:: Recensione di Giulia Guida: I cariolanti di Sacha Naspini

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i%20cariolanti“ E tutte le nostre parole, azzannate dalla terra.” [Rileggendo “I Cariolanti”, S. Naspini]

Un paio d’occhi neri di sangue, rossi di fame, gialli di disperazione.
Vorrebbero sfondare le pareti della terra- una terra di polvere e di roccia, una terra senz’acqua né carne da ingoiare, ancora con le urla delle bestie attaccate ai nervi.
Vorrebbero vedere attraverso il buio per più di qualche istante al giorno, non sentirla così  nemica quella luce bianca che cade giù  e illumina la polvere e il suo valzer incantato che nessuno vede mai, perchè il buio c’è da sempre così come il silenzio.
E quegli occhi non hanno mai parlato altro che una lingua randagia, senza casa, affamata dalla miseria. A Bastiano la bocca si impasta di tutte le parole che non è mai riuscito a dire, perchè la bocca serve a mordere, ad azzannare, a masticare e ingoiare giù.
Le parole stentano ad arrivare bene alle labbra, i suoni escono male, come un ringhio che raschia contro il diaframma.
Quelle parole da lupi con le costole in fuori e gli occhi socchiusi che sgocciolano lacrime cattive, perché non ci cresce niente su questa terra maledetta, niente che t’accarezzi lo stomaco e sciolga un po’ il gomitolo duro che ti morde la pancia.
Solo la guerra ci cresce in mezzo alla gente, sotto quella luce che anche a sfiorarla per sbaglio, finisce sempre che ti ritrovi nel tuo buio.
E un paio di mani che scavano in quel buco nella terra, in mezzo al bosco.
Rincorrono avide qualche verme solitario che non se l’aspettava mica d’esser mangiato da un bambino, con quegli occhi neri, che hanno preso spavento quando sono usciti dalla tana- quegli occhi attaccati alla disgrazia di chi nasce storto e un destino rapace ce l'ha cucito addosso. Una storia da animale in fuga, coi denti affilati dalla vita, da anni murati vivi nella terra, da mani che ti tappano la bocca per non farsi scoprire dai nemici, dalla carne dei soldati fucilati buttata nella zuppa, dalle ali delle mosche piombate sui cadaveri e schiacciate contro la lingua, per ruminare il sapore di una libertà nuova che non si sogna neanche, perchè è roba da ricchi e di chi un nome e delle radici ce l'ha per davvero.
Bastiano ha nove anni nel primo dei tredici scatti con cui Naspini apre "I Cariolanti".
Deve stare zitto, attento a incastrarsi tutte le parole tra i denti e a non buttarle fuori, di là dalle assi di legno che lo separano da quelli che camminano coi piedi sulla terra e non sottosopra come lui. E' chiuso in un buco nero, Bastiano, un buco in mezzo al bosco, in Toscana, mentre pochi metri sopra i suoi occhi irrequieti da animale da caccia ascoltano la grande guerra, che fa quello che deve fare.
Suo padre è un disertore, non ci vuole morire ammazzato in trincea per una guerra che non è  la sua. Ha già le sue battaglie da combattere, ha la miseria e una furia antica che lo tiene in vita. Preferisce viverci in un buco, piuttosto che morirci.
E' stato lui a volere tutto questo, a segnargli gli occhi di una smania barbara a Bastiano, a volerlo crescer su come una bestia da combattimento, perchè nient'altro avrebbe avuto dalla vita.
Un codice di istruzioni per la sopravvivenza e azzannare i sentimenti, che non servono a portare il pane alla baracca, che sono troppo stoppacciosi e pieni di filetti duri e poi di carne per combattere i crampi non te ne rimane quasi niente.
Ma c'era stato un amore che gli aveva accarezzato la pancia, a Bastiano, gli aveva lavato via il nero dagli occhi per un pò. Sara, che bella Sara, una bambina che zoppicava lungo la vita, tra pareti d'ovatta.
Erano gemelli di silenzio, Sara e Bastiano. Legati per la pancia da tutta quella fame di vivere. Lui che la voleva tutta per sè come una tana, un rifugio in cui sfogare la sua rabbia e seppellirla sotto terra, un sepolcro bianco- quella pelle, la pelle di Sara, un campo minato di luce, lui che alla luce non ci si abituava mai. E lei che lo voleva come il suo strappo ad una quiete artificiale, perchè lui era la vita che non le aveva mai macchiato il sangue, la libertà che non poteva correre, l'odore della notte che non era mai riuscita a respirare.
Ma è l'amore randagio, quello delle strade sterrate, che Bastiano conosce.
L'amore di una madre, una "mammaccia infame" che gli aveva promesso che le loro anime si sarebbe salvate, sarebbero rimaste bianche, mica come i loro stracci sporchi, mica come l'anima di un padre che se l'era mangiata già il diavolo. Ma qualcuno il male se lo doveva prendere, qualcuno il male lo doveva fare, perchè è così funziona. Ti devi sporcare, faccia nella terra e nel letame per non farti sparare dal primo che passa. Ti ci devi attaccare con le unghie a questa crosta fredda, un ventre di madre con le braccia di filo spinato- abbracciarla e lasciare il calco dei tuoi denti come se i tuoi morsi fossero impronte digitali.
La storia di cui ci parla Naspini ne "I Cariolanti" è di una bellezza agghiacciante perchè non lascia nessun appiglio alla redenzione.
Racconta una solitudine disumana, descrive l'abbattimento forzato e violento di ogni certezza del vivere sociale convenzionale. Ogni schema di vita familiare viene distrutto, il sacro viene dissacrato, la morale prestabilita diventa un intralcio alla sopravvivenza e si rende disvalore.
Non ci si lava dal sangue, in nessun modo, neanche la morte può essere la grande consolatrice di sempre. Non ci sono punti di fuga, l'immagine è la stessa, ripetuta fino all'ossessione. Alcuni elementi fanno come parte di un substrato mitico, si ricoprono di significati simbolici e rimandano alla dimensione del primitivo, privo di coordinate spazio-temporali ben definite. Il percorso che compie Bastiano lungo l'arco della sua vita può essere letto come un rito di passaggio attraverso il buio, il bosco, il silenzio, la terra madre che protegge e che divora ed un eterno ritorno a un destino da nati di traverso.
E in primo piano un paio d'occhi selvatici, gialli di disperazione, che non si chiudono mai.

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