:: Intervista con Gabriele Marconi

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Grazie Gabriele per aver accettato la mia intervista. Parlaci un po’ di te. So che è riduttivo ma definisciti in tre aggettivi.

Riduttivo per riduttivo, accetto la sfida e ne uso solo due: spartano e curioso.

Hai cominciato scrivendo canzoni. Cosa ti è rimasto dell’entusiasmo degli ideali giovanili?

Se sono soltanto giovanili, gli ideali non valgono nulla. D’altra parte, l’entusiasmo non va d’accordo con l’esperienza: ne vedi troppe, per restare immune a un sano cinismo. Tuttavia, se sei fatto in una certa maniera combatti anche a ottant’anni.

Parlaci del tuo romanzo d’esordio “L’enigma di Giordano Bruno” un thriller esoterico, in anticipo con  i tempi, ora che imperversano i thrillers di Dan Brown. Hai fatto fatica a trovare un editore? Hai avuto un buon riscontro di pubblico e di critica?

Al tempo scrivevo solo racconti, avendo cominciato grazie al Premio Tolkien (curato da Gianfranco de Turris e sponsorizzato dalle edizioni Solfanelli), dal quale sono usciti diversi ottimi scrittori. Tutto è nato perché mi piaceva l’idea di scrivere appunto un racconto partendo dalla statua di Giordano Bruno a Campo de’ Fiori, a Roma. Poi mi ha preso la mano ed è diventato un romanzo. Il fatto è che ero ancora, diciamo così, acerbo: non sono arrivato neanche a 100 pagine, mentre la storia ne avrebbe meritate molte di più. In ogni caso, trovai l’editore (Minotauro) abbastanza presto, grazie alla mia amica Alda Teodorani, che aveva già pubblicato con quella casa editrice e mi aiutò presentando il mio lavoro. Ottimi riscontri di critica, pubblico di nicchia, come si dice quando non si può ottenere di più! In ogni caso, siccome la storia continua a piacermi, ho riacquistato i diritti e la sto riscrivendo da capo per renderla più completa.

Di tutt’altro genere “Io non scordo” dove hai trattato un tema delicato della storia italiana, gli anni di piombo, da un punto di vista particolare. Ce ne vuoi parlare? 

“Io non scordo” uscì la prima volta nel 1999 con Settimo Sigillo, quando, malgrado il tempo che era trascorso dal periodo più infuocato, era ancora un argomento tabù. Quindi è stato il primo libro a raccontare gli anni di piombo “visti da destra”. Poi è stato ripubblicato da Fazi. L’ho scritto perché non sopportavo più di leggere libri e vedere film su quel periodo con la verità sostanzialmente ribaltata, raccontata unicamente dal punto di vista della sinistra extraparlamentare o istituzionale, quella dell’“uccidere un fascista non è reato”. Io ricordavo il mio arrivo al liceo (andavo all’Archimede, uno scientifico di Roma), dove si viveva in una situazione di sopruso continuo operato con la forza del numero da parte di comunisti e ultracomunisti, con pestaggi sistematici. Tra il 1978 e il 1983 avevo visto morire otto (dico 8!) miei amici ammazzati dai compagni o dai carabinieri, mentre per la storia eravamo noi i vigliacchi e gli assassini protetti dalle forze dell’ordine. Perciò “Io non scordo” è stato un pegno d’onore verso quegli amici, per restituirgli verità: infatti in quel romanzo non spiegavo le idee, le motivazioni o il percorso del movimento, ma raccontavo semplicemente – attraverso alcuni flash back rigorosamente veri – le nostre giornate: la politica, la scuola, le risate e i pianti, gli amori e le serate in birreria o a cantare (o ad attaccare manifesti). Insomma, aprivo delle finestre su un periodo, senza uno straccio di retorica o reducismo, come nessuno aveva mai fatto. Senza peraltro nascondere durezze e violenze.

Poi ti sei dedicato al fantasy con il romanzo “Il regno nascosto” edito da Flaccovio a quattro mani con Errico Passaro. Che esperienza è stata, mettere d’accordo due creatività è stato difficile?

Più che altro è stato un mettere d’accordo due modi di scrivere, perché la storia originaria era mia: è stata la prima cosa che ho scritto, quando avevo ventidue anni, una storia tolkieniana, ambientata in una Terra di Mezzo di molto, molto tempo dopo le Guerre dell’Anello, con protagonisti due giovani Nani che, stufi di vivere nelle città degli Uomini, partono alla ricerca del regno nanesco, nascosto nel lontano Nord. Però quella storia era rimasta confinata in un’agenda e non completata. Mentre ero impegnato con “Io non scordo” si cominciò a parlare di un film su “Il Signore degli Anelli”, perciò pensai che magari era venuto il momento di ritirarla fuori e, siccome stavo scrivendo altro, chiesi aiuto all’amico Errico Passaro, che decrittò “i geroglifici che riempivano quell’agenda” (come si diverte a dire lui) e gli diede una forma più matura. Poi mi ha passato il tutto e io gli ho dato una forma più consona al mio modo di scrivere. Lui a sua volta l’ha ripreso e l’ha ricorretto… e così via, in una sorta di ping pong letterario che ha prodotto “Il regno nascosto”: mi sembra sia stato un ping pong fruttuoso.

Sei tra gli ideatori della società tolkieniana italiana. Nella mia generazione i romanzi di Tolkien erano romanzi di formazione che non potevamo non avere letto, pensi ci sia una riscoperta di questo scrittore da parte dei giovani?

C’è sicuramente stato un nuovo successo di vendite dovuto al traino formidabile dei film di Peter Jackson, ma parlerei di “riscoperta”, perché le ristampe del “Signore degli Anelli” si sono succedute costantemente negli anni. Tolkien, insomma, non è stato mai dimenticato. Piuttosto, c’è da dire che ormai tutti lo possono leggere, mentre quando uscì non era possibile, perché i ReCensori lo stroncarono come autore reazionario e pericoloso per la fuga dalla realtà (accusa che Tolkien stesso confutò, dicendo che la fiaba è una sacrosanta fuga del prigioniero, non la diserzione di un soldato…) e i miei coetanei militanti di sinistra, per leggerlo, dovevano nasconderlo ai compagni per non essere processati. Ora chi ha la coda di paglia dice che non è vero, che furono i fascisti ad “appropriarsi” di Tolkien e che, di conseguenza, la sinistra lo cancellò dalla lista degli autori “frequentabili”. Ma carta canta, perciò basta fare un salto in emeroteca e leggere i giornali di quel periodo (parlo degli anni Settanta) per capire chi ha ragione e chi ha torto.

Il genere fantasy ha da sempre una nicchia di appassionati cultori perché appaga il desiderio di avventura, la voglia di evadere la routine quotidiana immaginando un mondo fantastico che però è parallelo al nostro. Pensi sia un genere principalmente per ragazzi?

Non è un genere per ragazzi, però c’è un problema legato proprio al successo del genere fantasy: gli editori hanno invaso gli scaffali con tonnellate di romanzi, per sfruttare l’ottimo trend di vendite, e hanno pubblicato di tutto e spesso tradotto male romanzi che male non erano. Perciò, un adulto che volesse leggere un bel romanzo, il più delle volte si ritrova in mano una storia scritta con i piedi, gonfia di retorica e più vecchia dei già vetusti epigoni di Conan. Sono pochi i romanzi fantasy scritti bene, forse è per questo che i ragazzini (per i quali spesso ogni cosa è nuova) si accontentano di più.

Infine “Le stelle danzanti”, il romanzo dell’impresa di Fiume (editore Vallecchi) che ti ha particolarmente coinvolto in un duro lavoro di ricerca storica. Come è nata l’idea che ti ha spinto a scrivere questo libro? Quali erano i tuoi obiettivi?

Come al solito, come mi succede sempre, l’ho scritto perché mi piaceva farlo e l’obiettivo (malgrado molti, mentendo, dicano che se ne fregano) era ed è quello di farlo leggere a milioni di persone! L’occasione è stato uno “speciale” sull’ottantesimo anniversario dell’Impresa fiumana (quindi parliamo di dieci anni fa) che pubblicammo sul mio giornale. Non ne sapevo molto – visto che fa parte di quei periodi di storia che sui manuali vengono taciuti o ridotti a poche righe – ma leggendo gli articoli dei nostri collaboratori me ne sono entusiasmato e ho pensato che quella vicenda meritasse di essere raccontata “da dentro”. E quello che poi ho scoperto documentandomi in maniera più completa ha confermato quelle prime impressioni: c’era materiale per scrivere non uno ma cento romanzi!  Quello che ho scelto di scrivere io è stato il punto di vista dei legionari fiumani: ragazzi di vent’anni o poco più (ma anche meno!) che, a distanza di un anno da una carneficina terribile come fu la Prima guerra mondiale, non esitarono a rimettersi in gioco per andare a Fiume con d’Annunzio. Dentro “Le stelle danzanti” c’è la vita loro, mentre i grandi personaggi, come appunto il Comandante, restano sullo sfondo. Il risultato è un romanzo epico ancor più che storico. Divertente, avventuroso e commovente (compratelo subito, stolti!).

Cos’è per te il coraggio? Nella tua carriera di giornalista e scrittore hai avuto modo di percorrere sentieri accidentati pur di affermare le tue idee e i tuoi ideali?

Come dicono i saggi, coraggioso è chi conosce la paura ma fa ugualmente quel che si sente in dovere di fare. Non mi piace parlare del tempo andato ma, per spiegarmi meglio, stavolta lo faccio: durante uno dei primi volantinaggi a cui partecipai, davanti a un liceo romano, a un certo punto arrivò un gruppone di “compagni” con i manici di piccone; erano davvero tanti e noi eravamo pochi e a mani nude, ma quelli accanto a me restarono al loro posto e così… anche se me la stavo facendo sotto… rimasi anch’io là in prima fila. Insomma, intendo dire che il coraggio non è un’opzione tra le tante: sai dentro di te che c’è una cosa da fare e la fai. Punto. È così in tutte le occasioni della vita… Prendi, ad esempio, la corruzione: un funzionario onesto non sta lì a “decidere” di prendere il coraggio a due mani e rinunciare alla mazzetta che cambierebbe la vita sua e della sua famiglia. Non la considera un’occasione persa, perché quell’opzione disonesta, per lui, non esiste. Perciò, venendo alla domanda sulla mia carriera di scrittore e giornalista, quando dentro di te sai che la barra del timone la devi tenere dritta, lo fai sempre e comunque, anche se le onde sono grandi e minacciose. La risposta insomma è sì. Ma è sempre così: c’è solo un sentiero largo e dritto, facile e senza ostacoli, ed è quello che conduce all’inferno.

Insieme a Marcello De Angelis dirigi la rivista “Area,” mensile di politica ed economia. Che opinione hai del giornalismo italiano, la tanto decantata libertà di stampa: esiste o anche per una sorta di autocensura i giornalisti tendono a seguire linee editoriali precise pur di non correre rischi?

Libertà di stampa è una parola grossa, mentre si adatterebbe più a realtà piccole, cioè le sole che hanno la possibilità di fare un giornalismo indipendente. Si parla tanto dell’opinione pubblica, ma in verità si dovrebbe parlare di “opinione pubblicata”, visto che la gente non ha altra possibilità di “conoscere” la realtà se non attraverso le verità presentate dai mass media. Per capirci, se vivi in un paesello di cento anime, tu conosci la realtà in maniera diretta: vedi e sai. Ma in un mondo vasto come il nostro, sei costretto a guardarla “per conto terzi”, appunto i giornalisti, che diranno quasi sempre quello che conviene a loro o all’editore (o spesso, per ignoranza e pigrizia, semplicemente quello che hanno detto altri giornalisti…). L’unica difesa è dotarsi di un sano “filtro critico”: prendere le notizie sempre con il beneficio d’inventario, insomma con le molle, come dicevano i nostri vecchi. E più conosci l’ambiente che sta dietro il giornale (o il telegiornale) che ti fornisce la notizia, più possibilità hai di filtrarla e, al limite, capire che la verità sta nell’esatto contrario di quel che ti hanno detto. In un certo senso, i più limpidi sono i giornali di partito: almeno sai con chi hai a che fare… Di contro, i più pericolosi possono essere quelli che si dichiarano obiettivi e indipendenti, perché in verità non lo sono mai. È una brutta storia…

Gabriele Marconi ed Ezra Pound. Quando hai scoperto questo poeta e cosa della sua poetica ti è più vicino?

La prima volta che ho letto qualcosa di suo è stato su un manifesto del Fronte della gioventù, con il suo volto disegnato e una sua frase: “Se un uomo non ha il coraggio di correre qualche rischio per difendere le proprie idee, o le sue idee non valgono niente o non vale niente lui”. La scintilla è stata quella, ma il fuoco si è acceso del tutto ascoltando una canzone composta a Campo Hobbit I da Renato Colella, “Altaforte”, con parole riadattate dalla “Sestina Altaforte”, scritta da Pound come ode al trovatore Bertrand de Born (che poi sono i versi che introducono alcuni capitoli del mio ultimo romanzo, visto che si adattavano splendidamente alla vicenda dell’impresa fiumana: è la dimostrazione che non ho raccontato la storia di quegli anni, ma quella di una generazione eterna). Della sua poetica dico quello che mi piacerebbe fosse più vicino: la potenza.

Sei di Roma? Cosa ami di più della tua città e cosa invece ti rattrista?

Sono di Roma come la maggior parte dei romani, cioè frutto di un miscuglio: mio padre era abruzzese, mia madre è calabrese, anche se tutt’e arrivarono nella capitale nella prima infanzia… Comunque sì, sono romano, e della mia città mi piace tutto, ne sono assolutamente innamorato.

So che sei un appassionato di Stephen King, citi una sua frase dando il benvenuto nel tuo blog personale. Qual è suo libro ti è piaciuto di più e perché?

“It”, per la capacità ineguagliabile che ha King di raccontare e rivivere le giornate dei ragazzini e il loro modo di ragionare. E poi tutto il ciclo della Torre Nera, una sorta di fantasy-western con i pistoleri che incarnano in tutto e per tutto lo spirito di cavalieri arturiani; a dirla così potrebbe sembrare un po’ kitch, invece è assolutamente splendido.

Leggi anche romanzi noir, quali sono i tuoi autori preferiti e citeresti Scerbanenco tra le tue letture?

Scerbanenco l’ho letto e mi piace, ma solo quando scriveva i gialli del Duca. Tra i noir, il mio preferito è Dennis Lehane, anzi, in effetti è uno dei miei preferiti in assoluto, non solo tra i noir. Scrive da dio e racconta cose che conosce fino in fondo: i personaggi di Lehane sono tutti perfettamente credibili, dal protagonista ai comprimari, finanche allo spazzino che attraversa il marciapiede per mezza riga di romanzo. E sa andare in fondo alle storie, anche personali, senza titubanze e senza ipocrisie; non scrive partendo da un concetto preconfezionato, come fanno invece tanti scrittori italiani e non solo. I suoi “La morte non dimentica” (dal quale Clint Eastwood ha tratto un bellissimo film, “Mystic River”) e “L’isola della paura” sono veri e propri pugni nello stomaco, ma scritti con tale maestria, poesia, partecipazione e sensibilità che anche le vicende più terribili vengono sublimate dalla potenza della scrittura. E mi piace moltissimo anche nella serie di noir investigativi, con protagonisti Patrik Kenzie e Angie Gennaro.

Quale è il periodo storico che ti ha appassionato di più e lo useresti per ambientarci il tuo prossimo romanzo?

Il mio prossimo romanzo sarà ambientato durante la Guerra civile spagnola, una sorta di “Vent’anni dopo” dei protagonisti delle Stelle danzanti. Ma i periodi che mi affascinano di più sono quelli della nascita e del crollo delle epoche: da un po’ di tempo mi gironzola in testa l’idea di una raccolta di racconti di questo genere…

Sei un appassionato di fumetti? Quali leggi in prevalenza?

Leggo Tex Willer da sempre, più che altro come una “rimpatriata”… Da ragazzino non perdevo un numero dei Supereroi Marvel: l’Uomo Ragno, Thor, i Fantastici Quattro, Devil… Mi piaceva Alan Ford. Tra i miei preferiti c’erano i grandi fumettisti argentini, che scoprii su “Lancio Story” e “Skorpio”, poi su “Comic Art”. Il mio preferito è Robin Wood, l’autore di Dago, Qui la Legione, Gilgamesh, Nippur di Lagash… Un artista geniale. E poi l’italianissimo Hugo Pratt: Corto Maltese è un pianeta a parte.

Hai concesso una lunga intervista a radio radicale in cui parli della strage di Bologna. Sono emersi  nuovi scenari anche inquietanti. Pensi che un giorno emergerà la verità?

Ho scritto anche un monologo teatrale, su quella storia: s’intitola “2 agosto 1980”. Su “Area” seguiamo questa inchiesta da molti anni: è partita da un nostro redattore, Giampaolo Pelizzaro, che grazie al fatto di essere stato consulente prima della Commissione Stragi e poi della Commissione Mithrokin, ha avuto accesso agli archivi italiani e di mezz’Europa. Si ipotizza che la strage possa essere stata il frutto malato del sequestro di due missili terra-aria Sam-7 Strela, di fabbricazione sovietica, avvenuto vicino al porto di Ortona nell’autunno del 1979. Erano di proprietà della resistenza palestinese, precisamente del Fplp (un gruppo marxista-leninista) che s’infuriò per il sequestro e l’arresto del loro uomo, tale Abu Anzeh Saleh. Ci sono riscontri clamorosi e il giorno della strage, alla stazione, c’era un uomo legato al gruppo del superterrorista Carlos (a sua volta in contatto con l’Fplp), il tedesco Thomas Kram. Ma è una vicenda troppo complessa per riassumerla qui, e non è comunque questo il luogo: chi ne vuol spere di più si compri “Area” di settembre o vada sul sito www.cielilimpidi.com, dove c’è scritto tutto… poi, attraverso il “filtro critico” di cui parlavo prima, potrà farsi un’idea sua. I custodi della verità rivelata hanno fatto una levata di scudi contro questa pista, ma i loro argomenti sono stati letteralmente fatti a pezzi. Qualcuno, poi, ha anche detto che è un insulto ipotizzare il coinvolgimento dei palestinesi… Ma è come dire che è un insulto accusare gli italiani per l’omicidio di Aldo Moro, per quello di Giorgiana Masi o per la strage di Acca Larenzia: gli assassini erano italiani, sì, ma non certo “gli” italiani, giusto? La verità insomma sta venendo fuori, ma la strada per trasformarla in giustizia è ancora molto lunga.

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