:: Intervista a Emanuele Pagani

23 agosto 2009 by

Come è nato in te l’amore per la scrittura?

Amo scrivere fin dai tempi in cui frequentavo la scuola media. Ho sempre sognato di poter scrivere un libro tutto mio. Inizialmente abbozzavo alcuni racconti senza riuscire a trovare la continuità necessaria. Finalmente, tre anni fa, ho deciso che era giunta l’ora della svolta. Ho lavorato, ogni sera, con determinazione e dopo lunghi mesi di lavoro è nato “L’Altopiano del desiderio”.

Vuoi parlarci della trama tuo primo libro?

“L’Altopiano del desiderio” è ambientato nella Creta Minoica, intorno al 1500 a.C. negli anni precedenti alla catastrofe che determinò la scomparsa dell’antica Civiltà Cretese. Si ispira alla leggenda relativa alla nascita del Minotauro, rendendola ancor più avvincente dell’originale. Nel romanzo, il Minotauro fugge dal labirinto di Cnosso e con l’aiuto d’un cospiratore riesce a radunare un esercito di traditori. Costoro intraprendono una guerra contro il Re Minoico al fine di conquistare il palazzo di Cnosso ed il fertile altopiano che rappresenta la principale risorsa del Regno. I cospiratori desiderano cancellare gli insegnamenti con i quali Minosse ha reso pacifico e progredito il suo Regno. Nella Creta di Minosse vige l’uguaglianza e soprattutto l’unità, grazie alle quali il popolo si sente partecipe alla vita politico-amministrativa. Minosse e compagni faranno di tutto per non soccombere di fronte alla minaccia del male.

Nel libro compaiono altri personaggi leggendari, quali Dedalo, Talo, Teseo e Pasifae.

Definiscimi il talento

Credo d’avere una piccola dote: la fantasia.

Quali sono i tuoi autori preferiti?

Mi piacciono diversi autori sia della letteratura italiana che di quella straniera.

Frequenti concorsi e premi letterari?

Per ora non ho mai frequentato dei concorsi e dei premi letterari.

Credi siano utili le scuole di scrittura creativa?

Non saprei. Non le ho mai frequentate.

Qual’è il libro più bello che hai letto?

Ho letto diversi libri. Quelli che mi hanno affascinato maggiormente sono stati “Lo Hobbit”, il “Visconte Dimezzato” ed alcuni canti della “Divina Commedia”.

Ti piace la poesia? Qual ‘è la tua preferita?

Ci sono molte poesie significative

Parlami del tuo metodo di scrittura.

Prima di iniziare un romanzo, faccio uno schema.
Poi procedo nella stesura dell’opera.
Alla fine la rileggo per tre volte ad alta voce e la correggo.

Preferisci scrivere i dialoghi, le ambientazioni o delineare i personaggi?

Preferisco scrivere le ambientazioni. La maggior parte delle volte si tratta di luoghi che ho avuto la fortuna di poter visitare personalmente.

Hai mai fatto il ghost writer?

Non ho mai fatto il ghost writer.

Ti piace Camilleri?

Camilleri è senz’altro un buon scrittore

Quale è la dote più importante per uno scrittore?

Credo consisti nel saper conciliare la capacità di scrivere alla fantasia.

Quale è l’opera di Shakespeare che preferisci?

Tutte le opere di Shakespeare sono interessanti.

Ti piace il genere fantasy?

Mi piace il genere fantasy. “L’Altopiano del desiderio” è un romanzo fantasy-storico.

Quali sono state le tue prime letture?

Le prime letture che mi hanno affascinato sono stati alcuni canti della “Divina Commedia”.

Parlami dei tuoi esordi ti hanno mai offerto pubblicazioni a pagamento?

Nessuno mi ha mai offerto delle vere e proprie pubblicazioni a pagamento, salvo l’acquisto d’un numero di copie non superiore alle 50

Che libro stai leggendo attualmente?

Attualmente non sto leggendo, perchè sono molto impegnato nella stesura d’un nuovo romanzo.

Come ti documenti per i tuoi libri utilizzi molto internet?

Spesso utilizzo internet per documentarmi.

Hai un agente letterario?

Non ho un agente letterario.

Ti piacerebbe che traducessero i tuoi libri in altre lingue?

Sarei senz’altro entusiasta se i miei libri venissero tradotti in altre lingue.

Parlami della tua città, la utilizzeresti come scenario per i tuoi libri?

In futuro potrei utilizzare la provincia in cui vivo come scenario per un libro.

 

:: Intervista a Enrico Gregori a cura di Giulietta Iannone

21 agosto 2009 by

foto-gregori-500x332

Sei un giornalista, esperto di cronaca nera. Parlami del tuo lavoro.

Da cronista mi sono occupato di banda della magliana, terrorismo, criminalità organizzata, omicidi. anadavo sui posti e scrivevo. Ora, in quanto responsabile del settore, coordino il lavoro altrui e ogni tanto scrivo più che altro retroscena e approfondimenti

Il talento per te è un dono o duro lavoro?

Credo che il talento possa essere innato, ma se non lo si coltiva è del tutto inutile

Quali scrittori italiani preferisci?

Non è facile. Diciamo Tiziano Scarpa e Andrea Camilleri

Parlami dei tuoi primi libri che hai scritto.

“Un tè prima di morire” è una specie di pentola a pressione esplosa in maniera violenta. “Doppio squeeze” è più ragionato e metodico. Comunque non amo le sorprese e mi piace dare indicazioni affinché il lettore possa anche divertirsi a indovinare il finale. un-te-prima-di-morire

E i primi libri che hai letto?

Ho cominciato da ragazzino a leggere Salgari, Kipling, Verne e Dumas. Per me sono capolavori indimenticabili.

Leggi Shakespeare?

Ho letto moltissimo di lui. Che dire? Tra lui e Dante Alighieri mi pare una lotta tra titani

E’ più difficile per te delineare i personaggi o le ambientazioni?

Non so. Diciamo che a delineare i personaggi mi diverto di più

Leggi poesia?

Poche cose. Non ho strumenti per valutarla. Se mi colpisce ne deduco che mi piace

Che consigli daresti ad autori esordienti che vorrebbero pubblicare i loro scritti?

Di essere umili e, prima di pensare di essere incompresi, pensare di dover migliorare

Hai mai fatto il ghostwriter?

Ma per carità

Pensi che Faletti scriva da solo i suoi libri?

Posso dire quello che ho sentito. Ossia che il primo sia stato pesantemente editato e che gli altri li abbia scritti lui. Ma c’è anche una teoria esattamente opposta. Dove sia la verità non lo so. Magari son tutte chiacchiere. Io ho letto “Io uccido” e non mi ha entusiasmato. Poi ho letto “Fuori da un evidente destino” e mi è piaciuto molto.

Agatha Christie in che modo ha influenzato la letteratura gialla?

Credo che sia stata una maestra nell’equilibrio tra storia e descrizione di uomini e cose

Ti piace James Ellroy? Se dovessi fargli una domanda quale sarebbe?

Per me “Le strade dell’innocenza” è un capolavoro. Quindi vorrei domandargli come gli è venuta fuori una boiata come “Scasso e stupro”.

Ti piace Scerbanenco?

Abbastanza. Ma per me è sopravvalutato. Non credo che abbia rivoluzionato alcunché.

Quali sono i libri più belli che hai letto?

Buonanotte! L’Iliade, tutto Shakespeare, i fratelli Karamazov, la Divina Commedia, i promessi sposi, i Malavoglia, tutto Ed McBain, tutto Cormac McCarthy. Basta?

A chi ti ispiri nei tuoi libri a fatti di cronaca o storie di fantasia?

Per le tecniche investigative e qualche dettaglio, ai fatti di cronaca. Il resto, ossia il grosso, è pura fantasia.

In che città vivi? La usi come sfondo per le tue storie?

Non sempre, ma sto pensando di farlo più spesso

Parlaci del tuo blog, credi che internet abbia rivoluzionato il mondo della scrittura?

Il mio blog è una specie di bacheca cronistica nella quale metto anche dei miei racconti. Non credo però molto alla scrittura in rete se rimane imprigionata in internet

Che mezzo di scrittura preferisci: bic, computer,?

Ormai computer

Stai scrivendo attualmente un libro?

Ne sto revisionando uno. Una storia ambientata a Roma nel 1920. Forse potrebbe essere la mia prossima pubblicazione

Che studi hai fatto hanno influenzato la tua vita professionale?

La laurea in giurisprudenza una mano me l’ha data certamente, soprattutto per capire meglio la fase processuale di un avvenimento.

Ti piace Camilleri, il suo commissario Montalbano è molto popolare ti piacerebbe se trasformassero i tuoi libri in film?

Confermo il mio grande apprezzamento su Camilleri. Per il resto, in molti mi hanno detto che i miei libri si presterebbero a sceneggiature. Direi che mi piacerebbe, sì..

I book trailers li consiglieresti ai nuovi autori?

E’ una pubblicità come un’altra. Per me dipende tutto dalla visibilità che poi il booktrailer avrebbe.

Sofocle, Euripide ti piace la letteratura greca antica?

Moltissimo. Sono convinto che nei classici ci sia già tutto ciò che oggi scriviamo. Per questo credo sia importante trovare uno stile, una voce popria.

Arthur Miller diceva che se la libertà non è bilanciata dalla giustizia sociale qualsiasi economia crolla cosa ne pensi?

Forse lui ne aveva le prove. Io no.

Ti piace la letteratura sudamericana?

Frequento poco. Magari ci saranno delle cose meravigliose e se non le conosco è colpa mia. Ma non si può leggere tutto.

Enrico Gregori
è nato a Roma il 12 dicembre 1954. Giornalista professionista dal 1983, attualmente è caposervizio per la cronaca nera presso “Il Messaggero” di Roma. Ha pubblicato per Bietti Media due romanzi: “Un tè prima di morire” e “Doppio squeeze”.

:: Intervista a Dianne Emley a cura di Giulietta Iannone

20 agosto 2009 by

Dianne EmleyHai un agente letterario?

Si, è una donna che lavora con la Writer’s House di New York

Ti piacciono i libri di Michael Connelly?

Sono una grande fan dei libri di Michael Connelly. Le trame e i personaggi sono straordinari. In più essendo nativa di Los Angeles mi piacciono le ambientazioni in questa città. Egli ha delineato la cultura di questa città.

Cos’è il talento per te un dono o duro lavoro?

Io credo che ciascuno di noi può accrescere il suo livello di successo nel campo scelto può essere quello artistico o atletico o anche negli affari e quindi il talento è sia un dono di Dio che un’ abilità accresciuta con la pratica e la pazienza. Nel mio caso io ho amato la scrittura sin da quando ero bambina e ho iniziato  molto piccola a scrivere sui giornali. Il mio talento era informe e indisciplinato. attraverso gli anni con il duro lavoro e l’aiuto di brillanti editors sono diventata una scrittrice molto migliore e specialmente una migliore crime writer. Sto ancora imparando e migliorando. Ogni giorno mi siedo davanti al computer e miglioro le mie capacità.

Dimmi qualcosa circa la tua Los Angeles.

Io penso che Los Angeles sia una città incompresa e perciò il luogo ideale dove vengono ambientati molti romanzi di fiction. La gente che arriva da poco a Los Angeles la scambia per una gigantesca megalopoli senza personalità. Io invece essendoci nata e avendoci risieduto ed essendoci cresciuta vedo come la città non è senza volto ma al contrario comprende distinti quartieri che hanno personalità uniche. La gente da poco a Los Angeles è spesso sorpresa di trovare dei veri nativi di questa città.

Sei femminista?

Non mi piacciono le etichette o essere incasellata in una categoria. Io credo che dovremmo uomini e donne avere gli stessi diritti anche se ci sono dei ruoli più adatti alle donne e altri più adatti agli uomini. Personalmente amo moltissimo mio marito Charlie.

Tu appari una dolce e quieta signora sei così anche nella realtà?

Ho amici e gente della mia famiglia che non sarebbero d’accordo. Scherzo.Ho un lato quieto e amo la solitudine.

La vita del poliziotto è molto dura. Da bambina sognavi di diventarlo?

 No assolutamente volevo scrivere.

Quali sono i tuoi scrittori preferiti?

Nel genere giallo mi piaciono Michael Connelly, Tess Gerritsen, Lisa Gardner, Karin Slaughter. Mi piaciono anche Cormac McCarthy e Dominic Dunne.

Hai studiato in Francia. Ambienterai il tuo prossimo libro in questo paese?

Il mio prossimo libro continua la serie di Nan Vining. Lei lavora con il dipartimento di polizia di Pasadena in California una città che confina con Los Angeles così ci sono poche possibilità che abbia trasferte di lavoro in Francia.

Ti piace lo stile di vita europeo?

Molto amo lo stile e savoir faire europeo.

Ti piacciono i libri di James Elroy?

Ho trovato fantastico il suo libro autobiografico i miei luoghi oscuri.

Hai senso dell’umorismo dimmi una barzelletta.

Mi dicono che ho un buon senso dell’umorismo. Mi piace ridere ma ho poca memoria per le barzellette.

Ascolti musica mentre scrivi?

No trovo che distragga scrivo in silenzio.

Ti piacciono gli autori italiani?

Non ho familiarità con gli scrittori italiani forse tu potresti suggerirmi cosa leggere.

Pensi che Edith Warthon sia una scrittrice innovativa.

Certamente la casa della gioia è uno dei miei libri favoriti.

Ti piace la poesia?

A piccole dosi.

Dimmi qualcosa circa il tuo primo libro è stato più difficile scriverlo o pubblicarlo?

Con tutti i miei libri scriverli ed editarli è ugualmente difficile. riscrivo molte volte prima che il libro sia finito.

Ti piacerebbe insegnare scrittura creativa?

Forse un giorno. Ora sono troppo impegnata a scrivere per insegnare.

Il personaggio principale del tuo primo libro è una donna che ha subito abusi. Tu pensi che le donne debbano imparare a difendersi, ti piacciono le arti marziali?

Io penso che sano esercizio fisico renda più forti sia fisicamente che emozionalmente così che ci si difende meglio da ogni tipo di abuso. Io faccio quotidianamente pesi, jogging e yoga, non molto bene.

Pensi che in America sia importante per una donna avere una forte personalità?

Non solo in America.

Dimmi qualcosa sulla tua infanzia.

Io sono nata in una famiglia della bassa borghesia nella zona nord est di Los Angeles. Mio padre era un uomo di affari e mia madre una casalinga. Ho un fratello più anziano e una sorella. Ero la più quieta della famiglia con sempre il naso sui libri.

Ti piace lo scrittore turco Pamuk.

Non conosco il suo lavoro.

Ti piacciono i libri di James Lee Burke?

Sì, sono una sua fan.

Definiscimi cos’è per te la libertà.

Vorrei citare la canzone di Kris Kristofferson “Me and bobby Mcgee” la libertà è la capacità di non perdere ma personalmente penso sia la capacità di effettuare scelte.

:: Intervista a Gianpaolo Borghini

6 luglio 2008 by

1978-Gianpaolo, vuoi spiegarci la trama del tuo romanzo, Il tango dell’angelo perduto?
È la storia di Alfonso Lopez, un medico argentino che, in seguito al rapimento di Laura, una ragazza con la quale stava nascendo qualcosa, da parte di una squadraccia del regime militare, fugge in Italia. Siamo nel 1978 e il momento è quello dei mondiali di Argentina ‘78.
Dopo varie vicissitudini, che nel libro mi limito ad accennare, arriva a lavorare al pronto soccorso dell’ospedale di Ferrara, la mia città. Il libro inizia nel momento in cui Alfonso, forse a causa di un incubo, dove ripercorre il rapimento di Laura, crede di riconoscerla in una ragazza che viene portata all’ospedale in condizioni disperate, dopo essere stata ripescata dal Po. È in coma e presenta tante e tali lesioni che difficilmente potrà sopravvivere a lungo.
Il problema è che la ragazza, malgrado siano passati ventisette anni, appare uguale a come gli è stata portata via a Buenos Aires nel 1978 e il narrato si riferisce al 2005.
Per cercare di spiegarsi questo ritorno misterioso e, forse, per tentare di recuperare un passato opprimente, Alfonso ritorna a Buenos Aires, dove non era più tornato. Lì è costretto, suo malgrado, a riviere buona parte di tutto quello da cui era scappato. A causa di una serie di avvenimenti, anche fantastici, in cui il tempo smette di essere la convenzione che è, ma diventa una scansione orribile di emozioni, recupera in parte quello da cui era scappato.
Scoprirà poi una verità possibile e una impossibile sulla fine di Laura. Fra le due verità sarà impossibile scegliere, per lui.
Alla fine credo che Alfonso, malgrado tutto, non riesca a chiudere i conti con il passato.
-Cosa ti ha ispirato la figura di Alfonso Lopez, il medico argentino rifugiato in Italia?
La risposta più diretta, ma anche la più banale, è che Alfonso Lopez è nato dentro di me, in qualche parte ben nascosta e lì si è sviluppato, fino ad obbligarmi a scrivere la sua storia. Posso dire, non meno banalmente, che non so di preciso da dove venga. Si tratta probabilmente di un collage di brandelli di personaggi letterari con pezzi di me stesso a tenerli uniti o, viceversa, brandelli di me stesso con un collante di personaggi letterari. Credo che sia difficile individuare la provenienza di un personaggio d’invenzione come il protagonista del mio romanzo, almeno se non si è in presenza di un’illuminazione improvvisa, che in questo caso non c’è stata.
Posso dire, invece, che la scintilla che ha scatenato “Il Tango dell’Angelo Perduto” è stata la lettura di “Le Irregolari” di Massimo Carlotto. Un bellissimo romanzo ambientato in Argentina. È la narrazione di un viaggio dell’autore a Buenos Aires, sulle tracce di un nonno che lì era emigrato e che, una volta tornato, si era comportato come se quel periodo non fosse esistito. Poi il viaggio diventa qualcosa di diverso: un percorso nel dramma dei desaparecidos.
-Perché una storia d’amore ambientata in Argentina?
Diciamo che la storia d’amore è stata una scusa per poter parlare d’altro. Quello che mi interessava era il dramma umano di un popolo oppresso da una dittatura orrenda e inaccettabile e, allo stesso tempo, il dramma della scelta da che parte stare. Nessuna dittatura si sorregge senza l’appoggio, diretto o indiretto, di tantissime persone. In Argentina non era Videla che torturava e uccideva di sua mano, ma un numero notevole di persone che facendolo riceveva un vantaggio diretto, soprattutto economico. Un aspetto che rende ancora più oscena tutta la vicenda della dittatura militare argentina è il “business” che è stato fatto sui desaparecidos.
Poi, la storia d’amore, è abbastanza anomala, nel senso che si tratta di un amore potenziale che, proprio a causa della sparizione di Laura, non può compiersi. Non è detto che sarebbe stato un amore di un certo rilievo, ma questo rimanere in un limbo inespresso è quello che ha impedito ad Alfonso di uscirne, rimanendoci legato tutta la vita. Allo stesso modo vi è rimasto legato il suo doppio, ma per capire questo bisogna leggere il libro.
cortazar-Come ti sei documentato per ricreare l’ambientazione drammatica della dittatura?
Come ho già detto la lettura di “Le Irregolari”che ha acceso qualcosa probabilmente già presente dentro di me e che parla del dopo dittatura. Poi i film di Marco Bechis, Figli-Hijos e Garage Olimpo. Ho utilizzato anche internet, ovviamente, che è una fonte inesauribile di informazioni, se solo sai cercare. In fondo, però, sono dell’idea che, trattandosi di narrativa d’invenzione, non sia nemmeno così importante che i luoghi corrispondano esattamente, che siano davvero così nella realtà o che tutto sia andato come lo descrivo io.  Credo, piuttosto, che il valore del mio testo, se presente, possa trovarsi l’atmosfera di un contesto angoscioso, sperando di averla resa in un modo credibile e il porre la questione di questi orrori irrisolti: i responsabili sono perlopiù liberi e i 30.000 morti innocenti, nella sola Argentina, non hanno visto pagare nessuno dei principali responsabili. Questo mi premeva ricordare, aldilà della precisione storica delle descrizioni.
-Il tuo libro non ha molti dialoghi diretti, come mai questa scelta così inusuale?
Diciamo che mi pongo la questione in seguito alla tua domanda. Mentre scrivevo assolutamente non me la sono posta. Il fatto che i dialoghi siano difficili da scrivere è il dogma dello scrittore principiante. Ma credo che non sia per questo che ho usato pochi dialoghi. Direi che ho cercato più le descrizioni, la vista. Diciamo che ho cercato un effetto sì cinematografico, ma per immagini piuttosto che per dialoghi, è stato quello che mi è sembrato più adatto alla storia che volevo raccontare.
-Conosci scrittori argentini? Ami la letteratura sudamericana?
Posso dire che la letteratura sudamericana è un mare in cui non ho navigato quanto avrei voluto e soprattutto quanto meriterebbe, fino ad ora. Ho letto qualcosa di Borges e di Guimarães Rosa oltre a “Cent’anni di Solitudine” di Garcìa Màrquez , ma il mio autore sudamericano preferito è l’argentino Julio Cortázar. Mentre scrivevo il Tango dell’Angelo Perduto ho letto “Il Gioco del Mondo”. Di Cortázar appezzo l’ironia intelligente e la comprensione dei complessi meccanismi della vita e il “Il Gioco del Mondo” è un libro che non posso che consigliare a tutti, un vero capolavoro universale. Ho cercato di rendergli anche un piccolo omaggio mettendo anch’io una Maga: il personaggio femminile principale del libro di Cortázar, anche se profondamente diverso dall’originale.
9788806144272g-Quale via pensi debba prendere la narrativa esordiente italiana per avere un po’ di visibilità?
Questa è una domanda alla quale è molto difficile rispondere. L’esordiente, subito dopo aver superato il già difficile scoglio della pubblicazione e, mi raccomando, sconsiglio chiunque ad accettare le proposte di editori a pagamento, intendendo anche quelli che ti fanno comprare 300 o 400 copie del tuo libro, spesso si trovano in un imbuto buio. Almeno che non si esordisca per un grande editore, con ufficio stampa, giornali di supporto e tutto quello che sappiamo, ottenere un po’ di visibilità è una lotta, spesso, difficilmente vincente. E questo è un peccato, perché molta letteratura esordiente è interessante, contiene spunti e idee importanti, meriterebbe palcoscenici differenti da quelli in cui è relegata a causa della scarsità di lettori e delle logiche economiche imposte nell’editoria come in una qualsiasi industria. E in questo intendo sia gli editori che le catene delle principali librerie. Proprio la rete, però, può venire in aiuto e dare un mano a chi, altrimenti, non potrebbe uscire dal circolo di promozione che per troppi, purtroppo, termina dopo le due o tre presentazioni sotto casa. Occorrerebbero iniziative indipendenti, tali da creare un mercato parallelo a quello principale, in cui venga data la possibilità agli scrittori esordienti di confrontarsi con un pubblico, lasciando a quest’ultimo la decisione sul valore di un’opera. Quasi sempre questo contatto non è possibile.
-Hai progetti per il futuro?
Prima di tutto, nei prossimi mesi è prevista l’uscita di un altro mio romanzo, “Il Bambino dei Miracoli” con Giraldi Editore di Bologna. Poi sto cercando di finire un nuovo libro che rischia di soverchiarmi per troppa complessità, di sui preferisco ancora non parlare. Contemporaneamente faccio parte di un gruppo di scrittori, voluto e coordinato dal grandissimo Giulio Mozzi, persona squisita e dalla genialità vulcanica. Lo scopo è quello di scrivere un libro collettivo su un caso di cronaca nera avvenuto a New York, andato sui giornali alla fine degli anni ’90. Forse ne verrà un romanzo, forse un’altra forma narrativa o più di una. Per il momento ci divertiamo e credo che questo sia l’importante.

Breve sinossi che corrisponde al retro di copertina
La vita di Alfonso Lopez, medico argentino rifugiato in Italia durante la dittatura militare, viene sconvolta dal riapparire di Laura, la ragazza di cui era innamorato, svanita in quegli anni di orrore. Lei è ancora giovane come allora, anche se sono passati più di vent’anni.
Spinto dagli eventi e dalla curiosità di collocare un ritorno così straordinario, soprannaturale, Alfonso torna indietro, a quella Buenos Aires che aveva rifiutato e viene costretto a vivere quel terribile passato. Pur avendo cercato di evitarlo con la fuga.
Grazie al contributo di una serie di personaggi limite e di un concatenarsi di avvenimenti anche fantastici, il protagonista ritrova quella vita che aveva abbandonato per paura. Ritrovando, nel proprio doppio, tutto il male di quegli anni dissennati.
Codice ISBN: 9788862111177
Note biografiche
Gianpaolo Borghini è nato a Ferrara nel 1968.
Nel 2006 il suo racconto "Intelligence Combat" è stato inserito nell’antologia "Venti
d@lla Rete" edita da Graphe.it. Nel 2007 è entrato fra i cinque finalisti del concorso "Nuove Storie Ferraresi" con il racconto "L’Emigrante e il Becchino", che è stato pubblicato da Corbo Editore nell’antologia conseguente.
Il suo primo romanzo "Il Bambino dei Miracoli" è in via di pubblicazione da Giraldi Editore.
Il "Tango dell’Angelo Perduto" è il suo nuovo romanzo.

:: Intervista ad Antonio Zoppetti alias Zop

16 giugno 2008 by

“Linguaggio globale” parlacene.

Linguaggio globale (www.linguaggioglobale.com) è un progetto di condivisione del sapere e di web 2.0 ante litteram. Nasce nel 2000 quando ho deciso di riversare su web oltre 3.000 pagine di contenuti enciclopedici per ragazzi che un tempo costituivano il catalogo dell’omonima casa editrice, da me fondata. Per lo più sono contenuti che un tempo erano venduti e distribuiti su cd-rom. Esaurito il loro ciclo di vita commerciale nei negozi ho pensato dunque di metterli gratuitamente a disposizione dei naviganti e di arricchire l’archivio con i contributi che mi arrivavano dalla rete.

Bookwebtv più soddisfazioni o fatica?

50 e 50 direi. Però siamo ancora nella fase dello start up, spero che la fatica diminuisca in favore delle soddisfazioni.

Parlaci del tuo blog zop.splinder.

Nel 2002 mi sono accorto che in Italia stava prendendo piede il fenomeno dei blog. Allora ce n’erano sì e no un migliaio e venivano definiti semplicemente come diari on-line. Mi è sembrato di scorgere la nascita di una community che aveva un’attenzione per la scrittura molto interessante, in un’epoca che era stata etichettata come la civiltà dell’immagine. Così ho cominciato a studiare il fenomeno e poi alla fine del 2002 ho aperto il mio blog che invece di presentarsi come un diario, è stato il primo blog a lanciare dei giochi di scrittura. Ho cominciato con un rifacimento internettiano degli Esercizi di stile di Queneau: riscrivere all’infinito uno stesso brano sempre con un punto di vista e con una modalità differenti. Ho cominciato a scrivere i primi esercizi invitando i blog a fare altrettanto. E’ stao il primo blog dedicato ai giochi di scrittura, nessuno l’aveva mai fatto e forse per questo ha avuto un grande successo. Oggi questo è diventato un genere. Per oltre un anno, quasi ogni giorno sono andato avanti a pubblicare esercizi di stile, spesso di ottimo livello, arrivati dalla rete. Oltre 300 persone hanno partecipato. Nel 2003 ho ottenuto un rioconoscimento al conocrso Scrittura mutante, presso la fiera del libro di Torino e poco dopo ho pubblicato un libro in cui raccontavo la mia esperienza, riflettevo su come cambia la scrittura nell’era del web e riproponevo sulla carta 99 esercizi di stile (Blog. PerQueneau? La scrittura cambia con Internet, Luca Sossella Editore, Roma 2003).

In seguito ho sperimentato numerosi altri giochi di scrittura, con un’attenzione per la scrittura collettiva e combinatoria. Romanzi a tante mani, gialli da sms in 160 caratteri a cui hanno partecipato anche giallisti affermati (Lo ammazzai con una scura perché era più meritevole di me e quindi se lo meritava, Andrea G. Pinketts), contaminazioni con trasmissioni radiofoniche, concorsi, persino un manifesto letterario che ha avuto moltissimo seguaci e firmatari: il manifesto del DADIsmo che ha avuto anche delle giornate di sperimentazione a Genova presso la fiera dell’editoria INEDITA 2006. Nello stesso anno ho pubblicato un nuovo libro con alcuni dei racconti che avevo scritto per il blog: Gentile editore io non demordo, RGB editore 2006.

Quali sono i tuoi autori preferiti?

Io mi considero un patafisco. Ho una passione per Alfred Jarry e affini, soprattutto se folli letterari: Boris Vian, Raymond Queneau, Italo Calvino e gli autori legati all’OULIPO. Adoro gli autori surreali e le avanguardie dal futurismo a Borges. Di solito prediligo autori poco conosciuti: Raymond Roussel, Max Aub, la Bessora. Detesto i romanzi tradizionali, credo che il romanzo come genere letterario abbia fatto il suo tempo.

Molti bambini usano internet, che consigli daresti per proteggerli ?

Considero il web una grandissima risorsa della nostra epoca. Non credo alla retorica della pericolosità di internet. Forse è molto più pericolosa la tv. Ovvio, i bambini piccoli dovrebbero essere affiancati dai genitori, esattamente come per quanto riguarda la tv o le loro letture. Credo invece che ci siano molti bambini che potrebbero dare consigli agli adulti a questo proposito, soprattutto per uscire dai luoghi comuni. A questo proposito lascio un link di un lavoro fatto proprio con i bambini: http://www.linguaggioglobale.com/WEBcabolario/default.htm

Il mondo dell’editoria è un mondo complesso che consiglio daresti ai giovani autori che non hanno ancora pubblicato ma hanno un manoscritto nel cassetto?

Vedo che sempre di più avere un sito o un blog aiuta, anche a essere pubblicati. Certo scrivere romanzi tradizionali o opere lunghe e sequenziali mal si concilia con la lettura a rete. Ma per quanto riguarda le scritture brevi, dai racconti alle poesie, il web è un terreno meraviglioso. Pubblicare un libro è molto oneroso e ha dei costi. Inoltre se non si è autori affermati si rischia di vendere qualche centinaio di copie. Con un blog invece il numero dei lettori può essere di gran lunga maggiore, anche di un ordine di grandezza. Quindi è un modo per farsi conoscere e per arrivare a più persone, nel complesso. E poi è una palestra formidabile. In rete si hanno feedback. Positivi e negativi. Si hanno lettori e questo stimola a scrivere. Se non puoi condividere i tuoi scritti e tutto rimane in un cassetto anche lo stimolo a scrivere e a migliorarsi si affievolisce.

Vanno di moda l’autoproduzione di testi e le case editrici a pagamento: che ne pensi?

Personalmente diffido delle case editrici a pagamento. Credo che sostanzialmente speculino sugli aspiranti scrittori. E poi che senso ha pubblicare un libro che non verrà praticamente distribuito? Meglio rivolgersi a agenzie editoriali, se si vogliono spendere dei soldi, almeno ti fanno l’editing e ti aiutano a imparare oltre che a indirizzarti verso degli editori appropriati. Naturalmente anche in questo campo bisogna stare attenti a rivolgersi a dei professionisti onesti che non facciano speculazioni.

Quanto all’autopubblicazione, non ne capisco troppo il senso. Ancora una volta che senso ha pubblicarsi un libro che poi si vende in cento copie agli amici? Allora meglio le riviste, le fanzine, gli e-book, e ancora una volta, la rete.

Stai scrivendo attualmente un libro?

Più che altro sto cercando di vedere se alcune cose che ho scritto possono trovare una pubblicazione.

I book trailers li consiglieresti come biglietti da visita per i nuovi autori?

Sono molto di moda. Il problema non è fare un booktrailer ma dargli diffusione. Altrimenti rischia di rimanere in un cassetto.

Ghostwriters sì o no?

Sì, l’ho fatto (non dirò mai per chi). Esperienza umiliante, ma non me ne vergogno. Guadagnare dei soldi scrivendo non è facile e alla fine si accettano anche questi compromessi. Il mio giudizio verso chi commissiona a qualcun altro qualcosa che dovrebbe scrivere da solo è però durissimo. Disprezzo totale.

Il fumetto un’ arte povera ma ricca di creatività: ti appassiona?

Da ragazzo volevo fare il disegnatore di fumetti. Amo il fumetto d’autore, più che quello seriale. Per esempio Andrea Pazienza credo che abbia elevato il fumetto a opera d’arte, nel senso che ha usato questo mezzo di espressione in modo innovativo e per raccontarsi. Ma sono pochi gli autori che spiccano. Tra questi alcuni autori di satira. Il più grande Altan. Lascio un paio dei mie fumetti giovanili, che in epoca internettiana ho provato ad animare: http://www.linguaggioglobale.com/divertimenti/fumetti/contenuti/piedi.gif.

:: Le Troiane di Euripide a cura di Giulietta Iannone

13 giugno 2008 by

EuripideEschilo, Sofocle ed Euripide sono senz’altro i tragediografi greci che più hanno lasciato, grazie alla miracolosa conservazione dei loro testi, una porta aperta sulla vita del loro tempo.
E’ singolare come la vita si riflette nel teatro, e viceversa, ed è ancora più singolare analizzare come la psiche umana, ovvero i sentimenti, il modo di ragionare, nonostante secoli di “civiltà”, sia per lo più immutata. Certo lo sfondo delle tragedie di Euripide è un mondo pagano, in cui mito e religione si sovrappongono e gli dei camminano tra gli uomini creando più scompiglio che aiuto, nonostante questo l’uomo di allora rispecchia fedelmente la vitalità, le aspirazioni, la ricerca di felicità che caratterizzano ogni epoca e ogni paese.
Il mondo greco è senz’altro dotato di una cultura evoluta, di una nobiltà di sentimenti, di un raffinato sentire e percepire l’arte, la poesia e la musica. Atene in un certo senso rispecchia tutto questo, ma forse mai come allora l’orrore, la violenza che perde e strazia è esasperata e accentuata, lasciando però sempre la certezza che il bene, morale ed estetico, ha qualcosa di così sacro da meritare sempre l’alloro della Vittoria.
Euripide si colloca in una posizione singolare e anomala nella polis greca, fucina di libertà e di democrazia; ne incarna in un certo modo lo spirito più critico e non convenzionale. Non inserito nel suo tempo, piuttosto incompreso e avversato dai contemporanei, Euripide si isola e nel suo isolamento riflette e medita. C’è in lui sicuramente una tensione morale non comune e una sottigliezza che permea le sue tragedie di un bizzarro soffio anarchico contenuto in una prosa di posata compostezza.
L’anarchia di Euripide non ha niente di violento o sovversivo, si limita a dare spazio alle emozioni contraddittorie che molte realtà evocano, a sottolineare la stupidità di certi comportamenti velati dalla nobilitante patina del conformismo, a ribellarsi all’assurdo. Lo spiccato individualismo, di cui è più vittima che orgoglioso rappresentante, ci permette dopo tanti secoli di osservare il mondo di allora come da uno spiraglio privilegiato e in un certo senso di vedere noi stessi con le nostre debolezze, le nostre virtù e in ultima analisi il nostro immutato desiderio di capire e conoscere.
“Le Troiane” è sicuramente una delle tragedie più amare di Euripide, che analizza i meccanismi più nascosti che regolano l’esistenza umana. Tema centrale è la descrizione di cosa la guerra porta e di quanto il concetto stesso di “Vittoria” sia labile e fuggevole. Euripide stravolge tutti canoni e gli archetipi dell’epoca e porge ai suoi spettatori una riflessione amara, ma non priva di logica.
Gli sconfitti e i vincitori sono attori di uno stesso dramma, la realtà è tragica ed implacabile per entrambi e in un certo senso fa giustizia ai vinti, rendendo il trionfo dei nemici breve, provvisorio, se non inutile. I bottini depredati ai vinti sono in realtà niente, considerato che l’unica vera ricchezza è la “vita” e sia i vincitori che i vinti sono accomunati dal fatto di aver ucciso ed essere morti.
Tra tutte le opere dell’antichità sicuramente questa pone in risalto in modo compiuto il concetto di quanto “la pace” sia davvero l’unica dea del mondo pagano che vada onorata e la sola portatrice di benessere e di vera giustizia. Non c’è giustizia nell’umiliazione dei vinti, nel loro dolore, nel prendere schiavi, nel bruciare città, e lasciare solo rovine. Non c’è onore in una guerra, solo vittime, questo è ciò che ci dice Euripide, conscio di dire una verità scomoda e contraria alla morale corrente che vede nella guerra una scelta, anche se dolorosa, pur inevitabile.
Euripide utilizza le divinità pagane in un certo senso areligiosamente, unicamente come catalizzatori. Poseidone ci introduce nel vivo del dramma e ci pone di fronte una città, Troia, distrutta e saccheggiata; dove prima c’era una fiorente e gloriosa comunità, simbolo di tutto quello l’ingegno umano sa creare, ora c’è solo più cenere e polvere. La vittoria dei greci, così tanto decantata e cercata, non ha niente di nobile, è anzi frutto di un inganno, una trappola, un cavallo contenente soldati che i troiani introducono nella cinta delle mura come tributo, per una sorta di religiosa pietà.
Di qui l’origine della vittoria, non dettata quindi dal valore, dal coraggio, dalla superiorità morale o etica, ma da qualcosa di empio, meschino, perfino crudele. Il dio dalla parte dei perdenti si prepara ad andarsene provando ripugnanza per i festeggiamenti dei vincitori, che si spartiscono donne indifese portandosi via oro e bottino e arrivando pure, massima empietà concepibile, a depredare gli altari grondanti di sangue.
Il dio sconfitto sottolinea che la guerra è un atto tristemente irreligioso, un delitto contro la gioia degli affetti, che separa figli e madri, mariti e spose, e crea solo orfani e vedove e non trionfanti vincitori. Tra le lacrime e i gemiti dei sopravvissuti si compie un ennesimo strazio, un ampliamento dell’empietà, la totale profanazione di ciò che è sacro, giusto, e inviolabile, la totale soppressione della dignità del vinto.
Atena, la dea vincitrice, dal canto suo non festeggia neanche essa, troppo occupata a rendere amaro il ritorno in patria dei greci da lei difesi, che oltraggiando con la violenza i suoi altari hanno commesso, oltre ad un atto irreligioso, l’abominio dell’irriconoscenza. “Devono imparare a onorare gli dei” argomenta pianificando i suoi propositi di vendetta.
Che l’arbitrio della violenza richieda una punizione è appunto essenziale compito degli dei e un giusto castigo è l’unico mezzo per ristabilire giustizia ed equità.
Euripide utilizza il coro come forza narrante e il personaggio di Ecuba è senz’altro il più umanamente riuscito ed emozionante. Tra tutte le prigioniere, madri, figlie, mogli, l’antica regina, ormai in catene e vestita di stracci, mostra in sé tutta la tragicità di quella realtà. Un tempo madre felice di figli valorosi e di figlie sagge, ora non può più opporsi al destino e può invocare solo la rassegnazione a sua difesa. E’ solo più una schiava, vecchia, destinata alla solitudine e, massima pena possibile, alla privazione della libertà.
“Stesa su un letto di pietra”, molto simile all’alveo di una tomba, non le è concesso che piangere e lamentarsi. Ma in lei qualcosa ancora vive, il suo antico spirito non è spento del tutto e nella sua debolezza trova ancora la forza di un moto di ribellione avversando l’odiosa moglie di Menelao, la bella Elena, causa, o più che altro pretesto, di quella guerra.
Il rancore di Ecuba per l’odiata spartana è privo di riscatto, irrazionale in un certo senso, in lei non c’è perdono. Ecuba identifica in Elena il nemico, la causa della sua desolazione, e questo odio senza perdono rende la sua disperazione inconsolabile.
Ecuba pur tuttavia resta regina, senza bisogno di corona guida e incoraggia le altre prigioniere, e la sua dignità di sovrana spodestata la innalza in una posizione addirittura superiore a quella precedente. La sua nuova grandezza si nutre unicamente della sua forza morale, e non più nello sfarzo delle vesti, nel suo matrimonio prestigioso, nel suo potere dato da uno scettro. La sua regalità è essenziale e assoluta e si identifica nella vera nobiltà e ne fa una figura più grande dei vincitori che si appresta a seguire in catene.

:: L’orologio americano di Arthur Miller a cura di Giulietta Iannone

8 giugno 2008 by

indexL’orologio americano è un dramma in due atti, con struttura frammentaria, di Arthur Miller.
Apparentemente murales sociale dell’America degli anni ’30, è in realtà una lunga riflessione socioeconomica sul periodo della Grande Depressione. Miller analizza il meccanismo economico legato al “trust” ovvero alla fiducia, piedi d’argilla su cui si poggia l’intera economia. Il tema principale della piece è la descrizione della fine dell’ “innocenza” dell’America (simboleggiata dal ragazzo che ruba la bicicletta al protagonista): la fine del sogno americano.
Tecnicamente è una aspra satira sull’ immaterialità del denaro, sulla spietatezza delle regole dell’economia e nello stesso tempo un’amara riflessione politica sull’inconciliabilità tra utopia e realtà.
Miller fa anche una lucida analisi dei rapporti umani, dei legami familiari che caratterizzano la civiltà contrapposti al materialismo sfrenato che porta alla barbarie. Interessante è la sua analisi sulle cause  della crisi del ’29 che per Miller sono da ricercare in primo luogo in una generalizzata crisi morale che in un secondo tempo si riflettè sia  sulla sfera politica e infine su quella economica. La sua visione del ruolo della guerra principalmente della  “Seconda Guerra Mondiale” è pessimista ed è vista come uno strumento “capitalistico” di riequilibramento del mercato.
La sovrapproduzione accompagnata da una scarsità di moneta, perchè sottratta dai grandi capitalisti per le loro speculazioni, fà si che i magazzini siano pieni di merci che la gente comune, non avendo più soldi, non può comprare. Il conseguente crollo dei prezzi diventa il sintomo allarmante della frattura del ciclo produttivo causato principalmente dalla gestione irrazionale del sistema creditizio da parte delle banche. La fiducia cessa e il crollo del sistema del trust porta a una svalutazione dei titoli azionari, al fallimento delle aziende, alla disoccupazione, e senza stipendi, non circolando moneta,  il sistema è destinato alla paralisi.
Gli interessi sul credito e sul debito principalmente sono per Miller il grande nemico. I grandi capitali non investiti che creano interessi da capogiro sono di per sè un atto economicamente immorale per Miller, e vengono utilizzati dalle banche per speculazioni selvagge su oro, petrolio, costruzioni edilizie. Inoltre i  profitti gonfiati della Borsa ovvero la discrepanza tra “valore reale” e “valore nominale” di un bene poi sono il germe del crollo di Wall Street. La Seconda Guerra Mondiale fu il tragico tentativo quindi di azzerare i debiti e i crediti per fare una sorta di tabula rasa sulle cui ceneri ricostruire l’economia.
Tema caro a Miller è il discorso sul  reddito: un reddito che non consente risparmio è un reddito sterile che incoraggia il risparmiatore a buttarsi nelle maglie dell’usura per qualsiasi spesa imprevista. Il sistema debitorio dei prestiti, negli anni ’30 frequente soprattutto tra i piccoli proprietari terrieri, cuore pulsante dell’America, per ammodernare le attrezzature agricole ed essere competitivi sul mercato, è da Miller equiparato a veri atti di pirateria da parte delle banche che alla minima rata di rimborso non pagata espropriavano le terre. Il sovraindebitamento delle famiglie portò alla tragica crisi agraria che minò la produzione degli stessi beni di sussitenza ovvero i generi di prima necessità e la fame di milioni di persone fu la conseguenza più drammatica .
Le campagne si spopolarono e la gente si riversò nelle città causandone il crollo. Miller contrappone l’etica del “valore” all’etica del “profitto” e vede nella folla dei disoccuapati, nei negozi vuoti, nella gente buttata in strada con materassi, pentole e tegami, la conseguenza ovvia di tutti gli errori economici commessi. I ricchi divennero sempre più ricchi, facendo affari favolosi per quattro soldi, mentre le classi medie che sopravvivevano unicamente con il lavoro furono rovinate e messe sul lastrico.
Miller sostiene che il boom degli anni ’20 fu una gigantesca truffa organizzata dai grandi capitalisti per moltiplicare le loro ricchezze rapinando la gente. Gli avidi affaristi senza scrupoli furono i reali operatori che portarono al crollo dei mercati utilizzando le leggi liberiste del mercato al di là dell’etica del progresso comune e perseguendo utilisticamente  l’arricchimento personale.
Per quanto possa sembrare strano la religione non è esente da responsabilità in questo campo. L’etica protestante della ricchezza come segno della grazia divina e della predestinazione alla salvezza ha un ruolo fondamentale nell’incrementare la concentrazione dei capitali e fomenta l’antisemitismo poichè si contrappone all’etica ebraica che vede, ispirandosi a Quolet, con pessimismo il denaro e la ricchezza (frutto quasi sempre di ingiustizia e idolatria). Chi è veramente onesto difficilmente diventa ricco.
Queste due forze antitetiche serpeggiano segretamente nel mondo americano e fanno sì che si contrappongano capitalismo e socialismo, la destra e la sinistra, i democratici e i repubblicani, i ricchi e i poveri, la corrente di pensiero di stampo protestante e quella di stampo ebraico. L’etica ebraica vede nel denaro un bene/male per la sopravvivenza della comunità; una quantificazine di un concetto astratto che incarna tutti gli idoli ovvero ciò che si adora pur non esistendo. L’etica protestante dal canto suo, base del sistema democratico americano, esalta invece della comunità  l’individuo, la libertà.
Se la libertà non è bilanciata dalla giustizia sociale ben presto qualsiasi economia crolla“. Questa è la lezione che Miller impara dalla crisi del ’29. L’unico rimedio che può esistere è la forza della speranza ovvero la convinzione che la crisi avrà un termine, che in fondo al tunnel c’è sempre una luce.
La forza del sogno è per Miller una forza reale, che sostiene la gente “anima dell’America”. Il titolo, l’orologio americano, si riferisce al tempo e al grido silenzioso delle folle disperate, “fino a quando sopporteremo tutto questo?”
Chiude Robertson con la domanda: potrebbe succedere ancora un ’29? Miller non è consolante, nè consolatorio, e per lui la stupidità umana è senza limiti quindi non ritiene che la lezione serva di esempio alle nuove generazioni anche se con tutto se stesso spera che ciò non debba ripetersi di nuovo. Quando gli chiedono se fu Roosvelt e il “New Deal “a salvare l’ America, Miller scuote il capo e ricorda che fu la “fede” nel domani degli Americani a salvarli.
A questo punto sulla scena cade il buio e si chiude il sipario.

Source: libro preso in biblioteca.

:: Intervista a Michelle Nouri, di Lorenzo Mazzoni

19 Maggio 2008 by

Ci parli un po’ del suo libro, La ragazza di Baghdad

Il mio libro è un autobiografia che narra la mia infanzia in Iraq e nella ex Cecoslovacchia comunista…  Racconta di come si sono conosciuti i miei genitori (padre irachèno e madre dell’ attuale Repubblica Ceca) così diversi fra di loro, sia dal punto di vista somatico che culturale e religioso. Ma l’amore con la A maiuscola sembrava sconfiggere queste differenze. Per qualche anno almeno. Finché al situazione non è precipitata… l’odio che provava la famiglia di mio padre nei confronti di mia madre ( straniera ), ha preso il sopravvento ed è stato la causa della loro separazione. La ragazza di Baghdad narra anche l’epoca di Saddam degli anni ottanta, la lunga guerra con l’Iran, la vita sociale degli irachèni ecc.

Un’opera fortemente autobiografica, ma che analizza un problema molto ampio: quello dei rapporti fra due culture. Pensa che la narrativa contemporanea si occupi in modo ampio di questa problematica?

Recentemente sì. Forse perché negli ultimi anni sono riaffiorati queste problematiche legate al oddio razziale e religioso, causati spesso da conflitti e sete di potere. Credo sia fondamentale illustrare attraverso i libri o i documentari come vivono le altre popolazione nel mondo. Questo sistema non guarirà l’ostilità che si sta sempre più creando fra le varie culture e religioni ( spesso volute e mirate ) ma per lo meno può aiutare a riflettere e a comprendere la varie ragione e le loro problematiche. Questo è uno dei motivi per i quali ho deciso di scrivere La ragazza di Baghdad. Attraverso il mio percorso personale, e al costo di raccontare situazioni intime e riservate della mia famiglia, ho voluto in qualche modo contribuire a fare conoscere un mondo – cioè quello irachèno – quasi semi sconosciuto all’opinione pubblica italiana. Uno spaccato di storia ma anche il modo di vivere e di pensare dei vari componenti della famiglia di mio padre.

Negli ultimi anni sono state stampate diverse autobiografie scritte con magistrale piglio narrativo, penso soprattutto ai bellissimi Shantaram di Gregory David Roberts e a Il forziere di Zanzibar di Aidan Hartley. Pensa che quello della biografia sia un canale intelligente e innovativo per dire qualcosa al lettore?

Direi proprio di sì. Anzi, ne sono convinta. Shantaram è un libro fantastico. È pieno di emozioni e allo stesso tempo racconta l’India, specialmente Bombay in tutte le sue sfaccettature. Fa’ riflettere sulla povertà delle persone che la abitano e sul forte senso della loro immensa umanità. Ho tanto amato il personaggio di Prabaker.  Inoltre adoro il popolo indiano. Hanno dignità nonostante la povertà.  513C39TKTSLPrediligo le autobiografie perche’ mi piace leggere storie e fatti realmente accaduti di persone realmente esistite.

Lo scambio culturale a livello letterario e personale con Paesi non occidentali, è molto difficile. Pensa ci possano essere dei canali che indirizzino i lettori italiani verso letterature diverse da quella nazionale e soprattutto da quella di stampo americano?

Certamente. Il problema è uno. I libri di autori italiani di rado arrivano all’estero. Sono forse un po’ snobbati dalle case editrici estere. E questo mi dispiace. Mentre paradossalmente il contrario,  funziona. Tutto ciò che arriva dal estero, Stati Uniti o Inghilterra in Italia ha successo. Forse qui gioca un po’ una mancanza di fiducia in se stessi…

Nagib Mafhuz, Tahar Ben Jelloun, Tawfiq al-Hakim, ‘Ala al-Aswani, Yasmina Khadra (per citarne solo alcuni) sono grandissimi scrittori del mondo arabo che hanno avuto e hanno un certo seguito anche in Italia. Cosa pensa di questi autori? Delle tematiche che mettono in atto nei loro romanzi? C’è qualche autore del mondo arabo che ama particolarmente?

Ho avuto il piacere di incontrare Tahar Ben Jelloun. Ho realizzato un’intervista con lui. Beh, è un personaggio simpatico e disponibile. Mi era piaciuto il suo libro “Il razzismo raccontato a mia figlia”.  Tutti questi autori provenienti dal mondo arabo, cercano di dare un contributo alla società italiana o quella che sia. Ognuno a modo suo.  Riescono a cogliere le esigenze dei lettori ed indovinare gli argomenti da trattare. Li ammiro tutti.

Yasmina Khadra ha scritto due anni fa un libro bellissimo. Le sirene di Baghdad. in cui riesce, a mio parere, a raccontare la tragedia dell’Iraq attuale senza cadere in preconcetti o in inutili patetismi. Ha letto il libro? Pensa che Khadra sia riuscito a rappresentare in modo sufficientemente obiettivo il suo Paese e la situazione che sta vivendo?

Sono desolata ma non ho avuto il piacere di leggerlo.

Sua madre viene da Praga e suo padre da Baghdad: cosa le ha dato, a livello letterario, questa interculturalità?

Tantissimo. Riesco a vedere le cose in maniera più obbiettiva e senza preconcetti. Capisco entrambe le culture e le loro radici e motivazioni, a volte.  Mi sento una persona fortunata ad averle ereditati entrambe. Qualche volta però mi sento smarrita. Sento un senso di non appartenenza.

Cosa pensa del giornalismo italiano ed europeo? Qual’è la sua impressione sul come vengono date le notizie su realtà altre, fra cui l’Iraq ma anche altri Paesi che appartengono al mondo arabo?

Credo che quella che dovrebbe essere la libertà di espressione a volte viene soffocata. Non tutti i media riescono ad essere obbiettivi e imparziali. La stampa italiana ad esempio è un po’ influenzata dal proprio editore. Seguono una linea che ritengono sia giusta. La stessa cosa vale anche per la stampa estera. Ma la realtà è spesso diversa da come viene presentata ai lettori.

Lei è cresciuta nella Baghdad degli anni Settanta la Baghdad della sua infanzia oramai non c’è più,  ricca, cosmopolita, moderna, pensa che in futuro tornerà così?

E’ un’ utopia. Purtroppo. Baghdad non ritornerà mai quella che era una volta. La spaccatura interna fra la popolazione è talmente profonda, l’odio è talmente viscerale che è difficile da ricomporre. Indipendentemente da chi la governa. Questo è un mio grande rammarico. Per quanto la possano ricostruire, ridare la libertà di espressione e di movimento alla gente, oramai è un terra che è stata ferita nel profondo del suo animo. A volte di fronte ad una situazione del genere, ci si sente davvero impotenti.

Qual è il più importante scrittore iracheno? C’è una rinascita culturale irachena?

Non ne conosco. Ma Jounes Taufìk, che ora vive a Torino, è un buon scrittore irachèno a mio avviso.

I giovani come stanno agendo nel processo di ricostruzione del paese, c’è determinazione, collaborazione, un impegno condiviso? Collaborano con giovani di altri paesi?

Si, la voglia sicuramente c’è. Ma sono giovani che hanno sofferto tanto e sono un po’ disillusi nei confronti della vita. Sono però anche il futuro del nuovo Iraq. La stessa sensazione la provano anche i giovani del Libano. Assistono alla distruzione della loro nazione da anni, e sanno che è una situazione che loro stessi non possono controllare. Mi dicono sempre : “ God bless this Country  “. Dio benedica la nostra terra.

La percezione che l’occidente ha del mondo musulmano pensa sia corretta, quali sono gli errori più frequenti?

Non è corretta naturalmente. Ma alcuni leader musulmani hanno interesse di fare apparire il mondo musulmano in questo modo. E’ l’occidente non fa’ nulla purché questa situazione cambi.

La società irachena era fortemente matriarcale, nei suoi racconti ci sono madri, sorelle, mogli, nonne, zie, donne forti e punti di riferimento all’interno delle famiglie; ha trovato più maschilismo in occidente?

Paradossalmente, sì.  Al incontrario di quello che si possa pensare, in Iraq a comandare erano sempre le donne. Astute e determinate. Mentre ho riscontrato molto maschilismo in Italia. Buffo, no ? in teoria l’Italia è un Paese aperto e libero. Ma solo in teoria.

Esiste una sorta di femminismo musulmano?

Esiste un fondamentalismo femminile.  Si. Questo però avviene nei Paesi dove domina una forte etica religiosa. Ma di fondo ha a che fare con la propria cultura. Come sempre.

Il conflitto tra sciiti e sunniti non pensa che sia una questione interna? Gli occidentali secondo lei capiscano realmente il problema e negli equilibri dei rapporti tra clan, pensa agiscano correttamente ?

Il conflitto negli anni ottanta o comunque durante l’epoca di Saddam non è mai esistito. Il fatto di essere sciita o sunnita non faceva alcuna differenza. E’ una problematica che si era sviluppata negli ultimi anni. Chissà il perché ?… forse un Paese unito è meno facile da controllare che un Paese diviso. Sarà…

 

:: Lorenzo Mazzoni intervista Lorenzo Mazzoni

3 Maggio 2008 by

Prima di iniziare volevo dirti che… posso darti del tu?

certo.

Che casa tua assomiglia incredibilmente alla mia.

anche tu hai i muri colorati e la terrazza con vista sugli orti e sul murales di Rousseau?

Sì, ed ho perfino gli stessi dischi.

Non ci credo… anche Doughnut in Granny’s Greenhouse di The Bonzo Dog Doo Dah Band?

Sì.

Andremo d’accordo noi due, vai con le domande.

E’ uscito da qualche settimana il tuo ultimo romanzo, Le acrobazie mentali di Ivan Mostarda (Robin Edizioni), hai voglia di parlarmene?

Non troppa, basta che ti connetti al sito della casa editrice e puoi leggere la sinossi. Comunque dato che anche tu possiedi Doughnut in Granny’s Greenhouse, farò uno sforzo. Ivan Mostarda è un caleidoscopio. Un viaggio, in tutti i sensi. Se vuoi, un libro d’avventura classico con elementi surrealisti… per dirla semplice: ‘Un musicista di strada che suona pentole capovolte con bacchette cinesi, una ragazza dalle gambe perfette e dagli occhi grandissimi, un mercenario che scompare e riappare, un clochard che indossa un saio da penitente e che studia iscrizioni runiche, uno spregiudicato affarista egiziano, un albergatore turco che parla con la foto di Atatürk, una ricca occidentale che continua a mangiare senza sosta dal giorno del suo matrimonio. Sono solo alcuni dei personaggi che animano questo rocambolesco e surreale romanzo. Libro d’avventura, d’amore e d’amicizia, Le acrobazie mentali di Ivan Mostarda si sviluppa come un caleidoscopio coloratissimo: vichinghi, buskers, giornalisti falliti, chiromanti, la Monna Lisa, kamikaze improvvisati. Fra l’Emilia, Parigi, Istanbul, le coste del mar Rosso e la Maremma, una storia appassionante, allegra e commovente sulle tappe della vita.’… ho letto la sinossi… beh, sì, il libro parla essenzialmente di questo.

Lorenzo Mazzoni[1].3Verso la fine del libro c’è una specie di monologo che potrebbe essere letto come una glorificazione della figura del kamikaze, sei d’accordo? Volevi dare questo messaggio?

Glorificazione del kamikaze? Ma dai… davvero l’hai interpretata così? No, nessuna gloria, semplicemente la constatazione del perchè capitino certe cose. Ne glorificazione ne giustificazione, solo consapevolezza.

Ivan Mostarda è anche uno splendido omaggio a diversi luoghi. E’ frutto di esperienze personali?

Sì, Parigi e Istanbul, luoghi dove sono stato… in qualche modo anche Ferrara… suo malgrado.

Parliamo di Ferrara. Il romanzo che hai scritto illustrato dai disegni di Andrea Amaducci (Io ho un amico che si chiama Amaducci Andrea), Nero ferrarese (Edizioni La Carmelina) è arrivato alla ristampa in soli due mesi. Il genere noir funziona quindi.

Beh, non hai scoperto l’acqua calda… Nero ferrarese è andato in ristampa con una distribuzione locale (se escludi una o due librerie di Roma), non è stata una tiratura da milioni di copie, ma sì, sta andando benissimo Alla città piace quando si parla di lei, anche se viene dissacrata come abbiamo fatto io e Andrea. Nero ferrarese è un’interpretazione della città. Le istituzioni te la vogliono fare vedere ancora coi lustri degli Estensi e noi gliel’abbiamo fatta vedere attraverso gli occhi di uno sbirro anarchico, di vecchie che coltivano erba, con attentati, fascistelli e corse clandestine di auto. Ognuno vede la città come vuole e come sa fare e sognare.

Nei tuoi libri ricorrono diversi elementi: attentati, dissacrazione della pornografia, surrealismo, Storia. Sei d’accordo?

Ce ne sono anche molti altri: muse ispiratrici, comunismo, musica, erba, amicizia, amore, viaggi, divertimento, commozione…

Non te la stai tirando un po’ troppo?

Sì, forse sì.

Ost, il banchetto degli scarafaggi (Edizioni Melquìades) è un lavoro a cui sei particolarmente legato. Quali sono i motivi?

Perchè è marginale. Siamo seri, parlare della DDR, dei servizi segreti vietnamiti, di ex spie del patto di Varsavia e di un mondo che non esiste più è fuori moda, ammuffito, surreale. Un piccolo mondo antico pieno di piccole particolarità. E poi adoro le spy story, Graham Greene è geniale, immenso… Ost è un po’ un tributo a quel filone letterario.

A me piace uno con un nome simile, Greene Graham. Come sta andando Il requiem di Valle Secca (Tracce), il tuo primo romanzo?

Piccolo caro Requiem… bene, è andato bene… c’è bisogno di fiabe ecologiche di questi tempi, e anche di lieto fine… il mio primo romanzo ha queste caratteristiche. Spero… credo. In ogni modo preferisco definirla fiaba ecologica piuttosto che cyberpunk come è stato sempre etichettato in questi due anni. Ancora oggi non ho capito cosa sia il cyberpunk.

Il_Sole_sorge_sul_VietnamNon posso aiutarti, non lo so nemmeno io… stai scrivendo?

Scrivo continuamente, altrimenti muoio, mi appassisco. Mi tengo libero. Sto scrivendo una storia d’amore e nel mentre aspetto un responso per quattro inediti, due miei, uno scritto a quattro mani con l’amico Enrico Astolfi e uno a otto mani con il collettivo Alba Cienfuegos.

Bene, mi piacciono i ragazzi che si danno da fare… cosa ne pensi del panorama letterario italiano?

Credo ci sia la brutta abitudine a persistere con i soliti autori triti e ritriti e, soprattutto, la brutta abitudine di investire sui giovani (quando si investe) che non hanno molto da dire oltre a quante eiaculazioni hanno avuto o com’è stato ostico sballarsi al rave… insomma gli editori abituano il pubblico ad una serie di storielle che vanno dal patetico bisogno di parlare di sé alla morbosità di un’erezione e di un tacco a spillo sulle palle… è un po’ triste. La cultura in Italia sta rimpicciolendosi, è sotto assedio, ma i comandanti invece di farci resistere con dignità preferiscono darci in pasto al nemico a suon di buffonate e libri per la maggior parte scadenti.

Vuoi fare un esempio?

No. Chi vuol intendere intenda. Non voglio fare di tutta un’erba un fascio, Ci sono moltissimi scrittori semi sconosciuti o sconosciuti che scrivono benissimo, ed è questo il problema. I creativi, i fantasiosi, chi riesce ad andare un po’ più in là delle sciocche storielle autobiografiche, generalmente esce con piccoli editori, spesso bravi editori, ma che vengono schiacciati dai grandi generali e spesso i generali non hanno molta fantasia a scegliere i propri uomini… è un giro vizioso, ma si resiste.

Ti sento combattivo.

Ci provo, se non combatto mi sparo.

Problema di soldi? Se vuoi posso darti una mano.

Lascia perdere.

Ok. come non detto. Tornando al discorso della “resistenza”… beh, c’è qualche tecnica per resistere? Pensi ci sarà una vittoria finale di quelli che tu definisci gli assediati?

Nella realtà il primo mondo vince sempre. Il primo mondo, nel mondo della cultura, è rappresentato da tutti quegli omini pavidi che hanno il potere di decidere i gusti narrativi del lettore. L’unica tecnica è quella di rendere migliore possibile il nostro mondo dei sogni. Io credo che sia un dovere di ogni scrittore quello di dare ai propri lettori, se anche fossero solo due, il meglio del proprio mondo mentale. La tecnica è dargli narrativa popolare che io definisco di qualità, rispetto alle storielle autobiografiche di cui parlavo prima o a romanzetti fatti in serie buoni solo per l’attesa dal dottore. Resistere è dargli qualcosa che tutti possano leggere, senza sforzo ma mettendogli dentro la storia, le annotazioni, la geografia, luoghi sognati e luoghi reali. Se mentre lo fai sogni, allora devi essere in grado di far sognare anche i tuoi lettori.

Sembra una missione.

Sembra di fare la Rivoluzione d’Ottobre. Ma senza tutta questa contorsione di parole ticchettate su tasti, libri studiati, frasi strampalate, veglie, ore a fissare un muro, lettere scarabocchiate su vecchi quaderni, sarei morto da un pezzo.

… Senti, prima di andare, hai mica un po’ di tabacco da offrirmi?

Tieni.

grazie… aloha.

aloha e prego.

Me ne vado mentre nella stanza risuona il delirante intro di I’m The Urban Spaceman, primo brano di Doughnut in Granny’s Greenhouse di The Bonzo Dog Doo Dah Band.

:: Intervista a Silvia Iannello

22 aprile 2008 by

Silvia Iannello è nata a Catania nel 1948. Ha fatto studi classici, è specializzata in Ematologia e in Diabetologia, ed è ricercatrice universitaria, ora in pensione, di Medicina Interna presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università di Catania. Ha pubblicato numerosi articoli scientifici ed è coautrice di libri di argomento diabetologico. Nel 2004 ha scritto un’ampia monografia in lingua inglese sulla rara sindrome di Guillain-Barre per la casa editrice americana NOVA Publishers di New York, che è stato un “bestseller”. Per i suoi meriti scientifici la sua biografia è stata inclusa nel “Who’s Who in the World” (USA) e nell’“Outstanding People of the 20th Century” (Cambridge, England). Ha ricevuto, inoltre, diversi riconoscimenti internazionali. Negli ultimi anni, si è dedicata a lavori di carattere letterario, scrivendo articoli di critica per la pagina culturale del quotidiano catanese “La Sicilia” e per il portale di letteratura “www.zam.it”. Nel 2007 ha pubblicato con la casa editrice Mursia (Milano) “Cani scritti”, che raccoglie i brani letterari più significativi dedicati al cane nella letteratura antica e moderna e che include anche dei commenti lievi e scherzosi. Il sito dell’autrice: qui

Silvia, lei è siciliana, quanto la terra di Sicilia si riflette nei suoi scritti? 

Sono siciliana e amo moltissimo la Sicilia. Al momento, ho sottoposto a un editore il mio secondo libro, una selezione antologica illustrata, che si avvale delle straordinarie parole del romanzo “I Malavoglia” di Giovanni Verga e delle fotografie dell’ambiente nel quale lo scrittore ha fatto vivere il suo sconsolato mondo immaginario e le sue umili creature; il tutto corredato da commenti e notizie di folclore e storia siciliana, più tanto altro ancora. Poiché ho una figlia che insegna in Inghilterra a Coventry e che ha sposato un ragazzo che insegna Statistica a Oxford, da qualche anno passo molto tempo in Inghilterra e ho iniziato a conoscerla e amarla, oltre che ad apprezzarne la grande letteratura.

Come è nato in lei l’amore per la letteratura, leggeva già negli anni giovanili o è stata una scoperta recente?

Ho sempre letto tantissimo, sin dall’età infantile. La mia cara mamma aveva una ricca biblioteca e ho letto veramente di tutto: dalle storie di Delly, ai libri di Salgari, ai gialli di Agata Christie e di Simenon, e ai romanzi dei maestri del passato che ho adorato. Mi rattrista che questi grandi della letteratura siano oggi così trascurati, perché ritengo che la lettura dei loro romanzi eterni abbia un potere enorme nella formazione degli uomini e nella protezione delle loro eredità culturali. Virginia Woolf (grande critica e scrittrice inglese, i cui saggi sono appassionanti alla stregua di romanzi) ha osservato giustamente: «…un libro dobbiamo leggerlo come se fosse l’ultimo volume di una serie molto lunga… Perché i libri sono la continuazione l’uno dell’altro, nonostante la nostra abitudine a giudicarli separatamente». Ciò significa che chi non conosce i classici ha inevitabilmente una cultura monca. Proprio per questo, con i miei articoli – nell’ambito di un intento anche didattico, divenuto oramai una mia forma mentis – ho sempre tentato di risvegliare l’interesse del pubblico giovanile per i grandi autori caduti nel dimenticatoio.

copt13Lei essenzialmente è una scienziata, utilizza il metodo scientifico anche per la critica di testi letterari?

Nella mia antologia commentata “Cani scritti”, ho tentato di affrontare in maniera lieve degli argomenti difficili, usando anche quello sguardo scientifico di medico e ricercatore universitario al quale sono abituata. D’altra parte, tra la ricerca scientifica e la critica letteraria esistono molti punti in comune: entrambe cercano di riportare alla superficie delle verità nascoste. Jean Starobinski, filosofo e grande critico letterario ginevrino, uno degli ultimi umanisti e il padre della “nouvelle critique”, – guarda caso – ha sia una laurea in lettere che una in medicina, e nel metodo critico mescola gli strumenti dell’arte, della musica e della linguistica con quelli della scienza (compresa la medicina). Tra l’altro, la mia posizione nella critica letteraria è umile e modesta, consistendo nel condividere le impressioni comuni, da lettrice entusiasta che parla ad altri lettori, al di fuori dei paludamenti eruditi dell’accademia. La mancanza di una sovrastruttura culturale non è poi un male, perché impedisce gli eccessi del critico di professione (che spesso liquida impietosamente tutto ciò che non ama o non gli piace) e perché consente forse un giudizio individuale più indipendente.

C’è creatività nella stesura di testi scientifici o più che altro domina il rigore scientifico e la meticolosità?

C’è grande creatività sia nella ricerca scientifica che nella stesura degli articoli scientifici, come c’è meticolosità e rigore scientifico nella scrittura letteraria. Senza il mio ricco background di articoli e libri scientifici, non avrei sviluppato certamente una certa abilità critico-letteraria che consiste anche, tra l’altro, nel dominare una grande quantità di fonti e documenti. Fermata da un grave problema di salute, ho ritrovato una sorta di rinascita nella letteratura e nella scrittura; viceversa, ho sviluppato una sorta di ripulsa totale per tutto ciò che riguarda la Medicina, l’Ospedale e l’Università.

Trova difficoltà a scrivere in inglese?

Per la scrittura dei miei articoli scientifici in inglese, ho avuto poche difficoltà perché ho sempre scritto per riviste straniere (le sole considerate degne di attenzione in ambito scientifico) e perché ho usato un linguaggio elementare ricco di termini medici familiari. Avrei, invece, delle serie difficoltà nella stesura inglese di un testo letterario!

Coca cola no, me ne parli.

Sono contenta di questa domanda perché mi consente di chiarire un importante equivoco. Non è mio, purtroppo, il fortunato libro “Coca Cola no”, che è invece il frutto di un’esperta d’Economia, mia omonima. Purtroppo BOL e IBS attribuiscono i due libri “Cani scritti” e “Coca Cola no” a un’unica persona. E il danno credo sia tutto per la ben più nota economista Silvia Iannello!

Quali libri preferisce di Thomas Hardy, in che modo il suo stile o le sue tematiche l’hanno influenzata? copj13

Di Hardy ho letto “Via dalla pazza folla”, ispirato alla durezza del lavoro agricolo e al mito ideale della vita agreste che accompagnò lo scrittore durante tutta la vita. Ho letto anche “Tess dei d’Ubervilles” e “Giuda l’oscuro”, testi tremendi perché nutriti di un senso sconfortato della vita e segnati drammaticamente dalla fatalità del Destino e dalla furia cieca delle passioni. Trovo, però, molto attuale l’eterna aspirazione dei suoi umili protagonisti a una impossibile elevazione sociale, in balia del contrasto tra Bene e Male e del conflitto tra la vita desiderata (alta e spirituale) e quella reale (squallida e orrenda) a cui li costringe il fato. L’opera di Thomas Hardy rivela i sentimenti di un uomo deluso e scoraggiato, che visse sulla sua pelle la crisi di vivere e scrivere a cavallo tra il tramonto del mondo vittoriano e l’alba del Modernismo del Novecento. Anche noi stiamo vivendo una forte crisi di fine e inizio secolo!

Camilleri GMi parli di Camilleri e del suo mondo, la realtà siciliana è davvero come lui la descrive?

Camilleri mi piace tanto per il suo strano dialetto siciliano, italianizzato e personalizzato, che rappresenta nello stanco panorama italiano un’originale innovazione linguistica. Debbo, però, ricordare che qualcosa di simile esisteva già in Verga, che a un certo punto della sua carriera letteraria rimise indietro l’orologio e si riaffacciò al primitivo mondo isolano dell’infanzia, divenendo – come scrisse egli stesso – «un narratore popolare… camaleontico… che assume di volta in volta la maschera di tutti coloro che entrano in scena… e si identifica coi loro pregiudizi e le loro credenze». Egli riuscì a ricreare con successo il primitivo linguaggio degli umili. In un’intervista, Andrea Camilleri ha detto che per lui l’italiano è la lingua della ragione mentre il dialetto è la lingua del cuore; credo che sia così anche per me. La sua realtà siciliana consiste soprattutto nei suoni dialettali straordinari che riempiono i suoi racconti e che stranamente piacciono tanto anche Nord dell’Italia e all’estero! Mi chiedo, con stupita curiosità, in che modo i diversi traduttori riescano a rendere il tipico dialetto siciliano in una lingua straniera. Credo che, purtroppo, a Camilleri abbia nociuto il grande successo editoriale che ne ha fatto un autore di consumo e che ha spinto i critici a considerarlo poco: da sempre, essi credono che il successo di massa non possa coniugarsi con la qualità letteraria.

Il ruolo della letteratura femminile dell’Ottocento, pensa che autrici come Grazia Deledda abbiano fatto molto per l’emancipazione femminile in Italia?deledda

Grazia Deledda è il simbolo della condizione della donna italiana (o meglio isolana) di fine Ottocento. Era nata, infatti, in una Sardegna arretrata ma da un padre commerciante e piccolo proprietario terriero, colto e interessato alla cultura; nonostante tutto ciò, Grazia visse un grande isolamento culturale, riuscendo a completare soltanto gli studi elementari, in obbedienza alle regole del tempo in base alle quali i figli maschi studiavano mentre le figlie femmine si preparavano per un buon matrimonio. Grazia contrastò questi pregiudizi maschilisti con forza di volontà, coraggio e perseveranza, combattendo la sua estrema timidezza e coltivando il suo italiano letterario per quello che avvertiva come un destino ineluttabile: la scrittura. In famiglia fu malvista a causa della sua attività letteraria che aveva suscitato lo scandalo nel chiuso mondo provinciale sardo. Da autodidatta lesse di tutto con voracità, sviluppando una lenta e goffa maturazione intellettuale e costruendo la propria carriera culturale su basi inesistenti. Per sua fortuna, nel 1900, mentre si trovava a Cagliari, non più giovanissima, Grazia conobbe e sposò l’impiegato statale Palmiro Madesani (che fu un marito moderno e illuminato), trasferendosi a Roma dove risiederà per il resto della vita. Questo matrimonio le consentì di uscire finalmente dal culturalismo regionale sardo – da quella romantica sardità che era sì una ricchezza ma anche un limite – e di aprirsi a una letteratura più ricca e più colta. Conquistando fama mondiale e il Nobel per la letteratura nel 1926, la Deledda ci ha dato la dimostrazione di come (nonostante una certa incultura di base) il talento, la tenacia e il carattere – e che carattere! – possono essere in grado di superare tutti i più arcaici pregiudizi e le più bieche convenzioni di provincia.

Il romanzo poliziesco nasce come una costola del romanzo d’appendice dell’ottocento; in un suo articolo lo fa risalire allo scrittore statunitense Edgar Allan Poe che scrisse il primo racconto giallo della letteratura “Il manoscritto in una bottiglia”. Pensa che Poe fosse più dotato come poeta o come narratore?

Trovo che Edgar Allan Poe sia uno scrittore grandissimo sia per la “Storia di Arthur Gordon Pym” che si riallaccia alla tradizione anglosassone del viaggio, sia per i suoi racconti (la storia breve era quella che più amava per la concisa brevità), tutti ispirati alla tradizione popolare del romanzo “Gotico”, che seppe riempire di temi fantastici e bizzarri, di terrore e tormento, di orrore e soprannaturale. Del Poe poeta, conosco poco ma ricordo la bellissima popolare poesia “Annabel Lee”, che rappresenta in modo autobiografico il dramma personale dell’autore (quello della giovane moglie morta di tisi prematuramente). In questa poesia, scritta nel 1849 e pubblicata proprio due giorni dopo il tragico decesso del suo autore, nella forma narrativa di una filastrocca infantile, il poeta pieno di rabbia piange la morte dell’amatissima sposa e canta il ricordo imperituro di questo amore immortale, e senza riuscire ad accettare la separazione, al di là della morte (contro gli angeli e contro i démoni), trasforma la tomba in letto nuziale cercando di raggiungere nella morte l’“amante perduta”.

jane_austen_1Jane Austen una delle più grandi scrittrici europee di tutti i tempi, piena di buon senso, humour inglese e amore per l’indipendenza, “Orgoglio e pregiudizio” che emozioni le ha dato? La sua Elizabeth Bennet in un certo senso è un antesignana di tutte le eroine della narrativa moderna?

Da adolescente mi dilettavo nella lettura di Jane Austen, l’antesignana meno romantica e più nobile della letteratura rosa, e trovavo deliziosi i suoi testi (ho tentato anche di leggere qualche suo romanzo in lingua originale, perché ha una prosa piuttosto semplice ed elementare). In un suo piccolo saggio su Jane Austen, Virginia Woolf riporta su Jane il giudizio di una contemporanea della scrittrice: «la più carina, la più sciocca  e più affettata farfalla in cerca di marito ch’io abbia mai conosciuta»; un’altra amica del suo tempo aveva scritto invece: «Un bello spirito, una disegnatrice di caratteri, che però non parla, è veramente qualcosa che fa paura!». Ci dice ancora la Woolf: «Incantevole ma perpendicolare, amata in casa sua ma temuta dagli estranei, viperina di lingua ma tenera di cuore… questa ragazza di quindici anni, seduta nel suo angoletto privato del salotto comune, non scriveva per far ridere il fratello e le sorelle, cioè per il consumo domestico. Scriveva per tutti, per nessuno, per la nostra epoca, per la sua… La ragazza di quindici anni ride, nel suo angoletto, di tutto il mondo… a quindici anni non si faceva molte illusioni sugli altri, e nessuna su se stessa.». Non si possono esprimere con parole più indovinate la personalità, la vita e l’infelicità di fondo di Jane Austen, e tutto ciò che ha scritto, compreso “Orgoglio e Pregiudizio”, privo di dramma ma avvincente e pieno di acre satira. Le eroine di Jane Austen, compresa Elizabeth Bennet, erano intelligenti, autoironiche e piuttosto indipendenti nel giudizio ma non erano molto moderne, perché erano ancora calate perfettamente nell’ambiente di fine Settecento, ricco di convenzioni che la Austen accettava (e in cui credeva), di pranzi, frivoli balli, e gite in campagna. Bisogna arrivare alla francese Emma Bovary e alla russa Anna Karenina per sentire il soffio della modernità, la crisi e il tormento della donna dell’Ottocento. E bisogna giungere, poi, sino all’americana Jo March, piena di fantasioso talento e di umoristico anticonformismo, in “Piccole donne”, per trovare – dietro l’apparenza di una sdolcinata saga familiare, grondante sentimenti piccolo-borghesi e intenti educativi – nuovi e più moderni comportamenti femminili.

Ritiene la letteratura rosa un genere minore? Perché secondo lei molte donne si vergognano di leggere libri rosa, pensano che sia un segno di debolezza mostrare i sentimenti, che ciò pregiudichi il loro ruolo di donne forti ed emancipate?

Ritengo che il romanzo rosa sia l’umile erede del “romanzo sentimentale”, relegato come genere in un ambito di sottocultura nonostante le vendite altissime in tutto il mondo (di ieri e di oggi). Le giovani donne si sono passati questi libri di generazione in generazione, spesso leggendoli di nascosto e vergognandosene nella consapevolezza di subire una nascosta manipolazione. E’ letteratura di donne per le donne, che si nutre di sogni e che sogni impossibili alimenta, riconoscendo nell’amore il problema femminile prevalente. Nessuna legittimazione è riconosciuta a questa letteratura considerata di serie B dalla critica letteraria; eppure, anche soltanto come fatto sociologico di costume e di consumo questa letteratura alternativa andrebbe valutata. I romanzi rosa, consolatori di una rassegnata situazione femminile, sono forieri di devastanti disillusioni col loro conformismo e le loro trame rigide e ripetitive. I personaggi sono creati su archetipi ormai superati: la protagonista, bella e pura (non sempre intelligente), che si realizza in un virtuoso e conveniente matrimonio; l’antagonista, bella e moderna ma considerata cattiva, che frappone mille ostacoli; l’eroe, prestante e altezzoso (lui sì, intelligente e realizzato) che è un uomo plasmato sul polveroso mito del superuomo dannunziano. Sono appena più moderne le storie di Maria Venturi e Sveva Casati Modignani, che hanno raccolto il testimone da Delly e Liala. Nonostante tutto, ritengo la letteratura rosa un genere degno di attenzione e utile, avendo il merito di avvicinare alla lettura anche un pubblico semplice (leggere è pur sempre un bene per lo sviluppo dei sentimenti umani). Nell’odierna cultura di massa, purtroppo, anche questa lettura è venuta meno, sostituita dalla visione dei “reality show” ove il modello proposto è altrettanto diseducativo: quello di una protagonista sempre molto bella ma non virtuosa né tanto meno intelligente o emancipata.

In suo articolo cita una poesia di Auden “Funeral blues”, citata nel film inglese “Quattro matrimoni e un funerale” del 1994 durante un’elegia funebre, cosa in questa poesia l’ ha più colpita? k8491

Omosessuale dichiarato, Auden – che sognava una stabilità amorosa impossibile e che ebbe due lunghe relazioni, che furono anche un «gioioso» sodalizio letterario – ha scritto una delle più belle e note poesie sulla fragilità della vita e dell’amore, “Funeral blues”, recitata appunto nel film inglese di Mike Newell durante l’elegia funebre di Charles per la morte dell’eccentrico compagno Gareth: «Fermate tutti gli orologi/isolate il telefono…/portate fuori il feretro…/Lui è morto…/Lui era il mio nord, il mio sud,/il mio est e ovest,/la mia settimana di lavoro/il mio riposo la domenica,/ il mio mezzodì, la mezzanotte,/la mia lingua, il mio canto./Pensavo che l’amore fosse eterno/e avevo torto./Non servono più le stelle,/spegnetele anche tutte, /imballate la luna,/smontate pure il sole…/perché ormai nulla può giovare». La trovo potente e tristissima!

Del gruppo Bloomsbury faceva anche parte lo scrittore Edward Morgan Forster, conosciuto per Casa Howard e Camera con vista, pensa che quella generazione di scrittori inglesi che risiedeva in Toscana e venerava l’arte abbia avuto una giusta visione dell’Italia?

Nella metà dell’Ottocento, Firenze ospitava una vivace e colta comunità anglo-americana, costituita da artisti e letterati che preferivano Firenze a Roma, al tempo infestata dalla malaria e quindi malsana. Molti furono, per esempio, gli intellettuali che gravitarono nella cerchia formatasi attorno ai due poeti vittoriani di successo Robert Browning ed Elizabeth Barrett, tra i quali ricordiamo William Thackeray, Nathaniel Hawthorne, Henry James, e più tardi Edward Forster, i quali tutti s’ispirarono agli stupendi panorami di Firenze. Colpiti dal “virus toscano”, vivevano l’Italia con una consapevolezza particolare e con un punto di vista liberale. A tutti loro dobbiamo il mito imperituro della Toscana, che ancora esiste forte e vivo nel cuore degli anglosassoni.

4560Nabokov autore di Lolita libro da cui fu tratto il film omonimo di Stanley Kubrick sceneggiato dallo stesso Nabokov con James Mason e Sue Lyon pensa sia uno scrittore onesto con i suoi lettori?

In “Lolita” (pubblicato nel 1955 a Parigi per motivi di censura), Nabokov in modo disincantato demoliva miti e tabù sessuali americani con una storia di passione trasgressiva e quasi incestuosa, nella quale forse c’era qualcosa di autobiografico, perché anche lo scrittore (come il protagonista, il professore inglese Humbert Humbert in odore di pedofilia) fu sempre attratto dal «fascino elusivo… dalla grazia torbida» delle giovanissime. Nell’infelice Humbert, si nascondeva ovviamente il lato oscuro di Nabokov! Non so se egli sia stato uno scrittore onesto con i suoi lettori; certamente, era un individuo strambo, un nomade senza casa (visse per anni in albergo) e uno snob bizzarro, affetto da insonnia cronica, che si curava così poco del suo pubblico da dire: «Scrivo per piacere a un solo lettore: me stesso».

Edith Wharton autrice di romanzi come l’età dell’innocenza, i ragazzi, ha lasciato l’America e il suo perbenismo per trasferirsi in Francia. Il tema dell’esule è comune nella storia della letteratura, lo prenderebbe come spunto per la stesura di un suo romanzo?

Edith Warton fu un’altra americana affascinata dal vecchio mondo, e dal 1906 si trasferì a Parigi ove visse a lungo, ritornando in America soltanto eccezionalmente. Prima donna nella storia a vincere il Pulitzer, diede inizio alla denuncia dei ceti privilegiati americani di fine secolo e dei loro manierismi rituali, in quella New York che si avviava a divenire una grande e caotica metropoli e che vedeva nascere una nuova e spregiudicata élite economica, insopportabile e deprecabile come la precedente. Anche due grandi italiani hanno affrontato il tema dell’esilio: Verga e Pavese.0451527569.01 Alla fine de “I Malavoglia”, Aci Trezza assiste indifferente e impassibile alla  dolorosa partenza di ‘Ntoni che si allontana, sentendosi esiliato per sempre da quel porto di pace costituito dalla casa, dalla famiglia e dal paese. A proposito del concetto di “paese”, all’inizio del romanzo “La luna e i falò”, Pavese ha scritto: «Questo paese… ho creduto per molto tempo che fosse tutto il mondo… Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli…». E l’emigrato, andando via, spera di andare verso «un paese più bello e più ricco» e di placare «la rabbia di non essere nessuno» ma, quando finalmente ritorna, comprende che non appartiene più alla casa che ha lasciato perché l’altro mondo lo ha cambiato profondamente. Il tema dell’esule sarebbe certamente di grande interesse per la scrittura di un romanzo; purtroppo, io non ho sufficiente fantasia per scrivere un romanzo! Mi accontento quindi di analizzare e portare alla luce i segreti dei romanzi degli altri.

Nazim Hikmet  uno dei più amati poeti turchi maestro di una poesia lirica e struggente in cui l’amore per libertà e la lotta all’oppressione si traducono in termini semplici e di uso quotidiano. Pensa che la semplicità sia la dote più difficile da possedere per uno scrittore?

Hikmet ha scritto sempre e solo in turco perché voleva essere compreso dai suoi compatrioti; e la sua poesia è un elegiaco canto d’amore che racconta i suoi ideali, la terra natia, la patria adottiva, l’amore e il forte presentimento di morte. Per il poeta in carcere, l’amore è schiavitù e libertà, patria e nostalgia; e l’amore per l’amata è anche amore per il suo popolo («I tuoi occhi i tuoi occhi i tuoi occhi…/verrà un giorno, mia rosa, verrà un giorno/che gli uomini si guarderanno l’un l’altro/fraternamente/con i tuoi occhi, amor mio…». Ignorato dalla critica che egli stesso rifiutava, fu amato dai lettori ai quali gettò un ponte d’amicizia, usando i suoi versi semplici come un mezzo per ridare dignità al suo popolo oppresso. Poesie dLa sua semplicità è piena di fascino e lo scrivere semplicemente è una dote da coltivare, perché è la sola che consente di giungere al cuore dei lettori.

Ha un agente letterario? Per lei è un amico, solo una relazione professionale, o vi lega un rapporto amore-odio?

Non ho un agente letterario, perché penso di poter riuscire a gestire tutto da sola (ho un’esperienza più che trentennale di rapporti difficili con revisori implacabili ed editori di tutto il mondo).

Le piace la letteratura russa?

La adoro! Nutro un vero culto per Fiodor Dostoevskij, di cui ho amato “Umiliati e offesi” e “L’idiota”. I suoi grandi temi di pietà sociale, di forza e nobiltà d’animo, di grandezza del sacrificio, e di possibilità di redenzione hanno influenzato il mio sentire e il mio modo di vivere.

Cosa sta leggendo al momento?

Ho al momento nelle mani un ponderoso volume di quasi 700 pagine: “La saga dei Forsyte”, che include i tre romanzi in versione integrale di John Galsworthy, premio Nobel nel 1932, dedicati alla storia di tre generazioni di una rispettabile famiglia di stampo vittoriano che – raggiunta la ricchezza con gli affari – protegge la proprietà, il benessere e i privilegi con tenace senso di clan e con gelosa precauzione. La serie ha costituito l’alternativa inglese ai “Buddenbrooks” di Thomas Mann. Potrebbe sembrare un mattone, è invece una lettura di grande fascino e soddisfazione!

Legge i quotidiani ogni mattina, le piace il giornalismo?

Sono abbonata al mio quotidiano cittadino “La Sicilia”, e saltuariamente leggo “La Repubblica” e “L’Espresso”. Amo il giornalismo che mi ha permesso di dare una svolta alla mia vita, rendendola molto diversa ma intellettualmente più ricca e piena di soddisfazioni.

Quali sono le qualità tipiche di un buon scrittore?

Credo che sia una domanda difficilissima a cui sia impossibile rispondere, perché si tratta di un’alchimia complessa e imponderabile, che spesso sfugge al controllo dello stesso scrittore. Il buon scrittore dovrebbe avere un progetto narrativo interessante e saper mettere a contatto il lettore col mondo degli altri: raccontando la vita e le passioni, egli dovrebbe raccontare la nostra vita e le nostre passioni, abbracciando una moltitudine di sentimenti e rappresentandoli con sensibilità. Egli deve saper adoperare parole dense di significato e valenza universale e deve fare un uso esperto e sapiente di tutti gli strumenti letterari.

Ha relazioni d’amicizia con altri scrittori?

No, se si prescinde dai colleghi accademici, autori di libri scientifici. Ho conosciuto bene, però, un grande uomo, poeta-scrittore di altissimo livello, Antonio Corsaro: era un sacerdote ed è stato il mio professore di lettere al liceo (un liceo religioso femminile). Egli ha guidato noi allieve nel conoscere la letteratura moderna; ci ha portato alle mostre di pittura; ci ha condotto per mano al “Piccolo Teatro” di Catania (nella cui produzione era coinvolto), facendoci conoscere e capire, nei lontani anni ‘60, il quasi sconosciuto teatro d’avanguardia di Ionesco, Brecht, Beckett, Pinter, etc. Tra l’altro, egli ha anche celebrato il mio fortunatissimo matrimonio!

Quali sono i suoi scrittori preferiti?

Mi piacciono tutti i grandi classici, indistintamente; tra i più moderni, prediligo Virginia Woolf, Thornton Wilder, Thomas Mann, Hermann Hesse, Isabel Allende, Arundathi Roy, José Saramago, Gabriel Garcia Màrquez, e molti altri ancora.

Quale opera teatrale di Shakespeare preferisce?

Mi piace “Romeo e Giulietta”, così piena di quella passione che supera qualsiasi riserbo e ostacolo, che non consente a nulla e a nessuno di interferire, e che non teme neanche la morte. Mi piacciono però anche i suoi sonetti (li ho anche tradotti per una raccolta antologica in preparazione), che costituiscono senz’altro il più importante Canzoniere inglese vicino ai nostri gusti e alla nostra sensibilità; essi furono dedicati in parte a un “biondo amico (fair friend)” giovane e bello (probabilmente l’amico e mecenate conte di Southampton, e questo ha fatto nascere le voci di una presunta omosessualità di Shakespeare), e in parte a un’amica misteriosa e volubile, la “dama bruna (dark lady)”.

Quali consigli darebbe ad un giovane scrittore all’inizio della sua carriera?

Sono ancora troppo inesperta per dare consigli. Una cosa mi sembra però importante: l’autenticità, che è il solo ingrediente capace di conferire al testo il tono della verità. Molta letteratura italiana moderna ha una falsità di toni e un’artificiosità di costruzione che mi dà fastidio.

E’ stato difficile pubblicare il tuo primo libro di narrativa? Che differenza c’è tra l’editoria scientifica e l’editoria divulgativa?

Non è stato molto difficile, perché ho avuto la fortuna di intercettare una casa editrice seria e autorevole (la Mursia), che da anni è interessata al mondo canino con la serie di libri dedicata al cane “ArCANI”. Esistono comunque profonde differenze tra l’editoria scientifica e quella divulgativa. Nella prima, ci sono rispetto e considerazione per l’autore, che viene informato con sollecitudine quando la casa editrice ha ricevuto il manoscritto e quando è stata effettuata la valutazione; inoltre, l’intrusione nel testo è minima (si fidano dell’autore e a lui si affidano!) e i tempi di pubblicazione abbastanza brevi. Nell’editoria divulgativa, invece, l’autore è allo sbando e riceve qualche informazione soltanto in caso positivo, mentre un piccolo riscontro via e-mail con un piccolo formale testo precostituito non sarebbe poi tutta questa grande fatica e toglierebbe dall’ansia l’autore. Anche il rispetto per il testo è inferiore, per non parlare dei tempi di pubblicazione che sono molto più lunghi.

I suoi libri sono tradotti anche in altre lingue? Lo fa personalmente o si affianca a traduttori professionisti?

Ho pubblicato in lingua inglese soltanto i libri scientifici, che vengono scritti da me direttamente in inglese.

Cosa pensa del fenomeno dei ghost writers? Le è mai successo di sentirsi proporre di scrivere per conto d’altri?

Non ho nessuna esperienza in proposito ma in ambito universitario esiste l’abitudine inveterata di inserire il nome del figlio del barone universitario nei lavori degli altri: ci sono neolaureati figli di papà, che hanno centinaia di lavori scientifici di cui non sanno nulla. Mi sono sempre opposta a questa pratica indegna e immorale, pagandone lo scotto: sono stata nota e premiata all’estero, oscurata in Italia.

“Cani scritti”,  il migliore amico dell’uomo nelle più belle pagine della letteratura mondiale. La pet therapy trova impieghi mirati nella cura di diverse malattie, lei pensa che le malattie nascano prima nell’anima che nel corpo?

Le malattie psicosomatiche certamente nascono prima nell’anima che nel corpo. Le malattie organiche evolvono invece a prescindere dell’aspetto psicologico; le reazioni psichiche individuali possono però interferire sull’andamento dello stato patologico, attraverso un impegno più attivo nella lotta contro la malattia e attraverso un aumento dei poteri di difesa indotto da un atteggiamento di positività. La pet therapy oggi è considerata un buon ausilio nella cura di molte malattie dell’anziano, quali la depressione nervosa e l’ipertensione arteriosa (è stato dimostrato che carezzare un animale riduce i valori della pressione arteriosa).

:: Intervista a Manuela Mazzi

18 aprile 2008 by

Giornalista professionista e appassionata fotografa, ha scritto per più testate della stampa ticinese e ha collaborato con “Il Giornale” di Milano, come corrispondente dalla Svizzera di lingua italiana. Attualmente lavora nella redazione del settimanale d’approfondimento “Azione” e produce servizi fotografici e giornalistici anche come free lance. Il suo libro d’esordio è stato “L’angelo apprendista” (2005), quindi ha pubblicato “Un caffè a Kathmandu” (2006), mentre il suo ultimo prodotto editoriale è “Un gigolo in doppiopetto” (2007).

Com’è nato in te l’amore per la scrittura?

Non è l’amore per la scrittura ad essere nato in me, sono io ad essere nata con l’amore per la scrittura: fra diari, pensieri lasciati a mozzichi su foglietti, paginate di romanzi appena iniziati già da ragazzina, tanto per far ordine in storie quotidiane, fogli su fogli scribacchiati con appunti di riflessioni, che mi divertivo a trascrivere per organizzarle e trovare così una risposta a tante domande che mi ponevo da sola, ho decine di centimetri di carta scritta solo per l’amore che ho per la scrittura.

Giornalista professionista, viaggiatrice, fotografa, scrittrice come concili i tuoi molteplici interessi?

A dire il vero queste quattro attività sono molto legate l’una all’altra e quindi è molto facile conciliarle, anzi, sono convinta che l’una sia una condizione per far sopravvivere l’altra e viceversa. Il problema in questo caso, quindi, non sussiste, mentre è altrettanto vero che più aumenta la passione per il mio lavoro e più è difficile conciliare gli impegni con altri interessi. E in particolare mi riferisco a una passione sportiva che fino a una decina di anni fa si trovava al primo posto nella mia vita.

Raccontami dei tuoi studi di giornalismo, come hai iniziato, quali sono stati i tuoi maestri?

L’elenco di “studi e maestri” a un giornalista servono per fornire delle credenziali, giusto? Ebbene io non ho credenziali da vantare; sono una giornalista atipica, perché a differenza della maggior parte dei miei colleghi, e di certo a differenza di tutti i colleghi che conosco della mia generazione, sono riuscita – seppure attraverso una gavetta degna di questo nome – a guadagnarmi l’iscrizione nel registro professionale senza avere titoli di studio superiori, ma solo per determinate doti che i miei “maestri” mi hanno riconosciuto. Oggi ci sono molti laureati che finiscono a fare i giornalisti come attività di ripiego, spesso per il fatto che non riescono a trovare un’occupazione come professori; io invece ho lottato proprio per riuscire a ritagliarmi uno spazio in questo mondo che corrispondeva ai miei sogni.

Cosa ne pensi del giornalismo spettacolo che fa dei giornalisti delle star sul modello americano di intrattenimento?

Associo il giornalismo spettacolo da intrattenimento solo al gossip, quindi dovrei esprimere un giudizio su questa espressione giornalistica più che sulla tendenza televisiva. E a tal proposito mi sento di dire solo che non rientra nel mio genere preferito.

Hai fatto la gavetta per diventare giornalista: ricordi un episodio bizzarro?

Più che bizzarro ricordo un paio di episodi che da subito mi fecero capire che avevo scelto la mia strada. La prima riguarda il fatto che sin dall’inizio mi è capitato di trovarmi spesso nel posto giusto al momento giusto. Ad esempio la prima volta che misi piede in una redazione con un contratto (temporaneo ovviamente) mi sono ritrovata in mezzo a una bella emergenza: un’esondazione storica che ci costrinse per un paio di settimane a recarci in redazione con le barche, per riuscire a documentare quell’immensa ondata di notizie. Un’altra volta invece mi ritrovai, non ancora praticante, con un collega che invece praticante almeno lo era, di domenica, da soli a dover scrivere una pagina di cronaca locale e due pagine speciali per un omicidio avvenuto proprio nella nostra città. Finimmo di scrivere a mezzanotte e per la grande soddisfazione dalla nostra redazione ci recammo direttamente nella città in cui veniva stampato il giornale per poter assaporare il piacere di vedere il risultato del nostro faticoso lavoro direttamente dalle prime copie del quotidiano ancora fresco d’inchiostro. E il direttore che ci incontrò per i corridoi vedendo i “due di Locarno” prima di complimentarsi con noi ci disse: “A eccoli i due rintronati di Locarno. Guardate qui: avete scritto in un titolino Preventino invece di Preventivo…”. Ci rimanemmo malissimo, se non fosse che subito dopo stappò una bottiglia di spumante per festeggiare il bel servizio.

Consiglieresti a giovani italiani di trasferirsi nel Ticino?

Per farci un giretto turistico, certamente. Per cercare lavoro, oggi, no. Purtroppo dal 1995 ha preso il via un processo (legato anche alle questioni relative all’Europa Unita e quindi agli accordi bilaterali) che ha messo in ginocchio l’economia locale, in Ticino ancor di più che nel resto della Svizzera. Purtroppo molti non riescono a trovare lavoro. Tant’è che è aumentata la disoccupazione, e ancor di più sono cresciuti i casi sociali, ma soprattutto sono aumentati i disabili per problemi psichici intesi come depressioni per perdita di lavoro, fallimenti e situazioni economiche sempre più precarie. In altre parole presto, almeno nel nord d’Italia, si potrebbe assistere più probabilmente a un’inversione di tendenza: saremo noi, svizzeri, a diventare transfrontalieri e pendolari. D’altronde l’euro si è rafforzato molto e potrebbe diventare quindi interessante anche da un punto di vista salariale.

Sarai presente alla Fiera del Libro di Torino dal 8 al 12 maggio?

Mi piacerebbe farci un giro, quindi molto probabilmente sì. Mi sto organizzando per ritagliarmi una giornata intera per la trasferta.

Che libro stai leggendo al momento?

Libro? Ops, direi libri. Ecco l’elenco: “Elogio della disciplina” di Bernhard Bueb; “Lo hobbit” di John Tolkien; “Tutto Sherlock Holmes” di Arthur Conan Doyle; “Intelligenza sociale” di Daniel Goleman; “Don Chisciotte della Mancha” di Miguel de Cervantes; “La danza della realtà” di Alejandro Jodorowsky; un vecchio libretto di racconti di Luigi Pirandello, di cui in questo momento non ricordo il titolo, “El principe de la niebla” di Carlos Ruiz Zafon in spagnolo e… mi sembrano tutti, forse.

Quali sono i tuoi scrittori preferiti?

Non ho uno scrittore preferito. Mi piace variare, anche se delle predilezioni le ho: mi piacciono i classici, ma anche le storielle happy-end, amo i gialli, ma non sopporto quelli ad alta tensione (troppo sensibile, ahimé), non amo molto le biografie, mentre adoro i saggi a sfondo psicologico o filosofico. Non ho mai letto un vero fantasy (Lo Hobbit è il primo), ma adoro i libri d’avventura.

Cosa pensi del filone New Age?

In realtà non lo amo molto (anche se mi sono piaciuti ad esempio libri come “La profezia di Celestino” & Co). Ed è un fatto strano se si pensa che il mio primo libro (L’angelo apprendista) è stato etichettato proprio come “spirituale” e “new age”. Detto tra noi forse non è stato capito interamente. Ma non importa: una volta scritto e pubblicato, un libro diventa di proprietà dei lettori, quindi…

Parlami dell’associazione Apeiron.

È un’associazione non governativa che ho avuto modo di conoscere attraverso il suo fondatore, Sauro Somigli, maestro di karate che ho seguito anche in un’esperienza diretta come attivista in Nepal. È grazie a lui, e ad Apeiron, che ho avuto lo spunto di scrivere “Un caffè a Kathmandu”, di cui il 50% degli incassi dalle vendite viene devoluto proprio a favore dei progetti di Apeiron, che si occupa anche del recupero dei bambini di strada.

Sei stata in Nepal, che divario c’è tra il Nepal turistico e quello di tutti i giorni con la realtà dei bambini di strada?

Enorme. A volte mi sorprende chiacchierare con chi il Nepal l’ha conosciuto turisticamente. Anche perché in genere chi si reca a Kathmandu lo fa solo per pochi giorni, il tempo di organizzare la spedizione verso le vette: il Nepal qui, in Europa, infatti, è sinonimo di patria delle nevi eterne, aria pulita e acqua cristallina, che poco hanno da spartire con la povertà dei bambini di strada, l’inquinamento della città, la sporcizia e i pidocchi…

Fai ricerche sul campo? Come ti documenti per i tuoi libri?

Anzitutto dipende dal libro. Per il primo non ho dovuto fare nessuna ricerca. Per “Un caffè a Kathmandu” invece, come detto, ho avuto modo di toccare con mano quella realtà che ho poi descritto, sebbene nomi e termini locali sono stati attentamente ripresi da una carta geografica. Per “Un gigolo in doppiopetto”, invece, mi sono basata su un servizio giornalistico e quindi mi sono “documentata” attraverso interviste e dati statistici reali per descrivere il fenomeno: d’altronde prima di essere romanzo è un reportage narrativo. Ma se potessi avere a disposizione settimane di trenta giorni dedicherei molto più tempo per documentarmi: sono certa che il successo di alcuni scrittori si celi proprio dietro la possibilità di dedicare molti mesi a documentarsi prima di iniziare a scrivere… Un sogno che per ora non mi è possibile realizzare.

Hai lavorato come fotografa per la rivista “Il nostro paese” della Società ticinese per l’arte e la natura, com’è una redazione giornalistica dal suo interno?

Lavoro tuttora per questa rivista, ma solo come freelance, mentre l’esperienza in redazione l’ho maturata dalla gavetta fino ad oggi, che lavoro con contratto per il settimanale Azione: mi reco in redazione tre giorni alla settimana. Che dire? È decisamente più divertente fare la reporter in giro per il mondo. Tuttavia mi piace vivere questa professione a 360 gradi.

Hai partecipato al progetto “Un libro in aiuto” collana a scopo benefico della casa editrice romana Progetto Cultura 2003, che devolve parte dei proventi in beneficenza. Credi molto nell’editoria solidale?

Sì, ci credo molto. Credo che sia un buon mezzo per raccogliere fondi e credo che sia fondamentale per divulgare il messaggio per cui è importante contribuire attivamente a certi progetti. In altre parole credo che sia l’unico vero modo per ottenere una triplice azione: recupero di fondi, sensibilizzazione al problema, e la durata nel tempo di questi intenti.

Nel 2003, in un articolo comparso sul quotidiano “Il Giornale”, un giovane ex gigolo ticinese raccontò delle sue esperienze, ne hai fatto un libro di denuncia, come è stato scrivere un libro in cui i personaggi non erano di fantasia ma reali?

In questo caso specifico è stata un’operazione delicata perché non potevo discostarmi troppo dalla realtà, ma allo stesso tempo dovevo rendere i personaggi irriconoscibili per proteggere la loro identità che è rimasta anonima. Di proposito quindi ho evitato di caratterizzare troppo tutti i protagonisti del reportage, concentrandomi maggiormente sul personaggio principale.

Hai un atteggiamento critico nella questione delle adozioni a distanza, perché?

Per due motivi sostanziali. Il primo riguarda il comportamento di alcune organizzazioni. Ho potuto appurare il danno che può venir fatto a un bambino di strada quando l’adozione a distanza cessa per motivi diversi. Se un bambino di strada vive e cresce per strada, conoscendone le regole, potrebbe rischiare di cavarsela. Ma se viene a un certo punto tolto dalla strada e dato in adozione a distanza, imparerà a vestirsi, a lavarsi e “persino” a mangiare tre volte al giorno. A volte però capita che il “padre adottivo” cessi di inviare il contributo di adozione perché non ce la fa più, o per altri motivi. Ebbene, in certe organizzazioni, questi bambini vengono rimessi in strada… Il secondo motivo è il fatto che l’adozione a distanza è diventata così di moda che ormai la pubblicizzano anche in televisione come se i bambini fossero merce in vendita.

Cosa pensi del fenomeno dei ghost writers sei mai stata tentata di scrivere per autori famosi?

In Ticino quando si parla di ghost writers si intende definire chi scrive al posto di personalità politiche. Ebbene, ammetto di essere stata per un periodo anche una ghost writer, ma solo per il fatto che in fondo potevo comunque dire quel che pensavo: diciamo che ero in linea con le idee della persona che “aiutavo”. Non avrei mai accettato di esprimere idee che non rientrassero nei miei principi. Tuttavia trovo parecchio vergognoso (non per il ghost writers, che perde solo l’occasione di autodeterminarsi) che uno scrittore spacci per suo anche solo una frase non originata dalla sua mente.

Quali sono i tuoi maestri letterari?

Non mi ispiro a nessuno in particolare, o meglio: c’è da imparare da tutti.

In Svizzera la conoscenza delle lingue è d’obbligo quante lingue conosci?

Purtroppo non quelle che servirebbero in Svizzera. Da noi sarebbe utile sapere bene il francese e il tedesco, mentre io me la cavo con lo spagnolo e l’inglese. Certo, il francese lo capisco: ma scriverlo è tutt’altra cosa.

Che consigli daresti a un giovane autore non ancora pubblicato? Di insistere, comunque e in ogni caso. Anche se ovviamente bisogna cercare di capire il motivo per cui non è stato pubblicato. Se è certo e convinto di aver fatto un buon lavoro, se ha fatto leggere la bozza almeno a quattro o cinque persone e il giudizio è risultato positivo, se ci crede davvero… allora devo assolutamente continuare la ricerca: avete idea di quanti editori ci sono?

Ti urta essere definita scrittrice emergente dopo tanti anni di lavoro per la carta stampata?

Sono poi solo una decina di anni che faccio la giornalista. Comunque no, non mi urta. O meglio diciamo che mi urtano tutte le definizioni che generalizzano, però questa non mi infastidisce più di tante altre.

Tra i tuoi libri qual è stato più difficile scrivere?

Sicuramente “Un gigolo in doppiopetto”, però è anche quello che finora mi ha dato più soddisfazione a prodotto finito.

Hai un agente letterario? No, mai avuto.

Stai lavorando a qualche nuovo libro?

Sì. Ho finito qualche mese fa di scrivere un’avventura per ragazzi che al momento è… in cerca di editore. Finora è stato il libro che mi è piaciuto di più scrivere.

Hai relazioni d’amicizia con altri scrittori? Sì, ho tre o quattro amicizie nell’ambiente… è bello condividere una passione comune.

Ti piacerebbe fare un photoreportage in Cina?

Assolutamente sì, e prima che cambi troppo volto, anche se credo di essere già in ritardo…

L’editore rifiuta di pubblicare un tuo libro e tu crei la tua casa editrice, come è il mondo dell’editoria visto da chi la fa ?

Beh, non è proprio così. “Un gigolo in doppiopetto” non solo non è stato rifiutato, ma era addirittura riuscito a ottenere un contratto di pubblicazione molto interessante e vantaggioso… Solo che da buona svizzerotta certi comportamenti poco chiari, slittamenti di date e promesse non del tutto mantenute, mi hanno disturbato molto portandomi infine a rompere il contratto. Ormai però avevo già avvisato la stampa dell’imminente uscita del libro. Così in un mese ho fondato la mia casa editrice, mi sono fatta aiutare da un paio di amici per l’editing e sono andata in stampa… In fondo, dopo la pubblicazione, quel che ho fatto per il “Gigolo”, non è tanto diverso da quel che ho fatto per i primi due… Fin quando si rimane nella piccola editoria l’autore deve giocoforza impegnarsi molto per farsi conoscere.

I tuoi libri sono tradotti anche in altre lingue?

Purtroppo no: vorrei tanto tradurre “Un gigolo in doppiopetto” in tedesco, perché credo che potrebbe ritagliarsi un buon mercato in Svizzera interna… ma una traduzione costa troppo.

Pensi che un libro possa cambiare la gente e così il mondo?

Non tutti i libri, ma, sì, penso che alcuni libri possano farlo.

:: INTERVISTA A STEFANO LORENZETTO di Stefano Giovinazzo

17 aprile 2008 by

Queste sono pagine pesanti. Non scivolano via come fogli pieni di parole in successione, ammucchiate per esprimere concetti vaghi ed astratti. Dentro al libro di Stefano Lorenzetto si respira la vita. E la morte. E ancora la speranza. Un’appassionante testimonianza della quotidianità tra angosce e sofferenze vissute e raccontate da una penna brillante, esperta ma soprattutto protagonista di un viaggio profondo, quello dell’anima.

Ha scritto un libro carico di emozioni. Si esce provati dopo aver scritte pagine così dense di significato?

Provati, ma anche sollevati. È come aver messo un punto fermo nella propria vita. Incontri queste persone, raccogli le loro testimonianze di dolore ma anche di speranza e spesso finisci per piangere con loro. Come mi disse il grande chirurgo Vittorio Staudacher qualche anno prima di morire, «siamo dentro la moltitudine di uomini che abitano la Terra: come si fa a non partecipare al pathos universale? Ecco perché l’individuo non starà mai bene. Dovrei essere privo di sensibilità per non pensare a tutti i miei simili che patiscono». Ma alla fine arrivi alla conclusione che l’uomo, quest’uomo mortale, è fatto per l’eternità.

Affronta i temi ultimi, dalla vita alla morte passando per un’inevitabile sofferenza umana. La devozione è il rimedio a questi mali?

Se per devozione intendiamo la dipendenza verso la divinità, com’è nel significato della parola,  senz’altro. Negli ultimi nove anni ho incontrato 400 italiani normali, che fanno grandi o piccole cose. I più felici erano quelli che credevano in qualcosa.

L’eutanasia ha fatto discutere molto sul caso Welby e provocherà ancora accese tensioni tra Stato e Chiesa. Un suo parere.

Eutanasia è una contraddizione semantica. La morte non può essere né dolce né buona. Comunque mi affido ai medici. Ho molta fiducia nella loro professionalità e nella loro umanità. Non credo che possa esistere un medico capace di tradire il malato proprio nell’ora suprema. Mi rimetto alla loro scienza e alla loro coscienza. Se salgo su un aereo che deve portarmi a New York, non entro in cabina a dare istruzioni al pilota. Mi fido di lui. Anche quando avverto qualche turbolenza, non ho paura: so che sta lavorando al meglio per il mio bene, non per il mio male.

Ha raccontato storie di tutti i giorni, di uomini comuni che muoiono o continuano a vivere felici di farlo. Si è parlato di un suo inno alla vita. E’ questo lo scopo del libro?

Una volta Enzo Biagi mi ha detto: «Ho amato tanto la vita, ma non ho ancora capito cos’è». Mi associo. La vita è bellissima. Solo che spesso te ne accorgi in ritardo, quando sta per finire.

La filosofia del vivere secondo il “carpe diem” aiuta a cogliere il vero senso della vita?

Di ogni giorno sono più portato a cogliere gli affanni che le gioie. Come tutti, credo. Quindi fatico a comprendere chi pensa che la felicità consista nel vivere alla giornata. È preferibile la mestizia al riso, perché sotto un triste aspetto il cuore è felice, insegna nella sua dolente saggezza Qoèlet. Giuliano Ferrara, solo leggendomi, è giunto alla conclusione che questa mia ricerca della tristezza e delle sue ragioni pascaliane sia segno di tenero e anche allegro pessimismo. Non è soltanto un grande giornalista, ma anche un fine psicologo.

La morte. Incombente, temuta, celata: in ogni modo punto di fine. Come ha metabolizzato questo suo concetto prima e dopo la stesura del testo?

Come scrivo nell’introduzione di “Vita morte miracoli”, la morte è un pensiero fisso, che mi tiene compagnia fin da quand’ero bambino. Non avevo idea del perché il mio brano prediletto di musica classica, quello di cui non mi stanco mai, fosse l’Arioso dalla Cantata BWV 156 di Johann Sebastian Bach. Poi, di recente, un amico organista che insegna al conservatorio, mi ha spiegato che il grande di Eisenach lo intitolò Ich steh’ mit einem Fuß im Grabe (Sono già con un piede nella fossa), e tutto mi è stato chiaro. Mi sono fatto consegnare lo spartito. Tenore e soprano duettano: «Sono già con un piede nella fossa»; «Fa’ di me, o Dio, secondo la tua bontà»; «Presto il mio corpo malato vi cadrà»; «Aiutami nel mio dolore»; «Vieni, mio Dio, se lo vuoi»; «Ciò che ti chiedo, non negarmelo»; «Ho già dato disposizioni per le mie proprietà»; «Quando la mia anima dovrà partire prendila, Signore, nelle tue mani»; «Ma rendi beata la mia fine». Ho anche un debito di riconoscenza con la morte. Se ho abbracciato questo mestiere, lo devo a un coccodrillo, come lo chiamiamo in gergo noi giornalisti, che scrissi a 14 anni.

E ancora, siccome la morte è parte integrante della vita in quanto sopraggiunge in essa, che rapporto si deve avere con questa?

La vita è la naturale evoluzione dell’organismo umano verso la morte. Non è che si deve avere un rapporto: il rapporto è nei fatti, nella nostra stessa natura. L’importante è saperlo vedere dal lato giusto. Mi ha scritto proprio oggi un mio lettore che fa l’ingegnere in Africa: «Ciò che il bruco chiama morte, la farfalla chiama vita».

Nel finale dell’introduzione lei recita così: “Se invece fossimo riusciti solo a turbarvi, credete: s’è fatto proprio apposta”. Secondo lei c’è poca attenzione della gente verso chi soffre? Ci si ricorda solo quando la sofferenza ci colpisce direttamente?

Mi riferivo al fatto che questo libro voleva avere, almeno nelle mie intenzioni, un forte significato apologetico e quindi riporta verità scomode, scandalose, negate o taciute, politicamente scorrettissime. Che turbano, appunto. Si stanno combinando immondi pastrocchi lungo la frontiera tra la vita e la morte. Da una parte abbiamo sovvertito la definizione stessa di morte riportata dai dizionari, accreditando il discutibile concetto di “morte cerebrale” decretata per legge, quando invece è di solare evidenza che per il buon senso comune la morte si identifica con l’interruzione contemporanea e definitiva delle due funzioni vitali, cardiocircolatoria e respiratoria. Dall’altra pretendiamo di fabbricare la vita in vitro. Non vogliamo il mais e i pomodori Ogm sugli scaffali dei supermercati, però accettiamo figli geneticamente modificati.

Foto: www.marsilio.it

:: Stefano Lorenzetto è editorialista del «Giornale», dov’è stato vicedirettore vicario di Vittorio Feltri, e collaboratore di «Panorama». Scrive anche per altre testate. Ha pubblicato Fatti in casa, Dimenticati (premio Estense), Italiani per bene, Tipi italiani e Dizionario del buon senso. Come autore televisivo ha realizzato Internet café per Rai Educational. Ha vinto il premio Saint-Vincent di giornalismo. Il suo sito internet è www.stefanolorenzetto.it