Recensione di Percy Jackson Il ladro di fulmini di Rick Riordan a cura di Nicoletta Scano

23 agosto 2010 by

percyjackson-10Recensione del libro Percy Jackson- Il ladro di fulmini di Rick Riordan a cura di Nicoletta Scano. 

Nell'attesa che venga pubblicato anche in Italia il seguito del primo libro della saga di Percy Jackson, che uscirà in ottobre per Mondadori, prendiamo spunto dal primo dei cinque capitoli della serie, “Il ladro di fulmini”, per parlare di questa epopea che negli Stati Uniti ha venduto oltre 6 milioni di copie. Sull’onda del successo delle saghe fantasy dedicate ai ragazzi, inaugurate dallo straordinario "Harry Potter", negli ultimi anni si sono moltiplicati i libri pensati per gli adolescenti e letti voracemente anche dagli adulti. Quale sia l'ingrediente fondamentale di una diffusione così massiccia, senza distinzione di età, nazionalità, lingua, non è facile dirlo; senza dubbio, oggi come oggi, tutti noi siamo affascinati da storie di coraggio, di avventura, di amicizia, di solidarietà che nel mondo "degli adulti" è davvero difficile trovare. Parlando di Percy Jackson, il protagonista della fortunata saga di Rick Riordan, possiamo aggiungere che grande suggestione viene creata attraverso l'utilizzo della mitologia classica, originalmente rivisitata e adattata al mondo di oggi. Percy è  un ragazzino di 12 anni che vive nello Stato di New York, non è  bravo a scuola (probabilmente è dislessico), è stato abbandonato dal papà, non ha particolare fortuna con le amicizie e non va esattamente a genio agli insegnanti. Fin qui nulla di straordinario. Ma se aggiungiamo che la dislessia deriva dalla sua inevitabile attitudine alla lettura del greco classico, che il papà che lo ha abbandonato è Poseidone, dio del mare, che il suo migliore amico altri non è che un satiro e che la sua professoressa di matematica (e qui alzi la mano chi non l'ha mai pensato) in realtà è una vera e propria arpia, allora si capisce come la vita di Percy sia completamente diversa da quella di un ragazzino normale. Coinvolto in un universo assurdo, mitologico e avventuroso Percy si rivela un vero e proprio eroe, affronta mostri, realizza imprese, sfida il cugino Ares, zio Ade e riporta la folgore rubata a zio Zeus, che vive sull’Olimpo trasferitosi al 600° piano dell’Empire State Building. Ritroverà  il padre, conoscerà l'amicizia, e in una mirabolante serie di avvenimenti più o meno fantastici farà riscoprire al lettore la mitologia classica, suscitando con ilarità e ironia una nuova attenzione verso una cultura che ha segnato le nostre tradizioni e la nostra letteratura e che in fondo, ancora oggi, non smette di incantare. Con uno stile fresco e giovane, che sembra veramente indirizzato agli adolescenti, l'autore dà vita a personaggi ed avventure che sembrano realmente tratte dalla mitologia classica; ciò che diverte è l'ambientazione contemporanea nella realtà statunitense del 21º secolo, la continua mescolanza di modernità e tradizione, le improbabili commistioni tra due realtà agli antipodi: paradigmatica la collocazione dell'inferno, che si apre sotto Hollywood. 

:: Intervista a Claudio Cordova a cura di Cristina Marra

19 agosto 2010 by
Intervista a Claudio Cordova autore di “Terra venduta” (Laruffa editore, 2010) di Cristina Marra


Claudio Cordova è un giovane reporter di Reggio Calabria che, con entusiasmo coraggioso e un pò incosciente, si occupa di cronaca nera e giudiziaria. Giovanissimo d’età ma con la stoffa e il metodo del giornalista vecchio stampo, Cordova ricerca, indaga a fondo prima di informare i lettori. Redattore del quotidiano on line in tempo reale Strill.it, Cordova ha ceduto ben presto all’impulso di scrivere un libro, un libro di denuncia e di inchiesta, spronato da una lettura, quella di un testo di Carlo Lucarelli che si fa stimolo e volontà di continuare quella strada intrapresa dall’autore di “Navi a perdere”, ma con uno stile personale e camminando con le proprie gambe. Cordova ha camminato davvero a lungo per una Calabria sconosciuta o mai rivelata, per sentieri solitari che conducono nei luoghi in cui la regione è stata venduta alle speculazioni, ai traffici illeciti di rifiuti tossici e radioattivi. “Terra venduta” (Laruffa editore, pag.184 euro 10,00) è un viaggio in sette capitoli per la Calabria  per i suoi luoghi incriminati: torrenti, coste, mari in cui il sospetto di inquinamento persiste o è reso noto dalle inchieste giudiziarie. L’autore, con determinazione e nello stesso tempo con la sensibilità di chi è figlio di quella terra, compie un’indagine sul campo con rilievi sulle località violate  ed incriminate accompagnati da ricca documentazione fotografica. Cordova racconta la Calabria venduta con la professionalità e l’intraprendenza del reporter ma soprattutto con gli occhi di chi ha visto i disastri ambientali e i danni provocati alla salute degli abitanti di quelle zone, ignari della presenza di rifiuti e scorie illegalmente occultati.

Quando hai deciso di scrivere "Terra venduta"?

Nella primavera del 2009, leggendo, tutto d’un fiato, nel giro di pochissime ore, “Navi a perdere” di Carlo Lucarelli, che per me è un maestro dal punto di vista narrativo. “Terra venduta”, infatti, nasce come un’inchiesta sulle navi dei veleni, di cui conoscevo già, per ragioni di lavoro, diversi particolari. Poi, indagando, nel corso di oltre dodici mesi, ho avuto modo di scoprire diverse altre storie, per molti versi raccapriccianti, che non riguardano le vicende della navi affondate, ma il traffico di rifiuti sul territorio calabrese.

Dal tuo libro traspaiono dati inquietanti sul tasso di mortalità  di bambini che vivono in quelle zone contaminate. Così  si muore in Calabria?

La Calabria è una regione in cui non ci sono fabbriche, né si può parlare di inquinamento dovuto allo smog, dato che non vi sono metropoli. Eppure, purtroppo, in determinate zone, vi è un’incidenza patologica assai preoccupante, che colpisce soggetti molto giovani. Penso a quello che accade tra Paola e Serra d’Aiello, in provincia di Cosenza, per non parlare di Crotone, dove i bambini andavano a scuola, ignari di essere circondati da scorie. E anche in alcune zone del reggino alcuni tassi sembrano essere in aumento: credo che non si debba viaggiare sui binari dell’allarmismo, ma pensare che tutto vada bene sarebbe da irresponsabili.

La tua indagine si è svolta soprattutto sul campo. Com'é  stato il tuo lavoro di ricerca?

E’ stato un lavoro fatto di viaggi solitari, in condizioni anche ostili. A voler fare un discorso romantico, posso dire che mi teneva compagnia la musica dell’autoradio e la passione nel vedere, giorno dopo giorno, che il materiale che raccoglievo prendeva forma sul foglio bianco. Amo il giornalismo di verifica, fatto sul campo, come si faceva un tempo, sono convinto che un buon giornalista debba avere le doti e la predisposizione di un investigatore, di un segugio: io sto studiando per diventare un buon giornalista, cercando di mettere in pratica gli insegnamenti dei miei direttori di Strill.it, che mi hanno formato e mi formano, giorno dopo giorno, umanamente e professionalmente.

Sei redattore di Strill.it e scrivi di cronaca nera e giudiziaria, com'é stato occuparti di inchieste scomode e scottanti come quelle riguardanti rifiuti tossici e radioattivi?

Anche l’attività quotidiana non è delle più facili, sono convinto che chi esercita il mestiere di giornalismo in Calabria lo stia esercitando in un territorio di frontiera, in una scala gerarchica colloco la Calabria subito dopo i territori di guerra, quelli dove, davvero, si rischia la vita a ogni passo. Qui i giornalisti combattono una guerra un po’ più silenziosa: sono armati di penne e tastiera, tentano di informare correttamente i cittadini e non è facile perché l’intero contesto sociale è permeato dalla ‘ndrangheta o dalla mentalità mafiosa. Solo attraverso una buona informazione la nostra Calabria potrà crescere e indignarsi di fronte a scandali come quelli che ho tentato di raccontare nel mio libro. C’è di mezzo la salute di tutti noi, dei nostri parenti, non si può tenere la testa sotto la sabbia.

Stai presentando il libro in giro per la Calabria, qual é la reazione di tuoi lettori?

Per me, che ho sempre avuto ambizioni da scrittore, da narratore, il complimento più grande è stato sentirmi dire che il libro si fa leggere come se fosse un romanzo. Purtroppo, quelle narrate in “Terra venduta” sono storie vere, anche se, a volte, sono così incredibili da assomigliare a sceneggiature cinematografiche. Dopo i viaggi d’indagine, per la scrittura del libro, da qualche mese ho iniziato quelli per far conoscere il mio lavoro, per far conoscere, soprattutto, il mio impegno, i miei sacrifici. In questi mesi ho incontrato, in Calabria, ma anche fuori dai confini regionali, tanta gente che crede in quello che fa: questo, ovviamente, mi dà forza e coraggio per continuare la mia attività. Mi rivolgo soprattutto alla gente, ai miei coetanei: solo se noi giovani ci coalizziamo dalla parte giusta, un domani potremo vivere in una Calabria migliore.

Cordova giornalista e scrittore, quali sono i gusti di Cordova lettore?

I libri d’inchiesta e i saggi, soprattutto. Tento di informarmi tramite i libri, dato che giornali e televisione ci tengono troppe cose nascoste. I libri stanno diventando, insieme a internet, l’unico spazio di vera libertà: e l’Italia, la Calabria, hanno bisogno di libertà, quanto l’acqua nel deserto. Leggo gli scritti dei giornalisti che provano a fare un’informazione corretta, fuori dalle logiche dei padroni: cerco di imparare da loro. Sì, leggo per conoscere e per imparare.

Pensi di continuare a scrivere libri-inchiesta? Progetti in cantiere?

Spero che la mia attività possa continuare nella mia terra, la Calabria, che amo moltissimo. Per ora, come dicevo, l’attività principale, per quanto riguarda l’editoria, è quella di far conoscere a più gente possibile “Terra venduta”. Sicuramente spero che non resti un’opera isolata: complice lo spirito inquieto, quello che io chiamo, spesso, “caratteraccio”, non riesco a restare fermo e fare il compitino. Paolo Borsellino diceva una frase bellissima, secondo me: “Palermo non mi piaceva, per questo ho imparato ad amarla. Perché il vero amore consiste nell’amare ciò che non ci piace per poterlo cambiare”. Ecco,  qualsiasi progetto futuro, sarà rivolto soprattutto a migliorare, nel mio piccolo, la mia terra. Credo che sia necessario fare di tutto per lasciare, alla fine della nostra vita, le cose in uno stato migliore rispetto a come le avevamo trovate.

:: Recensione di Il segreto del Morbillaio di Danilo Giovanelli a cura di Maurizio Landini

9 agosto 2010 by

morbillaio-coverDanilo  Giovanelli “Il segreto del Morbillaio”, Edizioni XII, pagine 179 recensione di Maurizio Landini

Saturnetto Vinceslovo, detto il Morbillaio perché più “fragile di altri provò su di sé tutte le malattie che il buon Dio aveva avuto l’accortezza di diffondere a valle, maturando contorto, piagato e giallastro, colore della polenta con la quale si mimetizzava” è un celebre poeta di Vermiziano. La scuola elementare del paese porta il suo nome e sorge proprio sulle fondamenta della casa del cantore vermizianino.
   Una scuola tranquilla, tutto sommato, divisa fra bulli e secchioni, sfide all’ultimo sms tra messaggiai, e gare di onniscienza fra piccoli super-saccenti.
Finché il segreto del Morbillaio non rischia di essere svelato da un gruppo di ragazzini: Ebète il ragazzo cosmopolita dall’improbabile esperanto, Elio il secchione sempre in gara con Donnetta Spilunga, Crescione il maniaco dei videogiochi, Erode travolto da malattie e medicine, Cassadra la bambina posseduta dal’aristocratica Dorotea Rossi Maniscalchi de’ Falchi Rovi. Ma i Goonies della Quinta A Saturnetto Vinceslovo dovranno vedersela con la vecchia Gioconda di cui si racconta che “ha fatto fuori qualche ragazzino. E poi li seppellisce nella sua cantina” e con gli Amici del Morbillaio, fanatici estimatori del poeta, gelosi custodi delle sue opere…
   Un racconto fantasy avventuroso, divertente e scanzonato dove Giovanelli reinventa lo “slang della spensieratezza” nell’eterna sfida fra generazioni, tra complicità dell’amicizia e stregoneria della solitudine.  

:: Recensione di Archetipi di Autori Vari a cura di Maurizio Landini

3 agosto 2010 by

archetipiAutori Vari – “Archetipi” Collana “Camera Oscura” 2009 Edizioni XII pagg. 333 

Protagonisti della paura che ci accomuna come esseri senzienti, che parla la nostra stessa lingua come un esperanto del dolore fisico, sono gli archetipi narrati in dodici racconti, seguendo il filo nero dell’immaginario, attraverso cuciture grossolane nel corpo post-autoptico della modernità secolarizzata ed “evoluta”: micidiale senso del meraviglioso che irrompe nel nonsenso dell’appiattimento quotidiano.

Che si tratti di un golem, di una sirena o di una fenice, nessuno potrà fermare l’avanzata di questi super-eroi super-naturali, neanche Alessandro il Grande: essi hanno il buio dalla loro parte, e l’assenza totale di uno spazio e un tempo definiti e definibili. Il loro topoi sono informazioni di un inconscio collettivo, junghianamente parlando: la condivisione di una speranza che il muro di tamponamento tra realtà e finzione infine si sbricioli…

L’oscurità non è mai stata così illuminante.

Corredata da superbe illustrazioni a colori, “Archetipi” è un’antologia sofisticata, che pianta un paletto dritto nel cuore del fantastico italiano non per uccidere il mostro in un fiume d’inchiostro e banalità bensì per iniettargli nuova linfa vitale e divenire così un riferimento importante per una nuova generazione di modellatori del sense of wonder. 

:: Recensione di Il margine dell'alba di Mariangela Cerrino a cura di Elena Romanello

30 luglio 2010 by

Mariangela Cerrino e le storie del suo Piemonte 

Mariangela Cerrino, nata e sempre vissuta a Torino, scrive sin da quando era giovanissima, quando debuttò con alcuni western ambientati nei futuri Stati Uniti prima della Guerra d'indipendenza per la casa editrice Sonzogno, con copertine realizzate da Guido Crepax. In seguito si è affermata come scrittrice di fantascienza e fantasy, scrivendo libri come il romanzo ecofantasy Lisidranda, edito da Armenia, ma non ha dimenticato il suo primo amore, la storia, che è tornata in opere come la trilogia sugli Etruschi edita da Longanesi composta da I cieli dimenticati, La via degli dei e La porta della notte e nel ciclo dell'anno Mille, pubblicato da Susa libri e composto da Il segno del drago, Il segreto dell'alchimista, Il custode dell'arcobaleno e Il calice spezzato.
La sua ultima fatica è ancora un romanzo storico, Il margine dell'alba, edito da Alacran, sulle guerre di religione del Cinquecento tra il Piemonte e il Delfinato, quando si scontrarono cattolici e valdesi e insieme interessi del re di Francia e del duca di Savoia. Tra le passioni di Mariangela Cerrino ci sono la storia, cultura, musica e tradizioni dell’area celtica, occitana e francoprovenzale, con particolare riferimento alla Valle di Susa, alla Savoia e al Delfinato e le antiche culture, religioni e mitologie. Adora il cinema di Ridley Scott e di Peter Jackson, Trilogia dell'anello in segue inoltre il progetto Tantestorie per le biblioteche civiche torinesi, durante il quale parla delle sue storie, così remote ma anche così attuali.
«Stavolta ho voluto raccontare con Il margine dell'alba una storia ambientata nei luoghi di dove è originaria la mia famiglia, la Valle di Susa e la Val Pellice, con scappate nelle regioni francesi del Queyras e del Delfinato, perché amo raccontare le storie poco note, ma che hanno condizionato le nostre valli e di cui ancora oggi si sente l'eco lontano: chi sa ancora qualcosa della Valle degli Invincibili, dove un pugno di Valdesi tenettero testa alle truppe di Emanuele Filiberto? Eppure negli archivi c'è tutto, ricostruzioni di battaglie, documenti, testimonianze: basti pensare che nella Biblioteca di Carmagnola c'è tutta la documentazione sulla battaglia di Ceresole. Purtroppo la storia locale non viene insegnata a scuola, del resto non si insegna più nemmeno la storia in generale.»
Il tema di fondo de Il margine dell'alba è quello delle guerre di religione, che vedono schierate da una parte il capitano de Lacazette, antieroe della vicenda, e dall'altra il suo amico fraterno d'infanzia Etienne, idealista fino all'ultimo, e in fondo sua coscienza. In Piemonte non succede più, per fortuna, che si muoia per opinioni religiose diverse, in altre parti del mondo questo invece continua ad avvenire ed è spesso cronaca di frettolosi notiziari.
«L'intolleranza religiosa è un tema sempre attuale, oggi più che mai. Gli esseri umani non hanno mai perso l'abitudine di farsi scudo con il nome di Dio in battaglie che sono solo di uomini, come dice ad un certo punto nel libro uno dei miei personaggi. Ho ricostruito quell'epoca tra l'altro cercando di non scendere troppo nei dettagli più crudi, anche se gli eventi ci sono, così come avvennero, anche se alcuni miei personaggi, come Etienne e Felicienne, l'ostessa del Fleur de Lys di Briançon, sono inventati».
Il primo libro che ha letto Mariangela Cerrino, a sette anni, fu I tre moschettieri di Dumas, nell'edizione per adulti, e lo stesso gusto del romanzo storico, tra realtà e fantasia, tra eroismi e sentimenti, si ritrova anche ne Il margine dell'alba, storia appassionante e tragica, che parte da una grande amicizia, che non può durare, perché è tra un cinico come Lacazette, pronto a cambiare bandiera nel corso della sua vita per convenienza, e un idealista come Etienne, figlio di un valdese ucciso e che diventerà della religione dei suoi avi per scelta. Ma un'amicizia che segnerà entrambi, soprattutto Lacazette, per il quale Etienne rappresentava la sua parte migliore, una delle poche persone che l'abbia amato, insieme a Felicienne.
Una curiosità:  il capitano Lacazette è realmente esistito, morì davvero anziano ad Oulx nel 1590 vittima di giochi di potere perché era un personaggio scomodo ed inviso ad entrambe le fazioni e la sua tomba non fu mai ritrovata. Ma forse, come suggerisce Mariangela Cerrino, era morto nell'anima vent'anni prima, in quell'alba che segnò il suo destino e la sua perdita.
Il margine dell'alba, Mariangela Cerrino, Alacran edizioni, 19 euro

Elena Romanello

::La rassegna Tabularasa a cura di Cristina Marra

28 luglio 2010 by

Si è  conclusa la rassegna “Tabularasa”, il contest di editoria di denuncia e di inchiesta organizzato dall’associazione Urba e dal quotidiano on line Strill.it a Reggio Calabria. Lo slogan “che non piaccia a chi vuole che si taccia” ha caratterizzato le quattro serate dal 19 al 22 luglio al Circolo del Tennis “Rocco Polimeni” durante le quali si sono alternati sul palco scrittori, giornalisti, magistrati ed esponenti delle istituzioni che fanno della ricerca delle verità scomode il loro mestiere. I direttori Giusva Branca e Raffaele Mortelliti, promotori, organizzatori e presentatori della manifestazione, con orgoglio e un pizzico di emozione hanno ottenuto un successo forse inaspettato per la grande partecipazione di pubblico. La città di Reggio Calabria ha risposto al richiamo lanciato da Tabularasa, ha voluto ascoltare le storie dalla viva voce degli ospiti e conoscere gli approfondimenti su inchieste  troppo presto dimenticate o sottovalutate. Anche i media locali e nazionali hanno apprezzato e divulgato un’iniziativa che prende le mosse da una terra afflitta e colpita da gravi problematiche sociali ma anche terra di antiche tradizioni culturali. “Ci sembra necessario eleggere la Calabria quale regione simbolo da cui scardinare gli inossidabili meccanismi che hanno generato immobilismo, stravolgimento dei fatti, reinterpretazione della storia, annebbiamento delle percezioni relative alle responsabilità sociali e politiche e indebolimento delle capacità critiche colletive” hanno affermato Branca e Mortelliti. Già dalla prima serata, nella ricorrenza della strage di via D’Amelio, il dibattito si è inoltrato tra le luci e le ombre dei misteri legati alla mafia e dei collegamenti col potere politico. Da Massimo Ciancimino autore di “Don Vito” (Feltrinelli) a Nicola Biondo col suo “Il patto” (Chiarelettere) alla photoreporter Letizia Battaglia, si sono avute ricostruzioni agghiaccianti dei rapporti tra Stato e mafia che sono seguite all’intervento di Gherardo Colombo (“Sulle regole”, Feltrinelli) sulle regole e sul loro significato in una società sempre più debole che non sa imporsele e tanto meno rispettarle. Anche il ricordo violenza degli anni di piombo, argomento della seconda serata della Kermesse, raccontati da Sandro Provvisionato (“Doveva morire”, Chiarelettere), Attilio Bolzoni (“Faq mafia”, Bompiani) e Piergiorgio Morosini (“Il gotha di cosa nostra” Rubbettino) sono legati a momenti di forte indebolimento politico e sociale. Il monologo breve di Marco Gambino tratto dallo spettacolo teatrale “parole d’onore” ha intervallato gli interventi. Nel corso della serata sono stati consegnati i premi “Strillerischia” ai giornalisti Peppe Baldessarro e Manuela Iatì per il libro “Avvelenati” (Città del Sole edizioni) e Danilo Chirico e Alessio Magro per “Il caso Valarioti”(Round Edizioni). La casa editrice Chiarelettere impegnata nella pubblicazione di libri di denuncia e d’inchiesta è stata la protagonista della terza serata e il direttore editoriale Lorenzo Fazio ha ribadito quanto sia necessaria  la pubblicazione di questo genere libri in mancanza di spazi e libertà d’espressione. I grandi misteri e intrighi italiani da Piazza Fontana  a Ustica sono stati affrontati da Giovanni Fasanella e Rosario Priore autori di “Intrigo internazionale” (Chiarelettere), Marco Lillo (“Papi”, Chiarelettere) che ha presentato il documentario “Sotto scacco” sulle bombe di mafia del 1993. Antonio Massari e Giuseppe Salvaggiulo che sempre con Chiarelettere hanno  pubblicato “La colata” hanno fatto il quadro della loro inchiesta sugli affari illeciti e sommersi legati alle speculazioni edilizie che stanno cementificando l’Italia. Nell’ultima serata, aperta dalla toccante testimonianza di Umberto Ambrosoli autore del libro-inchiesta sull’omicidio del padre, Tabularasa ospita il premio “La matita rossa e blu” della fondazione Falcomatà che ha premiato importanti esponenti del mondo culturale e giornalistico nazionale e internazionale. Se Tabularasa si è aperta con lo slogan che invita a non tacere, la conclusione può essere affidata alle parole di Sergio Zavoli che ricordando il celebre proverbio cinese “Se ognuno spazza davanti alla propria porta tutta la città sarà pulita”, esorta alla rinascita del nostro paese,  ripartendo da un rinnovato senso di responsabilità.

::Recensione di Il sangue del Vampiro di Florance Marryat a cura di Stefano Di Marino

27 luglio 2010 by

il_sangue_del_vampiroRecensione – Il sangue del Vampiro- di Florence  Marryat- prefazione di Barbara Baraldi- traduzione di Alberto Frigo-pp328- 18,00 euro 

di Stefano Di Marino

In un mondo perfetto i narratori scriverebbero ciò che ‘sentono’ e gli editori pubblicherebbero i libri più belli al di là di mode e conveniente. Di fronte all’onda di piena di romanzi gotico-adolescenziali diffusi come una vera peste vampirica in modo esponenziale,creatori di una confusione in cui conta solo una vago ‘ flavour’ e si discerne con difficoltà la qualità di una racconto da un altro, la proposta del romanzo di Florence  Marryat è una boccata di… sangue fresco. Basta scorrere la biografia della sua autrice, una donna indipendente, coraggiosa, capace di interessi e passioni in un’epoca(quella vittoriana in cui visse tra il 1833 e il 1899) per rendersi conto di trovarsi di fronte a una sorgente narrativa fuori dal comune. Come ci racconta Barbara Baraldi- autrice moderna ma di acuta e personalissima ispirazione gotica – Il sangue del Vampiro uscì lo stesso anno del Dracula di Stoker e si colloca in quel romanticismo gotico citato solo alla lontana nei romanzi d’oggi più influenzati da mode comportamentali giovanili che sostenuti da una base solida di conoscenza dell’argomento. Harriet , fugge dalla  Giamaica con un’amica del convento delle Orsoline. Ha in sé una strana fascinazione, una dolcezza inquietante. A tratti si rivela in quell’ingordigia a tavola, nello sguardo che non ha nulla della brava fanciulla vittoriana, nella sfacciataggine quasi violenta con cui cerca l’approvazione e la compagnia di altri. Harriet cerca l’amore, un po’come il conte Dracula. In maniera ossessiva, vampirica appunto, con una ferina voluttà di cui  sembra inconsapevole. Eppure riesce a diffondere intorno a sé un alone di tristezza, la consapevolezza di portare disgrazia a chi la circonda. Un sortilegio appunto, o solo un caso. Esperta di spiritismo di tradizioni extra europee la Marryat inserisce i suoi interessi il suo sottile gusto morboso in un palcoscenico in costume perfettamente coerente con la sua epoca. Dame, nobiltà più o meno ipocrita, rivalità gelosie, l’essenza della falsità vittoriana sono fotografati da pagine scritte con uno stile limpido, ottimamente reso nella traduzione,moderno. Una vecchia teoria recita che quando in un ecosistema penetra un elemento estraneo questo mondo ordinato e sino ad allora capace di sopravvivere a ogni tempesta, crolla su se stesso. L’arrivo del vampiro, del diverso, di Harriet che è una creatura assolutamente estranea alle convenzioni dell’Inghilterra di fine Ottocento, porta la catastrofe per gli altri e in ultima analisi per se stessa.. Se mi si permette il paragone come i Mostri di Jerrold nella saga degli Chtorr. Ma qui non parliamo di fantascienza e, forse, neppure di orrore fine a se stesso. Harriet è un personaggio tragico, modernissimo nei tempi ed efficace, avvincente. Forse perché non nasce a tavolino per copiare un ‘trend’ editorial-cinematografico ma è la riscoperta di una narratrice di talento conosciuta in tutto il mondo. Ne vogliamo ancora.

LORENZO MAZZONI intervista SHAZIA OMAR

26 luglio 2010 by

Shazia_OmarshaziaLORENZO MAZZONI intervista SHAZIA OMAR 

Traduzione dall’inglese di Federica Maietti

Con sottofondo di Lucy in the sky with diamonds, The Beatles

Un grande esordio quello della scrittrice Shazia Omar, nata a Dhaka, capitale del Bangladesh, dove vive e lavora per un’agenzia che si occupa di sviluppo nelle baraccopoli. Ed è in parte in esse che è ambientato “Come un diamante nel cielo” (Md’A-Giunti Editore, 2010), titolo che è un chiaro tributo ai Beatles che, come altri mostri sacri del rock d’annata, compaiono fra le righe di questo intenso e scoppiettante romanzo.

Shazia Omar, con ritmo serrato, racconta la parabola di due tossicodipendenti di Dhaka: Deen, rampollo di una ricca famiglia decaduta, e Aj, proveniente dal mondo squallido delle baraccopoli, ma che è riuscito a farsi strada come galoppino di un boss del contrabbando di pietre preziose. Fra feste d’alto bordo, rapine, sballi dolciastri di eroina e LSD, i due protagonisti compiranno la loro discesa all’inferno, dandoci una veduta inedita del Bangladesh, paese pieno di contraddizioni insanabili.

Una storia che intreccia il thriller al noir di impianto classico: l’amore struggente per una bella ragazza, la pistola rubata al boss, la partita di diamanti, la polizia corrotta. E ci regala immagini profonde di Dhaka, metropoli d’Asia. Moderna ed endemicamente immutabile.

-Da quali esperienze della tua vita scaturisce Like a Diamond in the Sky?

Ho alcuni cari amici che stanno uscendo dalla tossicodipendenza. La loro forza mi ha spinto a scrivere questo libro.
Attraverso i miei amici, ho avuto la fortuna di incontrare il dottor Yusuf Merchant che gestisce un centro di riabilitazione a Mumbai. Ho trascorso là un mese, imparando da lui molte cose riguardo alle varie forme di tossicodipendenza.
Inoltre ho trascorso un mese in un villaggio, a contatto con donne molto al di sotto della soglia di povertà per esplorare la loro concezione del concetto di felicità, al fine di sviluppare le ricerche per la mia tesi; in quel periodo stavo facendo un Master in psicologia sociale alla London School of Economics. Questa esperienza mi ha consentito di creare uno dei personaggi del libro, Falani, la trafficante di droga che vive nella baraccopoli. (Ho scritto il libro qualche mese dopo aver concluso la tesi). Inoltre la London School of Economics è decisamente di sinistra e socialista e alcuni aspetti politici sono emersi nella mia storia.
La droga rappresenta un problema in crescita in Bangladesh, soprattutto tra i giovani. Dipendenze, disagi psicologici, depressione, sono tutti considerati argomenti “taboo” perciò nessuno ne parla. La gente ha bisogno di saperne di più sulla tossicodipendenza. Spero che alcuni dei giovani attualmente coinvolti nella spirale della tossicodipendenza leggano questo libro e si rendano conto di quanto pericoloso sia il cosiddetto “sballo” per la loro salute e il loro benessere.

-La follia amorosa di Deen per Maria mi ha ricordato, forse per le atmosfere create, quella di Daru per Mumtaz (i protagonisti di Moth Smoke, dello scrittore pakistano Mohsin Hamid). Hai letto quel libro?

Ho letto Moth Smoke, e mi è piaciuto molto. L’ho letto molto tempo fa, e avevo dimenticato che l’oggetto dell’amore di Daru si chiamasse Mumtaz… è buffo: le iniziali D e M per i protagonisti delle due storie d’amore. Certo, entrambe le storie sono simili per il fatto che trattano di un ragazzo ricco che cade nella trappola dell’eroina mentre il paese intorno a lui si sgretola a causa della corruzione della povertà. Credo che il Pakistan e il Bangladesh siano simili sotto diversi aspetti.
Una delle differenze principali che mi viene in mente paragonando i due libri, è che nel mio romanzo ho cercato di esplorare l’aspetto spirituale della dipendenza, o almeno la mancanza di appagamento spirituale che porta qualcuno alla caduta nella dipendenza. Per me, come per Deen, la spiritualità è molto importante.

-Nel romanzo è presente, in varie sfumature, il dialogo/scontro fra la laicità  dello Stato e una forte interferenza religiosa. Quanto questo, attualmente, influisce nella vita quotidiana del Bangladesh?

Si, esiste un conflitto tra lo Stato laico e i musulmani integralisti del Bangladesh. Fortunatamente abbiamo diversi fattori di “bilanciamento” (in grado di mitigare la situazione), come i Sufi (ci sono molti santuari Sufi in Bangladesh), i Baul (che seguono la filosofia di Lalon) e altre correnti dell’Islam. Questo aiuta a bilanciare le cose. Eppure, il fondamentalismo spaventa, e quelli di noi che sono scolarizzati pregano affinché non prendano mai il controllo della scena politica della nazione. Sarebbe una vera tragedia.
Inoltre il Microcredito è molto diffuso in Bangladesh, ed è concesso soprattutto alle donne. Questo ha contribuito a spostare il potere sociale nei villaggi. Le donne non sono mai a favore di governi filo-religiosi. Si rendono conto che uno stato laico è molto meglio per loro e per le loro famiglie. Anche questo fattore ha contribuito a mantenere un certo equilibrio in Bangladesh. 

-Si può  leggere il romanzo come un atto d’accusa verso la società bene (religiosa e non) di Dhaka?

Si, certo. Ho cercato di far emergere alcune mie personali critiche nei confronti della società di Dhaka. Soprattutto osservo i vari fattori che trasmettono ai nostri giovani un senso di alienazione, ovvero come i nostri giovani sono stati delusi dai nostri leader politici, dai nostri leader spirituali (non ne abbiamo nessuno!) dai nostri insegnanti e da quella generazione di genitori che hanno preteso buoni voti ma non si sono preoccupati di insegnarci cose come la compassione e l’empatia e hanno completamente fallito nella comunicazione con i loro figli. 

-Lavori per un’agenzia della Banca Mondiale che si occupa di sviluppo nelle baraccopoli. Quanto di questa esperienza è rappresentata nel libro?

Ho scritto delle baraccopoli a partire dalle conoscenze che ho maturato durante le ricerche per conseguire il Master. Attualmente lavoro presso la World Bank Funded Development Agency, ma ci occupiamo dello sviluppo del settore privato e non direttamente degli aspetti che possono contribuire alla riduzione della povertà. Ad esempio cerchiamo di aiutare piccole imprese di successo. Quest’esperienza non ha effettivamente influenzato il romanzo. 

-Buona parte della “colonna sonora” del romanzo è costituita da musica degli anni ‘60 e ‘70, penso a The Beatles, The Rolling Stones, Led Zeppelin, David Bowie, Bob Dylan, JJ Cale. Da dove nasce questa scelta? È la musica che ascolti tu o c’è un reale interesse diffuso fra i giovani di Dhaka per il rock d’annata?

C’è un piccolo gruppo di persone che va pazzo per il rock vintage, e io sono una di loro! Abbiamo un piccolo gruppo che si chiama “Stone Free” che suona nei ristoranti e fa cover di quel tipo di canzoni. Abbiamo anche moltissimi gruppi rock tra gli studenti universitari, ma fanno per lo più hard rock, che è un genere che io non amo. Credo che il rock vintage non sia un interesse molto diffuso ma, grazie a dio, esiste un piccolo gruppo di persone che adora questo genere musicale. 

-Chi hai letto? Cosa stai leggendo?

Ho un sacco di autori preferiti. Sono così tanti che non so da dove cominciare. Adoro lo stile semplice di Hemingway e Fitzgerald, quel modo di scavare nei dettagli fino a rimanere con l’essenziale. Si tratta di uno stile che ho cercato di raggiungere. Mi piacciono le emozioni maniacali degli scritti di Jack Kerouac (il mio protagonista si chiama così grazie al suo Dean Moriarty) e l’immaginario di Marquez (le farfalle gialle si sono fatte strada fino al mio romanzo). Mi piace come Arundhati Roy adagia comodamente parole straniere nella sua prosa. 

-Hai una giornata tipo di lavoro?

Si. Lavoro all’agenzia di sviluppo. Inoltre ho due bambini, uno di due anni, Amani, e uno di due mesi, Arshan, e di sera insegno yoga. La mia giornata tipo è molto impegnata!

-Ci sono altri scrittori del Bangladesh che consiglieresti?

Ci sono alcuni nuovi scrittori bangladesi. Tahmima Anam (Golden age) e Mahmud Rahman (Killing the water). Ci sono molti altri autori che stanno scrivendo cose molto interessanti ma non sono ancora stati pubblicati. Penso che ne sentirete parlare nei prossimi anni. 

-Progetti per il futuro?

Sto scrivendo un altro romanzo, ed è  un lavoro molto duro.

-Grazie. Buona giornata e buon lavoro.

-Grazie a te. 

:: Intervista a Lars Rambe a cura di Giulietta Iannone

23 luglio 2010 by

Lars Rambe 2013Ciao Lars. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Lars Rambe?

Ciao. Grazie. Piacere mio. Sono un avvocato e scrittore svedese, attualmente vivo con la mia famiglia a Nairobi, in Kenya. Ho 41 anni. Io e mia moglie Anna  abbiamo due figlie, Astrid e Hedda.

Raccontaci qualcosa della tua città. Qual è il tuo background?

Sono di Stoccolma, la capitale della Svezia. Nel 2005 mi sono trasferito con la mia famiglia nella piccola città di Strängnäs 80 km da Stoccolma. E ‘un posto veramente bello sul lago Mälaren.
Ho studiato giurisprudenza all’università di Uppsala, poi ha lavorato come avvocato per una azienda la  Pharmacia (oggi Pfizer). Ho iniziato a lavorare in proprio circa dieci anni fa. Quando sono arrivato a Strängnäs ho anche finalmente trovato il tempo di cominciare a scrivere romanzi sul serio, era qualcosa che avevo sognato per molto tempo.

Quando ti sei accorto che avresti voluto diventare uno scrittore?

Già da bambino mi piaceva scrivere storie e lavorare con la parola scritta. E da allora ho sempre scritto anche se c’è voluto molto tempo prima che effettivamente abbia potuto pubblicare un romanzo.

Come ti sei avvicinato al genere poliziesco?

Mi è sempre piaciuto leggere storie poliziesche. Se scritte bene queste storie ci dicono molto sulla società in cui viviamo. E’anche qualcosa di stimolante ed emozionante  il modo in cui è costruito un giallo. Tutte le domande che vengono poste di solito trovano una risposta. E’ una cosa che coinvolge il lettore ed è importante per me.

Raccontaci qualcosa del tuo debutto. La tua strada verso la pubblicazione.

Il mio primo libro è stato costruito  scena per scena dalle mie scoperte e impressioni in Strängnäs. Mi ci è voluto un anno per scriverlo, utilizzando principalmente la sera e il fine settimana. Quando il libro è stato pubblicato all’inizio ha interessato molto le persone a livello locale, ma ben presto è andato oltre.

Quali scrittori ti hanno influenzato?

Dal momento che mi piace molto Henning Mankell e Håkan Nesser penso che in una certa misura mi abbiano influenzato. Poi abbiamo anche una forte tradizione in Svezia di storie basate saldamente in diversi luoghi dove la geografia ha in realtà un impatto su ciò che sta accadendo. Questo mi piace.

Alcune critiche hanno influenzato il tuo lavoro?

No, non proprio. Cerco sempre di migliorare la mia scrittura. Pertanto, lavoro a stretto contatto con editori e altre persone con competenze di scrittura e ascolto sempre molto attentamente i miei lettori. Tuttavia, una volta che il libro è uscito ho bisogno di passare al mio prossimo progetto. I critici letterari possono guidare i lettori, ma di rado uno scrittore.

Che cosa ha portato al tuo primo libro per essere pubblicato?

In realtà, ho iniziato una piccola casa editrice, al fine di ottenere la pubblicazione. Non ho nemmeno contattare uno qualsiasi delle case editrici. Invece ho appena andato avanti e ha fatto da solo. Forse era una strategia rischiosa, ma ha funzionato molto bene per me. Un editore importante presto si è interessato al mio lavoro e ho riscosso grande interesse nei media.

Che tipo di libri ti piaceva leggere quando eri ragazzo?

Ho letto molto e tanti generi diversi. Ho letto molte storie di avventura, ma anche classici. Ero molto appassionato di Stephen King. Quando sono diventato più grande ho iniziato a leggere un bel po ‘di fantasy e di fantascienza, e, naturalmente  storie poliziesche.

Qual è il tuo consiglio per gli aspiranti scrittori?

Consiglio di trovare una storia che vi interessi veramente. Innanzitutto deve piacere a voi. Se ciò non avviene, è probabile che non vada bene neanche agli altri lettori . Non rinunciare. Prendete tutti i
consigli e aiuti che potete ottenere.

Vuoi descrivere una tipica giornata di lavoro?

Faccio colazione con la mia famiglia. Poi porto i bambini a scuola. Dopo di che comincio a scrivere. Alcuni giorni è facile, alcuni giorni non lo è. Cerco di mantenere una disciplina dura, ma non sempre ci riesco. E ‘facile essere distratti da tutte le piccole cose. E ‘molto più facile scrivere una e-mail piuttosto che lavorare su uno script. Per andare avanti di solito cerco un compromesso tra il lavoro creativo sul testo nuovo e le modifiche al testo già esistente. A volte vado in un bar vicino e ascolto la gente. E’ abbastanza interessante, a volte è più facile per me concentrarmi quando c’è qualche rumore di fondo. Quando la struttura di una storia diventa più consolidata, a volte salto avanti e indietro nella storia a seconda di cosa mi ispiri di più in quel momento. Una volta che i bambini tornano a casa di rado faccio molti progressi. Quando sono molto concentrato di solito riesco a scrivere anche di notte.

Hai un agente letterario?

Sì.. E ‘ per me molto prezioso. E’ un grande aiuto. In Italia sono rappresentati da Pontas.

Preferisci in un libro la descrizione dei luoghi, la descrizione dei personaggi  o i dialoghi?

Tutto è necessario. Io costruisco le mie storie partendo dai personaggi e dai luoghi in cui vivono. Scrivere un buon dialogo è molto difficile, ma estremamente efficace. E ‘anche un ottimo modo per creare un personaggio.

Cos’è  il talento per te? Un dono o un lavoro artigianale?

Un dono che aumenta di valore se ci si lavora su.

Scrivi anche  racconti o solo romanzi ?

Mi concentro prevalentemente sui romanzi, ma occasionalmente scrivo anche storie brevi.

Pensi che un libro possa cambiare la gente e così il mondo?

Assolutamente. Ci sono molte prove di questo. I libri diffondono idee e conoscenze. Questo è ciò di cui sono fatti i sogni.

Rileggi i tuoi libri?

Alcuni libri li ho letti sicuramente più di una volta. C’è sempre una buona probabilità di scoprire cose nuove quando si legge di nuovo un libro.

Hai rapporti di amicizia con altri scrittori?

Sì! Mi piace incontrare e parlare con altri scrittori. Conosco abbastanza bene  molti degli scrittori svedese di oggi. E ‘un vero privilegio. Tra i miei amici ci sono  Varg Gyllander, Dan Buthler e Kajsa Ingmarsson.

Hai senso dell’umorismo? Dimmi una barzelletta.

Ha ha. Mi auguro di si. Mi piace molto la letteratura comica, come quella dello scrittore finlandese Arto Paasalinna. Uno scherzo? Permettetemi di citare un uomo molto divertente, Woody Allen:
“Non ho paura di morire. Vorrei solo piuttosto non essere lì quando succede. ”
Ed essendo io stesso un avvocato, ti racconto una barzelletta:
Un avvocato e la sua cliente sono a passeggio, quando si imbattono in un animale selvaggio che corre verso di loro, ringhiando con la bava alla bocca. Rapidamente l’avvocato tira fuori un pa
io di scarpe da corsa dalla sua borsa e se le mette. La cliente guarda con stupore l’avvocato.
“Non sarà mai in grado di correre più veloce di quella bestia selvaggia”.
“Lo so, ma penso di essere in grado di correre solo un po’ più veloce di te.”

Quali sono le qualità tipiche di un buon scrittore?

Una convinzione forte nelle propriecapacità di scrivere in combinazione con l’umiltà di comprendere la necessità di lavorare con gli altri per perfezionare il lavoro. Questo, e un sacco di testardaggine.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Morte di un uomo senza ombra di Caroline Graham, il secondo libro della serie. Il mio editore pensa che i miei libri, soprattutto il secondo – ora pubblicato in Svezia, abbiano un tono molto simile a quelli della Graham così ho pensato che sarebbe una lettura interessante. E lo è davvero.

Dimmi qualcosa sul tuo processo di scrittura.

Io inizio sempre con alcune idee, di solito fortemente ispirate da un luogo o da una situazione che ho vissuto realmente. Poi costruisco la storia scena per scena, ma non necessariamente in ordine. Penso molto ai miei personaggi per farli sentire vivi. E ‘molto importante, perché di solito è nello spazio tra i personaggi che la tensione e l’eccitazione si crea.

Ti piacciono gli scrittori italiani?

Non ne ho letto tanti, ma quello che ho letto mi è piaciuto. Mi piace soprattutto Umberto Eco.

Che cosa stai scrivendo in questo momento?

Sto lavorando al mio terzo romanzo, un thriller psicologico ambientato a Stoccolma. Ho anche alcune idee per il terzo libro della mia serie ambientata a Strangnas in cui spero di raccontare alcune mie esperienze in Kenya.

:: Intervista a Mattia Signorini di Cristina Marra

22 luglio 2010 by

Signorini_e_CriLDopo Roberto Saviano, Gianrico Carofiglio e Carmine Abate, la quarta edizione del Premio Letterario Nazionale Tropea proclama vincitore il romanzo “La sinfonia del tempo breve” (Salani) di Mattia Signorini che si è imposto sulla storia autobiografica del giornalista Gad Lerner, “Scintille” (Feltrinelli) e sul giallo “Il silenzio dei chiostri” (Sellerio) della spagnola Alicia Gimenez Bartlett.

Signorini, classe 1980, già autore dei romanzi “Severo American bar“ e “Lontano da ogni cosa“, con “La sinfonia del tempo breve” scrive la storia di una vita che attraversa tutto il Novecento, un secolo che si ascolta come una sinfonia che si compone pagina dopo pagina. È la musica del secolo delle grandi velocità e della riproducibilità delle immagini. Il protagonista nasce nell’immaginaria Tranquillity, in un periodo di pace che segue il primo conflitto mondiale, una pace momentanea. Si chiama Green Talbot ed è un uomo fuori dal comune, diverso perché sa ascoltare gli altri, anche chi non parla la sua stessa lingua. Ben presto Green abbandona “le strade conosciute” del suo statico paese e comincia un viaggio per terra, per mare e per cielo alla scoperta del mondo, “era questo che lo faceva sentire vivo. Non sapere cosa gli sarebbe accaduto da quel giorno in poi”. Come un picaro errante tra Inghilterra, America e Italia si avventura in situazioni tanto strane quanto reali e conosce nuovi amici, esseri umani e animali, personaggi-simbolo di un secolo di grandi e profonde mutazioni sociali, economiche, storiche e rivoluzioni nel campo della comunicazione e dell’industria: Stock O’Clock, Jimmy Dal Vento, il capitano Marlow, Grof, Banjeseiro, Farinata. “La sinfonia del tempo breve” pullula di metafore, allegorie e piccoli camei letterari come l’isola delle bottiglie perdute. Diviso in quattro parti, il romanzo di Signorini è da leggere e rileggere per coglierne le diverse chiavi di lettura e “percorrere” di corsa una trama narrativa che fa comprendere quanto in una storia non contano l’inizio o la fine ma le fermate. Incontro Mattia Signorini una delle sere del Premio Tropea e la sua disponibilità  a parlare del libro e delle sue esperienze letterarie è disarmante. L’intervista nasce da una chiacchierata su libri, emozioni, timori, letture, fantasticherie e sollecitazioni che svelano quanto Signorini sia uno scrittore attento e sensibile alle problematiche sociali e quanto sia evidente che ha la narrazione nelle vene, una narrazione che fa sforare il reale nell’immaginario e viceversa e che  lo segnala   come una dei più promettenti scrittori della nuova generazione. 

Come hai scelto il nome del protagonista del tuo romanzo?

“L’ho chiamato Green, verde, perché è il colore che simboleggia la natura. Verde è anche la speranza di riuscire a realizzare qualcosa ed è la caratteristica del Novecento. Il suo nome viene da Henry Talbot che ha creato la riproduzione dell’immagine e quindi metaforicamente è l’iniziatore della società dell’immagine. Questo nome è quello che per me è il Novecento, qualcosa che corre e che è facilmente riproducibile.”

Che cosa spinge Green a viaggiare e quindi a raccontare il ‘900?

“Green affronta il mondo con la curiosità e la sua caratteristica di ascoltare le persone nasce dalla sua curiosità. Green non è né coraggioso né avventuroso è solo curioso. La curiosità oggi si considera un difetto perché nella nostra società chi si fa domande in maniera sincera e pura è una persona che dà fastidio. Green era diverso dagli altri abitanti di Tranquillità e non era quindi collocabile in nessuna categoria.”

Nel romanzo i sentimenti hanno un ruolo importante. Quale prevale?

“È facile voler bene alle persone che ci stanno vicino ma ciò che volevo trasmettere al libro è l’empatia , il voler bene a ciò che è distante dalla nostra cerchia. Dall’empatia viene fuori il rispetto per ciò che non conosciamo”.

:: Recensione di Sangue di mezz’inverno di Mons Kallentoft a cura di Giulietta Iannone

21 luglio 2010 by

Sangue di mezz’inverno di Mons KallentoftLinkoping, cuore della Svezia più profonda, campagna innevata, bucolica tranquillità agreste, sembra di vederla emergere dall’opuscolo pubblicitario di qualche tour operator specializzato in vacanze nei fiordi nordici. L’inverno è freddo a Linkoping e febbraio è il cuore dell’inverno, un inverno in cui la colonnina di mercurio è capace di scendere a distanze vertiginose dallo zero. Il cadavere di un uomo obeso viene rinvenuto nella campagna, nudo, impiccato ad un albero, con evidenti segni di torture. A Malin Fors, giovane e determinata detective della polizia locale con un vissuto tormentato, divorziata, troppa propensione per il bere e una figlia da crescere da sola, spetta l’ingrato compito di fare luce sul caso partendo dallo scoprire chi era la vittima, per poi procedere tra deduzioni e indizi semi ingoiati dalla neve e raggiungere il colpevole, capire le sue motivazioni, fare luce sull’intricato ginepraio che può generare un delitto. Perché le vittime sono indissolubilmente legate ai colpevoli e uccidere è sempre come morire un poco. Uscito il 10 giugno per l’ Editrice Nord, Sangue di mezz’inverno è il libro d’esordio di Mons Kallentoft un talentuoso giovane scrittore svedese che, osannato dalla critica e forte del successo ottenuto in patria con più di 300.000 copie vendute nella sola Svezia, si appresta a diventare un caso editoriale internazionale approdando contemporaneamente in ben 12 paesi europei tra cui l’Italia. Originalità del racconto è che anche i morti hanno voce. Segnalo tra l’altro l’ottima distribuzione, in tutte le librerie che ho visitato la sua copertina rossa era in bella mostra tra le novità. 

Traduttore Alessandro Storti

:: Recensione di Un mattino da cani di Christopher Brookmyre

20 luglio 2010 by

9788882372231Dura la vita per Jack Parlabane giornalista scozzese in trasferta a Los Angeles, mettersi nei guai è un attimo per cui l’unica soluzione possibile è lasciare gli Stati Uniti in tutta fretta e tornare a Edimburgo. Già ma i giornalisti d’assalto san mettersi nei guai ovunque per cui è del tutto naturale che Jack svegliandosi un mattino con i postumi di una sbornia colossale si trovi seminudo in mutande nel pianerottolo e l’unica porta aperta sia quella di un appartamento dove è appena avvenuto un efferato omicidio con tanto di membra amputate, litri di sangue e vomito e uno stronzo enorme sulla mensola del caminetto, come guarnizione… Se foste un poliziotto e trovaste sul luogo di un delitto il succitato  tizio che tenta di scappare dalla finestra che fareste credereste alle sue farneticanti giustificazioni o lo ammanettereste e lo portereste alla centrale stampandogli in fronte l’etichetta di sospettato numero uno?   Ecco a voi servito l’incipit extra pulp di Un mattino da cani, opera prima uscita nel 1996 ora in versione tascabile di  Christopher Brookmyre, un tipo poco raccomandabile ma dal talento innegabile che è riuscito grazie alla sua vena dissacratoria e al suo umorismo sulfureo a dare uno spaccato della società britannica sconcertante e nerissimo. Non contento ha aggiunto quel tanto di satira sociale e politica che crea la differenza e caratterizza tutta la letteratura noir nord europea per cui la malasanità diventa il centro di un guazzabuglio di corruzione, nefandezze, atrocità dove killer psicopatici al soldo di insospettabili si muovono liberamente e danno filo da torcere al nostro curiossimo Parlabane deciso a tutti i costi a scoprire la verità portando alla luce non pochi altarini. 

Un mattino da cani di Christopher Brookmyre Meridiano Zero Collana Sottozero Edizione tascabile Traduzione di Vittorio Curtoni Euro 10,00.