8 settembre 2009 by

:: Intervista a Carlo Martinelli

Giornalista, scrittore, libraio, la sua vita ruota intorno alla carta stampata. Cosa ha amato più fare?

In libreria ho lavorato, giovanissimo, per quattro anni. Sono giornalista orso baricco copertinada 27 anni ed è un lavoro che mi piace, ancora, molto. Però ho nostalgia della libreria e dei libri. Dovessi scegliere, non ho dubbi: meglio libraio. Invece la scrittura è una passione e comunque non mi sento scrittore. Semmai uno che cerca di raccontare storie.

E’ nato a Trento, dove vive, che legame ha con la sua città?

E’ un bel posto dove vivere, tranquillo: forse troppo. In pochi minuti puoi essere nei boschi o in riva ad un lago.
Però resto un tipo curioso: appena posso cerco di vedere altri luoghi, altre città.

Quali consigli darebbe ai giovani autori in cerca di editore?

Non farsi illusioni. Pensare di fare della scrittura – nel senso di libri, intendo – una professione, è una sorta di utopia in Italia. Io ho fatto una scelta precisa: non perdere tempo a cercare un editore nazionale e puntare su un editore locale.

Ha recentemente pubblicato il libro di racconti “Un orso sbrana Baricco” . Ma gli è proprio antipatico Baricco?

Affatto. Baricco mi é indifferente. Ho letto alcune cose sue di ottimo livello ed altre meno. Gli è che il primo racconto, che dà il titolo al libro, è quello che lo vede protagonista. E chi avrà la bontà di leggerlo scoprirà che non c’è solo Baricco con l’orso, ma anche gli ecologisti radicali, il ministro dell’interno, un poliziotto. E negli altri racconti spuntano Stan Laurel, un martellatore di statue, copertina storie pallone biciclettaGuy Debord, un ciclista al Tour de France del 1949, il barista di un’area di servizio lungo l’autostrada del Brennero, Georges Simenon e Margherita Cagol.

Con Roberto Festi è autore del volume "L’immaginario della montagna nella grafica d’epoca". Che rapporto ha con la montagna?

Beh, vivo tra le montagne. Mi piace andare per boschi, lungo sentieri tranquilli. Invece niente roccia, niente cime, niente rifugi. Diciamo che tra una spiaggia affollata e un sentiero tra i boschi, scelgo i boschi.

Nel 2003 ha pubblicato “Storie di pallone e bicicletta”, finalista alla prima edizione del Premio letterario Peppino Prisco. Un giornalista sportivo che qualità dovrebbe avere?

Faccio parte di una congrega di scrittori di cose sportive che si chiama “em bycicleta” e che si autodefinisce presidio di fabulazione sportiva. Il che spiega la mia idea di giornalismo sportivo: racconto, emozione e memoria e non certo pagelle, moviole e pettegolezzo. Dunque, minoritario sapendo di esserlo.

Su internet è presente con “Palle di carta” cosa pensa della scrittura in rete?

Tutto il bene possibile. Con la dovuta avvertenza: sapere che in molti casi si scrive sull’acqua, per pochi o pochissimi. Ma la rete può riservare scoperte – anche di scrittura – davvero notevoli.

Le piacciono i fumetti degli anni 40 e 50?

Conosco, ed amo, quelli degli anni Sessanta. Capitan Miki, Zagor, il grande Blek, Tex, Piccolo Ranger, Tiramolla, Kolosso, Nonna Abelarda, il comandante Mark…

Sta scrivendo un nuovo libro? Può anticiparmi qualcosa?

Sì. Sarà un racconto lungo, o forse un romanzo breve, chissà. A cavallo tra realtà, carlo martinelliquella del mondo del cinema in particolare, e fantasia.

Ha anche scritto poesie. Le piace leggerle in pubblico?

Credo molto nella lettura, nel reading. Lo sto facendo anche con i racconti e funziona. La poesia è stata invece una sorta di gioco. Adesso preferisco leggere le poesie degli altri: ce ne sono di bellissime, ovunque. Non c’è bisogno delle mie.

Quali autori ha amato di più?

Vila Matas, Debord, Houellebecq, Manchette.

Quale è il suo metodo di scrittura per arrivare alla stesura finale?

Scrivo di getto i racconti. Poi leggo, rileggo, taglio e aggiungo.

Cosa pensa delle case editrici a pagamento? Illudono gli aspiranti scrittori?

Ho una mia convinzione: con i libri non si diventa più ricchi. E dunque non si deve neanche diventare più poveri. Penso basti.

Ha un agente letterario? Quale è il metodo migliore per trovarne uno?

No, nessun agente letterario. Non mi interessa, appunto perché il mio lavoro è un altro. La scrittura è passione. E basta.

Legge le recensioni dei suoi libri? Quelle negative che effetto le fanno?

Leggo tutto. E accetto tutto: le recensioni positive (finora, fortunatamente, prevalenti) e quelle negative. Anche perché a mia volta recensisco libri…

Nella sua carriera ha commesso errori che oggi grazie all’esperienza non rifarebbe?

Mi ritengo fortunato. Ho potuto trasformare la mia passione nella lettura e nella scrittura in lavoro. Non è poco. Dunque ci stanno anche eventuali errori, senza rimpianti.

Le piacciono i racconti ironici e umoristici?

Sì. Sto leggendo proprio in questi giorni Dahl. Un maestro.

CARLO MARTINELLI2Ha mai letto Raymond Queneau?

Mai letto

Tra gli esordienti, quale autore italiano segnalerebbe?

Non è un esordiente, ma Antonio Pascale è scrittore di grande forza. Poi aggiungo Veronica Raimo e il suo “Il dolore secondo Matteo”.

 

Carlo Martinelli è nato a Trento, dove vive, nel 1957. Giornalista, ex libraio. Per vent’anni ha lavorato nei quotidiani di Trento, Bolzano e Belluno del Gruppo Espresso – Repubblica: di questi giornali è ora editorialista. E’ caporedattore all’Ufficio stampa della Provincia autonoma di Trento.
Ha pubblicato “Storie di pallone e bicicletta“ (Curcu & Genovese, 2003) e il libro di racconti “Un orso sbrana Baricco” (Curcu & Genovese, 2008).

Con Roberto Festi è autore del volume “L’immaginario della montagna nella grafica d’epoca“ (Priuli & Verlucca, 1996). Ha curato i testi del libro sui fratelli Pedrotti “L’in-canto della montagna” (Priuli & Verlucca, 2007) e “A Merano in attesa di Ezra Pound” (Curcu & Genovese, 2002) di Luigi Serravalli. Altri suoi racconti, interventi critici e poesie sono sparsi in numerose pubblicazioni.


:: Intervista a Giuseppe Merico

7 settembre 2009 by

Ciao Giuseppe ” Dita amputate con fedi nuziali” come ti è venuto in mente un titolo così bizzarro per il tuo libro?

Ciao, ‘Dita amputate con fedi nuziali’, è la mia prima raccolta di racconti brevi, accompagnata da una postilla di un mio caro maestro, Luigi Bernardi. Il titolo del libro fa riferimento a un racconto nel quale il protagonista, un anatomo patologo colleziona appunto dita amputate munite di fedi nuziali in barattoli di formalina. E’ il suo hobby.

Sei redattore della rivista di esplorazione Argo come ti trovi?

Argo, è una rivista nata a Bologna nel duemila, è una rivista di esplorazione, argo-prima-di-copertina-al-vivoedita prima da Pendragon e ora da Cattedrale. E’ una rivista in cui credo molto e che sta facendo passi da gigante, vanta numerosissime collaborazioni in tutti i settori, media, arte, narrativa. Vi lascio l’indirizzo del sito: www.argonline.it Rispondo alla tua domanda: mi trovo benissimo, ho completa libertà d’azione.

Utilizzeresti mai il linguaggio dialettale tipico di autori come Camilleri?

Guarda, sto scrivendo un romanzo che parla del salento, io ho origini pugliesi e anche in quel caso non uso il dialetto, solo alcune parole che sono ovviamente intraducibili e non rendono in italiano. Ho frequentato però un corso di scrittura con Paolo Nori nel quale abbiamo trattato i semicolti, in questo caso si parla di linguaggio parlato, trasposto nella scrittura. Non sono contrario al dialetto, offre molte possibilità. Camilleri però non è uno dei miei autori preferiti…

Quale è il tuo metodo di scrittura per arrivare alla stesura finale?

Faticosissimo, mi perdo spesso e mi distraggo. A volte la scrittura dev’essere un esercizio zen.

Hai fatto fatica a trovare il suo primo editore?

Direi di no, ho mandato il manoscritto a una decina di case editrici e Giraldi mi ha risposto. Il tutto in poco tempo, qualche mese.

Preferisci scrivere racconti, novelle, poesie, saggi?

Ho scritto due raccolte di racconti, entrambe pubblicate: Dita amputate con fedi nuziali con Giraldi appunto e Aspettando gli squali che esce i primi dell’anno nuovo con la Coniglio editore con una prefazione di Marcello Fois; sono naturalmente portato a scrivere racconti, anche se adesso mi sto cimentando nella mia prima prova lunga, il romanzo quindi.

Quando hai deciso di diventare scrittore?

Mai, non l’ho mai deciso, è successo per puro caso.

Quale consigli daresti ad autori esordienti?

Oddio, io stesso sono un esordiente, quindi non saprei, forse di essere tenaci, ecco.

Cosa ne pensi delle case editrici a pagamento?

Non sono propriamente contrario, ci sono piccole case editrici che fanno fatica ad andare avanti, chiedono un piccolo contributo spese e allora ok, quando però ti chiedono migliaia ditadi euro, allora c’è puzza di truffa.

Hai un agente letterario?

No, al momento no.

Che libro stai leggendo attualmente?

Ho appena terminato di leggere la trilogia di Franck Bascombe, un personaggio del New Jersey creato da Richard Ford. I tre libri sono: The sportswriter, Il giorno dell’indipendenza e Lo stato delle cose: magnifici!

Quali sono i tuoi maestri letterari?

In primis Raymond Carver, poi David Foster Wallace, ma mi rifaccio anche a Kafka, sì.

Ti piace concedere interviste?

Bè, sì. Sono un egocentrico, tutti gli scrittori lo sono…

Per i tuoi personaggi ti ispira a persone reali o sono solo frutto della sua fantasia?

Mmm.. prendo spunto dalla realtà per poi trasfigurarla e fonderla con le mie nevrosi. Sono uno scrittore nevrotico, già…

Quanto c’è di autobiografico nei tuoi libri?

Tanto, tantissimo, ma sta al lettore scoprirlo.

Ti piacerebbe insegnare scrittura creativa, pensi che si possa insegnare a scrivere?

Guarda, collaboro con una mia amica giornalista e scrittrice, Eleonora Buratti e ogni anno mi invita a tenere una piccola lezione ai ragazzi del suo corso di scrittura, mi piace farlo. Penso che si possa aiutare a scrivere, ma fondamentalmente bisogna avere talento o almeno una parvenza di talento.

Qualcosa nella tua carriera che non rifaresti?

No, nulla, fin’ora son contento di me.

Frequenti fiere del libro, concorsi letterari ne hai mai vinto uno?

Mi capita di andare alla fiera del libro di Torino, c’ho anche letto un racconto. I concorsi invece mi piacciono meno, ci sono sempre degli interessi nascosti che non c’entrano nulla con la qualità dei libri in concorso.

Fai tour promozionali dei suoi libri come si usa fare in America?

Sì, quando esce un libro cerco di promuoverlo, anche se è una cosa che mi piace poco fare, sono fondamentalmente un timido.

Pensi che la gente ancora legga?

Sì, ma i libri sbagliati.

Hai un blog credi nella scrittura su internet?

Certo, ho un blog da tre anni, si chiama Scrivoeleggo, i miei primi racconti sono nati lì. Credo nella scrittura in tutte le sue forme, ben venga internet.

Ti interessi di giornalismo?

Mi piacciono le riviste, ho amici giornalisti, ma personalmente no, non mi interesso di giornalismo e invidio un po’ chi lo fa.

Parlami della sua città

Quale? Bologna, la città in cui vivo o San Pietro Vernotico, il paese in cui sono nato? La prima mi sta dando tanto, come speravo, la seconda la potete leggere nel mio romanzo, quando uscirà.

Hai mai fatto il ghost writer cosa pensi del fenomeno?

Penso che mi piace leggere un romanzo scritto dal nome che leggo in copertina.

Ti piace leggere in pubblico i tuoi lavori?

Preferisco siano gli altri a farlo, sono timido l’ho detto, mi tremano le mani e la voce; ogni volta è una forma di tortura.

Oltre al talento quali sono i requisiti necessari per avere successo come scrittore?

Un gran culo.

6 settembre 2009 by

:: Intervista a Guido Michelone

Insegna Storia della Musica Afroamericana: quanto l’ha arricchita questa esperienza? L’insegnamento è per lei una vocazione o solo un lavoro?

Dipende dalle situazioni: io insegno sia in Conservatorio sia in un Master post-universitario; in Conservatorio ho trovato gli studenti più motivati in assoluto, in tutta la mia vita (benché insegni lì da soli quattro anni). Al Master, che compie dieci anni e che è orientato verso l’industria discografica (quindi più pop e rock) molti allievi mi paiono assolutamente indifferenti (tutti presi o meglio chiusi dalle loro musiche), altri (soprattutto ragazze invece che prima non conoscevano il jazz, il blues, il gospel o la bossanova, sono stati piacevolissimamente sorpresi e coinvolti!

La musica e, soprattutto il jazz, quanto incide nella sua vita?

Molto, parecchio, ormai è difficile distinguere la passione dalla professione, anche se in tutto ci metto sempre molta passione: per motivi di lavoro devo ascoltarmi sempre una quantità enorme di dischi, un po’ meno di concerti.

Si sente più un saggista o un narratore?

Mi giudico un saggistica che cerca di scrivere come un narratore, uno che racconta anche quando compone la biografia di un musicista. E nelle mie opere letterarie (non solo narrative, anche poesia e teatro) ho una poetica di estraniamento – alla Bertotl Brecht, se mi si consente un paragone altissimo – che mi porta a inserire nozioni, informazioni, materiali altri rispetto alle sole emozioni del meccanismo della trama. Mi ritengo insomma un avanguardista, in un’epoca in cui è difficile proclamarmi d’avanguardia, perché tutti con un romanzo cercano subito gloria, fama e denaro!

Ha scritto testi per spettacoli musical teatrali: è possibile trovarli in volume?

Si trovano sei atti unici riuniti nel volume Teatro Jazz uscito per le edizioni universitarie: al momento lo si può acquistare in facoltà a Milano oppure digitando Educatt dell’Università Cattolica di Milano.

Collabora con altri autori alla stesura di testi e antologie, com’è lavorare in sua compagnia?

Sono quasi sempre stato l’antologizzatore e non l’antologizzato. Si tratta di un lavoro per me molto soddisfacente e gratificante, anche perché non ho quasi mai avuto risposte negative dagli autori coinvolti. Ho quasi sempre trovato poeti, romanzieri, saggisti disposti anche a lavorare gratis, come me, per fare qualcosa di originale e di umanitario (le royalties di diversi testi ad esempio erano per Emergency). Però è il lavoro più faticoso che conosca, a livello di organizazione. Immancabilmente c’è sempre qualche ritardatario per la consegna del capitolo o del racconto; e poi c’è da fare un’opera di editing delicatissima: a me piace uniformare i testi di un libro sotto tutti i punti di vista, senza però correggere nulla a un autore, a meno che si tratti di una vista o un refuso.

Frequenta premi letterari, concorsi? Se sì, è mai arrivato in finale?

Ho partecipato anni fa, più come sollecitazione di certe case editrici con cui lavoravo; e devo dire che mi è andata bene: nel 1996 vinsi il Premio Tascabile Latina e nel 2000 arrivai secondo a Rimini Cartoons. Ho fatto di testa mia nel 2006 per uno strano concorso a Biella sui libri di spettacolo, dove spedii sei-sette miei libri e dove sono stato scelto per una conferenza, ma non ho mai capito o saputo chi abbia vinto! Ma a volte mi manca anche il tempo per sapere quali e quanti premi o concorsi esistano e purtroppo non c’è nessuna segretaria che lavori per me. Non sono un genio a curare le public relations!

Cosa pensa delle scuole di scrittura creativa come la Holden di Baricco? Pensa che la scrittura si possa insegnare?

Ho insegnato alla Holden, singole lezioni, oltre la presentazione di un paio di miei libri. Tutto si può insegnare: anzi sono convinto che chi più sa, è maggiormente avvantaggiato di altri; ma non è una regola fissa per diventare un grande scrittore o uno di successo. E poi un libro di successo non è necessariamente un grande libro; e viceversa!

“I Simpson una famiglia dalla A alla Z”, edito da Bompiani, è un libro divertente e originale: come le è venuta l’ispirazione a scriverlo? Ama i cartoni animati e i fumetti in genere?

È ancora oggi il mio libro più famoso, quello per il quale mi chiamano ancora per un’opinione o un’intervista. Ma si tratta di un’esperienza ormai chiusa. Mi sono occupato soprattutto di disegni animati per un certo periodo, quando scrivevo molto di più anche di cinema; essendomi poi spostato di più sulla musica, ho un po’ abbandonato l’argomento a livello professionale, senza nulla togliere che cartoons e fumetti mi piacciano molto, non però quelli commerciali, ma le espressioni d’avanguardia. Sono comunque arti dei nostri tempi: vedo ad esempio un futuro interessante nei generi delle grahic novel, ad esempio.

Lei ha scritto “Invito al cinema di Roberto Rossellini”, edito da Mursia: che legame vede tra cinema e letteratura?

Era il Premio Latina di cui parlavo. Oddio, il discorso cinema/letteratura è vastissimo. Il legame maggiore forse consiste nel loro aspetto affabulatorio, che andrebbe un po’ liberato: insomma cinema e letteratura amano raccontare, ma spesso con i soliti meccanismi narrativi, che invece andrebbero un po’ rivoluzionati, come ad esempio fecero esattamente mezzo secolo fa in Francia sia i film della nouvelle vague sia i romanzi dell’école du regard: ma, dopo un decennio scarso, nessuno ha realmente continuato o aggiornato quelle esperienze…

Anche gli scrittori, se non appaiono in tv, vengono ignorati: come giudica questa società dell’immagine che a volte penalizza i contenuti?

Il mio giudizio è pessimo: in tutte le arti, dal jazz alla poesia, dal teatro al cinema, dalla danza al romanzo, dal fumetto al rock o alla musica classica appaiono in TV o sui giornali i soliti dieci-venti nomi per categoria che hanno i film o i dischi o i libri nelle hit parades e che non sempre – anzi, quasi mai – sono i migliori. Gente che a volte non ha proprio niente da dire, ma che i mass media trasformano in maitres-à-penser. Ma è la logica o la legge del mercato e del profitto. Che ci possiamo fare? In Italia non c’è nemmeno una rete TV culturale, come in Francia o in Inghilterra, che promuova un po’ di vera cultura!

Crede nella scrittura su internet? Pensa abbia un futuro o anche Dostoevskij avrebbe le sue serie difficoltà se fosse vissuto al giorno d’oggi e avesse cercato di far conoscere la sua opera tramite un blog?

Internet è al momento lo strumento tecnologico più avanzato in fatto di informazione e comunicazione, dunque anche di cultura, ma corre rischi seri, perché è completamente anarchica, senza controllo, affidata al caso. Va bene il fatto che non sia soggetta a censure, ma quando propone valori culturali, occorrerebbero maggiori filtraggi. Pensiamo a Wikipedia: comodissima, utilissima, ma zeppa di errori – e lo sa benissimo – ma non è in grado di affrontare da sola una revisione. Anche tra i blog ci sono differenze qualitative notevolissime, ma non saprei che aggiustamenti proporre. Sarebbe poi discriminante? Forse un sito o un blog di saggi che consigliasse i blog o i siti più affidabili?

Le piace scrivere poesie magari abbinandoci musiche jazz?

Mi diverto, lo faccio da anni, tra non molto dovrebbe infatti uscire il mio primo libro di poesie intitolato Quasi dei blues, che raccoglie tutti i testi in forma di blues che ho composto da quando avevo diciott’anni a oggi, e son passati tanti anni…

Quali sono i suoi autori preferiti?

Mi è difficile rispondere, perché non ho riferimenti assoluti: non ho scrittori, musicisti, pittori o registi che rileggo, riascolto, riguardo in continuazione. Certo, ci sono gli autori che mi piacciono e quelli che non mi piacciono. E poi molti che non ho letto, se parliamo di scrittori. Per la narrativa, posso dire che mi piace il modo in cui scrivono Borges e Dostoevskij, il primo per i racconti, il secondo per i romanzi brevi; ma entrambi per ragioni assai diverse tra loro. Anche Beppe Fenoglio per me è un grande: nei racconti è già prefigurata l’Italia di oggi, al di là di un’ironia e una secchezza di stile irraggiungibili. Da ragazzino amavo Pavese ed Hemingway, ma non li ho più riletti. Poco dopo, ho letto tutto Brecht e forse mi è rimasto dentro, così come certo teatro dell’assurdo dal tragico Beckett al comico Ionesco. Di recente invece ho scoperto Pessoa, geniale sia come narratore sia quale poeta. Ma devo confessare di non aver mai affrontato integralmente né Proust né Joyce; e nemmeno i romanzi lunghi di Thomas Mann, di cui ho molto apprezzato i testi più brevi, come anche quelli di Frank Kafka e Bruno Schulz. Una volta un giovane studioso generosamente mi ha paragonato a Thomas Pynchon, ma di quest’ultimo ha letto qualcosa in italiano e non ho capito quassi nulla! Troppi riferimenti! forse in lingua originale rende di più!

Che cosa proprio non le piace in un libro tanto da farglielo chiudere per non pensarci più?

Devo dire che cerco sempre di finire un libro, perché di solito è una scelta razionale e ponderata; non ho mai comprato un testo solo per la bellezza della copertina. So cosa voglio dagli scrittori, restando alla narrativa. Dal vero scrittore mi aspetto molto, perché pretendo molto. Non amo le trame scontate e, peggio ancora, lo stile sciatto. A quel punto meglio di buon autore di gialli: e in tal seno trovo assolutamente geniali Simenon, Hammett, Chandler e tanti altri, come pure nella fantascienza esistono geni indiscussi come Brown o Bradbury. Insomma, non mi piace il mainstream o l’international style, ossia quei romanzi fatti per le signore da tè delle cinque o che leggono in spiaggia sotto l’ombrellone. Detesto i libri scritti per i soldi, anche se molti – come Stephen King, per esempio – mi tengono incollato al libro dalla prima all’ultima pagina. Il fatto è che di rado scelgo un King, così come i testi da hit parade. E poi, sempre per professione, devo leggere molti saggi.

Parlando dei Beatles, partendo da un’analisi dei loro testi, come li giudicherebbe stilisticamente?

I Beatles sia come musica sia a livello di liriche non sono un unicum, ma vanno divisi a periodi: dopo quello yé-yé iniziale, con versi banalotti d’ispirazione amorosa adolescenziale, durante l’era psichedelica si avvicinano a una sorta di surrealismo, vicino anche alla pop-art e alla neo-avanguardia: assolutamente geniali, anche per il connubio testo/musica, tante canzoni in Revolver, Sergeant Pepper, Magical Mistery Tour, il doppio cosiddetto White Album.

“Senti un pop” è un opera a cui è particolarmente legato?

Ci teneva molto l’editore, pensava di fare il botto, ma non è stato così, colpa il solito rachet mediatico, di cui si diceva. Sì, io lo amo ancora, perché è un testo unico nel suo genere in Italia, l’unico a fare una storia della musica pop, partendo dal primo Novecento, mentre tutti iniziano cinquant’anno dopo, dimenticandosi che sono esistiti brani o personaggi parimenti validi o famosi.

Pensa che i mass media invadano troppo la privacy dell’uomo moderno?

Quando la televisione si sostituisce totalmente ai libri, priva le persone di una fonte meravigliosa di sapere e di informazione. I libri mantengono giovani, la troppa tivù (soprattutto quella italiana, pessima) rincoglionisce, detto senza mezzi termini. Se invece parliamo del modo in cui i media pedinano i personaggi famosi, a ciascuno il proprio mestiere e ognuno si prenda le sue responsabilità: mi sembra ovvio!

Quale è il libro che le è costato di più a scrivere?

Difficile rispondere: sul piano emotivo forse il mio primo romanzo Cinquanta. Secondo Novecento, che al momento è anche l’unico, perché il successivo è in realtà un lungo racconto. Mi è costato in termini di sincerità, perché c’è sempre qualcosa di molto autobiografico nelle proprie opere narrative, anche quando si parla di Marziani o del Far West. In termini di fatica o di stress sen’altro non un libro mio, ma una traduzione, l’unica traduzione che ho fatto (una storia dei mass media, appunto), perché avevo l’editore che mi assillava sui tempi di consegna e poi perché si è rivelata, per me, assai più difficile del previsto.

C’è qualche errore nella sua carriera che oggi, grazie all’esperienza, non rifarebbe?

Tanti errori di ingenuità: se potessi tornare indietro, sarei più scaltro nella carriera universitaria, per ottenere qualcosa di più a livello accademico. E sarei anche più attento a certe amicizie che poi non si sono rivelate tali proprio sul piano professionale: c’è in giro tanta gente cattiva anche in un ambiente (che si pensa al di sopra delle quotidiane miserie) come quello della cultura.

Viviamo in un periodo di crisi e anche la cultura ne risente: che rimedi suggerirebbe?

Suggerirei di investire molte più risorse (umane, economiche, eccetera) perché la cultura è un bene insostituibile; è qualcosa che ci rende liberi, felici, ricchi spiritualmente, assai più di ogni altra cosa, ad esclusione forse degli affetti personali.

Ama leggere in pubblico i suoi libri?

Sì, certo, magari solo alcune parti. Trovo che l’autore legga i propri testi meglio degli attori, troppo retorici e impostati.

Le piace la letteratura araba, quali autori conosce?

Ahimè non la conosco, anche se so che pure quella contemporanea è variata e notevolissima.

Oltre che scrittore è anche giornalista, il linguaggio del giornalismo pensa incida più fortemente sulle coscienze?

Il giornalismo scritto purtroppo oggi, quantitativamente, conta assai meno dello speaker televisivo. Più che giornalista (inteso come reporter o cronista) io mi sento un critico, uno che ad esempio ascolta un disco e cerca di spiegarlo alla gente, facendo capire perché sia bello o brutto, sia da comprare o no.

Ha tenuto conferenze al Salone del libro di Torino: come si spiega il successo di questa iniziativa ?

Si tratta dell’unica grande manifestazione del genere in Italia, in una città dove si legge parecchio, con tanti bouquinistes, con molte librerie e con buona cultura. La formula del Salone magari è un po’ invecchiata, ma le alternative sono difficili da realizzare per le ragioni di mercato di cui si parlava all’inizio: i grossi gruppi editoriali avranno sempre stand più grandi dei piccoli editori; così va il mondo…

Che rapporto ha con i suoi lettori?

Vorrei che fosse di rispetto reciproco e di dialogo aperto. Accetto le critiche anche molto negative, purché motivate: non sono permaloso, anzi mettere il dito sulla piaga spesso aiuta a correggere i propri difetti.

Ama concedere interviste o è fondamentalmente una persona timida?

Alla fine forse sono una persona timida, a certi gradi o a certi livelli; però le interviste mi piacciono, trovo sia una forma molto intelligente di dialogo interattivo!

La libertà cos’è per lei? uno stato d’animo, una necessità imprescindibile, un’utopia?

Potrei rispondere con una vecchia canzone di Giorgio Gaber, che dice: libertà è partecipazione. In breve, per me, libertà significa regole e valori, ma anche uguaglianza, fraternità, condivisione.

A quale progetto sta lavorando che le sta particolarmente a cuore?

Il mio prossimo romanzo, che è già in testo, ma non trovo il tempo di scriverlo, perché sto dando la precedenza ad almeno altri cinque-sei libri in arrivo!

Ha fondato l’associazione Gruppo 74, ce ne parli.

Ma è una cosa del 1974, quando ancora portavo i calzoni corti o quasi! L’idea per me era quella di fare un po’ una sorta di Gruppo 63, quello di Balestrini, Porta, Giuliani, Sanguineti, che era acqua appena passata, si era sciolto ufficialmente cinque anni prima, nel 1968. Sì, dunque, Gruppo 74, quattro-cinque amici con tante belle speranze, in provincia, una provincia che non è poi tanto cambiata da allora come mentalità e opportunità.

5 settembre 2009 by

:: Intervista a Barbara Risoli di Patrizia Catenuto.

Quanti libri ha scritto? E di che genere? 

Quanti libri ho scritto non lo so, dovrei contarli, ma se mi si chiede quanti a oggi ne ho pubblicati…. ebbene, quattro. I generi da me toccati sono il fantascienza (LA STIRPE), il fantasy (L’ERRORE DI CRONOS e LA GRAZIA DEL FATO) e lo storico sentimentale (IL VELENO DEL CUORE). Fato

Mi tolga una curiosità, perché il protagonista del libro “Il veleno nel cuore” lo ha chiamato Venanzio? Da dove si è ispirata? 

Ah, chi non mi conosce è  ovvio che mi ponga questa domanda. I miei nomi vengono sempre notati e la cosa ammetto essere volontaria. Amo i nomi insoliti, li vado proprio a cercare e me li segno se li sento casualmente. Venanzio ha un suono che mi alletta, lo trovo sottilmente selvaggio e feroce eppure dolce alla pronuncia, rispecchia il carattere del protagonista cui è toccato. Ma se è vero che Venanzio può incuriosire, che dire di Eufrasia, la protagonista? 

Perché scrivere fantasy? 

Fantasy. Per quanto mi riguarda questa definizione è un po’ forzata per le mie opere perché la trama che sto portando avanti (che si concluderà con il terzo libro) non è propriamente fantasy, uscendo completamente dai canoni e rifacendosi invece al mondo acheo-miceneo del 1200 a.C. Tuttavia, non esiste un genere in cui inserirlo seccamente ed allora è stato classificato fantasy, ma sarebbe più corretto parlare di mitologico-fantastico. Da dire che ne L’ERRORE DI CRONOS e nel suo sequel il fattore fantastico consta in una traslazione nel tempo. Comunque, perché scrivere fantasy o pseudo fantasy? Per realizzare quella sorta di sete di vita parallela che la fantasia allo stato puro rende fattibile. Il fantasy fa volare, anche se il volo a volte è rischioso perché è anche vero che bisogna saperlo scrivere e, in tutta onestà, io non credo che ci riuscirei se dovessi attenermi agli schemi classici, avrei il timore di emulare qualcosa di già scritto e rischierei la banalità. Lo voglio dire, tanto di cappelli agli autori fantasy puri che effettivamente, leggendoli, riescono a raggiungere buoni livelli di novità pur percorrendo una strada maestra. 

Ha mai pensato di scrivere un libro del genere cick-lit? 

No, in tutta onestà no. E confesso anche di non aver mai letto il genere pur avendone sentito parlare, ma non credo di essere all’altezza di riuscire a far sorridere con la quotidianità e le sue stramberie. Non amando molto la realtà in cui si vive, tendo a rifuggirla e lo faccio scrivendo. Ma ho sempre molta ammirazione per chi riesce a sviluppare tematiche per me difficoltose. 

Qual è il suo metodo di lavoro nel scrivere un libro? 

Mi è  stato detto che è strano, ma il più delle volte la prima cosa che ho in testa per un romanzo è il titolo. Parto dal titolo, lo scrivo proprio nella prima pagina Word. Poi mi si delinea in testa una scena, una sola, che so… una frase eclatante, una situazione insolita, una parola rivelatrice, il cosiddetto punto clou dell’intera trama che in realtà non esiste all’inizio. Ebbene, comincio a scrivere semplicemente per arrivare a quel punto, ci ricamo intorno, ci aggiungo e tolgo, faccio voli alti per arrivare ad una riga delle volte, oppure ad un capitolo. Abitualmente la scena ‘incriminata’ sta a metà del libro, ma non sempre, mi è capitato di avere il finale senza l’inizio. Il mio metodo è dettato dalla passione che provo scrivendo, devo sentire la vibrazione che mi porta a stare sveglia pur di vedere come andrà a finire. Scrivere per me è come leggere. 

Se è lecito sapere, come mai i suoi libri non sono stati tutti pubblicati dalla casa editrice 0111? 

Oh, chiedere è lecito, rispondere è cortesia. Si, a parte IL VELENO DEL CUORE che è di genere staccato, la saga fantasy non è pubblicata con la medesima casa editrice. E’ stata una scelta personale che non posso dettagliare per una questione di correttezza, ma posso dire che non ho avuto scelta e che ad oggi ritengo di avere fatto la cosa migliore. il veleno del cuore

I suoi libri hanno mai ricevuto un premio? 

Si! Recente il riconoscimento per IL VELENO DEL CUORE edito dalla 0111 Edizioni: primo classificato al CONCORSO IL CLUB DEI LETTORI 2008/2009. Una soddisfazione inaspettata e con un profondo significato per me. Credendo esclusivamente nel giudizio del lettore, sono paladina dello stesso definendolo sovrano, ritengo che solo chi compra, paga e legge possa decretare il successo o l’insuccesso di un’opera. Ebbene, essere premiata dai giudizi proprio dei lettori, senza giurie o affini è stata la conferma delle mie convinzioni. Inaspettata perché, ormai non è più un segretissimo, ma lo dico anche qui, questo romanzo l’ho scritto l’estate scorsa in sette notti, compresa la correzione. Ovviamente ha delle imperfezioni, giusto ribadire senza cessa che la casa editrici non applicava editing dichiarandolo a caratteri cubitali, quindi… posso ritenermi più che soddisfatta del risultato conseguito.  

Qual è in questo momento il libro nel suo comodino che sta leggendo? 

Eh, sto leggendo il libro di un autrice emergente degna di nota, capace di sconquassare l’anima, abile e capace, una scrittrice destinata alla gloria. Abitualmente ho occhio per le persone, più volte ho centrato un giudizio e in questo caso me la sento di spendere una parola. Sto parlando di Simona Gervasone e di lei sto leggendo LA SESTA ERA che dalle prime pagine non smentisce la capacità conosciuta con il suo SANGUE E PERFEZIONE, la storia romanzata della contessa sanguinaria ungherese Bathory (roba dura, horror, il mio genere preferito). 

Ha un blog dove comunica i suoi lavori? 

Si, a parte il mio blog personale (http://risolibarbara.splinder.com) che aggiorno a singhiozzo e nel quale esprimo le mie emozioni in vari settori, o creato un blog dove do voce solo ai lettori inserendone i commenti sia positivi che negativi. Se mi si vuole conoscere dal punto di vista degli altri, basta cliccare e darci una letta. Non intervengo quasi mai per scelta, la voce è del lettore sovrano (http://ilsovranolettore.splinder.com). 

Dato che lei è una donna impegnata, tra famiglia e lavoro, quando trova il tempo per scrivere?

Di notte. Lo so, lo so… è folle, ma io scrivo prevalentemente di notte, le altre ore della giornata mi distraggono, i rumori mi confondono. Di notte ‘nessun rompe’ e vado a ruota libera. Frustrante a volte scrivere sino alla tre di notte e poi dover cancellare tutto perché non tutte le ciambelle vengono col buco. Ma fa parte del gioco anche questo. Il problema viene il giorno dopo, ma ce la faccio… una moka di caffè fa miracoli! 

Sta scrivendo un altro libro? 

Come no? E se vogliamo a richiesta. Lo sto completando, sono alla direttiva d’arrivo, il sequel de IL VELENO DEL CUORE. I due personaggi si sono rivelati vincenti e in molti mi hanno chiesto di continuare con le loro avventure, ultimo il commento su aNobii di un’utente che ha semplicemente scritto A QUANDO IL SEGUITO? Soddisfazione pure questa, riuscire a far amare i miei personaggi lasciando nel cuore nostalgia è davvero appagante. In realtà IL VELENO DEL CUORE non è nato come primo libro di una saga, ma un’idea sorta all’improvviso e le pressioni dei lettori mi hanno fatto cambiare idea e ora… sta nascendo LA GIUSTIZIA DEL SANGUE, storia che se la prima era intricata, questa è anche peggio… o meglio.

Mi piace far notare una cosa curiosa proprio relativamente a questo libro. I due protagonisti non sono due stinchi di santo, se vogliamo sono proprio due bastardi, inconsueti per un sentimentale. Eppure, riescono a farsi ben volere, a parte qualche detrattore che giustamente deve esserci come in ogni cosa. 

Com’è nata la sua passione per il periodo relativo alla Rivoluzione Francese? 

La scuola ‘sa fare danni’. Scherzi a parte, ovviamente ho conosciuto la storia sui banchi di scuola e senza una logica alcuni periodi mi sono rimasti dentro interessandomi, affascinandomi, rendendomi curiosa. Non sempre queste passioni sono rivolte a periodi positivi, ma la curiosità muove il mio pensiero ed anche, perché no?, una piccola dose di morbosità. Se è vero che amo a dismisura il periodo miceneo dell’antichità, è anche vero che mi lascio prendere dagli accadimenti della Francia di fine ‘700 e vado a ‘ravanare’ ovunque per saperne di più, per capire, per comprendere. La Francia ha un fascino particolare per me, qualcosa di sovrannaturale, forse è un richiamo del sangue considerando che il mio stesso cognome è francese e probabilmente ho delle origini oltralpe considerando che i miei sono originari di Parma, occupata appunto dai francesi. Ma le mie passioni toccano anche un altro periodo terribile della storia umana, il nazismo e specialmente la figura inquietante, impossibile di Hitler. Tuttavia, non credo che sfiorerò mai questa tematica con un mio romanzo, argomento pesante, nefandezza troppo vicina a noi, però da studiare per capire e non sbagliare più. 

Parliamo di editing, chi pensa al suo? 

Domanda che se non mi veniva fatta, l’avrei richiesta sottobanco! Catalogo102Esco da una recente intervista dove mi sono espressa male e ho dato adito a una discussione per fortuna chiarita. Imperdonabile per uno scrittore non farsi capire, eh? Adesso faccio la brava e spiego bene questo punto, male che mi vada… mi ritroverò nuovamente nell’occhio del ciclone di una discussione! Scherzi a parte, dichiaro pubblicamente che la mia scelta è quella di pubblicare senza editing con consapevolezza. Ecco il punto, parlo sempre dell’ editing da parte delle case editrici, ovvio che i miei testi li sottopongo a persone competenti (oltretutto cattivissime nel mio caso) prima di darlo alle stampe. Non sono più disposta a farmi irretire con promesse non mantenute e magari pagare pure un servizio inesistente. Ho parlato di editing che rovinano il testo e poi mi sono ritrovata precisare che tale editing altro non era che la correzione automatica del testo, cosa che sa fare dei macelli se non ragionata. Quindi, lungi da me la superbia di credere d’essere infallibile, perfetta, scrittrice capace di editare se stessa! Semplicemente non mi faccio abbindolare da azioni che poi si rivelano deleterie. Mando il mio romanzo, lo pubblicano così com’è, è una schifezza? Tutta colpa mia, mi prendo le respirabilità del caso. 

Ha fatto mai qualche corso di scrittura creativa? E cosa ne pensa? 

No, mai fatto, il tempo a mia disposizione è sempre stato poco. Se adesso seguo mio marito nel suo lavoro, in passato lo facevo con mio padre. Credo tuttavia che sia una cosa interessante che permette di dare una linearità al modo di scrivere e che permetta di tralasciare abitudini sbagliate tipiche del dilettante. Queste abitudini probabilmente io le ho ancora, proprio perché non ho mai avuto occasione di collaudare questo tipo di esperienza. Non escludo in futuro di frequentare un corso di scrittura creativa, magari scopro cose che adesso neppure immagino. 

Jules Renardi disse:”Scrivere è un modo di parlare senza essere interrotti” cosa ne pensa? 

Interessante definizione che posso condividere, anche se poi a lavoro finito le critiche a volte feroci fanno pentire di non essere stati interrotti per tempo. Succede infatti che la propria opera amata e curata nel silenzio dell’interiorità, risulto invece un magnifico flop che ferisce. Inutile negarlo, le critiche negative feriscono un pochino, non troppo, ma lo fanno. Io vinco questa cosa pensando che per uno che non mi approva, altri lo fanno, allora… dovrei considerare sciocchi i secondi? Un buon espediente che aiuta a non perdere l’entusiasmo. Conosco autori che davanti a detrattori addirittura ironici hanno dichiarato di non voler più scrivere. No, il confronto fa crescere e, rifacendomi alla domanda, fa capire dove e perché a volte sarebbe meglio essere interrotti. 

Potrebbe dare qualche consiglio a coloro che volessero intraprendere la carriera di scrittori? 

Ringrazio per la considerazione che mi viene data con questa richiesta, ma i consigli possono darli i grandi ed io, purtroppo, non sono grande abbastanza per potermi ergere detentrice della verità. Posso solo dire che come lettrice riesco a cogliere la passione di un autore e quindi per intraprendere questa strada bisogna averne con la capacità di sopportare il cammino arduo e lentissimo che mettersi in gioco comporta. Nulla arriva all’improvviso, ogni libro venduto è un passo che fa una strada, poi ci sono gli arresti, i fallimenti, gli imbrogli e le rinascite. Pazienza e fiducia in se stessi, questo consiglio dal basso della mia posizione. E poi, forse la cosa più importante, evitare l’arroganza che è capace di fare di un genio un inetto, i lettori non si prendono mai in giro. 

 

4 settembre 2009 by

:: Intervista a MariaFrancesca Venturo

 

MariaFrancesca sei stata intervistata da Booksweb tv che esperienza è stata?

 

Un’esperienza quasi traumatica anche se divertente: ero andata a conoscere il mio editore alla fiera “Più libri più liberi” a Roma. Arrivata allo stand della Newton Compton comincio a stringere mani e a presentarmi nella più completa agitazione. Poi, dalla folla accalcata intorno agli scaffali, spuntano i ragazzi di Booksweb che chiedono “Chi ci vuole parlare del proprio libro in un minuto?” “Lei!”, Raffaello Avanzini, mi propone a bruciapelo per l’intervista. sindrome della commessaTrovo molto difficile parlare di quello che scrivo senza essermi preparata prima, la mia insicurezza cronica non mi aiuta e così, come Amanda Sandrelli in “Non ci resta che piangere”, prima di rilasciare qualsiasi dichiarazione, devo “provare, provare, provare…” e “pensare, pensare, pensare”.

Fortuna che, grazie alle interviste fatte in radio e in un paio di trasmissioni TV, ero già un po’ allenata a parlare del mio libro in pubblico.

A proposito, grazie per l’intervista scritta!

Parlami della sindrome dello shopping?

 

“La sindrome dello shopping” oltre ad essere un disturbo ossessivo compulsivo che fa perdere il controllo della propria autonomia dell’acquisto, è anche il titolo del mio primo romanzo che raccoglie le richieste più assurde –registrate in presa diretta- che mi sono sentita rivolgere dalle clienti del negozio dove lavoravo: tipo “scusi avrebbe una maglia ma non di stoffa al massimo di tessuto” “Ma perché questa gonna è rossa?” “Ci sarebbe un colore tra il prugna e il melanzana ma che non sia viola?” “E camiciate? Non avete le camiciate?”.

Infatti, ho scritto “La sindrome dello shopping” mentre, per mantenermi agli studi universitari, lavoravo come commessa in questo negozio di abbigliamento molto trendy del centro di Roma. Silvana Mazzocchi, una giornalista di Repubblica, l’ha definito un “Romanzo Reality” e, credo che abbia colto nel segno.

Questa esperienza mi ha fatto capire soprattutto due cose:

la prima: che quella che noi consideriamo “normalità” non esiste e che ognuno possiede una propria maniera di guardare il mondo (soprattutto quando deve scegliere cosa mettersi addosso).

La seconda: che non bisogna mai sottovalutare le esperienze che la vita ci pone davanti. 

Quante volte mi sono sentita dire “studia altrimenti finirai col fare la commessa (o la parrucchiera)” dai miei genitori e dai miei insegnanti, eppure se non avessi fatto questo lavoro a quest’ora non sarei laureata e non avrei mai raggiunto la mia autonomia. Ma il vero paradosso è che, una volta conseguita la laurea, ho lasciato il mio lavoro al negozio con contratto a tempo indeterminato, per diventare insegnante di scuola primaria e fare della precarietà la colonna sonora della mia vita.

Ecco la  “La sindrome dello shopping” affronta tutti questi argomenti.

Quali sono i tuoi autori preferiti?

 

Devo dire che, se durante l’università ho letto moltissimi testi teatrali e, grazie alla scuola di Perla Peragallo ho amato molto la Commedia dell’Arte dove l’unico testo a disposizione degli attori era un canovaccio (ho sempre avuto un debole per gli intrecci di Flaminio Scala), in ogni fase della mia crescita c’è stato un autore prediletto: da Hesse a Guy De Maupasasnt, da Harry Miller e Anais Nin a Simone de Beauvoir e Sarte.

Ho amato moltissimo anche Elsa Morante e la sua “Isola di Arturo”, per non parlare di “Menzogna e sortilegio”.

Mi sono appassionata agli esperimenti letterari di Edoardo Sanguineti e poi sono caduta nella trappola di Pinocchio (letto ennesime volte) e della letteratura più leggera della Bertola e della Kinsella.

Cerco di imparare da tutti gli autori che mi fanno riflettere in qualche modo.

Ora sto leggendo Tolstoj, Sepulveda e “Alice nel paese delle meraviglie”.

sindromeParlami dei tuoi esordi. Hai fatto fatica a trovare un editore?

 

Il primo libro che ho presentato alle case editrici di mezza Italia è stato “Parola e travestimento nella poetica teatrale di Edoardo Sanguineti”, una revisione ampliata della mia tesi di laurea.

Ho ricevuto molti complimenti e tante richieste di pubblicazione a pagamento (ovviamente). Alla fine, sono stata contattata da un piccolo editore di Roma (Fermenti), e quando anche loro mi hanno chiesto denaro ho risposto che, essendo io una maestra precaria, denaro non ne avevo, ma che, in cambio della pubblicazione, avrei regalato loro l’intera opera. Il libro quindi è stato interamente finanziato da una fondazione letteraria (la Marino Piazzola) tramite una borsa di studi.

Poi ho scritto “La sindrome dello shopping” convinta che avrebbe subito destato l’interesse degli editori e invece, proposte a pagamento anche lì.

Non ho mai voluto pubblicare a tutti i costi, ho messo sempre in discussione i miei scritti e mi sono detta: “se alle case editrici non interessa, vuol dire che non vale pena pubblicarlo”.

Allora ho aperto il blog e ogni settimana pubblicavo uno stralcio del romanzo. Oltre l’interesse di tante blogger, cassiere e commesse che commentavano (e commentano) divertite ho cercato di cogliere anche quello della stampa e ho fatto un grande lavoro di networking. Alcune riviste femminili, tra cui Grazia e Gioia, hanno pubblicato degli articoli che parlavano del blog e sono approdata in televisione (ti immagini? Io così insicura!). Alla fine, grazie anche al passaparola dei blogger, è stato l’editore a contattarmi e a farmi una seria proposta di pubblicazione.

 

 

Che consigli daresti ai giovani autori?

 

Lo stesso consiglio che mi diede anni fa la mia professoressa di lettere: “Non scrivete per dire qualcosa, ma perché avete qualcosa da dire”, io credevo che valesse la pena raccontare la vita delle commesse dal di dentro. Mettersi sempre in discussione ma non smettere mai di credere in ciò che si scrive e, in ultimo: non accettare mai proposte a pagamento. Se proprio non trovate un canale per essere letti sfruttate il blog: è un ottimo banco di prova.

 

Parlami del tuo metodo di scrittura.

 

Non ho un vero e proprio metodo a parte: scrivere, rileggere, correggere, cancellare, riscrivere, rileggere, alzarmi per un tè, riscrivere, mangiare una merendina…

Cerco sempre di partire dalla realtà e quindi prima di sedermi a scrivere, ascolto. Ascolto chiunque abbia qualcosa da raccontare: una storia di famiglia, una barzelletta, una disavventura in vacanza e via dicendo. Poi, quando trovo una storia o un argomento che, secondo me, vale la pena raccontare, faccio un grande collage di ricordi, di personaggi e di aneddoti.

Una volta mi capitò di intervistare Edoardo Sanguineti Teatro_Sanguinetie lui mi diede un preziosissimo spunto. Mi disse: “Non si può fare un’improvvisazione da soli: noi conosciamo già tutto quello che stiamo per dire. Le gag più belle sono quelle con più attori dove non sai che cosa uscirà fuori, è così che si crea una vera novità”.

La scrittura dovrebbe essere un po’ come una performance di Jazz a più voci. Ecco perché per me è fondamentale ascoltare la gente – al mercato, sugli autobus, per strada, alle riunioni di condominio- e darle voce in quel che scrivo. In questo modo mi diverto un mondo.

 

Come è cambiata la tua vita da quando sono usciti in stampa i tuoi libri?

 

Sicuramente è cambiato il mio modo di rapportarmi ai libri: sono una lettrice interessata e quando leggo lo faccio in modo molto più analitico.

Che strumento di scrittura prediligi, bic, computer?

 

Per strada prendo appunti con taccuino e penna, a casa trovo comodissimo il computer: faccio sempre tantissime correzioni!

 

Hai amici scrittori? Li frequenti?

 

No. Sarebbe bello però.

Leggi molto?

 

Il più possibile.

Hai letto gli uomini prediligono le bionde di Anita Loos ?

 

No ma ho amato il film con Marilyn Monroe: un misto tra genialità e frivolezza.

Ti piacciono i libri umoristici?

 

Certo.

Che persona sei in tre aggettivi.

 

Gentile, insicura e passionale come le siciliane degli anni venti.

Parlami della tua città.

 

Roma è una città caotica, dove tutti vanno a mille a costo di investirti anche se attraversi sulle strisce, ma dove nessuno rinuncia alla pausa caffè.

Io la trovo stimolante per la scrittura: puoi assistere a vere scene comiche anche solo salendo su un autobus nell’ora di punta o andando al mercato a fare la spesa. E’ una città a forma di jungla, bisogna conoscerla per sopravviverci ma nasconde anche degli scorci romantici e spiazzanti.

Credo che, in fondo, questo lato caotico ci sia sempre stato: ad esempio, non credo che la multietnicità sia una vera novità per Roma, insomma, pensiamo a quando era la capitale dell’Impero Romano, probabilmente allora era ancora più confusionaria!

Che studi hai fatto? Hanno influenzato la tua carriera?

 

Certo: quando scrivo un dialogo ripenso sempre alle mie esperienze teatrali e gli studi di lettere mi hanno sicuramente rafforzata, peccato che all’università ti facciano scrivere poco. Riconosco comunque che la laurea non è indispensabile per scrivere una bella storia, per me è stata un’occasione di approfondimento importante. Probabilmente avevo bisogno di un obiettivo per portare avanti il mio percorso.

 


Ti piace la poesia? Hai mai scritto dei versi?

 

Mi piace molto la poesia. Da ragazzina ero innamorata di Leopardi. Poi sono passata a Montale, Gozzano, la Dickinson, per accorgermi che si può trovare la poesia anche in una canzone, ho portato in teatro un testo di Lorca da lui stesso armonizzato.

Se ho scritto versi? Da quando ho scoperto i versi di Sanguineti, ho fatto degli esperimenti anche io, così per divertimento. Ricordo che mandai una mia poesia a Cucchi, che aveva una rubrica su “Specchio” una rivista settimanale che usciva con “La Stampa” e lui disse: niente male!

Ti piacerebbe che traessero dei film dai tuoi libri?

 

Certo! Sarei curiosa di vedere cosa succederebbe se qualche regista dovesse interpretare quel che ho scritto, ma ancora mi sembra prematuro.

Il talento per te è un dono di natura o un abilità affinata con il lavoro?

 

Il talento è l’abilità di riconoscere il proprio dono e ci vuole molto lavoro per affinarla.

 

Parlami del tuo blog. Ti diverte scriverlo?

 

Il blog si chiama “lasindromedellacommessa.splinder.com, ho cominciato a scriverlo per far conoscere il mio manoscritto e mi diverto moltissimo ad aggiornarlo. Per me è un’occasione molto importante di confronto con i lettori che, seppur in un numero modesto, mi seguono con grande affetto e commentano i miei post.

Ovviamente ho cominciato parlando del mestiere di commessa e adesso, che sono quasi diventata maestra, cerco di trattare il tema dell’autonomia e del lavoro in modo più vasto: si parla di scuola, di meritocrazia, di aneddoti raccolti per strada, di com’è la vita a trent’anni, insomma. Si ride un po’ delle nostre disgrazie!

 
Come è il mondo editoriale dal di dentro?

 

In generale non saprei, posso però dirti che le case editrici che mi hanno contattata, fatta eccezione per alcune che mi hanno chiesto soldi, sono sempre state molto cordiali con me.

Il mio editore, cerca sempre di creare una bella armonia tra i suoi autori. Quando andai in fiera mi presentò Federica Bosco, una delle punte di diamante della collana Anagramma e, quando Massimo Lugli, arrivò finalista al Premio Strega, organizzò una festa alla casa editrice invitando anche tutti gli scrittori.

Per il resto, il mondo editoriale, è fatto di scrittura, editing (la mia editor è fantastica), rischio, promozione e tanta fatica.

 
Il tuo rapporto con i lettori?

 

Io amo molto i miei lettori. Spesso dialoghiamo sul blog e, quando faccio qualche presentazione, mi vengono a salutare. Devo loro tantissimo.

Hai un agente letterario?

 

Mica sono la Rowilng!

Leggi quotidiani, riviste, settimanali?

 

Leggo molti quotidiani sul web (quasi tutti) e, lo ammetto, amo le riviste femminili come Vogue ed Elle, mi piace come raccontano la società.

Stai scrivendo attualmente ?

 

Si!

Hai partecipato a concorsi, premi letterari, li hai mai vinti?

 

Una volta ho partecipato a un concorso letterario della mia città, si chiamava “Roma di notte” ed era stato indetto in occasione della famosa “Notte Bianca”, arrivai in finale, ma non vinsi.

Cosa pensi delle scuole di scrittura creativa?

 

Che possono dare molti spunti ma, se non si hanno le idee chiare su cosa si vuol comunicare, il rischio di scrivere tante belle cose con uno stile uniformato è alto.

Ti piace il fumetto? Se trasformassero il tuo libro in un fumetto che ne penseresti?

 

Non è il mio genere preferito e non lo leggo spesso. Da piccola amavo Mafalda, Asterix e i Peanuts però. Certo che mi piacerebbe se trasformassero il mio libro in un fumetto: amo tutti gli esperimenti collaborativi (Sanguineti docet!)

 

I tuoi libri sono tradotti in altre lingue?

 

Per ora solo in Serbo (hanno tradotto anche il mio nome: Venturo Marijafrančeska!), però i diritti sono stati venduti anche in Albania.

 


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( foto di Francesco Toiati )

MariaFrancesca è nata e vive a Roma.  Ha conseguito brillantemente la laurea in Arti e Scienze dello Spettacolo, presso l’Università La Sapienza di Roma con una tesi sul travestimento sanguinetiano, mantenendosi agli studi lavorando come shopassistant in un negozio di abbigliamento femminile.
Dopo aver studiato recitazione con Perla Peragallo, si è perfezionata in teatro rinascimentale ed ha frequentato numerosi workshops di specializzazione.
Adesso, dopo aver superato due concorsi, è docente precaria della scuola primaria statale ed è stata inserita regolarmente nella graduatoria ad esaurimento (nervoso?).
In più, suona la chitarra, canta e dirige un coro di 72 bambini ottenni.
Pubblicazioni:
– La sindrome dello shopping, Newton Compton Editore, Roma 2008.
– Parola e travestimento nella poetica teatrale di Edoardo Sanguineti, Fermenti Editrice, Roma 2007.

:: Intervista a Roberto Santini a cura di Giulietta Iannone

3 settembre 2009 by

roberto-1“Nero come il giallo” il suo blog. Come vive l’esperienza della scrittura su internet?

Inizialmente volevo “riscrivere” famosi casi di cronaca nera. Ho fatto poi questo e altro. Si è trattato di un’attività molto positiva che mi ha permesso di entrare in contatto con diversi scrittori e con tante persone sconosciute che hanno commentato i miei post.

Il cortometraggio “Sotto il mio giardino” del regista Andrea Lodovichetti ha vinto il “Globo d’oro”, il film è tratto un suo racconto Nero come le formiche, cosa ha provato?

Il film di Lodovichetti ha vinto anche a Cannes lo scorso anno ed è stato premiato in tutto il mondo (anche in India e in Cina). Merito del regista. Io, come di solito gli scrittori di soggetti trasformati in film, sono restato un po’ in ombra (il mio nome scorre nei titoli di coda). Comunque il successo del film è stata lo stesso di una grandissima soddisfazione.

Come si è avvicinato al genere giallo, quali sono i suoi maestri?

Ho cominciato a vincere premi nei concorsi dedicati ai racconti gialli. Mystfest di Cattolica su tutti, dove ho avuto un primo premio, un secondo posto e una menzione speciale. Alla fine ho pensato che la mia strada di scrittore dovesse passare fatalmente dal giallo e ho continuato. Difficile parlare di maestri… Uno che ho molto amato, ma non so dire quanta sia stata la sua influenza è senza dubbio Simenon.

A marzo, per un editore importante, uscirà il suo ultimo romanzo può anticiparci qualcosa?

Si tratta di un giallo storico ambientato durante la seconda guerra mondiale. Un poliziotto molto chiacchierato, si trova davanti a un’indagine che sembra più grande di lui. Ancora non c’è un titolo ufficiale. Fra un ventaglio di cinque o sei titoli si sceglierà con l’editore.

Quali sono le regole d’oro per scrivere un buon giallo?

Sono sempre stato contrario alle regole. So che non tutti la pensano così e forse sbaglio. Io ho sempre cercato di “trasgredire”. Per esempio nel mio primo romanzo ho addirittura fatto apparire quello che poi si rivelerà come l’assassino, a metà libro. Mi è stato detto che si è trattato di un azzardo, ma credo fermamente che le regole prefissate siano una sorta di palla al piede. Fra l’altro nessuno si chiede mai perché non si parla di regole per gli altri generi letterari. Io credo che il giallo più si libererà dalle regole e più rinsalderà le faticosamente conquistate posizioni di letteratura con la L maiuscola.

Quali libri sta leggendo attualmente?

Ho finito da poco il libro di Lugli “L’istinto del lupo” che mi è decisamente piaciuto. Sto rileggendo King che riscopro come un autentico genio.

Le piacciono le detective story americane degli anni Trenta ?

Molto. Trovo che il noir sia nato lì. Frase rischiosa, perché molti potrebbero ricordare la Francia, ma per come lo vivo io, il noir “originale” è quello.

Che consigli darebbe ai giovani scrittori in cerca di editore?

Prima di tutto non scoraggiarsi e non fare l’errore di autopubblicarsi. In Italia e molto difficile riuscire a pubblicare qualcosa, ma se c’è un po’ di talento e una certa grinta, uno ce la può anche fare.

Ha un agente letterario? Pensa che sia fondamentale nella carriera di uno scrittore?

Io ho fatto molti anni da solo. E’ dura perché il rischio di non essere ascoltato c’è, eccome. Poi gli editori sono letteralmente assediati dagli autori e spesso l’insuccesso di uno scrittore non dipende dalla cattiva qualità di quanto propone, ma dall’impossibilità di farsi leggere. Un’agenzia letteraria ti spalleggia e ti dà una mano. C’è un interesse reciproco. Bisogna ponderare bene la scelta e rivolgersi a professionisti seri che abbiano a cuore il tuo lavoro.

Ha amici scrittori? Li frequenta?

Soprattutto quelli della mia città, Firenze.

Quale è il premio letterario che le ha fatto più piacere vincere?

Il “Grangiallo” di Cattolica, ma anche il Premio “Ghostbusters” che ora mi sembra non ci sia più, ma che era molto importante.

Che rapporto ha con i suoi lettori? Scrive principalmente per sé o per gli altri?

Scrivo per gli altri. Decisamente… Ogni tanto qualcuno mi manda una mail, ma soprattutto alle presentazioni dei libri, c’è una “vicinanza” che mi sorprende sempre.

Tra Chandler e Hammett chi preferisce?

Per quanto riguarda le trame non saprei chi scegliere, ma per la scrittura adoro Chandler che trovo scrittore grandissimo, alcune volte addirittura geniale.

Le piacciono i gialli a fumetti tipo Dylan Dog?

Molto. Li trovo diretti, molto ben disegnati e dalla trama spesso avvincente.

Riviste come la celebre “Black Mask” pensa che in Italia avrebbero lettori?

Ho sempre pensato di sì, ma vedo che quasi tutte le riviste hanno chiuso, o lo stanno per fare. Comunque una spiegazione di questo fatto credo sia da ricercare nel costo molto alto e nella pessima distribuzione. A Firenze c’era una sola libreria con uno scaffale per le riviste. Ora ha smesso anche quella…

Cosa proprio non sopporta in un libro tanto da farle decidere di chiuderlo e non pensarci più?

La scrittura che non rispetta i lettori: troppi personaggi, troppi nomi, vicende contorte che si intersecano in modo astruso. Poi è insopportabile lo scrittore che si mette al centro e parla di sé. Un po’ di narcisismo va bene, ma solo un po’.

Flannery O’Connor la conosce? Ha mai letto i suoi racconti?

Si tratta di una grandissima scritttrice. Ho letto i racconti diversi anni fa. Questa domanda mi ha fatto tornare la voglia di rileggerla, cosa che credo farò.

Ha un sogno nel cassetto, un progetto che le sta particolarmente a cuore?

Mi piacerebbe pubblicare tutti insieme i racconti che sono usciti in varie antologie, o che sono rimasti inediti.

Ha mai letto i libri delle inchieste del commissario Sanantonio di Dard?

Si tratta di una mia lacuna. Non ho mai letto Dard, anche se so che si tratta di uno scrittore notevole e per nulla comune.

:: Intervista a Manuela Mazzi

2 settembre 2009 by

 

Salve Manuela a un anno di distanza dalla nostra prima intervista cosa è cambiato?

Tutto e niente. Continuo a fare la giornalista, a scrivere libri – è appena uscito il quarto che si intitola Guardie, ladri e tracciatori – e continuo anche a sognare, ma attorno a me ho visto mutare molte cose: il 2009 è stato – nonostante la crisi globale – un grande anno di cambiamenti per molte persone. E personalmente reputo i cambiamenti spesso, se non sempre, positivi.5 - Marsa Alam - 12-18[1].11.2005 - I Beduini - Tramonto 0343

Stai scrivendo attualmente un nuovo libro?

Ne ho altri due già finiti che stanno riposando nel cassetto. Per uno dei due, comunque, ho già avuto una presa di contatto da parte di una casa editrice che vorrebbe incontrarmi a settembre, mentre l’altro devo ancora iniziare a farlo girare. Nel frattempo ho iniziato un nuovo libro… ma per ora è ancora soltanto nella mia mente. Penso di partire a scrivere le prime righe in autunno.

Che libro stai leggendo al momento?

Mi sto leggendo tutti i volumi usciti con L’Espresso, due o tre anni fa, e che raccolgono l’intero lavoro di Hugo Pratt su Corto Maltese. Rileggere queste opere d’arte letteraria nella corretta sequenza cronologica è stupendo. Ho appena finito il quinto volume e, per fare una pausa, da un paio di giorni mi sono buttata su Larsson. 

Che cosa ne pensi, quindi, del fenomeno letterario della trilogia di Millenium, appunto, di Stieg Larsson?

Per ora sono arrivata solo a metà del primo volume, quindi non posso giudicare l’intero lavoro. È vero che ha una grande capacità descrittiva. Pur non creando tensioni particolari (almeno fino a questo punto della lettura) è già riuscito comunque a catturare la mia attenzione. Certo a volte vien da pensare che molti dettagli sono addirittura eccessivi. Eppure Larsson riesce a non rallentare il ritmo della storia, giacché il tempo scandito rimane lo stesso. Tuttavia ammetto che ero un po’ scettica. Non sapevo davvero se leggerlo oppure no. Ma non per quel mal comune che porta molti a giudicare un’opera in maniera proporzionalmente inversa rispetto al suo grado di notorietà: non sopporto certe logiche viziate. Ma solo perché diversi amici, dopo averlo letto, mi avevano messa in guardia su alcune scene “violente”…

Non ti piace il genere noir?

2Manuela Mazzi - 07[1].07.06 036pIn effetti, non riesco a digerire bene alcuni argomenti. Come nel caso della Millenium trilogy. Alla fine, dopo parecchio tempo, ho comunque deciso di tentarne la lettura, ma con la ferma intenzione di saltare certe descrizioni. Proposito che invece non sono riuscita a rispettare. Ciò mi ha già portato a trascorrere almeno due giorni da infuriata: ebbene, sì, somatizzo ogni forma d’arte. Se una musica mi spaventa, rimango angosciata per ore (mi era successo con la colonna sonora di Profondo rosso, ascoltata in auto…). Se un libro mi fa innervosire, rimango scontrosa. Se una statua o un quadro mi terrorizzano, passerò una settimana a guardare sotto il letto prima di coricarmi. Se un film mi rasserena, sarò felice per l’intera giornata. Ecco il motivo per cui non amo il noir, che distinguo in modo categorico da altri generi come il giallo e il thriller. Oggi è, infatti, abbastanza comune mettere tutto nello stesso pentolone. Per molti, il noir sembra semplicemente un termine che è andato a sostituire un ex-moderno thriller, che a sua volta aveva preso il posto del vecchio giallo. Per quanto mi riguarda sono generi così diversi che mi portano ad affermare che amo (ma davvero) il giallo investigativo e poliziesco (Larsson rientra per ora in questa categoria, e non certo nel noir), e mi piace molto anche il thriller, ma non sopporto il noir. Inteso come espressione del lato oscuro del criminale. Dove non importa l’analisi razionale o psicologica dei personaggi, ma piuttosto viene messo in risalto il gusto di animale impulsivo, perverso o sadico dell’assassino; dove non ha valore il lato investigativo se non solo per creare l’occasione di introdurre suspense. Dove il sangue, le parti del corpo mutilate, seviziate, bruciate o venerate in modo lascivo, sono l’intreccio di base, poco importa la storia. Già… a volte mi sento di affermare che la differenza fra il noir e gli altri generi della sottocategoria, quelli citati prima, sia la stessa che passa tra il porno e l’erotico. Un abisso! E se l’erotico può avere classe e uno sviluppo creativo, il porno è nutrimento per i porci. Mi scusino gli amanti del genere…

 

C’è un autore esordiente che segnaleresti ai nostri lettori?

Ce ne sono così tanti… sia di esordienti sia di emergenti, che alla fine non saprei chi scegliere. E forse sarebbe anche ingiusto farlo. O meglio, essendo io un’esponente della categoria, non dovrei permettermi di stilare classifiche sui miei colleghi.

In Italia viviamo in un periodo di crisi, anche in Svizzera è lo stesso e come si riflette nel mondo letterario

Sì, in Svizzera è lo stesso. Anzi, a volte mi chiedo se non siamo messi pure peggio. Basti pensare alle grosse tensioni tra America e l’Unione delle Banche Svizzere, oppure ai tanti disoccupati prodotti dallo stallo dei mercati che hanno paralizzato molte aziende: di piccole dimensioni se si considerano le realtà internazionali, e quindi maggiormente deboli. C’è molta crisi e si sente. Forse non tutti sono stati toccati, ma molti si sono ritrovati davvero in cattive acque. Come si riflette questa crisi nel mondo letterario? Non saprei rispondere a questa domanda perché non frequento ambienti letterari. Ma posso dire il mio punto di vista: forse questo potrebbe essere il momento di rispolverare un po’ di ottimismo e messaggi positivi, e quindi, proprioIMG_0742 in quegli ambienti, invece di premiare sempre e solo quelle espressioni artistiche che puntano a svelare i lati oscuri di vite semplici e sofferte, si potrebbe dar risalto ad altre opere, a costo di venir accusati di promuovere letteratura leggera…  

Quali sono gli scrittori emergenti svizzeri?

Beh, il termine “svizzeri” è un po’ fuorviante. Come sai la Svizzera si suddivide in ben quattro regioni linguistiche, ma personalmente mi interesso di e leggo solo pubblicazioni italofone, quindi posso rispondere in merito a chi sono gli scrittori emergenti della svizzera italiana.

In tal caso va detto che sono davvero molti gli scrittori che pubblicano o hanno pubblicato libri in Ticino. Tralasciando la vecchia guardia, di recente ha fatto parlare molto di sé Andrea Fazioli, di cui a giorni uscirà il suo terzo libro, con Guanda. Un altro di cui si è parlato è Francesco Sergi, che nel 2007 vinse il Campiello giovani come migliore opera straniera, anche se non mi risulta che abbia già esordito con un suo libro. Mentre tanti altri fanno parlare un po’ meno, ma forse solo perché è difficile farsi notare dalla stampa e qui la lista si allungherebbe a dismisura: Daniele Dell’Agnola, Maurizio Rotanzi, Claudine Giovannoni, Adriano Cavadini, Matteo Pelli… e poi… beh… ecco… ci sarei anche io.

Ti piace Shakespeare?

Lo adoro, adoro la sua molteplicità di temi e stili che anche simultaneamente vengono espressi nelle sue opere teatrali. Adoro quella sua ironia, che non manca neppure nella tragedia più grande, così come trovo fantastico il suo gusto comico quando si trasforma in grottesco con quegli accenti popolari che permettono di rendere ancor più viva la scena. Per non parlare della sua straordinaria capacità di indagare sentimenti, destini, logiche degli istinti umani, degli individui tutti, che trovano degli archetipi nei suoi personaggi.

Sei femminista? Pensi che nel mondo letterario ci sia tanto maschilismo?

Verso Venezia 21[1].08.09Ritengo il femminismo, come il maschilismo, e molti altri movimenti, dei fenomeni estremi. Io amo la via di mezzo. Non sopporto gli estremismi di nessun genere. E se già i termini stessi sono “estremi” aggiungere anche “tanto” li rafforza in modo infinito: no, non lo penso.

Parlami della tua città vi ambienteresti mai un libro?

Non ci crederai ma, tranne “Un gigolo in doppiopetto”, gli altri libri sono tutti ambientati, se non totalmente, almeno in parte nella mia città…

Per te è più difficile delineare i personaggi o le ambientazioni?

Dipende. A volte mi sorprende veder un personaggio prendere forma, altre non riesco a caratterizzarlo come vorrei, e allora lo metto in secondo piano. Lo stesso vale per le ambientazioni… ma capita anche che dipenda dal tipo di libro che scrivo. Nel primo non ho voluto descrivere le persone, o almeno non più di tanto, perché volevo lasciare tutto sul piano dell’immaginazione: L’angelo apprendista, infatti, è un viaggio onirico, e come tale, a volte, i personaggi non si vedono neppure… Di Un caffè a Kathmandu, ho voluto invece puntare molto sull’ambientazione perché quel che volevo far emergere era il Nepal… al di là della storia. Nel caso di Un gigolo in doppiopetto, ho puntato tutto sul personaggio principale, giacché era la sua storia quel che importava e quindi degli altri personaggi non mi sono curata troppo. Guardie, ladri e tracciatori rispecchia invece molto di più la struttura classica: ho cercato di mettere tutto sullo stesso piano sia ambientazione sia personaggi, perché in questo caso l’intreccio narrativo, l’avventura non mirava tanto a veicolare un messaggio forte, ma voleva proprio raccontare una storia. Il prossimo di cui ho già parlato all’inizio (sarà un giallo d’impronta classica) punterà moltissimo sui personaggi, sui loro profili psicologici, e quindi mi sono concentrata al massimo sulla loro caratterizzazione. Insomma, dipende…

Hai poi tradotto in tedesco “Un gigolò in doppiopetto”?

Chi si è preso a carico questo arduo compito (non essendo professionista) mi ha confidato che è molto più difficile di quel che pensava… quindi ancora nulla.

Se facessero un film dei tuoi libri ne saresti felice?

 Vuoi scherzare? E chi non lo sarebbe…?

Hai un sogno nel cassetto? Per una scrittrice che importanza ha il successo?

Più di uno. Come tutti (mi auguro). Ma il massimo sarebbe poter guadagnare a sufficienza per mantenermi con la vendita dei libri (insomma diventare professionista) per poter avere il tempo di continuare a scriverli. Ma soprattutto per avere il tempo di fare con calma e in modo più approfondito le tante ricerche che servono per produrre buoni libri, e non solo libri… e vale lo stesso discorso per scrivere senza interruzioni, così da non perdere il filo dei ragionamenti. Perché alla fine è questo il vero problema di un emergente. La differenza tra un autore professionista e uno che può scrivere solo alla sera dopo otto ore di lavoro, o durante i finesettimana, quando ci riesce. Ecco il motivo per cui è importante il successo: per avere il tempo di poter scrivere meglio…

 

Come ti documenti per la stesura dei tuoi libri, usi molto internet o preferisci frequentare biblioteche?

Le biblioteche le frequento piuttosto per scrivere gli articoli d’approfondimento. Mi servo, infatti, di quei libri storici di cui non si trovano tracce in Internet. Lo stesso ragionamento lo faccio anche quando scrivo libri. In genere utilizzo Internet, ma ad esempio per la stesura di Guardie, ladri e tracciatori, sono stati fondamentali due libri presi in biblioteca e di cui ne parlo in modo esteso all’interno della storia stessa. Tornando a internet – detto tra noi – spesso preferirei andare a prendere le informazioni che mi servono direttamente dall’artigiano, piuttosto che dal negoziante di armi. Oppure visitare una regione per poterla descrivere in modo più appropriato e sentito… ma, come si diceva prima, bisogna avere il tempo per farlo.

Parlami del tuo metodo di scrittura scrivi di getto, fai molte stesure?

 Scrivo di getto. Credo che potrei essere indicata come una scrittrice compulsiva. Il giallo che conta circa 200 pagine e che potrebbe diventare il quinto libro della mia produzione, l’ho scritto nel tempo libero rubato a tre settimane lavorative.

Ti piace la poesia? Quali sono i tuoi autori preferiti?

Uhm… non ho un buon rapporto con la poesia. O meglio, ritengo la maggior parte delle poesie così personale e intima che mi scoccia pensare che la si possa condividere. uvs090314-002Sorry. In ogni caso ce n’è una, un classico, che mi è entrata sottopelle e non riesco a non pensarci di tanto in tanto: Ed è subito sera di Salvatore Quasimodo.

Collabori ancora con Apeiron?

Fin quando Un caffè a Kathmandu verrà venduto, sì, la collaborazione continua. Proprio qualche mese fa io e un portavoce di Apeiron siamo stati ospiti a Cento per una presentazione del libro (Foto allegata).

Trovi interessante il teatro, hai mai pensato di scrivere testi teatrali? 

Mi piacerebbe goderne un po’ di più (ma costa un sacco andare a teatro). In ogni caso, beh, devi sapere che uno dei miei libri preferiti è il monologo teatrale intitolato Novecento di Alessandro Barico: è semplicemente straordinario. Ma non credo assolutamente di essere all’altezza di scrivere testi teatrali, anche se più d’una volta ho pensato che L’angelo apprendista potrebbe essere l’unico dei miei libri ad adattarsi per una trasposizione.

Fai viaggi all’estero, qual è l’ultimo posto dove sei stata? 

Sì, amo viaggiare. L’ultimissimo posto in cui sono stata è Venezia (sono tornata ieri dopo una follia di mezza estate). Un paio di mesi fa sono stata invece una settimana a Tropea in Calabria. Anche se con il termine viaggi in genere io mi riferisco piuttosto a quelli fuori Europa. Quindi direi che l’ultimo paese visitato è stato il Kenya, un po’ meno di un anno fa. Amo il sud del mondo.

La fotografia è ancora un tuo grande amore? 

Come si possono dimenticare o accantonare i grandi amori? Anche in questo caso è comunque questione di tempo…

Quali lettori preferisci? Intrattieni corrispondenze con i tuoi lettori? 

È meglio dirti quelli che non preferisco: sono i “lettori” che giudicano il tuo libro prima ancora di leggerlo!

E… sì, se un lettore mi scrive (lasciandomi un recapito), il minimo che posso fare è rispondergli. È già capitato più volte, e posso assicurare che ricevere una lettera di un lettore sconosciuto fa molto piacere.

Ami la letteratura underground? 

Uhm… la cultura underground si basa su un movimento alternativo, ma pur sempre movimento… No, non amo chi si copre le spalle dietro un movimento. Il discorso è uguale a quello fatto per il femminismo o il maschilismo… solo che in questo caso, lo associo ancora di più alla politica, intesa come sistema: e io non amo la politica, perché non amo i sistemi, come non amo i movimenti.

Ami i libri di fantascienza? Di Asimov che ne pensi?
 

No, non è il genere che preferisco, o meglio finora non ne sono stata attratta. Ho letto solo un libro di fantascienza, e non ricordo più neppure il titolo. Ragione per cui non ho mai letto Asimov, quindi non posso esprimermi in merito.

Scrivi solo romanzi a o anche racconti? 

Ho cominciato a scrivere romanzi (li preferisco), ma nel frattempo ho scritto anche una ventina di racconti, quasi sempre, però, solo allo scopo di partecipare a qualche premio letterario: mi hanno detto che non vanno snobbati e io seguo i consigli. In effetti un paio di racconti sono stati anche selezionati: due sono finiti in altrettante antologie, e uno è stato segnalato dalla giuria come meritevole di attenzione. Ne ho comunque ancora alcuni in fase di concorso…

Ascolti musica mentre scrivi? 

No. A dire il vero è da parecchi anni che non ascolto musica in generale. Il punto è che mi distrae profondamente. Amo ascoltare le canzoni non tanto per la musica, ma per le parole. Mi sembra l’espressione che maggiormente mi permetta di apprezzare una forma di poesia più globale. Infatti prediligo la musica italiana o spagnola, proprio per il fatto che capisco quel che dicono. Come potrei ascoltare una canzone e contemporaneamente scrivere? Sarebbe come leggere una poesia e pretendere di scrivere qualcos’altro allo stesso momento. O faccio una cosa, o l’altra.

 

Come ti vedresti da qui a un anno? 

Ahimè, temo che sarò allo stesso punto in cui mi trovo ora, fuorché non accada un miracolo: quello che mi permetterebbe di coronare il mio sogno. In quel caso la mia vita, in un certo senso, verrebbe completamente stravolta. E io, in fondo, mi sto preparando già da un po’ di tempo per assorbire il colpo 😉

Chissà forse un giorno si realizzerà davvero…

 


Manuela Mazzi di certo non è più adolescente, anche se ad alcuni piace definirla un po’ naif. In realtà è nata a Locarno (Svizzera) già nel 1971. Si diverte a fare la giornalista ed è appassionata di fotografia. Dal 2003 lavora per il settimanale d’approfondimento Azione, mentre nel tempo libero fa reportage fotografici come free lance per altre riviste e si distrae scrivendo libri. Tant’è che prima di questo ne ha già pubblicati tre: L’angelo apprendista; Un caffè a Kathmandu; e Un gigolo in doppiopetto (riservato a un pubblico adulto).
Manuela ama molto anche viaggiare: meglio se con il sacco in spalla al posto di un trolley in mano, «per gustare appieno il sapore dell’avventura», dice. Sono molti i paesi che ha visitato per un mese, due e anche tre, oppure per pochi giorni: dal Nepal all’India, dall’Egitto, alla Grecia, dall’Australia al Pakistan, dall’Italia, all’America del Nord, dal Centro America all’Africa, e tanti altri ancora. E qualche viaggio ha avuto modo di farlo anche grazie allo sport che ha praticato intensamente per oltre tredici anni come agonista e istruttrice di Karate, ma questa è un’altra storia.

:: Intervista a Brian Freeman

1 settembre 2009 by

brian

Tu sei un autore di romanzi di suspance psicologica. Perché hai scelto questo genere?

Questi libri mi permettono di entrare nella testa dei personaggi. Io scrivo trame dove il dramma emerge dalle emozioni e dai segreti delle persone. Ogni scioccante colpo di scena rivela qualcosa che è stato nascosto, che induce le persone ad attraversare una linea terribile. Io mi auguro che attraverso le storie e i personaggi possa realmente soffermarmi nella mente del lettore. Questi sono i libri che mi divertono e questo è ciò che io cerco di fare per i miei lettori.

In un libro preferisci la descrizione dei luoghi, dei personaggi o i dialoghi?

Mi piace un equilibrio di tutti e tre. La buona scrittura è sempre un atto di bilanciamento di molte qualità. Non ci si vuole disperdere in ogni direzione ma si vuole colpire il bersaglio ogni volta e ciò succede dove c’è sviluppo dei personaggi, suspense, umorismo. Ciò rende l’esperienza della lettura perfetta.

Scrivi full time ora. Quali lavori hai fatto in passato?

Scrivo tutto il tempo e mi sento molto fortunato di poterlo fare. Ho fatto molti lavori per pagare le bollette nella mia vita: dalla gestione dei sistemi di database, al marketing e alle pubbliche relazioni per un grande studio legale.

Ti ispiri a fatti reali quando crei le tue trame?

A volte si. Qualche volta posso leggere di un particolare crimine che suggerisce motivazioni inusuali e interessanti riguardo alle persone coinvolte. Questa può essere la prima ispirazione per una trama. Poi di solito adatto e modifico le circostanze così tanto però che un lettore difficilmente suppone che un vero crimine mi ha dato l’ispirazione originale.

Scrivi anche racconti o solo romanzi?

Ho scritto occasionalmente racconti brevi, ma lo confesso non mi piace farlo! Penso sempre in maniera più ampia. Così mi diverto solo a scrivere romanzi.

I tuoi libri sono pubblicati in numerose lingue, ti piace?

E’ stata una grande emozione vedere la mia opera tradotta in più lingue in tutto il mondo. Ma probabilmente l’emozione più grande è avere lettori in molti paesi. Fa apparire il mondo così piccolo poiché capisci che i lettori ovunque reagiscono allo stesso modo. So di avere molti lettori in Italia tra l’altro e sono molto simpatici e calorosi con me. Io li amo.

Il tuo debutto “Immoral” fu finalista per l’ Edgar, Dagger, and Barry Awards per la miglior opera prima. Fu una sorpresa per te?

Avevo cercato per vent’anni di raggiungere la pubblicazione. Essere uno scrittore è l’unica cosa che ho sempre voluto fare nella vita. Poi il successo di Immoral fu travolgente. Sono rimasto sorpreso e praticamente in lacrime.

Quando eri giovane avresti pensato di raggiungere un così grande successo?

A se solo fossi ancora così giovane! Ci sono giorni in cui vorrei aver venduto il mio primo romanzo a 21 anni e non a 41 ma ora sono in una posizione migliore per apprezzare e capire il mio successo.

Dimmi qualcosa circa il tuo prossimo romanzo. Avrà ancora per protagonista Jonathan Stride?

Sì, il quarto romanzo di Jonathan Stride in Italia si chiama POLVERE E SANGUE. E’ il mio thriller più personale ed emotivo; la maggior parte dei miei lettori mi ha detto che è il mio libro migliore. Naturalmente non hanno letto ancora il mio quinto libro che uscirà in Italia il prossimo anno. Il titolo inglese è THE BURYING PLACE, ma non so quale sarà il titolo italiano. Sono molto orgoglioso del mio nuovo libro. Credo davvero che i lettori si divertiranno.

Jonathan Stride ti somiglia?

Ci sono parti di me in Stride, ma egli è unico. La parte in cui è di una bellezza rude  e irresistibile, è tutto me . Ha ha.

Quale è la tua forza e la tua debolezza?

Spero che la mia forza sia di mettere me stesso nei cuori e nelle anime dei miei personaggi e farli parlare attraverso di me. Credo anche di pensare come un lettore e questo mi permette di capire gli elementi della trama che possono interessargli. La mia debolezza? Come la maggior parte degli scrittori penso di essere irrimediabilmente nevrotico. Gli scrittori sono afflitti dai dubbi ogni giorno. Io non sono diverso.

Come pensi tua moglie, che ti conosce bene, ti descriverebbe?

Oh no, vuoi che glielo chieda? Penso che direbbe che è orgogliosa della mia determinazione e io sono orgoglioso che lei sia mia moglie.

Ti diverti a fare tour promozionali?

Sì e no. Amo gli eventi dove posso incontrare i lettori. Ciò è sempre divertente ed esaltante. D’altra parte il viaggio è estenuante. Onestamente se potessi scegliere starei a casa a scrivere.

Ti piace l’Ulisse di Joyce?

Ritengo che Joyce sia andato troppo in là con l’Ulisse al punto che è quasi illeggibile. Ritengo invece che Ritratto di un artista da giovane sia brillante e amo molto i racconti di Dubliners. Ma non credo che l’Ulisse sia un vero romanzo, più che altro è un esperimento letterario.

Cosa è per te la libertà?

Io non sono sicuro che ci sia. Da un lato come scrittore a tempo pieno, ho una maggiore flessibilità nella mia vita ora più che mai. Da un altro lato essendo un lavoratore autonomo ho molte più responsabilità e pressioni, sia finanziarie che creative, più che in qualsiasi altro momento della mia vita. Amo la vita ma non necessariamente mi sento libero.

Quale è la tua routine quando scrivi?

Ho iniziato a fare questa intervista alle 7. La mattina presto è il momento in cui faccio il lavoro di marketing, rispondo alle email dei lettori, mi metto in corrispondenza con gli editori, etc. Poi io e mia moglie ci rilassiamo davanti ad una tazza di caffè, e inizio a lavorare. Scrivo per la maggior parte della giornata fino a quando non sento attenuarsi il livello di creatività. Il mio obbiettivo è quello di scrivere 3 o 4 capitoli alla settimana.

Raccontami qualcosa dei tuoi libri. Quali preferisci?

Solitamente dico alla gente che il mio libro preferito è quello a cui sto lavorando al momento. Amo tutti i miei libri per motivi diversi. Immoral fu il primo e perciò avrà sempre un posto speciale nel mio cuore. Polvere e sangue è il più vicino a me personalmente perché indaga sul passato di Stride.

Stai leggendo un libro adesso?

Proprio ora no. E’ difficile leggere quando stai scrivendo un libro. Onestamente non riesco a leggere il genere che scrivo poiché non posso perdermi nel racconto di un altro scrittore nello stesso modo. Quando hai scritto suspance per tutto il giorno, leggendo la suspance di qualcun altro ti sembra di lavorare.

Hai un agente letterario?

Ne ho molti. Ho un agente principale a Londra. Un agente negli Stati Uniti davvero meraviglioso di New York, un agente internazionale nel Regno Unito e molto co-agenti negli altri paesi che mi aiutano.

Quali qualità dovrebbe avere uno scrittore di successo?

E’ necessario essere determinati e d avere un forte senso di sé. Questo è un lavoro difficile. Si hanno molto pochi riscontri positivi lungo la strada mentre si sta cercando di sfondare. Gli scrittori spesso pensano che tutto diventa più facile una volta che si è pubblicati, ma in realtà è vero il contrario. La pressione creativa cresce.

Che consigli daresti ai giovani scrittori in cerca di editore?

L’editoria e ancora un business piuttosto piccolo. La maggior parte delle persone del settore si conoscono. Ciò realmente aiuta a costruire relazioni con gente che può aiutarti. Agenti ed editori si rivolgono alle persone di cui si fidano per consigli sui nuovi scrittori.

Hai senso dell’umorismo? Dimmi una barzelletta.

Questa è la mia barzelletta preferita in assoluto. Due cacciatori stanno camminando attraverso un bosco quando uno dei due si afferra il petto e cade a terra. L’altro cacciatore immediatamente telefona alla linea di emergenza e dice all’operatore: “ Penso che il mio amico sia morto cosa devo fare?”. L’operatore gli risponde: “Bene la prima cosa da fare è assicurarsi che sia veramente morto”. C’è una pausa sulla linea e poi l’operatore sente un forte colpo di pistola. Quando il cacciatore torna al telefono gli dice: “Okay, adesso?”.

I tuoi rapporti con la critica letteraria sono pacifici o conflittuali?

Ho ricevuto molte recensioni meravigliose in giro per il mondo. Ogni tanto è naturale che la gente dica cose negative. Questa è la natura del business. Non si può scrivere qualcosa che faccia tutti felici. Devo dire che sono diventato più sensibile alle mie proprie critiche da quando ho iniziato questa carriera perché ho capito quanta gente dannosa per non curanza può deridere il duro lavoro altrui.

Preferisci Chandler o Hammett?

Ho proprio avuto l’opportunità di leggere il Falcone maltese, pochi mesi fa. Che libro straordinario. Tu non ci crederesti che è stato scritto settanta anni fa.

Hai amici scrittori?

Conosco molti scrittori, ma non sono propriamente amici. Gli scrittori trascorrono tutto il tempo scrivendo e pubblicando. Di cosa potremmo parlare? Di scrittura e pubblicazione. Piuttosto ho amici in differenti aree di vita.

Ti piace il noir francese?

Onestamente non ho avuto la possibilità di leggerne molto tradotto in inglese. I miei libri sono crime ma non penso a loro come a noir. I miei libri sono più emotivi e con impostazioni remote.

Quale è il tuo rapporto con i lettori? Scrivi principalmente per te stesso o per gli altri?

Ho avuto alcune esperienze meravigliose come lettore. Ci sono alcuni grandi autori che hanno aggiunto davvero qualcosa alla mia vita. Mi piace l’idea che ora posso fare lo stesso con i lettori di tutto il mondo. Quindi il mio obbiettivo è quello di raccontare storie che catturino il lettore, siano mozzafiato, li facciano pensare e li facciano piangere. Questo è il motivo per cui incoraggio i miei lettori a scrivermi o connettersi con me su Facebook. Mi piace sentire le loro reazioni sui miei romanzi.

Cosa pensi del pulp fiction revival?

Penso sia bello vedere un vecchio stile di raccontare storie trovare una nuova vita.

Il ruolo della donna nei tuoi libri. Ti piace la femme fatale?

In realtà mi piace più scrivere personaggi femminili che maschili. Mi permetto di dire che le donne sono in genere molto più interessanti. Hanno capacità più complesse sia per il bene che per il male. Le donne hanno il potere reale nei miei libri e talvolta lo usano per fini nobili e talvolta lo usano per fare cose terribili.

Insegni scrittura creativa?

Parlo del mio modo di scrivere, ma non insegno. Immagino che un giorno lo farò.

Conosci lo scrittore italiano Giorgio Faletti?

Sì, Giorgio e io siamo diventati amici per email. Naturalmente ho letto il suo libro sorprendente Io uccido, quando è stato distribuito in inglese. Giorgio è stato così gentile da dare un meraviglioso giudizio del mio romanzo che tu puoi vedere sulla copertina di Polvere e sangue.

Se ti chiedessero di scrivere un screenplay di uno dei tuoi romanzi saresti interessato?

Non particolarmente. Non tendo a pensare in questo modo. Mi piace la ricchezza che può portare un romanzo.

Quali sono i tuoi scrittori preferiti?

Sono sempre stato un grande fan di Michael Connelly e Peter Robinson. Hanno scritto alcune delle crime fitcion più belle.

Quale è il libro che ti ha più influenzato e perché?

Quando avevo circa tredici anni acquistai un tascabile di Robert Ludlum “The Chancellor Manuscript”. Non penso di averlo posato prima di averlo finito. E’ stato esilarante. Ricordo di aver pensato: questo è quello che voglio fare. Voglio scrivere libri. I miei libri non hanno davvero niente in comune con quelli di Ludlum, ma mi influenzò e mi ispirò.

Sesso e violenza in che misura sono presenti nei tuoi libri?

Certo le cose cattive accadono, ma io non scrivo violenze esplicite. Non mi piace. Preferisco lasciare il lettore immaginare con la sua testa. Il sesso d’altra parte tende ad essere importante nei miei libri. Poiché scrivo suspance psicologica, dove i personaggi sono così importanti, penso che bisogna trattare il sesso come un importante bagaglio emozionale. Se non si capisce la loro sessualità, che è un importante elemento motore del comportamento umano, non si può veramente capire perchè fanno quello che fanno.

Quale ruolo ha internet nella tua scrittura?

Probabilmente quello di rendermi possibile comunicare più facilmente con i lettori di tutto il mondo. Questo è molto importante per me. Quindi invito i miei fans italiani a scrivermi o a trovarmi su Facebook http://www.facebook.com/bfreemanbooks.

Brian Freeman è un autore di bestseller internazionali del Minnesota. I suoi libri sono stati venduti in 46 paesi e tradotti in 18 lingue e sono apparsi in the Library Guild e the Book of Month Club. Il suo thriller di esordio Immoral ha vinto il Mcavity Award ed è è sttao nominato per l’Edgar, Dagger, Anthony, e Barry Awards, per il migliore romanzo primo. Immoral è stato scelto come migliore libro del mese dai club del libro in tutto il mondo una distinzione che condivide con autori come Harlan Coben e Karin Slaughter. Il suo secondo romanzo Stripped fu acclamato dalla critica nel 2006. Stripped è citato nella lista dei bestseller Globe and Mail in Canada e fu nominato uno dei migliori mysteries dal South Florida sun Sentinel. Il romanzo fu finalista al Minnesota book Award. Oltre ai suoi romanzi di suspance Freeman è coautore del chick lit book The Agency sotto lo pseudonimo di Ally O’ Brian. Freeman è un alunno del Carleton college dove si è lauretao magna cum laude. E’ nato a Chicago, crestiuto a San Mateo California, prima di trasferirsi in Minnesota. Lui e sua moglie Marcia vivono ora in Minnesota da più di vent’anni. Per maggiori informazioni su Brian e i suoi libri visitate il sito http://www.bfreemanbooks.com.

:: Intervista a Joe R. Lansdale a cura di Giulietta Iannone

31 agosto 2009 by

joeTra le mie prime interviste figura anche questa a un personaggio ecclettico, e a suo modo eccezionale, come Joe R. Lansdale. Andò pressapoco così. Era l’estate del 2009 e gli scrissi tramite il suo sito. Dopo poco mi arrivò una sua mail dove mi diceva: accetto, spara.  Ci mise poche ore a rispondere. Le risposte mi arrivarono il giorno stesso di quando io gli inviai le domande. Insomma è un tipo così. Che non perde tempo. Mi rispose nel corpo della mail con un colore di caratteri blu acceso. Non ho ben capito se gradì le domande ma gli chiesi cose come chi preferiva tra Hap e Leonard, se era pessimista su come vanno le cose nel mondo, cos’era per lui l’amicizia. Rispose a tutto, e se siete curiosi di sapere cosa rispose, continuate la lettura.

Perché hai scelto di diventare scrittore?

La scrittura ha scelto me più di quanto io abbia scelto lei. Io ho voluto essere scrittore da così tanto tempo che non ricordo. I miei genitori, specialmente mia madre, mi incoraggiarono nell’idea sebbene io penso che lei preferisse che facessi l’ insegnate per professione e da un lato lo scrittore. Io sono diventato uno scrittore per professione e da un lato insegnante siccome insegno un semestre all’anno all’Università qualche volta due e insegno arti marziali. Così attualmente sono sia uno scrittore che un insegnante ma in un modo differente da quanto mi aspettavo. Ma i miei genitori mi supportano in ogni cosa che voglio fare e la scrittura era qualcosa in cui ero portato sin dalla più tenera età.

Il “Texas Montly” ti ha definito lo Stephen King del Texas. Hai sorriso?

No, non ho sorriso. Mi piace e ammiro King, ma non sono altro che me stesso e non avevo mai sentito questa citazione.

Thriller, horror, western, fantascienza. Quale genere ti diverte di più?

Non ho un genere favorito. Amo quei generi di fiction popolare perché ti permettono di fare così tanto. Non mi sento sposato a nessuna forma, ma le tratto tutte.

Quale fu il tuo primo lavoro scritto?

Quando ero ragazzo scrissi una poesia sul mio cane, che considerando che non ho mai trattato la poesia come scrittore, e marginalmente come lettore, è interessante. Avevo probabilmente 4 o 5 anni quando la scrissi. Recentemente ho composto alcune poesie per una antologia di Halloween ma solo per divertimento, niente di serio. Il mio primo pezzo da adulto fu un articolo che scrissi con mia madre a 21 anni. Abbiamo scritto un breve paragrafo su scavare buche e riempirle di piante come terapia ed è stato comprato dal “Farm Journal”. E’ apparso sotto il nome di O’Reta Lansdale il nome di mia madre. Questo fu il primo. Una collaborazione.

Tu vivi in Texas, per la precisione a a Nacogdoches, con tua moglie i tuoi figli e un cane. Raccontami qualcosa sulla tua famiglia.

Ho una grande famiglia. Mio figlio e mia figlia vivono nelle vicinanze sebbene mia figlia come cantante professionista viaggi molto. Ho un genero e una nuora. Mio figlio è giornalista. Mio genero ha una laurea in biologia, insegna nella mia scuola di arti marziali e lavora part time come insegnante. Mia nuora è una patologa del linguaggio.

Mi piace molto The Bottoms (tradotto per Mondatori come Sotto gli occhi dell’alligatore). Ti ispiri a fatti reali quando crei le tue trame?

Si, mi ispiro ad eventi reali o folcloristici, storie che ho raccolto che possono essere o non essere veri, esperienze personali. Mio padre e mia madre si sposarono durante la Grande Depressione, e crebbero me e mio fratello. Io fui una sorpresa, mio padre aveva quaranta anni e mia madre finiva i trenta. Mio fratello e io abbiamo 16 anni di differenza e siamo stati entrambi cresciuti come figli unici.

Preferisci scrivere racconti brevi o romanzi?

Racconti brevi ma amo anche scrivere romanzi. Mi diverto a scrivere fumetti, sceneggiature per il cinema, e opere per il teatro. Sebbene di quest’ultime ne ho scritte solo due e sono state portate in scena. Fu una bella esperienza.

Quali scrittori ti influenzarono per primi?

Sono molti. Zio Remo, Edgard Allan Poe, l’Illiade e l’Odissea di Omero, Kipling, Jack London, Mark Twain, Edgar Rice Burroughs, Robert Louis Stevenson, Bradbury, Keith Laumer, Phil Farmer, Harlan Ellison. I libri di fumetti mi hanno molto influenzato come quelli di Julius Schwartz, gli scritti comici di Gardner Fox e Bill Finger.

Quale è la tua routine quando scrivi?

Fondamentalmente scrivo tre ore alla mattina. E cerco di ottenere dalle tre alle cinque pagine al giorno, ma spesso anche di più.

Dimmi qualcosa sul tuo prossimo romanzo.

Appartiene alla serie di Hap e Leonard, ma non è ancora disponibile in Italia. Sta arrivando.

Cos’è l’amicizia per te?

E’ molto importante. E’ come la famiglia, quando è vera. Conosco molta gente ma ho solo pochi veri amici a cui sono molto legato.

Preferisci scrivere la descrizione dei luoghi, delineare i personaggi o i dialoghi.

Tutti e tre. Mi piace scrivere con stile.

Quali consigli daresti ai giovani scrittori in cerca di editore?

Per prima cosa scrivere non progettare di farlo. Avere qualcosa da pubblicare.

Chi sono i tuoi scrittori viventi preferiti?

Amo Neal Barrett, Andrew Vachss, James Lee Burke, e ce ne sono altri.

Quali lavori hai fatto nel passato?

Ho fatto molti lavori, ho abbattuto vecchie case, ho lavorato in una fabbrica di sedie in alluminio, ho fatto il buttafuori di tanto in tanto, l’operaio edile, il contadino, il manager in una ditta di trasporti, e per una società di pubbliche relazioni, l’ istruttore di arti marziali, lo faccio ancora, l’insegnante, insegno ancora all’università, poi il bidello l’ho fatto per molti anni.

Hai relazioni di amicizia con altri scrittori?

Si, ho amici scrittori e alcuni di loro sono amici molto stretti.

Hai senso dell’umorismo? Raccontami una barzelletta.

Si, ho senso dell’umorismo e a volte racconto barzellette quando sono dell’umore. Ora non sono dell’umore.

Quali sono le tipiche qualità di un buon scrittore?

Determinazione, essere un lettore, lavoro etico.

Tu pensi che un libro possa cambiare il mondo?

Penso di sì, ma la maggior parte dei libri cambiano solo la condizione di un lettore per poche ore e questo è già una cosa positiva se ci pensi.

Quali genere di lettori preferisci?

Tutti i generi.

Cosa stai leggendo al momento?

Paradiso di Larry McMurtry. Un romanzo ambientato a Tahiti,e che parla anche dei suoi genitori che lo crebbero nel nord del Texas, Un contrasto.

Tu usi un linguaggio ironico, molto divertente, nei tuoi libri. E’ difficile da creare?

Quando scrivo mi sorge spontaneo, penso sia un riflesso della mia personalità, del modo in cui vedo le cose.

Tu scrivi fondamentalmente per te stesso o per gli altri?

Per me stesso e quando ho finito spero che agli altri piaccia. Ma non puoi preoccuparti degli altri quando scrivi se vuoi esprimere onestamente te stesso.

Hai un agente letterario? E’ per te un amico o solo una relazione professionale?

La maggior parte degli agenti che ho avuto sono diventati mie amici, ma è anche un business in quanto se essi non fanno il loro lavoro io li cambio. Comunque sono amico di entrambi i miei agenti per la narrativa e il cinema.

Ti piace la relazione tra letteratura e cinema?

Amo entrambi anche se forse un po’ di più la letteratura. I film vengono per secondi nella mia lista e i fumetti per terzo poco dopo. Tutto il resto, opere teatrali, non-fiction sono più in basso nella lista.

Ti piace l’Italia?

Adoro l’Italia e ci vengo spesso. Ci sono stato due volte quest’anno e probabilmente ci tornerò una terza.

Definiresti uno scrittore un veggente?

No, uno scrittore è un uomo consapevole ma veggente di certo proprio no. Tu crei e pensi differentemente ma non c’è proprio niente di soprannaturale anche se a volte può sembrare. Ma non è così. Il soprannaturale o comunque tu lo voglia etichettare non si applica ad uno scrittore.

Ti piacciono gli scrittori italiani?

Poiché io non leggo in italiano ne ho letti solo alcuni tradotti in inglese. Amo il lavoro di alcuni e di altri lo amo meno, ma non ho avuto l’opportunità di leggere molti loro lavori. Alcuni dei classici ovviamente Dante, Virgilio. Ho incontrato un certo numero di scrittori in Italia, alcuni importanti, alcuni meno, ma è così in tutto il mondo. Non siamo tanto diversi da nessuna parte.

Dimmi qualcosa dello stile Lansdale.

E’ solo il modo in cui scrivo, è formato dalla mia esperienza di anni che sono abituato a esprimere me stesso sulla pagina.

Tu sei un esperto di arti marziali. Usi le tue abilità nei tuoi libri?

Si, mi è capitato di scrivere di arti marziali di tanto in tanto ma non tutto il tempo. Ma uso le mie capacità per scrivere. Disciplina, attenzione, economia di movimento, passando da una situazione all’altra come è necessario e cosi via. Le arti marziali hanno influenzato molto la mia vita e la mia scrittura.

Hai anche scritto fumetti. E’ più difficile?

I fumetti sono un grande divertimento. Il fumetto può essere difficile o facile dipende. Ma io trovo molto pià facile scrivere fumetti che la prosa, sono cresciuto con loro e li amo e ho talento per loro. Sono probabilmente il mio primo amore, anche se con il tempo i racconti e i romanzi e i film li hanno usurpati, sono ancora un grande appassionato.

Le situazioni strane o assurde sono tipiche nei tuoi libri. Tu pensi che la vita sia così?

Vedo la vita come abbastanza assurda.

Raccontami qualcosa sul genere horror. E’ difficile spaventare la gente?

E’ difficile spaventare la gente e come scrittore non ho sempre considerato quello che scrivo horror. Orrore e terrore sono cose diverse anche se spesso vengono confusi. L’orrore può trattare di sangue e budella, il terrore di sudorazione notturna, la sensazione che c’è qualcosa di sbagliato che non si può vedere. Io combino queste idee a volte con la suspance, con il senso di mistero, e uno scenario americano. Non sono proprio conscio di farlo quando scrivo ma succede. Ho scritto alcune storie che sono di genere horror puro ma la maggior parte sono a metà strada.

Tu sei molto conosciuto per la serie di romanzi che ha per protagonisti Hap e Leonard. Quale preferisci dei due?

Entrambi l’uno non vive senza l’altro.

Razzismo, corruzione pubblica, violenza, sono temi ricorrenti nei tuoi libri, sei pessimista?

Personalmente sono ottimista. Ho avuto una vita molto bella. Ci sono sempre fattori fuori dal nostro controllo che possono essere sia negativi che positivi, ma ho una visone piuttosto ottimista per quanto riguarda me, anche se non sono tanto ottimista riguardo la razza umana e lo divento sempre meno con il passare del tempo. Ma credo di essere ancora fiducioso e non cinico.

Sei una persona timida?

No affatto.

Come solitamente trovi le idee?

Sono loro a trovare me.

29 agosto 2009 by

:: Intervista a Filippo Landini

 

E’ uscito da un paio di mesi "Red Rec Play Black" (LineaBN-La Carmelina Edizioni), il tuo ultimo sorprendente romanzo, vuoi parlarcene?

 

Red Rec Play Black lo iniziai alcuni anni fa quando stavo a Milano e mi prodigavo in ambienti anarchici e di produzioni audiovisive militanti. Mi sembra che il romanzo nacque dallo stesso titolo che altro non è che l’atto di mettere in registrazione un dispositivo elettronico. La prima stesura era senza punteggiatura, cercavo una sintassi arcaica. Però la fruibilità non era così immediata e quindi decisi che per la pubblicazione dovevo utilizzare un’altra strategia letteraria.Ferrara Game Over

Una denuncia spietata alla società globalizzata, echi dei proclami delle RAF, rimandi alle avanguardie del Novecento. Ma cosa ha ispirato realmente "Red Rec Play Black"?

 

In effetti la parte teorico-didattica del romanzo è una trasformazione di alcuni passi di una sorta di manuale di guerriglia urbana del gruppo politico armato tedesco, le RAF appunto, in forma di dialogo fra alcuni personaggi del romanzo. La denuncia alla globalizzazione di stampo capitalistico è il timone dell’intera operazione denominata Red Rec Play Black, ossia un documentario il cui climax è il processo lisergico a cui è sottoposto un potente industriale rapito dalla stessa troupe. Delle avanguardie storiche si sentono le contraddizioni che ne sono poi le peculiarità, cioè il collettivismo della poetica e del vissuto ma anche la chiusura e l’antagonismo verso ciò che è alieno al gruppo, alla tribù operativa. Nel romanzo si rivela un romanticismo astratto, un nichilismo macchiato di moralismi, binomi tipici delle avanguardie storiche.

Per la città moderna che fa da scenario al tuo libro ti sei ispirato a qualche metropoli in particolare?

 

In particolare no. E’ una metropoli europea, un po’ tedesca ma potrebbe essere anche Milano, Atene, Barcellona. Di stampo occidentale comunque. E’ la metropoli delle avanguardie storiche, la sinfonia urbana interrotta dalle sortite del gruppo in azione.

Quali sono le influenze letterarie che senti maggiormente "tue"?

 

Parlerei intanto di influenze narrative. Senza dubbio le storie di Andrea Pazienza, i suoi fumetti sono illuminanti. Mi hanno influenzato molto anche le canzoni di Fabrizio De Andrè o dei Velvet Underground. Nella letteratura italiana il realismo visionario di Italo Calvino mi ha sempre coinvolto. Come stile mi piace molto Elio Vittorini, il suo romanzo “Uomini e no” ha un linguaggio scevro e preciso. Senza dubbio devo nominare il maestro infinto, William Burroughs, un rabdomante della difficoltà esistenziale ma anche delle giuste vie da percorrere. Il suo “Manuale delle Giovani Marmotte” è spassosissimo e acuto nelle analisi sociali.

foto Fili naso pagliaccioFai parte del collettivo Alba Cienfuegos, autori del romanzo "Eri tutto lungo. Cavallo Pazzo e altri cani sciolti" (LineaBN-La Carmelina Edizioni). Vuoi parlarcene?

Il nostro romanzo collettivo è stata, anzi è tutt’ora, un’esperienza importante per quel che riguarda la mia attività di scrittore. Il romanzo è ambientato a Milano tra il 1976 e il 1978, gli anni  micidiali, come direbbe Alberto Camerini il bizzarro cantautore famoso all’epoca di Cavallo Pazzo. La preziosa memoria storica di Mario Javed Saggittario, uno dei quattro autori, ha portato gli altri tre, Lorenzo Mazzoni, Enrico Astolfi ed io, nelle strade e nelle piazze di Milano degli anni Settanta.

Secondo me l’organismo Alba Cienfuegos ha dato ottimi frutti. Io l’ho vissuta come fosse uno spettacolo ambientato nella metropoli in subbuglio, in cui ognuno di noi ha messo in atto vari personaggi. E’ stato un processo di conoscenza, storica e politica innanzi tutto, abbiamo fatto molto ricerca prima e durante la stesura. Poi di conoscenza anche personale fra noi autori, penso di aver colto aspetti dei miei colleghi che senza lo scrivere non avrei avvertito. Quando io, Filippo, incontravo Mario intorno al tavolo della cucina di Lorenzo, io  mi sentivo di parlare con il Roccia, il suo personaggio e io potevo essere Renè o Flip, forse più Renè, i personaggi da me inventati. E’ una storia del quotidiano dove gli scontri di piazza si mischiano ai viaggi psichedelici, gli amori infranti alle assemblee studentesche, i sogni alle paranoie.

redrecplayblackCome ti sei trovato a lavorare a "otto mani?"

 

Penso che noi quattro avessimo un forte interesse per l’epoca storica che abbiamo affrontato. Il tutto è nato da Mario e Lorenzo. Lorenzo stava scrivendo un altro libro con Enrico e io avevo voglia di scrivere sugli anni ’70 e farlo in maniera collettiva mi ha entusiasmato subito. Mi sono divertito molto, certi dialoghi tra il mio Renè e il Riccio di Lorenzo mi fanno ridere molto. Mi interessava anche come gli altri autori trattassero i miei personaggi nelle parti in cui il loro personaggio era soggetto. Come dicevo prima, scrivere a più mani è un processo di conoscenza e di scambio continuo, ma anche di momenti solitari e di individualità, che è lo status del singolo scrittore.

Sono passati nove anni dall’uscita del tuo primo romanzo, "Ferrara Game Over" (Edizioni Nomade Psichico). Cos’è cambiato nel tuo modo di scrivere?

 

"Ferrara Game Over" era una sceneggiatura da cui feci un lungometraggio con Max Czertok. Durante la produzione, che durò un anno, l’editore Marco Boni volle pubblicarlo conservando certe morfologie verbali della sceneggiatura e così uscì questo testo ibrido fra letteratura e sceneggiatura.

redrecPlayblack-1Stilemi che un po’ si ritrovano anche in “Red Rec Play Black”, viste le situazione che vengono narrate, cioè riprese video, set, dialoghi serrati. Dal 2001 non penso di aver cambiato molto il mio stile, spero di essere migliorato nel narrare le situazioni e gli intrecci.

Oltre che scrittore anche videomaker indipendente, hai curato lungometraggi, booktrailers, video sperimentali, cortometraggi. Vuoi parlarci un po’ di questa esperienza?

A me piace raccontare quello che vedo, di cui sento parlare e farlo con le parole o con le immagini mi risulta congeniale. Purtroppo il video ha dei costi di realizzazione che il libro non ha, questa è la grande forza delle letteratura, quella di essere praticabile anche senza risorse economiche. Scrivere e girare storie in video è molto stimolante, vi puoi mettere suoni e musiche, raccontare in due secondi quello che con le parole ti servirebbero due pagine. Scrivere, inquadrare, fare il montaggio fanno parte del mio quotidiano, la mia stessa professione verte nel mondo audiovisivo in tutte le sue varianti. Ma è la letteratura la mia origine, la parola, la poesia nella sua sintesi comunicativa.

L’elemento filmico influenza il tuo modo di scrivere?

 

Non saprei, l’indugiare nelle descrizioni appartiene tanto al linguaggio letterario che a quello visivo. Al momento il mio stile è abbastanza sintetico, cerco di descrivere l’ambiente con poche parole e lasciare quindi al lettore lo spazio dell’immaginazione. In effetti anche nei miei video c’è sempre un montaggio serrato, Game Over ne è un manifesto in questo senso. Probabilmente lo scrivere per le immagini influenza anche i miei lavori letterari.

Progetti per il futuro?

 

Per l’anno prossimo sto scrivendo un libro d’azione in cui una improbabile coppia di agenti segreti, cioè un agente nordcoreano e un ex militante bombarolo dell’IRA irlandese danno la caccia a un informatico della Nord Corea scappato dal proprio paese. E’ una storia abbastanza comica in cui si confrontano la filosofia di Confucio con quella guerrigliera dei rivoluzionari nord irlandesi. E’ un viaggio per il mondo in cui devo fare molta ricerca geografica e politica, molto interessante per la mia attività di scrittore.

-Grazie e buona giornata

 

Grazie a voi e arrivederci.

:: Intervista ad Eliott Parker

27 agosto 2009 by

 

 Eliott Parker perché uno pseudonimo?

 

E’ stata una scelta motivata sostanzialmente da due fattori, uno logico e razionale, l’altro più istintivo. La motivazione logica è nata dal desiderio di separare la mia professione (lavoro nel campo della comunicazione dello sviluppo personale) dalla scrittura, nata come hobby e divertimento e sviluppatasi poi sino a farmi arrivare alla pubblicazione del mio primo romanzo. La motivazione istintiva invece è nata da un vezzo, quello di avere un nome “da giallista”. Ho riflettuto un po’ sul nome da darmi assieme a mia moglie e poi è nato… Eliott!

 

Hai un agente letterario?

 

Purtroppo no. E dire che l’ho anche cercato… purtroppo ho trovato poche persone e tutte mi hanno chiesto un compenso anticipato solo per leggere il mio libro. Un agente serio, che legga il mio romanzo e decida poi se promuoverlo o meno, incassando la sua buona percentuale sulla pubblicazione, non l’ho trovato… ma se qualcuno si farà avanti mi farà molto piacere!

 

Ti piacerebbe insegnare scrittura creativa?

 

Sì. Tra l’altro i miei studi e la mia professione mi hanno fatto conoscere questo argomento. Occorre però chiarirci cosa si intende per scrittura creativa. Se la intendiamo come una serie di tecniche e strategie per tirare fuori dalla propria mente idee, atmosfere, parole, allora mi piace. Se invece per scrittura creativa si intende: “io ti insegno come si scrive”, allora no, non mi interessa. Insegnare a scrivere è simile alla maieutica socratica e non può essere insegnare ad una persona a scopiazzare uno o più stili di scrittura.

 

Quali sono i tuoi autori preferiti?

 

Ultimamente leggo poco… però, uno scrittore che non legge! Comunque in passato ho apprezzato Asimov, Van Dyne, Kundera, Danila Comastri Montanari…

 

Il libro più bello che hai letto e quello che avresti voluto scrivere.

 

I due libri coincidono: “Lo scherzo” di Milan Kundera. Infinitamente più bello del celebrato “L’insostenibile leggerezza dell’essere” è un libro semplicemente meraviglioso. “Se fossero di carta le montagne e l’acqua inchiostro, e le stelle scrivani, e se a scrivere fosse l’ampio universo intero, pure scrivere non potrebbe fino in fondo il testamento del mio amore…”.

 

Eliott e l’hard boiler che relazione?

 

Penelope, la protagonista del mio romanzo, ha caratteristiche peculiari che non la fanno inquadrare all’interno di questa categoria. Riesce ad essere solare e ottimista e vive in un mondo del quale si sente parte e che vuole, con il suo piccolo contributo, migliorare. Ovviamente ha i suoi momenti difficili, oscuri… ma il quadro di fondo resta quello.

 

 

Cos’è il talento per te duro lavoro o un dono innato?

Onestamente non lo so… forse entrambe le cose. Senza lavoro un dono innato serve a poco… o forse no?

 

Parlaci del tuo primo libro “Il colpevole” è nato di getto o dopo una lunga gestazione?

 

L’idea è nata di getto, in pochi minuti. Poi durante la stesura si è via via definita e raffinata… ma l’impalcatura di base ed i caratteri dei personaggi sono rimasti quelli. L’ho pensato come un romanzo snello, veloce. Fresco e solare, da leggersi tutto d’un fiato. Una lettura di atmosfera e di azione, che immerge il lettore in ambienti tutti da scoprire ed in una storia appassionante ed avvincente. Un libro con un suo carattere, una sua forte impronta ed una sua personalità e che quindi può piacere come no. Un romanzo perciò lontano da tanti best seller che dopo essere passati dalle mani dei vari editor sembrano tutti uguali, quasi fatti “con lo stampino” e quindi piatti e senza spessore.

 

Stai scrivendo attualmente un nuovo libro?

 

No. Avevo iniziato a buttare giù le idee principali l’impalcatura che ho già in mente per poi iniziare a scrivere… un bel romanzo. Poi però mi sono fermato. Inizierò nuovamente quando ne avrò lo stimolo, magari con la prospettiva di pubblicare con un editore importante ed arrivare così al grande pubblico.

 

 

Che consigli daresti ai giovani autori in cerca di editore?

 

Un consiglio cinico: senza conoscenze non si pubblica con editori importanti. E senza pubblicare con editori importanti non si arriva non solo al grande pubblico, ma neppure ad un pubblico “accettabile”. Cercate di arrivare a qualche persona che conta e sottoponete a questa persona il vostro lavoro. L’idea che nell’editoria italiana si scoprano nuovi talenti è una falsità assoluta.

 

 

Cosa ne pensi della letteratura poliziesca scandinava da Mankell a Stieg Larsson ?

 

Mi spiace, non la conosco.

 

Ami scrivere di notte quando i rumori sono più attutiti?

 

Quando inizio a scrivere mi isolo dal mondo esterno e mi tuffo in quello di Penelope… a quel punto è per me indifferente cosa accade nel mondo “reale”.

 

Parlami del tuo personaggio Penelope Guzman come è nato e dimmi se si ispira a tua moglie?

 

Non si ispira direttamente a lei ma certamente contiene al suo interno alcuni dei suoi tratti più belli ed interessanti. E’ una persona forte e decisa ma che non per questo ha perso una briciola della sua femminilità. Il lavoro l’ha resa forse più forte ma Penelope rimane una persona sensibile e riflessiva. Le piace stare da sola e vede la compagnia come un piacere e non come una necessità. E’ appassionata del suo lavoro e non lo cambierebbe con nessun altro… ma non è una fanatica delle indagini e quando decide di staccare, stacca davvero. Una persona interessante e ricca di sorprese.

 

Chi sono i tuoi autori italiani preferiti?

 

Danila Comastri Montanari, Pirandello e pochi altri.

 

Che rapporto hai con la televisione pensi che sia la moderna agorà?

 

Guardo molto la TV e traggo da essa ispirazione per la scrittura, ciò appare anche nel mio romanzo. La stessa figura di Penelope ha molte somiglianze con alcune protagoniste dei telefilm statunitensi. Credo che in prospettiva sia Internet la moderna agorà ma i tempi sono ancora prematuri. Amo le serie statunitensi ed inglesi, anni luce superiori alle nostre nella regia e nella sceneggiatura.

 

Che libro stai leggendo attualmente?

 

Nessuno…

 

Hai un blog ti piace il contatto diretto con i lettori?

 

Sì, molto. Il lettore da’ un giudizio vero ed autentico sul mio romanzo. Il critico purtroppo è troppo spesso condizionato da schemi, sovrastrutture mentali e stereotipi che gli impediscono una valutazione serena ed oggettiva di quello che legge.

 

Ti piace concedere interviste?

 

Sì, molto!

 

Quando hai capito di essere un vero scrittore?

 

Devo ancora capirlo… scherzi a parte, la scrittura per me è ancora poco più che un hobby, per il futuro vedremo.

 

Definiscimi la parola libertà.

 

Fare quello che si vuole senza violare o diminuire la libertà degli altri. Lo stato serve a questo: dare delle regole mi permettano di esprimermi liberamente senza prevaricare gli altri.

 

Utilizzi gerghi, slang nei tuoi libri?

 

No, il mio italiano è molto “pulito”, non mi piacciono slang o gerghi. La lingua deve essere un veicolo di comunicazione, di unione e non di divisione. Se tutti parlassimo la stessa lingua il mondo sarebbe certamente migliore sotto tutti i punti di vista.

 

Cosa preferisci scrivere in un libro i dialoghi, i luoghi, la caratterizzazione dei personaggi?

 

Mi piace un po’ tutto ma se devo dare una preferenza opterei i dialoghi seguiti dai luoghi. Ho uno stile molto personale di scrivere dialoghi e pensieri, il problema è che spesso molti critici non hanno compreso che quello stile è voluto, è uno stile personale, semplice e incisivo, molto lontano dai dialoghi di “Commesse”.

 

L’incipit di il colpevole mi ha ricordato Raymond Chandler ti ispiri a questo autore?

 

Non lo conosco…

 

Conosci altri scrittori, li frequenti ?

 

Purtroppo no. Vivo in un piccolo centro che da questo punto di vista è morto. Ho avuto occasione di conoscere Danila Comastri Montanari ma è stata una piacevole eccezione.

 

Ti piace Simenon ?

 

L’ho letto molti anni fa… sì, mi piace.

 

Se trasformassero in film i tuoi libri ti piacerebbe?

 

Sì e penso che si presterebbero molto ad essere trasposti in un film. Nella mia mente i romanzi nascono come un film e solo successivamente io li traspongo in scrittura… per Penelope quindi essere protagonista di un film sarebbe, in un certo senso, un “ritorno alle origini”.

 

Come è cambiata la tua vita da quando hai pubblicato il tuo primo libro?

 

In una prima fase è cambiata: recensioni, interviste, qualche presentazione. Adesso si sta “normalizzando”… vedremo in futuro!


  NOTA BIOGRAFICA

Eliott Parker è nato quarantatrè anni fa. Cresciuto nella classica famiglia degli anni ’70, dopo l’università si specializza nel personal coaching diventando esperto in comunicazione e sviluppo personale.

È felicemente spostato con Paola, una donna meravigliosa. Vive con sua moglie ed in compagnia dei loro due gatti, Sidney e Totoro.

Approda alla scrittura quasi per caso. Sin da piccolo amava leggere e scrivere (durante l’adolescenza ha anche composto un romanzo). Questa passione però è rimasta sopita per molti anni, sommersa da scelte personali e professionali che lo hanno portato lontano dalla scrittura. Scrittura che in questo periodo è rimasta perlopiù relegata a saggi, dispense ed articoli relativi alla sua professione.

Le cose sono cambiate quando sua moglie, con una laurea in lettere ed una testa piena di idee, ha avuto occasione di leggere ed apprezzare alcuni suoi brevi saggi, lodandone la scorrevolezza e la creatività ed esortandolo quindi a riprendere in mano la penna.

Eliott ha ricominciato così a seguire la propria vena creativa e dopo alcuni primi scritti è arrivato al suo primo romanzo, “Il colpevole”, primo di una serie. Infatti la protagonista, Penelope Guzman, gli ha raccontato un’interessante storia relativa ad un caso da lei seguito. Un’intrigante storia che ha deciso di condividere con tutti i lettori che la accompagneranno in questa affascinante avventura.

Per contattare l’autore vai sul sito www.eliottparker.com. Vi troverai anche le ultime news, aggiornamenti su Penelope Guzman e sul suo mondo ed anteprime esclusive per i lettori più affezionati.

:: Intervista a Danila Comastri Montanari a cura di Giulietta Iannone

24 agosto 2009 by

danCome è nato il personaggio di Publio Aurelio Stazio?

Come avrebbe detto Flaubert: “Aurelio c’est moi”.

Oltre ai gialli ambientati nell’antica Roma, ha scritto altri romanzi e racconti?

Molti, ma sempre e soltanto polizieschi storici: l’ultimo è TERRORE, ambientato durante la rivoluzione francese.

Quali sono i suoi autori preferiti?

Omero e Shakespeare. Tra gli italiani: Niccolò Machiavelli. In tempi più recenti: Robert Graves e Isaac Bashevis Singer.
Tra gli autori di polizieschi: Ed Mac Bain (con cui ho avuto la fortuna di passare tre bellissime giornate) Qiu Xiaolong (che conoscerò presto di persona) Anne Perry, Ellis Peters, Tony Hillermann, Jonathan Kellermann, Pierre Magnan, Jean-Francois Parot.
Tra i classici del giallo: Robert Van Gulik, Rex Stout, Agatha Christie, Israel Zangwill, S.S. Van Dine, oltre a Umberto Eco: considero “Il nome della rosa” in assoluto il più bel giallo di tutti i tempi; secondi a pari merito, nell’ambito del solo giallo storico, “C’era una volta” di Agatha Christie e “La pista delle volpi” del compianto Fabio Pittorru.
Nella saggistica: Claude Lévi-Strauss, Eva Cantarella, Umberto Eco, Jérôme Carcopino, Luigi Luca Cavalli-Sforza, Léon Poliakov, Michel Vovelle, Bertrand Russell, Piero Camporesi.

Cosa sta leggendo attualmente?

Ho appena letto due gialli bruttini assai, che non cito perché non amo denigrare i colleghi.

Cosa ne pensa del fenomeno letterario della trilogia di Millenium di Stieg Larsson?

Sono una consumatrice accanita di polizieschi scandinavi. Della trilogia di Larsson ho letto il primo volume e mi è piaciuto come le opere di tanti suoi compatrioti. Non di meno, ma neanche di più.

Ha amici scrittori, li frequenta?

I giallisti italiani li conosco quasi tutti personalmente e con molti di loro ho cordiali rapporti di amicizia. Alcuni li frequento, perché vivono a Bologna o nei pressi: Lucarelli, Fois, Varesi, Guccini, Toni, Bettini, Colitto, Rigosi, Baldini, Coloretti, Materazzo, Guicciardi. L’amico più caro, tuttavia, è certamente Loriano Macchiavelli, generoso, arguto e straordinario come scrittore, ma ancor di più come essere umano. Godo anche, da ben quattro decenni, dell’amicizia del baldo Valerio Massimo Manfredi – condividiamo l’amore per i viaggi e la cultura classica – a cui auguro di proseguire nel grande successo internazionale che merita appieno. E non posso esimermi dal citare i bolognesi (o quasi…) Valerio Evangelisti, Giuseppe Pederiali e Giuseppe D’Agata, l’indimenticabile autore de “Il medico della mutua” e de “Il segno del comando”, che fu il primo presidente della nostra Associazione Scrittori di Bologna. Per spostarsi invece oltreoceano, sono ottima amica di Ben Pastor, la creatrice dell’investigatore della Wermacht Martin von Bora.

Le piacerebbe insegnare scrittura creativa, pensa che si possa insegnare a scrivere?

Credo che si possa insegnare, ma a me non piacerebbe. Ho redatto un manualetto: “GIALLO ANTICO. Come si scrive un poliziesco storico” ad uso degli esordienti, però non sono tipo da tenere dei veri e propri corsi strutturati: non sono nemmeno mai riuscita a seguirne uno fino in fondo, all’università studiavo da sola e a scuola insegnavo piuttosto anarchicamente. Partecipo però volentieri come ospite, una tantum, ai corsi di scrittura di alcuni colleghi. .

Qual è l’opera di Shakespeare che preferisce?

Giulio Cesare, Macbeth, Il mercante di Venezia, Misura per misura, Sogno di una notte di mezza estate, Amleto, Antonio e Cleopatra, La dodicesima notte e molte altre. Amo molto Shakespeare.

Che consigli darebbe ai giovani scrittori per migliorare il loro stile?

Prima ancora dello stile bisogna avere le idee. Dunque raccomanderei ai giovani scrittori di leggere il più alto numero possibile di opere DELLO STESSO GENERE di quelle a cui intendono dedicarsi, per evitare di scoprire l’uovo di Colombo sudando su trame già trite e ritrite.

Sta scrivendo attualmente un nuovo libro?

Io sto SEMPRE scrivendo un nuovo libro!

Ci racconti i suoi esordi, qualche episodio significativo.

L’Italia scopriva in quel momento il giallo storico, così i gusti del pubblico incontrarono felicemente i miei. Una volta tanto, anziché terrorizzare gli esordienti con le vicissitudini di una dura gavetta e le soperchierie degli editori cattivi, dirò dunque a viva voce che talvolta un po’ di abilità e un pizzico di fortuna bastano per diventare scrittore di professione.

Legge libri di poesia? Chi è il suo poeta preferito?

Il poeta che preferisco è Catullo, ma amo anche molti lirici greci, latini e cinesi. Non leggo poesie contemporanee, l’autore italiano più moderno che conosco è Foscolo, di cui apprezzo parecchi versi (non sono per niente leopardiana, né per carattere, né per gusti letterari…)

Che rapporto ha con i suoi lettori?

Ottimo: sanno che scrivo soltanto per loro, non per i critici, per gli accademici, per gli intellettuali, per i recensori e nemmeno per me stessa. I giudizi e i suggerimenti dei lettori sono gli unici che tenga in considerazione.

Ha un agente letterario?

Da qualche tempo: ho esitato anche troppo, ma per l’estero era inevitabile. Adesso ne sono molto soddisfatta e non ne farei più a meno.

Ha viaggiato molto, i suoi viaggi le sono stati utili per l’ambientazione dei suoi romanzi?

Sì, ho viaggiato moltissimo e, fortunata come sono, quando ho cominciato ad avere difficoltà fisiche a muovermi, il mondo è venuto a casa mia, con internet e le migrazioni.

Quale è il suo metodo di scrittura, scrive di getto, fa molte stesure?

Che scriva di getto o meno, redigo sempre almeno due stesure, talvolta anche tre. Nessuno può confezionare al primo colpo un libro decente: chi lo millanta, sta mentendo spudoratamente.

Il talento è per lei duro lavoro o un dono innato?

Scrivo perché mi diverto e spero di divertire i lettori. Se il lavoro mi costasse tedio, angoscia o fatica, oppure se i lettori si stancassero di me, cambierei mestiere oppure mi ritirerei in pensione a leggere libri altrui, giocare videogames, accarezzare gatti e coltivare fiori.

C’è un episodio bizzarro della sua carriera che le piace ricordare?

Sono troppi, per citarli tutti occorrerebbe un libro. La vita, in grazia ai Numi, è molto bizzarra.

Molti sostengono che Giorgio Faletti non scriva da solo i suoi libri, perché pensa attiri tante maldicenze?

Perché è molto bravo e ha molto successo: è un difetto imperdonabile! E poi perché ha un respiro cosmopolita e questo è un paese di inguaribili provinciali.
Sostengono che Faletti, in piena era della globalizzazione, non avrebbe potuto scrivere i suoi libri per la presenza di alcuni anglicismi. E’ un’obiezione ridicola. Chi ha redatto “I promessi sposi” in perfetto toscano, allora? Secondo questa logica da babbei, non può certo essere stato un “lumbard” come quel tal Sandretto: altro che risciacquare i panni in Arno, sta a vedere che Manzoni aveva un ghost writer nascosto a Firenze! E a proposito, se non si può pensare in inglese, figuriamoci in latino… chi sarà allora a farcire i miei romanzi di tutte quelle locuzioni classiche? Debbo forse dedurne che qualcuno sta scrivendo i miei i libri a mia insaputa?

Ci parli del suo primo romanzo Mors Tua, ci ha messo molto a scriverlo?

Tre mesi e mezzo, è il libro che ho finito nel minor tempo, sull’onda dell’entusiasmo iniziale.
MORS TUA è anche la più generica tra tutte le inchieste di Publio Aurelio, non vi compaiono “sottoculture” particolari dell’antica Roma, come in ogni altro libro: l’ambiente della medicina di IN CORPORE SANO, quello dei gladiatori in MORITURI TE SALUTANT, quello delle scuole e delle banche in PARCE SEPULTO, quello delle legioni in NEMESIS, ecc…e questo perché è stato concepito già dal primo momento in modo da fungere da inizio di una serie. Infatti a me non premeva pubblicare un libro singolo, bensì diventare una romanziera seriale di professione, come è poi avvenuto: le due cose sono profondamente diverse.
Ah, sì, un’altra curiosità: la scena in cui Publio Aurelio dichiara che si taglierà le vene per protestare la sua innocenza (faceva molto “romano”!) è tratta in ugual misura da Tacito e da Rex Stout, con appena un pizzico di Henryk Sienkiewicz.

Come si documenta per i suoi libri? Usa spesso internet?

Lo uso da quando esiste la connessione: oggi è diventato il principale strumento di ricerca per ogni divulgatore.

Euripide, Sofocle le piacciono i tragediografi greci, ambienterebbe una serie di romanzi nell’ Atene di Pericle?

Li cito spesso, ma non ambienterei mai un romanzo nell’Atene di Pericle. Roma ha un fascino diverso, quello di una “modernità” ante litteram che si addice molto di più ai miei gusti e al mio carattere.

Il ruolo femminile nella letteratura pensa sia stato determinante?

Non mi interessa a che sesso, etnia o religione appartenga chi scrive, mi interessa CHE COSA scrive , tanto che spesso non so nemmeno se l’autore che sto leggendo è maschio o femmina.
Sono peraltro convinta che le categorie “discriminate” (donne, ma anche gay ecc…) debbano cominciare a ragionare in questo modo, se non vogliono chiudersi in una riserva indiana. Faccio un esempio: un’atleta in carrozzella vinse una medaglia nella carabina alle Olimpiadi, quelle normali, non quelle riservate ai portatori di handicap: era stata la migliore di TUTTI, invalidi e non invalidi. Alcune donne hanno governato paesi importanti: non perché erano donne, ma perché erano brave. Allo stesso modo, Barack Obama non è diventato presidente perché era di colore, ma perché l’intero popolo americano si è fidato di lui più che degli altri candidati.
Non sono dunque in grado di valutare se e quanto le donne, in una situazione di oggettiva soggezione storica durata dieci millenni, abbiano pesato sulla letteratura. Credo però che Saffo sia stata il più grande POETA (e non la più grande poetessa…) occidentale di tutti i tempi, senza bisogno di nessuna quota rosa. Dunque, fuori dal ghetto, ragazze! Guidereste un aereo “in quanto donne” o cerchereste di mantenerlo in rotta in quanto bravi piloti? Non fate “letteratura al femminile”, fate letteratura e basta: ogni vostra vittoria seppellisce un pregiudizio!

Ha mai pensato di concedere i diritti per trasformare i suoi libri in film?

In vent’anni ho concesso continue opzioni a varie case di produzione, ma nessuna è mai riuscita a realizzare la serie, che sarebbe costosissima, soprattutto per via del set.

E’ stata paragonata a P D James, le piace l’accostamento?

P.D. James è l’autrice di “Delitto 1986”, uno dei cinque racconti moderni che preferisco in assoluto. Gli altri sono: “la Biblioteca di Babele” di Borges, “Inno di congedo” di Fredric Brown, “Tutti gli smoali erano borogovi” di Lewis Padgett e “I nove miliardi di nomi di Dio” di Arthur Clarke.

Ha mai scritto poesie? Ci citerebbe qualche verso?

A vent’anni ho scritto l’unica poesia di tutta la mia vita, dal titolo:“Elogio dell’aglio”. Ricordo soltanto i primi due versi: “Divino bulbo che le nari avvinci /e le papille stimoli e innamori…”

Nella serie di Publio Aurelio Stazio quale l’ha divertita di più scrivere?

CUI PRODEST? C’è un serial killer che ammazza dei giovani MASCHI avvenenti – tanto per cambiare un po’ rispetto alle solite belle ragazze, che muoiono con allarmante frequenza in questo genere di romanzi – ma anche il continuo confronto tra due personaggi contrapposti: schiava e padrone, stoica e epicureo, femmina e maschio…

L’antica Cina l’affascina? Le piacerebbe scrivere una serie gialla con un mandarino detective come protagonista?

Il Celeste Impero è, assieme alla Roma del I secolo, la civiltà che più mi affascina: fui tra i primi a girare in lungo e in largo la Cina, quando si aprirono le frontiere. Però di mandarini investigatori ne hanno già messi in scena molti (ho scritto anche un lungo articolo a riguardo), innanzitutto il giudice Dee (o Ti, con la nuova traslitterazione) a cui erano dedicati i vecchi, magnifici romanzi dell’olandese Robert Van Gulik.e che oggi è il protagonista della serie del mio amico e collega francese Frédéric Lenormand.

Si ritiene una persona fortunata?

Mi ritengo una favorita della Dea Fortuna. La sorte mi ha concesso cose belle o brutte come a tutti, ma anche la capacità di godere delle prime e superare le seconde.

Ci parli dei suoi progetti, come si vede da qui a 10 anni?

Permettetemi di citare il Rick di “Casablanca”, che a chi gli chiede che cosa ha intenzione di fare quella sera, risponde: “Non faccio mai programmi a lungo termine.”

Si ricorda il primo libro che ha letto?

Il Peter Pan in versione Disney, e, poco dopo, il Peter Pan originale di Barrie. Odiavo di tutto cuore Pinocchio, la Fata dai Capelli Turchini e il Grillo Parlante, insopportabilmente moralisti e paternalisti.

E’ più difficile scrivere i dialoghi, delineare i personaggi o le ambientazioni?

Senza dubbio scrivere i dialoghi, dai quali, secondo la mia personale visione del romanzo, si deve desumere quasi interamente il carattere dei personaggi e l’ambientazione stessa. Un avvertimento agli esordienti: pare che una buona metà dei lettori salti – o comunque legga molto distrattamente – tutto ciò che esula dai dialoghi; quindi esercitatevi su quelli, se volete farvi capire….

Si ritiene una scrittrice femminista?

Sono attentissima al problema della uguaglianza tra i sessi (così come tra etnie o religioni) e spesso mi sono trovata in prima linea in varie battaglie politiche, giuridiche e sociali. Però non mi definirei mai una scrittrice femminista, perché non ritengo che esista una narrativa femminile o maschile, nera o bianca, gay o etero, ecc ecc.. C’è la narrativa e basta, ognuno scrive ciò che gli aggrada e chi ne ha voglia lo legge. E comunque io non sono una femminista, sono una matriarca.

Per concludere, mi dica: scrivere la rende felice?

Molto, moltissimo, è il mestiere più bello del mondo: prima di tutto posso condividere il mio immaginario con moltissimi lettori di tutto il mondo, il che sinceramente mi esalta. In secondo luogo ho ridotto il pendolarismo ai due metri che separano il mio letto dalla scrivania.