:: Fango – Una distopia in pochi atti di Luca Palumbo (Lorusso Editore, 2016) a cura di Giulia Gabrielli

16 novembre 2016 by
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Matteo Furst e Gino Pilàr sono due operatori del centro di accoglienza per i rifugiati politici, Sakine è una degli ospiti del centro, rifugiata curda; Nanà e Romero sono due ragazzi, lavoratori precari e squattrinati; Dago e Molise sono due amici che si ritrovano allo stesso bar ogni sera. Cosa hanno in comune?
Tutti sono, o sono stati, dei dissidenti, esponenti della sinistra romana: chi più, chi meno, tutti hanno partecipato a qualche protesta, lottato per qualcosa che li ha portati a pestare i piedi a qualcuno di potente. E tutti avvertono negli ultimi tempi un senso di isolamento: i movimenti si sono sfaldati, ovunque sembra aleggiare un senso di depressione e rassegnazione apparentemente immotivata. Sono pochi, sempre più divisi, non hanno più contatti coi compagni e sono stanchi, in balia degli eventi.

Le loro storie si intrecciano in una Roma a noi quasi contemporanea, “duemila e qualche cosa” è l’unica indicazione che abbiamo; mentre i luoghi sono quelli familiari a chi conosca Roma Est: Torpignattara, il Pigneto, via Marranella, l’ex Snia…
Da giorni sulla città si abbatte un temporale incessante e il fango, elemento qui sì concreto e naturale, ma anche fortemente simbolico, invade le strade, completamente abbandonate dall’amministrazione e dai cittadini che, terrorizzati, si chiudono nelle loro case per sfuggire ai rastrellamenti degli uomini del Sindaco.
Il nuovo Sindaco di Roma, un nemico che non si rivela mai, senza volto se non negli incubi e nelle allucinazioni di Matteo, si è messo in moto contro di loro e contro tutti gli emarginati e i dissidenti, gli immigrati, gli irregolari, i gay, i comunisti, i pazzi. Contro tutti gli indesiderati nella nuova Roma città stato.

 «Tutto così in fretta, tutto così inaspettato, grottesco. La distopia non era più un’invenzione. E il mondo intorno non esisteva. Nanà aveva la sensazione che esistesse soltanto quella parte di Roma, sotto assedio, pronta a essere drasticamente rivoltata come un calzino. E niente più. Né il mondo circostante, né il resto dell’umanità. Forse nemmeno il mare.»

La zona della città in cui si svolge tutto diventa come un’isola, come una “zattera di pietra” – che è il titolo di un capitolo ma anche un omaggio all’omonimo libro di José Saramago – staccatasi dal continente e alla deriva, anzi, più che pietra qui ci sono solo terra e  fango. Quest’isola è un ghetto separato dal resto di Roma con presidii e posti di blocco, in cui far confluire e poi sparire tutti gli indesiderati.
I “buoni” sono tutti rassegnati, vinti, senza speranza, braccati, cacciati dalle loro case e annegati nel mare di fango che sta sommergendo la città; ma anche i “cattivi”, per lo meno quelli che come l’ispettore Castracane e la donna magrissima in motocicletta si mostrano di persona, non hanno una reale forma di malvagità, sono altrettanto disperati o disillusi o disgustati della loro vita, con la differenza che hanno deciso di schierarsi con il potere per avere qualcosa in cambio. Sono dei disperati che fanno quanto gli viene ordinato solo per la promessa di una ricompensa futura, della “vita migliore”, lontano da Roma.
Il Sindaco invisibile, i reparti di uomini incappucciati che affiancano la polizia nelle azioni più spietate, persino il vecchio e abietto “palazzinaro” legato al passato di alcuni dei protagonisti: tutti loro invece restano senza volto, senza un nome o senza mai apparire sulla scena, se non nei discordi dei loro sottoposti. Sono loro qui l’incarnazione di un potere malvagio, vendicativo e più grande del singolo individuo che lo esercita, come si addice ad una buona distopia.

Luca Palumbo è nato a Napoli nel 1979, redattore di Laspro – Rivista di letteratura, Arti & Mestieri, ha già pubblicato una raccolta di racconti, Il pianista nano, per 0111 edizioni nel 2009, e il romanzo Un maledetto freddo cane, Lorusso 2012. Con Fango è al suo secondo romanzo, che dovrebbe essere il primo di una trilogia dedicata alla Roma città-stato.

Source: gentilmente inviato dall’ufficio stampa dell’editore per la recensione.

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:: Blogtour – 22/11/63, Stephen King– ultima tappa – Focus Sadie Dunhill a cura di Giulietta Iannone

14 novembre 2016 by

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Eccoci arrivati all’ ultima tappa del magico blogtour dedicato a 22/11/63 di Stephen King, edito da Sperling & Kupfer e tradotto da Wu Ming1 (pseudonimo di Roberto Bui).  Dopo tappe bellissime, dedicate a un libro senz’altro significativo del Re, la mia si occuperà di approfondire il personaggio di Sadie Dunhill, la bella bibliotecaria di cui il protagonista del romanzo si innamorerà, ricambiato. Sarà una storia d’amore destinata al lieto fine? Bene, continuate a leggere se volete scoprirlo. Prometto niente spoiler, almeno non troppi.

֎ La trama ֎

Jake Epping è un tranquillo professore di Lisbon Falls, Maine, e il suo posto preferito per fare quattro chiacchiere è la tavola calda di Al. Che ha un segreto: la dispensa nasconde un varco temporale, e conduce al 1958. Per Jake è una rivelazione sconvolgente, eppure l’incredulità non gli impedisce di farsi coinvolgere nella missione che ossessiona il suo amico da tempo.
Se mai hai voluto cambiare veramente le cose, Jake, questa è la tua occasione: ferma Oswald quel 22 novembre 1963. Salverai Kennedy. Salverai suo fratello Bob, e Martin Luther King; bloccherai le rivolte razziali. E forse eviterai anche la guerra in Vietnam. Basta che passi per la «buca del coniglio», sul retro della tavola calda. Non importa quante volte l’attraverserai: uscirai sempre sul piazzale di una fabbrica tessile di Lisbon Falls, ore 11.58 del 9 settembre 1958. E non importa quanto a lungo resti in quel passato: al ritorno, nel tuo presente saranno trascorsi due minuti.
Comincia così la nuova esistenza di Jake, nei panni di George Amberson, nel mondo di Elvis Presley, James Dean, del twist e del fumo di sigaretta che avvolge tutto. Un mondo nel quale Jake è destinato a conoscere l’amore e a sovvertire tutte le regole del tempo. Fino a cambiare il corso della storia.
22.11.63 è il romanzo da cui è tratta l’omonima serie TV con James Franco, prodotta da J.J. Abrams.

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֎ Focus Sadie Dunhill ֎

Ecco a voi Sadie Dunhill, (qui nella foto interpretata dalla brava e bella Sarah Gadon), la protagonista femminile del romanzo, la donna di cui Jake Epping/George Amberson si innamorerà perdutamente. Sadie Dunhill è una tipica donna anni ’50, bibliotecaria della Denholm Consolidated High School nella piccola cittadina di Jodie, in Texas. Moglie separata di un tipaccio violento e incontrollato, con gravi problemi psichici, John Clayton, che la spinge a lasciare definitivamente Savannah, in Georgia, per appunto il Texas.
Pressappoco a metà romanzo Jake si trasferisce a Jody (popolazione 1280 abitanti). Qui inizierà a insegnare inglese nel liceo locale, facendo amicizia con Miss Mimi Corcoran, la precedente bibliotecaria.
La prima volta che sentiamo parlare di Sadie Dunhill è a casa di Jake. Siamo a neanche a metà giugno del 1961. Miss Mimi Corcoran è passata con la scusa di parlare del suo romanzo, Il posto degli omicidi, che le ha dato in lettura e intanto le spiega i suoi problemi di salute e che il 21 luglio avrebbe sposato Deke Simmons, il preside della scuola. Lo invita al ricevimento e annunciandogli il suo pensionamento parla della nuova bibliotecaria che la sostituirà:

“Malata o in salute, quanrant’anni sono abbastanza. E’ tempo che arrivino mani più giovani, occhi più giovani e una mente più giovane. Su mia raccomandazione, Deke ha assunto una donna giovane e ben qualificata, che viene dalla Georgia. Si chiama Sadie Clayton. Sarà al ricevimento, non conoscerà assolutamente nessuno e mi aspetto che tu sia gentile con lei”.

Miss Mimi sapendolo scapolo e sapendo che Sadie nel prossimo futuro desidera riassumere il cognome da nubile Dunhill, dopo aver espletato le formalità legali, insomma organizza per i due un appuntamento.

Se si parla di amore a prima vista, io sono d’accordo coi Beatles: credo accada di continuo. Ma per me e Sadie non fu così, anche se al primo incontro la strinsi forte, con tanto di mano destra sul seno sinistro. Per questo credo di essere d’accordo anche con Mickey e Sylvia quando cantano: “L’amore è strano”.

Il primo incontro:
siamo al ricevimento in giardino del matrimonio di Mimi.

“George? Vieni ti presento una persona”.
Mi girai. Mimi scendeva verso di me tenendo per mano una donna. La prima cosa che mi colpiì di Sadie (la prima cosa che colpiva chiunque, su questo ho pochi dubbi) fu la sua altezza. Portava scarpe senza tacchi, come quasi tutte le donne a quella festa, visto che sapevano di dover passare il pomeriggio e la sera gironzolando sull’erba, ma quella era una donna che probabilmente non portava tacchi dal giorno delle sue nozze, e forse persino in quell’occasione aveva scelto un abito che nascondesse l’ennesimo paio di scarpe basse, scelte per non sovrastare lo sposo davanti all’altare. di sicuro era sopra il metro e ottanta.

Non fu amore a prima vista, ma quel primo incontro fu uno di quelli che i ricordano, e possiamo dire che gli cadde letteralmente fra le braccia:

Sadie era bella in una maniera non artefatta, da genuina ragazza americana sono-come-tu-mi-vedi. Ed era anche qualcos’altro: quel giorno pensai che si trattasse solo della tipica goffaggine delle persone troppo alte. Più tardi scoprii che non era goffa per niente. Anzi il contrario.

Fisicamente sappiamo che è bella, bionda, con gli occhi azzurri, un bel sorriso, alta un metro e ottanta, facile agli incidenti. Non diventano subito amanti, ma amici, parlando di tutto dai libri ai Kennedy, al nascente movimento per i diritti civili, all’integrazione. La brutta esperienza con il marito non la incoraggia a intraprendere relazioni romantiche.
Comunque Sadie inizia ad essere attratta da Jake e bisogna aspettare il ballo del Sadie Hawkins Day, gestito dal Club Attività Sociali, perché Sadie e Jack ballino per la prima volta insieme, e per la prima volta si bacino.

Spensi il motore (della sua Sunliner, siamo nel vialetto di casa di Sadie) e la guardai. Adesso dirà: Grazie per avermi dato una mano!, oppure. “Grazie per la bella serata”, e finirà qui. Ma lei non disse niente del genere. Non disse proprio nulla. Mi guardò e basta. I capelli erano sciolti sulle spalle. Sotto la maglia, i primi bottoni della camicia Oxford da uomo erano aperti. Gli orecchini brillavano. Poi fummo insieme, prima toccandoci, poi stringendoci forte. Poi ci baciammo, ma fu più di questo.

E si può dire che nonostante la sua esperienza matrimoniale è con Jake che Sadie scopre il piacere dell’ amore. Come moltissime brave ragazze della classe media cresciute negli anni Quaranta e Cinquanta, Sadie non sapeva nulla di sesso. E questo è uno dei motivi per cui ci mise quattro anni a lasciare il marito e le sue perverse ossessioni.
La relazione tra Sadie e Jake sembra funzionare, anche se la donna inizia a farsi domande sul suo passato e sulle strane affermazioni che Jake fa ogni tanto (tipo canticchiare canzoni dei Rolling Stones), ma è la ricomparsa di Johnny Clayton a mettere tutto in forse non solo il loro futuro assieme, ma anche la stessa missione di Jake di salvare Kennedy e cambiare la storia. Ma la storia migliora se cambiata? E soprattutto ne vale la pena? Scoprirete tutto leggendo questo magnifico libro.

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֎ Tutte le tappe ֎

08/11 QUESTIONE DI LIBRI – Recensione
09/11 UN LETTORE E’ UN GRAN SOGNATORE – Autore
10/11 LA LETTRICE DISTRATTA – Ambientazione
11/11 LEGGENDO VIAGGIANDODifferenze libro/serie TV
12/11 VIAGGIATRICE PIGRA – Focus su Jake/George
13/11 RACHEL SANDMAN AUTHOR – Focus su Lee Oswald
14/11 LIBERI DI SCRIVERE – Focus su Sadie

֎ Il giveaway ֎

Per festeggiare il 5° anno dalla pubblicazione sarà possibile per voi lettori vincere una copia cartacea del libro. Basta cliccare il seguente link e troverete tutte le indicazioni:

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Source: acquisto personale.

:: I Medici, una dinastia al potere, Matteo Strukul (Newton Compton, 2016) a cura di Federica Belleri

14 novembre 2016 by
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Primo romanzo che apre la trilogia dedicata alla dinastia dei Medici. Matteo Strukul percorre la loro storia dal 1426 al 1453. Lo fa con professionalità, attenzione e approfondimento, passando attraverso l’invenzione, quando serve. Non è facile recensire un romanzo come questo, perché è davvero denso di avvenimenti, dalla prima all’ultima pagina. Arte, bellezza e magnificenza impregnano le frasi. Penso ad esempio alla cupola del Brunelleschi, commissionata da Cosimo de Medici, opera di straordinaria architettura che completa Santa Maria del Fiore a Firenze. Penso agli abiti sontuosi e alle feste organizzate per intellettuali e filosofi, appositamente create per stringere accordi e osservare il nemico.
L’autore ci racconta di Giovanni de Medici, uomo dalle origini popolari che non ha mai dimenticato, poco incline allo sfarzo e alla mondanità,  cosa che non gli ha mai permesso di conquistarsi le simpatie degli altri nobili, nonostante abbia creato un impero finanziario; personalità che senza dubbio lascia il segno. Di Piccarda, sua moglie, che spicca per determinazione e lealtà,  un punto fermo per tutta la famiglia. Di Cosimo, uomo d’arte e di lettere, forte ma riflessivo. Di Lorenzo, che si occupa degli affari di famiglia, istintivo e passionale.
Da qui si parte. Si discute di leggi, si combatte fra sangue e polvere, armati di picche e spade e rivestiti da armature finemente cesellate. Meglio staccare una testa dal corpo o giocare d’astuzia utilizzando la corruzione? Ci si avvicina alla peste, tra cadaveri, fogne putride e predatori senz’anima. Si lotta attraverso i dubbi, l’ambizione e gli oppositori di una vita. Si passa poi al carcere, percependo l’angoscia, l’umiliazione e la privazione. L’attesa di un verdetto sulla pubblica piazza lacera in due la folla e terrorizza l’accusato.
Strukul ci mette a disposizione la storia di importanti alleanze per rinnovare la pace e di un Concilio per unire Roma a Bisanzio. Ci parla di morte, di dolore, di sesso e di coraggio. Di come due personaggi particolari, un uomo e una donna, hanno vissuto la giovinezza intrisa di sofferenza, covando rancore e disagio emotivo. Entrambi utilizzano le armi che hanno a disposizione per difendersi e soggiogare la volontà degli altri …
Esilio, tormento, intrigo. Lussuria, violenza, ira. Riavvicinamenti e separazioni. L’eterna guerra fra nemici potenti. La forza e la fragilità delle donne presenti in questo romanzo. La volontà di ristabilire gli equilibri e di mantenere la famiglia al primo posto nella scala delle priorità.  La fierezza dei cavalieri e l’onore di battersi per il proprio padrone. La vendetta, bramata in modo quasi ossessivo, che non perde mai consistenza. La paura del futuro per una città come Firenze, ricca e bisognosa di una guida sicura.
Trent’anni di storia raccontati con metodo e accessibili a tutti. Intriganti, feriti ma orgogliosi. Ritmo che si mantiene costante durante tutta la lettura. Personalità dei protagonisti curata e precisa. Ottimo romanzo. Assolutamente consigliato.

Matteo Strukul è nato a Padova nel 1973. Laureato in giurisprudenza e dottore di ricerca in diritto europeo, ha pubblicato diversi romanzi (La giostra dei fiori spezzati, La ballata di Mila, Regina nera, Cucciolo d’uomo, I Cavalieri del Nord, Il sangue dei baroni). Le sue opere sono in corso di pubblicazione in 20 Paesi e opzionate per il cinema. Nel 2016 ha pubblicato con la Newton Compton il primo romanzo della trilogia sui Medici, Una dinastia al potere: il libro è stato il caso editoriale della Fiera di Francoforte, i diritti di traduzione sono stati venduti in vari Paesi (tra cui Germania, Spagna e Inghilterra) ed è stato sin dall’uscita ininterrottamente in cima alle classifiche italiane di vendita. Matteo Strukul scrive per le pagine culturali del «Venerdì di Repubblica» e vive insieme a sua moglie Silvia fra Padova, Berlino e la Transilvania. Il suo sito internet è www.matteostrukul.com

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:: L’imperfetta, di Carmela Scotti (Garzanti, 2016), a cura di Irma Loredana Galgano

11 novembre 2016 by
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Carmela Scotti perde il padre e, per riuscire a gestire l’immenso dolore, inizia a pensare ai modi per affrontarlo. Nasce così un personaggio, Catena Dolce, e intorno a lei una storia che diventerà L’imperfetta edito da Garzanti e finalista al Premio Calvino.
Il romanzo della Scotti è di forte impatto emotivo. Fin dalle prime battute la sua scrittura letteralmente rapisce chi sta leggendo.
L’imperfetta non è un libro autobiografico e Catena non è Carmela Scotti, ma il racconto del dolore, quello vero che proviene dal profondo delle viscere, beh quello è autentico senza ombra di dubbio. E anche la Sicilia raccontata nel testo poteva essere solo frutto di chi a fondo la conosce e l’ha studiata.
La storia è ambientata sul finire dell’Ottocento, in un piccolo paese «conficcato come un chiodo arrugginito nel cuore della Sicilia». La Scotti riporta ne L’imperfetta tutto il bagaglio di tradizioni, superstizioni, usanze… che appartengono alla sua Sicilia ma che facilmente possono ritrovarsi in qualsiasi altro sito italiano, lungo la dorsale appenninica e non solo. Risulta molto interessante l’esposizione delle erbe mediche e delle loro proprietà ma ciò che realmente colpisce il lettore e lo trafigge come un colpo ben assestato di roncola è la realizzazione che in fondo il mondo, anche se oggi è molto differente da quello descritto dall’autrice, non cambierà mai veramente.
A risultare imperfetta è la società col suo trito di pregiudizi omologazione cattiveria e violenza. Il mondo appartiene agli uomini e le donne, purtroppo, imparano presto quanto per loro è più difficile vivere e sopravvivere. Allora come oggi.
Catena è una ragazzina «nata da una radice di dolore», a cui non sembra di diventare più grande nonostante il tempo che passa in quanto non è «mai davvero stata bambina». Una giovane donna che non si piega al dolore, alla sofferenza, alla violenza, alla punizione… la sua forza e le sue conoscenza fanno paura e allora non riuscendo ad ammansirla la additano come pazza e diventa una strega, una mavara. Al rogo venivano messe all’epoca quelle come lei, condannate dalla società e dalla Chiesa.
Il prete non si fa scrupoli però a rivolgersi a lei in cerca di un filtro d’amore da somministrare alla bambina che gli è stata data e che non lo vuole. Catena vendica la bambina e per tutti è lei la sola colpevole. Omologazione convenzioni e ipocrisia spesso si rivelano mali più deleteri dei crimini perché alla fine colpiscono sempre gli stessi, gli ultimi e gli indifesi.
L’imperfetta di Carmela Scotti è un libro straordinario che racconta una storia tanto inquietante quanto interessante utilizzando un registro narrativo che sembra provenire dalle viscere di chi scrive e raggiunge senza difficoltà quelle di chi legge.

Carmela Scotti: Scrittrice italiana. Nata in Sicilia. Diplomata in pittura e fotografia all’Accademia di Belle Arti di Palermo. Ha vissuto a Palermo Roma e Milano facendo i mestieri più diversi. Attualmente risiede in Brianza. L’imperfetta è il suo primo romanzo, finalista al Premio Calvino.

Source: pdf inviato dall’editore al recensore, ringraziamo Bianca dell’ Ufficio Stampa Garzanti.

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:: La baia, James Michener, (E/o 2016) a cura di Viviana Filippini

11 novembre 2016 by
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La baia di James Michener uscì per la prima volta nel 1975, ma la E/o edizioni lo ha ristampato in questo 2016. Il romanzo dello scrittore americano potrebbe incutere timore viste le 1232 pagine che lo caratterizzano, ma le dimensioni non contano e non devono spaventare. La ragione è semplice, in questo libro Michener racconta la nascita di una nazione: gli Stati Uniti d’America. Il punto di partenza temporale è il 1600 e il luogo prescelto per la narrazione è la baia di Chesapeake dive vivono alcune tribù di indiani molto pacifiche e rispettose del mondo che le circonda. Poi arrivano i bianchi, di solito inglesi in fuga dalla loro patria per motivi politici, di fede o spediti in America, colonia del Regno Unito (dettaglio non trascurabile), perché la loro fedina penale è segnata da qualche reato. Tra i diversi personaggi ci sono gli Steed, capitanati da Edmund il quale in America potrà professare liberamente la propria religione cattolica. La sua dinastia sarà caratterizzata da imprenditori, professionisti e dai primi costruttori di case in muratura (la Vendetta di Rosalind sarà la prima in assoluto). Accanto a loro ci sono i Turlock, che nei secoli si riveleranno una stirpe di pirati, amanti e conoscitori della palude, nonché abili cacciatori. Il loro modo di fare è rozzo e a volte potrebbe sembrare animalesco però, a differenza degli altri immigrati, i Turlock dimostrano di avere molti meno pregiudizi e paure nei confronti del diverso e, non a caso, nella storia saranno i primi a fraternizzare con i nativi americani. Ci sono anche i Paxmore, dei quaccheri, i quali si dimostreranno pronti a sopportare tutto, compresi i processi e le sevizie pubbliche a loro carico, per mantenere vivi il rispetto e gli insegnamenti divini. Attraverso le vicende umane dei vari protagonisti presenti nell’intreccio narrativo il lettore conosce vicende caratterizzare dai soprusi, maltrattamenti e torture che scatenano una lotta per la libertà e per la conquista della propria identità. Indiani, bianchi e neri presenti all’interno della trama combattono per la giustizia umana e quando si rendono conto che abolire la schiavitù, o altre forme di repressione del prossimo, non basta, allora agiscono per far sì che i diritti delle persone vengano riconosciuti. La baia mostra al lettore una terra di essere umani che l’hanno vissuta, però durante la lettura si scopre anche la morfologia originaria del paesaggio e le trasformazioni da esso subìte con il progressivo arrivo dell’uomo bianco. Da terra dove la natura era rigogliosa e libera di crescere, a territorio nel quale la natura e le sue immense dimensioni sono sempre presenti e convivono con le strutture (prime case, villaggi, chiese e città) create dell’uomo. Quello proposto da Michener è un affresco storico e corale che ripercorre, secolo dopo secolo, i grandi eventi (Rivoluzione americana, Guerre di Secessione, conflitti mondiali, crisi economiche, scandali come il Watergate, conflitti razziali) che hanno portato alla formazione degli USA. Ne La baia di Michener il lettore si vede scorrere davanti agli occhi una vasta porzione temporale e di eventi della storia d’America narrata attraverso le storie di gente comune e dei solidi valori sui quali la grande terra d’oltre oceano è stata fondata: democrazia, fede, diritti civili, libertà, patriottismo, unità e indipendenza. Traduzione Grazia Lanzillo.

James A. Michener (New York 1907 – Austin 1997) è stato uno degli scrittori americani più popolari di sempre. I suoi libri hanno venduto più di 75 milioni di copie e sono stati tradotti in 52 lingue. Con il suo romanzo d’esordio, Nostalgia del Pacifico, ha vinto il Premio Pulitzer. È stato l’autore di bestseller come La fonte, Hawaii, Alaska, Texas e Caraibi. Nel 1977 ha ricevuto la Medaglia Presidenziale della Libertà, la più alta onorificenza civile degli Stati Uniti.

Source: libro inviato dall’editore al recensore, ringraziamo Giulio dell’Ufficio stampa EO.

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:: Gli eredi della terra di Ildefonso Falcones (Longanesi, 2016) a cura di Micol Borzatta

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Barcellona 1387. Arnau Estanyol ormai è una persona molto influente in città. Dopo aver finito la Cattedrale del Mare ed essere diventato banchiere, grazie al prestito del suo amico ebreo, il suo successo è aumentato sempre più, così da trovarsi a sessantasette anni a essere il notabile più stimato di Barcellona e l’amministratore del Piatto dei Poveri, il fondo creato per raccogliere la beneficenza dei cittadini e distribuirla ai più bisognosi.
Sposato con Mar, di vent’anni più giovane, e padre di un ragazzo di sedici anni, Bernat, Arnau si sente coinvolto in prima persona quando Hugo Llor, di soli dodici anni, perde il padre per un incidente marittimo, così decide di occuparsi della sua famiglia mandando la sorellina a studiare da una monaca sua amica, la madre a servizio di un guantaio e il piccolo Hugo a fare da apprendista da un Mastro d’Ascia.
Purtroppo però, quando tutto sembra perfetto, le campane delle cattedrali iniziano a suonare a lutto: Re Pietro il Cerimoniere è morto.
Il trono viene occupato da Giovanni, il figlio che Pietro aveva esiliato. Con l’arrivo del nuovo sovrano tornano a Barcellona anche i Puig, parenti di Arnau che lo odiano e stanno aspettando da anni di potersi vendicare.
Fin da subito il popolo capisce che i Puig possono fare il loro volere senza dover rendere conto al sovrano, ed è così che appena arrivano decapitano in piazza Arnau dopo averlo accusato di tradimento e si appropriano di ogni suo bene lasciando Mar e Bernat senza nulla, anzi Mar è costretta a tornare a casa a piedi nudi.
Hugo, per aver cercato di difendere Arnau, viene cacciato dai cantieri navali e si ritrova a mendicare per la strada, fino a quando non viene preso sotto l’ala protettiva degli ebrei, riconoscenti ad Arnau di aver salvato la vita ad alcuni di loro, e gli insegnano tutto quello che c’è da sapere sulla produzione del vino.
Hugo però non ha comunque una vita semplice e felice, perché si ritrova a dover continuamente scegliere tra la sopravvivenza e la lealtà verso Arnau e Bernat e gli ebrei.Come gli ha insegnato Arnau sceglie di vivere senza mai piegarsi davanti a nessuno, ma questo lo porterà a dover soccombere molte volte, anche se poi si rialzerà sempre.
Dovrà affrontare scelte sempre più difficili man mano che cresce e diventa uomo cercando di mantenere saldi i suoi ideali di lealtà e giustizia.
Sono passati dieci anni da quando Ildefonso Falcones ha pubblicato La cattedrale del mare, ma quando ci si immerge nelle pagine di Gli eredi della terra ritroviamo subito i protagonisti a noi cari, invecchiati di soli 3 o 4 anni, e man mano che leggiamo, i vari ricordi del precedente libro tornano tutti alla memoria, facendoci riprovare tutto l’amore che era nato per Arnau. Sentimento che verrà poi riversato su Hugi, dopo essere rimasti con il cuore a pezzi a causa della morte del primo.
Hugo viene descritto con la stessa forza e la stessa intensità con cui era stato descritto Arnau, e con la stessa forza lo vedremo crescere, diventare uomo e affrontare la vita sempre a testa alta, con dignità e lealtà verso i meritevoli.
Un romanzo che, oltre a descrivere la crescita di un uomo, descrive nei minimi particolari la barcellona del XIV-XV secolo, una Barcellona dove la nobiltà è corrotta, egoista e volubile, dove la dignità viene calpestata e il popolo vale meno di niente.
Un romanzo dove ritroviamo l’inconfondibile stile di Falcones che sa unire storia e fantasia egregiamente, trasmettendo i vecchi valori, quelli che valgono realmente e insegnando come proteggerli e difenderli.
Un romanzo importante che alla sua fine ci avrà fatto ridere, piangere, urlare e gioire, ma soprattutto ci avrà fatto vivere. Vivere insieme a Hugo e vivere noi stessi.
Traduttori: Ruggiu D., Uberti Bona M., Bovaia R.

Ildefonso Falcones nasce nel 1958 a Barcellona.
Diventato avvocato specializzato in diritto civile, decide di dare vita al suo sogno e alla sua passione iniziando a scrivere.
Nel 2006 pubblica La cattedrale del mare, che ottiene un successo mondiale, nel 2009 pubblica La mano di Fatima, e nel 2013 La regina scalza.
Nel 2016, a dieci anni di distanza, pubblica il seguito di La cattedrale del mare, ovvero Gli eredi della terra.

Source: ebook inviato dall’editore, ringraziamo Tommaso dell’Ufficio Stampa Longanesi.

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:: Malaparte. Morte come me, Monaldi e Sorti, (Baldini&Castoldi, 2016), a cura di Daniela Distefano

10 novembre 2016 by
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Fa caldo ad agosto, anche a Capri, persino nel 1939, un bollente anticipo d’inferno. La guerra è alle porte. Una ragazza, una promettente poetessa inglese, viene trovata morta (evento realmente accaduto).
Si cerca di fare chiarezza con quel poco che può affacciarsi sul balcone della Verità.
Come un misero capello finito nel gorgo di un insalubre lavandino, un uomo scivola nell’occhio del ciclone, accusato dalla polizia di Mussolini di quello che viene ritenuto un omicidio passionale. Ma è davvero così?
E chi è lo sfortunato e non colpevole perseguitato?
E’ uno scrittore geniale, è un giocatore di talento nel campo dei sentimenti e dei passatempi ardenti, è uno svagato intellettuale impegnato, è semplicemente Curzio Malaparte, l’autore di Kaputt e La pelle, due capolavori letterari del nostro Novecento.
Forte del sostegno di pochi amici fidati (un principe prodigo, un camorrista, uno strambo pittore e il fedele cane Febo), intavolando duelli per allargare il raggio delle proprie conoscenze (solo dopo un duello è possibile diventare veri amici), Malaparte, eroe di questo noir striato di luce, perverrà alla ragion d’essere di un mistero.
Qualcuno vorrebbe suggerire che forse Pam è morta per qualche cosa che ha a che fare con la Fabian Society. Qualcosa che ha a che vedere anche con il movimento marxista, con Lenin, con Gorkij.
Altri insistono sul fatto che è stata scelta la povera Pam perché il padre è uno degli odiatissimi socialisti umanitari della Fabian Society, e Hitler li odia quasi quanto gli ebrei.
Un giallo con tutti i crismi del rebus. In mezzo, la battaglia dei vari personaggi – tarati dalla Storia – per non vivere come fantasmi di un universo che si sbriciola a contatto col mare del Secondo conflitto mondiale.
Uno dei brani più riusciti è quello in cui si definiscono i contorni della figura di Edda Mussolini Ciano.

<< Quando scoppierà la guerra questa casa diventerà un bunker>>, disse Edda. << Gli americani sbarcheranno in Italia, e tutte le nostre case dovranno essere trasformate in bunker, per morirci dentro.>> Sentii una stretta al cuore per la freddezza con cui Edda assisteva allo spettacolo meraviglioso del cielo notturno di Capri e intanto pensava alla morte. Edda, ne ero certo, amava solo la morte. Non mi sarei sorpreso se un giorno mi avessero detto che aveva ucciso qualcuno, o che si era uccisa.

Malaparte è incasellato in un mondo dall’atmosfera pesantemente rarefatta che rimanda a simili ambienti descritti con forte impressionismo in grandi romanzi del passato: “Tenera è la notte” di Francis Scott Fitzgerald, per fare un esempio.
Sembra di trovarsi di fronte ad un dipinto su cui cambia l’interpretazione ad ogni sbatter di palpebre. Tutto è significativo nel suo particolare, ma il pensiero fugge la totalità di un segreto che la giovane Pam, la vittima, ha trascinato con sé in fondo ad un abisso di orrori umani.
Un romanzo completo che pur trattando materia di fantasia chiarisce la visuale di eventi che non possiamo cancellare dalla nostra troppo spesso miope memoria.

Rita Monaldi e Francesco Sorti, moglie e marito, hanno pubblicato finora nove libri, bestseller internazionali, tradotti in 26 lingue e 60 Paesi. Vivono con i figli a Vienna.

Source: Libro inviato dall’Editore. Ringraziamo Mario dell’Ufficio Stampa “Baldini&Castoldi”.

Nota: La prosa di questo romanzo si richiama intenzionalmente alle peculiarità dello stile di Malaparte (tra cui il gusto musicale per la ripetizione), che continua a trovare estimatori anche fuori d’Italia.

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:: Premio Giorgio Scerbanenco 2016

9 novembre 2016 by

scerbanenco-l8051Dunque superata e metabolizzata la notiziona che ha vinto Trump, torniamo a parlare di libri. E’ uscito sul sito del Premio Scerbanenco l’elenco dei ventiquattro romanzi noir italiani da votare per entrare di diritto nella cinquina dei finalisti all’edizione 2016 del Premio Giorgio Scerbanenco. Lo so i voti popolari valgono meno di quelli della giuria di qualità ai fini effettivi del premio, ma valgono tanto, tantissimo per gli scrittori coinvolti. Quindi votiamo.

Ecco l’elenco:

Alessandro Bongiorni, Niente è mai acqua passata, Frassinelli
Dario Crapanzano, Il mistero della giovane infermiera, Mondadori
Luca D´Andrea, La sostanza del male, Einaudi
Roberta De Falco, Non è colpa mia, Sperling & Kupfer
Andrea Fazioli, L´arte del fallimento, Guanda
Filippo Fornari, Omicidi all´isola, nevrotico erotico blues, Todaro
Riccardo Gazzaniga, Non devi dirlo a nessuno, Einaudi
Gabriella Genisi, Mare nero, Sonzogno
Giorgia Lepore, Angelo che sei il mio custode, E/O
Loriano Macchiavelli, Noi che gridammo al vento, Einaudi
Valeria Montaldi, La randagia, Piemme
Bruno Morchio, Fragili verità, Garzanti
Marilù Oliva, Questo libro non esiste, Elliot
Enrico Pandiani, Una pistola come la tua, Rizzoli
Luca Poldelmengo, I pregiudizi di Dio, E/O
Piergiorgio Pulixi, Prima di dirti addio, E/O
Cristina Rava, Quando finiscono le ombre, Garzanti
Paolo Roversi, La confraternita delle ossa, Marsilio
Pasquale Ruju, Un caso come gli altri, E/O
Simone Sarasso, Da dove vengo io, Marsilio
Gaetano Savatteri, La fabbrica delle stelle, Sellerio
Becky Sharp (Silvia Arzola), Penelope Poirot fa la cosa giusta, Marcos y Marcos
Fabio Stassi, La lettrice scomparsa, Sellerio
Stefano Tura, Il principio del male, Piemme

Si vota da oggi fino alla mezzanotte del 22 novembre 2016 sul sito del premio, e ogni lettore potrà scegliere la sua cinquina.

I cinque finalisti andranno al Noir in Festival a Milano il 13 dicembre; tra loro la Giuria Letteraria sceglierà il vincitore del Premio Giorgio Scerbanenco 2016 che verrà premiato il 14 dicembre, sempre a Milano.

Che vinca il migliore.

:: L’accusata, Slavenka Drakulić, (Keller editore 2016) a cura di Viviana Filippini

4 novembre 2016 by
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“Io ti ho dato la vita, io te la tolgo”. Questa è la frase ossessiva e tormentosa che ritorna ne L’accusata di Slavenka Drakulić, un romanzo d’impatto emotivo crudo. Nel libro pubblicato da Keller, il lettore si trova subito davanti ad un processo nel quale è imputata una giovane donna della quale non si scoprirà mai il nome. La ragazza è accusata di aver assassinato la madre. Quello che sconcerta tutti è il fatto che la presunta colpevole non dica nulla e non faccia nulla per difendersi, anzi ad un certo punto è come se si isolasse in un mondo tutto suo. Lei non ascolta e non considera quello che le accade attorno, perché pensa, ma soprattutto ricorda. Il ripescare nella memoria compiuto dalla donna, dà il via ad una serie di spiazzanti flashback dove la sua infanzia prenderà forma. Il lettore diventa l’unico ed esclusivo testimone ammesso a conoscere da vicino l’inferno che l’imputata (anche lei mamma) ha vissuto nella sua vita. In questo modo si scopre che la possibile colpevole non è mai stata voluta dalla madre, la quale l’ha fatta nascere per una forma di ripicca nei confronti dei genitori che non la volevano lasciare vivere liberamente. In questo modo la Drakulić riesce a compiere una delicata e, allo stesso tempo, acuta indagine su quanto possa essere complesso e malato il rapporto tra madre-figlia. Una relazione che l’autrice analizza attraverso tre generazioni (figlia, madre, nonna) segnate da legami segnati dal dolore emotivo e fisico. Ricordando il suo passato, quello della madre e della vita con la nonna, l’imputata fa riaffiorare una serie di eventi caratterizzati da una spirale di violenze e di maltrattamenti che portano le donne a fare del male agli altri e a se stesse. La narratrice, continuando a rimuginare sul suo passato, permette a chi legge di comprendere come il silenzio e il fare “bel viso a cattivo gioco” fossero gli strumenti adottati dalla parte femminile della sua famiglia per non far scoprire agli altri (il resto del mondo) le ripetute violenze interne alla propria casa. Calci, pugni, schiaffi, tagli, spintoni, spigoli che lacerano la pelle e la carne mostrano un nucleo familiare che è ben lontano dal classico modello di pace e amore che conosciamo. Nella famiglia dell’accusata le parti presenti sono legate da relazioni nelle quali le donne allo stesso tempo sono vittime e carnefici, perché le tre figure femminili sono consapevoli di essere nelle grinfie di una brutale carnefice, ma non riescono a staccarsene in modo completo. Questa amara consapevolezza le porta a non rivelare la malignità del colpevole, però le induce a porre fine all’esistenza dell’amica-nemica. L’accusata di Slavenka Drakulić è un acuto e doloroso romanzo psicologico che indaga quanto le relazioni tra persone di una stessa famiglia possano essere insane e quanto il male insensato possa portare una vittima a decidere di trasformarsi in un algido carnefice. Traduzione Estera Miočić.

Slavenka Drakulić è nata a Rijeka nel 1949. Scrittrice, giornalista e saggista, i suoi libri sono stati tradotti e pubblicati in diverse lingue. In Italia è nota sin dagli anni Novanta grazie alla pubblicazione di alcune sue opere sul mondo comunista e post-comunista come Balkan Express e Caffè Europa (Il Saggiatore), nonché di romanzi come Pelle di marmo (Giunti), Il gusto di un uomo (Il Saggiatore), Come se io non ci fossi (Rizzoli), Il letto di Frida (Elliot). Nel 2004 l’autrice ha ricevuto il premio Award for European Understanding della Fiera del libro di Leipzig. Vive in Svezia e Croazia.

Fonte: Keller editore. Ringraziamento all’ufficio stampa

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:: Officina del macello, Gianluca Costantini e Elettra Stamboulis (Eris Edizioni, 2016), a cura di Elena Romanello

4 novembre 2016 by

offIn questi anni sta ricorrendo il centesimo anniversario della Prima guerra mondiale o Grande Guerra: sono molte di conseguenze le proposte editoriali, con o testi originali dell’epoca riproposti magari dopo decenni o storie contemporanee di riflessioni.
Accanto a romanzi e saggi, trova posto anche una graphic novel, Officina del macello, scritta a quattro mani da Gianluca Costantini, disegnatore, e Elettra Stamboulis, sceneggiatrice, che racconta uno degli episodi più vergognosi, la decimazione nel 1917 della Brigata Catanzaro, per anni taciuta tranne che nel film degli anni Settanta Uomini contro di Francesco Rosi.
Il 1917 era il terzo anno di guerra di trincea, con case, affetti e famiglie ormai un lontano ricordo sofferto per molti soldati, come i membri della Brigata Catanzaro, formata dai figli di quella Questione meridionale mai risolta, molisani, calabresi, pugliesi e siciliani, per lo più analfabeti. A giugno viene promesso ai soldati un mese di riposo e sarebbe solo quello che chiederebbero, ma dopo essere arrivati in un piccolo paese del Friuli Venezia Giulia, Santa Maria la Longa, la promessa viene disattesa e la brigata Catanzaro si ribella. Una ribellione che sarà barbaramente punita: il 16 luglio 1917 un plotone di carabinieri procede alla decimazione della Brigata Catanzaro, cioè ad uccidere un soldato ogni dieci, scelto a casa, pratica orrenda seguita soprattutto nell’esercito italiano. Così termina una delle più importanti rivolte scoppiate durante la Prima guerra Mondiale nell’esercito italiano, una pagina nera della Storia italiana, un simbolo di ingiustizia enorme, che ebbe tra i pochi testimoni Gabriele D’Annunzio, che ne rimase disgustato.
In una serie di tavole essenziali e crude rivive quindi una storia da non dimenticare, basata su nuove ricerche, che hanno appurato tra l’altro che una parte delle vittime di questo eccidio è rimasta tutt’oggi senza nome. Accanto al fumetto ci sono quattro saggi storici di Sergio Dini, procuratore di Padova e già Presidente dell’Assocazione nazionale Magistrati militari, Lorenzo Pasculli, avvocato e dottore di ricerca a Trento, Silvio Riondato, professore di diritto penale a Padova, Giulia Sattolo, storica esperta sulla Grande Guerra e autrice di una tesi sulla fucilazione della Brigata Catanzaro, Massimo Vitale, giornalista Rai, e Matteo Polo, storico e saggista sulla Prima Guerra mondiale per completare il quadro di un episodio drammatico e vergognoso.
Officina del macello è uscita in una nuova edizione in vista del centenario della decimazione della Brigata Catanzaro.

Gianluca Costantini è un artista e disegnatore che si occupa di storie sulla realtà da una ventina d’anni, con opere come editori come Eris e Becco giallo, su argomenti che spaziano da Berlinguer a Julian Assange.

Elettra Stamboulis vive a Ravenna dove si occupa di progetti culturali e eventi espositivi, anche sui fumetti, come la mostra su Marjane Satrapi. Cura inoltre il festival del fumetto della realtà Komikazen e ha collaborato come sceneggiatrice a varie graphic novel di impegno sociale.

Provenienza: dono dell’editore, si ringrazia l’ufficio stampa Eris.

Nota: attualmente non disponibile su Libreria univeristaria.

:: Lunedì 7 novembre, Walter Siti inaugurerà la prima edizione della Scuola annuale di Scrittura creativa alla Belleville-La Scuola di Milano, cura di Viviana Filippini

4 novembre 2016 by

9° Festival delle Letterature , lo scrittore Walter SitiLunedì 7 novembre alle ore 16, alla Belleville-La Scuola (via Carlo Poerio 29, Milano) Walter Siti inaugurerà la prima edizione della Scuola annuale di Scrittura creativa (dal 7 novembre 2016 al 30 giugno 2017), con una lezione sul tema “Perché si scrive letteratura?” Il pomeriggio – ad ingresso libero fino a esaurimento posti – è il via del primo corso annuale dedicato alla scrittura a Milano, con frequenza diurna, aperto anche a diplomati. L’iniziativa, nata anche grazie al successo dei corsi serali di Belleville, molti dei quali hanno registrato già il tutto esaurito per il 2017, è un’alternativa di qualità all’offerta didattica in questo settore, già presente in altre città o con modalità di frequenza differenti.

Vero punto di forza della Scuola sarà il corpo docenti, composto da scrittori e professionisti quali Walter Siti (Premio Strega 2013), Alessandro Bertante (finalista Premio Campiello 2016), Marco Balzano (Premio Campiello 2015), Edgardo Franzosini, Giacomo Papi, Marco Rossari, Federico Baccomo, Stefano Valenti, Emmanuela Carbè, Stefano Raimondi, Ambrogio Borsani, Alessandro Beretta, Mauro Novelli, Stefano Izzo, Edoardo Brugnatelli, Benedetta Centovalli, Francesca Serafini, Magdalena Barile, Aaron Ariotti.

600 ore suddivise tra lezioni, laboratori e pratica a stretto contatto con i docenti. I partecipanti saranno guidati a concretizzare il loro talento nella forma più congeniale (narrativa, poesia, scrittura teatrale, sceneggiatura per il cinema e la tv ecc.) e accompagnati fino alla creazione di un portfolio di scrittura che sarà presentato alla fine dell’anno a una commissione di addetti ai lavori del settore (editori, editor, agenti letterari, produttori cinematografici, giornalisti culturali). È prevista la possibilità di proseguire il percorso in un secondo anno accademico, nel quale scegliere se dedicarsi alla narrativa o alle arti drammatiche.

BELLEVILLE – LA SCUOLA – Belleville, scuola di scrittura creativa, editoria e comunicazione, nata a Milano nell’ottobre 2014, inaugura a novembre 2016 la Scuola annuale di Scrittura creativa, con oltre 600 ore di lezione tra teoria e pratica. Belleville organizza anche Corsi serali di Scrittura Creativa, Poesia, Scrittura teatrale, Scrittura umoristica, Sceneggiatura cinema, Sceneggiatura Serie TV, Copywriting, Editing.

Per informazioni:
Belleville-La Scuola
Via Carlo Poerio, 29 – Milano
http://www.bellevillelascuola.com
info@bellevillelascuola.com
tel. 02 36795860 – 335 1738165

Ufficio stampa:
Francesca Gerosa
ufficiostampa@bellevillelascuola.com
tel. 340 2350215

:: Parla come mangi – Libri letti in lingua originale: Zero K, Don DeLillo (Simon & Schuster, 2016)

2 novembre 2016 by

«L’intero disco solare, che inondava di luce le vie e illuminava le torri alla nostra destra e alla nostra sinistra; mi sono detto che quello che il bambino vedeva non era il cielo che ci crollava addosso: lui sperimentava il più puro senso di stupore all’intimo contatto fra la terra e il sole. Sono tornato al mio posto, guardando dritto davanti a me. Non avevo bisogno della luce del paradiso. Mi bastavano le grida di meraviglia del bambino». (Trad. Federica Aceto, Einaudi)

Mi sono ripromessa che ne avrei parlato alla fine, quando ne avessero parlato più o meno tutti, quando ci sarebbe stato ben poco altro da dire. Quando ciò che anche avessi aggiunto fosse stato più o meno superfluo. Al limite già detto, in un cacofonico o armonico, fate voi, dejavu. Un po’ perché ci sarebbe così tanto da dire su questo libro, che una recensione è uno spazio ben ridotto, un po’ perché forse comprenderlo nella sua interezza, nella sua profondità, è un’ impresa titanica al pari di scriverlo (eresia!) o tradurlo. Insomma avrei speso i miei due cent rischiando di fare poco danno.
Questa insomma è la più perfetta antitesi di un’ anteprima di lettura di Zero K, di Don DeLillo. Ho letto cose interessanti, analisi più o meno approfondite o originali, alle quali aggiungo il mio commento con nessuna pretesa che sia esaustivo, decisivo, o anche solo più brillante degli altri. In sintesi non aspettatevi grandi cose, la grande cosa è il libro in questione, per cui se potete leggetelo, come una sorta di testamento o epitaffio della nostra modernità o meglio della nostra era moderna. Che per quanto sia tecnologica, proiettata nel futuro, spettacolare sempre dovrà scontrarsi con la morte, con la fine, e col senso che vogliamo darci a questo termine assoluto e categorico. Sempre che un senso ci sia, e anche la morte abbia una sua funzione, etica, artistica, escatologica.
Il tema della morte, bene o male Don DeLillo l’ha sempre affrontato nei suoi romanzi, ma come Demetrio Paolin ha lucidamente intuito dopo l’11 settembre tutto è cambiato, stilisticamente e emotivamente. C’è insomma una frattura che separa un testo come Rumore Bianco da Zero K, uno spartiacque che può essere visto come una maturazione o un totale cambio di registro. Oltre al nuovo stile (sempre Paolin lo definisce enunciativo, con una soppressione evidente delle similitudini) anche il sentimento della morte insomma è cambiato, si è fatto più concreto, e fangoso, e questo cambiamento lo si percepisce così distintamente proprio perché DeLillo usa le parole per farlo, e queste parole sono cambiate, il mondo è stato ricostruito da parole nuove, il mondo interiore dell’autore, il mondo artistico, e anche quello fisico, se stiamo particolarmente attenti.
La parola, il logos è divino, Dio ha creato il mondo attraverso le parole, nominandole esistono le cose, per lo meno nella nostra mente. Se nomino la parola “rosa”, ognuno nella sua mente vedrà una sua rosa ideale, un archetipo, il prototipo originario di tutte le rose che la nostra esperienza fisica, tattile, visiva, sensoriale ci metterà davanti. Il linguaggio stesso si basa su questa trasfigurazione, su questo processo attrattivo. Se non fosse possibile, il linguaggio e la stessa comunicazione sarebbe preclusa, oscurata. E’ una delle cose sorprendenti che si imparano studiando filosofia, anche a livello elementare. DeLillo parte da ciò fino a convergere in una sorta di teologia del linguaggio.
Ma mi rendo conto che sto divagando torniamo al tema centrale del libro: la negazione della morte. Tema filosofico molto dibattuto, la più significativa eredità della nostra cultura moderna postindustriale, e di questa negazione DeLillo se ne appropria e in un certo senso la supera, parlandoci di corpi sospesi nell’immobilità del gelo, in attesa di una risurrezione sintetica e tecnologica.
Avendolo letto in inglese posso dire che la prima cosa che salta all’occhio, anche di chi come me non ha una conoscenza eccelsa della lingua inglese americana, il testo si capisce, è elementare, archetipo, insomma si perderanno alcune sfumature (che non sfuggiranno a chi ha una conoscenza della lingua più completa) ma il filo logico non si perde, non si smarrisce, il pensiero filtra univoco, e ininterrotto.

Everybody wants to own the end of the world.

Così inizia Zero K.
Da qui in poi un’armonia ci accompagna, DeLillo ha una scrittura molto musicale, eufonica, evocativa, nel senso proprio di richiamare in vita le cose. I capitoli sono molto brevi, quasi frantumati, come una serie di quadri.

“We’re not talking about spiritual life everlasting. This is the body”.
“The body will be frozen. Cryonic suspension” he said.
“Then at some future time”.
“Yes. The time will come when there are ways to countract the circumstances that led to the end. Mind and body are restored, returned to life”.

Padre e figlio discutono, il padre spiega al figlio appunto cosa la sua nuova moglie ha intenzione di fare, in attesa che trovino una cura alla sua malattia (sclerosi multipla). Nessuna esitazione, nessun dubbio, nessuna mancanza di fede nel progetto.
Quando il figlio nota che il nome suona come religioso, il padre spiega candidamente:

“Faith- based technology. That’s what it is. Another god. Not so different, it turns out, from some of the earlier ones. Except that it’s real, it’s true, it delivers”.

Bastano questi brevi scambi di battute per portarci al centro della questione, del dialettico rapporto padre e figlio, tra lo scetticismo del figlio, e la fede cieca del padre.
Eros e Thanatos si fondono, acquistando una dimensione liquida, astratta. Il desiderio di morte, e la pulsione di vita diventano un tutt’uno e pian piano scolorano nella luce accecante del deserto, o nella meraviglia incorrotta del bambino nel bellissimo (e poetico) finale (che chiude un cerchio), quanto mai catartico.
Ve lo ripropongo in originale, e lascio a voi nuove visioni, nuove strade interpretative:

Then there is Ross, once again, in his office, the lurking image of my father telling me that everybody wants to own the end of the world.
Is this what the boy was seeing? I left my seat and went to stand nearby. His hands were curled at his chest, half fits, soft and trembling. His mother sat quietly, watching with him. The boy bounced slightly in accord with the cries and they were unceasing an also exhilarating, there were prelinguiistic grunts. I hated to think that he was impaired in some way, macrocephalic, mental deficient, but these howls of awe were far more suitable than words.
The full solar disk, bleeding into the streets, lighting up the towers to euther side of us, and I told myself that the body was not seeing the sky collapse upon us bat was finding the purest astonishment in the intimate touch of earth and sun.

E la chiusa:

I went back to my seat and faced forwards. I didn’t need haven’s light. I had the boy’s cries of wonder.

Source: acquisto personale.