:: Mr. Bennett & Mrs. Brown di Virginia Woolf (Rogas Edizioni, 2015) a cura di Lucilla Parisi

25 aprile 2016 by
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Virginia Woolf ci parla ancora di scrittura e lo fa schierando, per l’occasione, nomi come D.H. Lawrence, James Joyce, T.S. Eliot e E.M. Forster (solo alcuni) per i Georgiani e H.G. Wells e Arnold Bennett in rappresentanza dei romanzieri inglesi di epoca edoardiana. Due fazioni, due modi di leggere la realtà e di intendere la scrittura. Le loro opere hanno segnato un’epoca, esercitato influenze, aperto strade e affermato regole.

Più di tutto hanno insegnato a creare personaggi. Sul punto, la Woolf non ha dubbi. Tutto parte da lì, dalla donna che ci siede di fronte in treno e dalla capacità di renderla credibile nella descrizione che ne diamo. Mrs. Brown è il pretesto, l’esempio di scuola, il tema su cui lavorare e iniziare a raccontare. Il difficile è saper coglierne l’essenza e renderla reale.

Pensate a quanto poco conosciamo del carattere – pensate a quanto poco sappiamo dell’arte.

Con questo breve scritto sulla scrittura (pubblicato nel 1924 come saggio inaugurale della nascente collana della casa editrice creata dalla Woolf e dal marito Leonard, la Hogart Press), nato probabilmente nella casa di Rodmell, ove visse per anni, e scritto nella stanza “tutta per sé” (aggiunta nel 1929 alla casa), la Woolf scomoda la tradizione letteraria inglese per riflettere e far riflettere, in realtà, sulle condizioni del romanzo del Novecento, evidenziandone le carenze e i fallimenti. Soprattutto ci spiega come le convenzioni, sociali e letterarie, abbiamo nel tempo modificato il punto di vista dello scrittore e il modo di narrare, creando esempi di scrittura profondamente diversi, a volte troppo lontani dalla sensibilità del lettore.

Mr. Bennett è il vecchio modo di narrare, da cui trarre spunti di riflessione e di discussione, con le sue “superate” descrizioni (ed esercizi di stile) dagli autori che vennero dopo, più attenti alla “natura” del personaggio, al carattere, alla Mrs. Brown nello scompartimento del treno, ma ancora troppo presi a scardinare le vecchie convenzioni per poterne teorizzare di nuove. Ciò che appare chiaro alla Woolf sono la fine della stagione dei grandi romanzieri (da Tolstoj a Flaubert, dalla Austen a Thomas Hardy) e il vuoto lasciato dalle epoche successive.

Perciò, osservate, lo scrittore georgiano ha dovuto iniziare sbarazzandosi del metodo in auge al momento. E’ stato lasciato solo, faccia a faccia con Mrs Brown, senza alcun metodo per raccontarla al lettore. Ma questo non è esatto. Lo scrittore non è mai solo. Con lui c’è sempre il pubblico – se non nello stesso posto, almeno nello scompartimento vicino.

La sfida che la Woolf lancia è proprio questa, riuscire a condurre Mrs. Brown e la sua storia fuori dallo scompartimento del treno (che da Richmond è diretto a Waterloo) per arrivare quindi al lettore. Ma perché ciò accada è necessario che lo scrittore veda Mrs Brown con i suoi piedi, chiusi in lindi stivaletti che a malapena sfiorano il suolo, che sappia cogliere la sua aria di sofferenza, di apprensione e che, soprattutto, sappia renderla reale.

In Le tre ghinee, Diario di una scrittrice e Una stanza tutta per sé, la Woolf ha affrontato il tema del mestiere di scrivere, con un occhio particolare alla scrittura femminile e alle oggettive difficoltà di esprimere la propria creatività in una società sorda alle esigenze delle donne e della loro arte.

Qui la scrittura sembra cercare nuovi padri a cui ispirarsi, luoghi familiari a cui tornare e regole sui cui modellarsi, senza tuttavia perdere di vista le Mrs. Brown, le signore dell’angolo di fronte.

Una convenzione in scrittura non è tanto differente da una convenzione nelle maniere. Sia nella vita che in letteratura è necessario possedere i mezzi per colmare il distacco tra la padrona di casa e il suo sconosciuto ospite da un lato, e tra lo scrittore e il suo ignoto lettore dall’altro.

Testo a fronte.
Traduzione di Adalgisa Marrocco.

Virginia Adeline Woolf (Londra 1882 – Rodmell, East Sussex, 1941), autrice di alcuni fra i più importanti romanzi inglesi del Novecento, frequentò da giovanissima i maggiori artisti e letterati dell’età vittoriana. Agli inizi del XX secolo diede vita con la sorella Vanessa e intellettuali quali E.M. Forster e J.M. Keynes al gruppo Bloomsbury, destinato a dominare per oltre un trentennio il panorama culturale inglese. Tra le sue opere principali ricordiamo La stanza di Jacob (1922), La signora Dalloway (1925), Al Faro (1927) e Orlando (1928).

Source: libro inviato dall’ editore, ringraziamo l’Ufficio stampa Rogas edizioni.

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:: Gli scrittori parlano dei loro libri: Viviana Filippini racconta “Brescia segreta. Luoghi storie e personaggi della città”

25 aprile 2016 by
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Di solito mi occupo dei libri di altri scrittori, perché mi piace raccontare quello che le storie lette scatenano durante la lettura, per condividerlo con altri lettori e, magari stuzzicare la loro voglia di leggere. Questa volta su Libri di scrivere, e sarà più strano del solito farlo, vi parlerò del mio libro Brescia segreta. Luoghi storie e personaggi della città, pubblicato da Historica edizioni. Brescia segreta è un testo dedicato alla città lombarda di Brescia e ammetto che poterlo scrivere è stato un onore e un omaggio alla città nota anche come Leonessa d’Italia e per le dieci giornate di resistenza, tra marzo e aprile del 1849, dei cittadini bresciani contro gli austriaci presenti nel castello della città. Parlando di Brescia segreta, credo di poterlo identificare come una sorta di saggio romanzato nel quale propongo la conoscenza di Brixia (come la chiamavano ai tempi della dominazione romana) attraverso la Storia, le storie umane dei personaggi che vi sono nati e che vi hanno vissuto, la storia dell’arte e anche una buona dose di ricordi personali legati alla città. Brescia la conosco perché abito da sempre nella sua provincia, l’ho più volte esplorata a passo umano e per tale ragione ho costruito una narrazione pensando a 6 ideali passeggiate che i turisti e i cittadini potranno fare a piedi nel cuore di Brescia. Non è stato facile scegliere cosa mettere nel libro e ho dovuto selezionare in modo mirato quello che in tutti questi anni mi ha sempre colpito e affascinato. Il tutto per far compiere al lettore un vero e proprio pellegrinaggio con il fine di far riscoprire la vita dei palazzi, strade chiese e monumenti che da secoli caratterizzano il volto cittadino, perché, come scrivo in relazione al cimitero monumentale del Vantiniano: “Spesso e volentieri mi sono resa conto, sperimentandolo in prima persona, che guardiamo quello che ci circonda e lo accettiamo per quello che è senza stare lì tanto a chiederci il perché e il per come delle cose. Se però provassimo a soffermarci di più davanti ad una basilica, ad un museo, ad una statua, ad un dipinto e in questo caso ad un cimitero ci renderemmo conto che dietro la facciata di perfezione si nasconde un lungo lavoro di preparazione e realizzazione.” Con Brescia segreta vorrei invitare le persone a riscoprire questa città che ha tanto da raccontare e donare. Brescia è luogo nel quale, nei percorsi narrati, convivono epoche storiche diverse e lontane tra loro. Per esempio, partendo da Piazza della Vittoria, il lettore si trova nel pieno Novecento, in quell’area che fu costruita tra il 1927 e il 1932, a conseguenza di un piano regolatore che cambiò per sempre il volto di quella parte di Brescia, facendo sparire un antico quartiere di epoca medievale dove, prima del rifacimento, vivevano 2.500 persone. Arrivando a Piazza della Loggia, attaccata alla precedente, ci troviamo nel pieno Rinascimento di dominazione veneziana e se ci spostiamo in Piazza del Duomo (Piazza Paolo VI) si possono vedere monumenti di epoca barocca, come il Duomo Nuovo, e di epoca medievale e romanica come il Duomo Vecchio, o Rotonda, e il Broletto sede degli amministratori cittadini durante il tempo dei Comuni. Percorrendo via Musei, dove si trova il Museo di Santa Giulia (ex San Salvatore), patrimonio mondiale dell’Unesco, fatto costruire da re Desiderio, ancora una volta si attraversano diverse ere che vanno dal Rinascimento, al Barocco grazie alla presenza di chiese e palazzi appartenuti ad importanti famiglie della nobiltà bresciana. Poi si incorra Piazza del Foro dominata dai resti di epoca romana e da quelli preistorici dei Cenòmani. Secoli di Storia accumunati dal fatto che tutte queste aree furono, nelle diverse epoche, luoghi di sviluppo della vita sociale, politica, amministrativa e religiosa dei bresciani. A dire il vero nel libro ci sono tanti posti che da secoli animano la città, ma che non tutti sembrano conoscere. Troviamo il Museo diocesano dove c’è una delle più grandi collezioni di pianete (abiti da prete) presente in Italia, il Museo degli strumenti Musicali di via Trieste, l’arco del Granarolo con i quattro medaglioni dedicati a Moretto, Agostino Gallo, Niccolò Tartaglia e Giammaria Mazzuchelli. Per non dimenticare le leggende popolari come quella del Bue d’oro e della Tomba del Cane. In conclusione per Brescia Segreta vorrei usare queste parole dell’introduzione: “Brescia per me non è solo una città, ma è una sorta di immensa biblioteca a cielo aperto, e ogni monumento in esso presente è un libro che aspetta di essere aperto per raccontarsi agli occhi del lettore visitatore. Quello che vi chiedo ora, se vi va, è di mettere scarpe comode, di potervi prendere per mano e di accompagnarvi in questa camminata nel cuore cittadino”.

Viviana Filippini è giornalista pubblicista e collabora dal 2007 con il quotidiano «Giornale di Brescia» come corrispondente esterno. Laureata in Dams (Cinema e audiovisivi) presso la Facoltà di Lettere e Filosofia all’Università Cattolica di Brescia con una tesi sul Bildungsroman (Romanzo di formazione), scrive di libri su blog letterari e culturali (Liberi di scrivere, Sul romanzo). Dal 2015 ha un blog dedicato all’arte (Art in Pills) sul portale Cultora.it. Tiene corsi di Scrittura creativa, di Riscoperta dei Classici della letteratura e di Storia del Cinema. Ha curato le antologie di Racconti bresciani(Vol I e II) per Historica edizioni, 2015 Cesena. Questo è il suo secondo libro. Ha scritto la storia per ragazzi Furio e la Beata Paola Gambara Costa, illustrata da Barbara Mancini, progetto realizzato da Radio Basilica di Verolanuova e Parrocchia di Verolanuova, ebm edizioni, Manerbio 2015. Marzo 2016 Premio “Veronica Gambara” per le donne impegnate nell’ambito della valorizzazione e della promozione culturale a Brescia. Museo degli strumenti musicali Presidenza del Consiglio di Brescia, Università Cattolica di Brescia, Fondazione C.a.b. Rotary Club “V. Gambara”.

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:: Il violinista del diavolo, Marco Conti (AmicoLibro, 2016) a cura di Federica Belleri

25 aprile 2016 by
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Il violinista del diavolo” è una breve raccolta di racconti. L’autore, Marco Conti, ci prende per mano, accompagnandoci a conoscere il mondo dei personaggi che ha creato. Uomini e donne che soffrono, per malattia o solitudine, per scelta o per la crudeltà di qualcuno. Persone alla ricerca di una soluzione, non sempre a lieto fine. Individui che fuggono dalla propria immagine riflessa allo specchio o dalla rete internet, che li intrappola nella vergogna. Sono vittime di se stesse o della violenza. Subiscono giudizi legati all’apparenza e sono costretti a fare i conti con la vita vissuta e presente, in attesa di una telefonata. Hanno perso tutto, ma non la dignità.  In nome di un Dio, o chi per lui, che in qualche modo li osserva. Ovunque si trovi.
Nove racconti dal ritmo definito e, a tratti, veloce. Parole dolci, che feriscono. Immagini chiare agli occhi e pugni che levano il respiro. Emozioni trasmesse con metodo.

Vi invito a leggerlo.

Source: libro del recensore.

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:: Ave, Blog, morituri te salutant

24 aprile 2016 by

dinosauro-con-i-tacchi-e-gli-occhiali-001Riflettevo (non c’è niente di meglio da fare nelle noiose domeniche pomeriggio). Vi ricordate la storia che lega dinosauri e blog? Evan Williams, cofondatore di Twitter e CEO di Medium, l’anno scorso al Summit i2 a San Francisco se ne uscì con una bizzarra profezia che gettò il web nel caos (durò poco, come sempre, il tempo di metabolizzare le notizie ormai è velocissimo). Vi rimando a questo articolo per rinfrescarvi la memoria. Blog e siti web? Scompariranno entro tre anni. In sintesi comunque si può dire che il futuro del web risieda nel social blogging, non più isole solitarie dove il blogger è il re ma tante o poche (queste sì elefantiache) strutture comunitarie sempre più evolute.

Che Williams tirasse acqua al suo mulino è indubbio, ma è anche vero che queste strutture già esistono. Il mio blog per esempio risiede e prospera sulla piattaforma WordPress, che in un non lontano futuro potrebbe diventare una versione ancora più estesa e libertaria di Medium. Chi può dirlo?

Recentemente un amico, un blogger di quelli bravi, ha chiuso il suo blog ed è passato a Medium, seguendo il consiglio di Paul Boutin [consiglio che già dava nel lontano (anni luce ormai) 2008]. Non certo per sete di guadagno. Su Medium gli ospiti non guadagnano niente. Evan Williams al contrario presumo di sì. Ma naturalmente non è questo il punto. Il punto è che personalmente sono legata all’idea, non priva di un anarchico soif de vivre, che il mio blog (anche se collettivo, sono o non sono proiettata nel futuro :)) sia la mia casa, il mio spazio dove esprimermi, non condizionato da logiche di mercato, brand e via discorrendo.

Ma non viviamo nel migliore dei mondi possibili quindi anche noi idealisti senza speranza dobbiamo mettere d’accordo il pranzo con la cena, per cui è indubbio che una struttura che nel lungo periodo non diventa autosufficiente e produttiva è destinata a estinguersi. Io nel mio piccolo sto lottando perché ciò non avvenga, ma molto spesso ho la sensazione di combattere contro i mulini a vento, novella Don Chisciotte.

Dunque è anche possibile che Evan Williams non abbia sparato cavolate a caso (apprezzate il mio bon ton) anche se molto di quello che dice va preso con le pinze ed è molto probabile che tra (ormai) due anni, saremo ancora tutti qui, ognuno trincerato nelle sue posizioni. A caldo molti infatti alzarono gli scudi e si opposero al bieco capitalismo di chi voleva strutture centralizzate per fare il bello e cattivo tempo (e guadagnare vagonate di soldi, ben di più della semplice sussistenza). Ora anche lì se c’è una comunità di pensiero è anche giusto che anche i guadagni vadano condivisi. O siamo punto da capo, si cade sempre nel solito bieco monopolismo.

Ecco a questo pensavo, e dato che domani è lunedì ma nello stesso tempo è il 25 aprile, avrete tutto il tempo di dire la vostra se vi va. Mi piacerebbe molto aprire un dibattito. Cosa pensate voi lettori per me è importante. Vi aspetto.

:: Il buio oltre la siepe, Harper Lee (Feltrinelli, 2015) a cura di Giulietta Iannone

23 aprile 2016 by
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Nell’estate del 1960 una giovane scrittrice dell’Alabama, nata a Monroeville, pubblicò un libro destinato non solo a mettere scompiglio nelle afose serate di quel lontano luglio, ma a trasformare definitivamente la letteratura in un reale strumento per sensibilizzare le coscienze sulla questione razziale in America (e lasciatemi dire anche nel resto del mondo).
Il libro di cui parlo è naturalmente Il buio oltre la siepe (To Kill a Mockingbird, 1960), e l’autrice, l’allora trentaquattrenne Harper Lee. Bianca, figlia di un avvocato segregazionista, amica di infanzia e assistente di Truman Capote, la Lee resta assieme a Harriet Beecher Stowe, autrice di La capanna dello zio Tom, una scrittrice mito, emblema di quanto la sensibilità femminile, e il coraggio, abbiano sempre precorso i tempi nella dura guerra contro il razzismo, la segregazione, la disparità e l’ingiustizia non solo sancita dalle leggi, ma dal senso comune della più bieca opinione pubblica.
Per primo vidi l’omonimo film, uscito nel 1962 e diretto da Robert Mulligan, con un fantastico Gregory Peck nella parte dell’avvocato Atticus Finch, solo più tardi lessi la versione italiana, edita da Feltrinelli nella storica traduzione di Amalia D’Agostino Schanzer giunta alla quarantaquattresima edizione, nel settembre del 2015. La mia vecchia edizione la prestai, e non la vidi più tornare in dietro (comprensibile), e in occasione della morte dell’autrice, in sua memoria, ho preso quella che ora tengo in mano.
Quale occasione per rileggere un libro di per sé bellissimo, anche spogliato delle sue valenze morali e etiche. Infondo è, e resta, un bellissimo libro per ragazzi, ragazzi moderni, evoluti che conoscono il significato di termini come “violenza sessuale” “razzismo”, “ingiustizia”. Che sanno che la vita è una costante lotta tra il bene e il male, e che a un certo punto bisogna decidersi da che parte stare.
Prima di parlare del libro, vorrei ancora parlare del contesto in cui fu scritto, del fatto che nel 1960 erano ancora in vigore le leggi Jim Crow che di fatto tenevano insieme tutto quel sistema razzistico, intollerante e fanatico che ha inquinato la società americana di buona parte del secolo scorso. Ma si sa abrogata la legge (la fine della segregazione razziale negli Stati Uniti può essere fatta coincidere con l’abrogazione delle Jim Crow, con la firma da parte di Lyndon Johnson del Civil Rights Act del 1964 e l’ anno successivo del Voting Rights Act) non è immediato il cambiamento delle coscienze, se pensiamo solo che questo libro è ancora oggi bandito da numerose scuole e biblioteche americane.
Naturalmente i motivi addotti saranno che è un libro troppo violento per i ragazzi, non certo per difendere segregazione e razzismo, ciò non toglie che bandire un libro come Il buio oltre la siepe ha un che di scandaloso. A far paura è forse proprio la capacità dell’autrice di entrare nelle coscienze e metterle di fronte alle proprie debolezze.
Dicevo che Il buio oltre la siepe è un bellissimo libro per ragazzi, parla di amicizia, coraggio, altruismo, senso della famiglia, di giustizia, di lealtà, e tratta con rispetto i suoi lettori, non gli nasconde la povertà e il disagio sociale in cui possono fermentare le abiezioni più feroci, che i diversi sono sempre emarginati (anche oggi, qui, ora), e molte volte possono compiere gesti di grandissima umanità, proprio da loro da cui non si aspetta niente, che a volte bisogna fare ciò che è giusto, e ci detta la nostra coscienza, anche se va contro al senso comune o si mettono a repentaglio interessi personali o finanche la vita dei propri cari.
Insomma è un libro etico, e didattico nella sua più nobile accezione. Un libro che è piacevole leggere, che giunge a noi attraverso la voce chiara e argentina di Scout ormai cresciuta che ricorda episodi della sua infanzia. E Harper Lee fu proprio incoraggiata da Truman Capote a fare lo stesso, nel libro se vogliamo identificabile con il ragazzo di città loro amico.
Il buio oltre la siepe (e il titolo italiano è secondo me altrettanto bello quanto il titolo originale) e insomma un libro di cui non ci stancheremo mai di parlare, né di studiarlo. Un libro stilisticamente ricco, elegante, per cui non è affatto inappropriato spendere parole come luminoso, splendido, o commovente. Quando Tom Robinson viene ucciso durante il suo tentativo di fuga da una giustizia bianca iniqua, non posso smettere di piangere, sebbene sono perfettamente al corrente che così accadrà. Ma la Lee ha deciso che non sarebbe stato questo il finale, no la storia continua e in un certo senso si apre a un nuovo lieto fine.
Ecco concludo questo mio articolo dicendo che Il buio oltre la siepe è davvero un testo imprescindibile, bisogna averlo letto almeno una volta nella vita. Uscite, come se fuggiste da una casa in fiamme, andate nella prima biblioteca e procuratevelo. Poi la tentazione di rubarlo sarà grande, vi avverto.

Nelle Harper Lee  (Monroeville, 1926-2016). Originaria dell’Alabama, studiò legge e poi si impiegò a New York presso una compagnia aerea. Amica di Truman Capote da quando aveva tre anni, fu consigliata da lui a mettere per iscritto i racconti che lei gli andava facendo della propria infanzia. Un giorno, abbandonò l’impiego per scrivere il suo libro: nacque così Il buio oltre la siepe, pubblicato nel 1960 (tradotto in Italia da Feltrinelli nello stesso anno e attualmente disponibile anche in audiolibro), che le valse un immediato e strepitoso successo di pubblico e il premio Pulitzer 1960. Nel 2007 le è stata conferita dal presidente Bush la prestigiosa Medaglia della Libertà per i suoi meriti letterari. Feltrinelli ha anche pubblicato Va’, metti una sentinella (2015), il romanzo ritrovato di Harper Lee, ambientato vent’anni dopo il suo capolavoro.

Source: acquisto personale.

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:: Tre giusti, Nikolaj Leskóv (Marcos Y Marcos, 2016) a cura di Giulietta Iannone

22 aprile 2016 by
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Nikolàj Semënovicˇ Leskóv nacque a Gorohovo all’inizio del 1831. Sicuramente tra gli autori russi suoi contemporanei non ha mai raggiunto la fama di Tolstoj, Dostoevskij, o anche Čechov sebbene di alcuni anni più giovane, ma se si ha modo di leggere anche solo un suo racconto, si intuisce subito la grandezza e la profondità di questo scrittore, forse in anticipo con i tempi.
Si sa gli innovatori, i visionari, i precorritori dei tempi (e pensare che era considerato un conservatore) non hanno mai avuto vita facile, e se vogliamo forse proprio per questo motivo sebbene se ne intuisse la grandezza, (per lo meno i suoi colleghi illustri la intuirono bene), forse appunto i suoi lettori ideali siamo noi o i nostri figli e nipoti. Così almeno la pensava Tolstoj denominando appunto Leskov lo scrittore del futuro.
Non che naturalmente fosse considerato uno scrittore mediocre dai suoi contemporanei, era ben conosciuto e ammirato, ma non forse quanto avrebbe meritato. Siamo quindi ancora in tempo per tributare giusta fama al suo genio e rendere più noto e familiare il suo nome, da molti ancora ignorato.
Leskov fu un autore singolarmente prolifico, scrisse numerosi romanzi e ancor più racconti pubblicati su riviste, antologie, libri, e alcuni forse ancora oggi esistono solo squisitamente in lingua russa. Ettore Lo Gatto, insigne slavista, ho sicuramente studiato letteratura russa su un suo manuale all’Università, ha curato in lingua italiana Romanzi e racconti (di Leskov), Mursia, 1961, per chi fosse interessato.
Tre giusti, di Nikolaj Leskov, traduzione a cura di Paolo Nori, edito da Marcos Y Marcos è dunque un piccolo dono che troverete in libreria e che vi invito caldamente a leggere. (Se avete un piccolo budget per il libri questo mese, dedicatelo a lui. Non ve ne pentirete).
Ma veniamo a spiegare perché non ve ne dovreste pentire. Innanzitutto Tre giusti raccoglie tre racconti scritti da Leskov in periodi differenti: L’angelo sigillato, il più antico, è del 1873, A proposito della Sonata a Kreutzer, è stato scritto nel 1890 e pubblicato, postumo, nel 1899, e l’ultimo L’uomo di sentinella, è del 1887. Ma che appartengono tutti al periodo della maturità, (ricordiamoci che Leskov morì nel 1895 a 64 anni, e definisce noialtri scrittori anziani, sé stesso quando non aveva ancora compiuto cinquant’anni).
Due riflessioni mi sento di poter fare a proposito di questi racconti e della scrittura di quest’autore in genere. La prima è che indubbio scriveva per essere letto, ad alta voce. Il legame con la fiaba e l’oralità è fortissimo. E non lo dico per dire, ne ho le prove. In questo video Paolo Nori presenta il libro e legge alcune pagine dei vari racconti.  Beh prendono vita, letteralmente acquistano una forza espressiva che mentre li leggevo solo nella mia mente non mi ero manco accorta possedessero, sebbene li avessi trovati tutti e tre notevoli.
Un’altra riflessione, ruota intorno al concetto dei tre giusti. Trovare il giusto nei due ultimi racconti A proposito della Sonata a Kreutzer e L’uomo di sentinella è un gioco da ragazzi, spicca senza esitazione, ma provate a capire chi sia il giusto in L’angelo sigillato. Ho letto diverse recensioni e ogni recensore lo individuava in un personaggio diverso, chi nell’ isografo Sevas’jan, chi nello starec Pamva, chi addirittura in Pimen Ivanov, (non si contano quante specie di miracoli riesce a fare con la sua zoppicante intercessione) o nel narratore del racconto, (il tipo buffo con la barba rossa che crede di aver visto gli angeli).
Insomma ci vuole davvero uno stato di grazia per distinguere i giusti dai peccatori, e questo è senz’altro il messaggio sotteso che Leskov infonde ai racconti che avremo modo di leggere. Quello che è piaciuto più a me è senz’altro il secondo, A proposito della Sonata a Kreutzer, dove è evidente che chi si crede giusto raramente lo è, e proprio la donna che si crede una terribile peccatrice, (tra la Maddalena del Vangelo e l’Anna Karenina di Tolstoj) emerge come un personaggio moralmente titanico, al confronto per esempio del marito, che la società determina come l’offeso. Di questo racconto ho apprezzato l’ironia e il paradosso, la lievità pur trattando temi di per sé pesanti. Un bambino muore di difterite e come viene strappato brutalmente alla madre e sepolto in tutta fretta in una palude, sebbene per motivi igienici, ha un che di orrorifico. Più ancora forse del finale.
Insomma che dire, spero di leggere altro di Leskov, e sono certa che non mi deluderà.

Di Nikolàj Semënovicˇ Leskóv (1831-1895) è stato detto che “I russi riconoscono in Leskóv il più russo degli scrittori russi, e quello che meglio di chiunque altro conosce il popolo russo” (l’ha detto il principe e critico letterario Dmìtrij Petróvicˇ Svjatopólk-Mìrskij – 1890-1939).

Source: libro inviato dall’ editore, ringraziamo Roberta dell’ Ufficio stampa Marcos Y Marcos.

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:: Cose da Runners “vizi e virtù del popolo che corre”, Maurizio Di Bona (Becco giallo, 2016) a cura di Micol Borzatta

21 aprile 2016 by
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Romanzo molto breve e ben fatto composto da piccolissimi capitoli come se fossero vignette a se stanti che raccontano i vari tipi di runners, come si riconoscono, cosa pensano, come si comportano.
Un romanzo molto ironico, scritto con uno stile molto leggero e spiritoso che si legge in pochissimo tempo tutto d’un fiato.
Lettura molto spensierata che permette al lettore di farsi un po’ di risate e distrarsi dal quotidianità e dai problemi della vita, a volte anche riconoscendosi nelle varie descrizioni o riconoscendo amici o conoscenti.
Il lessico usato è molto basilare, ironico e riporta alle chiacchiere da bar, quando ci si ritrova a parlare tra un caffè o un aperitivo e si descrivono le persone che ci passano davanti.
Un romanzo che fa veramente bene all’animo che trasmette al lettore l’atmosfera di risate tra amici. Prefazione di Franz Rossi.

Maurizio “The Hand” Di Bona nasce a Napoli nel 1971. Sul web è conosciuto come The Hand. Fumettista autodidatta a studiato rubando i trucchi dai vari fumetti letti e dalla TV. Fin dalle scuole elementari ha sempre scarabocchiato ovunque di tutto. Finito architettura all’università di Napoli si è trasferito a Milano per dedicarsi alla grafica di vignette.

Source: ebook inviato al recensore dall’ autore.

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:: Gente di Bergamo, a cura di Paolo Aresi (Bolis, 2015) a cura di Viviana Filippini

21 aprile 2016 by

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Bergamo è la città che ha una parte alta e un parte bassa. Bergamo è la città dei pittori Giovan Battista Moroni e di Caravaggio o, se vogliamo arrivare ai giorni nostri, possiamo ricordare l’alpinista Simone Moro, che lo scorso febbraio è riuscito a salire in cima del Nangar Parbat, noto come “La montagna assassina”. Bergamo è anche un posto dove la gente scrive e racconta il suo mondo e lo dimostra Gente di Bergamo, la raccolta di racconti pubblicata da Bolis, curata da Paolo Aresi. Le 20 storie trascinano il lettore dentro al mondo bergamasco, facendogli conoscere tutte le diverse tipologie di persone e caratteri umani che rendono bella, intrigante e sfaccetta la città. Il libro è un viaggio vero e proprio dentro la terra cittadina, ed essa prende forma dalle storie che hanno il sapore di testimonianze, di memorie, di ricordi e di esempi per il futuro dati dalle generazioni del passato. Le storie sono state suddivise in sei sezioni tematiche (Le montagne, le valli, i fiumi; Le radici, vicine e lontane; L’amore; L’amicizia, La storia, Il sogno) poi, leggendo ogni singola vicenda, ci si accorge di come ognuna di esse abbia caratteristiche specifiche che la rende coinvolgente e unica. Quello che i 20 autori partecipanti all’antologia Gente di Bergamo hanno fatto con le loro creazioni è importante, perché permette a chi legge di comprendere alcune caratteristiche comportali sì legate al personaggio protagonista della trama ma, allo stesso tempo, tipiche della gente bergamasca e non solo. Io sono nata e cresciuta in provincia di Brescia e leggendo questa raccolta mi sono divertita a scoprire i parallelismi esistenti tra i bresciani e i bergamaschi, tra i quali, si sa, c’è sempre stato un campanilismo dalle radici storiche. Per esempio, nel racconto Vecchio al monte di Alberto Gherardi, è curiosa la figura di Cesco, un uomo tutto d’un pezzo che ad un certo punto della sua vita farà una cosa che mai avrebbe pensato potesse servire anche a lui: andare dal dottore. Un atteggiamento che ritorna in modo abituale e che ho riscontrato in passato e ancora oggi noto, in alcuni uomini che incontro. Il libro edito da Bolis aiuta il lettore a conoscere questi bergamaschi amanti della natura, degli animali (interessante è il racconto di Giusi Quarenghi, Ali, dove la simpatica e anziana protagonista preferisce la compagnia delle galline e del suo tacchino, rispetto a quella degli esseri umani). Persone che parlano in un dialetto così stringato che a volte è difficile capire che in quelle poche parole smozzicate, invece si nasconde un intero discorso, come mette in evidenza Laura Mühlbauer nel racconto La salita. Lo stesso linguaggio vernacolare risentirà non poco della concorrenza del puro italiano che invaderà Bergamo e l’Italia intera con l’arrivo della televisione. Gente di Bergamo è una raccolta corale, un insieme di voci, che attraverso queste storie non solo ci permettono di conoscere meglio una città, ma ci aiutano a scoprire l’anima della gente che l’ha fatta e l’ha raccontata.

I racconti sono firmati (in ordine alfabetico) da:

Giovanna Amico, Paolo Aresi, Claudio Calzana, Tiziano Colombi, Piero degli Antoni, Annalisa Di Piazza, Chiara Di Sante, Davide Ferrario, Livio Gambarini, Cristiano Gatti, Alberto Gherardi, Adriana Lorenzi, Raul Montanari, Laura Mühlbauer, Alessandra Pozzi, Giusy Quarenghi, Federico Radaelli, Angelo Roma, Davide Sapienza, Roberto Tiraboschi.

Source: Consigliato da Anna Colosio Communication specialist, web editor, blogger e digital PR.

:: Hyperversum Next, Cecilia Randall (Giunti, 2016) a cura di Elena Romanello

21 aprile 2016 by
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Vent’anni dopo i fatti narrati nella trilogia Hyperversum, videogioco di ruolo medievale che può catapultare i partecipanti nella realtà dell’epoca, Alexandra detta Alex, figlia dell’adesso scienziato Daniel, è costretta in casa a riparare ad un voto di fisica, materia che lei detesta visto che da sempre è affascinata invece dalla Storia e dai secoli passati, scopre un misterioso codice miniato medievale e un videgioco che la affascina. Si troverà anche lei catapultata in quel mondo che aveva inghiottito suo padre e i suoi amici, scoprendo la verità sulla vita dell’amato zio Ian, affrontando avventure e correndo pericoli, ma trovando forse qualcosa di nuovo e di bello nella sua vita nella persona di Marc, un ragazzo così lontano da lei nel tempo ma non per il suo cuore.
Il fantastico rivolto ad un pubblico di ragazzi e ragazze soffre in questi anni di intrecci spesso melensi e poco incisivi: non è questo il caso della saga di Hyperversum, opera di un’autrice italianissima a dispetto del nome, che mescola il mondo dei videogiochi e dei giochi di ruolo con il tema dei viaggi nel tempo, che risale ad autori come Wells e che qui viene riletto in una prospettiva legata a strumenti moderni come il videogioco.
Leggibile anche separato dai precedenti romanzi, comunque godibilissimi, e nato come idea iniziale prima dei seguiti del primo della serie, Hyperversum Next conquista sin dalla prima pagina, presentando un’eroina che non è dotato di superpoteri e che si trova a dover affrontare un’avventura suo malgrado a cui non era preparata.
Certo, un romanzo di genere fantastico, ma anche un romanzo storico, visto che l’autrice ricostruisce in maniera minuziosa i fatti del Medio Evo francese, mescolando un po’ di fantasia negli eventi d’epoca a eventi reali, un po’ come ha fatto Diana Gabaldon nella serie La straniera, ma la nostra Randall comunque si perde meno per strada, e dopo aver raccontato le avventure di una generazione precedente prende in esame nuovi personaggi più giovani e nuove storie, e chissà se tutto finirà così, anche se forse Hyperversum si fermerà e non girerà più.
Per questi motivi, pur rivolgendosi ad un pubblico di adolescenti, Hyperversum next, e i libri predecedenti, risultano essere interessanti anche se si è fuori target, e si ricordano magari i primi videogiochi o le partite di giochi di ruolo anni Ottanta, quando si sperava magari da qualche parte nel proprio cuore che qualcosa diventasse reale.

Cecilia Randall è di Modena e adora i romanzi e il cinema d’avventura in tutte le accezioni possibili, dal fantasy al mistery e alla fantascienza, ma anche fumetti e cartoni animati, l’archeologia, la storia e i giochi di ruolo. Da queste sue passioni è nata la saga di Hyperversum, grandissimo successo formata da Hyperversum I, Hyperversum II – Il Falco e il Leone e Hyperversum III – Il Cavaliere del Tempo. Dopo aver pubblicato con Mondadori Gens Arcana, romanzo fantastico ambientato nella Firenze di Lorenzo il Magnifico, e Millennio di fuoco, un dittico composto dai due volumi Seija e Raivo, Cecilia è tornata al mondo di Hyperversum con questo nuovo titolo, godibile anche non conoscendo gli altri.

Source: libro inviato al recensore dall’ editore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: La battaglia di Campocarne di Roberto Recchioni (Mondadori, 2015) a cura di Giulia Gabrielli

20 aprile 2016 by
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“YA” è la parola più usata all’interno del romanzo. E’ un’esclamazione, un segno di assenso e di incitamento, un’intercalare, ma anche l’acronimo del genere in cui ci muoviamo, Young Adult. Un romanzo di formazione quindi, la storia di come questo ragazzo magro, alto e goffo, da tutti chiamato Stecco, diventerà un uomo. O almeno ci proverà.
Nel mezzo della battaglia, ferito e già a terra al primo assalto, conosciamo Stecco, il giovane protagonista di questa storia. Stecco è un ragazzo di campagna, che vive nel piccolo e periferico villaggio di Zarafa, un sognatore che vuole diventare un grande avventuriero, proprio come il Granduomo, l’eroe di mille storie e mille avventure, che viaggia sul suo carro blu notte, accompagnato da Nonna Mannaia e dall’Incappucciato, reclutando giovani avventurieri in tutti i villaggi dove si fermano.
E un giorno il Granduomo arriva anche a Zarafa.
I capitoli, brevissimi e dallo stile asciutto, oscillano tra due linee temporali: tra quella della Battaglia di Campocarne, che è la linea più avanzata e che fa da anticipatore con i suoi improvvisi colpi di scena, e l’altra che riempie le lacune e spiega come Stecco sia arrivato in un tale guaio.
Nel romanzo tutto contribuisce a creare una narrazione veloce e fluida, capace di catturare l’attenzione del lettore e di trascinarlo fino alla fine del romanzo senza un attimo di pausa. C’è pochissimo spazio al sentimentalismo e all’introspezione: ciò che ci rende reali Stecco e la sua compagna Marta la Brutta, il Granduomo e Nonna Mannaia sono i loro dialoghi incalzanti, “botta e risposta”, realistici e senza alcuna interruzione per segnalare al lettore chi sia a parlare – cosa che tra l’altro richiede un pochino più di attenzione per seguire le conversazioni, ma mi pare giusto che anche il lettore faccia la sua parte in una storia.
Lo stile di Recchioni è, come sempre, asciutto e con una certa tendenza alle frasi brevi e ad effetto, usate soprattutto alla fine del capitolo, come una sorta di firma, e che a seconda della situazione aggiungono alla narrazione un tocco di ironia e di comicità, o ulteriore velocità al ritmo già serrato della storia. L’autore poi ha un’esperienza ventennale nel mondo del fumetto e un taglio molto cinematografico, cosa che rende le scene descritte immediatamente visualizzabili, così che i personaggi e tutti i loro ambienti ci appaiono di fronte visivamente ben delineati anche quando le descrizioni non sono altro che veloci note di colore.
Ma oltre ad essere una storia di formazione YA è anche una riflessione sulla formazione delle storie, su come esse si intreccino alla vita reale fino a trasformarla e a cambiare la percezione che abbiamo del mondo ma anche, più prosaicamente, su come si realizza una buona storia – ad esempio pare ci voglia sempre un bell’inseguimento in una storia.
Le storie crescono e si alimentano di se stesse, e non importa che siano vere o false, basta che siano delle buone storie, capaci di avvincere chi le ascolta, o le legge.

Roberto Recchioni, romano classe 1974, è sceneggiatore e soggettista per il cinema, illustratore, critico, nonché personalità molto nota nel web. La sua principale occupazione è l’arte sequenziale ed ha scritto personaggi iconici come Tex, Diabolik e Dylan Dog, co-creatore di John Doe e Detective Dante, creatore di Battaglia e della serie di Orfani, direttore di Dylan Dog. Autore di numerosissime graphic novel; YA – La battaglia di Campocarne è il suo primo romanzo, al quale seguiranno a breve altri due, sempre dedicati alle avventure di Stecco.

Source: acquisto personale.

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:: Un’intervista con Andrew Nicoll a cura di Giulietta Iannone

19 aprile 2016 by

unnamedIn memory of Willie

Perbacco! Uno scrittore scozzese sul mio blog! E ‘una battuta, naturalmente, ma sei una persona molto divertente quindi questa intervista sarà un po’ diversa dalle altre. Il mio inglese è orribile, quindi buona fortuna a tutti e due. Prima di tutto, grazie per aver accettato questa mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Non dimentichiamo le buone maniere. Raccontaci qualcosa di te. Da dove vieni? Dove hai studiato?

R. Vengo da Broughty Ferry, il luogo in cui è ambientata la storia di Miss Milne. Una volta era un piccolo villaggio di pescatori sulla costa orientale della Scozia, ma, circa un centinaio di anni fa, è stato inghiottito dalla città di Dundee. Abbiamo vissuto qui dai tempi di mio nonno. Ma noi siamo nuovi arrivati. Nel 18 ° secolo la mia famiglia ha vissuto circa 20 chilometri a nord di qui e la famiglia di mia madre circa 20 chilometri a sud. Non ho vera educazione. Sono andato a scuola qui, poi sono andato a lavorare.

Quali lavori hai fatto in passato prima di diventare uno scrittore a tempo pieno? Cosa ci puoi dire di questa esperienza?

R.  Uno scrittore a tempo pieno? Bene, suppongo di essere uno scrittore a tempo pieno da quando sono un giornalista, ovvero da 36 anni, ma non sono un romanziere a tempo pieno. Per me si tratta più che altro di un hobby. Scrivo libri sul treno mentre vado a lavorare. Prima di diventare un giornalista, ho lavorato per un breve periodo come operaio forestale dopo aver lasciato la scuola. Ho subito capito che non ero tagliato per la vita di un working man.

Quando hai capito che volevi fare lo scrittore?

R.  Come la maggior parte delle cose capitatemi nella mia vita, è stata accidentale. Arrivato ai 40, ho vissuto un periodo molto duro. Insomma, mi chiedevo “è ora?” Volevo trovare qualcos’altro da fare, per crescere in qualche modo. Ho visto un amico che raggiunti i 40 ha avuto una macchina veloce e un giovane fidanzata, ma il tutto si è rivelato un hobby molto costoso. Così ho cominciato a scrivere racconti brevi con un certo successo. Poi ho avuto un’idea per un racconto e ho iniziato a scriverlo sul treno per anadare a lavorare. Si è trasformato in non Sara Mai Inverno.

Raccontaci qualcosa del tuo debutto. Come sei arrivato alla pubblicazione. Hai ricevuto molti rifiuti?

R.  Nessuno voleva pubblicarmi. Proprio niente. Mi sono dato una scadenza. Ho detto, se nessuno accetterà il libro dopo due anni, mi sarei fermato. Ricevetti una proposta dopo dieci giorni.

Parliamo di The Secret Life and Curious Death of Miss Jean Milne. Prima di tutto il libro è ispirato ad una storia vera, – o, per meglio dire-, ad una vera e propria inchiesta. Giusto? Puoi parlarcene?

R.  E ‘una storia che è cresciuta con me tutta la vita. I fatti sono successi un centinaio di anni fa, tuttavia questo tempo non è niente. Dico spesso che la mia mano ha tenuto una mano che teneva un fucile nella Grande Guerra. Un centinaio di anni fa, è solo una stretta di mano di distanza. Quando sono nato, ci devono essere stati uomini qui a Broughty Ferry che ricordavano la storia dalla loro infanzia. E la leggenda viveva. Non so quante volte ho superato quella casa con un brivido. Ma tutto ciò che sapevamo era che la signorina Milne è stata uccisa lì e l’assassino non è mai stato trovato.

Questa è una domanda difficile. Puoi riassumere il tuo libro in non più di 25 parole?

R.  E’ la storia della omicidio irrisolto di una  ricca e solitaria donna in una tranquilla cittadina scozzese, basata sui file della polizia resi pubblici dopo 100 anni.

Finalmente dai al  caso un colpevole, che nella realtà non fu mai trovato. Come hai scoperto la tua verità?

R.  Quando mi sono imbattuto nei file della polizia ero quasi senza fiato per l’eccitazione. Dentro c’era tutto quello che avevo sempre voluto sapere su questa leggenda che aveva tormentato i miei anni d’infanzia. Ho letto tutto, e ora dopo ora e non potevo credere a quello che stavo vedendo. Tante cose che erano state semplicemente ignorate e disattese. Il suo corpo è stato trovato coperto di fiammiferi usati – ma nessuno ha fatto alcun tentativo di spiegare il perché. Un vaso sulla scala accanto al suo corpo era pieno di urina – ma nessuno ha fatto alcun tentativo di spiegarne il motivo. Ci sono state tante circostanze strane che sono state semplicemente ignorate e una in particolare non è mai stata nemmeno esaminata e studiata . Mi ha dato l’occasione di sbrigliare la mia fantasia e trovare una risposta che si concatenava perfettamente coi fatti.

Parlaci delle fonti che hai scoperto durante la scrittura di The Secret Life and Curious Death of Miss Jean Milne. Che tipo di ricerche hai svolto?

R.  Quasi tutto viene dai file della polizia, ma ho anche consultato filedi giornali del periodo in biblioteca. I giornali, ovviamente, già noti, mentre i file della polizia sono stati segreti per un secolo.

Qual è stato il ruolo di Internet?

R. Quasi nessuno.

Chi era il personaggio più difficile da scrivere e perché? Quello più semplice e perché?

R.  Ho scritto quattro romanzi pubblicati a livello internazionale e questo è stato di gran lunga la cosa più facile. Conosco queste persone e le strade in cui vivono, le case in cui abitano. L’intera storia era lì. Ho semplicemente appeso i vestiti su.

Progetti di film da tuoi libri?

R.  No.

Hai ricevuto recensioni negative?

R.  Oh, alcune fortemente  critiche. In particolare in Italia. La gente compra il libro pensando che sta acquistando un giallo. Odio i romanzi gialli. In realtà sono la solita  detective story,  scritta e ripetuta all’infinito, più e più e più volte. E’ la cosa più noiosa del mondo. Se volevo scrivere davvero un romanzo poliziesco, avrei  scelto di parlare di un omicidio irrisolto ? Questa è la peggiore idea del mondo. Non è un “giallo”. E’ una storia di persone. Se vi piace la gente, comprate questo libro. Se volete leggere la stessa vecchia storia di detective, provate con un altro libro.

Come immagini il tuo futuro?

R.  Non lo so. Che è probabilmente una fortuna. Ho lavorato 18 anni presso il mio primo giornale, ho lavorato 18 anni presso il mio attuale giornale e, tra 18 anni, avrò la stessa età di mio padre quando ci ha lasciato ed è morto nel bel mezzo di una e-mail. Cerchiamo di non immaginare troppo il futuro.

Ti piace fare tour promozionali? Racconta ai nostri lettori qualcosa di divertente accaduto durante questi incontri.

R.  E’ la cosa migliore del mondo, davvero. Persone che si incontrano che si interessano  abbastanza del tuo lavoro che escono la sera e parlarlano con voi, è veramente una sensazione meravigliosa. Suppongo che la cosa più divertente sia accaduta in Romania, quando stavo facendo breakfast TV. L’intervista era in inglese con traduzione dal vivo e l’intervistatore mi aveva chiaramente cercato su Google. E’ diventato chiaro che mi aveva confuso con Andrew Niccol – con una L – che viene anche lui da Broughty Ferry. Ma solo uno di noi era mai stato capitano della squadra di rugby della Scozia e non ero io.

Dimmi un aggettivo per ognuno di questi autori:

William McIlvanney:
Una parola non è sufficiente per Willie. Era un uomo molto piacevole. Educato, generoso, gentile, soave. Un eroe.
James Ellroy:
Strano. (Buono, ma strano)
James Crumley:
Pastorale
Raymond Chandler:
Abile
Agatha Christie:
Sottovalutata
Iain Banks:
Ricco (anche morto).

Chi sono i tuoi scrittori preferiti?

R.  Lampedusa. Era il mio santo patrono, quando non riuscivo ad essere pubblicato. Joseph Conrad. RL Stevenson. Joseph Mitchell, che ha scritto Bottom of the Harbour e Joe Gould’s Secret. Sono innamorato della Illiad. La lista è enorme.

Chi pensi abbia influenzato la tua scrittura?

R.  I miei colleghi giornalisti, suppongo. Anni di vicinanza ogni giorno. Capire l’abilità di dire tre cose in un paragrafo o una cosa in tre pagine.

Verrai in Italia per presentare i tuoi romanzi?

R.  Mi piacerebbe. Ho visitato l’Italia una sola volta, per breve tempo la scorsa estate. Sarei lì in un minuto.

Infine, l’inevitabile domanda: a cosa stai lavorando ora?

R.  Shhh. Non comprare mai la carrozzina fino a dopo che il bambino è nato. Willie McIlvanney me l’ ha detto.

:: Non dire, Massimo Nepote Andrè (Golem, 2016) a cura di Elena Romanello

19 aprile 2016 by
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Il thriller esoterico è stato lanciato alcuni anni fa da titoli come Il codice da Vinci di Dan Brown e continua ad avere i suoi stimatori, anche se spesso sono storie che ripercorrono schemi già triti e ritriti, senza particolare originalità, giocando su quei due o tre elementi noti.
Non è questo il caso di Non dire, opera del torinese Massimo Nepote André, ambientato tra un Medio Evo misterioso in Val di Susa, in un luogo oggi conosciuto come Salbertrand (e si scoprirà la storia vera legata alle origini del suo nome) e la Torino contemporanea, dove si intrecciano alcuni personaggi, un ricercatore americano, una giovane studiosa canadese, un archeologo dilettante, una ragazza torinese e un religioso poco ortodosso, impegnati nella ricerca di una pergamena che ha dentro di sé un potere occulto, capace di distruggere il genere umano, anche perché sta attirando un’antica organizzazione che non ha certo buone intenzioni, come nella migliore tradizione del genere.
L’autore costruisce un intreccio in cui restituisce luoghi che gli sono cari, a cominciare proprio da Torino e dalla Val di Susa, con echi di molto immaginario archetipo, anche reincarnato in varie storie contemporanee, tra romanzi, film e telefilm, ma comunque riletti con freschezza e originalità. Ci sono enigmi, ci sono i Templari, ci sono misteri sepolti nel passato ma che fanno ancora paura, ci sono luoghi ricchi di storia ufficiale non e chi abita in zona potrà scoprire un altro volto di posti che crede di conoscere.
Un libro che si fa leggere, anzi divorare, con tante sottotrame che arrivano fino ad una conclusione che può anche essere letta come non definitiva, mescolando fantasia, e l’autore ne ha tanta e comunque non è mai banale, e spunti reali, perché tra le righe ci sono enigmi, misteri e questioni che non sono mera invenzione, ma nascono da fatti remoti ma che fanno parte della Storia del Piemonte e non solo.
Non dire piacerà agli appassionati di thriller esoterici in cerca di qualcosa di un po’ meno dozzinale ed è la prova che anche in Italia, terra di misteri, enigmi, storie millenarie e crocevia di tradizioni, si possono raccontare storie avvincenti e intriganti. Del resto, Torino e la Val di Susa non hanno niente da invidiare, come patrimonio tra fantasia e realtà, ad altri angoli del mondo.

Massimo Nepote Andrè è nato a Torino nel 1951. Laureato in ingegneria meccanica al Politecnico di Torino, vive da sempre nella sua città natale. Ha svolto il suo percorso professionale nel campo industriale occupandosi di progettazione, logistica e organizzazione. Dall’inizio degli anni ottanta segue e coordina l’introduzione delle nuove tecnologie curandone gli aspetti tecnici e i risvolti umani. Successivamente si occupa di simulazioni virtuali nel campo della meccanica, del design e dei beni culturali. Appassionato di fotografia, scienza e natura. Parla francese, inglese e spagnolo. Ha visitato l’Africa Orientale negli anni sessanta portandosi il ricordo delle tribù dei territori del nord del Kenia nel cuore.

Source: libro inviato al recensore dall’ editore.

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