.: Intervista con Matteo Di Giulio

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introCiao Matteo, benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te i tuoi studi, il tuo background. Presentati ai nostri lettori.

Ciao, mi chiamo Matteo Di Giulio, nato e cresciuto a Milano. Impiegato per vivere, scrittore per passione. Dopo gli studi classici e un misero tentativo universitario, ho iniziato a scrivere occupandomi di cinema, una delle mie grandi passioni. Anni di gavetta mi hanno portato, con il tempo, a maturare un mio stile nella saggistica. Ma nel cuore di lettore c’era il desiderio non troppo nascosto di provarci con la narrativa. Mi ci è voluto tanto tempo prima di affinare gli strumenti e di sentirmi pronto. Ora che il primo tentativo è andato in porto spero di non fermarmi.

Innanzitutto critico cinematografico ed esperto di cinema asiatico. Hai scritto molti saggi e curato libri come “Non è tempo di eroi. Il cinema di Johnnie To” Quanto ha influito il cinema orientale sul tuo stile narrativo, umori, atmosfere, velocità, amore per i colpi di scena, romanticismo decadente?

Il mio romanzo non è molto cinematografico, devo dire. Non se consideriamo altri stili che oggi si vedono: rapidi, taglienti, con un taglio narrativo che ricorda le inquadrature veloci del cinema. Ho preferito che trasparisse la riflessione attorno al protagonista e al suo mondo. In questo senso siamo più dalle parti del polar, o del cinema giapponese, volendo restare in Oriente, sicuramente lontani mille miglia dall’irruenza dei registi di Hong Kong, la cinematografia su cui mi sono formato criticamente. Credo inoltre che mentre scrivi non ci siano influenze dirette e ponderate che ti possano portare in una direzione specifica; perché in questo caso non sarebbe una mia storia, ma una storia riletta come se fossi qualcun altro. A posteriori, rileggendolo, mi piace pensare soprattutto a Henning Mankell e a una certa tendenza introspettiva, non per questo non votata all’azione, del noir nordico.

Scrivi su “Film tv” il migliore settimanale del settore. Cosa hai imparato in questi anni? Un bilancio della tua esperienza giornalistica. 

L’esperienza di saggista è stata fondamentale. Mi ha permesso di maturare uno stile mio, di prendere confidenza con la scrittura e di percorrere a tappe un percorso stimolante. Ricordo con grande piacere tutte le testate per cui ho scritto e tutti i libri a cui ho preso parte. Probabilmente chi mi ha insegnato di più, facendomi sudare sette camicie, è stato Alberto Pezzotta, per esempio quando ho collaborato con Il Mereghetti. Scrivere recensioni complete in 800 battute è una sfida, rivedere ogni singola parola e limare ogni frase mi ha insegnato molto su concisione, chiarezza e necessità di colpire il bersaglio senza uscire di strada.

Parliamo del tuo brillante esordio narrativo “La Milano d’acqua e sabbia”, per Fratelli Frilli editore. LA tua Milano non ha niente a che vedere con la Milano da bere, ma è caratterizzata da atmosfere cupe, speculazioni edilizie, eroi che non lo sono del tutto pieni di dubbi e incertezze. La tua Milano è un gigante dai piedi d’argilla? Una città piena di oscuri labirinti dove niente è del tutto bianco o nero?

Questa è la Milano di oggi, la città di tutti i giorni, quella che vedono i lavoratori, gli studenti, le mamme, i pensionati. È una metropoli ben diversa da quella spacciata dai proclami politici: una città di facciata, in cui si parla solo di Expo, grafici di mercato, moda e il dio denaro. Ma dove si vive male, perché la gente non si guarda in faccia. Riqualificare interi quartieri per abbellirne la facciata dovrebbe essere un primo passo per migliorare i quartieri, non un punto d’arrivo. Lontano dal centro ci sono periferie abbandonate a se stesse, edilizia popolare che sta cadendo a pezzi, scarsa integrazione tra italiani e immigrati. Paradossalmente, poi, è proprio nelle zone con alto tasso di stranieri che si vive meglio, dove la gente sorride invece di essere indifferente e dove la vita è alla portata di ogni tasca. Milano è un gigante con i piedi d’argilla, ed è anche un Giano pieno di contraddizioni. In queste contraddizioni si muovono personaggi, come l’ispettore che ho creato, che inevitabilmente sono corrosi dai dubbi.

Sempre riferendoci ai temi trattati in “La Milano d’acqua e sabbia” c’è una sorta di rabbia, di spirito di denuncia che ti accomuna a scrittori come Roberto Saviano, è una scelta voluta?

Inizialmente non pensavo di scrivere una storia di denuncia sociale, pur volendo che il tema del rispetto ambientale fosse presente. Strada facendo il personaggio è cresciuto da solo, iniziando a convogliare in sé le istanze mie e di chi conosco. Leggere il giornale ogni mattina è un ottimo specchio per riflettere sui nostri tempi. La naturale conseguenza dello stress, delle frustrazioni, del porsi delle domande si è materializzata sulla carta. Mi piacerebbe avere la competenza e la credibilità di Saviano, ma al momento non vedo grandi punti in comune. Lui svolge un lavoro fondamentale nello smascherare dei problemi giganteschi, io mi limito a raccontare delle storie, che spero siano verosimili ma anche interessanti. Il distacco con il mio passato di saggista è piuttosto netto, anche se ammiro profondamente chi riesca a coniugare in un’unica soluzione più aspetti, più generi, più umori.

Milano è una città piena di tante solitudini nascoste da una patina scintillante di benessere. Sei d’accordo con questa definizione? La condividi?

Purtroppo sì, devo dirmi pienamente d’accordo. Sta diventando una metropoli alienante, con una mentalità ancora paesana, molto limitata dal pregiudizio collettivo. Il benessere è sempre più per pochi; con la scusa della crisi e il precariato il divario tra i ceti sociali si sta ampliando a dismisura.

Come sei arrivato alla pubblicazione è stato un percorso travagliato o una combinazione di eventi propizi?

Posso dirmi fortunato. Ho mandato il manoscritto a una decina di editori che conoscevo in veste di lettore. Dopo una settimana è arrivata la prosposta di Frilli, una proposta concreta e con dietro l’idea di investire nel progetto. Non potevo rifiutarla e non me ne sono pentito. Prima di inviare il mio lavoro avevo fatto, per evitare le fregature di cui si legge ovunque, una lunga ricerca su internet. Per me, da principiante, la rete ha offerto un sostegno imprescindibile per capire come muovermi.

Il tuo stile ricorda Scerbanenco, per ambientazioni e atmosfere e scavo psicologico, ti lusinga il paragone? E’ un tuo maestro letterario? La sua Milano di “I milanesi ammazzano al sabato” è tanto diversa dalla Milano contemporanea?

Ti ringrazio per il paragone con il grande Scerbanenco, per me è un onore e so bene di essere molto lontano dai suoi vertici. Ho ancora tanto da imparare. Mi piace molto il modo in cui lui rivestiva di poesia i suoi periodi, è molto differente dal tipo di scrittura che si adotta oggi per i generi: ora si chiede uno stile più secco, più asciutto, più incalzante. Più giornalistico, probabilmente. La sua Milano è piena di zone d’ombra, come la mia e come la grande maggioranza delle città, ovunque. Non è un caso che il noir stia proliferando, nasce da una precisa necessità di fotografare in maniera alternativa, rispetto alla cronaca, ciò che ci circonda.

Il personaggio di Gianluca Fedeli è graffiante e controverso. Ha caratteri autobiografici, o meglio ti sei ispirato per crearlo a persone reali?

È in parte autobiografico, racchiude in sé molti aspetti della mia vita. Mi ha facilitato, nell’identificazione con il personaggio, ricorrere alla prima persona. Il carattere ha però anche diversi aspetti che ho tratto da persone che conosco. Alla fine è un trentenne medio, stressato, sempre sotto pressione, che corre per la città,  lavora troppo e mangia male. Un milanese qualsiasi, insomma, con la mamma con il fiato sul collo e i problemi di tutti i giorni. La mia intenzione era creare un personaggio credibile, l’unico modo per farlo era ispirarmi a ciò che conoscevo in direttamente.

Gianluca Fedeli e le donne. Sotto la scorza da duro e cinico è un sentimentale? Che rapporto ha con l’altra metà del cielo?

Un rapporto infelice. Non le capisce, non è capito da loro e puntualmente quando prende una decisione, convinto che sia quella giusta, sbaglia. La sua tendenza all’errore, quando si tratta di rapporti – sentimentali, o a un livello più generale, umani – è direttamente proporzionale all’oceano di dubbi che lo assilla. Viviamo nella società dei social network, dello speed dating, delle chat. Una persona giovane è costretta dalla società a vivere di corsa tra gli aperitivi, l’alcol, i rapporti consumati in fretta. Che prospettive si hanno di trovare stabilità emotiva in tutto questo caos?

Ci sarà un seguito o non prevedi di creare una serie incentrata sul personaggio di Fedeli?

Mi sono reso conto dopo aver finito il romanzo di aver altro da far dire al personaggio. Così è nato il seguito, ancora più cupo, si intitola provvisoriamente Frammenti di tenebra e prima o poi vedrà la luce. Sto dando gli ultimi ritocchi al manoscritto proprio in questi giorni. Credo di voler proseguire con il personaggio, ma non voglio farne un protagonista seriale all’infinito, quindi prima o poi, come nelle miniserie televisive, verrà il momento di mettere la parola fine. Nel frattempo sto lavorando anche ad altri personaggi, non voglio fossilizzarmi su un unico punto di vista.

Quali sono le tue letture preferite, gli scrittori che ti hanno più influenzato? 

Sicuramente l’hardboiled americano, classici senza tempo come Chester Himes, Lawrence Block, Dashiel Hammet o Mickey Spillane. Cerco di leggere il più possibile, amo le storie, non solo noir, e mi piace scoprire nuovi autori. Apprezzo molto lo stile di Ellroy e, in Italia, di Simone Sarasso, che riesce a parlare della nostra storia rendendola avvincente: è una dote non comune. Mi ha molto divertito la follia metaletteraria di Jasper Fforde, e mi ha commosso il parlare di sé messo in atto da Cristiano Cavina con I frutti dimenticati. Credo per scrivere occorra prima di tutto leggere, tanto e diversificare i propri interessi. La varietà senza pregiudizi è il miglior modo per mettersi in discussione, continuamente. Tra gli ultimi romanzi letti che mi sento di consigliare ci sono Il libro nero del mondo di Gabriele Dadati, Lo scommettitore di Remo Bassini, Ruggine di Stefano Massaron, La banda Bellini di Marco Philopat.

genova4C’è un esordiente che ti ha particolarmente colpito che consiglieresti di leggere ai nostri lettori?
 

In ambito noir direi Massimo Cassani con Sottotraccia, uscito per Sironi. In ambito non giallo consiglio invece L’insolita rumba di Biagio Autieri, che parla di un’altra Milano rispetto alla mia, ma con il cuore in mano.

Scrivi anche racconti? Inediti o pubblicati? Ce ne vuoi parlare?

Ho iniziato proprio scrivendo racconti. Sono un’ottima palestra per sperimentare, per inventare, una fucina per le idee. Purtroppo in Italia non funzionano, commercialmente, a meno di avere un grosso nome o di far parte di un’antologia con un tema forte di fondo. Spero che la tendenza possa invertirsi. Due miei racconti sono stati pubblicati, su due antologie: Uomini e donne: maneggiare con cura (9muse) e Macchemù (Giulio Perrone). Nessuno dei due è un racconto noir: in particolar modo sono legato a Il ragazzo cyborg, su Uomini e donne, perché ho cercato di fondere registri molto diversi come il mélo e la fantascienza, e un finale ugualmente cupo. Anche lontano dal poliziesco non riesco a essere del tutto ottimista. Un mio racconto sarà incluso in una antologia di prossima pubblicazione per Frilli, lì tornerò a essere molto cattivo!

Per essere così  giovane hai un curriculum di tutto rispetto, molti obbiettivi raggiunti altri all’orizzonte. Quali sono le tue aspettative, un sogno nel cassetto.

Continuare a scrivere, ad avere l’ispirazione per tirare fuori dal mio cassetto storie interessanti. Vorrei dirti farlo diventare un lavoro ben remunerato ma so quanto sia difficile in Italia per cui preferisco non pensarci. Sono una persona che pur pianificando i suoi progetti vive molto alla giornata. Per me è già un sogno essere qui a parlare del mio primo romanzo.

Raccontaci un evento bizzarro che ti è successo, un episodio che ti ha divertito o sconcertato.

A Milano c’è un bravissimo scrittore che si chiama Andrea Ferrari, pubblica per Eclissi. Siamo entrambi rasati, alti più o meno uguali, e quando io metto gli occhiali mi scambiano puntualmente per lui. A volte è imbarazzante, anche se ci ridiamo sopra. Siamo i gemelli del noir milanese. A novembre lo presenterò per l’uscita del suo ultimo romanzo, Milano muta, vediamo se sapranno riconoscere chi è il relatore e chi lo scrittore!

Ora raccontaci qualcosa che ti ha fatto davvero arrabbiare nel tuo lavoro o nella vita in genere.

Nella vita un milione di cose. Non è vera vita se non ci si arrabbia. Quello che mi fa arrabbiare, allora, è proprio l’apatia di chi vive con le masse, senza fermarsi ogni tanto a pensare con la propria testa. È uno spreco colpevole di intelligenza mascherato da scelta, ma scelta non è, bensi pragmatismo, moda, indifferenza, in nome di un quieto vivere che vuol dire poco. Sono per i sentimenti schietti, anche se esuberanti e burrascosi.

Se facessero una trasposizione cinematografica del tuo libro quale attore vedresti come protagonista e quale regista metteresti dietro la macchina da presa. Rigorosamente italiani.

Paolo Sorrentino alla regia. Ha un modo di girare che, ne sono certo, cambiarebbe completamente prospettiva alla storia. Mi piace l’idea di un secondo punto di vista che non coincida necessariamente con il mio. Una sua rilettura sarebbe un grande onore. Attore… non è facile perché io vedo Gianluca Fedeli chiaramente nella mia testa e si tratta di trovare un compromesso. Scelgo Giorgio Pasotti, ha il fisico e se ben diretto può essere una bella scommessa.

2 Risposte to “.: Intervista con Matteo Di Giulio”

  1. utente anonimo Says:

    Ciao Matteo!!
    A prestissimo…

  2. utente anonimo Says:

    Ciao Matteo!!
    A prestissimo…

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