:: Intervista a Giorgio Ballario

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Grazie Giorgio di aver accettato la mia intervista. Parlaci un po’ di te.

 

E’ presto detto: ho 45 anni, sono giornalista professionista da 16, lavoro alla Stampa nella redazione centrale di Torino. In passato mi sono occupato molto di cronaca nera e giudiziaria, ma da un paio d’anni mi dedico al meno appassionante lavoro di redazione, che però mi lascia più tempo libero per scrivere.

 

Da giornalista a scrittore di narrativa il passo è stato breve o è il frutto di una lunga maturazione?

 

No, il passo non è stato per niente breve. Prima di tutto da un punto di vista psicologico: chi è abituato a sintetizzare una storia in 50 righe all’inizio fatica a concepire una narrazione senza limiti, come quella di un romanzo. E poi il giornalismo è (o dovrebbe essere) la descrizione di fatti reali, invece un romanzo permette di volare con la fantasia e con la creatività. Nel mio caso trattandosi di romanzi storici, se così li vogliamo classificare, è importante soprattutto la verosimiglianza. Mi spiego meglio: la cornice è storica, quindi curata da un punto di vista della ricostruzione, ma poi la storia prende la piega della fiction.

 

Il giornalismo è una dura scuola, come ha influito questo bagaglio di esperienza sul tuo stile narrativo?

 

Di sicuro ha influito sullo stile, nel senso che l’abitudine al taglio giornalistico ha favorito un tipo di scrittura abbastanza essenziale, scarna, senza fronzoli. Che poi è anche quella che preferisco nei grandi autori della letteratura mondiale. Faccio due nomi per tutti, sia pure diversissimi fra loro: Hemingway e Simenon. Ammiro gli scrittori che hanno uno stile complesso, magari un po’ barocco tipo certi sudamericani (penso al primo Garcia Màrquez…), ma in definitiva resto affezionato alla scrittura essenziale. Non a caso sia Hemingway che Simenon hanno cominciato come giornalisti…

 

moriereNel tuo processo di maturazione artistica quali autori italiani o stranieri ti hanno più influenzato? Hai dei maestri letterari?

 

Oddio, quando sento parlare di “processo di maturazione artistica” mi viene da guardarmi intorno per assicurarmi che tu stia parlando davvero con me… Dai, non esageriamo, l’arte è un’altra cosa… Al massimo possiamo parlare di un lavoro di tipo artigianale, che mi sembra già un bel complimento nell’epoca del “copia e incolla”. Non ho mai pensato di avere un “maestro” al quale ispirarmi; semplicemente avendo letto molti ottimi autori, specie di romanzi gialli e noir, spero di aver arraffato qua e là qualcosa di buono. Più che parlare di maestri preferirei dirti i miei autori preferiti, nell’ambito della letteratura noir: Simenon, innanzi tutto. E per l’Italia non si può non citare Scerbanenco, il capostipite del noir moderno. Poi ho amato molto Vazquez Montalbàn, lo svedese Mankell, l’americano Michael Connelly, Jean-Claude Izzo. Fra i più recenti apprezzo Markaris, Gimenez Bartlett, Roberto Ampuero e Lansdale, per la sua originale miscela di violenza e ironia.

 

“Morire un attimo” il tuo primo romanzo che soddisfazioni ti ha dato? Il tuo debutto è stato come te lo aspettavi?

 

Una grande soddisfazione. Anche se si tratta di un “piccolo” libro al di fuori dei circuiti editoriali che contano, per me è stato molto importante. Perché era il primo, ovviamente. E anche perché è piaciuto a molti di coloro che lo hanno letto: non solo ho avuto parecchie recensioni positive, ma ho ricevuto pure messaggi e mail da gente sconosciuta che si era trovata chissà come una copia del romanzo tra le mani. E ha sentito l’esigenza di farmi sapere che l’aveva gradito. Fuor di retorica, sono cose che fanno piacere. Quindi, per tornare alla domanda, direi che il debutto è andato anche al di là delle aspettative: l’unico rammarico è per una distribuzione un po’ approssimativa, che ha reso difficile trovare il libro in molte parti d’Italia. Con il secondo, però, questo problema dovrebbe essere superato.

 

Parlaci del maggiore Morosini, è un personaggio singolare, a chi ti sei ispirato nel crearlo?

 

Morosini è un maggiore dei reali carabinieri in servizio a Massaua, in Eritrea, una_donna_di_tropponel 1935. Credo sia singolare nella sua normalità di uomo e di servitore dello Stato, non è un supereroe né un cervellone alla Sherlock Holmes: indaga facendo ricorso al buon senso e alla tenacia, come avviene  nel 99 per cento delle inchieste poliziesche vere, non quelle dei film americani. Non so se mi sono ispirato ad altri celebri personaggi della letteratura noir, ho cercato di fare di Morosini soprattutto un uomo del suo tempo, senza immaginarlo come un personaggio del XXI secolo proiettato nel passato. Insomma, la sfida è stata proprio di farlo agire, vivere, amare, mangiare e pensare come un ufficiale italiano degli Anni Trenta.

 

Il periodo storico in cui hai ambientato i tuoi romanzi è piuttosto controverso, per alcuni l’epoca coloniale è come una macchia nera sul passato del nostro paese. Perché hai scelto di ambientarci le tue storie?

 

Sì, è un periodo controverso. Per alcuni è una macchia nera, per la stragrande maggioranza degli italiani invece è un “buco nero”, nel senso che ignorano quel che è successo, forse persino che l’Italia abbia avuto delle colonie africane e che la prima – proprio l’Eritrea – risalga addirittura alla fine dell’Ottocento, molto prima dell’epoca fascista. Senza scendere in valutazioni storico-politiche, credo che la storia di quel fenomeno sia ancora da scrivere. O da riscrivere, perché non basta dire che gli italiani in Africa sono stati brutti, sporchi e cattivi. Il colonialismo in sé è un fenomeno complesso e certamente legato a un periodo storico e culturale lontano anni luce da noi, ma solo in Italia se ne dà una lettura completamente negativa. In Francia, Gran Bretagna o Belgio – che hanno avuto esperienze ben più lunghe e per certi versi più traumatiche – si guarda al proprio passato con maggior serenità. Ho scelto questa ambientazione anche per l’originalità e lo straordinario scenario esotico che offriva, una specie di Far-West italiano che nella mentalità collettiva dell’epoca era vissuto come una vera e propria frontiera.

 

Come ti sei documentato, hai avuto modo di studiare archivi storici, diari, documenti d’epoca?

 

Ho fatto un po’ di ricerche, ma non così approfondite da frequentare gli archivi. Mi sono bastati un po’ di libri storici, alcuni diari e testi di memorialistica dell’epoca per comprendere appunto la mentalità dei colonialisti italiani, alcuni romanzi come il bellissimo “Tempo di uccidere” di Flaiano. E poi uno straordinario strumento pratico: le guide del Touring Club degli Anni Trenta, che descrivono nei minimi dettagli i territori d’Oltremare e mi hanno consentito di ricreare gli ambienti e le città così com’erano. Quando scrivo che Morosini va a mangiare in un certo ristorante o viaggia sulla tal strada, è tutto vero. O quanto meno verosimile.

 

L’Italia del 1935 è molto diversa da quella di oggi o hai avuto modo di trovare delle similitudini e dei parallelismi?

 

Continuità ed elementi di rottura sono tipici di ogni società nazionale. E’ un po’ banale, ma è così. Dai tempi di Morosini sono passati quasi 75 anni, è chiaro che l’Italia è completamente cambiata, così come il mondo attorno, ma è altrettanto chiaro che certi caratteri culturali, umani e psicologici persistono, attraversano carsicamente i decenni e i secoli. Non appartengo a quella scuola di pensiero che vede certi episodi o periodi storici come una “parentesi” da mettere nel dimenticatoio. La storia italiana, come quella di qualsiasi nazione o popolo, è un continuum e come tale va studiato.

 

Anche altri scrittori hanno scelto gli anni 30 per ambientarvi le loro storie, penso a Lucarelli, secondo te la riscoperta di questo periodo ha precise connotazioni sociologiche, ovvero non possiamo capire chi siamo senza studiare chi siamo stati?

 

Direi di sì. Come sottolineavo prima, non ci si accontenta più della teoria della “parentesi”, si vuole approfondire un periodo che fino a poco tempo fa i libri storici travisavano o leggevano in modo esageratamente ideologico. Credo che sia anche merito di una mutata mentalità politica e del fatto che 70 anni dopo si può ragionare in modo più pacato e obiettivo sul nostro passato.

 

Il giallo, il thriller, il noir per molto tempo è stato considerato un po’ un genere minore,quasi una lettura di svago, non vera e propria letteratura impegnata, non pensi che al contrario questo genere si presta grandemente ad un analisi anche sociologica e profonda dell’animo umano e dei mali che affliggono la società?

 

ascari_polizia_paiSono d’accordissimo. E mi accodo a molti autori importanti che considerano il genere giallo-noir come il vero romanzo sociale dell’epoca contemporanea. Anche se poi non bisogna esagerare con i paroloni, perché da un buon libro giallo – così come da qualsiasi altro romanzo – come lettore non pretendo un manuale sociologico ma soprattutto pathos, divertimento e una trama avvincente. 

 

Cosa ne pensi della rinascita del giallo scandinavo con fenomeni come cito tra tutti Stieg Larsson? 

 

Non ho letto la trilogia di Larsson ma conosco bene i romanzi di Henning Mankell. Apprezzo moltissimo le atmosfere cupe, pesanti e claustrofobiche che sa creare e la capacità di analizzare i mali di una società complessa come quella scandinava. Ma alla lunga preferisco ritemprami con le ambientazioni più solari e ironiche del noir mediterraneo (Izzo, Vazquez Montalbàn, Markaris, Gimenez Bartlett…).

 

Sei uno scrittore torinese, raccontaci un po’ la tua Torino.

 

La mia Torino ha molte facce. E’ la città operaia, chiusa e un po’ tetra di fine anni Settanta, epoca di terrorismo e dei primi confronti con il mondo degli adulti durante gli studi al liceo d’Azeglio. Quella più scanzonata di metà anni Ottanta, tempi di università e prime scorribande per il mondo e anche primi contatti con l’ambiente del giornalismo. Degli anni Novanta mi ricordo il ciclone di Tangentopoli, che ho seguito per motivi di lavoro, e i primi cambiamenti verso una città più vivibile, più aperta e meno legata alla monocultura industriale. Una città che è anche riuscita ad assorbire in modo dignitoso, anche se non senza traumi, la grande immigrazione extracomunitaria. E poi la mia Torino è anche il Toro, le sponde verdi del Po, gli alberi ingialliti in autunno sulla collina, i caffè storici del centro e le vecchie piole dei quartieri popolari. E visto che abito a 20 km dalla città, è pure il territorio della provincia, i campi di granturco in pianura e i boschi di castagni in montagna.

 

In “Una donna di troppo” la seconda indagine del maggiore Morosini, quanto è cambiato il tuo stile, hai deciso di affrontare alcuni temi invece che altri?

 

A parte il fatto che è stato un parto molto meno lungo e difficoltoso del primo, credo di aver affinato lo stile e di essere riuscito a rendere più efficaci i dialoghi. Ho cercato di dare più spessore e introspezione al protagonista e delineare meglio i caratteri dei comprimari; inoltre ho affrontato in modo più esplicito alcuni passaggi erotici che nel primo romanzo erano rimasti decisamente sullo sfondo. Ma i temi di fondo e l’ambientazione restano gli stessi di “Morire è un attimo”, anche se questa volta il romanzo si svolge per la maggior parte in Somalia. 

 

Ci sarà una terza indagine?

 

A meno di un clamoroso flop di “Una donna di troppo”, sì. Ho già un’idea in testa, ma la devo ancora sviluppare.

 

Hai pensato di scrivere un giallo contemporaneo o il presente non ti appassiona così tanto come il passato?

 

Ci ho pensato eccome, anzi l’ho fatto. Ho scritto un romanzo ambientato ai giorni nostri che ha per protagonista uno strano detective privato italo-argentino, sfigato, un po’ romantico e politicamente scorretto. Ho fatto girare un po’ il manoscritto, ma per il momento non ho trovato un editore interessato. E visto l’insuccesso, sto già scrivendo anche il secondo romanzo dello stesso personaggio…

 

L’Angolo Manzoni è la casa editrice che pubblica i tuoi romanzi; che rapporti vi legano?

 

Gli devo molto perché hanno creduto fin da subito in “Morire è un attimo” e in questi quasi due anni di conoscenza i nostri rapporti sono diventati molto amichevoli.

 

Leggi le recensioni dei tuoi libri? Quelle negative che effetto ti fanno?

 

Certo che le leggo, ci mancherebbe. Di veramente negative non ce ne sono state, forse perché il romanzo di un esordiente pubblicato da un piccolo editore non viene preso di mira dai critici più spietati. Comunque quando mi fanno notare certe parti poco convincenti o personaggi non all’altezza cerco di farne tesoro: se la critica non è malevola dev’essere serenamente accettata come uno stimolo a far meglio. In alcuni casi mi ero già accorto io che talune pagine non erano riuscitissime.

 

Ci sarai il prossimo anno alla Fiera del libro di Torino? Quale pensi sia il motivo del grande successo di questa iniziativa?

 

Vado sempre alla Fiera del Libro ed è presente pure l’editore, anche se per promuovere i miei libri preferisco usare altri metodi: al Lingotto l’offerta è eccessiva e il sistema organizzativo premia i grandi editori e gli autori super-famosi. E i visitatori sono spesso distratti dalle presentazioni-show di taglio televisivo. Preferisco organizzare piccole presentazioni in biblioteche, circoli e librerie: i numeri sono minori ma il livello di attenzione è più alto.

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C’è un aneddoto bizzarro nella tua carriera di giornalista o di scrittore che vorresti raccontarci?

 

Nella mia carriera di giornalista ce ne sono stati parecchi, ma hanno poco a che vedere con il mondo dei libri e della narrativa. Ma piuttosto, ci sarà qualcuno che si leggerà integralmente questa lunghissima intervista? Spero di non esser stato noioso…

 

Ci sono autori esordienti che ti hanno particolarmente colpito?

 

Per restare in Italia, di recente mi è piaciuto “Ombre sul Rex” di Daniele Cambiaso, un giallo ambientato come i miei nel Ventennio. Poi mi hanno parlato molto bene di “La Milano d’acqua e sabbia” di Matteo Di Giulio, che però non ho ancora letto.

 


GIORGIO BALLARIO è nato a Torino nel 1964. Giornalista, ha lavorato per l’agenzia di stampa Agi, è stato corrispondente dal Piemonte per svariati quotidiani nazionali e redattore del settimanale Il Borghese. Dal 1999 lavora a La Stampa, dove si è occupato di cronaca nera e giudiziaria. Nel 2008 per le Edizioni Angolo Manzoni ha pubblicato il suo primo romanzo: “Morire è un attimo. L’indagine del maggiore Morosini nell’Eritrea italiana”. Nell’autunno 2009, sempre per lo stesso editore, è uscito il secondo romanzo, “Una donna di troppo”.

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