:: Non sapevamo giocare a niente, Emma Reyes (edizioni SUR, 2015) a cura di Federica Guglietta

23 ottobre 2015 by
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Forse non lo sapete, ma a volte, la maggior parte delle volte ormai, è l’editoria indipendente a regalarci dei piccoli capolavori. Dopo Correzione di bozze in Alta Provenza e Carne Viva, torno a parlarvi di un autentico arcobaleno di colori proveniente dalla letteratura straniera (ispanica, sudamericana e, da poco, anche angloamericana), in traduzione italiana, quello dei libri SUR.

Lo faccio parlandovi di un epistolario: 23 lettere che la colombiana Emma Reyes, pittrice, scrisse e spedì per trent’anni, dalla Francia alla Colombia, al suo amico Gérman Arciniegas, colombiano come lei e giornalista, saggista, storico e diplomatico.

Nelle lettere indirizzate a questa sua amicizia di lunga data, ma anche e soprattutto a noi, Emma racconta di Bogotà e della sua infanzia, degli undici lunghi anni trascorsi in convento prima di potersi “lasciare tutto alle spalle” e partire alla volta di Argentina, Paraguay, Uruguay, Bolivia, per poi fermarsi a vivere in Francia. Viaggerà molto, nel mentre, non smetterà mai di dipingere. Prima di tutto ciò, da ragazzina, visse anni di stenti e privazioni insieme alla sorella maggiore Helena.

Con la protezione che questo epistolare familiare ed amichevole le offre, prima, come tutto il romanzo, poi, Emma ha modo di tornare la bambina che era a quattro anni, narrando nel tono ovattato tipico di chi ricorda, gli anni più duri della sua vita fatti di abbandono, periodi di vagabondaggi e poca dolcezza che sarebbe consona alla sua età bambina. Lo fa con la stressa innocenza e lo stesso identico candore del tempo, cosa che trasmette un senso di straniamento e di empatia assoluta con il personaggio – narratrice – autrice.

“Nelle ore di ricreazione tutte giocavano a molti giochi diversi; noi non sapevamo giocare a niente.”

Non sapevamo giocare a niente è l’opera prima di un’autrice rimasta analfabeta fino alla maggiore età, una donna che non ha mai messo piede né a scuola né all’università, come ci fa sapere Diego Garzón, direttore della rivista colombiana Soho, in un articolo riportato ad aprile scorso sul blog di SUR, in occasione della pubblicazione.

Inoltre, ho trovato bellissima e molto importante per la comprensione del romanzo la prefazione a cura di Tiziana Lo Porto che offre il quadro biografico di quest’autrice, il cui unico romanzo, questo, verrà pubblicato solo postumo. Non sapevamo giocare a niente viene pubblicato per la prima volta nel 2012, divenendo subito un unicum nella letteratura sudamericana, oltre che un caso letterario amato dalla critica e dai lettori.

Traduzione di Violetta Colonnelli. Prefazione di Tiziana Lo Porto.

Emma Reyes (1919-2003), pittrice, nata a Bogotà, viaggia molto e negli anni ’50 si ferma a vivere a Parigi, dove ha modo di avvicinarsi all’élite culturale dell’epoca ed è conosciuta e ricordata ancora oggi.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Marco dell’ufficio stampa edizioni SUR.

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:: Guarda come si uccide, Ivo Tiberio Ginevra (I buoni cugini editore, 2015)

22 ottobre 2015 by
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1974. Un piccolo paese della Sicilia pieno di sole. Immaginatevi una clinica abbandonata tra detriti e sterpaglie, scenario ideale di una storia in bilico tra The body di Stephen King (ma se dico Stand by me – Ricordo di un estate, il film di Rob Reiner che hanno tratto, forse è più chiaro per tutti) e un racconto di Camilleri, impreziosito di dialetto siciliano e malinconia.

Ecco a voi il racconto Guarda come si uccide di Ivo Tiberio Ginevra, primo volume della collana “Sbirri e sbirrazzi” de I buoni cugini editore, casa editrice palermitana di proprietà dello stesso autore. Un vezzo, il racconto, una mascotte di una collana che ha l’ambizione di raccogliere manoscritti di genere poliziesco, thriller, noir, presumo non solo di ambientazione siciliana. (A proposito se ne avete uno ma davvero bello e scritto bene, visto il primo racconto lo standard è piuttosto alto, potete inviarlo a ibuonicugini@libero.it).

Dunque, dicevo, se vi piacciono le favole noir, con coraggiosi poliziotti infiltrati, mafiosi tra il caricaturale e il dannato, ragazzini pronti a mettersi alla prova, cani feroci e presunti fantasmi (ah, ci sono pure quelli, non temete), apprezzerete, come ho apprezzato io questo racconto in cui il bene e il male hanno il volto della Sicilia più vera, dove la mafia ancora (purtroppo) incide con le sue leggi e i suoi codici d’onore malato.

Ma in Sicilia non tutto è mafia, ci sono nobili altruisti e generosi che trasformano le loro ville in sanatori, (il personaggio di Ninetta vi riserverà qualche sorpresa, leggete attentamente le prime pagine) ci sono i carabinieri che rischiano e molte volte perdono la vita per salvare gli altri, e ci sono i ragazzini, per cui i rapporti umani sono ancora fondamentali, sani, i legami autentici.

Guarda come si uccide è un racconto delizioso (anche per gli amanti del pulp), scritto benissimo, e anche piacevolmente confezionato. Proprio l’oggetto libro. Mi preme segnalare infatti anche la bellissima copertina Dall’altra parte foto in bianco e nero di Maria Luisa Lamanna. Buona lettura!

Ivo Tiberio Ginevra è nato a Caltanissetta e vive a Palermo da più di quarant’anni. È ornitologo ed ha all’attivo numerose pubblicazioni di articoli nelle riviste specializzate del settore. Con la sua casa editrice “I Buoni Cugini editori” si dedica principalmente alla pubblicazione di opere “dimenticate” ed ha salvato dall’oblio molti romanzi di Luigi Natoli, come Squarcialupo, Alla guerra!, Gli ultimi saraceni, mai stampati in libro e apparsi più di cent’anni fa solo nelle appendici del giornale di Sicilia. Con Robin Edizioni ha pubblicato Gli assassini di Cristo (2011) Sicily Crime (2012).

Source: libro inviato dall’ autore.

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:: E tu non sei tornato, Marceline Loridan Ivens (Bollati Boringhieri Editore, 2015) a cura di Elena Romanello

22 ottobre 2015 by
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Negli anni, sono tante, tantissime le testimonianze della Shoah che sono uscite nelle librerie di tutto il mondo, a cominciare, per restare in Italia, da quella, notissima, di Primo Levi. Un dramma assoluto, che tra l’altro non ha colpito solo gli ebrei, su cui molto probabilmente non si riuscirà mai a dire l’ultima parola.
E tu non sei tornato di Marceline Loridan Ivens, regista e documentarista, classe 1928, è un libretto di un centinaio di pagine, che colpiscono con una forza inaudita. In questa manciata di fogli l’autrice, ragazzina nella Francia occupata e simpatizzante per la Resistenza, oltre che ebrea, racconta la sua deportazione insieme al padre verso Auschwitz-Birkenau, da dove lei tornerà e lui no.
Lo stile, documentaristico e conciso, rievoca il dramma della sua giovinezza, che ha segnato poi una vita che è durata fino ad oggi in cui per anni ha rimosso questi ricordi. Marceline Loridan Ivens scrive la sua testimonianza come una sorta di lettera a questo padre perduto, un lutto che è difficile, comprensibilmente, per lei elaborare ancora oggi, anche perché, come già in Primo Levi, il suo interrogativo è ma cosa ho fatto per meritare di sopravvivere alla Shoah e perché io sono sopravvissuta e altri no?
Un libro che racconta senza denunciare, con parole che sono comunque pietre, narrando il dramma di chi fu perseguitato da giovane e giovanissimo, perché se Primo Levi era un giovane chimico che aveva superato da un po’ i vent’anni, Marceline Loridan Ivens era un’adolescente, una ragazzina, catapultata in un inferno che non l’ha mai abbandonata e di cui adesso, da anziana, sente il bisogno di parlare, dopo aver comunque già partecipato negli anni a dei progetti collettivi sulla deportazione, sia su carta che filmati.
E tu non sei tornato è una testimonianza nuova su forse la tragedia massima del XX secolo, un libro non ripetitivo ma che ribadisce concetti che con tutto il negazionismo che continua ad imperversare nella nostra società non fa mai male ripassare. Un libro che si legge in fretta, scorrevole ed efficace, ma che rimane, una lettera in cui una figlia chiede perdono a suo padre per essergli sopravvissuta (cosa che capita spesso, ma in altre circostanze) e in cui si chiede il senso e la giustezza di essere tornata. Una storia da consigliare ai più giovani, ma anche a chi è meno giovane e magari non sente più parlare di questi argomenti dai tempi della scuola, quando ha letto Se questo è un uomo o ha visto al cinema Schindler’s list, il testamento di una figlia a suo padre sulla vita, sulla morte, sulle tragedie che travolgono.

Marceline Loridan-Ivens (1928), di origine ebrea polacca, durante l’occupazione tedesca della Francia partecipa alla Resistenza. Catturata con il padre dalla Gestapo, è deportata ad Auschwitz-Birkenau, poi a Bergen-Belsen, infine a Theresienstadt. Ha scritto e diretto il film La Petite prairie aux bouleaux, con Anouk Aimée, basato sulla sua esperienza di deportata. È stata attrice e scenografa, in collaborazione con il marito Joris Ivens – considerato uno dei maggiori documentaristi del xx secolo – e autrice a sua volta di numerosi documentari. Da anni si dedica con passione a raccontare la sua esperienza di deportata e sopravvissuta alla Shoah in tutte le scuole di Francia.

Source: libro del recensore.

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:: Un’intervista con Melanie Raabe a cura di Giulietta Iannone

21 ottobre 2015 by

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Ciao Melanie. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuta su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Scrittrice, giornalista, blogger, attrice. Chi è Melanie Raabe? I tuoi punti di forza e le tue debolezze?

Sono una scrittrice appassionata e un’avida lettrice. Vivo a Colonia – ma amo moltissimo viaggiare. I miei punti di forza? Sono unapersona che sta bene con gli altri. Mi piacciono le persone e I loro interessi. Sono curiosa, aperta ed empatica. Debolezze? Oddio, tantissime. Diciamone solo due: posso essere molto impaziente e a volte mi faccio prendere dalla disperazione per lo stato del mondo.

Dicci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Sono cresciuta in un tranquillo piccolo villaggio in Germania. Ero una ragazzina abbastanza selvatica, mi piaceva arrampicarmi sugli alberi, correre, essere libera. Non appena ho imparato a leggere, ho scoperto I libri, e me ne sono innamorata perdutamente. Ho studiato letteratura e media e sono diventata giornalista dopo aver lasciato l’università.

Cosa ti ha spinta ad essere una scrittrice? Cosa ti ha portata a decidere di scrivere narrativa?

Ho sempre amato scrivere ed hoc ominciato a scrivere romanzi quando avevo una ventina d’anni. Non ricordo il momento in cui ho deciso di scrivere. Ma credo che avendo letto così tanti libri ed avendo così tante idee in testa, un giorno mi sia parso naturale esprimerle su carta.

Cosa è stata la prima cosa che hai scritto? Parlaci del percorso che ti ha portata alla pubblicazione.

Il mio primo libro non venne pubblicato. Per me, è stato unpercorso lungo e complicato, arrivare ad essere riconosciuta come autrice. Ma col quinto libro che avevo scritto, LA TRAPPOLA, finalmente ebbi fortuna. Lavoravo con un’ottima agenzia letteraria tedesca che vendette il mio libro al mio editore tedesco. Ero estatica! E lo sono ancora.

Che ruolo ha Internet nella scrittura, nella ricerca e nel marketing dei tuoi libri?

Quando scrivo, cerco di staccarmi il più possibile da internet. Adoro internet e i social media – ma possono essere una grande distrazione. Ma internet è grande per entrare in contatto coi miei lettori, con altri autori, blogger e amanti dei libri ovunque nel mondo. È fantastico!

Die falle, ora distribuito in Italia come La Trappola è il tuo quinto romanzo. Cosa ci puoi dire a riguardo?

LA TRAPPOLA parla della famosa scrittrice Linda Conrads, una trentottenne. Conduce una vita da reclusa e da 11 anni non mette piede fuori dalla sua villa. È perseguitata dal ricordo dell’omicidio di sua sorella. Linda vide un uomo fuggire dalla scena del delitto, ma l’omicida non venne mai catturato. Ma poi, molti anni dopo, Linda improvvisamente vede l’uomo in TV. E Linda decide di tendergli una trappola.

Cosa ti ha ispirata a scrivere? Qual’è stato il punto di partenza del tuo processo creativo?

Una volta mi è capitato di sentire di un autore che non usciva mai di casa, ed ho immediatamente pensato che sarebbe stato un ottimo protagonista. È partito tutto da lì.

Quanto tempo hai impiegato a scrivere La Trappola?

Poco più che sei mesi! Dovevo fare alla svelta, la data di pubblicazione incombeva!

Hai voglia di dirci qualcosa sull’ambientazione del tuo libro?

La gran parte della storia è ambientata nel rifugio di Linda, la sua splendida casa a Starnberger See, vicino a Monaco. È uno degli elementi più importanti del romanzo, che ne fanno una ambientazione così claustrofobica.

L’aspetto psicologico della storia è un importante elemento del romanzo. Il thriller psicologico è un genere molto popolare in Germania. Dorn, Fitzeck, per fare qualche nome, sono tutti uomini. I tuoi romanzi sono thriller psicologici?

Sì, definirei certamente il mio romanzo come thriller psicologico. Mi interessa molto la suspance che deriva dalla psicologia umana – rispetto alla suspance che deriva dal sangue e dalla violenza.

Cosa pensi delle protagoniste dei romanzi polieschi contemporanei? Sei una famminista?

Sono una femminista, sì. E in quanto tale sono attratta da personaggi femminili forti e complessi, che non sono solo perfette eroine o perfette vittime, ma donne dalle molte sfaccettature.

Leggi altri autori contemporanei? Chi sono i tuoi autori preferiti? Chi ritieni abbia influenzato il tuo modo di scrivere?

Non posso davvero citare delle influenze, perché ho letto così tanti libri di epoche differenti, e di tutti i generi. Ma posso dirti chi ammiro. Quando si tratta di romanzi, adoro l’autore americano Jonathan Safran Foer. Scrive dei libri bellissimi. E quando si tratta di suspance, sono sempre più impressionata dal lavoro di Gillian Flynn.

C’è un progetto per fare del tuo libro un film?

Sì, TriStar Pictures ha acquistato i diritti del romanzo. Perciò potrebbe davvero diventare un film di Hollywood. È eccitante!

Cosa stai leggendo in questo momento?

In questo preciso momento sto leggendo “Der Dieb in der Nacht” di Katharina Hartwell, una straordinaria scrittrice tedesca.

Ti piace andare in tour per promuovere i tuoi libri? Racconta qualcosa di divertente su questi incontri, per i nostri lettori italiani.

Adoro viaggiare per promuovere i libri! E mi piace anche leggere brani dei miei libri È sempre divertente andare in posti nuovi o sconosciuti nei quali normalmente non si avrebbe alcun accesso, ad esempio. Le mie letture e sessioni di autografi si svolgono spesso in librerie, ma ho anche fatto una lettura in un negozio di porcellane, su un autobus in movimento e in una fabbrica di coltelli. Quello è stato davvero divertente!

Che relazione hai con i tuoi lettori? Come possono i tuoi lettori mettersi in contatto con te?

È molto facile raggiungermi e mi piace entrare in contatto coi miei lettori. Possono sempre venire a fare quattro chiacchiere con me agli eventi, o raggiungermi attraverso la mia homepage, via Facebook, Twitter o Instagram.

Verrai in Italia per presentare i tuoi libri?

Sono stata a Milano in settembre per parlare alla stampa del mio libro – e spero di poter tornare, presto!

E per finire, la domanda inevitabile: a cosa stai lavorando in questo momento?

Il mio prossimo libro sarà un thriller psicologico molto intricato.

:: Traduzione dall’inglese all’italiano a cura di Davide Mana

:: Parla come mangi – Libri letti in lingua originale: Trigger Mortis, Anthony Horowitz (HarperCollins, 2015), a cura di Stefano Di Marino

21 ottobre 2015 by

trigger-mortis-anthony-horowitz-hardbackCon l’uscita di SPECTRE arriva in libreria un nuovo apocrifo con James Bond 007. Questa volta il compito è stato affidato non a uno scrittore di grido (come Jeffrey Deaver) o a un autore letterario (Sebastian Faulks o il più recente William Boyd) ma a un solido artigiano della narrativa come Anthony Horowitz che già ha dato prova delle sue capacità con un apocrifo di Sherlock Holmes (S.H. e la Casa della Seta, nel Giallo Mondadori). Missione riuscita? Solo in parte. Horowitz ha fatto bene i compiti avvalendosi (come ci dice il copyright) anche di materiale originale di Fleming nel capitolo Death on Wheels. In effetti il romanzo Trigger Mortis è una perfetta cover di Fleming, tanto da mancare di quel tocco di originalità e di passione che, invece, hanno reso Solo di Boyd uno dei migliori apocrifi mai realizzati. Dove Boyd metteva del suo, mescolando all’atmosfera felminghiana qualcosa di Maugham e di Greene con un tocco personale, Horwitz si limita a ricalcare il modello. Lo fa in modo eccellente con una storia ambientata subito dopo Goldfinger, con tanto di Pussy Galore e tutte quelle cose che l’appassionato è abituato a ritrovare. La storia però risulta un po’ del Dr. No, un po’ di Goldfinger e molto del Grande Slam della Morte. Segue un canovaccio ben consolidato ma non riserva soprese, un po’ come se l’autore avesse studiato molto bene quel magnifico saggio di Eco che si chiamava il Superuomo di massa (e Apocalittici e integrati) assorbendo tutte le componenti giuste per confezionare una storia nel format vincente. Manca tuttavia un po’ di emozione e, impietosamente, ci rendiamo conto che certe miscele funzionavano negli anni Cinquanta ma oggi risultano datate. E poi ormai 007 è una figura eminentemente cinematografia, quella letteraria svanisce nella memoria dei più, restando solo in quella di pochi appassionati. Nel complesso un romanzo che si legge in fretta e con piacere se considerato come ‘operazione nostalgia’, ma decisamente inferiore a Solo che esplorava, pur fedele al modello, nuove ambientazioni e meccanismi narrativi.

Anthony Horowitz è uno degli scrittori più prolifici e di successo del Regno Unito. I suoi romanzi The House of Silk e Moriarty  furono nella Top 10 dei bestseller del Sunday Times  e furono pubblicati in più di 35 paesi in giro per il mondo. Recentemente il Ian Fleming Estate gli ha commissionato di scrivere il romanzo Trigger Mortis. La sua serie bestseller per bambini di Alex Rider ha venduto più di 19 milioni di copie nel mondo. Come sceneggiatore tv ha creato sia Midsomer Murders e il BAFTA-winning Foyle’s War;  altri suoi lavori TV sono Poirot e le acclamate miniserie Collision e Injustice.  Anthony Horowitz vive a Londra. http://www.anthonyhorowitz.com

Source: libro del recensore.

:: Il protocollo ombra, Kazuaki Takano (Garzanti, 2015) a cura di Elena Romanello

20 ottobre 2015 by
Il protocollo ombra copertina

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Ecco un libro che mi sarebbe piaciuto leggere, uscito purtroppo lo scorso giugno, periodo in cui ero occupata in altro. La fantascienza incontra il thriller d’azione, con un sottofondo filosofico/morale che da spessore al tutto. Kazuaki Takano, giapponese, classe 1964, sembra un autore da tenere d’occhio. Ora vi lascio alla recensione di Elena Romanello. Buona lettura! 

Iraq, oggi, durante una guerra che dura da troppi anni ed è realissima: Jonathan Yaeger, membro delle forze speciali, con sulle spalle il dramma del suo bambino che sta morendo a sei anni per una malattia genetica per cui non esistono cure, accetta una missione nella giungla del Congo, altro luogo caldo del pianeta ma spesso dimenticato dai mass media, con altri uomini per annientare una non meglio identificata minaccia. Nello stesso tempo, in Giappone, Kento Koga, giovane scienziato e studioso, riceve un messaggio postumo del padre appena morto, che lo mette sulle tracce della chiave per una cura prodigiosa per una rara malattia, ma anche della scoperta che al mondo è nato qualcuno di più evoluto degli esseri umani. Infatti, in Congo Yaeger scoprirà che chi deve eliminare è un bimbo di tre anni, Akili, portatore di una mutazione in avanti che lo rende intelligentissimo e per questo temibile da chi non vuole rinunciare allo status quo. E Akili forse non è l’unico di questa nuova stirpe…
Un libro ricco di elementi questo romanzo di Kazuaki Takano, sceneggiatore cinematografico e grande cultore di narrativa e fumetti: qualcuno rievoca Michael Chrichton per un intreccio fantascientifico, di fantascienza basata sulla realtà di tutti i giorni e che parte comunque da dati scientifici, visto che è emerso dagli studi che l’homo sapiens, a cui appartengono gli esseri umani di oggi, era solo una delle tante specie di scimmie antropomorfe e che le altre sparirono per una selezione non sempre indolore, mentre non è da escludere che ci saranno nuove evoluzioni. Tra le righe, non mancano riflessioni sulle efferratezze di cui sono responsabili gli homo sapiens oggi, non ultime la guerra in Iraq, da sempre contestata in Giappone, e certe cose di cui si parla meno accadute appunto in zone come quella del Congo.
Il protocollo ombra però è innanzitutto una lettura piacevole, tra complotti governativi, ricerca della verità, importanza della scienza, voglia di saper capire i cambiamenti senza temerli e di accettare chi è diverso perché forse alla lunga può salvarci. Con atmosfere che, oltre che i romanzi di Chrichton e Glenn Cooper, possono ricordare anche serie tv come X-Files e Fringe, con al centro di tutto un interrogativo sul genere umano, se meriti davvero la salvezza oppure no. Un libro che rivela comunque un nuovo talento letterario nei generi d’azione e fantastico, proveniente da un mondo famoso per altre forme di creatività legate a questo, soprattutto nei fumetti e nell’animazione. Traduzione dall’inglese di Vito Ogro.

Kazuaki Takano, classe 1964, è uno sceneggiatore cinematografico. Il protocollo ombra è il romanzo che l’ha consacrato a livello internazionale come erede di Michael Crichton.

Source: libro del recensore.

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:: La legge di natura, Kari Hotakainen (Iperborea, 2015) a cura di Federica Guglietta

20 ottobre 2015 by
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Sarò banale e, sicuramente, andrò anche contro ogni stilema tipico delle seriose recensioni letterarie di una volta, quelle da carta stampata che un po’ ci mancano e un po’ si scimmiottano, ma io questo libro l’ho scelto. Sì, non mi è capitato per caso, l’ho proprio scelto tra gli altri.

Mi è capitato di vederlo, così, quasi per sbaglio, questo sì, e la copertina mi è piaciuta da subito. Vivida, ironica e delicata, riassume appieno la storia di cui parliamo oggi. Pure il titolo. Anzi, soprattutto il titolo. Mi ha fatto pensare ad un trattato filosofico stemperato da un’inaspettata leggerezza, che poi ho scoperto essere.

Chiariamoci: di letteratura nordica ne sapevo (o meglio, ne so) meno di niente, potete dare per scontato che ignorassi l’esistenza di Kari Hotakainen, affermato scrittore finlandese, fino a poco più di due mesi fa. Con mia grande sorpresa, si tratta proprio di un romanza su quella meraviglia di caratteristiche stridenti nella loro armonia, qual è la commedia umana: a tratti bizzarra, a tratti spaventosa, divertente e commovente, strabiliante e semplicemente meravigliosa. Per non parlare poi della veste grafica: penso di aver sviluppato una sorta di assuefazione da libri della Iperborea editrice al momento.

Così ci troviamo davanti alla vita piegata in due da un incidente stradale del sessantenne Jussi Rautala: vedovo, con alle spalle (ma neanche troppo) un’esistenza dedita ad evadere le tasse grazie al suo bel lavoro di imprenditore benestante. Particolare che non va omesso: è lo stesso imprenditore che, come molti, vorrebbe ridare la Finlandia ai finlandesi. Vi ricorda qualcuno?

C’è sua figlia Mira, tutto il suo opposto: fervente ecologista ed attivista politica, che rimprovera e schernisce il padre per il suo modo di essere e finisce, anche lei, a sognare e a immaginare un Paese che ancora non esiste.

Sullo sfondo, quasi a fare da memento, ci sono i “vecchi” di Rautala, i suoi genitori: chiusi nella loro casa e nella loro età andata, aspettano le visite del figlio e vivono così, ignari di ciò che succede là fuori, rocce che non conoscono alcun cambiamento.

Poi arriva Badu, nato in Sierra Leone si ritrova catapultato nella fredda Finlandia, Paese dell’uomo che lo ha adottato a distanza. Chi? Il nostro imprenditore che ora immaginiamo sanguinante in macchina, ovvio! Chi se non lui, Rautala in persona. L’ossessione causatagli dal dolore della perdita della moglie lo aveva – a ragione – fatto distogliere da un’altra tremenda ossessione: quella per i soldi. Così aveva adottato un ragazzino lontano. A distanza. Di chilometri.

Quella volta, anni fa, la crisi si era risolta in qualcosa di positivo, per lui e per Badu. Oggi, invece? Quale cambiamento potrà, finalmente nascere dalla crisi economica (scandinava, europea, mondiale)?

Ne La legge di natura Hotakainen vuole tramandarci proprio questo. Insieme ad un pizzico pepato di ironia e un abbraccio speranzoso e caldo che poco si addice al clima scandinavo, ma esiste, eccome se esiste.

Vi lascio con una citazione dall’incipit:

Non guardarti, guarda il cielo. L’uomo indossava una giacca arancione e un casco rosso. Disse di essere un paramedico e raccomandò a Rautala di stare calmo, pur sapendo quanto fosse difficile in quell’ammasso di lamiere insanguinate. Basta non guardare le ossa che ti spuntano fuori ma tenere gli occhi fissi al cielo, attraverso il parabrezza frantumato, e rimarrai cosciente. Rautala provò a cercare il nome dell’uomo sulla giacca. Non lo trovò, si ricordò del cielo. Era terso e senza uccelli, poco prima brillava il sole. Ricordò i raggi del mattino, quando aveva avviato il motore per andare dai suoi vecchi che abitavano a un centinaio di chilometri da lì. L’uomo gli si fece più vicino dicendo che per tirarlo fuori occorrevano attrezzi speciali, ci sarebbe voluto ancora un po’. Gli avrebbe dato subito un analgesico. Rautala annuì e fece quello che gli era stato appena proibito: si guardò. Le ossa se n’erano andate per proprio conto, si erano aperte un varco nella carne verso la libertà e avevano bucato anche la giacca a vento, da cui ora spuntavano come da un taglio d’arrosto. I jeans neri erano un grumo rosso. Gli crollò la testa sul volante. Perse i sensi. A un tratto sussultò per un rumore violento, metallico: era forse qualche grosso attrezzo?

Traduzione di: Nicola Rainò Postfazione di: N. Rainò.

Kari Hotakainen, classe 1957, dal 1982 sulla scena letteraria finlandese. Subito dopo viene conosciuto a livello internazionale. Si tratta di uno dei più originali scrittori finlandesi, maestro nel leggere tra le righe della contemporaneità attraverso piccole storie di follia quotidiana. Dopo le prime tre raccolte di poesie si è dedicato alla narrativa, raggiungendo il successo internazionale con Colpi al cuore (2006) e ottenendo con Via della Trincea (2009) il Premio Finlandia e Il Premio del Consiglio Nordico. In Italia tutti i suoi romanzi sono pubblicati da Iperborea.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Francesca dell’ufficio stampa Iperborea.

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:: Badlands along Po river, Mirko Confaloniera (Parallelo45 Edizioni, 2015), a cura di Micol Borzatta

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Paul ha quarant’anni e vive nella provincia pavese.
Disoccupato, lasciato dalla fidanzata, senza stabilità di nessun genere, decide di percorrere il percorso del Po fino alla sua foce.
Viaggia con il suo pickup di paese in paese evitando l’autostrada ma percorrendo solo stradine secondarie, fermandosi nei bar per mangiare e facendo nuove conoscenze.
Arrivato nel Polesine però viene avvicinato dalla polizia che gli comunicano che quattro suoi amici sono stati uccisi, un colpo di pistola in fronte, una vera e propria esecuzione.
Iniziano indagini a tutto tondo sia per Paul che per la polizia, e quello che dovranno affrontare sarà inimmaginabile.
Un romanzo molto strano e particolare che non risulta di facile lettura nell’immediato. Infatti ha un inizio molto anonimo, ci troviamo a vivere la non vita del protagonista, a conoscere i suoi amici, a fare a botte con lui, iniziare il viaggio e perfino a condividere lati più intimi quando incontra una ragazza vicino a Cremona. Il tutto purtroppo in modo piatto, lineare, quasi noioso, ma se siamo in grado di sopportare tutto questo e continuare il viaggio con Paul ci troveremo verso la metà del libro a vivere un colpo di scena spettacolare con un aumento del ritmo narrativo che ci coinvolgerà appieno in una cascata di eventi inimmaginabili che ci terranno con il fiato sospeso fino alla fine.
Le descrizioni sono minuziosissime e sanno trasmettere al lettore la realtà dei luoghi e la profondità delle sensazioni.
Un romanzo che merita di essere letto e tutta la nostra attenzione.

Mirko Confaloniera nasce a Pavia nel 1975. Laureato in scienze politiche ha lavorato come radiocronista, giornalista, filmaker, assessore alla cultura e organizzatore di eventi musicali. Nel 1998 ha pubblicato Trilogia del fiume, nel 1999 Memoria e Oblio, nel 2006 Poesie sotto l’albero, nel 2007 Storie fra la vita e la morte, nel 2008 I misantropi, nel 2010 I misogini, nel 2012 I miscredenti, nel 2013 Racconti pavesi, nel 2015 I gatti del policlinico San Matteo.

Source: libro del recensore.

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:: Il Corsaro Nero. Henry de Monfreid, l’ultimo avventuriero, Stenio Solinas (Neri Pozza, 2015) a cura di Davide Mana

17 ottobre 2015 by
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Henry de Monfreid è una leggenda – avventuriero, pirata, contrabbandiere d’armi e stupefacenti, spia, piantatore d’oppio nella provincia francese, scrittore, artista, collezionista di quadri di pregio.
Anche se si scoprì che erano tutti falsi, i quadri della sua collezione: li aveva dipinti lui, ma quando lo scoprirono, la collezione era già  stata venduta.
Quindi sì, anche falsario.
Nato nel 1879, de Monfreid non scoprì immediatamente la propria vocazione alla cialtroneria – ebbe una gioventù relativamente normale, e trovò un impiego come agente di commercio.
Ma non poteva durare – e una volta giunto sulle coste del Mar Rosso, fu chiaro che il giovane Henry avrebbe preferito di gran lunga la strada della pirateria a quella della partita doppia del ragioniere.
I libri di de Monfreid, alcuni dei quali sono stati anche tradotti in Italia, sono sempre stati una specie di culto, per appassionati di storia, di avventura, delle vite inimmaginabili di quei personaggi che, assolutamente romanzeschi all’apparenza, sono stati invece ben reali.
Ora Stenio Solinas ci offre, con “Il Corsaro Nero“, edito da Neri Pozza nella imprescindibile collana Il Cammello Battriano, una biografia di questo grande, ultimo (forse) grande avventuriero del ventesimo secolo.
E se “una biografia che si legge come un romanzo” è certamente una frase trita, in questo caso è perfettamente adatta a descrivere il volume, che segue le tracce di de Monfreid attraverso le sue avventure, senza badare alla mera cronologia, e vagando attraverso il tempo come de Monfreid vagò in lungo e in largo sulla mappa.
Solinas non ci presenta solo l’aventuriero, il francese di buona famiglia convertitosi all’Islam, il contrabbandiere e il seduttore. C’ è spazio anche per i legami familiari, per la politica, per il dipanarsi della storia come fondale davanti al quale l’ultimo avventuriero interpreta la sua parte fino alla fine, rifiutandosi sdegnosamente di ammettere l’esistenza di limiti, di regole, di convenzioni.
É un bel libro, quello di Solinas, così come è un personaggio fantastico Henry de Mongfreid – il genere di personaggio che, se venisse messo in un romanzo, verrebbe giudicato implausibile da coloro che hanno dimenticato cosa sia l’avventura.
Il libro di Solinas ci riporta proprio all’avventura – e spero possa suscitare un ritorno di interesse per Henry de Monfreid, e per tutti gli uomini e le donne che misero la propria vita al servizio dell’avventura.

Stenio Solinas è nato a Roma. Giornalista, vive e lavora a Milano. Tra i suoi libri, Compagni di solitudine, L’onda del tempo, Percorsi d’acqua, Vagamondo, Da Parigi a Gerusalemme. Sulle tracce di chateaubriand, Gli ultimi Mohicani. Un suo racconto, “Il Lunatic Express”, è compreso nel volume Quel treno per Baghdad edito da Neri Pozza.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Daniela dell’Ufficio Stampa di Neri Pozza Edizioni.

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:: Parla come mangi – Libri letti in lingua originale: The Cartel, Don Winslow (Knopf, 2015), a cura di Stefano Di Marino

16 ottobre 2015 by

51vc-6vtUzLSeicento pagine per raccontare un grande affresco che segue e completa Il potere del cane e ci restituisce un Winslow che da tempo non vedevamo. Una storia complessa, documentata ma anche drammatizzata, umanissima e feroce sul narcotraffico in Messico. Non solo la lotta tra Arthur Keller, poliziotto americano, e Adàn Barrera, re del cartello di Sinaloa, ma anche la vita a Juárez, a Città del Messico, nelle giungle del Pèten, nei vicoli di Nueva Laredo sino a una breve ma incisiva parentesi europea, giusto per dimostrare che il traffico di coca è un fil rouge che unisce differenti e quasi inconciliabili realtà. Traditori, donne appassionate, coraggiose, giornalisti in cerca di redenzione, politicanti, bambini killer. Se anche alcuni incisi possono sembrare fuorvianti, tutto fa parte di un grande arazzo dove, alla fine, tutto tiene, ogni tassello va al suo posto. Lo stile poi è limpido, rapido eppure evocativo di atmosfere e ambienti tra i più disparati. Val la pena leggerlo questo libro non solo per seguire la storia (che è interessantissima e in qualche modo rimanda a Sicario di Villeneuve), ma anche per capire i meccanismi narrativi, la disciplina richiesta all’autore per padroneggiare una materia così complessa e ricca di sfumature. Senza eccessi anche quando i fatti raccontati sono di una crudeltà fuori dal comune, la narrazione procede rapida, priva di sottolineature inutili perché la materia è già altamente drammatica. Un piacere per chi legge e una lezione per chi vuol scrivere.

Don Winslow, ex investigatore privato, uomo di mille mestieri, è autore di undici romanzi, che lo hanno consacrato come nuovo maestro del noir. Einaudi Stile libero ha pubblicato finora L’inverno di Frankie Machine (ultima edizione «Super ET», 2009), diventato un vero e proprio caso letterario, Il potere del cane, La pattuglia dell’alba, La lingua del fuoco e, nel 2011, Le belve, da cui Oliver Stone ha tratto l’omonimo film. Nel 2012, sempre per Einaudi Stile libero, è uscito I re del mondo, prequel de Le belve; nel 2013, Morte e vita di Bobby Z; nel 2014 Missing. New York, primo capitolo di una nuova serie poliziesca con protagonista il detective Frank Decker.

Source: libro del recensore.

:: I reni di Mick Jagger, Rocco Fortunato (Fazi, 2015), a cura di Viviana Filippini

16 ottobre 2015 by
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I reni di Mick Jagger son sani e, a quanto pare, filtrano sangue che è una meraviglia. Ben diversa è la situazione del giovane protagonista di I reni di Mick Jagger, di Rocco Fortunato, edito da Fazi. Il ragazzo, nonostante abbia trentatré anni e in apparenza scoppi di salute, in realtà è costretto ad “allearsi” con la dialisi quotidiana, per poter sopravvivere e affrontare il domani. Il romanzo autobiografico di Fortunato è una bella storia nella quale emergono la forza e la tenacia nell’attaccamento alla vita. Il mondo di Rocco è fatto di cure, medicinali, di attività, di passatempi e di cibi accantonati, perché incompatibili con la malattia e con quegli organi che, a un certo punto, hanno deciso di non smaltire la giusta quantità di creatinina per lasciare in salute il loro proprietario. Rocco si trova dividere la sua esistenza tra la propria casa e l’ospedale, dove ogni giorno si reca a fare la dialisi. Le parti del romanzo ambientate nella casa di cura sono importanti, poiché mostrano al lettore quello che è il mondo dei dializzati. L’autore non ci racconta solo il reparto e la tipologia di cure che si svolgono in esso per far star meglio il malato, ma ci porta a scoprire la varietà umana in esso presente unita a tutte le gioie, alle paure che assillano e tormentano i pazienti. Quello che emerge è un piccolo universo, nel quale le persone ricoverate sono uomini, donne, giovani, anziani, tutti afflitti da malattie ai reni. Tra di loro spiccano personaggi come l’enorme Farini, un individuo un po’ losco che sembra essersi scordato chissà dove il valore dell’onestà, per lasciare campo libero ad affari loschi, sempre pronti ad attenderlo. Accanto troviamo Michele. Lui, giovanissimo, pensa solo all’amore per quelle donne reali solo nella sua fantasia e all’adorata pistola che nasconde come se fosse un bene d’inestimabile valore. Il protagonista e tutti i suoi comprimari, parlano e trovano anche spazio per momenti di divertimento, ma sono sempre sotto controllo, attenti a verificare il valore delle analisi mediche. I risultati sono sempre, e spesso, troppo uguali, stabili e monotoni. Un esito che ricorda ad ognuno dei pazienti che non devono sgarrare nel vivere. Rocco cerca di non eccedere, ma non smetterà mai di ascoltare la musica dei Rolling Stones o di amare la sua fidanzata, anche se imprevisti esistenziali lo porteranno a riavvicinarsi, molto, alla sua ex fiamma Barbara. La trama creata da Fortunato è dinamica, frizzante e chi scrive, riesce a trattare con ironia e con una fine sensibilità, accompagnata al massimo rispetto, il mondo dei dializzati. I reni di Mick Jagger di Rocco Fortunato è un romanzo che fa sorridere, ma allo stesso tempo commuove, perché fa conoscere tutti i lettori, gli ostacoli e gli imprevisti, fisici e non, che la dialisi determina in chi la fa ogni giorno, per poter vedere l’alba del domani, nella speranza di un trapianto.

Rocco Fortunato, ufficialmente architetto, nella sua vita precedente vestiva i panni del rocker. Fino al 1990 infatti è stato il cantante e chitarrista degli “I Miss Daisy”, con cui ha anche inciso un disco nel 1989, Pizza Connection, prodotto da uno dei più prestigiosi gruppi hard rock inglesi, i Motorhead. Poi la vita del rocker in giro per il mondo ha ceduto il passo davanti alla pagina bianca e Rocco si è concentrato sulla scrittura. I reni di Mick Jagger, il suo primo romanzo, ha riscosso un largo consenso di pubblico. Oltralpe la tedesca Goldmann – del gruppo Bertelsmann – e la catalana Proa sono le case editrici che ne hanno acquistato i diritti. Con il suo secondo romanzo Fabbricato in Italia, Fortunato ha avuto una consacrazione definitiva, ha vinto numerosi premi ed è considerato uno dei talenti più interessanti della narrativa italiana contemporanea.

Source: libro del recensore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Il giornalista, Miriam Mafai (Edizioni Ensemble, 2013) a cura di Federica Guglietta

15 ottobre 2015 by
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Scritto più di trent’anni fa, pubblicato per la prima volta da Laterza nel 1986 e ristampato da Ensemble nel 2013 in una bellissima edizione nero su bianco.

Il giornalista, di Miriam Mafai: si tratta di un breve e lapidario saggio sul mestiere del giornalista e, in particolare, sono pagine intense di vita, passione, dedizione, ma anche consapevolezza disillusa e realismo, che ripercorrono anni e anni di lavoro. Un libretto che tutti coloro che volessero avvicinarsi a questa professione dovrebbero leggere. E non solo loro.

Uno scritto civile trasposto in un’epoca in cui tutto cambia e niente rimane per due secondo ciò che è. Un racconto di come tutto può perdere valore, ma la scrittura resta uguale. Un viaggio in un mondo professionale da sempre, purtroppo, soggetto al compromesso.

“È difficile fare questo lavoro senza un reale interesse alle storie che si raccontano e agli uomini che ne sono protagonisti. La politica era stata la mia grande passione in anni in cui le scelte erano radicali e per sempre. Poi mi ero resa conto che essa non era il mio mestiere e ne avevo scelto un altro, il giornalismo, che mi consentiva di partecipare allo stesso spettacolo ma in altra veste. Dunque spettava ad altri, non a me stare sul palcoscenico.”

Con una prosa asciutta, ma viva ed espressiva, la Mafai vi parlerà, come se fosse ancora qui, di lei e dei suoi anni. Del suo lavoro, parte assolutamente non trascurabile della sua esistenza.

Il giornalista, infatti, più che un monito, è un invito. A fare bene. A fare meglio.

Basterebbe saperlo cogliere.

Miriam Mafai è nata a Firenze il 2 febbraio 1926, figlia di Mario, noto pittore, ed Antonietta Raphael, scultrice di origine ebraica. Partigiana, giornalista, scrittrice e femminista, da ragazza, negli anni delle leggi razziali in Italia fu costretta a lasciare il ginnasio. Dal 1943 molto attivo fu il suo ruolo nella Resistenza. Si iscrisse presto al PCI. Al termine degli anni ’50 è stata corrispondente da Parigi per il settimanale “Vie Nuove”, successivamente ha lavorato per “L’Unità” e, dalla metà degli anni ’60 al 1970 è stata direttrice di “Noi Donne” ed inviata di “Paese Sera”. Contribuisce alla nascita de “La Repubblica” (1976) e ne diviene editorialista. Per tre anni, dal 1983 al 1986, è stata Presidente della Federazione Nazionale della Stampa Italiana. “Una vita, quasi due” (Rizzoli, 2012) è il suo ultimo libro. Si è spenta a Roma il 9 aprile 2012).

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Matteo di Edizioni Ensemble.

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