia per le risate. Una volta invce, ho provato a leggere Woodhouse…è stato un dramma…

“Anche una sola lacrima” è un noir davvero tosto. Lorenzo Madralta è davvero un personaggio singolare, ricco di sfaccettature, ma sicuramente non uno che si voglia rendere simpatico. Come è nato questo personaggio?

Proprio partendo dalla sua misantropia. Mi piaceva descrivere un personaggio che, apparentemente, avesse fatto una scelta definitiva di distanza dagli altri; uno capace di rinunciare agli affetti, all’inserimento in un ambiente sociale o di lavoro, una specie di chirurgo dei sentimenti che era riuscito ad amputare quella parte di sé che lo rendeva vulnerabile. Lorenzo è uno che ha visto in faccia la realtà e decide di non caderci più; vive, ma a modo suo, appartato e senza concedere sconti né a sé né a gli altri. Anche il suo cognome non è scelto a caso: Il cognome Madralta non esiste in Italia, non c’è nessun Madralta, il cognome è la “italianizzazione” della parola gaelica Maadr’alta, che significa “cane randagio” o “lupo”. Mi piaceva questo eroe antipatico, questo protagonista che gioca con i suoi lettori a carte scoperte, conquistandosi, credo, pagina dopo pagina, l’affetto. Ho scoperto poi che questo antipatico è piaciuto molto al pubblico femminile, chissà perché?

Che libro stai leggendo attualmente?

Guarda, tu non ci crederai, ma sto leggendo proprio Woolrich “La sposa in nero”. Avevo visto, tanto tempo fa, il film di Truffaut, ma non avevo mai letto il romanzo; l’ho trovato pochi giorni fa in libreria e così…poi passo a Hugo, “L’uomo che ride”.

Stai scrivendo un nuovo libro? Puoi anticiparci qualcosa?

Si, sto lavorando ad un nuovo romanzo, anzi, a dire il vero i progetti che ho in ballo sono tre, ma dato che, malgrado la schizofrenia, ancora non riesco ad avere a disposizione contemporaneamente tre “autori”, mi devo accontentare di scriverne uno per volta. Per tutta una serie di fisime personali e scaramanzie varie, non ti anticipo nulla, se non che questo in lavorazione, si discosta un po’ da quelli precedenti, nel senso che a voler essere “ortodossi” non è “noir” al 100%, è un…mah?! Spero sia un buon romanzo, soprattutto.

:: Recensione di Carenze di Futuro di Roberto Saporito

16 febbraio 2010 by
CARENZE_DI_FUTURO_-_copertina_solo_primaIl gioco d’azzardo per alcuni può essere una malattia, una condanna, una dannazione. Non è una attività innocente, senza conseguenze. Si può perdere tutto: la posizione, l’impresa di famiglia, la casa, gli amici, la moglie, i figli, la stima di se stessi. Oltre a questo come se non bastasse si entra in contatto con individui equivoci, pericolosi, gente che ti presta i soldi magari per poi richiederti interessi che ti scavano dentro, ti distruggono completamente. E’ quello che succede al protagonista di Carenze di Futuro edito da Zona Editrice di Roberto Saporito, un noir insolito, breve, disperato, un noir in cui i demoni interiori deformano le vite dei personaggi crocifiggendoli e lasciandoli in balia di una vita senza futuro, persa, sconfitta. Ma la sete e la fame di futuro è un’ esigenza primaria, insita nell’uomo, se non avessimo la speranza o almeno l’illusione di un domani, di una risoluzione dei nostri guai, di un ipotesi di riscatto, moriremo mummificati. In questo noir potremo dire esistenziale tutte queste sensazioni vengono analizzate, corteggiate, e non sempre è il pessimismo a farla da padrone. No, il protagonista si ribella, accetta la sua condizione di disperato, di emarginato in una società che idolatra il successo e il benessere ma inizia una fuga, dagli usurai, dalle sue responsabilità, da tutto, una fuga che lo porterà dal Piemonte nel sud della Francia a fingere di fare il custode di un residence nella stagione morta. Qui sempre braccato, solo, arrabbiato con se stesso e con il mondo avrà modo di incontrare una donna, Sophie, anch’essa sola, tormentata da un passato misterioso e senza scampo. Ma il destino non fa sconti a nessuno, rema contro, separa i due naufraghi per sempre, non lasciando spiragli e al protagonista non resta che continuare la fuga da solo e  a bordo di una sgangherata bici dirigersi verso Parigi, la città della sua giovinezza, di una donna amata e perduta, un’ oasi, un miraggio o per meglio dire l’ultima occasione che gli resta per guadagnarsi una fetta di futuro. Carenze di futuro, terzo romanzo di Roberto Saporito, è un romanzo si può dire breve, immediato, tagliente come una lama, che mette addosso un’ansia sottile un desiderio di punti fermi, di certezze. Scritto alternando la prima e la terza persona ci porta ad analizzare sia da dentro che da fuori una realtà scomoda, ma nello stesso comune, quotidiana. Pregio maggiore di quest’opera è l’essenzialità, ogni parola ha un suo perché, una sua funzione, un suo operare silenzioso e terminata la lettura si resta incerti, incuriositi, in attesa forse di una possibile seconda occasione. 

Recensione di “Con la china in testa. Fumetto e memoria culturale. Per una lettura di Maus e Palestina” di Cristina Greco

14 febbraio 2010 by

chinaPresentiamo ai lettori di Liberidiscrivere “Con la china in testa. Fumetto e memoria culturale. Per una lettura di Maus e Palestina” un saggio davvero interessante edito dalla Libreriauniversitaria.it della studiosa Cristina Greco che attualmente collabora con la Facoltà di Scienze della Comunicazione presso l’Università degli Studi di Roma “La Sapienza” e con la cattedra di Semiotica dove è tutor dell’area di ricerca sul fumetto e sul cinema di animazione. Attraverso l’analisi semiotica dei capolavori di Art Spiegelman e Joe Sacco, Maus che racconta la Shoa e Palestina che parla del conflitto arabo-israeliano, la Greco si sofferma sul fatto che il fumetto quando diventa graphic novel oltre ad affermarsi come vera e propria opera d’arte può raccontare un evento drammatico diventando un vero e proprio canale di rivalorizzazione della memoria culturale. Sfatando il preconcetto che il fumetto sia solo uno strumento di svago e di intrattenimento, è evidente che la portata di riflessione e approfondimento che si può raggiungere attraverso la scrittura di un racconto che unisce una parte visuale e una parte discorsiva è notevole. Le immagini e il testo verbale infatti interagendo generano un canale di comunicazione privilegiato che acquista il valore di testimonianza e invita a riflettere su temi seri e profondi che coinvolgono in prima analisi chi ha partecipato agli avvenimenti, ma anche chi si trova ad esserne spettatore. L’ Olocausto, la guerra, attraverso la tecnica del fumetto che non risparmia descrizioni di uccisioni, torture, martiri, ribellioni, prigionie vengono rappresentatati trasmettendo in via privilegiata tutto il carico di dolore e di morte anche se in tutta questa sofferenza non manca mai il discorso ironico che non tende certo a ridicolizzare quegli eventi, ma più che altro a mantenere viva l’attenzione del lettore. Le scelte stilistiche in questi tipi di testi sono principalmente mirate infatti a farne testi accessibili non solo agli appassionati, ma a chiunque si accosti anche per la prima volta al genere rendendo la sua comprensione più immediata e soprattutto con l’obbiettivo primario di ri-svegliare la coscienza del lettore.

Recensione di Les Italiens di Enrico Pandiani a cura di Giulietta Iannone

13 febbraio 2010 by

1Parigi, lungo Senna, 36 di quai des Orfrèves.
Una mattina come tante, uno stanzone pieno di poliziotti, una signora che deve fare denuncia, i computer che lampeggiano, forse la noia della routine.
Poi l’assurdo si materializza di colpo senza preavviso, senza dare tempo di ragionare, di difendersi, di agire: un cecchino dall’elegante palazzo di fronte inizia a sparare e a uccidere.
I proiettili non fanno rumore, creano poco più che uno spostamento d’aria e intanto la morte si porta via uno per uno gli uomini della squadra di poliziotti parigini di origine italiana “gli italiens” del titolo. Una squadra scelta, fortemente voluta, perché gli italiani sono più fantasiosi, solari, e bravi.
I sopravvissuti si gettano a terra e intanto pensano, superato il primo sgomento, chi può odiare tanto gli italiani, chi può colpire al cuore del quartiere dei flic?
Un pazzo isolato che cerca vendetta, o peggio l’attentato è frutto di un complotto per decimare una squadra che magari sta lavorando ad un’ indagine scomoda o sta dando fastidio a qualcuno?
Chi ha paura degli italiens?
Non c’è tempo da perdere bisogna capire, dare risposte, trovare soluzioni.
Il commissario, e quello che resta della sua squadra si trovano così a dover indagare su un caso che li tocca personalmente: ci sono i colleghi da vendicare, e le proprie vite in gioco.
Più scavano e più scoprono cose che non vorrebbero scoprire, più non possono fidarsi neanche dei propri stessi colleghi, più la verità emerge, e più è incredibile, assurda, dannatamente scomoda.
Questa in breve è la trama del libro d’esordio di un torinese, Enrico Pandiani, di cui sentiremo parlare, sicuro come la morte. Non mi capitava da un pezzo di leggere un noir così ben scritto, in cui i personaggi entrano prepotentemente in scena lasciando tracce precise e un eco che tarda a dissolversi.
C’è azione, ironia, vero e proprio umorismo degno dei maggiori maestri del noir, perché il noir non è un genere tetro e noioso, ridere anche dei lati più oscuri dell’animo umanao è segno distintivo degli scrittori di razza, tiene desta l’attenzione e ti spinge a riflettere anche su temi seri e complessi.
È un libro da leggere e rileggere. La narrazione è veloce, non ci sono pause, cali di tensione, esitazioni, Pandiani sa come coinvolgere il lettore, lo incuriosisce, lo porta ad immedesimarsi con i personaggi, in un gioco sottile che non fa prigionieri.
In un crescendo di suspance, di inseguimenti, di doppigiochi, la verità emergerà con tutto il suo carico di dolore e amarezza nel finale per niente consolante o peggio consolatorio, e sarà una verità che non ristabilirà l’ordine e la tranquilla monotonia dove i cattivi sono puniti e i buoni festeggiano sul carro dei vincitori.
Non vedo l’ora di leggere il prossimo romanzo di Pandiani “Troppo Piombo” sempre per Instar, che dovrebbe uscire a Marzo.

:.Intervista a Nick Quantrill

12 febbraio 2010 by
nickCiao Nick e benvenuto su Liberidiscrivere! Parlaci un po’  di te e dell’ inizio del tuo interesse per la scrittura.

Ciao e grazie per avermi invitato! Sono uno scrittore di polizieschi di Hull, una città isolata sulla costa nord-est dell’Inghilterra ed ho pubblicato il mio primo romanzo di Joe Geraghty, intitolato ‘Broken Dreams’ . Ho scritto sul serio per circa quattro anni, quando ho preso la laurea e appeso le scarpe di calcio al chiodo.Il mio interesse per la scrittura è nato sicuramente perché io amo leggere. Sono sempre stato un appassionato della lettura sin da bambino e, a parte una pausa quando ero adolescente, quando altre cose all’improvviso mi sembravano più interessanti, io sono sempre stato affascinato dai libri.

Qual è stato il tuo primo lavoro scritto? Parlaci della tua strada verso la pubblicazione.

Sono stato estremamente fortunato poichè il mio primo racconto che ho scritto, ‘punizione’, ha vinto il HarperCollins 2006 Crime Tour. Il premio consisteva nel vedere la mia storia stampata in ‘Crime Time magazine’ che ha un gran numero di lettori. Da lì, ho scritto altri racconti, cercando di parlare di me stesso ogni volta prima di scrivere un romanzo poliziesco. Anche se non è stato un successo enorme, mi ha insegnato come è in realtà l’approccio per scrivere un romanzo. Ho quindi scritto ‘Broken Dreams’ e a Caffeine Nights Publishing è piaciuto abbastanza, tanto da darmi un’ occasione.

Chi sono i tuoi scrittori viventi preferiti?

Ho letto un sacco di romanzi polizieschi, quindi ho un sacco di favoriti.In cima alla mia lista c’è George Pelecanos, che è maturato diventando un bravo scrittore nel corso degli anni. Sono un grande fan di Graham Hurley, che scrive procedurals inglesi – Mi meraviglio sempre che non sia letto e conosciuto di più . Amo Ray Banks, anche. La sua serie Cal Innes è magnifica. La lista è infinita … Elmore Leonard, Lee Child, Ian Rankin, Michael Connelly, James Ellroy, Don Winslow, Waites Martyn … Anche se non leggo romanzi troppo al di fuori del genere crime, sono sempre ansioso di leggere i nuovi libri di Roddy Doyle, Irvine Welsh e Nick Hornby.

Che consiglio daresti a giovani scrittori in cerca di un editore?

Il lavoro è assai duro e bisogna essere fortunati. Anche se a me è stato offerto un contratto con Caffeine Nights Publishing circa un mese dopo che l’avevo di finirlo, ho trascorso un paio d’anni precedenti in rete con numerosi editori e professionisti, solo cercando di capire con chi mi piacesse idealmente lavorare e chi sarebbe sarebbe stato adatto per la mia scrittura. Vorrei anche suggerire di presentare i propri racconti a siti web come http://www.a-twist-of-noir.blogspot.com e http://www.thrillskillsandchills.blogspot.com, che sono buone palestre di scrittura e ti permettono di far conoscere alla gente che fai sul serio. E ‘anche un ottimo modo per ottenere un feedback.

Cosa pensi dell’ e-publishing? Avrà un futuro?

Se potessi rispondere a questa domanda, sarei un uomo ricco! Non credo che i libri scompariranno presto, ma sono sicuro che, come è cambiato il nostro modo di ascoltare la musica, così si sta evolvendo anche il modo di leggere i libri. I libri sono come qualsiasi altra forma di intrattenimento – Tu devi renderli disponibili in qualsiasi forma, il consumatore vuole. Se c’è un numero crescente di persone che vogliono leggere i libri sul loro computer o sul loro telefono ecc, l’industria deve adattarsi. Riesco a vedere che ci sono dei vantaggi e dei tempi se si vogliono utilizzare le nuove tecnologie per la lettura. Detto questo, mi ci è voluto tempo per  per ottenere un telefono cellulare e lettore mp3, almeno dieci anni!

Quali sono le qualità tipiche di un buon scrittore?

Solo in pochi fortunati riescono a vivere di scrittura, il resto di noi hanno alle spalle quando tornano a casa una giornata di lavoro ed è dura motivare noi stessi a ricominciare da capo. A volte è difficile e mi piacerebbe molto, piuttosto riposarmi o fare qualcosa di diverso. Se sei uno scrittore, devi essere un self-starter. Credo che tu debba anche aver avuto modo di sviluppare una sorta di auto-convinzione in quello che stai facendo per capire a cosa  stai mirando. Ho il sospetto, cche io come molti altri crittori abbiamo molti pià giorni cattivi che buoni, e per questo la determinazione è importante. Più di ogni altra cosa, quello che conta è la capacità di andare avanti.

Puoi dirci qualcosa sull’editore che ha pubblicato il suo libro?

Caffeine Nights Publishing (www.cnpublishing.co.uk) è un editore relativamente nuovo, che ha sede appena fuori Londra e il loro scopo è quello di produrre ‘fiction rivolta al cuore e alla testa.’ Fino a poco tempo fa, la società è stata un veicolo per il proprietario , Darren, per pubblicare i suoi libri. L’anno scorso, Darren ha espanso la società e ha iniziato a prendere su alcuni nuovi scrittori. Visto che eravamo in contatto da un paio d’anni, ci conoscevamo abbastanza bene, così anche se avevo proposte altrove per pubblicare il mio libro, è stata una decisione facile da prendere scegliere lui. Così come la pubblicazione in paperback, Caffeine Nights Publishing sono molto aggiornati sulle nuove tecnologie e sulle opportunità che ne derivano, quindi sono in buona posizione per avere successo in un mercato difficile.

Che ruolo svolge Internet, nella ricerca e nella promozione dei tuoi libri?

Internet mi ha aiutato molto. In materia di marketing, è sicuramente mi ha aiutato a raggiungere i lettori in luoghi non avrei potuto raggiungerli altrimenti. Non mi sarei mai aspettato di parlare con un sito italiano, ma è fantastico per me condividere lo spazio con grandi scrittori come Tess Gerritsen e Allan Guthrie. Le possiblitò di  Internet sono grandi in questo senso, così ne approfitto, offrendo un sacco di mie racconti e contenuti sul mio sito web (www.hullcrimefiction.co.uk). Internet è grande anche dato il poco tempo che scrittori possono dedicare alla ricerca. E certamente  mi ha aiutato ad andare nella giusta direzione. E ‘un potente strumento da avere, ma la maggior parte delle ricerche che ho fatto per’ Broken Dreams ‘è stata  fatta dalla lettura di libri locali e parlando con la gente, quindi internet è solo una delle molte opzioni.

Quali cambiamenti hai notato nel mondo della narrativa dal momento in cui hai iniziato a scrivere?

Io probabilmente non vedo le cose in termini di ‘cambiamento’, in quanto io sono ancora un  novizio per quanto riguarda l’attività di pubblicazione. Qui nel Regno Unito, sembra essere sempre più difficile per i nuovi scrittori trovare editori e agenti. Purtroppo la recessione continua a mordere, è ben documentato che le case editrice stanno lottando, e il risultato sembra essere che stanno prendendo la scelta più facile di vendere libri solo delle celebrità. Non c’è fantasia reale o passione in ciò. Certamente un cambiamento che ho notato come  lettore è che le librerie indipendenti del Regno Unito stanno scomparendo velocemente e anche le catene più importanti non riescono ad andare avanti. E’ sempre maggiore il numero di libri che  vengono venduti n
ei supermercati, ma solo rivolti ad una gamma ristretta di lettori. Non è una situazione sana per i lettori o gli scrittori.

Ti capita mai di utilizzare le tue paure o le tue esperienze personali nelle tue storie?

Solo in senso molto più ampio. Il mio lavoro quotidiano mi porta a contatto con un sacco di persone diverse, in modo che a volte involontariamente raccolgo qualcosa di interessante, forse solo una frase o un atteggiamento, ma può innescare possibilità interessante. Immagino che questo sia uno dei dilemmi più grandi per gli scrittori professionali. Da un lato, avere il tempo esclusivamente per scrivere sarebbe un sogno, ma dall’altro, non essere nel mondo reale significa che stai perdendo un sacco di contatti con la gente. E’ piuttosto complicato ottenere il giusto equilibrio. I miei timori sono probabilmente gli stessi di tutti gli altri. Ora ho circa trent’anni e  sto iniziando a sperimentare la perdita e il dolore in modi che non mi hanno mai toccato quando ero più giovane.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Sto leggendo il primo romanzo di Tony Black, ‘Paying For It.‘ Tony è ancora un altro di questi grandi scrittori scozzesi, che continuano a comparire. Il personaggio principale, Gus Drury, è un giornalista alcolizzato, ma il libro rimane ben lontano da cliché. Amici mi dicono che il follow-up, ‘Gutted’ è ancora meglio. Tony è su http://www.pulppusher.com, per chi volesse sapere qualcosa lui.

Progetti di film tratti dai tuoi  libri?

Non ci sono piani di sorta in questo senso. ‘Broken Dreams’ è il mio primo romanzo pubblicato, così mi sono concentrato a fare tutto il possibile per affermarmi me scrittore. Tutto il resto sarebbe un bonus. Ovviamente, la mia porta è sempre aperta per la  televisione e per i dirigenti delle case cinematografiche…

Scrivi non-fiction?

Dedico il mio tempo occupandomi di narrativa, ma ogni tanto scrivo non-fiction. E ‘bello essere in grado di finire qualcosa in fretta, invece di lavorare per mesi e mesi su un romanzo senza fine. A volte contribuisco con i miei articoli a una fanzine indipendente per la mia squadra di calcio, Hull City, che viene venduta intorno allo stadio i giorni di partita. Scrivo anche di tato in tanto per http://www.thisisull.com, un sito web locale. Potrebbe essere una recensione su un CD, un libro o un concerto – tutto ciò che si la mia fantasia mi ispira.

Cosa ne pensi del poliziesco moderno?

Penso che sia in gran forma in questo momento. Il romanzo poliziesco è un ottimo modo per analizzare la società al microscopio. Se hai qualcosa di interessante da dire, puoi fare fermare qualcuno per un attimo a pensare da una prospettiva diversa, e grazie ad una storia divertente, hai più possibilità di essere ascoltato. Non credo che ci sia un modo migliore per farlo che usando il poliziesco. Il poliziesco moderno sembra essere fiorente. Se cercate su Internet, c’è una gran ricchezza di talenti che scrivono davvero bene, ci sono un sacco di siti web di grande popolarità e quasi tutti stanno trovando un pubblico. Penso che il futuro è roseo.

Nei tuoi romanzi  preferisci usare la prima persona o la terza persona?

Ho scritto in entrambi i modi, così ho apprezzato i vantaggi e gli svantaggi di entrambi i metodi. Io in realtà all’inizio ho scritto  Broken Dreams in terza persona, prima di rendermi conto che vi era una buona ragione se la maggior parte dei romanzi PI sono scritti in prima persona! Credo che stavo cercando di essere troppo intelligente. Una volta speso un po ‘di tempo per prendere confidenza nella pelle di Joe, ho ritenuto che la scrittura in prima persona fosse naturale e giusta.

Puoi parlarci un po’ del tuo ultimo libro?

Ecco la trama di ‘Broken Dreams’: Ha per protagonista un uomo d’affari locale  Geraghty e il suo piccolo team. Quando Jennifer Murdoch viene trovata morta dissanguata nel suo letto, Geraghty si trova rapidamente intrappolato nel mezzo di una indagine della polizia, che risale ai giorni in cui la città aveva una fiorente industria della pesca. Indagando sull’intricata vita privata della donna, Geraghty si trova sulle orme di un gangster locale e di un rispettabile uomo d’affari, Frank Salford, un uomo con una partecipazione significativa nei piani di ristrutturazione della città. Ancora ossessionato dalla morte della moglie in un incendio casa, Geraghty vuole aiutare la polizia e Salford vuole la sua collaborazione per i propri fini. E ‘anche la storia di una città che si è dimenticata del suo passato, presente e futuro. Hull soffre generalmente di una cattiva reputazione, per cui questo è stato il mio tentativo deliberato di andare oltre l’apparenza e tentare di offrire alcune riflessioni sul perché di certe cose.

A quali progetti stai lavorando ora?

Sto lavorando al prossimo romanzo di Joe Geraghty, che ha per titolo provvisorio ‘The Late Greats.’ Joe diventa il portavoce di una band musicale di Hull che è divisa da oltre dieci anni. Il lavoro cambia presto, quando il cantante scompare, e si teme che sia morto. Joe si trova presto a dover scegliere con cura da che parte stare. Soprattutto, è una storia sull’ amicizia e sulla lealtà. Spero di finire una stesura decente entro l’estate. Dopo di che ho un paio di idee su cui lavorare. Staremo a vedere cosa succede.

:: Intervista con Dennis Tafoya

11 febbraio 2010 by
dennistafoya350250Grazie Dennis per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te, il tuo background, i tuoi studi.

Sono nato a Philadelphia, e cresciuto in Pennsylvania e Maryland. Bocciato al college e ho lavorato negli allevamenti e nei ristoranti, ho lavorato anche come imbianchino e negli ospedali prima di iniziare la carriera nel settore vendite industriali, dove ho lavorato per gli ultimi venti anni. Ho tre figli cresciuti e vivono appena fuori Philadelphia. Non ho una laurea, ma ho sempre letto in modo compulsivo. Trascorro troppo tempo sui libri – amo la storia, scienze sociali, romanzi. E ‘una malattia.

Perché sei diventato uno scrittore? Era il tuo sogno già da bambino?

Ho sempre scritto, quindi credo che si tratti di un sogno d’infanzia. Quando i miei figli erano piccoli scrivevo nel bel mezzo della notte o la mattina presto. Penso che sia naturale quando si ama leggere e ci si chiede se è possibile produrre storie noi stessi. Si comincia a pensare a diverse storie, le si scrive nella propria testa, e alla fine si inizia a scrivere sul serio.

Mi piacerebbe sapere quali sono gli scrittori che in qualche modo ti hanno influenzato.

Ci sono tanti scrittori il cui lavoro mi piace, è difficile farne un elenco. Gli scrittori da cui ho imparato molto sono gente come Elmore Leonard, Lawrence Block, Cormac McCarthy, Annie Proulx, Madison Smartt Bell e EL Doctorow. Credo che potrebbero rimanere tutti sconvolti nel sapere che sono stati citati come mie influenze, ma mi sembra di imparare sempre qualcosa ogni volta che li leggo.

Qual è stato il tuo primo lavoro scritto? Parlaci del tuo esordio e della tua strada verso la pubblicazione.

Quando avevo circa nove anni ho scritto la storia di un mostro con il mio amico Keith Parker. Abbiamo pensato che fosse abbastanza eccitante, ma dopo non essere riusciti ad avere un agente abbiamo rinunciato al nostro sogno di pubblicazione. Probabilmente è un bene, perché abbiamo fondamentalmente parlato di  una puntata di uno show televisivo chiamato ‘One Step Beyond’, e ci sarebbe state ripercussioni legali. Il mio primo romanzo, Thief Dope, è uscito l’anno scorso con la  Minotaur Books. Fondamentalmente, una donna molto bella della California, una scrittrice e produttrice di nome Cori Stern si è interessata al mio lavoro e mi ha guidato verso la pubblicazione. Lei mi ha fatto conoscere il suo manager, Brooke Ehrlich, che ha accettato di rappresentarmi. Brooke mi ha trovato un agente letterario sorprendente, Alex Glass della Trident Media, che ha venduto il libro alla  Minotaur. E’ stato tutto così indolore, mi sento in colpa quando sento altri scrittori raccontarmi che hanno cercato per anni di trovare chi li rappresentasse e presentasse il loro lavoro di fronte agli editori. Come per Blanche Dubois, tutto dipendeva dalla gentilezza degli estranei, ma è andata molto meglio per me che per Blanche.

Quali sono le tue scrittrici preferite?

Molti dei miei scrittori preferiti sono donne: Amy Hempel, che scrive narrativa breve molto divertente ed emotivamente coinvolgente. Annie Proulx, un’ altra scrittrice che ha prodotto alcuni dei migliori racconti brevi che io abbia mai letto. Riesco a leggere "A Killing Paese" più e più volte e imparare qualcosa di nuovo ogni volta. Flannery O’Connor, naturalmente. Credo che " A Good Man is Hard to Find" è una di quelle classiche storie che viaggia davvero all’altezza della sua reputazione. Un altro racconto, "How I Contemplated The World From The Detroit House Of Correction…” di Joyce Carol Oates è stato probabilmente il primo pezzo serio di fiction che io abbia mai letto, e mi ha colpito così profondamente che mi ricordo ancora quando stavo seduto in aula nella mia scuola media a leggere quella storia. Il mio amico August Tarrier scrive narrativa breve assolutamente convincente e ha vinto un sacco di premi per la letteratura di rilievo. Mi rendo conto che sto parlando per lo più di racconti qui, ma io amo le storie brevi e ne leggo un sacco. Kate Atkinson e Shirley Jackson e Patricia Highsmith sono tutte nel mio pantheon, di sicuro. Potrei andare avanti per tutto il giorno.

Dimmi qualcosa sul tuo paese.

Il mio paese è gli Stati Uniti, e credo che si possa passare la vita a cercare di capire un posto come questo. Gli americani sono pazzi, le persone  amano Gesù, ma credono agli oroscopi e si fanno tatuaggi di simmboli pagani. Noi americani amiamo la legge e l’ ordine, ma proprio abbiamo quasi 200 milioni di armi. Votiamo per i conservatori  un anno e per progressisti l’anno dopo. Possiamo agire con grande crudeltà e con grande carità e tendiamo ad ammirare le profonde convinzioni anche quando fare ciò è pericolosamente sbagliato. Forse siamo davvero come tutti gli altri, ma tendiamo a non conoscere molto di ogni luogo, a parte la nostra stessa città di origine. In questi ultimi anni mi sono innamorato del deserto e ho cercato di andare negli Stati del sud-ovest ogni volta che potevo. Non ne ho mai abbastanza di guidare senza meta tra il Nevada e l’ Arizona e la California del sud-est. Sono luoghi spaziosi e caldi e per niente simili alla Pennsylvania dove vivo.

Dove sei nato? Raccontaci qualcosa della tua infanzia.

Ho vissuto la maggior parte della mia vita all’interno di cinquanta miglia di Philadelphia, dove sono nato. In Thief Dope scrivo in merito al fatto che gran parte della mia parte degli Stati Uniti appare esattamente la stessa cosa. E ‘ fatta tutta di quartieri di periferia, centri commerciali  e parchi industriali che supportano l’ espansione urbana e ci sono differenze tra la periferia per esempio di Washington DC e rispetto alle zone suburbane di Philadelphia o extraurbane di Boston che sono piuttosto sottili e di solito hanno a che fare con il termine che usiamo per descrivere un panino grande. A Philadelphia c’è una Hoagie, a Boston è una smerigliatrice, a New York è un sub. Diversi sono anche i nostri accenti, anche se ormai tendono tutti ad appiattirsi. Sono stato allevato come cattolico, ma i miei genitori non erano molto religiosi. Devo a  mia madre l’amore per la lettura. Leggeva a me e a mio fratello quando eravamo giovani e in casa abbiamo sempre avuto un sacco di libri. Mio nonno amava leggere anche . Quando morì, dalla sua biblioteca ho ottenuto solo una copia de The Hunted di Elmore Leonard.

Ti piacciono giallisti scandinavi? Cosa ne pensi di questo fenomeno? Stieg Larsson, Jo Nesbø?

Io in realtà non ho letto i libri di Larsson ancora, ma mi piace Henning Mankell e Yrsa Siguroardottir  (i libri di Yrsa sono pubblicati dal mio editore negli Stati Uniti). Credo che la popolarità dei libri non è troppo difficile da capire. La qualità dei libri rivolti ad un pubblico mondiale tende ad essere alta, e combinano la familiarità delle tecniche procedurali della polizia con il divertimento per luoghi esotici e per la descrizione di culture molto diverse. Gli scandinavi tendono anche ad analizzare le questioni sociali parlando di temi  come l’immigrazione. E ‘un modo interessante per imparare un po’ di cose di tutto il mondo.

N
uovi progetti per le versioni italiane dei tuoi libri?

Wow, mi piacerebbe vedere le versioni italiane dei miei libri. Nessuno ha parlato di diritti per l’estero ancora, ma spero che accadrà presto.

Il tuo scrittore debuttante preferito?

Sono davvero impaziente di leggere l’opera di debutto di Carla Buckley. L’anno scorso ho letto alcuni grandi romanzi in primo luogo, di Rebecca Cantrell A Trace of Smoke l ‘eccellente Pyres di Derek Nikitis, ma penso che la mia preferita sia Kelly Simmons con ‘Standing Still. Il lavoro di Kelly mi piace, ha una buona trama che funziona – una qualità rara – e il libro parla di un personaggio che tenta di comprendere  la sua vita e la sua storia e le sue relazioni più intime, cosa che ho trovato davvero interessante .

Progetti di film tratti dai tuoi libri?

Ancora niente.

Cosa stai scrivendo al momento?

Sto lavorando al mio terzo romanzo, Black Horse Pike, ambientato nel sud del New Jersey. Si tratta di una gang che fa una rapina a mano armata.

Ti piace l’Italia?

Io amo l’Italia. Sono stato in Toscana un paio di anni fa e non vedo l’ora di tornarci  e scoprire di più del paese. La famiglia di mia mamma è abruzzese, quindi mi piacerebbe vedere un po’ di Abruzzo. Ho trascorso un po’ di tempo a Firenze, San Gimignano, Volterra e Siena. Eravamo in nove così abbiamo affittato quello che penso sia stato il furgone più grande d’Italia. Nessuno di noi sapeva usare il cambio manuale, così abbiamo temuto spesso di uscire di strada.

Racconta ai nostri lettori italiani qualcosa di divertente su di te.

Ci sono stati alcuni momenti di grande divertimento durante gli autografi dei miei libri. Ricordo una ballerina esotica che comprò alcune copie dei miei libri e che mi corse incontro.

:: Intervista a John Connolly

10 febbraio 2010 by

imagesGrazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te, il tuo background, i tuoi studi.

Sono nato a Dublino nel 1968, ho studiato Inglese al Trinity College di Dublino, quindi giornalismo alla Dublin City University, prima di diventare un giornalista freelance, lavorando esclusivamente per The Irish Times. Ho cambiato un sacco di posti di lavoro durante questo periodo però. Mi piaceva molto cambiare. Che in effetti non era male…

Perché sei diventato uno scrittore? Era un tuo sogno già da bambino?

Senza voler sembrare uno di quei ragazzini terribili che dicono di essere venuti fuori dal grembo materno con la penna in mano, ho sempre scritto, fin da quando ero un ragazzo. Mi sembrava un passaggio naturale passare dalla lettura di storie a cercare di raccontarle. Ho praticamente smesso di scrivere quando andai al College per studiare inglese – il che è strano – e poi durante il periodo in cui mi sono occupato di giornalismo, ed è stata un’esperienza abbastanza frustrante così dopo un po’ sono tornato alla narrativa. La prima cosa che ho cominciato a scrivere è stato il prologo di “Every Dead Thing”, in questo modo suppongo ho cominciato.

Mi piacerebbe sapere quali sono gli scrittori che in qualche modo ti hanno influenzato.

Enid Blyton è stata la prima autrice che io abbia mai letto. Mi ricordo la lettura di una sua raccolta di sette libri e che andavo a sondare le parole difficili foneticamente, in modo che per anni ho pensato che la parola ‘armadio’ fosse pronunciata ‘cup-board’ invece di ‘cubbard’. Mia madre deve aver pensato che mi fossi trasformato nel piccolo Lord Fauntleroy. Dopo di che ho trovato altri libri: libri tratti da film (l’equivalente per la mia generazione dei rewatching film su DVD), storie di fantasmi di ogni risma; poi i libri di Alistair Maclean, HG Wells, e John Wyndham. Ho scoperto i mystery abbastanza tardi. Probabilmente successe anche nella mia adolescenza, quando lessi il mio primo libro di Ed McBain, ma poi in realtà ho solo letto i libri di Ed McBain. Mi ci è voluto un po’ per leggere gli scritti di Ross Macdonald che ha avuto una grande influenza su di me, in particolare The Chill. La maggior parte dei fan di scrittori mystery o sono fan di Ross Macdonald o di John D Macdonald, ma raramente di entrambi. James Lee Burke è stato un altro scrittore che ha enormemente influenzato il mio modo di scrivere. Dopo di che, Dickens (Bleak House), PG Wodehouse, e ogni sorta di gente strana.

Qual è stato il tuo primo lavoro scritto? Parlaci del tuo esordio e della tua strada verso la pubblicazione.

Beh, ho scritto diverse storie da bambino, basate principalmente su ciò che vedevo in televisione -Tarzan, Casey Jones – ma poi mi sono occupato eslcusivamente di giornalismo fino a quando non ho iniziato a lavorare a Every Dead Thing, che divenne il mio primo romanzo pubblicato. Fa conto che ci ho messo circa cinque anni per pubblicarlo.

Quali sono le tue scrittrici preferite europee o americane?

Credo di averti risposto nelle domande precedenti.

Dimmi qualcosa sul tuo paese.

Qualcuno una volta ha detto che l’Irlanda è un paese molto piccolo, così piccolo che si potrebbe metterci un tetto su. E ‘un po’ umido, e attualmente in lotta con la recessione, che è come una sorta di mal di testa dopo gli anni di boom della Tigre celtica. Credo che essere un po’ più poveri non sia male: anche quando eravamo più benestanti, penso che ci fosse la sensazione che quel benessere era destinato a finire prima o poi. Ora almeno possiamo smettere di preoccuparci che accada il peggio, perché il peggio è già successo.

Dove sei nato? Raccontaci qualcosa della tua infanzia.

Sono nato a Dublino, in una famiglia di classe medio-bassa. Mia madre era una insegnante part-time, mio padre ha lavorato per il consiglio comunale. Ho avuto un’ infanzia felice, e piuttosto insignificante. Spiacente!

Ti piacciono i giallisti scandinavi? Cosa ne pensi di questo fenomeno? Stieg Larsson, Jo Nesbø?

Beh, forse faccio parte di una piccola minoranza, perché non sono un grande fan della nuova fiction degli scandinavi. Credo che lo scrittore islandese Arnaldur Indridason sia molto bravo, e un certo numero delle sue trame non potevano che provenire dall’ Islanda, ma penso che una parte dell’attrazione dei lettori è dovuta al fatto che questi libri sono ambientati in paesaggi nuovi per il romanzo giallo: neve, rocce, bellissimi panorami ma a volte ostili. C’è anche una vena di malinconia che attraversa questi libri, che è tipicamente nord-europea, e quindi li rende molto differenti dal modello americano. Penso che sia bello comunque vedere questi romanzi tradotti, di norma i lettori inglesi sono particolarmente poco interessati al rafforzamento delle relazioni con gli scrittori stranieri, ma mi chiedo se la Scandinavia sia semplicemente il gusto del mese, per ora. Come per Larsson, ancora una volta, mi sembra di essere in minoranza. Credo che i libri di Larsson siano un po’ troppo lunghi, e il tracciato, in particolare nel secondo volume della serie Millenium, è andato un po’ storto. C’è un personaggio interessante la Salander, e c’è uno sfondo ammirevole di critica sociale nei suoi libri, ed è bravo a gestirlo senza apparire predicatorio, cosa di per sé difficile. Credo che il fatto che ci siano solo tre libri, e che morì relativamente giovane, dà al suo lavoro un certo fascino: è finita così, e la serie non ha intenzione di andare avanti. Allo stesso tempo Larsson è lo scrittore che è riuscito ad avere successo attraverso un processo a valanga del passaparola e nello stesso tempo è stato premiato dalla critica, è riuscito anche ad attirare i lettori che di solito non leggono romanzi mystery perché hanno l’idea che la maggior parte di questi libri non sia di qualità, cosa che non è vera. Larsson ha avuto un successo ben meritato, ma ci sono un sacco di scrittori che lavorano nel settore, che sono altrettanto bravi, ma per i quali ciò non è accaduto, forse perché la propria storia personale, tanto come i libri che stavano scrivendo, semplicemente non eranno validi come Larsson.

Nuovi progetti per le versioni italiane dei tuoi libri?

Beh, spero solo che continuino a pubblicarmi in Italia. Il mio traduttore, Stefano Bortolussi, è particolarmente bravo, oltre ad essere una bella persona. Penso che aiuti i traduttori, se sono essi stessi autori, in quanto sono più in sintonia con le sfumature della prosa, e penso che istintivamente capiscono che ci vuole una forte componente di creatività per fare una buona traduzione sia di un romanzo o di una poesia. In un certo senso,  ogni parola o frase non si può sempre tradurre letteralmente da una lingua all’altra, in pratica i traduttori costruiscono un nuovo libro e questo Stefano lo sa, ed è ciò che rende il suo lavoro davvero fatto bene.

Il tuo scrittore debuttante preferito?

Beh, credo sia Donna Tartt e The Secret History è stato sicuramente un bel debutto, e di recente mi ha molto impressionato un romanzo irlandese, The Ghosts of Belfast, di Stuart Neville. Stranamente, penso che sia più facile essere un romanziere debuttante, in qualche modo, di quanto lo sia essere uno scrittore affermato. Non ci sono aspettative sul proprio lavoro, oltre a quelle di pari passo con gli investimenti del tuo editore, e si può essere nuovi e sorprendenti. Nella narrativa di genere, soprattutto se si scrive una serie, credo che la qualità che ci deve essere viene data per scontata. Si può fare sempre meglio, quando si va avanti, ma non farai mai lo stesso scalpore che hai fatto con il tuo primo libro.

Ci sono progetti di film tratti dai tuoi libri?

The New Daughter, una versione di uno dei miei racconti, è stato appena trasformato in un film con Kevin Costner e Ivana Baquero, anche se non l’ho ancora visto, e un certo numero di altri libri, tra cui Bad Men e The Book of Lost Things, alcuni registi hanno iniziato a portarli sullo schermo, ma è un processo lungo e laborioso, e gli scrittori dovrebbero tenersi a distanza il più possibile. Sono due diverse forme creative, e con due lingue diverse.

Cosa stai scrivendo al momento?

Ho appena consegnato la versione definitiva di Whisperers, il nuovo romanzo di Charlie Parker, e probabilmente inizierò un sequel del romanzo The Gates, il mese prossimo.

Ti piace l’Italia?

Ci sono stato solo una volta, ma ho avuto una bella impressione di Milano. Voglio tornare per vedere Venezia, Firenze e Roma. Forse quest’ anno, mi auguro, ma il problema è che faccio un lavoro piuttosto difficile, e può essere difficile trovare il tempo giusto per prendersi una vacanza.

Racconta ai nostri lettori italiani qualcosa di divertente su di te.

Una volta ho partecipato ad un terribile show televisivo a quiz chiamato “Going For Gold”. Ho resistito per due settimane e poi sono stato battuto da un tizio scozzese. Tutto era profondamente imbarazzante, se non altro per i miei amici, comunque ho ottenuto un viaggio a Londra.

:: Intervista a Maurizio de Giovanni a cura di Giulietta Iannone

7 febbraio 2010 by
Maurizio
Benvenuto Maurizio su Liberidiscrivere e grazie di aver accettato la nostra intervista. Per prima cosa mi piacerebbe sapere qualcosa di più di te. Dove sei nato, che studi hai fatto, qualche tuo pregio e qualche tuo difetto.R. Grazie a voi di avermi invitato in un “luogo” che da lettore incallito ho sempre frequentato con grande piacere. Sono napoletano nel corpo e nell’anima; sono nato nel 1958, un ariete testardo e permaloso un po’ soggetto a sbalzi d’umore, sempre sospeso tra euforia e malinconie ingiustificate. Ho studiato lettere classiche, poi la prematura morte di mio padre, che aveva cinquant’anni, mi ha spinto alla ricerca di un rassicurante e un po’ grigio “posto fisso” che mi ha fatto accantonare per quasi trent’anni ogni aspirazione creativa. Intendiamoci, sono ben lieto di aver avuto un lavoro che mi ha dato anche molte soddisfazioni; ma oggi credo che avrei potuto cominciare anche un po’ prima a scrivere.

Raccontami qualcosa della tua Napoli, qualche squarcio caratteristico per far luce su una città viscerale, splendida e nello stesso tempo tragica. La ami, la odi? Come si vive all’ombra del Vesuvio?

R. Dico sempre che della mia città ho un’immagine stratificata, come una cipolla in cui ogni livello sia di sapore, odore e colore differente dagli altri. Si offre costantemente a piani di lettura diversi e a qualunque approfondimento si voglia fare. Qualsiasi interpretazione non può comunque prescindere dai registri umoristico e noir; più di ogni altro luogo nel mondo, Napoli è ironica e ferita, addolorata e divertente. Non è facile viverci, anzi spesso si ha l’impressione di attraversare la giungla; ma devi credermi se ti dico che un napoletano altrove, per benissimo che possa trovarsi, sentirà sempre mancargli un pezzo fondamentale.

Che lavori hai fatto prima di dedicarti alla scrittura? Si può vivere di scrittura al giorno d’oggi?

R. Sono tuttora un funzionario di banca che cerca con molte difficoltà  di conciliare l’impegno lavorativo col crescente spazio che la scrittura e il lusinghiero successo di Ricciardi richiedono. Sono uno scrittore fortunato, come sai il passaparola tra i lettori ha fatto in modo che i romanzi si diffondessero a macchia d’olio e che l’interesse attorno al personaggio e quindi al suo autore crescessero in misura esponenziale, ma devo dirti che vorrei avere molto più tempo da dedicare alla promozione. Oggi in Italia i numeri delle vendite non supportano se non in rarissimi casi la scelta di dedicarsi unicamente alla scrittura: quelli che ci riescono integrano con attività collaterali, come collaborazioni a giornali, sceneggiature, conferenze, presentazioni o partecipazioni a festival e incontri. E’ rarissimo che le sole vendite consentano scelte radicali di vita e di professione. Ti faccio un esempio: il primo romanzo di Ricciardi, “Il senso del dolore”, è uscito a fine giugno in Germania; un romanzo nuovo di un autore nuovo, italiano, sconosciuto alla platea dei lettori tedeschi; ebbene, in tre mesi ha venduto circa 20.000 copie. Numeri che qui da noi un romanzo di discreto successo che esce per un editore di medie dimensioni totalizza in un anno.

Com’è stato il tuo esordio? E’ stato difficile trovare il tuo primo editore?

R. Il mio è stato un caso anomalo fin dall’inizio. Iscritto da amici per scherzo a un concorso per giallisti esordienti indetto dalla Porsche Italia, “Tiro Rapido” edizione 2005, l’ho inaspettatamente vinto con un racconto che aveva per protagonista questo strano commissario napoletano degli anni trenta che vede i morti. Il premio consisteva nella pubblicazione del racconto su “L’Europeo” di agosto, il numero tradizionalmente dedicato alla cronaca nera. Un’agente letteraria lesse il racconto e mi cercò, chiedendomi di farle avere un mio romanzo con lo stesso protagonista. Non esisteva, e quindi scrissi il romanzo durante le ferie, senza aver mai scritto nulla prima di allora, e il romanzo dopo alcune vicissitudini giunse tra le mani del direttore del centro di produzione Rai di Napoli che lo fece a sua volta leggere a un amico, Domenico Procacci della Fandango; da lì in poi la storia del progetto Ricciardi prese la dimensione del crescente successo che sai. Insomma, sono uno di quei rarissimi e fortunati scrittori che non hanno mai dovuto fare la gavetta, inviando dattiloscritti a destra e a manca per trovare un editore. Fortunato io, e magico Ricciardi.

Il tuo rapporto con la critica. Che effetto ti fanno le recensioni, sia che siano elogi o critiche motivate? Quale è la recensione che ti ha fatto più felice leggere in assoluto?

R. Forse perché non ho pretese “letterarie” e la mia scrittura non è particolarmente invadente, devo dire che la critica è stata finora molto benevola nei confronti dei romanzi di Ricciardi. Le recensioni sono molte e tutte generalmente positive, alcune a dire il vero addirittura commoventi. Forse la maggiore gratificazione è venuta proprio dalla Germania, quando un giornale ha scritto che “non vedeva l’ora di leggere il seguito della storia di questo poliziotto napoletano”, e che invitava l’editore tedesco, Suhrkamp, a pubblicare il secondo romanzo in fretta. Bello, ma anche impegnativo.

Tutto iniziò con il racconto quasi joyciano “I vivi e i morti”, puoi parlarcene?

R. Ti dicevo del concorso della Porsche Italia. In finale a Firenze venne proposto dalla giuria (della quale facevano parte scrittori del calibro di Carofiglio, Lucarelli ed Evangelisti) un tema riferito a una celebre serie di delitti, quelli della Ludwig, la sigla terrorista di destra che sparse morte e terrore nel Veneto negli anni ottanta. Avevo cominciato a scrivere una storia di ambientazione contemporanea quando mi sentii chiamare dal presidente della giuria, Daniele Protti, il mitico direttore de “L’Europeo”, che mi fece: lei è quello che a Napoli ha scritto del commissario che vedeva i morti? Mi fa un altro racconto con lo stesso protagonista? Cambiai immediatamente rotta, inserendo nel tessuto napoletano dei primi anni trenta una storia di terrore e di vendetta, nella quale il rampollo di una nobile famiglia decideva di ripulire la città dalla prostituzione che aveva fatto ammalare e morire il padre di sifilide. Un testo semplice e diretto ma forse anche simbolico che piacque molto e che mi diede la vittoria del concorso. Da lì, come dici benissimo, iniziò tutto il resto.

Come nasce il personaggio di Ricciardi? Un po’ ti somiglia? Ci sono riferimenti autobiografici?

R. Ricciardi nasce per puro caso; l’ambientazione liberty del caffè Gambrinus di Napoli, dove si svolse l’eliminatoria del concorso che ti ho raccontato, il caldo opprimente di giugno e una bambina che passava fuori in strada e che, sentendosi osservata, mi fece una smorfia. Piccoli elementi che fecero scattare dentro di me qualcosa, una scintilla di fantasia.  Ricciardi non mi somiglia, né fisicamente a parte forse il colore degli occhi, né psicologicamente, essendo io estroverso e tutt’altro che taciturno; ma la sua percezione del dolore, la sua condanna a non poter voltare le spalle alla sofferenza, la sua partecipazione affettiva soprattutto nei confronti dell’infanzia, credo di condividerle profondamente. Invece, se dovessi scegliere il personaggio al quale mi sento più simile, direi Maione, il brigadiere che gli fa da spalla e che lo protegge a distanza.

Iniziamo con “Il senso del dolore- L’inverno del commissario Ricciardi”, come le quattro stagioni di Vivaldi, per prima hai scelto l’inverno, è la stagione che assomiglia di più al tuo protagonista?

R. Scelsi l’inverno e il vento; mi pareva che il disordine dell’anima, lo scompiglio dei sentimenti e le solitudini generate dalle passioni e dal delitto avessero casa in quella stagione. Volevo dare ai personaggi una difficoltà di relazione costante, una lontananza determinata anche dal freddo, da un clima che desse un colore livido e dolente a tutto il romanzo. Forse però la stagione che somiglia di più a Ricciardi è l’autunno, privo com’è della speranza di primavera che comunque l’inverno mantiene dentro per tutto il suo corso.

Parliamo dell’ambientazione così accurata, anomala forse nel genere, come ti sei documentato, che ricerche hai fatto?

R. La ricostruzione dell’ambientazione è sicuramente la parte più difficile della mia scrittura. Sono meticoloso, non mi piace descrivere particolari o situazioni connesse al periodo senza averle più volte verificate e approfondite; non sopporterei sentirmi eccepire da qualche lettore un’inesattezza storica, cosa per fortuna finora mai accaduta. Non è assolutamente facile reperire materiale, è come se i fatti successivi, la guerra, i bombardamenti e le indicibili sofferenze che i napoletani hanno dovuto sopportare, abbiano spinto a cancellare ogni traccia di quei vent’anni dalla memoria collettiva della città. Mi aiutano molto le immagini, le fotografie dei grandi archivi come Troncone, Parisio, Alinari; metto le figure in movimento, le faccio camminare e le coloro, creando le scene dei miei romanzi. Mi aiutano, e molto, alcuni amici come Michele Antonielli, un vero mastino nelle ricerche, Francesca Filardo, una straordinaria costumista teatrale appassionata nella ricostruzione di abiti e tessuti dell’epoca, e Antonio Formicola, il mio “consulente strategico”, sufficientemente criminale da pensare i delitti come se fossero veri. E naturalmente la mia fantastica Paola, senza la quale non scriverei nemmeno una parola.

Sei stato finalista al premio letterario Giorgio Scerbanenco del Courmayeur Noir Festival, che ho seguito,  praticamente il vincitore morale secondo la votazione del pubblico. Che esperienza è stata?

R. Ritrovarsi tra grandi scrittori che ammiro e di cui ho molto letto, scoprire che si tratta di persone disponibili, gentili e allegre, far parte integrante di un mondo che fino a ieri potevo solo sognare è stato meraviglioso. Di questo straordinario regalo non potrò mai ringraziare abbastanza tutti i lettori che, affezionati a Ricciardi, lo hanno voluto collocare nel Gotha del noir italiano. Ho vinto nello stesso momento in cui sono sceso dall’aereo a Torino e ho respirato l’aria di neve che c’era.

Ti piacerebbe insegnare scrittura creativa?

R. Mi capita spesso di essere invitato a seminari e laboratori per tenere lezioni sulla scrittura gialla e noir e ti dico che la cosa mi diverte moltissimo e mi appassiona. Sono anzitutto un lettore inveterato e bulimico del genere, per cui ne so a sufficienza per discuterne per ore, e a giudicare dall’affluenza e dalla partecipazione a questi incontri credo di non essere troppo noioso. Tuttavia devo dire che secondo la mia opinione il talento può essere raffinato ma non insegnato: la scrittura è un utensile, chi deve vincere è la storia al cui servizio lo scrittore deve sempre ricordarsi di essere. Lo scrittore di noir è un po’, a mio avviso, come l’arbitro di calcio: più è bravo, meno deve essere protagonista.

Parlaci di una tua giornata tipo dedicata alla scrittura; sei un abitudinario, hai qualche scaramanzia?

R. In questo credo di essere un po’ atipico, come napoletano. Scrivo solo quando sono costretto a farlo, non ho il “sacro fuoco”, se ho un’ora di tempo la dedico alla lettura più che alla scrittura. E comunque ho talmente poco tempo che devo ritagliarmelo nelle condizioni più strane, anche nella perenne confusione di casa mia; mi isolo, non sento quello che succede attorno e spero in un risultato decente. Quando però la storia mi prende, allora staccarmi dalla tastiera è difficilissimo e scrivo finché non casco dal sonno.

La miseria e il dolore sono i veri nemici nei tuoi libri, non si ha mai la sensazione che giudichi anche i personaggi più negativi, come nasce questo tuo atteggiamento?

R. Non credo nei buoni e nei cattivi, nella vita come nella letteratura; e credo che il pregiudizio sia la cosa più stupida che gli uomini abbiano inventato. Esiste l’egoismo ed esiste il bisogno, lo stato di necessità; negli anni trenta, quando i grandi poteri economici erano consolidati e gli interessi della criminalità organizzata non avevano ancora fatto il loro brutale ingresso nella vita quotidiana, i motori del delitto erano la miseria, l’invidia, l’egoismo e l’amore. Sentimenti primari, passioni la cui suppurazione infettava come ancora infetta le anime e spinge al male. Mi piace riconoscere e descrivere questo processo, in tutte le infinite forme che può assumere; il vero noir, che è un viaggio nella formazione e nello sviluppo del male, per me è questo.

Ti piace la poesia? Che autori leggi principalmente?

R. Amo molto la poesia, con l’amore di chi non sarebbe mai capace di indagare se stesso con tanta e tale profondità da scriverne. Tra i classici adoro Kavafis, Corazzini e Garcia Lorca, ma ho la fortuna di conoscere e di essere amico di alcuni raffinati poeti napoletani, tra i quali vorrei ricordare Bruno Galluccio, autore di una raccolta per Einaudi dal titolo “Verticali”, e Rossella Tempesta (“L’impaziente” per Boopen Led): il colore limpido delle loro anime dà luogo a liriche per me di straordinario valore.

Se dovessero fare una trasposizione cinematografica dei tuoi libri chi vedresti bene nella parte di Ricciardi?

R. Questa è stranamente la domanda che mi viene fatta più spesso, forse perché Fandango, il mio editore, è anche una grande casa di produzione cinematografica e televisiva; o anche, ed è quello che mi auguro, perché le mie storie lasciano ai lettori immagini ben chiare e la voglia di attraversare personalmente quei climi e quegli ambienti. Non ti nascondo che il progetto esiste e forse tra non molto gli appassionati potranno vedere, magari sul piccolo schermo, le vicende di Ricciardi. Per quanto riguarda l’attore che potrebbe interpretarlo, sono anch’io molto curioso; mi piacerebbe che fosse campano, consapevole delle atmosfere che può avere questa terra e in grado di riprodurne espressioni e sentimenti. Sarà comunque meraviglioso vedere professionisti del settore, registi e attori condividere un progetto del quale non sono assolutamente geloso.

Quali sono gli scrittori che ti hanno maggiormente influenzato come scrittore e quelli che ti hanno folgorato come lettore?

R. Come ho detto sono un lettore bulimico e quindi non ho pregiudizi di genere. Credo inoltre che in ogni libro ci sia qualcosa di bello e che ogni lettura lasci un piccolo o grande segno nell’anima. Amo Le Carrè, Garcia Marquez, Follett, Asimov, il King dei classici; Mc Carthy, Roth; ho trovato interessanti le prime prove di Perez Reverte e di Zafòn, salvo rimanerne un po’ deluso in seguito. Tra gli italiani nel genere apprezzo Carofiglio, Evangelisti, Todde, il mio amico Diego De Silva e Gianni Biondillo, straordinaria la sua scrittura. Fuori dal genere Veronesi è il mio preferito, dopo l’immenso Stefano Benni.

So che sei un grande appassionato dell’87° distretto di Ed McBain, cosa ami più di questo autore?

R. I 52 romanzi dell’87° distretto sono a mio modo di vedere un cardine di assoluta importanza per il mondo del noir. La costruzione di un mondo, di un gruppo di uomini con le loro storie quotidiane, i problemi personali, gli amori, i figli e le vite intessute a doppio filo con una città che è un immenso animale feroce, con sonni e rabbie improvvise, e col mostro del delitto acquattato dentro, pronto a ruggire e a scagliarsi contro chiunque. E più ancora il clima, il freddo, il caldo, la primavera a scandire gli umori, i tempi e i modi dell’azione sempre serrata che lascia il lettore senza fiato e con un’acuta nostalgia alla fine di ogni romanzo. Un Maestro assoluto. La sua scomparsa, nel 2005, ha lasciato un vuoto che non sarà mai colmato.

Definiscimi il noir.

R. Il noir è un viaggio; un percorso attraverso il male, la sua genesi, la crescita, lo sviluppo e l’esplosione attraverso il delitto. E’ un modo di guardare il mondo senza giudizi o pregiudizi, dove gli innocenti e i colpevoli non esistono e dove vittime e carnefici si scambiano di posto così spesso da renderne impossibile il riconoscimento. E’ un pianeta nel quale legge e giustizia non hanno la necessità di coincidere, e dove la pena da scontare è spesso la vita stessa.

Chandler o Hammett?

R. Chandler. Folle e visionario, imprevedibile come la materia di cui scrive.

Tornando al periodo storico in cui hai ambientato le storie di Ricciardi, ovvero gli anni 30 in un certo senso ambientazione prediletta da Lucarelli, in cosa siete simili e in cosa siete diversi?

R. Anzitutto lui è un grandissimo, che non deve dimostrare niente e che ha da tempo consolidato il suo valore di autore; cose che io sono ben lungi dal raggiungere, per ora. Come scrittura credo che ci siano molte differenze, forse lui risponde maggiormente a canoni classici di scrittura di genere mentre per me il noir è un’occasione di viaggio attraverso sentimenti e passioni dell’epoca. Insomma credo che per il sottoscritto l’ambientazione sia un punto d’arrivo mentre per Lucarelli costituisca un punto di partenza; ma è solo la mia opinione, naturalmente.

Ci sono autori emergenti che ti hanno particolarmente colpito? R. Tra gli esordi degli ultimi anni ho già citato Gianni Biondillo, il mio preferito; mi piacciono moltissimo anche Ugo Barbàra, autore di “In terra consacrata”, il cui taglio giornalistico è interessantissimo, e Bruno Morchio, la cui Genova è coinvolgente e trascinante. Mi piace anche ricordare l’agghiacciante “Accabadora” della bravissima Michela Murgia, epigona di una tradizione, quella sarda, che è a mio parere la vena più profonda del noir italiano.

Qualche consiglio agli scrittori in cerca di editore?

R. Non cedere alla tentazione di pubblicare a pagamento: si tratta di una truffa non a danno dell’autore, che è libero di spendere come crede i propri soldi, ma del lettore, che troverà sugli scaffali prodotti privi di una necessaria selezione alla base e che quindi tra tanto ciarpame potranno non trovare romanzi belli e interessanti; poi non voler per forza scrivere qualcosa di originale, perseguendo un eccessivo allontanamento dalla realtà che, se per gli scrittori in genere è dannoso, per gli autori di noir è letale; infine, naturalmente, non mollare mai se si crede fortemente nelle proprie storie.

Il primo giallo tutto italiano pubblicato dalla Mondadori è “Il sette bello” I gialli Mondadori, 1931 di Alessandro Varaldo. L’hai mai letto?

R. No, ma ho letto tutti i romanzi di Augusto De Angelis, il creatore del commissario De Vincenzi, il primo giallista italiano che ebbe immenso successo proprio in quegli anni. E’ una lettura che consiglio a tutti, un po’ ingenua con gli occhi di oggi ma per molti versi di intatto fascino.

Cosa stai leggendo in questo momento?

R. Un bellissimo saggio edito da Fazi, “Storia della paternità” di Maurizio Quilici; un romanzo giallo di ambientazione storica che devo presentare a Napoli, “I leoni d’Europa” di Tiziana Silvestrin (ed. Scrittura & Scritture), un lavoro che dimostra che se si ha una buona idea nessun genere è superato; “Che la festa cominci” di Ammaniti (Einaudi Stile Libero), perché se uno sa scrivere può scrivere qualsiasi cosa.

Perdonami questa domanda un po’ marzulliana, cos’è la libertà per te?

R. La libertà è essere proprietari del proprio tempo: è banale, lo so, ma per me è così. La si baratta un po’ con gli affetti, un po’ col lavoro, un po’ con la passione. E forse, se si è abili nello scambio, non se ne sente poi tanto la mancanza, se se ne conserva almeno un po’.

A che libro stai lavorando in questo momento? Sempre con Ricciardi come protagonista o hai altri progetti?

R. Ho in cantiere il quarto Ricciardi, l’ultimo della quadrilogia per Fandango che uscirà a fine anno, il libro dell’autunno; ho in mente una bella storia, forse la migliore di tutte finora. Poi vorrei scrivere un lavoro teatrale in tre tempi, visitando il mondo inquietante delle anime morte che, ne sono certo, popolano la mia città convivendo coi vivi; e un paio di storie di ambientazione calcistica, un’altra mia grande passione.

Consentimi di abbracciarti e di salutare affettuosamente i lettori di Liberidiscrivere, ringraziandoli di essere arrivati in fondo a tutti questi vaneggiamenti di un anziano giovane scrittore.

Maurizio de Giovanni, febbraio 2010

:: Intervista a Stefano Di Marino a cura di Giulietta Iannone

7 febbraio 2010 by

Stefano Di Marino

LdS Benvenuto Stefano su Liberidiscrivere. E’da tanto che volevo intervistarti. Sei uno dei pochi autori italiani specializzati in noir d’azione. Presentati ai nostri lettori, tuoi pregi e tuoi difetti.

SDM- Ciao a tutti. Presentarmi? Sono uno che da ragazzo sognava di trasformare il suo hobby in un lavoro. Adesso che ci sono riuscito ho scoperto di non sapere fare altro. Un po’ come Il Professionista, il mio personaggio più fortunato… solo che a differenza sua non devo alzarmi tutti i santi giorni e sparare a qualcuno. Quindi direi che è andata meglio a me che a  Lui… (Sorride)

LdS- Parlaci della tua Milano. Ami l’Italia o preferisci i luoghi esotici?

SDM- Sono cresciuto con Salgari, il mito dell’Oriente dove ho effettivamente passato parecchio tempo, le arti marziali e tutto quel genere di mitologia. Poi, quasi per caso, anni fa, ho scoperto che anche la mia città è un ottimo set per le storie che racconto. Milano. Gangland. Ormai la città di Chance Renard, il Professionista, da diversi anni. Ma anche la mia. Ci sono cresciuto ne ho letto la cronaca ma soprattutto ne ho studiato la geografia criminale. Ho girato le sue strade di giorno e di notte. Studiando la gente, guardando le facce, le vie buie che non finiscono mai. Quelle belle e quelle meno La Milano da bere, delle modelle, della coca, dei salotti buoni. Ma anche la Milano dei tunnel della Stazione, dei binari morti, dei giardinetti striminziti dove si vende di tutto e tutti. La città dei film di Di Leo, di Lenzi, di Martino dei romanzi di Scerbanenco, la Milano degli anarchici, dei centri occupati, delle mille mafie extracomunitarie, della mala italiana che dal Sud è venuta qui a spartirsi il bottino,  la città delle lucciole, dei trans in guerra tra loro, del ‘ tutto a posto e niente in ordine’.  La città dei banditi famosi, della rapina di via Imbonati, dei quartieri cinesi, della casbah, dei bastioni dove i ragazzini romeni si mettono in vendita così, come se fosse normale. La Milano dei pornoshop, dei centri massaggi, dei club privè, delle catene di pizzerie che nascono come funghi e spariscono il giorno dopo per coprire chissà quali riciclaggi, delle palestre, dei bodyguard, del recupero crediti fatto da pugili falliti. Degli assassini e dei maniaci. Dei disperati e di quelli che annegano qualsiasi cosa in un bicchiere d’alcol. Gangland. Senza legge, senza ordine, senza una logica.

LdS- Ti sei laureato in Giurisprudenza, poi invece di fare l’avvocato hai scelto di fare il narratore. Come è nato il tuo amore per la scrittura?

SDM- Ho cominciato a scrivere a dodici anni e da allora non ho mai smesso. Già leggevo moltissimo. La laurea in Giurisprudenza è stato un errore di percorso, me ne sono accorto che ero a metà del cammino. Erano anche altri tempi. Se non mi fossi laureato chi lo sentiva mio padre? Però ho sempre cercato di lavorare nel’editoria, campo di cui non sapevo nulla di concreto. Poi, sbagliando, si impara.

LdS- Cosa leggevi da ragazzino, quali sono state le tue letture di formazione?

SDM- Salgari e London, nelle versioni per ragazzi, montagne di fumetti di ogni genere. Poi sono passato a Fleming, a Segretissimo e ai grandi Western… così ho scoperto molti autori, poi è venuto McBain che era un maestro per chiunque volesse imparare a scrivere. Diciamo una formazione eterogenea…

LdS- Raccontaci una tua giornata tipo dedicata alla scrittura.

SDM- Io lavoro a tempo pieno nell’editoria. Di solito la mattina, dopo aver risposto alla posta, e navigato un po’ tra i vari siti che trattano del mio settore (che cominciano a essere davvero tanti…) traduco per un paio d’ore… diciamo cinque o sei pagine quasi definitive. Poi a pranzo… sport… nuoto, abitualmente. Riprendo il lavoro con una sessione di scrittura di un paio d’ore o qualcosa di più. Diciamo anche qui 5 pagine complete. Tutti i giorni. La costanza e la continuità sono importantissime. Quel che resta tra attività di promozione e letture. Non lavoro mai dopo cena se non per eventi quali presentazioni e corsi di scrittura.

LdS- Sei stato definito uno scrittore prolifico e instancabile, ed effettivamente hai scritto tantissimo spaziando  dal thriller, al noir d’azione, all’horror . Dove trovi tutta questa energia?

SDM- Nella passione per quello che faccio. Personalmente ho una formazione marziale, quindi sono un ‘padrone’ abbastanza rigido. Scrivere è un mestiere, bellissimo, ma richiede dedizione. Tutti i giorni, un po’ , ma tutti i giorni. I libri non si scrivono da soli….

LdS- Raccontaci i tuoi esordi. Quando hai avuto nel
le mani il tuo primo manoscritto ultimato come hai trovato un editore? C’è qualche talent scout che ti ha scoperto?

SDM- Come dicevo ho scritto sin da giovanissimo. Un sacco di romanzi e racconti finiti ma non rivisti. Ho cominciato a cercare di pubblicare intorno ai 25 anni collezionando una serie di porte in faccia micidiali. Però ho iniziato con qualche articolo, un raccontino qui e uno là, e sempre avanti a rompere l’anima a editor e a chiunque avesse contatti con l’editoria. Contate che negli anni ‘80 non c’era internet e tutto diventava più lento. L’occasione buona venne per testardaggine e per fortuna. Scrivevo per la rivista Febbre Gialla di Massimo Moscati che collaborava con il Giallo Mondadori ed era amico di Orsi allora proprietario della Libreria del Giallo. Un pomeriggio ci incontrammo di persona proprio in libreria. Mi disse che stava curando un progetto per gli Oscar, Nero  Italiano. Mi chiese se mi andava di cimentarmi. Certo, non era una spy story internazionale ma una vicenda  milanese con parecchi paletti imposti dall’editore. Ma l’idea del thriller ambientato nel quartiere cinese gli piacque. È cominciata così…. Per il sangue versato, 1990.

LdS- Io sono una lettrice istancabile di Segretissimo, scaffali interi della mia biblioteca sono pieni di quei libri sottili dalla copertina nera, quali pensi siano gli autori migliori?

SDM- Molto piacere che tu lo dica… sfata il mito che Segretissimo sia solo una lettura maschile. Diciamo che Segretissimo ha sempre proposto la spy story nella sua versione più dinamica e avventurosa. Tra gli autori del passato sicuramente Jean Bruce, Nick Carter e Donald Hamilton (quello di Matt Helm). Il migliore di tutti per me era comunque Aarons che era anche un grande giallista. I romanzi di Sam Durrell sono ancora oggi trai migliori. Poi c’è SAS di de Villiers che è un po’ un caso a parte perché ha trovato una variante del  modello Bond inserendo l’attualità realistica e il sesso hard che prima non c’erano. Dal 1965 a oggi 180 episodi (non tutti scritti da lui) : bel record. Poi mi piaceva molto Phil Sherman di Don Smith. Ma c’erano moltissime serie valide che spesso hanno ispirato il cinema da Coplan di Paul Kenny a Domino di John Tiger.

LdS- Hai letto Balkan Bang di Al Custerlina? Se sì, che ne pensi?

SDM- Certo. Lo presi all’uscita perché già dal titolo mi ispirava. Poi ho conosciuto Alberto. Abbiamo fatto anche diverse presentazioni assieme e siamo diventati amici. Abbiamo una affinità di visione per quanto riguarda questo genere di storie. Mi fa molto piacere che Balkan Bang sia stato pubblicato anche su Segretissimo e naturalmente aspetto di leggere Mano nera che dovrebbe uscire entro questa estate.

LdS- Oltre a scrivere romanzi scrivi anche racconti, nella brevità è più difficile essere incisivi e completi, che tecniche usi per scrivere buoni racconti?

SDM- Ho esordito con i racconti ma la mia passione sono gli intrighi lunghi. Però ho riscoperto il piacere del racconto di media lunghezza proprio nell’ultimo anno. Prima di tutto devo dire che mi fa piacere che si siano aperti più spazi per questo tipo di narrativa che ritengo utilissima per farsi conoscere al di fuori del proprio pubblico abituale. Lo schema di lavoro è identico a quello del romanzo, a volte i fatti si sviluppano intorno a una singola idea. Il racconto , dopotutto, vive intorno a una trovata. Mi trovo a mio agio sulla lunghezza che va dalle 30 alle 60 cartelle perché ho comunque la possibilità di sviluppare una trama. Però ho scritto anche racconti di una pagina come nel caso dell’antologia 365 racconti erotici che uscirà per Delos, in cui era richiesto un racconto di 2000 battute, una pagina. Lì sì che ci vuole l’idea fulminante.

LdS-Fai parte della redazione della rivista fantascientifica Urania. Quali sono i tuoi scrittori di fantascienza preferiti?

SDM- In realtà ho cominciato a lavorare nella redazione di Urania, 20 anni fa… non ne faccio più parte dal  ’94, ma ho mantenuto buoni rapporti ovviamente con lo staff. Devo ammettere che la mia cultura fantascientifica è più cinematografica che letteraria. Per me la fantascienza è Alien e seguiti, Blade Runner, Matrix… narrativamente trovo interessanti i romanzi di Gibson ma credo che il mio punto di riferimento in merito sia Herbert con la saga di Dune. Ricordo poi Lucius Shepard, in particolare  Settore Giada e Kalimantan, una storia sul mondo magico del Borneo che mi  ispirò moltissimo… Ovviamente per lavoro ho letto i classici da Asimov a Phol, Strugeon e molti altri, però non è che mi abbiano lasciato moltissimo. Nel campo del fantastico sono più orientato sull’horror dai classici gotici passando per Lovecraft via Matheson, Block, McCammon e Simmons che trovo eccezionale nei romanzi  horror(I figli della paura, L’Estate della Paura, il Terrore, e Drood che è ancora inedito ma è una ricostruzione dell’epoca dickesiana in chiave horror veramente eccezionale) mentre mi piace di meno quando scrive di fantascienza.

LdS- Stefano Di Marino e la critica. Più gioia o dolori? Quale è la recensione che ti ha fatto più felice leggere?

SDM- Ho sempre avuto critiche positive ma agli editori la cosa sembra interessare poco. Un funzionario di una casa editrice una volta mi disse… ‘bella la recensione di Pacchiano sul Sole 24 ore (si parlava Ora zero, Nord) ma quante copie ti ha fatto vendere?’ Ne ricordo una molto positiva di Lacrime di Drago sul Manifesto, poi alcune di Asciuti su Pulp. Tante comunque. Ricordo con piacere quelle in cui ho capito che il recensore aveva letto il romanzo… Sic transit gloria mundi… preferisco le lettere dei lettori…

Lds- Quali scrittori esordienti ti hanno maggiormente impressionato. C’è un consiglio che vorresti dargli?

SDM- Negli ultimi anni c’è stato un florilegio di nuovi autori. Sono amico di diversi di loro. Tra le donne la più dotata mi sembra sicuramente Barbara Baraldi, però mi piacciono molto anche i racconti di Cristiana Astori. Ho trovato formidabile anche Les italiens di Enrico Pandiani che non conosco ma credo che diventerà noto. Poi diversi altri…A chi comincia consiglio senz’altro di interrogarsi sulle proprie motivazioni. È un ambiente e un lavoro difficilissimo, non tanto per la parte creativa. Il ‘mestiere’ di scrittore è fatto anche di risvolti meno piacevoli che riguardano i rapporti con le case editrici, con le immancabili frustrazioni che vengono dai rifiuti, dalla cattiva distribuzione… insomma tutte cose che all’inizio si tende a dimenticare eppure sono fondamentali. Se non avete una grande passione e una grande forza di volontà è meglio che scegliate un’altra carriera. Difficilmente diventerete ricchi e famosi con questo lavoro, perciò le soddisfazioni vengono dalla possibilità di raccontare le proprie storie, magari a un numero ristretto di persone, e a volte arrivare a fine mese è dura. Se dopo aver considerato che comunque in Italia si legge poco e che gli scrittori di successo di solito sono persone che hanno già altre fonti di reddito e anche spinte e non necessariamente vi trovate in questa situazione privilegiata… e avete ancora voglia di diventare narratori… be’ ragazzi, dateci dentro. Avete tutto il mio sostegno morale.

Lds- Il libro aperto sul classico comodino?

SDM- Il ventre del lago(Boy’s Life) di Robert McCammon, pubblicato da Interno Giallo. La storia di un ragazzo che vuol diventare scrittore. Nel corso di un’estate vissuta tra le paludi del profondo Sud degli Stati Uniti diventa uomo attraverso tutta una serie di avventure che hanno tutte una spiegazione logica ma potrebbero avere un risvolto fantastico. Ho pianto alla fine. E poi Posizione di Tiro di Manchette, il vademecum del  noir d’azione.

LdS- Puoi parlarci della trilogia di Montecristo? Ti sei ispirato a fatti reali italiani, come Gladio?

SDM- No, per la verità. Volevo scrivere una storia su un colpo di stato in Italia e cercavo uno spunto da molti anni. Poi mi sono ritrovato con una serie di fatti slegati del passato e del presente, suggestioni cinematografiche e reali. Insomma un sacco di cose vere o fantastiche che si intersecavano ed è nata quella storia. Malgrado sia molto lunga , 900  pagine in tutto,  nelle sulle linee guida mi è stata subito molto chiara. E’ un romanzo politico? Forse; è uno specchio distorto ma fino a un certo punto dell’Italia che vedo interno a me e che, per la verità, mi inquieta parecchio. Ma è anche una storia di intrattenimento, di fantapolitica. Certo ci sono dei riferimenti per chi vuole vederli, ma il mio scopo non era quello di lanciare messaggi. Magari suscitare qualche riflessione quando l’eco delle pallottole si spegne.

Lds- Raccontaci un episodio divertente o bizzarro che è accaduto durante una presentazione dei tuoi libri.

SDM- Presentazione di Ora Zero alla FNAC di Milano nel 2005. Mi introduce  Giovanni Pacchiano che è sempre un nome della cultura  italiana, pubblico variegato. L’editore era stato mio compagno di Liceo e aveva chiamato tutta una platea di ex compagni e compagne che io non vedevo da vent’anni. La Milano bene. Poi c’erano amici e colleghi. E poi venne Caterina, una spogliarellista con cui uscivo in quel periodo. Colombiana, una ragazza d’oro. Serissima e un po’ intimidita ma sempre in grado di far girare la testa a tutti. Si siede in ultima fila poi a un certo punto mi saluta timidamente. Impegni. Ho fermato la presentazione per salutarla. “Encandato de su presencia!” Un figurone. Poi, l’anno scorso a Bologna, con Bernardi alla Feltrinelli per la presentazione di Pietrafredda (Perdisa) presentavamo anche il romanzo di Angelo Marenzana. Bel pubblico. Arrivano poi una serie di mie affezionati lettori. Alcuni li conoscevo solo via internet, altri di persona. Uno aveva la maglietta del  Punitore con il teschio. Un altro arriva tutto fico, abbronzatissimo, altri con le facce da duri. Si arroccano in prima fila. Guardo Luigi e gli dico: “I tatuati sono la mia gang”. E Luigi che mi conosce da vent’anni e sa che sono rimasto quello di una volta sospira e sorride. “Lo so”, mi dice. Poi ci sarebbe da scrivere un libro su tutto quello che è successo e succederà ancora al Sud di Milano con Pinketts e Cappi. Il Sud ci ha regalato emozioni uniche. Sigari, alcol, ragazze, tipi strani. Gangland, come dicevo prima.

LdS-Ci sono progetti cinematografici tratti dai tuoi libri?

SDM- Al momento no. Per il sangue versato  fu opzionato dal cinema e pagarono anche un sacco di soldi di anticipo. Mi ci comprai la macchina. Ma non se ne fece nulla. In realtà ho l’impressione che le mie cose non siano adatte alle produzioni italiane attuali né per il cinema né per la Tv. Negli anni ’70 forse…

Lds-Quali sono i tuoi scrittori preferiti e quelli che ti hanno maggiormente influenzato?

SDM- Come ti dicevo da ragazzo tutti gli autori avventurosi da Salgari a  Fleming passando per McBain. Di sicuro agli inizi degli anni ‘90 la lettura di Ellroy(Dalia Nera e Il Grande Nulla in particolare) mi hanno aperto delle prospettive nuove. Sono comunque un grande consumatore di pulp, nel senso migliore. Robert B. Parker, Richard Stark, LeBreton, sicuramente Manchette, Recentemente ho riscoperto Huges Pagan e ho letto con grandissimo piacere il romanzo che Oliver Marchall ha scritto con David Defendi dalla sua serie Braquo. Tra gli italiani Scerbanenco e… sì lo so che è un autore di fumetti, ma mi ha influenzato moltissimo,  Magnus (Roberto Raviola) dello Sconosciuto e dei Briganti. Un grande artista, un grande Uomo, che ho avuto anche il piacere di conoscere. Credo manchi a tutti…

Lds-Sei un appassionato d’oriente e un cultore d’arti marziali. In cosa pensi queste passioni abbiano influenzato la tua scrittura?

SDM- Per me arti marziali, scrittura, fotografia fanno parte del mio modo di esprimermi, non c’è una linea di demarcazione. Una volta ero un praticante ossessivo se non  bravissimo… insomma come per la scrittura… talento sicuramente un po’, ma moltissima passione e perseveranza. Oggi  gli anni sono passati ma lo spirito resta quello.

LdS- Sempre parlando d’arti marziali, argomento che mi appassiona, pensi che chi pratica queste discipline abbia un’ autodisciplina e un rigore morale maggiore anche fuori dalle palestre?

SDM- Ne parlavamo prima. Io credo nella autodisciplina che è il contrario della disciplina. È una cosa che scegli di seguire da solo, non ti viene imposta. Sei tu il tuo maestro. Il più severo a volte.

LdS- Ci sono errori che hai commesso nella tua carriera che oggi grazie all’esperienza non commetteresti più?

SDM- Eh, ho un brutto carattere, combattivo, indipendente… per emergere , paradossalmente, bisogna stare nel branco… no, sinceramente ho sicuramente fatto delle scelte sbagliate ma alla fine, nelle stesse condizioni, le rifarei. Ti faccio un esempio. Quando cominciai a lavorare in Mondadori mi offrirono un posto da redattore ordinario(non giornalista) a Urania. Il funzionario che mi fece il colloquio mi disse che era un lavoro da frustrati ma io dovevo guadagnare e accettai. Di certo non avrei retto più di quattro anni, però ho conosciuto un sacco di persone, ho visto come ‘ si fanno’ fisicamente i libri e sono state lezioni importantissime. Poi, anni dopo, mi sentii dire che dovevo scontare di aver cominciato a lavorare come redattore… in pratica o si comincia a giocare in prima classe oppure si resta sempre nelle retrovie. Ma credo succeda anche nella musica dove ci sono fior di arrangiatori e la gente ricorda solo i divi che finiscono sui rotocalchi… un  po’ il contrario del mito del narratore  che comincia da zero. Però fa anche parte della condizione di scrittore ‘ de genere’ che mi sento attaccata addosso da anni. E va bene così.

LdS- A che libro stai lavorando in questo momento? Puoi anticiparci i tuoi progetti anche futuri?

SDM- In questo preciso momento sto lavorando a una nuova avventura del Professionista ma ho moltissimi progetti. Si lavora sempre con un anticipo di almeno un anno. Ho scritto e consegnato dei racconti  hard boiled, erotici, horror, un manuale di scrittura… stavo lavorando a una sceneggiatura a fumetti presa dal Professionista ma il progetto mi sembra sfumato. Non importa; scrivere è un lavoro che richiede molta volontà e una continua  creatività. Alla fine come diceva Oliver Stone ‘Che si vinca o si perda, non conta. Si gioca ogni maledetta domenica e ogni volta si comincia da capo’. Grazie a te e a Liberi di Scrivere per avermi concesso questo spazio.

:: Intervista a Barbara Baraldi

6 febbraio 2010 by

E’ un vero piacere Barbara poterti intervistare per Liberidiscrivere. Come prima cosa vorrei che ti descrivessi anche fisicamente ai nostri lettori.

Non sono mai stata brava a descrivermi. Ho sempre pensato che a seconda dell’umore e dello stato d’animo si sia differenti. Oggi ho gli occhi grigi. Indosso un paio di orecchini appartenuti alla mia bisnonna che mi fanno sentire bene. Amo vestirmi di nero con piccoli dettagli colorati. Qualcuno dice che fisicamente non sono cambiata dalla terza media, non so se è un complimento.

Negli ambienti alternativi sei un’icona, quasi una musa che ispira musicisti e scrittori, ti piace questo ambiente un po’ bohemien dove l’arte ha una così grande importanza?

Sono cresciuta leggendo i poeti maledetti. Sulle pareti della mia stanza scrivevo con lo smalto nero per unghie i versi di Baudelaire e Rimbaud. L’arte è essenziale per me e da sempre ho sentito il bisogno di esprimermi attraverso la creatività. Allo stesso tempo mal sopporto gli ambienti finto bohemien, che danno importanza solo alla posa.

Fotografa, scrittrice, modella, collezionista di bambole e carillon. C’è in te qualcosa di antico, misterioso, quasi fiabesco quando penso a te mi vengono in mente le grandi eroine romantiche del passato, le eteree figure femminili dei preraffaeliti, ti riconosci in queste sensazioni?

Conservo qualcosa di antico dentro di me. Adoro perdermi nei mercatini di antiquariato e non resisto di fronte a un paio di guanti di raso o a una veletta di pizzo nero. Colleziono oggetti del passato e amo immaginare a chi siano appartenuti. Li scelgo a tatto, d’istinto. Adoro i musei e i film in bianco e nero.

Come è  nato in te l’amore per la scrittura? E’ un sogno che avevi fin da bambina?

Ho sempre amato raccontare storie. La scrittura è forse nata dal bisogno di custodirle.

Quali sono i tuoi scrittori preferiti e quelli che ti hanno maggiormente influenzato?

Adoro Herman Hesse. “Narciso e Boccadoro” è uno dei miei romanzi preferiti insieme a “L’amante” di Marguerite Duras.

Nel panorama italiano le donne che si occupano di noir si contano sulle dita di una mano, pensi sia più difficile per una donna accostarsi a questo genere letterario o dipende solo dal carattere di ognuno?

Forse è davvero una questione di carattere, ma anche di educazione. Mi viene in mente la puntata in cui Lisa Simpson lotta contro la bambola parlante che dice solo frasi conformiste. In fondo, in Italia, già a fine ottocento, Carolina Invernizio scriveva romanzi gotici a tinte fosche. Basta leggere i titoli delle sue opere per indovinarne i contenuti: “Il marito della morta”, “La fata nera”, “La vergine dei veleni”, tanto per citarne alcuni. Mi sono sentita attratta da questo genere fin da piccola: le storie che raccontavo erano sempre popolate da streghe, case abbandonate e inafferrabili gatti neri.

Scrivere è  un arte molto solitaria, ci sei tu la carta e la penna, come compensi questa tendenza all’isolamento?

Fa un po’ parte del mio carattere, quindi non mi pesa passare lunghi periodi in casa, a scrivere. Compenso con un bel concerto live, in cui ci si trova immersi in un bagno di folla e per ballare devi sgomitare.

 Hai esordito utilizzando lo pseudonimo, che poi hai abbandonato, di Luna Lanzoni, perché questa scelta?

Non ho scelto io di abbandonare lo pseudonimo; Luna è il nome che mi ero scelta e con cui ero conosciuta nell’ambiente dark. Poi ho vinto due importanti concorsi letterari di genere e quando è arrivato il momento di pubblicare “La collezionista di sogni infranti”, la scelta è stata obbligata. Luna è rimasta legata al mio primo romanzo, una storia di formazione sentimentale con risvolti di raffinato erotismo.

(Foto di Carmine Stellaccio)

“La ragazza dalle ali di serpente” pubblicato con Zoe nel 2007 ha avuto un grande successo, ti ha sopreso o ha confermato le tue certezze?

Mi ha sorpresa e, soprattutto, spaesata. Le prime presentazioni, le prime mail dei lettori, la prima recensione positiva. Queste conferme mi hanno dato la forza di continuare nel difficile percorso dell’editoria.

“La collezionista di sogni infranti” è una lenta discesa nell’incubo, nel magma oscuro che la paura genera. Per creare questo clima quasi claustrofobico utilizzi le tue stesse paure o è tutto invenzione?

A volte il processo comincia con la rielaborazione delle mie paure. Ma sono i protagonisti del romanzo che con la loro personalità finiscono per contagiare la mia fantasia. A volte è la vita che mi circonda ad ispirarmi.

Ti piacciono i romanzi gotici di fine ottocento? Ti hanno ispirato le opere di Poe o di Lovecraft o le atmosfere del Frankenstein di Mary Shelley?

Adoro quelle atmosfere! Spesso rileggo Poe e Lovecraft; non smettono mai di sorprendermi. Frankenstein mi strappa sempre una lacrima, ma non ditelo in giro (sorride).

C’è molta sensualità e forza nei tuoi libri, sei conscia di trasmetterla o è un meccanismo del tutto involontario?

È un meccanismo involontario. Leggendo le mail dei miei lettori, spesso rimango colpita dalle emozioni che mi descrivono, scaturite dalla lettura, e rimango profondamente emozionata. È come se uno specchio me le regalasse, arricchite.

In una tua recente intervista apparsa sui giornali affermi di raccontare l’anima “noir” di Modena; che rapporto ti lega con la tua città?

Modena la sto imparando a conoscere negli ultimi anni. Mi consideravo una bolognese d’adozione. Modena, come Bologna, ha un’anima gotica che impari ad amare perdendoti tra le sue vie.

Caso molto raro tu scrivi sia racconti che romanzi, quale dei due generi ti riesce più facile scrivere e personalmente perché pensi che in Italia sia così difficile pubblicare libri di soli racconti?

Amo scrivere sia romanzi, che racconti; dipende molto dalla storia che voglio raccontare. Non so perché sia difficile pubblicare raccolte di racconti in Italia, io le leggo più che volentieri. Tra i miei libri preferiti c’è “Racconti dell’orrore” di Edgar Allan Poe, ma forse cito un classico ed è troppo facile.

Hai vinto numerosi premi letterari: Mario Casacci nel 2006 e nel 2007, Orme gialle nel 2009 e il Gran giallo città di Cattolica nel 2007. Nel 2008 con “La collezionista di sogni infranti” sei risultata finalista nella cinquina del pubblico al Premio Scerbanenco. Oltre che premiata dal pubblico sei anche apprezzata dalla critica, che effetto ti fa? Quale è la recensione più bella che hai ricevuto?

Ricevere apprezzamenti sprona a proseguire con determinazione. Inoltre i consigli degli esperti aiutano a migliorarsi, ma presto attenzione anche alle riflessioni dei miei lettori. Non ho una recensione preferita, ma molte frasi preferite che ho letto e riletto fino a impararle a memoria; le recito a me stessa nei momenti di sconforto.

Quanto il cinema influenza la tua scrittura? Ti piaciono i film noir americani degli anni 50 pieni di personaggi belli e complessi ma immersi in un’aura quasi maledetta?

Il cinema influenza tantissimo la mia scrittura. Quando scrivo procedo a visioni, come se un film mi scorresse davanti. Adoro i film anni 50; quando sono giù di corda me li riguardo e mi ricaricano. “La morte corre sul fiume” è uno dei miei film preferiti di sempre. Love. Hate.

Che libro stai leggendo attualmente e dimmi se c’è un esordiente che ti ha particolarmente impressionato?

Il libro che sto leggendo ora è proprio di un’esordiente: Malinda Lo. Si tratta di “Ash” (Elliot) una rivisitazione arguta della fiaba di Cenerentola.

Barbara Baraldi (foto di Mirella Malaguti)Dal 4 febbraio è in edicola per il Giallo Mondadori “Bambole pericolose”. Vuoi parlarcene?

“Bambole pericolose” è ambientato in una Bologna gotica e oscura. La protagonista è Eva, antieroina seducente e pericolosa che uccide per un ideale. E poi ci sono combattimenti clandestini, amore e odio, tradimenti e la luna piena, che scandisce gli incontri come ancestrali riti di sangue. C’è voluto tempo e dedizione per prepararmi sulle tecniche di combattimento. Ho frequentato,  ma solo da spettatrice, un corso di kick boxe, e assistito ad alcuni incontri.  Passione che del resto coltivo da anni. Adoro l’atmosfera del ring e ho imparato tanto, documentandomi per questo libro, anche a livello umano. (Foto di  Mirella Malaguti)

Stai lavorando ad un nuovo libro? Puoi anticiparci qualcosa?

Posso anticiparvi il titolo della mia prossima uscita: “Lullaby, la ninna nanna della morte”. Uscirà a marzo nella nuova collana Torpedini per i tipi di Castelvecchi. È un noir avvolgente, e una struggente melodia fa da sottofondo a un incubo da cui è impossibile svegliarsi.

Grazie Barbara.

Grazie a voi per avermi ospitata nel vostro sito.(sorride)