Archivio dell'autore

:: Tolkien, Stephen King, e altro ancora al Salone del Libro di Torino 2017, a cura di Elena Romanello

17 marzo 2017

log

Il programma del Salone del libro di Torino 2017 verrà svelato nella sua interezza a fine aprile, ma ci sono già diverse anticipazioni per un evento che farà di Torino la capitale del libro dal 18 al 22 maggio.
Il tema quest’anno sarà Oltre il confine, con tanto di logo realizzato da Gipi, con quindi come argomento incontri, scontri, confronti tra culture. La Regione ospite è la Toscana, sede di vari festival letterari in partner con il Salone, mentre il Paese di quest’anno sarà gli Stati Uniti, luogo dalla doppia faccia, a un lato il Nobel a Bob Dylan dall’altro l’elezione dell’ultra reazionario Donald Trump. All’interno del Salone sono confermati il Bookstock Village, l’angolo sul cibo a cura di Slow Food, l’iniziativa Adotta uno scrittore, il concorso Lingua Madre. Più del 90 per cento degli editori dell’anno scorso hanno confermato la loro presenza, ci saranno new entry, non solo nell’Incubatore, senza contare le tariffe agevolate per chi proviene dalle zone del terremoto.
Le prime grosse notizie riguardo alle iniziative in programma riguardano due giganti dell’immaginario fantastico, Stephen King e J.R. Tolkien. Per entrambi il 2017 rappresenta un anno di celebrazioni, Stephen King festeggia infatti il suo settantesimo compleanno a settembre, mentre per Tolkien quest’anno rappresenta il centoventicinquesimo anniversario della nascita e ottant’anni dalla prima uscita de L’hobbit. Entrambi sono diventati un fenomeno letterario e di costume, grazie a film, ma anche a newsgroup, mailing list, forum, webzine, promuovono costantemente l’organizzazione di incontri, seminari, mostre, raduni, feste, cosplay.
Il tributo ai due maestri saranno anche a cura dei fandom degli scrittori, come il raduno europeo dei seguaci di Tolkien la sera del 20 maggio al Borgo medievale, con una festa in costume con concerto di Arturo Stalteri con musiche ispirate al Signore degli anelli. Sempre il 20 maggio alle 18 e 30 Loredana Lipperini curerà uno speciale in collaborazione con l’Associazione Italiana Studi Tolkieniani, mentre Tolkien sarà di scena con una lectio magistralis di Wu Ming 4 Aspettando Beren e Luthien – Donne, dame ed eroine nel mondo di J.R.R.Tolkien, con l’intervento del presidente Aist, Roberto Arduini, una mostra di illustratori italiani in tema al Salone Off e la presenza dei cosplayer tolkeniani, su iniziativa di Torino Comics e della Cospa Family, all’interno dei padiglioni del Lingotto.
Per quello che riguarda Stephen King, altro autore che ha appassionato generazioni con i suoi libri fantastici ma che raccontano anche tanto la realtà a stelle e strisce con le sue contraddizioni, è previsto un lungo omaggio il 19 maggio dalle 18 alle 20 con Giovanni Arduino, scrittore, traduttore e profondissimo conoscitore di King, e Loredana Lipperini, arricchito da testimonianze, musiche, filmati, fumetti, fan scatenati, cosplayer in tema, apparizioni a sorpresa e, a a partire dalle 19 la lettura delle pagine più amate dei suoi libri ad opera di scrittori famosi. Una prova fondamentale di come la cultura nerd sia ormai parte fondante della cultura tout court.

:: Il pastore d’Islanda, Gunnar Gunnarsson, (Iperborea, 2016) a cura di Viviana Filippini

17 marzo 2017
past

Clicca sulla cover per l’acquisto

Benedikt è un buon pastore e come tale, ogni prima domenica di Avvento, per lui è l’occasione giusta per andare alla ricerca delle pecorelle smarrite. L’uomo è il protagonista de Il pastore d’Islanda un racconto lungo, o romanzo breve, di Gunnar Gunnarsson, pubblicato in Italia da Iperborea. Quello che colpisce di questa storia è il fatto che Benedikt, da anni e sempre prima di Natale, decida di sfidare il gelo, la neve e le intemperie per addentrarsi nella terra islandese e salvare animali sperduti. Il pastore è solo nella sua ricerca, o meglio, accanto a lui non ci sono uomini, ma il fedele cane Leon e il possente montone Roccia.  Il gruppo, da tutti soprannominato “la Trinità”, parte in barba ai pericoli che il temibile e terribile inverno può scatenare.  Attorno a loro la candida neve cancella e ovatta tutto, mettendo a dura prova la missione che Benedikt deve portare a termine – salvare le pecorelle smarrite- e l’incolumità sua e dei suoi compagni di avventura. La storia del pastore Benedikt, protagonista del Pastore d’Islanda, ha in sé un fascino fiabesco che porta a interpretazioni diverse. Prendendo in considerazione la vicenda del pastore e mettendola in relazione con la prospettiva cattolico cristiana, il protagonista di questa storia che va alla ricerca delle pecorelle perdute, mettendo a repentaglio la propria vita pur di salvarle, ha un netto ed esplicito richiamo alla figura di Gesù. Come il Cristo, il pastore d’Islanda, è l’uomo dal cuore nobile pronto al sacrificio di sé per il bene altrui. Dal mio punto di vista però la storia del buon pastore Benedikt può essere spogliata dall’abito religioso per una visione naturalistica che mi ha ricordato molto la figura dello scrittore, poeta e filosofo americano Henry David Thureau, per il quale la Natura era un vero e proprio strumento intimo filosofico capace di donare benessere ed equilibrio esistenziale. Non a caso Benedikt ha pochi contatti con i suoi simili e quando si trova con gli altri uomini cerca sempre di isolarsi o di scovare un proprio “angolino” per recuperare il giusto equilibrio interiore.  Il pastore d’Islanda si trasforma in modo completo, diventando un uomo vivo, eroico e dinamico, nel momento in cui è a diretto contatto con i suoi amici animali e con il mondo della Natura pura. Benedikt parla con le piante e con gli animali come se fossero delle persone, anzi come se fossero la sua vera famiglia, nella quale lui si sente a suo agio, perché sa di trovare in essa l’amore completo. A Benedikt non importa se la Natura si comporta da Madre e da Matrigna, perché per lui sarà sempre la dimensione ideale nella quale trovare la propria pace esistenziale. Ad un certo punto l’uomo, ormai diventato troppo vecchio e acciaccato per compiere la sua impresa salvifica, dovrà rinunciare a fare il suo lavoro, lasciandolo in eredità ad un altro Benedikt, molto più giovane e questo non farà alto che lasciare nel Pastore d’Islanda di Gunnarsson un po’ di amara sofferenza per l’impossibilità di vivere ancora a diretto contatto con la natura Madre di ogni cosa. Traduzione di Maria Valeria D’Avino.

Gunnar Gunnarsson (1889-1975), plurinominato al Nobel, è uno dei più importanti nomi della letteratura islandese. Nato in una famiglia povera ma deciso a seguire la sua vocazione di scrittore, si trasferisce in Danimarca dove riesce a terminare gli studi e comincia a scrivere romanzi che presto gli procurano fama internazionale e i più prestigiosi riconoscimenti. Tutte le sue maggiori opere sono state scritte in danese, tra cui Il pastore d’Islanda, La chiesa sulla montagna, L’uccello nero, e solo in seguito tradotte in islandese dall’autore stesso, che torna in patria nel 1939 per rimanervi fino alla morte. Il pastore d’Islanda ha avuto svariate letture e interpretazioni sia in Islanda che all’estero.

Source: acquisto personale del recensore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Non dirmi bugie, Rena Olsen (Newton Compton, 2017) a cura di Elena Romanello

16 marzo 2017
non

Clicca sulla cover per l’acquisto

Clara sta spazzolando i capelli ad una delle sue figlie adottive, quando alcuni uomini armati di un corpo di polizia scelto, fanno irruzione in casa, arrestano suo marito Glen, portano via le sue bambine e rinchiudono lei in un reparto psichiatrico.
Qui agenti federali e medici la chiamano con il nome Diana e iniziano a incalzarla con domande su suo marito e sulle sue attività, minacciando di chiuderla in un carcere femminile se non collabora: Glen ha urlato a Clara di non dire niente e lei vuole obbedirgli perché lo ama tanto, così come non vuole tradire la madre di lui, così importante nella sua vita.
Man mano che la storia procede, alternata tra passato e presente, emerge un’inquietante verità, basata su menzogne di anni, in mezzo alla quale Clara ha vissuto, sequestrata da un’associazione criminale che traffica in ragazze e bambine, tra bugie, violenze, omicidi, lavaggio del cervello, stereotipi inculcati. Per Clara sarà duro capire che tutta la sua vita è stata uno sbaglio, che Glen non era certo un grande amore da difendere, che ha perso cose e persone importantissime e che per lei può esserci redenzione e una nuova vita a patto che sappia rinnegare e distruggere quella vecchia.
Un thriller psicologico che racconta il dramma reale del traffico di esseri umani, soprattutto di giovani donne e bambine, frequentissimo anche nel civile Occidente, dal di dentro, spiegando che raggiri e bugie vengono raccontati spesso alla vittime, quando vengono prese da bambine, perché si accetti l’indicibile e l’anormale, fatto di prevaricazione e violenza, tra bordelli e vite come schiave di uomini molto più anziani.
Ma Non dirmi bugie è un libro interessante non solo dal punto di vista del thriller e della denuncia: in un momento in cui da più parti si esalta la sottomissione della donna, la sudditanza all’uomo, la mancanza di ribellione e soprattutto si minimizza la violenza domestica perché sempre amore è, questa storia di sopraffazione e menzogna è doverosa e da leggere proprio per far capire che amore non è violenza, amore non è oppressione, amore non è limitazione di una libertà e la ribellione di Clara, con il suo ritrovare se stessa può essere d’aiuto a qualunque donna o ragazza che si trovi alla prese con un rapporto oppressivo e limitativo.
Non dirmi bugie quindi si pone tra le storie thriller interessanti e di valore, quelle avvincenti ma capaci anche di parlare di problemi attuali e non certo solo legati al mondo della criminalità organizzata.

Rena Olsen Vive in Iowa, è una scrittrice, terapeuta, insegnante, cantante a tempo perso e soprattutto un’incrollabile ottimista. Di giorno cerca di salvare il mondo come psicologa scolastica, mentre di notte costruisce nuovi mondi sulla carta. Non dirmi bugie è il suo primo romanzo. Il suo sito internet è renaolsen.com

Source: omaggio della casa editrice, si ringrazia l’ufficio stampa.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Feroci Pulsioni, Bilkis Saba, (Koi Press, 2017) a cura di Micol Borzatta

15 marzo 2017
cover400

Clicca sulla cover per l’acquisto

Periferia londinese.
Curtis è un uomo di età non ben definita, con una mentalità più da ragazzino che da uomo, si aggira con una borsa sportiva e una cartellina rosa che stringe forte. In quella cartellina ha il suo tesoro più prezioso, tutte le azioni che deve compiere scritte dettagliate, quale autobus prendere, per quante fermate, quanti metri percorrere a piedi, dove dirigersi e con chi parlare. Una routine quotidiana perfetta, che vive secondo per secondo, sempre uguale, fino a quando non si sente a proprio agio, così allora potrà aggiungere una nuova azione, una nuova quotidianità.
Charlie è un dodicenne che viene perseguitato dai bulli. Ogni giorno lo picchiano sempre più forte, fino a quando finisce in ospedale. Solo Pitt, suo fratello maggiore, sa quello che succede, ma non può dire nulla perché Charlie continua a negare tutto. Cinque anni dopo, Charlie ha grandi cambiamenti nella sua vita. Pitt è stato ucciso in guerra, il patrigno continua a picchiare la madre e lui non si fa più picchiare dai bulli, in compenso ha iniziato a torturare e seviziare piccoli animali, per lo più scoiattoli e lucertole.
Entrambi spinti da tensioni invisibili che partono nel loro profondo.
Romanzo molto particolare che, pur essendo narrato in terza persona, riesce a coinvolgere appieno il lettore trasportandolo direttamente nella testa di Curtis e di Charlie, facendogli vivere tutte le loro pulsioni, che siano esse coraggiose per affrontare nuove quotidianità, o pericolose, atte a riversare su altri esseri viventi tutto il dolore subito e l’odio per la vita. Un romanzo toccante che sa far riflettere molto e che dimostra ancora una volta una bravura e una profondità della Bilkis pari a pochi.

Bilkis Saba è di origini bengalesi, ma è cresciuta in Italia sin da bambina.
Attualmente lavora tra Milano e Londra.

Source: pdf inviato al recensore dall’editore. Ringraziamo l’ ufficio stampa Koi Press.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Vita quotidiana dei Bastardi di Pizzofalcone, Maurizio de Giovanni (Einaudi, 2017)

15 marzo 2017
20170314_173013

Clicca sulla cover per l’acquisto

Avevo promesso che ve ne avrei parlato. Ho anche cercato di fotografare qualche scatto, qualche immagine contenuta in questo volume, ma il riflesso è fastidioso, senza flash vengono sgranate, insomma mi sono arresa. E poi forse non sarebbe neanche giusto. Ma veniamo al dunque, parliamo del libro. Vita quotidiana dei Bastardi di Pizzofalcone è un agile volumetto fotografico – con 134 foto del set di Anna Camerlingo – dedicato all’uscita in tv de I Bastardi di Pizzofalcone di Maurizio de Giovanni. Finalmente i personaggi di una sua serie hanno un volto, una voce, una dimensione “reale”, ed è bello quando letteratura e cinema o televisione trovano quasta commistione. Alessandro Gasman è un ottimo ispettore Lojacono, credo davvero il migliore attore italiano adatto al ruolo, (adesso voglio proprio vedere chi sceglieranno se mai decidessero di fare una trasposizione televisiva delle storie del commissario Ricciardi), l’autore non può che esserne contento, così come i suoi lettori. Se siete fan della serie, insomma questo libro non può mancare nella vostra libreria. Le foto sono in bianco e nero, un po’ dietro le quinte, un po’ foto ricordo, insomma scatti interessanti e non banali. Il volume è diviso in sei parti, ognuna per un personaggio, (Lojacono, Pisanelli, Alex, Ottavia, Romano, Aragona), accompagnata da una parte scritta. E’ un volume curato, l’ho sentito definire una mera operazione commerciale, credo sia ingiusto, esistono da sempre memorabilia legati al cinema, collezionati, conservati. Se proprio non vi interessa non credo che de Giovanni vi corra dietro perché l’acqustiate ;). Io comunque sono contenta di averlo. Ora solo vogliamo anche Ricciardi in tv!

Maurizio de Giovanni è nato a Napoli nel 1958 ed è autore di una serie di romanzi gialli di grandissimo successo. La sua carriera di scrittore è cominciata nel 2006 con il romanzo “Le lacrime del pagliaccio”, pubblicato dall’editore Graus e ripubblicato l’anno successivo da Fandango con il nuovo titolo “Il senso del dolore”. Questo romanzo, ambientato nella Napoli degli anni Trenta, ha per protagonista il commissario Ricciardi, eroe di tanti successivi lavori di De Giovanni come “La condanna del sangue”, “Il posto di ognuno”, “Il giorno dei morti”, “Per mano mia”, “Vipera”, “In fondo al tuo cuore”, “Anime di vetro”. Questi romanzi devono il loro grandissimo successo alla peculiarità della loro ambientazione, nella Napoli del periodo fascista, e al fascino del loro protagonista, un poliziotto intuitivo, tormentato e animato da un’insaziabile sete di giustizia. Accanto alla serie del commissario Ricciardi De Giovanni ha pubblicato anche un’altra serie di romanzi, ambientata nel commissariato di Pizzofalcone (“Il metodo del coccodrillo”, “I bastardi di Pizzofalcone”, “Buio per i bastardi di Pizzofalcone”, “Gelo per i bastardi di Pizzofalcone”), da cui è stata tratta una fiction televisiva, e svariati racconti, molti dei quali dedicati all’altra grande passione dell’autore: quella per lo sport, al centro del recente romanzo “Il resto della settimana”.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’autore e Gaia dell’Ufficio Stampa Einaudi.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Un’ intervista con Alicia Giménez-Bartlett, a cura di Elena Romanello

14 marzo 2017

ALICIAAlicia Giménez-Bartlett è una delle autrici spagnole più popolari e amate oggi, sia grazie ai gialli (novelas negras in lingua originale) di Petra Delicado che alle sue altre storie. Al Circolo dei lettori di Torino ha raccontato un po’ di cose sui suoi libri, se stessa e la vita in generale.

Il genere giallo è considerato appanaggio degli autori uomini. Come mai siete così poche donne a cimentarvi con esso?

Prima le donne non scrivevano, così come non facevano tante altre cose, c’è un ritardo nella presenza delle donne nell’arte, nella musica, nella cultura, socialmente e storicamente. Di solito, inoltre, si pensa che nelle storie poliziesche ci siano situazioni poco piacevoli, adatte solo agli uomini. Del resto le donne hanno fatto la rivoluzione del giallo, innanzitutto quelle angloamericane, poi sono venute quelle europee, e hanno conquistato questo genere in maniera più rapida che non il potere economico per esempio, in un processo prima difficile ma che poi diventa rapido.

La letteratura gialla o novelas negras si è allargata a macchia d’olio, con prima i romanzi inglesi, poi quelli italiani, poi il filone spagnolo, poi gli autori nordici e orientali e non è ancora finita. Come mai la letteratura gialla si è evoluta da genere di serie B a fenomeno culturale?

Penso che la letteratura debba raccontare la realtà, questo succede dal tempo del realismo ottocentesco, con autori come Hugo e Zola che hanno raccontato davvero cosa voleva dire essere operai allora. Oggi il genere che racconta meglio il mondo contemporaneo e i problemi della gente è il giallo, che parla anche di attualità e dei problemi di oggi.

Come mai voi giallisti spagnoli ambientate le vostre storie praticamente sempre a Barcellona e non per esempio a Madrid?

Barcellona è una città con una rigida struttura sociale a piramide, con una mentalità borghese, tradizionalista, moderna solo all’apparenza. Un delitto che avviene qui fa da risonanza forte, tenendo conto che è anche una città turistica, variegata, vivace. Madrid è molto più grande come città ma non ha tutte queste caratteristiche, che sono perfette per lo sfondo di un romanzo giallo.

Tu alterni romanzi gialli e romanzi di altro genere, di costume. Cosa ti spinge verso un genere rispetto che un altro, visto che alterni?

Io sono una Gemelli e per me è tutto doppio, ho avuto due mariti, due figli, due cani, due case e due modi diversi di scrivere. Petra Delicado è la mia parte umoristica, giocosa, mentre nei miei altri romanzi, come Uomini nudi, viene fuori il mio aspetto introspettivo e malinconico.

Anche i tuoi romanzi hanno sempre al centro una coppia, c’è chi ha scomodato Don Chisciotte…

Non riesco a dare duplicità ad un solo personaggio. E per me sono fondamentali anche i personaggi secondari, avete mai notato come un film non funziona quando per esempio i personaggi di contorno non sono ben delineati?

Hai mai provato a scrivere due libri in contemporanea come faceva per esempio Simenon con la serie di Maigret e gli altri suoi romanzi?

Sì, ma non ci sono riuscita. Era impossibile per me. Comunque io non amo particolarmente Simenon, lo trovo molto maschilista, i suoi personaggi femminili sono o mogli o prostitute, stereotipati e insopportabili.

Nella letteratura gialla trova spazio il cibo e il mangiare, anche Fermin Gàrzon adora mangiare…

Tutta questa presenza di cuochi in tv oggi mi sembra una gran cretinata, cucinare non mi pare una grande arte, e il considerarla tale mi pare una prova del momento di decadenza sociale che stiamo vivendo, dove si dà spazio a chi non ha idee diverse e nuove da proporre. Fermin ama mangiare, ma perché mangiare è una necessità. In ogni caso, nei Paesi nordici sono rimasti stravolti perché faccio bere troppo alcool ai miei personaggi in servizio, cosa per loro inconcepibile.

L’umorismo che c’è nei tuoi libri fa parte della cultura spagnola?

Certo, mi ispiro molto alle battute che sento fare dalla gente per strada. Come quel giornalaio con un cagnolino piccolo che ad una signora che gli chiedeva a cosa gli servisse ha risposto dicendo al cane Attaccala! O al bar ho visto un cliente che pagava tirando fuori tante monete e il barista che gli diceva Ma credi di essere in chiesa? O ancora quando ho chiesto al ristorante una tazza di brodo gallego e ho detto che resuscitava i morti tanto era buono e il mio vicino ha detto L’importante è che il morto non sia Franco!

Quanto hanno in comune Petra e Alicia?

Petra è più coraggiosa di me, si arrabbia più di me, è più pratica, non invecchia e non ha paura di offendere gli altri. Però mi sono ispirata a certe cose con i miei figli per alcune situazioni di Petra.

Quali sono i tuoi autori e autrici preferiti?

Leggo molto e adoro cercare novità e nuove voci. Mi piace il giallo, soprattutto quello mediterraneo, e tra gli italiani adoro Ammaniti, Camilleri, un maestro con cui condivido lo stesso editore, Lucarelli, Carlotto e Elena Ferrante.

Il tuo prossimo libro?

Sto lavorando ad una nuova storia di Petra, che dovrebbe essere pronta per l’estate e che molto probabilmente uscirà in Italia entro fine anno. Parlerò di un problema grave di oggi, quello della solitudine nelle grandi città, e il titolo sarà Mio caro assassino.

:: Riflessioni sparse sul sistema giudiziario italiano in “La tua giustizia non è la mia” di Gherardo Colombo e Piercamillo Davigo (Longanesi, 2016) a cura di Irma Loredana Galgano

14 marzo 2017
1

Clicca sulla cover per l’acquisto

È uscito a settembre 2016 con Longanesi il libro di Gherardo Colombo e Piercamillo Davigo La tua giustizia non è la mia. Dialogo tra due magistrati in perenne disaccordo. Un testo che rimanda a una amichevole discussione/dissertazione tra due colleghi, trascritta poi e diventata così un libro. Molto interessanti i contenuti mentre è proprio la struttura che a tratti infastidisce il lettore il quale, volendo esser certo di attribuire al giusto interlocutore questa o quella affermazione, è costretto più volte a ritornare al capoverso dove, di volta in volta come nei dialoghi, viene indicato il titolare delle dichiarazioni. Un dialogo di oltre cento pagine. Per il resto il libro risulta sin da subito molto utile per apprendere sfumature e misteri del sistema giudiziario italiano visto nel suo insieme e confrontato con altri stranieri, in particolare il norvegese, l’americano, il francese e l’inglese.
Dodici punti elaborati nel corso della discussione e una conclusione volta a chiarire se e quanto sia davvero differente il concetto di giustizia dei due autori. Non si chiarisce del tutto quanto effettivamente la giustizia di Colombo sia lontana da quella di Davigo ma leggendo il testo nel lettore vige costante l’impressione che mentre Gherardo Colombo sembra perdersi nei suoi ideali Piercamillo Davigo mantenga sempre attivo un certo pragmatismo. Per leggerli in accordo bisogna attendere il capitolo sulla corruzione, uno dei mali peggiori del nostro Paese, tutt’altro che risolto. Per Davigo «il problema principale è che mentre prima (di Tangentopoli, ndr), pacificamente, si rubava per fare carriera all’interno dei partiti politici» adesso «si usano altri sistemi» che al momento non è ancora chiaro quali siano perché «i processi relativi alle elezioni primarie non li abbiamo ancora fatti». Per Colombo prima di Tangentopoli «la corruzione, a livelli elevati, era un sistema» mentre ora «è diffusa a qualsiasi livello» e così tanto «che è praticamente impossibile riuscire a contrastarla attraverso strumenti di controllo».
Se la “élite” politica mostra ai cittadini questo volto non ci si può stupire quando Davigo afferma che «l’Italia è un paese nel quale la regola principale di comportamento verso l’autorità è la slealtà». Sono atteggiamenti, comportamenti, stili di vita che si apprendono quasi inconsciamente. Esattamente come quando a scuola si apprende la «apologia dell’omertà contro l’autorità, che è uno dei pilastri fondanti della cultura mafiosa». La scuola italiana, che Davigo considera «una delle peggiori fucine di illegalità che esistano in questo paese», è in prevalenza incentrata sul confronto/scontro tra i buoni e cattivi, i bravi e i somari, il rigore e le “spie”… E non si può non concordare con Davigo quando sostiene che «bisogna fare in modo che sia conveniente comportarsi bene e sconveniente comportarsi male. Altrimenti l’educazione non serve a niente».
Un ottimo modo per cominciare sarebbe quello di cominciare a “punire” dall’alto, nel senso che i primi a pagare per errori e crimini dovrebbero essere i cosiddetti colletti bianchi. «In Italia i ricchi rubano più dei poveri» eppure «non li prendono mai» e quando succede «gridano all’ingiustizia». Certo. Non ci sono abituati. La soluzione che viene cercata è peggiore di una beffa, è davvero un’ingiustizia considerando che «si cambiano le leggi, si fa di tutto perché non siano puniti». Un sistema talmente marcio che un governo viene indicato come “buono” se abbonda in condoni edilizi e voluntary disclosure. Il che, tradotto in parole più semplici, equivale a dire viva l’abusivismo edilizio, la cementificazione selvaggia e i conti nei paradisi fiscali.
«Dopo la stagione di Mani Pulite, stracciato il velo dell’ipocrisia, i politici disonesti sono diventati di singolare improntitudine. Non hanno smesso di rubare, hanno smesso di vergognarsi». Viene da chiedersi se l’obiettivo è che smettano di farlo anche gli abusivi e gli evasori. Ammesso che non l’abbiano già fatto.
In La tua giustizia non è la mia Colombo e Davigo affrontano anche il tema dei lunghi processi, delle pene inique, della riforma del sistema giudiziario e carcerario, dell’indulto che rischia di diventare il “condono” giudiziario, delle operazioni sotto copertura, un azzardo secondo Davigo perché va a finire che non si riesce più a capire «se la polizia giudiziaria ha infiltrato qualcuno nella criminalità organizzata o viceversa» e su tanti altri aspetti della giustizia che quotidianamente combatte “il male” e deve farlo qualunque ne sia l’origine. Metaforicamente Colombo si interroga sul perché «da diecimila anni ci diciamo sempre le stesse cose e cerchiamo di risolvere gli stessi problemi». La soluzione va ricercata nell’idea errata «secondo la quale il bene e il male si distinguono per paternità» invece vanno distinti «oggettivamente».
Un libro originale La tua giustizia non è la mia, molto interessante per i contenuti e molto utile per il lettore che apprenderà informazioni e nel contempo sarà invogliato a riflettere su aspetti del sistema giudiziario italiano e suoi suoi operatori che vengono presentati in un modo mentre nascondono dell’altro. Sui politici, sui governi, sugli insegnanti e sugli alunni, sui cittadini, sui criminali…

Gherardo Colombo: è entrato in magistratura nel 1974. È stato consulente delle commissioni parlamentari di inchiesta sul terrorismo e sulla mafia. Ha condotto o collaborato a inchieste divenute celebri, tra cui la scoperta della Loggia P2, l’omicidio Ambrosoli, i cosiddetti fondi neri dell’IRI, Mani Pulite. Dal marzo 2005 è stato giudice presso la Corte di Cassazione. Nel 2007 si è dimesso dalla magistratura per dedicarsi a incontri formativi nelle scuole, dialogando negli anni con migliaia di ragazzi sui temi della giustizia e del rispetto delle regole. È attualmente presidente della casa editrice Garzanti. Nel 2010 ha fondato l’associazione Sulle regole, punto di riferimento per il dibattito sulla Costituzione e la legalità.

Piercamillo Davigo: è presidente di sezione della Corte Suprema di Cassazione, in servizio alla Seconda sezione penale dal 2005. Entrato in magistratura nel 1978, è stato assegnato al Tribunale di Vigevano con funzioni di giudice, poi dal 1981 alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Milano con funzioni di sostituto procuratore. Dal 1992 ha fatto parte del pool di Mani Pulite, trattando procedimenti relativi a reati di corruzione e concussione ascritti a politici, funzionari e imprenditori. Dall’aprile 2016 è presidente dell’Associazione nazionale magistrati.

Fonte biografia autori http://www.longanesi.it

Source: ebook inviato al recensore dall’Ufficio Stampa Longanesi.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Le nostre anime di notte, Kent Haruf (NN Editore, 2017) a cura di Maria Anna Cingolo

13 marzo 2017
an

Clicca sulla cover per l’acquisto

Kent Haruf è stato uno scrittore americano di innegabile talento, morto nel 2014 e al quale la NN editore ha deciso di legare il suo destino, pubblicando i suoi libri dal 2015. Benedizione, Il canto della pianura, Crepuscolo, acquistabili anche insieme in un cofanetto intitolato Trilogia della pianura, sono tutti ambientati ad Holt, cittadina immaginaria del Colorado. Nelle stesse strade prende vita anche l’ultimo racconto lungo di Haruf, Le nostre anime di notte, subito bestseller e sulla base del quale verrà girato un film originale Netflix, con protagonista Jane Fonda.

“Nel senso che siamo tutti e due soli. Ce ne stiamo per conto nostro da troppo tempo. Da anni. Io mi sento sola. Penso che anche tu lo sia. Mi chiedevo se ti andrebbe di venire a dormire da me, la notte. E parlare.”

Addie Moore e Louis Waters, entrambi relativamente anziani, vedovi e con figli, decidono di frequentarsi per tenersi compagnia e trovare il coraggio di non dimenticare di vivere. Di notte, Addie e Louis si raccontano attraverso dialoghi semplici e non costruiti, conversazioni che danno l’impressione di essere esistite, parole vere perché chi le proferisce è autentico. Infatti, i due protagonisti sono persone comuni con storie ordinarie ed hanno sperimentato i doni che la vita regala generosamente ma anche quelle croci che attribuisce con violenza e senza chiedere: la loro vita è quasi finita ma ancora non vogliono smettere di vivere e per questo iniziano una relazione di amicizia e d’amore. Il loro rapporto non rispetta le puritane regole sociali delle cittadine americane di periferia e fa parlare gli abitanti di Holt, ma, scegliendo di essere liberi, i due non si interessano dei pettegolezzi della gente, anche se in questa storia alcuni giudizi hanno inevitabilmente più peso di altri. Addie e Louis escono dalla prigione della solitudine tenendosi per mano ed incarnano in modo intimo, delicato e quotidiano la Bellezza. In centosettantacinque pagine, il lettore trova il tempo di riscoprirsi, riassaggiando con sorpresa la beatitudine e il conforto nei piccoli gesti, nell’abbraccio della natura, nella presenza calda e rassicurante di chi si sceglie di avere accanto.

“Di nuovo in camera di Addie, Louis mise una mano fuori dalla finestra e sentì la pioggia che gocciolava dalle grondaie, quindi tornò a letto e con la mano bagnata sfiorò la guancia morbida di Addie.”

Le nostre anime di notte è una carezza sul viso piena di questa stessa premura e della consapevolezza che esista una pioggia capace di far fiorire ogni fase della nostra vita, trasformandola sempre in primavera.
Traduzione di Fabio Cremonesi.

Kent Haruf (1943-2014) è stato uno dei più apprezzati scrittori americani, ha ricevuto diversi riconoscimenti, tra cui il Whiting Foundation Award e una menzione speciale dalla PEN/Hemingway Foundation. Con il romanzo Il canto della pianura è stato finalista al National Book Award, al Los Angeles Times Book Prize, e al New Yorker Book Award. Con Crepuscolo, secondo romanzo della Trilogia della Pianura, ha vinto il Colorado Book Award. Benedizione è stato finalista al Folio Prize.

Source: acquisto personale del recensore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Un’ intervista con Rocco Ballacchino

13 marzo 2017

parBenvenuto Rocco su Liberi di scrivere e grazie per aver accettato questa intervista. Raccontaci qualcosa di te. Descriviti ai nostri lettori come se fossi un personaggio dei tuoi libri.

R: Per molti lettori io assomiglio molto al “mio” commissario Crema. Confesso che ci sono diversi riferimenti al mio quotidiano che ho trasferito in questo personaggio. L’ambito familiare è molto simile al mio, moglie e figli compresi, e ho spesso carpito alcuni episodi che ci sono accaduti per riportarli nei miei gialli. Per i più maliziosi confermo però, come spesso mi capita di fare durante le presentazioni, che non c’è nessuna Dottoressa Bonamico, il magistrato del cuore del commissario, nella mia vita.

Negli anni ho recensito parecchi tuoi libri da Crisantemi a Ferragosto, a Appello Mortale, fino a Torino Obbiettivo finale, ma questa è la prima nostra intervista. Parliamo del tuo debutto. Hai fatto fatica a trovare il tuo primo editore?

R: Torino obiettivo finale è il mio settimo romanzo dal 2009. Chi l’avrebbe mai detto, in tutta onestà. Ho iniziato con Crisantemi a ferragosto, edito da Il Punto Piemonte in bancarella che non smetterò mai di ringraziare (specie Patrizia Marra) per aver creduto in me nonostante non avessi particolari raccomandazioni. Mi hanno pubblicato dopo aver letto e apprezzato la prima versione, autoprodotta di quel romanzo, cosa più unica che rara nel panorama editoriale italiano.

Fai parte di Torinoir, ce ne vuoi parlare?

R: Torinoir è un’associazione culturale, composta attualmente da 11 scrittori, nata nel 2014 su iniziativa del nostro presidente, Giorgio Ballario. Ci siamo proposti di promuovere la letteratura giallonoir mettendo, per una volta, da parte l’egoismo e l’individualismo che caratterizza solitamente il ruolo dello scrittore. Abbiamo pubblicato una serie di lavori collettivi e abbiamo un sito attraverso cui è possibile seguire ciò che facciamo (www.torinoir.it). Per il prossimo Salone del libro stiamo organizzando un’importante iniziativa, ma per ora non posso dirvi di più…

E’ appena uscito per Frilli editore Torino Obbiettivo finale, il tuo ultimo noir della serie con Sergio Crema e Mario Bernardini. Ce ne vuoi parlare?

R: Questo giallo fa parte di una trilogia, con Scena del crimine e Trama imperfetta, in cui i protagonisti sono il commissario Crema e il critico cinematografico Mario Bernardini, due personaggi agli antipodi che hanno però incontrato il favore del pubblico. Penso che sia proprio la loro diversità, fisica e caratteriale, a favorire questa magica alchimia. Torino obiettivo finale inizia con la riapertura di un caso di omicidio già apparentemente risolto e porterà il commissario a confrontarsi con una storia più grande di lui relativa alla costruzione di un grattacielo a Torino.

L’ambientazione torinese ti è congegnale, definiresti Torino una città noir?

R: È una domanda a cui non è facile rispondere anche se penso che la varietà della sua urbanistica (i lunghi portici, la Mole, le piazze, il fiume, i numerosi parchi) favorisca molto l’ambientazione di trame gialle. Attendo di vivere qualche anno in un’altra città per poterti dare una risposta più attendibile sulla specificità di Torino in tal senso.

Trovi ispirazione per i tuoi romanzi dalla cronaca? Quali fatti ti hanno ispirato questo romanzo?

R: Avevo deciso di ambientare il mio giallo a Torino a novembre del 2015 e di trattare il tema dell’anarchia e del terrorismo. Coincidenza ha voluto che in quel periodo sono avvenuti i drammatici fatti di Parigi allo Stade de France e al Bataclan. Ho perciò ritenuto doveroso inserirli nella mia trama e di raccontare come possano condizionare, anche a distanza, la vita delle persone. La copertina di Torino obiettivo finale, proprio per quello, mostra, una accanto all’altra, la Tour Eiffel e la Mole Antonelliana.

Quale è la tua parte preferita nel processo di scrittura?

R: Apprezzo molto la parte che sta a monte della scrittura stessa e che riguarda l’ideazione del soggetto e le sue varianti che mi vengono in mente in corso d’opera. Forse perché sono un autore dallo stile “cinematografico” (dicono alcuni critici) penso di preferire quest’aspetto a quello, seppur piacevole, della stesura del testo.

Ci sono scrittori esordienti che ti hanno particolarmente colpito?

R: Devo ammettere che non leggo un esordiente da una vita. Ho però scoperto da poco una consumata giallista, Maria Masella, sempre della scuderia Frilli che mi ha particolarmente colpito. Si tratta di un’autrice già affermata, ma che ha esordito tra le mie letture.

Cosa stai leggendo?

R: Sto leggendo ZeroK di Don Delillo, confesso con qualche lentezza. Sicuramente è un libro interessante che va giudicato strada facendo…

Cosa pensi dello sdoppiamento Fiera di Torino / Salone di Milano, a breve distanza uno dall’altro. Ci sarà secondo te un arricchimento per entrambi o un indebolimento?

R: Devo confessare che questo duello non mi ha appassionato più di tanto. Penso però che ci sia spazio per entrambi e sia ormai inutile piangere sul latte versato visto che erano anni che si paventava la possibile nascita di una proposta simile a Milano. Spero che il nostro salone sarà un salone innovativo, e non una replica ridotta di quello precedente.

Descrivici il tuo rapporto con la critica. Come affronteresti una recensione totalmente negativa?

R: Da quello che ho notato i recensori anziché stroncare totalmente un libro preferiscono non recensire. Detto ciò ammetto che non la prenderei bene anche se sono dell’idea che, soprattutto nel giudicare i libri, tutto sia opinabile. Vengono giudicati, spesso solo a parole, delle “schifezze” romanzi di autori di grande livello perché dovrei essere esente anch’io da una critica del genere. Magari come consolazione sarei “costretto” a divorare una bella carbonara insieme al mio amico Crema.

Ti piace partecipare alle presentazioni dei tuoi libri? Raccontaci un aneddoto curioso di uno di questi incontri?

R: Le presentazioni dei libri sono sempre un’incognita perché non sai mai quanta gente arriverà e se arriverà. Una volta superata la fase iniziale le trovo divertenti perché ti permettono di raccontare aneddoti curiosi sulla genesi del tuo libro. Sicuramente cominciano a essere, nella società dell’informazione digitale, un po’ anacronistiche perché le persone “vivono” soprattutto in rete, lettori compresi. Una volta, durante un incontro in cui erano presenti anche altri autori di Torinoir, ho definito, parlando a ruota libera, Dostoevskij “un collega” suscitando l’ilarità del pubblico.

Infine nel ringraziarti per la disponibilità l’ultima domanda: che libro stai scrivendo in questo momento? Puoi anticiparci qualcosa?

R: Confesso che sto scrivendo, nonostante fosse nata come una trilogia, il quarto episodio della saga Crema-Bernardini. Fatico sempre più a coinvolgere nella trama il critico cinematografico. Prima o poi lo farò fuori, ma le resistenze di alcuni affezionati lettori me l’hanno sinora impedito. Vediamo se sopravviverà anche a questo episodio che inizia con una donna, in fin di vita, che convoca al suo capezzale il commissario per…
Il resto spero lo leggerete a fine anno e grazie della piacevole ospitalità.

:: Jane Austen di Manuela Santoni (Becco Giallo, 2017) a cura di Elena Romanello

13 marzo 2017
jane

Clicca sulla cover per l’acquisto

Duecento anni fa moriva, a soli 42 anni, per una malattia degenerativa all’epoca inguaribile, Jane Austen, una delle più amate autrici di tutti i tempi, oggi come non mai al centro di un fenomeno di costume e di fandom.
I suoi libri continuano ad essere pubblicati, sono usciti film ispirati a lei e alla sua vita di donna comunque controcorrente, visto che non si sposò mai e si dedicò alla scrittura sia pure facendo uscire i suoi libri in maniera anonima. A Jane Austen si sono ispirati seguiti, riletture, avventure gialle, fumetti, viaggi tematici a Bath e altro ancora.
Per ricordarla degnamente, però, occorre rivolgersi ad un titolo appena uscito nella collana Biografie di Becco Giallo, Jane Austen, dell’italiana Manuela Santoni, una graphic novel che dà dell’autrice una lettura nuova e interessante, partendo dal mistero delle lettere di Jane bruciate dalla sorella Cassandra su richiesta dell’interessata subito dopo la morte, per nascondere forse dei segreti che non dovevano essere svelati.
Jane Austen, ormai malata e prossima alla morte, scrive una lettera alla sorella Cassandra, in cui ricorda la sua vita, da quando era una ragazzina che detestava le tradizionali attività femminili perché preferiva leggere, alla nascita delle sue storie, passando per l’amore breve per il giovane Tom Lefroy, al quale preferì comunque libri e scrittura.
La graphic novel racconta per sommi capi la vita dell’autrice, risultando comunque esauriente nel ricostruire il percorso di una donna in anticipo sui suoi tempi, che si dedicò ad un’arte che era considerata allora al massimo buona per intrattenere i salotti ma che ha saputo raccontare come poche l’alta società di inizio Ottocento e soprattutto le sue donne e ragazze, senza diritti ma volitive, acute, mai sottomesse.
Un libro che piacerà a chi ama Jane Austen e il suo mondo, qui ricostruito in maniera minimalista rispetto allo sfarzo di altre opere anche fumettistiche, ma molto efficace, con uno stile di impaginazione e grafica che ricorda non poco quello di un altro fumetto al femminile, molto diverso come storia anche se inerente sempre il ruolo delle donne nella società, e cioè Persepolis di Marjane Satrapi.
Jane Austen a fumetti è completato da un breve saggio che racconta l’opera dell’autrice di Mara Barbuni, insegnante, ricercatrice universitaria e traduttrice, nonché direttrice di Due pollici d’avorio, la rivista della Jane Austen Society of Italy. Un modo per entrare ancora di più in un universo che non cessa di avere qualcosa da dire, contro forse le stesse aspettative dell’autrice.

Manuela Santoni, classe 1988, è illustratice e fumettista e vive in provincia di Roma. Diplomata al liceo artistico, si è laureata in lettere alla Sapienza, ha frequentato la Scuola Romana dei Fumetti e il Master annuale di illustrazione a Macerata. Ha lavorato a vari progetti individuali e collettivi sul fumetto e l’illustrazione. Il suo sito ufficiale è http://www.behance.com/manuelasantoni

Suorce: inviato al recensore dall’editore, si ringrazia l’ufficio stampa.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Un’ intervista con Patrizia Debicke Van der Noot

11 marzo 2017

DebBenvenuta Patrizia su Liberi di scrivere e grazie di aver accettato questa intervista. Parlaci di te, raccontati ai nostri lettori. Sei italo- lussemburghese, non è vero? Come si pronuncia il tuo cognome?

R: Intanto grazie per la corposa e interessante intervista. Comincio subito a rispondere. Sono nata italiana, ma diventata cittadina lussemburghese 33 anni fa, sposandomi. Allora in Lussemburgo non si poteva avere la doppia nazionalità. E si adottava il nome del marito con il quale ho cominciato a scrivere e firmare. Da poco le cose sono cambiate, ma ormai era fatta… Il mio cognome in italiano si pronuncia come si scrive. La prima parte come se al posto della K ci fosse una H.

Come è nato il tuo amore per i libri, la letteratura, la storia?

R: Per i libri il morbillo mi fu galeotto dovrei dire. Mi tenne a letto a dieci anni per settimane, poi avere vicino una famiglia di forti lettori e per la Storia invece fu da sempre colpo di fulmine. A scuola mi regalava ottimi voti. Velo pietoso sugli altri.

Parlaci del tuo debutto, della tua strada verso la pubblicazione. Come è andata?

R: Primo libro un romanzo giallo print on demand in italiano con Lampi di Stampa (gruppo Gems), poi tradotto e pubblicato in francese da una piccola casa editrice.
Poi altre esperienze romanzi e romanzi gialli sempre con piccole case editrici italiane e tedesche e nel 2006 primo contratto di polso con Corbaccio per L’oro dei Medici, pubblicato nel 2007…

Quanti romanzi hai pubblicato finora? Quante serie hai iniziato? Quali sono quelli a cui ti senti più legata, che hanno suscitato maggiore preferenza tra i tuoi lettori?

R: Ho pubblicato in totale 11 romanzi 6 dei quali gialli e thriller noir storici. Ho iniziato quattro serie: due per i romanzi attuali, due per gli storici: una sui Medici e una sul papa Giulio II e la sua Guardia Svizzera.

L’ultimo tuo libro, in ordine di pubblicazione è La congiura di San Domenico. Come è nata la trama di questo romanzo?

R: Dalla mia sviscerata simpatia per Giulio II, il papa generale, che riconquistò con le armi alla chiesa i territori che il suo predecessore Alessandro VI Borgia aveva scialacquato. Sicuramente non un papa “santo”, ma brillante, lucidissimo e quello che ha regalato a Roma straordinarie opere: vedi Cappella Sistina, San Pietro ecc., ecc. La prima avventura del Leutnant Julius von Hertenstein, l’ufficiale della Guardia Svizzera al servizio di Giulio I è stata pubblicata nel 2013 a cinquecento anni dalla morte del papa “terribile” come lo definivano i suoi contemporanei. Volevo scrivere di lui ma era difficile usare un ultrasessantenne come protagonista attivo e allora mi sono inventata un alter ego più giovane e in grado di stargli alla pari anche mentalmente.

Come è iniziato il tuo interesse per la famiglia Medici?

R: Anche se sono una fiorentina per caso, quando sono nata c’era una guerra di mezzo, impossibile per chi ama la storia non sapere tanto sulla più significativa famiglia che fece grande la sua città. Io ho scelto di partire da Cosimo, figlio di Giovanni dalle Bande Nere e che fu il primo Granduca, scrivendo L’eredità Medicea. Poi so passati ai suoi figli Ferdinando e Giovanni in La gemma del cardinale e L’oro dei Medici.

Quali sono i tuoi scrittori preferiti, di genere storico, quali ti hanno maggiormente influenzata?

R: Walter Scott, Alexandre Dumas, Stendhal, Victor Hugo, Alessandro Manzoni, Lev Tolstoi, Maria Bellonci, Juliette Benzoni, Ken Follet, Danila Comastri Montanari, Valerio Massimo Manfredi, Valeria Montaldi, Giulio Leoni, Alfredo Colitto, le sorelle Martignoni, Marcello Simoni ecc. eccetera e non me ne voglia qualcuno se ho dimenticato di citarlo.
E non trascuriamo i grandi saggisti del passato come Guicciardini… Influenzata? Sicuramente, in realtà un po’ tutti e nessuno.

Che tipo di ricerche svolgi per i tuoi libri?

R: Tante e puntigliose, forse persino troppe, ma sono fatta così. Per me la ricostruzione e l’ambientazione sono essenziali. E quindi archivi, libri, web, tutto serve e, come con l’ultimo, magari l’andare a tampinare qualche collega che potesse darmi un’indicazione logistica esatta.

Qual è stata la parte più laboriosa durante la stesura dei tuoi romanzi?

R: Individuare il buco nero nella storia vera per poterci infilare una trama gialla noir.
Poi ricostruire in modo plausibile la natura dei personaggi realmente esistiti e colmare il vuoto inventando di sana pianta quelli che mi servono per costruire il romanzo. Per esempio nel mio ultimo libro La congiura di San Domenico ho approfittato della conquista di Bologna da parte dell’esercito pontificio (novembre 1506) per infilarci esorcisti, delitti e complotti. Poi con Michelangelo a tiro, convocato da Giulio II per eseguire una statua di bronzo, gli ho affibbiato il ruolo di spalla del mio ufficiale svizzero.

Che ruolo hanno nei tuoi romanzi i personaggi femminili? Ti senti una scrittrice femminista?

R: Ruoli molto importanti e spesso essenziali, anche se finora nei miei romanzi storici non ho mai avuto donne come protagoniste. Nel ‘500 pochissime donne hanno fatto la storia: vedi Caterina de’ Medici ed Elisabetta d’Inghilterra.
Femminista? Difendo con le unghie e con i denti le mie posizioni e non mi sento certo diversa da un uomo. Ritengo di essere in grado di ragionare e reagire come un uomo. Ma non mi sento femminista e non sono per le quote rosa. Sminuiscono le reali capacità femminili. Credo che si debba guadagnare ogni posizione con il proprio cervello.

Cosa stai leggendo al momento? Ci sono esordienti nel genere thriller o storico che ti piacerebbe segnalare ai nostri lettori?

R: Ho appena finito e recensito Alcuni avranno il mio perdono di Luigi R. Carrino, sto leggendo Delitto con inganno di Franco Matteucci.
Di recente mi non mi pare di aver avuto sottomano qualcosa scritto da esordienti. Posso segnalare invece, con piacere, due ritorni sulla scena a distanza di anni. Per il thriller Federica Fantozzi con Il logista e per lo storico Nicola Verde con Il Vangelo del boia.

Che consiglio daresti a giovani scrittori in cerca di un editore?

R: Difficile. Muoversi con tanta prudenza. Direi cominciare partecipando a concorsi letterari seri tipo Giallo Mondadori, Nebbia Gialla e altri. Mi pare che anche Garzanti faccia qualcosa…

Ti piace fare tour promozionali? Racconta ai tuoi lettori italiani qualcosa di divertente su questi incontri.

R: Mi piace molto e aspetto solo gli inviti. Tra i più divertenti devo citare per forza il Nebbia Gialla che coagula brillantemente i tanti interventi di alto livello con una atmosfera festosa e conviviale, quasi da gita scolastica, in grado di coinvolgere tutti gli ospiti.

Oltre che scrittrice sei un’apprezzata operatrice culturale, lavori come recensore per molti siti e blog. Che ruolo pensi svolgano i forum, i blog, i siti specializzati nel successo di un autore? Orientano e calamitano davvero le vendite?

R: Il ruolo dei forum, dei siti e dei blog, troppo a lungo sottovalutato dalle case editrici, è in perenne ascesa, soprattutto negli ultimi anni. Credo senz’altro che possa indirizzare il pubblico e dare una bella mano alle vendite. Internazionalmente parlando è senz’altro così. Non so però quanto questa valutazione possa contare in Italia. Il problema è chi legge veramente in Italia? E, da quello che ho potuto ascoltare di recente, anche le scuole italiane dovrebbero forse orientare i loro allievi su letture più abbordabili, insomma meno “pallose”. Io ho sempre sostenuto che dalla birra si passa al vino. E quindi da un buon fumetto si può arrivare a un buon libro.

Infine, per concludere, nel ringraziarti per la disponibilità, un’ ultima domanda: a cosa stai lavorando ora?

R: Ho appena finito un racconto lungo non storico. E forse avrei una trama… Ho in programma un nuovo storico. Vediamo intanto le reazioni della mia agente.

:: La casa dei Krull, Georges Simenon (Adelphi, 2017) a cura di Giulietta Iannone

10 marzo 2017
tyr

Clicca sulla cover per l’acquisto

Simenon non è solo Maigret. “La casa dei Krull” (Chez Krull, 1939), nuovamente tradotto da Simona Mambrini per Adelphi, appartiene infatti alla sua produzione svicolata dal celebre commissario con sede al numero 36 di Quai des Orfèvres. E’ un romans-dur, come si è soliti definire la sua produzione altra, non prettamente poliziesca, più letteraria, ma in fin dei conti omogenea e coerente con l’intera poetica simenoniana. Che non è altro che un puntuale e inesorabile scavo nella psicologia dei personaggi, nel cuore e nei bassifondi della psiche umana.
Atmosfere plumbee, pioggia, umidità, il tram che passa scampanellando ogni 3 minuti, la vita che scorre monotona lungo un canale, un modesto emporio-osteria frequentato da marinai e cavallanti, questo è lo scenario in cui si apprestano a recitare i personaggi di questo breve romanzo scritto alla fine degli anni 30, (poco prima dell’inizio della Seconda Guerra Mondiale) in cui traspaiono tutti gli odi e l’ostilità che avrebbero poi quasi profeticamente portato al conflitto.
Al centro, protagonista una famiglia tedesca naturalizzata francese, e mai accettata dalla piccola comunità di provincia in cui si è trasferita. Poi l’arrivo di Hans, parente di Germania, rompe gli equilibri. Chi ha ucciso Sidonie? Povera ragazza del luogo tubercolotica e senza futuro? La comunità compatta accusa i Krull.
Il tema del diverso, dello straniero viene trattato da Simenon con grande attenzione psicologica, scavando nell’interiorità di personaggi opachi, quasi scoloriti. E’ la luce infatti che manca, in questo romanzo fatto di ombre, che scoloriscono tra crepuscoli e albe livide. Il grigiore, il non colore si insinua nelle cose di pessimo gusto dell’abitazione dei Krull, casa rifugio, muro eretto contro l’emarginazione di cui sono vittima, pur avendo fatto di tutto per adeguarsi, confondersi con il paesaggio umano circostante, che ha il privilegio di avere una sua dimensione autoctona, conforme, integrata. I Krull sono “tedeschi” “crucchi” spregiativamente diversi, strani, peggiori. I Krull sono un corpo estraneo da espellere, da cacciare.
Oltre ad essere una storia di atmosfere e ambienti La casa dei Krull è sicuramente una storia di personaggi, di presenze spettrali e tragiche. C’è Cornelius, il capofamiglia, artigiano intrecciatore di cesti, isolato nel suo laboratorio e nella sua lingua (non più tedesco, ma non ancora francese) figura che si erge a simulacro dolente e biblico, la madre che cerca in ogni modo di difendere il figlio, Anna e Liesbeth che partecipano al dramma in atto.
E Hans che osserva questo dramma familiare in interni quasi come occhio esterno, e di più contribuisce alla degenerazione verso la tragedia: seduce la cugina Liesbeth, (fatto che sarà fondamentale, se ben osserviamo, per il concatenarsi degli eventi) estorce soldi al futuro suocero del cugino Joseph, ricambia l’ospitalità con il suo cinismo e la sua indifferenza.
Che poi alla fine chi ha ucciso Sidonie diventi un dettaglio marginale, di scarsa importanza, accentua l’impegno di Simenon a non farne un poliziesco (sebbene ci sia un omicidio, e una blanda indagine poliziesca) con le sue classiche dinamiche di disvelamento del colpevole. Anche se un colpevole (del vero dramma del romanzo) c’è, e non è l’assassino di Sidonie. Questo sdoppiamento credo sia il coup de teatre magistrale dell’autore, in una vicenda comunque troppo deprimente e verista, per scivolare nei canoni rassicuranti di chi cerca sempre in una storia il lieto fine.

Georges Simenon, romanziere francese di origine belga nasce a Liegi il 13 febbraio 1903. La sua vastissima produzione (circa 500 romanzi) occupa un posto di primo piano nella narrativa europea. Grande importanza ha poi all’interno del genere poliziesco, grazie soprattutto al celebre personaggio del commissario Maigret. Ricordiamo “Maigret e il caso Saint-Fiacre”, “Il testamento Donadieu”, “Una confidenza di Maigret“, “Maigret esita”, “Maigret e il commerciante di vini”; i due racconti autobiografici, “Quando ero vecchio” e “Lettera a mia madre” e il  libro di ricordi “Memorie intime” seguite dal libro di Marie-Jo (1981), sul tragico destino della figlia, suicida nel 1978.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo lo sconosciuto addetto stampa Adelphi.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.