Archive for the ‘Recensioni’ Category

:: La terra al di là di Gene Wolfe (Atlantide 2025) di Emilio Patavini

22 luglio 2025

Atlantide è una casa editrice dall’interessante catalogo, che comprende anche una oculata selezione di titoli fantascienza, da Amo Galesburg a primavera di Jack Finney a Il mondo sul filo di Daniel F. Galouye, da Riaffiorano le terre inabissate di M. John Harrison, a Godbody di Theodore Sturgeon. A queste opere si è recentemente aggiunto, ad aprile di quest’anno, il romanzo La terra al di là di Gene Wolfe (1931-2019), autore americano noto per il ciclo science fantasy del Libro del Nuovo Sole, edito da Mondadori. Uscito nel 2013, La terra al di là è il penultimo romanzo pubblicato da Wolfe e racconta di Grafton, un uomo americano che si ritrova a viaggiare in un imprecisato paese dell’Est Europa per scrivere una guida turistica. Del paese non ci verrà mai detto il nome, ma sappiamo solo che in questa «terra al di là della montagne» vige una dittatura post-comunista, mentre gli abitanti hanno nomi simil-greci. Come è stato notato, il titolo originale The Land Across sembra rimandare alla Transilvania, riferimento corroborato anche dalla presenza di una residenza estiva di Vlad l’Impalatore nel paese. Se anche di Transilvania si tratta, ne è comunque una versione alternativa e distopica, uno stato di polizia che sottrae il passaporto a Grafton e lo incrimina senza motivo apparente, affidandolo alla custodia di un uomo di nome Kleon, che fin da subito non mostra alcuna simpatia nei suoi confronti, e di sua moglie Martya, che al contrario è attratta dallo straniero e decide di aiutarlo. Grafton affitta poi una casa abbandonata, i Salici (nome che rievoca Algernon Blackwood), in cui si dice che sia sepolto un tesoro. Ma al suo interno trova invece il corpo mummificato di una donna, che sarà solo la prima di una serie di disavventure che lo porterà a essere rapito da una organizzazione antigovernativa di ispirazione religiosa, la Legione della Luce, e poi a essere incarcerato. Se le premesse fanno pensare a Il processo di Kafka o a Epepe di Ferenc Karinthy, il lettore viene progressivamente sviato dall’ibridazione di generi messa in atto da Wolfe. Il romanzo passa così dalla ghost story con presenze soprannaturali e tanto di casa infestata all’intricata spy story e al thriller metafisico: Grafton viene infatti coinvolto nello scontro tra la polizia segreta, la JAKA, e la setta satanista dell’Empia Via.

Non bisogna aspettarsi da questo romanzo la complessità postmoderna del ciclo del Nuovo Sole, ma una godibile lettura di intrattenimento che all’inizio sfiora l’inquietante, poi vira decisamente verso l’azione e infine sfuma in un finale parecchio sottotono. Anche stilisticamente la scrittura è scorrevole e colloquiale, e l’uso di strategie narrative come cliffhanger e colpi di scena tradisce una certa finalità tensiva che non riesce però a resistere fino alla fine, risultando poco convincente nell’ultimo quarto del romanzo. Il modo di parlare dei locali viene reso volutamente oscuro, involuto e non sempre chiaro da comprendere, immedesimandoci nello sforzo di Grafton di confrontarsi con un modo di pensare completamente diverso dal suo. L’elemento soprannaturale si palesa nella lotta tra magia nera e bianca ed è esemplificato dalla presenza di bambole vudù e di una mano della gloria dotata di vita propria e potenzialmente assassina che fa pensare a La bestia con cinque dita di W.F. Harvey, La mano scorticata di Guy de Maupassant, ma anche a Il cadavere del vescovo Louis, racconto dell’autore inglese di ghost stories Frederick Cowles che ho recentemente tradotto per la raccolta L’orrore di Abbot’s Grange uscita per Dagon Press.

Tuttavia questo La terra al di là è un romanzo che non convince pienamente. Da un narratore come Gene Wolfe era lecito aspettarsi qualcosa di più incisivo, di più stimolante per il lettore. Non che sia una lettura lenta o noiosa, tutt’altro, ma il problema è che spesso si incontrano elementi che mettono a dura prova la sospensione dell’incredulità di chi legge. Per esempio, i personaggi agiscono alla cieca, guidati unicamente dal loro intuito, eppure riescono miracolosamente a imboccare sempre la via giusta e a non fare mai buchi nell’acqua. Dürrenmatt, per fare un nome su tutti, ci ha insegnato quanto spesso l’investigazione sia accompagnata dalla fallibilità, dimostrando come non sempre il raziocinio riesca a far luce su tutte le zone d’ombra. E di zone d’ombra in questo libro ce ne sono parecchie, forse non del tutto chiarite per volontà dell’autore, così come ci sono alcuni personaggi o entità che spariscono improvvisamente senza far più ritorno. Sembra quasi che la vena allusiva per cui l’autore è noto sia stata sacrificata ai fini della mera indagine spionistica, per quanto sia trascinante fino a un climax da weird menace anni ‘30 con la classica damigella in pericolo. La figura paterna (chi leggerà il libro capirà a cosa mi riferisco) e ambigua del dittatore del paese sembra aver imposto all’autore il dovere morale di includere una appendice in calce al libro in cui si ribadisce l’importanza della democrazia in opposizione alla fittizia autarchia descritta nel romanzo. Una scelta che appare a mio avviso pleonastica. Gene Wolfe ha la fama di autore difficile da leggere. Questo libro non è difficile da leggere né particolarmente complesso. A volte sembra solo confuso. Si avverte anche l’influenza di quell’autentico capolavoro che è L’uomo che fu giovedì di G.K. Chesterton, uno degli autori che più ha influenzato Wolfe, ma il cui genio rimane insuperato.

Gene Wolfe (1931-2019) è stato uno dei maggiori scrittori americani di fantascienza e fantasy del Novecento, vincitore di numerosi premi, tra cui quattro Locus e due Nebula. “La terra al di là”, pubblicato originariamente nel 2013 e avvicinato immediatamente alle opere di Kafka e Flaunn O’Brien, viene presentato per la prima volta in traduzione italiana.

Source: libro inviato dall’editore.

:: L’enigma Kaminski di Paolo Roversi (Mondadori 2025) a cura di Patrizia Debicke

21 luglio 2025

Milano, ancora euforica per il successo dell’Expo, si prepara alla consueta vivace esplosione di  luci natalizie. Ma l’8 dicembre, una cupa ombra cala sulla città: Giovanni Ferri, noto e rispettato antiquario di Brera, viene ritrovato senza vita in un confessionale del Duomo, al termine della messa dell’Immacolata. A un primo sguardo, parrebbe un infarto. Ma Luca Botero, il commissario insofferente anzi allergico alla tecnologia e con uno spirito d’osservazione degno di un moderno Sherlock Holmes, ritiene invece che sia stato ucciso.

Quando l’autopsia conferma in pieno i suoi sospetti, l’indagine decolla. Molti, forse troppi, avevano un motivo per desiderare la morte di Ferri. E qualcosa di ancora più oscuro avanza minacciosamente : risorto dal passato torna a riaffacciarsi l’incubo peggiore del commissario — Jacek Kaminski.
Il criminale spietato che anni prima aveva quasi ucciso il commissario è tornato, e questa volta lo sfida apertamente.

Stavolta Botero dovrà mettere in gioco tutto: intuizione, coraggio, e forse anche la propria vita. Perché affrontare Kaminski sarà per lui come  affrontare anche i suoi fantasmi. E non è detto che i cervellotici enigmi disseminati lungo il cammino non di rivelino  l’ennesima trappola.

Con L’enigma Kaminski, terzo capitolo della serie con protagonista il commissario più analogico del noir contemporaneo, Paolo Roversi colpisce ancora nel segno. Il ritmo narrativo sempre serrato, la tensione costante e la trama si rivela densa di colpi di scena. Nulla è mai come sembra tanto che  il lettore si sente in prima linea, costretto a indagare accanto a Botero, condividendone limiti e intuizioni, dubbi e folgorazioni.

Come nei precedenti romanzi, Milano è più di uno sfondo: è una presenza viva, quasi tangibile, palpitante, nervosa, apparentemente  già pronta per il Natale ma attraversata da inquietudini sotterranee. Tuttavia, la caccia all’uomo porta Botero e la sua squadra anche fuori città: da Bologna alla Versilia, e persino fino a Macugnaga. Ogni diverso luogo diventa tessera di un puzzle complesso e affascinante.

Il passato si fa largo con prepotenza, e con questo  la resa dei conti tanto attesa tra Botero e il suo nemico di sempre. Kaminski è la sua nemesi perfetta, capace di metterlo a dura prova sia sul piano investigativo che su quello personale. In un duello mentale all’ultimo respiro, in una partita senza esclusione di colpi.

Il commissario, fedele al suo Borsalino e al trench d’ordinanza molto americaneggiante, resta sempre  coerente con la sua tecnofobia e il suo sguardo disincantato sulla realtà, chiuso in sé  come un campo da biliardo all’italiana,  anche se stavolta, Roversi apre qualche spiraglio sul suo mondo interiore, rendendolo più vicino al lettore, più umano.

Intorno a lui, la squadra Alfa, i “confinati” della Cortina di Ferro, l’ex caserma militare trasformata in base operativa. Al suo fianco il fedele cane  meticcio Duca e l’amico Domenico, memoria storica e unica medicina alla ormai cronica insonnia che accompagna ogni indagine di Botero.

La scrittura  di Roversi è rapida, diretta, quasi cinematografica. Fatta di : piani sequenza, zoomate, cambi di ritmo che mantengono costantemente l’attenzione al top. I dialoghi sono vivaci, i personaggi ben calibrati. E poi c’è Milano, sempre lei, a respirare contemporaneamente alla narrazione, a vibrare sotto la tensione crescente del racconto.

Gli enigmi lanciati da Kaminski saranno solo l’inizio di una vorticosa spirale che travolgerà Botero e i suoi. Il finale sarà da batticuore, con alla fine un colpo di scena che spalanca le porte a un nuovo capitolo. Perché, a volte, non è riconoscere il nemico la parte più difficile, mentre lo è il capire dove  e come attaccherà  la prossima volta.

Paolo Roversi, scrittore, giornalista e sceneggiatore, si è laureato in Storia contemporanea all’Università Sophia Antipolis di Nizza (Francia). Ha pubblicato romanzi gialli con protagonista il giornalista hacker Enrico Radeschi: Blue Tango – noir metropolitano (Stampa Alternativa), La mano sinistra del diavolo (Mursia) con cui ha vinto il Premio Camaiore di Letteratura Gialla 2007 ed è stato finalista del Premio Franco Fedeli 2007, Niente baci alla francese (Mursia), La marcia di Radeschi (Mursia), L’uomo della pianura (Mursia) e La confraternita delle ossa (Marsilio). Con Marsilio, nel 2015 ha pubblicato il dittico Città rossa, due romanzi sulla storia della criminalità milanese degli anni Settanta e Ottanta ecc. ecc.

:: Bracconieri di Reinhard Kaiser-Mühlecker (Carbonio Editore 2025) a cura di Giulietta Iannone

19 luglio 2025

Bracconieri di Reinhard Kaiser-Mühlecker, tradotto da Alessandra Iadicicco, e ora edito in Italia da Carbonio Editore, è un romanzo notevole, molto potente, che ho apprezzato davvero molto per l’abilità dell’autore sia di scandagliare l’animo umano sia di raccontare l’ambiente rurale dove il protagonista Jakob Fischer e la sua famiglia vivono. Con uno stile tagliente e puntuale, mai banale, Kaiser-Mühlecker racconta una storia tesa, corposa in cui si parla di amore, incomunicabilità e redenzione, senza scadere mai nel prosaico e nel didascalico, ma attraverso l’analisi dei moti più segreti dell’animo umano e di conseguenza dei suoi riflessi nella natura. Jakob è un ragazzo comune, ancora molto giovane ma già gravato dalle responsabilità della gestione di una fattoria al confine tra l’Alta Austria e la Baviera, vicino a un’autostrada. Vive ancora coi genitori ma è efficiente, economo, gran lavoratore e apprezza il suo mondo, ama forse più gli animali che le persone, perché meglio li comprende, ama il lavoro, ama l’odore e il calore della sua terra, e quando incontra Katja, si mettono insieme e hanno un figlio si illude che la sua incapacità di comunicare e di gestire alcuni lati del suo carattere sia come dire guarita ma altre difficoltà si presentano all’orizzonte. L’incapacità di aprirsi all’altro, frutto anche forse di un’educazione anaffettiva, lo tormenta e gli rende difficile anche solo fare chiarezza in sé stesso. Kaiser-Mühlecker gestisce tutto questo magma con piglio sicuro, senza sbavature e cedimenti, padroneggiando una prosa sobria e antica, con le difficoltà della modernità, telefonini, computer, Tinder, macchinari agricoli, escavatrici. Jakob ha un ricco mondo interiore che non riesce a far emergere in superficie, e questa difficoltà esistenziale si riflette nelle difficoltà che affrontano molti giovani, acquistando un valore universale.

Reinhard Kaiser-Mühlecker (1982), nato e cresciuto in Alta Austria, ha studiato Agricoltura, Storia e Sviluppo internazionale a Vienna. Dopo lunghi soggiorni in Argentina, Bolivia, Svezia e Germania, è tornato a vivere nel piccolo comune di Eberstalzell, dove tuttora gestisce l’azienda agricola di famiglia, affiancando l’attività di scrittore.  

Ha vinto numerosi premi tra cui spiccano, nel 2022, il rinomato Bayerischer Buchpreis con Bracconieri e, nel 2024, l’Österreichischer Buchpreis, il maggiore riconoscimento letterario austriaco, con Campi ardenti di prossima pubblicazione per i tipi di Carbonio Editore.

È autore di dieci romanzi e di una raccolta di tre racconti lunghi.

Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo Costanza dell’Ufficio Stampa Carbonio Editore.

:: Indagine apparente, Luca Poldelmengo (Gallucci 2025) A cura di Viviana Filippini

16 luglio 2025

Può una persona scomparire nel nulla, proprio durante il breve tragitto tra il bar e casa propria? Spesso i fatti di cronaca ci raccontano di improvvise e inspiegabili sparizioni, ed è quello che accade anche in “Indagine apparente” di Luca Poldelmengo. Ed è proprio la scomparsa di uno dei personaggi chiave del romanzo, edito da Gallucci, che porteranno la pm Letizia Riva a fare il possibile per trovare lo scomparso: suo marito Aldo e padre dei suoi due figli. Letizia Riva è definita dai colleghi “la stronza”, per il suo modo di fare mirato, preciso che punta ad ottenere sempre quello che vuole. Una donna, una certezza. Poi, però, tutto comincia a frantumarsi nel momento in cui il marito Aldo scompare nel nulla senza un perché, senza tracce, segni o avvisaglie (o forse ci sono anche state ma la protagonista, come si renderà conto poi, non le ha sapute cogliere). Unico indizio  e appiglio dal quale partire un’immagine poco nitida di una telecamera di videosorveglianza del bar dove Aldo è stato prima di sparire e dove lavora un ex compagno di scuola del figlio. Letizia non si abbatte e parte con la sua indagine, un agire che la porterà a incrociare la sulla strada con malviventi di ogni stampo, italiani e stranieri, impegnati nel traffico di animali, donne e uomini che mai nella sua vita avrebbe pensato di incontrare e conoscere così da vicino. Accanto a questa ricerca per ritrovare Aldo, la Riva dovrà fare i conti anche con quello che accade a casa, con la figlia piccola che sta diventando un’adolescente e Mattia, il figlio studente universitario che sembra incerto su cosa fare davvero nel e del suo futuro. Una situazione di tensioni che si percepiscono nell’atmosfere e dove la Riva stessa, poco a poco si accorgerà, come  la sua sfera privata e quella lavorativa non sono poi così separate come lei crede. Poldelmengo costruisce un romanzo nero dalla trama solida, dove non mancano inaspettati colpi di scena che dimostrano al lettore non solo quanto il confine tra verità e menzogna sia sottile, ma evidenziano anche quanto le persone non sempre sono davvero quello che ci sembrano all’apparenza o vogliono far credere di essere. Letizia Riva sarà pronta a fare tutto il possibile per ritrovare Aldo, per riportare un po’ di pace e di serenità nella sua famiglia, ma le cose non saranno così facili come la donna crede. Passo dopo passo, incontro dopo incontro la protagonista sarà infatti costretta a scontarsi e confrontarsi con eventi e verità del tutto inaspettate e impensabili che riguardano la sua stessa famiglia. Questo porterà l’integerrima Letizia Riva rivedere e rivalutare in modo completo il suo  modo di percepire le cose e le persone, comprese quelle più vicine a lei. Un riflettere che indurrà la protagonista stessa a compiere azioni che mai avrebbe pensato di poter mettere in atto. “Indagine apparente”  di Luca Poldemengo è un thriller avvincente, appassionante, nel quale oltre alla trama di eventi che si concatenano alla perfezione, l’autore indaga non solo la psiche, ma anche i sentimenti presenti dell’animo umano, evidenziando quanto a volte sia forte e non facile da gestire il contrasto tra la dimensione razionale e quella emotiva. Un rapporto conflittuale dove in certe situazioni le due parti convivono in equilibrio ma, in altre, magari quando ci sono di mezzo le persone che si amano, una vince sull’altra portando ad azioni del tutto inaspettate.

Luca Poldelmengo (Roma, 1973) è scrittore, sceneggiatore per il cinema e producer a Rai Fiction. Il suo romanzo d’esordio Odia il prossimo tuo (2009), tradotto anche in Francia, ha vinto il Premio Crovi come migliore opera prima. Tra i suoi noir L’uomo nero (2012), finalista al Premio Scerbanenco, Nel posto sbagliato (2014), I pregiudizi di Dio (2016), Negli occhi di Timea (2018). Ha scritto i film Cemento armato (2007), Calibro 9 (2020) e Bastardi a mano armata (2021). Con il libro Valerio e la scomparsa del professor Boatigre ha esordito con Gallucci nella narrativa per ragazzi. (fonte ed. Gallucci)

Source: inviato dall’editore.

:: Davanti a Gesù Eucaristia con gli Angeli e gli Arcangeli di Michele Pio Cardone e Matteo Iannacone (Edizioni Segno), a cura di Daniela Distefano.

15 luglio 2025

Questo testo raccoglie 40 visite o momenti di adorazione al Santissimo Sacramento ispirandosi al simbolismo ricorrente del numero 40 nella Bibbia. Questo numero rappresenta la purificazione e il cambiamento radicale in diversi contesti biblici. In quest’articolo riporto un collage di brani desunti dal libro, ma anche  versi di preghiere, citazioni di Santi, passi di encicliche di San Giovanni Paolo II sul tema della Santa Eucaristia e infine un piccolo assaggio pontificale di Papa Leone XIV che parla di Gesù col cuore suo e di tutta la Chiesa.

In compagnia dell’arcangelo Raffaele, mi rivolgo a te, Gesù, vittima divina del calvario, riconoscendo la tua presenza nell’Eucaristia, viva, reale e vera. Ti adoro con tutto il cuore, offrendoti il mio sacrificio e il mio amore. Accogli la mia fede e il mio affetto, o redentore del mondo. Desidero imitare Maria, gli angeli e i santi nella loro devozione, per poter stare degnamente di fronte a te. Ti ringrazio, Gesù, per il tuo amore senza limiti. Salvami, liberami, confortami, difendimi, perdonami e donami il paradiso.

Prima di lasciare questo mondo, Gesù ha chiesto al Padre “perché tutti siano una sola cosa, come tu, Padre, sei in me ed io in te” (Gv 17, 21). A nessuno sfugge il profondo significato ecclesiale di questa accorata preghiera di Gesù nell’ultima Cena, in quella intensa atmosfera di comunione in cui istituì il “sacramentum amoris”, che costituisce il suo più prezioso testamento; in quel pasto di congedo dai suoi, prima di lasciarli per fare ritorno al Padre, dopo aver compiuto la sua missione sulla terra.

L’unità chiesta da Cristo per i suoi discepoli è una partecipazione a quella esistente tra il Padre e il Figlio:  “come tu sei in me ed io in te”; una riproduzione, o, se vogliamo, un riflesso visibile della stessa unità trinitaria. I cristiani devono, pertanto, presentarsi agli uomini che si succedono nel tempo come “un popolo adunato nell’unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo” (S. Cipriano).

Il dono dell’ Eucaristia è ancora misconosciuto a molti, come un tesoro che coinvolge l’umanità e può essere amato perfettamente solo dalla totalità degli abitanti del pianeta.. tutti siamo amati da Dio, anche i malvagi e gli ingrati che se sapessero quanta gioia e felicità dona ogni giorno ricevere il Signore sacramentato getterebbero la corazza del male e si prostrerebbero ad adorare il vero Dio che li salva, che non li giudica fino alla fine.                                                                            È nell’Eucarestia, sacramento della “koinonia cristiana”, che si esprime, e si attua, la piena unità del Popolo di Dio (Lumen gentium). Mai come intorno all’altare esso appare, ed è, così perfettamente uno. Il nuovo Popolo messianico, convocato dalla Parola, nella celebrazione eucaristica proclama pubblicamente di fronte al mondo, che tutti i suoi membri attingono la loro vita ad una unica fonte, ad un unico e medesimo pane, quello disceso dal cielo, ricevuto in una fede comune e per una speranza comune. La Chiesa è una, perché una è l’Eucarestia. 

<<Quante volte, Gesù, mi sento smarrito, cercando disperatamente la tua presenza.Come Maria, non comprendo sempre la tua volontà, ma con fiducia mi affido a te.

Signore, abbi pietà di me.

Gesù, mio ristoro, ascoltami.

In adorazione, ti contemplo presente,

nel Santissimo Sacramento.

Signore, abbi pietà di me.

Gesù, mio ristoro, ascoltami.

Ti ringrazio, Gesù, per la tua presenza reale, nel Santissimo Sacramento, tu sei la luce che mi guida.

Che la tua grazia mi accompagni

Nel cammino della vita.

Signore, abbi pietà di me.

Gesù, mio ristoro, ascoltami.

Grazie. Amen>>

La Chiesa vive una vita autentica, quando professa e proclama la misericordia – il più stupendo attributo del Creatore e del Redentore – e quando accosta gli uomini alle fonti della misericordia del Salvatore di cui essa è depositaria e dispensatrice. Gran significato ha in questo ambito la costante meditazione della Parola di Dio e, soprattutto, la partecipazione cosciente e matura all’Eucaristia e al sacramento della penitenza o riconciliazione.

L’Eucaristia ci avvicina sempre a quell’amore che è più potente della morte:

<<Ogni volta  infatti – che mangiamo di questo pane e beviamo di questo calice>>, non soltanto annunciamo la morte del Redentore, ma ne proclamiamo anche la risurrezione, <<nell’attesa della sua venuta>> nella gloria. Lo stesso rito eucaristico attesta quell’inesauribile amore in virtù del quale egli desidera sempre unirsi a tutti i cuori umani. E’ il sacramento della penitenza o riconciliazione che appiana la strada a ognuno, perfino quando è gravato di grandi colpe. In questo sacramento ogni uomo puù sperimentare in modo singolare la misericordia, cioè quell’amore più potente del peccato.

Il libro porge una storia del percorso dell’adorazione eucaristica

La pratica trova le sue radici nell’espansione della vita cenobitica e monastica. La vita in clausura, con lunghe meditazioni e contemplazioni alla presenza dell’Eucaristia, ha contribuito a instaurare un tempo specifico nella routine quotidiana dei monaci dedicato all’adorazione. Le prime testimonianze di questa pratica risalgono a una delle prime biografie dedicate a san Basilio Magno.

Il 25 marzo 1654 fu fondato a Parigi un monastero in cui il Santissimo Sacramento venne adorato giorno e notte in riparazione dei sacrilegi compiuti  durante le guerre. L’adorazione eucaristica o la visita al Santissimo Sacramento a livello personale rivestono un’importanza fondamentale. Si può paragonare a uscire per scaldarsi al sole, assorbire i suoi raggi e ricevere vita; non a caso molti tabernacoli raffigurano il sole con i suoi raggi. Stare alla presenza del Signore genera un’amicizia intima che ci entusiasma nella vita.

Nell’enciclica “Fides et Ratio” di San Giovanni Paolo II, si legge:

Nell’orizzonte sacramentale della Rivelazione e in particolare nel segno eucaristico l’unità inscindibile tra la realtà e il suo significato permette di cogliere la profondità del mistero. Cristo nell’Eucaristia è veramente presente e vivo, opera con il suo Spirito, ma come aveva ben detto san Tommaso,                  << tu non vedi, non comprendi, ma la fede ti conferma, oltre la natura. E’ un segno ciò che appare: nasconde nel mistero realtà sublimi>>.

Concludo con le parole del Sommo Pontefice: «Cari fratelli e sorelle, è bello stare con Gesù». Così Papa Leone XIV ha iniziato la sua omelia, celebrando la Liturgia eucaristica per la Solennità del Corpus Domini sul sagrato della Basilica di San Giovanni in Laterano, cattedrale di Roma.

Il brano del Vangelo di Luca letto durante la liturgia, quello del miracolo della moltiplicazione dei Pani e dei Pesci, narrava delle moltitudini che «rimanevano ore e ore con Lui, che parlava del Regno di Dio e guariva i malati». Tra San Giovanni e Santa Maria Maggiore, una analoga moltitudine si è raccolta intorno al Successore di Pietro, per celebrare insieme a lui il mistero dell’Eucaristia, e – dopo la Messa – accompagnare in processione, lungo via Merulana, il Santissimo Sacramento da lui portato in ostensorio. Quel pane eucaristico – ha detto nell’omelia Papa Leone, citando Sant’Agostino – «che nutre e non viene meno; un pane che si può mangiare ma non si può esaurire».

:: Quante storie marescià di Roberto De Luca (Pendragon, 2025) a cura di Patrizia Debicke

14 luglio 2025

Quarta raccolta di racconti crime firmata da De Luca, luogotenente dei carabinieri in servizio alla Procura di Bologna e appassionato narratore del genere giallo italiano. Dopo il successo delle precedenti pubblicazioni, l’autore torna con cinque nuove storie investigative ambientate nel paese immaginario di Castello di San Petronio, ispirato alla Bassa bolognese con la bella  prefazione di Luca Crovi.
 Un intreccio di realtà e invenzione, in cui il maresciallo Luca De Robertis e i carabinieri della stazione di Castello di San Petronio inseguono risposte spesso multiformi e una giustizia tutt’altro che scontata.
Talvolta  la realtà – quella cruda, senza filtri – scatena i crimini più spietati. Ogni giorno, la follia umana li fa salire in scena. Li modella in forme diverse, variegate, spesso impensabili. Però i delitti  accadono. E  ci sono alcuni delitti in cui le vittime sono costrette a sopportare, spesso in silenzio..
Magari  follie che qualcun altro – chi indaga e cerca delle  risposte – vorrebbe fermare. Non sempre però ci riesce. Non sempre ce la fa ad arrivare in tempo,  ma ci prova.
Cinque nuove storie investigative  accompagnate dalla fantasia  e filtrate dallo sguardo umano e disilluso del maresciallo De Robertis, figura amatissima dai lettori per il suo spirito empatico e la sua ironica concretezza che ha spinto  De Luca a scriverle.
Questa è la base dalla quale è partito . Poi, come spesso accade, ha dato spazio  alla  fantasia. Dono straordinario e inestimabile concesso  al genere umano. E allora il saper mischiare dei fatti realmente accaduti all’immaginazione, gli ha consentito di scrivere  storie possibili anche se non del tutto vere. O forse diversamente vere.
De Luca si è rifatto a casi reali, ho ascoltato testimoni, ho spulciato  verbali. Poi ho fatto un passo indietro e, con cautela e  rispetto, ha aggiunto ciò  che a suo vedere mancava. Una piccolezza magari . Qualche particolare diverso o forse un altro  finale.
Perché sì certo , in alcuni casi, avrebbe preferito che le cose andassero diversamente. E allora l’ha fatto e fatto bene a modo suo,  senza dubbi o ripensamenti.
Nella sue  storie vi imbatterete in “gang” di adolescenti e di anziani molto particolari .
Perché molte delle tematiche trattate costringono a confrontarsi due mondi apparentemente  molto diversi e che invece si riveleranno più simili di quanto si possa pensare. Con da una parte dei ragazzini spaventati, calati in una realtà virtuale che si mischia pericolosamente a  quella vera. Irresponsabili, indifferenti e pericolosamente fuori da ogni logica. Dall’altra, dei settantenni : convinti di essere eterni, addirittura immortali. Gente  che rifiuta di  arrendersi all’anagrafe e anzi, vuole sfidarla con azioni eclatanti. Talvolta folli o peggio pericolosamente criminali. Viagra e illusioni di giovinezza.
Oppure belle e artefatte sessantenni annoiate che si concedono spregiudicatamente a giovani intimoriti e messi all’angolo , in  esperienze e situazioni abnormi. Storie grottesche, dure, a volte ironiche. Sempre legate però a una realtà che conosciamo, ma che troppo spesso fingiamo di non vedere. Come non citare poi un triplice tentato omicidio, orchestrato  con inquietante risoluzione  da tre diverse menti deviate.
E come dimenticare il  lungo e ossessivo  periodo del Covid, visto da chi doveva far rispettare regole difficili, talvolta assurde, ma necessarie. Un tempo sospeso nel nulla  in cui tutto, ogni crimine, sembrava possibile…
E infine quattro ultrasessantenni milionari che, messi di fronte all’inevitabile, decidono, tra un whisky  e tanti ricordi , di rispolverare un vecchio progetto di eguaglianza sociale. Un’utopia? Forse. O forse no.
Dietro ogni racconto si muove lui, il maresciallo Luca De Robertis, e i suoi carabinieri della stazione di Castello di San Petronio. Uomini e donne che non inseguono eroi, ma risposte. A volte le trovano. Altre volte  invece devono confrontarsi con una giustizia incompleta, impegnativa e magari scomoda.

Roberto De Luca è nato a Mondragone nel 1968, è cresciuto e vive in Toscana. A diciotto anni si arruola nell’Arma dei carabinieri, per la quale svolge tuttora servizio a Bologna. Con Pendragon esordisce nel 2008 con il thriller Insospettabili ombre (in corso di traduzione in lingua araba). Nel 2014 esce il secondo romanzo Adrenalina di porco. Storia di una banda criminale (Premio “Dalla realtà all’immaginario: poliziotti che scrivono”, 2014); nel 2018 pubblica Il maresciallo indaga. Dieci casi per De Robertis (Premio internazionale Apoxiomeno, 2019, categoria letteratura; Premio “Gusti tra le righe” – I sapori del giallo, 2019; Festival Giallo Garda – Menzione della giuria, 2019) e nel 2025 Quante storie marescia’.

:: Solo 24 ore di Michela Manconi (nero_latte edizioni, 2025) recensione a cura di M. Elena Danelli

11 luglio 2025

Ho tra le mani un piccolo gioiello, fragile, sensibile, vibratile, vivo di vita propria.
Si tratta di “Solo 24 ore” di Michela Manconi, edito da “nero_latte edizioni”. Una delicatezza coraggiosa, ardita e ricca di speranza, che si affaccia al mondo come ora lo conosciamo – o meglio non riconosciamo – con la purezza dell’alba.
La sua forza sta nell’offrirsi come fanno i fiori che non hanno occhi, ma che sono visti da tutti coloro che hanno la grazia di osservarli, e Michela lo fa esponendo la propria anima con generosità, aprendo al mondo una totalità espressiva che attinge alla parola e all’immagine, addirittura ha una colonna sonora, una playlist in cui ritrovarsi, riconoscersi, diventare isola nell’oceano degli altri.
La Poesia è dovunque, e non è che così.
Si trova soprattutto nelle cose delicate, pronte a svanire, labili, effimere, profumate, sensazioni che hanno la durata infinitesimale di un respiro, della rotazione impercettibile dei pianeti, nel mistero affascinante matematico e fisico che sostiene l’Universo, intrecciato invisibilmente dalla molteplice espressione della medesima Vita che abita nella molteplicità incommensurabile della varietà del non immaginato.
Anche Einstein asseriva che la forza propulsiva dell’Universo è l’Amore.
Difficile da nominare, perché appena pronunciata la parola esso svanisce, si pietrifica e sfugge, non vuole essere compreso, ma solo vissuto, abitare noi e le cose nella singola e singolare completa essenza, esistere nel tutto, lavorando se stesso con ferri da maglia, intrecciandosi, insinuandosi, trasformandosi, toccando le rive più impensabili di ciò che non ne conosce la luce, affinché, sfiorato da esso, si abbandoni alla sua invisibile legge dorata.
Forse c’è un qualcosa di inversamente proporzionale in noi. Più la nostra età cresce, più ci si convince che diventa superfluo lasciarsi andare, che non è più fattibile e credibile, che non siamo più in grado di sentire il proprio essere abbandonato all’amore, eppure esso ci ha forgiato, da lì siamo stati concepiti, tutti – o almeno quasi – anche in modo distorto, forse, ma il risultato è che siamo impastati dall’Amore. E dunque esso è sempre stato sul nostro cammino, sia dal momento in cui abbiamo aperto gli occhi con il nostro primordiale respiro, sia nel ricordo indelebile di ciò che abbiamo vissuto, ci ha anche frantumato e poi ricomposto, riformato, riassestato sul sentiero del nostro destino.
Dunque anche ciò che il nostro desiderio ha immaginato, su cui si è illuso, ha fantasticato, ci ha fatto piangere e voler morire, anche quello univoco e non sviluppato ha dato forza al nostro desiderio.
Mi ricordo di “A una sconosciuta” di Baudelaire, parte della raccolta “I fiori del male”, in cui il Poeta per strada, tra sconosciuti, incrocia una donna di cui intuisce l’affascinante suo mistero che reca nel mondo come un profumo, per poi innamorarsene e comprendere che tutto questo sarà per lui indelebile, indimenticabile, sarà il martello che forgerà il ferro del suo ricordo, della sua nostalgia.
Proviamo a interrogare noi stessi, per un momento. Come era meraviglioso il ricordo di un qualcosa che abbiamo provato, e rimane – a dispetto del tempo – ancora permeato della stessa vibrazione estatica e corporale, fisica e onirica, della sua stessa incomprensibile bellezza?
Non ci possiamo opporre alle forze misteriose della Vita di cui siamo parte, del sangue, del corpo, dei cieli, del battito.
“La strada buia, gli alberi ai lati, il cielo nero costellato da tante piccole stelle, facevano da cornice ad una corsa verso il non ritorno.
Ma non avevano paura.”

:: Le cinque dame di Federico Moro (Linea Edizioni 2025) di Patrizia Debicke

5 luglio 2025

Le Cinque Dame, in realtà un ideale seguito del primo romanzo “Vinigo, la  Scala del Tempo” ambientato proprio a Vinigo , minuscola frazione di  Vodo di Cadore.  paesino montano di appena  un centinaio di abitanti, pieno di gente solo durante l’epoca delle vacanze…..  Un posto incantato   che pareva adatto solo per lavorare  in santa pace e dove  il sessantenne protagonista, il veneziano Enea Altoviti, aveva incontrato e amato Alice ma in seguito , quasi  alterando il senso del tempo, era rimasto coinvolto in una spaventosa avventura in grado di cambiare una vita, la sua vita,  e quella di altri.  
Ora tuttavia  Alice che, per il successo dell’azzardata operazione (un misto di poliziesco investigativo e spy story) condotta con brillante  risultato proprio nel Cadore, è stata promossa, caso rarissimo tra i carabinieri, da maresciallo a ufficiale ed è diventata un capitano, pare si sia  allontanata dalla sua vita.  Divenuta irraggiungibile e peggio, definitivamente scomparsa o almeno così teme. Ma la rimpiange, la sua mancanza gli pesa.
Un secondo romanzo dunque per Federico Moro, professore con  formazione classica e storica, che specializzato in Storia di Venezia, dopo avere sviluppato un approfondito e importante  approccio geopolitico  allo studio della Repubblica Serenissima ha cominciato ad alternare la sua scrittura  di ricerca e  saggistica, con la poetica, il teatro e la narrativa.
Anche stavolta un nuovo e intrigante romanzo, dicevamo, che partendo da un freddo, caliginoso  e pericoloso  gennaio nella laguna,  ci porterà  per la maggior parte del tempo a immergerci in  una fantastica ambientazione veneziana. Sulle tracce di Enea Altoviti ci troveremo infatti quasi miracolosamente  proiettati intanto in  una vivida passeggiata culturale che, sviluppandosi tra calli ponticelli, callette,  locali caratteristici e chiese meno conosciute,  ci consentirà di toccare con mano posti, zone, abitudini  e particolari poco noti ai turisti, mischiati a fastosi e orgiastici ricevimenti in alcuni dei più splendidi e famosi palazzi veneziani…
L’incontro fortuito a Venezia con una giovane donna vestita di bianco, sarà seguito da  una spirale di eventi che lo trascinerà  al centro di intrighi e traffici illeciti della droga a basso costo che uccide, il peggior  dramma della attuale società, pericolosamente  intrecciato con ossessioni e nostalgie dalle quali non riesce a liberarsi. Enea pare l’inerme prigioniero di una verità che gli deriva dal suo movimentato passato  e della sua variegata esperienza di vita ma che in realtà deve ancora riscoprire fino in fondo.  Trascinandosi dalla Laguna a Istanbul, dal Marocco alla Cambogia, dal Sudafrica all’Amazzonia brasiliana, attraverso multiformi  impressioni fatte anche di suoni, luci e colori di ogni dove, arriverà a toccare ogni continente. E viaggiando con la mente in ricordi per poi veramente  approdare  a Vienna e infine  al Cadore della Valle del Boite, sulle tracce di un orrendo e articolato traffico internazionale di Fentanyl, il potente oppioide sintetico che uccide con le sue ramificate implicazioni mondiali.  Un traffico possente, strisciante e potenzialmente fatale che  ormai ha dilagato anche nel Veneto e, volente o nolente lo tocca e l’accerchia proditoriamente, sfidandolo  in ogni modo e costringendolo a implicarsi di persona.
Eh già perché  questa volta il protagonista, Enea Altoviti, oltre al  traffico internazionale di Fentanyl si vedrà casualmente implicato  in una spaventosa  serie di orrendi  delitti del quale parrebbe  essere l’unico possibile indiziato. Per aiutarlo a uscire da quella trappola perversa  e infernale , dovranno intervenire in suo aiuto  le Cinque Dame, ovverosia cinque donne che ha conosciuto nel passato. Cinque dame simbolicamente rappresentate dai diversi colori: bianco, verde, rosso,  nero  e infine azzurro che, da parte loro,  avranno un ruolo  essenziale nella storia. Nella quale pare utile evidenziare , i  tanti risvolti psicologici, pronti a svelare le contraddizioni, le  emozioni e gli intensi  sentimenti dei vari personaggi. Una storia viaggio  per la quale  la conclusione, come  già era successo con  Vinigo La scala del tempo. risulterà forse assurda e sicuramente molto speciale
Ma forse come sempre quando nulla e nessuno è mai veramente come pare  accade che passato e  presente si sfiorino di continuo appaiati, magari  destinati finalmente a unirsi per un intento  comune. Un avvincente contesto  narrativo sempre in salita e pieno di situazioni con i caratteri dei diversi personaggi improntati a una possibile realtà, descritti con rara efficacia mentre  il ritmo che  si mischia all’ azione, trasformandosi in dramma, trasuda quella suspense con  cui l’autore riesce sempre a stuzzicare  la curiosità e a coinvolgere emotivamente il lettore.
Un ampio e intrigante  romanzo giallo che, esplorando paesi lontani e miti oscuri e tenebrosi,  coinvolge  prepotentemente  la  natura umana.

Federico Moro Studi classici e storici, specializzato in geopolitica della Repubblica di Venezia, ha pubblicato 52 titoli tra saggistica, narrativa, libri di viaggio e 4 testi teatrali oltre a più di 200 articoli. Membro, tra gli altri, della Società Italiana di Storia Militare, dell’Associazione Italiana di Cultura Classica, dell’Ateneo Veneto. L’ultimo titolo pubblicato con Linea Edizioni è La Granduchessa Bianca Cappello: amori, intrighi e potere nel Rinascimento. Sito web http://www.federicomoro.it, piattaforme in rete: Academia.edu, Researchgate.org, Linkedin, Facebook, Instagram, TikTok.

:: Il collezionista di blu di Aura Parker (Caissa Italia Kids, 2025) a cura di Patrizia Baglione

4 luglio 2025

C’è un uccello che ama così tanto il blu da collezionarlo. Esplora, vola, si tuffa nel blu del mare.
Un elastico, un tappo, una molletta. Nel frattempo la sua collezione cresce, ma nonostante questo c’è ancora qualcosa che manca. Forse il blu del blu? E poi… eccolo qui. Non era un pezzo di blu a mancargli, ma l’amore e la compagnia di un’altra anima. Insieme volano, si abbracciano e si amano. È lei il blu più blu.

Un albo questo di Aura Parker, che parla di emozioni e di come spesso ci ritroviamo a collezionare cose apparentemente inutili. C’è una sorta di buco dentro ognuno di noi che proviamo a colmare. Tutto ci sembra perfetto, ma manca sempre un pezzo di puzzle. La vita vera comincia quando l’abbiamo trovato.

Aura Parker è un’illustratrice, scrittrice e designer australiana, nota per i suoi albi illustrati e per la creazione di stampe, dipinti e tessuti artigianali. Il suo lavoro è caratterizzato da uno stile gioioso, immaginativo e ricco di dettagli che invitano all’esplorazione e incoraggiano una profonda curiosità e passione per la natura. Le sue opere per bambini hanno ricevuto numerosi riconoscimenti. Vive a Sidney con la sua famiglia e ha tre figli, con i quali cerca di leggere e disegnare il più possibile.

:: Juibilaeum di Luigi De Pascalis (Rai Libri 2025) a cura di Patrizia Debicke

30 giugno 2025

La fede e il potere. Bonifacio VIII, il potente Papa con la spada, l’Ordine dei Templari governato da Jacques de Molay, il Re di Francia Filippo IV il Bello asceso al trono nel 1286 ad appena diciassette anni. È tra Parigi e Roma che si svolge  la storia  narrata da Luigi De Pascalis nel suo nuovo romanzo. Ma subdoli tradimenti, intrighi e cospirazioni lastricano la strada verso l’evento che cambierà per sempre la storia dell’Occidente cristiano: il primo Giubileo..
A.D. 1299/1300 è uno degli anni  e uno  dei momenti più vitali per  le sorti del papato retto da  Bonifacio VIII, Benedetto Caetani, il feroce pontefice della potente famiglia campana,  che  dal 1294  al 1303 resse  con la sua spada e la sua decisa ideologia teocratica  il governo di Roma e della storia  della Chiesa.
La storia, non ufficiale, lo vuole anche assassino (e magari ci azzecca), del suo  predecessore  il monaco Celestino V che dopo pochi  mesi aveva rinunciato al papato con l’avviso e l’appoggio  di Bonifacio VIII, esperto canonista ma in seguito proprio da lui imprigionato nella Rocca  di Fumone di sua proprietà per timore dei suoi rivali. La sua esistenza in vita avrebbe potuto infatti spingerli a  rimettere in gioco il sant’uomo e usarlo come antipapa.
Ma Bonfifacio è anche un uomo con acciacchi. Infatti benché , dall’aprile del 1295, avesse avviato la  sua prodigiosa attività di governo, di tanto in tanto era costretto a rallentare , per i suoi  gravi disturbi del ricambio, soffriva di gotta, ma e soprattutto di  calcoli renali che difficilmente gli concedevano tregua . Unico rimedio valido  era il continuo consumo dell’acqua di Anticoli (odierna Fiuggi), che gli veniva portata espressamente a Roma con carovane di muli. Solo più tardi avrebbe cominciato a seguire alcuni rimedi suggeriti per ora a distanza e per lettera dal famoso medico catalano Arnaldo da Villanova per  alleviare i suoi mali.
Già verso la fine del 1299  aveva cominciato a diffondersi  al di là delle Alpi e altrove la voce che il Papa aveva  intenzione di promulgare un giubileo con il quale potrebbe concedere l’indulgenza plenaria a tutti  coloro che nel 1300 sarebbero venuti a visitare  le basiliche romane. Una voce che aveva dilagato ovunque, spingendo tanti pellegrini, anche francesi, a mettersi in viaggio verso Roma.
Ma c’era un ma, per promulgare un Giubileo  con disinvoltura Bonifacio VIII avrebbe preferito poterlo appoggiare su dei precedenti ecclesiastici.
Ragion per cui mischiato tra questi pellegrini  era partito da Parigi, viaggiando in incognito per conto del Gran Maestro anche il templare Goffredo di Charnay. Aveva   ricevuto l’incarico di consegnare a Bonifacio VIII, per facilitare il suo compito, un importante documento, una pergamena che citava  un dimenticato giubileo indetto  un secolo prima  ma di  riferire anche che il tesoriere parigino dell’Ordine, nominato proprio dal papa, sottraeva  importanti  somme  destinate ai Templari in  favore di Filippo IV, sovrano da tempo in grave dissenso con il pontefice.
Goffredo  aveva scelto di  viaggiare da solo su strade secondarie, ma poco sicure  nel timore di essere seguito dai sicari di Nogaret, il perfido e diabolico  guardasigilli del sovrano francese. Ciò nondimeno mettendo anche in gioco la sua sicurezza salverà sul San Bernardo da un’aggressione dei briganti tre “pellegrini”: marito, moglie e la giovane e bellissima figlia, Berenice. Da quel momento il conturbante fascino della ragazza riuscirà pian piano a  conquistare i sensi e il cuore del templare che, benché abbia finora rispettato i voti di castità pronunciati tanti anni prim,  finirà  per soccombere alla tentazione.  
Al quartetto , il templare e la famiglia di pellegrini, dopo aver superato il lago di Bolsena si unirà il medico Arnaldo da Villanova, in viaggio  per Roma per porre rimedio ai mali di Bonifacio. Giunto miracolosamente in tempo per portare soccorso a Charnay, caduto con i compagni in un secondo agguato di banditi e  poi dopo averlo curato dalla brutta ferita riportata, caricarlo sul suo carro fino alla comune  meta.  Ma sulla loro stessa strada c’è anche un turcomanno, Nadir, inviato di nascosto dal Gran maestro con una copia dei messaggi affidati a Goffredo.
Cosa stanno architettando  i templari? Mentre nel frattempo a Roma un mercenario  ex generale  bizantino, Demetrio Iliades, cerca per conto di Bonifacio di scoprire cosa  di orribile avviene all’Hostaria de l’oca…
Un romanzo avvincente, con una perfetta  ricostruzione storica, per una trama che introduce  il lettore coinvolgendolo dalla prima all’ultima pagina  in uno dei momenti più significativi del Tardo Medioevo.
Una straordinaria ricostruzione storico ambientale di Luigi De Pascalis  che, con le sua consueta bravura e grande cultura storica,  affiancando i  suoi  ben calibrati personaggi  di fantasia abilmente mischiati a quelli realmente vissuti con una coinvolgente narrazione romanzesca, ci riporta indietro nel tempo a vivere fatti e situazioni realmente accaduti.

La “fede” e il potere temporale o teocrazia era il principio  irrinunciabile di  Bonifacio VIII. Per il quale  il papa, oltre ad essere sommo pontefice della Chiesa cattolica (e quindi a detenere il sommo potere spirituale nella cristianità), era anche sovrano e addirittura avrebbe voluto mantenere quella stessa sovranità su tutta la cristianità. Esercitando di diritto la teocrazia la dottrina secondo cui Dio è la fonte diretta di ogni potere, sia quello spirituale, cioè religioso, sia quello temporale, ossia terreno: pertanto la Chiesa deve coincidere con lo Stato o lo Stato deve essere subordinato alla Chiesa. Poiché la salvezza delle anime è considerata superiore a ogni altro interesse materiale, la teocrazia presuppone la sottomissione del potere temporale a quello spirituale e, di conseguenza, dei laici all’autorità del clero (vedi Iran ai giorni nostri.)

Luigi De Pascalis è un autore di narrativa storica e fantastica. Ha pubblicato romanzi e numerosi racconti in riviste, quotidiani e antologie. Per due volte ha vinto il Premio Italia per la letteratura fantastica e il Premio Acqui Storia nel 2016. Tra i suoi romanzi ricordiamo quelli della serie di Caio Celso (La dodicesima Sibilla. Un’indagine di Caio Celso, Rosso Velabro, Il signore delle furie danzanti. La prima indagine di Caio Celso, Il collezionista di sogni), La pazzia di Dio (finalista Premio Acqui Storia), La morte si muove nel buio (finalista Premio Acqui Storia e Premio Salgari), Notturno bizantino, la lunga fine di un impero (candidato al Premio Strega e vincitore del Premio Acqui Storia 2016), Il sigillo di Caravaggio, Il pittore maledetto, La congrega segreta. Come illustratore ha realizzato Pinocchio, graphic novel sul romanzo di Carlo Collodi.

:: Nessuna isola è sola, scritto da Giovanni Blandino e illustrato da Martina Tonello (Camelozampa 2025) a cura di Giulietta Iannone

29 giugno 2025

La collana Le Sinapsi, della casa editrice indipendente Camelozampa, Premio Speciale della Giuria di Legambiente nell’ambito del Premio nazionale “Un libro per l’ambiente”, si arricchisce di un nuovo albo illustrato divulgativo, interamente a colori, dal titolo quanto mai evocativo: Nessuna isola è sola, scritto da Giovanni Blandino, ricercatore ed esperto di Storia della scienza e della comunicazione e illustrato magicamente da Martina Tonello. Dagli atolli alle isole vulcaniche, dalle isole di sabbia alle isole di marea, dalle isole coralline alle oasi nel deserto fino alle isole artificiali, o a quelle immaginarie o alle isole prigioni, fino agli eremiti, uomini isola, le isole si scoprirà non sono così separate nel vastissimo ecosistema, ma ci sono relazioni e collegamenti che rendono si può dire l’intero universo un organismo unico e interconnesso. L’albo, scientificamente rigoroso ma di piacevole e scorrevole lettura, stampato su carta ecologica FSC, ci porta a esplorare non solo luoghi lontani, sparsi sul mappamondo, ma anche luoghi dell’anima. Indicato dai sette anni in sù, Nessuna isola è sola di grande formato, con ben 64 pagine, è dunque un albo ricco di sorprese che potrà interessare adulti e bambini anche per ricerche scolastiche, alla vecchia maniera quando si consultavano i libri e non si affidava tutto a internet, privilegiando l’emozione della scoperta. Le pagine finali poi ospitano un originale “isolariocon utili approfondimenti e infine c’è un “qr code”, per i più tecnologici, che rimanda all’elenco di tutte le fonti utilizzate.

Giovanni Blandino ha studiato Storia della scienza e della comunicazione a Pisa, Roma, Trieste e Berlino. Oggi lavora in un centro di ricerca a Bolzano occupandosi di comunicazione scientifica. Suoi testi e racconti sono apparsi su riviste e antologie. È papà di un piccolo Tommaso.

Martina Tonello è illustratrice e aspirante falegname. Vive a Bologna dove scrive, illustra storie e realizza laboratori per bambine e bambini. Ha pubblicato con case editrici come Camelozampa, Mondadori Electa Kids, Piemme, Editoriale Scienza, Terre di Mezzo, La Coccinella e collabora con la rivista UPPA. È stata finalista al prestigioso premio internazionale Association of Illustrators nella categoria Design Product & Packaging.

Source: albo inviato dall’editore. Ringraziamo Francesca Tamberlani di LaChicca Ufficio Stampa Specializzato in libri per bambini e ragazzi.

:: Il confine della vergogna di Michèle Pedinielli e Valerio Varesi (Edizioni le Assassine, 2025) a cura di Massimo Ricciuti

21 giugno 2025

Nello spicchio di Alpi Pennine situato fra Piemonte e Francia viene rinvenuto il cadavere di un uomo con il viso sfigurato. Su quelle strade impervie, in passato, si avventuravano gli italiani in cerca di lavoro (i cosiddetti macaronì) o in fuga dal fascismo. Adesso sono i migranti provenienti dall’Africa a cercare di entrare in Francia. Fra loro c’è Lassane, giovane del Burkina Faso, che viene salvato, prima di morire assiderato, da due montanari, Suzanne e Fabien. Nel frattempo, in un rifugio sono state ritrovate parecchie casse di sigarette provenienti dall’Albania. A questi trafficanti dà la caccia un ispettore della polizia di Lione che si reca sulle montagne italiane. Cosa lega tutti questi avvenimenti?

Il confine della vergogna è un romanzo scritto a quattro mani dalla francese Michèle Pedinielli e dal nostro Valerio Varesi, che si sono alternati nella stesura dei capitoli, raggiungendo un enorme risultato. Il punto centrale dell’opera è la disperazione che spinge tanti “disgraziati” a cercare di varcare il confine fra Italia e Francia, senza essere scoperti e respinti. Pronti ad approfittare di loro ci sono uomini senza scrupoli, che li spogliano di tutti gli averi con la promessa di portarli dall’altra parte. Cosa che non avviene quasi mai, perché i migranti vengono abbandonati o consegnati direttamente ad alcuni funzionari corrotti e compiacenti. Non mancano, fortunatamente, le figure positive, come i già citati Suzanne e Fabien. Il confine della vergogna è dunque un’opera che mischia elementi del noir e del romanzo sociale di denuncia. La parte prettamente noir è ben delineata, nonostante le varie vicende che s’intrecciano. Sia gli investigatori italiani che quelli francesi sono dotati di grande umanità e di profondo senso del dovere: grazie alla loro tenacia riusciranno a svelare i tanti misteri. Dal punto di vista sociale, il romanzo è di grande attualità, come dimostra una significativa frase del nonno di Suzanne, pronunciata anni prima.

Questa storia della frontiera tra esseri umani che ci hanno imposto, che stupidaggine, piccola mia.

Parole che non dovremmo dimenticare mai.

Michèle Pedinielli, nata a Nizza da un mix di sangue corso e italiano, è stata giornalista per circa quindici anni. Oggi collabora al sito retronews.fr, libri di storia, della BNF e al podcast “Séries noires à la Une”. Il suo primo romanzo, Boccanera, è stato premiato con il Lion Noir 2019 al Festival del Libro Poliziesco di Neuilly-Plaisance. Nel maggio 2019 ha pubblicato Après les chiens, un nuovo caso condotto da Ghjulia Boccanera. Seguono La patience de l’immortelle (Premio speciale della giuria dell’Évêché nel 2022), Sans collier (2023) e Un seul œil (2025).

Valerio Varesi, nato a Torino nel 1959, vive a Parma e lavora nella redazione de la Repubblica di Bologna. Romanziere eclettico, è il crea- tore del commissario Soneri, protagonista dei polizieschi che hanno ispirato le tre serie televisive Nebbie e delitti con Luca Barbareschi. I romanzi con Soneri sono stati tradotti in tutto il mondo e nel 2011 l’autore è stato finalista al CWA International Dagger, il prestigioso premio per la narrativa gialla. Nel 2017 ha vinto il premio Violeta Negra per il miglior romanzo noir.