LORENZO MAZZONI intervista SHAZIA OMAR

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Shazia_OmarshaziaLORENZO MAZZONI intervista SHAZIA OMAR 

Traduzione dall’inglese di Federica Maietti

Con sottofondo di Lucy in the sky with diamonds, The Beatles

Un grande esordio quello della scrittrice Shazia Omar, nata a Dhaka, capitale del Bangladesh, dove vive e lavora per un’agenzia che si occupa di sviluppo nelle baraccopoli. Ed è in parte in esse che è ambientato “Come un diamante nel cielo” (Md’A-Giunti Editore, 2010), titolo che è un chiaro tributo ai Beatles che, come altri mostri sacri del rock d’annata, compaiono fra le righe di questo intenso e scoppiettante romanzo.

Shazia Omar, con ritmo serrato, racconta la parabola di due tossicodipendenti di Dhaka: Deen, rampollo di una ricca famiglia decaduta, e Aj, proveniente dal mondo squallido delle baraccopoli, ma che è riuscito a farsi strada come galoppino di un boss del contrabbando di pietre preziose. Fra feste d’alto bordo, rapine, sballi dolciastri di eroina e LSD, i due protagonisti compiranno la loro discesa all’inferno, dandoci una veduta inedita del Bangladesh, paese pieno di contraddizioni insanabili.

Una storia che intreccia il thriller al noir di impianto classico: l’amore struggente per una bella ragazza, la pistola rubata al boss, la partita di diamanti, la polizia corrotta. E ci regala immagini profonde di Dhaka, metropoli d’Asia. Moderna ed endemicamente immutabile.

-Da quali esperienze della tua vita scaturisce Like a Diamond in the Sky?

Ho alcuni cari amici che stanno uscendo dalla tossicodipendenza. La loro forza mi ha spinto a scrivere questo libro.
Attraverso i miei amici, ho avuto la fortuna di incontrare il dottor Yusuf Merchant che gestisce un centro di riabilitazione a Mumbai. Ho trascorso là un mese, imparando da lui molte cose riguardo alle varie forme di tossicodipendenza.
Inoltre ho trascorso un mese in un villaggio, a contatto con donne molto al di sotto della soglia di povertà per esplorare la loro concezione del concetto di felicità, al fine di sviluppare le ricerche per la mia tesi; in quel periodo stavo facendo un Master in psicologia sociale alla London School of Economics. Questa esperienza mi ha consentito di creare uno dei personaggi del libro, Falani, la trafficante di droga che vive nella baraccopoli. (Ho scritto il libro qualche mese dopo aver concluso la tesi). Inoltre la London School of Economics è decisamente di sinistra e socialista e alcuni aspetti politici sono emersi nella mia storia.
La droga rappresenta un problema in crescita in Bangladesh, soprattutto tra i giovani. Dipendenze, disagi psicologici, depressione, sono tutti considerati argomenti “taboo” perciò nessuno ne parla. La gente ha bisogno di saperne di più sulla tossicodipendenza. Spero che alcuni dei giovani attualmente coinvolti nella spirale della tossicodipendenza leggano questo libro e si rendano conto di quanto pericoloso sia il cosiddetto “sballo” per la loro salute e il loro benessere.

-La follia amorosa di Deen per Maria mi ha ricordato, forse per le atmosfere create, quella di Daru per Mumtaz (i protagonisti di Moth Smoke, dello scrittore pakistano Mohsin Hamid). Hai letto quel libro?

Ho letto Moth Smoke, e mi è piaciuto molto. L’ho letto molto tempo fa, e avevo dimenticato che l’oggetto dell’amore di Daru si chiamasse Mumtaz… è buffo: le iniziali D e M per i protagonisti delle due storie d’amore. Certo, entrambe le storie sono simili per il fatto che trattano di un ragazzo ricco che cade nella trappola dell’eroina mentre il paese intorno a lui si sgretola a causa della corruzione della povertà. Credo che il Pakistan e il Bangladesh siano simili sotto diversi aspetti.
Una delle differenze principali che mi viene in mente paragonando i due libri, è che nel mio romanzo ho cercato di esplorare l’aspetto spirituale della dipendenza, o almeno la mancanza di appagamento spirituale che porta qualcuno alla caduta nella dipendenza. Per me, come per Deen, la spiritualità è molto importante.

-Nel romanzo è presente, in varie sfumature, il dialogo/scontro fra la laicità  dello Stato e una forte interferenza religiosa. Quanto questo, attualmente, influisce nella vita quotidiana del Bangladesh?

Si, esiste un conflitto tra lo Stato laico e i musulmani integralisti del Bangladesh. Fortunatamente abbiamo diversi fattori di “bilanciamento” (in grado di mitigare la situazione), come i Sufi (ci sono molti santuari Sufi in Bangladesh), i Baul (che seguono la filosofia di Lalon) e altre correnti dell’Islam. Questo aiuta a bilanciare le cose. Eppure, il fondamentalismo spaventa, e quelli di noi che sono scolarizzati pregano affinché non prendano mai il controllo della scena politica della nazione. Sarebbe una vera tragedia.
Inoltre il Microcredito è molto diffuso in Bangladesh, ed è concesso soprattutto alle donne. Questo ha contribuito a spostare il potere sociale nei villaggi. Le donne non sono mai a favore di governi filo-religiosi. Si rendono conto che uno stato laico è molto meglio per loro e per le loro famiglie. Anche questo fattore ha contribuito a mantenere un certo equilibrio in Bangladesh. 

-Si può  leggere il romanzo come un atto d’accusa verso la società bene (religiosa e non) di Dhaka?

Si, certo. Ho cercato di far emergere alcune mie personali critiche nei confronti della società di Dhaka. Soprattutto osservo i vari fattori che trasmettono ai nostri giovani un senso di alienazione, ovvero come i nostri giovani sono stati delusi dai nostri leader politici, dai nostri leader spirituali (non ne abbiamo nessuno!) dai nostri insegnanti e da quella generazione di genitori che hanno preteso buoni voti ma non si sono preoccupati di insegnarci cose come la compassione e l’empatia e hanno completamente fallito nella comunicazione con i loro figli. 

-Lavori per un’agenzia della Banca Mondiale che si occupa di sviluppo nelle baraccopoli. Quanto di questa esperienza è rappresentata nel libro?

Ho scritto delle baraccopoli a partire dalle conoscenze che ho maturato durante le ricerche per conseguire il Master. Attualmente lavoro presso la World Bank Funded Development Agency, ma ci occupiamo dello sviluppo del settore privato e non direttamente degli aspetti che possono contribuire alla riduzione della povertà. Ad esempio cerchiamo di aiutare piccole imprese di successo. Quest’esperienza non ha effettivamente influenzato il romanzo. 

-Buona parte della “colonna sonora” del romanzo è costituita da musica degli anni ‘60 e ‘70, penso a The Beatles, The Rolling Stones, Led Zeppelin, David Bowie, Bob Dylan, JJ Cale. Da dove nasce questa scelta? È la musica che ascolti tu o c’è un reale interesse diffuso fra i giovani di Dhaka per il rock d’annata?

C’è un piccolo gruppo di persone che va pazzo per il rock vintage, e io sono una di loro! Abbiamo un piccolo gruppo che si chiama “Stone Free” che suona nei ristoranti e fa cover di quel tipo di canzoni. Abbiamo anche moltissimi gruppi rock tra gli studenti universitari, ma fanno per lo più hard rock, che è un genere che io non amo. Credo che il rock vintage non sia un interesse molto diffuso ma, grazie a dio, esiste un piccolo gruppo di persone che adora questo genere musicale. 

-Chi hai letto? Cosa stai leggendo?

Ho un sacco di autori preferiti. Sono così tanti che non so da dove cominciare. Adoro lo stile semplice di Hemingway e Fitzgerald, quel modo di scavare nei dettagli fino a rimanere con l’essenziale. Si tratta di uno stile che ho cercato di raggiungere. Mi piacciono le emozioni maniacali degli scritti di Jack Kerouac (il mio protagonista si chiama così grazie al suo Dean Moriarty) e l’immaginario di Marquez (le farfalle gialle si sono fatte strada fino al mio romanzo). Mi piace come Arundhati Roy adagia comodamente parole straniere nella sua prosa. 

-Hai una giornata tipo di lavoro?

Si. Lavoro all’agenzia di sviluppo. Inoltre ho due bambini, uno di due anni, Amani, e uno di due mesi, Arshan, e di sera insegno yoga. La mia giornata tipo è molto impegnata!

-Ci sono altri scrittori del Bangladesh che consiglieresti?

Ci sono alcuni nuovi scrittori bangladesi. Tahmima Anam (Golden age) e Mahmud Rahman (Killing the water). Ci sono molti altri autori che stanno scrivendo cose molto interessanti ma non sono ancora stati pubblicati. Penso che ne sentirete parlare nei prossimi anni. 

-Progetti per il futuro?

Sto scrivendo un altro romanzo, ed è  un lavoro molto duro.

-Grazie. Buona giornata e buon lavoro.

-Grazie a te. 

3 Risposte to “LORENZO MAZZONI intervista SHAZIA OMAR”

  1. Batsceba Says:

    grazie 🙂

  2. Noir asiatici nel giorno delle primarie Pd | Notizie italiane in tempo reale! Says:

    […] del Bangladesh e quello di un autore malese. Un grande esordio quello della scrittrice Shazia Omar (che intervistai all’uscita del libro), nata a Dhaka, capitale del Bangladesh, dove vive e lavora per un’agenzia che si occupa di […]

  3. Noir asiatici nel giorno delle primarie Pd - Il Fatto Quotidiano Says:

    […] del Bangladesh e quello di un autore malese. Un grande esordio quello della scrittrice Shazia Omar (che intervistai all’uscita del libro), nata a Dhaka, capitale del Bangladesh, dove vive e lavora per un’agenzia che si occupa di […]

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