Archive for the ‘Recensioni’ Category

:: L’uomo senza una scarpa di Salvo Barone (Todaro 2024) a cura di Patrizia Debicke

27 marzo 2024

In un fosco lunedì di metà marzo, crudamente ingrigito dalla foschia, il cadavere di uno sconosciuto è saltato fuori nell’angolo del cavedio del cortile di un condominio milanese destinato ai sacchi della spazzatura, proprio quella mattina per un ritardo non ancora ritirata dall’impresa. Cinque piani di un edificio di qualità, situato in piazza Piemonte. Il morto è stato ritrovato dal cane, un retriever, di proprietà di uno dei condomini, Ugo Restelli che l’aveva portato fuori per la solita passeggiata mattutina verso le sette e lasciato libero dal guinzaglio.
Il caso verrà affidato al commissario Enzo Biondo della Omicidi e alla sua squadra formata dall’ispettore Gigio Martinoia che per tornare a lavorare al fianco dell’amico e superiore ha rinunciato a un tranquillo commissariato di città e dall’agente Giusy Garofalo, brava, intelligente e piena di iniziativa, dalla pelle ambrata perché di origine etiope, adottata da piccola da una famiglia italiana. Tra i pochi plausibili testimoni nessuno ha visto o sentito qualcosa di strano. E nessuno tra i residenti nel palazzo, proprietari, inquilini e la portinaia coreana part time conosce la vittima o almeno così asseriscono. Anche se sembra strano pensare che l’uomo fosse là di passaggio.
Cosa ci faceva nel cortile di un condominio? La scientifica dopo aver constato che al cadavere manca una scarpa, rinverrà buttata vicino una pesante catena antifurto con evidenti tracce di sangue sul lucchetto. L’arma del delitto? Pare probabile e la successiva autopsia lo confermerà. Il morto non ha documenti addosso ma in tasca un cellulare e ancora al polso il suo orologio fermo alle sei… L’omicidio a logica parrebbe commesso alle sei di mattina. Poco prima del fortuito ritrovamento del corpo, quindi… Potrebbe trattarsi di un delitto magari provocato da una banale lite di condominio oppure peggio? Particolare da valutare: nello stesso immobile una donna ha presentato denuncia per molestie, una bicicletta è stata rubata e altre piccole cose . Ma perché quell’uomo sconosciuto è venuto a morire proprio là in quel cortile? Bisogna risentire tutti i residenti con maggiore calma, approfondire i fatti e cercare di escludere strampalate ipotesi che tendano a portare fuori strada.
La vittima, subito identificata tramite le impronte che figurano nel casellario giudiziario, si chiamava Onofrio Puleo, residente a Cinisi (Palermo) ed era un pregiudicato con precedenti per estorsione e associazione. Un mafioso? Perché si trovava là ? Affari sporchi? Un appuntamento, una visita a un conoscente? Ma allora potrebbe trattarsi anche di peggio: di una vendetta e non si può escludere un regolamento di conti tra clan. Tanto per cominciare bisogna tenere un profilo basso nei confronti della stampa senza dilungarsi in particolari.
Le indagini, più complicate del previsto, sembrano volersi attorcigliare su se stesse costringendo gli inquirenti a barcamenarsi con testimoni riluttanti. E nonostante le ricerche, praticamente a tappeto, la scarpa mancante del morto non salta fuori. E Graziano Scarpa, il condomino del quarto piano – il caso pare divertirsi coi nomi – non è a Milano e risulta irrintracciabile proprio come la scarpa del Puleo . E in tutto questo contesto poi, a complicare maggiormente la situazione, il commissario Biondo – la cinquantina appena passata, è reduce da un bel viaggio in Patagonia in compagnia di una brava giornalista di inchiesta, Beba Blondel sua vecchia fiamma ritornata in auge ma già ripartita per seguire una pista “copernicana” e che non si fa viva da più di sei giorni. Ma questa fuga di Beba è un elegante modo per mollarlo , oppure… è finita in qualche rogna ? E comunque lui si sente abbandonato ed è sprofondato in una specie di crisi esistenziale. Insomma pronto a interpretare male ogni parola, perennemente sbadato sul lavoro, svogliato, solo concentrato sui suoi problemi. Toccherà quindi all’ispettore Gigio Martinoia, pieno di acciacchi e vicino alla pensione, e all’agente Giusy Garofalo, indagare su quello strano omicidio. Bisogna muoversi con intelligenza ma anche con cautela in un caso solo basato su congetture e minuziose verifiche. Vanno ricostruiti gli spostamenti dei testimoni, ma anche potenziali indiziati, controllare tutti gli alibi, immaginare motivazioni. E andare molto più a fondo sui tanti segreti legami tra i sospettati, giostrando tra false piste fino a ricostruire, passo passo, lontane storie nel tempo e nello spazio che si vorrebbero dimenticare. E dove certe inattese e complicate soluzioni possono presentarsi proprio quando meno te l’aspetti.
Epperò la faccenda pare volersi allargare addirittuta a macchia d’olio. I morti aumentano. La stampa accusa, i superiori premono. Il commissario regge male tutto quel circo in cui si dovrebbe, peggio che al Colosseo, fornire colpevoli alla folla vociante degli spettatori. Per fortuna Biondo può ancora contare sulla strenua e infallibile collaborazione di Gigio Martinoia e sulla perseveranza e l’acume di Giusy Garofalo.
Trama gialla classica che si rifà al più famoso genere francese del XX secolo, intrigante, basata su inattesi colpi di scena e ben sviluppata attraverso diversi piani temporali che rimanda a fatti e avvenimenti del passato ancora da interpretare e neutralizzare.
La narrazione che si avvantaggia di una accurata descrizione ambientale ci consegna un romanzo molto piacevole da leggere , che nel corso dell’indagine ci offre un’accurata evoluzione della vita e delle scelte del commissario Biondo e della sua squadra.

Salvo Barone è nato a Palermo nel 1956, bancario, ha vissuto in Sardegna per una decina d’anni e da altri dieci risiede a Como. Laureato in Scienza Politiche con una tesi sui mezzi di comunicazione di massa, è sposato e ha due figli. Nel 2010 pubblica Le regole del formicaio e nel 2012 Una giustizia più sopportabile.

:: Il re delle fate d’autunno di Claudio Chiaverotti e Pierluigi Porazzi – Mursia a cura di Nicola Vacca

25 marzo 2024

Dolcezza è un piccolo paese sperduto del Friuli, un puntino quasi dimenticato su qualunque mappa stradale.

Un luogo apparentemente tranquillo dove ha sede la Ekta, una fabbrica che sputa veleni.

Una calma che viene infranta dall’omicidio di Silvia, una diciasettenne dai capelli biondi il cui cadavere viene rinvenuto nei pressi della piazza di Dolcezza.

È il primo omicidio di una serial killer che si fa chiamare il re delle fate d’autunno.

L’indagine è affidata all’ispettore Giulia Foscari, che insieme al suo collega Chiarloni si troverà davanti a un vero e proprio rompicapo.

Chi si nasconde dietro la maschera del re delle fate d’autunno? Perché toglie la vita a giovane ragazze senza usare su di loro violenza? Cosa significa il bigliettino con alcuni versi di una poesia fantasy che fa trovare agli inquirenti in bocca alle sue giovani vittime?

Claudio Chiaverotti e Pierluigi Porazzi con Il re delle fate d’autunno. In fondo alle filastrocche è sempre buio hanno scritto un thriller costruito bene. La storia è un intrigo complicato e mai prevedibile e il personaggio di Giulia Foscari è credibile dall’inizio alla fine della vicenda.

La narrazione è tesa e carica di suspense i due autori si insinuano nelle ombre del nero che si macchia di sangue.

Davanti agli omicidi brutali che scuotono la piccola comunità della cittadina friulana, Giulia Foscari si muova con molta circospezione e si perde in un labirinto suggestivo di situazione fitte di mistero.

Nulla è come sembra. Il personaggio inquietante del re delle fate d’autunno agisce nell’ombra perso nella fitta selva dei boschi, getta nel panico Dolcezza con i suoi delitti efferati.

Giulia Foscari ha fiuto, segue diverse piste e gli enigmi sono tanti: questa figura misteriosa lascia dietro di sé oltre a una scia di sangue un mistero fitto con una serie di problematiche da risolvere.

Chiaverotti e Porazzi sanno coinvolgere il lettore nella storia che già dalle prime pagine si sente recluso dall’atmosfera opprimente che si respira fino alle ultime pagine.

Un’oppressione che è sinonimo di incubo e terrore.

Siamo davanti a una trama in cui si susseguono colpi di scena senza tregua, la narrazione intreccia il giallo e il noir: il risultato è un universo romanzesco che funziona alla perfezione e in cui il lettore si trova intrappolato e coinvolto.

«La vita è un film. Un thriller senza logica, con il finale che crolla in pezzi e si ricompone sulle sue domande. Quando sembra che il colpevole sia stato catturato non è mai così. Quando credi che tutto sia finito, nel bene e nel male, ti trovi tra le caviglie un gap spazio – temporale che prende a calci in culo le poche certezze che credevi di aver raggiunto».

Il re delle fate d’autunno è nascosto nel lato oscuro della coscienza di ogni singolo personaggio di questo romanzo avvincente in cui il macabro e il male scandiscono le ore malvagie di un perenne tempo di uccidere.

Claudio Chiaverotti ha scritto le strisce delle Sturmtruppen, e dal 1989 lavora come sceneggiatore presso la Sergio Bonelli Editore. Ha scritto più di cinquanta storie di Dylan Dog, ha creato il personaggio fantasy Brendon e la serie Morgan Lost, in corso di pubblicazione. Ha diretto il cortometraggio I vampiri sognano le fate d’inverno?, miglior cortometraggio al XXXVII Fantafestival di Roma.

Pierluigi Porazzi ha pubblicato per Marsilio L’ombra del falco, Nemmeno il tempo di sognare e Azrael, premiato come miglior romanzo dell’anno nell’ambito dei Corpi Freddi Awards. Per Pendragon è uscito Una vita per una vita, scritto con il giornalista Massimo Campazzo, e per La Corte Editore La ragazza che chiedeva vendetta, Il lato nascosto, Mente oscura e Ritratti di morte. Ha pubblicato anche molti racconti in varie raccolte e antologie.

:: Siamo sempre una famiglia? Separati, coppie di fatto, nuclei allargati: le nuove prospettive di Simone Bruno (Edizioni San Paolo 2023) a cura di Giulietta Iannone

23 marzo 2024

Anche all’interno di una istituzione secolare molto formale come la Chiesa Cattolica il concetto di famiglia ha subito un’evoluzione. Se da un lato persiste la difesa della cosidetta famiglia tradizionale: due sposi, un uomo e una donna, e i loro figli, ci si è accorti che nuove sfide sono sorte per la Chiesa e per la società che vanno riconsiderate come le libere unioni, le famiglie ricostituite e le unioni tra persone dello stesso sesso. Don Simone Bruno nel suo libro Siamo sempre una famiglia? ci parla di queste sfide e inizia con il definire il concetto stesso di famiglia, per poi evidenziarne le sue vulnerabilità. La famiglia è davvero in crisi nel mondo contemporaneo? caratterizzato da criticità di ogni genere, dall’insicurezza lavorativa, alla difficoltà di incarnare ruoli che nel passato erano molto più definiti. Il libro procede per domande e per risposte e ci illustra una realtà in evoluzione da analizzare con sensibilità, tenerezza e affetto. L’uomo resta un essere sociale e le relazioni umane incidono profondamente sull’io personale e sulla ricerca condivisa della felicità. Tutti ambiscono a relazioni stabili, fedeli, e durature che permettano di crescere e maturare e affermare il proprio io in relazione a un noi di coppia, o di relazione padre/madre e figli, o fratelli e sorelle. L’aspirazione genitoriale resta un’esigenza primaria poi che si riflette in un mondo in evoluzione dove cambiando i capisaldi e i presupposti e cambiano anche le modalità di comportamento.

Simone Bruno, sacerdote della società San Paolo, è PhD in Psicologia della comunicazione presso l’Università degli Studi “Aldo Moro” di Bari. Ha insegnato “Psicologia dello Sviluppo” presso la facoltà di Scienze della Formazione di Bari, dove ha svolto attività di ricerca sui legami di attaccamento madre-bambino. È co-autore di diverse pubblicazioni riguardanti i legami affettivi genitori-figli e lo sviluppo del bambino. È Direttore editoriale delle Edizioni San Paolo. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo Affiancare le famiglie fragili (Edizioni San Paolo, 2015), La reciprocità uomo-donna (TAU Editrice, 2017) e Siamo sempre una famiglia (Edizioni San Paolo, 2024).

:: Taiwan – L’isola nello scacchiere asiatico e mondiale di Giacomo Gabellini LAD Gruppo editoriale 2023 a cura di Giulietta Iannone

21 marzo 2024

Proprio quando l’Europa sta affrontando la più grave crisi dalla fine del secondo conflitto mondiale ad oggi con tutte le incognite legate alla difficile composizione del conflitto tra Russia e Ucraina, che ormai si trascina da due lunghi anni e che da un momento all’altro può deflagrare in una imprevedibile escalation dalle conseguenze irreparabili, lasciamo per un attimo l’Europa, che a torto o a ragione non è il centro del mondo, per spostarci nell’Indo- Pacifico e analizzare forse il nuovo punto caldo del pianeta dove si giocheranno nei prossimi anni gli equilibri geostrategici mondiali. Parlo dell’isola di Taiwan con la sua capitale Taipei, isola posizionata a sole tre miglia nautiche dalla costa cinese, proprio di fronte al porto di Xiamen, nella provincia del Fujian e roccafòrte militare statunitense e baluardo della Cina non comunista. Dunque un’isola sentinella, con molte similitudini con la Cuba, a parti invertite, degli anni ’60. La Repubblica Popolare cinese non nasconde la sua volontà di riannetterla pacificamente al territorio cinese (come in tempi recenti è accaduto per Hong Kong e Macao) in conformità alla formula teorizzata da Deng Xiaoping di “un Paese, due sistemi”, gli Stati Uniti dal canto loro sono pronti a tutto per mantenerla come punto di appoggio per il controllo del Pacifico. Per cui è sicuramente di estremo interesse la lettura di Taiwan – L’isola nello scacchiere asiatico e mondiale dell’analista indipendente Giacomo Gabellini che con i suoi soliti acume e libertà di pensiero parte dall’analisi storica delle vicende che toccarono Taiwan per giungere, intrecciando i dati economici, politici e militari, a conclusioni personali e non prive di coerenza e originalità. I rapporti tra Washington e Pechino sono messi a fuoco e analizzati nel dettaglio, interessanti le pagine dedicate a Nixon e Kissinger e alla “diplomazia triangolare” culminata con la storica visita ufficiale a Pechino del presidente americano Nixon del febbraio del 1972 che diede l’avvio al riconoscimento della Repubblica Popolare Cinese come stato sovrano e alla sua inclusione nelle Nazioni Unite (a scapito di Taiwan). Per la Cina Taiwan resta un affare interno cinese e tollera con molto fastidio le interferenze americane che si frappongono a questo, dai cinesi considerato inevitabile, ricongiungimento. Taiwan non ha solo una collocazione geostrategica unica, tanto da essere una vistosa spina nel fianco del colosso cinese, ma è di per sé una piccola potenza economica con centri all’avanguardia (soprattutto nel campo informatico) e capacità tecniche e scientifiche di prim’ordine. Stratega dell’avvicinamento se non dell’alleanza tra Stati Uniti e Repubblica Popolare cinese fu senz’altro Kissinger, abile tessitore di rapporti diplomatici, che comunque lasciò una porticina aperta con Taiwan negli accordi autorizzando il suo governo a rifornire l’isola di sistemi d’arma difensivi per pararsi le spalle da eventuali ripensamenti e gettando quel germe di incertezza che tuttora persiste e che il prof. Li Peng nella sua postfazione non esita a definire vera e propria interferenza statunitense negli affari interni cinesi stigmatizzando il suo ruolo attivo nell’ostacolare la riunificazione dell’isola con la Cina continentale. Il sostegno a Taiwan da parte degli Stati Uniti comunque non venne mai a mancare basti pensare che tra il 1950 e il 1962 gli Stati Uniti erogarono all’isola ben 4 miliardi di dollari di cui 1,5 destinati all’industrializzazione e 2,5 al rafforzamento dell’apparato militare. C’è da dire che ai vari richiami della Cina continentale a ricongiungersi con Pechino con tutte le concessioni del caso, Taipei ha sempre rispedito al mittente le proposte puntando al conseguimento di un’indipendenza anche formale da ottenere mediante l’istituzione di un nuovo Stato opportunamente “de-sinizzato”. Che non esistano rapporti di collaborazione tra Pechino e Taipei comunque non è esatto, basti pensare che le sinergie generate dalla complementarietà tra le strutture produttive taiwanesi e cinesi rendono in una prospettiva anche futura un apporto economico di tale entità che rende Taiwan irrinunciabile per la Cina continentale. Si arriverà mai a uno scontro diretto per il possesso dell’isola? Dio non voglia, un’invasione militare di Taiwan da parte cinese, seppur seguita anche a obiettive provocazioni statunitensi, segnerebbe una via di non ritorno con ripercussioni catastrofiche. Per ora il Dragone attende il momento opportuno per fare le sue mosse, sempre preferendo una via pacifica tra negoziati e sostegno popolare. Per ora la popolazione di Taiwan non sembra volerne sapere di un ricongiungimento con Pechino, ma le condizioni potrebbero cambiare, le alleanze rinsaldarsi e Washington accetterebbe di perdere Taiwan? Staremo a vedere nei giochi delle sfere di influenza che si verranno a creare nel Pacifico e avranno ripercussioni sul mondo intero. Insomma l’affare Taiwan non è così marginale come può sembrare, ma è al contrario da monitorare attentamente calibrando sviluppi e opportunità. Gabellini con il suo documentato saggio (ricca e aggiornata la bibliografia) getta una luce nella comprensione di queste dinamiche e lo fa con successo tanto da essere apprezzato e guadagnarsi la stima di un esperto dell’Istituto di ricerca di Taiwan dell’Università di Xiamen come il prof Li Peng che lo invita addirittura nella sua Università per confrontarsi con gli studiosi cinesi della maggiore e più nota istituzione accademica di ricerca su Taiwan tra le università cinesi.

Giacomo Gabellini (1985) è saggista e ricercatore specializzato in questioni economiche e geopolitiche, con all’attivo collaborazioni con diverse testate sia italiane che straniere, tra cui il centro studi Osservatorio Globalizzazione e il quotidiano cinese «Global Times». È autore dei volumi Ucraina. Una guerra per procura (Arianna, 2016), Israele. Geopolitica di una piccola grande potenza (Arianna, 2017), Weltpolitik. La continuità politica, economica e strategica della Germania (goWare, 2019), Krisis. Genesi, formazione e sgretolamento dell’ordine economico statunitense (Mimesis, 2021) e Dottrina Monroe. Il predominio statunitense sull’emisfero occidentale (Diarkos, 2022). Vive a Terre Roveresche (PU).

::The  Woman in Me, Britney Spears (Longanesi 2023) A cura di Viviana Filippini

19 marzo 2024

Britney… e “Baby one more time”… sono passati anni, era il 1998 quando Britney Spears irrompeva nelle classifiche mondiali con questa hit, una delle tante che l’hanno consacrata a Reginetta del Pop. Un successo dopo l’altro, poi la caduta e un limbo dal quale Britney sembrava non riuscire ad uscire. “The Woman in Me” è l’autobiografia della cantante, edita da Longanesi, che si racconta, anzi narra la sua vita da bambina, adolescente, adulta, madre, mostrando aspetti esistenziali non sempre noti. Nel senso che noi vediamo e conosciamo l’immagine che ci arriva dai media, ma dietro di essa c’è un vero e proprio mondo da scoprire e non è detto che quelle luci brillanti della superficie incarnino la perfezione. Il libro della Spears è una racconto a ruota libera di una vita nella quale la cantante narra diversi momenti dove si alternano gioia, felicità, ma anche dolori come il rapporto altalenante e variabile con la famiglia;  la fine della relazione con Justine Timberlake, e si capiscono un po’ più a fondo le motivazioni del loro allontanamento anche con dettagli che magari non tutti sanno;  o c’è l’episodio di quando la Spears si rapò a zero i capelli (tra le pagine si scopre il perché), o quel suo bisogno di fare la mamma che le è stato ostacolato in ogni modo possibile. Dietro alla facciata di perfezione e successo, Britney narra il suo lavorare in modo costante e continuo fatto seguendo le direzioni e le volontà altrui, senza poter esprimere il suo estro o avere voce in capitolo sul proprio essere artista, ma anche donna e mamma. Sì perché nel libro la Spears narra anche del Conservatorship, un provvedimento legale deciso dal tribunale con il quale si affida la tutela fisica e economica di una persona adulta a un’altra, spesso legata a lei tramite parentela e per la Spears  fu il padre. Esso è uno strumento utilizzato quando gli individui non sono più capaci di prendere decisioni per se stessi per motivi gravi (soprattutto di salute). Britney fu sottoposta al Conservatorship dal 2008 fino al 2021 e leggendo il libro ci si rende conto del controllo serrato che la cantante dovette subire, perché riguardava ogni aspetto della sua vita, dalla dimensione pubblica a privata, al lavoro, fino agli integratori che prendeva, tanto che nel libro la cantante dice che cominciò a sentirsi come un robot. “The woman in me” di Britney Spears, è un memoir nel quale l’artista con una scrittura ironica si mostra in modo completo, mettendosi a nudo a noi lettori e permettendoci di comprendere come a volte dietro una vita di successo possano esserci tanto dolore e sofferenza, che evidenziano quanta fragilità si possa nascondere in una persona che, indipendentemente dalla notorietà, è sempre un essere umano con sentimenti ed emozioni. Traduzione di Paolo Lucca e Giuseppe Maugeri.

Britney Jean Spears  è una cantante, ballerina,attrice, cantautrice, personaggio televisivo e stilista statunitense. È tra le più celebri e premiate artiste della storia della musica pop ed è entrata nei Guinness dei Primati per 13 volte e le è stata dedicata una stella nella Hollywood Walk of Fame all’età di 21 anni.

Source: del recensore.

:: Codice 93 di Olivier Norek (Rizzoli 2024) a cura di Patrizia Debicke

18 marzo 2024

Benvenuti nel dipartimento 93 dove insieme alla squadra di Coste dovrete scendere nei seminterrati e nelle cantine, e dove si può trovare di tutto, perché là spesso si nascondono i peggiori rifiuti dell’umanità. Una trama irresistibile quella di “Codice 93”, fatta di pagine su pagine in cui Olivier Norek mischiando tranquillamente crimine, corruzione e integrità morale ci presenta il suo capitano Coste, poliziotto straordinario alla testa della squadra Anticrimine di questa periferia delle periferie, bell’uomo, tosto, quarant’anni, con all’angolo della bocca una sigaretta sempre accesa. Una persona che pare fatta tutta d’un pezzo e invece si muove e opera sempre senza mai perdere la sua generosità e umanità.
Un ambiente duro, violento, il dipartimento in cui spalleggiato dalla sua eterogenea squadra di fedelissimi, deve darsi da fare e cavarsela Victor Coste. Quello di Seine-Sainte-Denis, uno dei tre distretti che costituiscono l’area periferica di Parigi giustamente noto per il suo tasso altissimo di criminalità. Zona malfamata , da paura, e affollata da una variegata fauna multicolore. Fare il poliziotto nella Seine-Saint-Denis, è un vero lavoraccio. Seine- Saint- Denis rappresenta infatti un oscuro agglomerato urbano fatto di orrendi e popolosi edifici, affollati da individui ai margini, insomma un quartiere spazzatura, dove morte e delinquenza dipendono solo dalla legge della strada.
Ragion per cui quando una telefonata alle quattro del mattino sveglia Victor Coste, può significare solo una cosa: qualcuno è stato ammazzato. E infatti a Coste ormai aduso a ogni violenza a prima vista in quell’alba gelida, sulla scena del delitto, si presenterà un assassinio come tanti altri con il cadavere di un gigante nero con addosso un maglione bianco e tre fori sanguinanti sul petto, rinvenuto nel capannone di un magazzino in disuso del canale dell’Ourcq. Il medico della polizia arrivato al volo, ne constaterà la morte: nessun segno vitale.
Ma stranamente, non risultando nessuna ferita in corrispondenza dei fori dei proiettili, il successivo raccapricciante evento, benché la vittima presenti tutti i segni di un decesso, farà diventare quello che pareva un omicidio, in un caso quasi da incubo. Il “morto” infatti si risveglierà mentre è già in atto l’autopsia, trasformando la morgue in un mostruoso e sanguinoso scenario dell’orrore. E solo il fatto che sia barbaramente evirato e imbottito di barbiturici magari per un regolamento di conti sta a dimostrare quale sia stata la causa di choc in grado di provocare la morte apparente.
L’ ex cadavere, trasferito d’urgenza in ospedale e piantonato dalla polizia, verrà identificato come tal Bébé Coulibaly, attualmente non ricercato ma con sulle spalle una corposa fedina penale.
La faccenda, proseguirà sulle orme del macabro cammino intrapreso all’inizio con la scoperta, a meno di ventiquattr’ore di distanza, dello scheletro carbonizzato di Frank Somoy, localizzato tramite il suo cellulare lasciato incastrato tra le costole in una casa disabitata di Rue des Acacias in cima alla collina di Prés Saint Gervais. Ritrovamento reso possibile dall’analisi del sangue sui fori di proiettile del maglione bianco indossato da Bébé che evidenziava il dna di un drogato, schedato dalle forze dell’ordine. Ma l’incubo continua: non ci sono tracce di incendio intorno al corpo di Somoy, neppure sulla sedia pieghevole di plastica sulla quale è stato sistemato. Evidentemente qualcuno l’ha ucciso altrove e poi portato là solo per farlo ritrovare.
Potrebbe mai trattarsi di un processo di “autocombustione”. Come in certi riti voodo o che altro… O invece c’è qualcuno che ha lanciato il guanto di sfida alle forze dell’ordine? E vuole metterle in ridicolo contringendole a impegnarsi in un’orrenda caccia al tesoro.
Un bella rogna anche perché i due delitti arricchiti da una, anzi due macabre messinscena e che rischiano di compromettere la credibilità delle indagini sono già arrivati chi sa come alle orecchie della stampa (una talpa?) e infiammando l’opinione pubblica stanno scatenando il caos mediatico. Eh già perché a conti fatti, finora il dipartimento di polizia di Seine-Saint-Denis non ci fa una bella figura. E se la cosa se non piace alla diretta superiore di Coste, la comandante Damiani, piace ancor meno al gran capo e al prefetto.
Insomma il capitano Victor Coste, dovrà prepararsi subito ad affrontare il peggio.
E tutta questa brutta storia si complicherà ulteriormente quando riceverà una lettera anonima che lo costringerà a ripescare un fascicolo in apparenza sparito dagli archivi della polizia . Brutta storia perché, proprio da questa prima lettera ricevuta, scaturirà la scoperta di tutta una serie di morti, probabilmente di “invisibili” della società, spariti o peggio affossati proprio da chi avrebbe dovuto indagare… Tramite l’operazione 93, una manovra di occultamento congegnata dai piani alti solo per il loro sporco interesse.
Alla prima lettera farà seguito una seconda… É mai possibile che esista un legame, tra questo fatto e i suoi due ultimi casi? Coste stenta a raccapezzarsi. E la strada da fare per arrivare a una soluzione sarà lunga difficile anche per un cambio della guardia nella sua squadra, anche se il nuovo acquisto ben presto allineato con il punto di vista e il modo di pensare dei compagni, dopo l’indispensabile rodaggio, saprà farsi valere e apprezzare da tutti. Interessanti al di là dell’indagine i rapporti personali e di calda umanità che vanno a crearsi tra i membri del gruppo….
Una difficile pista da seguire e che intriga anche perché per riuscire a inquadrare il colpevole, avviato a trasformarsi in un killer vendicatore, si dovrà persino arrivare a superare i limiti di ogni misura, oltre a quelli della tangenziale che divide Seine-Sainte-Denis dall’ arroganza parigina e spaziare senza riguardi nei giri cittadini più altolocati per poi spostarsi fino agli estremi limiti dei quartieri più miseri. Un confronto diretto tra gli sporchi interessi della Grande metropoli e la periferia. Insomma il capitano Coste e suoi dovranno riuscire in qualche modo a controllare una brutta storia. In una rete di perversione che non risparmia nessuno, e dove a fare le spese sono sempre i più deboli. E dove il male si confonde col bene a punto di non permettere più di capire quanto e cosa sia veramente sbagliato. E come giustamente scrive Olivier Norek ohimè : “Alcune vette sono troppo alte perché la giustizia si metta a fare l’alpinista”.
Scrittura facile, essenziale, immediata e coinvolgente quella di Norek che ci regala un altro bel polar come solo lui sembra poter fare, duro, intrigante e molto alla francese .

Oliver Norek è uno scrittore francese. Ha partecipato ai soccorsi umanitari durante la guerra nella ex Jugoslavia prima di entrare nella polizia giudiziaria, dove è rimasto per diciotto anni. È autore di romanzi polizieschi con il commissario Coste, tutti tra i primi posti delle classifiche francesi. Tra due mondi (Rizzoli 2018) è il suo primo libro pubblicato in Italia. Tradotti in 14 lingue, i libri di Norek hanno venduto due milioni di copie nel mondo, ottenendo numerosi premi letterari, tra cui il Prix “Le Point” du Polar Européen nel 2016, il Grand Prix des Lectrices de “Elle” nel 2017, il Prix Maison de la Presse, il Prix Relay e il Prix Babelio per Superficie.

:: Le spietate di Claudia Cravens (NN editore 2024) a cura di Fabio Orrico

18 marzo 2024

Il western, come sappiamo, vive di mitologemi inesauribili, situazioni e codici capaci di rigenerarsi pur restando riconoscibili. Certo, quanto detto vale per tutti i generi ma forse le grandi narrazioni sulla conquista dell’ovest poggiano su un apparato iconico che non ha precedenti, capace di porsi trasversalmente a molte forme dell’immaginario collettivo (quanto western c’è, per dire, nella saga di Star wars?). D’altra parte, proprio coloro i quali hanno dettato le regole hanno anche saputo trasgredirle. Penso, sul piano cinematografico, al ribaltamento visivo operato da John Ford nel miliare L’uomo che uccise Liberty Valance, in cui agli esterni della wilderness si sostituivano le pareti di un ristorante, il tracciato urbano e infine le sale rumorose della politica.

Un’operazione non dissimile viene tentata da Claudia Cravens nel suo romanzo d’esordio Le spietate (in originale Lucky red ma l’edizione italiana cerca, non senza ragioni, l’aggancio col classico contemporaneo di Eastwood Gli spietati): questa volta osserviamo l’epopea dell’ovest dalle finestre di una casa di tolleranza, topos non solo del western: a questo proposito, se volessimo continuare con le analogie cinema- letteratura, non potremmo non citare Maupassant. Se Boule de suif era il sottotesto di La diligenza per Lordsburg di Ernest Haycox poi tradotto in cinema da Ford nel suo celeberrimo Ombre rosse, qui potremmo fare riferimento a La maison Tellier, racconto maupassantiano che aveva al centro proprio un gruppo di prostitute raccontate nella quotidianità della loro casa d’appuntamenti. Cravens sceglie un bordello di alto profilo, ben frequentato perché sponsorizzato dalle autorità della città di Dodge city (altro luogo canonico, teatro tra le altre cose delle gesta di Wyatt Earp) come scena primaria per l’apprendistato di Bridget Shaughnessy, sedicenne dai capelli rossi, orfana forte solo della propria bellezza e intraprendenza. Dopo un incipit nel quale Cravens ci racconta la vita randagia di Bridget, vittima di un padre avventuriero destinato a fare una brutta fine, ecco che l’autrice fa reagire chimicamente il suo personaggio al contesto cittadino che la accoglie con inesorabile indifferenza dopo il suo vagare per lande desolate. Cosa può fare una ragazza sola per sbarcare il lunario se non usare i pochi mezzi sopra elencati? Lila e Kate, l’una più materna l’altra più brusca, entrambe maitresse del Buffalo Queen, riconoscono il potenziale di Bridget e la avviano sulla strada della prostituzione. Cravens non indulge nemmeno per un momento a cliché melodrammatici; caratteristica principale della sua protagonista è, pur nell’inesperienza e nella paura, la ferrea volontà di autodeterminazione. Su queste basi è leggibile anche il suo rapporto con i maschi. Bridget ha successo, piace ai frequentatori della casa, siano essi semplici cowboy o uomini d’affari ma soprattutto stringe un legame con il vicesceriffo Jim Bonney, personaggio che riserverà qualche sorpresa.

In linea con certe linee guida della narrativa contemporanea, il coté action viene garantito da un altro personaggio femminile, forse il più dirompente del romanzo: la cacciatrice di taglie Spartan Lee, carismatica e letale, capace di far breccia nel cuore di Bridget. Anche da questi brevi cenni di trama è facile capire come Cravens ribalti i valori formali in campo, declinando al femminile un genere che il luogo comune vuole eminentemente maschile (anche se ci sarebbero ragioni per obiettare e in quantità).

Le spietate è prima di tutto un romanzo di formazione e lo è nei suoi assunti ed esiti più tipici poi anche un romanzo d’azione svolto principalmente su un set unico ma non per questo sprovvisto di varietà e movimento. Le istituzioni concentrazionarie si prestano felicemente alla metafora e sono perfette per raccontare l’intero mettendone in scena solo una parte. In più abbiamo a che fare con il sesso e il desiderio. Bridget dimostra un talento innato nella gestione di queste inclinazioni ed è brava a capitalizzare dipendenze e vizi. Sono tematiche particolarmente fertili che Cravens riesce a trattare senza morbosità, con uno sguardo lucido e capace di far fruttare gli spunti narrativi che incontra. Ancora una volta torna alla ribalta il randagismo della cultura statunitense, la difficoltà ma anche la necessità di mettere radici (o il rifiuto, come dimostra la parabola di Spartan Lee), torna il Grande Carnevale Americano ben sintetizzato dalla scena dell’esecuzione pubblica così come da quella della festa di paese, luogo di sintesi e analogie terribili perché date praticamente per scontate nel loro rituale di aggregazione sociale. Le spietate dimostra una volta di più come un genere fondativo e ultraclassico possa resistere a scossoni e deragliamenti, tanto da capovolgerne le strutture consolidate, come una foto stampata al negativo. Traduzione di Serena Daniele.

Claudia Cravens è una scrittrice americana laureata in Letteratura al Bard College, e vive a New York. Le spietate è il suo romanzo d’esordio.

:: L’ultimo pinguino delle Langhe di Orso Tosco (Rizzoli 2024) di Patrizia Debicke

9 marzo 2024

Orso Tosco si presenta con il suo personaggio che mi piace e mi diverte anche se non riesco ancora a inquadrarlo completamente. Però mi stuzzica e mi intriga. Intanto incuriosisce la “non incombenza” della sua strana e lontana famiglia: tutti bellissimi salvo lui, non adottato ma che il capriccio della genetica si è divertito a fabbricare regalandogli solo infelici caratteristiche fisiche. Alto, corpulento, con un corpo a forma di pera : le spalle un po’ curve e le braccia corte, sproporzionate quanto gli occhi minuscoli che quasi si perdono nel suo faccione arricchito dai baffi e normalmente seminascosto dal fumo della sua eterna pipa accesa. Ragion per cui il commissario Gualtiero Bova è soprannominato : il Pinguino. Peculiarità: melanconico?
Oddio mi sta lo stesso simpatico e simpatico è davvero anche perché, tanto per cominciare percepisco in lui velati, e forse neppure tanto, riferimenti all’humour manziniano di Schiavone, suggerito dal suo ricorrere a proibite voluttà di strane sostanze e dalla dominante presenza di Gilda Gildina, una bionda e conturbante bassotta a pelo lungo. Per non parlare del suo trasferimento punitivo, o meglio esilio mascherato da promozione, da Genova nelle Langhe, con ufficio a Mondovì e la stravagante e imperdibile composizione della sua nuova squadra poliziesca in loco vedi : Dott.a Lubatti, della scientifica, piccola pedante ma professionale, Cristiano Raviola il vice del Pinguino, mandrillesca fotocopia di Travolta, l’arguta e pensante giocatrice di rugby mancata Carla Telesca e l’ohimè non pensante invece Listeddu, unica dote riconosciuta: saper guidare. Per il Pinguino però non ci sono amici d’infanzia lasciati a casa, a Latte, frazione di Ventimiglia a pochi chilometri dalla frontiera francese, solo il mare e le nuotate. E neppure l’onnipresente fantasma di una moglie morta ammazzata , e invece un grande vero amore che giace da sei anni in coma in una clinica ligure … Ah sì, certo “ammazzata anche lei” e da chi?
Personaggio, il commissario Bova, pieno di contraddizioni: scettico ma sensibile, rustico ma attento, duro ma gentile, triste e inconsapevolmente buffo, con una eccezionale intelligenza che lo porta dove vuole . Ah dimenticavo, ma la cosa non guasta, è pure un po’ dislessico.
“Anche i lunedì speciali, quelli capaci di cambiare il corso di un’intera esistenza, iniziano come un giorno qualsiasi.”
E sarà una spiacevolissima esperienza quella che dovrà affrontare il ricchissimo e potente broker svizzero abitante a Cigliè, tale Rufus Blom quando, durante la sua corsa all’alba tra le colline delle Langhe in direzione dello Sbaranzo per smaltire gli stravizi della sera prima, si troverà davanti al cadavere sanguinante e nudo di una ragazza. E, come se non bastasse, sulle natiche della vittima l’assassino ha scritto col sangue un nome e un cognome, il suo Blom, e accanto ha disegnato una svastica. Oibò!!! Da gelare il sangue!
Un gran brutto fattaccio che da quel momento costringerà il commissario Bova, ovverosia il Pinguino, a calarsi in un’indagine con ben poche tracce a sua disposizione e tanti forse troppi interrogativi. Eh già perché in un posto dove tutti dovrebbero sapere tutto di tutti intanto pare che nessuno conosca l’identità della ragazza, e perché sia stata usata come orrenda lavagna di morte per una minaccia tracciata come messaggio minatorio verso il ricchissimo ex orfano signor Blom. Signor Blom oggi proprietario di terre e di castella di famiglia, solo frequentate da bambino ed ereditate dal nonno, che ha scelto il Piemonte per sposarsi a giorni con la bellissima e disinibita fidanzata Rose Bellamy. Strano no?
Va bene, andiamo avanti e infatti il Pinguino non si tira indietro. Si rimbocca le maniche e affiancato dalla fedele, quasi inseparabile bassotta Gilda, Gildina e in compagnia della sua pipa dovrà scavare bene e a fondo per riuscire a trovare il nome della vittima e quale sia il complicato e misterioso legame che la collega a Rufus Blom e alla sua famiglia, sulla quale sembra gravare un qualche lontano e terribile segreto.
Ma il primo brutale omicidio verrà seguito da altri, esecuzioni ordinate per celare tracce e colpe, per punire? Ma chi e per cosa? Chi è poi il burattinaio, come pare ci sia, che comanda e conduce il complicato piano fatale ? Chi si nasconde dietro l’ inimmaginabile e perverso gioco di scatole cinesi e complessi rinvii? Dietro un crimine in cui si materializza ogni aspetto più cupo e lurido della natura umana.
Una storia dura che tuttavia una Orso Tosco riesce a stemperare con abilità servendosi delle contraddizioni, di sciocche debolezze dei personaggi e dei tanti semiesilaranti difetti che affliggono sia i protagonisti che i comprimari.
Riuscirà il nostro Pinguino a scoprire la verità? Per forza, non ci piove! Ma proprio tutta tutta?
Una trama complicata che pur circonfusa da un’atmosfera di grande bellezza e rallegrata da profumi e sapori (imperdibile la descrizione della Gemma padrona della Trattoria Nisurin e del tavolo delle cibarie destinato al commissario Bova) ricostruisce un godibilissimo scenario in cui tuttavia molto spesso l’atmosfera si rabbuia virando su toni e contorni classici del noir.
Secondo grande protagonista della storia diventa poi il territorio delle Langhe con le sue affascinanti ambientazioni descritte con dovizia di particolari che si fanno avanti di prepotenza.
Dalle tante cose rimaste inspiegate si desume che potrebbe diventare una serialità. Vero?

Orso Tosco è scrittore, poeta e sceneggiatore. Per minimum fax ha pubblicato il romanzo Aspettando i Naufraghi (2018) e, insieme a Cosimo Argentina, Dall’inferno. Due reportage letterari (2021). Per Interno Poesia è uscita la sua raccolta Figure amate (2019). Vive a Ospedaletti, nel far west ligure.

:: La guerra e il mondo di Luigi Bonanate (Carocci Editore 2023) a cura di Giulietta Iannone

1 marzo 2024

Esisterà mai un mondo nuovo senza più guerre? A questa domanda sembra non ci sia risposta certa sebbene tra il 1985 e il 2005, ovvero tra la caduta del Muro di Berlino e l’attacco alle Torri Gemelle e l’inizio della grande crisi finanziaria questa speranza c’è stata, concreta, la creazione di un mondo nuovo, l’era della pax democratica che avrebbe abolito per sempre le guerre e le risoluzione delle crisi internazionali con l’uso della forza e delle armi. Ma così non fu: di guerre nel mondo ce ne sono numerose e di nuove continuano a scoppiare quasi ininterrottamente dalla recente guerra in Ucraina, scoppiata due anni fa, alla ancora più recente guerra di Gaza in Medio Oriente, che tra guerra, fame e malattie potrebbe uccidere oltre 85 mila palestinesi. La guerra è morte, orrore, distruzione, uccisione indiscriminata di civili, e più contenutamente di militari, non ci sono altre definizioni per definirla ed è un atto barbaro ma razionale e ponderato, una continuazione della politica con altri mezzi, e in questo sta tutto il suo potere deflagrante e non onostante tutto razionale. Che la guerra sia un atto politico, decisa dalla politica, è il fulcro del saggio La guerra e il mondo di Luigi Bonanate, Carocci Editore 2023. Chi pondera un atto di guerra si pone degli obbiettivi da raggiungere, che siano conquiste territoriali o il mero indebolimento del nemico, e li persegue ostinatamente finchè non li ottiene e può dirsi soddisfatto proclamando la sua vittoria. Così era nel passato, così è oggi con armi sempre più tecnologiche fino all’ultima incognita di un conflitto nucleare globale che non porrebbe ne sopravvissuti nè vincitori ma la semplice e definitiva estinzione del genere umano. Dopo due guerre mondiali sanguinose con i suoi milioni di morti la guerra moderna ha raggiunto stadi di evoluzione impensati e sembra non passare mai di moda. Perchè le guerre scoppiano, perchè si combattono, quando si raggiunge lo stato di sospensione del conflitto chiamato proditoriamente pace? Su queste domande si interroga il professore emerito Luigi Bonanate con la saggezza raggiunta dopo una vita impegnata a studiare e analizzare le Relazioni Internazionali nel suo svolgersi e nel suo esplicitarsi. La guerra sembra illuminare il mondo, ovvero sembra delineare i suoi processi di sviluppo a un prezzo altissimo e apparentemente anti economico. La guerra non brucia solo vite umane ma infrastrutture, armi costosissime, impedisce l’accumulo e la produzione di ricchezze e di beni, è insomma fatta per essere breve e risolutiva e invece contrariamente quando una guerra scoppia non si sa mai quando la diplomazia riprenderà il sopravvento e si tornerà a un tavolo delle trattative per la stila del trattato di pace. Le guerre si trascinano per anni, e sia vinti che vincitori alla fine sono più poveri di prima. E allora perchè continua ad essere uno strumento politico utilizzato nel mondo moderno? Non dovremmo aver raggiunto uno stadio di evoluzione, come specie umana, in cui questo mezzo antieconomico e intrinsecatamente immorale fosse definitivamente bandito? Il professore Bonanate studia la guerra e i motivi che la determinano per comprendere se mai questo sarà possibile e pur con tutta la buona volontà e il buon senso conclude che la guerra è politica, anzi è il fallimento della lotta politica. Perchè una sola cosa non è cambiata mai: la morte. La guerra è prova di debolezza, se non addirittura di incapacità e inferiorità. Ultimo progresso del genere umano sarà abolire la guerra, ma finora non c’è ancora stato.

Luigi Bonanate è professore emerito di Relazioni internazionali all’Università di Torino e socio dell’Accademia delle Scienze di Torino. Tra i suoi scritti, Etica e politica internazionale (Einaudi, 1992); I doveri degli stati (Laterza, 1994); Il terrorismo come prospettiva simbolica (Aragno, 2006).

:: Luna park assassino di Cristina Biolcati (Delos Digital 2024) di Patrizia Debicke

29 febbraio 2024

Un luna park. Luci, colori, rumori, grandi e piccini allegria. Un luogo magico e incantato, beh troppo spesso ohimè la letteratura e gialla e horror, cito a caso Stephen King e Léo Malet e tanta filmografia ci hanno insegnato che può trasformarsi in un pericoloso scenario di spaventosi delitti. E con tanti spettacolari esempi a cui rifarsi, Cristina Biolcati coglie anche lei al volo l’occasione con il suo Luna Park Assassino.
Si parte con la protagonista della sua storia, Bianca Damiani, ispettrice di polizia che ha accompagnato a fare un giro alle giostre di una sagra paesana l’adorata nipote quattordicenne Rebecca. Ma mentre la zia, si gode una birra fresca al chiosco, dopo aver lasciata salire la ragazzina sulla ruota, quella all’improvviso si ferma e anche dal basso si vede bene che il corpo di un ragazza dai lunghi capelli rossi evidentemente priva di sensi è reclinato di lato su uno dei vagoncini. Uno svenimento per la paura?
Ma è davvero così? Nossignori, perché l’ispettrice invece dovrà rendersi conto, servendosi intanto di una scala, di non trovarsi davanti a un banale malore ma a un efferato omicidio appena consumato. Qualcuno ha strangolato la vittima e poi ha bloccato la leva che serve a controllare l’ingranaggio. E a conti fatti tutta la faccenda si rivelerà persino molto peggio perché quella ragazza, tale Lucrezia Angi ventiquattrenne, è in realtà ben la terza vittima di un assassino. Un serial killer dunque? Nella fattispecie il killer che uccide nel Luna Park. Bisogna assolutamente scoprire presto e a ogni costo la sua identità e arrestarlo.
Ma ora, a parte il dover tranquillizzare la nipote e riportarla subito a casa, affrontando la lavata di testa e le recriminazioni della sorella gemella Vanessa per l’incoscienza di averla coinvolta, sommata alla precisa accusa di averla addirittura usata come esca, per Bianca Damiani comincerà una affannosa corsa contro il tempo. Perché in effetti la sua presenza quella sera al luna park non era stata del tutto casuale… Era o sperava di essere sulle tracce dell’assassino, ma l’ha mancato.
Non aveva valutato appieno la sua spregiudicata perversione, determinata a portare avanti a ogni costo una contorta spirale di crudeltà innestata dal più antico dei moventi… E ora? Certo l’ispettrice non è persona da arrendersi. Anzi, ora sa che bisogna allargare il raggio d’indagine e magari scavare a fondo nella personalità delle tre vittime. Insomma deve esserci per forza un qualcosa in grado di collegare quegli omicidi.
Tanto per cominciare bisogna andare a ripescare il bandolo della matassa e scoprire come e quando tutto possa aver avuto inizio? Poco male se per farlo e capire diventa necessario risalire nel tempo magari fino all’origine e addirittura determinare il momento preciso in cui per la prima volta sia accaduto qualcosa. Bianca dovrà individuare ogni labile traccia, barcamenandosi faticosamente in un intreccio che la costringe a una affannosa gimkana tra complicati intrighi lavorativi ma anche personali e familiari. Potrebbe trattarsi di un lontano fatto di sangue? Come riconoscere gli indizi che contano e gridano vendetta? Perché è da là che tutto si sospetta sia cominciato… Certo è che soltanto la scoperta di alcuni particolari consentirà agli inquirenti di trovare la chiave per sbloccare il segreto e fermare l’omicida.
La storia c’è, tiene e incuriosisce il lettore ma la prosa dell’autrice avrebbe tratto indubbio vantaggio da un linguaggio narrativo più semplice e meno ricercato nei vocaboli.

Cristina Biolcati : Ferrarese, vive a Padova. con Doppia promessa ha trionfato al GialloLuna NeroNotte 2023, racconto pubblicato sul Giallo Mondadori.. Collabora con alcune riviste digitali, tra cui MilanoNera, dove scrive recensioni di libri e articoli letterari. Per Delos Digital ha pubblicato il romanzo Le congetture di Bonelli e i racconti lunghi Se Robin Hood sapesse, Ciclamini al re, L’uomo di marmellata, Dove dormono le fate, Il suono delle sue ferite (quest’ultimo vincitore del Garfagnana in Giallo 2022, sezione Nero Digitale), Talia, la figlia del fabbricante di bambole, Una mano negli abissi, Come zombie al madame Tussauds e Là qualcuno è morto.

::La spilla d’oro, Paolo Buchignani (Arcadia edizioni 2024) A cura di Viviana Filippini

27 febbraio 2024

“La spilla d’oro. Memorie da un secolo sterminato” è il romanzo storico di Paolo Buchignani, uscito per Arcadia editore. La cosa interessante della trama non è solo il mescolarsi del presente con il passato, ma il fatto che all’interno dell’impianto narrativo l’autore mette, da una parte le vicende personali, autobiografiche del protagonista Lapo e, dall’altra, i grandi fatti della Storia italiana nell’Italia prima e subito dopo la Grande Guerra. La vicenda comincia nel presente del 2020, quando l’arrivo del Covid 19 stravolse le vite di tutti, compresa quella del protagonista Lapo che pensa spesso al suo passato, al padre e a quelle che potrebbero essere le conseguenze di un contagio con il misterioso virus. In realtà Lapo fa i conti anche con tanti ricordi, compresi i racconti che lo portano indietro nel tempo nella sua famiglia e nella Lucca di inizio 1900. Dal presente si passa al passato, tra la Prima Guerra Mondiale e il successivo affermarsi del Fascismo in Toscana e in tutta Italia. Quello che Lapo, appassionato di ricerca storica fa,  è sì andare per archivi cercando documenti che certifichino quello che lui conosce e ricorda, ma, allo stesso tempo, il protagonista dà voce a uomini e donne della sua famiglia e non, per raccontare la storia dal loro punto di vista di gente comune. Accanto ai parenti di Lapo, compaiono politici, letterati, artisti, pittori, religiosi, socialisti, fascisti, giornali, fotografie, vittime e carnefici, in quella che è una vera e propria comunità umana intenta  fare i conti con la povertà dell’immediato dopo guerra del 1918 e il successivo radicarsi, anche con metodi violenti, del Fascismo. Da un lato la violenza di chi vuole imporsi a tutti i costi e, dall’altra, la volontà di resistere, di non soccombere al prepotente in nome della libertà. Accanto ai personaggi che agiscono avanti e indietro nella narrazione con le loro storie a confronto con la grande Storia, compare spesso anche lei: la spilla d’oro. Lapo la conoscere bene quella spilla dalla  testa rossa, perché sa che la nonna Esterina la  usava, alla vigilia della Grande Guerra, per difendersi dai molestatori nel loggione del Giglio di Lucca.  La spilla d’oro, oltre che essere il titolo del romanzo di Buchignani, diventa il legante, una sorta di lascia passare, che attraversa la Storia, i tanti frammenti di vita di provincia narrati e  che tiene unito il passato e il presente nell’esistenza di Lapo, permettendogli di scoprire e conoscere al meglio la sua famiglia e i fatti di cui essa fu testimone e protagonista nel corso della prima parte del Novecento. “La spilla d’oro. Memorie da un secolo sterminato” (Arcadia Edizioni), di Paolo Buchignani è stra i libri proposti per il Premio Strega 2024. A proporlo Silvana Cirillo.

Paolo Buchignani storico del ’900, docente di Storia contemporanea all’Università per Stranieri “Dante Alighieri” di Reggio Calabria. Ha pubblicato numerosi saggi sul fascismo, sui totalitarismi e sul tema della rivoluzione declinato nelle diverse culture politiche del XX secolo. Come scrittore di romanzi e racconti storici, segnalato a suo tempo da Geno Pampaloni, Romano Bilenchi e Mario Tobino, Buchignani ha pubblicato cinque volumi: uno di questi, “Solleone di guerra”, reca la prefazione di Carlo Lizzani; un altro, “L’orma dei passi perduti”, è stato candidato al Premio Strega 2022.

Source: inviato dall’editore. Grazie all’ufficio stampa 1A Comunicazione.

:: Il sentiero dei papaveri di Remo Bassini (Golem Edizioni) a cura di Paola Rambaldi

26 febbraio 2024

Remo Bassini – giornalista e blogger, ha finora pubblicato 16 libri con Fanucci, Fernandel, Newton Compton, Perdisa e altri editori, vincendo numerosi concorsi letterari.

“La mamma dolce della mia infanzia era stata cancellata da quella parola odiosa, “fidanzato”.

«Vieni qua, ometto, abbracciami» mi disse dopo che avevo trascorso la prima notte nella nuova casa di papà.

«Abbraccia il tuo fidanzato. Stanotte hai dormito con lui?» le domandai, impietrendola. Odiavo il suo nuovo marito o fidanzato che fosse, odiavo i suoi figli.”

Il sentiero dei papaveri è un romanzo pensato ai tempi di Facebook da quando per parlarci non abbiamo più bisogno di togliere il pigiama e uscire, visto che ci troviamo sui social a qualsiasi ora del giorno e della notte. Se una volta ci davamo appuntamento in un’osteria davanti a un piatto di maccheroni, ora ci raccontiamo anche senza vederci fisicamente, soprattutto dalla pandemia in poi. E forse nasce da qui, come moto di rivolta, l’ultimo libro di Remo Bassini ambientato in un anonimo paese di periferia dove tutti si conoscono per soprannome e si ritrovano al Bar del Capitano.

Il nostro protagonista, dodicenne, ancora non lo conosce.

È carnevale. Le strade sono disseminate di coriandoli ma lui non ci fa caso. Gli è appena crollato il mondo addosso. Fino al giorno prima si sentiva amato e felice. Quando sua madre veniva a prenderlo da scuola era la più bella di tutte, sempre elegante e sorridente. Suo padre invece non sorrideva quando era sparito per tre giorni senza dare notizie, al quarto era tornato per dirgli che la mamma li avrebbe lasciati per andare a convivere con un vedovo padre di due figli.

Quella notizia per il bambino è una mazzata.

Di colpo vede crollare tutte le sue certezze e si ammala. Comincia a soffrire di attacchi di panico e diventa rancoroso al punto da cancellare la madre e tutti i ricordi di un’infanzia felice.

Da quel momento niente sarà più come prima.

Diventa taciturno e si limita a raccogliere i pensieri in un quaderno.

Se da piccolo la madre è stata la sua luce, ora si concentra solo su suo padre.

Maturando pubblica anche un libro. Perché è convinto che se una storia non finisce sulla carta, che storia è? E sua madre saprà mai di quel libro? Cercherà più sue notizie? Saprà mai del suo disagio?

Crescendo continua a coltivare il suo isolamento e il Capitano si prende cura di lui. È un uomo anziano e saggio che vede quel che altri non vedono.

Quel giorno di carnevale lo accoglie nel suo bar. Un locale pulito e accogliente dove approdano tante persone e tante storie. L’ha visto spiare sua madre da lontano e intuisce i suoi bisogni. Gli offre uno dei suoi panini con la frittata e lo invita a tornare per presentargli gli altri strani clienti del suo bar. Gli anni passano e il ragazzo intraprende lavori che puntualmente abbandona per problemi di salute finendo col farsi mantenere dal padre. Alla morte della madre vengono convocati entrambi da un notaio per ereditare una bella cifra, ma loro, pur faticando a tirare avanti, orgogliosamente rifiutano.

Nel tempo il Capitano e la ricerca del sentiero dei papaveri resteranno i suoi punti di riferimento.

Un Capitano allevato in un convento con una misteriosa storia alle spalle e col culto del cibo sano. Un bar d’altri tempi lontano dai cellulari dove non c’è nemmeno la televisione. Il ritrovato gusto di ascoltare storie attorno a un camino mangiando cose buone e scoprendo i segreti di un visionario.

Un romanzo, diviso in quattro stagioni, che parla dell’importanza di silenzio e meditazione.

Una storia intrisa di tante storie e il gusto di Remo Bassini per i bar di un tempo, per la gente e per le storie nascoste dietro i conventi.

Remo Bassini nato a Cortona (Arezzo). Vive a Vercelli. Scrittore e giornalista – ma nella sua vita ha fatto di tutto: operaio, portiere di notte, insegnante in carcere – per 9 anni ha diretto il giornale storico di Vercelli La Sesia. Oggi dirige Infovercelli24 e ha un blog su Il Fatto quotidiano. Ha pubblicato con Fernandel, Mursia, Newton Compton, Perdisa, Fanucci e altri editori. Con Golem ha pubblicato Forse non morirò di giovedì (primo al Premio Internazionale Città di Cattolica nel 2021) e il giallo La Suora, ambientato tra Orta e la Valsesia.