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:: Broken Moonlight di Mariachiara Lobefaro (Gallucci 2025) a cura di Giulietta Iannone

30 luglio 2025

La sedicenne Vicky Middleton si è appena trasferita nella frenetica metropoli di Hong Kong. L’incontro con Sean Lau – occhi a mandorla e capelli neri come la pece – è un colpo di fulmine. Affascinante e misterioso, Sean le rivela il suo segreto: il Dio della Guerra ha scagliato su di lui una maledizione, che lo trasformerà per sempre in una creatura della notte. L’unica possibilità di salvezza, secondo il negromante Fang-Shi, è ritrovare un antichissimo manufatto, andato perduto due secoli prima. L’amore spinge Vicky a offrire il proprio aiuto incondizionato, ammesso che Sean le dica tutta la verità…

Esce dopo domani, primo agosto, un young adult un po’ diverso dal solito, dedicato agli adolescenti dai sedici anni in su, dal titolo Broken Moonlight di Mariachiara Lobefaro con l’editore Gallucci. Ho potuto leggerlo in anteprima e mi ha subito incuriosito l’ambientazione Hong Kong, perla del magico oriente, luogo abbastanza originale per ambientare un romanfantasy, così viene definito questo genere letterario che unisce il romance (c’è una tenera storia d’amore tra adolescenti) e il fantasy (c’è magia, maledizioni, sortilegi, divinità vendicative). Oltre allo scenario esotico, di una Hong Kong contemporanea, perlopiù notturna, descritta nelle sue vie, nei suoi, mercati, nei suoi locali, la parte riguardante il folklore locale è molto accurata, segno che l’autrice ha fatto approfondite ricerche, tra leggende tradizionali cinesi, e divinità del pantheon cinese (il tempio di Man Mo esiste davvero e fu costruito intorno al 1847 da alcuni ricchi mercanti cinesi, durante i primi anni del dominio coloniale britannico di Hong Kong). Protagonisti sono due ragazzi Vicky Middleton, un’inglesina che ha appena perso il padre, e Sean Lau, un affascinante cinese che sfortuna volle si è trovato vittima di una maledizione scagliata niente di meno che dal dio della Guerra. Per salvarsi Sean Lau dovrà trovare un antico manufatto andato perduto due secoli prima. Manufatto anch’esso cercato da un boss locale anche lui vittima della maledizione dell’irascibile dio. Vicky innamoratasi a prima vista del ragazzo farà di tutto per aiutarlo. Ma siamo sicuri che Sean Lau le abbia raccontato davvero tutto? O nasconde altri segreti? In una labirintica Hong Kong inizia per ciò questa sorta di caccia la tesoro dai risvolti imprevedibili. Naturalmente non vi racconto il finale se no vi rovino tutto il divertimento, ma è davvero bello. La Lobefaro scrive bene e ha senso dei tempi e un amore sincero per l’oriente. Buona lettura e arrivederci a settembre.

Mariachiara Lobefaro è nata in Puglia, ha studiato a Bologna e vive a Firenze, dove insegna Lettere alle superiori. È stata finalista al Premio Strega Ragazze e Ragazzi 2024, nella sezione dedicata al miglior esordio. Con Gallucci ha pubblicato anche Diamond Palace ed è tra gli autori della raccolta Le farfalle nello stomaco.

Source: inviato dall’editore.

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:: Ospiti inattesi di Triona Walsh (Newton Comton 2025) di Patrizia Debicke

26 luglio 2025

Alice e Finn sognano un weekend romantico nella casa del guardiano del faro, affacciata sulle scogliere battute dal vento di Donegal. Una fuga segreta, solo loro, resa necessaria dal fatto che Finn è il capo di Alice, e il loro amore non può ancora essere rivelato.
Ma forse soprattutto, nessuno deve sapere il vero motivo per cui Alice ha voluto quel viaggio.
Tutta la sua vita ,fino a quel momento,  è come se fosse da tempo appesa a un filo. E ora ha un piano.
Poi, qualcuno busserà alla porta.
Una coppia, fradicia di pioggia che sostiene di aver prenotato la stessa casa per lo stesso weekend. C’è stato un disguido parrebbe. Con il  cattivo tempo che ha interrotto le comunicazioni,  pur evidentemente irritato, Finn permetterà  loro di entrare e fermarsi.
Insomma ci sono due camere da letto,  si arrangeranno  almeno fino alla mattina dopo.  
Alice si innervosisce. Il suo piano rischia di andare in fumo.
Ma, a quanto sembra, anche gli ospiti inattesi ne hanno uno. Tanto che il cottage finirà con il  trasformarsi in una specie di trappola.
Ben presto infatti, la tensione tra loro crescerà, mentre  le maschere cadono.
Qualcuno mente. Chi? Oppure tutti. E a ben vedere nessuno è davvero chi dice di essere.
Tríona Walsh costruisce un thriller psicologico che cattura fin dalla prima pagina e gioca diabolicamente con le certezze del lettore, smontandole una a una.
“L’altra coppia”  infatti. pagina dopo pagina, regge con un perfetto equilibrio tra suspense e introspezione, dove nulla è come sembra e ogni dettaglio conta, ha il suo peso .
La trama si muove su due binari paralleli: da un lato, il mistero dell’identità e delle vere intenzioni dei personaggi; dall’altro, la lenta e sofferta rivelazione di segreti sepolti, legami nascosti e vendette coltivate  nel silenzio.
Alice è una protagonista ambigua, intrigante, sicuramente non  affidabile come narratrice. All’inizio sembra fragile, quasi ingenua, e invece  è  diversa e molto di più.
Anche Vivienne, apparentemente dura e scostante, nasconde dentro dii sé  più di quanto voglia lasciare intendere. Il loro diretto confronto si rivelerà il fulcro palpitante del romanzo.
Il ritmo alterna momenti di crescente tensione a riflessioni interiori dei diversi personaggi che amplificano continuamente il senso di claustrofobia.
La scrittura della Walsh essenziale ma tagliente, riesce a  costruire atmosfere cariche di inquietudine e tenendo  il lettore col fiato sospeso, lo sorprende  con continui  colpi di scena  ben dosati e  mai gratuiti, mentre  ogni particolare e ogni  svolta intrapresa  segue  una logica che si svela solo alla fine.

Ambientato in un paesaggio selvaggio e molto suggestivo, dove la natura diventa complice del mistero, il romanzo si inserisce perfettamente nel solco del domestic noir, ma con un respiro più ampio, quasi gotico, la casa ricavata nel faro si trasformerà in un’immagine di isolamento, che può condurre fino alla resa dei conti.
Un cottage ricavato da un faro sulla costa irlandese. Due coppie che s’incontrano e non per caso . E un fine settimana che nessuno potrà mai  dimenticare …
“Ospiti inattesi”  è molto più di un semplice thriller. Forse sarebbe  più corretto definirlo  un’esplorazione delle zone d’ombra della psiche umana e  dei sottili confini che corrono tra vittima e carnefice, tra amore e ossessione.
A conti fatti un puzzle psicologico affilato come un coltello, dove amore, menzogna, vendetta e identità si intrecciano in un crescendo di tensione fino all’esplosiva rivelazione finale.

Tríona Walsh è una scrittrice irlandese, autrice di thriller e gialli ricchi di atmosfera e colpi di scena. Artista e graphic designer, si occupa anche dell’ideazione e realizzazione di copertine per diverse case editrici. Vive a Dublino con la sua famiglia. La Newton Compton ha pubblicato Notte di neve e sangue e Ospiti inattesi. Per saperne di più: http://www.trionawalsh.com

:: Georges Dumézil, Loki (Massari 2024) recensione a cura di Emilio Patavini

25 luglio 2025

Pubblicato nel 1948, questo saggio di mitologia comparata di Georges Dumézil analizza con rigore filologico una delle figure più affascinanti del pantheon scandinavo, Loki, ponendola a confronto con Syrdon, eroe degli osseti, popolazione del Caucaso discendente dagli antichi Sciti. L’autore de Gli dèi dei Germani (Adelphi 1974) e insigne indoeuropeista muove la sua ricerca dalle fonti germaniche in cui troviamo la figura complessa e ambigua di Loki, dall’Edda poetica all’Edda in prosa di Snorri Sturluson, dai Gesta Danorum di Sassone Grammatico alla ballata feringia Lokka táttur. Questo volume, pubblicato l’anno scorso da Massari editore con la curatela e traduzione di Massimiliano Carminati, colma finalmente una lacuna editoriale, permettendo al pubblico italiano di leggere questo prezioso testo in una edizione tascabile e ben curata.

Loki è un outsider, generatore di mostri, «personaggio bisessuale» – come l’ha definito il germanista Jan de Vries nel saggio che gli ha dedicato (The Problem of Loki, 1933) –, antieroico e metamorfico, contraddittorioper natura,amico e nemico degli dei, trickster menzognero e beffardo ma anche fratello di sangue di Odino e compagno di avventure di Thor.

Il suo grigiore morale lo ha reso uno dei villain più iconici dell’universo Marvel, anche se la sua trasposizione su carta e celluloide si discosta notevolmente dalla divinità della mitologia norrena. Infatti ha dato non poco filo da torcere agli studiosi, e le interpretazioni si sprecano. C’è per esempio chi lo ha identificato come personificazione di un elemento naturale come il fuoco, vista anche l’assonanza del suo nome con il termine norreno per “fiamma”, logi. L’ipotesi sembra rispecchiarsi nell’ambivalenza del fuoco, che può essere la tranquilla fiamma riscaldante del focolare domestico quanto un incendio distruttivo, come la fiamma di Surtr che arderà il mondo durante il Ragnarök. C’è anche chi lo ha visto come divinità ctonia e infera o persino satanica. La sua figura ha sollevato numerosi interrogativi, tanto da costituire un «problema», per tornare a citare lo scritto di de Vries. Per esempio, Loki è una figura importante all’interno del pantheon nordico, tanto da comporre (sotto il nome di Lóðurr) insieme a Odino e Hœnir una triade divina che dà vita ad Askr ed Embla, gli Adamo ed Eva della mitologia norrena, ma che è anche all’origine della maledizione dell’oro di Andvari e della vicenda volsungo-nibelungica; eppure, a differenza di altre divinità come Odino e Thor, è caratterizzato dall’assenza di culto e dalla mancanza di toponimi derivati dal suo nome.

Dopo aver passato in rassegna le testimonianze scritte della tradizione scandinava, la seconda parte del saggio è dedicata al confronto di Loki con Syrdon, personaggio dell’epopea narte degli osseti. Dumézil fu un attento studioso della mitologia e in più in generale della cultura e delle lingue caucasiche, cui dedicò diversi saggi come Légendes sur le Nartes (1930) e Textes populaires ingouches (1935). Dal 1925 al 1931 insegnò storia delle religioni all’Università di Istanbul, dove colse l’occasione per apprendere molte lingue caucasiche, come l’osseta, il circasso, l’ubykh e l’abcaso, diventando ben presto un esperto in materia. L’analisi comparativa arriva a toccare anche altri personaggi perfidi e mendaci, come Bricriu ed Evnyssen, seminatori di discordia tratti rispettivamente dalla mitologia irlandese e dal Mabinogion gallese, per arrivare infine a un confronto con il Mahābhārata, il poema più lungo mai scritto.

Questo Loki di Dumézil non è una lettura facile né per tutti, bensì un testo che appagherà solo gli specialisti ed esperti conoscitori di mitologia comparata e filologia germanica. Non è, per intendersi, un saggio divulgativo quanto Gli dèi dei Germani: qui l’autore non lesina riferimenti bibliografici e approfondimenti che potrebbero scoraggiare il lettore che è alla ricerca di un testo più leggero e accessibile, ma come ogni saggio di Dumézil resta una lettura imprescindibile per ampliare le proprie conoscenze di indoeuropeistica.

Source: inviato dall’editore.

:: Questo libro non esiste di Marilù Oliva (Solferino 2025) a cura di Patrizia Debicke

23 luglio 2025

Un manoscritto perduto: direte esistono problemi peggiori. Ma certo. Come magari ritrovarsi coinvolti in un’indagine per omicidio. Ma per Mathias, aspirante scrittore in bilico tra ambizione e precarietà, la perdita del suo romanzo è una vera tragedia. E se fosse stato quello giusto, quello capace di cambiargli la vita?

Il protagonista della storia è Mathias Onaru, un aspirante scrittore che perde il manoscritto su cui aveva proiettato ogni suo sogno. Basta un momento, un attimo di sosta davanti al chiosco per comprare delle margherite da portare al nonno al cimitero e la borsa con il computer e il suo libro, lasciata sul sedile posteriore della macchina sparisce.  Un dramma, almeno per lui. Anche il file con il testo era nel computer. Non ha altre copie… Mathias è un esordiente, e come spesso accade, dimentica le regole più semplici: non si invia mai un manoscritto senza conservarne una copia. Unica speranza rintracciarne una tra le tante spedite alle varie case editrici. Non gli resta che provare a rintracciarlo.
Mentre contemporaneamente sarà costretto ad affrontare l’assurdità di un omicidio che lo ha subdolamente sfiorato da vicino e vagherà vanamente in una Roma luminosa e indifferente, tra surreali  colloqui e scomodi ricordi.
Dallo sconforto più cupo, infatti  riemerge la voce beffarda di suo nonno: figura autoritaria, incombente presenza nell’infanzia, però anche qualcuno in grado di trasmettergli la passione per il cielo e il tempo, l’idea di diventare un astrofisico.  L’uomo burbero che coltivava un sogno utopistico ma poetico: costruire una macchina per afferrare i ricordi, fermare i dittatori, risuscitare la moglie. Rincorrere il tempo, forse cambiarlo.

Inseguiremo  Mathias, che vaga semisperduto in una Roma luminosa e indifferente, mentre rincorre il suo manoscritto e, con esso, la propria identità. Immerso in  umilianti colloqui surreali, angosciato dal terrificante sospetto di essere coinvolto in un delitto, mentre alza gli occhi al cielo notturno e lo interroga cercando risposte. Da sempre è abituato a paragonare le persone agli astri, è persino  convinto che la volta celeste abbia il potere di ravvivare relazioni, amicizie e amori.
Ma ora? Ce la farà?  Riusciranno le sue stelle ad aiutarlo?

Con questo romanzo, Marilù Oliva chiude la trilogia dedicata al tempo, dopo Le sultane (vecchiaia, diritto alla maturità) e Lo Zoo (il presente svilito e svenduto per l’effimero).  Tre libri molto particolari, che pur sconfinando nel noir, vanno oltre i limiti di genere per trasformarsi in ragionamento, filosofia, denuncia sociale. Una trilogia che mostra una crescita evidente, anche nello stile:  di volta in volta il linguaggio si fa sempre più raffinato, speciale.
Se Le sultane era un ode al  diritto di vivere il tempo fino in fondo, e Lo zoo una denuncia del tempo, mortificato nella nostra società, con Questo libro non esiste Marilù Oliva allarga maggiormente il suo punto di vista: il tempo umano si collega al tempo universale, alla sua inavvicinabile impenetrabilità. “Questo libro non esiste” è come un romanzo giallo  con quattro angolazioni:  un viaggio nel tempo in tutte le sue forme: quello intimo, quello della memoria , il tempo della narrazione e quello cosmico, anche nelle oscure pieghe del suo significato più profondo. Ma cos’è veramente  Mathis genio o follia

Il cognome stesso del protagonista, Onaru, che  letto al contrario diventa Urano, il padre  di Chronos nella mitologia greca. Mathis si innamorerà  dell’unica donna che non lo vuole e lo respinge, si è fatto rubare il manoscritto in cui ha riversato le sue illusioni, le sue speranze: ma questo manoscritto esiste davvero?
O forse non è stato ancora scritto. 
A ben guardare “Questo libro non esiste” è molto più di un giallo. La vicenda di Mathias si trasforma anche in pretesto per riflettere sulla scrittura, sul fallimento, su una certa  deriva del mondo editoriale. Una scusa perfetta per introdurci quasi attraverso il buco della serratura nel farraginoso mondo dell’editoria, nei suoi acrobatici compromessi, nelle sue tante, troppe ipocrisie.

Non mancheranno ironiche allusioni al sistema: come la casa editrice Malbege satirica deformazione delle Malebolge dantesche, gli scrittori che si ritrovano al  Don Juan in onore del massimo Cervantes e bevono un “mulino a vento”, le relazioni virtuali, i like gabellati come valuta di scambio. Con humour, intelligenza e forma inseriti vivacemente nella narrazione.
Non facile ma un bel romanzo da leggere.

Marilù Oliva, nata a Bologna, è scrittrice, saggista e docente di lettere. Collabora con diverse riviste ed è caporedattrice del blog letterario Libroguerriero. Per Solferino ha pubblicato i bestseller mitologici L’Odissea raccontata da Penelope, Circe, Calipso e le altre (2020), L’Eneide di Didone (2022), L’Iliade cantata dalle dee (2024), La Bibbia raccontata da Eva, Giuditta, Maddalena e le altre (2025), il romanzo Biancaneve nel Novecento (2021), il saggio I Divini dell’Olimpo (2022) e le riedizioni di due dei suoi noir di successo, Le Sultane (2021) e Repetita (2023).

:: La terra al di là di Gene Wolfe (Atlantide 2025) di Emilio Patavini

22 luglio 2025

Atlantide è una casa editrice dall’interessante catalogo, che comprende anche una oculata selezione di titoli fantascienza, da Amo Galesburg a primavera di Jack Finney a Il mondo sul filo di Daniel F. Galouye, da Riaffiorano le terre inabissate di M. John Harrison, a Godbody di Theodore Sturgeon. A queste opere si è recentemente aggiunto, ad aprile di quest’anno, il romanzo La terra al di là di Gene Wolfe (1931-2019), autore americano noto per il ciclo science fantasy del Libro del Nuovo Sole, edito da Mondadori. Uscito nel 2013, La terra al di là è il penultimo romanzo pubblicato da Wolfe e racconta di Grafton, un uomo americano che si ritrova a viaggiare in un imprecisato paese dell’Est Europa per scrivere una guida turistica. Del paese non ci verrà mai detto il nome, ma sappiamo solo che in questa «terra al di là della montagne» vige una dittatura post-comunista, mentre gli abitanti hanno nomi simil-greci. Come è stato notato, il titolo originale The Land Across sembra rimandare alla Transilvania, riferimento corroborato anche dalla presenza di una residenza estiva di Vlad l’Impalatore nel paese. Se anche di Transilvania si tratta, ne è comunque una versione alternativa e distopica, uno stato di polizia che sottrae il passaporto a Grafton e lo incrimina senza motivo apparente, affidandolo alla custodia di un uomo di nome Kleon, che fin da subito non mostra alcuna simpatia nei suoi confronti, e di sua moglie Martya, che al contrario è attratta dallo straniero e decide di aiutarlo. Grafton affitta poi una casa abbandonata, i Salici (nome che rievoca Algernon Blackwood), in cui si dice che sia sepolto un tesoro. Ma al suo interno trova invece il corpo mummificato di una donna, che sarà solo la prima di una serie di disavventure che lo porterà a essere rapito da una organizzazione antigovernativa di ispirazione religiosa, la Legione della Luce, e poi a essere incarcerato. Se le premesse fanno pensare a Il processo di Kafka o a Epepe di Ferenc Karinthy, il lettore viene progressivamente sviato dall’ibridazione di generi messa in atto da Wolfe. Il romanzo passa così dalla ghost story con presenze soprannaturali e tanto di casa infestata all’intricata spy story e al thriller metafisico: Grafton viene infatti coinvolto nello scontro tra la polizia segreta, la JAKA, e la setta satanista dell’Empia Via.

Non bisogna aspettarsi da questo romanzo la complessità postmoderna del ciclo del Nuovo Sole, ma una godibile lettura di intrattenimento che all’inizio sfiora l’inquietante, poi vira decisamente verso l’azione e infine sfuma in un finale parecchio sottotono. Anche stilisticamente la scrittura è scorrevole e colloquiale, e l’uso di strategie narrative come cliffhanger e colpi di scena tradisce una certa finalità tensiva che non riesce però a resistere fino alla fine, risultando poco convincente nell’ultimo quarto del romanzo. Il modo di parlare dei locali viene reso volutamente oscuro, involuto e non sempre chiaro da comprendere, immedesimandoci nello sforzo di Grafton di confrontarsi con un modo di pensare completamente diverso dal suo. L’elemento soprannaturale si palesa nella lotta tra magia nera e bianca ed è esemplificato dalla presenza di bambole vudù e di una mano della gloria dotata di vita propria e potenzialmente assassina che fa pensare a La bestia con cinque dita di W.F. Harvey, La mano scorticata di Guy de Maupassant, ma anche a Il cadavere del vescovo Louis, racconto dell’autore inglese di ghost stories Frederick Cowles che ho recentemente tradotto per la raccolta L’orrore di Abbot’s Grange uscita per Dagon Press.

Tuttavia questo La terra al di là è un romanzo che non convince pienamente. Da un narratore come Gene Wolfe era lecito aspettarsi qualcosa di più incisivo, di più stimolante per il lettore. Non che sia una lettura lenta o noiosa, tutt’altro, ma il problema è che spesso si incontrano elementi che mettono a dura prova la sospensione dell’incredulità di chi legge. Per esempio, i personaggi agiscono alla cieca, guidati unicamente dal loro intuito, eppure riescono miracolosamente a imboccare sempre la via giusta e a non fare mai buchi nell’acqua. Dürrenmatt, per fare un nome su tutti, ci ha insegnato quanto spesso l’investigazione sia accompagnata dalla fallibilità, dimostrando come non sempre il raziocinio riesca a far luce su tutte le zone d’ombra. E di zone d’ombra in questo libro ce ne sono parecchie, forse non del tutto chiarite per volontà dell’autore, così come ci sono alcuni personaggi o entità che spariscono improvvisamente senza far più ritorno. Sembra quasi che la vena allusiva per cui l’autore è noto sia stata sacrificata ai fini della mera indagine spionistica, per quanto sia trascinante fino a un climax da weird menace anni ‘30 con la classica damigella in pericolo. La figura paterna (chi leggerà il libro capirà a cosa mi riferisco) e ambigua del dittatore del paese sembra aver imposto all’autore il dovere morale di includere una appendice in calce al libro in cui si ribadisce l’importanza della democrazia in opposizione alla fittizia autarchia descritta nel romanzo. Una scelta che appare a mio avviso pleonastica. Gene Wolfe ha la fama di autore difficile da leggere. Questo libro non è difficile da leggere né particolarmente complesso. A volte sembra solo confuso. Si avverte anche l’influenza di quell’autentico capolavoro che è L’uomo che fu giovedì di G.K. Chesterton, uno degli autori che più ha influenzato Wolfe, ma il cui genio rimane insuperato.

Gene Wolfe (1931-2019) è stato uno dei maggiori scrittori americani di fantascienza e fantasy del Novecento, vincitore di numerosi premi, tra cui quattro Locus e due Nebula. “La terra al di là”, pubblicato originariamente nel 2013 e avvicinato immediatamente alle opere di Kafka e Flaunn O’Brien, viene presentato per la prima volta in traduzione italiana.

Source: libro inviato dall’editore.

:: L’enigma Kaminski di Paolo Roversi (Mondadori 2025) a cura di Patrizia Debicke

21 luglio 2025

Milano, ancora euforica per il successo dell’Expo, si prepara alla consueta vivace esplosione di  luci natalizie. Ma l’8 dicembre, una cupa ombra cala sulla città: Giovanni Ferri, noto e rispettato antiquario di Brera, viene ritrovato senza vita in un confessionale del Duomo, al termine della messa dell’Immacolata. A un primo sguardo, parrebbe un infarto. Ma Luca Botero, il commissario insofferente anzi allergico alla tecnologia e con uno spirito d’osservazione degno di un moderno Sherlock Holmes, ritiene invece che sia stato ucciso.

Quando l’autopsia conferma in pieno i suoi sospetti, l’indagine decolla. Molti, forse troppi, avevano un motivo per desiderare la morte di Ferri. E qualcosa di ancora più oscuro avanza minacciosamente : risorto dal passato torna a riaffacciarsi l’incubo peggiore del commissario — Jacek Kaminski.
Il criminale spietato che anni prima aveva quasi ucciso il commissario è tornato, e questa volta lo sfida apertamente.

Stavolta Botero dovrà mettere in gioco tutto: intuizione, coraggio, e forse anche la propria vita. Perché affrontare Kaminski sarà per lui come  affrontare anche i suoi fantasmi. E non è detto che i cervellotici enigmi disseminati lungo il cammino non di rivelino  l’ennesima trappola.

Con L’enigma Kaminski, terzo capitolo della serie con protagonista il commissario più analogico del noir contemporaneo, Paolo Roversi colpisce ancora nel segno. Il ritmo narrativo sempre serrato, la tensione costante e la trama si rivela densa di colpi di scena. Nulla è mai come sembra tanto che  il lettore si sente in prima linea, costretto a indagare accanto a Botero, condividendone limiti e intuizioni, dubbi e folgorazioni.

Come nei precedenti romanzi, Milano è più di uno sfondo: è una presenza viva, quasi tangibile, palpitante, nervosa, apparentemente  già pronta per il Natale ma attraversata da inquietudini sotterranee. Tuttavia, la caccia all’uomo porta Botero e la sua squadra anche fuori città: da Bologna alla Versilia, e persino fino a Macugnaga. Ogni diverso luogo diventa tessera di un puzzle complesso e affascinante.

Il passato si fa largo con prepotenza, e con questo  la resa dei conti tanto attesa tra Botero e il suo nemico di sempre. Kaminski è la sua nemesi perfetta, capace di metterlo a dura prova sia sul piano investigativo che su quello personale. In un duello mentale all’ultimo respiro, in una partita senza esclusione di colpi.

Il commissario, fedele al suo Borsalino e al trench d’ordinanza molto americaneggiante, resta sempre  coerente con la sua tecnofobia e il suo sguardo disincantato sulla realtà, chiuso in sé  come un campo da biliardo all’italiana,  anche se stavolta, Roversi apre qualche spiraglio sul suo mondo interiore, rendendolo più vicino al lettore, più umano.

Intorno a lui, la squadra Alfa, i “confinati” della Cortina di Ferro, l’ex caserma militare trasformata in base operativa. Al suo fianco il fedele cane  meticcio Duca e l’amico Domenico, memoria storica e unica medicina alla ormai cronica insonnia che accompagna ogni indagine di Botero.

La scrittura  di Roversi è rapida, diretta, quasi cinematografica. Fatta di : piani sequenza, zoomate, cambi di ritmo che mantengono costantemente l’attenzione al top. I dialoghi sono vivaci, i personaggi ben calibrati. E poi c’è Milano, sempre lei, a respirare contemporaneamente alla narrazione, a vibrare sotto la tensione crescente del racconto.

Gli enigmi lanciati da Kaminski saranno solo l’inizio di una vorticosa spirale che travolgerà Botero e i suoi. Il finale sarà da batticuore, con alla fine un colpo di scena che spalanca le porte a un nuovo capitolo. Perché, a volte, non è riconoscere il nemico la parte più difficile, mentre lo è il capire dove  e come attaccherà  la prossima volta.

Paolo Roversi, scrittore, giornalista e sceneggiatore, si è laureato in Storia contemporanea all’Università Sophia Antipolis di Nizza (Francia). Ha pubblicato romanzi gialli con protagonista il giornalista hacker Enrico Radeschi: Blue Tango – noir metropolitano (Stampa Alternativa), La mano sinistra del diavolo (Mursia) con cui ha vinto il Premio Camaiore di Letteratura Gialla 2007 ed è stato finalista del Premio Franco Fedeli 2007, Niente baci alla francese (Mursia), La marcia di Radeschi (Mursia), L’uomo della pianura (Mursia) e La confraternita delle ossa (Marsilio). Con Marsilio, nel 2015 ha pubblicato il dittico Città rossa, due romanzi sulla storia della criminalità milanese degli anni Settanta e Ottanta ecc. ecc.

:: Bracconieri di Reinhard Kaiser-Mühlecker (Carbonio Editore 2025) a cura di Giulietta Iannone

19 luglio 2025

Bracconieri di Reinhard Kaiser-Mühlecker, tradotto da Alessandra Iadicicco, e ora edito in Italia da Carbonio Editore, è un romanzo notevole, molto potente, che ho apprezzato davvero molto per l’abilità dell’autore sia di scandagliare l’animo umano sia di raccontare l’ambiente rurale dove il protagonista Jakob Fischer e la sua famiglia vivono. Con uno stile tagliente e puntuale, mai banale, Kaiser-Mühlecker racconta una storia tesa, corposa in cui si parla di amore, incomunicabilità e redenzione, senza scadere mai nel prosaico e nel didascalico, ma attraverso l’analisi dei moti più segreti dell’animo umano e di conseguenza dei suoi riflessi nella natura. Jakob è un ragazzo comune, ancora molto giovane ma già gravato dalle responsabilità della gestione di una fattoria al confine tra l’Alta Austria e la Baviera, vicino a un’autostrada. Vive ancora coi genitori ma è efficiente, economo, gran lavoratore e apprezza il suo mondo, ama forse più gli animali che le persone, perché meglio li comprende, ama il lavoro, ama l’odore e il calore della sua terra, e quando incontra Katja, si mettono insieme e hanno un figlio si illude che la sua incapacità di comunicare e di gestire alcuni lati del suo carattere sia come dire guarita ma altre difficoltà si presentano all’orizzonte. L’incapacità di aprirsi all’altro, frutto anche forse di un’educazione anaffettiva, lo tormenta e gli rende difficile anche solo fare chiarezza in sé stesso. Kaiser-Mühlecker gestisce tutto questo magma con piglio sicuro, senza sbavature e cedimenti, padroneggiando una prosa sobria e antica, con le difficoltà della modernità, telefonini, computer, Tinder, macchinari agricoli, escavatrici. Jakob ha un ricco mondo interiore che non riesce a far emergere in superficie, e questa difficoltà esistenziale si riflette nelle difficoltà che affrontano molti giovani, acquistando un valore universale.

Reinhard Kaiser-Mühlecker (1982), nato e cresciuto in Alta Austria, ha studiato Agricoltura, Storia e Sviluppo internazionale a Vienna. Dopo lunghi soggiorni in Argentina, Bolivia, Svezia e Germania, è tornato a vivere nel piccolo comune di Eberstalzell, dove tuttora gestisce l’azienda agricola di famiglia, affiancando l’attività di scrittore.  

Ha vinto numerosi premi tra cui spiccano, nel 2022, il rinomato Bayerischer Buchpreis con Bracconieri e, nel 2024, l’Österreichischer Buchpreis, il maggiore riconoscimento letterario austriaco, con Campi ardenti di prossima pubblicazione per i tipi di Carbonio Editore.

È autore di dieci romanzi e di una raccolta di tre racconti lunghi.

Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo Costanza dell’Ufficio Stampa Carbonio Editore.

:: Davanti a Gesù Eucaristia con gli Angeli e gli Arcangeli di Michele Pio Cardone e Matteo Iannacone (Edizioni Segno), a cura di Daniela Distefano.

15 luglio 2025

Questo testo raccoglie 40 visite o momenti di adorazione al Santissimo Sacramento ispirandosi al simbolismo ricorrente del numero 40 nella Bibbia. Questo numero rappresenta la purificazione e il cambiamento radicale in diversi contesti biblici. In quest’articolo riporto un collage di brani desunti dal libro, ma anche  versi di preghiere, citazioni di Santi, passi di encicliche di San Giovanni Paolo II sul tema della Santa Eucaristia e infine un piccolo assaggio pontificale di Papa Leone XIV che parla di Gesù col cuore suo e di tutta la Chiesa.

In compagnia dell’arcangelo Raffaele, mi rivolgo a te, Gesù, vittima divina del calvario, riconoscendo la tua presenza nell’Eucaristia, viva, reale e vera. Ti adoro con tutto il cuore, offrendoti il mio sacrificio e il mio amore. Accogli la mia fede e il mio affetto, o redentore del mondo. Desidero imitare Maria, gli angeli e i santi nella loro devozione, per poter stare degnamente di fronte a te. Ti ringrazio, Gesù, per il tuo amore senza limiti. Salvami, liberami, confortami, difendimi, perdonami e donami il paradiso.

Prima di lasciare questo mondo, Gesù ha chiesto al Padre “perché tutti siano una sola cosa, come tu, Padre, sei in me ed io in te” (Gv 17, 21). A nessuno sfugge il profondo significato ecclesiale di questa accorata preghiera di Gesù nell’ultima Cena, in quella intensa atmosfera di comunione in cui istituì il “sacramentum amoris”, che costituisce il suo più prezioso testamento; in quel pasto di congedo dai suoi, prima di lasciarli per fare ritorno al Padre, dopo aver compiuto la sua missione sulla terra.

L’unità chiesta da Cristo per i suoi discepoli è una partecipazione a quella esistente tra il Padre e il Figlio:  “come tu sei in me ed io in te”; una riproduzione, o, se vogliamo, un riflesso visibile della stessa unità trinitaria. I cristiani devono, pertanto, presentarsi agli uomini che si succedono nel tempo come “un popolo adunato nell’unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo” (S. Cipriano).

Il dono dell’ Eucaristia è ancora misconosciuto a molti, come un tesoro che coinvolge l’umanità e può essere amato perfettamente solo dalla totalità degli abitanti del pianeta.. tutti siamo amati da Dio, anche i malvagi e gli ingrati che se sapessero quanta gioia e felicità dona ogni giorno ricevere il Signore sacramentato getterebbero la corazza del male e si prostrerebbero ad adorare il vero Dio che li salva, che non li giudica fino alla fine.                                                                            È nell’Eucarestia, sacramento della “koinonia cristiana”, che si esprime, e si attua, la piena unità del Popolo di Dio (Lumen gentium). Mai come intorno all’altare esso appare, ed è, così perfettamente uno. Il nuovo Popolo messianico, convocato dalla Parola, nella celebrazione eucaristica proclama pubblicamente di fronte al mondo, che tutti i suoi membri attingono la loro vita ad una unica fonte, ad un unico e medesimo pane, quello disceso dal cielo, ricevuto in una fede comune e per una speranza comune. La Chiesa è una, perché una è l’Eucarestia. 

<<Quante volte, Gesù, mi sento smarrito, cercando disperatamente la tua presenza.Come Maria, non comprendo sempre la tua volontà, ma con fiducia mi affido a te.

Signore, abbi pietà di me.

Gesù, mio ristoro, ascoltami.

In adorazione, ti contemplo presente,

nel Santissimo Sacramento.

Signore, abbi pietà di me.

Gesù, mio ristoro, ascoltami.

Ti ringrazio, Gesù, per la tua presenza reale, nel Santissimo Sacramento, tu sei la luce che mi guida.

Che la tua grazia mi accompagni

Nel cammino della vita.

Signore, abbi pietà di me.

Gesù, mio ristoro, ascoltami.

Grazie. Amen>>

La Chiesa vive una vita autentica, quando professa e proclama la misericordia – il più stupendo attributo del Creatore e del Redentore – e quando accosta gli uomini alle fonti della misericordia del Salvatore di cui essa è depositaria e dispensatrice. Gran significato ha in questo ambito la costante meditazione della Parola di Dio e, soprattutto, la partecipazione cosciente e matura all’Eucaristia e al sacramento della penitenza o riconciliazione.

L’Eucaristia ci avvicina sempre a quell’amore che è più potente della morte:

<<Ogni volta  infatti – che mangiamo di questo pane e beviamo di questo calice>>, non soltanto annunciamo la morte del Redentore, ma ne proclamiamo anche la risurrezione, <<nell’attesa della sua venuta>> nella gloria. Lo stesso rito eucaristico attesta quell’inesauribile amore in virtù del quale egli desidera sempre unirsi a tutti i cuori umani. E’ il sacramento della penitenza o riconciliazione che appiana la strada a ognuno, perfino quando è gravato di grandi colpe. In questo sacramento ogni uomo puù sperimentare in modo singolare la misericordia, cioè quell’amore più potente del peccato.

Il libro porge una storia del percorso dell’adorazione eucaristica

La pratica trova le sue radici nell’espansione della vita cenobitica e monastica. La vita in clausura, con lunghe meditazioni e contemplazioni alla presenza dell’Eucaristia, ha contribuito a instaurare un tempo specifico nella routine quotidiana dei monaci dedicato all’adorazione. Le prime testimonianze di questa pratica risalgono a una delle prime biografie dedicate a san Basilio Magno.

Il 25 marzo 1654 fu fondato a Parigi un monastero in cui il Santissimo Sacramento venne adorato giorno e notte in riparazione dei sacrilegi compiuti  durante le guerre. L’adorazione eucaristica o la visita al Santissimo Sacramento a livello personale rivestono un’importanza fondamentale. Si può paragonare a uscire per scaldarsi al sole, assorbire i suoi raggi e ricevere vita; non a caso molti tabernacoli raffigurano il sole con i suoi raggi. Stare alla presenza del Signore genera un’amicizia intima che ci entusiasma nella vita.

Nell’enciclica “Fides et Ratio” di San Giovanni Paolo II, si legge:

Nell’orizzonte sacramentale della Rivelazione e in particolare nel segno eucaristico l’unità inscindibile tra la realtà e il suo significato permette di cogliere la profondità del mistero. Cristo nell’Eucaristia è veramente presente e vivo, opera con il suo Spirito, ma come aveva ben detto san Tommaso,                  << tu non vedi, non comprendi, ma la fede ti conferma, oltre la natura. E’ un segno ciò che appare: nasconde nel mistero realtà sublimi>>.

Concludo con le parole del Sommo Pontefice: «Cari fratelli e sorelle, è bello stare con Gesù». Così Papa Leone XIV ha iniziato la sua omelia, celebrando la Liturgia eucaristica per la Solennità del Corpus Domini sul sagrato della Basilica di San Giovanni in Laterano, cattedrale di Roma.

Il brano del Vangelo di Luca letto durante la liturgia, quello del miracolo della moltiplicazione dei Pani e dei Pesci, narrava delle moltitudini che «rimanevano ore e ore con Lui, che parlava del Regno di Dio e guariva i malati». Tra San Giovanni e Santa Maria Maggiore, una analoga moltitudine si è raccolta intorno al Successore di Pietro, per celebrare insieme a lui il mistero dell’Eucaristia, e – dopo la Messa – accompagnare in processione, lungo via Merulana, il Santissimo Sacramento da lui portato in ostensorio. Quel pane eucaristico – ha detto nell’omelia Papa Leone, citando Sant’Agostino – «che nutre e non viene meno; un pane che si può mangiare ma non si può esaurire».

:: Un’intervista con Luca Poldelmengo, a cura di Giulietta Iannone

15 luglio 2025

Bentornato Luca su Liberi di scrivere e grazie di averci concesso questa nuova intervista. Sei stato ospite su queste pagine in diverse occasioni e ora si può dire con Indagine apparente torni al noir dopo un periodo dedicato al cinema, ricordo ai lettori che sei sceneggiatore, e alla letteratura per ragazzi. Sei emozionato? Ti mancava confrontarti con il noir per grandi?

    Giulietta grazie per la gentile ospitalità.  Pur non essendomi annoiato, devo dire che mi è mancato molto il contatto con i lettori, la possibilità di condividere il mio universo con il loro.

    Indagine apparente esce per Gallucci, storica editrice romana dedicata ai libri per ragazzi, in una nuova collana, ci vuoi parlare di questo nuovo percorso.

    Gallucci, con cui ho pubblicato i miei libri per ragazzi, da tempo si sta rivolgendo anche a lettori adulti, puntando su autori di primo piano come Marino Bartoletti. In  Glifi, questo è il nome del marchio Gallucci che si rivolge al pubblico “grande”, l’editore Carlo Gallucci voleva inserire anche delle storie di genere e io ero alla ricerca di una nuova collocazione dopo la chiusura della collana Sabotage(E/O). Il resto è venuto da sé… 

    Facendo tesoro della tua esperienza come sceneggiatore, piccoli segreti del mondo del cinema, catturi fin dalle prime pagine l’attenzione dei lettori creando il giusto stato di tensione. L’incubo di tutte le mogli è che il marito non torni a casa la sera, ed è proprio quello che succede alla nostra protagonista, donna in carriera molto determinata nella professione quanto fragile nel privato. Ce ne vuoi parlare?

    Letizia Riva, la protagonista di questa storia, è una PM estremamente determinata e poco incline al compromesso, tanto da guadagnarsi il soprannome di La Stronza in procura.  Solo un uomo riesce a coglierne il lato caldo e accogliente: Aldo, suo marito, l’architrave intorno alla quale Letizia ha costruito la sua vita perfetta. Almeno di questo Letizia è convinta all’inizio di questa storia, perché le indagini che condurrà nella speranza di ritrovare suo marito la porteranno a scoprire una realtà ben diversa…

    Dunque, la sua vita perfetta, tanto meticolosamente costruita e voluta, un lavoro di responsabilità in Procura che la gratifica, un marito che tutte le invidiano, due figli cresciuti apparentemente al meglio, va in pezzi e l’unica cosa che può fare è iniziare un’indagine privata e iniziare a cercarlo? Cosa scoprirà?

    Che l’amore non ci autorizza a interferire nella vita degli altri, perché, come diceva Marx, la via dell’inferno è lastricata di buone intenzioni.

    Più indaga e più scopre cose anche su sé stessa che non sospettava. Ma conosciamo davvero le persone che vivono con noi? Soprattutto quelle a cui diamo maggior fiducia?

    Ogni persona è un universo, pensare che chi ci sta accanto non possa sorprenderci, nel bene o nel male, vuol dire solo illudersi di possedere il controllo. Una certezza tanto rassicurante quanto vana…

    Come hai caratterizzato l’ambientazione del romanzo?

    Roma ha un’anima complessa, ho cercato di restituirne alcune sfaccettature. C’è la Roma Borghese di Talenti, quella popolare di Casal Bruciato, c’è l’anima brulicante della cittadella giudiziaria e la movida di Ponte Milvio.

    C’è qualche libro che ti ha ispirato nella stesura del romanzo? A chi ti sei ispirato per costruire il personaggio della protagonista?

    No, questa volta l’ispirazione della trama gialla nasce da un fatto di cronaca, tra l’altro poi profondamente mutato in scrittura e che non posso comunque rivelare per non compromettere il piacere della lettura. I personaggi invece nascono dal consueto mix di persone che conosco o che posso aver semplicemente incontrato, frullate tra loro e riassemblate assieme a fattori di pura fantasia.

    Quali sono i maggiori ostacoli che hai incontrato nella stesura del romanzo, le parti che ti hanno creato più difficoltà?

    Quando invento una storia c’è sempre una parte giocosa: il plot, le svolte con cui spero di sorprendere e divertire il lettore, in questa piccola sfida che sono le storie gialle. Poi c’è quello di cui mi preme parlare, il motivo che mi spinge a raccontare questa storia e non un’altra. Qualcosa che ha a che vedere con le mie inquietudini di essere umano e che nel romanzo prende sempre la forma di una domanda. L’articolazione di questa domanda, la messa a nudo di questa inquietudine, è la parte più complessa da gestire.

    Hai avuto proposte di opzione per il cinema? Che attori vedresti bene per le parti dei personaggi, e a quale regista affideresti la direzione del film?

    Ancora nessun’opzione, ma c’è tempo… Ad alcuni personaggi mentre scrivevo ho assegnato un volto cinematografico, ne avevo bisogno per visualizzarli. Letizia Riva è Monica Bellucci, Ettore è Filippo Timi alla sua età, Tassin è il protagonista di the Serpent, per dirne alcuni.

    Grazie della disponibilità, come ultima domanda ti chiederei quali sono i tuoi progetti per il futuro. Grazie.

    Letizia forse tornerà a trovarci…

    :: Quante storie marescià di Roberto De Luca (Pendragon, 2025) a cura di Patrizia Debicke

    14 luglio 2025

    Quarta raccolta di racconti crime firmata da De Luca, luogotenente dei carabinieri in servizio alla Procura di Bologna e appassionato narratore del genere giallo italiano. Dopo il successo delle precedenti pubblicazioni, l’autore torna con cinque nuove storie investigative ambientate nel paese immaginario di Castello di San Petronio, ispirato alla Bassa bolognese con la bella  prefazione di Luca Crovi.
     Un intreccio di realtà e invenzione, in cui il maresciallo Luca De Robertis e i carabinieri della stazione di Castello di San Petronio inseguono risposte spesso multiformi e una giustizia tutt’altro che scontata.
    Talvolta  la realtà – quella cruda, senza filtri – scatena i crimini più spietati. Ogni giorno, la follia umana li fa salire in scena. Li modella in forme diverse, variegate, spesso impensabili. Però i delitti  accadono. E  ci sono alcuni delitti in cui le vittime sono costrette a sopportare, spesso in silenzio..
    Magari  follie che qualcun altro – chi indaga e cerca delle  risposte – vorrebbe fermare. Non sempre però ci riesce. Non sempre ce la fa ad arrivare in tempo,  ma ci prova.
    Cinque nuove storie investigative  accompagnate dalla fantasia  e filtrate dallo sguardo umano e disilluso del maresciallo De Robertis, figura amatissima dai lettori per il suo spirito empatico e la sua ironica concretezza che ha spinto  De Luca a scriverle.
    Questa è la base dalla quale è partito . Poi, come spesso accade, ha dato spazio  alla  fantasia. Dono straordinario e inestimabile concesso  al genere umano. E allora il saper mischiare dei fatti realmente accaduti all’immaginazione, gli ha consentito di scrivere  storie possibili anche se non del tutto vere. O forse diversamente vere.
    De Luca si è rifatto a casi reali, ho ascoltato testimoni, ho spulciato  verbali. Poi ho fatto un passo indietro e, con cautela e  rispetto, ha aggiunto ciò  che a suo vedere mancava. Una piccolezza magari . Qualche particolare diverso o forse un altro  finale.
    Perché sì certo , in alcuni casi, avrebbe preferito che le cose andassero diversamente. E allora l’ha fatto e fatto bene a modo suo,  senza dubbi o ripensamenti.
    Nella sue  storie vi imbatterete in “gang” di adolescenti e di anziani molto particolari .
    Perché molte delle tematiche trattate costringono a confrontarsi due mondi apparentemente  molto diversi e che invece si riveleranno più simili di quanto si possa pensare. Con da una parte dei ragazzini spaventati, calati in una realtà virtuale che si mischia pericolosamente a  quella vera. Irresponsabili, indifferenti e pericolosamente fuori da ogni logica. Dall’altra, dei settantenni : convinti di essere eterni, addirittura immortali. Gente  che rifiuta di  arrendersi all’anagrafe e anzi, vuole sfidarla con azioni eclatanti. Talvolta folli o peggio pericolosamente criminali. Viagra e illusioni di giovinezza.
    Oppure belle e artefatte sessantenni annoiate che si concedono spregiudicatamente a giovani intimoriti e messi all’angolo , in  esperienze e situazioni abnormi. Storie grottesche, dure, a volte ironiche. Sempre legate però a una realtà che conosciamo, ma che troppo spesso fingiamo di non vedere. Come non citare poi un triplice tentato omicidio, orchestrato  con inquietante risoluzione  da tre diverse menti deviate.
    E come dimenticare il  lungo e ossessivo  periodo del Covid, visto da chi doveva far rispettare regole difficili, talvolta assurde, ma necessarie. Un tempo sospeso nel nulla  in cui tutto, ogni crimine, sembrava possibile…
    E infine quattro ultrasessantenni milionari che, messi di fronte all’inevitabile, decidono, tra un whisky  e tanti ricordi , di rispolverare un vecchio progetto di eguaglianza sociale. Un’utopia? Forse. O forse no.
    Dietro ogni racconto si muove lui, il maresciallo Luca De Robertis, e i suoi carabinieri della stazione di Castello di San Petronio. Uomini e donne che non inseguono eroi, ma risposte. A volte le trovano. Altre volte  invece devono confrontarsi con una giustizia incompleta, impegnativa e magari scomoda.

    Roberto De Luca è nato a Mondragone nel 1968, è cresciuto e vive in Toscana. A diciotto anni si arruola nell’Arma dei carabinieri, per la quale svolge tuttora servizio a Bologna. Con Pendragon esordisce nel 2008 con il thriller Insospettabili ombre (in corso di traduzione in lingua araba). Nel 2014 esce il secondo romanzo Adrenalina di porco. Storia di una banda criminale (Premio “Dalla realtà all’immaginario: poliziotti che scrivono”, 2014); nel 2018 pubblica Il maresciallo indaga. Dieci casi per De Robertis (Premio internazionale Apoxiomeno, 2019, categoria letteratura; Premio “Gusti tra le righe” – I sapori del giallo, 2019; Festival Giallo Garda – Menzione della giuria, 2019) e nel 2025 Quante storie marescia’.

    :: Nella Russia di Putin – La costruzione di un’identità postsovietica di Andrea Bonelli (Carocci editore, 2023) a cura di Giulietta Iannone

    13 luglio 2025

    Il breve saggio, Nella Russia di Putin, edito da Carocci editore ormai nel 2023, del professor Bonelli, esperto di questioni inerenti la Russia sovietica e post sovietica, di cui vi parlerò oggi, è un interessante compendio di molte tematiche inerenti il passto, il presente e il futuro della Russia partendo dal suo passato zarista, per passare all’eredità sovietica, per poi giungere al putinismo odierno, un misto di ideologia e valori tradizionali ben radicati nella coscienza russa, che sì può essere visto come un regime illiberale, e quasi stalinista, non segreta l’ammirazione che Putin prova per Stalin rivendicando un orgoglio nazionale mai sopito e rifiutandosi di demonizzare un periodo storico vissuto da generazioni di russi, ma con peculiarità sue proprie che è interessante studiare per capire la Russia moderna e soprattutto l’eredità che lascerà una volta che Putin, per raggiunti limiti d’età, lascerà volente o nolente il potere. La vocazione imperiale della Russia odierna ha radici profonde, che precedono l’epoca sovietica, e traggono le basi dallo zarismo stesso, che se vogliamo ha forgiato molte delle caratteristiche peculiari dell’animo russo, spirito passato indenne durante lo stalinismo sovietico e giunto fino a noi, in cui la fede, non solo quella ortodossa (strano come questa fede sia sopravvissuta in un regime come quello sovietico che si professava ateo), e i valori tradizionali hanno cementato una coscienza comune che Putin ha raccolto e fatta propria, acquisendo un consenso non solo imposto con misure coercitive e autoritarie. E’ importante capire questo per comprendere fino a che punto il putinismo ha cambiato la storia non solo russa ma mondiale. Ma chi è Putin? Come è stato possibile che un incolore burocrate, passato dalle maglie dei Servizi, abbia raggiunto le più alte cariche dello Stato e abbia conservato il potere per tutti questi anni attorniato da una classe politica dirigenziale fedele e imbevuta di ideali pattriottici e nazionalisti molto forti? A queste domande forse risponderanno gli storici futuri, ma già oggi possiamo capire quanto l’abilità di Putin risieda nella sua capacità di essersi fatto percepire come uno del popolo, anche raccontando nella sua biografia ufficiale fatti strettamente personali come la perdita del fratello in guerra o il ritorno del padre ferito dal fronte appena in tempo per salvare la madre che se no sarebbe morta di stenti. Tutte vicende che hanno inciso profondamente nell’immaginario che lo circonda. Come il battesimo ricevuto segretamente, quando le leggi sovietiche lo proibivano. Il militarismo patriottico, l’esaltazione della Vittoria nella Grande Guerra Patriottica, l’importanza geopolitica del paese e il suo ruolo a livello mondiale, sono tutti temi radicati nello spirito russo, di cui Putin si è appropriato per consolidare un potere che sarebbe stato difficile altersì ottenere, nè tanto mantenere per più di vent’anni. Intanto è importante focalizzare l’attenzione sulla convinzione radicata nel Cremlino dell’importanza del ruolo stabilizzante della Russia, senza il quale l’Europa e gli Stati Uniti sarebbero incapaci di gestire un ordine mondiale post Guerra fredda, ordine che ancora non è stato raggiunto. E all’orizzonte lo spettro dell’inverno nucleare, augurandoci che almeno questa profezia apocalittica non si avveri.

    Andrea Bonelli è ricercatore in Storia dell’Europa orientale all’Università di Pisa. Ha svolto ricerche in archivi russi ed europei e ha insegnato in diverse università italiane. Autore di saggi scientifici, ha pubblicato Gorbačëv e la riunificazione della Germania. L’impatto della perestrojka sul comunismo (1985-1990) (Roma 2021).

    :: Solo 24 ore di Michela Manconi (nero_latte edizioni, 2025) recensione a cura di M. Elena Danelli

    11 luglio 2025

    Ho tra le mani un piccolo gioiello, fragile, sensibile, vibratile, vivo di vita propria.
    Si tratta di “Solo 24 ore” di Michela Manconi, edito da “nero_latte edizioni”. Una delicatezza coraggiosa, ardita e ricca di speranza, che si affaccia al mondo come ora lo conosciamo – o meglio non riconosciamo – con la purezza dell’alba.
    La sua forza sta nell’offrirsi come fanno i fiori che non hanno occhi, ma che sono visti da tutti coloro che hanno la grazia di osservarli, e Michela lo fa esponendo la propria anima con generosità, aprendo al mondo una totalità espressiva che attinge alla parola e all’immagine, addirittura ha una colonna sonora, una playlist in cui ritrovarsi, riconoscersi, diventare isola nell’oceano degli altri.
    La Poesia è dovunque, e non è che così.
    Si trova soprattutto nelle cose delicate, pronte a svanire, labili, effimere, profumate, sensazioni che hanno la durata infinitesimale di un respiro, della rotazione impercettibile dei pianeti, nel mistero affascinante matematico e fisico che sostiene l’Universo, intrecciato invisibilmente dalla molteplice espressione della medesima Vita che abita nella molteplicità incommensurabile della varietà del non immaginato.
    Anche Einstein asseriva che la forza propulsiva dell’Universo è l’Amore.
    Difficile da nominare, perché appena pronunciata la parola esso svanisce, si pietrifica e sfugge, non vuole essere compreso, ma solo vissuto, abitare noi e le cose nella singola e singolare completa essenza, esistere nel tutto, lavorando se stesso con ferri da maglia, intrecciandosi, insinuandosi, trasformandosi, toccando le rive più impensabili di ciò che non ne conosce la luce, affinché, sfiorato da esso, si abbandoni alla sua invisibile legge dorata.
    Forse c’è un qualcosa di inversamente proporzionale in noi. Più la nostra età cresce, più ci si convince che diventa superfluo lasciarsi andare, che non è più fattibile e credibile, che non siamo più in grado di sentire il proprio essere abbandonato all’amore, eppure esso ci ha forgiato, da lì siamo stati concepiti, tutti – o almeno quasi – anche in modo distorto, forse, ma il risultato è che siamo impastati dall’Amore. E dunque esso è sempre stato sul nostro cammino, sia dal momento in cui abbiamo aperto gli occhi con il nostro primordiale respiro, sia nel ricordo indelebile di ciò che abbiamo vissuto, ci ha anche frantumato e poi ricomposto, riformato, riassestato sul sentiero del nostro destino.
    Dunque anche ciò che il nostro desiderio ha immaginato, su cui si è illuso, ha fantasticato, ci ha fatto piangere e voler morire, anche quello univoco e non sviluppato ha dato forza al nostro desiderio.
    Mi ricordo di “A una sconosciuta” di Baudelaire, parte della raccolta “I fiori del male”, in cui il Poeta per strada, tra sconosciuti, incrocia una donna di cui intuisce l’affascinante suo mistero che reca nel mondo come un profumo, per poi innamorarsene e comprendere che tutto questo sarà per lui indelebile, indimenticabile, sarà il martello che forgerà il ferro del suo ricordo, della sua nostalgia.
    Proviamo a interrogare noi stessi, per un momento. Come era meraviglioso il ricordo di un qualcosa che abbiamo provato, e rimane – a dispetto del tempo – ancora permeato della stessa vibrazione estatica e corporale, fisica e onirica, della sua stessa incomprensibile bellezza?
    Non ci possiamo opporre alle forze misteriose della Vita di cui siamo parte, del sangue, del corpo, dei cieli, del battito.
    “La strada buia, gli alberi ai lati, il cielo nero costellato da tante piccole stelle, facevano da cornice ad una corsa verso il non ritorno.
    Ma non avevano paura.”