:: Regole Di Sangue – Scrivere Pulp Fiction – Sabato 14 maggio, incontro con Stefano Di Marino

8 Maggio 2016 by

regole di sangue eventoFantasia, creatività, capacità di trasformare ogni stimolo in uno spunto narrativo. Voglia di raccontare sempre e comunque. Queste sono qualità innate, che si possono coltivare ma non apprendere se non si possiedono. Ma scrivere significa anche conoscere la tecnica e migliorarla con l’esercizio, la dedizione e la sperimentazione. Ci sono risvolti tecnici che possono essere insegnati e devono costantemente essere sottoposti ad aggiornamenti e miglioramenti. Il fulcro di questo incontro è appunto la trattazione di questi aspetti. Myamoto Musashi, spadaccino e pittore del 1600 nipponico, autore de Il Libro dei Cinque Anelli, un testo ancora oggi usato come viatico per manager, generali e artisti marziali, equiparava la figura del generale a quella del carpentiere e dello spadaccino. Credo che non sia un’esagerazione avvicinarla anche a quella del narratore. Un buon carpentiere, come un bravo generale, diceva, esercita un mestiere. Conosce i suoi strumenti e i materiali che impiega in modo di fare l’uso migliore di ogni attrezzo o risorsa a seconda delle situazioni. Ciò significa usare il legno più solido per le strutture portanti, quello più pregiato per le decorazioni e quello di minor qualità per correggere buchi e zeppe. Si presume che chi pratica una professione, quale che sia il suo livello innato di abilità, ne conosca gli aspetti anche più tecnici. Ciò significa praticare la Via della Spada, diceva Musashi. E questo vuol dire essere narratori, dico io. Prima di ogni altra cosa è necessario rendersi conto che, se esiste un lato più ‘alto’ dell’attività del narratore legato all’ispirazione e alla necessità di far partecipi gli altri delle proprie emozioni, ne esiste uno decisamente più tecnico. Per esercitare il mestiere dello storyteller è necessario applicarsi sia nelle attività puramente creative (che richiedono tecnica oltre che passione) anche in tutte quelle fasi che vanno dalla proposta del proprio lavoro alla promozione. Se non ci sentiamo di farlo e preferiamo restare chiusi nel nostro studio come in una torre d’avorio dove solo l’Arte è importante, è meglio che scriviamo per noi stessi. Soprattutto oggi, visto che le case editrici poco fanno per la promozione e la diffusione dei lavori dei loro autori. Salvo pochissimi casi, il narratore deve essere manager e ufficio stampa di se stesso. Usare la Rete e ogni altra occasione per proporsi al suo pubblico, farsi conoscere e apprezzare. Oltre a ciò, apprese le tecniche di scrittura e applicate alla propria creatività è necessario imporsi un’autodisciplina. Scrivere sempre, anche poco, costantemente, concentrarsi su progetti selezionati e portarli a termine. Tutte cose che, ad alcuni, possono sembrare restrizioni, addirittura attività poco gradite o antitetiche alla creazione. Purtroppo, l’attività di scrittore comporta anche una notevole aderenza alla realtà, capacità di superare ostacoli, non ultimo quello della frustrazione che è sempre in agguato. In pratica, scrivere non è un’attività mistica. Non credo a quegli autori che dicono di cominciare un romanzo come si entra in una nebbia e poi procedere a seconda di quello che suggerisce la Musa della Creatività. Tutto ciò è molto bello, persino accattivante da dirsi. Crea un’immagine idealizzata dell’autore, ma non corrisponde a verità. Scrivere è un lavoro come costruire sedie o fare il pane. Merita lo stesso rispetto e richiede il medesimo impegno. Mi irrito sempre un po’ quando qualcuno mi chiede: Come fai a scrivere così tanto? Come se alla mattina chiedessi al mio panettiere come fa a sfornare michette, pizze e focacce tutti i giorni. Mi alzo presto e comincio a lavorare. Ecco come faccio. L’idea che un testo più è lavorato nel tempo più è bello e valido artisticamente, è una finzione. Un po’ snobistica se vogliamo. Legata a quella visione della ‘letteratura alta’ che purtroppo affligge il mercato editoriale italiano che è stato ed è ancora dominato da editor e funzionari di formazione classica che privilegiano criteri crociani nella scelta dei testi. Come se, d’altro canto, adesso non imperassero regole di marketing che, al contrario, disdegnano il contenuto al di fuori di dogmi commerciali per cui il libro buono è quello che vende. Tra queste due deleterie tendenze il narratore deve mediare, districarsi per produrre un lavoro che sia al tempo stesso vendibile e non tradisca la sua ispirazione. È questo che hanno sempre fatto i narratori pulp.
E perciò questo è il tema di questo incontro, che è una guida alla scrittura creativa di genere. Questa non disdegna la qualità ma, anzi, l’abbina alla fruibilità da parte del lettore. Che vuol essere intrattenuto, emozionato, stimolato. In pratica, vuole che gli si racconti una bella storia. Le belle storie sono sempre una fusione di forma e contenuto. Raccontare il genere – quale che sia – significa appunto applicare la nostra fantasia a una tecnica che ci permetta di plasmarla in modo da renderla comprensibile e divertente per un pubblico vasto che non ci conosce personalmente ma con il quale è necessario stabilire un ponte, trovare affinità nei gusti e nei desideri.
Leggere è soddisfazione di bisogni psicologici. Scrivere il genere significa appagare tali bisogni. Giallo, thriller, spy-story, romance, fantascienza, fantasy, western, avventura, storico, erotico. I generi secondo un’etichetta commerciale e sottilmente dispregiativa. Barriere e formati stabiliti dalle reti di vendita per identificare prodotti a basso costo che, si suppone, ripetano sempre se stessi secondo formule care a un popolo di lettori ingenui. I ‘generi’, in realtà, sono molti di più e decisamente più intercambiabili e inclini a mescolarsi tra loro di quanto non si immagini. Soprattutto, sono una parte estremamente vitale della Narrativa Popolare sin dai suoi esordi.
I generi sono il campo d’azione specifico per chi legge questo manuale che è una guida a chi vuol cimentarsi con la scrittura creativa d’intrattenimento, ma anche una serie di spunti di riflessione per chi si qualifica semplicemente come ‘lettore’.
Perché il lettore forte, quello che sceglie e con il suo acquisto, alla lunga, influenza il mercato è quello che ha elaborato un giudizio personale. Il lettore che sa non solo dire cosa gli piace e cosa no, ma è anche in grado di sapersi spiegare il perché.
Il lettore, infine, che non si ferma alle piramidi di best seller esposte in libreria ma va a scartabellare negli scaffali divisi ‘ovviamente’ per genere alla ricerca del prodotto che lo soddisfa. Non si creano nuovi autori di qualità se non si coltivano i gusti dei lettori tra i quali una piccola, ma significativa percentuale, passerà dietro la tastiera con cognizione di causa.

Stefano Di Marino

REGOLE DI SANGUE- SCIRVERE PULP FICTION

Incontro con STEFANO DI MARINO

Sabato 14 maggio- ore 14,30

Sala delle associazioni di Milano via Marsala 8 (metrò Moscova)

:: Un’intervista con Alex Connor a cura di Giulietta Iannone

6 Maggio 2016 by

seBenvenuta Alex sul blog Liberi di Scrivere, e grazie per aver accettato questa mia intervista. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Alex Connor? Punti di forza e di debolezza.

Grazie mille per questa intervista. È un grande onore vedere il mio libro su Caravaggio pubblicato in Italia.
Quindi per rispondere alla tua prima domanda. Il mio punto di forza? Sono una grande amante dell’arte e degli artisti. Sono affascinata dalla vita di queste persone, dotate di genio ma anche di tutte le fragilità umane. Direi che sono determinata a capire le persone e ho una curiosità senza fine verso il motivo per cui fanno quello che fanno.
I miei punti deboli: sono troppa passionale e testarda! Se credo in qualcosa, non mi arrendo fino a quando non l’ ho raggiunto.

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Sono stata educata in una scuola privata e ho trascinato i miei genitori in pazzi vagabondaggi per le gallerie di tutta Londra! Caravaggio e Artemisia Gentileschi sono stati i miei eroi fin dall’infanzia.

Vivi a Brighton, racconta ai tuoi lettori italiani qualcosa di questa città, le sue bellezze artistiche, i suoi parchi. Brighton è una città piena di idee, di eventi culturali, di ristoranti?

È una città meravigliosa affacciata sul mare, con grandi residenze georgiane dipinte di bianco che guardano oltre la Manica e la gloriosa campagna solo a un miglio nell’entroterra. A Brighton ci sono numerosi ristoranti, teatri e molte, molte persone coinvolte, o interessate, nei media e nelle arti.
Ho esposto i miei quadri a Brighton (così come molte volte a Londra) e ci sono sempre molti eventi culturali in corso – oltre al romantico, vagamente ridicolo, ma straordinario padiglione di Brighton! Se si desidera una città che abbia cultura, locali, architettura favolosa e affascinanti negozi nei The Lanes, allora questo è il posto che fa per voi.
Si tratta di una mix meraviglioso tra una granduchessa e una Drag Queen!

er2Sei un’ artista, una pittrice, quando ti sei resa conto che volevi essere anche una scrittrice?

Il mio apprendistato è stato unico. Sono stata vittima di uno stalker e sono stata aggredita a Londra e mentre mi stavo riprendendo da un’operazione ho letto un libro e ho pensato ‘posso farlo anche io’! Così ho scritto il mio primo romanzo e l’ho inviato a un editore.
Era terribile, ma per fortuna l’editore poté vedere qualcosa nella mia scrittura e mi commissionò di scrivere il mio primo romanzo. Poi il secondo, e il terzo …
La pittura è immediata; si possono vedere subito i risultati del vostro lavoro sulla tela, ma mi piace scrivere perché ci vuole tempo per crescere. L’arte è come incontrare qualcuno a una festa e diventare subito amici. La scrittura invece è come una storia d’amore lenta che richiede tempo per svilupparsi.

Quali sono le tipiche qualità di un buon scrittore?

Avere la pelle dura! È necessario essere in grado di accettare le critiche e soprattutto essere in grado di criticare se stessi. È necessario avere fiducia, disciplina e motivazione, perché devi essere professionale se vuoi avere successo. I giorni in cui la scrittura sembra difficile sono i giorni in cui devi tenere duro. I giorni in cui tutto quello che scrivi sembra banale, sono i giorni in cui devi insistere e credere in te stesso. Questo è ciò che costruisce il coraggio e la forza che nutre il vostro lavoro.
E soprattutto, ci si deve divertire. Perché se vi annoiate di quello che scrivete, immaginatevi il lettore. Bisogna scrivere come se si stesse raccontando a qualcuno un’esperienza incredibile e si desiderasse conoscere ogni parola. Se vi divertite, siete sicuri che sarà un successo.

Leggi altri scrittori contemporanei? Chi sono i tuoi scrittori preferiti? Da chi ti senti maggiormente influenzata?

Ho una confessione da farti – non leggo molti scrittori contemporanei (a parte Scott Turow e JW Hall) perché adoro gli scrittori più antichi come Dickens, Balzac, Dante, Zola, Tolstoj – tutti gli scrittori che hanno scavato in profondità nei personaggi. I lunghi, coinvolgenti romanzi che coprono lunghi periodi di tempo in cui seguo le vite dei protagonisti sono i miei preferiti e questi sono quelli che mi hanno influenzato.
Anche se sono scritti nel passato la gente non è cambiata, i valori umani – l’ amore, la rabbia, la rivalità e la perdita – sono gli stessi ora come lo sono sempre stati.
erHai iniziato a scrivere romanzi storici, e libri d’arte, poi nel 2011 Il segreto di Rembrandt, il tuo primo thriller, un grande successo. Come hai scelto questo genere particolare di giallo che unisce arte, cospirazioni, e vede sempre il passato e il presente strettamente correlati?

Ho voluto scrivere delle passioni della mia vita – l’arte, la storia dell’arte e il thriller. Perché io sono una storica dell’arte e mi è sembrato naturale usare i miei studi e perché io sono un’ artista che può analizzare i pittori e capire come hanno lavorato. Infatti, per ogni libro ho copiato i dipinti del Vecchio Maestro del quale stavo scrivendo. Come ho fatto per Caravaggio. (Vedi le fotografie allegate Davide con la testa di Golia e il mio dipinto di Luca Meriss (n.d.t. è un personaggio del romanzo, il blogger che dice di essere l’ultimo discendente di Caravaggio) in piedi di fronte alla Natività.)

The Caravaggio Cospiracy, è ora uscito in Italia per Newton Compton con il titolo Cospirazione Caravaggio. Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura? Che tipo di ricerche sono state necessarie?

Caravaggio è stato la mia ossessione fin da quando ero bambina. Ha catturato la mia immaginazione con la sua passione e la storia della sua vita. Sono rimasta affascinata da un uomo che è stato capace di uccidere e nello stesso tempo di dipingere con così tanta tenerezza. La sua breve vita è stata piena di violenza, di piaceri illeciti, di scandalo, e di mistero – il personaggio storico ideale come base di un moderno giallo / thriller.
Allora, dove ho iniziato il libro? Alla fine della vita di Caravaggio, non all’inizio. Nella parte finale, quando abbiamo pietà per questo gigante caduto in disgrazia.
Inoltre – essendo una grande appassionata di cinema – le opere di Caravaggio si rivolgono a me perché sono così “cinematografiche” e la loro luce ha una qualità visiva che supera quella di qualsiasi altro pittore. Scegli qualsiasi quadro di Caravaggio e hai tutta una storia, una storia sulla tela.

Raccontaci qualcosa dei tuoi protagonisti.

I principali protagonisti sono i mercanti d’arte- non posso dire troppo o se no rovino il romanzo per i lettori! – Ma The Caravaggio Conspiracy è uno studio su come l’avidità e la rivalità facciano emergere la cattiveria da questi uomini. Coinvolto nel vortice c’è Luca Meriss, un presunto discendente innocente di Caravaggio.
Come il libro continua il lettore entra nella trama e scopre che ogni personaggio ha qualcosa da nascondere – o da guadagnare – nella ricerca dei dipinti mancanti. Solo Gil Eckhart – l’eroe – mantiene il suo codice morale per un rapporto di lealtà con un vecchio amico. Ma gli costerà caro.

Il libro parte dal periodo in cui visse Caravaggio, fino al presente mercato dell’arte contemporanea del 21 ° secolo, nei paesi di tutto il mondo. E ovunque ci sono omicidi, o la memoria della morte, e ognuno è commesso per amore dell’arte.

Due dipinti, Natività con i Santi Lorenzo e Francesco d’Assisi e il Ritratto di Fillide Melandroni, sono importanti nel corso della storia. Due dipinti perduti. Raccontaci la loro storia.

L’eroe, Gil Eckhart, si impegna a risolvere un orribile duplice omicidio, un paio di omicidi del passato, ed il mistero di due capolavori di Caravaggio perduti – uno rubato negli anni ‘60 e l’altro scomparso nella Germania nazista durante la Seconda Guerra Mondiale.
Il primo, La Natività di San Lorenzo e di San Francesco, è stato un lavoro notevole appeso per più di trecentocinquanta anni sopra l’altare nell’Oratorio di San Lorenzo a Palermo, in Sicilia. Ma una notte, nel 1969, è stato tagliato dalla sua cornice e rubato. Nessuno sa con certezza che cosa ne sia stato – è stato rubato su ordinazione? distrutto? E’ stato – come si mormora – rubato e successivamente distrutto dai maiali?
O esiste ancora? Se è così, Gil Eckhart deve trovarlo. Proprio come ha fatto per trovare il Ritratto di Fillide Melandroni – la più bella e amorale puttana di Roma.
The Caravaggio Conspiracy si sposta in tutto il mondo – da Londra, a New York, da Berlino a Nuova Delhi – sulle tracce dei dipinti scomparsi. E più vicino si arriva al loro ritrovamento, e più gli omicidi aumentano.

Quanto tempo hai messo a scrivere Cospirazione Caravaggio?

Di solito a scrivere un libro ci impiego nove mesi, tre per la ricerca e la pianificazione, sei per la scrittura, ma poiché sapevo già molto di Caravaggio questo romanzo è stato completato in sette mesi.

Il mondo artistico, con galleristi, antiquari, collezionisti, è davvero così? Fa davvero paura!

I cattivi ci sono ovunque! Naturalmente la maggior parte dei commercianti d’arte sono rispettabili e conducono una vita ammirevole, ma dove ci sono i soldi – un sacco di soldi – e molte reputazioni da proteggere, c’è a volte il crimine. Fino a 3 miliardi di dollari di oggetti artistici e manufatti vengono rubati ogni anno in tutto il mondo. Alcuni dipinti vengono rubati su ordinazione, da collezionisti senza scrupoli, altri contraffatti e spacciati per autentici. C’è un detto: ‘Corot dipinse 400 quadri. 1000 sono in America ‘.
Naturalmente ciò che scrivo è finzione, così alcuni dei personaggi presentano il lato peggiore della natura umana. Ma c’è sempre un eroe che bilancia!

Ti capita mai di usare le tue paure personali o le tue esperienze nelle tue storie?

No. Voglio esplorare l’ignoto, non ciò che mi è noto.

Cosa ti è piaciuto di più nello scrivere il libro?

Una scusa per scrivere su Caravaggio! Per trasmettere, spero, parte della mia ammirazione e del mio entusiasmo al lettore. Ci sono state molte brillanti biografie scritte su di lui, ma mi piace pensare che lui si sarebbe divertito moltissimo ad essere riportato in vita in un thriller!

Progetti di film dal tuo libro?

Non ancora…

Cosa stai leggendo al momento? Può dirci il nome di qualche thriller di esordio britannico, davvero brillante e interessante?

Al momento sto facendo ricerche sul mio nuovo libro e ho di che tenermi occupata, così purtroppo devo ancora recuperare il ritardo sugli ultimi thriller d’esordio! Ma mi sento di raccomandare lo scrittore britannico Nicci French (n. d. t. pseudonimo di due giornalisti londinesi, Nicci Gerrard e Sean French), e anche un libro intitolato Alex: Book Two of the Brigade Criminelle Trilogy di Pierre Lemaitre e Frank Wynne

Com’è il tuo rapporto con i lettori? Come possono mettersi in contatto con te?

I miei lettori sono una gioia e accolgo ogni richiesta di contatto. Gli scrittori lavorano in solitudine. Scriviamo, finiamo il libro, che poi va fuori nel mondo. Non siamo attori che possono vedere il pubblico applaudire o sbadigliare! Per questo un feedback è così importante per noi.
Chiunque è il benvenuto, può raggiungermi su Facebook – http://www.facebook.com/alexconnorwriter. O tramite i miei siti web – http://www.alexandra-connor.com o http://www.alexconnorthrillers.com. Oppure mi può seguire su Twitter – @alexconnorwrite. Io sinceramente amo moltissimo che i miei lettori si mettano in contatto con me.
Continuerò a scrivere finchè loro continueranno a leggermi.

Infine, per concludere l’ultima domanda: ora a cosa stai lavorando?

Sto lavorando a un libro sul pittore francese, Gericault. E – sono molto entusiasta di questo progetto – un romanzo su Artemisia Gentileschi e il circolo in cui è nata. Suo padre era il famoso Orazio Gentileschi e il suo migliore amico? Caravaggio.
Vedete, tutte le strade portano al re dei pittori.

Liberi di scrivere recensisce Cospirazione Carvaggio: qui

[Ringraziamo l’autrice per le immagini dei suoi due quadri].

:: Maria Viani e la ombre del ’68, di Maria Teresa Valle (Fratelli Frilli Editore, 2016) a cura di Micol Borzatta

6 Maggio 2016 by
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Maria Viani è a Genova per seguire i corsi all’università di medicina. Per non dover fare la pendolare a orari impossibili decide di dividere le spese con una ragazza. La sua coinquilina è Elisabetta, una ragazza che studia scienze politiche e che è coinvolta molto attivamente nelle rivolte studentesche dell’epoca.
Un giorno, dopo che durante una manifestazione un poliziotto viene ferito, Elisabetta dice a maria che va via con degli amici per tre giorni, ma dopo un mese non è ancora tornata e non si è nemmeno fatta sentire.
Maria inizia a essere preoccupata e grazie all’aiuto di un suo amico poliziotto e del fratello di Elisabetta inizia a indagare su quanto accaduto all’amica.
Un romanzo davvero spettacolare che sa come tenere il lettore con il fiato sospeso e soprattutto trasportarlo nella dura realtà del ’68 italiano. Le rivolte studentesche e le lotte di classe sono descritte molto dettagliatamente, sia per quanto riguarda lo sviluppo, quindi la parte materiale e concreta come le manifestazioni, la preparazione dei cartelli, le gesta dei partecipanti, che per quanto riguarda tutta la parte astratta, quindi le emozioni che si accavallano e alternano negli animi del popolo, i pensieri degli studenti che gli operai, i dolori e le disillusioni, lo stato d’animo dei cellerini, che pur dovendo eseguire obbligatoriamente gli ordini, alcuni di loro hanno una battaglia interiore continua perché contrari ai metodi che sono costretti a usare.
Una realtà che purtroppo fa parte del nostro passato e che purtroppo a causato molti danni e problemi e che solo le vecchie generazioni hanno ben presente e conoscono fino in fondo, ma che in realtà dovremmo conoscere tutti e non solo come ci viene raccontato dalle istituzioni, ma dovremmo conoscere realmente i fatti, conoscere realmente cosa spingeva le persone a rivoltarsi e imparare dal loro coraggio.
Un romanzo che sa unire storia e fantasia in maniera impeccabile, trattando argomenti molto importanti e pesanti con serenità e con uno stile narrativo leggero così che possa essere accolto da tutti.

Maria Teresa Valle nasce a Varazze (SV). Laureata in scienze biologiche ha iniziato a lavorare come Dirigente Biologa all’Ospedale San Martino di Genova. Attualmente fa la nonna.
Ha già pubblicato nel 2008 La morte torna a settembre, nel 2009 Le tracce del lupo, nel 2010 Le trame della seta. Delitti al tempo di Andrea Doria, nel 2012 L’eredità di zia Evelina. Delitti nelle langhe, nel 2013 Il conto da pagare, nel 2014 La guaritrice. Piccoli sospetti e nel 2015 Burrasca. Delitto al liceo Chiabrera.
Ha inoltre vinto il 36° premio Gran Giallo della città di Cattolica con il racconto Apro gli occhi.

Source: libro inviato dall’editore al recensore, ringraziamo l’Ufficio Stampa Fratelli Frilli Editore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Intervista a Roberto Carboni per “Agenzia Bonetti (e Bruno). Investigazioni Bologna”, a cura di Irma Loredana Galgano

5 Maggio 2016 by

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Con Agenzia Bonetti presenta ai suoi lettori Walther, un investigatore privato in bilico tra un cinico che dalla vita non si aspetta nulla e un sognatore che ha ancora voglia di crederci. Cosa vuole raccontare con questo personaggio?

Il povero Bonetti in realtà è un fobico, si trincera dietro falsi atteggiamenti solo per proteggersi. Sembra cinico, appunto, ma poi adora la sua famiglia e quando è solo, in macchina ascolta un cd di Concato. Una parte di lui vorrebbe vivere separato dal mondo (e un po’ lo fa) ma adora anche entrare in contatto con l’umanità, anche se in modo indiretto, investigando.
Perché mentre le personalità ossessive tendono al controllo spesso fine a se stesso, le personalità borderline amano esplorare e conoscere, solo in questo contesto riescono a sentirsi sicure.
Le mie storie hanno molte sfaccettature e Bonetti è solo una faccia del prisma. Poi c’è Petronio – suo fratello – la follia, la sregolatezza, una lunga storia di trattamenti psichiatrici forzati alle spalle. Petronio, troppo sensibile per resistere all’abbandono e alla successiva adozione, ha lasciato in quell’età infantile la propria integrità mentale, de-generando, diventando un caso sociale, schizofrenico, autolesionista, vittima delle proprie pulsioni.
Poi ci sono i ragazzini, pure loro abbandonati, e usati e abusati. E il loro padre alcolizzato, tossico e spacciatore. E il socio del padre, peggio del padre. E gli altri personaggi della Cantina, delinquenti, jazzisti tossicodipendenti pure loro. Ognuno a fare i conti con la propria Ombra.

Anche in questo, come negli altri suoi libri, i protagonisti sono derelitti, tossici, borderline… scavare nel torbido è per lei un modo per cercare di capire più a fondo la società contemporanea?

O forse capire me stesso, innanzitutto, e di conseguenza la società. Scavo dentro di me, cerco di aprire quei cassetti che gli altri in genere cercano di tenere chiusi. Sono attratto dagli stadi Borderline, dalle manifestazioni dell’inconscio. Sono totalmente incapace di giudicare, mi limito a cercare di comprendere. Per questo le mie storie sono così destabilizzanti per il lettore, che si trova di fronte a un racconto che non è né morale né immorale, ma solo a-morale. Cioè appunto privo di giudizio. Così la storia diventa anche uno specchio del lettore stesso. Sarà lui a dover decidere: comprendere o giudicare. Starà a lui stabilire se esiste malvagità o bontà (per me esistono solamente esseri umani). Non scrivo gialli, che suggeriscono sempre una linea morale. Che spiegano cos’è la luce e la inseguono, e naturalmente la raggiungono facendo il bene della società. Tutto questo è utopistico. Io scrivo noir puro, storie di umanità, della nostra società – lei stessa Borderline – pertanto la mia direzione è l’entropia, l’annichilimento, la degenerazione. Il noir è questo, appunto. E io cerco di rappresentarlo fedelmente.

Bologna la Dotta fa da sfondo ai suoi romanzi, ma è una città diversa da quella che si immagina. Lei racconta il volto oscuro di questa città oppure è tutta finzione?

Il lato vero della luna è quello in luce o quello in ombra? È sempre luna, no?
Ieri ero a colloquio con un sindaco per organizzare eventi estivi e ho fatto notare alla signora (si trattava di un sindaco donna) che un quadro nel suo studio mi ricordava La casa dalle finestre che ridono, e un altro Profondo rosso, e le ho spiegato il perché. Improvvisamente lei ha provato timore verso le due opere d’arte. Eppure le aveva in studio da anni e ne era affezionata. Però ne aveva sempre colto gli aspetti luminosi, mai quelli bui. I quadri non sono cambiati, è mutata la sua percezione. Ecco, il mio lavoro di portatore sano di angoscia è esattamente questo, mostrare i lati bui, quelli perfettamente possibili, che appartengono alla nostra società e che potrebbero investirci in qualsiasi momento, sconvolgendo le nostre esistenze.

I suoi lettori possono sperare in nuove avventure investigative di Walther Bonetti oppure ha in mente altri progetti editoriali?

A dire il vero ho già terminato altri due romanzi senza Bonetti, e ne sto scrivendo altri due sempre autonomi. Pertanto di Bonetti e Petronio non c’è traccia almeno per i prossimi quattro romanzi. Poi… chi lo sa, sono totalmente imprevedibile, perfino per me stesso.
Di solito non amo i seguiti o i personaggi eroi, perché in questo caso mi sentirei vincolato. L’eroe per esempio vince sempre e non muore mai, mentre nelle mie storie voglio che possa accadere qualsiasi cosa. Desidero che il lettore non sappia mai cosa potrebbe succedere. Togliere qualsiasi paletto di riferimento. La storia diventa così un immenso mondo buio che illuminiamo un metro alla volta, pagina dopo pagina. Sappiamo tutti che il buio è il mostro più grande, perché contiene tutte le nostre paure e ci fa ritornare bambini, e quindi vivi, sognatori, un po’ pazzi. Ecco, se so di avere regalato un po’ di questo al lettore, allora sento di aver fatto il mio stranissimo dovere.

:: È arrivato tolino vision 3HD, ora vi dico cosa ne penso

3 Maggio 2016 by

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Mi hanno contattato dall’ufficio stampa Ibs e mi hanno detto: hai voglia di recensire un eReader, un tolino vision 3HD, nuovo nuovo appena arrivato sul mercato? Un fiore all’occhiello, se vogliano, della categoria. E io ho detto: perché no? Non sono un’ esperta di congegni elettronici per cui vi dirò le mie impressioni da profana, che pensa che una cosa è buona se funziona. Non lo paragono ad altri dispositivi, perché in vita mia ho giusto potuto vedere da vicino un Kobo, e niente altro.
Allora facendo una rapida ricerca è progettato e realizzato da Deutsche Telekom, sana tecnologia tedesca, e come diceva mio nonno loro i congegni li sanno fare, per cui già questo basta a farmi pensare che sia robusto, affidabile, e che non si rompa appena lo guardi. Si vive di preconcetti, ma a dire il vero mio nonno si è sbagliato poche volte.
La prima cosa che salta agli occhi è la forma gradevole, con gli angoli arrotondati, è un oggetto bello, e soprattutto è leggero, pesa solo 174 grammi, io non ho una mano grandissima, essendo una ragazza di ossatura piuttosto esile (siamo o non siamo noi donne a leggere di più?), ma agevolmente lo tengo in una sola mano e considerato che basta un tocco sul retro per voltare le pagine, gli esperti lo chiamano Tap2Flip, è sicuramente facile da utilizzare.
Si accende con un tastino sulla sinistra, nel bordo superiore, e la prima cosa che si nota è che è in bianco e nero (o meglio in tante sfumature di grigio). Sulla destra in alto c’è un altro tastino per l’illuminazione. Si può mettere o togliere, la luce risulta, calda e avvolgente, per il tempo che l’ho utilizzato non mi ha stancato la vista. L’alta risoluzione dei caratteri è piacevole, non ci sono sbavature, lo schermo risulta pulito.
E’ resistente all’acqua, Water Protection by HZO, attenzione l’acqua dolce, fino a un metro di profondità e per 30 minuti. Se entra in contatto con acqua salata o altri liquidi sciacquare subito e fare asciugare. Quindi forse non è tanto consigliato portarlo in spiaggia, anche se sinceramente non credo esistano ancora sul mercato dispositivi resistenti all’acqua salata di mare. Lo schermo è composto da un vetro a filo, almeno non si possono depositare né granelli di polvere né di sabbia. E’ ultrapiatto 163 x 114 x 8,1 mm.
Caratteristica che ho molto apprezzato è che è in dotazione di un sistema aperto, ovvero gli ebook potete acquistarli dove volete, potete leggere Epub, PDF (con e senza DRM), e TXT, tranne ovviamente Mobi, per ovvi motivi di concorrenza con Amazon, e lì dovrete cambiare il formato. Ma se siete esperti non dovrebbe essere un problema. Naturalmente si può connettere in rete, collegandovi alla vostra rete wireless, per scaricare, salvare e sincronizzare i vostri ebook. Ha 4 GB, più o meno si possono immaganizzare 2000 ebook.
E tasto sensibile il consumo. Questo congegno ha un’ autonomia di diverse settimane. Con il cavo ubs in dotazione lo potete collegare al computer, mentre non è in dotazione il caricabatteria da parete, che dovrete acquistare separatamente.
Che dire, in conclusione, l’esperienza di valutazione è stata piacevole e positiva, se vi capita di acquistarlo, passate a trovarmi e ditemi le vostre impressioni.
In Italia è in vendita da ibs e Libraccio. Costo 159 Euro.

Source: da Ibs, in comodato d’uso, da restituire dopo la valutazione.

:: La stagione del sangue, Samuel Bjørk (Longanesi, 2016)

1 Maggio 2016 by
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Hugo Lang sorrise e con una mano sfiorò lo schermo per accarezzarle una guancia. Si era tanto affezionato e quella prima, quella più giovane con il tatuaggio, da aver pensato che non potesse esistere nulla di meglio, mentre adesso, anche se la conosceva solo da due giorni, si rendeva conto che quest’altra gli piaceva ancora di più. Strano, eppure era così.
Il primo giorno non gli era parsa granché sveglia: non si era resa conto di come dovessero andare le cose. Poi però era arrivato lui, il tizio coperto di piume. Era entrato nella stanza chiusa a chiave, e da allora lei aveva fatto quello che doveva.

Chi ha letto La stagione degli innocenti (Det henger it engel alene i skogen, 2013), romanzo di esordio di Samuel Bjørk, uscito l’anno scorso in Italia per Longanesi, già conosce i personaggi di Holger Munch e Mia Krüger. Lui capo dell’unità investigativa di Mariboes gate, divorziato, barbuto, sovrappeso, cinquantenne amante di enigmi, giochi enigmistici e di scacchi (Una stanga di ferro si trova in un lago. Metà della stanga è sottoterra. Un terzo della stanga è sott’acqua. Otto metri spuntano dalla superficie. Quanto è lunga la stanga?). Lei esile, capelli neri da indiana, occhi azzurri chiarissimi, un passato difficile che cerca di esorcizzare con alcol e psicofarmaci, sempre a un passo dal suicidio, ma con un talento infallibile per decifrare le scene del crimine e sondare le menti criminali (Io credo sia il suo lavoro a farla ammalare).
A unire i loro destini questa volta un nuovo caso, (sono passati solo pochi mesi dai fatti di La stagione degli innocenti) che inizia con il ritrovamento di un cadavere. Così appunto inizia La stagione del sangue, (Uglen, 2015), tradizione letterale del titolo originale “La civetta”. Sempre edito da Longanesi, e tradotto questa volta oltre che da Ingrid Basso, anche da Alessandro Storti.
Siamo in autunno, i primi giorni di ottobre, il fresco sole del sabato inondava il paesaggio circostante con una luce magnifica: tenui raggi sulle foglie d’autunno rosse e gialle che molto presto sarebbero cadute lasciando il posto all’inverno. Tom Petterson, un botanico che lavora all’istituto di biologia dell’Università di Oslo, lascia la vista del fiordo di Oslo (è un fiordo della Norvegia meridionale che si estende per un centinaio di chilometri, sullo Skagerrak) e si inoltra in un bosco sulla punta della penisola di Hurunlander. In una radura trova il corpo senza vita di un’ adolescente. La particolarità del ritrovamento consiste nella messinscena organizzata dall’assassino che fa pensare a un rito sacrificale di qualche strampalato culto satanico.
La ragazza, magrissima quasi scheletrica, con una parrucca in testa giace nuda con gli occhi spalancati in un letto di piume. Con un giglio bianco in bocca. Intorno a lei, candele disposte a formare un pentacolo, una stella a cinque punte, un simbolo magico. Occultismo. Satanismo. Ma la cosa davvero strana è che dal referto autoptico risulta che lo stomaco è pieno di mangime per animali. Da qui la magrezza. La ragazza è stata imprigionata, seviziata dalla sua scomparsa tre mesi prima da un centro per ragazzi problematici. Si chiamava Camilla Green.
Holger Munch capisce al volo che c’è un’unica strada per cercare di decifrare la scena del crimine e catturare l’assassino, avvalersi dell’aiuto di Mia Krüger, giudicata instabile e estromessa dalla squadra. Holger Munch non è uno che lecca il culo a nessuno, ma per riaverla e pronto a farlo convincendo il suo capo che non c’è altra scelta. Così Mia più o meno ufficiosamente torna al lavoro. Tra interrogatori, false piste, antropologi radiati dall’università, e direttori di musei di storia naturale a cui hanno rubato un’ intera sezione del museo, i passi avanti non sono molti, finchè un hacker amico di Gabriel, uno dei membri più giovani della squadra, non scopre nei meandri più oscuri di Internet un video, e pur non amando le forze dell’ordine, lo consegna alla polizia. E allora sì, finalmente le nebbie si diradano e la chiave del mistero è nelle loro mani.
La stagione del sangue è dunque certamente un poliziesco all’altezza del precedente. Oscuro, realistico, per certi versi anche splatter, sebbene non è la paura di un horror la sensazione principale che riesce a trasmettere. Diviso in nove parti, suddivise in capitolo molto brevi, il romanzo è senza dubbio capace di tenere desta l’attenzione del lettore con un intreccio sì complesso, ma non confuso e sicuramente non banale. La parte che ho apprezzato di più è sicuramente la descrizione della vita dei giovani di Oslo, tra pub e locali dove l’alcol scorre a fiumi, associazioni animaliste, cortei contro il potere dello Stato, e un’avversione endemica per il “sistema”.
La Norvegia di Samuel Bjørk è sicuramente diversa da quella che vediamo nei depliant turistici. Proliferano le sette, e le associazioni esoteriche, l’ Ordo Templis Orientis, i massoni, il satanismo. In Norvegia. Oggi. Vivi e vegeti. Su internet si organizzano live feed, i giovani hacker sono attivissimi, (e non sono tutti white hat) la branca norvegese delle associazioni animaliste organizzano veri atti di guerriglia contro le persone o le aziende che maltrattano gli animali, i professori universitari vengono radiati per l’uso della marijuana. Insomma è una società molto vivace e per nulla statica. Interessante nei suoi intrecci tra il “sistema” (non è in parlamento che si decidono le cose) e i giovani ribelli che ad esso vogliono sfuggire.
Il quadro generale penso di averlo fatto, spero di non aver parlato troppo della trama, ma ho cercato di essere criptica il più possibile pur dandovi un’ idea della storia. Buona lettura.

Samuel Bjørk è lo pseudonimo di Frode Sander Øien, poliedrico artista norvegese. Autore di pièce teatrali, musicista e cantautore, ha tradotto alcune delle opere di Shakespeare. Vive a Oslo.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Tommaso dell’Ufficio Stampa Longanesi.

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:: Cospirazione Caravaggio, Alex Connor (Newton Compton, 2016)

30 aprile 2016 by
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Se amate i thriller ambientati nel mondo dell’arte internazionale certo conoscerete il nome di Alex Connor, artista di Brighton specializzata in romanzi storici, classe (beh questo è un mistero, ma si sa a certe signore non si chiede l’età, piccola vanità). Nel 2011 la Connor esordì con il thriller Il segreto di Rembrandt, (che uscì in Italia con Mondadori per la traduzione di Teresa Albanese) un notevole successo (c’era ancora l’eco del successo de Il Codice da Vinci a fare da traino), e da quel momento non ha più smesso a scrivere thriller in cui una cospirazione del passato continua nel presente con i quadri e il mondo degli antiquari come protagonisti. Da allora infatti ha scritto The Other Rembrandt, Legacy of Blood, The Hogarth Cospiracy, Memory of Bones, Isle of the Dead, e nel 2014 finalmente Caravaggio Cospiracy, il libro che oggi pubblica in Italia Newton Compton e io ho avuto modo di leggere. Segue un altro titolo, l’ultimo, The Bosch Deception, ancora inedito da noi.
Cospirazione Caravaggio (The Caravaggio Cospiracy, 2014) pubblicato in Gran Bretagna da Quercus Editions,  arriva da noi nella traduzione di Marta Lanfranco e non ci vuole un profeta dell’Antico Testamento per supporre che sarà uno dei titoli di punta di questa tarda primavera della Newton. Se amate il genere, se vi appassionano gli intrighi all’ombra di blindatissime gallerie d’arte, se vi piace vagabondare tra New York, Londra e Berlino per poi finire nelle Catacombe di Palermo in cerca di quadri scomparsi, trafugati, dati per distrutti, dal valore inestimabile, è il libro che fa per voi. Avrete modo leggendolo di respirare l’aria del mondo che ruota intorno all’arte internazionale, tra casseforti e caveau, collezionisti, galleristi, e i loro assistenti, autisti, segretari. Un mondo dove il delitto sembra frequente, o almeno lo è qui estremizzato per esigenze narrative. Ma anche nella realtà non penso si scherzi.

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Natività – Caravaggio, 1600? 1609?

Al centro del romanzo due quadri del Caravaggio Natività con i santi Lorenzo e Francesco d’Assisi e il Ritratto di Fillide Melandroni, amante e musa del pittore. Il primo, il più prezioso, fu rubato nel 1969 dall’Oratorio di San Lorenzo a Palermo, presumibilmente dalla Mafia, un pentito si dichiarò artefice del furto e del fatto che si rovinò irreparabilmente tanto da far piangere il mandante. Comunque continua a essere nella lista dei capolavori più ricercati dalle polizie di tutto il mondo. Il secondo, meglio noto col nome di Ritratto di Cortigiana, anche lui perduto, ha una storia forse più certa, risulta andato distrutto, con altre opere del Caravaggio, a Berlino durante la Seconda Guerra Mondiale nell’incendio della Flakturm Friedrichshain.
Il romanzo parte dal presupposto che le cose non siano andate proprio così, e che i quadri esistano ancora e in tutto il romanzo si assisterà ai maneggi, ai veri e propri raggiri, per riuscire a ritrovarli e impossessarsene. Tra false autenticazioni, persone che si dichiarano discendenti di Caravaggio, galleristi uniti in associazioni dedite a traffici illeciti simili a sette, e naturalmente la strada sarà costellata di morti, uccisi nei modi più efferati.

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Ritratto di Cortigiana – Caravaggio, 1597

Il romanzo inizia con il ritrovamento dei cadaveri di due galleristi londinesi, i gemelli Sebastian e Benjamin Weir, strangolati e legati nudi, con i genitali martoriati da una sparachiodi, con colla di coniglio in bocca, e gli scalpi scambiati. A ritrovarli il gallerista e collega Jacob Levens, che subito chiama ad indagare un vecchio amico, Gil Eckhart, fisico da pugile e una laurea in Beni culturali, protagonista se vogliamo del romanzo.
Eckhart, un passato da investigatore, esita a farsi coinvolgere. Ha cambiato del tutto vita, ora ha un famiglia, una moglie, Bette, prossima al parto, un lavoro tranquillo, aiuta nelle ricerche gli scrittori di romanzi. Ma l’amicizia e la riconoscenza sono importanti, per cui accetta di tornare in pista. Anche se vogliamo c’è un’altra ragione ha farlo tentennare. Diversi anni prima a Berlino, il suo ultimo caso era per certi versi identico a quello, due galleristi, questa volta marito e moglie, uccisi allo stesso modo. E la donna di quel duplice delitto era proprio la sorella di Jacob Levens. Coincidenze? Gil Eckhart non crede, anzi vede la stessa mano e un legame molto stretto con Jacob Levens. Poi perché i due gemelli non hanno segni di aver lottato o cercato di difendersi? A questa domanda darà una risposta il medico che effettuerà l’autopsia. Fatto che ancora di più collega con il duplice omicidio di sette anni prima, periodo nefasto per Eckhart che coincise con la morte di sua moglie, in un apparente incidente.
Poi un blogger annuncia sul suo sito di essere l’ultimo discendente di Caravaggio e della sua amante Fillide Melandroni di avere le prove e di sapere dove sono i due quadri scomparsi. E’ l’inizio di una caccia spietata, con nuovi morti, tutti collegati a una diabolica cospirazione, che solo Gil Eckhart può sventare, fino a rischiare anche lui la vita in un doppio finale che lascia sconcertati, per quanto sia ampiamente credibile e coerente con la storia.
Oltre al presente, corre parallelo anche il passato, con un’altra cospirazione che vede coinvolto Caravaggio stesso, con brevi capitoli che inframmezzano la narrazione, e hanno proprio lui come protagonista. Come finì per Caravaggio si sa, mori di febbre il 18 luglio del 1610, a Porto Empedocle in Toscana. La grazia da Roma, insomma arrivò troppo tardi, come l’ordine di uccidere Caravaggio non fu portato a termine.
Insomma fuoco alle polveri, come dicevano i bucanieri. Buona lettura.

Liberi di scrivere intervista Alex Connor: qui

Alex Connor è autrice di molti thriller e romanzi storici, perlopiù ambientati nel mondo dell’arte, tutti bestseller e in cima alle classifiche di vendita. Lei stessa è un’artista e vive a Brighton. Per saperne di più: www.alexconnorthrillers.com

Source: libro inviato dall’ editore, ringraziamo Antonella dell’Ufficio Stampa Newton Compton.

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:: L’edizione 2016 del Salone Internazionale del Libro di Torino, a cura di Elena Romanello

29 aprile 2016 by

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Ormai è ufficiale: dal 12 al 16 maggio torna al Lingotto l’edizione 2016 del Salone del libro, la più importante fiera libraria italiana e una delle più importanti a livello europeo, dopo mesi di illazioni e con la doccia fredda che questo sarà l’ultimo anno con il Padiglione 5, che è stato venduto all’8 Gallery e verrà destinato ad altri usi rispetto a quelli culturali dell’evento.
Ma occorre pensare al momento contingente: tornano tutti gli editori e gli spazi già confermati, e la prima novità riguarda il Paese ospite, non più un Paese in senso lato, ma un insieme di culture, quelle del mondo arabo, lacerate tra desiderio di modernità e democrazia e rigurgiti integralisti e totalitari. Tra gli ospiti di queste culture in espansione ci sono il direttore del Museo del Bardo Moncef Ben Moussa, lo scrittore ormai di casa al Salone Tahar Ben Jelloun, la saggista egiziana Ahdaf Soueif, la docente di studi arabi May Telmissany, gli autori di fumetti Magdy El Shafee e Muhammad Shennawi, ma anche riflessioni sull’Islam con Franco Cardini, Maurizio Molinari e Lilli Gruber.
Gli ospiti internazionali non si esauriscono qui: ci sono anche il premio Nobel per la pace Shirin Ebadi, sempre da un Paese di cultura islamica, l’Iran, Antoine Leris, che ha commosso il mondo con il suo Non avrete il mio odio sulla strage del Bataclan in cui ha perso la moglie, la giapponese Marie Kondo con la sua arte del mettere in ordine, Michael Cunningham, Muriel Barbéry, Amitav Ghosh, Jeffrey Deaver e Clara Sanchéz.
Ma anche i nomi italiani sono interessanti, ci sono habitué e nuovi arrivi, con Claudio Magris, Erri de Luca, Romana Petri, Antonio Scurati, Roberto Saviano, Walter Veltroni, Chiara Gamberale, Dacia Maraini, Massimo Gramellini, Simonetta Agnello Hornby, Paola Mastrocola, Corrado Augias, Massimo Carlotto, Mariapia Veladiano. La Regione ospite d’onore è la Puglia, con appuntamenti con Checco Zalone, sul centenario della nascita di Aldo Moro e sul nuovo MATA, il Museo archeologico di Taranto, che racconta l’epoca irripetibile della Magna Grecia.
Non manca il Bookstock Village, ancora nel quinto padiglione e purtroppo per l’ultimo anno: si parlerà di migrazioni, realtà virtuale, bullismo, ma anche del centenario della nascita di Road Dahl, con molti ospiti, con nomi quali l’immancabile Licia Troisi, ma anche Fabio Geda, Michela Marzano, Samanta Cristoforetti, Sergio Staino, Silver, Zerocalcare, Leo Ortolani, il direttore del Museo Egizio Christian Greco e Karim Franceschi, l’unico italiano che ha combattuto con i curdi contro l’Isis per liberare Kobane.
Il programma completo, con anche gli eventi del Salone Off, che interessa tutta Torino e vari Comuni della Città metropolitana, è nel sito http://www.salonelibro.it

:: 2016 Edgar Allan Poe Awards: i vincitori

29 aprile 2016 by

Mystery Writers of America is proud to announce, as we celebrate the 207th anniversary of the birth of Edgar Allan Poe, the Nominees for the 2016 Edgar Allan Poe Awards, honoring the best in mystery fiction, non-fiction and television published or produced in 2015. The Edgar® Awards will be presented to the winners at our 70th Gala Banquet, April 28, 2016 at the Grand Hyatt Hotel, New York City.

Rullo di tamburi, ecco l’annuncio ufficiale. Siete curiosi? L’Edgar è forse il premio più importante e interessante per gli amanti della Mystery fiction. Quest’anno c’erano diversi libri che conoscevo, per cui è stato anche più interessante seguire la premiazione. Megan Abbott non ha vinto con il suo “The Little Man” per la categoria racconti, piccola delusione, ma in compenso ha vinto King con il suo “Obits” – tratto da Bazaar of Bad Dreams, quindi non dite che King è un autore trascurato, snobbato dalla critica e gne gne, vince, vince sempre fuori e dentro le classifiche, e a proposito sto leggendo il suo libro e riserva davvero molte sorprese. Nella categoria miglior romanzo, haimè non vince Duane Swierczynski con il suo Canary (non ho proprio azzeccato un pronostico) ma Let Me Die in His Footsteps di Lori Roy. Ma bando alle ciance, andiamo alla lista completa dei premiati:

Best Novel
Let Me Die in His Footsteps by Lori Roy (Penguin Random House – Dutton)

Best First Novel
The Sympathizer by Viet Thanh Nguyen (Grove Atlantic – Grove Press)

Best Paperback Original
The Long and Faraway Gone by Lou Berney (HarperCollins Publishers – William Morrow) Leggi il seguito di questo post »

:: La Forma Fragile Del silenzio, di Fabio Ivan Pigola (Edizioni della Sera, 2016) a cura di Gabriella Volpini

28 aprile 2016 by
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Ho un figlio di quindici anni, al quale una cugina insegnante consiglia le letture. E’ stata lei a segnalarmi questo romanzo. “Pensa al Giovane Holden” mi dice, “ma più verosimile. Cioè gli togli i lunghi monologhi e gli innesti l’umorismo“. Il mondo che disegna l’autore, infatti, è un mondo di cui l’intima fragilità splende anche di fronte alla durezza degli uomini.

«Nel mio mondo di mali inferiori, non faccio in tempo a trovare le risposte che già cambiano le domande. L’ultima l’ho sentita gridare a vocali stracciate da Tea, mia sorella, ed era una sola parola: perché. Con i perché riempi l’infanzia, o spezzi la vita agli adulti».

Il protagonista del romanzo ha sedici anni, un mattino scopre che l’udito si riduce e non c’è modo di tornare indietro. Allora che fa? Si adopera per vedere la perdita di uno dei sensi non come una tragedia ma come un cambio d’uso. Sullo sfondo ci sono interni familiari e uno splendido lirismo urbano, situazioni plausibili e una scrittura così bella da mettere in imbarazzo. Su tutto pesa la consapevolezza che i suoni spariranno, eppure non c’è traccia di resa. C’è piuttosto la robusta volontà di trasformare il guaio in qualcosa che guaio non è. E poi la scuola, gli amici, la chitarra, i dispetti, la solitudine, la scoperta dell’amore, consegnate senza stereotipi, senza addobbi e inutili dettagli, perché il dettaglio lo mette la fantasia del lettore catturato in una grande storia. Una storia di conoscenza e di ricerca interiore del sé attraverso un handicap che non è dolore, ma forza ribelle.

Storie di dolore ne leggiamo ogni due per tre, storie di zucchero per aspiranti diabetici anche; qui invece è tutto diverso, nuovo, visto con uno sguardo chiaro e pulito, che porta con sé i suoni insieme ai colori, alle sensazioni, all’animo degli uomini. Ho dato il libro a mio figlio che all’inizio non voleva saperne. “Hai una band,” gli ho detto, “anche qui ce n’è una” e forse un po’ l’ho incuriosito. Mentre leggeva ho pensato a Ingmar Bergman, al senso della felicità presente nei suoi primi lavori da regista. L’allegria si muoveva tra disastri e conflitti, e case calde e accoglienti sembravano dire che la felicità si può portare addosso anche in mezzo al nulla, e ricordarla, registrarla, per non perderla mai. L’adolescenza è l’età in cui lo scopri davvero, per quanto complessi ed ambigui possano essere i rapporti con gli adulti (nel libro non mancano confronti, imbarazzi, metafore esilaranti e sonore pernacchie). Ebbene, nonostante ciò, la loro scoperta nell’opera di Pigola non è cupa né grave. La vicenda ha i toni di un’alba, perché fino a quando credi in un sogno il giorno è tutto da vivere, gli occhi hanno sguardi di stupore e mai di congedo.
A fine lettura, mio figlio è venuto a cercarmi. “Mamma” ha detto, “è bello come un film“. Poi mi ha abbracciata. L’ho stretto forte e lui ha ricambiato, dandomi tutta la forza che non so mai di avere. Con la mente cono andata a pagina 82:
«L’abbraccio è un nodo che stringi a braccia intorno alla vita di una persona, è un dialogo di cuori che battono l’uno nel petto dell’altro, è uno scambio di protezione dato coi visceri, di muscolo. L’abbraccio è quando cadi dal mondo e qualcuno ti tiene saldo sui piedi, fermando l’equilibrio sul sentimento (…). Per questo la Terra è una sfera bislunga, con milioni di nuvole per la testa: molti l’hanno abbracciata sul serio. L’abbondanza di falsi non l’ha ingannata né scalfita, si è lasciata plasmare dalla verità. Con un abbraccio puoi esprimere il trionfo o gettarti tranquillo nel sonno, là dove gli incubi sono vinti dall’unione, perché la paura è codarda e teme chi la affronta in maggioranza». 

Ci sono romanzi che cambiano la vita. Questo è uno dei pochi.

Fabio Ivan Pigola a Milano, è responsabile di “kultural.eu” e ghost writer letterario. Studioso di scienze sociali, politiche e storiche, ha pubblicato i saggi Emancipazione della Ragione (Eclettica Edizioni, 2015), e Lo Spazio Spirituale (Solfanelli, 2015).

Source: acquisto del lettore, dopo segnalazione dell’insegnante.

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:: Tumbas. Tombe di poeti e pensatori, Cees Nootboom, (Iperborea, 2016), a cura di Viviana Filippini

28 aprile 2016 by
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«La maggior parte dei morti tace. Per i poeti non è così. I poeti continuano a parlare». Questo è uno degli insegnamenti di Tumbas. Tombe di poeti e pensatori, scritto dall’olandese Cees Nooteboom e pubblicato in Italia da Iperborea. Il libro dello scrittore olandese è una sorta di lungo pellegrinaggio alla scoperta e al mantenimento vivo della memoria di poeti, scrittori e pensatori di diverse epoche storiche, attraverso la visita alle loro sepolture. Quello che Tumbas consente a noi lettori, è di esplorare attraverso l’esperienza personale dell’autore i luoghi di sepoltura delle personalità letterarie e culturali, narrate nelle pagine del libro. Le lapidi che lo scrittore incontra sul suo cammino non solo portano all’occhio di chi legge i dati anagrafici dell’intellettuale sepolto, ma le parole su di esse incise aiutano a conoscere lo scrittore defunto e un po’ di quello che fece in vita. Queste pietre sepolcrali sono come dei libri che Nooteboom “sfoglia”, per portarci a leggere e conoscere la tomba di Marcel Proust al Père Laschaise, o a camminare nella verde natura dell’isola di Samoa per visitare la tomba di R.L. Stevenson. Solitaria e raminga è la tomba di Italo Calvino, mentre quella di Leopardi è lì da secoli su una collinetta sopra Napoli. Tumbas parte dalle sepolture fisiche di questi uomini e donne di cultura, che l’autore stesso è andato a cercare, girando per il mondo. Ogni sepoltura, visitata e raccontata, trascina i lettori dentro gli universi intellettuali di persone che con il loro lavoro di penna, lettere e carta hanno influenzato e, in certi casi, cambiato la cultura e la società. Quello che emerge non è solo la scoperta dei luoghi, dove persone come Melville, Ezra Puond, Gregory Corso, Nabokov o Shelley e Keats sono sepolti. Il percorso compiuto da Cees Nooteboom è quello che permette a questi defunti letterati di rivivere non solo nei loro testi (poesie, romanzi, saggi scritti), ma anche nel ricordo di chi volendo, dopo la lettura del libro, potrebbe andare a rendere loro omaggio. L’autore non si limita a mostrarci e indicarci dove i sepolcri si trovano. No. Ogni tomba visitata scatena nello scrittore olandese pensieri, riflessioni e ed emozioni che ci fanno capire quanto importati sono stati per lui questi intellettuali. I corpi fisici dei tanti scrittori raggruppati nel libro di Nooteboom oggi non ci son più, ma la loro memoria rivive nelle loro eterne case di pietra e nelle opere che li hanno consacrati nella grande memoria del mondo. Tumbas di Cees Nooteboom è un libro che ci stuzzica ad andare a rileggere i testi dei vari scrittori protagonisti ma, allo stesso tempo, ci invita a mantenere viva la foscoliana corrispondenza di amorosi sensi con coloro che abbiamo amato o incontrato nel nostro cammino di vita. Intense e molto funzionali alla resa del libro e alla sua efficacia sono le foto fatte alle tombe da Simone Sassen. Traduzione Fulvio Ferrari.

Cees Nooteboom autore di romanzi, poesie, saggi e libri di viaggio, è ritenuto «una delle voci più alte nel coro degli autori contemporanei» (The New York Times), tradotto in più di trenta paesi e insignito di numerosi premi letterari, paragonato dalla critica a Borges, Calvino e Nabokov. Nato all’Aia ed eterno viaggiatore, si è rivelato a soli ventidue anni con Philip e gli altri e ha raggiunto il successo internazionale con romanzi come Rituali e Il canto dell’essere e dell’apparire. Tra le ultime sue opere pubblicate da Iperborea, Le volpi vengono di notteAvevo mille vite e ne ho preso una sola e Tumbas.

Source: libro inviato dall’ editore, ringraziamo Francesca dell’Ufficio Stampa Iperborea.

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:: Intervista a Mimmo Oliva e Peppe Sorrentino per “Mi chiamo Thiago”, a cura di Irma Loredana Galgano

28 aprile 2016 by

thiago: Mimmo Oliva

Thiago è un personaggio dalle mille sfaccettature che compie il suo “viaggio” in Sud America. Perché avete scelto delle caratterizzazioni di stile al limite del caotico-confusionario?

Non vi è alcun dubbio che Thiago sia un personaggio dalle tante sfaccettature, e la provocazione del “caotico-confusionario” l’accetto ben volentieri. Noi abbiamo più volte sottolineato delle tante vite che raccontiamo, e nel farlo ci siamo resi conto che ognuna di queste è per forza di cose “non lineare”. Inoltre abbiamo provato a raccontare fenomeni di una società complessa, dove la linearità della trattazione avrebbe prodotto un effetto immedesimazione troppo limitativo. Abbiamo perciò scelto di risolvere la trama in modo decisamente insolito, dal disegno complesso, in modo da provare a sollecitare il lettore, cedendogli in cambio spazi in cui poter ricostruire antefatti, sviluppi, interconnessioni che, in questo modo, non sono presenti nel testo, ma compaiono alla fine della lettura. Proprio perché la struttura narrativa lo consente e, allo stesso modo, lo impone.

«Il viaggio di Thiago è soprattutto un percorso interiore, un percorso circolare di nascita, morte e rinascita.» Thiago lo possiamo metaforicamente vedere come l’incarnazione del “quarto stato”?

Bella domanda. E’ sicuramente un percorso tutto dentro se stessi ma lo sviluppo progressivo di ciò che viene fuori dal libro è quello di una nascita di cui non si può fare a meno (primordiale), una morte presunta e di una rinascita non scontata e che non sempre avviene. Il libro vive molto di metafore e quindi anche questa c’è, sottile a dir la verità e difficile da cogliere se non  a chi ha scritto il libro. Io personalmente mi sono immaginato un “quarto stato” che gira le spalle al Sistema, incurante di tutto, e non il contrario come ci si aspetterebbe. E questo non mi piace.

Nel capitolo Durango si alternano passi che parlano di cattedrali ad altri che narrano di fabbriche. Cosa accomuna e cosa divide queste due “istituzioni” della società moderna?

Durango è il capitolo che in qualche modo  raffigura un mondo, quello del lavoro, che in un certo qual modo, nell’immaginario collettivo, si svolge, o per dirla meglio, si svolgeva nella fabbrica. Alcuni decenni fa la fabbrica era considerato il luogo “del lavoro” per eccellenza, invalicabile per chi ne rimaneva fuori e per questo ambito e ciò che lì dentro succedeva spesso rimaneva un mistero, per omertà spesso ma per ragioni in parte diverse dall’oggi. Potremmo definirle “il grande ventre” che tutto inghiotte. Hanno avuto un destino comune, ma le cattedrali in senso lato sono archetipo del Sistema, e dunque le fabbriche sono state esse stesse cattedrali – è chiaro il richiamo – ed inevitabilmente sono state “dismesse”.

Mi chiamo Thiago è l’esordio narrativo della Polis Sa Edizioni. Qual è la vostra mission?

Riteniamo sia un momento particolare della nostra Storia, intriso di confusione e lotte di vertice che lasciano poco spazio alla vita reale delle persone e alla realizzazione non solo dei bisogni, ma anche delle idee – quelle poche che ci sono in giro – che soggetti “contrari” potrebbero portare in dote. Ma l’esigenza di far uscire le menti dalla clandestinità, valorizzare le eccellenze, è forte e costante. Il tentativo è creare uno spazio comune da poter “abitare” con libertà e magari in un futuro vivere in autonomia. Questa determinazione forte ha fatto sì che nascesse il magazine, il progetto editoriale, la rete diffusa. E’ difficile e complicato ma non proibitivo.

: Peppe Sorrentino

«Mi è pesata la non dimenticanza. Ricordare tutto, nel bene e nel male, attimo per attimo, è un peso insopportabile.» Si sente dire spesso che “gli italiani hanno la memoria corta”. È d’accordo con questa affermazione?

Dico di più: di corto hanno anche la vista. E mi pare pure che queste due caratteristiche, che assumono via via dimensioni sempre più importanti, siano correlate. Ma ho il timore che non sia solo un tratto nazionale.

Cos’è e cosa rappresenta realmente questo “Sistema” che incombe sul protagonista e sulla storia?

Il Sistema è la rappresentanzione incarnata di quelle contraddizioni che portano inesorabilmente al fallimento ogni progetto sociale, il cui primo e più pericoloso effetto è l’omologazione, la costruzione di catene, false verità nelle quali si vincola l’uomo. Necessità passate, presenti e future hanno imposto di costruire società sempre più complesse di individui, ma questa cosa – che stiamo provando a fare da lungo tempo – inevitabilmente, si trasforma in un fallimento: la costruzione, l’oppressione, la crisi economica ed occupazionale, finanche l’inquinamento e la distruzione dell’ecosistema sono alcuni dei fallimenti affrontati dal protagonista in questo suo viaggio a ritroso.

Lo Scuro, Il Biondo, Il Vecchio, Il Sorcio… sono personaggi secondari, ma soprattutto sono simboli. Di cosa?

Innanzitutto, il tratto comune è che i personaggi sono appena accennati nel flusso di memoria che accompagna il protagonista per tutta la durata del viaggio. Solamente uno di loro parla, mentre a tutti gli altri, che incessantemente compaiono, non è attribuito il diritto di parola. Questo perché, con le loro azioni, hanno deciso di essere ingranaggi del “Sistema”, ed in quanto espressione di altro le loro parole non possono trovarsi nel bagaglio che il protagonista vuole conservare e preservare, ma sono parte di quel ciarpame da cui deve liberarsi per poter a sua volta essere libero, ed il viaggio è proprio metafora di questa epurazione. Da qui si comprende che quegli stessi personaggi diventano simboli degli ingranaggi che garantiscono le dinamiche del Sistema, dinamiche familiari a chiunque e che chiunque può dire: quello lì lo conosco, si chiama…

Perché ha scelto di partecipare al progetto editoriale dell’associazione Polis Sa?

Il progetto editoriale nasce da molto lontano… sono passati esattamente dieci anni da quando con Mimmo ci siamo trovati a parlare di cose che, purtroppo, oggi sono molto più attuali di quanto non fossero allora. Nel frattempo le nostre strade si sono separate, pur rimanendo “correlate”. Quando ci siamo visti, un anno fa, avevamo fatto esperienze diverse, eppure molto simili. Abbiamo sentito un’esigenza comune, e da quel momento è nata la collaborazione con Polis Sviluppo e Azione: l’Associazione ha incubato alcune di quelle idee di cui parlavamo all’epoca e – tra le altre cose – il progetto editoriale di comunità, che è stato la culla di Thiago. E Thiago è la prima palestra di un’idea che ci accompagna da 10 anni.