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:: La bellezza non ti salverà, Francesca Battistella, (Scrittura & Scritture, 2016)

26 novembre 2016
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Terzo capitolo della saga dedicata alla profiler Costanza Ravizza e ad Alfredo Filangieri, quarto romanzo della scrittrice Francesca Battistella, esce nella collana Catrame di Scrittura & Scritture, La bellezza non ti salverà, un giallo classico, forse con sfumature leggermente più noir dei precedenti, ambientato in uno dei luoghi più pittoreschi della provincia italiana, tra Novara e il Lago d’Orta. Francesca Battistella ha uno stile di scrittura molto classico, molto sobrio, misurato, per cui spiccano ancora di più i due temi di stretta attualità, se vogliamo, che sviluppa nel romanzo: i pericoli della rete, del dark web, e le infiltrazioni della mafia al nord. Due sono le indagini parallele infatti di cui la profiler con i suoi colleghi si dovrà occupare: una quella più istituzionale, fortemente voluta dal suo capo, il dottor Giamasso, riguardante la morte del proprietario di una discarica di rifiuti edili adiacente al comune di Romentino, accoltellato più volte mentre si trovava a tarda sera nel suo ufficio accanto alla discarica. Un delitto in odor di mafia si ipotizza, sia per le modalità del delitto (si sospetta un killer al soldo di una famiglia di camorra), sia per le frequentazioni della famiglia della vittima. La seconda, quasi un’ ossessione per Costanza, riguardante la sparizione di tre ragazzi, (due femmine e un maschio) il cui unico collegamento sembra da trovarsi in rete, dove sembrano essere tutte e tre finiti nella rete di un predatore seriale. Anche Alfredo Filangieri, amico di famiglia di costanza Ravizza, e ospite sul Lago d’Orta della sorella Teresa, sembra volerci vedere più chiaro, e contribuire alle indagini. C’è un mafioso, presunto pentito, in soggiorno obbligato con la sua famiglia, un’ affascinante nobile che il vizio del gioco ha fatto cadere in disgrazia, facendolo finire a dirigere una beauty farm, e una camelia rarissima, che cresce solo in alcuni luoghi al mondo, che servirà da traccia alla profiler per trovare il rapitore seriale, specialmente quando anche la figlia di Giamasso, la ingenua Diamante, finirà nelle sue mani. Insomma tanta carne al fuoco, tanti termini tecnici stranieri, per descrivere il lavoro del profiler, che ormai conosciamo anche solo ad orecchio dai tanti telefilm e film americani che passano in tv, una bellissima ambientazione, dall’autrice descritta con dovizia di particolari e vero affetto, e il crimine, sempre più nero, spietato, volgare. I toni da commedia sono più stemperati, la presenza di Alfredo Filangieri dei suoi amici e della sua famiglia, che dovrebbero alleggerire insomma la tensione della trama sono più sullo sfondo, come le vicissitudini sentimentali della Ravizza (che sembra aver trovato un nuovo amore), questa volta La Battistella, da cadenze più drammatiche e noir al romanzo, ma sicuramente questo fa parte dell’evoluzione della sua scrittura, che porterà nuovi lettori ad avvicinarsi ai suoi romanzi. Insomma se volete leggere un giallo ben scritto, con temi anche attuali e personaggi ben caratterizzati, La bellezza non ti salverà fa per voi. Una nota a margine per la bellissima copertina, molto elegante. Buona lettura.

Francesca Battistella vive sul Lago d’Orta. Ha trascorso quattro anni a testa in giù (Nuova Zelanda) dove ha insegnato lingua italiana e storia contemporanea presso la Auckland University. Attrice di cinema e teatro d’avanguardia negli anni ’70 e ’80, ha alcune grandi passioni: viaggiare, ballare l’hip hop come Michael Jackson, leggere disperatamente e, naturalmente, scrivere. Suoi i fortunati, per critca e pubblico, Re di bastoni, in piedi (2011), selezionato per un adattamento in sceneggiatura cinematografica, La stretta del lupo (2012), dove mette in scena per la prima volta gli esilaranti, e a tratti ironici, personaggi che si ritroveranno poi anche in Il messaggero dell’alba (2014) e in La bellezza non ti salverà (2016).

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Vincenza dell’Ufficio Stampa Scrittura & Scritture.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: GoodBye Marilyn, Francesco Barilli e Roberta “Sakka” Sacchi (Becco Giallo, 2016) a cura di Elena Romanello

26 novembre 2016
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Quest’anno Marilyn Monroe avrebbe compiuto novant’anni: la sua morte prematura a soli trentasei anni nell’ormai lontano 1962, l’ha resa un’icona senza tempo del cinema, il simbolo di una femminilità mitica, infelice ma nello stesso tempo forte, unica attrice del passato a essere celebrata ancora oggi nell’arte e nella cultura pop.
Su Marilyn si è scritto e detto di tutto: nella graphic novel edita da Becco Giallo Goodbye Marilyn di Francesco Barilli e Sakka si immagina una visione alternativa della sua vita, che non la vuole morta in quel fatale agosto per una probabile overdose di farmaci, ma scomparsa dalle scene e ritiratasi per cinquant’anni.
A distanza di mezzo secolo, un giornalista chiede e ottiene di poterla incontrare e Marilyn gli racconta alcuni episodi della sua vita, realmente accaduti, che raccontano il suo successo ma anche le sue infelicità e il suo disagio dell’essere un simbolo di desiderio e seduzione, da cui non è si liberata nemmeno dopo la scomparsa qui e la morte nella vita reale.
Tra storia alternativa e toni onirici, Goodbye Marilyn è un tributo ad una donna del Secolo breve, la più popolare di tutte, protagonista di un tragico destino, mai del tutto chiarito, che rivive in immagini basate su foto e documenti originali, visti in libri, filmati e mostre.
Curiosa la Marilyn anziana immaginata dalla disegnatrice Sakka, molti nei decenni si sono chiesti su che fine avrebbe fatto Marilyn se non fosse morta, magari sarebbe diventata una protagonista di telefilm come Angela Lansbury, magari si sarebbe occupata di cause sociali come Audrey Hepburn e Brigitte Bardot, o sarebbe scomparsa, come racconta questo fumetto e come ha fatto a suo tempo Greta Garbo. Tutte supposizioni, in ogni caso gli autori omaggiano un mito e una donna in tutte le sue sfaccettature, in una graphic novel da leggere per chi era giovane ai tempi in cui Marilyn fu famosa, ma anche per chi è nato dopo e l’ha scoperta anche solo grazie ad una maglietta o ad un magnete da frigo.
Tra l’altro l’idea del libro è venuta a Stefano Barilli dopo che sua figlia Stefania, di otto anni, gli ha chiesto chi era quella bellissima ragazza vedendo una foto di Marilyn, a testimonianza di quanto Norma Jean Baker, diventata Marilyn Monroe abbia ancora ancora tanto da dire oggi.

Francesco Barilli è scrittore e attivista ed ha partecipato a diverse graphic novel di Becco Giallo, come Ilaria Alpi, Peppino Impastato, Carlo Giuliani e Piazza Fontana, e ad altre iniziative editoriali. Il suo blog è francescobarilli.blogspot.com

Sakka, nome d’arte di Roberta Sacchi, cremonese, ha fatto parte nel 2011 della collettiva Futuro anteriore di Napoli Comicon e ha pubblicato con il Centro collettivo Andrea Pazienza Il sogno del minotauro, Elaïn, Il libro Nuovo – come la Dama e la Tigre risalirono l’ignoto. Ha partecipato ad altre raccolte collettive, per fiere come Lucca Comics and Games ed è una degli insegnanti del Centro Fumetto Andrea Pazienza di Cremona.

Source: dono dell’editore, si ringrazia l’ufficio stampa di Becco Giallo, incontrato a Lucca Comics.

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:: Un’ intervista con Diana Johnstone, autrice di “Hillary Clinton – Regina del caos” (Zambon, 2016)

25 novembre 2016

indexBuongiorno Mrs Johnstone, dunque ha vinto il repubblicano Donald Trump. Una domanda abbastanza ovvia e scontata: se lo aspettava?

No. Ma sono ancora più sorpresa dallo shock, dal panico, dall’isteria e dal rifiuto di così tanti americani che gli si sono opposti. Questa è stata una elezione, non un colpo di Stato.

Dopo una campagna elettorale terribile, dai toni allucinanti, Hillary Clinton nonostante i suoi più di 62 milioni di voti ha perso la presidenza. In linea del tutto teorica i grandi elettori il 12 dicembre potrebbero ribaltare il voto. Pensa lo faranno?

Mentre scrivo, stanno raccogliendo denaro per un riconteggio nella speranza di invertire i risultati. Se un tale avvenimento straordinario avesse luogo, ciò porterebbe gli Stati Uniti più vicini a un nuovo tipo di guerra civile. Non dimenticate che i sostenitori di Trump tendono ad essere molto attaccati alla loro diritto di portare armi, e spesso sono in possesso di un vero e proprio arsenale.

Al grido di Not my President, molti americani sono scesi in strada per giorni e giorni, soprattutto giovani. Crede siano stati fenomeni spontanei o pilotati?

Diciamo che sono stati “pilotati” da anni di “correttezza politica”, che ha insegnato a molti giovani a valorizzare le loro sensazioni soggettive più della realtà. A molti insegnanti e professori negli Stati Uniti era proibito dire cose o assegnare testi che potevano “ferire i sentimenti” degli studenti sensibili. Questo è un mondo crudele, e questi giovani non sono preparati ad affrontarlo. Hillary Clinton è portata all’idea che i valori democratici siano ridotti ai “diritti delle minoranze”, e in particolare, secondo la moda degli ultimi mesi, ai diritti delle minoranze sessuali.
Molti giovani elettori creduloni hanno concluso che Trump fosse un mostro razzista, sessista, omofobo soprattutto a causa della sua iperbole concernente l’ espulsioni di immigrati messicani clandestini e le severe restrizioni all’ingresso di musulmani negli Stati Uniti. Entrambe queste cose esistono già, e al massimo le può intensificare un po’. Questi manifestanti di sinistra, motivati dalla politica identitaria, si trovano in oggettiva alleanza con globalisti e neocon, che odiano Trump per il suo protezionismo e l’atteggiamento amichevole verso Vladimir Putin. Gli Stati Uniti sono affetti da una sorta di schizofrenia politica, mescolando le questioni nazionali e internazionali in combinazioni insolite e contraddittorie.

La carriera politica di Hillary Clinton si può dire virtualmente finita. La donna vista solo l’altro giorno durante la serata di gala annuale organizzata dal Children’s Defense Fund, era una donna distrutta. Ormai Trump ha letteralmente campo aperto. Cosa si aspetta farà in questi quattro anni?

Il suo shock per la sconfitta era così eccessivo quanto la sua ambizione. Si può provare pena per lei, anche se è responsabile per la sua caduta. E ‘stata una campagna davvero molto brutta, con attacchi personali feroci su entrambi i candidati, e quasi nessun vero dibattito sui contenuti. Lo spettacolo di questa campagna elettorale dovrebbe essere sufficiente a scoraggiare qualsiasi persona normale dal voler entrare in politica. La democrazia americana difficilmente sembra essere il modello che tutto il mondo dovrebbe voler emulare.
Per quanto riguarda ciò che Trump farà, ha già fatto marcia indietro sugli eccessi retorici della sua campagna – che non dovevano essere presi sul serio, come invece hanno fatto i giovani che ora piangono per le strade. Sembra pronto a portare avanti tradizionali politiche di destra sulla maggior parte delle questioni interne. Le novità nel suo programma sono di riformare gli accordi commerciali internazionali e normalizzare le relazioni con la Russia. Questi sono proprio i punti che pongono l’intero establishment globalista e neoliberista contro di lui.

Molti commentatori ritengono che Trump abbia vinto perché è riuscito a catturare il voto della maggior parte della società bianca e impoverita, ma le sue promesse appunto rientrano unicamente nel gioco elettorale, insomma i suoi eccessi verranno normalizzati dalla macchina istituzionale, capace di possedere tutti gli anticorpi necessari perché il sistema tenga. E’ d’accordo? La pensa anche lei cosi?

Il voto a Trump sembra essere stato soprattutto una rivolta economica contro la disoccupazione e una rivolta ideologica contro la correttezza politica. Corteggiando le minoranze, i democratici clintoniani hanno gettato fortemente il sospetto su tutti i bianchi della classe operaia, maschi e eterosessuali, di essere gli oppressori, colpevoli di “odio”. La classe operaia bianca poteva sentirsi sia trascurata economicamente e che insultata psicologicamente. La sua promessa di creare posti di lavoro era il suo argomento più vincente. I suoi progetti infrastrutturali dovrebbero infatti essere in grado di creare posti di lavoro, ma è improbabile che sia in grado di invertire la tendenza verso la deindustrializzazione che ha di fatto chiuso molte fabbriche.

I primi contatti sembra averli avuti con la Russia di Putin e la Cina di Xi Jinping. E’ fiduciosa che venga istaurato un nuovo dialogo costruttivo per stabilire relazioni stabili con questi leader?

Io non sono sicura di niente. Ma questi incontri fanno nascere la speranza che gli Stati Uniti possano allontanarsi dalla loro automatica ostilità verso i “potenziali rivali” e cooperare nella costruzione di una struttura per la pacifica risoluzione dei conflitti.

Secondo alcuni analisti Donald Trump non si dimenticherà dei suoi oppositori politici, e in un certo senso la farà pagare a giornali, ong e grandi aziende, soprattutto del settore digitale che si sono opposte alla sua elezione. Da uomo pragmatico, pensa che agirà in questa maniera?

La prima cosa che ha fatto Trump è stata quella di rifiutare di portare avanti le indagini su Hillary Clinton, contraddicendo la sua replica durante un dibattito elettorale che lui l’ avrebbe mandata in galera. Alcuni dei suoi sostenitori lo criticano per essere troppo morbido con una donna che ritengono meriti ampiamente di essere perseguita. Dovrebbe essere chiaro che, come si suol dire, il suo abbaiare è peggio del suo morso. (Can che abbaia non morde, in italiano nel testo). Egli deve essere abbastanza pratico da rendersi conto che con tutti i nemici che ha, ha bisogno di essere prudente.

Premesso che non ha la palla di cristallo, Donald Trump secondo lei sarà portatore di una più grande instabilità internazionale? O il fatto che non sia un politico di mestiere è solo un bene?

La instabilità internazionale dipende molto di più da altri fattori che dal Presidente Americano, nonostante il fatto che negli ultimi dieci anni gran parte di quella instabilità internazionale è stata portata dagli sforzi degli Stati Uniti di imporre la propria volontà su situazioni complicate e ingestibili. Tali situazioni rimangono, ed è difficile immaginare come Trump possa fare di peggio. Se davvero abbandona il progetto neoconservatore di una incontrastata egemonia mondiale degli Stati Uniti e torna al tradizionale concetto di diritto internazionale della sovranità nazionale, potrebbe invece contribuire alla stabilità internazionale. Ma è troppo presto per fare serie previsioni.

Trump ha promesso che entro i primi cento giorni del suo mandato “cancellerà” l’accordo sul clima di Parigi siglato lo scorso dicembre e “bloccherà tutti i pagamenti fatti con soldi dei contribuenti americani ai programmi sul riscaldamento globale delle Nazioni Unite”. Non le fa paura un presidente che pensa che il riscaldamento climatico è uno scherzo cinese “creato da e per i cinesi con lo scopo di rendere poco competitivo il settore manifatturiero statunitense”?

Trump è perfettamente in grado di cambiare idea su questo, come su altre questioni, una volta che è alla Presidenza e ha un migliore accesso alle informazioni. Mi auguro che gli attivisti di sinistra siano preoccupati di prevenire la guerra, in particolare la guerra nucleare, come in questo momento lo sono per il cambiamento climatico. Le cause umane della guerra sono più ovvie rispetto alle cause umane dei cambiamenti climatici. Naturalmente, i modi di affrontare il cambiamento climatico devono essere chiariti per obiettivi di studio scientifico, e ogni governo deve avere a che fare con i fatti della natura. In ogni caso, i combustibili fossili devono essere eventualmente sostituiti. Il governo cinese ha fortemente investito in energia solare, per esempio. Le principali compagnie energetiche che si occupano di prodotti petroliferi sono anche coinvolte nello sviluppo delle energie rinnovabili, e la loro influenza è probabilmente maggiore di quella degli attivisti.
Non bisogna dimenticare che tutti gli altri problemi ambientali sono direttamente causati dalle attività umane, e devono essere affrontati.

Grazie della disponibilità, e la ringrazio anche di essere presente DOMENICA 11 dicembre 2016 a Roma, alla FIERA NAZIONALE DELLA PICCOLA E MEDIA EDITORIA” “PIÙ LIBRI PIÙ LIBERI” (Palazzo dei Congressi dell’Eur, p.le JF Kennedy, 1 – Sala Rubino, ore 11) assieme a Jean Bricmont (Università di Lovanio- Belgio) e Jean Toschi Marazzani Visconti (giornalista e saggista), per la presentazione del suo Hillary Clinton. Regina del caos (Zambon Editore).

:: Parla come mangi – Libri letti in lingua originale: Les racines du sang, Natacha Calestrémé (Éditions Albin Michel, 2016)

25 novembre 2016

9782226326096-jOggi vi parlo di un interessante polar che ho avuto modo di leggere in lingua originale, ancora inedito in Italia, di un autrice francese giunta al suo terzo romanzo in patria. Dopo Le testamente des Abeilles (2011), Le voile des apparences (2015) Natacha Calestrémé, sempre per Éditions Albin Michel, ha pubblicato quest’anno Les racines du sang, nuovo romanzo con Yoann Clivel.
Prima di parlarvi del libro vorrei parlarvi un po’ dell’autrice, nome che credo non dirà molto ai lettori italiani. Natacha Calestrémé, giornalista e documentarista molto sensibile ai temi della natura e dell’ecologia, oltre che autrice di romanzi, è nata a Bordeaux nel 1966. E’ membro della Société des Explorateurs Français e del JNE (journalistes écrivains pour la nature et écologie), oltre che autrice di ben 23 film documentari su temi di grande impatto sociale come il riscaldamento globale o il mondo della sanità, che ben dimostrano il suo rigore scientifico, che cerca di mantenere anche nei romanzi, per lo meno nell’ultimo Les racines du sang.
Insomma è un autrice impegnata nel sociale che cerca anche nei suoi romanzi di introdurre temi che facciano riflettere e sensibilizzino i suoi lettori. Il suo impegno è sincero, vissuto in prima persona e già questo basta per renderla simpatica, se si aggiunge anche il fatto che scrive bene, direi che i suoi libri meritano interesse.
Les racines du sang dunque è il suo terzo romanzo con protagonista Yoann Clivel, coraggioso poliziotto alle prese con un caso che coinvolge il mondo della sanità. L’indagine prende l’avvio con la morte di un certo Roger Bural, proprietario di un enorme laboratorio, ucciso in un parcheggio del 13° arrondissement, 102 rue Dunois, in un lago di sangue, sgozzato come un porco. Non è un caso isolato, successivamente vengono uccisi un farmacista e poi un medico.
Sembra che ci sia un serial killer che sgozza le vittime e mette loro sulle labbra dello zucchero e una rosa. Omicidi seriali, o vendetta? Tutti coloro che hanno causato la morte di una donna, morta in seguito alla somministrazione di una medicina sperimentale contro il diabete, medico, farmacista, analisti di laboratorio farmaceutico, che forniva il medicinale, tutti vengono sgozzati con lo stesso sistema e con il particolare dello zucchero che rimanda alla malattia.
Dopo un viaggio in Africa che si rivela inutile dove assiste alla morte per epidemia di Ebola di alcune persone Yoann Clivel ritorna e con l’aiuto dei suoi colleghi e di una giudice riesce finalmente a scoprire il nome dell’ assassino che non è mai sazio di vendetta.
Raccontato in prima persona dalla voce del protagonista, è un thriller psicologico di sicuro impatto, che tocca temi caldi della società e della sanità, con un certi spirito di denuncia, che rispecchia il carattere sanguigno dell’autrice, veramente sensibile a questi temi. Yoann Clivel è un bel personaggio, ben caratterizzato, insomma regge bene in una serie che dovrebbe portare a breve al quarto episodio. Chiudo la recensione con una speranza, che sia presto disponibile in traduzione anche da noi.

Natacha Calestrémé membre de la société des Explorateurs Français, membre des JNE, journaliste et réalisatrice, a démontré sa rigueur scientifique en réalisant 23 films documentaires diffusés en France et à l’étranger. Depuis mars 2016, elle présente « Sur les chemins de la santé » à découvrir sur INREES.TV.
En parallèle, son expertise liée aux sujets « surnaturels » lui a permis de réaliser les Enquêtes Extraordinaires pour M6. Elle a publié plusieurs essais et deux thrillers remarqués, Le Testament des abeilles et Le Voile des apparences, parus chez Albin Michel.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Aurore dell’Ufficio Stampa Michel Albin.

:: La quarta parete, Sorj Chalandon, (Keller editore, 2016) A cura di Viviana Filippini

25 novembre 2016
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Geroges è un giovane pronto a rompere gli schemi andando contro le istituzioni. Lui ama il teatro e condivide la sua passione con Samuel Akunis, un regista greco. I due, si sono conosciuti per caso in un’aula di università e sono i protagonisti de La quarta parete, romanzo di Sorj Chalandon, pubblicato da Keller editore. Georges ha bruciato la cartolina militare per non andare in guerra in Vietnam e, nella Parigi del 1968, ha preso in mano sbarre di ferro per tenere a bada gli studenti fascisti. Samuel ha origini ebraiche ed è fuggito dalla dittatura. La passione viscerale per il teatro è quella che induce i due a diventare inseparabili amici e a pensare di mettere in scena l’Antigone composta nel 1942 da Jeanne Anohuil. Il tutto non più nel teatro, ma fuori, nelle strade di Beirut tra anni Settanta e Ottanta. La proposta è un azzardo perché frantumerebbe la quarta parete che separa gli attori dalla realtà e obbligherebbe le tensioni politiche e belligeranti presenti a Beirut ad un pace forzata per il tempo della messa in scena dello spettacolo. Chi sono gli attori? Di certo, secondo le volontà della coppia Samuel Geroges, non professionisti, ma gente comune delle diverse culture (libanesi, israeliani, sciiti, drusi) in conflitto all’interno di Beirut. La quarta parete di Chlandon è un romanzo nel quale il confine tra l’azione del palcoscenico e la realtà diventa sempre più debole fino alla sua totale scomparsa. Ad un certo punto si ha come la sensazione che il teatro diventi la vita e la vita si trasformi in teatro, perché è come se i personaggi scendessero dal palco e iniziassero a vivere nella quotidianità di ogni giorno quello che avrebbero dovuto mettere in scena durante la messa in scena. Il nuovo lavoro di Chaladon dimostra come l’esperienza della guerra e della distruzione vissute da Georges sulla propria pelle, a Beirut, lo abbiano trasformato in modo irreparabile. Il trauma subìto e il senso di impotenza per non aver provato, ed essere riuscito, a fermare una strage nella quale sono morte persone innocenti, tra le quali bambini e suoi amici, minerà per sempre la sua stabilità mentale. Georges, una volta tornato a casa, a Parigi (siamo negli anni ’80), soffrirà di un costante tormento interiore che lo renderà incapace di ritrovare la pace e l’armonia con la moglie e con la figlia piccola. L’uomo sarà talmente disperato da avere improvvisi e incontrollabili scatti di rabbia e ira che getteranno nel panico lui, la moglie e la figlia. Georges, una volta perso per sempre l’amico Samuel, deciderà di farsi ricoverare in un centro per persone con disturbi mentali, ma una volta uscito, nonostante sembri stare bene, lui lascerà la famiglia e la Francia per portare a termine la messa in scena della tragedia richiestagli da Samuel. E questa volta tutto accadrà nella realtà. La quarta parete di Sorj Chalandon è il dramma di un uomo, Georges, disperato, impotente davanti alla morte e alla devastazione causate dalla guerra. Il protagonista con il suo agire incarna un sentimento universale che molti uomini hanno sperimentato nel corso della storia dell’umanità, a dimostrazione del fatto che il dolore e il male di vivere sono un valore planetario. Traduzione Silvia Turato.

Sorj Chalandon è nato nel 1952. È stato giornalista per Libération prima di passare a Le Canard Enchaîné. I suoi reportage sull’Irlanda del Nord e il processo di Klaus Barbie gli valsero il Prix Albert-Londres nel 1988. Tra i suoi romanzi precedenti Le petit Bonzi (2005), Une promesse (2006, PrixMèdicis), Il mio traditore (Mondadori 2009) e La Légende de nos pères (2009) tutti editi in Francia da Gasset. Le sue opere sono state tradotte in numerosi Paesi. Per Keller è uscito in Italia Chiederò perdono ai sogni.

Source: Keller editore inviato dall’editore.

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:: Sotto il velo, Takoua Ben Mohamed (Becco giallo, 2016) a cura di Elena Romanello

25 novembre 2016
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Un simbolo di oppressione, di intolleranza, di integralismo, di non voler accettare le leggi e le regole del Paese in cui ci si trova, di sessismo, di sessuofobia, di misoginia: queste sono alcune delle accuse rivolte al velo portato dalle donne di cultura musulmana.
Al di là della complessità di una società multietnica e delle difficoltà del ruolo della donna in una società machista, comunque articolato e complesso, si può cercare di capire qualcosa in più sul perché ci sono donne e ragazze colte e curiose che portano il velo non rinunciando a studio, lavoro e passioni personali sfogliando Sotto il velo di Takoua Ben Mohamed, una serie di vignette che sdrammatizzano stereotipi e luoghi comuni, prima pubblicate dall’autrice singolarmente e adesso raccolte in volume.
Protagonista è una ragazza di oggi, che ama la moda e divertirsi, ma che porta il velo e che nelle vignette racconta pregiudizi, critiche, da quelle degli occidentali che pensano sia una potenziale terrorista a quelle delle connazionali che la vedono troppo moderna, luoghi comuni, battute non proprio intelligenti che si è sentita fare e altre amenità.
Il risultato è esilarante, spassoso ma fa anche riflettere sulle difficoltà del vivere insieme, sul bisogno sempre e comunque di giudicare chi è percepito come diverso, sugli stereotipi a cui sono sottoposte, ovunque, le donne e le ragazze. Ma tra le pagine e le battute, alcune allucinanti (la Musulmania come Paese di provenienza della protagonista è da inquadrare…) emerge una ragazza di oggi, che vuole comunque vivere la sua vita, che vuole viverla in Italia, che vuole portare il velo senza rinunciare a sentirsi carina e alla moda, non rinunciando a divertirsi e perseguire degli obiettivi, in un periodo storico in cui crisi, razzismo e maschilismo sembrano essersi alleati per rendere la vita difficile alle donne che vorrebbero invece affermarsi, anche con un velo in testa.
Sotto il velo racconta la modernità di tante ragazze musulmane, oltre quello che in Occidente sembra una cosa insormontabile, e cioè l’obbligo a vestirsi in un certo modo (che poi ci sono tanti tipi di veli, come ci racconta l’autrice). Senz’altro è un libro in cui molte coetanee e compagne di religione di Takoua apprezzeranno, ma va letto anche dagli occidentali, da chi crede che il fumetto e le arti possono aiutare il dialogo e aprire nuovi orizzonti. Un libro per le donne di tutte le età e non solo, che usa lo strumento delle vignette, da sempre efficace, per raccontare, prendere in giro e far riflettere sull’oggi.

Takoua Ben Mohamed, Nata a Douz in Tunisia nel 1991, cresciuta a Roma, graphic journalist e sceneggiatrice, disegna e scrive storie vere a fumetti su tematiche sociali per la promozione del dialogo interculturale ed interreligioso. Diplomata all’Accademia di cinema d’animazione Nemo Academy of Digital Arts, di Firenze, studia giornalismo a Roma, autrice del catalogo Woman story, ha fondato l’associazione Il fumetto intercultura all’età di 14 anni. Ha ricevuto molti riconoscimenti tra i quali quello della Comunità tunisina a Roma e e quello della Repubblica Italiana, il Premio Prato Città Aperta; il Premio Speciale Moneygram Award 2016. Ha collaborato con Village Universel, Italianipiù e collabora con la redazione Rete Near Antidiscriminazione dell’Unar, Riccio Capriccio, Ana Lehti (Finlandia) e la produzione Fargo Enterainment.

Source: inviato dall’ editore al recensore, si ringrazia l’ufficio stampa di Becco Giallo, incontrato a Lucca Comics

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:: Che libri state leggendo?

24 novembre 2016

libriE’ una tradizione del Gruppo di Liberi di Scrivere chiedere ogni tanto: Che libri state leggendo? E così ho pensato perché non farlo anche sul blog? Con una rubrica da riproporre ogni mese. Sono molto curiosa di sapere quali libri state leggendo voi, nostri lettori. Voi che libri stiamo leggendo noi lo sapete, mi piacerebbere conoscere quali libri sono attualmente sul vostro comodino. Classici o ultime uscite, italiani o stranieri. Insomma partecipate numerosi, dite i vostri libri in lettura nei commenti, potrebbero diventare suggerimenti di lettura per gli altri. La lettura è l’unica malattia contagiosa senza controindicazioni.

:: Sporcizia, stupore e una pioggia di morte, Tommaso Galligani (Galassia arte, 2016), a cura di Micol Borzatta

23 novembre 2016

imagesFrancesco Caschi è un ricercatore universitario, appassionato di letteratura, specialmente se tratta di occulto o fantascientifica. Per questo, appena sente parlare dell’esistenza di un libro che contiene svariati racconti reali relativi a patti demoniaci, alieni, cacce all’uomo, decide che quel volume deve assolutamente essere suo.
Un manoscritto pulp che però fa gola a molte persone e Francesco purtroppo non è l’unico a conoscerne l’esistenza.
Inizia così un viaggio allucinante che porterà Francesco ad avere a che fare con la malavita, politici e partecipare anche a festini molto particolari.
Romanzo molto particolare, in perfetto stile Galligani, che crea un libro dentro al libro, portando il lettore in un mondo allucinogeno, ma anche reale.
Ogni racconto presentato, infatti, parte da un fatto reale che si può sentire quotidianamente accendendo la TV o la radio e viene sviluppato secondo la migliore scuola pulp stile Tarantino.
Lo stile narrativo è molto duro e crudo, in cui gli eventi vengono esasperati e portati all’eccesso, dove viene dato il peso maggiore alla violenza.
Secondo volume di una trilogia dedicata alla decadenza della società, Galligani sembra non voler tralasciare nemmeno il più piccolo e fetido particolare della rovina che il mondo sta vivendo.
Con un ritmo molto angosciante il lettore vivrà, per tutta la durata della lettura, in uno stato di terrore e orrore, dove un senso di claustrofobia stringerà il suo animo in una morsa gli ricorderà che purtroppo alla base di ogni storia c’è la realtà che viviamo quotidianamente, e la violenza è reale.

Tommaso Galligani nasce nel 1979.
Dopo essersi laureato in Giurisprudenza con una tesi in Storia del diritto penale, ha preso un master in Giornalismo.
Attualmente vive a Firenze dove scrive per l’Ansa.
Nel 2016 ha pubblicato il suo romanzo d’esordio Ricordami che devo ammazzarti. Sporcizia, stupore e una pioggia di morte è il suo secondo romanzo.

Source: ebook inviato dall’ autore.

:: E per Natale regalate un libro – 2016

21 novembre 2016

nataleCome l’anno scorso, in occasione del Natale, ho chiesto ai collaboratori di Liberi di Scrivere di elencarmi 5 libri da regalare in queste festività. Qui di seguito alcuni consigli, in parte aggiornati anche con le più recenti novità, ma ci sono anche numerosi classici. Nella mia lista ho scelto 5 libri di quelli comprati in questi giorni. Consiglio comq di vedere anche le scorse stagioni della rubrica, troverete sicuramente consigli adatti ad ogni occasione. Seguiteci, che man mano aggiorno il post.

Questi sono i miei:

Racconti del jazz, Francis Scott Fitzgerald, Mondadori 1999, Traduttori: Giorgio Monicelli, Bruno Oddera
Genius, Andrew Scott Berg Elliot editioni 2016, Traduzione di Monica Capuani
Strane lealtà, William McIlvanney, Feltrinelli 2016, Traduzione di Alfredo Colitto
Il mio angelo ha le ali nere, Elliott Chaze, Mattioli 1885 2016, Traduzione di Nicola Manuppelli
On writing, autobiografia di un mestiere, Stephen King, Frassinelli 2015, Traduzione Giovanni Arduino

Irma Loredana Galgano

Giorgio Glaviano “Sbirritudine” Rizzoli
Carlo Petrini “Buono Giusto Pulito” Slow Food- Giunti
L.K. Brass “I mercanti dell’Apocalisse” Giunti
Roberto Corradi “Manuale distruzione” Sperling Kupfer
Daniele Autieri “I giorni della cagna. La presa di Roma” Rizzoli

Maria Anna Cingolo

-“Se una notte d’inverno un viaggiatore“, Italo Calvino
-“La via del male“, Robert Galbraith
-“Una stanza tutta per sé“, Virginia Woolf
-“Il porto proibito“, Teresa Radice e Stefano Turconi
-“Uomini e topi“, John Steinbeck

Viviana Filippini

– La trilogia di Kent Haruf (cofanetto),
Furore di Steinbeck
Fiabe islandesi ed iperborea
Olga di carta della Gnone
Anna Edes, Dezso Kosztolànyi, ed, Anfora.

Elena Romanello

Kobane calling di Zerocalcare
Victoriana di Franco Pezzini
Solo per sempre tua di Louise O’Neill
I grandi romanzi di Wilkie Colllins
La principessa nel bosco di Neil Gaiman

Federica Belleri

Come bestie ferite, di Luca Bonzano
Il mandarino meraviglioso, di Asli Erdoğan
Spaghetti Paradiso, di Nicky Persico
Il prigioniero della notte, di Federico Inverni
Bianca da morire, di Elena Mearini

Daniela Distefano

Lettere dal confino di Leone Ginsburg;
Quaderni del carcere di Antonio Gramsci;
I racconti di Italo Calvino.
Il Vangelo secondo Giovanni;
Il Diavolo  e la signorina Prym di Paulo Coelho

Lorenzo Mazzoni

La fortuna ti sorride, Adam Johnson (Marsilio);
London Orbital, Iain Sinclair (Il Saggiatore);
Appunti da un bordello turco, Philip O Ceallaigh (Racconti Edizioni); Warlock, Oakley Hall (Edizioni SUR);
Il simpatizzante, Viet Thanh Nguy (Neri Pozza)

Lucilla Parisi

Una moglie a Parigi – Paula McLain (Neri Pozza)
A sud del confine, a ovest del sole – Haruki Murakami (Einaudi)
Odio sentirmi una vittima – Susan Sontag (Il Saggiatore)
M Train – Patti Smith (Bompiani)
La mia vita con Picasso – Francoise Gilot e Carlton Lake (Donzelli)

Micol Borzatta

Shantaram” – Gregory David Roberts (Neri Pozza)
Ninfee nere” – Michel Bussi (E/O)
La donna della cabina numero 10” – Ruth Ware (Corbaccio)
Una presenza in quella casa” – Paige McKenzie (Giunti)
Il risveglio di Sunshine” – Paige McKenzie (Giunti)

Diego Di Dio

Il Buio Dentro (Antonio Lanzetta)
La mappa della città morta (Stefano Santarsiere)
Neve, cane, piede (Claudio Morandini)
La collera di Napoli (Diego Lama)
Dylan Dog- dopo un lungo silenzio (Tiziano Sclavi)

Giulia Gabrielli

Il viaggio di Elisabet, Jostein Gaarder : per primo, assolutamente, è la cosa più natalizia che conosco e la più tenera
Annientamento, Jeff VanderMeer : è il libro che ho ricevuto io lo scorso natale e uno di quelli che ho più apprezzato quest’anno
Bone, Jeff Smith : altro regalo di natale, ma di un paio di anni fa. Un fantasy dal tratto dolce e morbido, adattissimo alle festività
Lo Hobbit, J.R.R. Tolkien : perché non si possono passare le feste senza un po’ di Tolkien
Un pacifico matrimonio, Doris Lessing : profondo e riflessivo, questo è da leggere in un momento in cui gli si può dedicare molto del proprio tempo.

Giovanni Choukhadarian

Mario Baudino, Lo sguardo della farfalla, Bompiani
Alessandro Zaccuri, Lo spregio, Marsilio
Quello enorme che ha vinto lo Strega, che è un gioiello
Piersandro Pallavicini, ibidem, Feltrinelli
Amleto da Silva, Degenerati, LiberAria Editrice

:: Ghiaccio solitario, Daniela Distefano

20 novembre 2016

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Il trentuno agosto del 1997 moriva in un incidente stradale la principessa Diana Spencer.
Aveva trentasei anni, e li portava divinamente.
Ricordo quella data perché era un giorno speciale anche per Lui e per Lei.
Nel pomeriggio di quell’estate, lenta come un brodo evaporato, Lui era andato in tabaccheria per le solite sigarette e mentine.
Pagò con una banconota da cinquemila lire ed ebbe come resto solo mille lire maltrattate.
Su di esse vi era una frase scritta che attirò la sua attenzione, distratto da tutto il resto: << Se c’è una cosa che amo di te è tutto.>>
Sotto, vicino alla filigrana, un numero di telefono.
“Ah”, si disse, “Non ci casco. Troppo facile, troppo strano, troppo rischioso, troppo stupido.”
Ma chiamò. Rispose una vocina spaurita.
Era un telefono di casa perché allora i cellulari erano solo di proprietà dei paperoni, e Lui era una formica, lo era sempre stato, mentre Lei era una cicala senza fortune.
La conversazione durò qualche istante, il tempo di sentire le lamentele della donnina alla cornetta che sbuffava: “Se scopro chi mi ha tirato questo brutto scherzo, giuro che lo falcio!
Mi arrivano telefonate da ogni angolo d’Italia, mi vogliono conoscere, vogliono sapere se sono uomo, donna o transgender! Perdonami , ma devo riattaccare, non so nemmeno se sei un serial killer o un agente segreto delle Poste Italiane.”
Passò del tempo, non so quanto, anni perché Lui nel frattempo si era sposato, Lei era andata a convivere con un odontoiatra e si era laureata, si erano dati entrambi una mossa per approdare ad una condizione vitale di soddisfacente intelaiatura. Arrivarono il successo, coltivato da tutti e due con modestia, e poi la delusione che arriva sempre intorno ai quarant’anni: “ Potevo diventare.. e invece”; “potevo ottenere, ma”; “potevo .. ma non posso più.”
Lei era più portata per le lagne sentimentali, Lui per quelle esistenziali, però avevano entrambi un reddito e tasse da pagare, erano persone adulte e non destavano il sospetto della condivisa infelicità.
L’Europa era una chimera a portata di sogno, Lui aveva a riguardo una propria convinzione che esternava ai colleghi del Centro Studi dove lavorava.
“Vedi, Luca, dobbiamo far diventare l’Europa come una cassettiera.”
Luca guardava con l’occhio in tralice.
“Sì, hai capito bene. Una cassettiera. Ci sono i muri che s’ innalzano e dividono, e su questo non occorre aggiungere altro, sappiamo a cosa abbiamo rinunciato nell’erigerli.
Ma la cassettiera è una metafora azzeccata. E’alta, imponente come un muro, protettiva, unica, ma contiene cassetti che si aprono e chiudono a volere.
Ognuno dei cassetti mantiene la propria integrità, ciascuno fa parte di una cosa più grande che non è invasiva, il cassetto è dentro e insieme separato.
Ora immagina un’Europa sola, unita, che contiene la supervisione di ogni stato membro.
Lo protegge, lo conserva, non si carica del suo contenuto se non per volere del bisogno.
Tanti cassetti, tanti stati, tante lingue, un unico progetto eccetera eccetera…”
Bella metafora la cassettiera Europa, suona anche bene, chissà se quelli dell’Ikea ne progetteranno mai una di simile potenza evocativa.

Pre-Vigilia di Natale

Lui era tornato prima da lavoro, si era intrufolato in un maglione a collo alto che lo faceva very cool ed era uscito per le compere natalizie. Il manto solare lo proteggeva dalle raffiche di vento che strapazzavano i suoi grigi capelli.
Prima dello shopping sfiancante, doveva fare un salto in banca per cambiare un assegno. Ed ecco la parabola della << serendipità>> protesa a fargli uno sgambetto del destino. Indovinate chi era seduta dietro lo sportello bancario? Una bancaria, certo, ma chi lo sapete già. Era Lei. Lui non lo sapeva ancora, era in subbuglio, voleva immergersi nella folla di un centro commerciale, aspettava quel momento da giorni per lasciarsi alle spalle il silenzio dell’ufficio, la ciabatta spenta di fronte al televisore muto, il cane dondolante davanti alla porta, voleva respirare l’aria malsana di un horror vacui umano.
In banca c’era da aspettare un po’, era penultimo nella fila. Un crocchio di gente aveva cominciato a parlottare, ogni tanto i suoi sguardi si incrociavano con quelli nocciola di Lei, cenni di sopportazione per l’attesa.
Poi il suo turno.
“Ecco le mie generalità, ecco l’assegno da cambiare.”
“Ecco il suo contante, tutto in euro, buon Natale e felice anno nuovo.”
“Grazie, certo però che preferivo la lira, questo euro qua non mi convince ancora molto, ma per l’Europa è una necessità (e pensava al discorso con Luca sulla Cassettiera –Europa).”
“Sì, forse ha ragione, ma io con la lira ho avuto, come dire, una cattiva esperienza e non mi riferisco solo al fatto che mancasse un giorno sì e uno no nel mio portafogli!
Molti anni fa, un amico arrabbiato con me, per vendicarsi, scrisse il mio numero di telefono su una banconota da mille lire, accompagnata da una frase melensa che non ricordo più.”
“Era, per caso, << Se c’è una cosa che amo di te è tutto?>>”.
Finì come potete immaginare, Lui cominciò a guardare più attentamente la sua interlocutrice, la vivisezionò con lo sguardo mentre le mostrava la banconota famosa che conservava ancora come amuleto.
Anche Lei non si sottrasse alla danza dell’amore, degli sguardi fuggitivi, della passione che nasce da una morbida candela.
Si erano ritrovati senza essersi mai incontrati prima. Tutto il resto erano solo dettagli, tutto il resto era un mondo che non aveva alcun senso perché questo c’era solo se esisteva Lui per Lei e Lei per Lui.
Partì immediatamente un sottofondo melodioso, si vedevano già abbracciati, avvinti, rivoluzionari delle loro vite. In breve, iniziò una relazione destinata a nutrirsi di sotterfugi.
Ora , come ho già accennato, sia Lui che Lei erano a quel tempo legati ad altri e formavano così un rettangolo più che un triangolo. Come liberarsi di questi legami oramai obsoleti?
Il compagno di Lei aveva notato il mutamento repentino nelle pupille della sua amata, ma era un soggetto troppo debole per poter arrestare in tempo l’emorragia dei suoi sentimenti per l’altro.
“Non è più la stessa” – si diceva il tradito, ma poi pensava: “Sarà perché non riusciamo ad avere figli.”
Vivevano così accampati dentro una tenda lussuriosa:
“Amore – diceva l’uno all’altra nel pieno della tormenta – “vorrei morire piuttosto che veder passare via questo momento.”
Il mezzo più idoneo per comunicare si rivelò quello virtuale, i telefonini però potevano essere pericolosi. In genere, la sera, dopo cena, Lui le mandava una mail perlustrativa, Lei rispondeva con calma, scriveva con ancora più lentezza e poi ‘bruciava’ via la prova nel cestino.
Tutto procedeva come in un orologio ben congegnato.
Le scuse per riuscire a vedersi una volta al mese, i mozziconi telefonici, le mail da decifrare, era un adulterio ben pianificato, ma del resto i sospetti erano ben pochi. Nessuno dei due aveva alle spalle un’unione felice, erano famiglie a metà, col sogno di cambiare vita chissà per quale gioco del fato.
Il deus ex machina li aveva fatti incontrare, lo aspettavano da tempo, era scritto nella loro carta astrale.
Lei era un tipo piuttosto quadrato, del resto lavorava in una banca mica nel circo Orfei, però nutriva un certo interesse nei confronti di tutto quello che è paranormale; sentiva, intercettava come un’antenna l’umore, le perturbazioni degli altri esseri umani. Sapeva leggere un tema natale con tutto quel giramento di segni e pianeti. Sapeva pure come leggere la mano e le carte.
Per esempio, con le carte da gioco siciliane riusciva a interpretare il presente e il futuro immediato di una situazione.
Quella sera non c’era niente di speciale in tv, non le andava di andare da nessuna parte, era stanca però si sarebbe sciolta volentieri tra le braccia dell’amante. Era sola in casa, il telefono squillò mentre lei faceva il bagno, non poté rispondere, non se ne rammaricò. Era di sicuro qualche scocciatore.
Uscì ancora bollente dall’acqua, si sdraiò sul letto, accese il computer.
Il convivente era via per qualche giorno, e anche il suo Lui non c’era.
Era in montagna con la sua famiglia, lo aveva scritto in una mail molto malinconica. Ma Lei non era triste, anzi, sperava di poter restare un po’ di tempo da sola con se stessa. Ne aveva bisogno, doveva mettere in ordine i propri pensieri come si fa con le mensole piene di libri.
Prima di tuffarsi nel mondo del proprio io, decise di interpellare le carte per vedere se il suo Lui le era fedele o se c’era sua moglie a ingombrarle il cuore.
Il solitario risultò alquanto criptico. <>, cattivo presagio, lei sorrise.
“Sarà caduto con gli sci!”, cominciò a ridere forte, “Donna di spade, eh”.
Lo ripeté due volte, alla terza volta stramazzò al suolo come un pachiderma abbattuto.
Vana la corsa in ospedale, il convivente – tornato all’improvviso – l’aveva trovata ormai priva di vita. Non si pensò ad un malore,
qualcuno l’aveva colpita alla nuca mentre faceva un innocuo solitario una sera qualunque di questo oscuro mondo.
Le indagini cominciarono nel buio più pesto. Mancavano all’appello l’assassino, l’arma e il movente. Gli inquirenti appresero dalla lettura della posta elettronica che Lei e Lui erano stati piuttosto intimi, le mail erano state tutte cestinate, tranne una.
L’odontoiatra era quasi impazzito dal dolore, una tragedia dopo l’altra e poi tutte insieme.
Adesso pure gli occhi della polizia su di lui, un probabile assassino per impeto di gelosia.
Si cercò dappertutto l’arma del delitto, ma quella ce l’ho ancora io, è qui con me. E ho con me anche l’alibi se mai dovessero puntare l’obiettivo su una povera inerme moglie che ha sopportato dieci anni di corna e venti di matrimonio fallito alle spalle.
Voleva lasciarmi, quella gita in montagna era solo un palliativo, un addio e non l’ho bevuta.
L’ho seguito, pensavo stesse andando da Lei, sapevo tutto, e invece la sua coscienza di lavoratore indefesso lo ha portato all’ufficio del Centro studi. Lui era lì, io ero nascosta da Lei.
Era bella Lei, ma forse era più un tipo, insomma, di quelle che senza trucco sono piuttosto scialbe, o perlomeno così mi è parsa guardandola mentre si trastullava facendo un idiota solitario.
Io non la odiavo, ma odio le donne. Sono tutte sanguisughe, eravamo diverse cinquant’anni fa, volevamo la parità, ora invece siamo ritornate al punto di partenza, all’origine di tutto, all’uomo-padrone.
Bene, adesso che ho cancellato ogni prova mi sento più energica di prima, scriverò un libro, piangerò per la liberazione, darò l’acqua alle piante.
Già, l’acqua può essere vita e può essere morte.
Come l’essere umano può mutare pelle e divenire bestia, l’acqua divenendo ghiaccio può ferire, può … sì, può uccidere, basta un colpo ben assestato, povera Lei.
Ma è morta felice, non era solitaria.
“Commissario, gradisce l’aperitivo liscio o con un po’ di ghiaccio?”

Daniela Distefano è nata a Catania il 18/12/1976, è giornalista pubblicista dal 2008 e scrive recensioni di libri per il quotidiano “La Sicilia” dal 2007. E’ amante della musica, del Natale, del Vangelo, dei buoni pensieri. Vive a Paternò, ma viaggia spesso col suo Clavilegno un po’ in Occidente,  un po’ in Holy Land.

:: Jerry Frost, Francis Scott Fitzgerald – cura e traduzione di Nicola Manuppelli (Aliberti compagnia editoriale, collana Colibrì, 2016) a cura di Maria Anna Cingolo

19 novembre 2016
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Al nome di Francis Scott Fitzgerald solitamente vengono associati grandi titoli come “Belli e Dannati”, “Tenera è la notte”, “Racconti dell’età del jazz” e in primis, soprattutto dopo l’ultimo successo cinematografico, “Il grande Gasby”. Invece, Aliberti compagnia editoriale ha deciso di recuperare per il suo pubblico una perla pressoché sconosciuta in Italia e che dal 4 novembre potete trovare sullo scaffale della vostra libreria preferita: “Jerry Frost”.
Si tratta di una commedia in tre atti pubblicata nel 1923 con il titolo  “The vegetable or From President to Postman”; il protagonista, Jerry, è un uomo qualunque che sognava di diventare presidente degli Stati Uniti d’America oppure un postino e che, invece, nella vita lavora infelicemente per le ferrovie.

“Cli-in-ng! Cli-in-ng! Cli-in-ng! Campanello di casa! Poi la porta si spalanca, e una dozzina di uomini corrono nella stanza. In testa c’è il signor Jones, un politico.

SIGNOR JONES: (avvicinandosi a Jerry) Lei è il signor Jeremiah Frost?
JERRY: (terrorizzato) Sì.
SIGNOR JONES: Sono il signor Jones, il noto politico. Sono stato incaricato di comunicarle che alla prima votazione le è stata conferita all’unanimità la nomination repubblicana per diventare Presidente degli Stati Uniti.

Applausi scatenati provenienti da dentro e fuori, e di nuovo il battere della grancassa. Jerry stringe la mano al signor Jones, ma Pesce, seduto in silenzio, non si cura di quanto sta accadendo; pare non vedere né sentire la scena che gli si sta svolgendo davanti.

JERRY: (al signor Jones): Perbacco! Pensavo che fosse un ispettore fiscale.

In mezzo a una raffica ancora più forte di ovazioni, Jerry viene sollevato in spalla dalla folla e trasportato con entusiasmo fuori dalla porta. “ (pag. 60)

Jerry Frost è considerato dalla sua famiglia un uomo incompetente e mediocre e lo è per davvero; per questo quando immagina di essere diventato il presidente del Paese più potente del mondo, lo scenario diviene ridicolo e surreale. Infatti, Jerry non è in grado di governare, perde tempo in frivolezze, si fa ingannare e rende Ministro del tesoro suo padre Dada, un vecchio sordo, pazzo e malamente fissato con la Bibbia. Dietro gag inverosimili e divertenti, si nasconde l’amarezza di una critica sociale acuta e brillante; l’autore mette alla berlina il presidente, l’esercito, le alleanze e ogni gioco di potere, mostrando in modo grottesco il teatro della politica e tutti i pericoli che in esso vanno in scena. In queste pagine viene deriso in particolar modo il carattere puritano della società americana, la necessità di apparire sempre ben educati, puliti dentro ma soprattutto fuori, l’ambizione a coprire un ruolo rispettoso nella vita cittadina, l’aspirazione a un buon matrimonio, insomma, questa commedia canzona tutti i dictat della più provinciale mentalità americana. L’ultimo atto, però, è più positivo e ci ricorda di non dare per scontati gli affetti e che ognuno può trovare il suo vero posto nel mondo se solo riesce ad essere sé stesso, anche se un semplice postino.
Sebbene Fitzgerald scriva durante gli anni ’20, le riflessioni che propone rimangono estremamente attuali perché leggere questo testo teatrale dopo le recenti elezioni presidenziali degli U.S. A., a dire la verità, è totalmente suggestivo e fa paura. Forse l’autore, tra i più stimati della letteratura americana, non immaginava che le sue parole potessero un giorno trovare totale riscontro nella realtà, visto chi è oggi l’inquilino della Casa Bianca. Traduzione di Nicola Manuppelli.

Francis Scott Fitzgerald: (Saint Paul, 1896- Hollywood 1940) Viene considerato il più importante scrittore della cosiddetta “Età del jazz” e tra i giganti della letteratura americana. Alcune delle sue opere, come “Belli e Dannati”, “Il grande Gasby” e “Tenera è la notte”, oggi sono longseller e regalano al lettore un affresco vivo della società americana tra le due grandi guerre mondiali.

Nicola Manuppelli è nato a Vizzolo Predabissi nel 1977. Scrive, traduce, cura, scopre e “importa” autori americani e irlandesi (fra i quali Andre Dubus, Charles Baxter, Jane Urquhart, Roger Rosenblatt, A.B. Guthrie, Sara Taylor, Gina Berriault). Collabora, fra gli altri, con Mattioli, Minimum Fax, Nutrimenti, Fazi, Clichy, Aliberti.
Suoi articoli sono apparsi su Chicago Quarterly, Numéro, D di Repubblica, Satisfiction, Il Primo Amore, Wuz.
Diversi suoi racconti sono inseriti in antologie italiane e americane. Esordisce come romanziere nel 2014 con “Bowling” (Barney Edizioni). Dello stesso anno la prima biografia italiana di Alice Munro, “La fessura”, pubblicata da Barbera Editore.
È il biografo ufficiale dello scrittore americano Chuck Kinder.

Source: ebook inviato dalla casa editrice al recensore. Si ringrazia Lucrezia dell’ Ufficio Stampa Aliberti Compagnia Editoriale

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Don Ciccio medico, una strada infestata di briganti, l’onore e un sacchetto d’oro, Giulietta Iannone

19 novembre 2016

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Don Ciccio Morrone, questo era il suo nome, era medico. Viveva a Crotone sul mare ed era originario di Isola di Capo Rizzuto. Proveniva da una famiglia illustre, tutti medici e farmacisti, e poteva vantare in goppa all’albero genealogico nientepopodimeno che un papa, e un papa di temperamento, quello del gran rifiuto di dantesca memoria.
Don Ciccio era un buon medico, di quelli che tengono la vocazione, ed essendo la sua fama emigrata dalla terra calabra fino alle pendici del Vesuvio, capitò che Franceschiello O’ Re lo volle tra i luminari e i cerusici di rango che si riunivano a consulto al suo fregiato e blasonato capezzale.
Don Ciccio, rustico di modi e non incline all’aria malsana di corte, si trovò tra l’incudine e il martello, ma che si può fare se O’ Re chiama, il suddito risponde.
Così, bardata la carrozza per un viaggio scomodo e polveroso, si incamminò scuro in volto per quella bella strada che da Crotone porta a Napoli. Durante il viaggio accidentato, allintrasatta,[1] in prossimità di un bosco, zio Ciccio incontrò un brigante con lo schioppo ‘mbraschatu[2] e che puzzava come un ‘zzimmaru[3]. A quel tempo erano frequenti i briganti sulle strade, mica come oggi, che sono tutti riuniti in parlamento.
Il brigante, di origini sanniche, povero contadino datosi al brigantaggio in seguito alla miseria del popolo meridionale al bivio della storia tra Borboni e Savoia, fece scendere Don Ciccio allicchettatu[4] con il suo giustacuore di velluto verde bottiglia dalla carrozza con il ghigno pauroso di un uomo disperato abituato ad andare per le spicce.
Oh dottò tengo prescia, o compare è ferito. Un pallettone degli birri gli ha fracassato un osso e ora butta sangue come una fontana. Lei è medico, lo curi”.
Don Ciccio non fece obbiezioni, si grattò la bbarva[5] cespugliosa e fissando lo schioppo spianato verso la di lui persona annuì.
Mi porti dal ferito” ordinò con burbera tristezza.
Fu portato nel covo dei briganti, nel cuore del bosco, e fu portato davanti al ferito pallido ed emaciato.
“Se muore, lo segue dottò” tuonò il buon uomo in ansia per il congiunto, che per la cronaca era anche suo fratello.
Don Ciccio domestico a trattare con principi, re e baroni, non fece una piega e medicò il meschino, era pur sempre una creatura di Dio, sebbene tra le pecorelle il suo manto fosse proprio nero assai.
Soddisfatti del lavoro i briganti si misero a consulto. Che farne ora del dottore? Abbisognava bastiunarlo[6] o dargli un premio?
Presero un sacchetto di monete d’oro e accompagnando don Ciccio alla carrozza glielo diedero con imbarazzata gratitudine.
Don Ciccio scrollò il capo.
Io non tocco quest’oro macchiato di sangue”.
A questo punto apro una parentesi per dire che ci sono voci contraddittorie tra i solerti narratori di questo aneddoto sulle parole precise di questo rifiuto. Ma in famiglia erano specialisti nei rifiuti, da Celestino V in poi, per cui è anche possibile che avesse detto:
Non voglio il vostro oro, sono medico e mio dovere è curare la gente. Non sono né un prete né un gendarme. Non è mio compito giudicare la gente”.
Sta di fatto che il brigante sgomento ripeté l’offerta.
Questo oro vi appartiene, non mi stiate a scontentà”.
A questo punto, e mi sembra strano perché don Ciccio era uomo di poche parole, e poi con un bandito armato certo non si perde tempo a fare conversazione, ma sembra che i due avessero iniziato a discorrere d’onore.
Non posso accettarlo, è una questione d’onore”.
Onore” disse il brigante e sputò per terra “ l’onore nu saccio coss ’è “, badate bene si stava infervorando quindi i toni della sua voce si fecero più acuti “con l’onore non ci sfamo i miei figli”.
L’onore, figlio mio” scusate il paternalismo ma a quei tempi si usava e forse don Ciccio era molto vecchio o il brigante molto giovane “è quella cosa senza la quale un uomo è caddhozzulu[7] “ disse don Ciccio e salì in carrozza.
Napoli lo aspettava e pericoli ben più gravi di quelli che correva tra quelle anime semplici.
Da quel giorno don Ciccio ebbe altre volte la ventura di passare in carrozza per quella malfamata strada infestata di briganti, vuoi che O Re avesse un’ infreddatura, un capogiro, o gli prudessero le uallere, ma comunque da quel giorno la sua vettura fu onorata ovunque di un salvacondotto e anzi i briganti gli facevano da scorta onde non incontrasse impigli o perigli.
Capitò che un brigante un po’ miope lo fermò un’ altra sola volta ma riconosciutolo, perché ormai la sua fama era enorme tra la Aspromonte e il Sannio, si tolse tanto di cappello e rise:
Facite passà è lo galantuomo”.

[1] All’improvviso
[2] Sporco
[3] caprone
[4] elegante
[5] barba
[6] bastonarlo
[7] cacca di capra

Giulietta Iannone è nata a Milano nel 1969. Dopo la Laurea in Scienze Politiche, indirizzo Internazionale, con tesi di ricerca in Storia Moderna e Contemporanea dell’ Asia, ha collaborato alla stesura dei testi di carattere storico e antropologico del libro fotografico “Time Stamps: The Forgotten China” (Restless Travellers Publishing, 2009). Gestisce l’archivio storico delle foto scattate in Cina, Corea e Giappone dal 1900 al 1905 del fotografo Luigi Piovano. Ideatrice, co-fondatrice e dal 2007 Editor-in-Chief del blog letterario Liberi di scrivere.