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:: Recensione di L’abisso è alle porte, Beda, GDS editori 2013 a cura di Viviana Filippini

25 ottobre 2013

l'abisso è alle porteCosa è l’abisso? Così, su due piedi penso a qualcosa di profondo che non ha una fine. Una sorta di luogo dal quale sembra del tutto impossibile tornare indietro e se relaziono la parola abisso al titolo di questa raccolta poetica di Beda, penso che l’abisso sia alla porte come un qualcosa di cupo ed opprimente pronto a travolgere ognuno di noi. La raccolta di Beda, nata nel 2009, è un insieme di frammenti poetici di varie lunghezze nelle quali l’autore, che non ama definirsi un vero e proprio poeta, indaga situazioni di vita umana privata. Tanti versi dai quali emerge un pessimismo profondo nei confronti della vita e di come essa a contatto con la società di oggi stia abbruttendosi con la conseguente perdita  dei principi esistenziali positivi di un tempo. Il tutto è determinato dal contatto con un’organizzazione odierna e quotidiana dalla quale risulta quasi del tutto impossibile riuscire a ricavare qualcosa di buono e per tentare la costruzione di un oggi e di un domani migliore. Il tema delle poesie di Beda è esistenziale e le parole in questa raccolta sono il mezzo usato dall’autore per esprimere la sofferenza del vissuto quotidiano. Quello che emerge è un senso di profondo malcontento nei confronti del sistema contemporaneo nel quale ogni cosa sembra andare a rotoli (dal lavoro, all’economia fino a giungere allo scatafascio delle relazioni umane). Il pessimismo doloroso di Beda è così intenso che a volte si ha quasi l’impressione che la stessa parola poetica soffra nel tentativo di esprimere ciò che sta nel cuore di chi scrive. Dalla lettura di L’abisso è alle porte emerge il desiderio di chi comunica con in versi di sentirsi libero di esistere, ma è il mondo cupo e torbido nel quale si vive oggi a rendere difficile, ardito e quasi impossibile quest’ aspirazione. Tante sono le tematiche (amore, conflitti sociali, l’incomunicabilità tra le persone, sentimenti infranti) affrontate attraverso i versi, i paragoni e le metafore poetiche.  Tra i vari argomenti spiccano la consapevolezza della brutale trasformazione subita dal paesaggio naturale abbruttito e violato dall’ossessiva necessità di costruire insita nell’uomo (Amianto calmo e quieto) e il tempo Passato. Quest’ultimo è un esempio di un tempo fatto di pensieri, cose, gesti e persone trascorso per sempre e ormai irrecuperabile, composto da ricordi impossibili da riportare in vita, perché andati e finiti nell’oblio. Indicativa è l’immagine di copertina con quelle sbarre oltre le quali c’è una possibile libertà non facile da raggiungere per l’uomo odierno, fagocitato da un mondo che non è più quello che avrebbe dovuto e potuto essere. Il linguaggio di Beda è schietto e diretto proprio per fare arrivare il messaggio a chi legge, nella speranza di smuovere le menti dei lettori a prendere coscienza sulla deriva che il nostro universo sociale sta prendendo oggi.

Beda nasce e cresce a Padova, città dove ha vissuto  da bambino e da dove poi si è allontanato per esigenze familiari trasferendosi con la sua la famiglia in un tranquillo paese di campagna. Beda ha compiuto studi tecnici, che come dice l’autore: «poco si addicono alla mia vera indole». Beda si è iscritto a Lettere Moderne all’Università di Padova, ma ha abbandonato gli studi per dedicarsi ad altro in ambito familiare e lavorativo.

:: Recensione di La mano di Henning Mankell (Marsilio, 2013) a cura di Giulietta Iannone

24 ottobre 2013

3171668Scese di nuovo le scale, si sedette con cautela su un vecchio divano e compose il numero della centrale di Ystad. Martinsson impiegò qualche secondo a rispondere.
“Dove sei?” chiese.
“Una volta si chiedeva “come stai” rispose Wallander. ” Adesso si chiede “dove sei”. Certo che il nostro modo di salutarci si è rivoluzionato”.
“E’ per dire questo che mi hai telefonato?”
“Sono nella casa”.
“Che te ne pare?”
“Non so. La sento estranea”.
“Be’, per forza, è la prima volta che ci metti piede”
“Mi farebbe piacere che mi diceste il prezzo che avete in mente. Non voglio cominciare a rifletterci sopra prima di saperlo. Lo capisci, no, che cè un sacco di lavoro da fare qui dentro?”
“Ci sono stato. Lo so”.
Wallander aspettò, sentendo respirare Martinsson nel ricevitore.
“Non è facile fare affari con gli amici” disse lui alla fine. ” Me ne sono reso conto solo ora”.
“Be’, considerami un nemico” rispose allegramente Wallander. “Un nemico povero, magari.”

Se L’uomo inquieto può essere definito l’inverno di Kurt Wallander, La mano (Handen, 2013), romanzo breve appena edito da Marsilio e tradotto da Laura Cangemi, non può che esserne l’autunno. E’ in autunno è ambientato, dall’ottobre al dicembre del 2002. Un autunno dell’anima che Henning Mankell tratteggia con i toni soffusi della malinconia e del disincanto.
Nella postfazione lo stesso Mankell ci spiega il curioso percorso di questo libro, a dire il vero molto sottile, ma non per questo meno interessante, specialmente per chi ami i racconti. Fu scritto diversi anni fa, per supportare un’iniziativa a favore della lettura che si tenne in Olanda. Era stato deciso che, in un certo mese dell’anno, a chi avesse comprato un libro poliziesco, venisse regalato un libro. Quel libro era appunto La mano di Henning Mankell. Poi anni dopo la BBC lo scovò e ne trasse una sceneggiatura in cui Kenneth Branagh aveva la parte di Wallander. Mankell vide l’episodio e decise che quel racconto poteva avere una nuova vita.
Ed è così che i fan di questa serie possono leggere questo inedito, (almeno in Italia), che sebbene cronologicamente si collochi prima di L’uomo inquieto, l’ultimo racconto della serie e non  esistano altre storie di cui Kurt Wallander sia il protagonista, può essere considerato senza dubbio la parola fine di un personaggio molto amato sia dall’autore, che dai lettori. Un piccolo cadeau del tutto inaspettato. Mankell ora si appresta a far vivere altri personaggi come Birgitta Roslin, comparsa recentemente ne Il cinese, e noi lettori non posiamo far altro che accettare la sua scelta.
La mano è una lettura piacevole, un piccolo squarcio su un personaggio burbero ma infondo buono, che dopo una vita spesa ad occuparsi di crimini e delitti sogna di ritirarsi in campagna, magari con un cane come compagno di solitudine. La figlia Linda, da poco entrata in polizia anche lei, un po’ lo sprona a cercarsi una compagna, a fare del moto, a occuparsi di sé stesso, ma Kurt, quasi presentendo il decadimento fisico e mentale che seguirà, cerca una piccola via di fuga, un’ illusione da coltivare, a cui aggrapparsi.
E’ inquieto Wallander, aspira ad un senso di serenità e pace che tristemente gli sfugge tra le dita e nel rapporto conflittuale con la figlia, di cui ammette di essere geloso del compagno, veniale debolezza di un padre che delega alle domeniche le giornate di cortesia, le piccole tregue dai bisticci della convivenza, quasi rivive il suo grande amore per Mona, l’unica donna che non può dimenticare. Linda ha un carattere forte quanto il suo, forse meno ombroso e suscettibile, ma altrettanto determinato, e nella dimessa e bellicosa quotidianità fatta di provocazioni e schermaglie il loro rapporto si solidifica e resiste, quasi come un ultimo atto di umanità.
Tornando alla trama romanzo, Martinsson offre a Wallander l’opportunità di visitare una casa in campagna, appartenente ad un parente di sua moglie, per la quale si accorderebbero ad un prezzo di favore, un po’ per l’amicizia che li lega e un po’ per il fatto che abbisogna di diversi lavori di restauro. Wallander la visita, e mentre perlustra il giardino qualcosa attira il suo sguardo. Se non fosse un poliziotto, abituato da anni e anni di servizio a notare tutto ciò che stona, che è fuori posto, non se ne sarebbe accorto, ma Wallander nota una radice, forse un pezzo marcito di un rastrello per poi accorgersi che è lo scheletro di una mano. E se c’è lo scheletro di una mano ci sarà anche tutto il corpo.
Ed infatti la squadra chiamata sul posto fa emergere lo scheletro di una donna di cinquant’anni, morta presumibilmente cinquant’anni prima. L’acquisto della casa sfuma, ma Wallander si trova ad indagare su un “presunto” omicidio che porterà alla scoperta di un altro scheletro sotto alcuni cespugli di ribes. Nyberg era il genere di persona capace di capire l’importanza della strana disposizione di un gruppo di cespugli di ribes.
Un caso difficile, due presunti delitti, ormai caduti in prescrizione, avvenuti in un tempo lontano, i cui responsabili con ogni probabilità sono morti. Un caso per il quale poche forze possono esser messe a disposizione. Ma Wallander è deciso a scoprire la verità, a conoscere chi gli ha fatto sfumare il sogno di avere la sua casa in campagna.
Pioggia, vento, neve si abbattono sulla Scania, e così nell’anima di Wallander, che vive gli ultimi anni nella rassicurante routine di riunioni coi colleghi, interrogatori, colloqui con i medici legali. E un po’ della sua malinconia passa al lettore che sfoglia le pagine, seppure la sua ironia, la sua capacità di scambiare buffe frecciate con Martinsson o Nyberg, o con la stessa Linda, non tracimano mai in vera tristezza. E’ una forma di addio, forse ancora più emozionante che ne L’uomo inquieto. L’addio di un autore ad un suo personaggio. Si usa ancora in letteratura, a volte.
Vorrei chiudere con una nota felice, Henning Mankell ritirerà quest’anno il Premio Raymond Chandler che gli sarà consegnato al Courmayeur Noir in Festival. Che sia la volta che riuscirò ad intervistarlo!

Lo storico Premio Chandler va a Henning Mankell “non solo per la sua geniale reinvenzione del romanzo poliziesco in chiave contemporanea, diventato insieme spietato meccanismo di disvelamento del male e lucida interpretazione sociale della Storia, così come denuncia di un’Europa malata di xenofobia e razzismo che dimentica il proprio passato a prezzo del proprio futuro.  Per una volta è un premio che va anche all’intera esistenza umana dello scrittore, da tempo impegnato in Africa sul fronte del riscatto culturale e materiale di quel continente oggi alla ribalta più che mai sia economicamente che politicamente.”

Henning Mankell (Svezia 1948) è tradotto in più di quaranta lingue e ha venduto nel mondo oltre quaranta milioni di copie dei suoi libri. Di recente, l’ispettore Wallander ha conosciuto ulteriore fama grazie alla serie televisiva prodotta dalla BBC, con Kenneth Branagh protagonista. In Italia, la serie di Wallander, dieci episodi, è interamente pubblicata da Marsilio, ora in tascabile. Nel catalogo Marsilio, anche la biografia Mankell (su) Mankell di Kirsten Jacobsen.

:: Recensione di Pensando a mio padre, Yan Lianke, Nottetempo 2013 a cura di Viviana Filippini

23 ottobre 2013

Yan-Lianke_Pensando_cover_hrPensando a mio padre sembra un romanzo, ma non lo è. Yan Lianke in questo libro edito da Nottetempo racconta di suo padre, un contadino della provincia cinese dell’Henan e della loro vita. Il romanzo biografico è diviso in due parti  –Pensando a mio padre e In quegli anni-, come se fossero le due metà di un frutto diviso, pronte per essere riunite in modo tale da restituire a noi lettori il quadro complessivo dei ricordi dell’autore e della sua famiglia nella Cina tra gli anni ’60 e i primi anni ’80. Nella prima parte –Pensando a mio padre – Lianke figlio mette un concentrato tasselli d’infanzia personali, tanti frammenti del passato dai quali emerge la figura di un padre operoso, contadino di una terra non propria e difficile da coltivare. Un uomo magro come un fuscello, ma così forte e determinato da riuscire portare a termine la promessa fatta: costruire per i suoi figli una casa in muratura, con i pavimenti e il tetto di tegole. Un impegno che Lianke senior porterà alla fine nonostante le difficoltà economiche e la grave forma di asma cronica che degenererà in modo sempre peggiore. Accanto a quest’uomo solido e allo stesso tempo esile, c’è il piccolo Yan (l’autore) diviso tra l’aiuto nei campi, la scuola e le marachelle che hanno spesso come conseguenze punizioni severe (leggete l’episodio relativo alla deliziose focaccine di sesamo delle quali Yan Lianke era ghiotto) per le trasgressioni compiute.  Nella seconda parte invece – In quegli anni– Lianke porta noi lettori dentro alla sua carriera scolastica, dall’infanzia fino all’adolescenza, in un’epoca storica di importanti cambiamenti politici per la Cina, passata nel corso del XX secolo da Stato comunista, a Stato socialista, al Monopartitismo. La cosa che stupisce in questa seconda sezione è la forte competizione nata tra Lianke e una sua compagna di classe. Lui è contadino, lei è cittadina, ed entrambi sono coinvolti in una sfida di apprendimento per la conquista del titolo del miglior della classe. Poi, con l’arrivo della rivoluzione e di Mao anche la formazione scolastica e culturale subirà delle profonde trasformazioni. Cambiamenti che toccheranno nel profondo l’autore, il quale si renderà conto che per essere uno studente modello ed eccellente non importa conoscere, ma è fondamentale recitare a memoria le parole del leader politico. Considerato in modo complessivo Pensando a mio padre è  un libro nel quale, parola dopo parola, si rivela la profonda ammirazione di un figlio verso il padre e la dolorosa consapevolezza per Yan Lianke di non essere stato un figlio perfetto. Vita di campagna, legami di famiglia, duro lavoro, convergono in questo memoir personale dello scrittore cinese, dove chi scrive non si limita a parlare dalla dimensione privata della famiglia Lianke, ma Yan mette a nudo se stesso e quel suo caratteraccio che lo ha portato in più occasioni a compiere gesti e ad avere pensieri non rispettosi verso i genitori. Pensando a mio padre è un vero e proprio tributo e salvataggio in fogli scritti delle proprie origini e dei ricordi, nei quali si intravede un profondo e costante senso di colpa che lo tormenta nell’ animo per non essere mai stato abbastanza riconoscente verso chi ha sacrificato la propria esistenza al lavoro pur di garantire una vita degna ai propri figli. Traduzione di Lucia Regola.

Yan Lianke è nato in Cina nel 1958 nella provincia contadina dell’Henan. Quando aveva 20 anni non potendosi permettere di proseguire gli studi, scelse la carriera militare cominciando a redigere testi della propaganda comunista. Nel 1985 Lianke si laura e poco dopo essere tornato alla vita civile inizia la carriera di scrittore che gli ha valso alcuni importanti premi letterari cinesi (Li Xun e Lao She). Molti dei suoi lavori, tra i quali Servire il popolo (Einuaudi, 2006) in cui prende in giro i precetti maoisti e Il sogno della città di Ding (nottetempo 2011, finalista al Man Asian Literary Prize) nel quale denuncia l’epidemia del’AIDS nelle campagne cinesi, sono stati sottoposti a censura in patria. Nel 2013 è stato tra i finalisti del Man Book Prize.

:: Un pomeriggio in libreria – Incontri con i librai: Scripta Manent di Roma

22 ottobre 2013

scripta1Abbiamo il piacere questo pomeriggio di avere con noi Lina Monaco che ci parlerà delle iniziative della libreria Scripta Manent, di Roma. Benvenuta Lina su Liberi di scrivere. Raccontaci qualcosa di te. Libraia da quanto? Quanta fatica, quante soddisfazioni?

Cara Giulia grazie di questo incontro. Libreria Scripta Manent. è nata da quasi un anno, quindi sono o una neolibraia, ma ti dirò che probabilmente lo ero già da molto tempo prima, forse da quando mi sono innamorata dei libri e, proiettandomi nel futuro, le vicende della mia vita si sono intessute fino a portarmi ad aprire, col mio compagno Maurizio, uno spazio che somigliasse il più possibile a quello che frequentando librerie avremmo desiderato incontrare.
Come ti dicevo la libreria è aperta da appena 10 mesi, quindi per il momento la nostra strada è decisamente in salita. E non dico solo per la “crisi”, ma soprattutto perché la parte più impegnativa è quella di creare tessuto con i lettori, con i vicini, con gli abitanti del nostro quartiere. Ovviamente ci sono i libri, da scegliere, da presentare; gli editori da contattare e a cui spiegare il nostro progetto di libreria indipendente, con un’orbita a sé.

Parlaci della tua libreria. In che zona di Roma si trova? Quando è stata fondata? Sei la proprietaria?

La libreria si trova nel quartiere San Giovanni, vicino al parco della Caffarella. È una zona popolosissima, piena di scuole, di centri sportivi, in realtà qui non manca proprio nulla, se non una libreria come la nostra, uno spazio in cui i libri si sentano a casa propria e in cui i lettori possano trovare anche quando non stanno cercando nulla. È un corto circuito emozionale quello che cerchiamo di offrire. Con libri bizzarri, pop up, fumetti, illustrati, favole, poster, stampe, serigrafie, fanzines, autoproduzioni, libri d’arte. E, in più, una selezione di narrativa e saggistica d’autore.

Due importanti appuntamenti si terranno a novembre. Iniziamo col primo Narrare Per Immagini, curato da Maurizio Ceccato. Ce ne vuoi parlare?

Sarà un autunno caldo quello che ci attende. E ricco. A novembre si concentra buona parte delle proposte. Il primo di novembre, infatti, inaugureremo lo spazio Galleria ospitando EVIL, la mostra di Cristiano Baricelli (illustratore e autore di Corpus Homini – Grrrzetic editore). Narrare Per Immagini è il primo corso che terremo nella nostra sede. Si tratta di una serie di quattro appuntamenti che partono da lunedì 11 novembre per i successivi lunedì fino al 2 dicembre, che avranno come tema la Grafica di libri e dischi dagli anni 40 a oggi.
Un excursus sul design di alcune cover che hanno segnato l’immaginario contemporaneo e un approfondimento “dietro le quinte” sui lavori di ricerca storica, iconografica e semiotica. Maurizio Ceccato terrà le quattro lezioni in collaborazione con docenti d’eccezione: Francesca Chiappa, Federico Novaro, Simone Sbarbati e Stefano Scalich. Il 30 Ottobre alle 18,00 sempre qui in libreria Ceccato e Scalich proporranno un Workshop gratuito per presentare il corso.

Il secondo è Scanner, festival gratuito dedicato alle produzioni indipendenti italiane. Come è nato il progetto? Come si svolgerà?

SCANNER • automatici • autoprodotti • autoalimentati é il primo festival della libreria rivolto alle autoproduzioni. Tre giorni in cui fanzines, stampe, illustrazioni, tipografi, artigiani e artisti presenteranno i progetti a cui si stanno dedicando. Dal 15 al 17 novembre in diretta radio con MenteUltima e Ahmed Barkhia.
Il progetto è nato dalla smisurata passione che nutriamo per questo tipo di produzione, per il “fatto a mano” e con grande entusiasmo stanno aderendo tutti quegli “editori” che noi amiamo moltissimo. Tra i molti: BUBKA, CANEMARCIO, DELEBILE, CANICOLA, FLANERì, PASTICHE, INUIT, NU®ANT, SQUAME, SEMISERIE LAB, WATT, TEIERA, SUPERAMICI, STRANEDIZIONI, AMALIA CARATOZZOLO…e tutti gli altri che stanno aderendo.

Grazie della disponibilità, nel salutarti mi piacerebbe chiederti come immagini le librerie del futuro?

Bella domanda. Utopica?!
Più che le librerie del futuro mi piacerebbe vedere il futuro delle librerie. Quindi teniamo duro.
Grazie a te di questo incontro.

:: Intervista a Jelena Lengold, autrice de Il mago della fiera (Zandonai Editore – 2013) a cura di Lucilla Parisi

22 ottobre 2013

jelene-lengoldGentilissima Jelena, prima di tutto ti ringrazio per averci concesso questa intervista. Ho letto con grande piacere Il mago della fiera. E’ un testo intenso e fortemente realistico.
Nel tuo libro si parla di storie finite, di amori consumati, di relazioni sospese. Penso a Oliver e Katja, alla moglie di “A capofitto” o alla padrona di Lola in “Vagabondaggi”. Il racconto è una sorta di confessione dove i protagonisti rivelano al lettore le proprie fragilità e frustrazioni. L’introspezione e l’analisi profonda di questa pagine sono spiazzanti. Come si arriva ad un risultato del genere?

Come scrittrice, sono sempre stata interessata a quei momenti, a quegli spazi al limite tra il dolore e la felicità, tra il sogno e la vita “reale”.  E’ lì che siamo più fragili e lì dove tutti i nostri punti deboli sono scoperti. Penso che lo scrittore non debba avere paura di scavare in profondità. Il lettore si fida di te, se sente quello che tu senti e se può ritrovare la propria esperienza in ciò che scrivi.

Ciò che trapela da queste storie è anche l’insostenibile solitudine degli uomini e delle donne che le abitano. L’incapacità degli individui di affrontarla è tutta del nostro tempo. Non sappiamo stare soli. Il risultato di tale paura è il disperato tentativo di trattenere al proprio fianco persone inadeguate o a ricercare relazioni senza prospettive. Sei d’accordo?

In parte, sono d’accordo, ma penso anche che questo libro parli di solitudine, intesa come destino di ogni persona. Essere soli non significa necessariamente non avere nessuna persona intorno: ritengo invece che sia più uno stato mentale, una sorta di raggiunta consapevolezza per cui ogni individuo è solo indipendentemente dal numero di persone che lo circondano. I personaggi delle mie storie arrivano ad accettare questo tipo di consapevolezza con un pizzico di malinconia, ma nello stesso tempo come qualche cosa di ineluttabile.

E’ marcato nelle relazioni amorose che descrivi il contrasto donna-uomo. Si tratta di un rapporto di forza in cui è la prima – spesso (ma non sempre) – a soccombere, nonostante riveli una forza e un coraggio di gran lunga superiori all’uomo che, invece, tradisce una fragilità e una mediocrità d’intenti imbarazzanti. Penso al racconto “Il mago della fiera”, dove la donna – anche se descritta come un oggetto sessuale – ha in realtà la capacità di mantenere il suo presuntuoso amante in una quasi patologica e snervante attesa. Nell’immaginario collettivo – grazie anche ai modelli distorti pubblicizzati dai media e non solo – l’idea di “donna” non è molto diversa da quella del suo mago della fiera. Cosa ne pensi?

Cerco di scrivere le mie storie servendomi di entrambe le prospettive, quella maschile e quella femminile. Certamente prospettive differenti, ma ognuna con i suoi punti di forza e debolezza. Non saprei dire se chi aspetta sia necessariamente il più forte o chi sia in grado di provare la passione più importante o l’infelicità più profonda. Sinceramente non mi interessano molto gli stereotipi, siano essi di una donna o di un uomo, visto che i miei personaggi non sono mai dei soggetti “tipici”, ammesso che qualcosa del genere esista.

Ho compreso che potevo vivere senza fare l’amore con lui e potevo vivere senza vederlo”: è la protagonista di “Le tasche piene di sassi” a parlare. Come si arriva a questo paradosso in una relazione?

Credo sia il punto in cui si conservano e si nascondono in qualche luogo dentro di noi i sentimenti e il ricordo di una certa esperienza, fino al punto in cui quei sentimenti cominciano a contare più della persona che li ha provocati. Questo accade perché, talvolta, le altre persone, per un qualche motivo, arrivano ad essere per noi catalizzatori e riescono a entrarci dentro e raggiungere i livelli più profondi. Questa è la ragione per cui, anche in seguito, è possibile vivere senza di loro nonostante continuino a esistere in qualche modo dentro noi. L’espressione “avere qualcuno” può significare molte più cose di quanto si possa immaginare.

In “Sotto il mantello della letteratura” ho intravisto una speranza, un messaggio di salvezza anche per gli amori più disperati e disperanti. E’ così? O è solo una “licenza poetica”?

Nel momento in cui, con il passare del tempo, si ridimensionano o sminuiscono degli eventi passati, allora è possibile, forse, intravedere una speranza. In questo racconto, però, c’è una frase che spiega come anche una bella immagine sia solamente la parte di un quadro più grande che noi non riusciamo a vedere, ma che sappiamo esistere. Allo stesso modo, ogni paragrafo di un libro è solo una parte di una più grande verità. Per questo motivo, non farei affidamento su quella piccola speranza che fa capolino alla fine del libro. È solo un ritratto, un istante, congelato nel tempo, che ci dice che nel prossimo libro tutto questo ricomincerà di nuovo.

La tua scrittura – nella sua innegabile realisticità – appare a tratti visionaria. O meglio sono il sogno e l’eccentricità a penetrare la realtà sfaldandola, trasformandola, dileguandola. Penso all’esperienza erotico-sensoriale di Helena e Sandra, ad esempio, o all’incontro tristemente grottesco con il finto Elvis in “Love me tender”. Un escamotage narrativo o la convinzione che la realtà contenga in sé aspetti paradossali?

Esatto, hai colto molto bene la questione. Questa cosiddetta realtà per i miei personaggi non è solo ciò che sta accadendo nelle loro vite. Ci sono sempre uno o più livelli sotto la realtà, che non si riescono a cogliere al primo sguardo, ma che esistono. Se si scava e si è abbastanza coraggiosi e folli da andare in profondità, si possono vedere. Certo nessuno può garantire che dopo questa scoperta uno possa essere più felice di prima, ma almeno avrà raggiunto la consapevolezza che la vita non è poi così semplice.

Prima di approdare alla narrativa, ti sei dedicata alla poesia. Come è avvenuto questo passaggio? E perché – dopo l’esordio con il romanzo – hai scelto il racconto come prevalente modalità di espressione?

Per me e per la mia personalità considero il racconto la forma di espressione ideale. In esso c’è abbastanza spazio per caratterizzare i personaggi, per accelerare la tensione, per aprire la storia, arrivare alla conclusione e decidere di terminare solo quando la narrazione raggiunge un livello davvero interessante. Non sono una persona paziente, non so aspettare duecento pagine per vedere quello che succederà, e soprattutto non so vivere in maniera così intensa un’emozione per mesi o addirittura anni.
Così appena apro quella “scatola”, scrivo una storia e la richiudo di nuovo. Perchè se ci rimanessi più a lungo dentro, non sono sicura che sopravviverei.

Ho letto nella tua biografia ufficiale che ti sei occupata di “diritti umani e di risoluzione pacifica dei conflitti per conto dell’Accademia norvegese per le scienze umane”. Come e dove si colloca questa esperienza rispetto al recente conflitto dei Balcani?

Questa esperienza è stata, per quasi quindici anni, la mia vita parallela, oltre alla mia scrittura. Ho lavorato per un’eccellente università norvegese su un programma interessante, appassionante e del tutto nuovo per me che mi ha consentito di imparare e insegnare ad altri contemporaneamente. Abbiamo lavorato con diverse tipologie di persone, alcune di loro provenienti da conflitti in essere o da zone potenzialmente di conflitto, non solo dei Balcani ma di tutto il mondo. Interessante paradosso è che nel mio lavoro ho sempre detto che il dialogo è possibile, indipendentemente da ciò che è successo. Nei miei libri (dove non si parla di storia o di politica) sostengo, invece, che in qualche modo la reale comprensione tra le persone non è affatto possibile. Nessuna delle due è una bugia: è solo la differenza tra verità letterarie e verità della vita.

Belgrado è la tua città. In Italia, oggi, “fare” lo scrittore non è cosa semplice. Spesso anche chi ha cose interessanti da dire non ha lo spazio che merita per emergere. I grandi editori o gruppi editoriali (con le doverose eccezioni) prediligono pubblicazioni più commerciali rispetto alla qualità dei testi, a scapito della buona scrittura e lettura. Sono gli editori minori lo zoccolo duro della cultura, quelli che osano rischiare maggiormente su autori validi. Qual è la situazione in Serbia?

Molto simile a quella che hai descritto. Anche da noi il libro condivide lo stesso destino di semplice oggetto di commercializzazione. Così a volte è più importante il modo in cui gli scrittori appaiono piuttosto che quello che scrivono. Uno scrittore è spesso costretto ad essere presente sui media, se vuole che anche i suoi libri lo siano.  Ma essere commerciali non è sempre la reale misura della qualità. Eppure, a volte, questi due miracoli si incontrano, popolarità e qualità: ciò significa allora che anche in questo stato di cose è possibile superare gli ostacoli, se credi abbastanza in quello che fai.

Una domanda che pongo spesso nelle mie interviste: come si diventa scrittore?

E’ stata piuttosto la precoce consapevolezza che una vita, un destino, un grande amore, un karma, un solo corpo e una sola morale non erano abbastanza per me. Volevo vivere molte vite, più intense possibili. Ed è ancora quello che voglio.

[Traduzione dall’italiano all’inglese a cura di Davide Mana]

:: Recensione di Alcazar ultimo spettacolo di Stefania Nardini (Edizioni E/O, collana Sabot/age, 2013) a cura di Giulietta Iannone

21 ottobre 2013

alcazarAnno 1939, diciottesimo dell’era fascista. La Maria Maddalena, partita da Napoli era diretta a Marsiglia. A bordo la compagnia teatrale Landi al completo. Un po’ per i bagagli voluminosi, un po’ per la confusione degli artisti, non passava inosservata tra la folla che si accalcava per guadagnarsi un posto in coperta. Erano sempre di più quelli che si imbarcavano per scappare dalla fame e dal fascismo. E sembravano tutti uguali con le loro valigie piene di pane e stenti.

Così inizia Alcazar ultimo spettacolo di Stefania Nardini. Con una partenza. Una compagnia al completo: l’orchestra, le ballerine, un comico, la coppia di cantanti, un prestigiatore, l’affascinante Cordera, al secolo Gino Santoni un cantante dalla voce di usignolo in fuga dalle avances di un gerarca fascista che lo credeva davvero una donna, e  infine lei Silvana Landi capocomico e vedette dello spettacolo, la grande attrazione, accompagnata dalla madre, la signora Giuseppina e dall’assistente Vittoria, la trasformista, unica donna in Europa a potere cambiare aspetto in pochi secondi sotto le luci del palcoscenico, sulle orme del grande Fregoli.
Fuggono dall’Italia, dalla fame, dal fascismo, dalle leggi razziali, dalle persecuzioni contro antifascisti, zingari, ebrei, omosessuali. Ad attenderli Marsiglia, e l’Alcazar. Les Italiennes sont arrivées annunciano i dockers con il loro francese strampalato. L’accoglienza è variopinta e calorosa, come la città in cui hanno trovato rifugio, li aspetta il Grand Hotel e uno dei teatri più rinomati di Francia. Le poltrone di velluto scuro, le logge stile moresco, il caffè, la puzza di sigarette: un luogo, un tempio, un simbolo. Non era un teatro qualunque l’Alcazar. Chevalier, Fernandel, Montand e tanti altri erano passati da qui, su questo palcoscenico, prima di spiccare il volo. (…) Le ultime stagioni erano state il trionfo dell’operetta marsigliese di Pagnol. Ma in città da qualche anno si cantava meno.
Siamo nel 1939, la guerra è alle porte, anche la Francia sarà occupata, dovrà subire il governo di Vichy del maresciallo Pétain, i bombardamenti, l’entrata in città dei nazisti a cavallo seguiti dai loro carriarmati. Marsiglia diventerà centro di spie collaborazionisti, anche il Milieu la mafia marsigliese si dividerà tra antifascisti e collaboratori della Gestapo. La lotta intestina sarà inevitabile, sullo sfondo della grande guerra. Della coraggiosa opera di Varian Fry, giornalista americano giunto a Marsiglia per salvare dai campi di concentramento ebrei, artisti, antifascisti. Per un attimo ho sperato che Silvana Landi si innamorasse di lui e non di Alfred Morello, il Chevalier, affascinante uomo di punta del Milieu.
Ma l’amore è misterioso ha le sue vie e Silvana Landi arriverà a mettere la sua vita nelle mani sue mani, combattuta tra l’amore e l’odio per la violenza che il suo uomo è costretto ad accettare. Si trasformerà in assassino Alfred, la tradirà, i regali, i pranzi abbondanti mentre tutti vivono la miseria sono frutto di traffici illeciti, di contrabbando, di commercio di droga, di traffico d’armi, di sfruttamento dei bordelli, di regolamenti di conti spietati. Ma prima di tutto ciò l’Alcazar vivrà la sua ultima stagione. La compagnia Landi porterà in scena Pioggia di stelle, un successo, un trionfo, un inno alla vita, alla bellezza, prima che tutto diventi terrore, macerie, morte.
Alcazar ultimo spettacolo di Stefania Nardini è tutto questo, ma è anche una storia d’amicizia, quella che lega Cordera a Silvana. Cordera sparirà, forse rapito dall’Ovra che con i suoi tentacoli arrivò fino a Marsiglia in cerca degli oppositori del regime di Mussolini. E Silvana lo cercherà disperatamente, arrivando ad andare sull’ isola di San Domino, una delle isole Tremiti, lager per antifascisti, partigiani, omosessuali. Le pagine più toccanti sono racchiuse qui, ho capito qui che era una storia vera, ispirata alla madre dell’autrice Silvana D’Agostino in arte Silvana Landi, (l’ho letto solo alla fine, nei ringraziamenti).
Alcazar ultimo spettacolo è un romanzo bellissimo, autentico, che racchiude uno straordinario personaggio femminile e un affresco storico attento ai dettagli e senza sbavature. Dramma e melodramma si intrecciano, lasciando emergere raggi di poesia, specialmente quando l’autrice parla di Marsiglia, dell’acqua del suo mare, del suo Mistral, dei quartieri più poveri e delle vie piene di caffè, ristoranti e bistrot, della gente accogliente e generosa, che ti offre le sue teglie di alici o ti invita a sorseggiare un pastis. Non ho letto abbastanza di Jean-Claude Izzo per fare raffronti, ma ho letto la biografia di questo scrittore scritta dalla Nardini, e molto dell’atmosfera me la richiama.

Stefania Nardini, nata a Roma nel 1959, è una scrittrice e giornalista innamorata delle due città dove ha trascorso parte della sua vita: Napoli e Marsiglia. Vive tra l’Umbria e la Francia. È autrice di Roma nascosta (Newton Compton, 1984), e del romanzo Matrioska, storia di una cameriera clandestina che insegnava letteratura (Pironti, 2001). Nel 2009, sempre con Pironti, ha pubblicato Gli scheletri di via Duomo, noir ambientato nella Napoli anni ’70. Nel 2010 con Perdisa Pop ha pubblicato Jean-Claude Izzo. Storia di un marsigliese, una biografia sul famoso autore di romanzi noir. Alcuni suoi racconti compaiono su internet e su riviste letterarie e antologie. È collaboratrice del quotidiano Corriere Nazionale.

:: Blogtour All’ombra dell’impero – Il segreto del Mandylion (Baldini e Castoldi, 2013) – prima tappa.

21 ottobre 2013

Inizia oggi il blogtour dedicato al romanzo storico All’ombra dell’impero – Il segreto del Mandylion di Alberto Custerlina e in questa prima tappa potrete trovare le domande fatte all’autore, alcune foto d’epoca decisamente suggestive legate al romanzo, una gustosissima ricetta del gulasch e qualche riferimento sul periodo storico, la Trieste asburgica del 1902.

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“Davorin s’incantò di fronte a una pasticceria e distolse lo sguardo quando sfilarono davanti a un negozio di biancheria femminile, come faceva sempre il signor Anton quando passavano di lì”

Benvenuto Alberto e grazie per aver accettato questa mini intervista per la puntata N° 1 del Blogtour dedicato al primo episodio della trilogia All’ombra dell’impero – Il segreto del Mandylion, che comprenderà poi anche La carovana dei prodigi, e Enigmi nell’oscurità. Innanzitutto perché una trilogia?

Avevo in mente una storia molto lunga, che però avrebbe dovuto essere narrata attraverso ambienti molto diversi tra di loro e sviluppando varie tematiche, quindi ho preferito dividerla in tre parti: la prima parla del confronto tra modernità e tradizione, la seconda di crescita e consapevolezza, mentre la terza tratterà di paura e pazzia. Alla fine, poi, sarà più un trittico che una trilogia.

Come sei giunto all’idea di lasciare il noir, avevi avuto un buon successo con i tuoi romanzi precedenti, e dedicarti al romanzo storico?

Credo sia la naturale evoluzione di un autore che non condivide l’idea di scrivere qualcosa solo perché va di moda. Troppi scrittori italiani hanno cavalcato l’onda delle cronache giornalistiche o delle mode derivate dal mondo delle fiction o del cinema senza credere veramente in ciò che stavano facendo. E i risultati si sono visti. (con poche eccezioni)
E io, che sono uno a cui piace anticipare questi “movimenti” (come ho fatto con i miei noir-pulp, ai quali alcuni giovani autori italiani si sono “ispirati” parecchio), ho deciso che era venuto il momento di tornare alle radici – back to the roots – e di reinventare un genere che riscoprisse la tradizione anglosassone del mystery e la miscelasse al romanzo d’avventura alla Salgari e alla Verne; insomma, una letteratura popolare di stampo marcatamente europeo, con la quale il lettore potesse viaggiare con la fantasia attraverso tempi e luoghi che hanno fatto sognare molte generazioni di lettori.
E adesso ti faccio un regalo e rivelo per la prima volta una cosa che solo pochissime persone sapevano fino a questo momento: l’anno scorso, questo progetto è stato visionato da alcune grandi case editrici, che l’avevano cassato a favore di alcuni noir di cui ho detto sopra, così ora posso togliermi due belle soddisfazioni: godere di un buon successo e mostrare un dito medio.

Scenario del romanzo è la Trieste asburgica del 1902, più alcune parti ambientate tra Hong Kong, Macao e Singapore. Come ti sei documentato? Su che testi, vedendo quali film, documentari, libri di fotografie? Hai usufruito infatti di un discreto apparato iconografico. Alcune foto storiche sono presenti anche in questo articolo.

Il romanzo storico necessita di un’accuratissima documentazione, per cui ho attinto a numerosi media e confrontato molte fonti per essere sicuro che le informazioni fossero corrette. Le fotografie d’epoca sono vitali e per fortuna della Trieste asburgica ne esistono a palate. Poi i giornali, dove non trovi solo le informazioni leggendo gli articoli, ma puoi ottenere moltissime indicazioni sulla vita quotidiana attraverso le pubblicità. Infine, ho letto o riletto molti romanzi scritti e ambientati (più o meno) in quel periodo, da Svevo a Slataper, da Doyle a Dickens (e molti altri). Infine, sulla Trieste dell’epoca asburgica esistono decine di saggi che la trattano da tutti i punti di vista: toponomastico, sociale, mondano, sportivo, politico eccetera.
Per le parti ambientate in oriente, ho utilizzato per la maggior parte la Rete, anche se alcune cose le ho trovate a Trieste, che all’epoca era già in strettissimo collegamento commerciale con il mondo orientale.

All’ombra dell’impero – Il segreto del Mandylion è un romanzo di avventura per adulti si potrebbe dire con molti connotati tipici dei romanzi per ragazzi. Davorin per esempio è una sorta di Huckleberry Finn con i capelli rosso carota e ha un ruolo fondamentale nella storia. Perché questa scelta?

Mi ricollego a ciò che ho risposto alla seconda domanda e amplio il concetto. Credo che oggi – nel panorama editoriale italiano – manchi un filone di narrativa che permetta agli adulti di riassaporare le atmosfere che avevano vissuto da giovanissimi leggendo la letteratura per ragazzi. Il successo di Harry Potter tra gli adulti supporta questa mia ipotesi. E allora ecco che arriva Custerlina, che non ha paura di rischiare e s’imbarca su una giunca cinese diretta verso i mari del sud, convinto che un adulto seduto in una comoda poltrona con una tazza di the in mano possa riprendere a fare, con grande soddisfazione e divertimento, il viaggio che aveva interrotto molti anni prima. Naturalmente, nella mia narrazione non mancano alcuni riferimenti “adulti” veri e propri e uno stile di scrittura tutto sommato moderno, ma ciò non toglie nulla al respiro ottocentesco del romanzo.
E in questo senso, Davorin Paternoster è la quintessenza dell’avventura, ispirato ai personaggi di Twain, ai figli del capitano Grant, ai ragazzi di Dickens. E poi, va detto che il mio progetto completo prevede di farlo crescere romanzo per romanzo, fino a ripercorrere, attraverso i suoi occhi, l’incredibile storia di Trieste nella prima metà del ‘900. Ho stimato che mi serviranno 16 romanzi in tutto (la maggior parte indipendenti uno dall’altro). Ce la farò? Non lo so, voi intanto cominciate a leggere questa trilogia.

Quali romanzi ti hanno influenzato, quali autori ti hanno ispirato nella stesura del romanzo?

In parte ho già risposto, ma qui faccio un elenco più preciso: Dracula di B.Stoker, Sherlock Holmes (e altro) di A.C.Doyle, Incontri con uomini straordinari di G.I. Gurdjieff, Oliver Twist di C.Dickens, varie cose di H.G.Wells, ho riletto qualcosa di Lovecraft per le atmosfere, Salgari e Verne, I-Ching, alcune parti dello Zorah e di testi cabalistici, Le meraviglie del creato e le stranezze degli esseri di Zakariyya Al-Qazwini, i romanzi di Mark Twain. E di sicuro mi sono dimenticato qualcosa.

Oltre al rigore storico, hai aggiunto una punta di soprannaturale. Che rapporto hai tu con il soprannaturale, credi esitano poteri extrasensoriali di cui conosciamo ancora ben poco?

Più di una punta, direi! Nella mia vita sono stato testimone di numerosi accadimenti che non ho potuto spiegare attraverso le mie conoscenze tecnico-scientifiche e che mi hanno coinvolto anche in prima persona. Così, ecco spiegato il fil rouge di questo primo romanzo intitolato Il segreto del Mandylion, dove il tema riguardante il conflitto tra modernità e tradizione si può leggere anche in chiave di confronto tra la percezione positivista della realtà e quella esoterica delle manifestazioni soprannaturali.
Del resto il romanzo inizia con questo esergo: Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante ne sogni la tua filosofia (W.Shakespeare)

porto

Il porto

Il miglior gulasch dell’Impero (ricetta alla triestina di Alberto Custerlina):

Per 4 persone. Soffriggere 1kg di cipolla gialla affettata sottile in abbondante olio (meglio sarebbe un bianchissimo strutto di maiale). A cipolla imbiondita, aggiungere 1kg di polpa di manzo tagliata a tocchi (o, meglio ancora, mista al 50% con il maiale e senza togliere le parti grasse), aggiungere un cucchiaio di farina abbondante e mescolare spesso finché la carne non sarà completamente sigillata (all’esterno deve apparire perfettamente cotta). A questo punto, aggiungere due o tre cucchiai di paprica ungherese dolce (se lo si vuole piccante, aggiungere in più la paprika forte nella dose desiderata) e poi il concentrato di pomodoro (da un tubetto, circa 10 cm). Coprire tutto con acqua bollente (anche se sarebbe meglio usare del brodo) e lasciare sobbollire per 3 ore, mescolando ogni tanto e stando attendi ad aggiungere liquido se asciugasse troppo. Servire con gnocchi di patate oppure con Knödel.

giochi di bambiniTrieste fu da sempre una delle più importanti metropoli dell’Impero austriaco, dal 1867 Impero austro-ungarico, grazie al suo porto e alla sua vocazione cosmopolita che ne aveva fatto un crocevia di merci e di idee. Ma la situazione già piuttosto instabile degenerò tra la fine del Ottocento e i primi del Novecento. Ai movimenti irredentisti, che propugnavano il ritorno di Trieste all’Italia, si aggiunse infatti nel febbraio del 1902 lo sciopero operaio proclamato in appoggio ai fuochisti della compagnia di navigazione del Lloyd Austriaco che si trasformò successivamente in uno sciopero generale cittadino. La situazione già drammatica ben presto degenerò e i soldati austriaci agli ordini di Conrad von Hoetzendorf, su ordine del luogotenente del Litorale von Goess, arrivarono a sparare sulla folla, uccidendo decine di dimostranti e ferendone più di una cinquantina. In questo clima si svolsero i fatti narrati ne Il segreto del Mandylion, ed è interessante notare come Storia e narrazione romanzesca si intreccino riportando in vita le atmosfere di primo Nocevento grazie alla capacità evocativa di Custerlina, triestino doc e appassionato di avventura. La gente viaggiava ancora in carrozza, le donne indossavano corsetti e gonne vaporose, ma già i tram sferragliavano sulle rotaie e l’illuminazione elettrica, il telefono, le prime auto iniziavano a  far capolino tra la curiosità e la diffidenza della gente. Il progresso sembrava alle porte e i più avventurosi si accostavano alla fotografia, guidavano spericolati le prime biciclette, usavano le prime torce elettriche con pile a carbone, provenienti dagli Stati Uniti. Sembra incredibile, anche io leggendolo quasi non ci credevo, ma è tutto documentato.

Prossime tappe:

Seconda tappa: SognandoLeggendo
Terza tappa: Strategie Evolutive
Quarta tappa: Helldoom’s Reign
Quinta tappa: Le mele del silenzio

:: Recensione di L’amore ai tempi della neve di Simon Montefiore (Corbaccio, 2013) a cura di Giulietta Iannone

20 ottobre 2013
amore neve

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Scrittore, giornalista, storico Simon Montefiore è un personaggio interessante quanto i personaggi dei suoi libri. Nato a Londra nel 1965 in una famiglia di origine ebraica, sua madre proveniva da una famiglia ebrea lituana, i cui genitori fuggirono dall’Impero Russo all’inizio del XX secolo, mentre suo padre discendeva da una famiglia ebrea di banchieri e diplomatici, Simon Montefiore ha sempre frequentato l’alta società inglese e non è difficile vederlo fotografato con gli stessi reali inglesi.
Sposato con una scrittrice, ha da sempre maturato un grande interesse per la storia russa arrivando a scrivere diversi saggi storici, di cui due incentratati sulla figura di Stalin, che lo spinsero a documentarsi su carte private dello stesso dittatore georgiano, e sembra che lo stesso Putin sia un suo assiduo lettore. Non che ciò deponga o meno a suo favore, ma lo dico tanto per darvi un’ idea del personaggio. Oltre ai saggi ha comunque scritto anche alcuni romanzi, King’s Parade, My Affair with Stalin, e Sasenka, suo primo romanzo pubblicato in Italia da Corbaccio nel 2009.
Ora da pochi giorni è uscito sempre con lo stesso editore il suo nuovo romanzo, L’amore ai tempi della neve  (One Night in Winter, 2013), tradotto da Silvia Bogliolo, romanzo che a quanto pare si giova del grande lavoro di ricerca storica effettuato per i suoi saggi, anche se l’autore ci tiene a precisare che non è un romanzo che parla di politica ma di vita privata: amori giovanili e tra persone più avanti con gli anni, famiglia, figli e sentimenti.
Premetto che mi è giunto inaspettato e probabilmente mi sarebbe sfuggito, come a suo tempo mi è sfuggito Sasenka, chi l’avesse letto avrà il piacere di ritrovare anche in questo vecchi personaggi del primo, pur essendo il romanzo uno stand-alone.
Ambientato in Russia, dal 1945 a fin dopo la morte di Stalin,  L’amore ai tempi della neve è dunque una storia di sentimenti, di quanto anche i sentimenti erano un affare di stato al tempo di Stalin, sempre preoccupato di vedere i suoi più stretti collaboratori rivoltarsi contro di lui, tanto da vedere in un innocuo progetto romantico giovanile di un nuovo governo, una cospirazione antisovietica e filonazista.
Siamo dunque nel 1945, una notte di giugno, alla fine della Seconda guerra Mondiale. L’intellighenzia russa festeggia il potente Stalin, che presiede la parata della Vittoria, complimentandosi per come sia risuscito a sconfiggere i nazisti. Tra i brindisi e i festeggiamenti, due spari e poi a terra i corpi senza vita di due allievi della Scuola 801. Presto Stalin verrà informato, presto le vite di tutti quelli coinvolti saranno attraversate dalla sua feroce caccia per capire se c’è sotto una cospirazione.
La Scuola 801, di via Ostozenka, è una scuola speciale, frequentata solo dai rampolli dei più importanti potenti sovietici. Una scuola in cui un romantico professore ha organizzato un corso di letteratura sulle opere di Puskin, autore che piace molto ai suoi ragazzi. Sono giovani appassionati specialmente dell’Eugene Onegin dove si narra di un duello per motivi d’amore. I ragazzi hanno creato finanche un club degli Inguaribili Romantici.
Un club che è difficile per il potere non vedere come una setta di cospiratori. Si riuniscono in segreto in cimiteri e luoghi pubblici dove recitano poemi di Puskin. Niente di più innocuo, inoffensivo. Ma un giorno una riunione su un ponte finisce appunto con la morte dei due ragazzi. Sembra un suicidio-omicidio passionale, i due si frequentavano, ma viene rinvenuto un quaderno con le date degli incontri del Club. C’è anche un elenco di Segretari e Ministri, nominati dai ragazzi, sempre come scherzo, per un ipotetico nuovo governo. Ma Stalin, ormai anziano, prende tutto sul serio quando c’è in gioco il suo potere. Alcuni ragazzi vengono arrestati e portati nella famigerata Lubianka. Sono tutti figli di persone importanti, e i loro genitori temono per la loro sorte ma anche per la propria.
Un bel romanzo, ottimo affresco di un’ epoca per molti versi ancora sconosciuta, certo sono le storie d’amore dei personaggi che alimentano le pagine, e la figura di Stalin ormai anziano, preoccupato che i suoi più stretti collaboratori vogliano prendere il suo posto è sullo sfondo, tuttavia si legge con interesse. Lo stile è pulito, la traduzione scorrevole. La ricostruzione di Montefiore è parziale, come tutte le ricostruzioni storiche, ma molti personaggi sono realmente esistiti e ancora viventi, come Hugh Lunghi, interprete nei colloqui sta Stalin e Churchill, che è servito come fonte di ispirazione per un personaggio fondamentale del romanzo. Per chi ama i romanzi storici.

Simon Montefiore è autore di saggi storici fra cui Gli uomini di Stalin, Il giovane Stalin e Jerusalem: The Biography, che hanno ottenuto importanti premi e riconoscimenti, e del romanzo Sašenka, pubblicato in Italia da Corbaccio. I suoi libri sono bestseller in tutto il mondo e vengono pubblicati in 40 lingue. Durante le ricerche compiute su Stalin, Montefiore ha avuto modo di intervistare alcuni dei «ragazzi» arrestati nel caso straordinario che gli ha offerto l’ispirazione per L’amore ai tempi della neve. www.simonsebagmontefiore.com

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Valentina dell’Ufficio Stampa Corbaccio.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Un’intervista con Carsten Stroud a cura di Giulietta Iannone

19 ottobre 2013

Iconfinidelnulla-280x428Ciao Carsten. Grazie di aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Carsten Stroud? Punti di forza e di debolezza.

Allora in cosa sono bravo? Amo sentire i personaggi parlare nei libri. I buoni dialoghi penso siano, assieme ai personaggi ben caratterizzati, il modo migliore di narrare una storia. Quindi penso di essere umile abbastanza da permettere alle persone che vivono nei miei libri di raccontare le proprie storie e modellare la propria vita. Odio considerare uno scrittore come un burattinaio, un burattinaio che fa saltare, piroettare i suoi personaggi, in questo modo può raccontare la propria vita non la loro… Io credo veramente che se uno scrittore è fortunato abbastanza da vedere i suoi personaggi prendere vita, allora dovrebbe lasciarli vivere! Penso di essere bravo in questo. La mia debolezza. Penso di essere troppo fiorito, vado avanti per tramonti, per la qualità della luce. Ho detto già abbastanza. E’ sufficiente. Ora sto zitto.

Hai avuto una vita avventurosa. Parlaci del tuo background, dei tuoi studi, della tua giovinezza.

Mio padre era un ufficiale britannico che ebbe una relazione con la vedova di un ufficiale tedesco a Bad Salzuflen. Io sono stato il risultato. Sono cresciuto nel Gelido Nord e ho sempre sognato di diventare un campione di surf in California. Ho fatto l’autostop per la California nel 1964 e ho scoperto che fare surf in un vero e proprio oceano era molto molto difficile, così mi sono arruolato nell’esercito. Molto poca istruzione e vita da soldato. Ho poi scoperto che ero molto bravo a fare solo tre cose: la guerra, bere e raccontare storie. Ho scelto di raccontare storie. Il resto è storia.

Quando hai deciso che saresti diventato uno scrittore?

Quando ho scoperto che non mi avrebbero fatto combattere, bevendo.

Sei l’autore di Niceville primo episodio di una trilogia thriller-horror – comprendente anche The Homecoming, appena pubblicato in Italia da Longanesi con il titolo I confini del nulla, e The Departure. Iniziamo con una domanda facile facile, tu credi al paranormale? Ti sei mai imbattuto in eventi “soprannaturali”?

Qualche volta… Ho visto cose che si muovono al di là della linea nemica, al buio, nella giungla, cose che non erano davvero lì, ma le ho potuto sentire e la mattina c’erano i segni. E a Venezia, dove mia moglie ed io siamo stati per un po’, ero solito camminare attraverso il Ghetto e le parti più antiche della città a tarda notte, da solo. Mi sono seduto a un tavolo vuoto al di fuori del Florian alle quattro del mattino una volta e ho visto le anime salire fuori dalle pietre e camminare… Nel Montana ho camminato sul campo di battaglia chiamato The Little Bighorn, dove uomini che avevo conosciuto giacevano morti. Queste cose sono successe, e non solo a me. Ma non abbiamo nulla da perdere, perché nessuno ci crede,  ma io ho visto quello che ho visto…

Hai vissuto esperienza di guerra. Sei entrato in contatto con il pericolo e con la paura vera e di conseguenza con il coraggio. Pensi che i tuoi romanzi possano rendere più coraggiosi anche i tuoi lettori?

I lettori si avvicinano ai libri per essere aiutati a sopportare il terrore e le paure che li circondano nella vita reale… non c’e niente che potrei scrivere che possa rendere un lettore più coraggioso di quello che è già, semplicemente alzandosi ogni mattina e andando al lavoro. Il terrore che i libri possano ispirare provengono dall’interno del lettore, lo scrittore può solo aprire le porte… il lettore deve entrare liberamente.

Parlaci della trama di I confini del nulla. Raccontaci un po’ come continua la storia di Niceville.

In Niceville c’erano suggerimenti e indizi sulla storia della città e sulle forze oscure che si muovono sotto di essa. Ne I confini del nulla a queste storie viene data più profondità e bisogna andare indietro nel tempo fino alla Rivoluzione francese e alla Guerra Civile Americana per vedere quanto profondo e da quanto tempo gli antenati di Teague siano stati in combutta con il Nulla; e i gangster Coker e Danziger affrontano ancora più problemi, più sparatorie e violenze che non sono soprannaturali. Nick e Kate vedono più chiaramente nell’anima di Rainey Teague e ciò che vedono è terribile. Tutto è spiegato e nulla è sottinteso, la follia produce violenza. Tutto finisce nel sangue… ma non finisce affatto.

Qual è la scena o le scene preferite in I confini del nulla? Quella più spaventosa.

La mia scena preferita in I confini del nulla è in realtà un intero capitolo, la storia di Hy Brasail, la piantagione in Lousiana, e quello che è successo lì un giorno d’estate del 1840. Un racconto all’interno del libro che ci fa capire le vendette che si sono generate sin da prima della Guerra Civile e  che hanno influenzato la vita di  tutte le persone che vivono a Niceville.
La scena più spaventosa? Alla fine del libro, Nick e Kate convincono un medico a utilizzare l’ elettroshock  per cercare di “curare” Rainey da ciò che vive nella sua testa, e per la prima volta possiamo effettivamente vedere il Nulla. Questa scena mi ha davvero spaventato, e l’ ho scritta.

Il detective Nick Kavanaugh, tuo protagonista principale, è un ex militare con la testa sulle spalle, un uomo concreto, razionale, positivo, che si trova a vivere in una piccola cittadina circondato da eventi che non comprende ma che deve accettare. Perché non scappa, perché resta a combattere il Male?

Come il capitano della Costa Concordia ha scoperto sopravvivere da codardi è come vivere in un inferno, un inferno che rende la vita inutile. Meglio morire, è sempre meglio morire che vivere come un codardo.

Tutto avviene all’ombra di Tallulah’s Wall, e del Crater Sink. Quali romanzi, film, fumetti ti hanno influenzato nella creazione di questo scenario?

Il Divoratore di Anime che vive sul Tullalah’s Wall mi è venuto in mente proprio all’inizio del primo libro, e poi, a metà strada attraverso la scrittura, mia moglie Linda ha scoperto che i primi indiani Cherokee, che vivevano intorno a quello che più tardi divenne Savannah, in Georgia, ritenevano che un demone di nome Tal’ulu vivesse in una profonda gola del fiume e si nutrisse delle anime dei vivi. Quindi stavo scrivendo di qualcosa che non sapevo di essere vero, e poi ho scoperto che era proprio vero.
Il Crater Sink? Ora che me lo chiedi, penso che il film giapponese Ringu – The Ring – potrebbe avermi dato l’idea, ma, mi cito: l’uomo che può scendere in un pozzo e non sentire stringere le budella e accapponare la pelle…  è allevato a temere un pozzo.

Parlaci di Rainey Teague. Come è nato e si è sviluppato questo personaggio? 

Lui è reale. L’ho incontrato mentre stavo lavorando alla Omicidi nella città di New York. Era un ragazzo di dodici anni che aveva ucciso per divertimento, guardando la gente mentre moriva. Lo catturammo vivo. Parlai con lui per ore. Era nato malvagio ed era rimasto tale. Avremmo dovuto ucciderlo. Andò in una clinica psichiatrica e successivamente fu liberato. Avremmo dovuto ucciderlo. Ma non l’abbiamo fatto. Dio solo sa quello che sta facendo ora.

Ti hanno accostato a Stephen King. Condividi questa similitudine. Questo autore ti ha influenzato in qualche misura. Nei tuoi romanzi ci sono omaggi, citazioni, rimandi ai suoi romanzi?

Beh, per quanto ammiri molto il lavoro di Stephen King, trovo che lui sia a tratti volgare e grossolano in modo disturbante. (In italiano) Egli è estremamente offensivo nelle sue descrizioni delle funzioni corporee e le usa come modi per aumentare la tensione e per mostrare carattere, è così volgare da essere fonte di distrazione.
Gli scrittori che ammiro? Dante Alighieri, che ha inventato l’horror e nessuno l’ha mai superato. Pensate all’Inferno. Nel mondo moderno Ambrose Bierce e Edgar Allan Poe, Peter Straub, HP Lovecraft… non ricordo chi abbia scritto L’esorcista, ma, dal momento che sono un cattolico ed ero stato un chierichetto mi ha davvero traumatizzato, aspetta si chiama William Peter Blatty.

Quali sono per te le qualità principali di un buon scrittore?

Ciò che rende uno scrittore un bravo scrittore? Mai e poi mai credere ai propri pregiudizi, sia buoni che cattivi, entrambi, sfidare sempre se stessi per provare di più, mai accontentarsi di una frase ad effetto o di far passare un concetto a buon mercato che è stato detto molte volte in passato. Una combinazione di umiltà e coraggio, e soprattutto, rispettate il vostro lettore e parlateci in modo diretto, come se foste a cena insieme e apprezzasse il vostro fascino e fosse felice di trascorrere una buona serata con voi, come se fosse una signora molto bella, d’accordo!

Se Hollywood si interessasse della tua trilogia. A che regista affideresti la direzione di lavori. Quali attori vedresti bene nelle parti dei protagonisti?

Come regista? Roman Polanski. Ridley Scott. Quale attore per recitare la parte di Coker? Ryan Gosling.

Verrai in Italia a presentare i tuoi romanzi?

Sì, la primavera prossima, ma prima devo imparare la lingua in modo da non parlare come un pazzo o un idiota!

Ami fare tour promozionali? Racconta ai tuoi lettori italiani l’avvenimento più insolito, divertente o bizzarro accaduto durante questi incontri.

Sì, mi piacciono molto. L’aneddoto più bizzarro? Sono stato intervistato in televisione. Il mio intervistatore spense la telecamera. Era ubriaco fradicio. Inizia l’intervista e si addormenta. Mantengono la telecamera su di me e fanno movimenti di rollio con le mani. Io continuo a parlare per un quarto d’ora mentre cercano di svegliare l’intervistatore. Finalmente si sveglia, e puntano la telecamera su di lui, e lui mi ringrazia per la bellissima intervista.

E parlando di soprannaturale. Ho fatto ormai centinaia di interviste, eppure un senso di deja vu mi perseguita nei tuoi riguardi, la sensazione di averti già intervistato, seppure non trovi da nessuna parte questa benedetta intervista. Sei mai stato a Venezia, ne hai mai parlato in un’ intervista?

Pensi di avermi già intervistato? Credi che potrebbe essere collegato a Venezia. Ma non si può riportarlo. So il segreto di questo. Ma non posso dirtelo in pubblico. Te lo dirò quando ci incontreremo. Ma hai ragione, Venezia è la chiave.

I corvi aleggiano come il braccio armato della presenza. Molto hitchcockiano non trovi?

Sì, Hitchock, ma anche gli indiani Cherokee, che hanno creduto in un demone chiamato Corvino Beffardo, era sempre circondato da cornacchie e corvi

Cosa stai leggendo al momento?

I confini del nulla, in italiano, in modo che possa un giorno essere in grado di scrivere in italiano, come le persone che traducono i miei libri.

Che rapporti hai con i tuoi lettori? Come possono mettersi in contatto con te?

Sono su facebook e invito chiunque a contattarmi lì – in qualsiasi lingua – cercherò di essere divertente. Inoltre ho un sito web – http://www.nicevilleusa – dove potete farmi domande direttamente.

Ho letto in una tua intervista che hai appena finito The Departure. Come ultima cosa, nel ringraziarti della tua disponibilità, mi piacerebbe conoscere i tuoi progetti per il futuro.

Sì, è vero ho appena completato l’ultimo libro della trilogia. In America si chiamerà The Reckoning – La resa dei conti – e cosa farò dopo? Giulia, cara mia, non ne ho idea… Sono a caccia in questo momento, l’ispirazione verrà da me, probabilmente di notte…

:: Recensione di La cortigiana di Sarah Dunant (Beat, 2013) a cura di Elena Romanello

18 ottobre 2013

download-3Da alcuni anni, periodicamente, escono nelle nostre librerie i romanzi storici di Sarah Dunant, inglese ma innamoratissima della nostra Storia e del nostro Paese, in particolare in quella che fu una stagione irripetibile, capace di influenzare poi tutto il resto dell’Europa, cioè durante il Rinascimento, periodo di grande sviluppo artistico ma anche di lotte e di oppressione.
Chi ama la Storia di quell’epoca non può quindi perdersi uno dei titoli recenti della Beat, La cortigiana, ambientato tra due città emblematiche dell’epoca come Roma e Venezia.
Al centro di tutto c’è un’eroina abbastanza anticonformista e insolita, nello stile dell’autrice che non costruisce storie di protagoniste senza macchia e senza paura, cioè Fiammetta Bianchini, una delle cortigiane più belle ed amate di Roma in particolare da un mondo ecclesiastico che non disdegnava di certo il sesso, che cade in disgrazia durante il Sacco di Roma del 1527 ed è costretta a lasciare la Città eterna alla volta di Venezia, dove cercherà notizie della madre, ma dove si troverà coinvolta in furti, intrighi e nela caccia alle streghe.
Questa epopea di una donna in cerca di un suo posto in un mondo in cui fare la cortigiana era una delle poche carriere a loro concessa è raccontata dal punto di vista dell’uomo più improbabile ma nello stesso tempo più fedele della vita di Fiammetta, il nano Bucino, tra fasti e crudeltà, peripezie e momenti di gloria.
Ancora una volta Sarah Dunant ricostruisce in maniera efficace ed appassionante il Rinascimento, s partire dal mondo delle cortigiane, cantate non sempre in maniera lusinghiera dai poeti e ritratte dai pittori, ma anche dal microcosmo di due città, Roma che vide una battuta d’arresto al suo splendore con il Sacco del 1527 salvo poi riprendersi in epoca barocca, e Venezia, allora forse la vera capitale della pensila italica.
Sarah Dunant non sceglie di raccontare di principi e cardinali, ma di figure marginali, vicine ai potenti ma purtroppo non abbastanza protette dai medesimi per cadere in disgrazia, donne e freaks come Bucino, al centro di un universo bohèmien ante litteram, tra pittori, poeti, streghe, prostitute, bigotte e mercenari, restituito con vivacità e modernità senza snaturare il contesto.
Fiammetta Bianchini non è un personaggio reale anche se è vicino senz’altro a tante cortigiane rimaste magari volti anonimi e celebri solo grazie ai quadri, come non lo è Bucino, comunque basato sui tanti nani che divertivano le corti e i palazzi nobilari, sulla base di una moda che veniva dalla Spagna: Sarah Dunant ha voluto dare un nome e una storia alla bellissima Venere di Urbino di Tiziano, e nelle pagine del suo libro compare appunto Tiziano come figura reale, oltre allo scandaloso Pietro l’Aretino, poeta dissacrante che usava le tematiche sessuali come simbolo di eversione.
La cortigiana è un ritratto irresitibile di una donna e di un’epoca, una storia limite nelle miserie e negli splendori umani capace di affascinare il mondo di oggi, che del Rinascimento può ancora per fortuna ammirare parecchi capolavori.

Sarah Dunant, La cortigiana, Beat 10 euro

Sarah Dunant è l’autrice di The Birth of Venus e The Company of the Courtesan, due romanzi storici ambientati rispettivamente nella Firenze dei Medici del 1490 e a Roma e Venezia tra il 1527 e il 1530. Con Le notti al Santa Caterina completa il suo ciclo narrativo dedicato a un secolo della storia d’Italia. Sarah Dunant ha studiato a Cambridge, ha lavorato a lungo per la BBC, insegna Storia del Rinascimento e vive tra Londra e Firenze.

:: Recensione di Il lavoro della polvere di Fabio Pasquale (Zona editrice, 2013)

18 ottobre 2013

IlLavoroDellaPolvereIl lavoro della polvere, edito da Zona nella collana Contemporanea, è il romanzo d’esordio di Fabio Pasquale. Un romanzo breve, più che altro un racconto lungo, forse un noir se vogliamo a tutti costi classificarlo in un genere codificato e stabilito.
Narra la storia di un uomo, senza nome, un uomo qualunque, senza qualità, un modesto impiegato di banca in una città senza nome, forse del nord Italia. Ho pensato alla Lombardia. Non Milano, una città più piccola, di provincia.
Un giorno, forse stanco della routine quotidiana, della sua vita monotona e senza futuro, organizza un piano per dare una svolta. Si crea una falsa identità su Facebook, e avvicina un giovane, Manuel, un fattorino di pizza a domicilio. Il piano è conoscere tutto della sua vita, ogni dettaglio, ogni particolare anche il più minimo, perché sono i dettagli che fanno la differenza e fanno funzionare le cose. Niente deve essere lasciato al caso. Poi il piano procede.
L’idea è rubare dalla sua stessa filiale una grande quantità di denaro e lingotti d’oro. Uccidere Manuel e prendere il suo posto. Sono quasi identici, e l’uomo ha fatto di tutto perché si assomigliassero ancora di più. E’ dimagrito, si è tagliato i capelli, ha copiato il tono di voce. In un mondo dove molti sbiadiscono sullo sfondo, un gioco da ragazzi. Nessuno si accorge dello scambio, né Salvatore il padrone del negozio di pizze, né la polizia presa in una indagine svogliata e approssimativa. Ma poi l’imprevisto. La vicina di casa di Manuel bussa alla sua porta.
Come dicevo è una lettura piuttosto breve, si impiegano poche ore, anche meno se si è curiosi di scoprire se il protagonista la farà franca o meno. Come dicevo è un noir, vediamo la vicenda dalla parte di un ladro e di un assassino, un uomo fino a quel momento, normale, incanalato nei binari della retta via. Cosa lo spinga a mettere in moto tutta la vicenda non è dato sapere, forse l’avidità, la noia, Fabio Pasquale non da molte giustificazioni, evidenza solo che uccidere è facile, e quando lo fai una volta poi non ci metti niente a continuare a farlo. La scrittura è originale, curata, i dialoghi sono rari, preferisce raccontare, tratteggiare personaggi e ambientazioni.

Fabio Pasquale è nato a Milano nel 1973, dove vive e lavora. Laureato in Scienze dell’informazione si occupa da circa un decennio di consulenza IT per il mondo della finanza. Il lavoro della polvere è il suo primo romanzo. A dicembre uscirà un suo racconto per l’antologia 365 Racconti di Natale, curata da Franco Forte

:: Recensione di I confini del nulla di Carsten Stroud (Longanesi, 2013) a cura di Giulietta Iannone

17 ottobre 2013

confini nullaEccoci di nuovo a Niceville, ridente e solare (quanto le apparenze ingannano…) cittadina del Sud degli Stati Uniti, simile per certi versi a tante cittadine di provincia che hanno popolato i racconti sulfurei di Stephen King o i film malsani e onirici di David Lynch. Si sa la linda e irreprensibile provincia americana nasconde mostri e a Niceville sicuramente non mancano. A Niceville alberga il Male, entità ben poco filosofica e capace di entrare nella vita delle persone con le più funeste conseguenze.
Abbiamo conosciuto Niceville e i suoi personaggi nell’omonimo romanzo che da l’avvio alla trilogia thriller – horror di Carsten Stroud ed ora ne I confini del nulla, (The Homecoming, 2013) secondo episodio della medesima, sempre edito da Longanesi e tradotto da  Michele Fiume, veniamo a conoscenza di sempre nuovi dettagli di questo puzzle in cui soprannaturale e trama poliziesca si intrecciano con bizzarre e insolite conseguenze. La paura serpeggia sinistra, o meglio più che paura la potrei definire inquietudine, non che poi sia infatti un horror esplicito, molti romanzi di Stephen King mi hanno messo molta più paura, tuttavia anche la trilogia di Stroud non scherza, e se lo leggete di notte, attenti alle ombre e agli scricchiolii.
Dunque cercherò di non perdere il filo della trama, pericolo piuttosto insidioso dato il modo piuttosto ellittico di raccontare di Stroud. Innanzitutto è bene avere fresco in mente il romanzo precedente, e per chi l’avesse letto l’anno scorso, è bene fare un piccolo ripasso giusto per fare il punto della situazione. (Vi consiglio la lettura della mia recensione di Niceville.) Comunque l’autore fa espliciti rimandi svelando parti del romanzo precedente quindi sarebbe imperdonabile non tenerne conto.
I confini del nulla riprende esattamente dove Niceville finiva: uno stormo di corvi vola in formazione contro un aereo e lo fa precipitare in un campo da golf. Eviterò di dirvi chi c’era a bordo e cosa stava trasportando, limitandomi a dirvi che il soprannaturale non è estraneo a questo incidente. Due poi sono le sottotrame principali  che si dipanano parallele: le conseguenze della rapina in banca finita nel sangue che aveva visto protagonisti Charlie Danziger, Cocker, e Merle Zane, a cui si collega la fuga rocambolesca di Byron Deitz, deciso a uccidere i veri responsabili e prendersi il bottino, (se non fosse che un misterioso killer a pagamento lo segue passo passo) e gli avvenimenti legati al piccolo Rainey Teague, (il ragazzino scomparso nel romanzo precedente e ritrovato in una cripta), ora affidato a Nick Kavanaugh e Kate Walker.
Allora non dirò troppo per non rovinare i momenti di suspense e imprevisto, (ce ne sono meno che nel capitolo precedente) tuttavia vi basti sapere che Cocker sarà un osso duro e sarà difficile da tenere a bada, Merle Zane conserva i suoi segreti mettendo a  dura prova il senso della realtà di Nick Kavanaugh, e tra sogni, allucinazioni, specchi come porte di mondi sconosciuti, fantasmi che avvertono di pericoli, ragazzini che parlano tra loro linguaggi sconosciuti, non c’è di che annoiarsi.
Tutto ciò che rimane in sospeso, troverà “forse” spiegazione nell’ultimo capitolo della trilogia probabilmente incentrato sul personaggio di Rainey Teague. Qualche ipotesi sulla piega che potrebbero prendere i fatti me la sono fatta, anche se Stroud ha l’abilità di spiazzare con un certo anarchico gusto per l’assurdo e il bizzarro. Ma ho la sensazione che qualcosa continuerà sempre a sfuggirci, e forse è proprio questo il fascino di questa serie. Meno adrenalinico del primo, ma sicuramente un bel romanzo. Divertente, ironico, scritto e tradotto con originalità e un pizzico di sovversiva oscurità.

Carsten Stroud, uno scrittore bestseller in cima alle classifiche del New York Times e vincitore di numerosi premi letterari. Nato nel 1946 in Germania da madre tedesca e padre canadese, vive a Toronto. Prima di diventare un autore best seller internazionale è stato cronista di nera in un piccolo giornale della California e poliziotto nella squadra omicidi di New York.