:: Intervista a Michelle Nouri, di Lorenzo Mazzoni

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Ci parli un po’ del suo libro, La ragazza di Baghdad

Il mio libro è un autobiografia che narra la mia infanzia in Iraq e nella ex Cecoslovacchia comunista…  Racconta di come si sono conosciuti i miei genitori (padre irachèno e madre dell’ attuale Repubblica Ceca) così diversi fra di loro, sia dal punto di vista somatico che culturale e religioso. Ma l’amore con la A maiuscola sembrava sconfiggere queste differenze. Per qualche anno almeno. Finché al situazione non è precipitata… l’odio che provava la famiglia di mio padre nei confronti di mia madre ( straniera ), ha preso il sopravvento ed è stato la causa della loro separazione. La ragazza di Baghdad narra anche l’epoca di Saddam degli anni ottanta, la lunga guerra con l’Iran, la vita sociale degli irachèni ecc.

Un’opera fortemente autobiografica, ma che analizza un problema molto ampio: quello dei rapporti fra due culture. Pensa che la narrativa contemporanea si occupi in modo ampio di questa problematica?

Recentemente sì. Forse perché negli ultimi anni sono riaffiorati queste problematiche legate al oddio razziale e religioso, causati spesso da conflitti e sete di potere. Credo sia fondamentale illustrare attraverso i libri o i documentari come vivono le altre popolazione nel mondo. Questo sistema non guarirà l’ostilità che si sta sempre più creando fra le varie culture e religioni ( spesso volute e mirate ) ma per lo meno può aiutare a riflettere e a comprendere la varie ragione e le loro problematiche. Questo è uno dei motivi per i quali ho deciso di scrivere La ragazza di Baghdad. Attraverso il mio percorso personale, e al costo di raccontare situazioni intime e riservate della mia famiglia, ho voluto in qualche modo contribuire a fare conoscere un mondo – cioè quello irachèno – quasi semi sconosciuto all’opinione pubblica italiana. Uno spaccato di storia ma anche il modo di vivere e di pensare dei vari componenti della famiglia di mio padre.

Negli ultimi anni sono state stampate diverse autobiografie scritte con magistrale piglio narrativo, penso soprattutto ai bellissimi Shantaram di Gregory David Roberts e a Il forziere di Zanzibar di Aidan Hartley. Pensa che quello della biografia sia un canale intelligente e innovativo per dire qualcosa al lettore?

Direi proprio di sì. Anzi, ne sono convinta. Shantaram è un libro fantastico. È pieno di emozioni e allo stesso tempo racconta l’India, specialmente Bombay in tutte le sue sfaccettature. Fa’ riflettere sulla povertà delle persone che la abitano e sul forte senso della loro immensa umanità. Ho tanto amato il personaggio di Prabaker.  Inoltre adoro il popolo indiano. Hanno dignità nonostante la povertà.  513C39TKTSLPrediligo le autobiografie perche’ mi piace leggere storie e fatti realmente accaduti di persone realmente esistite.

Lo scambio culturale a livello letterario e personale con Paesi non occidentali, è molto difficile. Pensa ci possano essere dei canali che indirizzino i lettori italiani verso letterature diverse da quella nazionale e soprattutto da quella di stampo americano?

Certamente. Il problema è uno. I libri di autori italiani di rado arrivano all’estero. Sono forse un po’ snobbati dalle case editrici estere. E questo mi dispiace. Mentre paradossalmente il contrario,  funziona. Tutto ciò che arriva dal estero, Stati Uniti o Inghilterra in Italia ha successo. Forse qui gioca un po’ una mancanza di fiducia in se stessi…

Nagib Mafhuz, Tahar Ben Jelloun, Tawfiq al-Hakim, ‘Ala al-Aswani, Yasmina Khadra (per citarne solo alcuni) sono grandissimi scrittori del mondo arabo che hanno avuto e hanno un certo seguito anche in Italia. Cosa pensa di questi autori? Delle tematiche che mettono in atto nei loro romanzi? C’è qualche autore del mondo arabo che ama particolarmente?

Ho avuto il piacere di incontrare Tahar Ben Jelloun. Ho realizzato un’intervista con lui. Beh, è un personaggio simpatico e disponibile. Mi era piaciuto il suo libro “Il razzismo raccontato a mia figlia”.  Tutti questi autori provenienti dal mondo arabo, cercano di dare un contributo alla società italiana o quella che sia. Ognuno a modo suo.  Riescono a cogliere le esigenze dei lettori ed indovinare gli argomenti da trattare. Li ammiro tutti.

Yasmina Khadra ha scritto due anni fa un libro bellissimo. Le sirene di Baghdad. in cui riesce, a mio parere, a raccontare la tragedia dell’Iraq attuale senza cadere in preconcetti o in inutili patetismi. Ha letto il libro? Pensa che Khadra sia riuscito a rappresentare in modo sufficientemente obiettivo il suo Paese e la situazione che sta vivendo?

Sono desolata ma non ho avuto il piacere di leggerlo.

Sua madre viene da Praga e suo padre da Baghdad: cosa le ha dato, a livello letterario, questa interculturalità?

Tantissimo. Riesco a vedere le cose in maniera più obbiettiva e senza preconcetti. Capisco entrambe le culture e le loro radici e motivazioni, a volte.  Mi sento una persona fortunata ad averle ereditati entrambe. Qualche volta però mi sento smarrita. Sento un senso di non appartenenza.

Cosa pensa del giornalismo italiano ed europeo? Qual’è la sua impressione sul come vengono date le notizie su realtà altre, fra cui l’Iraq ma anche altri Paesi che appartengono al mondo arabo?

Credo che quella che dovrebbe essere la libertà di espressione a volte viene soffocata. Non tutti i media riescono ad essere obbiettivi e imparziali. La stampa italiana ad esempio è un po’ influenzata dal proprio editore. Seguono una linea che ritengono sia giusta. La stessa cosa vale anche per la stampa estera. Ma la realtà è spesso diversa da come viene presentata ai lettori.

Lei è cresciuta nella Baghdad degli anni Settanta la Baghdad della sua infanzia oramai non c’è più,  ricca, cosmopolita, moderna, pensa che in futuro tornerà così?

E’ un’ utopia. Purtroppo. Baghdad non ritornerà mai quella che era una volta. La spaccatura interna fra la popolazione è talmente profonda, l’odio è talmente viscerale che è difficile da ricomporre. Indipendentemente da chi la governa. Questo è un mio grande rammarico. Per quanto la possano ricostruire, ridare la libertà di espressione e di movimento alla gente, oramai è un terra che è stata ferita nel profondo del suo animo. A volte di fronte ad una situazione del genere, ci si sente davvero impotenti.

Qual è il più importante scrittore iracheno? C’è una rinascita culturale irachena?

Non ne conosco. Ma Jounes Taufìk, che ora vive a Torino, è un buon scrittore irachèno a mio avviso.

I giovani come stanno agendo nel processo di ricostruzione del paese, c’è determinazione, collaborazione, un impegno condiviso? Collaborano con giovani di altri paesi?

Si, la voglia sicuramente c’è. Ma sono giovani che hanno sofferto tanto e sono un po’ disillusi nei confronti della vita. Sono però anche il futuro del nuovo Iraq. La stessa sensazione la provano anche i giovani del Libano. Assistono alla distruzione della loro nazione da anni, e sanno che è una situazione che loro stessi non possono controllare. Mi dicono sempre : “ God bless this Country  “. Dio benedica la nostra terra.

La percezione che l’occidente ha del mondo musulmano pensa sia corretta, quali sono gli errori più frequenti?

Non è corretta naturalmente. Ma alcuni leader musulmani hanno interesse di fare apparire il mondo musulmano in questo modo. E’ l’occidente non fa’ nulla purché questa situazione cambi.

La società irachena era fortemente matriarcale, nei suoi racconti ci sono madri, sorelle, mogli, nonne, zie, donne forti e punti di riferimento all’interno delle famiglie; ha trovato più maschilismo in occidente?

Paradossalmente, sì.  Al incontrario di quello che si possa pensare, in Iraq a comandare erano sempre le donne. Astute e determinate. Mentre ho riscontrato molto maschilismo in Italia. Buffo, no ? in teoria l’Italia è un Paese aperto e libero. Ma solo in teoria.

Esiste una sorta di femminismo musulmano?

Esiste un fondamentalismo femminile.  Si. Questo però avviene nei Paesi dove domina una forte etica religiosa. Ma di fondo ha a che fare con la propria cultura. Come sempre.

Il conflitto tra sciiti e sunniti non pensa che sia una questione interna? Gli occidentali secondo lei capiscano realmente il problema e negli equilibri dei rapporti tra clan, pensa agiscano correttamente ?

Il conflitto negli anni ottanta o comunque durante l’epoca di Saddam non è mai esistito. Il fatto di essere sciita o sunnita non faceva alcuna differenza. E’ una problematica che si era sviluppata negli ultimi anni. Chissà il perché ?… forse un Paese unito è meno facile da controllare che un Paese diviso. Sarà…

 

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2 Risposte to “:: Intervista a Michelle Nouri, di Lorenzo Mazzoni”

  1. bookswebtv Says:

    spettacolari le vostre interviste, sempre! 🙂

  2. LorenzoMazzoni Says:

    Grazie, di cuore.

    Lorenzo Mazzoni

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