:: Intervista a Qiu Xiaolong a cura di Giulietta Iannone

19 settembre 2009 by

indexQiu Xiaolong, grazie per aver acccettato la mia intervista. Raccontaci qualcosa di te.

Voglio ringraziare i miei lettori italiani. Ho spesso ricevuto da loro mail e il loro caloroso incoraggiamento e la loro risposta fa davvero la differenza per uno scrittore.

Sei stato costretto a rimanere in America dopo i fatti di Piazza Tiananmen del 1989. Cos’è la libertà per te? È un’ utopia?

Ciò che mi permette di scrivere tutto quello che voglio scrivere, questa è la libertà.

La Cina è un paese meraviglioso pieno di contraddizioni ma con solide tradizioni. Sei ottimista riguardo al suo futuro?

Sono combattuto tra l’ottimismo e il pessimismo, in parte perché le tradizioni stanno irrimediabilmente scomparendo.

Tu hai conseguito un dottorato in inglese nel 1996 ed ora insegni letteratura all’Università di Saint Louis. L’insegnamento è solo un lavoro o una missione?

Ho insegnato alla Washington University di Saint Louis. Ora scrivo a tempo pieno. Per me la scrittura è una missione come l’insegnamento.

L’inglese è una lingua poetica o il cinese è più evocativo?

La lingua cinese classica ha alcuni vantaggi nel presentare le immagini in poesia, ma è difficile mettere a confronto due lingue.

Ti piace la poesia Tang? Chi è il tuo poeta preferito?

Sì, mi piace la poesia Tang. Li Shangyin è uno dei miei poeti preferiti.

Sei uno scrittore di crime e hai pubblicato sei romanzi thriller ambientati a Shanghai. Perché hai scelto questo genere?

Non ho deciso di scrivere thriller, almeno non in un primo tempo, ma ho trovato che il genere serve ai miei propositi di esplorare bene i problemi della società, con un poliziotto che investiga non solo sul crimine stesso ma sulle circostanze sociali, storiche politiche in cui la tragedia avviene. Detto questo voglio aggiungere che scrivo anche libri d’altro genere. Ad esempio sta per uscire una traduzione italiana di altre mie storie.

Raccontaci qualcosa dell’ispettore capo Chen Cao. Ti somiglia in qualche modo?

Per quanto riguarda la passione per il cibo e la poesia mi somiglia.

Ti piace il poeta americano T S Eliot? Il passato è una “terra desolata”?

Mi piace TS Eliot. Ma il passato non è qualcosa che può essere liquidato come una “terra desolata”.

Ti piace l’Ulisse di Joyce?

Mi piacciono i suoi primi lavori.

Ti piace Simenon?

Sì, mi piace molto.

Cosa ne pensi dei romanzi crime americani contemporanei?

Sono così diversi e mi piace questa differenza.

Ti piace Mo Yan?

Non ho letto abbastanza per dire se mi piace o no.

Ho studiato le “Triadi” tradizionali per la mia tesi di laurea. Come la criminalità organizzata sta cambiando? È ora un fenomeno puramente finanziario?

È una notizia proprio di questi giorni che il leader del partito di Chongquing sta lanciando una guerra contro le “Triadi” proprio in questo preciso momento, tanto per far capire quanto il fenomeno è grave. Poi sicuramente sono coinvolti grandi quantità di denaro e profitti.

Ti piace l’Italia? Verrai presto a trovarci?

Mi piace l’Italia. Spero di venirci il prossimo anno.

Ci sono progetti di film per i tuoi libri?

Sì, ne stiamo discutendo.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Tra gli altri sto rileggendo il Sogno della camera rossa.

Ti piacciono le detective stories degli anni Trenta?

Sì, mi piacciono.

A cosa stai lavorando?

Ho appena finito il settimo libro della serie dell’ispettore Chen e sto lavorando ad un libro diverso, non un mystery.

18 settembre 2009 by

:: Intervista a Luca  Artioli

img_5644Come è nato in te l’amore della scrittura?
A 19 anni, dopo la maturità, ho sentito il desiderio di esprimermi in maniera del tutto differente a quanto avessi mai fatto prima. La scrittura era la chiave. Soprattutto perché, come diceva l’intellettuale francese Jules Renard, “scrivere è il modo migliore per parlare senza essere interrotti”.

Quali sono state le tue prime letture?
Ero letteralmente folgorato dalla poesia di un certo filone mistico-meditativo, divoravo ogni cosa avesse scritto Gibran e Tagore.

Parlami del tuo lavoro.
Ai lettori di questo blog il mio lavoro risulterebbe di sicuro poco interessante. E li capirei in pieno. Nell’essere bancario, infatti, non c’è nulla di intellettualmente stimolante. Per cui, soprassediamo…

Che libro stai leggendo attualmente?
”Non buttiamoci giù” di Nick Hornby, un romanzo polifonico che mi sta divertendo e appassionando.

Cosa ne pensi del fenomeno letterario legato alla Trilogia di Millenium di Stieg Larsson?
Anche se non ho ancora letto la Trilogia (e forse non lo farò mai), credo che fenomeni letterari di questa portata siano semplicemente il frutto di un abile strategia di marketing. Senza nulla togliere alla qualità delle opere, sia chiaro. Peccato che, nel caso specifico di Larsson, ad arricchirsi saranno soltanto i suoi eredi e, soprattutto, il suo editore…

Quale è il tuo strumento di scrittura preferito?
Prendo appunti sulla mia Moleskine o dovunque altro capiti, ma rielaboro i miei testi esclusivamente davanti al pc.

Parlami del tuo metodo di scrittura.
È una domanda che richiederebbe una risposta molto articolata. Vi basti sapere che prima di affrontare la pagina bianca mi documento tantissimo. La scrittura necessita di conoscenza e consapevolezza, soprattutto quando decidi di cimentarti in racconti-inchiesta come ho fatto io negli ultimi due anni.

Quando non scrivi cosa fai?
Tutto il resto: ascolto musica, leggo, vado al cinema, sudo in palestra e, ogni tanto, mi innamoro…

Il libro più bello che hai letto.
Difficile dare un titolo solo. Al momento, mi viene in mente “Mao II” di Don DeLillo. Ma anche “Le correzioni” di Jonathan Franzen e “Sostiene Pereira” del nostro Antonio Tabucchi li metterei su un ipotetico podio.

Hai letto Ibsen?
No, mi spiace.

Ti piacerebbe scrivere testi teatrali?
A dir la verità, nel 2003 ho già scritto un copione teatrale di ambientazione gonzaghesca. È stata una bella esperienza cimentarmi con un testo che richiedesse un approccio completamente differente a quelli da utilizzare con il romanzo o la poesia.

Quale è l’opera di Shakespeare che più preferisci?
”Molto rumore per nulla”.

C’è un Luca Artioli omonimo in internet che effetto ti fa?
Nessun effetto, ce ne sono molti altri sparsi per l’Italia. E non solo. Quello di cui parli, è un fotografo professionista che si divide fra Milano e Miami. Ogni tanto ci scriviamo. Dovresti girare la domanda a lui, visto che è nato prima…

Pensi che Giorgio Faletti scriva da solo i suoi libri e a proposito di ghost writer cosa ne pensi?
I ghost writer rappresentano il lato oscuro di una passione (quella di scrivere) che dovrebbe avere sempre come focus finale la condivisione e la comunicazione. Le logiche di mercato, però, scelgono soprattutto la faccia di chi deve relazionarsi con il pubblico e molto spesso questa non coincide con quella di chi ha realizzato l’opera. Su Giorgio Faletti non mi esprimo, perché rispetto il lavoro di tutti e soprattutto perché non ho alcuna prova per confutare o suffragare quanto mi stai chiedendo.

Frequenti premi e concorsi letterari, ne hai mai vinti?
Ogni tanto qualcosa si vince, sì.

Cosa ne pensi delle scuole di scrittura come l’Holden di Baricco, le frequenteresti?
No, ma è evidentemente una mia opinione personale. Credo che per scrivere bene se ne possa fare anche a meno.

Quali autori emergenti italiani segnaeleresti?
Per quanto riguarda la narrativa, dico Cristiano Cavina, che con il suo ultimo romanzo “I frutti dimenticati” (Marcos y Marcos, 2008) è risultato a sorpresa tra i dodici finalisti dell’ultimo Premio Strega.
Nella poesia, invece, Francesca Pellegrino. È un’autrice tarantina, appena uscita con una silloge davvero apprezzabile, intitolata “Dimentico sempre di dare l’acqua ai sogni” (Kimerick, 2009).

Che consigli daresti agli autori emergenti?
Ritengo di non aver ancora maturato un’esperienza tale da poter dare consigli a chi vuole cimentarsi nella scrittura. Credo che una buona dose di impegno e di divertimento siano elementi fondamentali per intraprendere questo cammino. Un cammino, però, che ci deve vedere sempre con i piedi per terra. Consiglio spassionato: non pensare mai di scrivere meglio degli altri…

Che rapporti hai con internet?
Lo uso con moderazione, anche se ormai è diventato indispensabile per aumentare le possibilità di farsi conoscere e di divulgare ciò che si è scritto. A tal proposito, vi invito a visitare la mia home page all’indirizzo http://www.lucaartioli.it.

Hai amici scrittori, li frequenti?
”Amicizia” è una parola impegnativa. Diciamo che ne conosco alcuni e qualche volta mi è capitato di mangiare allo stesso tavolo. Stop. Frequento, invece, i membri de “La Confraternita dell’Uva”, un gruppo di aspiranti autori mantovani-modenesi-bresciani-comaschi che ho fondato nel 2006 e con i quali ho recentemente pubblicato un’antologia di racconti sulle problematiche infantili (“Il rumore degli occhi”, Edizioni Creativa 2009).

Cosa pensi di facebook?
È il social network del momento, niente di più.

La crisi in Italia si riflette anche sulla mancanza di sovvenzioni per la cultura che rimedi suggeriresti?
Per il nostro Paese non basterebbe neanche la bacchetta magica, perché proprio chi fa politica (e quindi viene chiamato a fare scelte anche per noi) è il primo a non avere cultura. E per “cultura”, intendo il termine nella sua accezione più ampia, quindi non solo come amore per le arti in genere, ma come modus operandi quotidiano. Un rimedio? Non saprei esemplificare. Trovo incredibile, però, parlare con autori importanti come Elisa Biagini (“L’ospite”, Einaudi 2008) e sentirmi dire che nel suo periodo trascorso in USA ha potuto guadagnarsi da vivere con la poesia. Facendola e insegnandola nelle università. Qui, se provi a mettere insieme due strofe ti guardano strano.

Il rapporto tra cinema e letteratura quale film tratto da libro giudichi il migliore?
Senza dubbio “Seven”, di David Fincher.

Hai un sogno nel cassetto?
Trasferirmi in Irlanda.

Scrivere ti rende felice?
Mi fa essere me stesso, per cui credo di sì.

La fama, il successo quanto incidono nel tuo mondo interiore?
Non lo posso sapere, non avendo né l’una, né l’altro. Magari, un giorno, potrai rifarmi la stessa domanda e ricevere una risposta differente. Chi lo sa…

:: Intervista a Arthur Phillips

17 settembre 2009 by

Oggi abbiamo il piacere di intervistare Arthur Phillips giovane promessa letterraria americana i cui libri sono stati accolti da un unanime consenso di critica. Per “l’Archeologo” parole di elogio da Newsweek “eleganza e la maestria dei grandi gialli del passato rivivono finalmente grazie al talento di Arthur Phillips”, per Publisher Weekly il romanzo “avvince e sorprende il lettore a ogni pagina”, per Booklist è “un romanzo costruito ad arte”, per Mattew Pearl autore de “Il Circolo Dante” è “raffinato, originale, astuto … assolutamente sorprendente”.  

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Benvenuto Arthur. Parlaci un po’ di te.

 

Sono uno scrittore americano. Sono nato a Minneapolis e attualmente vivo a Brooklyn, New York. Ho 40 anni, due figli, una moglie e due beagles. Ho scritto quattro romanzi e sto lavorando al prossimo. Sono molto felice. 

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Da quanto tempo scrivi?

Ho cominciato a scrivere il mio primo romanzo “Praga” nel luglio del 1997. Così sono …12 anni che faccio questo mestiere ormai. Avevo 28 anni a quel tempo ed ero piuttosto vecchio per realizzare quello che ho sempre voluto fare essere un romanziere. Ho il sospetto che la maggior parte degli scrittori inizino molto prima ma ho dovuto imparare altre cose prima di poter iniziare a scrivere.

 

Parlaci dei tuoi libri. Quale è stato il primo?

 

Il mio primo romanzo è stato Praga una storia ambientata malgrado il suo titolo  a Budapest in Ungheria dove ho vissuto molto felicemente dal 1990 al 1992. Il romanzo ha per protagonisti alcuni americani che vivono in Europa Centrale subito dopo la caduta del muro di Berlino, narra della loro condizione adulta e del loro difficile stato di espatriati. Poi ho scritto “L’Archeologo ” ambientato in Egitto nel 1920 è la storia di uno scavo archeologico andato molto male. Angelica è una storia vittoriana, inizia come una storia di fantasmi ma finisce in un modo molto diverso. “The song is you” è ambientato nella Brooklyn contemporanea, una strana e oscura storia d’amore, un libro sulla musica.

 

Quale consiglio daresti agli aspiranti scrittori?

 

Consiglierei di ignorare la maggior parte dei consigli.  L’unico consiglio che mi sembra a assolutamente valido è quello di leggere. E scrivere. Tutto il resto potrebbe non adattarsi a voi, al vostro talento, alla visione che avete del mondo o al vostro sviluppo.

 

Ti piace Hemingway? 

 

Si veramente molto. Hemingway è uno dei miei 20 scrittori favoriti di tutti i tempi. Lo amo (come per gli altri) per il suo essere unico. Hemingway al suo meglio può essere solo Hemingway. Poi mi piace anche per un altro motivo. Ho letto “The Sun Also Rises” a 19 anni una seconda volta a 25 poi a 35 e ogni volta mi è piaciuto ma per ragioni diverse e ho avuto sentimenti molto diversi per quanto riguarda i personaggi. Penso sia la prova che un romanzo è davvero ben scritto.

 

Leggi scrittori contemporanei?

 

Si ma non così spesso di quanto legga quelli defunti. 

 

Quali scrittori ti hanno maggiormente influenzato?

 

Decine di scrittori hanno avuto un enorme influenza su di me e molti altri che non ho ancora letto avranno influenza su di me. E’ molto difficile dire che uno di loro mi ha influenzato più degli altri. Ma se devo dire uno su tutti , cito per esempio Vladimir Nabokov , che stimo per molte ragioni, ma soprattutto perché penso abbia esplorato la libertà del romanzo meglio di chiunque altro.

 

Qualche progetto di film tratto dai tuoi libri?

 

Si, un racconto intitolato “Piazza Venceslao” sta per diventare un film e due dei miei romanzi forse diventeranno progetti per il cinema ma non posso dire ancora niente.

 

Ti piace l’Italia?

 

Certo, appassionatamente. Ho viaggiato molto in Italia come turista e sogno un giorno di trasferirmi come residente. Come lettore sono in debito con Svevo, Calvino, Lampedusa, Manzoni…..

 

Tra i tuoi romanzi quali preferisci?

 

Una domanda impossibile temo. 

 

Quale è il tuo processo di scrittura. Per quanto tempo scrivi le tue storie?

 

Sono un padre e un marito così tengo un calendario. Io lavoro tutti i giorni in un caffè circa tra le quattro e le otto ore, dipende a che punto sono nella stesura del romanzo, poche ore all’inizio molte di più verso la fine.

 

Quale è il consiglio migliore che hai ricevuto sulla scrittura e sul processo editoriale?

 

Il miglior consiglio è che queste sono due cose diverse. Per la scrittura :scrivi quello che ti piace. Per l’editoria: a differenza della scrittura dove tu sei l’unica parte coinvolta e tutto sta al tuo gusto, nella pubblicazione tutto quello che fai sarà un compromesso, così decidi in anticipo le cose su cui accetterai compromessi e quelle no.

 

Cosa consideri più difficile circa l’arte di scrivere?

 

Fermarmi.

 

Leggi le tue recensioni buone o cattive e che differenza fa per te?

 

Si le leggo ma ancora oggi non so perché. Non fanno nessuna differenza spesso sono contraddittorie e parlano id cose passate.

 

Quale è il modo migliore per trovare un agente o un editore?

 

Sono passati circa dieci anni da quando ho iniziato a cercare un agente. Temo che tutti i miei consigli isano ora fuori moda. Forse questo è ancora valido: non hanno bisogno di voi così tu devi impressionarli fin dall’inizio.Iniziando dalla lettera con cui ti rivolgi a loro.

 

Hai vissuto a Parigi e a Budapest. Ti piace la vecchia Europa?

 

Certamente. Ho viaggiato attraverso l’Europa da quando avevo vent’anni e ci ho vissuto quasi per cinque anni. Il mio secondo figlio è nato a Parigi. Non vedo l’ora di tornare a vivere in Europa.

 

Ora vivi a New York. Ti piace questa città?

 

Si la amo. Tanto quanto amo l’Europa amo gli Stati Uniti e New York, specialmente Brooklyne.

 

Sei stato educato ad Harvard. Insegni scrittura creativa?

 

No, ho alcuni pregiudizi sull’idea.

 

L’Archeologo è strutturato in diversi punti di vista. Ami questa tecnica?

 

Per me la storia determina le tecniche e la struttura. L'”Archeologo” inizia come un immagine poi una storia e molto dopo divanta tecnica e struttura.

 

Angelica è una storia vittoriana di fantasmi?

 

Per un poco si lo è. Poi diventa qualcosa di diverso e lascia la storia di fantasmi dietro.

 

Il tuo ultimo romanzo è un omaggio alla musica?

 

Sì, “The Song is You” inizia per un desiderio di scrivere sulla musica, di trasmettere i sentimenti che un pezzo di musica suscita, l’emozioni e come la musica possa cambiare il tuo modo di sentire e agire anche quando poi la musica è finita.

:: Intervista a Serge Quadruppani a cura di Giulietta Iannone

16 settembre 2009 by

Traduttore, giornalista, editore, scrittore di romanzi gialli, in realtà cosa ami più fare?

Tutto mi piace, ma mi piacerebbe avere più tempo per scrivere romanzi gialli e non gialli, saggi e d’indagine (dei non-fiction, ne ho scritto una decina).

Scrivi sul quotidiano Liberation e per la rivista Le monde diplomatique, dopo anni di impegno pensi ancora che il lavoro del giornalista abbia un utilità sociale ed aiuti la gente a capire la realtà?

Ho scritto una volta una cosa per Libération, scrivo e scriverò più facilmente per le Monde Diplomatique. Innanzitutto scrivere, mi aiuta  a capire principalmente a me, poi se il mio articolo aiuta anche qualche altra persona a capire, tanto meglio.

Nel ’68 eri molto giovane che ricordi hai di quel periodo, pensi che gli ideali e l’amore per la libertà si siano mantenuti o la nostra società si irrimediabilmente “imborghesiata”?

Ci sono un sacco di figli della borghesia che sono tornati nella la loro classe ma anche alcuni che hanno continuato a pensare contro. Sono figlio di operai e sono contento di avere incontrato questi ultimi. La società è diventata più dura, i poteri sono diventati più duri e più seducenti nello stesso tempo: un pallottola per i Carlo Giuliani, e i paparazzi sul Lido per i Noemi. Questo mondo è il nostro, ma fa vomitare lo stesso.

Sei molto attivo come traduttore, quale autore ti piace di più tradurre e dimmi se esiste un segreto per fare buone traduzioni?

Tutti quelli che sono nella mia Collana dalle Editions Métailié mi piacciono, sono come i miei bimbi: le amo tutti nella stessa misura, anche se vedo che alcuni hanno più difetti degli altri.

Hai redatto un libro sull’antiterrorismo in Francia. Pensi che a volte i metodi usati per combattere questo male siano peggiori del male stesso?

Spesso terrorismo e antiterrorismo sono una sola e stessa cosa, controllata dallo Stato, dagli Stati anche se, almeno all’inizio, i “combattenti armati” sono sinceri nella loro opposizione allo Stato.

Ti occupi anche di editoria, hai dei nuovi autori da segnalare che hanno attratto la tua attenzione?

Ho appena finito di leggere Anime Nere, di Gioachino Criaco, e ne sono stato molto colpito, lo voglio tradurre e pubblicare.

Hai lavorato come giornalista anche in Italia, che differenze ci sono tra il tuo paese e il nostro?

Non sono giornalista, scrivo ogni tanto nei giornali, ci sono poche poche differenze tra Francia e Italia da questo punto di vista, e non voglio dire che cosa penso dei giornali in generale, perchè spero di di potere ancora scrivere per denunciare qualche misfatto dei potenti o segnalare un bel libro.

Il classico “polar” francese ha fatto scuola, pensi ci sia una rinascita del genere o la tendenza predominante porta ad una esaltazione della violenza fine a se stessa?

C’è qualcosa di peggio dell’esaltazione della violenza fine a se stessa: è l’esaltazione della violenza per fare vendere della Coca Cola. Il classico “polar” francese mi annoia.

Ti è piaciuto “Fiumi di porpora” di Jean-Christophe Grangé?

Non mi è piaciuto, anche se non l’ho letto! Ho visto il film, per me era veramente ridicolo.

Ho conosciuto i tuoi libri perché pubblicati nei Gialli Mondatori, distribuiti principalmente nelle edicole sono in progetto delle riedizioni complete delle tue opere in lingua italiana?

Marsilio ne ha già pubblicato un bel po’ e dovrebbe continuare.

Cosa pensi del fenomeno letterario della Trilogia di Millenium di Stieg Larsson, è una trovata di marketing o c’è del vero talento?

Sicuramente, c’è del vero talento. Non so perchè ha avuto tutto questo successo, ci sono centinaia di altri libri molto più belli. Forse è perchè il libro è costruito come una serie televisiva, e funziona molto bene cosi: in fatto quando lo leggevo, mi sembravo di leggere la televisione!

Ho letto “L’assassina di Belville” molte volte e tutte le volte ho trovato delle sfumature inaspettate, per te il genere giallo crea solo opere di intrattenimento o vuoi trasmettere messaggi più profondi?

Non voglio trasmettere messagi, voglio raccontare delle storie e storie veramente belle che, per non anoiarmi (non dimenticare che sono il mio primo lettore) devono avere di spessore. Poi le scrivo con quello che sono, e non ci posso fare niente, raccontando il mondo così come è, mi incazzo. Allora, cerco di incazzarmi con eleganza e ironia.

Hai trattato anche opere di spionaggio, pensi di tornare sul genere in futuro?

Io non faccio veramente delle categorie, giallo, noir, spionaggio. Il mio prossimo libro è ambientato tra Italia e Francia e parla di complotti mondiali, tanto per cambiare!

Che rapporto hai con la tv da noi si dice che l’unico pregio è che ha insegnato l’italiano agli italiani. Pensi che sia massificante o trasmette ancora cultura?

Ma ché italiano? Io preferisco di gran lungo l’italo-siciliano del Maestro Camilleri, il kaleidoscopo di lingue di Lucarelli nell’Ottava Vibrazione, il wumingese, il carlottese, che questa lingua tanto noiosa quanto il francese della tivù francese.

L’humor nero, l’ironia, il paradosso sono tue armi vincenti per tenere desta l’attenzione del lettore e combattere la noia, le usi solo nei tuoi libri o anche nella vita di tutti i giorni?

Spero di usarli anche nella vita di tutti i giorni, anche nelle interviste.

La critica letteraria francese è ancora piuttosto snob o sta iniziando ad apprezzare il noir?

Da sempre, c’è tutto una parte della critica che ha apprezzato il Noir, anche i più grandi scrittori, da Gide a Sartres e tanti altri. Poi, ci sono sempre, in Francia come in Italia, dei dinosauri.

Hai letto “Il codice da Vinci” di Dan Brown? Se sì pensi che questo genere di libri abbia un futuro o li trovi fumosi e noiosi?

Uffà, ma non finisce mai quest’intervista? Ma chi se ne frega di Dan Brown?

C’è un aneddoto bizzarro nella tua carriera di scrittore e giornalista che ti torna spesso alla mente e di cui vorresti parlarci?

Un giorno, in un treno per Praga, un tizio ha parlato male del mio ultimo romanzo a una ragazza molto carina e ho pensato, quando è andato al bagno, di buttarlo discretamente sul binario per fare poi la corte alla ragazza ma non ho fatto niente. Purtroppo. Perchè dopo è diventato molto più famoso di me e ha guadagnato molto più soldi. Ci ripenso spesso.

Cosa pensi del noir nipponico, autori come Kitakata con le sue storie di yakuza venate di poesia ti piacciono?

Non so assolutamente niente del noir nipponico.

Hai un sogno nel cassetto un progetto che per scaramanzia non hai mai detto a nessuno?

E se non l’ho detto fin’ora, perchè lo dovrei dire a te?

Tieni corsi di giornalismo all’università? Te l’hanno proposto, ti piacerebbe che lo facessero?

No, no, no.

Ora è proprio l’ultima domanda. Stai lavorando ad un nuovo romanzo, se si puoi anticiparci qualcosa?

Si chiama Saturne (Sarturno). Saturno ha mangiato i suoi figli e poi il tempo di saturno era, nella mitologia, quello in cui tutto era di tutti.  

:: Intervista a Giorgio Ballario

15 settembre 2009 by

Grazie Giorgio di aver accettato la mia intervista. Parlaci un po’ di te.

 

E’ presto detto: ho 45 anni, sono giornalista professionista da 16, lavoro alla Stampa nella redazione centrale di Torino. In passato mi sono occupato molto di cronaca nera e giudiziaria, ma da un paio d’anni mi dedico al meno appassionante lavoro di redazione, che però mi lascia più tempo libero per scrivere.

 

Da giornalista a scrittore di narrativa il passo è stato breve o è il frutto di una lunga maturazione?

 

No, il passo non è stato per niente breve. Prima di tutto da un punto di vista psicologico: chi è abituato a sintetizzare una storia in 50 righe all’inizio fatica a concepire una narrazione senza limiti, come quella di un romanzo. E poi il giornalismo è (o dovrebbe essere) la descrizione di fatti reali, invece un romanzo permette di volare con la fantasia e con la creatività. Nel mio caso trattandosi di romanzi storici, se così li vogliamo classificare, è importante soprattutto la verosimiglianza. Mi spiego meglio: la cornice è storica, quindi curata da un punto di vista della ricostruzione, ma poi la storia prende la piega della fiction.

 

Il giornalismo è una dura scuola, come ha influito questo bagaglio di esperienza sul tuo stile narrativo?

 

Di sicuro ha influito sullo stile, nel senso che l’abitudine al taglio giornalistico ha favorito un tipo di scrittura abbastanza essenziale, scarna, senza fronzoli. Che poi è anche quella che preferisco nei grandi autori della letteratura mondiale. Faccio due nomi per tutti, sia pure diversissimi fra loro: Hemingway e Simenon. Ammiro gli scrittori che hanno uno stile complesso, magari un po’ barocco tipo certi sudamericani (penso al primo Garcia Màrquez…), ma in definitiva resto affezionato alla scrittura essenziale. Non a caso sia Hemingway che Simenon hanno cominciato come giornalisti…

 

moriereNel tuo processo di maturazione artistica quali autori italiani o stranieri ti hanno più influenzato? Hai dei maestri letterari?

 

Oddio, quando sento parlare di “processo di maturazione artistica” mi viene da guardarmi intorno per assicurarmi che tu stia parlando davvero con me… Dai, non esageriamo, l’arte è un’altra cosa… Al massimo possiamo parlare di un lavoro di tipo artigianale, che mi sembra già un bel complimento nell’epoca del “copia e incolla”. Non ho mai pensato di avere un “maestro” al quale ispirarmi; semplicemente avendo letto molti ottimi autori, specie di romanzi gialli e noir, spero di aver arraffato qua e là qualcosa di buono. Più che parlare di maestri preferirei dirti i miei autori preferiti, nell’ambito della letteratura noir: Simenon, innanzi tutto. E per l’Italia non si può non citare Scerbanenco, il capostipite del noir moderno. Poi ho amato molto Vazquez Montalbàn, lo svedese Mankell, l’americano Michael Connelly, Jean-Claude Izzo. Fra i più recenti apprezzo Markaris, Gimenez Bartlett, Roberto Ampuero e Lansdale, per la sua originale miscela di violenza e ironia.

 

“Morire un attimo” il tuo primo romanzo che soddisfazioni ti ha dato? Il tuo debutto è stato come te lo aspettavi?

 

Una grande soddisfazione. Anche se si tratta di un “piccolo” libro al di fuori dei circuiti editoriali che contano, per me è stato molto importante. Perché era il primo, ovviamente. E anche perché è piaciuto a molti di coloro che lo hanno letto: non solo ho avuto parecchie recensioni positive, ma ho ricevuto pure messaggi e mail da gente sconosciuta che si era trovata chissà come una copia del romanzo tra le mani. E ha sentito l’esigenza di farmi sapere che l’aveva gradito. Fuor di retorica, sono cose che fanno piacere. Quindi, per tornare alla domanda, direi che il debutto è andato anche al di là delle aspettative: l’unico rammarico è per una distribuzione un po’ approssimativa, che ha reso difficile trovare il libro in molte parti d’Italia. Con il secondo, però, questo problema dovrebbe essere superato.

 

Parlaci del maggiore Morosini, è un personaggio singolare, a chi ti sei ispirato nel crearlo?

 

Morosini è un maggiore dei reali carabinieri in servizio a Massaua, in Eritrea, una_donna_di_tropponel 1935. Credo sia singolare nella sua normalità di uomo e di servitore dello Stato, non è un supereroe né un cervellone alla Sherlock Holmes: indaga facendo ricorso al buon senso e alla tenacia, come avviene  nel 99 per cento delle inchieste poliziesche vere, non quelle dei film americani. Non so se mi sono ispirato ad altri celebri personaggi della letteratura noir, ho cercato di fare di Morosini soprattutto un uomo del suo tempo, senza immaginarlo come un personaggio del XXI secolo proiettato nel passato. Insomma, la sfida è stata proprio di farlo agire, vivere, amare, mangiare e pensare come un ufficiale italiano degli Anni Trenta.

 

Il periodo storico in cui hai ambientato i tuoi romanzi è piuttosto controverso, per alcuni l’epoca coloniale è come una macchia nera sul passato del nostro paese. Perché hai scelto di ambientarci le tue storie?

 

Sì, è un periodo controverso. Per alcuni è una macchia nera, per la stragrande maggioranza degli italiani invece è un “buco nero”, nel senso che ignorano quel che è successo, forse persino che l’Italia abbia avuto delle colonie africane e che la prima – proprio l’Eritrea – risalga addirittura alla fine dell’Ottocento, molto prima dell’epoca fascista. Senza scendere in valutazioni storico-politiche, credo che la storia di quel fenomeno sia ancora da scrivere. O da riscrivere, perché non basta dire che gli italiani in Africa sono stati brutti, sporchi e cattivi. Il colonialismo in sé è un fenomeno complesso e certamente legato a un periodo storico e culturale lontano anni luce da noi, ma solo in Italia se ne dà una lettura completamente negativa. In Francia, Gran Bretagna o Belgio – che hanno avuto esperienze ben più lunghe e per certi versi più traumatiche – si guarda al proprio passato con maggior serenità. Ho scelto questa ambientazione anche per l’originalità e lo straordinario scenario esotico che offriva, una specie di Far-West italiano che nella mentalità collettiva dell’epoca era vissuto come una vera e propria frontiera.

 

Come ti sei documentato, hai avuto modo di studiare archivi storici, diari, documenti d’epoca?

 

Ho fatto un po’ di ricerche, ma non così approfondite da frequentare gli archivi. Mi sono bastati un po’ di libri storici, alcuni diari e testi di memorialistica dell’epoca per comprendere appunto la mentalità dei colonialisti italiani, alcuni romanzi come il bellissimo “Tempo di uccidere” di Flaiano. E poi uno straordinario strumento pratico: le guide del Touring Club degli Anni Trenta, che descrivono nei minimi dettagli i territori d’Oltremare e mi hanno consentito di ricreare gli ambienti e le città così com’erano. Quando scrivo che Morosini va a mangiare in un certo ristorante o viaggia sulla tal strada, è tutto vero. O quanto meno verosimile.

 

L’Italia del 1935 è molto diversa da quella di oggi o hai avuto modo di trovare delle similitudini e dei parallelismi?

 

Continuità ed elementi di rottura sono tipici di ogni società nazionale. E’ un po’ banale, ma è così. Dai tempi di Morosini sono passati quasi 75 anni, è chiaro che l’Italia è completamente cambiata, così come il mondo attorno, ma è altrettanto chiaro che certi caratteri culturali, umani e psicologici persistono, attraversano carsicamente i decenni e i secoli. Non appartengo a quella scuola di pensiero che vede certi episodi o periodi storici come una “parentesi” da mettere nel dimenticatoio. La storia italiana, come quella di qualsiasi nazione o popolo, è un continuum e come tale va studiato.

 

Anche altri scrittori hanno scelto gli anni 30 per ambientarvi le loro storie, penso a Lucarelli, secondo te la riscoperta di questo periodo ha precise connotazioni sociologiche, ovvero non possiamo capire chi siamo senza studiare chi siamo stati?

 

Direi di sì. Come sottolineavo prima, non ci si accontenta più della teoria della “parentesi”, si vuole approfondire un periodo che fino a poco tempo fa i libri storici travisavano o leggevano in modo esageratamente ideologico. Credo che sia anche merito di una mutata mentalità politica e del fatto che 70 anni dopo si può ragionare in modo più pacato e obiettivo sul nostro passato.

 

Il giallo, il thriller, il noir per molto tempo è stato considerato un po’ un genere minore,quasi una lettura di svago, non vera e propria letteratura impegnata, non pensi che al contrario questo genere si presta grandemente ad un analisi anche sociologica e profonda dell’animo umano e dei mali che affliggono la società?

 

ascari_polizia_paiSono d’accordissimo. E mi accodo a molti autori importanti che considerano il genere giallo-noir come il vero romanzo sociale dell’epoca contemporanea. Anche se poi non bisogna esagerare con i paroloni, perché da un buon libro giallo – così come da qualsiasi altro romanzo – come lettore non pretendo un manuale sociologico ma soprattutto pathos, divertimento e una trama avvincente. 

 

Cosa ne pensi della rinascita del giallo scandinavo con fenomeni come cito tra tutti Stieg Larsson? 

 

Non ho letto la trilogia di Larsson ma conosco bene i romanzi di Henning Mankell. Apprezzo moltissimo le atmosfere cupe, pesanti e claustrofobiche che sa creare e la capacità di analizzare i mali di una società complessa come quella scandinava. Ma alla lunga preferisco ritemprami con le ambientazioni più solari e ironiche del noir mediterraneo (Izzo, Vazquez Montalbàn, Markaris, Gimenez Bartlett…).

 

Sei uno scrittore torinese, raccontaci un po’ la tua Torino.

 

La mia Torino ha molte facce. E’ la città operaia, chiusa e un po’ tetra di fine anni Settanta, epoca di terrorismo e dei primi confronti con il mondo degli adulti durante gli studi al liceo d’Azeglio. Quella più scanzonata di metà anni Ottanta, tempi di università e prime scorribande per il mondo e anche primi contatti con l’ambiente del giornalismo. Degli anni Novanta mi ricordo il ciclone di Tangentopoli, che ho seguito per motivi di lavoro, e i primi cambiamenti verso una città più vivibile, più aperta e meno legata alla monocultura industriale. Una città che è anche riuscita ad assorbire in modo dignitoso, anche se non senza traumi, la grande immigrazione extracomunitaria. E poi la mia Torino è anche il Toro, le sponde verdi del Po, gli alberi ingialliti in autunno sulla collina, i caffè storici del centro e le vecchie piole dei quartieri popolari. E visto che abito a 20 km dalla città, è pure il territorio della provincia, i campi di granturco in pianura e i boschi di castagni in montagna.

 

In “Una donna di troppo” la seconda indagine del maggiore Morosini, quanto è cambiato il tuo stile, hai deciso di affrontare alcuni temi invece che altri?

 

A parte il fatto che è stato un parto molto meno lungo e difficoltoso del primo, credo di aver affinato lo stile e di essere riuscito a rendere più efficaci i dialoghi. Ho cercato di dare più spessore e introspezione al protagonista e delineare meglio i caratteri dei comprimari; inoltre ho affrontato in modo più esplicito alcuni passaggi erotici che nel primo romanzo erano rimasti decisamente sullo sfondo. Ma i temi di fondo e l’ambientazione restano gli stessi di “Morire è un attimo”, anche se questa volta il romanzo si svolge per la maggior parte in Somalia. 

 

Ci sarà una terza indagine?

 

A meno di un clamoroso flop di “Una donna di troppo”, sì. Ho già un’idea in testa, ma la devo ancora sviluppare.

 

Hai pensato di scrivere un giallo contemporaneo o il presente non ti appassiona così tanto come il passato?

 

Ci ho pensato eccome, anzi l’ho fatto. Ho scritto un romanzo ambientato ai giorni nostri che ha per protagonista uno strano detective privato italo-argentino, sfigato, un po’ romantico e politicamente scorretto. Ho fatto girare un po’ il manoscritto, ma per il momento non ho trovato un editore interessato. E visto l’insuccesso, sto già scrivendo anche il secondo romanzo dello stesso personaggio…

 

L’Angolo Manzoni è la casa editrice che pubblica i tuoi romanzi; che rapporti vi legano?

 

Gli devo molto perché hanno creduto fin da subito in “Morire è un attimo” e in questi quasi due anni di conoscenza i nostri rapporti sono diventati molto amichevoli.

 

Leggi le recensioni dei tuoi libri? Quelle negative che effetto ti fanno?

 

Certo che le leggo, ci mancherebbe. Di veramente negative non ce ne sono state, forse perché il romanzo di un esordiente pubblicato da un piccolo editore non viene preso di mira dai critici più spietati. Comunque quando mi fanno notare certe parti poco convincenti o personaggi non all’altezza cerco di farne tesoro: se la critica non è malevola dev’essere serenamente accettata come uno stimolo a far meglio. In alcuni casi mi ero già accorto io che talune pagine non erano riuscitissime.

 

Ci sarai il prossimo anno alla Fiera del libro di Torino? Quale pensi sia il motivo del grande successo di questa iniziativa?

 

Vado sempre alla Fiera del Libro ed è presente pure l’editore, anche se per promuovere i miei libri preferisco usare altri metodi: al Lingotto l’offerta è eccessiva e il sistema organizzativo premia i grandi editori e gli autori super-famosi. E i visitatori sono spesso distratti dalle presentazioni-show di taglio televisivo. Preferisco organizzare piccole presentazioni in biblioteche, circoli e librerie: i numeri sono minori ma il livello di attenzione è più alto.

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C’è un aneddoto bizzarro nella tua carriera di giornalista o di scrittore che vorresti raccontarci?

 

Nella mia carriera di giornalista ce ne sono stati parecchi, ma hanno poco a che vedere con il mondo dei libri e della narrativa. Ma piuttosto, ci sarà qualcuno che si leggerà integralmente questa lunghissima intervista? Spero di non esser stato noioso…

 

Ci sono autori esordienti che ti hanno particolarmente colpito?

 

Per restare in Italia, di recente mi è piaciuto “Ombre sul Rex” di Daniele Cambiaso, un giallo ambientato come i miei nel Ventennio. Poi mi hanno parlato molto bene di “La Milano d’acqua e sabbia” di Matteo Di Giulio, che però non ho ancora letto.

 


GIORGIO BALLARIO è nato a Torino nel 1964. Giornalista, ha lavorato per l’agenzia di stampa Agi, è stato corrispondente dal Piemonte per svariati quotidiani nazionali e redattore del settimanale Il Borghese. Dal 1999 lavora a La Stampa, dove si è occupato di cronaca nera e giudiziaria. Nel 2008 per le Edizioni Angolo Manzoni ha pubblicato il suo primo romanzo: “Morire è un attimo. L’indagine del maggiore Morosini nell’Eritrea italiana”. Nell’autunno 2009, sempre per lo stesso editore, è uscito il secondo romanzo, “Una donna di troppo”.

:: Intervista a David Hewson a cura di Giulietta Iannone

14 settembre 2009 by

David HewsonBenvenuto David. Raccontaci qualcosa di te.

Abito in Inghilterra vicino Canterbury, però spesso vengo in Italia, di solito a Roma per ricerche. Per molti anni ho fatto il giornalista, con The Times, the Sunday Times. Pero adesso scrivo esclusivamente romanzi . I libri di Nic Costa sono tradotti in 20 lingue. Ora viaggio molto per tour pubblicitari.

Sei un autore inglese di crime novels. Sei in una posizione privilegiata per vedere il mondo?

No, non mi considero solo un autore inglese. Principalmente voglio essere un autore internazionale, senza frontiere. La narrativa non conosce una lingua unica. Deve essere universale

Quando e come hai iniziato a scrivere?

Ho sempre scritto. Quando ero giovane ho provato a scrivere storie. Pero il giornalismo era più facile all’ inizio.

Quali autori ti hanno influenzato?

Tanti autori – Robert Graves, Ed McBain, Hemingway, Mario Puzo… tanti, tanti. Non leggo solo il mio genere. Per me il genere non significa molto. Io leggo – e spero anche scrivo – narrativa popolare, storie d’ amore, di vita e di morte.

Qualcuno ti ha incoraggiato a scrivere i primi tempi; se si chi?

Non molto. Scrivere è una professione solitaria. Non cerco l’incoraggiamento, non mostro un libro incompleto ad altri.

E’ stato difficile pubblicare il tuo primo romanzo?

Si. E’ sempre difficile. Pero dopo 15 libri è un po’ più facile.

Raccontaci qualcosa del giovane detective Nic Costa.

Con Costa ho voluto creare un personaggio diverso, non un altro stereotipo. Allora…. Costa non e di mezza età, melanconico, alcolizzato, divorziato, cinico… E giovane, un uomo con molto integrità, dedicato, fidato, ottimista, anche un po’ ingenuo. Un uomo ordinario intrappolato in un mondo difficile. Come noi tutti.

Quali ricerche hai svolto sul sistema di polizia italiano?

Il sistema di polizia italiano è molto complicato. Non è possibile ricrearlo in un lavoro di narrativa. Francamente tutti I libri gialli raccontano bugie sulla polizia. Perché ? Perché la realtà e tanto noiosa, e spesso difficile da credere. Allora proviamo a ricrearla con la fantasia ma cercando di assomigliare il più possibile alla realtà. Allora – sì, ho fatto ricerche sulla polizia italiana, pero non molte. E più importante fare ricerche sulla cultura, non sulla burocrazia.

Ti ispiri ad eventi reali quando scrivi le tue trame?

Raramente. Un solo libro, Il Rituale Sacro, è una storia ambientata alla fine della guerra in Iraq. Però e un’ eccezione.

Progetti per film tratti dai tuoi libri?

Sono in contatto con TV e produttori cinematografici da molto tempo. Dal mio primo libro, “Semana Santa”, ambientato in Spagna, è stato tratto un film – un film terribile a dire il vero. Poi se è possibile fare un buon film da un mio libro- dico sì, certo.

Cosa pensi degli scrittori italiani di mystery? Conosci Faletti, Camilleri, Macchiavelli?

Camilleri è molto popolare in Inghilterra – è uno scrittore meraviglioso. Non conosco gli altri – sono tradotti? E scandaloso che tanti scittori stranieri non siano mai tradotti in inglese.

Le tue storie sono ambientate a Roma. Ti piace lo stile di vita italiano?

Si. Roma e il perfetto canovaccio per questi libri. Sono le storie della giustizia e la ricerca per una vita con un significato. A Roma queste temi sono stati attuali per due mila anni. E’ anche per me un grande onore essere pubblicato in lingua italiana. Fanucci ha svolto un ottimo lavoro. Per un autore inglese, scrivere storie ambientate a Roma, per poi essere pubblicato anche in italiano è molto lusinghiero.

Come crei le tue storie e i tuoi personaggi?

E’ facile. Prendo un pezzo della storia o della cultura Romana e ci tesso della narrativa.

Hai qualche consiglio da dare agli aspiranti scrittori?

Leggere molto e largamente – non solo il tipo di libro che si vuole scrivere.

Cosa stai leggendo adesso?

“Raven Black”, di Ann Cleeves. Una scrittrice inglese che scrive misteri oscuri ambientati nelle isole Shetland. La raccomando.

Ti piace Graham Greene?

Si, molto. Purtroppo non è molto alla moda in Inghilterra oggi.

Se reiniziassi di nuovo la tua carriera, cosa cambieresti?

Niente. Non posso cambiare niente. Perchè stare in pensiero?

Pensi che internet abbia avuto un grande impatto nel mondo dell’editoria?

Oggi – un po’. E importante di comunicare attraverso un web site personale. Anche il mondo di libri a più internazionale grazie al web. Pero un domani con gli e-books ci sarà una rivoluzione. Non conosco il futuro. E’ incerto però eccitante.

Quale tecnica usi?

Non ho una sistema. Scrivo, leggo, correggo. E’ semplice.

Cosa stai scrivendo ora?

Ho redatto il nono libro della serie di Costa – il titolo inglese è “The Fallen Angel”. E una storia principalmente ambientata nel ghetto di Roma, ispirata alla tragedia di Beatrice Cenci.

Tu hai lavorato come reporter per il The Times, e come editor per The Independent. Cosa ti ha insegnato il giornalismo?

Il giornalismo e una buona preparazione per chi vuole fare lo scrittore di narrativa. Insegna l’abilita di scrivere, correggere, la ricerca. Pero il giornalismo è essenzialmente a caccia della verità. La narrativa è qualcosa diverso. C’è un proverbio. “Meglio una bella bugia che una brutta verità”. La narrativa è il commercio della bella bugia. Per la brutta verità, comprate un giornale.

13 settembre 2009 by

:: Intervista a James W Hall

Benvenuto James. Raccontaci un po’ di te. 
 

E’ da 40 anni che scrivo poesia, narrativa, saggistica e sto ancora imparando a farlo.

 

Come iniziò il tuo interesse per la scrittura?Silencer

 

Ero un avido lettore e quando da ragazzo andai al college incontrai un poeta che era mio professore di letteratura. Non avevo mai incontrato un vero scrittore dal vivo prima e divenne il mio modello e la mia ispirazione. Fino allora avevo sempre pensato di volere un lavoro convenzionale come la maggior parte della gente. Ma quando mi resi conto che era possibile essere uno scrittore e un insegnante ho indirizzato tutte le mie energie a studiare i libri e  cercare di imparare come creare letteratura.

 

Quale fu il tuo primo lavoro scritto?

 

Ho scritto poesie durante tutta la scuola superiore e l’università e mi dilettavo con la narrativa. Ho scritto un sacco di poesie d’amore a varie fidanzate. Le mie poesie erano spesso divertenti e accessibili. Ecco un video su youtube di un ragazzo che recita una delle mie poesie: http://www.youtube.com/watch?v=f4fg_33iBEA

 

Come sei arrivato a pubblicare?

 

Le mie prime pubblicazioni furono poesie. Le mandavo ad alcune riviste letterarie e alla fine alcune sono state prese. Questo è stato incoraggiante naturalmente così ho scritto di più, ho inviato di più e ho pubblicato di più. Poi ho cominciato a scrivere racconti e li ho inviati. Per anni sono stati respinti poi alcuni iniziarono ad essere accettati. Dopo circa dieci o quindici anni che avevo iniziato a scrivere un agente letterario mi contattò dopo aver letto uno dei miei racconti su una rivista. Inseguito questo agente trovò un editore per il mio primo romanzo. Questo è successo più di vent’anni fa.

 

Quanto tempo ci hai impiegato?

 

n131868Il mio apprendistato continua come ho detto. Ma ci sono voluti circa dieci anni per imparare il mestiere abbastanza bene da essere pubblicato con una certa regolarità. Dieci anni è un tempo ragionevole io credo. Alcuni scrittori sono più veloci e molti sono più lenti. Ma tu devo amare scrivere così tanto da sopravvivere a tutti questi rifiuti e continuare a scrivere per almeno dieci anni.

 

Prendi ispirazione da eventi reali quando crei le tue trame?

 

In una certa misura si. Ma l’ispirazione migliore arriva mentre si sta scrivendo non mentre si sta sperimentando la vita reale. Quei lampi di riconoscimento e di scoperta che faccio mentre sto davvero lavorando con le parole sono di gran lunga superiori dalla scoperta della vita reale.

 

Come solitamente trovi le idee?

 

Si evolvono. Di solito inizio ascoltando qualcuno che sta parlando e quindi creo qualcuno che parla come loro. Mi interesso alla gente e immagino come siano le loro vite. Cerco anche di trovare un modo per utilizzare materiale autobiografico.  Chiedo a me stesso quale è la cosa più importante della mia vita al momento e come posso inserire ciò nella mia storia.

 

Quale genere di ricerche hai svolto nella stesura del tuo primo libro?

 

Cerco di trascorrere almeno un mese nelle ricerche, così come ho fatto per il mio primo libro. Vado nel luogo dove voglio ambientare la storia. Parlo con la gente, faccio domande. A poco a poco trovo l’argomento che voglio trattare.

Ho scritto su Cassius Clay, la pirateria, le miniere di minerali, e un sacco di altri soggetti come questi. La maggior parte di questi soggetti li ho ricercati su internet o di persona. Sono andato in Borneo per esempio, per fare ricerche sul contrabbando di animali, oranghi per la precisione.

 

Quali libri leggi?

 

Leggo James Lee Burke, John Sandford, e Dennis Lehane che era mio studente all’università di Miami quando insegnavo. Leggo anche non-fiction. Mi piace Malcolm Gladwell e n60200Tony Horwitz.

 

Quale è la tua routine?

 

Mi alzo molto presto alle cinque di mattina scrivo per poche ore, vado a correre o in bici per un ora, poi scrivo fino al tardo pomeriggio. Di solito scrivo 8 ore al giorno. E’ un lavoro. Un lavoro che amo. Il mio problema e che mi piace troppo così non ho tempo per altro.

 

Quali consigli daresti ai giovani scrittori in cerca di editore?

 

E’ una domanda sbagliata. Non preoccupatevi degli editori. Preoccupatevi di scrivere il meglio possibile. Quando scrivete qualcosa di abbastanza buono, o addirittura di spettacolare, la pubblicazione sarà facile. Ho scritto quattro romanzi che fallirono poi il primo fu pubblicato.  Gli editori leggevano i miei romanzi e li respingevano ma io sono stato testardo e ho continuato a scrivere e alla fine ho imparato a scrivere un romanzo e voilà mi è stato pubblicato.    

 

Cosa ne pensi degli e-books?

 

Penso ci sia una rivoluzione in corso e l’editoria elettronica giocherà un ruolo importante nel mondo dei libri entro i prossimi 10 anni. E’ difficile prevedere cosa avverrà, ma è chiaro che i tempi stanno cambiando radicalmente e rapidamente nel mondo della pubblicazione.

 

Parlaci della tua produzione letteraria.

 

Ho pubblicato 4 libri di poesia, una collezione di racconti, una collezione di saggi tratti dagli articoli per giornali che ho scritto e 17 romanzi thriller.

 

Ti piace l’Italia?

 

Amo l’Italia. Mia moglie ed io abbiamo trascorso 10 giorni a Firenze pochi anni fa. E’ un paese meraviglioso. Sono andato al festival noir di Courmayeur un paio di anni fa, sulle Alpi e mi piacque veramente molto. Ho anche trascorso un anno come professore in Spagna e andavo in Italia spesso ed era per me sempre un piacere.

 

Quali sono le tipiche qualità di un buon scrittore?

 

Caparbietà, curiosità, amore per la lingua.

 

Conosci i libri di Giorgio Faletti?

 

No, dovrei?

 

Quale ruolo svolge internet ?

 

Enorme. Internet è ora usato dalla maggior parte della gente per fare ricerche. Certo non può sostituire la vita reale ma è di grande importanza. Ero abituato a trascorrere molto più tempo in biblioteca di quanto faccia oggi.

 

Quali cambiamenti hai notato del mondo della fiction da quando scrivi?

 

hellTroppi per prenderne nota. Il mondo dell’editoria è diventato molto più competitivo di quanto lo fosse vent’anni fa quando ho iniziato. Chi fa fiction deve avere un occhio sul mercato in questi ultimi tempi mentre una volta, parlo di un paio di decenni fa, uno scrittore di fiction poteva scrivere opere più personali e interessarsi meno alle reazioni del pubblico. Oggi giorno uno scrittore deve essere molto più pratico di realtà editoriali. Leggere libri è solo una delle dozzine di forme di intrattenimento che si contendono l’attenzione del pubblico.

 

Quali scrittori ti hanno influenzato?

 

Tanti. Hemingway, Elmore Leonard, John D. McDonald, Raymond Chandler, Harper Lee, Margaret Mitchell, l’autrice di Via col vento.

 

Fai lo scrittore a tempo pieno o   fai anche altri lavori?

 

Fino a poco tempo fa oltre a fare lo scrittore insegnavo come professore universitario. Sono andato in pensione dopo 36 anni.

 

Come hai iniziato a scrivere crime? Sei un lettore del genere?james j hall

 

Si. E’ stato sempre per me una forma di svago peccaminoso da svolgere nei weekend. Durante la settimana dovevo leggere i libri che insegnavo all’università. La letteratura canonica. Ma mi sono sempre più divertito a leggere i romanzi crime che i libri approvati. Molti dei più grandi romanzieri americani hanno scritto romanzi polizieschi in un modo o nell’altro.

 

A cosa stai lavorando in questo momento?

 

Sto scrivendo un libro sul più grande bestsellers di tutti i tempi e un nuovo romanzo.

 

Come possono i lettori mettersi in contato con te?

Attraverso il mio sito jameswhall.com

12 settembre 2009 by

:: Intervista a Matteo Siano

Matteo il disagio dell’anima è stato da poco pubblicato come è cambiata la tua vita?

Scrivendo “Il Disagio dell’Anima” sono diventato sicuramente più percettivo. Scrivere mi ha reso sicuramente più attento alle persone e agli eventi che accadono nella mia vita.

Come è il tuo metodo di scrittura?

Appena mi arriva l’”Idea” di cosa scrivere butto giù una scaletta e la connotazione dei personaggi ed imposto i vari capitoli, cercando di costruire una struttura alla quale attenermi durante la scrittura del libro. Mi capita però a volte di interrompere per settimane la stesura del libro per mancanza di idee, poi all’improvviso un fatto accaduto nella realtà o un personaggio reale mi stimolano a continuare.

Hai frequentato scuole di scrittura creativa o sei un autodidatta?

Non ho mai frequentato scuole di scrittura creativa, anche se mi sarebbe piaciuto, in quanto il lavoro da autodidatta comporta sempre il trascinarsi nei propri scritti errori che si potrebbero eliminare con un buon corso di scrittura.

Che lavoro facevi prima di diventare romanziere?

Lavoro ancora attualmente come ottico – optometrista presso i miei due negozi che gestisco nella mia città, Salerno.

Quali sono le tue letture preferite?

Ho letto molto, sin da ragazzo. Iniziai con il genere giallo, da Agatha Christie ad Arthur Conan Doyle, passando poi al genere classico, sia italiano che straniero, mettendo su una considerevole biblioteca personale. Preferisco gli scrittori russi quali Dostoevskij, Turgenev e Cechov; gli scrittori francesi dell’800 e del primo ‘900 quali Victor Hugo, Stendhal e Marcel Proust, nonché l’esistenzialista Sartre; gli scrittori italiani quali Moravia, Svevo, Pirandello, Elsa Morante, e poi ancora Hermann Hesse, Nietzsche, Kerouac. Attualmente sto leggendo “Il Codice dell’Anima” di Hillman, dopo essermi dilettato con “Soffocare” di Chuck Palahniuk, consigliatomi da mio figlio, e del quale ho apprezzato anche la versione cinematografica.

Stai scrivendo attualmente un nuovo libro?

Si. Veramente l’ho già ultimato e, dopo una attenta revisione, dovrebbe essere pubblicato tra qualche mese sempre con la Faligi editore. Si intitola “Un sogno venuto dal passato” e narra del percorso esistenziale di un uomo e una donna, accomunati dal medesimo sogno ricorrente legato all’amore e alla triste sorte capitata ai loro antenati, perseguitati dai fascisti durante la seconda guerra mondiale. È la storia di una ricerca interiore della propria identità e del conseguimento di una più alta consapevolezza della propria umanità e del proprio rapporto con Dio.

Partecipi a premi letterari, concorsi ne hai vinti o anche solo sei arrivato finalista?

Ho ricevuto una menzione speciale nel premio “Alois Braga 2008” e la pubblicazione in antologia di un racconto partecipante al concorso “Nuove parole”. Sono risultato finalista nel concorso letterario “Il Romanzo”indetto da edizioni Tindari.

Utilizzi il dialetto nei tuoi libri?

No. Anche perché il genere che scrivo non lo richiede necessariamente.

Hai fatto fatica a trovare il tuo editore?

All’inizio si. Ho impiegato circa un anno per trovare un editore che credesse in me e nel mio modo di scrivere e non chiedesse contributi per la pubblicazione. Sono passato per ben undici proposte di pubblicazione a pagamento pervenute dalle tante case editrici sparse per il Paese, tanto da indurmi a soprassedere momentaneamente e a tentare con i Concorsi letterari. Poi è arrivata la proposta della Faligi e ho accettato il loro contratto.

Hai un agente letterario?

No. Anche perché la mia casa editrice ha, come sua politica editoriale, la caratteristica di tradurre i libri in altre lingue e proporli così anche ad un mercato estero.

Parlami della trama del tuo primo libro?

“Il Disagio dell’Anima” è la storia d’amore di due giovani innamorati, Paolo e Francesca, vissuta durante gli anni ’70 e bruscamente interrotta da cause indipendenti dalla loro volontà. Il distacco procurerà ad entrambi un profondo disagio interiore durato vent’anni, che solo la stesura di un romanzo, che racconta la loro storia, potrà aiutare a superare, realizzandoli ad una maggiore consapevolezza interiore. L’opera appartiene al genere esistenziale – romantico, con spunti riflessivi su temi essenziali quali l’Amore, l’Amicizia e la propria crescita spirituale utilizzando come mezzo la scrittura.

Ti piace concedere interviste?

Penso di si. Con voi è la prima intervista che faccio.

Che rapporto hai con i tuoi lettori?

Per ora sono in contatto con loro e con chiunque richiede spiegazioni tramite Facebook ed email personale. Fra non molto sarà attivato dalla Faligi un mio sito personale http://www.ildisagiodellanima.com tramite il quale potrò discutere in maniera più diretta con i miei lettori.

Che strumento di scrittura preferisci, bic, computer?

Sicuramente il computer. Offre molte opportunità, quali la correzione in tempo reale del testo, l’impostazione dei caratteri, dei paragrafi e degli stili di scrittura. E poi si risparmia carta, che è ecologicamente corretto.

Parlami della tua città la utilizzeresti come scenario dei tuoi libri?

Salerno è una bella cittadina della Campania, relativamente tranquilla e vivibile e ben amministrata. L’ho utilizzata come scenario sia nel primo romanzo “Il Disagio dell’Anima” che in parte nel secondo libro.

Ti piace lo scrittore turco Pamuk ?

Non ho mai letto libri di Pamuk. So solo che è stato insignito del Premio Nobel per la Letteratura.

Quanto c’è di autobiografico nei tuoi libri?

Penso che qualsiasi libro contenga sempre materiale autobiografico. Nel mio caso, essendo un genere esistenzialista, ci sono sicuramente dei riflessi autobiografici nei miei libri. Per poter descrivere uno stato d’animo, un pensiero, una riflessione interiore, è necessario averli vissuti almeno in parte.

Come ti documenti usi internet, frequenti biblioteche?

In passato ho frequentato la Biblioteca della mia città. Oggi uso prevalentemente internet per documentarmi.

Per un ragazzo del sud è più difficile fare lo scrittore?

Non penso. Forse quello che manca ad una piccola cittadina del Sud è il contatto con altri scrittori tramite i centri culturali, che da noi sono un poco carenti. Il confronto con altri scrittori ritengo sia essenziale per una maturazione in questa arte. Però oggi c’è internet che offre grandi possibilità di contatti.

Hai un blog, un sito, scrivi per riviste on line?

Come già accennato il mio sito è http://www.ildisagiodellanima.com e poi ho una mia pagina su Facebook, dalla quale ricevo molte informazioni da Biblioteche e centri culturali.

Cosa pensi dei ghost writer?

Penso che sia un ruolo adatto ai professionisti della scrittura. Sono del parere però che un libro debba essere interamente scritto dal suo autore e solo al massimo revisionato da qualcun altro.

Che tipo di lettore sei? Inizi a leggere tanti libri alla volta magari non finendoli o ti soffermi su uno solo per volta magari rileggendolo più volte?

Generalmente leggo un libro alla volta, anche perché se il testo è scritto bene e mi prende veramente allora lo leggo nel giro di pochi giorni. A volte è capitato di interrompere una lettura per intraprenderne un’altra, ma in linea di massima i due testi erano strettamente collegati tra di loro.

Quanto contano i sentimenti nei tuoi romanzi?

Moltissimo. I miei romanzi parlano sempre d’Amore , l’Amore romantico, quello con la A maiuscola. C’è sempre una storia d’Amore nella trama di un mio libro, anche se il tema è differente, come è capitato nel secondo romanzo.

Hai mai letto Italo Svevo?

Certamente! Ho letto Una vita, Senilità e La Coscienza di Zeno. Di questo autore mi piacciono molto i monologhi interiori dei suoi personaggi.

:: Recensione di “Tokyo noir. Chi semina odio raccoglie vendetta!” di Kenzo Kitakata (Fanucci 2009) a cura di Giulietta Iannone

11 settembre 2009 by
tokyo noir

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Questa breve recensione è in assoluto la prima recensione che ho scritto, quando ancora pensavo che non ne avrei scritte molte. Un po’ perchè preferisco intervistare gli scrittori che dare giudizi sui libri, e un po’ perchè è un mestiere niente affatto facile. Rileggendola è molto breve e naïf, ma forse non era così male, dà davvero un’idea del libro di cui parlo. Kitakata è una sorta di Chandler nipponico, non mi pare l’abbiano più pubblicato in Italia, dato la sua vasta produzione. Meriterebbe di essere tradotto dal giapponese. Un vero peccato. 

Piove su Tokyo mentre si consumano le vite dei personaggi di questo torbido noir del magistrale Kenzo Kitakata. Da un lato Kazuya Takino un ex killer della yakuza che si è rifatto una vita gestendo un piccolo supermarket di periferia specializzato in generi alimentari e prodotti per la casa in compagnia della moglie Yukie. La vita sembra scorrere monotona e noiosa ma non si sfugge al proprio passato e quando una ricca compagnia desidera mettere le mani sulla sua proprietà e incarica un suo uomo di sbarazzarsi di lui la tentazione di farsi giustizia da sè è troppo forte per resisterle. Dall’altro il destino e il detective Takagi, detto “il cane bianco” per la sua capigliatura candida, un pluridecorato eroe vecchio e stanco ma sempre in cerca di nuove medaglie con la sua eterna sigaretta tra le labbra e un’ ossessione. E’ una storia di agguati, di inseguimenti, di lotte tra bande rivali, di sparatorie, di cieca violenza senza riscatto. Una storia dove non ci sono eroi e la vendetta sembra essere la sola legge a regnare. Scrittura ruvida e cupa anche se a tratti venata di raffinata poesia. Ritmo serrato, finale strepitoso. Traduzione dall’inglese di Paolo Falcone.

Kenzo Kitakata 北方 謙三 è uno dei più famosi autori giapponesi di hardboiled. E’ stato Presidente dell’associazione Japan Mistery Writers Association dal 1997 al 2001. Ha scritto più di cento libri. Tradotti in inglese, i suoi romanzi hanno riscosso un grande successo negli Stati Uniti. Kitakata ha vinto numerosi premi, tra cui il Japan Adventure Writing Association Award (1982), lo Yoshikawa Eiji Award for Fiction (1983), il Japan Mistery Writers Association Award (1983, per Tokyo noir), il Bungei Award (1985) e lo Shiba Ryotaro Award (2005).

Source: preso in biblioteca.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Intervista a Matteo Grimaldi

11 settembre 2009 by

Parlaci di te come ti sei avvicinato alla scrittura?

 

Inconsapevolmente da molto piccolo. Avevo una Olivetti verde e scrivevo storielle che col senno di poi definirei penose. La consapevolezza non è arrivata matteogrimaldineanche quando si è trattato di decidere l’università. Alla fine ho scelto Informatica all’unico scopo di farmi comprare un computer dai miei, per scrivere. Sì, erano altri tempi.

 

Raccontaci la trama del tuo primo libro “Non farmi male”.

 

Non farmi male è una raccolta di racconti che esplorano il dolore nelle sue forme più ingiuste, quelle che rovinano la vita. Ho voluto rendere protagonisti personaggi indifesi: adolescenti, bambini che non possono difendersi perché non sanno farlo.

 

Per il secondo Supermarket24 è successo un disguido con l’editore che cosa in pratica?

 

Un piccolissimo dettaglio. L’editore ha chiuso. L’unica fortuna sta nel fatto che abbia preso la decisione un paio di settimane prima che uscisse Supermarket24. Questo mi ha permesso di ricominciare a proporre un libro comunque ancora inedito. Se fosse uscito, nessun editore l’avrebbe mai più ristampato.

 

Che rapporto hai con i tuoi lettori?

 

Con qualcuno ho stretto belle amicizie. Ci sentiamo spesso e parliamo di tutto, anche di libri, per niente dei miei. Preferiamo confrontarci su altro.

 

Hai amici scrittori?

 

Ne ho conosciuto qualcuno, amici è una parola grossa.

 

Quali sono i tuoi libri preferiti?

 

Mi piace la narrativa italiana. De Carlo, Ammaniti, Isabella Santacroce, Calvino. In questo periodo sto riscoprendo il gusto dei classici. Anna Karenina mi ha conquistato. Poi l’opera omnia di Marquez, e Delitto e Castigo imperdibile.

 

Leggi molto?

 

Prima di più. Mi piacerebbe tornare ad avere pomeriggi interi per potermici dedicare.

 

Parlaci della tua città.

 

mattgrimDi L’Aquila non si dovrebbe mai smettere di parlare. La sorte l’ha punita. Siamo stati davvero tanto sfortunati. Chi non ha perso tutto sta cercando e trovando la voglia non solo di sopravvivere, ma di costruire, nel tempo, la L’Aquila di domani, quella per i giovani del futuro. E’ una battaglia che quasi certamente non vedrà vincitori. Questi piccoli uomini e donne di montagna non avranno neanche il tempo per godersi i primi frutti; sono loro i veri eroi.

 

Hai un blog La stanza del Matto parlacene.

 

E’ un luogo socialmente inutile. Un diario estemporaneo senza tema, con la tendenza, talvolta inopportuna, a sdrammatizzare tutto.

 

 Ti piace Murakami?

 

Mai letto. Stavo per acquistare L’elefante scomparso ed altri racconti, poi non l’ho fatto. Se avessi saputo della domanda… Comunque rimedierò.

 

Frequenti premi letterari o concorsi, ne hai mai vinto uno?

 

Ho partecipato a quattro o cinque concorsi, ne ho vinto uno col racconto Cemento, contenuto in Non farmi male. In quell’occasione fui contentissimo, continuo comunque a non sentirmi affine ai concorsi, che tendono  a premiare stili molto accademici. Io punto su altro.

 

 

 Ti hanno proposto di pubblicare i tuoi libri a pagamento?

 

Ne ho appena ricevuta una via e-mail di queste proposte. Non ho mai pubblicato a pagamento e mai lo farò. Non è un giudizio di merito sugli autori che ci stanno e sugli editori che adottano questa politica. E’ che pagando avrei la sensazione di essermela comprata, la pubblicazione. Di conseguenza crollerebbe la certezza della qualità dei miei scritti. Mai darei in pasto al pubblico un’opera della cui qualità non sia certo. Il fatto che un editore ci metta i propri soldi è una buona garanzia e puoi star certo che quell’editore farà del suo meglio perché, per guadagnarci, o almeno recuperare le spese, il libro deve venderlo.

 

Faresti mai il ghost writer?

 

Se mi dessero molti soldi, perché no!? Non è proprio il massimo artisticamente parlando, e mi provocherebbe una certa rabbia scrivere libri e vedere in copertina il nome di qualcun altro. Però cos’ha la professione di ghost writer di tanto peggio del Mc Donald’s dove lavoro, per esempio?

 

Trovi più difficile scrivere i dialoghi o delineare i personaggi?

 

Se sono ispirato non trovo difficoltà, in generale. Se non sono ispirato lascio perdere.

 

Definiscimi il talento.

 

Fosse semplice. Quello di cui sono abbastanza sicuro è che non puoi non accorgertene. Quando il talento c’è ti arriva dritto in faccia, ma non è l’unica componente da valutare, e direi neanche la più importante.

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Ti piace concedere interviste?

 

Mi piace che qualcuno si interessi a quello che faccio, sì.

 

Faresti mai tour promozionali dei tuoi libri come si usa in America?

 

Con Non farmi male abbiamo giracchiato per l’Italia facendo dieci presentazioni. Abbiamo bei progetti anche per Supermarket24 che uscirà a novembre. Proviamo a raddoppiare. Credo sia importante cercare occasioni per promuovere i propri lavori, per confrontarti con i tuoi lettori.

 

Parlami del tuo rapporto con il successo.

 

Non lo conosco. Ci ignoriamo, per ora. Siamo entrambi molto superficiali e quindi abbiamo deciso che ci siamo antipatici senza esserci mai incontrati, questione di pelle; questo ci basta per non voler avere rapporti.

 

Cosa stai leggendo attualmente?

 

Cent’anni di solitudine e i racconti di Poe.

 

Hai mai scritto poesie?

 

Sì, qualcuna l’ho anche pubblicata. Anche se sono riluttante a farlo, perché trovo che quella della poesia sia una dimensione così intima e difficilmente apprezzabile che debba restare propria. La maggior parte di quelle che oggi vengono definite poesie, dagli stessi autori che l’hanno scritte, non sono altro che frasi banalissime, incolonnate pure male che servono a riempire diari e blog.

 

Hai un agente letterario?

 

No, preferisco vedermela da solo, almeno finché riesco.

 

Parlami del tuo metodo di scrittura.

 

Non ho un metodo. Scrivo a scene. Vedo una scena, dei personaggi, li sento parlare, mi metto lì e scrivo. Dove poi mi porterà, se sarà una storia capace di camminare sulle proprie gambe oppure finirà nel cestino come tante, lo scoprirò alla fine.

 

Hai fatto fatica a trovare un editore per il tuo primo libro?

 

Sinceramente no. Molta più fatica a trovarlo per il secondo. C’è da dire che sono stato parecchio sfortunato perché il libro sarebbe dovuto uscire nel marzo scorso. Questa è la dimostrazione che non mollare da qualche parte ti porta, se te lo meriti.

 

Vai in tv, conosci Booksweb tv?

 

Ho partecipato a qualche trasmissione televisiva regionale. Costanzo non l’ho mai conosciuto, insomma. Booksweb certo che la conosco, magari un giorno capiterà di incrociarci.

 

 

Quale è il libro più divertente che hai letto?

 

A me I love shopping ha fatto molto ridere, ma anche Cento colpi di spazzola prima di andare a dormire. Melissa P dovrebbe buttarsi sul comico.

 

Frequenti le fiere del libro di Torino e Francoforte?

 

Sono tre anni che mi riprometto di andare a Torino e alla fine non riesco mai. Magari il prossimo è quello buono.

 

Insegneresti scrittura creativa?

 

La scrittura creativa non si insegna. Sono sufficienti le elementari, a mio parere.

 

Ti piace Giorgio Faletti?

 

Mi piace di più Julia Roberts. A parte gli scherzi di Faletti ho letto Io uccido e pur non trovandolo eccelso mi ha abbastanza convinto, inducendomi ad acquistare Niente di vero tranne gli occhi che non mi è piaciuto per niente. Da allora mai più. La pecca di Faletti, a mio modestissimo avviso, è questa sua tendenza ad allungare il brodo rimpinzandolo di descrizioni, metafore che rassicurano i lettori sulla sua padronanza della lingua, ma per niente funzionali alla storia.

 

Faresti mai un book trailer?

 

Sì, mi piace l’idea di raccontare il libro attraverso immagini e voci.

 

Un saluto a tutti i lettori. Proteggete sempre i vostri angoli.

 

Sono del 1981 e vivo a L’Aquila. Non credo alle favole, ma ai piccoli passi sì. Mi piace definirmi “scrivente”, semplicemente uno che scrive. Il nove ottobre del 2006 è uscito il mio primo libro “Non farmi male”, edito da Kimerik, giunto alla terza edizione. Una raccolta di racconti dolorosi legati dal sottile filo di paura che accomuna i protagonisti di ogni storia. La paura che qualcuno distrugga la loro vita. Ho un blog: “La stanza del Matto” che aggiorno con tutto quello che mi accade, sempre visto da un’angolazione visionaria e scanzonata; un luogo in cui la follia è considerata la migliore delle qualità.
Inoltre, da febbraio 2009, curo la rubrica “4 Chiacchiere (contate) con…” (http://www.sololibri.net/public/spip.php?rubrique=8), in cui sono raccolte interviste informali ad autori più o meno noti
Presto in libreria il mio nuovo romanzo Supermarket24


:: Intrevista a Peter May a cura di Giulietta Iannone

10 settembre 2009 by

Petrer MaySalve Peter. Parlaci un po’ di te. Da quanto tempo ti occupi di scrittura?

 

Ho 57 anni, sono scozzese ma vivo in Francia. Ho iniziato la mia carriera come giornalista in Scozia ma sono ormai trent’anni che mi guadagno da vivere come romanziere e scrittore freelance per la televisione. 

 

Come è iniziato il tuo interesse per la scrittura?

 

Ho sempre scritto storie da quando imparai a scrivere a circa 4 anni. Ho ancora il mio primo libro chiamato Ian l’elfo. E’ lungo una ventina di parole, scarabocchiato su quattro pagine. Feci una copertina e cucii tutto insieme. Si vede che ce l’avevo nel sangue fin dall’inizio.

 

Parlaci del detective Li Yan di Pechino.

 

Li Yan nacque siccome avevo bisogno di un detective per investigare sul ritrovamento di un corpo carbonizzato in un parco di Pechino nel mio primo China thriller “The firemaker”. Attraverso di lui il lettore scopre la China e la cultura cinese. Egli è il più giovane capo sezione nella storia della squadra investigativa di Pechino. E’ scrupolosamente onesto, e non ha paura di affrontare i suoi capi quando c’è odore di corruzione nell’aria, il che significa che spesso naviga in cattive acque. Ha una relazione infuocata con la patologa americana  Margaret Campbell  una sorta di metafora delle relazioni tra i loro due paesi Cina e America.    

 

Quale è stato il tuo primo lavoro scritto? Raccontaci come sei arrivato alla pubblicazione.

 

Il mio primo romanzo pubblicato è stato intitolato “The reporter” ed era un thriller con protagonista un reporter investigativo scozzese. Stavo io stesso lavorando come giornalista a quel tempo. Dopo aver scritto il libro sviluppai i personaggi e l’idea per una serie tv che ho venduto alla BBC che ha fatto 13 episodi di un ora. Il libro uscì contemporaneamente alla serie. Avevo 25 anni a quel tempo.

 

Quanto tempo ci hai messo a scrivere the Killing room?

 

 Seguo lo stesso schema con tutti i miei libri. Trascorro circa 4 mesi sviluppando e facendo ricerche su un’ idea.  Poi durante una settimana molto intensa scrivo un dettagliata sinossi della storia che è lunga circa 20 000 parole. Poi visito ogni location che sto descrivendo. Quando inizio a scrivere mi alzo alle 6 di mattina tutti i giorni e scrivo 3000 parole. A scrivere un libro ci impiego normalmente 7 settimane.

 

Ti ispiri a fatti reali quando crei le tue trame?

 

Spesso sono ispirato da progressi scientifici e medici e sono incuriosito da quanto spesso questi possano avere implicazioni criminali. Paurosamente comunque a volte ho scoperto che non appena ho scritto una storia  poi qualcosa di molto simile è accaduto nella vita reale. Un classico esempio è la storia di Snakehead dove un grande numero di immigrati illegali cinesi viene trovato morto in un camion abbandonato nel Texas. Non appena scrissi questo più di 50 immigrati clandestini cinesi furono ritrovati morti in un camion frigorifero  a Dover in Inghilterra e non molto tempo dopo una scoperta analoga fu fatta non lontano da Houston in Texas. Sinistramente questo genere di cose succede con una regolarità agghiacciante e a volte lo trovo davvero inquietante.

 

Come solitamente trovi le tue idee?

 

Io sono un drogato di notizie e trovo che la maggior parte delle mie idee iniziali provengano da notizie o articoli che ho letto su giornali o riviste.

 

Quale genere di ricerche hai svolto per il tuo primo libro?

 

 Svolgo ricerche accurate per tutti i mie libri e questo è uno degli aspetti della scrittura che mi piace di più. Per il mio primo libro ho trascorso molto tempo su una piattaforma runner00068C20petrolifera nel Mare del Nord. Per le ricerche sulla mia serie ambientata in Cina ho fatto una decina di viaggi in Cina. La mia attuale serie “The Enzo Files” è ambientata in Francia e ho viaggiato in tutto il paese per le ricerche. Alla fine di quest’anno un thriller ambientato nel mondo virtuale di Second Life sarà pubblicato negli Stati Uniti. Per questo ho trascorso quasi due anni in Second Life.

 

Che libri leggi quando non scrivi?

 

Mi dispiace ma ho poco tempo per leggere per piacere. La maggior parte delle mie letture è per ricerca.

Puoi dirmi qualcosa sul tuo ultimo libro?

 

Ho due nuovi libri che usciranno entro la fine dell’anno. Il primo si intitola Virtually Dead. E’ il thriller ambientato in Second Life di cui ti parlavo prima. Ha per protagonista un fotografo californiano delle scene  del crimine in lutto per la morte della moglie che va in Second Life per le terapie virtuali con il suo psicologo. Tuttavia una volta immerso in questo mondo scopre presto che l’omicidio attraversa una linea tra il reale e il virtuale e si trova invischiato tra le due come un coniglio sotto la luce dei fari. Il secondo è il quarto libro della serie   Enzo Files con l’esperto di medicina legale Enzo McLeod. In questo libro egli tenta di risolvere un omicidio avvenuto dieci anni prima in una remota isola bretone.   

 

Ti piace la trilogia di Millenium di Stieg Larsson?

 

Purtroppo non ho avuto ancora modo di leggere questa trilogia anche se ho letto molto in proposito e mi deciderò a leggerla non appena avrò del tempo per me stesso. Penso comunque che sia triste che Larsson non abbia vissuto abbastanza per vedere il successo dei suoi libri.

 

Chi sono i tuoi scrittori favoriti?

 

Mi piacciono molti autori contemporanei da Qui Xialong a William Kent Krueger, ma anche molti autori della prima metà del ventesimo secolo, che sono stati i pionieri nel rompere gli schemi convenzionali della scrittura letteraria.

 

Che consiglio daresti ai giovani scrittori in cerca di editore?

 

Innanzitutto consiglierei di trovarsi un agente. La maggior parte degli editori non considera i manoscritti non richiesti a meno che non vengano presentati da agenti di fiducia. Un’altra cosa è di guardare con attenzione cosa gli editori stanno pubblicando in questo momento e ciò che è popolare. Naturalmente il romanzo molto personale  e idiosincratico di tanto in tanto può anche trovare una casa editrice e il successo, ma sta diventando sempre più difficile rompere i criteri commerciali che guidano le scelte editoriali delle case editrici. Ho sofferto anche io con il primo romanzo che ho scritto dopo la serie cinese. Si intitolava “The Blackhouse” un tenebroso thriller psicologico ambientato su un isola al largo del nord-ovest della Scozia. Io pensavo che fosse la migliore cosa che avessi mai scritto. Ma fu rifiutato da tutti i principali editori del Regno Unito anche se tutti diedero recensioni positive. Alla fine i diritti mondiali furono acquisttai dal mio editore francese, Rouergue,  e la sua prima pubblicazione sarà in francese. Il libro si intitola “L’iles des Chasseurs d’oiseaux” ed esce in ottobre.

 

Cosa pensi degli e-books?

 

Io penso che l’editoria elettronica  si svilupperà  e crescerà particolarmente come “lettori” elettronici, come il Kindle di Amazon, diventando sempre più popolare. Si apre la possibilità per gli scrittori di pubblicare se stessi più o meno senza alcun costo. Il problema naturalmente è la distribuzione del lavoro e farlo conoscere al pubblico dei lettori. Tuttavia tutto ciò che spezza la morsa degli editori sugli scrittori non può che essere una buona cosa.

 

Ti piace l’Italia?

 

Mi vergogno di ammettere che anche se vivo in Francia praticamente alla porta accanto, sono stato solo tre volte in Italia, una volta da bambino in vacanza con i miei genitori, una volta a vent’anni in campeggio, e una volta per vedere la Scozia giocare la coppa del Mondo. In tutte e tre le occasioni non sono mai andato al di la di Torino e della Riviera Italiana. Tuttavia mi è piaciuta molto, e ho sempre conservato il desiderio di vedere altro, visitando alcuni dei suoi meravigliosi siti storici, e soprattutto adoro il vino e la cucina italiana. Ironia della sorte il mio migliore amico in Scozia è per metà italiano e il personaggio principale della Enzo files è metà scozzese e metà italiano. Si  chiama enzo McLeod.

 

Hai mai avuto il blocco dello scrittore. Cosa hai fatto per superarlo?   

 

Non ho mai avuto il blocco dello scrittore. Non ci credo. Ho un approccio molto strutturato con la scrittura che penso ti venga quando scrivi libri crime. Io penso che tutto sia fatto in anticipo, cosa che ancora però mi lascia spazio alla fantasia. Quando dico che scrivo 3000 parole al giorno voglio dire esattamente 3000 parole al giorno. Quando vedo sul mio computer sul conteggio parole che ho raggiunto questo totale io mi fermo sempre anche se sono a metà di una frase. In questo modo so sempre come continuare il giorno dopo. La cosa peggiore che puoi fare è confrontarti con te stesso davanti ad una pagina vuota alla mattina con nessuna idea di cosa iniziare a scrivere.

 

Dei tuoi molti romanzi quali sono i tuoi preferiti?

 

The Firemaker, the Runner, Extraordinary People.

 

Quali sono le qualità tipiche di un buon scrittore?

 

Per me un buon scrittore deve avere una buona padronanza di linguaggio, deve essere un naturale narratore, e deve essere capace di creare personaggi che affascinino e intrighino.

 

Conosci i libri di Giorgio Faletti?

 

Non ho ancora avuto la possibilità di leggere i libri di Faletti anche se “Io uccido” è presente nello scaffale della mia libreria in attesa della mia attenzione. Uno di questi giorni..!!

 

Puoi parlarmi del tuo rapporto con gli editori?

 

Ho pubblicato con vari editori in Europa e negli Stati Uniti. Il mio editore principale una piccola casa editrice americana che si chiama Poisoned Pen Press con la quale ho un ottimo rapporto. Sono gli editori migliori con i quali ho pubblicato in lingua inglese, migliori anche di giganti della pubblicazione britannica come Hodder e Stoughton. Sono stato attratto dalla PPP a causa del rapporto molto personale che hanno con gli autori e i libri che pubblicano. L’ultima conferenza editoriale  con il mio editore PPP fu tenuta all’ombra di un salice sulle rive di un ruscello che scorre attraverso l’antico  villaggio di Les Dordogne dopo un meraviglioso pranzo con cucina francese.

 

Quale ruolo svolge internet nella tua scrittura?

 

Enorme. Per me internet ha rivoluzionato la mia scrittura. Quando ho lasciato la televisione nella metà degli anni 90 per concentrarmi sulla scrittura internet stava solo iniziando a decollare. Ho fatto ricerche su internet che sarebbero state impossibili nel passato. Ora faccio la maggior parte del mio marketing e della mia promozione on line con vari siti web e con il mio personale canale televisivo internet www.livestream.com/petermay .

 

Quali cambiamenti hai trovato nel mondo della fiction da quando scrivi?

 

Mi sembra che il più gran cambiamento in questi ultimi anni è stato il crescente ritmo della letteratura moderna, la velocità del racconto, l’economia del linguaggio. Quest ’ultimo è in parte dovuto  al tentativo degli editori di ridurre i costi. Ma in un mondo dove la velocità della televisione e del cinema è raddoppiata o triplicata negli ultimi vent’anni, e con un accesso a computer ad alta velocità la capacità di attenzione è sensibilmente inferiore rispetto al passato.

Quali scrittori ti hanno influenzato?

 

Gli autori che mi hanno più influenzato durante i miei anni di formazione sono stati Ernest Hemingway, John Steinbeck, Graham Green e JP Donleavy.

 

Hai mai usato paure o esperienze personali nelle tue storie?    

 

Mi riesce difficile pensare ad un solo libro che non contenga moltissimo di me, la mia vita, le mie esperienze, adattato naturalmente ai differenti personaggi e alle circostanze. Anche se non scrivo in modo autobiografico sono molto presente in tutti i miei libri.

 

Scrivi a tempo pieno o fai altri lavori?

 

Sono stato molto fortunato a fare della scrittura il mio lavoro da quando iniziai nel 1979 a fare il giornalista.

 

Che argomenti ti piace trattare nei tuoi crime? Sei un lettore appassionato del genere?

 

Anche se mi diverto a leggere un buon thriller o una storia crime, non è mai stato il mio genere di scelta. Quando ho lasciato la televisione nel 1996 per concentrami sulla scrittura dei miei libri, la mia prima storia ruotava intorno ad un argomento che mi affascinava l’ingegneria genetica dei cibi. Nel The firemaker ho voluto esplorare una storia nella quale un esperimento andato orribilmente male creò una minaccia non solo per alcuni individui ma per tutto il genere umano. Ho deciso che il modo migliore per raccontare le mie storie è attraverso le indagini per un omicidio. E poiché quel libro si trasformò in una serie, con gli stessi personaggi mi sono accidentalmente intrappolato nel genere. Ora è quello che faccio.

 

A cosa stai lavorando al momento?

 

Ho appena finito di scrivere una novella di 12000 parole per l’editore francese Hachette, con i miei due protagonisti della serie della Cina. E’ stato molto divertente perchè sono passati cinque anni da quando ho finito la serie. Sto per iniziare a lavorare al quinto libro della serie Enzo Files che è una storia che ruota intorno alla morte di tre chef star della guida Michelin. Sono molto occupato con le ricerche.

 

Come possono i lettori mettersi in contatto con te?

 

Posso essere raggiunto direttamente dai miei siti principali:  http://www.petermay.co.uk and http://www.enzomacleod.com

:: Intervista a Megan Abbott a cura di Giulietta Iannone

9 settembre 2009 by

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Da quanto scrivi?

In un modo o nell’altro da tutta una vita, ma ho semplicemente iniziato a scrivere narrativa con tutto il mio impegno quando ho finito la scuola di specializzazione.

Leggi altri scrittori contemporanei?

Oh, sì tutto il tempo. Sono una grande fan di Daniel Woodrell, William Kennedy, James Ellroy. Sono i miei maestri di stile.

Quale è il tuo primo lavoro scritto? Come sei arrivata alla pubblicazione?

Morire un po’” è stato il mio primo lavoro di narrativa che ho pubblicato. Stavo scrivendo la mia tesi di specializzazione sulla narrativa hardboiled e il cinema noir (che è diventata un libro intitolato “The street was mine”) e ho cominciato a scrivere “Morire un po’” come progetto parallelo. Sono stata ispirata da tutto quello che stavo leggendo e cercando per la mia ricerca. Questo libro è diventato il mio tentativo di esplorare il mondo di Raymond Chandler, un omaggio a bellissimi film come “Kiss me deadly” e “In a lonely place”.

Quando scrivi le tue trame prendi ispirazione da avvenimenti reali?

Sì, quasi sempre. Sono cresciuta leggendo crimini veri e questi hanno conservato per me un fascino duraturo. Mi piace scrivere su casi reali di vita perché ti danno una struttura, un’ architettura con cui iniziare. A volte con il mio secondo romanzo “The song is you”, o il mio quarto “Bury me deep” c’è un legame diretto con casi di vita vera. Con “Morire un po’” e il mio terzo libro “Queenpin” invece il legame è più sottile, meno diretto. Per quanto riguarda “Morire un po’” avevo letto di un caso contemporaneo di un uomo la cui moglie era stata coinvolta in un traffico di droga e che la protesse incapace di proteggere se stesso. Sembrava un esempio perfetto di un vero racconto noir.

Die a little” combina il glamour della Hollywood degli anni ’50 con i suoi lati più oscuri. La vita è sempre in bianco e nero?

Credo che la Los Angeles di quel periodo ponga in grande risalto il contrasto bianco e nero della vita. Hollywood e la pubblicità hanno colorato di fantasia la vita americana e nello stesso tempo ci hanno logorato con una sorta di isterica paura dell’altro, con la violenza sessuale e il crimine organizzato. Una delle idee principali di “Die a little” è che tutti portiamo dentro di noi sia le tenebre che la luce. E spesso i personaggi più moralmente onesti si rivelano i più pericolosi perché non sanno guardare le tenebre dentro di loro.

Ti piace Raymond Chandler? Ti ha influenzato?

E’ sicuramente chi mi ha influenzato di più. Ho letto tutto, sia i suoi libri che quanto riguarda lui, quando facevo le mie ricerche per “The street was mine”. Tutto ciò che ho scritto inizia con lui. Egli può evocare un mondo di fascino o un mondo semidistrutto con una singola frase.

Hai vinto l’Edgar Award nel 2008 per il miglior paperback. Raccontaci come è andata.

E’ stato molto emozionante. Non avrei mai pensato di fare l’esperienza di stare in piedi al podio in una stanza affollata con una statuetta in mano. Scrivere è così solitario, ti isola, così l’esperienza di andare all’Edgar e incontrare tutti i miei scrittori favoriti e idoli è stata meravigliosa anche se nello stesso tempo ero molto intimidita.

Sei stata definita da James Ellroy una narratrice superba e un’artista appassionata. Quanto ti ha influenzato?

Tremendamente. Ho iniziato a leggere Black Dalia alla scuola superiore, ed è stato per me una rivelazione. Ho letto tutti i suoi libri quasi come in un sogno. Il mondo che costruisce è così suggestivo così ricco che si desidera affondare le mani in esso. “The song is you” è un completo omaggio a lui.

I tuoi libri sono molto cinematografici. Te ne rendevi conto mentre li scrivevi?

In gran parte sì. I film mi hanno molto influenzato e immaginavo la scena di un film quando scrivevo. In “Die a little” c’è il cortile di un appartamento che figura in primo piano nel noir classico “In the lonely place” del 1950. Ho usato il bar da Roadhouse del 1948, il club del gioco d’azzardo da Gilda. Per Queenpin sono stata ispirata da momenti di Quei bravi ragazzi del 1990 e da the Grifters.

Die a little” sarà anche un film in cui Jessica Biel dovrebbe recitare la parte di Lora. Pensi sia adatta alla parte?

Non è ancora stata presa. Tengo le dita incrociate. Jessica Biel sembra che voglia recitare la parte di Alice Steel e scommetto che sarebbe meravigliosa.

Cosa pensi delle eroine femminili dei romanzi crime contemporanei? Sei femminista?

Sono femminista ma non ci penso così tanto quando sto leggendo o scrivendo. Io non scrivo da un punto di vista politico. Ma credo fortemente nel valore di portare più personaggi femminili grintosi nel mondo del romanzo poliziesco dove le donne vengono ancora relegate nel ruolo o di femme fatale o di vittima. La spogliarellista , la prostituta, la fidanzata del poliziotto. Ci sono tanti libri meravigliosi che rifiutano tali stereotipi come i romanzi di Theresa Schwegel, o i libri meravigliosi di Laura Lippman e le abbraccio.

Quando scopristi per la prima volta il noir?

Fin da bambina sono stata una grande appassionata di vecchi film e il mio primo amore sono stati i gangster film degli anni Trenta come Nemico Pubblico. Poi scoprii i noir. Questi film dipingevano un mondo così affascinante. Tutti gli estremi della vita – il desiderio, l’avidità, la vita scintillante. Il mondo di quei film era così diverso dalla vita di tutti i giorni, della periferia americana dove sono cresciuta.

Sei tentata di scrivere sceneggiature?

No, sin dal college. Si tratta di una forma di scrittura molto diversa che mi piacerebbe imparare, ma adesso sto occupandomi di romanzi.

Puoi dirci qualcosa del tuo ultimo libro?

E’ il mio primo romanzo poliziesco contemporaneo, ambientato nella periferia degli Stati Uniti. Narra di una ragazza che scompare e la storia è raccontata dal punto di vista del suo migliore amico di 13 anni. In un primo momento è stato molto difficile. Non sapevo se potevo adattare il mio stile che è così influenzato dalla narrativa noir e dai film. Poi ho avuto questa rivelazione che per le maggior parte delle ragazze di 13 anni la vita è noir. C’è tutto il sesso, il terrore, la nostalgia la confusione. Si intitola “The End of Everything”.

Raccontaci della tua routine quando scrivi.

Ho un lavoro così scrivo principalmente il venerdì, il sabato e la domenica. Comincio circa alle 8 della mattina. Mi piace curiosare on line i vecchi articoli scandalistici degli anni ’50, i vecchi crimini, le collezioni di foto. Mi perdo in essi e può facilmente accadere che ci metta anche quattro ore per produrre una pagina e di solito la scrivo anche di corsa perché mi sento in colpa per aver perso così tanto tempo.

Ti piace la trilogia di Millenium di Stieg Larsson?

Ho provato a leggere il primo libro ma non ha funzionato molto. Ci proverò ancora una volta perché ho tanti amici che me ne dicono un gran bene.

Quali consigli daresti ai giovani autori in cerca di editore?

Consiglio di continuare a provare. Ci può volere molto tempo, e i rifiuti sono una buona preparazione per tutte le delusioni future che avranno un giorno che saranno pubblicati. E’ un lavoro duro, difficile, e soprattutto per quelli di noi come me che capiscono così poco di business. Continuo a cercare di ottenere una pelle più spessa.

Conosci i libri di Giorgio Faletti?

No, ma da ora li cercherò.

Dicci qualcosa di “Bury me Deep”. E’ più dark dei tuoi precedenti?

Si intitola “Bury me Deep” ed è ambientato in una città del deserto in America nei primi anni ’30 alla fine dell’età del Jazz, l’inizio della Grande Depressione. Parla di Marion una giovane donna abbandonata dal marito che è andato in Messico per lavoro. Diventa amica di due ragazze-party che dipendono dalle attenzioni degli uomini sposati della città per sopravvivere. E’ una specie di serra del desiderio, della gelosia, della disperazione, del peccato. Tutto ha un esito violento e Marion deve cercare di venirne fuori. Per alcuni versi è più dark, c’è una scena di violenza scioccante, ma per altri lo trovo più simpatico. Mi sono ispirata al caso famoso degli anni ’30 di Winnie Ruth Judd. Un grande caso americano da tabloid. Era chiamata la tigre di velluto, il macellaio biondo. E’ stata una sensazione, uno di quei casi in cui più leggi e più la storia diventa complicata.