Archive for the ‘Recensioni’ Category

:: Antonio Catalfamo, Metamorfosi del mito, (Genesi editrice, Torino, 2024) a cura di Hala Radwan

28 settembre 2025

La raccolta Metamorfosi del mito di Antonio Catalfamo si presenta come un viaggio poetico in cui la memoria personale, il mito classico e l’impegno sociale si intrecciano in modo originale. Fin dalle prime pagine emerge chiaramente come il mito non venga trattato come un reperto museale, bensì come materia viva, capace di incarnarsi nel quotidiano e di illuminare esperienze comuni.

Nella poesia Sirena ho sentito fortemente la nostalgia dell’infanzia: la “sirena dello Stretto» che «rivive i sapori e gli odori / dell’infanzia perduta» mi è parsa una figura che appartiene a ciascuno di noi, perché tutti portiamo dentro una sirena capace di richiamarci al tempo perduto. Allo stesso modo, in Piccolo bar ho ritrovato il senso di una comunità che resiste al tempo: «Ora ragazze magnogreche, / sveve, normanne / […] regalano a tutti / un sorriso, che racchiude / la poesia della vita». Mi è sembrato di sedermi anch’io a quei tavolini e di ricevere la stessa dose di fiducia quotidiana.

Ciò che mi ha colpito, da lettrice, è proprio questa capacità di trasformare luoghi ordinari – un bar, una piazza, il ricordo di un’infanzia – in scenari epici. In Artemide Cinzia, ad esempio, l’apparizione della dea avviene in un bar di paese: il gesto semplice del bere diventa incontro con la divinità, rivelazione che spezza la routine. In questo modo Catalfamo rinnova il mito, rendendolo familiare e vicino, ma senza privarlo della sua forza archetipica.

Il richiamo alla tradizione letteraria è altrettanto evidente. In Schermaglie l’autore recupera con ironia il linguaggio della poesia cortese, inserendo versi in dialetto che ricordano la Scuola siciliana: «Scrivo versi rari / pir meu cori alligrari / e senza pretese / rinnovo la poesia cortese». Da studiosa non posso non notare il dialogo intertestuale con Cavalcanti, Jacopo da Lentini e persino Dante; ma come lettrice, ciò che percepisco è soprattutto la leggerezza e l’ironia con cui il passato letterario si innesta nel presente, diventando un gioco di riconoscimenti e sorprese.

Il testo Bafia mi ha emozionato in maniera particolare. Lì il mito incontra la memoria collettiva e la storia sociale: i satiri che si ribellano ai ciclopi incarnano i contadini che lottano contro i potenti. Analiticamente, si tratta di un’allegoria potente, che trasforma un episodio locale in simbolo universale; ma emotivamente, leggendo, ho sentito la voce di generazioni che non si arrendono e che resistono «cantando e bevendo / al suono delle cornamuse». È un passaggio che trascende la letteratura per diventare canto civile.

L’elemento autobiografico, infine, si intreccia con quello mitico, soprattutto nella dimensione dell’amore. In Sogno il poeta rievoca la figura femminile come ninfa addormentata: «Non ho osato sfiorarti, / interrompere il tuo sonno di ninfa, / adagiata su lenzuola di felci». L’immagine della donna amata si fonde con paesaggi naturali e richiami fiabeschi, in una visione che trasfigura la vita personale in mito universale.

In definitiva, Metamorfosi del mito è un’opera che unisce il rigore della cultura classica e letteraria alla freschezza di una voce personale. Catalfamo dimostra che il mito non è distante né astratto, ma continua a vivere accanto a noi: nelle piazze, nei ricordi d’infanzia, nelle passioni e nelle lotte quotidiane. Da un punto di vista critico, la raccolta si configura come una polifonia di registri e tradizioni; da un punto di vista personale, come una lettura che lascia il segno, perché insegna a vedere il divino nel quotidiano e l’universale nel frammento di vita.

:: Il Gargano tra storia e leggenda di Alfonso Chiaromonte (Edizioni del Poggio 2025) a cura di Giulia Marmugi

28 settembre 2025

Oggi parliamo della storia del Gargano, ovvero un promontorio montuoso situato in Puglia, che ha «l’aspetto di una ciambella rivolta verso il nord, separata a settentrione dal mare per mezzo dei laghi costieri di Lesina e di Varano». Questo libro, pubblicato da Edizione del Poggio nel 2025, può anche essere visto come una sorta di guida a uno dei luoghi più famosi del nostro paese, ma a cui spesso non diamo abbastanza importanza. Di fatto, oggi siamo abituati ad attraversare solo i luoghi più turistici, alla ricerca di uno o l’altro particolare, perdendoci però l’esperienza unica che ogni luogo o monumento ci può dare.

Anche per questo motivo le notizie riportare da Alfondo Chiaromonte sono molte e di diversa natura. Non a caso, non è solo un viaggio nello spazio, ma anche nel tempo poiché l’autore ci fa fare un “viaggio affascinante tra masserie, grotte e torri costiere” che parte dalla storia antica fino ai giorni nostri.

Si tratta di una versa e propria divulgazione storica e sociale, che ci porta a riscoprire verità celate in vecchi documenti. Ad aiutarlo è sicuramente il suo mestiere di professore. È arrivato a consultare anche i testi degli autori latini.

Grazie a lui sappiamo proprio come veniva descritto il Gargano dai geografi romani: «Appulus Hadriacas exit Garganus in undas…» ovvero sembra che quasi esca, fuoriesca, dal mare.

Come sempre poi, tra le fonti certe e attendibili, sorgono anche le leggende. Un esempio è Il Culto delle Acque, che avveniva all’interno delle grotte presenti nel territorio. Una sorta di rito sacro che ha dato origine a svariati miti, la maggior parte legati all’idea dell’acqua come purificatrice e fonte di vita e nutrimento.

Le grotte, infatti, rappresentano gli elementi più significativi del paesaggio. Tra le più famose viene citata La Voragine di Campolato presso San Giovanni Rotondo, la più profonda della Puglia. Hanno così tanta importanza che l’autore intitola il capitolo in questo modo: “la storia della civiltà pugliese è scritta nelle grotte”.

Insomma, una guida non turistica all’insegna di una parte importante della nostra cara Italia. Adatto alle persone curiose, a chi vuole sapere di più sulla storia italiana. 

Consiglio di acquisto: https://www.amazon.it/dp/B0F9HMSV4Z?tag=giuliamarmugi-21 se comprerai il libro a questo link il recensore guadagnerà una piccola commissione. Grazie!

:: Prima e dopo la stagione delle piogge di Kafu Nagai (Marsilio 2025) a cura di Giulietta Iannone

27 settembre 2025

Prima e dopo la stagione delle piogge (Tsuyu no atosaki, 1931) dello scrittore giapponese Nagai Kafū, edito in Italia da Marsilio a cura di Alberto Zanonato, racconta la storia di una ragazza, Kimie, scappata di casa dalla campagna per evitare il matrimonio con un campagnolo e giunta a Tokyo dall’amica geisha Kyōko che l’inizia alla prostituzione non per avidità di denaro ma per una forma di ricerca esistenziale e trasgressiva, espressione di una società in transizione, e anche segno della decadenza delle vecchie tradizioni dove ormai è comune da geisha diventare cameriera o viceversa. E le celebri accompagnatrici, dedite all’arte dell’intrattenimento colto, frequentano abitualmente le case di appuntamento e spesso poco le differenziano dalle semplici prostitute, anche non di rado facendolo abusivamente senza autorizzazzione. Kimie è diversa dalle altre ragazze, ha un talento innato per sedurre e affascinare gli uomini, e non cerca il grande amore, ma solo esperienze molteplici che la facciano sentire viva. Trova poi lavoro come cameriera nel caffè Don Juan a Ginza, luogo che le da l’opportunità di conoscere i diversi uomini con cui si intrattiene. Ma la sua libertà di costumi attira anche maldicenze e molestie tanto che all’inizio del romanzo si reca da un indovino per sapere chi possa essere ma la sua reticenza nel fare domande le da un responso alquanto generico che perde di importanza. Il romanzo, sensuale e crudele, esplora i temi della modernizzazione e di quanto l’Occidente abbia adulterato le vecchie tradizioni. Nagai Kafū (1879-1959), considerato un importante scrittore della letteratura moderna giapponese, apprezzato da Tanizaki, è un autore che si accosta al naturalismo francese, alla Zolà per intenderci, e lo filtra con il gusto tutto giapponese per l’amore della natura e della bellezza. Kimie e le sue esperienze nei quartieri di piacere diventano il filtro con cui l’autore guarda i danni che la modernizzazione ha portato nel paese più a livello spirituale che materiale. La solitudine, la vacuità di queste vite si intersecano con l’apprezzamento per le vecchie tradizioni, il rispetto e l’amore per la cultura e l’erudizione. Il personaggio soprattutto di Tsuruko, moglie del romanziere Kiyo’oka Susumu, un amante di Kimie, incarna tutta la positività dei valori tradizionali, la sobrietà, il buon garbo, la buona educazione. Kimie invece incarna un personaggio femminile decisamente moderno e indipendente, visto con occhio indulgente e caratterizzato con grande attenzione ai dettagli dell’abbigliamento, del trucco, del modo di porgersi e offrirsi senza reticenze o pudore. E che la sua troppa libertà sia un rischio e un pericolo subito si fa evidente e gela un po’ la sua eccessiva spontaneità. Ma in fondo Kimie è una ragazza di buon cuore, che prova compassione per il vecchio protettore dell’amica Kyoko, e gli dà gli ultimi attimi di gioia in un finale amaro e melanconico specchio di un mondo decadente in lenta dissoluzione. La traduzione è a cura di Alberto Zanonato che scrive anche un’interessante introduzione. Luisa Bienati cura La vita e le opere.

Kafu Nagai Poeta del passato, interprete di una tradizione messa in crisi dai valori della modernizzazione, Nagai Kafu- (1879-1959) è uno dei grandi nomi della letteratura giapponese moderna. Sensibile al fascino della cultura occidentale, si avvicina al naturalismo francese negli anni giovanili, ma della lezione di Zola gli resteranno solo la precisione per il dettaglio e un amore per la descrizione che diventa esercizio di raffinata e colta letteratura. In risposta al veloce avvicendarsi degli eventi e alla frenesia dei tempi, trova rifugio estetico nelle emozioni e nelle atmosfere dei quartieri di piacere, ultimo riverbero della cultura tradizionale. Il passato è rivissuto nel presente, ricercato negli antichi quartieri della sua Tokyo, e riproposto come modello di una nuova creatività: il passato come la sola «luce che può illuminare l’incerto cammino del presente…

Consiglio di acquisto: https://amzn.to/4pmDDVs se comprerai il libro a questo link guadagnerò una piccola commissione. Grazie!

:: Il fiume infinito di Mathijs Deen (Iperborea 2025) a cura di Valentina Demelas

26 settembre 2025

Il Reno, in queste pagine, si trasforma da corso d’acqua in presenza primordiale: non un semplice fiume, ma un organismo vivente che scorre al di là del tempo, delle nazioni e delle mutazioni terrestri. L’autore, Mathijs Deen, ci accompagna lungo le sue sponde con una voce brillante, curiosa e profondamente consapevole. Il fiume infinito. Storie dal regno del Reno, pubblicato da Iperborea con la brillante, esperta e sensibile traduzione di Chiara Nardo, è un’opera che si pone a metà strada tra saggio, racconto e reportage.

Deen apre l’opera scandagliando il tempo geologico: le montagne che emergono, i meccanismi tettonici, le alluvioni e gli spostamenti del suolo. In questa lunga “animazione” storica, il Reno non ha una sorgente definitiva, perché è composto dalle piogge, dai piccoli affluenti, dai rigagnoli: una visione che dissolve ogni punto d’origine e suggerisce che il fiume esista prima e dopo qualsiasi confine.

Ma non restiamo ai macro-fenomeni: l’autore intreccia storie, creature e uomini che popolano il fiume. Una femmina di salmone di tre milioni di anni tenta di riscoprire il percorso dei suoi avi, ma riconosce un corso d’acqua totalmente trasformato; la “ragazza di Steinheim” – tra i resti umani più antichi ritrovati lungo il Reno – ci parla di malattia, vita e migrazione umana lontana nel tempo; battaglie romane contro Frisi e Cauci, l’assalto al ponte di Remagen nel 1945 e l’emozione di due ex cittadini della DDR che finalmente approdano alla roccia della Lorelei diventano pietre miliari di un percorso che coniuga la Storia con le storie.

La cifra stilistica di Deen è quella di uno sguardo lieve e insieme profondamente informato, capace di oscillare tra scienza e immaginazione, senza che l’una oscuri l’altra. La prosa sa essere raffinata e sorprendente, ironica e solenne, visionaria e perturbante. In più, l’autore si colloca come testimone discreto: una piccola presenza accidentale di fronte all’immensità del fiume e del paesaggio.

Il pregio maggiore del libro è la capacità di fare del Reno un simbolo europeo: un filo d’acqua che connette valli, nazioni e culture. Nel raccontare le vicende delle sponde – naturali, storiche e, via via, politiche – Deen ci ricorda che il fiume è insieme confine e percorso, limite e incontro. Tuttavia, nel desiderio di includere molto – ere geologiche, migliaia di anni, migliaia di storie, spunti autobiografici – il testo può risultare a tratti irregolare nello slancio narrativo, senza comunque fare scemare l’interesse e la curiosità, che rimangono sempre vivi nel lettore.

Il fiume infinito funziona come un canto epico e meditativo: Deen non pretende di spiegare tutto, ma stimola una visione fluida, anamorfica, in cui ogni epoca risuona nel presente di tutti. È un libro da leggere a ritmo lento, da assaporare concedendosi soste e pause, per lasciarsi suggestionare dall’eterna corrente di un fiume che pare respirare.

Un’opera che non si limita a parlare del Reno, ma ne restituisce l’eco, la potenza e la presenza forte. Si tratta di un contributo originale e di valore, che ci restituisce i luoghi naturali come custodi di memoria ed evoluzione.

Mathijs Deen è uno scrittore e giornalista olandese, autore di reportage, documentari, programmi radiofonici, saggi narrativi, racconti e romanzi che gli sono valsi importanti riconoscimenti di pubblico e critica. Iperborea ha pubblicato inoltre Per antiche strade, che combina ricerca storica, diario di viaggio e racconto, e il romanzo La nave faro.

Source: libro gentilmente donato dall’editore dopo una presentazione tenuta al Salone del Libro di Torino. Ringraziamo Francesca ufficio stampa Iperborea per l’invito e l’autore per la graditissima dedica.

:: Anima risorta di Christopher Moore (Elliot Edizioni 2025) a cura di Valentina Demelas

24 settembre 2025

Anima risorta, pubblicato in Italia da Elliot Edizioni, è l’ennesima conferma della verve creativa di Christopher Moore, autore americano che ha costruito la sua fama sulla capacità di intrecciare generi e abbattere barriere narrative. Qui Moore osa ancora di più, mescolando realtà storica e invenzione fantastica in un romanzo che diverte, sorprende e stimola.

Siamo nel 1911 a Vienna, capitale culturale, crocevia di artisti, psicoanalisti e intellettuali. È qui che Gustav Klimt, il pittore simbolista più celebre dell’Impero Austro-Ungarico – protagonista della Belle Époque – scorge nel Danubio un corpo femminile nudo. Lo osserva galleggiare, tuttavia, invece di avvisare la polizia, cede alla tentazione artistica: prima vuole ritrarlo. E proprio mentre abbozza il disegno, un colpo di tosse lo sorprende: la donna è viva. L’artista la porta nel suo studio, dove, insieme alla sua modella e musa Wally, si prende cura di lei.

La ragazza appare selvaggia, priva di ricordi e incapace di spiegare come sia finita in acqua. Il pittore decide di chiamarla Judith, come una delle protagoniste dei suoi dipinti più celebri, e si impegna ad aiutarla a recuperare la memoria.

Per farlo si affida a Sigmund Freud e Carl Jung. Grazie alle loro sedute, Judith ricorda un passato incredibile: cento anni prima era stata rinchiusa in una cassa e abbandonata tra i ghiacci artici da un uomo di nome Victor Frankenstein. Non solo: racconta anche di un viaggio all’Inferno. Resta da capire come sia finita nelle acque del Danubio e perché in tanti le diano la caccia. Tra questi spicca Geoff, un enorme cane-diavolo del Nord con un’insolita passione per i croissant.

Con Anima risorta – già bestseller del New York Times, caldamente consigliato e definito in Italia da numerose voci autorevoli ed entusiaste ironico, dissacrante, spassoso, irresistibile – Christopher Moore firma uno dei suoi romanzi più folli ed esilaranti, dove arte, psicoanalisi e fantastico si mescolano in una trama imprevedibile.

Il romanzo scivola tra noir, fantasy e commedia, mantenendo però una logica interna coerente nella sua follia.

Il fascino di Anima risorta sta nella sua capacità di unire cultura e intrattenimento, e nei dialoghi superlativi. Moore alterna gag surreali a riflessioni sull’arte simbolista e sulla nascita della psicoterapia. Tra cameo di Egon Schiele, Oskar Kokoschka e Alma Mahler, la Vienna fin de siècle prende vita, in una tessitura sapiente di aspetti affascinanti e sorprendenti. Non mancano riflessioni più profonde: identità, memoria, conflitto tra Eros e Thanatos. È una comicità intelligente, acuta, che diverte, ma che non rinuncia alla sostanza.

Moore non elude nemmeno i lati oscuri dell’epoca: il sessismo dell’ambiente artistico, le ossessioni di Freud, la discutibile disinvoltura di Klimt e Schiele. Ma tutto viene filtrato dall’ironia, senza moralismi. Tra tutti i personaggi, senza dubbio spicca Wally Neuzil, ritratta come figura vivace e indipendente, che aggiunge al romanzo una nota quasi femminista.

Certo, la generosità narrativa può sembrare eccessiva: circa quattrocento pagine piene di colpi di scena, digressioni e trovate. Non è un libro per chi ama trame lineari e sobrie, ma una giostra impazzita dove l’incredulità va sospesa. Chi accetta il gioco si ritrova immerso in un luna park letterario adorabile e assolutamente originale.

Anima risorta è una scommessa vinta. Un romanzo raffinato e folle, colto e godibile, che conferma Moore come uno degli artisti più brillanti della narrativa contemporanea. La traduzione brillante ed esperta di Gianluca Testani restituisce ritmo e ironia, rendendo accessibile al lettore italiano la voce originale dell’autore. Un libro consigliato a chi cerca una lettura fuori dall’ordinario: un’avventura letteraria che ricorda quanto l’arte e l’umorismo siano antidoti indispensabili al peso del reale.

Christopher Moore,nato nel 1957 in Ohio, vive a San Francisco. È autore di sedici romanzi di grande successo internazionale, tutti editi da Elliot, e ha vinto per due volte di seguito il Quill Award.

Source: libro gentilmente donato dall’editore, ringraziamo l’ufficio stampaElliot Edizioni.

:: La storia del calcio azzurro in 50 ritratti, Marino Bartoletti (Gallucci 2025) A cura di Viviana Filippini

24 settembre 2025

“La storia del calcio azzurro in 50 ritratti” è l’ultimo libro di Marino Bartoletti, edito da Gallucci, uscito poco tempo fa. Il tema è sì sportivo, perché il centro della narrazione è il calcio, ma Bartoletti lo racconta attraverso le biografie di 50 giocatori che hanno lasciato un segno nella storia del calcio Italiano. Ogni ritratto biografico raccontato a parole da Bartoletti presenta le illustrazioni a cura di Mauro Mazzara. In più, il libro ha tra le sue pagine anche un’intervista a Marcello Lippi che per anni è stato allenatore della nazionale. Il testo è ideale per tutti coloro che sono appassionati di calcio e che con questo volume potranno conoscere i calciatori non solo dal punto di vista calcistico, ma anche umano, visto che l’autore narra pure i dettagli e i particolari significativi della vita dei calciatori italiani che sono stati scelti per la realizzazione del libro. La cosa interessante è il fatto che oltre a far conoscere ai lettori i giocatori, si viaggia in lungo e in largo per l’Italia, a seconda di dove i protagonisti sono nati e crescitui calcisticamente, seguendo quindi le squadre dove hanno militato. In realtà, si fa un viaggio tra passato e presente, perché ci sono i giocatori degli albori come Adolfo Baloncieri o Amedeo Biavati, arrivando poi a quelli più noti e recenti, come se tra di loro ci fosse un continuo passarsi la palla per far conoscere a chi legge le loro vite. Da Andrea Pirlo, passando per Franco Baresi, salutando il grande Totò Schillaci, Francesco Totti, Roberto Baggio, il lettore si muove avanti e indietro nel tempo calcistico tra presente e passato. Nel libro ci sono anche le vite di alcuni giocatori di calcio  che furono padre e figlio, come Mazzola, o Jose Altafini che nonostante sia cresciuto all’estero, ha origini italiane. Un libro di calcio, ma anche un tomo che ci aiuta a capire gli uomini che fecero il calcio e quanto contribuirono a renderlo emozionante e spettacolare per lo spettatore adulto o bambino. “La storia del calcio azzurro in 50 ritratti” di Marino Bartoletti è un’emozionante viaggio tra le pagine di storia e calcio e in quell’essere umani dei protagonisti, non solo calciatori, ma essere umani a tutto tondo. I disegni presenti  non solo, sono ben fatti, ma permettono al lettore di conoscere il volto di questi professionisti del pallone. 

Marino Bartoletti (Forlì, 1949) è uno dei più celebri giornalisti italiani. Ha condotto e spesso ideato trasmissioni storiche come Il processo del lunedìLa Domenica Sportiva, PressingQuelli che il calcio. È stato direttore del “Guerin Sportivo” e dell’Enciclopedia Treccani dello Sport, oltre che delle testate sportive della Rai e di Mediaset. Con Gallucci ha in corso di pubblicazione la serie per ragazzi La squadra dei sogni. I suoi romanzi “adulti” hanno riscosso un incredibile successo di pubblico e di critica, tanto che La cena degli dei si è aggiudicato i premi Selezione Bancarella, Invictus, Libri d’Ulisse e Samadi, Il ritorno degli dei ha vinto i premi Bancarella Sport e Città di Castello, mentre La discesa degli dei i premi Kerasion e Terre d’Agavi e La partita degli dei il premio Lorenzo D’Orsogna. L’ultimo romanzo, Il Festival degli dei, è dedicato a Sanremo e ha riscosso un incredibile successo di pubblico e di critica. (fonte Gallucci)

Mauro Mazzara (Milano, 1980) è pittore e illustratore per la comunicazione, la moda e l’editoria. Vincitore di molti premi internazionali, disegna spesso per lo sport, che è una delle sue grandi passioni. (fonte Gallucci)

:: Bordell per nagott, Tanto rumore per nulla di Paola Varalli (Todaro 2025) a cura di Patrizia Debicke

22 settembre 2025

Una nuova indagine per gli investigatori del Bar William. L’idraulico Pino, il virile gommista Marietto, il barista Viliam, il di lui padre Socrate, la buttafuori Edmonda De Amicis (chiara dimostrazione di come dei genitori possano architettare il male dei figli)… una banda di “mal traa insema”, un manipolo di investigatori dilettanti che si sono autoproclamati i Quattro moschettieri, decisi a portare a casa il risultato a ogni costo. La Eddy è sotto ricatto! Ha un segreto ma che  l’avrà scoperto? E cosa vogliono da lei?
Mentre i nostri eroi, su richiesta della madre, indagano sulla morte sospetta di Rosolino Pochintesta, trovato cadavere nelle acque del Ticino dopo più di una settimana dalla sua scomparsa, ufficialmente un suicidio, un misterioso e forse temibile  personaggio  li trascina in una rocambolesca caccia al tesoro nella vivace Milano degli anni Ottanta. Socrate conosceva bene Rosolino : era il figlio della Ines, una cara amica che, per il dispiacere, è stata ricoverata in ospedale. La donna è certa che qualcuno lo abbia assassinato. Lui era sereno, aveva un buon lavoro e una bella fidanzata: perché mai avrebbe dovuto uccidersi?
Gli amici del Bar sono disposti a indagare, ma quella non sarà l’unica faccenda su cui dovranno far luce.
La procace rossa Albisa, entraîneuse del night BarLafus, dove lavora come buttafuori anche il quarto pilastro dei moschettieri Edmonda De Amicis, si presenta al Bar William preoccupata. Ultimamente Edmonda, la Eddy, non sembra più lei: è sempre sfuggente, silenziosa. Così Albisa preme sugli amici affinché la tengano d’occhio. E siccome anche loro non la vedono e la sentono da un po’ di giorni, decidono di andarla a cercare, o meglio, di convocarla per capire cosa stia succedendo.
Tra tira e molla, la Eddy si apre e confessa di aver ricevuto dei biglietti minatori. In un foglio appeso al suo motorino c’era addirittura scritto: “Se parli si saprà di Playboy, non ti conviene!”. Insomma, parrebbe un ricatto vero e proprio. Ma per cosa? Oddio… La Eddy, con il suo lavoro al BarLafus, una notte ha avuto modo di sentire frasi minacciose pronunciate da due figuri, due poco di buono o peggio. Gente che parlava di un “lavoretto pulito” … ma anche di qualcosa buttata nel fiume.
I biglietti minatori li hanno scritti loro? E se sì, a cosa si riferiscono? Chi ricatta la Eddy? E cosa intendono con quel “Playboy”?
Se inizialmente l’Edmonda pensava a uno scherzo, adesso è molto preoccupata e ha assolutamente bisogno del sostegno dei suoi amici.
Anche stavolta quindi ci sarà un mucchio di carne al fuoco per gli investigatori dilettanti del Bar William. Sarà l’avvio di una caccia al tesoro meneghina per sbrogliare una scherzosa serie d’indizi, magari anche in dialetto, sulle tracce di targhe commemorative. Una caccia che costringerà i nostri eroi a una passeggiata simil turistica per le strade cittadine a piedi, in tram, in metropolitana e con il motorino, senza contare le gite in macchina, per saperne di più sulla morte di Rosolino, verso Sesto Calende e il Lago Maggiore.
Tra colazioni, la cucina di Socrate che scalda il cuore e delizia lo stomaco, caffè e aperitivi, ecco un’altra divertente indagine di Paola Varalli che ci rimanda alla Milano da bere degli anni ’80. Ai tempi in cui tutti eravamo ancora spensierati, e potevamo sognare un domani migliore senza guerre e catastrofi disumane in giro per il mondo. Quando le maggiori preoccupazioni dei giovani riguardavano più avere un look con abiti all’ultima moda e un fisico scolpito in palestra che non i grandi problemi globali. Insomma, quando si sperava ancora che il futuro potesse essere solo rosa. Quando Milano era una metropoli immersa in eventi, innovazione e divertimenti, e forse si riusciva più facilmente a sorridere.

Paola Varalli architetto per la pagnotta e scrittrice per passione, Paola Varalli nasce sul lago Maggiore e vive tra Milano e il lago di Como. Ha pubblicato tre gialli con Fratelli Frilli editori, con le “squinzie” come protagoniste, due amiche con la propensione ad indagare e a ficcarsi nei guai.  Con Todaro editore è uscita con due racconti lunghi sulle antologie Quattro volte Natale e Odio l’estate, e nel maggio 2023 ha visto le stampe il suo ultimo lavoro dal bizzarro titolo di “Tira, mòlla e messèda” (le indagini del bar William), giallo che si svolge negli anni ottanta nella Milano da bere. Pino e Marietto, un idraulico e un gommista sui generis indagano nel “borgh di ortolan”, la zona di via Sarpi, Canonica, Piero della Francesca, ingollano bianchini spruzzati e forse riusciranno a salvare una persona in pericolo ecc. ecc.

:: Memoria rossa. La Cina dopo la Rivoluzione culturale di Tania Branigan (Iperborea 2025) a cura di Giulietta Iannone

18 settembre 2025

Per capire la Cina contemporanea di Xi Jinping non si può prescindere dal conoscere cosa successe in Cina dal 1966 al 1976, anno della morte di Mao Tse-tung. Un solo decennio in cui si attuò la cosidetta Rivoluzione Culturale, uno spartiacque traumatico e repentino che segnò per sempre un prima e un dopo nella tumultuosa storia cinese. La Cina sopravvisse e pose le basi dell’odierno miracolo economico che tanto impensierisce le nostre sempre più fragili democrazie occidentali da sempre tese a propugnare valori come la libertà, l’indipendenza, la giustizia, il democratico progresso condiviso. Se anche in Occidente abbiamo assistito a diverse rivoluzioni (altrettanto sanguinarie) come la Rivoluzione Francese, la Rivoluzione Inglese o quella Americana, per non parlare di quella Russa se vogliamo per esteso considerare anche la Russia Occidente, la Grande Rivoluzione culturale proletaria cinese ebbe caratteristiche sue proprie che segnarono per sempre nel profondo lo spirito e l’anima cinese. Fu un movimento che spazzò via le vecchie strutture tradizionali culturali, etiche, sociali e pose le basi di una nuova Cina che non ha mai smesso di evolversi e che ora conosciamo come potenza emergente nello scacchiere internazionale e desta grandi timori e un bricciolo di curiosità e forse anche ammirazione da parte nostra. Per fare luce su questo periodo controverso, e per molti versi ancora sconosciuto, della storia cinese, è sicuramente interessante leggere Memoria rossa. La Cina dopo la Rivoluzione culturale della giornalista britannica Tania Branigan per sette anni in Cina come corrispondente di The Guardian. Edito in Italia da Iperborea e tradotto da Silvia Rota Sperti, Memoria Rossa più che un semplice saggio è un vero e proprio reportage che raccoglie le testimonianze dolorose e autentiche di chi partecipò alla Rivoluzione Culturale e ancora oggi ne conserva le cicatrici. Nessuno ne uscì innocente, vittime e carnefici si scambiarono i ruoli, in una lotta per la sopravvivenza in cui non era ben chiaro come si dovesse agire. Unico faro era il pensiero di Mao, che i giovani arruolati nel considetto grande esercito delle Guardie Rosse, seguivano con entusiasmo e autentica partecipazione. Non era facile rompere definitavemente con il passato, con la cultura tradizionale di stampo confuciano che perdurava da millenni. Fu uno spartiacque traumatico, come dicevamo prima, la delazione, la violenza, il sospetto erano diffuse, figli denunciavano i genitori, studenti uccidevano i propri professori, mogli e mariti si denunciavano a vicenda, e i campi di rieducazione erano veri e propri lager dove vigeva la tortura. I vecchi proprietari terrieri venivano assassinati passando a una collettivazione forzata delle terre che almeno nei primi tempi segno fame carestia, miseria diffuse, ma Mao ordinò di andare avanti e così i cinesi fecero verso un luminoso futuro che si intravedeva dalle ceneri e dalle rovine del passato. Si poteva cadere in disgrazia o essere riabilitati, tutto per un capriccio o una fortuita circostanza, gli eroi di ieri potevano diventare le vittime di domani, ma nonostante tutto questo la Cina conservò la sua anima. La Cina di oggi sembra destinata a fare i conti con questo ingombrante passato, sebbene il controllo sociale, oggi potenziato da tecnologia e software, sembra volerlo rimuovere. Ma la Cina di oggi è figlia della Cina di ieri, e il benessere economico ottenuto a caro prezzo da solo non basta a depurare dai fantasmi del passato e dalla necessità di conservare una coscienza, un’identità e valori condivisi in cui riconoscersi. Anche noi in Occidente abbiamo molto da imparare da queste esperienze, ora che per timore di guerre future si vuole fare abbattere il welfare per potenziare le spese belliche. Lo sgretolarsi dei capisaldi democratici è sempre più evidente ed è bene ricordare che fanno parte della nostra identità e della nostra anima, e che perdendoli, andrebbero persi per sempre.

Tania Branigan è una giornalista britannica. Tra le voci più importanti del Guardian per gli esteri, si è occupata a lungo di Cina, paese in cui ha vissuto sette anni come corrispondente. Suoi scritti sono apparsi anche sul Washington Post. Memoria rossa, finalista al Baillie Gifford Prize, è il suo primo libro.

Consiglio di acquisto: https://amzn.to/461Q8g8 se comprerai il libro a questo link guadagnerò una piccola commissione. Grazie!

Leggi l’incipit

:: Scrivere di Marguerite Duras (NN editore, 2025) a cura di Giulietta Iannone

13 settembre 2025

Scrivere – una ragione di vita (Écrire, 1993) edito in Francia all’inizio degli anni ’90 del secolo scorso da Gallimard, e ora edito in Italia da Enne Enne Editore, Milano, e tradotto da Chiara Manfrinato, che firma anche la postfazione, ovvero le Note della traduttrice, (da segnalare anche la prefazione di Gaia Manzini) è il testamento letterario, intimo, politico e morale di Marguerite Duras. 5 testi, di cui i primi due trascrizioni in forma narrativa di due interviste, in cui Marguerite Duras ci parla di scrittura, di amore, di morte, di politica militante, di arte, bellezza, guerra, solitudine e nostalgia. Dopo Écrire non scriverà, o meglio pubblicherà, più nulla, morirà tre anni dopo, nel marzo del 1996. Da non credente ci parla anche di Dio, molta della sua scrittura è attinente al sacro, a quella purezza che scaturisce dalla verità, eletta a cardine o meglio a lanterna con cui illuminare il suo amore per la vita, la scrittura, l’arte in senso lato. Nel suo rifugio di Neauphle scrive, non dorme molto, ospita gli amici, ascolta il silenzio del crepuscolo e osserva, sè stessa, il suo mondo interiore e ciò che la circonda, il suo giardino, il suo pianoforte, la morte di una mosca, simbolo di tutte le morti di cui è disseminata la sua vita, partendo da quella del fratello Paulo, che nel secondo testo La morte del giovane aviatore inglese, celebra, con il grido di disperazione, lo scandalo della morte di un ragazzo di soli vent’anni. L’inferno delle fabbriche, il sangue del proletariato, tutto sgorga nella sua scrittura militante, capace di indignarsi, commuoversi, protestare, urlare, col silenzio compresso della parola scritta. La Duras ci porta nel suo mondo, e non si capisce se scrive per se stessa o per il lettore, che un giorno leggerà queste pagine cariche di patos e sincera commozione. Nessuna volgarità, nessuna esibizione di bravura fine a se stessa, ma la sua scrittura stessa, con le sue cadenze, il suo ritmo sincopato, la sua capacità di trasmettere emozioni e forza d’animo. Un testo cardine per comprendere il mondo interiore della Duras e cosa per lei fosse la scrittura, l’importanza etica, morale politica che per lei aveva. Da leggere, rileggere e conservare.

Marguerite Duras (Saigon, 1914-Parigi, 1996) ha vissuto in Vietnam fino ai diciotto anni. Rientrata in Francia nel 1932, ha preso parte alla Resistenza e ha militato nel dopoguerra nelle file del Partito Comunista Francese, da cui è stata espulsa come dissidente nel 1950. È autrice di romanzi e sceneggiature, come quella di Hiroshima Mon Amour di Alain Resnais, e ha diretto numerosi film, tra cui India Song (1974) e Les enfants (1984). Con L’amante ha vinto il Premio Goncourt nel 1984.

Source: inviato dll’editore, ringraziamo Francesca dell’Ufficio Stampa Enne Enne Editore.

Consiglio di acquisto: https://amzn.to/4mOSLsQ se comprerai il libro a questo link guadagnerò una piccola commissione. Grazie!

::Destino di una famiglia ucraina, Ivan Nechuy- Levytsky  (Bonfirraro editore, 2024 ) A cura di Viviana Filippini

8 settembre 2025

“Destino di una famiglia ucraina” di Ivan Nechuy- Levytsky è un romanzo ucraino, uscito per la prima volta nel 1879 e rappresenta un esempio di letteratura realista ucraina. Le qualità narrative dello scrittore portano il lettore  dentro al mondo di questa famiglia protagonista del romanzo alle prese con i problemi, gioie e dolori della vita quotidiana nella seconda metà dell’Ottocento. Da subito emergono le caratteristiche della terra protagonista,  dedita alla produzione agricola e in bilico tra impero austro-ungarico da una parte e russo dall’altra. Poi però, con Ivan Nechuy- Levytsky scopriamo chi sono coloro dei quali conosceremo la storia. Protagonista l’intera famiglia di Omel’ko Kajdaš,un contadino ucraino molto legato alle tradizioni, alle fede e anche all’alcool. Accanto a lui ci sono i due figli, Karpo e Lavrin che, nel corso della trama, prenderanno mogli portandole dentro al loro microcosmo. Un atto che destabilizzerà un po’ tutti gli equilibri interni alla famiglia, tra genitori e figli, mogli e mariti e tra nuore e suoceri. Per le due giovani spose il nuovo corso esistenziale in famiglia non sarà per niente una passeggiata e, giorno dopo giorno,  si trasformerà in una vera e propria lotta alla sopravvivenza, non tanto per il rapporto con i due mariti, ma con la suocera che metterà a dura prova entrambe le ragazze. La donna ha maniere molto dure, scontrose  e brutali  nel trattare le nuore, per lei ogni scusa è buona per attaccarle, criticandole per ogni cosa o gesto compiuto, provocando in loro la perdita della pazienza. Motria e Melaska, moglie di Karpo la prima e di Lavrin la seconda, devono – o meglio vorrebbero- controbattere alla suocera che ha una visione del mondo familiare del tutto patriarcale, molto radica al passato, che le impedisce di vedere e capire quanto la società dove vivono stia cambiando in modo completo. Le due spose sono così esasperate dalla suocera che, ad un certo punto, una di loro se ne andrà da casa seguendo una mistica religiosa nella speranza di trovare un po’ di sana pace e tranquillità, persa o comunque messa in crisi nel momento dell’inizio della convivenza con la suocera. Ivan Nechuy- Levytsky  racconta il quotidiano vivere di una famiglia contadina ucraina dove i valori della tradizione vengono messi a dura prova dallo svilupparsi di conflitti generazionali che si possono manifestare in una famiglia quando cominciano a convivere negli stessi spazi mentalità fortemente legate alla tradizione, al passato e menti che guardano al domani di cambiamento e trasformazione. In “Destino di una famiglia ucraina” a fare da sfondo ai tumulti di un piccolo mondo familiare, c’è un’ Ucraina in cambiamento e trasformazione, che va di pari passo a quell’ essere una sorta di “oggetto del desiderio” di due imperi (austro-ungarico e russo) che tanto vogliono annettere la terra nei loro possedimenti. Una  situazione del passato, se ci fate caso, ancora attuale. Traduzione Alessandro Achilli.

Ivan Nechuy-Levytsky (1840-1918) è uno dei più importanti scrittori ucraini del XIX secolo e un pioniere del realismo letterario. Nato in una famiglia contadina vicino a Kyiv, studiò all’Università di Kyiv e si dedicò alla scrittura, diventando noto per la sua capacità di rappresentare la vita rurale ucraina. Le sue opere, tra cui “Destino di una famiglia ucraina” (Kaidash Family), esplorano le tensioni sociali, familiari e culturali, evidenziando le lotte di un popolo in cerca di identità. Nechuy-Levytsky è ricordato anche per il suo attivismo culturale e il suo impegno per la lingua e l’identità ucraina. (Fonte sito Bonfirraro editore)

Source: inviato dall’editore.

:: Aquila Neptuni di Marco Vozzolo (Ali Ribelli 2025) a cura di Patrizia Debicke

6 settembre 2025

Anno 388 d.C. L’Impero Romano d’Occidente si avvia verso un tramonto inesorabile, e con esso i suoi fasti, i suoi simboli e la sua potenza millenaria. In questo scenario di caos politico e decadenza morale si muove la vicenda che ha come protagonista il centurione Ausonio, un uomo temprato dalle campagne militari, ma ancora legato alla sua terra e ai valori di un mondo che si sta sgretolando sotto i suoi occhi.

Il romanzo si apre sul conflitto tra Valentiniano II, giovanissimo imperatore in fuga, e Magno Massimo (o Massimiano), usurpatore che tenta di imporre la propria autorità su Milano e sull’Italia. Sullo sfondo, l’ombra possente di Teodosio, Augusto d’Oriente, chiamato a ristabilire un equilibrio ormai precario. Le forze in campo non si limitano alla politica e alle grandi manovre militari: l’autore ricostruisce con precisione la complessità di un Impero in dissoluzione, tra giochi di potere, tradimenti e barbariche alleanze pronte a calare come avvoltoi sulle rovine di Roma.

È qui che entra in scena Ausonio. Non un eroe invincibile, ma un uomo di carne e sangue, costretto a confrontarsi con corruzione, tradimenti e scelte impossibili. Il suo compito – allestire una nave da guerra per difendere il porto del Liris – diventerà un atto di resistenza personale, un baluardo fragile eppure necessario contro il dilagare della violenza. L’“Aquila Neptuni”, la nave che radunerà i superstiti legionari e li porterà a combattere al fianco di Teodosio, non è soltanto uno strumento militare: rappresenta un simbolo, un’ultima fiammata di dignità e di appartenenza.

La ricostruzione storica si intreccia con il ritmo serrato della narrazione. Le manovre di Andragazio, il generale che aveva già insanguinato la storia con l’uccisione di Graziano, si scontrano con le strategie di Bautone, comandante fedele a Teodosio. Le flotte si preparano al confronto decisivo sull’Adriatico, in una battaglia navale descritta con respiro epico, dove le vele tese dal vento, il legno che stride sotto i colpi e il sangue che tinge le onde diventano immagine potente del collasso di un intero mondo.

Il pregio del romanzo è quello di restituire, attraverso lo sguardo di Ausonio, la tensione di un’epoca sospesa tra passato e futuro. Roma non è più il centro saldo e indiscusso dell’universi, ma un corpo in decomposizione, dilaniato da interessi particolari e da un’aristocrazia più dedita al lusso che al bene comune. Eppure, nonostante tutto, esistono ancora uomini capaci di credere ancora in valori di lealtà, sacrificio e appartenenza. Ausonio e i suoi ex commilitoni incarnano questa resistenza morale, quasi fossero gli ultimi testimoni, portatori di una fiaccola che, pur destinata a  spegnersi, non vuole rinunciare a brillare.

Il ritmo narrativo  è rapido, non per scarsa profondità, ma per il continuo, serrato avvicendarsi di colpi di scena. Una decisione mancata, un tradimento, una vela che compare all’orizzonte saranno sufficienti per capovolgere le sorti. Ed è proprio  la precarietà del tempo che l’autore riesce a comunicare al lettore: come una frana annunciata, quando basta un sassolino a preannunciare la rovina.

Ciò che rimane impresso è il netto contrasto tra la dimensione privata di Ausonio: la sua terra, i suoi compagni, la sua estrema dignità di soldato con l’estensione del dramma storico che lo circonda. La sua “isola felice” semicelata tra gli ulivi, continuamente minacciata dai barbari e dagli intrighi di potere, si trasforma quasi nel microcosmo in cui si rispecchia la decadenza dell’Impero.

La battaglia finale nell’Adriatico, con l’“Aquila Neptuni” proiettata al centro dello scontro, suggella un destino epico e insieme tragico. Non può esserci vera vittoria, perché il crollo di Roma è inarrestabile, ma in primo piano risalteranno la dignità e  l’onore  di chi ha combattuto fino all’ultimo respiro per difendere la propria gente. La figura di Andragazio, infine, si chiude con la macchia indelebile del fallimento e con un epilogo che trasuda disperazione: il suicidio in mare, ultimo atto di un comandante travolto dagli eventi e dalla sua stessa ambizione.
Il romanzo, in conclusione, si legge con la tensione di un thriller storico e con l’intensità di una tragedia classica. Porta il lettore dentro un’epoca di passaggi e fratture, restituendo la fine dell’Impero non come un fatto lontano e astratto, ma come un dramma umano, vissuto da uomini che ancora credevano che Roma fosse qualcosa di più di un nome e di un ricordo.

Marco Vozzolo è nato a Minturno (LT) il 12 settembre 1972. Cresciuto a Castelforte, un piccolo paese della provincia di Latina, con pochi abitanti, un po’ retrò. Si divide tra la Toscana, Castelforte e la Provenza. In origine si trasferì a Pistoia per motivi di lavoro. La scelta di rimanere a vivere in Toscana è maturata dall’amore verso i paesaggi, il loro passato e il lento scorrere della vita in alcuni piccoli, preziosi paesi. Rimane comunque un Castelfortese DOC. Frequentatore, per le ricerche storiche, di archivi, biblioteche, archivi vescovili e collezioni private. Sommelier per hobby, è propenso verso i vini Toscani e Francesi, di cui è cultore. Ha pubblicato i seguenti testi e romanzi: La Corona del Re Longobardo, Il Valore delle Piccole Cose, La Bottiglia di Napoleone, Pistoia Medievale… ma non troppo, Una Passeggiata nella Castelforte del 300, Il Grifone, Una Storia Medievale, I Gufi di Velathri, Guillame de Villaret – Dell’ultimo Templare, Ampoiles, Storie di Mare, Necropoli. Ha pubblicato sulla rivista locale Il giornale del Golfo due racconti brevi riguardanti episodi storici del paese d’origine. Incaricato “Settore Storico” del Rione dei Grifone (Pistoia).

:: L’uomo dagli occhi tristi di Piergiorgio Pulixi (Rizzoli 2025) a cura di Patrizia Debicke

5 settembre 2025

Piergiorgio Pulixi ci riporta nelle atmosfere intense e inquietanti che già avevano fatto di  L’isola delle anime un romanzo di culto. Con il suo nuovo capitolo della serie delle ispettrici Mara Rais ed Eva Croce, l’autore sardo alza ulteriormente la posta in gioco, costruendo una trama che coniuga la tensione narrativa del thriller, la denuncia civile del noir e la profondità emozionale di un’indagine sull’animo umano. La verità non è mai neutra, ma ha il sapore del peccato, e chiunque osi scavare più a fondo rischia di rimanere travolto.

La storia si apre con un’immagine sinistra: nelle acque limpide di un lago dell’Alta Ogliastra, incorniciato da boschi e montagne, un villeggiante nota un motoscafo alla deriva con a bordo il corpo senza vita di Michelangelo Esu, un bellissimo diciassettenne, travestito e truccato da donna, colpito con ventitré coltellate. La scena, che infrange l’incanto del paesaggio, costringe il lettore a calarsi subito nel lato oscuro di Saruxi,  una comunità apparentemente perfetta. Il motoscafo appartiene a Daniele Enna, ex sindaco, volto emergente della politica regionale, pronto a candidarsi alla presidenza della Sardegna con la bandiera della transizione ecologica. E subito quel delitto si trasforma in una bomba pronta a esplodere: dietro la virtuosa immagine del “paese del vento”, simbolo di prosperità e sviluppo green, affiorano interessi, ricatti e infiltrazioni mafiose legate al business dell’eolico.

La madre della vittima, Lorenza Maxia, è una figura centrale e indimenticabile. Il suo dolore, lo strazio quasi palpabile di una madre che ha perso l’unico figlio, non si limita a definire un personaggio, ma diventa voce collettiva e denuncia di una comunità che preferisce insabbiare piuttosto che affrontare la verità. Saruxi è un paese raffinato, ordinato, ricco di fiori e di servizi, ma dietro la facciata si celano inconfessabili compromessi e un potere politico che si intreccia con la criminalità. Pulixi è un maestro  nel descriverne il  contrasto: la seducente bellezza del luogo e il marcio che corrompe le fondamenta.

Sull’indagine lavoreranno Mara Rais ed Eva Croce, chiamate a occuparsi del caso dal procuratore generale con un preciso dictat: risolverlo senza clamore, proteggendo la fragile impalcatura politica che regge la candidatura di Enna. Le due ispettrici, già protagoniste di altre eccezionali indagini, si dovranno muovere in una terra che conoscono e temono, sorvegliate da vicino e ostacolate da occulti poteri che hanno solo interesse a seppellire i segreti del lago. Ciò nondimeno il romanzo non è solo la cronaca di una difficile inchiesta ma forse soprattutto il ritratto di due donne multiformi,  costrette a confrontarsi non solo con il male all’esterno, ma anche con le proprie più intime fragilità.

Mara Rais è impegnata in una devastante battaglia personale: l’ex marito è riuscito a sottrarle la figlia adolescente grazie a un’ordinanza del tribunale. La sua urgenza di risolvere il caso quindi non è solo professionale, ma principalmente legata al bisogno di dimostrare di essere una madre affidabile e di poter riconquistare un pezzo della sua vita. Eva Croce, invece, che non si concede mai tregua, vive la ricerca della verità come un percorso doloroso dentro le proprie zone d’ombra, quasi intrappolata dai suoi fantasmi e dalle sue contraddizioni. Insieme, Mara ed Eva tuttavia incarnano due diverse espressioni della stessa resistenza, benché unite da un rapporto fragile e continuamente messo alla prova. Qualcuno, infatti, trama per dividerle, alimentando sospetti e screzi: e invece l’equilibrio tra loro è indispensabile, perché solo la fiducia reciproca può condurle fino in fondo.

La struttura del romanzo è ben calibrata: tre parti precedute da un prologo che restituisce la vittima nella sua essenza più vera. Michelangelo Esu non è solo un corpo martoriato, ma anche un  giovane artista che dipingeva angosciosamente occhi maschili tristi, a immagine di un mondo interiore sofferto ed enigmatico. Una scelta narrativa che regala al romanzo un insolito spessore: non bisogna dunque  solo scoprire chi ha ucciso, ma capire chi fosse davvero Michelangelo, cosa mai lo rendesse così fragile e scomodo da meritare una morte tanto brutale.

Pulixi mischia diversi livelli narrativi: la denuncia sociale delle infiltrazioni criminali nell’economia “verde”, la critica a una politica che preferisce proteggere le proprie carriere e non la verità e  l’analisi delle dinamiche di potere in un microcosmo comunitario specchio di vizi e storture universali. Ma c’è anche un grande romanzo sulle donne. Pulixi scava nell’animo femminile con empatia e con una precisione che raramente si trova nel noir, trasformando il dolore in una lente attraverso cui guardare la giustizia e la verità.

Il paesaggio dell’Ogliastra, come sempre nella scrittura dell’autore, non è solo cornice ma personaggio: un luogo di bellezza primordiale ma minacciosa, che rispecchia la tensione dei protagonisti. L’acqua del lago, con i suoi sepolti segreti, diventa metafora delle verità sommerse che rischiano di emergere con slancio distruttivo.

Pulixi si serve di un ritmo incalzante, fatto di capitoli brevi, dialoghi affilati e colpi di scena ben dosati, ma senza mai sacrificare la profondità psicologica. La tensione cresce progressivamente, fino a un finale che lascia addosso una sensazione di ferita aperta, di giustizia parziale, di resa dei conti più interiore che processuale.

Un libro teso, attualissimo e implacabile, che ci ricorda come dietro la patina di progresso e benessere possano nascondersi abissi di violenza e corruzione. Un noir che esaltando la forza d’animo delle donne, ci spiega come la giustizia, per quanto desiderata e inseguita, sia troppo spesso contaminata dal peccato.

Piergiorgio Pulixi (Cagliari, 1982) è uno scrittore di romanzi e racconti noir. “Perdas de Fogu”, romanzo-inchiesta ideato da Massimo Carlotto, segna l’avvio della carriera letteraria di Pulixi e l’inizio della sua collaborazione con il collettivo letterario Sabot. Sempre in questo progetto corale, Pulixi ha partecipato con il suo racconto alla raccolta “Donne a perdere”. “Una brutta storia”, “La notte delle pantere”, “Per sempre”, “Prima di dirti addio” sono i titoli che compongono la saga incentrata sull’ispettore Biagio Mazzeo. Nel 2014 ha presentato al pubblico “Padre Nostro” e il thriller psicologico “L’appuntamento”. Ha vinto il premio Franco Fedeli 2015 e i Corpi Freddi Awards con “Il canto degli innocenti”. “Lovers hotel” è invece una serie audio di sei puntate creata con Carlotto, mentre “L’ira del male” rappresenta la sua prima antologia. Pulixi, i cui romanzi sono al momento tradotti anche negli Stati Uniti, Canada e Gran Bretagna, pubblica alcuni dei suoi racconti anche nelle testate di «Left», «Micromega», «Narcomafie» e «Manifesto».