:: Intervista ad Alfredo Mogavero

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six-shots-cover-smallBenvenuto Alfredo su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato questa intervista. Raccontaci qualcosa di te: quanti anni hai, dove sei nato, dove vivi, i tuoi studi, tuoi pregi e tuoi difetti.

Ciao! Che dire, ho trent’anni e vivo a Salerno, dove sono nato. Dopo un’incredibile sequenza di facoltà sbagliate mi sono iscritto a lingue e letterature straniere, dove dovrei laurearmi quest’anno. Riguardo i miei pregi, direi che sono uno che non si arrende facilmente. Per i difetti se vuoi ti lascio il numero della mia ragazza e vi fate una chiacchierata di qualche ora.

Come ti sei avvicinato alla scrittura? Quando hai deciso: da domani mi guadagnerò la vita scrivendo? C’è stato qualcuno che ti ha incoraggiato o hai trovato solo gente che ti ha ostacolato?

Ho sempre avuto, fin da bambino, un impulso a scrivere, forse anche perché ho iniziato a leggere da piccolissimo (avevo tre anni) e mi sono subito appassionato a fumetti, libri, cose così. Però in me era già grande il desiderio di non fermarmi alla lettura, volevo inventare io delle storie. Per tutta l’adolescenza le ho create solo nella mia testa, poi una notte d’estate di otto anni fa mi sono trovato solo all’aeroporto di Heatrow, a Londra, e il volo per l’Italia aveva otto ore di ritardo. Invece di dormire ho preso un block-notes e una penna e ho scritto il mio primo racconto.  Da lì ho subito iniziato a far leggere le mie cose agli amici attorno a me e devo dire che senza i loro incoraggiamenti forse non avrei continuato. In particolare in questa sede permettimi di ringraziare Enrica, Ezio, Marco Priore e il buon vecchio Salvatore Bosco per la pazienza e l’attenzione con cui hanno sempre trattato i miei scarabocchi.

Come molti giovani hai alle spalle un’ esperienza di precariato. Ti sei trovato per necessità di sopravvivenza ad accetatre lavori  saltuari in call center, hai fatto volantinaggio, hai fatto il contabile ai mercati generali della frutta. Come hai fatto a non farti assalire dallo sconforto ma anzi a trovare la grinta di iscriverti all’università e perseguire il tuo sogno di scrivere?

Bah, come ho detto io sono uno che non si arrende facilmente, non mi faccio prendere dallo sconforto. E poi scrivo, non mi fermo quasi mai, e anche se non sempre mi riesce bene mi serve come valvola di sfogo, mi da la carica.  Durante i mesi passati a lavorare ai mercati generali ho riflettuto e ho capito che volevo cercare di fare qualcosa che mi tenesse più a contatto con la letteratura, io odio i numeri e odio alzarmi presto (mi svegliavo alle tre del mattino per lavorare davanti a un computer), mi deprimono le attività ripetitive dove non devi tenere acceso il cervello. Ora scommetto sul futuro forse un po’ in ritardo sui tempi, ma sai una cosa? Sto molto meglio così.

Hai iniziato con il fantasy poi virando verso l’horror, il noir, la fantascienza, passione quest’ultima nata dai B-movies americani degli anni 50. Quante volte hai visto L’invasione degli ultracorpi? E quanto questo tipo di film ha influenzato il tuo modo di scrivere?

A un certo punto mi ero davvero fissato per quei film. Ho visto “L’invasione degli ultracorpi” e quasi tutti quelli di Ed Wood, “Vampires from outer space” poi altri più moderni come “Essi vivono”, “La casa”, “L’armata delle tenebre” e parecchie orribili produzioni Troma. Mi piacevano perché non erano seri, c’era un certo humor demenziale che poi ho cercato di mettere in molti miei scritti.

Se volessimo leggere i tuoi primi racconti dove sarebbe possibile trovarli?

Mi dispiace ora non è più possibile.

Parlaci del tuo incontro con il sito LaTelaNera.com. Quanto ti ha aiutato, in che modo ha arricchito il tuo bagaglio di esperienze?

Sulla Tela ci incontrammo nel 2002. Eravamo pochi, eravamo entusiasti, eravamo desiderosi di confrontarci. E trovammo “La Macelleria”, dove ci si poteva sfidare ognuno con un racconto, che tutti gli altri dovevano valutare e a cui bisognava assegnare dei punti.  In questo laboratorio ho incontrato altre persone che mi hanno aiutato tantissimo e che oggi come me, stanno raccogliendo le prime soddisfazioni. Mi piace citare Giuseppe Pastore e Stefano Valbonesi, che hanno pubblicato per Edizioni XII “In due si uccide meglio”, o Simone Corà e Raffaele Serafini che sono diventati blogger molto seguiti e collaboratori della stessa XII. E poi il da poco scomparso Giovanni Buzi, Enrico Luceri che oggi scrive gialli di qualità, tanti altri  bravi scrittori come Marica Petrolati, Alberto Priora, Biancamaria Massaro o Matteo Carriero. Un saluto speciale a Luigi”Morgan” Rubino, che per anni resse le sorti della Macelleria e che mai lesinò consigli, incoraggiamenti, frustate e stroncature propedeutiche al miglioramento di tutti noi disgraziati.

Sei un fan di Bukowski, un autore, sporco, cattivo, decisamente non politicamente corretto, in che modo ti ha ispirato e in cosa pensi di essergli debitore?

Bukowski scriveva quello che voleva fregandosene di come sarebbe recepito, anche a me piacerebbe questa libertà. Poi stilisticamente non mi fa impazzire, diciamo che un po’ di tempo fa cedetti al fascino dello “scrittore maledetto” e lessi i suoi libri per trovarci dentro qualche dritta. Parlarne oggi è un po’ strano, non so quanto di lui sia finito nelle cose che scrivo.

Con Six Shots finalmente hai raggiunto un grande obbiettivo. Un ‘importante casa editrice ha creduto in te e ti ha dato la possibilità di pubblicare questa serie di racconti weird western. Come sono nati? Di getto, in periodi diversi della tua vita, dopo quali letture?

L’idea mi venne dopo aver letto “Antracite” di Evangelisti, che però per i miei gusti era troppo serioso. L’ambientazione western era bellissima, apriva a molte possibilità narrative, personaggi, situazioni; volevo cercare però di renderla in qualche modo anche divertente, di non partorire qualcosa di troppo serio. Non mi misi subito a scrivere quei racconti, covai per forse un anno il progetto nella testa, ma ci pensavo sempre. Alla fine (era il 2008) mi uscirono dalle dita assai in fretta, senza troppa difficoltà.

alfredoPensi che Six Shots diventerà mai un fumetto? A che disegnatore affideresti i lavori?

A Giulio Perozziello, talentuoso giovane che collabora con XII per la realizzazione delle immagini dei racconti vincitori del concorso “Minuti Contati”. E’ un ragazzo che s’impegna molto e ha già buone basi, in lui vedo una passione molto simile alla mia anche se in un campo diverso. Un solo consiglio: non prestargli mai libri perché è tremendamente lento a restituirli!

Quali autori ti hanno influenzato di più? Ti senti figlio letterario in un certo senso di Joe Lansdale? 

Anche qui il discorso è un po’ com
e quello di Bukowski: per un periodo mi sono davvero innamorato di Lansdale, leggevo solo sue cose e cannibalizzavo soprattutto lo stile dei dialoghi, molto secchi e veloci. Se però devo citare i nomi che davvero mi hanno influenzato, facendomi venire voglia di scrivere, farò un solo nome: Lovecraft. Dopo aver letto tutti i suoi racconti la mia vita è cambiata.

Il tuo west nasce dalle leggende e dal folkrore di un popolo che in realtà non è il tuo. Che cosa ti ha maggiormente affascinato di questo mondo in un certo senso estraneo?

Lì  nel west la vita era dura, ognuno doveva guadagnarsi ogni giorno il diritto a respirare. Era un mondo nato su un’ingiustizia perpetrata ai danni di popoli indigeni che, pur perdendo la lotta, seppero opporre una fiera resistenza ai bianchi. Ci furono figure leggendarie di eroi e anti-eroi (forse le ultime) come Wyatt Earp e Jesse James, ci fu un andare di pari passo tra il progresso che incombeva alla velocità della locomotiva e le vecchie usanze di un’epoca che stava scomparendo, ma che fece in tempo a lasciare nella memoria collettiva pagine di inusitata epica. Io lo vedo come un momento in cui due periodi storici si fronteggiarono sullo spartiacque della storia, forse per questo è rimasto così vivo nella memoria di tutti. Quando in America si girarono i primi film, furono western. Nessuno può dimenticare quell’epopea, e anch’io come molti altri che vivono al di qua dell’oceano me ne sono lasciato affascinare.

Punto forte della tua scrittura e la sfaccettatura del linguaggio dei personaggi. Raccontaci come sono nati i dialoghi e come si hai lavorato su.

Quello che ho cercato di fare è stato contrapporre a descrizioni e situazioni piuttosto serie e quasi drammatiche dialoghi assurdi e spiazzanti, per ricreare un effetto volutamente ridicolo che strappasse qualche risata e al contempo allontanasse un po’ i personaggi dagli stereotipi. Spero di aver raggiunto almeno in parte l’obbiettivo.

Più bizzarro che horror il tuo west è sporcato da un certo pessimismo esistenziale, da dove hai tratto questa componente?

Mah, “pessimismo” ed “esistenziale” sono due parole che ho messo in una presentazione di me stesso qualche tempo fa, in realtà non sono pessimista. Nel libro forse lo si può ritrovare qua e là in personaggi come Patricia e Twilight Jackson, ma anche loro poi tirano avanti nonostante la vita li abbia trattati piuttosto male. Ecco, questa tua domanda mi ha fatto venire in mente che forse un piccolo messaggio in “Six Shots” ci potrebbe essere: è il sopravvivere alle difficoltà, il non arrendersi, il lottare contro un destino avverso. Il fatto che ci abbia pensato solo ora è davvero bizzarro.

Attualmente stai scrivendo altri racconti. Puoi anticiparci qualcosa in esclusiva per Liberidiscrivere?

Dai, siccome siete stati in assoluto i primi a parlare di “Six Shots” ve lo dico: sto scrivendo il seguito. Torneranno quasi tutti i personaggi e ce ne saranno molti altri, impegolati in vicende folli o drammatiche, ma stavolta abbandonerò la forma-racconto per quella di un vero e proprio romanzo. Ci sarà una trama portante che andrà costruendosi pian piano nello schema di singole vicende collegate tra loro, così che in realtà si leggeranno più storie nella storia principale. Attualmente sono quasi a metà della prima stesura, ma procedo senza fretta e divertendomi, che per me poi è la cosa più importante quando scrivo. Spero che Liberidiscrivere mi porti fortuna e, ringraziandoti, ti saluto.

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