“1670. In un clima di scontri per la colonizzazione del Nuovo Mondo e per la supremazia commerciale, un giovane irlandese di nome Sidvester O’Neill parte per il Mar dei Caraibi con destinazione l’isola di Puerto Dorado. Lo scopo è quello di ritrovare il fratello Alexander, partito anni prima, per riportarlo a casa. Ma il viaggio avrà risvolti inaspettati. Nelle oscurità della giungla della piccola isola vi è nascosto un segreto a cui le principali potenze europee (Francia, Inghilterra ed Olanda) ambiscono. Intrighi, inganni e complotti farciscono le giornate di Puerto Dorado, in una lotta al potere fra i più astuti capitani presenti sull’isola. Il tutto sotto l’occhio vigile di una nave pirata ancorata all’orizzonte, di fronte a quella piccola terra di tutti e di nessuno.”
Esatto, parliamo di bucanieri, in particolare di quelli raccontati nella saga “Jolly Roger”, di Gabriele Dolzadelli, pubblicata a partire dal 2014 e giunta al suo quinto volume.
Pubblicata o, per meglio dire, autopubblicata. Dolzadelli è infatti uno scrittore indie (per avere un profilo dei self-publisher, vi rimando a un ottimo articolo, datato 2017, del sito Extravergine d’autore: https://www.extraverginedautore.it/blog/2017/04/28/chi-sono-gli-autori-indie/) ovvero un autore che, secondo una certa vulgata, “fa tutto da sé”. Ma sarà poi vero?
Ringraziamo Gabriele per aver accettato di rispondere alle nostre domande.
Partirei proprio da quello a cui accennavo nella premessa, il fare tutto da soli. Ritengo sia un falso mito che rischia di danneggiare gli stessi self-publisher meno esperti. La trasformazione di un manoscritto in un libro consta di vari passaggi che l’autore, in taluni casi, deve delegare ad altri. Mi riferisco per esempio all’editing per il quale è necessario l’intervento di un professionista esterno.
Cosa ne pensi? Credi che si sia maturata questa consapevolezza?
Buongiorno Ilaria e un saluto a tutti quanti. Grazie a voi per il vostro spazio. Credo che la consapevolezza in merito alla necessità dell’editing stia prendendo sempre più piede. Questo perché vedo un crescente numero di prodotti indie di qualità, molto competitivi nel mercato editoriale. Penso che siamo sulla strada giusta, ma bisogna farne molta. Purtroppo noto ancora molti dibattiti sul web creati da autori che credono al falso mito dell’editor che stravolge l’opera, la snatura o le toglie personalità. Qualcuno pensa sia un nemico dell’arte e questa ingenuità può solo fare del male a chi ci crede. Spero che venga col tempo completamente debellata. C’è anche da dire, inoltre, che una quantità enorme di persone si improvvisano editor, portando molti autori ad avvalersi di una figura impreparata che, pur correggendo l’opera, non ha le competenze per accompagnare lo scrittore in un percorso di crescita. Perché credo che l’editor sia proprio questo: un maestro che ti aiuta ad affinare lo stile e a sfruttare al meglio le tue capacità.
A prescindere dai numeri, buoni anche per alcuni scrittori made in Italy, nel mercato del self si trova di tutto, dal lavoro curato in ogni particolare al testo acerbo e non ancora pronto per incontrare i lettori. Proprio l’assenza del filtro editoriale può portare a ritenere il self-publishing come una terra di nessuno dove, in nome di una malintesa democratizzazione del sapere, chiunque può pubblicare qualunque cosa.
Come stanno le cose secondo te allo stato attuale? E come ritieni che si evolveranno nei prossimi anni?
La democratizzazione non è un aspetto che riguarda solo l’autopubblicazione. Oggi la si vede in tutti i campi. Se ci pensiamo, chiunque può suonare, recitare o creare contenuti sul web, mettendoli a disposizione del pubblico. Grazie a internet ci si può improvvisare in qualunque ruolo. In questo c’è sia del bene che del male. Da un lato la possibilità di incappare in prodotti scadenti, dall’altro la completa libertà che permette una sperimentazione sganciata dalle regole del mercato. Io credo che la meritocrazia farà il suo corso. I lettori stroncano subito sul nascere i prodotti poco curati e chi non prende seriamente ciò che sta facendo finisce per non avere nessuna possibilità di sbocco. Vedo una sorta di selezione naturale, dove chi diventa editore di sé stesso fa parlare di sé e rompe il muro del pregiudizio arrivando a un gran numero di lettori. Tutti gli altri finiscono nel dimenticatoio. D’altronde, è la legge dei grandi numeri. Su decine di migliaia di opere pubblicate e autopubblicate ogni anno è evidente che ben poche possono essere lette. Queste regole non muteranno. Quello che deve mutare è la testa del singolo individuo. Vuoi vendere solo due copie a parenti e amici? Allora puoi anche non curare il tuo testo. Vuoi arrivare a qualche centinaio di lettori? Allora devi investire tempo, energie e denaro. Non ci sono altre vie. A ognuno la sua scelta.
Un altro luogo comune, simile a quello che voleva l’ebook contrapposto al libro cartaceo, considera il self-publishing nemico dell’editoria tradizionale. Ritengo che i due ambiti possano lavorare fruttuosamente in sinergia e, come ho sempre pensato che l’ebook fosse una possibilità in più che non avrebbe soppiantato il libro di carta, ritengo che le case editrici siano un bene primario e non sacrificabile della nostra società come lo sono le case di produzione e di distribuzione cinematografica. Allo stesso modo penso che il self-publishing, se scelto con consapevolezza, possa rappresentare una risorsa e, perché no, anche una vetrina o un trampolino, per chi lo desidera e si muove in questo senso.
Cosa pensi che possa imparare l’editoria tradizionale dal self e cosa invece il self potrebbe apprendere dall’editoria tradizionale?
L’editoria tradizionale può imparare dal self il coraggio di certe scelte. Ho conosciuto autori che avevano in cantiere opere di un determinato genere che l’editoria considerava poco “commerciabile” ma che, al contrario, ha fruttato molto a questi scrittori indie che hanno voluto osare. Dall’altro lato, penso che il self possa imparare dalle linee e le scelte dei grandi editori per comprendere al meglio dove stia spingendo la massa (o dove la si stia dirigendo). Ad ogni modo, sono d’accordo con te. Ci sono diversi autori che sono “ibridi”, forse perché vengono dal self e con altri testi hanno trovato un editore che ha voluto investire su di loro o forse sono autori già pubblicati che per alcune delle proprie opere hanno preferito fare da soli. Una cosa non esclude l’altra.
Hai creato un gruppo facebook che parla di self-publishing (il gruppo si chiama Self Publishing Italia, N.d.R.). Nel tuo gruppo, come si chiarisce nella descrizione, lo spam è severamente vietato. Eppure, al di fuori, molti autori, non per forza indie, pubblicizzano i propri lavori contando principalmente su questa modalità, probabilmente molto poco fruttuosa.
Ci sono dei consigli che daresti, sulla base della tua esperienza, per promuovere il proprio lavoro?
Se devo dare un consiglio, direi di essere avvicinabili, amici dei lettori o potenziali tali. Questo lo si fa attraverso i gruppi Facebook, per esempio, dove è facile l’interazione. Bisogna approcciarsi ad essi più come lettori che come autori. Questo porta col tempo ad avere persone fidelizzate e ad acquisire anche una certa autorevolezza sul genere trattato. Ho visto molte persone seguire questa strada e ho notato che ha sempre portato ottimi frutti, considerando anche che i gruppi organizzano giornate autore o letture condivise. Aggiungo, inoltre, il puntare più alla diffusione dell’opera che al guadagno, almeno all’inizio. Una promozione gratuita può creare un bacino di lettori che possono poi generare passaparola o leggere altre tue opere. Risultati che non si possono ottenere impuntandosi sul volere a tutti i costi valorizzare il proprio lavoro con un prezzo più alto. Infine, bisogna stare al passo coi tempi, perché i metodi di promozione variano di volta in volta. Oggi Instagram ha un bacino di utenza crescente, rispetto a Facebook. Le live o le stories sono strumenti che arrivano a più persone rispetto ai post statici. Insomma, bisogna metterci la testa.
Senza contare i riferimenti più scontati, come l’”Isola del tesoro” di Stevenson, un classico per ogni generazione, mi viene in mente “La vera storia del pirata Long John Silver”, di Björn Larsson, pubblicato in Italia da Iperborea. E poi, per passare al cinema e alle serie tv, la celebre saga “Pirates of Caribbean” o la splendida “Black Sails”, storia di quella sorta di convitato di pietra di “Treasure Island” che è il capitano Flint.
Come sono nate la tua passione per i pirati e la voglia di scrivere questa saga?
Può sembrare strano ma non è una passione che ho avuto o che mi ha spinto a scrivere questa storia. Prima di fare la stesura del primo volume della saga, per esempio, di romanzi sulla pirateria avevo letto solo “L’isola dei pirati” di Michael Crichton. Solo negli anni a seguire lessi Stevenson, Tim Severin o Larsson (a Salgari non mi sono ancora approcciato). La mia idea, infatti, era quella di scrivere una storia corale dotata di un intreccio fatto a regola d’arte, con diversi punti di vista e una serie di messaggi molto forti. Il mio primo progetto fu un thriller moderno, che però non portai mai a termine. Mi sono così scervellato a lungo nel trovare la giusta collocazione di quello che avevo in mente. Così, un giorno mi venne l’ispirazione di tentare con il periodo della pirateria. Ho visto che la cosa poteva funzionare e da lì ho cominciato a informarmi e approfondire la tematica e il periodo storico. Piano piano la cosa ha preso forma, ma chi ha letto la saga ha ben capito come l’ambientazione piratesca, pur essendo suggestiva, non è il fulcro di questa saga. Piuttosto, lo sono le vicende umane dei diversi protagonisti, le loro ossessioni e sentimenti.
Un’ultima domanda: se i tuoi romanzi diventassero un film e avessi carta bianca sugli interpreti, chi sceglieresti per i ruoli principali?
Per Sid, ci vedrei bene Eddie Redmayne, per Isaac, Aidan Turner e per Yan lo Sfregiato ho sempre pensato a Benicio Del Toro. Mi fermo qui perché i personaggi sono davvero tanti e dovrei fare una lista lunghissima.
Gabriele Dolzadelli, “Jolly Roger”, https://gabrieledolzadelli.com/
“1670. In un clima di scontri per la colonizzazione del Nuovo Mondo e per la supremazia commerciale, un giovane irlandese di nome Sidvester O’Neill parte per il Mar dei Caraibi con destinazione l’isola di Puerto Dorado. Lo scopo è quello di ritrovare il fratello Alexander, partito anni prima, per riportarlo a casa. Ma il viaggio avrà risvolti inaspettati. Nelle oscurità della giungla della piccola isola vi è nascosto un segreto a cui le principali potenze europee (Francia, Inghilterra ed Olanda) ambiscono. Intrighi, inganni e complotti farciscono le giornate di Puerto Dorado, in una lotta al potere fra i più astuti capitani presenti sull’isola. Il tutto sotto l’occhio vigile di una nave pirata ancorata all’orizzonte, di fronte a quella piccola terra di tutti e di nessuno.”
Luigi Bernardi è stato molte cose: scrittore, editor, editore, traduttore, talent scout. Ma soprattutto è stato un uomo libero e un intellettuale con la spada sguainata. Nel mondo marcio della letteratura nostrana ha lavorato e vissuto a testa alta senza mai scendere a compromessi e senza lasciarsi sedurre dal sempre in voga mercimonio.
Kara Lafayette, benvenuta su Liberi di scrivere. Parlaci un po’ di te, dei tuoi studi, del tuo lavoro. È vero che vivi in Trentino in questo momento? E come nasce il tuo simpatico nickname?
“Welcome to the Jungle” verrebbe da dire e so che riecheggia la canzone dei Gun’s n’ Roses, ma è quello a cui ho pensato nel vedere il nuovo libro di Jan Brokken edito da Iperborea e intitolato: “Jungle Rudy”. In esso Brokken narra la vita rocambolesca del suo conterraneo, divenuto uno dei più importanti esploratori del Novecento: il mitico avventuriero e pioniere olandese Rudy Truffino. La biografia romanzata ci presenta Brokken in viaggio alla ricerca del esploratore mezzo olandese e mezzo italiano che negli anni Cinquanta del secolo scorso approdò a Caracas. Qui, più che dal petrolio, Truffino fu subito conquistato dal mondo della Gran Sabana, un vero e proprio paradiso naturale a sud est del Venezula, caratterizzato da grandi montagne (i tepui) ricche di cascate, canyon e da flora e fauna rare e sconosciute. Dalla ricostruzione di Brokken emerge il grande fascino che il paesaggio selvaggio, gli anfratti e le grotte tutte da scoprire ebbero su Truffino, il quale non esitò a instaurare rapporti con la popolazione locale dei Pemón. Truffino riuscì piano piano a creare case, piste di atterraggio e villaggi adatti ad ospitare visitatori provenienti da tutte le parti del mondo. L’esploratore, a tutti noto come Jungle Rudy, si creò una propria famiglia, dove oltre alla moglie e alle tre figlie, c’erano piloti, registi come Werner Herzog che girò alcune scene di “Fitzcarraldo”, altre troupe hollywoodiane, i reali olandesi, l’astronauta Neil Armostrong e pure gli attori del film porno soft “Emmanuelle 6”. Truffino era come una calamita, nel senso che riusciva a conquistare tutti, compresi gli indios locali con i quali ebbe buoni rapporti e pure le autorità. Un fare che gli permise di assumere l’incarico di direttore del Parco nazionale di Canaima e di acquisire una grande notorietà internazionale. Certo non tutto era perfetto, perché dal libro di Brokken emergono anche le spigolosità di Truffino, il suo costante e perenne nervosismo, quel bisogno di solitudine che a volte lo portava a negarsi alle persone, ma che non gli impediva di agire sempre per il ben di Canaima e di quella natura inesplorata e rigogliosa con la quale si sentiva in empatia. Inoltre Truffino alternava momenti di successo e stabilità economica a momenti di crisi, durante i quali lui e la moglie (donna forte e di grande pazienza) si centellinavano pure il cibo per andare avanti e sfamare le figlie. Questo suo modo di agire ad un certo punto rese così difficili i rapporto nella famiglia che il suo matrimonio andò a rotoli. Vero ci furono dei successi, ma per Truffino non mancarono scottanti delusioni e sensi di colpa che lo tormentarono per sempre quando fu violata la purezza dei Pemón, i quali a contatto con la civiltà cittadina videro corrotti per sempre i loro usi e costumi. Per ricostruire la vita di Truffino, Jan Brokken ha ricalcato gli stessi luoghi vissuti dal protagonista riportandoci la vita di Jungle Rudy grazie ai sopralluoghi, ai documenti (diari e fogli di giornale) e alle interviste fatte a coloro che Rudy lo conobbero da vicino. “Jungle Rudy” è quindi un ritratto veritiero e avventuroso di un uomo che lasciò la propria terra di origine – l’Olanda- per partire all’avventura, alla ricerca di un sogno da realizzare, trasformando il suo bisogno di stare a contatto con la natura in un vero e proprio lavoro di salvaguardia dell’ambiente naturale e “magico”, proprio perché selvaggio. Traduzione dal Nederlandese di Claudia Cozzi.
“Il capitalismo presuppone che, oltre alla razionalità, possediamo anche una tradizione morale, che è stata messa alla prova dall’evoluzione, ma non è stata creata dalla nostra intelligenza. La proprietà privata non è una nostra creazione consapevole. E non abbiamo nemmeno inventato la famiglia. Si tratta di tradizioni, essenzialmente di tradizioni religiose” (che non sono il risultato delle nostre capacità intellettuali).
Conoscete Davide Mana come collaboratore di questo blog, blogger a sua volta (lo trovate su
Novembre comincia malissimo.
Inventare il futuro, il digitale, la cultura locale, i viaggi e il fare editoria oggi tra innovazione e tradizione sono alcuni degli spunti che caratterizzeranno la XVI edizione della Rassegna della Microeditoria, kermesse dedicata alla piccola editoria indipendente che tornerà a Chiari (Brescia) dal 2 al 4 novembre. Set del tutto la storica cornice Liberty di Villa Mazzotti con protagonisti libri e parole digitali. Saranno 85 in totale i piccoli e medi editori provenienti da ogni zona d’ Italia presenti alla tre giorni dedicata ai libri. Accanto agli espositori più di 80 eventi tra laboratori, incontri con autori, letture animate e convegni dedicati al mondo della lettura. Ad aprire la sedicesima edizione, venerdì 2, alle 20.30, ci sarà Bianca Pitzorno, una delle più amate autrici di libri per bambini, che in questa occasione presenterà “Il sogno di una macchina da cucire”, un romanzo per adulti. Domenica 3, nel pomeriggio toccherà a Toni Capuozzo e Mauro Corona e tanto altro ancora che troverete in dettaglio sul sito: 
Vittorio Cotronei è un autore (col)legato alla terra: quella di cui parla in “Passato remoto” (2018) e anche quella di “Andalù” (2015), sorta di prequel ideale – i due romanzi possono anche essere letti indipendentemente l’uno dall’altro – del romanzo pubblicato nel 2018.
Primo romanzo per Alberto Beruffi, scrittore mantovano. Esordio di tutto rispetto con un thriller ambientato a Mantova. Una storia che va da settembre ad aprile, su due piani narrativi. Una trama legata al vissuto, alla cultura musicale e all’arte. Ma non solo.
Bentornata Ben su Liberi di Scrivere e grazie di aver accettato questa nuova intervista. Sei in Italia per un tour letterario che toccherà diverse città. Quante tappe ancora mancano? Puoi raccontare ai nostri lettori come si svolgeranno gli incontri: ci sono attori che leggeranno stralci del tuo libro?, domande dirette del pubblico in sala?, firmacopie?, spazi in cui sarà possibile vedere foto o filmati d’epoca?
























