Archive for the ‘Recensioni’ Category

:: Thrilling Cities di Ian Fleming (La Nave di Teseo 2023) a cura di Giulietta Iannone

3 dicembre 2023

Per i fan di James Bond, il celebre 007 a servizio di Sua Maestà, e di riflesso del suo autore Ian Fleming, il mondo è sempre stato un luogo da esplorare dalle auto di lusso, dalle finestre dei più grandi alberghi, tra gli smoking e le tenute eleganti delle signore sedute ai tavoli dei più famosi Casinò. James Bond è un giramondo, ama il lusso, il fascino dell’esotico, le belle donne, l’avventura e l’ignoto per cui sì lo ritroviamo nelle pagine di Thrilling Cities, edito da La Nave di Teseo e tradotto da Andrea Carlo Cappi, che raccoglie una serie di articoli scritti da Ian Fleming per il “Sunday Times” tra il 1959 e il 1960. Quando al direttore del giornale Leonard Russell venne l’idea di mandare in giro per il mondo lo stesso Ian Fleming a caccia del cosidetto colore locale non immaginava che i reportage turistico vacanzieri di lusso si sarebbero trasformati in un saggio composito sul cuore stesso dello spirito narrativo di questo autore così amato. I viaggi furono due: il primo in Estremo Oriente che iniziò con Hong Kong, per poi arrivare a Macao, e Tokyo e negli Stati Uniti dove visitò Honolulu, Los Angeles, Las Vegas, Chicago, e infine New York. Poi dato che la cosa si rivelò un successo seguì il secondo viaggio in Europa, dove visitò Amburgo, Berlino, Vienna, Ginevra, Napoli, e Montecarlo. Con il suo stile ironico e vivace in ogni tappa seppe cogliere l’essenza di quello spirito cosmopolita che sia caratterizzava il personaggio da lui creato che se stesso, un viveur se vogliamo, amante del lusso, dei passatempi costosi, delle belle donne, del buon wiskey e del tabacco pregiato. In ogni tappa qualche infiltrato del giornale gli fece da cicerone e lo portò in giro a vedere i luoghi più caratteristici e singolari, a volte anche pericolosi. C’è poco da dire i reportage sono splendidi, divertenti e pieni di quel brio e aplomb tutto britannico che caratterizza gli inglesi all’estero. Ci si diverte leggendo Thrilling Cities, si riflette su un mondo scomparso che ancora vive in queste pagine intrise ogni tanto di sulfurea e mordace ironia. Allora viaggiare era davvero un privilegio per pochi, un lusso costoso, oggi che il turismo è per lo più uno sport di massa forse si è un po’ persa questa dimensione elitaria, ma viaggiare con tutti i confort resta ancora un’attività per pochi, non per tutti, pur tuttavia sfogliando queste pagine si gode almeno il lusso di un punto di vista privilegiato, perchè intelligenza e arguzia sono privilegi ancora più rari.

Ian Fleming (1908-1964) è il creatore di James Bond, il più famoso agente segreto della storia della letteratura e del cinema. Dopo gli inizi come inviato dell’agenzia Reuters a Mosca e una breve esperienza da broker nella City, allo scoppio della seconda guerra mondiale Fleming entra nei servizi segreti della Marina britannica. Finita la guerra, nel 1946, passa a organizzare i servizi esteri del gruppo “Sunday Times”. Nel 1953 pubblica il romanzo Casino Royale, che fa conoscere al mondo James Bond. Il libro ha un successo immediato e folgorante: la prima tiratura va esaurita in meno di un mese. Nei dodici anni successivi, Fleming scrive altri 11 romanzi e 9 racconti con protagonista l’agente 007, tra cui Dalla Russia con amore, Il Dottor No e Goldfinger. Da allora, i romanzi di James Bond hanno venduto oltre 100 milioni di copie nel mondo e hanno ispirato la celebre serie di film, aperta nel 1962 da Agente 007 – Licenza di uccidere, con Sean Connery nei panni dell’agente segreto al servizio di Sua Maestà.


:: Le regine della Belle Époque di Mariangela Camocardi (Delos Digital, 2023) a cura di Giulietta Iannone

1 dicembre 2023

Tra la fine dell’Ottocento e lo scoppio della Prima Guerra Mondiale assistiamo a un periodo particolare della storia che va sotto il nome di Belle Époque. Fu un periodo magico, frizzante, la gioia di vivere venne eletta ad arte del vivere e in questo periodo particolare alcune donne uscendo dai ruoli tradizionali di mogli e di madri hanno acquistato notorietà per meriti artistici, culturali, e per la capacità di affascinare le folle. Le chiamavano sciantose anche se perlopiù cambiavano nome e sceglievano nomi francesi essendo la Ville Lumiere il centro di questo movimento culturale. Cosa le accomunava? La straordinaria bellezza sicuramente ma non solo. La verve, l’intelligenza, la spregiudicatezza. Nobili, cantanti, attrici, avventuriere, spie, indipendenti, libere, volitive, seducenti hanno dato vita a un periodo frizzante e felice, facendo parlare di sè per disinvoltura sessuale, acume intellettuale e per aver infranto le rigide regole dell’etichetta e della condizione femminile in genere. Le donne da sempre relegate ai margini della società, al massimo famose all’ombra di un marito famoso, durante la Belle Époque hanno invece acquisito un ruolo per se stesse, per le proprie doti individuali fuori dai canoni. Mariangela Camocardi in questo breve saggio Le regine della Belle Époque edito da Delos Digital ci presenta una gallerie sia delle più famose che di quelle più dimenticate così veniamo a conoscenza di particolari curiosi della vita della Bella Otero, o di Mata Hari, ma anche di Lina Cavalieri, la donna più bella del mondo, fino a Luisa Casati o Alice Edmondstone, la favorita del Re d’Inghilterra, ava addirittura di Camilla Parker Bowels. Celebre la battuta che si scambiarono lei e Carlo al primo incontro. Tante curiosità, tanti aneddoti, tanti spunti di ricerca e foto bellissime che richiamano alla perfezione il fascino che incarnavano queste donne straordinarie sebbene la morale dell’epoca bollasse alcuni loro comportamenti come spregio al pudore. Ma nulla le fermò solo la guerra che spazzò via con il rombo terrificante dei cannoni quell’atmosfera lieve e disincantata che le aveva permesso di esistere. Ma il germe dell’indipendenza era ormai nell’aria e avrebbe consentito negli anni seguenti le prime lotte politiche e le rivendicazioni sociali che tutt’ora permettono alle donne di percorrere la difficile strada verso l’emancipazione.

Mariangela Camocardi ha pubblicato oltre 50 tra romanzi e racconti. Ama spaziare nei diversi generi della narrativa, con una predilezione per lo storico. Ha scritto storie horror, women’s fiction, romance, fiabe e commedia romantica. Tra i titoli più apprezzati Sogni di vetro, Tempesta d’amore, Il talismano della dea, La vita che ho sognato, Lo scorpione d’oro, Un segreto tra noi, Nessuna più, antologia contro il femminicidio il cui ricavato è stato interamente devoluto al Telefono Rosa come concreto aiuto per le donne vittime di violenza. L’autrice è stata direttore della rivista Romance Magazine, collabora con riviste a diffusione nazionale ed è una delle socie fondatrici di EWWA (European Writing Women Association).

:: Un tenace combattente purtroppo dimenticato: GIOVANNI MILLIMAGGI ANTIFASCISTA E COMUNISTA LIBERTARIO DI SICILIA a cura di Antonio Catalfamo

24 novembre 2023

Affrontò con coraggio il confino e il carcere. Si batté per una Sicilia indipendente e ispirata ai principi del comunismo

Il revisionismo storico, oggi dominante in Italia, opera subdolamente a vari livelli. Finché può, fa cadere nell’oblio assoluto i personaggi scomodi. Quando ciò non è più possibile, dà un’interpretazione deformante del loro pensiero e della loro azione, cerca di renderli funzionali al sistema, di fagocitarli, di metabolizzarli, attraverso una versione aggiornata di quella che Gramsci ebbe a definire «rivoluzione passiva». Una «rivoluzione senza rivoluzione», che consiste nell’assorbire tutte le spinte innovative, deformandole, privandole della loro carica rivoluzionaria, omologandole al potere e alla sua rete propagandistica, dando vita a quella che proprio Gramsci, con sottile ironia, chiamò «la notte in cui tutti i gatti sembrano bigi», creando un guazzabuglio, un inquinamento linguistico, un caos ideologico, in cui si può dire tutto e il contrario di tutto e il cittadino comune finisce per confondersi, per non capire più nulla, addirittura per rinunziare a capire. Il risultato è il buio totale, l’annichilimento delle coscienze, il nichilismo indotto, il fenomeno dei cervelli all’ammasso.

In questo clima inquinato, possiamo dire che, tutto sommato, Giovanni Millimaggi è stato “fortunato”. L’apparato “culturale” ed “ideologico” del sistema si è accontentato di ignorarlo, forse perché il suo pensiero e la sua azione, così ostili alla logica reazionaria, non sono omologabili ad esso, nella sua fase del «tecnofascismo», secondo la felice definizione di Pasolini, che in essa includeva anche certo antifascismo di comodo e di maniera, pur esso coinvolto nell’opera di omologazione all’ “ideologia” del potere, del capitalismo giunto nella sua fase “matura”, che potrebbe coincidere con la sua fine, oppure protrarsi per secoli, così come avvenne con la crisi dell’impero romano, che durò tanto a lungo da sconfinare nella follia di Caligola, che nominò senatore il proprio cavallo, e in quella di Nerone, che fece incendiare Roma per innalzare il suo canto, con grande sacrificio delle masse popolari.

Le epoche storiche durano finché non si afferma come forza antagonista una classe sociale e politica alternativa a quella imperante. E in questo momento il movimento operaio si trova in una fase di notevole difficoltà che gli impedisce di soppiantare al potere la borghesia, nonostante quest’ultima abbia esaurito la sua spinta propulsiva.

Ora un volume biografico, scritto dal nipote Daniele, dirada finalmente la cortina di silenzio che ha avvolto per decenni la figura di Giovanni Millimaggi. Il titolo è già significativo: Un uomo libero. La storia di Giovanni Millimaggi (Youcanprint, Lecce, 2020). Esso ci permette di ricostruire le varie tappe del pensiero e dell’azione del Nostro.

Giovanni Millimaggi nasce l’11 gennaio 1887 a Barcellona Pozzo di Gotto, in provincia di Messina, nell’ambito di una famiglia benestante di proprietari terrieri, che, successivamente, si vede costretta, per vicissitudini finanziarie, a cedere i propri possedimenti, diffusi nel comune di Castroreale e in quelli limitrofi, per trasferirsi nel capoluogo. Qui il Nostro inizia l’attività di insegnante elementare e pubblica alcuni articoli di pedagogia su riviste specialistiche. Si accosta al pensiero socialista e collabora a vari periodici locali: «La Provincia socialista», «Germinal», «Il Canonico Mazza», accanto ad autorevoli esponenti del mondo politico e culturale del calibro di Concetto Marchesi, Gaetano Salvemini, Giovanni Pascoli, che ebbero esperienze di insegnamento all’Università di Messina, e Ludovico Fulci, deputato radicale al Parlamento nazionale.

Collabora altresì al periodico anarchico «Il Risveglio», che vanta tra i suoi collaboratori Piero Gori.

Nel 1921, a seguito della scissione di Livorno all’interno del Partito socialista, si avvicina al Partito comunista d’Italia, pur non essendo iscritto, condividendone la prospettiva rivoluzionaria.

Nel 1925 consegue la laurea in Giurisprudenza, presso l’Università di Messina, e inizia a frequentare lo studio dell’avv. Luigi Fulci, docente di Diritto penale nello stesso ateneo. I due sono accomunati da una visione laica d’impronta positivista. Millimaggi si dedica intensamente alla professione di avvocato, ma le forze dell’ordine seguono i suoi movimenti, anche se alcune informative riservate rilevano che per il momento non svolge attività sovversiva, pur conservando le sue idee comuniste.

Il 24 marzo 1930, la Prefettura di Messina segnala che il Nostro si è trasferito a Milano, ove svolge l’attività di legale dell’Istituto Contenzioso Commerciale. A distanza di alcuni mesi, la Prefettura di Milano conferma il trasferimento di Millimaggi nel capoluogo lombardo e sottolinea che, nonostante la persistenza dei suoi ideali politici, non risulta che sia tra i capi del comunismo milanese. In realtà, egli prende contatto con gli ambienti antifascisti. Difatti, l’apparato poliziesco, sempre vigile, nel 1932 rileva il suo attivismo, lo cataloga, questa volta, tra i capi dei comunisti milanesi e riscontra il suo impegno come reclutatore di corrieri tra i fuoriusciti e gli antifascisti rimasti in patria.

Nel 1933, il commissario della Polizia politica, Renzo Mambrini, si infiltra nella rete antifascista clandestina. Riesce ad incontrare Millimaggi spacciandosi probabilmente per un collega avvocato. In una relazione riferisce che il Nostro, nel conversare con lui, utilizza spesso argomentazioni mediocri, finge di avere idee confuse sul comunismo, sospettando la falsa identità del suo interlocutore, ma in realtà è «persona dotata di facile eloquio, di buona cultura giuridica». Il commissario Mambrini lo cataloga, dunque, come «un sovversivo a tendenze comuniste» (p. 49).

Il cerchio della polizia si stringe, dunque, intorno a Giovanni Millimaggi. Si arriva all’epilogo a fine aprile 1933. Da lì a poco scatta la trappola. Egli viene arrestato mentre, assieme ad alcuni compagni, si appresta a fare le prove per una trasmissione radio di propaganda antifascista da effettuarsi in occasione della ricorrenza del Primo Maggio, che il regime fascista aveva abolito come festa dei lavoratori, sostituendola con uno rispolverato e fittizio Natale di Roma, coincidente con la fondazione leggendaria della Capitale, nel 753 a. C. Il discorso celebrativo avrebbe dovuto leggerlo proprio Giovanni Millimaggi. Quest’ultimo, tratto in arresto con gli altri, viene condotto nel carcere milanese di San Vittore e sottoposto a duri interrogatori, in cui viene minacciato di morte con una rivoltella puntata alla tempia, in una sorta di roulette russa. Ma le minacce e le violenze degli aguzzini non piegano la sua fede. Così, con ordinanza della Commissione provinciale del 28 luglio 1933, Millimaggi viene assegnato al confino di Ponza con la seguente motivazione: «Organizzazione comunista: tentativo di impiantare una radio trasmittente per lanciare un messaggio in occasione del 1° maggio» (p. 60).

Giunto a destinazione, viene accompagnato in un camerone, che funge da alloggio per i confinati, in cui sono allineati come giacigli pagliericci infestati da cimici e altri parassiti. Millimaggi, assieme ai compagni, cerca di adattarsi alle condizioni confinarie. Vengono organizzati gruppi di studio, nei quali ognuno tiene lezioni in base alle proprie competenze per materia. Ben presto, però, questa attività viene vietata dalle autorità, perché considerata strumento di diffusione e perfezionamento delle idee sovversive, soprattutto a beneficio dei meno scolarizzati, che avevano l’occasione di formarsi politicamente e culturalmente all’ «università del carcere», secondo la definizione ironica (ed autoironica) di Gian Carlo Pajetta. Anche la richiesta di Millimaggi di dare lezioni private ai bambini del luogo, in quanto già insegnante elementare, viene rifiutata.

Il Nostro prende contatti con i confinati comunisti, organizzati in una struttura politica che a lui sembra troppo rigida: il Comitato Direttivo. In un primo momento viene ammesso ad una struttura collaterale, che raggruppa i «simpatizzanti», ma ben presto si allontana anche da questa, costituendo un gruppo di confinati che, pur vicini al Partito comunista, rivendicano la loro autonomia di giudizio e mantengono aperto il confronto anche con confinati di altre idee politiche, soprattutto di ispirazione anarchica (ma non solo).

In Millimaggi prevale la componente libertaria, che contrassegna la sua visione del comunismo, comportando il ripudio di ogni dogmatismo ideologico e di ogni rigidità organizzativa, imperniata sul concetto di «centralismo democratico». Perciò egli si confronta con dirigenti del Partito comunista italiano del calibro di Giorgio Amendola, ma è geloso della propria autonomia.

Nel febbraio del 1934, Millimaggi ottiene il ricongiungimento della famiglia a Ponza. Egli si rivela ben presto un confinato riottoso, classificato tra gli irriducibili. Partecipa ad alcune forme estreme di protesta, come quella contro il sequestro della corrispondenza non proveniente da familiari molto stretti. Scoppia così lo sciopero della corrispondenza. Millimaggi viene considerato tra i partecipanti «più pericolosi» (p. 70), assieme a Giorgio Amendola e ad altri esponenti di spicco dell’antifascismo confinario. La protesta sembra ottenere qualche risultato positivo, ma ordini tassativi dall’alto impongono alle autorità locali di non cedere ai rivoltosi. Un telegramma proveniente dal Ministero ordina l’arresto di tutti i partecipanti alla protesta (circa un centinaio).

Giovanni Millimaggi è, inoltre, destinatario di un ordine personale di arresto per non aver ottemperato agli obblighi del confino, in quanto, il 31 ottobre del 1933, «non rispondeva all’appello delle ore 11» (p. 71). Viene assolto da questa imputazione per insufficienza di prove. Seguono altre proteste dei confinati, determinate dal sopravvenuto divieto di prendere camere in affitto dai residenti locali e di gestire mense comuni, che vengono affidate d’imperio alla Direzione confinaria.

Nel 1935 Millimaggi viene arrestato per aver partecipato ad una protesta collettiva di 300 confinati e trasferito al carcere napoletano di Poggioreale per il processo. Anche qui le brande sono infestate da parassiti. Il Nostro viene condannato a 12 mesi. La pena viene successivamente ridotta a 8 mesi.

Il 26 ottobre 1935 Millimaggi rientra a Ponza e ottiene il ricongiungimento della famiglia. Si rinsalda l’amicizia con Giorgio Amendola, che gli presenta Sandro Pertini. Il rapporto d’amicizia si estende alle famiglie. Maria Cristina Millimaggi, moglie di Giovanni, e Germaine Amendola, moglie di Giorgio, si frequentano anch’esse.

Il 29 dicembre 1936 Giovanni Millimaggi, mentre si trova a Messina, dove viene accompagnato per far visita alla figlia maggiore, gravemente ammalata, viene raggiunto dalla comunicazione che ha finito di espiare il confino inflittogli nel 1933. Ma viene inserito nell’elenco delle persone da arrestare in determinate circostanze.

A Messina il Nostro riprende l’esercizio della professione di avvocato e i contatti con gli amici antifascisti. Partecipa alle loro riunioni clandestine. In occasione della visita del duce in città, Millimaggi viene condotto cautelativamente in carcere, come prevede la normativa precauzionale che lo riguarda.

Le sue disavventure non finiscono qui. Il 16 giugno 1937 egli viene accusato di attività disfattista e di aver festeggiato il Primo Maggio. Dopo essere stato trasferito nelle carceri cittadine, viene assegnato ad altri quattro anni di confino a Ponza, dove arriva il 4 agosto. Nel 1938 viene accusato nuovamente di aver festeggiato il Primo Maggio e condannato a due mesi di reclusione da scontare nel carcere mandamentale dell’isola.

Il 30 settembre 1938 Millimaggi viene trasferito da Ponza ad Amantea, in Calabria. Anche qui viene raggiunto dalla famiglia. Egli fa propaganda contro la guerra, scoppiata nel 1939, e viene trasferito a Spezzano della Sila. Qui abita nella villa messa a disposizione sua e della famiglia dall’avvocato Fausto Gullo, antifascista calabrese, già deputato nel 1924, la cui elezione venne revocata dal fascismo, e, nel secondo dopoguerra, più volte eletto in Parlamento e nominato anche ministro, varando importanti riforme a favore dei contadini.

Per altri atti di disobbedienza e per scontri con le autorità confinarie, determinati da provocazioni delle stesse nei confronti suoi e di familiari, il 10 ottobre 1940 viene trasferito a Carolei, che rappresenta il periodo di regime confinario più duro per lui, a causa della sua propaganda palese contro la guerra e le sue conseguenze disastrose per il popolo italiano.

L’effetto inevitabile di questo comportamento oltraggioso nei confronti del regime è l’ennesimo trasferimento, questa volta a Venosa, in Basilicata.

Il 15 giugno 1941, in coincidenza con la fine di assegnazione al confino, egli viene prima trattenuto a Venosa come «internato» e poi trasferito, nel 1942, come «sovversivo pericoloso», a Lagonegro (p. 123), sempre in Basilicata. Alla fine dello stesso anno, viene autorizzato a tornare a Messina con il resto della famiglia. Intanto, le condizioni di salute della moglie Maria Cristina si sono aggravate, tanto da determinarne la morte.

L’ulteriore trasferimento previsto a Ventotene, il 22 gennaio 1943, viene revocato, a causa dell’età avanzata, e Millimaggi viene immediatamente liberato, anche se pesa ancora a suo carico un provvedimento di ammonimento.

L’attività intellettuale e politica di Giovanni Millimaggi continua instancabile. Riprende l’attività forense, alla quale affianca quella di docente di Diritto presso l’Istituto Nautico «Caio Duilio» della città.

Egli si accosta da comunista alle idee indipendentiste. Nel marzo del 1943 i figli Libero e Spartaco danno vita al «Movimento Sicilia Libera», d’ispirazione antifascista e repubblicana, che, differenziandosi dal separatismo, prospetta l’ipotesi di una Sicilia indipendente all’interno di una confederazione di Stati. Al movimento, oltre a Giovanni Millimaggi, aderiscono personaggi di spicco della politica messinese, come Umberto Fiore, anch’egli antifascista e comunista. Ma il raggruppamento politico si presenta composito, a causa delle diverse idee politiche dei partecipanti, e, conseguentemente, frammentato. L’idea comune di una Sicilia indipendente, evidentemente, non basta come cemento unitario. Inoltre, esso viene ostacolato dagli anglo-americani, che entrano in Sicilia nel luglio del 1943 e che, dopo aver pensato di esercitare un protettorato speciale sull’isola o, addirittura, ad un’annessione, come cinquantunesima stella degli Stati Uniti, con il sostegno, neanche tanto paludato, della mafia, che favorisce il loro sbarco, si convertono all’idea dell’accorpamento della Sicilia allo Stato italiano, in un rapporto di vassallaggio nei confronti del padrone d’oltreoceano.

Il «Movimento Sicilia Libera» è costretto, dunque, a sciogliersi. Nel 1944 Giovanni Millimaggi fonda il Partito comunista siciliano, che pubblica, il 1° gennaio dello stesso anno, un numero unico, «L’Indipendenza Siciliana», che enuncia il programma: «quello del popolo siciliano che vuole decidere il proprio destino» (p. 130). Questo programma viene ulteriormente precisato in un documento emesso in occasione della visita a Messina della Commissione Centrale Sovietica, che il gruppo dirigente del Partito comunista siciliano non può incontrare, a causa del veto posto dal Partito comunista italiano, rappresentato da Umberto Fiore.

Si legge in questo documento programmatico: «I comunisti siciliani lavorano per la costituzione di una Repubblica siciliana indipendente e democratica, la quale permetta la formazione, con lo sviluppo industriale dell’isola, di un proletariato allineato con il proletariato internazionale per le comuni lotte, le comuni conquiste» (p. 131).

Successivamente il Partito comunista siciliano confluisce nel MIS (Movimento Indipendentista Siciliano), fondato da Andrea Finocchiaro Aprile, avvocato, giurista, docente universitario di Storia del diritto, già sottosegretario del governo Nitti, eletto parlamentare all’Assemblea Costituente.

Giovanni Millimaggi ricopre un ruolo di rilievo nel MIS, tanto che nel primo Congresso Nazionale, svoltosi a Taormina il 20 ottobre 1944, che definisce le linee guida del movimento, si vede assegnata una delle relazioni centrali sul tema: «Organizzazioni economiche e proletarie aderenti al movimento» (p. 133).

Nel 1946 il Partito comunista siciliano si scioglie e molti dei suoi componenti rientrano nelle file del Pci messinese, iscrivendosi soprattutto alla sezione «Antonio Gramsci», una delle più attive della città dello Stretto.

Giovanni Millimaggi, alle elezioni amministrative dello stesso anno, viene eletto consigliere comunale proprio nelle liste del Pci che, con 7.582 voti, ottiene il 15,36% dei suffragi, collocandosi al quarto posto, dopo l’exploit del Movimento dell’Uomo Qualunque (31% dei voti), i partiti conservatori (Pli e Pdl) e la Democrazia cristiana.

Ben presto emergono, però, i contrasti di Millimaggi con il gruppo dirigente della federazione del Pci messinese che portano alla sua espulsione, assieme ad un altro consigliere comunale, nel maggio del 1947, motivata con l’accusa di «frazionismo». Ancora una volta, emerge la componente libertaria del pensiero comunista di Giovanni Millimaggi, che non può essere imbrigliata col «centralismo democratico», che diventa «centralismo burocratico», cioè asservimento del partito al volere di un gruppo di burocrati che si sostituiscono, come élite dominante, al corpo complessivo rappresentato dagli iscritti e dai simpatizzanti, che finiscono per essere privati di ogni potere decisionale.

Giovanni Millimaggi chiede invano un’inchiesta al vertice nazionale del partito sulla sua espulsione e sul modo di operare in generale del gruppo dirigente della federazione messinese, facendo leva sulla propria storia e sul proprio prestigio di vecchio combattente e perseguitato antifascista.

Così completa il suo mandato consiliare fuori dal partito. Muore una mattina di agosto del 1953. Al funerale partecipa una folla numerosa e commossa, che rende omaggio al combattente coraggioso e sempre coerente con le proprie idee di comunismo libertario.

Oggi non basta fermarsi al ricordo di una figura limpida che appartiene al passato. Molti spunti di riflessione ci vengono dal pensiero e dall’opera di Giovanni Millimaggi. Il suo libertarismo e il suo antidogmatismo ci offrono degli elementi per capire la crisi, prima, e il tracollo, poi, dei regimi comunisti dell’Est europeo, che sono stati vittime del burocratismo, dopo la grande fase ideale della rivoluzione, sotto la guida di Lenin e di Stalin, alla quale è seguita la rivincita dell’apparato burocratico, propiziata dall’avvento al potere, nello Stato sovietico e nel partito, di Krusciov, che ha tolto ogni slancio ideale al sistema comunista.

Anche la soluzione indipendentista prospettata da Giovanni Millimaggi merita di essere analizzata e discussa, senza pregiudizi, alla luce degli effetti nefasti del regionalismo burocratico che è prevalso di fatto, in quanto alla Costituzione formale si è sostituita una Costituzione materiale, che l’ha stravolta.

Giustamente Ludovico Geymonat (La civiltà come milizia, Città del Sole, Napoli, 2008) ha rilevato che lo stesso Togliatti ha contribuito a questo stravolgimento con l’amnistia, concessa come Guardasigilli nel governo di unità nazionale formatosi in Italia nell’immediato secondo dopoguerra, che ha lasciato al loro posto i burocrati dell’epoca fascista, che hanno perpetuato i loro metodi e i loro vizi.

Ma lo stesso impianto regionalista in sé è discutibile. Occorre domandarsi se non fosse stato meglio dare all’Italia, sin dall’inizio, un impianto federalista, come proposto da Carlo Cattaneo in contrapposizione a Cavour, che ha imposto l’unità d’Italia sotto il dominio sabaudo, annettendo il Meridione in condizioni di inferiorità.

Anche Gramsci era un convinto federalista, così come Emilio Lussu, Carlo Levi e Silvio Trentin. Naturalmente, costoro erano portavoce di un federalismo di stampo socialista, solidaristico, che nulla ha a che fare con il federalismo egoistico di Bossi e poi di Salvini, che viene portato avanti dopo che il Sud è stato dissanguato delle sue risorse dal Nord, dove l’industrializzazione si è fatta con i soldi di tutti, riservando al Meridione l’offa dell’assistenzialismo e il ruolo di mercato di sbocco dei prodotti industriali provenienti dalle regioni settentrionali e centrali. E allora il pensiero di Giovanni Millimaggi s’inserisce in questo filone fecondo della sinistra italiana, del comunismo e del socialismo non burocratizzati.

Va approfondita anche l’adesione del Partito comunista siciliano di Millimaggi al Movimento indipendentista siciliano di Andrea Finocchiaro Aprile. E’ un’immagine riduttiva e deformante quella che si offre dell’indipendentismo siciliano come succube della mafia. Esisteva una forte componente di sinistra del movimento, rappresentata da uomini come Antonio Canepa, docente universitario di dottrine politiche, capo dell’esercito separatista (Evis), morto in circostanze misteriose, in un conflitto a fuoco con le forze dell’ordine, non si sa fino a che punto casuale, come Antonino Varvaro, che poi sarà eletto all’Assemblea regionale siciliana nelle file del Pci, e come lo stesso Giovanni Millimaggi, le cui idee comuniste sono indiscutibili.

Persino Andrea Finocchiaro Aprile, in un discorso pronunciato all’Assemblea Costituente il 19 luglio 1946, delineò una prospettiva rivoluzionaria di tipo social-comunista per la Sicilia.

Il pensiero e l’opera di Giovanni Millimaggi sono, dunque, ancora fecondi e meritano di essere studiati ed approfonditi.

:: Il rumore del ghiaccio di Peter May (Einaudi 2023) a cura di Valerio Calzolaio

24 novembre 2023

Scozia, Kinlochleven e Glasgow. Novembre 2051. In gaelico loch è lago, kin è testa. Da oltre sei anni la minuta giovane meteorologa Adele Addie Brodie, lunghi capelli castani e maliziosi occhi dolenti, vive in quel piccolo insediamento a un capo del Loch Leven, bacino glaciale sotto le alte montagne scozzesi Mamores; in mezzo alle tempeste di gelo gestisce varie piccole stazioni meteorologiche; si è sposata con il 30enne agente di polizia Robert Robbie Sinclair; risiedono appartati con il figlio Cameron. I cambiamenti climatici hanno ormai già prodotto il Grande Cambiamento: lì prima i punti dove la neve durava a lungo erano diventati sempre più rari, quasi scomparsi circa trenta anni addietro; ora sono ricomparsi e in aumento anche durante i mesi estivi, la neve alterna scioglimenti e ricongelamenti fino a diventare dura come il ghiaccio e impenetrabile alle temperature estive. Lei soffre di depressione e un giorno scopre addirittura un cadavere maschile a testa in giù e incastonato nel ghiaccio, urla. Non che il padre detective Cameron Cam Iain Brodie (aprile 1996) stia meglio a Glasgow: l’ecosistema metropolitano è parimenti sconvolto dalle acque e a lui è stata appena confermata una diagnosi di malattia terminale (cancro alla prostata, metastasi in espansione). Con la figlia non si sentono da tempo immemorabile: lei è fuggita lontano convinta che fosse lui a tradire la madre Mel morta suicida, mentre era esattamente il contrario. A Brodie propongono di andare a indagare sull’omicidio: prima rifiuta, poi decide d’improvviso di correre un’ultima volta incontro al proprio destino, lascia il bravo collega Tiny e parte per quelle aspre lande quasi spopolate. Affronterà un’intricata catena di uccisioni, la vittima era il giornalista Charles Younger e forse aveva scoperto qualcosa di “scottante” sul governo in carica.

Il nuovo bel romanzo dell’ottimo giornalista e scrittore scozzese Peter May (Glasgow, 1951) è ambientato tra circa trent’anni in mezzo ai ghiacci che potrebbero ricoprire quelle Highlands. La narrazione è quasi fissa su Cameron padre, colmo di ricordi e rimpianti, alternando il tempo al passato in terza persona nel 2051 e il tempo al presente in prima persona nel 2023 o nel 2040, talora in terza adesso su Addie. Si tratta insieme di un noir, un’indagine con molte sorprese e morti oltre a complessi risvolti politici e sociali (d’altra parte, le elezioni sono proprio imminenti), e di speculative fiction (cara a Margaret Atwood), la descrizione plausibile dei futuri effetti dei cambiamenti climatici antropici globali in corso su ecosistemi e migrazioni (sulla base degli scenari scientifici oggi lucidamente disponibili). L’ultima (saggia) trovata degli ecologisti è una replica della testimonianza resa davanti a un comitato del Senato statunitense dal famoso scienziato Carl Sagan nel 1985 (citato anche in esergo): “gli effetti dureranno più di una generazione…”! Tra qualche decennio le tecnologie saranno certo migliori e pervasive, con le macchine si potranno fare molte più cose; nel contempo, è probabile che mancheranno spesso beni essenziali, abiotici come l’elettricità e biotici come il diritto di restare o la libertà di movimento. Brodie ascolta i titoli in tv: “Le Nazioni Unite riferiscono che le guerre sull’immigrazione scoppiate in Nord Africa hanno raggiunto un punto di svolta. Il numero dei migranti sta per schiacciare le difese nazionali…” E Glasgow è sott’acqua. Quando si erano conosciuti Mel aveva detto a Brodie che il proprio nome era stato scelto dalla madre a causa di due delle Spice Girls, proponendo poi di chiamare la loro figlia come la cantante preferita: Adele. Birra, whisky, gin, qualsiasi cosa pur di alleviare un poco e per poco il dolore mentale (lì non c’è e forse non ci sarà il Varnelli).

Peter May è nato a Glasgow nel 1951. L’isola dei cacciatori di uccelli (Einaudi Stile Libero 2012) è il primo volume della trilogia ambientata sull’isola di Lewis che ha ottenuto uno straordinario successo di critica e pubblico in Gran Bretagna e in Francia. Nel 2013 Einaudi Stile Libero ha pubblicato il secondo volume della trilogia, L’uomo di Lewis, e nel 2015 il terzo e conclusivo, L’uomo degli scacchi. Sempre per Einaudi, ha pubblicato, nel 2017, Il sentiero, nel 2020 Lockdown, e nel 2023 Il rumore del ghiaccio. Nel 2018 per Einaudi è uscita nei Super ET la Trilogia dell’isola di Lewis.

:: Modus in rebus di Riccardo Ferrazzi (Morellini 2023) di Patrizia Debicke

23 novembre 2023

Vittorio Fabbri, un brillante trentenne uomo d’affari milanese, è molto legato per lavoro alla penisola iberica. Ma e soprattutto ama Salamanca: la splendida città universitaria, barocca e romana, dove ogni casa rappresenta quasi un monumento e ogni strada sembra voler celare l’arcano. Fabbri frequenta là un gruppo di giovani: Fernando, Javier, e soprattutto Miguel Angel, figlio di un ricco latifondista della zona, German Garcia, che allevava tori prima di cederli al suo principale rivale, Eleuterio Diaz Herrero, che gestiva la Plaza de Toros. Vittorio e Miguel Angel diventeranno buoni amici, si vedranno tutte le sere..
Sono i tempi ancora instabili, senza vere certezze, con la Spagna che sta appena uscendo dalla dittatura franchista. Miguel Angel è ossessionato dal sogno di diventare torero. Del loro gruppo di giovani fa parte anche una ragazza , Maite, che tutti corteggiano e vorrebbero, soprattutto Victor, ma lei è inquieta, ritrosa, sfuggente, si lascia solo desiderare. Quando un giovane sacerdote, Don Augustin, molto all’avanguardia, un trascinatore delle folle, verrà ritrovato per strada morto con una banderilla piantata nella schiena, e una testa di toro a coprirgli il volto, cominceranno i misteri e in un certo senso l’incubo che accompagnerà Victor per tutta la vita. Quell’omicidio gli farà perdere gli amici, un affare e un forse possibile amore con Maite. Chi ha ucciso il prete, don Agustin? La polizia indaga ma il caso verrà rapidamente messo da parte dal funzionario incaricato dell’indagine: qualcosa di poco chiaro da dimenticare prima possibile?
Certo è che tutti attorno a lui si muovono in modo strano. Potrebbero essere tutti colpevoli? Anche la sua amata Maite?
Vent’anni dopo, con il ricordo di Maite quasi diventato un’ossessione, l’ormai cinquantenne Vittorio, dopo avere chiuso l’ attività imprenditoriale che lo portava in giro nel mondo, tornerà a Salamanca per cercarla. Invano, nessuno sa ritrovarla e finirà con dover rientrare a Milano senza alcuna certezza. Là, incontrato un ex collega, Sergio Viganò, che riscopertosi innamorato della scrittura, in via Procaccini ha aperto una piccola libreria e creato una casa editrice. Vittorio si coinvolgerà emotivamente in quell’impresa, acquistando una parte delle quote societarie. La libreria di Viganò ha creato e ospita anche una specie di salotto letterario, di cui fa parte una strana donna, bella e interessante, Bianca.
Fabbri si lascia affascinare e se ne innamora, forse anche perché nei modi e nel comportamento gli ricorda il suo sogno spagnolo, Maite, e questo lo intriga profondamente. Anche Bianca come tutti gli altri assidui frequentatori del salotto letterario che si fanno chiamare “Tristeros” è un autrice.
Ma dopo poco tempo, uno scrittore , bravo e caro amico del libraio, Turchetti, verrà ritrovato morto, in casa sua, chiuso a chiave dall’interno. Un mistero della stanza chiusa, come quelli tanto celebrati dal giallo classico ? O potrebbe invece essersi trattato più semplicemente di un incidente? La polizia indaga, approfondisce. Viganò e Fabbri suggeriscono possibili sospetti, moventi, ciò nondimeno le loro parole non basteranno a fermare la falce della morte. Ferma là, in attesa ma pronta a colpire ancora e presto lo farà di nuovo, implacabile.
Nel frattempo Tormento, un libro scritto da Bianca, un vero polpettone, magari anche in virtù della macabra pubblicità scatenata intorno ai due morti che ruotavano intorno alla Libreria, va a ruba. Unico tangibile risultato, perché invece le indagini sui due amici defunti si arenano e Vittorio Fabbri resterà da solo in via Procaccini a gestire la libreria della quale aveva acquisito le quote.
Bianca che ora viaggia, è sempre lontana e brilla di luce propria e finalmente chiama Vittorio. Poi… Ma chi è Bianca veramente? Possibile che lei sia Maite? Non è forse che Maite è la Morte?
Ma il titolo dichiara: Est modus in rebus. Vi sono determinati confini…limiti oltre i quali non si può andare…
Nota sentenza di Orazio, cui fa seguito (Satire I, 1, vv. 106-107) sunt certi denique fines, Quos ultra citraque nequit consistere rectum dunque confermiamo anche noi “v’è una misura nelle cose, al di là e al di qua dei quali non può esservi il giusto”. Sentenza ripetuta spesso per esprimere la necessità di una saggia moderazione e per richiamare al senso della misura…
E se invece Maite fosse l’apportatrice di Morte e quindi un’incontrollabile superamento dei limiti del modus in rebus?
Fulcro di Modus in rebus è il mistero che l’autore, attraverso la voce di Maite, l’amata del narratore, inaspettatamente ci rivela nel prologo. Ciò nondimeno il filo conduttore di tutta la trama è la tormentata fissazione del protagonista ,Vittorio Fabbri , per la Spagna, per Salamanca e soprattutto per lei la donna spagnola, Maite – sempre desiderata e mai forse realmente avuta . E a conti fatti anche e soprattutto per questo, tutte le parti narrative guardano al giallo, lo sfiorano , lo toccano e ci si avvicinano molto come per la storia del sacerdote misteriosamente assassinato (nella prima), quella delle morti di uno scrittore e del libraio alla testa di un circolo intellettuale misterioso e polemico (nella seconda), e soprattutto frutto di intuizione la terza. E ciò nondimeno forse non sarebbe questo il vero scopo del romanzo, in cui parrebbero soprattutto contare l’amore, la suadente nostalgia, ma anche l’amicizia, il tradimento della fiducia data , la necessità di aderenza culturale, e persino il bisogno di ritrovare il senso dell’esistenza nella quotidianità. Elementi che si mischiano e s’intrecciano con la percezione strisciante di impotenza e di angoscia del protagonista. Ma che rappresentano anche una molteplice dichiarazione d’amore per una donna, una città una terra e un mondo racchiusi dall’ideale di un passato.

Riccardo Ferrazzi vive a Milano. Ha pubblicato tre romanzi: Cipango! (Leone Editore, 2013), con cui ha vinto il Premio Fiorino d’argento 2015; N.B. Un teppista di successo (Arkadia, 2018); Il Caravaggio scomparso. Intrigo a Busto Arsizio (Golem Edizioni, 2021). Ha pubblicato anche un libro a quattro mani con Marino Magliani, Liguria, Spagna e altre scritture nomadi (Pellegrini, 2015) e due saggi: Noleggio arche, caravelle e scialuppe di salvataggio. Breve discorso sul mito (Fusta, 2016) e Premonizioni (Oligo, 2023). Ha tradotto Mark Twain, Federico Garcia Lorca, Vicente Blasco Ibañez, Haroldo Conti e altri.

:: Libro delle bestemmie di Nicola Vacca (Marco Saya Edizioni 2023) a cura di Giulietta Iannone

19 novembre 2023

O vendetta di Dio, quanto tu dei
esser temuta da ciascun che legge
ciò che fu manifesto a li occhi miei!

Già Dante nel canto quattordicesimo dell’Inferno, nel terzo girone del VII Cerchio, pone, tra i violenti contro Dio, i bestemmiatori, la cui terribile punizione divina consiste nel giacere nudi su un sabbione infuocato su cui una pioggia eterna di fiocchi arroventatati cade senza posa per accrescere il dolore. Dante vi incontra il superbo Capaneo uno dei leggendari sette re che assediarono Tebe che osò con empie bestemmie offendere Giove. Ma tutti i dannati sono caratterizzati dalla bestemmia, violenta invettiva contro un Dio al quale molto probabilmente tutto al più non si crede o non lo si identifica con le religioni costituite. L’impotente grido verso una divinità crudele di cui non si capiscono né le leggi né il senso. E ogni bestemmia sembra essere un colpo di martello sui chiodi della croce e un dispiacere fatto a colui, il Dio eventuale a cui allude Cesare Pavese citato nell’epigrafe de Libro delle bestemmie la silloge poetica di Nicola Vacca edita da Marco Saya Edizioni. Un Dio che sembra nato dalla paura della morte di un uomo pavido e incoerente che non sapendo cosa ci sarà dopo l’altrove si costruisce un simulacro. Questo è il Dio a cui il poeta si oppone, un feticcio, un idolo, un’illusione a separare l’uomo dal nulla. Il poeta accusa Dio di tacere, l’offende per il suo silenzio, la sua aridità, la crudeltà che si annida nei cuori. Più che a Dio l’offesa del poeta è fatta alla moltitudine grigia dei devoti, accusati di avere paura della libertà, la cui vigliaccheria sembra guidarli verso idoli muti e freddi. Il poeta a differenza non pone in dubbio Dio, né il suo Cristo, a cui dedica versi di sofferta pietà come Eresia del Cristo velato. Si pone domande di bestemmia in bestemmia, ma ogni suo verso più che una bestemmia ci accosta al sacro con sofferta ribellione, la stessa ribellione che constatiamo in Padre David Maria Turoldo quando si accosta ai versi biblici di Giobbe, ribelle per eccellenza. Niente di nuovo sotto il sole dunque, la ribellione a Dio è già stata prevista e accetta perchè davvero la vita coi suoi orrori sembra porre Lui come capro espiatorio e infatti il Cristo sulla croce si è fatto peccato morto di una morte infame per attirare tutti i sui figli a sé. Chiudo questo mio commento con i versi stessi di Turoldo scritti poco prima di morire, lasciati sul comodino dell’ospedale.

“Benedico il Signore

che la mente m’ispira:

per questo immane

soffrire dei giusti,

per questo gioire

tante volte insperato,

per questo sperare di glorie

ogni giorno:

impossibile che sia il Nulla

l’estremo traguardo:

impossibile sarà pensarti

come realmente tu sei,

o mio Signore:

sconosciuto Iddio sei tu

la nostra unica sorte”.

:: Gli eversivi di Alessandro Berselli (Rizzoli, 2023) a cura di Patrizia Debicke

15 novembre 2023

Un avvio col botto per Gli eversivi di Alessandro Berselli con la sfarzosa e futuristica presentazione, ambientale della residenza in collina di La Marple, l’agenzia investigativa al femminile gestita dalla splendida ex anoressica guarita, Ginevra Martino.
Trentaquattro anni, fisico da urlo, in taglia da mannequin, laureata in legge con successivo master in criminologia, un curriculum da paura di successi professionali dietro le spalle, la dottoressa Martino, dopo la lunga ma riuscita terapia nelle mani della forse migliore psi bolognese, cela oggi con disinvoltura i postumi di un’adolescenza e prima giovinezza complessate da un allontanamento e successivo ritorno all’ovile di una madre farfallona.
Oggi Ginevra Martino è una donna all’apparenza molto sicura, ruvida ma di temperamento e dotata dì una inquieta vita sentimentale, che gestisce con pugno di ferro il team di tre collaboratrici investigatrici ai suoi ordini dell’agenzia investigativa più nota di Bologna La Marple. Agenzia composta da Chloe, giovane informatica, tenace virgulto dei collettivi bolognesi di sinistra, Greta, sempre attenta e la più brava nei pedinamenti, Camilla, perfetta e serenamente gay dichiarata, brillante ma dotata di spiccato senso del dovere, supportate dall’ultima arrivata, Nicole, interinale per ora e segretaria tutto fare, ancora in rodaggio.
Ed è proprio Ginevra Martino, la direttrice dell’agenzia, che il facoltoso avvocato Liam Bonaga quarantanovenne vuole ingaggiare e alla fine sarà lei che riuscirà miracolosamente a convincere, con reiterate insistenze e suppliche, di provare almeno a vedere chiaro nell’indagine che intende affidarle, per sapere di più sulle infelici frequentazioni di sua figlia Asia. Appena ventenne, Asia Bonaga, figlia unica, adorata ma fin dall’adolescenza riciclatasi da adorabile bambolotta prima a bella ribelle drogata poi a inveterata squadrista, sarebbe purtroppo, secondo il padre, impelagata fino al collo con un gruppo di sovversivi fondatori di una certo Laboratorio Hengel, un controverso movimento pseudo intellettuale. Non basta, perché la ragazza in più pare anche sentimentalmente legata a un certo nome noto tra i più assidui fiancheggiatore dell’ estrema destra, tale Omar Giordani. A supporto della sua tesi, Liam Bonaga mostra alla Martino alcuni scritti e documenti da paura che suggerirebbero intanto, se fondati e veritieri, la necessità di una preventiva denuncia alla polizia. Cosa subito dichiarata dalla sua interlocutrice, ma l’amore paterno, nonostante le sbrigative e poi circostanziate ripulse della direttrice dell’agenzia, si spingerà fino a riuscire a coinvolgerla. Ma come contropartita per la sua accettazione del caso, Ginevra Martino gli chiederà di accettare una inderogabile proposta.
Liam Bonaga pagherà a La Marple un cachet di sessantamila Euro per un mese di inchiesta sul campo senza condizioni e con l’unico patto che, alla fine, l’agenzia riferirà quanto appreso in merito. Ciò nondimeno, se detta inchiesta dovesse far saltar fuori giochi eversivi e pericolosi la Marple sarà libera di passare quanto scoperto alla polizia.
Un caso dunque ben remunerato ma che si rivelerà, a ben guardare, molto difficile e impegnativo per le nostre agenti di Bologna.
E infatti, convocata la sua squadra, Ginevra Martino, appena passate le prime istruzioni , lancia in resta andrà subito donchisciottescamente a caccia, sotto falsa identità in suolo ostile, infilandosi con molta e forse troppa spavalderia nel territorio riservato del Laboratorio Hengel, dove farà presto la conoscenza di alcuni membri e soprattutto di Asia e del suo compagno Omar Giordani, fascinoso uomo di punta del movimento.
La sua indagine dunque e quella di tutte le ragazze della Marple si proietterà sull’organizzazione di eversivi, su Asia Bonaga ma e soprattutto su Giordani, considerato l’anima del movimento. Intanto la Martino, impegnata in prima persona e purtroppo per lei emotivamente coinvolta, non si renderà conto di andare a infilarsi in un gioco troppo pericoloso e ormai pronto a sfuggirle di mano. Ben presto infatti dovrà constatare che, con tutta la faccenda avviata su di una china incontrollabile, è ormai troppo tardi per fare altre scelte, ribellarsi e cambiare il corso degli eventi. Lei e la sua squadra tutta si troveranno di fronte a un bivio: decidere se accettare la sfida e confrontarsi con l’ineluttabilità della situazione o provare in qualche modo a cambiarne i termini. Ma il cerchio si stringe fatalmente, bisogna correre ai ripari anche se per qualcuno tra loro ormai potrebbe diventare inutile.
Con una città deputata a fare da cornice e che spesso si trasforma quasi in coprotagonista della storia, scopriamo una Bologna inedita e molto particolare che dal suo cuore più antico, superando la cortina della nebbia, ci guida e ci trasporta fino al verde ancora incontaminato dei colli.
Una trama funambolica che a una persona come me nata tanti ma tanti anni fa (parlo dell’altro secolo) richiama gli indimenticabili echi delle avventure televisive, fine anni settanta-inizio anni ottanta, delle Charlie’s Angels (a detta anche dell’autore), tre donne detective con il felice supporto esterno di un capo, solo una voce senza volto, per 115 episodi.
Parole, dettagli e fatti quelli di Gli eversivi di Alessandro Berselli, puntualmente calati oggi invece in un’atmosfera a metà tra il thriller e la spy story, che però alla fine guarda fantascientificamente e con cruda preoccupazione all’attualità politica italiana.
Una storia intrigante e una analisi che costringe a riflettere su certi perversi meccanismi che ormai caratterizzano troppi fatti e quotidiani contesti della società

Alessandro Berselli, scrittore italiano, docente di tecniche della narrazione, inizia la sua attività negli anni novanta, collaborando con le riviste Comix e L’apodittico e il sito di satira on line Giuda.Dal 2003 inizia una carriera parallela come romanziere noir.
Oltre alle raccolte di racconti Storie d’amore di morte e di follia (Arpanet, 2005) e Anni zero (Arpanet, 2012), nella sua bibliografia troviamo i romanzi Io non sono come voi (Pendragon, 2007), Cattivo (Perdisa Pop, 2009), Non fare la cosa giusta (Perdisa Pop, 2010) e Il metodo Crudele (Pendragon, 2013), che sancisce il suo ritorno all’umorismo caustico e corrosivo degli esordi. Ultimo romanzo è, ad oggi, Anche le scimmie cadono dagli alberi (2014, Piemme Open).

:: Dieci motivi per uccidere di Raffaele Malavasi (Newton Compton 2023) a cura di Patrizia Debicke

6 novembre 2023

A Masone, comune ligure collegato a Genova dalla A26, Alessandria Voltri, verrà ritrovato il cadavere di una giovane donna, abbandonato in una posa scenografica che rimanda al Leonardesco Uomo Vitruviano . La giacca e la camicetta lasciate aperte sul ventre mostrano tre ferite da arma da taglio intorno all’ombelico ma il particolare disumano è quello più in basso dove, in evidenza e conficcato nella viscere aperte, si nota il manico di un bicchiere da birra, conficcato a forza nel ventre. Una sindrome manicale che rimanda inequivocabilmente ai barbari delitti del serial killer, la bestia, Vittorio Bianchi, il Mostro del Nord Ovest, ormai però da tre anni, dopo la sua cattura, imprigionato nel carcere di massima sicurezza di Genova. Tuttavia visto che l’omicidio di Masone pare volersi inserire di prepotenza in una serie di casi simili verificatisi di recente tra Torino e Genova, appare plausibile che ci sia in circolazione un suo emulatore pronto a continuare il suo sanguinoso diabolico progetto.
Tanto che all’ispettore capo Gabriele Manzi e alla sua squadra i dettagli di questo crudele omicidio appariranno quasi un macabro dejà vu.
Una situazione al di là dei limiti dell’immaginabile che, nonostante la reticenza dei suoi superiori, costringerà Manzi a informare anche l’amico, ex ispettore, il gigantesco e rosso crinito Goffredo Spada che nel 2015 con la sua squadra era riuscito a fermare e arrestare Bianchi, l’autore dei primi otto disumani omicidi. E nell’indagine si infilerà presto anche Orietta Costa, giornalista di cronaca nera de “Il Secolo XIX”. Coraggiosa e testarda, sempre disposta ad andare avanti a tutti i costi.
Ma l’inchiesta ufficiale avanza lentamente e ci vorrà il supporto di tutte le menti a disposizione per venire a capo di questo delittuoso puzzle, apparentemente un caso molto complesso e che potrebbe addirittura presentare più teste.
Dunque, per cercare di scoprire cosa e chi si celi davvero dietro questa folle ed efferata emulazione tanto, per cominciare bisogna rifarsi alle indagini di allora nel 2015, che avevano portato a incastrare il Mostro. E per intuire cosa ha provocato questo attuale disegno mortale , si dovranno risentire tutti i testimoni, compresa la famiglia del vendicativo serial killer, al quale si imputa anche di avere commissionato al fratello minore, Alessio Bianchi , suo succube, un maldestro tentativo di scambio. Ovverosia il rapimento della moglie di Spada. Tentativo conclusosi tragicamente con la morte dell’ostaggio e il successivo suicidio del suo rapitore.
Poi, per provare a decifrare il perché di questa nuova e incontrollabile sete di sangue che parrebbe teso a completare il complesso disegno mentale architettato dal Mostro e, secondo le apparenze, simbolicamente basato su una rappresentazione grafica dalla geometria pitagorica, il tetraktys, si dovrà ipotizzare anche l’identità di future potenziali vittime, ricostruendo minuziosamente tutti i perché dei passati omicidi commessi da Vittorio Bianchi. Non sarà facile, ma Magaldi, il sempre pignolescamente meticoloso vice ispettore di Manzi, avrà una felice intuizione . Non basta però perché anche se la squadra dell’ispettore Manzi, essendo riuscita a individuare un prezioso elemento temporale comune nelle vittime, potrebbe impedire altri omicidi già programmati dall’emulatore, nel corso dell’inchiesta emergeranno alcuni collegamenti che rimandano alla tragedia con per protagonista la moglie di Spada.
La cui morte ha profondamente segnato sia Spada che Lorenzo, figlio loro quattordicenne, avviato a raggiungere l’1,90 paterno ma in piena crisi fanciullesca preadolescenziale e che non riesce a dimenticare la madre e fa ancora assegnamento all’angelo custode a cui lei l’ha affidato prima di essere rapita e uccisa. Red Spada che, pur stentando a mettersi in sintonia con il figlio e senza rendersi conto di essere spiato da lui, non ha mai abbandonato l’idea di sapere di più su quella tragica morte , va avanti per la sua strada, nella sua personale indagine Un’indagine che a poco a poco lo sta portando a sfiorare il cammino di un uomo politico genovese di successo. Potrebbe esserci un qualche astruso e contorto legame che in qualche modo accosti quel politico al Mostro del Nord Ovest e a suo fratello Alessio Bianchi, il rapitore e poi l’assassino?
Magari qualcosa che potrebbe chiarire qualche altro membro della famiglia di Vittorio Bianchi?
Possibile che andare fino in fondo sulla morte di Anna sia la strada giusta o meglio l’unica chiave adatta per riuscire ad aprire l’armadio della verità .
Un giallo articolato, denso di colpi di scena e di circostanze in cui la continua falsificazione delle tracce, imprigiona spesso il lettore in un deformante gioco di specchi dove a conti fatti niente è ciò che appare la verità e mostrerà la sua faccia solo nell’ultimo capitolo.
“Dieci motivi per uccidere” è il quinto, e l’ultimo (a detta dell’autore) della serie dedicata da Raffaele Malavasi all’ex poliziotto Goffredo “Red” (per la sua fiammante chioma fulva) Spada, un padre incerto, pasticcione sul suo versante sentimentale, che ora gestisce l’escape room Mysterium. Altrettanto un investigatore speciale, diventato famoso per andare fino in fondo nelle sue indagini che segue d’istinto senza mai accettare troppo facili spiegazioni e, in ogni caso, sempre secondo una sua diversa prospettiva controllata dalla sua duttile “Intelligenza laterale, la capacità di esaminare la realtà da prospettive inusuali”, secondo addirittura il parere di Vittorio Bianchi, la bestia, il Mostro del Nord Ovest da lui incastrato.

Raffaele Malavasi è nato a Genova ed esercita la libera professione. Da sempre accanito lettore, ha una passione per i gialli. La Newton Compton ha già pubblicato con successo Tre cadaveri, Due brutali delitti, Sei sospetti per un delitto e Undici morti non bastano, con come protagonista l’ex poliziotto Goffredo Spada.

:: Marcello Simoni: La Taverna degli Assassini (Newton Compton 2023) a cura di Giulietta Iannone

2 novembre 2023

La scrittura piana, lineare e rassicurante di Marcello Simoni torna piacevolmente ad accompagnarci nel giallo gotico La taverna degli assassini, edito in questo fine 2023 da Newton Compton, che vede il ritorno di Vitale Federici, già personaggio principale de “I sotterranei della cattedrale”. Siamo alla fine del ‘700 in un castello di proprietà di un nobile che ha trasformato la sua magione toscana in un’azienda vinicola sul modello delle grandi aziende vinicole francesi. Il vino infatti sarà il grande protagonista di questo giallo che parte dal ritrovamento di un cadavere dopo una grande nevicata. Ad indagare Vitale Federici coadiuvato da un giovane collaboratore, il nobile Bernardo della Vipera. Riuscirà la nostra improbabile coppia di investigatori a svelare l’arcano e dipanare l’intricata matassa che nasconde il colpevole? Seppure appare un mistero irrisolvibile i nostri ce la metteranno tutta in un gioco di deduzioni e intuizioni per venire a capo del mistero lasciando i lettori piacevolmente stupiti dalla bravura dell’autore. I gialli a incastro nascondono sempre un gioco di rimandi e giochi di inganni e questo rispetta tutte le regole del giallo a enigma. Un giallo classico perfetto per i fan di Agatha Christie che vi farà passare ore serene. Buona lettura!

Marcello Simoni è nato a Comacchio nel 1975. Ex archeologo e bibliotecario, laureato in Lettere, ha pubblicato diversi saggi storici; con Il mercante di libri maledetti, suo romanzo d’esordio, è stato per oltre un anno in testa alle classifiche e ha vinto il 60° Premio Bancarella. Ha vinto inoltre il premio Stampa Ferrara, il premio Salgari, il premio Il corsaronero e il premio Jean Coste. La saga del Mercante ha consacrato Marcello Simoni come autore culto di gialli storici: i diritti di traduzione sono stati acquistati in venti Paesi. Con la Newton Compton ha pubblicato numerosi bestseller tra cui la trilogia Codice Millenarius Saga e la Secretum Saga.

::Dove vola la polvere Nguyễn Phan Quế Mai, (Nord 2023) A cura di Viviana Filippini

2 novembre 2023

La storia si apre con Phong, un quarantenne alle prese con la documentazione per ottenere per lui e per i suoi figli un visto per gli Stati Uniti d’America. Per il protagonista di  “Dove vola la polvere” di Nguyễn Phan Quế Mai, edito da Nord e tradotto da Francesca Toticchi, tutto però si complica e subisce una momentanea battuta d’arresto, perché serve maggiore chiarezza sulla sua vicenda personale per compilare e ottenere la documentazione. Phong, fin dal giorno della sua nascita, ha avuto un’esistenza piena di difficoltà, perché lui nato da una relazione tra un soldato americano e una donna vietnamita, durante la guerra del Vietnam, è considerato un individuo che vale «meno della polvere». Un misto tra razze diverse non visto di buon occhio nella società asiatica dove vive. Questo è valido per lui, che oltretutto è fisicamente riconoscibile come tale, per la sua pelle scura e capelli ricci,  e per tutti coloro che si trovano nelle stessa situazione. Accanto a Phong ad un certo punto arriva l’americano Dan, un ex soldato del Vietnam che da troppo tempo deve combattere con i fantasmi e i tormenti della sindrome post traumatica da stress. Un situazione che, come è accaduto a lui, ha colpito tanti altri soldati, solo che Dan vuole cercare di sistemare la sua vicenda personale del passato per poter vivere meglio la relazione sentimentale del presente, dove ci sono troppe tensioni dovute ad un qualcosa che è accaduto mentre lui era al fronte e che non ha mai raccontato a nessuno. Poi c’è la storia di Trang, una giovane che ha visto distruggere il suo villaggio dai violenti bombardamenti della guerra del Vietnam. Trang e la sorella Quỳnh vanno a Sài Gòn per salvarsi,  ma nella città le giovani, proprio perché carine, verranno costrette a vendere loro stesse per sopravvivere e, chi lo sa, trovare, quel il vero amore che salva la vita. I destini dei protagonisti de “Dove vola la polvere”, sembrano distanti, lontani tra loro, ma gli eventi della vita presenti nella narrazione evidenziano quanto i legami umani riescano ad andare oltre i confini e oltre quelle ferite del passato che lacerano e sembrano non volersi chiudere mai. Quello che accomuna tutti i personaggi, i cui destini si intrecceranno sempre più man mano si procede nella lettura, è che ognuno di loro ha dovuto confrontarsi in modo diretto o indiretto con la guerra, con la sua distruzione e con quelle a volte, imprevedibili conseguenze che lasciano segni indelebili. Un vivere che, come si scoprirà, li ha portati a compiere scelte non facili, dolorose e, a volte necessarie, per continuare esistere. Dopo lo straordinario successo di “Quando le montagne cantano”, Nguyễn Phan Quế Mai è tornata in libreria con“Dove vola la polvere”, una nuova storia, nella quella la ricerca delle proprie radici e della propria identità, è accompagnata da una speranza tenace, che spinge i protagonisti a non mollare mai per andare oltre ogni ostacolo.

Nguyễn Phan Quế Mai, giornalista e poetessa, è nata nel 1973 in Vietnam, dove ha lavorato per anni come venditrice ambulante e coltivatrice di riso. Si è trasferita all’estero grazie a una borsa di studio, che le ha permesso di dedicarsi all’analisi degli effetti a lungo termine della guerra. Attualmente vive a Giacarta con il marito e i due figli e lavora per diverse organizzazioni internazionali. Dopo il successo di “Quando le montagne cantano”, “Dove vola la polvere” è il suo secondo romanzo.

Source: del recensore

:: ROBERT STONE: DOG SOLDIERS a cura di Fabio Orrico

30 ottobre 2023

Autore stimato e affermato nel suo paese, gli Stati Uniti, Robert Stone ha avuto scarsissima diffusione in Italia. Dopo la raccolta di racconti Orso e sua figlia, databile alla fine degli anni ’90, tradotta da Einaudi ma ormai fuori catalogo, l’unico altro suo libro attualmente disponibile è Dog soldiers, appena uscito per Minimum Fax, casa editrice come sappiamo attentissima alla letteratura statunitense. Stone viene giustamente collocato nella collana Classics a fianco di altri nomi illustri quali Yates, Robison, Beatty, Hawkes, O’Hara (e si potrebbe andare avanti a lungo perché l’editore romano nell’ultimo ventennio ha riportato in libreria firme a stelle e strisce imprescindibili). Peraltro, Dog soldiers è forse il più famoso tra i libri di Stone anche presso di noi grazie soprattutto alla (notevole) traduzione cinematografica I guerrieri dell’inferno ad opera di Karel Reisz.

Il romanzo è del 1975 e letto oggi, ben cinquant’anni dopo la sua pubblicazione, è impossibile non restare ammirati per la sintesi sapiente quanto del tutto naturale compiuta dall’autore su temi e interessi squisitamente americani. Dal reducismo che proprio in quel giro d’anni diventava una tematica assai presente al cinema (si pensi a opere centrali come Taxi driver e Il cacciatore) e che peraltro aveva già una sua tradizione forte nel noir del secondo dopoguerra alla celebrazione della vita on the road, l’impossibilità per l’homo americanus di riconoscersi stanziale, la continua ricerca di una fortuna che costringe a restare in perenne, nevrotico movimento e che non di rado passa attraverso il crimine. Stone, tra l’altro, fu amico di Ken Kesey, l’autore di Qualcuno volò sul nido del cuculo, che lo introdusse al consumo di droghe, pratica che il Nostro imparò molto bene e che trasformò parte della sua vita, per dirla con le sue stesse parole, “in una festa cominciata nel 1963 e poi estesasi al mondo intero”. Tutto questo per dire che le reminiscenze della cultura beat, le istanze della controcultura poi raggrumatesi nei movimenti studenteschi, i neonati culti new age e il credito aperto verso le filosofie orientali intridono letteralmente le pagine di Dog soldiers e ne rappresentano vettori di grande importanza, tanto quanto la violenza, il disturbo da stress post traumatico che attanaglia i protagonisti e i codici hard boiled che Stone padroneggia con rara maestria, tenendosi intelligentemente lontano dai cliché.

Che cosa racconta Dog soldiers? John Converse, giornalista di area radicale, in Vietnam come inviato mette le mani su un grosso quantitativo di droga e decide di tentare il colpaccio: lo affida all’amico Ray Hicks, conradiana figura di avventuriero folle, chiedendogli di contrabbandarla in America e venderla con l’aiuto di sua moglie Marge, a sua volta tossicodipendente. Lui li raggiungerà poco dopo. Cosa può andare storto? Più o meno tutto, a cominciare da un terzetto di agenti della CIA sulle loro tracce e abituati a usare metodi assai brutali per ottenere ciò che vogliono. Questo l’intreccio limitato al suo scheletro, sfrondato di tutte le divagazioni che lo costellano. Sì, perché l’arte di Stone, almeno a giudicare da quest’opera, si fonda orgogliosamente sulla digressione. La prima parte ambientata in Vietnam sembra un Graham Greene sotto acido. Stone mette in scena la routine di uomini e donne febbricitanti nella mente e nel corpo, giornalisti, lestofanti, talmente imbottiti di droghe da reagire col minimo di sgomento pensabile di fronte all’esplosione di un edificio a pochi passi da loro. Quando poi l’azione si sposta in America, ecco che Stone non perde occasione per illuminare in profondità i suoi protagonisti perdendosi in lunghe e meticolose scene di dialogo, talmente dettagliate da restituirci l’aria del tempo, universalizzandola. La prosa di Stone è tanto essenziale quanto sardonica e i suoi personaggi, sballati e cupamente inclini a perdersi, sono anche persone colte, dalle buone letture (Hicks compulsa Nietzsche come fosse un oracolo) e ragionano in termini filosofici di fronte alle armi da fuoco spianate (per esempio, ecco una riflessione di Converse sotto un bombardamento vietcong: “Intuì che il mondo fisico, ordinario, che attraversiamo vagando distratti e pigri andando incontro all’inesistenza, poteva assumere la forma di un potentissimo strumento di morte e di tortura, in qualunque momento e senza preavviso. L’esistenza era una trappola; la pazienza già traballante dello stato delle cose poteva esaurirsi in qualsiasi istante”). Anche la parentesi romantica fra Hicks e Marge viene risolta sbrigativamente, in modo quasi accessorio ma non per questo si rivelerà meno intensa per la risoluzione del plot. Hicks, in particolare, si rivela un personaggio strepitoso, coerentemente bigger than life, uno psicopatico con cui è molto difficile empatizzare (e in questo si gioca forse la differenza più sensibile con la sua incarnazione di celluloide Nick Nolte, peraltro maiuscolo) ma ancorato a un suo codice d’onore e con una visione quasi spirituale dell’esistenza.

Dog soldiers è un romanzo che riesce a essere incalzante pur nei suoi, studiatissimi, rallentamenti di trama, capace di darci il quadro di un’epoca senza pedanterie e insieme è una storia di avidità e ferocia, in pratica ciò che muove il mondo. C’è solo da augurarsi di trovare presto altri titoli di Robert Stone sugli scaffali delle nostre librerie. Traduzione Dante Impieri.

Robert Stone (1937- 2015) è una delle voci più rappresentative del dopoguerra americano. Influenzato da Conrad e Hemingway, spesso associato anche al gruppo dei Merry Pranksters, Stone ha scritto otto romanzi, due raccolte di racconti e un memoir. Le sue opere gli sono valse una candidatura al pen/Faulkner Award, due al Premio Pulitzer e cinque al National Book Award, ottenuto nel 1975 con Dog Soldiers. Minimum fax pubblicherà anche A Hallof Mirrors, Damascus Gate e la raccolta di saggi The Eye You See With.

:: 1991-2022. Ucraina. Il mondo al bivio. Origini, responsabilità, prospettive Giacomo Gabellini, (Arianna Editrice, 2022) Recensione di Giulietta Iannone

27 ottobre 2023

Sebbene di stretta attualità, e ogni storico sa la difficoltà di analizzare fenomeni storici e geopolitici ancora in corso, è possibile comprendere le origini, gli sviluppi e le cosiddette “responsabilità”, per non parlare delle future prospettive, della “Questione Ucraina”? Ci prova Giacomo Gabellini, saggista e ricercatore indipendente, nel suo saggio 1991-2022. Ucraina. Il mondo al bivio edito da Arianna Editrice. Volume che è l’ampliamento, anzi la revisione e riscrittura di un testo precedente, Ucraina: Una guerra per procura che se vogliamo analizzava i fatti prima dell’ “operazione speciale” russa del febbraio 2022. Dopo il 24 febbraio 2022 tutto è cambiato, ma non le premesse di questa crisi, di cui questa data ha definito più che un inizio, un’evoluzione in uno scontro armato ancora più violento e “caldo” dalle ripercussioni e conseguenze imprevedibili. Ma per capire come si è potuto arrivare a questo punto, con tutti i rischi, economici, politici, strategici e geopolitici di un opposizione sempre più diretta Occidente – Russia, è bene partire dal breve excursus storico che Gabellini pone nell’introduzione del volume, che trova i suoi punti nodali sicuramente in alcuni fatti storici insindacabili: il febbraio del 1919, quando durante la conferenza di Versailles si richiese il riconoscimento formale della Repubblica Ucraina; il 1922 quando l’Ucraina entrò ufficialmente a far parte dell’URSS come Repubblica socialista sovietica ucraina; l’Holodmor di cui l’Ucraina era rimasta vittima, assieme al Kazakistan, durante i piani di collettivizzazione agraria forzata programmati da Mosca tra il 1932 e il 1933, che causarono milioni di morti per fame, episodio non marginale per comprendere il riacuirsi dei nazionalismi e l’allergia sempre più marcata verso il “controllo” di Mosca, e in tempi più recenti, l’indipendenza dal 1991 e la rivoluzione di Majdan Nezalznosti, che ha dato l’avvio nel 2014 al conflitto interno, proseguito dal 2022 a tutt’oggi, con la conseguente politica delle annessioni dopo referendum non convalidati dal consesso internazionale. Questi fatti più che punti fermi di un’indagine storiografica servono all’autore per delineare le premesse di un fenomeno geopolitico che, come cita il titolo stesso del volume, pone il mondo a un bivio e sposta, forse irreversibilmente, il baricentro dei futuri equilibri e assetti geostrategici. I pilastri del Nuovo Ordine Mondiale come attestati, forse troppo trionfalisticamente, dal presidente statunitense George H.W. Bush dopo la fine dell’Unione Sovietica, mai come in questi ultimi accadimenti hanno vacillato ponendo definitivamente fine a un assetto unipolare in favore di un assetto multipolare che vede inserirsi nel “grande gioco” mondiale potenze emergenti sempre più agguerrite e consapevoli delle proprie ricchezze e potenzialità tra cui la Cina, più consolidata, e l’India, ancora in nuce. La crisi ucraina, con la sua chiamata a schierarsi, ha posto sicuramente una frattura e uno spartiacque nella storia contemporanea, sempre augurandoci che non degeneri in una guerra atomica che come tutti sanno non prevederebbe nessun vincitore e la fine definitiva della storia, non sicuramente nel senso ottimistico che gli attribuiva Fukuyama. La NATO invece di sciogliersi, dopo la caduta del Muro di Berlino, avendo perso il suo ruolo di contraltare del Patto di Varsavia, mai ebbe un ruolo così attivo dalle guerre balcaniche a oggi, e a questo attivismo è imputato il senso di accerchiamento e il gioco in difesa della Russia che vedendo in pericolo i suoi spazi vitali ha senz’altro reagito, forse in modo scomposto, facendo più parlare le armi che la diplomazia, sebbene canali di colloquio sono continuati forse sottotraccia. Certo l’irrigidimento in posizioni di principio, potrebbero aumentare le difficoltà oggettive nel trovare un compromesso accettabile per entrambi gli schieramenti e soprattutto la sospensione di uno scontro armato (lo scontro strutturale ormai, date le premesse, sembra insanabile) mai così pericoloso e destabilizzante per le vite non solo dei partecipanti diretti al conflitto ma di tutti i popoli, che essendo a rischio gli approvvigionamenti energetici, rischiano anche loro in prima persona. Lo spostamento a est della NATO, avversato sia dal segretario alla difesa William Perry, sia da uno specialista del calibro di George F. Kennan, con le sue analisi dolorosamente profetiche (p.75), sembra dunque uno dei punti nodali che hanno portato all’esacerbarsi di conflittualità mai sopite dalla caduta dell’URSS in avanti, ricollegandosi anche alla visione, teorizzata da Zbigniew Brzezinski, dell’Alleanza Atlantica come veicolo dell’egemonia statunitense sul continente europeo, con l’obiettivo, poi forse mai ammesso apertamente, di balcanizzazione della Russia nel tentativo di minare le basi di una potenza, forse ancora percepita come regionale, ma sicuramente valutata come ostile. L’Ucraina resta il focus del libro e le analisi dell’autore vertono a evidenziare tutti i passi succedutisi per giungere al cosiddetto “tintinnio di sciabole”. L’autore si sofferma anche su analisi culturali, economiche e sociologiche tese a sottolinea da un lato l’importanza per la Russia di mantenere rapporti culturali stabili con le comunità russe fuori confine nell’ottica di un proprio soft power vitale per la coesione sociale. Un altro principio cardine anch’esso poco noto è legato al criterio della “disomogeneizzazione etnica” principio che ha creato enormi problemi nel periodo post-bipolare segnato dalla disintegrazione dell’URSS, tra cui la derussificazione forzata, fenomeno già evidenziato da pensatori e intellettuali imparziale e autorevoli come Solzenicyn.

In fine, non tralasciando il fenomeno delle sanzioni e gli ingenti danni strutturali alle economie non solo del paese colpito dalle suddette, ma anche da chi fattivamente le ha applicate, l’autore giunge alla conclusione che la Federazione russa, ovvero Putin e i suoi collaboratori, erano perfettamente consci delle conseguenze che avrebbe innescato l’aggressione dell’Ucraina, e l’alto prezzo da pagare, perlomeno nel breve periodo, ma si evince che nell’ottica di Mosca la posta in gioco fosse ben maggiore e trascendesse ampiamente la semplice “questione ucraina”. Anzi l’obbiettivo principale fosse il riorientamento e il riposizionamento strategico in un’ottica ascrivibile più al lungo periodo. Infatti il deteriorarsi delle relazioni con un Occidente in vistosa decadenza, come conseguenza principale portò la Russia a rinunciare alla sua vocazione europea, (anche Putin coma Gorbachev ci hanno sinceramente provato), vedendo come unica alternativa il protendersi sempre più verso Oriente, allacciando assetti strategici sempre più saldi con la Repubblica Popolare Cinese, e di conseguenza sbilanciando definitivamente i rapporti di forza nettamente a scapito degli USA. Kissinger inascoltata Cassandra. Triste il destino dell’Europa, stritolata tra questi scontri di assestamento tra titani. Queste almeno sono le conclusioni a cui perviene l’autore in questo saggio denso di informazioni, nozioni e correlazioni, forse solo troppo orientato a comprendere le ragioni della Russia, senza analizzare le ragioni dell’Ucraina, vista quasi solo come pedina utilizzata forse anche surrettiziamente nei giochi di potere dello scacchiere internazionale.