Archivio dell'autore

:: 81280JL. Lennon, l’Iik e i topi salterini di Lorenzo Mazzoni dal 10 ottobre in libreria

30 settembre 2025

E poi c’era quella storia del milione di dollari, dell’hashish che profumava di caramello e dei topi che schizzavano verso il cielo quando leccavano la canapa proveniente dall’Afghanistan. No, non sarebbe stata una buona idea sparare al giornalista. Ancora non sapeva che farsene di quelle informazioni, ma intuiva che per trovare il bandolo della matassa prima o poi ci sarebbe stato bisogno di lui.

Asher Lehman è un assaggiatore di sostanze stupefacenti per conto della Cia nell’Afghanistan occupato dai sovietici. Mark Chapman è un agronomo e agente segreto catturato a Teheran durante l’occupazione dell’ambasciata americana. Carlo Oliva, poi, è un ambiguo corrispondente nella Beirut sconvolta dalla guerra civile. Jason Burdon, eminenza grigia delle spie, intende portare sul mercato statunitense una droga dagli effetti devastanti per far esplodere il caos. Rafael King, ottuagenario ospite del Chelsea Hotel, a New York, è un esperto di telepatia. Norman Parker, poeta e veterano di guerra, ha un fratello, Rib, capo di una gang del South Bronx. E ancora Walter e Babette sono killer spietati ma anche anime gemelle e idealisti della rivoluzione. Sono tanti, originali, magistralmente tratteggiati, i personaggi che popolano il nuovo romanzo di Lorenzo Mazzoni. Cambi e colpi di scena sono intessuti in una trama irresistibile che porta il lettore da un angolo all’altro del pianeta. Seguendo un tracciato cronologico che attraversa gli eventi del 1980 e i tentativi di esportare l’Iik, una cannabis geneticamente modificata, le storie convergono tutte su una domanda: perché l’8 dicembre 1980 John Lennon fu ucciso? La soluzione proposta in questo libro lascerà i lettori a bocca aperta.

Lorenzo Mazzoni, nato a Ferrara nel 1974, ha abitato a Londra, Istanbul, Parigi, Sana’a e Hurghada. Scrittore e reporter, ha pubblicato numerosi romanzi, tra cui per Edizioni Spartaco, Quando le chitarre facevano l’amore(2015), con cui ha vinto il Liberi di Scrivere Award, Il muggito di Sarajevo (2017) e 81280JL. Lennon, l’Iik e i topi salterini (2025). È docente di scrittura creativa di Corsi Corsari e consulente per diverse case editrici. Collabora con Il Fatto Quotidiano.

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:: Antonio Catalfamo, Metamorfosi del mito, (Genesi editrice, Torino, 2024) a cura di Hala Radwan

28 settembre 2025

La raccolta Metamorfosi del mito di Antonio Catalfamo si presenta come un viaggio poetico in cui la memoria personale, il mito classico e l’impegno sociale si intrecciano in modo originale. Fin dalle prime pagine emerge chiaramente come il mito non venga trattato come un reperto museale, bensì come materia viva, capace di incarnarsi nel quotidiano e di illuminare esperienze comuni.

Nella poesia Sirena ho sentito fortemente la nostalgia dell’infanzia: la “sirena dello Stretto» che «rivive i sapori e gli odori / dell’infanzia perduta» mi è parsa una figura che appartiene a ciascuno di noi, perché tutti portiamo dentro una sirena capace di richiamarci al tempo perduto. Allo stesso modo, in Piccolo bar ho ritrovato il senso di una comunità che resiste al tempo: «Ora ragazze magnogreche, / sveve, normanne / […] regalano a tutti / un sorriso, che racchiude / la poesia della vita». Mi è sembrato di sedermi anch’io a quei tavolini e di ricevere la stessa dose di fiducia quotidiana.

Ciò che mi ha colpito, da lettrice, è proprio questa capacità di trasformare luoghi ordinari – un bar, una piazza, il ricordo di un’infanzia – in scenari epici. In Artemide Cinzia, ad esempio, l’apparizione della dea avviene in un bar di paese: il gesto semplice del bere diventa incontro con la divinità, rivelazione che spezza la routine. In questo modo Catalfamo rinnova il mito, rendendolo familiare e vicino, ma senza privarlo della sua forza archetipica.

Il richiamo alla tradizione letteraria è altrettanto evidente. In Schermaglie l’autore recupera con ironia il linguaggio della poesia cortese, inserendo versi in dialetto che ricordano la Scuola siciliana: «Scrivo versi rari / pir meu cori alligrari / e senza pretese / rinnovo la poesia cortese». Da studiosa non posso non notare il dialogo intertestuale con Cavalcanti, Jacopo da Lentini e persino Dante; ma come lettrice, ciò che percepisco è soprattutto la leggerezza e l’ironia con cui il passato letterario si innesta nel presente, diventando un gioco di riconoscimenti e sorprese.

Il testo Bafia mi ha emozionato in maniera particolare. Lì il mito incontra la memoria collettiva e la storia sociale: i satiri che si ribellano ai ciclopi incarnano i contadini che lottano contro i potenti. Analiticamente, si tratta di un’allegoria potente, che trasforma un episodio locale in simbolo universale; ma emotivamente, leggendo, ho sentito la voce di generazioni che non si arrendono e che resistono «cantando e bevendo / al suono delle cornamuse». È un passaggio che trascende la letteratura per diventare canto civile.

L’elemento autobiografico, infine, si intreccia con quello mitico, soprattutto nella dimensione dell’amore. In Sogno il poeta rievoca la figura femminile come ninfa addormentata: «Non ho osato sfiorarti, / interrompere il tuo sonno di ninfa, / adagiata su lenzuola di felci». L’immagine della donna amata si fonde con paesaggi naturali e richiami fiabeschi, in una visione che trasfigura la vita personale in mito universale.

In definitiva, Metamorfosi del mito è un’opera che unisce il rigore della cultura classica e letteraria alla freschezza di una voce personale. Catalfamo dimostra che il mito non è distante né astratto, ma continua a vivere accanto a noi: nelle piazze, nei ricordi d’infanzia, nelle passioni e nelle lotte quotidiane. Da un punto di vista critico, la raccolta si configura come una polifonia di registri e tradizioni; da un punto di vista personale, come una lettura che lascia il segno, perché insegna a vedere il divino nel quotidiano e l’universale nel frammento di vita.

:: Il Gargano tra storia e leggenda di Alfonso Chiaromonte (Edizioni del Poggio 2025) a cura di Giulia Marmugi

28 settembre 2025

Oggi parliamo della storia del Gargano, ovvero un promontorio montuoso situato in Puglia, che ha «l’aspetto di una ciambella rivolta verso il nord, separata a settentrione dal mare per mezzo dei laghi costieri di Lesina e di Varano». Questo libro, pubblicato da Edizione del Poggio nel 2025, può anche essere visto come una sorta di guida a uno dei luoghi più famosi del nostro paese, ma a cui spesso non diamo abbastanza importanza. Di fatto, oggi siamo abituati ad attraversare solo i luoghi più turistici, alla ricerca di uno o l’altro particolare, perdendoci però l’esperienza unica che ogni luogo o monumento ci può dare.

Anche per questo motivo le notizie riportare da Alfondo Chiaromonte sono molte e di diversa natura. Non a caso, non è solo un viaggio nello spazio, ma anche nel tempo poiché l’autore ci fa fare un “viaggio affascinante tra masserie, grotte e torri costiere” che parte dalla storia antica fino ai giorni nostri.

Si tratta di una versa e propria divulgazione storica e sociale, che ci porta a riscoprire verità celate in vecchi documenti. Ad aiutarlo è sicuramente il suo mestiere di professore. È arrivato a consultare anche i testi degli autori latini.

Grazie a lui sappiamo proprio come veniva descritto il Gargano dai geografi romani: «Appulus Hadriacas exit Garganus in undas…» ovvero sembra che quasi esca, fuoriesca, dal mare.

Come sempre poi, tra le fonti certe e attendibili, sorgono anche le leggende. Un esempio è Il Culto delle Acque, che avveniva all’interno delle grotte presenti nel territorio. Una sorta di rito sacro che ha dato origine a svariati miti, la maggior parte legati all’idea dell’acqua come purificatrice e fonte di vita e nutrimento.

Le grotte, infatti, rappresentano gli elementi più significativi del paesaggio. Tra le più famose viene citata La Voragine di Campolato presso San Giovanni Rotondo, la più profonda della Puglia. Hanno così tanta importanza che l’autore intitola il capitolo in questo modo: “la storia della civiltà pugliese è scritta nelle grotte”.

Insomma, una guida non turistica all’insegna di una parte importante della nostra cara Italia. Adatto alle persone curiose, a chi vuole sapere di più sulla storia italiana. 

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:: Prima e dopo la stagione delle piogge di Kafu Nagai (Marsilio 2025) a cura di Giulietta Iannone

27 settembre 2025

Prima e dopo la stagione delle piogge (Tsuyu no atosaki, 1931) dello scrittore giapponese Nagai Kafū, edito in Italia da Marsilio a cura di Alberto Zanonato, racconta la storia di una ragazza, Kimie, scappata di casa dalla campagna per evitare il matrimonio con un campagnolo e giunta a Tokyo dall’amica geisha Kyōko che l’inizia alla prostituzione non per avidità di denaro ma per una forma di ricerca esistenziale e trasgressiva, espressione di una società in transizione, e anche segno della decadenza delle vecchie tradizioni dove ormai è comune da geisha diventare cameriera o viceversa. E le celebri accompagnatrici, dedite all’arte dell’intrattenimento colto, frequentano abitualmente le case di appuntamento e spesso poco le differenziano dalle semplici prostitute, anche non di rado facendolo abusivamente senza autorizzazzione. Kimie è diversa dalle altre ragazze, ha un talento innato per sedurre e affascinare gli uomini, e non cerca il grande amore, ma solo esperienze molteplici che la facciano sentire viva. Trova poi lavoro come cameriera nel caffè Don Juan a Ginza, luogo che le da l’opportunità di conoscere i diversi uomini con cui si intrattiene. Ma la sua libertà di costumi attira anche maldicenze e molestie tanto che all’inizio del romanzo si reca da un indovino per sapere chi possa essere ma la sua reticenza nel fare domande le da un responso alquanto generico che perde di importanza. Il romanzo, sensuale e crudele, esplora i temi della modernizzazione e di quanto l’Occidente abbia adulterato le vecchie tradizioni. Nagai Kafū (1879-1959), considerato un importante scrittore della letteratura moderna giapponese, apprezzato da Tanizaki, è un autore che si accosta al naturalismo francese, alla Zolà per intenderci, e lo filtra con il gusto tutto giapponese per l’amore della natura e della bellezza. Kimie e le sue esperienze nei quartieri di piacere diventano il filtro con cui l’autore guarda i danni che la modernizzazione ha portato nel paese più a livello spirituale che materiale. La solitudine, la vacuità di queste vite si intersecano con l’apprezzamento per le vecchie tradizioni, il rispetto e l’amore per la cultura e l’erudizione. Il personaggio soprattutto di Tsuruko, moglie del romanziere Kiyo’oka Susumu, un amante di Kimie, incarna tutta la positività dei valori tradizionali, la sobrietà, il buon garbo, la buona educazione. Kimie invece incarna un personaggio femminile decisamente moderno e indipendente, visto con occhio indulgente e caratterizzato con grande attenzione ai dettagli dell’abbigliamento, del trucco, del modo di porgersi e offrirsi senza reticenze o pudore. E che la sua troppa libertà sia un rischio e un pericolo subito si fa evidente e gela un po’ la sua eccessiva spontaneità. Ma in fondo Kimie è una ragazza di buon cuore, che prova compassione per il vecchio protettore dell’amica Kyoko, e gli dà gli ultimi attimi di gioia in un finale amaro e melanconico specchio di un mondo decadente in lenta dissoluzione. La traduzione è a cura di Alberto Zanonato che scrive anche un’interessante introduzione. Luisa Bienati cura La vita e le opere.

Kafu Nagai Poeta del passato, interprete di una tradizione messa in crisi dai valori della modernizzazione, Nagai Kafu- (1879-1959) è uno dei grandi nomi della letteratura giapponese moderna. Sensibile al fascino della cultura occidentale, si avvicina al naturalismo francese negli anni giovanili, ma della lezione di Zola gli resteranno solo la precisione per il dettaglio e un amore per la descrizione che diventa esercizio di raffinata e colta letteratura. In risposta al veloce avvicendarsi degli eventi e alla frenesia dei tempi, trova rifugio estetico nelle emozioni e nelle atmosfere dei quartieri di piacere, ultimo riverbero della cultura tradizionale. Il passato è rivissuto nel presente, ricercato negli antichi quartieri della sua Tokyo, e riproposto come modello di una nuova creatività: il passato come la sola «luce che può illuminare l’incerto cammino del presente…

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:: Il fiume infinito di Mathijs Deen (Iperborea 2025) a cura di Valentina Demelas

26 settembre 2025

Il Reno, in queste pagine, si trasforma da corso d’acqua in presenza primordiale: non un semplice fiume, ma un organismo vivente che scorre al di là del tempo, delle nazioni e delle mutazioni terrestri. L’autore, Mathijs Deen, ci accompagna lungo le sue sponde con una voce brillante, curiosa e profondamente consapevole. Il fiume infinito. Storie dal regno del Reno, pubblicato da Iperborea con la brillante, esperta e sensibile traduzione di Chiara Nardo, è un’opera che si pone a metà strada tra saggio, racconto e reportage.

Deen apre l’opera scandagliando il tempo geologico: le montagne che emergono, i meccanismi tettonici, le alluvioni e gli spostamenti del suolo. In questa lunga “animazione” storica, il Reno non ha una sorgente definitiva, perché è composto dalle piogge, dai piccoli affluenti, dai rigagnoli: una visione che dissolve ogni punto d’origine e suggerisce che il fiume esista prima e dopo qualsiasi confine.

Ma non restiamo ai macro-fenomeni: l’autore intreccia storie, creature e uomini che popolano il fiume. Una femmina di salmone di tre milioni di anni tenta di riscoprire il percorso dei suoi avi, ma riconosce un corso d’acqua totalmente trasformato; la “ragazza di Steinheim” – tra i resti umani più antichi ritrovati lungo il Reno – ci parla di malattia, vita e migrazione umana lontana nel tempo; battaglie romane contro Frisi e Cauci, l’assalto al ponte di Remagen nel 1945 e l’emozione di due ex cittadini della DDR che finalmente approdano alla roccia della Lorelei diventano pietre miliari di un percorso che coniuga la Storia con le storie.

La cifra stilistica di Deen è quella di uno sguardo lieve e insieme profondamente informato, capace di oscillare tra scienza e immaginazione, senza che l’una oscuri l’altra. La prosa sa essere raffinata e sorprendente, ironica e solenne, visionaria e perturbante. In più, l’autore si colloca come testimone discreto: una piccola presenza accidentale di fronte all’immensità del fiume e del paesaggio.

Il pregio maggiore del libro è la capacità di fare del Reno un simbolo europeo: un filo d’acqua che connette valli, nazioni e culture. Nel raccontare le vicende delle sponde – naturali, storiche e, via via, politiche – Deen ci ricorda che il fiume è insieme confine e percorso, limite e incontro. Tuttavia, nel desiderio di includere molto – ere geologiche, migliaia di anni, migliaia di storie, spunti autobiografici – il testo può risultare a tratti irregolare nello slancio narrativo, senza comunque fare scemare l’interesse e la curiosità, che rimangono sempre vivi nel lettore.

Il fiume infinito funziona come un canto epico e meditativo: Deen non pretende di spiegare tutto, ma stimola una visione fluida, anamorfica, in cui ogni epoca risuona nel presente di tutti. È un libro da leggere a ritmo lento, da assaporare concedendosi soste e pause, per lasciarsi suggestionare dall’eterna corrente di un fiume che pare respirare.

Un’opera che non si limita a parlare del Reno, ma ne restituisce l’eco, la potenza e la presenza forte. Si tratta di un contributo originale e di valore, che ci restituisce i luoghi naturali come custodi di memoria ed evoluzione.

Mathijs Deen è uno scrittore e giornalista olandese, autore di reportage, documentari, programmi radiofonici, saggi narrativi, racconti e romanzi che gli sono valsi importanti riconoscimenti di pubblico e critica. Iperborea ha pubblicato inoltre Per antiche strade, che combina ricerca storica, diario di viaggio e racconto, e il romanzo La nave faro.

Source: libro gentilmente donato dall’editore dopo una presentazione tenuta al Salone del Libro di Torino. Ringraziamo Francesca ufficio stampa Iperborea per l’invito e l’autore per la graditissima dedica.

:: Belletti e Romeo. Un caso del commissario Belletti di Paolo Scardanelli dal 26 settembre in libreria

26 settembre 2025

Da quattro anni ormai il commissario Alvise Belletti presta servizio alla Questura di Catania, dove è stato trasferito per l’“eccesso di zelo” dimostrato nel caso del Lupo. E qui, sull’Etna, la Montagna sacra dei catanesi, un altro misterioso omicidio lo attende. In una capanna a duemila metri di altezza due escursionisti hanno trovato il corpo di un uomo, Wolfgang von Rheingold, un quarantenne tedesco, con la gola squarciata. In mano, un libro intriso di sangue: La morte di Empedocle di Friedrich Hölderlin. A vegliare la vittima un cane accucciato, uno splendido esemplare di cirneco dell’Etna, una sorta di Anubi all’ingresso dell’oltretomba. Sotto la maestà del vulcano onnipotente, Belletti si prepara a dispiegare il suo proverbiale fiuto, che stavolta lo porterà ad Amburgo e indietro nel tempo fino alla Germania degli anni di piombo. Un’indagine in cui il suo incrollabile senso della Giustizia si ritroverà faccia a faccia con l’ombra impietosa della Vendetta.

Paolo Scardanelli (Lentini, 1962), geologo e scrittore è autore del romanzo In principio era il dolore. Un Faust di meno (2022) e Belletti e il Lupo (2024), con protagonista il commissario Belletti. Di Scardanelli è in corso di pubblicazione per Carbonio anche la saga L’accordo, di cui sono usciti i primi quattro volumi: Era l’estate del 1979 (2020); I vivi e i morti (2022); L’ombra (2023) e Un posto sicuro (2024).

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:: Anima risorta di Christopher Moore (Elliot Edizioni 2025) a cura di Valentina Demelas

24 settembre 2025

Anima risorta, pubblicato in Italia da Elliot Edizioni, è l’ennesima conferma della verve creativa di Christopher Moore, autore americano che ha costruito la sua fama sulla capacità di intrecciare generi e abbattere barriere narrative. Qui Moore osa ancora di più, mescolando realtà storica e invenzione fantastica in un romanzo che diverte, sorprende e stimola.

Siamo nel 1911 a Vienna, capitale culturale, crocevia di artisti, psicoanalisti e intellettuali. È qui che Gustav Klimt, il pittore simbolista più celebre dell’Impero Austro-Ungarico – protagonista della Belle Époque – scorge nel Danubio un corpo femminile nudo. Lo osserva galleggiare, tuttavia, invece di avvisare la polizia, cede alla tentazione artistica: prima vuole ritrarlo. E proprio mentre abbozza il disegno, un colpo di tosse lo sorprende: la donna è viva. L’artista la porta nel suo studio, dove, insieme alla sua modella e musa Wally, si prende cura di lei.

La ragazza appare selvaggia, priva di ricordi e incapace di spiegare come sia finita in acqua. Il pittore decide di chiamarla Judith, come una delle protagoniste dei suoi dipinti più celebri, e si impegna ad aiutarla a recuperare la memoria.

Per farlo si affida a Sigmund Freud e Carl Jung. Grazie alle loro sedute, Judith ricorda un passato incredibile: cento anni prima era stata rinchiusa in una cassa e abbandonata tra i ghiacci artici da un uomo di nome Victor Frankenstein. Non solo: racconta anche di un viaggio all’Inferno. Resta da capire come sia finita nelle acque del Danubio e perché in tanti le diano la caccia. Tra questi spicca Geoff, un enorme cane-diavolo del Nord con un’insolita passione per i croissant.

Con Anima risorta – già bestseller del New York Times, caldamente consigliato e definito in Italia da numerose voci autorevoli ed entusiaste ironico, dissacrante, spassoso, irresistibile – Christopher Moore firma uno dei suoi romanzi più folli ed esilaranti, dove arte, psicoanalisi e fantastico si mescolano in una trama imprevedibile.

Il romanzo scivola tra noir, fantasy e commedia, mantenendo però una logica interna coerente nella sua follia.

Il fascino di Anima risorta sta nella sua capacità di unire cultura e intrattenimento, e nei dialoghi superlativi. Moore alterna gag surreali a riflessioni sull’arte simbolista e sulla nascita della psicoterapia. Tra cameo di Egon Schiele, Oskar Kokoschka e Alma Mahler, la Vienna fin de siècle prende vita, in una tessitura sapiente di aspetti affascinanti e sorprendenti. Non mancano riflessioni più profonde: identità, memoria, conflitto tra Eros e Thanatos. È una comicità intelligente, acuta, che diverte, ma che non rinuncia alla sostanza.

Moore non elude nemmeno i lati oscuri dell’epoca: il sessismo dell’ambiente artistico, le ossessioni di Freud, la discutibile disinvoltura di Klimt e Schiele. Ma tutto viene filtrato dall’ironia, senza moralismi. Tra tutti i personaggi, senza dubbio spicca Wally Neuzil, ritratta come figura vivace e indipendente, che aggiunge al romanzo una nota quasi femminista.

Certo, la generosità narrativa può sembrare eccessiva: circa quattrocento pagine piene di colpi di scena, digressioni e trovate. Non è un libro per chi ama trame lineari e sobrie, ma una giostra impazzita dove l’incredulità va sospesa. Chi accetta il gioco si ritrova immerso in un luna park letterario adorabile e assolutamente originale.

Anima risorta è una scommessa vinta. Un romanzo raffinato e folle, colto e godibile, che conferma Moore come uno degli artisti più brillanti della narrativa contemporanea. La traduzione brillante ed esperta di Gianluca Testani restituisce ritmo e ironia, rendendo accessibile al lettore italiano la voce originale dell’autore. Un libro consigliato a chi cerca una lettura fuori dall’ordinario: un’avventura letteraria che ricorda quanto l’arte e l’umorismo siano antidoti indispensabili al peso del reale.

Christopher Moore,nato nel 1957 in Ohio, vive a San Francisco. È autore di sedici romanzi di grande successo internazionale, tutti editi da Elliot, e ha vinto per due volte di seguito il Quill Award.

Source: libro gentilmente donato dall’editore, ringraziamo l’ufficio stampaElliot Edizioni.

:: L’onesta bugiarda di Tove Jansson dal 1 ottobre

23 settembre 2025

Esiste nei rapporti umani una linea che separa verità da ipocrisia, gentilezza da adulazione, onestà da calcolo? È possibile continuare a credere in se stessi e negli altri senza la protezione delle menzogne vitali, degli autoinganni e delle illusioni? Nell’Onesta bugiarda due donne si incontrano: Anna Aemelin è un’illustratrice di libri per bambini. Solitaria e svagata, incapace di prendere sul serio qualsiasi cosa che non sia il suo disegno, ostinatamente decisa a difendersi dalla vita ignorando ciò che la disturba, frapponendo fra sé e il mondo le sue lampade schermate, i suoi conigli a fiori, le decisioni che non prende, i no che non dice. Al suo opposto è Katri Kling: giovane donna volitiva e concreta, intelligente e calcolatrice, nemica delle reticenze e del caso, ossessionata da un suo senso dell’onestà e della giustizia che la induce a vedere in ogni rapporto umano un contratto da rispettare. Il loro incontro è lo scontro fra due modi opposti di essere che, rapportandosi, si distruggono a vicenda, minando le certezze su cui poggiano. Continua a nevicare nel romanzo: è inverno e da mesi la neve cade incessantemente sul villaggio in riva al mare, coprendo le orme appena lasciate, cancellando dal paesaggio i punti di riferimento. I segni che la vicenda traccia con apparente leggerezza su quel bianco uniforme scavano solchi profondi: il gioco delle verità ci lascia un inquietante senso di insicurezza.

Padre scultore e madre illustratrice, Tove Jansson (1914-2001) cresce tra una vivace casa-atelier di Helsinki e un solitario e avventuroso isolotto dell’arcipelago finlandese. Il mondo d’arte e fantasia dell’infanzia nutre la sua vocazione di pittrice, vignettista e scrittrice e le ispira la serie di libri sui Mumin, oggi un classico di culto noto e amato in tutto il mondo. Con lo stesso spirito, ironico e poetico, acuto e dissacrante, si è rivolta anche agli adulti. Iperborea ha pubblicato La barca e io, Viaggio con bagaglio leggero, Fair Play, Campo di pietra e il best-seller Il libro dell’estate. È inoltre in corso di pubblicazione per Iperborea l’intera serie delle strisce dei Mumin e una collana speciale di albi illustrati tratti dalle loro storie più celebri.

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:: Piccola riflessione sul genocidio a Gaza, di Sara Pettirosso

22 settembre 2025

“ Mamma cosa facevi durante il genocidio a Gaza?”
22 settembre 2025: blocchiamo tutto.
Non c’è giustizia divina che possa farmi sentire in pace di fronte alla mutilazione di bambini, a donne costrette a partorire sotto le bombe, a medici incapaci di suturare una ferita per la mancanza di dispositivi sanitari, a madri che scavano tra le macerie per cercare l’arto del proprio figlio o di fronte a padri che piangono su corpi irriconoscibili.
Blocchiamo tutto perché non c’è giustizia di fronte a un genocidio.
Alle scuole elementari studiavo sul libro di storia la seconda guerra mondiale e mi chiedevo cosa facessero i miei bisnonni mentre gli ebrei erano rinchiusi nei campi di concentramento; “Chissà, forse non si sapeva proprio tutto, forse si era all’oscuro di certe notizie”- pensavo.
Oggi no, oggi si sa tutto; abbiamo i numeri, i dati, le testimonianze e le verità. Nonostante questo viviamo coscientemente in un paese che finanzia la guerra e la morte; è solo un caso che io sia nata qui e non a Gaza, è solo un caso che valga la legge del denaro e non quella della pace.
Non posso cambiare le leggi, ma posso prendere posizione; posso diffondere, condividere e scendere in piazza per spiegare ai miei figli cosa voglia dire rimanere umani quando il mondo ti dice di picchiare, sparare, uccidere e sputare sui cadaveri.
“ E quindi non tutti erano d’accordo?”
“ No Edoardo, la mamma non ha mai voluto sporcarsi di sangue perché sai, quando ci si macchia di sangue, non va più via”.
Blocchiamo tutto senza paura.

:: Bordell per nagott, Tanto rumore per nulla di Paola Varalli (Todaro 2025) a cura di Patrizia Debicke

22 settembre 2025

Una nuova indagine per gli investigatori del Bar William. L’idraulico Pino, il virile gommista Marietto, il barista Viliam, il di lui padre Socrate, la buttafuori Edmonda De Amicis (chiara dimostrazione di come dei genitori possano architettare il male dei figli)… una banda di “mal traa insema”, un manipolo di investigatori dilettanti che si sono autoproclamati i Quattro moschettieri, decisi a portare a casa il risultato a ogni costo. La Eddy è sotto ricatto! Ha un segreto ma che  l’avrà scoperto? E cosa vogliono da lei?
Mentre i nostri eroi, su richiesta della madre, indagano sulla morte sospetta di Rosolino Pochintesta, trovato cadavere nelle acque del Ticino dopo più di una settimana dalla sua scomparsa, ufficialmente un suicidio, un misterioso e forse temibile  personaggio  li trascina in una rocambolesca caccia al tesoro nella vivace Milano degli anni Ottanta. Socrate conosceva bene Rosolino : era il figlio della Ines, una cara amica che, per il dispiacere, è stata ricoverata in ospedale. La donna è certa che qualcuno lo abbia assassinato. Lui era sereno, aveva un buon lavoro e una bella fidanzata: perché mai avrebbe dovuto uccidersi?
Gli amici del Bar sono disposti a indagare, ma quella non sarà l’unica faccenda su cui dovranno far luce.
La procace rossa Albisa, entraîneuse del night BarLafus, dove lavora come buttafuori anche il quarto pilastro dei moschettieri Edmonda De Amicis, si presenta al Bar William preoccupata. Ultimamente Edmonda, la Eddy, non sembra più lei: è sempre sfuggente, silenziosa. Così Albisa preme sugli amici affinché la tengano d’occhio. E siccome anche loro non la vedono e la sentono da un po’ di giorni, decidono di andarla a cercare, o meglio, di convocarla per capire cosa stia succedendo.
Tra tira e molla, la Eddy si apre e confessa di aver ricevuto dei biglietti minatori. In un foglio appeso al suo motorino c’era addirittura scritto: “Se parli si saprà di Playboy, non ti conviene!”. Insomma, parrebbe un ricatto vero e proprio. Ma per cosa? Oddio… La Eddy, con il suo lavoro al BarLafus, una notte ha avuto modo di sentire frasi minacciose pronunciate da due figuri, due poco di buono o peggio. Gente che parlava di un “lavoretto pulito” … ma anche di qualcosa buttata nel fiume.
I biglietti minatori li hanno scritti loro? E se sì, a cosa si riferiscono? Chi ricatta la Eddy? E cosa intendono con quel “Playboy”?
Se inizialmente l’Edmonda pensava a uno scherzo, adesso è molto preoccupata e ha assolutamente bisogno del sostegno dei suoi amici.
Anche stavolta quindi ci sarà un mucchio di carne al fuoco per gli investigatori dilettanti del Bar William. Sarà l’avvio di una caccia al tesoro meneghina per sbrogliare una scherzosa serie d’indizi, magari anche in dialetto, sulle tracce di targhe commemorative. Una caccia che costringerà i nostri eroi a una passeggiata simil turistica per le strade cittadine a piedi, in tram, in metropolitana e con il motorino, senza contare le gite in macchina, per saperne di più sulla morte di Rosolino, verso Sesto Calende e il Lago Maggiore.
Tra colazioni, la cucina di Socrate che scalda il cuore e delizia lo stomaco, caffè e aperitivi, ecco un’altra divertente indagine di Paola Varalli che ci rimanda alla Milano da bere degli anni ’80. Ai tempi in cui tutti eravamo ancora spensierati, e potevamo sognare un domani migliore senza guerre e catastrofi disumane in giro per il mondo. Quando le maggiori preoccupazioni dei giovani riguardavano più avere un look con abiti all’ultima moda e un fisico scolpito in palestra che non i grandi problemi globali. Insomma, quando si sperava ancora che il futuro potesse essere solo rosa. Quando Milano era una metropoli immersa in eventi, innovazione e divertimenti, e forse si riusciva più facilmente a sorridere.

Paola Varalli architetto per la pagnotta e scrittrice per passione, Paola Varalli nasce sul lago Maggiore e vive tra Milano e il lago di Como. Ha pubblicato tre gialli con Fratelli Frilli editori, con le “squinzie” come protagoniste, due amiche con la propensione ad indagare e a ficcarsi nei guai.  Con Todaro editore è uscita con due racconti lunghi sulle antologie Quattro volte Natale e Odio l’estate, e nel maggio 2023 ha visto le stampe il suo ultimo lavoro dal bizzarro titolo di “Tira, mòlla e messèda” (le indagini del bar William), giallo che si svolge negli anni ottanta nella Milano da bere. Pino e Marietto, un idraulico e un gommista sui generis indagano nel “borgh di ortolan”, la zona di via Sarpi, Canonica, Piero della Francesca, ingollano bianchini spruzzati e forse riusciranno a salvare una persona in pericolo ecc. ecc.

:: Regency I love you di Mariangela Camocardi

22 settembre 2025

Da “Orgoglio e Pregiudizio” ai Bridgerton, tutti i segreti per scrivere romance ambientati in epoca Regency, con esempi pratici.

Sotto la guida di una delle autrici italiane più celebri nel campo del romance e del Regency, ecco una guida agile e approfondita per conoscere tutto quello che serve nel momento in cui si desidera scrivere un romance in ambito Regency.

Il periodo Regency in Inghilterra va approssimativamente dal 1811 al 1820 (ma in letteratura si estende spesso fino agli anni ’30) e scrivere una storia ambientata in questa epoca può essere un’impresa affascinante ma, come qualunque altro genere letterario, richiede aderenza alle regole che lo caratterizzano, l’utilizzo di una serie di cliché, nonché di elementi stilistici, storici e narrativi, che troverete perfettamente elencati e spiegati in questo manuale del bon ton della scrittura Regency.

Mariangela Camocardi ha pubblicato circa 70 titoli tra romanzi e racconti. Con una predilezione per lo storico, ha scritto horror, woman fiction, romance, fiabe, commedie romantiche, saggi editi con le maggiori case editrici italiane. Collabora con riviste a diffusione nazionale ed è tra gli autori di Nessuna più, antologia contro il femminicidio il cui ricavato è stato devoluto al Telefono Rosa per aiutare le donne vittime di violenza. È tra le autrici di Romance Book Dreamers, gruppo che firma storie romantiche con ambientazione storica e contemporanea. Si è anche cimentata in due testi teatrali, Correva l’anno dedicato all’ultracentenaria Emma Morano, e Il mio primo ballo, ispirato dal Ballo Debuttanti Lago Maggiore. È stata direttore della rivista Romance Magazine, e anche una socia fondatrice di EWWA (European Writing Women Association). Nella sua pagina personale di Wikipedia potete trovare i titoli dei suoi libri.

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:: Marìa Oruña – la nuova indagine di Valentina Redondo in libreria

20 settembre 2025

María Oruña rende omaggio al miglior noir gotico in un’indagine impossibile in cui mistero, amore e azione sono perfettamente dosati.

Città costiera di Suances, Cantabria. È la fine di una lunga estate calda, e la tenente Valentina Redondo conta i giorni che mancano all’inizio delle sue vacanze; ma qualcosa di molto insolito la costringe a rimandare: viene ritrovato il cadavere del giardiniere del palazzo Jaime del Almo, una villa storica. Nel palazzo ha da poco stabilito la sua residenza lo scrittore americano Carlos Green, che ha deciso di vivere nel luogo in cui trascorse le più belle estati della giovinezza. La pace che cercava, però, è da rimandare a un momento migliore. Sebbene tutto faccia pensare a una morte naturale, sembra che il corpo sia stato toccato, e Carlos confessa di aver percepito negli ultimi giorni presenze inspiegabili, luci intermittenti, sinistri suoni notturni… Di qui in poi, l’antica dimora diverrà il teatro di una serie di incomprensibili eventi luttuosi. Nonostante la sua ferrea razionalità, Valentina dovrà ingaggiare una strenua lotta contro fenomeni anomali – fenomeni che appaiono paranormali… Finirà per indagare su segreti che trascendono il tempo, su luoghi che custodiscono il respiro del passato, intuendo che tutti hanno qualcosa da raccontare ma soprattutto qualcosa da nascondere.

María Oruña (Vigo, 1976), laureata in legge, ha esercitato per dieci anni come avvocato. Nel 2013 pubblica il suo primo romanzo, La mano del arquero, e nel 2015, con il successo internazionale de Il porto segreto (Ponte alle Grazie, 2023), decide di dedicarsi interamente alla letteratura. Per Ponte alle Grazie, sempre del ciclo dedicato alle indagini di Valentina Redondo, oltre al primo libro sono usciti anche Quel che la marea nasconde (2022) e Un posto dove andare (2024).

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