:: Recensione di Incubo bianco di Lars Rambe (Newton compton 2010) a cura di Giulietta Iannone

31 agosto 2010 by

Per gli amanti del giallo scandinavo segnalo un interessante libro uscito quest’estate per la Newton Compton. Ambientato a Strangnas, piccola città della Svezia centro-orientale, Incubo bianco  racconta la storia di Fredrik Gransjo un ex reporter di cronaca nera che da poco trasferitosi con la famiglia da Stoccolma passa il suo tempo a caccia di argomenti interessanti per i suoi articoli di folklore locale. Stanco di vedere le tante miserie della capitale spera di trovare nella piccola cittadina di Strangnas un po’ di quiete e pace ma non ha fatto i conti con il passato. A Strangnas infatti anni prima nel lontano 1965 durante una violenta bufera di neve una giovane e bella ragazza e un malato di mente appena fuggito dal manicomio erano stati barbaramente uccisi sulle sponde del lago ghiacciato di Malaren e mai nessuno era riuscito a risolvere il caso e a spiegare le innumerevoli incongruenze che almeno al tempo delle indagini non avevano suscitato eccessivi interrogativi troppo impegnati a mettere tutto a tacere per il quieto vivere cittadino . Quarant’anni dopo a Gransjo viene affidato il compito di scrivere una serie di articoli storici con tema proprio il vecchio ospedale psichiatrico di Sundby  chiuso alla fine degli anni 80 e l’intraprendente giornalista esaminando l’archivio del giornale non ci mette molto a disseppellire l’antica tragedia del 1965. Da questo momento in poi è un susseguirsi di nuovi inspiegabili delitti in cui Gransjo si trova suo malgrado coinvolto e l’escalation di violenza non può essere fermata che facendo luce su quegli antichi delitti e scoprendo quali terribili verità nascondevano. Libro d’esordio di Lars Rambe, avvocato svedese malato d’Africa, Incubo bianco è un thriller che in Svezia ha sbaragliato le classifiche di vendita tanto da spingere Rambe a scrivere in tutta fretta Skugans spel seconda avventura del nostro instancabile giornalista detective. Piuttosto originale rispetto alla narrativa di genere è una storia che e si svolge in due lassi temporali facendo si che presente e passato si alternino e si intreccino. La trama  a dire il vero e piuttosto complessa, anche dato il gran numero di personaggi tutti con una funzione specifica nell’economia del racconto, ma è resa comprensibile da una scrittura agile e scorrevole che già dalle prime pagine cattura e fa appassionare alla storia. Particolare sensibilità è usata per trattare la malattia mentale e l’assistenza psichiatrica evitando pregiudizi e  grossolane banalizzazioni. Un’ altra cosa da notare è il prezzo decisamente contenuto solo 6,90 e l’uscita contemporanea in versione tradizionale ed e-book. Infine per i più curiosi ripropongo anche l’intervista che abbiamo fatto a luglio a Lars Rambe in occasione dell’uscita del libro.
Incubo bianco di Lars Rambe, Newton Compton, collana Narrativa contemporanea tascabili Newton, 2010, 315 pagine, brossura, traduzione dallo svedese di Alessia Ferrari, prezzo di copertina 6,90 Euro.

È un avvocato svedese. il suo primo libro, Incubo bianco, pubblicato con successo in diversi Paesi, ha scalato le classifiche anche in Italia. Il mosaico di ghiaccio è il secondo romanzo che ha come protagonista Fredrik Gransjö, mentre Le donne del lago è un thriller a sé stante che riproduce però le cupe atmosfere nordiche cui Rambe ci ha abituato. Per maggiori informazioni sull’autore, visitate il suo sito www.larsrambe.se

:: Recensione di Vita dura per le canaglie di Andrè Héléna (Aisara 2010) a cura di Stefano Di Marino

30 agosto 2010 by

vita dura per le canaglieSembra di vederlo ancora Lino Ventura nei panni di Maurice, simpatica canaglia che per vendicarsi del tradimento della sua ‘bella’ spara a lei e al suo amante, facendo secco anche un altro personaggio che si trova sulla sua strada in piena Parigi occupata dai Nazisti. Disgraziatamente il ganzo della fanciulla è un collaborazionista e l’altro morto accoppato fa parte della struttura spionistica dei tedeschi. Così comincia una fuga disperata verso non si sa bene dove, sempre con la pistola in pugno, coinvolgendo un amico e altri personaggi incontrati per strada. Coincidenze, colpi di scena, un’azione che non si ferma mai e porta il nostro a diventare un sicario per la resistenza. Con una ambiguità personale di fondo che  porta Maurice a camminare sul filo della sua convenienza e il patriottismo scoperto. Conoscevo già Héléna, autore prolificissimo, forse a torto (o magari anche con qualche ragione…) accusato di non star troppo a lambiccarsi sulle trame o quantomeno sulla pagina pur di dar sfogo alla sua creatività. Siamo della stessa gang, alla fine… Scherzi a parte l’ottima traduzione di Zucca, appassionato cultore del filone, rende tutta la canagliesca energia di questa storia che, rispetto ad altre dello stesso autore, ha un respiro (e troverà anche un seguito di prossima pubblicazione… in Il festival dei cadaveri) che le conferiscono un sapore epico. Proprio come quei vecchi film che ci piacevano tanto anni fa… Un modo di scrivere il nero europeo con vigore, passione e una strafottenza buscaglionesca che se la ride di certe correttezze politiche che, oggi, non fanno altro che legare mani e piedi a eroi che hanno bisogno di sganassoni e faccia dura per sopravvivere e appassionare.

André Héléna, autore maledetto, dalla personalità controversa, considerato uno dei maestri del noir francese, scrive centinaia di romanzi molti dei quali sotto pseudonimo. Nato nel 1919 a Narbonne, si trasferisce giovanissimo a Parigi, partecipa alla guerra civile spagnola e, sul finire della seconda guerra mondiale, nel 1944 si unisce per un breve periodo alla Resistenza. A causa di una banalissima vicenda di debiti e firme false finisce per qualche mese in carcere, esperienza che avrà una grande influenza nella sua produzione letteraria. Si guadagna da vivere passando da un lavoretto all’altro (non ultimo il rappresentante di insetticidi…) e, a quanto si racconta, vende anche i propri libri porta a porta. Nel periodo a cavallo fra la fine degli anni Cinquanta e i primi anni Sessanta raggiunge un considerevole successo. Nel 1972, minato dall’alcolismo, muore a 53 anni.

::Recensione di Le maschere della notte di Pieter Aspe

29 agosto 2010 by

wGiusto per dimostrare che il buon thriller europeo non è fabbricato solo in Svezia vi segnalo una piccola sorpresa proveniente dal Belgio: Le maschere della notte di Pieter Aspe vero e proprio autore di culto nel suo paese addirittura chiamato il Simenon fiammingo. Dal 1995 ha scritto una ventina di polizieschi ambientati a Bruges che hanno per protagonista il commissario Van In un poliziotto decisamente anticonformista e totalmente “politically incorrect”, con così tanti difetti che messi assieme non possono che farlo risultare simpatico. Forse ad alcuni non sarà passato inosservato che Fazi ha già pubblicato di quest’autore altri due titoli Il quadrato magico e Caos a Bruges rispettivamente primo e secondo della serie. Le maschere della notte è il terzo volume pubblicato originariamente nel 1997 con il titolo De Kinderen van Chronos sicuramente sarà apprezzato dai cultori dei polizieschi di impianto classico, dove l’intreccio, l’ambientazione, la ricerca del movente e i personaggi prevalgono sull’indagini alla CSI e l’adrenalina a fiumi. Aspe ha una scrittura piana, posata, un ritmo lento e i colpi di scena, seppure si susseguono di frequente, non danno mai spazio a sprazzi di violenza fine a se stessa. Tutto si svolge con leggerezza e velato humour anche se un pizzico di critica sociale dà spessore ad un genere che troppo spesso può scadere nell’omologazione o nella falsa copia dei classici. E ora veniamo alla trama. Tutto ha inizio con un macabro ritrovamento. Durante i lavori di ristrutturazione di una villetta nella zona residenziale della periferia di Bruges una bambina scavando nel giardino rinviene quel che resta di uno scheletro umano. L’ ignaro commissario Van In incaricato delle indagini si trova ben presto davanti un vero e proprio vaso di Pandora  pieno delle peggiori depravazioni della natura umana e aiutato dal suo assistente Versavel e dalla sua compagna e sostituto procuratore Hannelore Martens in attesa di un figlio, anche se ostacolato in tutti i modi da chi vuole addirittura insabbiare il caso per proteggere la rispettabilità e l’onore di una classe sociale altolocata e viziosa, riuscirà a far luce nel labirinto di intrighi e corruzioni che sembrano anticipare una pagina davvero buia della storia recente della società belga. Ringrazio la gentilissima Azzurra Carriero di Fazi Editore per avermi segnalato quest’interessante libro. Seguirà a breve una nostra intervista all’autore.
Traduzione dal Nederlandese di Valentina Freschi.

:: Recensione di In terra ostile di Philip K. Dick (Fanucci 2010) a cura di Giulietta Iannone

28 agosto 2010 by

fanPhilip K. Dick – celeberrimo autore di Ma gli androidi sognano pecore elettriche? da cui è stato tratto l’altrettanto celebre Blade Runner di Ridley Scott- non ha scritto solo opere di fantascienza, anzi con alterne fortune ha cercato anche di fare il grande salto nella cosiddetta letteratura alta. Purtroppo i suoi romanzi vennero spesso rifiutati o acquistati ma non pubblicati. Stessa sorte toccò a In terra ostile (titolo originale In Milton Lumky Territory), piccolo capolavoro già edito in Italia nel 1999 da Einaudi e ora “riscoperto” dalla Fanucci Editore.
Scritto da Dick nel 1958 – ma pubblicato postumo nel 1985 da Dragon Press – racconta la storia di un commesso viaggiatore, Bruce Stevens, per molti versi “figlio” del ben più celebre Willy Loman di Morte di un commesso viaggiatore di Arthur Miller.
Bruce è un perdente. Del sogno americano conosce solo la faccia triste e oscura fatta di viaggi interminabili con la sua Mercury e notti passate in anonimi e pulciosi motel. Senza sogni, ambizioni, progetti, senza mai realizzare nulla trascina i suoi giorni ancora giovane ma vecchio dentro, prigioniero della sua solitudine e infelicità, finché un giorno durante uno dei suoi viaggi, per puro caso, incontra Susan Faine, una sua ex insegnante delle scuole elementari e di colpo la sua vita ordinata e monotona viene sconvolta e sogni e desideri, che sembravano irrealizzabili, divengono possibili.
Susan e Bruce si innamorano e nonostante la differenza di età decidono di sposarsi, ma non hanno fatto i conti con Milton Lumky, vendicativo e ingombrante, anche se a suo modo carismatico, rappresentante di materiale di cartoleria che sentendo invaso il suo territorio, non solo professionale, perseguiterà Bruce fino all’estreme conseguenze.
Ambientato nella sonnolenta provincia americana degli anni ’50, In terra ostile è un viaggio psicologico nelle più profonde pieghe dell’anima di tre personaggi diversissimi tra loro e nello stesso tempo accomunati dal disagio e dall’incertezza.
Per tutto il romanzo predomina una strana claustrofobica inquietudine e un angosciante senso di minaccia che scandisce il tempo con i ritmi del thriller, sebbene di thriller non si tratti. La finta normalità, che si sgretola scrostando anche leggermente la superficie dei comportamenti omologati e consueti, è il vero protagonista di questo libro, in un certo senso bizzarro e non convenzionale.
Sebbene apertamente non sia un libro di fantascienza, molte delle tematiche (fantascientifiche) affrontate da Dick nei suoi libri più famosi qui sono riprese e deformate portando all’attenzione del lettore quanto la realtà possa essere estraniante e “ostile”.
Amaro il lieto fine, ennesima beffa a coronamento di una vita votata al fallimento.
Davvero notevole la traduzione di Daniele Brolli, capace di dare profondità ad un testo che nell’originale americano utilizza un linguaggio elementare e semplice, quasi scarno, come era tra l’altro nello stile di Dick. Dello stesso autore potete leggere La svastica sul sole, Ubik, I simulacri, Cronache del dopo bomba. Traduzione Daniele Brolli.

PHILIP KINDRED DICK nasce a Chicago il 16 dicembre 1928. Nel 1955 esce il suo primo romanzo, Lotteria dello spazio. Durante un’esistenza segnata dalle difficoltà economiche, scrive capolavori come La svastica sul sole, Ma gli androidi sognano pecore elettriche?, da cui è tratto Blade Runner di Ridley Scott, e Ubik. Negli anni Settanta esce la sua ultima opera, La Trilogia di Valis, pubblicata da Fanucci Editore in un unico volume. Muore il 2 marzo 1982. La notorietà di Philip K. Dick deve molto agli adattamenti cinematografici, tra cui Atto di forza (1990), Screamers – Urla dallo spazio (1995), Impostor (2002), Minority Report (2002), Paycheck (2003) e Un oscuro scrutare (2006). Nel 2008 è uscito il film Next, con Nicholas Cage, tratto dal racconto The Golden Man; mentre I guardiani del destino (2011) trae ispirazione dal racconto Squadra riparazioni. Fanucci Editore pubblica in esclusiva tutta la produzione di Philip K. Dick, considerato uno dei più importanti autori della narrativa americana del secondo dopoguerra.

:: Recensione di Fredda è la notte di Carlene Thompson a cura di Giulietta Iannone

28 agosto 2010 by

1Blaine Avery ha tutto per essere felice: è bella, è giovane, ha un marito facoltoso che la ama, una figliastra adolescente da crescere, una casa bellissima immersa nel verde del West Virginia e può permettersi il lusso di ignorare chi la invidia e al massimo si limita a spettegolare alle sue spalle finché la vita non le presenta il conto e di colpo si trova sull’orlo dell’abisso ad un passo da perdere tutto.
Martin, suo marito, muore in circostanze misteriose, apparentemente si tratta di suicidio ma è impossibile che non si annidi il tarlo del dubbio: e se fosse stata lei a ucciderlo per ereditare l’ingente patrimonio?
Anche la figliastra Robin sembra pensarlo e quando la più cara amica della ragazza Rosie Van Zandt viene trovata morta nella sua proprietà alcuni particolari sembrano avvalorare l’ipotesi che Blaine sia la colpevole e i sospetti sembrano diventare certezze.
E’ questo è solo l’inizio.
Nuovi delitti si susseguono e Blaine non ha alibi credibili, anzi  è sempre nelle vicinanze dei ritrovamenti dei cadaveri, oltre a comportarsi in modo sfuggente come se nascondesse qualcosa.
Solo lo sceriffo Logan Quincey, ancora innamorato di lei dai tempi del liceo, sembra ostinatamente credere alla sua innocenza ed è il solo a fare di tutto per scagionarla trovando il vero colpevole.
Ma Blaine Avery è davvero innocente?
Questo dubbio accompagnerà il lettore fino al sorprendente finale.
Fredda è la notte  seconda opera della talentuosa Carlene Thompson  edito dalla Marcos Y Marcos, è un thriller psicologico singolare e ricco di atmosfera nella raffinata traduzione di Marzia Luppi Cortaldo.
Già edito come Giallo Mondadori n°2835 con il titolo Tutto ha una fine, titolo originale All fall down, unisce al classico mystery un tocco di romanticismo, imbastendo una storia d’amore che stempera la tensione e accresce l’approfondimento psicologico dei personaggi.
Come in un gioco di specchi, false piste si intrecciano accrescendo la suspance e il dubbio sembra giocare una carta importante nello svolgimento della trama incentrata sul classico gioco dell’innocente accusato ingiustamente.
Il finale del tutto inaspettato e sconcertante accresce il fascino di questo piccolo gioiellino.
Dell’autrice potete leggere sempre per Marcos y Marcos In caso di mia morte, Come sei bella stasera, Non dirlo a nessuno, Ultimo respiro, Nero come il ricordo, Non chiudere gli occhi e Stanotte sei mia.

Carlene Thompson La “voce nuova” del brivido scrive da quando aveva otto anni, e si vede. Suo padre è un medico condotto che accetta come compenso… animali domestici. L’idea di scrivere le viene dopo aver visto La carica dei centouno. Immagina la “scaletta” del suo primo thriller vero e proprio molti anni dopo, mentre porta a passeggio due cani. Dalla campagna e dagli animali non si separerà mai. Oggi Carlene Thompson vive in una fattoria che sembra un “albergo degli animali” a Point Pleasant, in West Virginia, accerchiata da scoiattoli che ogni tanto boicottano le linee telefoniche. Carlene Thompson ha al suo attivo una decina di romanzi, tradotti in varie lingue. Romanzi promossi a pieni voti dai lettori, che scrivono pareri entusiastici sui siti di tutto il mondo. Marcos y Marcos ha pubblicato Non dirlo a nessuno, Ultimo respiro, Nero come il ricordo, Non chiudere gli occhi, Stanotte sei mia, Fredda è la notte, Il nostro segreto, Ancora viva e Come sei bella stasera.

Recensione di Percy Jackson Il ladro di fulmini di Rick Riordan a cura di Nicoletta Scano

23 agosto 2010 by

percyjackson-10Recensione del libro Percy Jackson- Il ladro di fulmini di Rick Riordan a cura di Nicoletta Scano. 

Nell'attesa che venga pubblicato anche in Italia il seguito del primo libro della saga di Percy Jackson, che uscirà in ottobre per Mondadori, prendiamo spunto dal primo dei cinque capitoli della serie, “Il ladro di fulmini”, per parlare di questa epopea che negli Stati Uniti ha venduto oltre 6 milioni di copie. Sull’onda del successo delle saghe fantasy dedicate ai ragazzi, inaugurate dallo straordinario "Harry Potter", negli ultimi anni si sono moltiplicati i libri pensati per gli adolescenti e letti voracemente anche dagli adulti. Quale sia l'ingrediente fondamentale di una diffusione così massiccia, senza distinzione di età, nazionalità, lingua, non è facile dirlo; senza dubbio, oggi come oggi, tutti noi siamo affascinati da storie di coraggio, di avventura, di amicizia, di solidarietà che nel mondo "degli adulti" è davvero difficile trovare. Parlando di Percy Jackson, il protagonista della fortunata saga di Rick Riordan, possiamo aggiungere che grande suggestione viene creata attraverso l'utilizzo della mitologia classica, originalmente rivisitata e adattata al mondo di oggi. Percy è  un ragazzino di 12 anni che vive nello Stato di New York, non è  bravo a scuola (probabilmente è dislessico), è stato abbandonato dal papà, non ha particolare fortuna con le amicizie e non va esattamente a genio agli insegnanti. Fin qui nulla di straordinario. Ma se aggiungiamo che la dislessia deriva dalla sua inevitabile attitudine alla lettura del greco classico, che il papà che lo ha abbandonato è Poseidone, dio del mare, che il suo migliore amico altri non è che un satiro e che la sua professoressa di matematica (e qui alzi la mano chi non l'ha mai pensato) in realtà è una vera e propria arpia, allora si capisce come la vita di Percy sia completamente diversa da quella di un ragazzino normale. Coinvolto in un universo assurdo, mitologico e avventuroso Percy si rivela un vero e proprio eroe, affronta mostri, realizza imprese, sfida il cugino Ares, zio Ade e riporta la folgore rubata a zio Zeus, che vive sull’Olimpo trasferitosi al 600° piano dell’Empire State Building. Ritroverà  il padre, conoscerà l'amicizia, e in una mirabolante serie di avvenimenti più o meno fantastici farà riscoprire al lettore la mitologia classica, suscitando con ilarità e ironia una nuova attenzione verso una cultura che ha segnato le nostre tradizioni e la nostra letteratura e che in fondo, ancora oggi, non smette di incantare. Con uno stile fresco e giovane, che sembra veramente indirizzato agli adolescenti, l'autore dà vita a personaggi ed avventure che sembrano realmente tratte dalla mitologia classica; ciò che diverte è l'ambientazione contemporanea nella realtà statunitense del 21º secolo, la continua mescolanza di modernità e tradizione, le improbabili commistioni tra due realtà agli antipodi: paradigmatica la collocazione dell'inferno, che si apre sotto Hollywood. 

:: Intervista a Claudio Cordova a cura di Cristina Marra

19 agosto 2010 by
Intervista a Claudio Cordova autore di “Terra venduta” (Laruffa editore, 2010) di Cristina Marra


Claudio Cordova è un giovane reporter di Reggio Calabria che, con entusiasmo coraggioso e un pò incosciente, si occupa di cronaca nera e giudiziaria. Giovanissimo d’età ma con la stoffa e il metodo del giornalista vecchio stampo, Cordova ricerca, indaga a fondo prima di informare i lettori. Redattore del quotidiano on line in tempo reale Strill.it, Cordova ha ceduto ben presto all’impulso di scrivere un libro, un libro di denuncia e di inchiesta, spronato da una lettura, quella di un testo di Carlo Lucarelli che si fa stimolo e volontà di continuare quella strada intrapresa dall’autore di “Navi a perdere”, ma con uno stile personale e camminando con le proprie gambe. Cordova ha camminato davvero a lungo per una Calabria sconosciuta o mai rivelata, per sentieri solitari che conducono nei luoghi in cui la regione è stata venduta alle speculazioni, ai traffici illeciti di rifiuti tossici e radioattivi. “Terra venduta” (Laruffa editore, pag.184 euro 10,00) è un viaggio in sette capitoli per la Calabria  per i suoi luoghi incriminati: torrenti, coste, mari in cui il sospetto di inquinamento persiste o è reso noto dalle inchieste giudiziarie. L’autore, con determinazione e nello stesso tempo con la sensibilità di chi è figlio di quella terra, compie un’indagine sul campo con rilievi sulle località violate  ed incriminate accompagnati da ricca documentazione fotografica. Cordova racconta la Calabria venduta con la professionalità e l’intraprendenza del reporter ma soprattutto con gli occhi di chi ha visto i disastri ambientali e i danni provocati alla salute degli abitanti di quelle zone, ignari della presenza di rifiuti e scorie illegalmente occultati.

Quando hai deciso di scrivere "Terra venduta"?

Nella primavera del 2009, leggendo, tutto d’un fiato, nel giro di pochissime ore, “Navi a perdere” di Carlo Lucarelli, che per me è un maestro dal punto di vista narrativo. “Terra venduta”, infatti, nasce come un’inchiesta sulle navi dei veleni, di cui conoscevo già, per ragioni di lavoro, diversi particolari. Poi, indagando, nel corso di oltre dodici mesi, ho avuto modo di scoprire diverse altre storie, per molti versi raccapriccianti, che non riguardano le vicende della navi affondate, ma il traffico di rifiuti sul territorio calabrese.

Dal tuo libro traspaiono dati inquietanti sul tasso di mortalità  di bambini che vivono in quelle zone contaminate. Così  si muore in Calabria?

La Calabria è una regione in cui non ci sono fabbriche, né si può parlare di inquinamento dovuto allo smog, dato che non vi sono metropoli. Eppure, purtroppo, in determinate zone, vi è un’incidenza patologica assai preoccupante, che colpisce soggetti molto giovani. Penso a quello che accade tra Paola e Serra d’Aiello, in provincia di Cosenza, per non parlare di Crotone, dove i bambini andavano a scuola, ignari di essere circondati da scorie. E anche in alcune zone del reggino alcuni tassi sembrano essere in aumento: credo che non si debba viaggiare sui binari dell’allarmismo, ma pensare che tutto vada bene sarebbe da irresponsabili.

La tua indagine si è svolta soprattutto sul campo. Com'é  stato il tuo lavoro di ricerca?

E’ stato un lavoro fatto di viaggi solitari, in condizioni anche ostili. A voler fare un discorso romantico, posso dire che mi teneva compagnia la musica dell’autoradio e la passione nel vedere, giorno dopo giorno, che il materiale che raccoglievo prendeva forma sul foglio bianco. Amo il giornalismo di verifica, fatto sul campo, come si faceva un tempo, sono convinto che un buon giornalista debba avere le doti e la predisposizione di un investigatore, di un segugio: io sto studiando per diventare un buon giornalista, cercando di mettere in pratica gli insegnamenti dei miei direttori di Strill.it, che mi hanno formato e mi formano, giorno dopo giorno, umanamente e professionalmente.

Sei redattore di Strill.it e scrivi di cronaca nera e giudiziaria, com'é stato occuparti di inchieste scomode e scottanti come quelle riguardanti rifiuti tossici e radioattivi?

Anche l’attività quotidiana non è delle più facili, sono convinto che chi esercita il mestiere di giornalismo in Calabria lo stia esercitando in un territorio di frontiera, in una scala gerarchica colloco la Calabria subito dopo i territori di guerra, quelli dove, davvero, si rischia la vita a ogni passo. Qui i giornalisti combattono una guerra un po’ più silenziosa: sono armati di penne e tastiera, tentano di informare correttamente i cittadini e non è facile perché l’intero contesto sociale è permeato dalla ‘ndrangheta o dalla mentalità mafiosa. Solo attraverso una buona informazione la nostra Calabria potrà crescere e indignarsi di fronte a scandali come quelli che ho tentato di raccontare nel mio libro. C’è di mezzo la salute di tutti noi, dei nostri parenti, non si può tenere la testa sotto la sabbia.

Stai presentando il libro in giro per la Calabria, qual é la reazione di tuoi lettori?

Per me, che ho sempre avuto ambizioni da scrittore, da narratore, il complimento più grande è stato sentirmi dire che il libro si fa leggere come se fosse un romanzo. Purtroppo, quelle narrate in “Terra venduta” sono storie vere, anche se, a volte, sono così incredibili da assomigliare a sceneggiature cinematografiche. Dopo i viaggi d’indagine, per la scrittura del libro, da qualche mese ho iniziato quelli per far conoscere il mio lavoro, per far conoscere, soprattutto, il mio impegno, i miei sacrifici. In questi mesi ho incontrato, in Calabria, ma anche fuori dai confini regionali, tanta gente che crede in quello che fa: questo, ovviamente, mi dà forza e coraggio per continuare la mia attività. Mi rivolgo soprattutto alla gente, ai miei coetanei: solo se noi giovani ci coalizziamo dalla parte giusta, un domani potremo vivere in una Calabria migliore.

Cordova giornalista e scrittore, quali sono i gusti di Cordova lettore?

I libri d’inchiesta e i saggi, soprattutto. Tento di informarmi tramite i libri, dato che giornali e televisione ci tengono troppe cose nascoste. I libri stanno diventando, insieme a internet, l’unico spazio di vera libertà: e l’Italia, la Calabria, hanno bisogno di libertà, quanto l’acqua nel deserto. Leggo gli scritti dei giornalisti che provano a fare un’informazione corretta, fuori dalle logiche dei padroni: cerco di imparare da loro. Sì, leggo per conoscere e per imparare.

Pensi di continuare a scrivere libri-inchiesta? Progetti in cantiere?

Spero che la mia attività possa continuare nella mia terra, la Calabria, che amo moltissimo. Per ora, come dicevo, l’attività principale, per quanto riguarda l’editoria, è quella di far conoscere a più gente possibile “Terra venduta”. Sicuramente spero che non resti un’opera isolata: complice lo spirito inquieto, quello che io chiamo, spesso, “caratteraccio”, non riesco a restare fermo e fare il compitino. Paolo Borsellino diceva una frase bellissima, secondo me: “Palermo non mi piaceva, per questo ho imparato ad amarla. Perché il vero amore consiste nell’amare ciò che non ci piace per poterlo cambiare”. Ecco,  qualsiasi progetto futuro, sarà rivolto soprattutto a migliorare, nel mio piccolo, la mia terra. Credo che sia necessario fare di tutto per lasciare, alla fine della nostra vita, le cose in uno stato migliore rispetto a come le avevamo trovate.

:: Recensione di Il segreto del Morbillaio di Danilo Giovanelli a cura di Maurizio Landini

9 agosto 2010 by

morbillaio-coverDanilo  Giovanelli “Il segreto del Morbillaio”, Edizioni XII, pagine 179 recensione di Maurizio Landini

Saturnetto Vinceslovo, detto il Morbillaio perché più “fragile di altri provò su di sé tutte le malattie che il buon Dio aveva avuto l’accortezza di diffondere a valle, maturando contorto, piagato e giallastro, colore della polenta con la quale si mimetizzava” è un celebre poeta di Vermiziano. La scuola elementare del paese porta il suo nome e sorge proprio sulle fondamenta della casa del cantore vermizianino.
   Una scuola tranquilla, tutto sommato, divisa fra bulli e secchioni, sfide all’ultimo sms tra messaggiai, e gare di onniscienza fra piccoli super-saccenti.
Finché il segreto del Morbillaio non rischia di essere svelato da un gruppo di ragazzini: Ebète il ragazzo cosmopolita dall’improbabile esperanto, Elio il secchione sempre in gara con Donnetta Spilunga, Crescione il maniaco dei videogiochi, Erode travolto da malattie e medicine, Cassadra la bambina posseduta dal’aristocratica Dorotea Rossi Maniscalchi de’ Falchi Rovi. Ma i Goonies della Quinta A Saturnetto Vinceslovo dovranno vedersela con la vecchia Gioconda di cui si racconta che “ha fatto fuori qualche ragazzino. E poi li seppellisce nella sua cantina” e con gli Amici del Morbillaio, fanatici estimatori del poeta, gelosi custodi delle sue opere…
   Un racconto fantasy avventuroso, divertente e scanzonato dove Giovanelli reinventa lo “slang della spensieratezza” nell’eterna sfida fra generazioni, tra complicità dell’amicizia e stregoneria della solitudine.  

:: Recensione di Archetipi di Autori Vari a cura di Maurizio Landini

3 agosto 2010 by

archetipiAutori Vari – “Archetipi” Collana “Camera Oscura” 2009 Edizioni XII pagg. 333 

Protagonisti della paura che ci accomuna come esseri senzienti, che parla la nostra stessa lingua come un esperanto del dolore fisico, sono gli archetipi narrati in dodici racconti, seguendo il filo nero dell’immaginario, attraverso cuciture grossolane nel corpo post-autoptico della modernità secolarizzata ed “evoluta”: micidiale senso del meraviglioso che irrompe nel nonsenso dell’appiattimento quotidiano.

Che si tratti di un golem, di una sirena o di una fenice, nessuno potrà fermare l’avanzata di questi super-eroi super-naturali, neanche Alessandro il Grande: essi hanno il buio dalla loro parte, e l’assenza totale di uno spazio e un tempo definiti e definibili. Il loro topoi sono informazioni di un inconscio collettivo, junghianamente parlando: la condivisione di una speranza che il muro di tamponamento tra realtà e finzione infine si sbricioli…

L’oscurità non è mai stata così illuminante.

Corredata da superbe illustrazioni a colori, “Archetipi” è un’antologia sofisticata, che pianta un paletto dritto nel cuore del fantastico italiano non per uccidere il mostro in un fiume d’inchiostro e banalità bensì per iniettargli nuova linfa vitale e divenire così un riferimento importante per una nuova generazione di modellatori del sense of wonder. 

:: Recensione di Il margine dell'alba di Mariangela Cerrino a cura di Elena Romanello

30 luglio 2010 by

Mariangela Cerrino e le storie del suo Piemonte 

Mariangela Cerrino, nata e sempre vissuta a Torino, scrive sin da quando era giovanissima, quando debuttò con alcuni western ambientati nei futuri Stati Uniti prima della Guerra d'indipendenza per la casa editrice Sonzogno, con copertine realizzate da Guido Crepax. In seguito si è affermata come scrittrice di fantascienza e fantasy, scrivendo libri come il romanzo ecofantasy Lisidranda, edito da Armenia, ma non ha dimenticato il suo primo amore, la storia, che è tornata in opere come la trilogia sugli Etruschi edita da Longanesi composta da I cieli dimenticati, La via degli dei e La porta della notte e nel ciclo dell'anno Mille, pubblicato da Susa libri e composto da Il segno del drago, Il segreto dell'alchimista, Il custode dell'arcobaleno e Il calice spezzato.
La sua ultima fatica è ancora un romanzo storico, Il margine dell'alba, edito da Alacran, sulle guerre di religione del Cinquecento tra il Piemonte e il Delfinato, quando si scontrarono cattolici e valdesi e insieme interessi del re di Francia e del duca di Savoia. Tra le passioni di Mariangela Cerrino ci sono la storia, cultura, musica e tradizioni dell’area celtica, occitana e francoprovenzale, con particolare riferimento alla Valle di Susa, alla Savoia e al Delfinato e le antiche culture, religioni e mitologie. Adora il cinema di Ridley Scott e di Peter Jackson, Trilogia dell'anello in segue inoltre il progetto Tantestorie per le biblioteche civiche torinesi, durante il quale parla delle sue storie, così remote ma anche così attuali.
«Stavolta ho voluto raccontare con Il margine dell'alba una storia ambientata nei luoghi di dove è originaria la mia famiglia, la Valle di Susa e la Val Pellice, con scappate nelle regioni francesi del Queyras e del Delfinato, perché amo raccontare le storie poco note, ma che hanno condizionato le nostre valli e di cui ancora oggi si sente l'eco lontano: chi sa ancora qualcosa della Valle degli Invincibili, dove un pugno di Valdesi tenettero testa alle truppe di Emanuele Filiberto? Eppure negli archivi c'è tutto, ricostruzioni di battaglie, documenti, testimonianze: basti pensare che nella Biblioteca di Carmagnola c'è tutta la documentazione sulla battaglia di Ceresole. Purtroppo la storia locale non viene insegnata a scuola, del resto non si insegna più nemmeno la storia in generale.»
Il tema di fondo de Il margine dell'alba è quello delle guerre di religione, che vedono schierate da una parte il capitano de Lacazette, antieroe della vicenda, e dall'altra il suo amico fraterno d'infanzia Etienne, idealista fino all'ultimo, e in fondo sua coscienza. In Piemonte non succede più, per fortuna, che si muoia per opinioni religiose diverse, in altre parti del mondo questo invece continua ad avvenire ed è spesso cronaca di frettolosi notiziari.
«L'intolleranza religiosa è un tema sempre attuale, oggi più che mai. Gli esseri umani non hanno mai perso l'abitudine di farsi scudo con il nome di Dio in battaglie che sono solo di uomini, come dice ad un certo punto nel libro uno dei miei personaggi. Ho ricostruito quell'epoca tra l'altro cercando di non scendere troppo nei dettagli più crudi, anche se gli eventi ci sono, così come avvennero, anche se alcuni miei personaggi, come Etienne e Felicienne, l'ostessa del Fleur de Lys di Briançon, sono inventati».
Il primo libro che ha letto Mariangela Cerrino, a sette anni, fu I tre moschettieri di Dumas, nell'edizione per adulti, e lo stesso gusto del romanzo storico, tra realtà e fantasia, tra eroismi e sentimenti, si ritrova anche ne Il margine dell'alba, storia appassionante e tragica, che parte da una grande amicizia, che non può durare, perché è tra un cinico come Lacazette, pronto a cambiare bandiera nel corso della sua vita per convenienza, e un idealista come Etienne, figlio di un valdese ucciso e che diventerà della religione dei suoi avi per scelta. Ma un'amicizia che segnerà entrambi, soprattutto Lacazette, per il quale Etienne rappresentava la sua parte migliore, una delle poche persone che l'abbia amato, insieme a Felicienne.
Una curiosità:  il capitano Lacazette è realmente esistito, morì davvero anziano ad Oulx nel 1590 vittima di giochi di potere perché era un personaggio scomodo ed inviso ad entrambe le fazioni e la sua tomba non fu mai ritrovata. Ma forse, come suggerisce Mariangela Cerrino, era morto nell'anima vent'anni prima, in quell'alba che segnò il suo destino e la sua perdita.
Il margine dell'alba, Mariangela Cerrino, Alacran edizioni, 19 euro

Elena Romanello

::La rassegna Tabularasa a cura di Cristina Marra

28 luglio 2010 by

Si è  conclusa la rassegna “Tabularasa”, il contest di editoria di denuncia e di inchiesta organizzato dall’associazione Urba e dal quotidiano on line Strill.it a Reggio Calabria. Lo slogan “che non piaccia a chi vuole che si taccia” ha caratterizzato le quattro serate dal 19 al 22 luglio al Circolo del Tennis “Rocco Polimeni” durante le quali si sono alternati sul palco scrittori, giornalisti, magistrati ed esponenti delle istituzioni che fanno della ricerca delle verità scomode il loro mestiere. I direttori Giusva Branca e Raffaele Mortelliti, promotori, organizzatori e presentatori della manifestazione, con orgoglio e un pizzico di emozione hanno ottenuto un successo forse inaspettato per la grande partecipazione di pubblico. La città di Reggio Calabria ha risposto al richiamo lanciato da Tabularasa, ha voluto ascoltare le storie dalla viva voce degli ospiti e conoscere gli approfondimenti su inchieste  troppo presto dimenticate o sottovalutate. Anche i media locali e nazionali hanno apprezzato e divulgato un’iniziativa che prende le mosse da una terra afflitta e colpita da gravi problematiche sociali ma anche terra di antiche tradizioni culturali. “Ci sembra necessario eleggere la Calabria quale regione simbolo da cui scardinare gli inossidabili meccanismi che hanno generato immobilismo, stravolgimento dei fatti, reinterpretazione della storia, annebbiamento delle percezioni relative alle responsabilità sociali e politiche e indebolimento delle capacità critiche colletive” hanno affermato Branca e Mortelliti. Già dalla prima serata, nella ricorrenza della strage di via D’Amelio, il dibattito si è inoltrato tra le luci e le ombre dei misteri legati alla mafia e dei collegamenti col potere politico. Da Massimo Ciancimino autore di “Don Vito” (Feltrinelli) a Nicola Biondo col suo “Il patto” (Chiarelettere) alla photoreporter Letizia Battaglia, si sono avute ricostruzioni agghiaccianti dei rapporti tra Stato e mafia che sono seguite all’intervento di Gherardo Colombo (“Sulle regole”, Feltrinelli) sulle regole e sul loro significato in una società sempre più debole che non sa imporsele e tanto meno rispettarle. Anche il ricordo violenza degli anni di piombo, argomento della seconda serata della Kermesse, raccontati da Sandro Provvisionato (“Doveva morire”, Chiarelettere), Attilio Bolzoni (“Faq mafia”, Bompiani) e Piergiorgio Morosini (“Il gotha di cosa nostra” Rubbettino) sono legati a momenti di forte indebolimento politico e sociale. Il monologo breve di Marco Gambino tratto dallo spettacolo teatrale “parole d’onore” ha intervallato gli interventi. Nel corso della serata sono stati consegnati i premi “Strillerischia” ai giornalisti Peppe Baldessarro e Manuela Iatì per il libro “Avvelenati” (Città del Sole edizioni) e Danilo Chirico e Alessio Magro per “Il caso Valarioti”(Round Edizioni). La casa editrice Chiarelettere impegnata nella pubblicazione di libri di denuncia e d’inchiesta è stata la protagonista della terza serata e il direttore editoriale Lorenzo Fazio ha ribadito quanto sia necessaria  la pubblicazione di questo genere libri in mancanza di spazi e libertà d’espressione. I grandi misteri e intrighi italiani da Piazza Fontana  a Ustica sono stati affrontati da Giovanni Fasanella e Rosario Priore autori di “Intrigo internazionale” (Chiarelettere), Marco Lillo (“Papi”, Chiarelettere) che ha presentato il documentario “Sotto scacco” sulle bombe di mafia del 1993. Antonio Massari e Giuseppe Salvaggiulo che sempre con Chiarelettere hanno  pubblicato “La colata” hanno fatto il quadro della loro inchiesta sugli affari illeciti e sommersi legati alle speculazioni edilizie che stanno cementificando l’Italia. Nell’ultima serata, aperta dalla toccante testimonianza di Umberto Ambrosoli autore del libro-inchiesta sull’omicidio del padre, Tabularasa ospita il premio “La matita rossa e blu” della fondazione Falcomatà che ha premiato importanti esponenti del mondo culturale e giornalistico nazionale e internazionale. Se Tabularasa si è aperta con lo slogan che invita a non tacere, la conclusione può essere affidata alle parole di Sergio Zavoli che ricordando il celebre proverbio cinese “Se ognuno spazza davanti alla propria porta tutta la città sarà pulita”, esorta alla rinascita del nostro paese,  ripartendo da un rinnovato senso di responsabilità.

::Recensione di Il sangue del Vampiro di Florance Marryat a cura di Stefano Di Marino

27 luglio 2010 by

il_sangue_del_vampiroRecensione – Il sangue del Vampiro- di Florence  Marryat- prefazione di Barbara Baraldi- traduzione di Alberto Frigo-pp328- 18,00 euro 

di Stefano Di Marino

In un mondo perfetto i narratori scriverebbero ciò che ‘sentono’ e gli editori pubblicherebbero i libri più belli al di là di mode e conveniente. Di fronte all’onda di piena di romanzi gotico-adolescenziali diffusi come una vera peste vampirica in modo esponenziale,creatori di una confusione in cui conta solo una vago ‘ flavour’ e si discerne con difficoltà la qualità di una racconto da un altro, la proposta del romanzo di Florence  Marryat è una boccata di… sangue fresco. Basta scorrere la biografia della sua autrice, una donna indipendente, coraggiosa, capace di interessi e passioni in un’epoca(quella vittoriana in cui visse tra il 1833 e il 1899) per rendersi conto di trovarsi di fronte a una sorgente narrativa fuori dal comune. Come ci racconta Barbara Baraldi- autrice moderna ma di acuta e personalissima ispirazione gotica – Il sangue del Vampiro uscì lo stesso anno del Dracula di Stoker e si colloca in quel romanticismo gotico citato solo alla lontana nei romanzi d’oggi più influenzati da mode comportamentali giovanili che sostenuti da una base solida di conoscenza dell’argomento. Harriet , fugge dalla  Giamaica con un’amica del convento delle Orsoline. Ha in sé una strana fascinazione, una dolcezza inquietante. A tratti si rivela in quell’ingordigia a tavola, nello sguardo che non ha nulla della brava fanciulla vittoriana, nella sfacciataggine quasi violenta con cui cerca l’approvazione e la compagnia di altri. Harriet cerca l’amore, un po’come il conte Dracula. In maniera ossessiva, vampirica appunto, con una ferina voluttà di cui  sembra inconsapevole. Eppure riesce a diffondere intorno a sé un alone di tristezza, la consapevolezza di portare disgrazia a chi la circonda. Un sortilegio appunto, o solo un caso. Esperta di spiritismo di tradizioni extra europee la Marryat inserisce i suoi interessi il suo sottile gusto morboso in un palcoscenico in costume perfettamente coerente con la sua epoca. Dame, nobiltà più o meno ipocrita, rivalità gelosie, l’essenza della falsità vittoriana sono fotografati da pagine scritte con uno stile limpido, ottimamente reso nella traduzione,moderno. Una vecchia teoria recita che quando in un ecosistema penetra un elemento estraneo questo mondo ordinato e sino ad allora capace di sopravvivere a ogni tempesta, crolla su se stesso. L’arrivo del vampiro, del diverso, di Harriet che è una creatura assolutamente estranea alle convenzioni dell’Inghilterra di fine Ottocento, porta la catastrofe per gli altri e in ultima analisi per se stessa.. Se mi si permette il paragone come i Mostri di Jerrold nella saga degli Chtorr. Ma qui non parliamo di fantascienza e, forse, neppure di orrore fine a se stesso. Harriet è un personaggio tragico, modernissimo nei tempi ed efficace, avvincente. Forse perché non nasce a tavolino per copiare un ‘trend’ editorial-cinematografico ma è la riscoperta di una narratrice di talento conosciuta in tutto il mondo. Ne vogliamo ancora.