Intervista ad Antonio Paolacci a cura di Giulia Guida

27 Maggio 2010 by

Benvenuto, Antonio. Innanzitutto grazie per aver accettato questa chiacchierata con Liberi Di Scrivere. È uscito per Perdisa Pop il tuo primo romanzo, Flemma, ambientato tra il Cilento e Bologna. Che significato hanno per te questi due posti? 

Due precise realtà: la provincia estrema, il basso Cilento, un insieme di paesini da poche migliaia di abitanti, lontano da ogni capoluogo, e poi quella città carica di sensi che è Bologna. Ho voluto accostare questi posti guardandoli dalla prospettiva di chi li conosce ma non appartiene né all’uno né all’altro: sono cresciuto nel Cilento e vivo a Bologna da una quindicina d’anni, con il risultato di sentirmi oggi estraneo ovunque. Lo sradicamento è disorientante, ma utile: per un narratore, essere in grado di raccontare da una certa distanza gli ambienti che conosce meglio, è un privilegio.

Per vari anni sei stato lettore in diverse case editrici. Che tipo di esperienza è stata sul piano formativo?

Lavorare in editoria e scrivere sono due cose che ho dovuto imparare a tenere separate. Utili l’una all’altra di sicuro, ma solo con il tempo. A leggere manoscritti si diventa scettici e cinici. Si impara a conoscere gli aspiranti scrittori dal punto di vista più cattivo: si assiste a un grande spreco, di tempo, di energie, di speranze, di idee. Ho cominciato in una casa editrice piccola per la quale non facevo altro che leggere i testi che arrivavano. Erano tanti, troppi. Chi non è mai entrato in una redazione non ne ha idea. I testi buoni sono pochi, nella gran parte arrivano lavori improponibili, capaci di farti perdere il senso della letteratura, il senso del libro stesso. Solo con tempo e cocciutaggine si diventa più forti e si impara moltissimo.

Com’è iniziata la tua attività in Perdisa? Ci vuoi parlare dell’incontro con Bernardi?

Ho conosciuto Bernardi otto anni fa, se non sbaglio i conti. Ho frequentato un suo corso di scrittura, esperienza intensa e impagabile. Quando ho finito il romanzo, anni dopo, ho voluto mandarlo solo a lui per sentire anzitutto un suo parere. Nel rispondermi, mi ha parlato di questo nuovo marchio editoriale che stava per nascere. Così è stato pubblicato Flemma, dopodiché Bernardi ha iniziato a coinvolgermi anche nel lavoro per Perdisa Pop. 

Com’è nata l’idea di Flemma?

Temi e personaggi li avevo in testa dall’inizio, però non saprei più ricostruire le varie tappe del lavoro, né ricordare un preciso punto di partenza. Oltre a un romanzo, stavo cercando la mia scrittura, la mia voce. Era eccitante e faticoso. Ero sempre distratto. Mi lamentavo in continuazione. Gli amici mi odiavano e io odiavo loro. Inciampavo nelle sedie, rovesciavo bicchieri di continuo. Ero fantastico.

Credo che Flemma non sia ascrivibile a nessun genere preciso e che questo sia uno dei suoi punti di forza. Tu come lo definiresti?

Non lo definirei. In Italia si parla tanto e male – troppo spesso a sproposito – di quello che succede ai generi narrativi. Nel frattempo ci arrivano lezioni potentissime dal resto del mondo, sotto forma di libri, film, serie televisive. Nello scrivere Flemma ho pensato molto al genere noir, alla letteratura postmoderna, al romanzo di formazione: li ho studiati e considerati, ma ne ho preso solo degli elementi, quelli che mi interessavano o servivano di più. Se lo si legge nell’ottica dei generi letterari il discorso potrebbe essere interessante, ma non tocca a me farlo, fuori dalle pagine del testo: lo lascio fare al critico, se esiste, o al lettore, se vuole. Nel mio nuovo romanzo, Salto d’ottava, ho spinto ancora di più su questo punto.

flemma2Lungo tutto il romanzo ricorrono citazioni tratte dal libro di Jaynes, “Il crollo della mente bicamerale e l’origine della coscienza”. Una sorta di leitmotiv che collega le varie storie, quindi.

Il saggio viene letto dai protagonisti di Flemma. Non so quanto se ne rendano conto, ma quel libro parla anche di loro e li muove più di quanto credano. Detto ciò, le teorie di Jaynes sulla coscienza sono folgoranti.

C’è un personaggio in particolare in cui ti identifichi di più, a cui hai voluto affidare la tua voce, le tue idee?

Mi identifico in tutti e non ho affidato le mie idee a nessuno. Sembra un controsenso, ma non lo è. Non serve scomodare Freud per dire che è inevitabile essere in qualche modo rappresentati da ogni personaggio che si crea. Però  se penso a loro provo pena, rabbia, disprezzo. Salvo giusto Luca, che è troppo giovane per avere delle idee compiute, ma è l’unico, in tutto il romanzo, che smette di frignare e spacca la faccia al suo avversario con primordiale dignità.

Quando ho letto il libro, ho pensato: “Paolacci ce l’ha fatta. L’ha scritto, finalmente, questo romanzo sulla e contro la nostra generazione”.  Qual è il messaggio che in definitiva Flemma vuole lanciare?

Il tuo pezzo di un paio di mesi fa che diceva “Paolacci ce l’ha fatta” è un elogio almeno duplice: sentire che sei stato letto non solo da una testa pensante, ma anche con i nervi esposti. Nessun messaggio: volessi lanciare messaggi scriverei sui muri, invece che pagine e pagine di narrativa.

Quella citazione in apertura dei Pavement, “Fight this generation”. Ci sono stati artisti e musicisti in particolare che ti hanno accompagnato nella stesura di “Flemma”?

Parliamo solo dei musicisti, altrimenti non finisco più. Oltre ai Pavement, i Pixies, gli Interpol e gli Arcade Fire. Poi c’era Bowie, mentre scrivevo. E i Csi, mentre riflettevo. E Miles Davis, mentre pioveva.

Quali sono stati gli autori che ti hanno influenzato di più  nella tua formazione?

In rigoroso ordine sparso: Dostoevskij, DeLillo, Hemingway, Pasolini, Houellebecq, Moody, Sciascia, Foster Wallace, Kristof, McCarthy, Carver, Cechov.

Ti occupi di editing da vari anni, ormai. Hai qualche consiglio utile per gli esordienti che si affacciano sul mondo editoriale?

Occupatevi soprattutto dalla vostra scrittura.

Libri sul comodino adesso?

Al momento solo una biografia di Rasputin.

Stai lavorando a qualche nuova idea, qualche progetto in canti
ere?

E’ in uscita Salto d’ottava, una novella per la collana Babele Suite di Perdisa Pop. Poi ho in cantiere un racconto per un’antologia da cui saranno tratti altrettanti mediometraggi ideati per la tivù, storie che quindi nasceranno affiancando scrittori e registi. E un altro piccolo libro per una collana molto interessante dell’editore Senzapatria. Nel frattempo lavoro a un nuovo romanzo, ma di questo non dico ancora niente… 

:: Recensione di Acquaragia di Stefano Domenichini a cura di Giulietta Iannone

26 Maggio 2010 by

StefanoAllora mettete “Lucy in the sky with diamonds” dei Beatles in sottofondo e preparatevi a fare un viaggio senza cinture di sicurezza in un fantasmagorico lunapark, bombardati da luci psichedeliche e scintillanti fuochi d’artificio, dove la donna barbuta trova il suo posto tra le montagne russe e il tiroassegno.

Leggendo la raccolta di racconti contenuta in Acquaragia sembra infatti di guardare il mondo attraverso un caleidoscopio multicolore  ed esplorare stati di coscienza alterati a bordo del Volksvagen bus, elemento caratteristico della cultura hippy, che campeggia in copertina decorato con fiori e simboli della pace. La scrittura è anarchica, la totale libertà espressiva ricorda quei racconti umoristici un po’naif che traggono le loro radici dai racconti surreali della tradizione hiddish .

Domenichini passa con elegante ironia dal nonsense più estremo, pericolosamente in bilico con l’assurdo, alla favola, alla filastrocca infantile, al grottesco, sperimentando vari registri linguistici e non disdegnando un soffio di poesia come quando racconta con tenerezza la storia d’amore tra due bambini. Se ci interroghiamo sul perché le donne sposano dei cretini, se fantastichiamo con la biografia non autorizzata del dottor Gibaud o se scopriamo gli effetti esilaranti che produce una zolletta di LSD nel tè del Presidente degli Stati Uniti d’America non può non sfuggire un sorriso perché così è la vita, bizzarra, bislacca, eccentrica, il buffo spesso convive con il tragico, il commovente e ancora più spesso tra il ridere e il piangere non c’è poi così tanta differenza.

Stefano Domenichiniè nato a Reggio Emilia nel 1964. È avvocato, mestiere che lo ha portato a lavorare e abitare a Milano, Roma e Bologna. Dal 2004 è tornato a vivere a Reggio Emilia, dove cresce due figli. Ha iniziato a scrivere pochi anni fa. Suoi racconti sono apparsi nelle antologie Amore e altre passioni (Zona, 2005) e Lama e Trama 3 (Zona, 2006). Acquaragia è la sua prima raccolta.

:: Intervista ad Alfredo Mogavero

25 Maggio 2010 by

six-shots-cover-smallBenvenuto Alfredo su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato questa intervista. Raccontaci qualcosa di te: quanti anni hai, dove sei nato, dove vivi, i tuoi studi, tuoi pregi e tuoi difetti.

Ciao! Che dire, ho trent’anni e vivo a Salerno, dove sono nato. Dopo un’incredibile sequenza di facoltà sbagliate mi sono iscritto a lingue e letterature straniere, dove dovrei laurearmi quest’anno. Riguardo i miei pregi, direi che sono uno che non si arrende facilmente. Per i difetti se vuoi ti lascio il numero della mia ragazza e vi fate una chiacchierata di qualche ora.

Come ti sei avvicinato alla scrittura? Quando hai deciso: da domani mi guadagnerò la vita scrivendo? C’è stato qualcuno che ti ha incoraggiato o hai trovato solo gente che ti ha ostacolato?

Ho sempre avuto, fin da bambino, un impulso a scrivere, forse anche perché ho iniziato a leggere da piccolissimo (avevo tre anni) e mi sono subito appassionato a fumetti, libri, cose così. Però in me era già grande il desiderio di non fermarmi alla lettura, volevo inventare io delle storie. Per tutta l’adolescenza le ho create solo nella mia testa, poi una notte d’estate di otto anni fa mi sono trovato solo all’aeroporto di Heatrow, a Londra, e il volo per l’Italia aveva otto ore di ritardo. Invece di dormire ho preso un block-notes e una penna e ho scritto il mio primo racconto.  Da lì ho subito iniziato a far leggere le mie cose agli amici attorno a me e devo dire che senza i loro incoraggiamenti forse non avrei continuato. In particolare in questa sede permettimi di ringraziare Enrica, Ezio, Marco Priore e il buon vecchio Salvatore Bosco per la pazienza e l’attenzione con cui hanno sempre trattato i miei scarabocchi.

Come molti giovani hai alle spalle un’ esperienza di precariato. Ti sei trovato per necessità di sopravvivenza ad accetatre lavori  saltuari in call center, hai fatto volantinaggio, hai fatto il contabile ai mercati generali della frutta. Come hai fatto a non farti assalire dallo sconforto ma anzi a trovare la grinta di iscriverti all’università e perseguire il tuo sogno di scrivere?

Bah, come ho detto io sono uno che non si arrende facilmente, non mi faccio prendere dallo sconforto. E poi scrivo, non mi fermo quasi mai, e anche se non sempre mi riesce bene mi serve come valvola di sfogo, mi da la carica.  Durante i mesi passati a lavorare ai mercati generali ho riflettuto e ho capito che volevo cercare di fare qualcosa che mi tenesse più a contatto con la letteratura, io odio i numeri e odio alzarmi presto (mi svegliavo alle tre del mattino per lavorare davanti a un computer), mi deprimono le attività ripetitive dove non devi tenere acceso il cervello. Ora scommetto sul futuro forse un po’ in ritardo sui tempi, ma sai una cosa? Sto molto meglio così.

Hai iniziato con il fantasy poi virando verso l’horror, il noir, la fantascienza, passione quest’ultima nata dai B-movies americani degli anni 50. Quante volte hai visto L’invasione degli ultracorpi? E quanto questo tipo di film ha influenzato il tuo modo di scrivere?

A un certo punto mi ero davvero fissato per quei film. Ho visto “L’invasione degli ultracorpi” e quasi tutti quelli di Ed Wood, “Vampires from outer space” poi altri più moderni come “Essi vivono”, “La casa”, “L’armata delle tenebre” e parecchie orribili produzioni Troma. Mi piacevano perché non erano seri, c’era un certo humor demenziale che poi ho cercato di mettere in molti miei scritti.

Se volessimo leggere i tuoi primi racconti dove sarebbe possibile trovarli?

Mi dispiace ora non è più possibile.

Parlaci del tuo incontro con il sito LaTelaNera.com. Quanto ti ha aiutato, in che modo ha arricchito il tuo bagaglio di esperienze?

Sulla Tela ci incontrammo nel 2002. Eravamo pochi, eravamo entusiasti, eravamo desiderosi di confrontarci. E trovammo “La Macelleria”, dove ci si poteva sfidare ognuno con un racconto, che tutti gli altri dovevano valutare e a cui bisognava assegnare dei punti.  In questo laboratorio ho incontrato altre persone che mi hanno aiutato tantissimo e che oggi come me, stanno raccogliendo le prime soddisfazioni. Mi piace citare Giuseppe Pastore e Stefano Valbonesi, che hanno pubblicato per Edizioni XII “In due si uccide meglio”, o Simone Corà e Raffaele Serafini che sono diventati blogger molto seguiti e collaboratori della stessa XII. E poi il da poco scomparso Giovanni Buzi, Enrico Luceri che oggi scrive gialli di qualità, tanti altri  bravi scrittori come Marica Petrolati, Alberto Priora, Biancamaria Massaro o Matteo Carriero. Un saluto speciale a Luigi”Morgan” Rubino, che per anni resse le sorti della Macelleria e che mai lesinò consigli, incoraggiamenti, frustate e stroncature propedeutiche al miglioramento di tutti noi disgraziati.

Sei un fan di Bukowski, un autore, sporco, cattivo, decisamente non politicamente corretto, in che modo ti ha ispirato e in cosa pensi di essergli debitore?

Bukowski scriveva quello che voleva fregandosene di come sarebbe recepito, anche a me piacerebbe questa libertà. Poi stilisticamente non mi fa impazzire, diciamo che un po’ di tempo fa cedetti al fascino dello “scrittore maledetto” e lessi i suoi libri per trovarci dentro qualche dritta. Parlarne oggi è un po’ strano, non so quanto di lui sia finito nelle cose che scrivo.

Con Six Shots finalmente hai raggiunto un grande obbiettivo. Un ‘importante casa editrice ha creduto in te e ti ha dato la possibilità di pubblicare questa serie di racconti weird western. Come sono nati? Di getto, in periodi diversi della tua vita, dopo quali letture?

L’idea mi venne dopo aver letto “Antracite” di Evangelisti, che però per i miei gusti era troppo serioso. L’ambientazione western era bellissima, apriva a molte possibilità narrative, personaggi, situazioni; volevo cercare però di renderla in qualche modo anche divertente, di non partorire qualcosa di troppo serio. Non mi misi subito a scrivere quei racconti, covai per forse un anno il progetto nella testa, ma ci pensavo sempre. Alla fine (era il 2008) mi uscirono dalle dita assai in fretta, senza troppa difficoltà.

alfredoPensi che Six Shots diventerà mai un fumetto? A che disegnatore affideresti i lavori?

A Giulio Perozziello, talentuoso giovane che collabora con XII per la realizzazione delle immagini dei racconti vincitori del concorso “Minuti Contati”. E’ un ragazzo che s’impegna molto e ha già buone basi, in lui vedo una passione molto simile alla mia anche se in un campo diverso. Un solo consiglio: non prestargli mai libri perché è tremendamente lento a restituirli!

Quali autori ti hanno influenzato di più? Ti senti figlio letterario in un certo senso di Joe Lansdale? 

Anche qui il discorso è un po’ com
e quello di Bukowski: per un periodo mi sono davvero innamorato di Lansdale, leggevo solo sue cose e cannibalizzavo soprattutto lo stile dei dialoghi, molto secchi e veloci. Se però devo citare i nomi che davvero mi hanno influenzato, facendomi venire voglia di scrivere, farò un solo nome: Lovecraft. Dopo aver letto tutti i suoi racconti la mia vita è cambiata.

Il tuo west nasce dalle leggende e dal folkrore di un popolo che in realtà non è il tuo. Che cosa ti ha maggiormente affascinato di questo mondo in un certo senso estraneo?

Lì  nel west la vita era dura, ognuno doveva guadagnarsi ogni giorno il diritto a respirare. Era un mondo nato su un’ingiustizia perpetrata ai danni di popoli indigeni che, pur perdendo la lotta, seppero opporre una fiera resistenza ai bianchi. Ci furono figure leggendarie di eroi e anti-eroi (forse le ultime) come Wyatt Earp e Jesse James, ci fu un andare di pari passo tra il progresso che incombeva alla velocità della locomotiva e le vecchie usanze di un’epoca che stava scomparendo, ma che fece in tempo a lasciare nella memoria collettiva pagine di inusitata epica. Io lo vedo come un momento in cui due periodi storici si fronteggiarono sullo spartiacque della storia, forse per questo è rimasto così vivo nella memoria di tutti. Quando in America si girarono i primi film, furono western. Nessuno può dimenticare quell’epopea, e anch’io come molti altri che vivono al di qua dell’oceano me ne sono lasciato affascinare.

Punto forte della tua scrittura e la sfaccettatura del linguaggio dei personaggi. Raccontaci come sono nati i dialoghi e come si hai lavorato su.

Quello che ho cercato di fare è stato contrapporre a descrizioni e situazioni piuttosto serie e quasi drammatiche dialoghi assurdi e spiazzanti, per ricreare un effetto volutamente ridicolo che strappasse qualche risata e al contempo allontanasse un po’ i personaggi dagli stereotipi. Spero di aver raggiunto almeno in parte l’obbiettivo.

Più bizzarro che horror il tuo west è sporcato da un certo pessimismo esistenziale, da dove hai tratto questa componente?

Mah, “pessimismo” ed “esistenziale” sono due parole che ho messo in una presentazione di me stesso qualche tempo fa, in realtà non sono pessimista. Nel libro forse lo si può ritrovare qua e là in personaggi come Patricia e Twilight Jackson, ma anche loro poi tirano avanti nonostante la vita li abbia trattati piuttosto male. Ecco, questa tua domanda mi ha fatto venire in mente che forse un piccolo messaggio in “Six Shots” ci potrebbe essere: è il sopravvivere alle difficoltà, il non arrendersi, il lottare contro un destino avverso. Il fatto che ci abbia pensato solo ora è davvero bizzarro.

Attualmente stai scrivendo altri racconti. Puoi anticiparci qualcosa in esclusiva per Liberidiscrivere?

Dai, siccome siete stati in assoluto i primi a parlare di “Six Shots” ve lo dico: sto scrivendo il seguito. Torneranno quasi tutti i personaggi e ce ne saranno molti altri, impegolati in vicende folli o drammatiche, ma stavolta abbandonerò la forma-racconto per quella di un vero e proprio romanzo. Ci sarà una trama portante che andrà costruendosi pian piano nello schema di singole vicende collegate tra loro, così che in realtà si leggeranno più storie nella storia principale. Attualmente sono quasi a metà della prima stesura, ma procedo senza fretta e divertendomi, che per me poi è la cosa più importante quando scrivo. Spero che Liberidiscrivere mi porti fortuna e, ringraziandoti, ti saluto.

:: Novità in libreria: Amori e crudeltà dell'Orchidea Rossa di Stefano di Marino

25 Maggio 2010 by

04_orchidea2"Amori e crudeltà dell'Orchidea Rossa", il romanzo
Fuggito dall’Italia in seguito a sanguinosi avvenimenti durante i moti del 1848, il contrabbandiere che si fa chiamare ‘la Pistola’ arriva in Oriente. Macao sembra la città perfetta per dimenticare e farsi dimenticare. Crocevia di navigatori europei, mercanti cinesi, cantanti di fado, massaggiatrici ceche, fuorilegge, cortigiane e mercanti. Ma c’è un uomo terribile che insegue il protagonista. Un sicario che lo bracca dal cuore dell’impero asburgico. Da una lotta all’ultimo sangue nasce un debito d’onore tra il giovane avventuriero e l’amico cinese che gli salva la vita. Un debito che si può ripagare solo con un altro viaggio verso una città ancora più misteriosa, malacca. Qui la terribile vendetta della regina dei pirati incombe su mercanti, soldati e missionari. L’Orchidea Rossa, leggendario personaggio realmente esistito, è l’immagine stessa dell’Asia affascinante e pericolosa da cui il giovane non sa più staccarsi. Un grande romanzo di avventura nella tradizione di Emilio Salgari, scritto con uno spirito moderno e la passione di chi ha visitato e amato l’Estremo Oriente e lì ha ricostruito come era alla metà del diciannovesimo secolo. La vera storia di… Stephen Gunn.

310 pagine, 15,24 cm x 22,86 cm, rilegatura termica brossurata, interno carta crema (60 g peso), stampa B/N, copertina in quadricromia lucida (100 g peso). Copertina di Luca Oleastri – illustrazioni interne in B/N allestite da Stefano Di Marino
– Stampa su carta: €22.00
– Formato PDF scaricabile: €7.00

02_di_marinoL'autore, Stefano Di Marino
Nel 1989 entra a far parte della redazione della rivista fantascientifica Urania. Nel 1993 inizia a lavorare come traduttore, sceneggiatore di fumetti, autore e consulente. Dal 2002 al 2007 è stato consulente sul thriller e l'avventura per la casa editrice Longanesi. Attualmente dedica tutta la sua attività alla scrittura creativa. Ha curato il volume Gli occhi dell'Hydra che nasce dalla collaborazione con scrittori e lettori del forum ufficiale dedicato ad Alan D. Altieri.
Nel 2008 partecipa al volume History & Mystery della Piemme con il racconto "Il Labirinto di Lucrezia". Nel mese di marzo inizia la sua collaborazione con la collana Il Giallo Mondadori Presenta della Mondadori con "Un uomo da abbattere", primo romanzo della trilogia "Montecristo".
Attualmente svolge l'attività di scrittore, traduttore, saggista free lance. Collabora con la rivista on-line Thriller magazine, con il Blog di Segretissimo e con l'associazione Milanonera Eventi. Scive per Writer's magazine Italia, Milanonera Mag. Svolge un'intensa attività di promozione e presentazione del suo lavoro e di quello di colleghi italiani. Tiene corsi di scrittura in vari centri culturali.
Di Marino scrive firmando le sue opere sia con il suo vero nome, sia con diversi pseudonimi, il più conosciuto dei quali è Stephen Gunn.
Al suo attivo ha più di 80 romanzi pubblicati da vari editori e svariate decine di racconti, saggi e traduzioni.

Come acquistare "Amori e crudeltà dell'Orchidea Rossa"?

E' raggiungibile tramite il sito (http://www.innovari.it/scudo.htm) nella pagina della collana Adventures Stories oppure si può andare direttamente alla pagina dello shop-on line di lulu (in italiano) a questo link:
http://www.lulu.com/product/a-
copertina-morbida/amori-e-crudelt%C3%A0-dellorchidea-rossa/11045326

:: Scrivere Sui Margini

24 Maggio 2010 by

Segnaliamo ai nostri lettori che a Milano presso il villaggio Barona via Ettore Ponti 21 e via Zumbini 6  dal 4 al 6 di giugno si terrà il festival letterario Scrivere Sui Margini, giunto ormai alla seconda edizione. Il sito di riferimento è http://www.scriveresuimargini.org/ Tra gli ospiti: Valerio Massimo Manfredi, Sandrone Dazieri, Silvia Avallone, Giuseppe Culicchia, Giuseppe Genna. Tempi di recupero è il filo conduttore del Festival. Entrata libera. Il festival avrà luogo anche in caso di pioggia.

:: Intervista a Jacopo De Michelis responsabile della narrativa della Marsilio Editori a cura di Giulietta Iannone

24 Maggio 2010 by

indexBenvenuto Jacopo su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato la mia intervista. Iniziamo con le presentazioni. Parliamo di te. Chi è Jacopo De Michelis?

Ho 42 anni, sono sposato con un figlio, laureato in filosofia, nato a Milano, da cinque anni vivo a Venezia. Lavoro in Marsilio come responsabile della narrativa e insegno narratologia alla Naba di Milano.

Responsabile della narrativa di Marsilio Editori, editor, traduttore, consulente editoriale, hai un curriculum di tutto rispetto per essere così giovane. La scrittura in un certo senso è tutta la tua vita; cosa in realtà ami di più fare?

Più che la scrittura, la lettura. Sono in un certo senso un lettore professionista. E quello che amo fare è precisamente ciò che faccio. Il mio è un lavoro che si può svolgere solo se mossi da una grande passione, un’ossessione quasi, perché lo spunto per un buon libro può nascere in qualsiasi momento e occasione della giornata, bisogna tenere le antenne drizzate ventiquattrore su ventiquattro.

Sei sicuramente un sensibile talent scout. Cosa deve scattare secondo te perché  un autore esordiente diventi tra virgolette di successo?

Posso dire cosa deve scattare perché mi venga voglia di pubblicare un esordiente: devo sentire nel testo una voce autentica, personale, originale, e devo trovarci una storia capace di coinvolgere il lettore e di suscitargli delle emozioni. Quanto al successo, è  determinato da fattori così aleatori e imprevedibili che è  impossibile darne la ricetta. Il successo, diceva qualcuno, è un participio passato, lo si riconosce solo dopo che è arrivato, se ne può parlare solo ex post.

Hai mai pensato di passare dall’altra parte e diventare anche scrittore?

Credo che chiunque faccia questo lavoro prima o poi abbia ceduto alla tentazione di scrivere, ma passare buona parte delle mie giornate a stroncare le aspirazione letterarie altrui mi ha reso iper-critico verso le mie.

Alla Marsilio avete un catalogo di tutto rispetto per una casa editrice medio-piccola. Quali sono i segreti che vi hanno permesso di raggiungere un tale obbiettivo di prestigio. La cura dei dettagli, l’amore per il rischio, la fortuna? Suggeriscimi tu altre motivazioni.

In parte quelli che hai citato, tranne il rischio: per arrivare a festeggiare cinquant’anni di attività come farà l’anno prossimo la Marsilio, è molto più importante la virtù della prudenza. E poi: passione, fiuto, impegno, determinazione, rigore. E comunque, negli ultimi anni grazie a una crescita straordinaria siamo diventati una casa editrice medio-grande, e faremo di tutto per restarlo!

Oltre alle tradizionali tecniche di marketing editoriale quali forme innovative di promozione state sperimentando? Con che risultati?

La rete è il terreno d’elezione in questo senso: attenzione verso blog e siti letterari, presenza sui social network, i booktrailer che siamo stati la prima casa editrice in Italia a utilizzare, ecc. Con che risultati? Posso citare due casi a titolo di esempio: Studio illegale di Federico Baccomo alias Duchesne, un romanzo nato da un blog che ha venduto 30.000 copie e diventerà presto un film, e L’ombra del falco di Pierluigi Porazzi, un thriller d’esordio giunto alla seconda edizione quasi esclusivamente grazie agli entusiastici apprezzamenti ricevuti da siti e blog letterari e al passaparola in Rete.

Che strategie state attuando per avvicinare alla lettura anche il pubblico più giovane il più difficile da raggiungere per la tradizionale comunicazione editoriale?

In parte cerchiamo di pubblicare anche libri che possano incontrare i loro gusti, in parte cerchiamo di promuoverli con un linguaggio e delle modalità diversi da quelli tradizionali, che riescano a suscitare il loro interesse. Ma è assai difficile, confesso.

Il mercato editoriale sta per essere travolto dal digitale e dalle nuove tecnologie. Come vi state preparando a questo grande balzo? L’ebook sostituirà davvero il libro di carta?

Innanzitutto stiamo aggiornando tutti i contratti dei libri che ci interessa pubblicare in edizione elettronica. Dal punto di vista tecnico, saremo facilitati dalla partecipazione a Edigita, la piattaforma di distribuzione digitale creata da RCS (gruppo di cui facciamo parte), Feltrinelli e Gems/Messaggerie. Da alcuni mesi poi abbiamo istituito un gruppo di lavoro, che studia la questione, formula e valuta nuove idee e progetti ecc. E’ possibile che prima o poi l’ebook sostituirà del tutto il libro, ma credo che ci vorrà molto tempo, si tratterà di un passaggio generazionale. Certo è che in tempi brevi si ritaglierà una fetta del mercato, per cui sarà importante esserci fin da subito e sapersi muovere nel modo giusto.

Il giallo scandinavo e più precisamente svedese sta vivendo un vero e proprio boom ed è ricordiamolo un tratto distintivo della Marsilio. Pensate che questo fenomeno durerà ancora nel tempo e si consoliderà? Quali sono i nuovi autori scandinavi su cui puntate?

Credo che in questo momento la situazione del giallo svedese sia paragonabile al culmine di una bolla speculativa. C’è oggi una frenesia e direi quasi un’isteria al riguardo, si pubblica praticamente qualsiasi cosa venga da quell’area, presentandola con toni a dir poco enfatici. E come tutte le bolle più prima che poi si sgonfierà. La moda passerà, ma gli autori davvero validi resteranno. Noi continuiamo a puntare su tutti gli autori già presenti nel nostro catalogo, Henning Mankell e Camilla Lackberg in primis, di cui in autunno pubblicheremo due nuovi romanzi. E poi a gennaio 2011 uscirà la nostra nuova grande scoperta, un libro non ancora pubblicato neppure in Svezia i cui diritti di traduzione sono già stati venduti dopo aste accanite in 14 paesi: si tratta di La stella di Strindberg di Jan Wallentin (http://www.bonniergroupagency.se/1100/1100.asp?id=3812), un romanzo davvero strepitoso tra Il senso di Smilla per la neve, Il codice Da Vinci e i Viaggi straordinari di Jules Verne. 

Parliamo del lavoro dell’editor. Esiste una scuola che formi gl
i editors? Quali sono le doti principali richieste per questo difficile mestiere molte volto poco considerato? Consiglieresti ai giovani di intraprendere questa carriera?

Esistono buoni master per redattori editoriali, ma l’editor è un mestiere sotto molti aspetti artigianale, che si impara facendo una lunga gavetta. La dote principale è il fiuto: la capacità di intuire le qualità letterarie e le potenzialità commerciali di un testo. Lo consiglierei sono a chi fosse molto intraprendente, determinato, e spinto da una fortissima e profonda motivazione.

Parliamo degli errori più frequenti che rilevi nei manoscritti degli esordienti che a volte inficiano anche lavori con buone potenzialità. 

L’errore in assoluto più frequente – e più grave – è quello di non avere costantemente presente che si scrive per dei lettori, pochi o tanti che possano essere. Chi non lo fa ha ottime chance di non venire letto da nessuno.

Tra i vostri titoli di punta del 2010 c’è sicuramente Cella 211 di Fransico Perez Gandul, un libro interessante, innovativo, scritto da diverse prospettive, anche difficile per certi versi. Vi sta dando soddisfazioni?

Cella 211 è indubbiamente un ottimo thriller, originale e di qualità, e sta andando discretamente, anche se lo scarso successo avuto in Italia dal film (che in Spagna era stato una clamorosa rivelazione) ha dato al libro una spinta minore di quello che speravamo.

Sinceramente cosa ne pensi dell’ editoria a pagamento? Consiglieresti ad un autore esordiente per esempio di autoprodursi?

L’editoria a pagamento non è editoria, sconsiglierei decisamente.

Cosa bolle in pentola alla Marsilio? Progetti per il futuro?

Tanti altri buoni libri. Mi limito a citarne uno piuttosto curioso in quanto è già un caso a diversi mesi dalla pubblicazione (prevista per settembre): si tratta de L’eroe dei due mari dell’esordiente Giuliano Pavone.

:: Intervista a Daniele Bonfanti editor-in-chief per Edizioni XII

22 Maggio 2010 by

Benvenuto Daniele su Liberidiscrivere e grazie di aver accettato questa intervista. Come tradizione iniziamo con le presentazioni. Parlaci di te, dei tuoi studi, dei tuoi hobby, del tuo lavoro; raccontaci quali sono i tuoi pregi e i tuoi difetti.

Grazie mille dell’invito. Vediamo…
Vivo in un posto nascosto tra Lecco e Bergamo, con mia moglie (sempre il primo dei miei interessi), una figlia e mezzo, molti gatti, diversi rettili. Poi, a parte la lettura, che è comunque sempre e anche un hobby, oltre che un lavoro (per fortuna), mi piacciono alcuni videogiochi e alcuni serial, gli sport avventurosi, la montagna, la cucina, i viaggi. Poi c’è la musica – dall’opera, in particolare, al death metal – che fa parte di me e della mia vita in maniera viscerale.
Dopo il liceo scientifico ho frequentato filosofia, ma brevemente per chiara incompatibilità con l’ambiente universitario; nonché per altre scelte, per me prioritarie, che richiedevano tempo e dedizione. Ho svolto vari lavori “fisici” (dal muratore al saldatore al boscaiolo) e sono stato maestro di kayak; ho studiato e studio per conto mio dedicandomi agli argomenti che più mi interessano, dalla semiotica all’archeologia.
Il mio lavoro debbo ancora ben capirlo. In ogni caso direi che mi occupo di testi scritti, in maniera molto varia.
I pregi, be’, lasciamoli dire agli altri (ehi, cos’è questo silenzio?). Difetti: sono troppo perfezionista, faccio troppo, impiego troppo per alzarmi dal letto, sono pessimo a trovare le cose.

Vivi in una vecchia e strana casa, isolata nel bosco, infestata dai fantasmi a quanto ho sentito. Ti occupi di ufologia, hai un sesto senso per il mistero e le leggende. Sarai d’accordo con me che questo fa di te una persona per lo meno singolare. Coltivi questa passione per l’occulto fin da bambino o è una vocazione tardiva? In tutta sincerità pensi davvero che fantasmi e alieni esistano?

Sì, direi fin da bambino, sono sempre stato affascinato dai buchi nella scienza e nella storia, dai margini della conoscenza, dove diventa difficile distinguere la realtà; e occorre immaginare. Credo sia un’inclinazione naturale, per me. Curiosità. Se mi trovo a un bivio scelgo sempre la strada meno battuta (e più rischiosa, probabilmente).
Sono sicuro che i fantasmi esistono (anche per esperienza diretta), ma non credo siano le anime dei morti; sugli alieni, la probabilità che non esistano è scientificamente trascurabile, viste le dimensioni dell’universo (spesso, mi pare, guardando il cielo di notte ci si dimentica di cosa siano davvero tutti quei puntini luminosi). E la teoria della complessità. Sarebbe ingenuo (e presuntuoso) pensare che l’uomo sia l’unica forma di vita senziente. Molto più delicato e discutibile se gli alieni siano collegati al fenomeno degli UFO – ovvero se sono arrivati nelle vicinanze della Terra; anche se le prove a favore non sono poche.

Editor, scrittore, giornalista, pianista, compositore, campione di kayak e cultore di sport estremi, diciamo che sei una persona molto versatile e difficilmente ti annoi. Dove trovi il tempo e l’energia per fare tutto?

Bevo molto caffè.
E, a parte questo, credo abbia ragione Seneca, quando afferma: “Non é vero che abbiamo poco tempo: la verità è che ne perdiamo molto”. Quindi cerco di “non perderne”; di concentrarmi solo sulle cose che mi interessano davvero, tagliando senza pietà tutto il resto. Molto difficilmente impiego tempo in qualcosa se non è (per me) importante. Poi è ovvio, non riesco a fare tutto ciò che vorrei avendo tanti interessi: ma pazienza. L’importante è riuscire a dare le giuste priorità, così se non riesco a fare qualcosa è perché ho fatto qualcos’altro a cui tenevo di più.

Sei tra i fondatori dell’associazione culturale XII. Puoi parlarci di questa associazione? Come è nata? Che progetti persegue?

L’associazione culturale XII è nata, in sostanza, come laboratorio letterario aperto. Lo scopo principale è portare avanti iniziative di scrittura e discussioni, e costituire un luogo d’incontro e confronto per autori, lettori e appassionati. È diventata la struttura alla base di Edizioni XII.

Editor-in-chief per Edizioni XII. In cosa consiste in effetti il tuo lavoro, di cosa ti occupi principalmente? Puoi raccontarci una tua giornata tipo in casa editrice?

In generale sono responsabile del processo di editing (che svolgo direttamente oppure supervisionando e organizzando il lavoro di collaboratori, ecco perché “in-chief”) di tutti i libri, ovvero il mio scopo è che dal dattiloscritto originale, così come viene proposto dall’autore, si ottenga il maggior potenziale possibile collaborando con l’autore stesso.
In pratica si assiste l’autore nel perfezionamento del suo lavoro, attraverso la discussione di interventi strutturali e stilistici.
Poi mi occupo dei testi di corredo (risvolti, quarte, che non necessariamente stendo io, ma coordino i lavori) e del coordinamento della realizzazione dell’oggetto-libro in generale, mettendo il naso in tutte le fasi del processo e interfacciandomi con i rispettivi responsabili.
Il mio è un po’ come il lavoro del meccanico (e infatti si parla di “revisione”), a cui porti l’auto prima di fare un lungo viaggio, perché si accerti che tutto sia in ordine, cambi l’olio, il liquido dei freni e tutto il resto. E magari gli dà anche una bella pulita.
Giornata-tipo (ma come puoi immaginare c’è moltissima elasticità, perché le scadenze cambiano, piovono addosso, si accumulano da un giorno all’altro): alla mattina mi occupo della corrispondenza (compresi social network e così via), dell’amministrazione di ciò che mi compete e del lato organizzativo. Oppure ci sono appuntamenti con autori, collaboratori, tipografo… Al pomeriggio lavoro sui testi dalle 14.00 alle 17.00, oppure studio, o scrivo articoli. Da lì in poi mi dedico a scrivere le sciocchezze mie di narrativa.

six-shots-cover-smallEdizioni XII è una casa editrice giovane molto interessante. Avete in catalogo nomi di tutto pregio. Come è nata Edizioni XII? Quali sono i suoi progetti per il futuro?

Nasce come naturale conseguenza dell’associazione, costituita com’era (e come è) da un gruppo di autori e giornalisti con esperienze molto diverse ma con l’idea condivisa di fare editoria di genere che mirasse alla massima qualità del libro senza trascurare alcun dettaglio; immune alle mode, puntando soprattutto su autori italiani, osando e cercando il nuovo. Dopo un rodaggio durato un paio d’anni, in cui ci siamo consolida
ti nell’underground e ci siamo creati una base di lettori fedeli, dall’autunno 2009 stiamo lavorando a pieno regime (in realtà, stiamo lavorando in overdrive, per costituire una base forte di catalogo). Per il futuro: continuare su questa strada, che ci sta dando grandi soddisfazioni, crescendo sempre più. Continuando sia a coinvolgere autori di grande prestigio, sia italiani che stranieri, così come giovani di talento e nomi noti nell’underground, e scoprendone-lanciandone di esordienti.

Cosa ne pensi nel mondo editoriale italiano? Pensi sia una realtà statica o in netta evoluzione?

Permettimi di riciclare senza pudore una risposta data in un’altra recente intervista, visto che la domanda è la stessa (e per fortuna non ho ancora cambiato idea!):
“L’editoria italiana è soprattutto troppa. Ci sono più scrittori e editori che lettori. A parte rare, pregevolissime eccezioni (che ci sono, sia tra i grandi che tra i piccoli editori; si possono elencare in pochi secondi, ma ci sono e sono tenaci!): la qualità media è infima; il mercato corrotto; la disonestà tentacolare; la serietà un optional; i professionisti malpagati; la professionalità rara; l’incompetenza un totem; la superficialità imbarazzante a ogni livello; i giovani sfruttati e ingannati; la progettualità una strana parola; la lungimiranza sconosciuta e forse anche un po’ temuta. Italian style, 100%”.
Aggiungo invece in senso positivo: che ho fiducia nell’ebook, come strumento che forse potrà dare una scossa; che abbiamo eccellenti autori (almeno nei generi di cui mi occupo, gli altri li conosco troppo poco); e che tra gli editori grandi si sta sviluppando vivace attenzione nei confronti degli autori italiani.

Collabori con vari portali e riviste, scrivi recensioni letterarie, curi rubriche. Cosa ne pensi della critica letteraria italiana. Ci sono punti di riferimento, indipendenza, obbiettività?

Premesso che ci sono, come il vostro, diversi ottimi siti e blog indipendenti, che fanno un lavoro onesto, competente e sincero.
Invece i siti più istituzionali e le riviste e giornali grossi, per non parlare di radio e TV, sono solo dei veicoli pubblicitari – pagati profumatamente – privi di obiettività.
C’è poi un’assurda suscettibilità da parte di molti autori, che di fronte a una critica attaccano personalmente il recensore, si scaldano, insultano, minacciano querele. Invece di riflettere o argomentare le proprie scelte, o incassare e starsene elegantemente zitti, visto che ogni critica è preziosa, che si condivida o meno. È sempre utile saggiare un punto di vista sul proprio lavoro, spesso anche da un parere negativo – da autore ne ho ricevuti, e ho sempre apprezzato la cosa – si può avere la conferma di aver raggiunto i propri obiettivi. E, in ogni caso, va rispettata la libertà d’opinione, perché la diversità di punti di vista è una delle cose più belle della letteratura. D’altra parte ci sono anche critici che invece di analizzare l’opera esprimendo un parere, si divertono a stroncare tutto e tutti per il gusto di farlo, per sfogare chissà quali frustrazioni o per mettere se stessi al centro dell’attenzione.
Oppure “si vendicano” se il recensore è autore a sua volta, stroncando di rimando.
Come i bambini.
Si creano di continuo buffi schieramenti posticci, sembra che si debba essere necessariamente a favore a spada tratta, o a tutti i costi contro qualcosa o qualcuno, tutto diventa sempre molto calcistico o politico. Questi sono solo giochini sterili, la discussione seria ha invece sfumature e tridimensionalità.
Oppure l’altra faccia della medaglia, anche questa purtroppo molto diffusa: chi recensisce esclusivamente recensioni entusiastiche, sperando di ritagliarsi un posto nel cuore di quell’autore o di quell’editore, con il secondo fine di piazzare poi un’opera o sfruttare l’amicizia giusta… Il che è piuttosto deprimente. Soprattutto perché ci sono persino editori che chiedono senza mezzi termini agli aspiranti autori di diventare PR dei loro libri, in cambio di un occhio di riguardo.
Così, è ovvio, non può funzionare.
Ma Internet aiuta. Moltissimo.

milanonera-gen10(priora-bonfanti-riva-mondini)Edizioni XII parteciperà  con uno stand al salone del Libro di Torino? Cosa ne pensi di questo genere di manifestazioni?

No, non siamo stati a Torino, né usiamo partecipare alle fiere librarie (salvo qualche eccezione, comunque eventi più piccoli). Le grandi fiere, Torino in particolare, sono molto utili come luogo d’incontro tra addetti ai lavori, questo sì, ma – per come la vediamo noi – non tanto come punto di contatto con i lettori. Troppo caotiche. Preferiamo appuntamenti più intimi, dove ci si possa conoscere davvero.
Inoltre, sono davvero costose, specialmente se vuoi uno stand decente e non una scatola per sardine (del tutto inutile); e gli investimenti occorre farli con la massima attenzione.

Brian Keene per la prima volta in Italia grazie Edizioni XII. Come è andata? Come avete convinto il maestro dell’horror a collaborare con voi?

Diversi di noi sono suoi lettori e lo ammirano, è un punto di riferimento fondamentale per l’horror internazionale contemporaneo e nuovo; è stato naturale pensare a lui quando abbiamo ritenuto di aver raggiunto una stazza tale da poter garantire di trattare come si deve un suo libro.
Gli abbiamo scritto, gli abbiamo proposto la cosa spiegandogli come volevamo portare avanti il progetto, e siamo andati subito d’accordo; anche la trattativa è andata molto liscia. È una persona molto disponibile, con i piedi per terra e alla mano, così come la sua agente.

Se un giovane che volesse diventare editore ti chiedesse consigli, tu cosa gli diresti?

Mah, ecco, glielo sconsiglierei…
Poi gli direi che non ho abbastanza esperienza per dare consigli.
Se poi proprio insiste, gli direi soprattutto di muoversi per piccoli passi, di non avere fretta e di non farsi tentare dalle scorciatoie, di rispettare sempre il lettore; e di non aspettarsi di diventare ricco.
Dopodiché cercherei di nuovo di dissuaderlo.

Cosa ne pensi dell’editoria a pagamento? Sei favorevole o contrario?

Penso che sia sbagliato, a monte, parlare di “editoria” in questo caso. Si dovrebbe parlare al limite di vanity press, perché si tratta di altro: un editore è qualcuno che investe su un autore. E queste aziende non lo fanno, l’autore è semplicemente un loro cliente a cui loro offrono un servizio. Che in sé, intendiamoci, è del tutto lecito e non ha nulla di male finché è spiegato in maniera trasparente e fin da subito al cliente stesso (perché esistono anche casi di raggiri disonesti, come in
tutti i campi – ma qui è peggio di tanti altri casi perché si specula sui sogni delle persone). Poi ognuno è libero di spendere i suoi soldi come crede, e ci sono modi ben peggiori di buttarli via.
Sarebbe anche importante che gli aspiranti autori si rendessero conto che se non riescono a pubblicare se non sborsando quattrini, forse occorre si mettano a lavorare duramente per migliorarsi, piuttosto che pubblicare con qualcuno che non crede nel libro che sta pubblicando. E che quindi non venderà, e non permetterà all’autore di essere letto.
Se proprio si vuole vedere il proprio nome su una copertina, c’è il print on demand.

torino-set09Quali sono i segreti per pubblicizzare correttamente un autore?

Magari li sapessi! Ogni giorno bisogna inventarsi qualcosa di nuovo, avere le antenne alzate e cogliere ogni opportunità che si presenta. Parlare del libro, questo senz’altro, e soprattutto stimolare la discussione attorno al libro.

Quali sono le novità  maggiori per i prossimi mesi di Edizioni XII?

Dal secondo semestre, e l’anno prossimo, pubblicheremo meno titoli rispetto a questo periodo, perché in questa fase era importante costituire una base di catalogo sostanziosa.
Il progetto più impegnativo per il secondo semestre è il nuovo titolo della collana Camera Oscura, che fa seguito a Archetipi: sarà una raccolta di racconti, con illustrazioni di Diramazioni per ogni racconto, incentrati sulle maschere tradizionali e sul carnevale di Venezia, tutti ambientati la stessa notte. Coinvolge autori affermati e nomi più o meno nuovi, tutti molto bravi, dalla forte personalità, e interessanti. Loro sono: Michael Laimo, Riccardo Coltri, Samuel Marolla, Marica Petrolati, David Riva, Alberto Priora, Stefano Andrea Noventa, Davide Cassia, Simone Corà, J. Romano, Gabriele Lattanzio, Zefiro Mesvell. La raccolta è curata da David Riva e me, e i racconti sono inseriti in una cornice scritta da Mario Cella e Ian Delacroix.

Parlaci del tuo lavoro di scrittore.

Ti dirò, la mia visione non credo sia molto “poetica”. Innanzitutto è appunto un lavoro. Di conseguenza, per quanto possa piacere, è faticoso, impegnativo, richiede molto tempo.
Io mi vedo come un artigiano, a cui chiedi di farti un tavolo. Cerco di consegnare un tavolo che sia solido, bello da vedere, e utile per mangiarci sopra o appoggiarci delle cose.
Non ho aspirazioni “artistiche”, non ho una vocazione, non sono in missione per conto dell’Altissimo come i Blues Brothers, non ho “bisogno/necessità di scrivere” e potrei benissimo non farlo e stare bene comunque.
Semplicemente ho scelto di scrivere delle storie perché è un lavoro che mi piace, che mi dà soddisfazione, e perché desidero comunicare ai lettori alcune cose. Per me il rispetto nei confronti del lettore, una persona che mi dedica le due cose più preziose che ha: tempo e immaginazione.
Nelle mie storie mi interessa quindi – come per il tavolo – la solidità della struttura, l’estetica, e che intrattengano. E per me è anche molto importante che vengano messe in gioco delle ipotesi attorno a qualcosa di inspiegato, misterioso, oppure attorno a un’eventualità che potrebbe verificarsi.

Quali sono i tuoi maestri letterari?

Cerco di imparare qualcosa da tutto ciò che leggo, che si tratti di un grande o di un nome nuovo. Quindi di maestri ne ho moltissimi. Te ne cito alcuni in ordine sparso, che sono sicuramente punti di riferimento, senza aver letto i quali probabilmente non mi sarei messo a scrivere.
Eco. Omero, Ariosto, Shakespeare, Wilde, Lovecraft, Machen, Howard, Poe, Reverte, Arona.

Attualmente stai scrivendo un libro? Puoi parlarcene?

Da inizio 2007 sto lavorando (come ormai tutti sanno, oserei dire) al romanzo Cenere, a quattro mani con Luigi Acerbi. Si tratta di una cosa con ingredienti di fantascienza dura e altri puramente survival horror. Qualche spunto fantarcheologico. Tanta azione, esplosioni, e gatti. A che punto siamo? Secondo me, a buon punto. Abbiamo sviluppato tutta la struttura, e tutto il soggetto della “metà di Luigi” (ci sono due macrotrame principali che si intrecciano); il soggetto della “mia metà” è quasi finito. Manca qualche elemento, ma niente di che. Ci sono la maggior parte dei personaggi. L’obiettivo è di portarlo a termine nel 2010.
In parallelo, sto lavorando a un altro romanzo con David Riva. Qui in ambito di thriller-horror alchemico: anche qui tanta azione (esplosioni, certo). Molta fantastoria e fantarcheologia, spionaggio e organizzazioni segrete. L’idea nasce dal libro Archetipi, anche se poi si è svincolata totalmente come spesso accade. All’inizio volevamo creare una sorta di background per la raccolta, rendendo la raccolta stessa parte di una storia. Ma i primi appunti che David ha buttato giù in proposito, già “chiamavano” a gran voce un romanzo che li sviluppasse. E si incastravano alla perfezione con un soggetto che avevo già pronto io, e che ne è diventato sottotrama. Abbiamo lavorato in maniera spedita, anche perché ci sono state sincronicità molto favorevoli, e abbiamo già steso quasi tutto. Si tratta di un lavoro molto complesso a livello strutturale (ci serve una mappa per orientarci, e non è una metafora) con tanti piani temporali, tantissimi scenari e un mucchio di personaggi. Praticamente questo è pronto e a brevissimo comincerà a cercare un editore.
E un altro paio di cose, ma ti risparmio…

:: Recensione di Sto cercando di smettere di Toni Noar Augello

21 Maggio 2010 by

zonaDalla copertina una Marlene Dietrich in bianco e nero fuma e ci osserva immobile dandoci il benvenuto in questo piccolo viaggio nella musica di un rocker di provincia che con ironia e disincanto parla di sé e del suo gruppo ormai sciolto.  

Sto cercando di smettere dell’esordiente Toni Noar Augello, edito dalla casa editrice toscana Zona, è questo e molto altro. Mentre ascolto l’album Penna e corde, cd contenuto nel libro prodotto da Antonio D’Apolito, puro rock italiano, rileggo alcuni passi del libro e mi immagino l’entusiasmo, il sudore  che ha animato questi ragazzi facendoli vincere ogni ostacolo per il semplice gusto di riunirsi e  fare musica.

Dall’ascoltare musica a farla tante volte il passo è breve…. In ogni caso non è proprio una delle cose più semplici a questo mondo. Per giocare a calcio serve solo una palla. Per fare musica ce ne vogliono almeno due.   

Tra citazioni di Allen Ginsberg, testi di canzoni, l’odore della sala prove, viaggiamo con loro in un deserto ingiallito dalla luce blanda di lampioni stile retrò. Sto cercando di smettere è uno sguardo sincero su un mondo ai margini ma vitale e pieno di speranze, un mondo in cui la libertà non è una merce in vendita, un mondo in cui si viaggia tutta la notte per raggiungere una piazza dove suonare.

Il romanzo nasce come uno scambio di mail e ironicamente considera che il rock infondo è un vizio, una malattia da cui non si guarisce ed è impossibile cercare appunto di smettere. Tutto passa e a volte gli ostacoli sono più grandi di noi ma poi infondo C’è sempre qualcosa in più un po’ più in la come diceva Jack Kerouac.

:: Intervista a Tiziana Silvestrin

21 Maggio 2010 by

ileonideuropaBenvenuta Tiziana su Liberidiscrivere e grazie di aver accettato la mia intervista. Parlaci innanzitutto un po’ di te, racconta ai nostri lettori dove sei nata, che studi hai fatto, qualche tuo pregio e qualche tuo difetto.

Sono nata a Mantova e mi sono laureata in lettere con indirizzo artistico, negli studi ho coltivato  le mia passioni: l’arte e la storia.  Pregi che posso riconoscermi  senza peccare di presunzione sono la costanza e la caparbietà nel raggiungere gli obiettivi che mi prefiggo. Quanto ai difetti ne ho diversi, quello che mi danneggia di più è la timidezza. 

Quando hai deciso che saresti diventata una scrittrice? Era un tuo sogno già da bambina?

Mi è sempre piaciuto inventare storie, anche da bambina, storie che a volte scrivevo a volte restavano nella mia mente. Scrivere è una esigenza, ho scritto anche molti racconti  solo perché sentivo di doverlo fare. 

Parlaci del tuo debutto letterario, del percorso che hai fatto per arrivare alla pubblicazione. Hai qualche consiglio da dare ai giovani scrittori in cerca di editore?  

– Questo primo libro è stato molto impegnativo soprattutto per la parte relativa alle ricerche    che è stata molto lunga e  complessa, una volta terminato l’ho spedito ad alcune case editrici e tra quelle  che mi hanno contattato ho scelto Scrittura&scritture . Un consiglio che posso dare è di leggere molto e impegnarsi a fondo se si crede in un romanzo. Una volta finito bisogna lasciarlo per qualche tempo in un cassetto per poi rivederlo dall’inizio, anche più di una volta. 

Per una donna pensi sia più difficile essere presa in considerazione nel panorama letterario italiano, o quello che conta è il talento?

Credo che conti il talento, un romanzo è bello a prescindere da chi l’ha scritto.  

Mantova è  la tua città. Come la descriveresti a chi non ci fosse mai stato? E’una città d’arte, piena di verde, a misura d’uomo? C’ qualche sua via, piazza o giardino che ti affascinano particolarmente?

Mantova è una città d’arte di cui i laghi, attraverso i secoli hanno conservato l’antica struttura. E’ una città a misura d’uomo, si visita bene a piedi e il suo centro storico  sprigiona il suo fascino soprattutto di sera. 

Quali sono i tuoi scrittori preferiti e quelli che ti hanno maggiormente influenzato?

Adoro  i classici russi  e gli scrittori sudamericani, tra i romanzi  che possono avermi influenzato ci sono  Il nome della Rosa di Umberto Eco  La cattedrale del mare di  Ildefonso Falcones.   

Come è nato in te l’interesse per il thriller storico e come hai mixato in I Leoni d’Europa avvenimenti storici e fantasia?

I romanzi che leggo sono in prevalenza i romanzi storici, I leoni d’Europa sono nati collegando tra loro fatti realmente accaduti in quel preciso periodo storico. 

Alle spalle del tuo romanzo c’è un grande lavoro di documentazione. Come hai preferito procedere: leggendo saggi, consultando internet, visitando archivi?

Ho letto moltissimi saggi per ricostruire il periodo cui si svolge la storia, per descrivere il modo in cui la gente viveva, cosa leggeva, come si spostava, cosa mangiava e quali paure aveva. Ho consultato documenti d’archivio e anche un manoscritto inedito sulla peste del 1576, ma non era sufficiente. Per ricostruire le ambientazioni ho visitato tutti i luoghi in cui si è svolta la storia quindi non solo i palazzi di Mantova, ma anche Venezia, Milano, Londra.   

Il cinquecento, la Controriforma non è un periodo storico molto noto. Perché  vi hai scelto di ambientare il tuo libro?

I fatti di cui narro sono realmente accaduti in quel periodo, il duello tra Vincenzo Gonzaga e James Chricton si è svolto il 3 luglio 1582 e di quegli anni è il complotto Throckmorton.  

Biagio dell’Orso il capitano di giustizia protagonista di I Leoni d’Europa è un personaggio puramente nato dalla tua fantasia o trae origine da qualche personaggio storico realmente vissuto?

–  Biagio dell’Orso era il capitano di giustizia  di Mantova, ma di lui si conosce solo il nome,   diciamo che è uscito dalla storia per entrare nel romanzo.

Quali sono secondo te i segreti per scrivere un buon giallo storico?

Il mio metodo è quello di creare un romanzo partendo da fatti realmente accaduti, in questo caso, come nel secondo romanzo, sono partita da un mistero già esistente e l’ho sviluppato. Direi che è molto importante avere rispetto dei lettori scrivendo storie e personaggi il più possibile  aderenti  alla realtà storica, anche se il lavoro di ricerca è duro. 

I leoni d’Europa ti sta dando molte soddisfazioni, stai raccogliendo consensi unanimi sia a livello di pubblico che di critica. Parlaci del tuo rapporto con la critica. Leggi le recensioni, ti influenzano, quale ti ha fatto più felice leggere?

Sarà scontato ma quella che mi ha reso più orgogliosa è stata la prima sul giornale Roma di Napoli e il commento che mi è piaciuto di più è stato quello di una lettrice: Mi è dispiaciuto finirlo. 

Ti hanno proposto di trasformare I leoni d’Europa in un film? Ti piacerebbere collaborare a scriverne la sceneggiatura? Mentre scrivevi il romanzo hai mai pensato che potesse diventare un film?  Se sì quale attore vedresti bene nella parte del protagonista?

Ancora no, certo mi piacerebbe, nel caso  dovesse succedere chiederò di collaborare  alla sceneggiatura perché mi è capitato diverse volte di  vedere film o di leggere libri di storia con errori madornali. Per la parte di Biagio dell’Orso, dato che secondo me un uomo con un nome del genere doveva essere bello, vedrei bene Alessandro Gassman  

Ti piace la poesia ? Quali sono i tuoi poeti preferiti?

I mie poeti preferiti sono Leopardi, Ungaretti e D’Annunzio, l’Alcyone è un’opera stupenda. 

Stai scrivendo un nuovo libro? Puoi anticiparci qualcosa in esclusiva per Liberidiscrivere?

Ho appena finito il  secondo romanzo La spezieria dei veleni dove Biagio dell’Orso deve  scoprire un segreto nascosto nel ritratto di Giulio Romano eseguito da Tiziano, un segreto che a distanza di cinquant’anni continua a uccidere

::Recensione di Green Zone di Rajiv Chandrasekaran a cura di Maurizio Landini

20 Maggio 2010 by

greenzoneGREEN ZONE di Rajiv Chandrasekaran (traduzione di Massimo Gardella) 2010 RCS Libri Milano

Rajiv Chandrasekaran, coordinatore del team di reporter del "Washington Post" a Baghdad dal 2003 al 2004, racconta in questo libro lo sforzo americano di portare la democrazia in un Iraq messo in ginocchio dalla guerra. 

Lo fa descrivendo la vita all'interno della Green Zone, sede della Cpa, la Coalition Provisional Authority, istituzione che aveva funzioni di governo di transizione dopo l'occupazione dell'Iraq da parte degli americani e dei membri della forza multinazionale. Secondo la risoluzione 1483 del Consiglio di Sicurezza dell'ONU del 2003, la CPA si è investita del potere esecutivo, legislativo e giudiziario del governo iracheno, dall'aprile del 2003 fino al suo scioglimento avvenuto nel giugno del 2004.

La Green Zone è un'area che si estende per circa dieci chilometri quadrati nel centro di Baghdad. E' una sorta di "Little America" della capitale. Prima dell'occupazione, era il quartier generale del regime iracheno, pieno di ville e palazzi sontuosi. Dopo che sono arrivati gli americani, sembra un'America in miniatura, dove tutto funziona alla perfezione. Dall'interno della Green Zone la vera Baghdad – i check point, gli edifici sventrati dalle bombe, gli ingorghi che paralizzano il traffico – sembra appartenere a un'altra galassia.

La città  di Smeraldo, così come è stata ribattezzata la Green Zone da alcuni funzionari della CPA, è distante anni luce dalla realtà  di un paese devastato, prima da una dittatura di trent'anni e poi dalla guerra.

Trasformare l'Iraq in un modello di democrazia per il Medio Oriente, risulta un'impresa titanica. Se molti veterani specialisti nelle questioni del Medio Oriente sono addirittura scettici sul fatto che l'Iraq possa mai diventare una democrazia, la CPA sembra rifulgere dell'idealismo dei suoi funzionari ambiziosi ma si trova ben presto a dover fare i conti con le pessime condizioni in cui verte il paese in fatto di sicurezza, istruzione, fabbisogno energetico, sanità, giustizia… 

Così, al di là delle mura della Green Zone, una città come Baghdad, dove i saccheggi hanno causato più danni alle infrastrutture che i bombardamenti americani, diviene lo specchio di una Red Zone fortemente piagata dalla dittatura e dalla guerra che chiede di essere aiutata a rialzarsi e a camminare con le proprie gambe.

:: Recensione di La ragazza dai piedi di vetro di Ali Shaw a cura di Nicola Fabio Vitale

20 Maggio 2010 by

ragazza piedi vetro lightSaper cogliere l’attimo fuggente, un’impresa, spesso, difficile. Fermare il tempo che scorre, è impossibile. L’attimo fuggente molto spesso finisce per perdersi nello scorrere del tempo, una dura condanna anche quando ci sono motivi validi che impediscono di trovarsi al punto giusto nel momento giusto. Un appuntamento mancato che potrebbe essere ampiamente giustificato perché, molto semplicemente, bisogna ritrovarsi oppure scoprirsi. È la storia di Midas Crock, un giovane fotografo solitario, e Ida McLaird, una ragazza costretta a vivere una strana e dolorosa trasformazione. A volte diventa impossibile cogliere l’attimo fuggente perché il tempo, nel suo scorrere, trasforma ciò che ci circonda in un qualcosa che non ci appartiene più e, pur cercandola, non esiste una soluzione. È sufficiente scoprire questa sensazione per rendersi conto che non siamo padroni del nostro destino, o non la siamo quanto lo vorremmo perché, molto spesso, di fronte alle emozioni siamo fragili come il vetro e finiamo per essere vittime di noi stessi. La ragazza dai piedi di vetro è una favola triste che si sviluppa in un luogo immaginario, l’arcipelago di St. Hauda Land, svelando la storia di due giovani vite sullo sfondo di quelle di chi li ha preceduti. A volte per realizzare i propri sogni sarebbe necessario cogliere l’attimo, a volte verrebbe voglia di terminare con una frase ispirata dal titolo di una canzone dei Nirvana: Vieni come sei, sarò come mi vuoi, sarò come ero, sarò come sono.

Titolo: La ragazza dai piedi di vetro
Autore: Ali Shaw
Editore: Fazi Editore
Pagine: 352
Anno: 2010
Prezzo: 18,50 euro

:: Intervista a Renato Di Lorenzo

19 Maggio 2010 by

katarina leggeroBenvenuto Renato su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato la mia intervista. Parlaci di te, dove sei nato, i tuoi studi, la tua infanzia, i tuoi hobby.

Sono nato a Borgonovo Val Tidone, ai piedi dei colli piacentini, dove incomincia la più bella pianura del mondo; almeno lo era quando sono nato io, coi pioppi e i campi e l’odore della terra. C’erano le truppe tedesche in ritirata e i mongoli che violentavano donne  e bambini al passaggio; ma nell’ospedale c’era pace; sono nato a mezzogiorno con le campane che suonavano. Poi Genova, in un appartamento molto decoroso ma ancora senza riscaldamento, con una grande stufa di maiolica a carbone. Papà, ferroviere, al pomeriggio copiava libri universitari a macchina come secondo lavoro. Ricordo con piacere il Liceo Scientifico e la Facoltà di Ingegneria elettronica: le equazioni della matematica che disvelavano la struttura del mondo a me estasiato. 

Come ti seri avvicinato alla scrittura? C’è stato qualcuno all’inizio che ti ha particolarmente aiutato e indirizzato e che vorresti ringraziare?

Ho sempre letto; ero un ragazzino quando ho scoperto Hemingway, poi Steinback… anni dopo scrivevo manuali con tanta matematica per Il Sole 24 ORE e la mia editor, Angela Di Luciano, mi ha detto: “scrivi bene, perché non un romanzo?”; così è nato “L’Assalto”; ad Angela non piacque e non lo volle pubblicare però piacque a Stefano Magagnoli e lo comperò Mondadori.

UNA SPINA rossa fronte lightParlando del tuo esordio come è avvenuto il tuo percorso che ti ha portato alla pubblicazione? E’stato difficile trovare un editore?

Sono stato fortunato. “L’Assalto” è finito nelle mani di Magagnoli per caso e gli è piaciuto, però quasi sempre è molto difficile trovare un editore. Gli editori sono in genere personaggi abbastanza grigi, senza molta fantasia, preoccupati delle loro flatulenze e della retta dell’asilo e di tutto il resto: non sono personaggi straordinari. Giulio Einaudi e i suoi editors (Pavese, Vittorini…) sono morti da un pezzo.

Scrittore e giornalista, una vita dedicata alla scrittura. Parlaci del tuo lavoro di giornalista. Per quali giornali scrivi, di che ti occupi, più una passione o un lavoro?

Scrivo per lo più  per giornali finanziari, italiani e statunitensi, ma non è la mia attività principale anche se appassionante. Scrivere sulle riviste ti dà una grossa soddisfazione se sai smascherare le stupidaggini che dicono ogni giorno i governanti e i potenti incompetenti in TV. E non c’è che da scegliere.

Quali sono i tuoi maestri letterarari, gli autori che ami di più?

Fra i “vecchi” i grandi americani: Steinback, Sherwood Anderson…; fra i contemporanei i grandi americani: Eugenides, DeLillo… e poi i superclassici: Proust, Joyce…

GUAF come guad con internet lightParlaci della tua città, Genova. Cosa ami, cosa odi?

Ci ho passato quasi tutta la vita, a Genova, anche se non sono di famiglia genovese. Come faccio a non sentirmici a casa? E se in un posto ti ci senti a casa, quello è il “tuo” posto. E’ “superba”, Genova, nel senso che è bellissima (via Garibaldi merita da sola un viaggio). Ai genovesi voglio bene, ma sono di una prudenza folle. Brava gente però. Buona.

Insegni scrittura creativa e hai scritto un manuale di scrittura creativa: Smettetela di Piangervi Addosso: Scrivete un Bestseller (Gribaudo 2006). Quali sono in breve le regole per scrivere un libro di successo?

E’ una cosa molto complicata: questa è la prima regola. Se non hai fatto un sacco di fatica probabilmente hai scritto una porcheria. Occorre avere una grande idea e meditarci sopra finché non sei convinto che può reggere conflitti sovrumani e personaggi straordinari che facciano innamorare te prima che i lettori. Tennesse Williams diceva che non avebbe mai potuto scrivere di un protagonista che non lo eccitasse sessualmente. La seconda regola è non arrendersi mai quando dieci o più editori rifiutano il tuo manoscritto: riprova e nel frattempo scrivine uno migliore!

Che consigli daresti ad un autore esordiente? Rivolgersi agli editori a pagamento è un errore o una scelta vincente?

Solo i grandi editori che pagano te (non che sono pagati da te) mettono il tuo libro in bella evidenza nelle grandi librerie, e solo quello conta. D’altra parte nessun grande editore lo farà se il tuo libro non è un grande libro. Quindi il segreto è scrivere un grande libro.

Hai scritto una lunga serie di saggi di economia e finanza di grande successo per Il Sole 24 ORE che hanno venduto oltre 170.000 copie. Che bilancio hai tratto da questa esperienza?

Che si vende molto solo quello che si scrive avendo costruito una grande competenza. I miei manuali pieni di formule astruse vendono di più del 95% dei romanzi che entrano in libreria. Capita che una porcheria venda tanto; spesso i libri che hanno vinto un premio di grido lo sono; ma non ti puoi affidare al sedere: devi essere competente in ciò che scrivi, siano saggi sia letteratura. Studiare, studiare, studiare.

GUAF come guad in borsa lifìghtTra i libri che hai scritto quale è quello a cui sei più affezionato?

Il primo saggio, ovviamente: “Come Guadagnare in Borsa” e poi fra i romanzi “Katarina e il Pericolo della Neve” che ha pubblicato il mio amico Foschi; già lì, con anni di anticipo rispetto alla cornaca, narravo di ONLUS che riciclano denaro sporco; e Katarina è un personaggio straordinario (in my view), assolutemente affascinante (in my view).

Ci sono errori che hai commesso nella tua carrira, scelte difficili che oggi grazie all’esperienza ti spingerebbero ad agire diversamente?

Snobbare gli editori, non far parte di nessun circolo, non aver preso la tessera di un Partito che sa piazzarti immediatamente sia con l’editore giusto sia farti andare in TV per presentare il tuo libro… sono tutti errori che ho commesso… ma che rifarei comunque.

Che rapporto hai con la critica? Quale recensione ti ha fatto più felice?

Ho un buon rapporto con la critica. Mi hanno fatto piacere le recensioni che non mi aspettavo, quelle spontanee, che nessuno ha so
llecitato, come quella di Bigazzi su Repubblica. Però è falso il mito che la critica ti fa vendere: la critica in sé non basta. Come non basta la pubblicità. Il segreto, come ho detto, è scrivere un grande libro. Questo è il problema.

Attualmente stai scrivendo un nuovo romanzo? Puoi anticiparci qualcosa in esclusiva per Liberidiscrivere?

Sto scrivendo un nuovo saggio finanziario importante e – spero: attendo una risposta – un altro saggio che mi appassiona, questa volta sulla struttura matematica del mondo. Inoltre… ebbene sì: sto scrivendo anche un nuovo romanzo, ma ho deciso di battere strade insieme vecchie e nuove: di darlo cioè in pasto a puntate (come faceva Dumas) direttamente al popolo di internet, scaricabile gratuitamente da chi ne sia incuriosito e se lo voglia leggere. Racconta di una ragazzina delle medie, Milla, che incontra un ragazzo più grande di lei. Entrambi in una certa misura sono “feriti”: Milla non si sa adattare alla disinvoltura – anche sessuale – delle sue coetanee, quindi è una bambina sola, e lui ha vissuto la sua infanzia in collegio ed ha conosciuto l’omosessualità claustrofobica che vige sovrana negli ambienti religiosi. Entrambi decidono di unire le loro “ferite” e di partire con solo un paio di mutande nelle loro sacche o poco più, con la 500 C color blu quasi nero di lui, e… il resto non lo so ancora (Sorride).
Il romanzo si trova su:
http://www.scribd.com/documents#all?sort=reads&sort_direction=descending&display_format=mix
Fammi gli auguri!