:: Intervista a Dario Arkel di Davidia69

Dario Arkel, ricercatore in scienze sociali e dell’educazione, attivo nella difesa dei diritti sociali e di cittadinanza, collaboratore dell’Università di Genova, è giornalista, saggista autore teatrale.

Le sue due ultime pubblicazioni, per Atì Editore, sono nell’ordine un romanzo, Fedele alla Terra (2008) e Ascoltare la luce (2009), una raccolta di scritti sulla vita e pedagogia di Janusz Korczak.

Personalmente ho letto Fedele alla terra con una sorta di fascinazione. Arrivata al libro per pura coincidenza, come spesso accade bazzicando sul web, ho scoperto in Arkel lo stile narrativo che da sempre cerco in un testo: comprensione, fluidità della narrazione, intensità della storia.

Lo ringrazio per il tempo che ha voluto dedicarmi rispondendo alle mie semplici domande.

D.: Qual è stata la prima volta che hai sentito parlare di Janusz Korczak?

Non ho un ricordo preciso di quando come e perché Janusz Korczak sia entrato nella mia vita. Ho sempre sentito parlare della sua vicenda personale, sin da piccolo, sarà perché in Israele è considerato un Giusto dell’Umanità, o perché è stato uno degli uomini, come Gandhi e altri, che ha combattuto un nemico sanguinario con la forza della dignità umana e dell’ostinata ricerca dell’amore tra gli uomini.

 D.: “Ascoltare la luce” è il tuo libro che raccoglie articoli, considerazioni, analisi e, “”La posta” del Dottor Korczak” – un dramma in tre anni. Tutto questo materiale è improntato sulla vita e il pensiero di Janusz Korczak un pedagogo polacco che, durante la seconda guerra mondiale, ha dato la propria vita per amore della sua ragione di vita: il Bambino. Come sei riuscito, in una maniera così originale, completa e molto interessante, ad amalgamare aspetti così diversi della scrittura come il saggio ed il teatro? Si tratta solamente di un “assemblaggio di materiale”?

I saggi raccolti esprimono la mia attività per la conoscenza della pedagogia di Korczak dal 1998 al 2009. Uno di questi saggi, nel 2003, vinse il Premio Rea per la saggistica. Sono molto fiero di ciò, non tanto perché rappresenta un successo personale ma perché è davvero raro che un libro di pedagogia sia considerato in tali contesti… C’è un legame stretto tra i saggi e l’opera teatrale (26 repliche tra il 2003 e il 2004, in Italia e all’estero), in quanto il dramma rappresenta la vita nella Casa dell’orfano del ghetto di Varsavia dal 18 di luglio al 5 di agosto del 1942, quando gli aguzzini tedeschi portarono via i bambini e lo stesso Korczak. Il 18 luglio i bambini misero in scena nel teatro della Casa il dramma di Tagore (morto nel 1941, Premio Nobel nel 1913) “L’ufficio postale” nel quale si narra di un bambino che, a causa di un’errata terapia di un medico bizzarro, viene costretto ad essere rinchiuso in casa (metafora del ghetto) potendo solo osservare dalla finestra che cosa succede per la via. Questa “terapia” lo ucciderà, ma nel frattempo il bimbo, Amal, ci ha messo al corrente dei suoi sogni: correre per i prati verdi, amare la natura, poter essere utile consegnando la posta di villaggio in villaggio correndo qui, correndo là. Sempre via, sempre libero, sempre a tu per tu con la natura. Assistendo al dramma, Adam Czerniakow, Presidente del Consiglio ebraico di Varsavia ormai allo stremo, piangendo chiese al Dottore perché avesse fatto mettere in scena un dramma così triste. “Perché i bambini imparino a morire serenamente”, rispose Korczak.

Il 5 agosto con i cani e i mitra giunsero i tedeschi. Il Dottore scese da loro e nel suo perfetto tedesco chiese di allontanare i cani “perché spaventano i bambini”, i tedeschi all’ordine perentorio, obbedirono. I bambini scesero ordinati, in fila per quattro, con i vestiti migliori (avevano lavorato molto in sartoria per preparare questo momento), le bimbe con le bambole di pezza rattoppate in braccio, i maschietti con i pupazzi di legno o gli orsacchiotti riempiti di lana, nelle tasche gli oggettini che più amavano e che ricordavano, a loro, orfani, l’odore della mamma o del Dottore stesso. Avanti il tamburino e il violinista suonavano gli inni ebraici, i Salmi, con gli strumenti rimessi a nuovo nella liuteria. In testa al corteo la bandiera con la Maghèn Davìd da un lato (la Stella di Davide), dall’altro il quadrifoglio d’oro in campo verde, simbolo dell’orfanotrofio. Così, ordinati, puliti, con le loro canzoni e i loro vessilli, diedero ai carnefici una lezione che sicuramente l’umanità intera non potrà dimenticare. Ma questa stessa dignità diede anche la spinta alla rivolta del Ghetto del settembre 43. Korczak giunse alla Umschlagplatz e poi al binario. Un ufficiale sanitario tedesco riconobbe in lui il luminare che aveva tenuto una magistrale lezione a Berlino. Gli disse che era libero, che un uomo come lui non poteva finire dentro il vagone per Treblinka. Così rispose il Dottore: “Una madre non lascerebbe mai solo un suo figlio nel momento del bisogno. Io sono padre e madre di 203 bambini… non li lascerò certo soli”. E salì sul vagone.

Così si legano i saggi con il testo teatrale, che può essere letto anche come approfondimento più vicino e concreto su Korczak uomo.

D.: Korczak è ancora poco conosciuto nel nostro Paese eppure i principi che andava diffondendo , nella loro universalità erano, e sono tuttora, di una bellezza unica. Quali sono, secondo te, i modi che la nostra società ha di applicare questi principi? Credi ci possano essere soggetti, al di fuori del mondo della formazione (istituzioni, famiglie, ecc..), in grado di saper ascoltare questa voce e di renderla concreta?

La concretezza della parola di Korczak consiste nell’opera di attenzione nei confronti dei più piccoli. Non sono loro ad elevarsi verso l’adulto, ma il contrario. Il maestro, l’educatore, il pedagogo deve “salire” al livello del bambino, altrimenti il bambino farà doppia fatica a capire ciò che gli viene chiesto di capire. Per fare ciò bisogna sempre avere presente che la concezione dello spazio e quella del tempo del bambino sono diverse da quelle dell’adulto. Il bambino esercita la sua creatività cimentandosi con oggetti per lui troppo grandi, e per raggiungerli se posti magari troppo in alto… contrariamente alla Montessori, Korczak pensava che le difficoltà date dalle differenze tra adulto e bambino fossero le “risorse” della crescita creativa del piccolo (spazio); il tempo del bambino è invece solo il presente, non quello delle programmazioni, pianificazioni, progettazioni degli adulti. Per il bambino vale l’hic et nunc, per l’adulto la proiezione. Tenere sempre presente tutto questo aiuta nella comprensione del piccolo e permette al piccolo di avvicinarsi più facilmente a ciò che gli si intende “in-segnare”.

D.: Tra i diritti fondamentali del bambino quali “il diritto del bambino alla sua vita presente” e “il diritto ad essere quel che è”, Korczak cita anche “il diritto del bambino alla morte”. Come spiegare questo pensiero oggi ad un genitore in una società in cui si ha sempre più la tendenza a proteggere il bambino dall’idea della morte facendo finta che questa non esista nonostante se ne sia circondati (televisione, giornali, manifesti)?

 Questi che citi sono i diritti di fondo per Korczak. Non si deve pensare al bambino diverso da quello che è, si può aiutare a migliorare sempre che la sua indole sia disposta a ciò. Altrimenti è tempo sprecato e frustrazione che, magari, ci si porta dietro per la vita intera. Non bisogna “abarthizzare” (potenziare artificialmente) i bambini, ma prenderli come sono, con amore. Rimparare la parola amore, che non rende deboli, ma, anzi, rinforza l’affettività. Troppo spesso i bambini devono soddisfare il desiderio dei genitori di apparire migliori e più forti degli altri… queste competizioni non costruiscono personalità, ma tendono a negarle e talora a distruggerle. Dalla competizione è necessario scendere alla comparazione, senza un giudizio che affonda. L’adulto compara e si dovrebbe rendere conto che può aiutare il bambino più debole responsabilizzando il più forte, nell’attesa che il più debole si rinforzi e possa diventare, a sua volta, un soggetto che aiuta. Korczak utilizzava i Monitori, ragazzi più esperti per educare i più piccoli, consapevole che il punto d’arrivo era portare al miglioramento totale il più esperto perché solo insegnando si impara qualcosa. Il circuito educativo così impostato permetteva di governare un orfanotrofio con oltre 200 bambini (anche neonati) con un personale di soli 10 inservienti (alla fine 4).

 Il DIRITTO DEL BAMBINO ALLA MORTE è il diritto del bambino alla sua dignità completa e alla sua libertà. Infatti, l’adulto, di fronte al bambino, nega interiormente che il piccolo possa morire. Il bambino non muore, pensa in automatico, e quindi toglie uno dei diritti fondamentali al bambino, quello alla vita perché solo la possibilità della morte definisce lo stato vitale. Non credendo possibile la morte del bambino, l’adulto non lo coglie nella sua intierezza e commette un grave errore perché il piccolo sa che cos’è la morte e il morire, per quanto dicevi tu al giorno d’oggi, per le esperienze della vita di sempre ai tempi del Dottore. Non solo, ma gli adulti che si impauriscono per la troppa libertà del bambino non vogliono correre rischi, ma soffocano l’anelito di libertà che fa del bambino un bambino… Diritto alla morte per paradosso, d’accordo, ma diritto di essere informati su tutto quanto accade e può accadere al genere umano…

D.: Ad ogni membro della Casa degli Orfani, costituita da Korczack a Varsavia, viene assegnato un compito, affidato un incarico. Ogni bambino, a turno, è giudice, redattore di un giornale, magazziniere, proprio come in una nucleo sociale fatto di adulti. Si viene così abituati alla gestione di una piccola società dove ognuno ha delle responsabilità. Perché si fa così fatica ad immaginare un approccio di questo tipo in una scuola come la nostra?

Una scuola stile Korczak esiste in qualche Kibbutz d’Israele. Sperimentalmente si sono creati nuclei senza parentele, ovvero di parentele allargate dove il legame non è dato dal sangue (che è comunque un principio razziale): amo mio figlio è concetto insufficiente… amo i bambini tutti, questo è concetto giusto… superare l’idea della “famiglia” basata sul sangue è necessario se si vuole creare una “famiglia” basata sull’affetto. L’affetto è il principio della comprensione, del lavoro di comunità, della collaborazione del mutuo aiuto. Tutto quanto deve migliorare, dentro di sé nella considerazione che sono gli altri che “fanno” te, la tua persona, il tuo ruolo, il tuo amor proprio. La scuola può avviare le procedure dei monitori, ragazzi che coadiuvano l’insegnante e si pongono come educatori juniores. Può lavorare sulla valutazione da parte dei ragazzi degli insegnanti, stabilendo forme non aggressive, il tutto per avviare il processo di miglioramento complessivo, ovvero il raggiungimento del benessere dei ragazzi e dei lavoratori della scuola.

D.: Il tuo romanzo, Fedele alla terra, è una storia molto suggestiva nella quale si intrecciano paesaggi, personaggi, etica. Ce ne vuoi parlare?

Un romanzo che si basa su un’idea filosofica, molto concentrato sulla “fisicità” dei luoghi, delle persone, delle azioni. Lirico perché tratta di zone antiche come le Isole della Dalmazia e di Trieste, descritte quasi come sogni.  L’idea filosofica è l’etica dell’essenziale, ovvero andare alla scoperta non dell’uomo, come diceva Diogene, ma del “cuore” dell’uomo, cioè l’essenziale. E questa ricerca vale anche per i luoghi, i colori, le sensazioni. Tutto “vuole” un approfondimento, se non vogliamo che la nostra vita sia l’esclusivo preludio della dissolvenza di un corpo. Ogni momento è un’edificare, un creare o ricreare, quantomeno un ricercare… che cosa? Bene, questo è il bello… non sappiamo che cosa. Ma sappiamo che dentro questa ricerca c’è la tensione che per contro crea il momento del riposo e della meditazione, la musica che crea quel silenzio che ci permette la riflessione più chiara, il buio la luce, ecc. La ricerca dei contrari nei quali vivere per concentrarsi solo nel termine vivere. I personaggi sono quasi scolpiti come ARIOXIOMEN, l’Atleta di Lussino, sono antichi, sanno di legno salato del mare, di aromi primordiali. E’ un romanzo che si legge di un fiato dove non esiste un’indagine “gialla”, ma il concetto di mistero. L’indagine, se c’è, si svolge dietro il sipario di vite che hanno altri problemi, la sopravvivenza nella dignità, per esempio, l’amore, la giustizia e il suo contrario. E’ un romanzo di colori e impressioni. Ciascun luogo come ciascun personaggio porta un suo odore, una sua musica, un suo colore. Questo soprattutto è il frutto del ritorno alla terra che “è sempre buona quando è baciata dal sole”. Ma questo sole bisogna meritarlo, cercarlo, correre verso di lui. In qualche modo si riprende la filosofia nitzscheana di Zarathustra (il titolo del romanzo ne è riprova) che indica la strada verso un paganesimo consapevole, alla ricerca di uno stato di “sovra”essere che resta richiuso in noi. Questo stato è l’amore dell’uomo per il proprio cuore, con la coscienza che il nostro cuore contempla anche il cuore degli altri.

D.: Marija è una figura ricorrente anche per via del fatto che, incidentalmente, è il nome di quattro donne diverse. Perché hai voluto “moltiplicare” questo personaggio?

La parte “gialla” del romanzo è dovuta non all’indagine di un ispettore ma ai casi di omonimia delle diverse donne. Ovvero è gialla la “letterarietà” del testo, non la trama in sé. Marija è il nome della madre, del prototipo della donna. E questo fatto rientra nel quadro “metafisico” del testo. Ogni storia ha la sua Mari(j)a, ovvero il prototipo femminile che si gira, guarda, ama, fugge, ritorna, resta. E lo fa sempre con il pensiero e il desiderio vivo, smerigliato, puntuale; non certo pavida, incerta, invadente come sovente è l’azione del maschio. Un maschio si può chiamare come vuole, ma l’idea della donna, per me, è Maria. L’intreccio è basato trasversalmente sulla vicenda di Medea e Giasone, questi personaggi mitici proprio in quei mari consumarono la loro vicenda. Questa Medea è la Marija protagonista del libro, sfuggente ma determinata, mai confusa, eternamente insoddisfatta ma capace di espressioni di incontenibile felicità. Una donna che sa come rendere vivaci e allegri gli altri, restando in se stessa, a vigilare le profondità nascoste del suo mistero.

D.: Il territorio deturpato dall’uomo: sembra che la storia contenga un messaggio anche in questo senso, la salvaguardia di qualcosa di prezioso dalle mani di persone senza scrupoli che vogliono mettere in atto speculazioni. Ritieni che rispetto al territorio di cui tu parli ci sia il rischio reale che ciò possa avvenire?

La vicenda narra di uno sgarbo del vecchio perfido avvocato Osvaldo Zar fatto agli ambienti mafiosi che stavano trasferendo una quantità di veleno verso l’Africa con la nave Argo IV. La devastazione del territorio isolano, si dice nel testo, era già stata tentata da questi mafiosi con l’aiuto dello Zar medesimo. Ma nell’Isola vigila un’Associazione (degli Apsyrtides) ambientalista che non esita ad usare maniere forti pur di arrestare le follie degli speculatori. La lotta si spinge altrove: un carico con i macchinari per la produzione del potentissimo veleno “Pomeranio” sta per essere trasferito in Africa, ma per un puntiglio di Zar detta nave deve fare scalo a Trieste (Trelese nel testo). Qui nascono inghippi e intoppi per cui l’Associazione riesce a fermare e fisicamente e legalmente questo immenso crimine umanitario. Il metro che si vuole utilizzare per decifrare la posizione degli Apsyrtidi è quello relativo alla “Decrescita felice”, ovvero l’auspicio che al mondo si producano solo gli strumenti essenziali per la crescita dell’umanità.

D.: C’è un personaggio che ti somiglia in questa storia?

In diverse occasioni ho detto “nessuno”. Ma la verità è che io somiglio a Marija, la misteriosa amante di Franjo Pace – protagonista della vicenda. Nella sua volubilità, nel suo desiderio instancabile di vagabondare e con la mente e fisicamente. La sua figura fisica è sfuggente e al contempo presentissima. Di lei si avverte il profumo anche nei capitoli in cui non compare.

D.: Vorrei che ci spiegassi cos’è l’Homo Rapax e cosa rappresenta nella nostra società.

L’Homo Rapax è una citazione da Korczak. Nel 29 Lui scriveva che bisogna guardarsi da questo tipo d’uomo che pensa di sopraffare gli altri per creare il suo trono di Potere. Ma il Potere è come la morte, invincibile. Ma quanto è triste, allora, vivere del potere e nel potere. Chi si accontenta, è vero, gode – dice il detto- e niente è più vero.

Perché è sentirsi felici accanto ad altri felici che ci permette di sorridere e guardare al futuro con piacere.

Vorrei sottolineare: il sorriso degli altri è il nostro sorriso. Non potrei mai essere felice nei posti più belli del mondo, con tutto ciò che desidero di più bello e ricco del mondo ma in solitudine, senza potermi confrontare con altri, senza poter osservare il sorriso degli altri, ascoltare difficoltà e storie amene… si vive solo con gli altri e per gli altri.

Ringraziamo Dario Arkel per il tempo che ci ha dedicato.

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3 Risposte to “:: Intervista a Dario Arkel di Davidia69”

  1. infinitisogni Says:

    Appena una persona apprende il giusto Verbo, è bene che lo divulghi… Sono sempre poco conosciuti i giusti… Solo recentemente se n’è sentito parlare.

  2. marileti Says:

    bellissimo e istruttivo. grazie
    mariella

  3. davidia69 Says:

    http://david[..] Amici, ce l’ho messa tutta! Se avete tempo, voglia e, soprattutto PAZIENZA, trovate qui un’intervistucola che ho fatto a Dario Arkel. A video è un po’ lunghina ma se vi fidate, credo ne valga la pena. Vi saluto e vi ringrazio. A prescindere. [..]

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