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:: Diligenza del non padre di famiglia (art. 1176 c.c.) di Riccardo Mazzamuto (Italic 2019) a cura di Nicola Vacca

22 gennaio 2019

mazzamuto_coverRiccardo Mazzamuto è un poeta che sta nell’oggi. La sua poesia entra nella realtà e la spacca.
Diligenza del non padre di famiglia (art. 1176 c.c.) è il suo nuovo libro. Quindici poemetti che capovolgono il concetto giuridico e elencato nel nostro codice civile.
Una poesia che guardando ai fatti nega l’esistenza di una diligenza. Oggi in questo caos dell’attualità siamo davanti a una negligenza che ci sta portando nel baratro.
Mazzamuto si conferma poeta di impegno civile. In questa nuova raccolta con acume e lucidità passa in rassegna questo nostro tempo con un’amara ironia che non fa prigionieri.
Il poeta è sensibile a tutti i segnali d’allarme e in ogni suo verso denuncia apertamente la perdita del buon senso.
Una poesia che sa intercettare le ingiustizie sociali e esistenziali di un tempo in cui gli esseri umani hanno smesso di essere umani:

«Momenti di dialogo / opinioni vorrebbe / parlare con qualcuno / e se stesso, lontano / dall’indifferenza / di città ammassate … / famigli brulicanti / vittime di iper –coop / coop carrefur lidol / vetrine cattoliche».

Questo libro può considerarsi il seguito del precedente La volpe e il gatto (2016).
Il poeta livornese sceglie ancora una volta il poemetto civile per affondare la penna nel marcio ordinario dell’epoca che viviamo.
I quindici poemetti che compongono questo libro in un’unica narrazione danno conto senza filtri del disagio nel quale siamo precipitati. Ogni verso si insinua nell’abisso di questo nostro sciagurato tempo dove il buon senso ha lasciato il posto a una indolenza che ha ferito a morte ogni possibilità di riscatto.
Senza alcun orpello Riccardo Mazzamuto è poeta che non si arrende davanti a questa immanente collezione di disgusti che è diventata la nostra esistenza.
La poesia con le sue parole è un arma per resistere in questo «inverno burrascoso, / piovoso da crisi /esistenziale, crisi».

:: Scrittori ai fornelli: Enrico Pandiani & il Rognone alla Mordenti

22 gennaio 2019

Inizia oggi sul blog una nuova rubrica: Scrittori ai fornelli. Chiederemo a scrittori noti ed esordienti di parlarci di una ricetta a cui sono particolamente legati, con tanto di ingredienti e tutto, ma naturalmente sarà un pretesto per parlare di libri e di scrittura.

Iniziamo con il primo volontario, il coraggioso Enrico Pandiani.

ragione da vendereEsce oggi Ragione da vendere, per il Nero Rizzoli, il suo nuovo libro, settima avventura de Les Italiens, e per l’occasione gli abbiamo chiesto una ricetta sua o presente nei suoi romanzi. Si sa il binomio scrittura e cucina è molto stretto e molti scrittori sono anche abilissimi cuochi. Poi Pierre Mordenti, il suo personaggio, se la cava anche lui in cucina e non poteva che apprezzare un piatto dalle spiccate qualità come il Rognone alla Mordenti.

Pandiani ci ha spiegato che è una ricetta di famiglia, che gli arriva di suoi zii che abitavano a Parigi. Lui era il direttore della Marini & Rossi.

Inoltre il romanzo inizia anche con una cena magrebina a casa di Servandoni e Karima, tra cous cous, spezie e crema chantilly.  Per i golosi una lettura tutta da scoprire.

Ma ora veniamo alla ricetta, pochi ingredienti ma di sicuro effetto.

Rognone alla Mordenti

Ingredienti:

Un bel rognone fresco
Burro
Sale
Martini Dry
Prezzemolo

Preparazione:

Si prende il rognone e lo si taglia a fettine sottili. Una volta tagliato, lo si dispone in un piatto e lo si ricopre di sale grosso. Lo si lascia coperto dal sale per un paio d’ore in modo che spurghi. Infine lo si lava in un colino sotto acqua corrente abbondante e, per finire, lo si stende su un panno pulito in modo da asciugarlo per bene. Si mette un bel pezzo di burro in una padella grande e lo si lascia fondere. Quando è bello bollente vi si versa il rognone e lo si fa girare per bene finché tutte le fette non sono diventate chiare. Un ultimo minuto di cottura (in questa fase non eccedere) e poi si deve scolare il rognone lasciando tutto il sugo nella padella. A questo punto si deve gettare il sugo e pulire per bene la padella. La si rimette sul fuoco e si aggiunge un nuovo pezzetto di burro fresco. Quando è bello caldo si rimette a cuocere il rognone. Lo si fa rosolare per un paio di minuti, poi si alza il fuoco e si aggiunge qualche spruzzo di Martini Dry. Un’ultima rimestata a fuoco vivace e per finire lo si mette in un piatto di servizio. Si aggiunge il prezzemolo tagliato fine fine e ci si mette a tavola.

Ecco i primi appuntamenti per incontrare l’autore e il suo libro:

• Torino – Martedì 22 gennaio, ore 18, libreria Angolo Manzoni, via Cernaia 36/d, con Nicola Roggero;
• Torino – Giovedì 24 gennaio, ore 19, libreria L’Ibrida Bottega, via Romani 0, con Federico Bena;
• Torino – Martedì 29 gennaio, ore 18,30, libreria Bardotto, via Giolitti 18/a, con Ricky Avataneo;
• Milano – Martedì 5 febbraio, ore 18, libreria Hœpli, via Ulrico Hœpli 5, con Piergiorgio Pulixi;
• Busto Arsizio – Venerdì 8 febbraio, ore 17,30, Mondadori Bookstore, via Milano 4;
• Volpiano – giovedì 28 febbraio, ore 18,30, Salone Polivalente, via Trieste 1, con Pino Pace;
• Asti – venerdì 1 marzo, ore 21, libreria Alberi d’Acqua, via Rossini 1;
• Carignano – 7marzo, ore 18, Istituto Alberghiero, via Porta Mercatoria 4/b, con Massimo Tallone;
• Rivoli – 9 marzo, ore 18, Libreria Mondadori, via Piol 37/d, con Carlo F. De Filippis;
• Mantova – giovedì 21 marzo, ore 20,15, ristorante Giallo Zucca, Corte dei Sogliari, 4, con Marco Piva.

:: Un’intervista con Mariangela Galatea Vaglio a cura di Giulietta Iannone

22 gennaio 2019

galatea

Benvenuta Galatea e innanzitutto congratulazioni per aver vinto l’edizione 2019 del “Liberi di scrivere Award” con Teodora, la figlia del circo, Sonzogno Edizioni e per il tuo lavoro. Innanzitutto sei un’insegnante, una blogger, una scrittrice, parlaci di te e dei tuoi studi, della tua vita oltre la scrittura.

R: Sono nata a Trieste ma sono cresciuta un po’ in giro per l’Italia, ho abitato anche a Ravenna, dove ho incontrato per la prima volta Teodora e Giustiniano. Da ragazzina sono rimasta completamente affascinata dai mosaici di San Vitale e forse da allora qualcosa mi ha stregato talmente da scriverne poi quando sono diventata adulta. Ho fatto studi classici, sono laureata in Storia Greca e ho un dottorato in Storia Antica. Poi ho iniziato ad insegnare a scuola e siccome mi piaceva scrivere ed erano gli anni in cui tutti provavano ad aprire un blog, ci ho provato anche io. Scrivevo post divertenti che raccontavano le vite dei personaggi antichi. Hanno avuto successo contro ogni aspettativa. Da lì sono stata scoperta dall’editoria e ho iniziato a pubblicare. Poi ho deciso di lasciare la saggistica e di dedicarmi al mio primo romanzo, ovvero Teodora. Visto che ha vinto il vostro premio, direi che è stata una buona intuizione!

Sei nata a Trieste, ma vivi e lavori a Venezia, la Porta dell’Oriente. Dai tempi di Marco Polo, e anche prima, la prima tappa per la Via della Seta, terra di mercanti, artisti, profughi, guerrieri. Un crocevia di merci preziose provenienti dalla Cina, da Costantinopoli, dalle sponde del Mediterraneo. E di idee, libri, credenze, ideali. Descrivici Venezia come uscisse da un sogno.

R: Il bello di Venezia è che già si avvicina molto ad un sogno. È una città che amo molto. Una città di mare strana, perché poi tecnicamente non è sul mare, ma dentro la sua laguna. C’è uno strano senso di sospensione a Venezia, come se il tempo fosse una dimensione lontana e distante. È una città che non ha uguali al mondo e che non si può spiegare, bisogna vederla e viverla.
La Costantinopoli di Teodora deve molto a Venezia. Sopratutto nel carattere degli abitanti. I Veneziani sono smagati, ironici, abituati a avere in casa gente di tutto il mondo e a guardarla con l’indifferenza di chi ha avuto un impero e lo ha visto tramontare. Non è sempre facile andarci d’accordo ma sono molto divertenti.

Il mondo antico affascina ancora i giovani, i tuoi studenti? Come è nato il tuo amore per le civiltà antiche e per la storia? Il passato ha ancora molto da insegnarci?

R: Che rispondere? Sì, sì e ancora sì. Il passato è come una miniera, più lo scavi più trovi tesori inaspettati. Il mondo antico secondo me affascina tantissimo, basta raccontarlo bene. Il problema è che spesso viene spiegato con quella che io chiamo la sindrome del busto da museo. Sembra che gli antichi fossero tutti degli eroi totalmente distaccati dal mondo, dei personaggi freddi e distanti, come i busti dei musei, appunto. Invece no, erano assolutamente simili a noi, con gli stessi problemi, le stesse angosce, spesso anche le stesse tendenze a fare stupidaggini. La storia antica è fantastica, piena di congiure, delitti, colpi di scena, meglio della sceneggiatura di molte serie tv. Per questo la adoro.

Tema del giorno è quello delle migrazioni, dei profughi che scappano dalla guerra, dalla povertà, dalle calamità naturali e arrivano in Europa in cerca di un futuro migliore. Come era vissuto nell’antichità questo problema? Erano disprezzati, avversati, o integrati nelle nuove comunità di accoglienza?

R: Le migrazioni sono un tema centrale nella fine del mondo antico. Si pensa sempre che Roma sia collassata per le invasioni barbariche, ma non è vero. I barbari erano all’interno dell’impero da secoli, e fosse per loro non avrebbero mai voluto abbatterlo, lo adoravano. Era uno stato organizzato e in grado di garantire loro tutto ciò che le loro tribù non avevano: sicurezza, lavoro, ordine. Per lungo tempo sono stati anche integrati con facilità. Nel mio romanzo molti dei protagonisti sono generali bizantini ma di origine barbarica, e lo stesso Giustiniano e lo zio Giustino sono degli “immigrati” provenienti da un paesino sperduto dei Balcani e arrivati a Costantinopoli. Anche se non tecnicamente “barbari” per i raffinati abitanti della città erano dei buzzurri. Il mondo antico non conosceva il concetto di razzismo come lo intendiamo noi. I barbari erano assorbiti ed integrati, anche se poi qualche riluttanza rimaneva, specie nei confronti dei Goti. Però i più importanti generali dell’impero erano ormai barbari, sposavano anche donne della nobiltà romana, le famiglie miste erano all’ordine del giorno. Insomma era un mondo molto più complesso di quanto siamo soliti immaginare.

Come è nato il tuo amore per la letteratura e la scrittura?

R: Non lo so, per quanto ricordo ho sempre scritto e sempre voluto scrivere, fin da piccolina. Amo raccontare storie, amo la storia. Non saprei fare a meno di scrivere o di leggere o di studiare.

Teodora, la figlia del circo nasce dalle tue letture e dal fascino di una donna come Teodora, davvero incredibile per l’epoca, ma anche per oggi. Una donna forte, determinata, coraggiosa, libera per molti versi, come hai ricostruito la sua vita?

R: La storia di Teodora è fantastica. Un ex pornostar che sposa un ministro che è l’erede al trono di un impero. Un po’ come se Eva Henger avesse sposato Obama, per dire… Persino oggi una donna con il suo curriculum farebbe difficoltà ad essere accettata come moglie di un politico, e lei è riuscita invece a diventare persino imperatrice! La storia è ricostruita basandosi minuziosamente sulle fonti antiche, soprattuto Procopio di Cesarea, politico e scrittore contemporaneo ai fatti. E pettegolo di prima grandezza, una specie di Dagospia dell’antichità. Visse a corte gomito a gomito con Teodora e Giustiniano, di cui fu anche storico ufficiale, salvo poi dileggiarli in un’opera in cui ne raccontava tutti i vizi e i segreti. Mi sono poi basata su altre fonti coeve, come le lettere dei Papi, i resoconti diplomatici della corte bizantina, i frammenti di altri storici del tempo. Sono pignola, quindi in pratica non c’è una riga del romanzo che non abbia dietro una fonte antica o dati archeologici quanto più accurati possibile. Ho controllato minuziosamente anche i particolari dell’arredamento, dei vestiti, dei decori degli ambienti.

Com’era Costantinopoli nel VI secolo d.C.?

R: Una grande metropoli simile a New York o Londra. Un luogo dove migliaia di persone confluivano ogni giorno in cerca di fortuna e dove il successo e la caduta in disgrazia potevano essere velocissime. Una città smaliziata, divertente, dove il bene e il male erano gomito a gomito, gli uomini dei bassifondi si incrociavano con i membri dell’alta società, l’ambizione spingeva tutti a cercare di migliorare la loro condizione ad ogni costo. Una città multietnica a cui piacevano la trasgressione e gli eccessi, che viveva per i grandi eventi sportivi come le corse del circo, che era prontissima ad abbandonarsi a rivolte sanguinose, che amava gli uomini furbi e spregiudicati. Lo scenario ideale per un grande romanzo di avventura, insomma.

Quanto ha inciso il mondo televisivo nel tuo immaginario narrativo?

R: Tantissimo, io sono una consumatrice di serial tv e addicted di Netflix. Ho costruito questo libro come una serie tv, con scene brevi e veloci, molti personaggi che si intersecano e scenari che cambiano continuamente. Quello che spesso mi fa arrabbiare quando vedo le serie storiche è che gli sceneggiatori intervengono sugli eventi cercando di renderli più spettacolari, ma spesso non ci riescono perché la Storia è una sceneggiatrice migliore di quelli di Hollywood. La scommessa di Teodora è questa: raccontare i fatti senza inventare quasi nulla, ma rendendoli comunque affascinanti e pieni di suspense. Spero di esserci riuscita. Vedo che i lettori apprezzano molto.

Avventura, amore, scontri religiosi, rivolte, potere, vendetta, spionaggio come hai amalgamato i temi principali del tuo romanzo?

R: In realtà era già tutto amalgamato negli eventi reali. Ho scelto la storia di Teodora perché tutti questi temi erano presenti e funzionavano benissimo. Ho dovuto solo sceneggiarli e studiare il concatenarsi degli avvenimenti. È uno di quei casi in cui la trama si scrive in pratica da sola.

Ho notato un grande apprezzamento, autentico, spontaneo da parte dei tuoi lettori. Come hai coltivato questo legame privilegiato? Ricevi molte lettere, mail, messaggi da parte dei tuoi lettori?

R: Sono da sempre molto presente sui social e quindi quello è il canale privilegiato con cui tengo i rapporti con i miei lettori. Seguono il mio profilo, il blog, la mia pagina Facebook e da qualche mese anche il mio canale YouTube in cui posto dei video in cui racconto episodi della storia antica (i più seguiti sono la serie “Sesso e Gossip a Roma antica, la scandalosa vita di Giulio Cesare!). Io cerco sempre di rispondere a tutti e con alcuni lettori storici poi sono nate bellissime amicizie, per cui ci sentiamo, ci incontriamo, ci prendiamo il caffè. Insomma, sono fortunata, ho dei lettori adorabili.

Hai anche pubblicato un saggio L’italiano è bello (Sonzogno 2017). Cosa ti piace di più della lingua italiana?

R: È la materia che insegno, per cui direi tutto! Ma devo ammettere che poi, anche se sembra strano, ho una vera passione per la grammatica. Non ci si pensa mai ma è la vera architettura del discorso, senza quella non si fa nulla. Io amo la grammatica storica, la storia della lingua, le etimologie.

Cosa stai leggendo in questi giorni? L’ultimo libro che hai letto e il prossimo che hai intenzione di iniziare.

R: Sto leggendo Carl Gustav Jung, L’uomo e i suoi simboli. Per curiosità. Ho letto quasi tutto Freud ma Jung lo avevo evitato fino da ora, devo colmare la lacuna. Il prossimo in lista è una rilettura dell’Eneide sistematica. Ho sempre preferito Omero e Virgilio forse l’ho un po’ sottovalutato, devo rimediare.

Infine, la domanda inevitabile. Stai lavorando a un nuovo romanzo storico? Quali sono i tuoi programmi per il futuro?

R: Per ora attendo nuove dalla casa editrice, perché Teodora dovrebbe essere una trilogia, per cui dovrebbero esserci altre due puntate in cui seguiamo le sue vicissitudini per diventare prima moglie di Giustiniano e poi per tenersi stetta il trono a dispetto di congiure e rivolte. I programmi per il futuro prevedono invece anche uno sbarco massiccio nel mondo del video, ma questo è un progetto che si concretizzerà fra qualche mese e quindi per ora incrociate le dita per me.

:: Fratello minore: Sorte, amori e pagine di Peter B. di Stefano Zangrando (Arkadia Editore 2018) recensione di Federica Belleri

22 gennaio 2019

imagesStefano Zangrando omaggia con questo libro lo scrittore berlinese Peter Brasch. Ci racconta della sua famiglia conservatrice e conformista, dalle origini ebree. La vita e le passioni di Peter lo incuriosiscono al punto tale da frequentare Berlino più e più volte. Partendo da un romanzo dello scrittore,  apparentemente introvabile, la voce narrante ripercorre gli anni di Peter all’università di Lipsia, gli anni del crollo del Muro, il suo amore per la scrittura e la fatica immane di emergere. Di lui ci racconta la passione per l’alcol e le sigarette, la poesia, la prosa e il teatro. Del suo non-bisogno degli altri e delle sue donne, che lo hanno amato o abbandonato. Ne esce un personaggio controverso ma particolare, in grado ad esempio di entrare nella mente pura dei bambini dando loro spunti per liberare la fantasia o provocandoli in modo bonario ma fermo perché non si uniformassero alla massa. Così pure emerge un Peter Brasch rivoluzionario, seccato dalla povertà e dalle censure della DDR e legato in maniera profonda al fratello maggiore Thomas che, al contrario, sta avendo successo nella Repubblica Federale. Perché Peter B. si sentiva incompreso e rifiutato? Perché era così visionario e instabile?
Fratello minore. Un unico libro suddiviso in più parti e raccontato da voci diverse, che interpretano la vita di Peter dal loro personale punto di vista. Vi invito a questa interessante e originale lettura.

Stefano Zangrando è autore, traduttore e docente. Nel 2008 ha ottenuto una borsa di scrittura dell’Accademia delle Arti di Berlino, nel 2009 il riconoscimento Nuove leve del Premio italo-tedesco per la traduzione letteraria. È membro fondatore del Seminario Internazionale sul Romanzo presso l’Università di Trento e co-presidente dell’Unione Autrici e Autori del Sudtirolo. Ha collaborato o collabora con varie testate, riviste e blog, fra cui Alias, il manifesto, L’indice dei libri, Doppiozero, Nazione indiana e Zibaldoni. Tra le sue opere narrative Quando si vive (Keller, 2009) e Amateurs (Alpha Beta, 2016). Vive e lavora fra il Trentino Alto Adige e Berlino.  Per Arkadia è autore del romanzo “Fratello minore. Sorte, amori e pagine di Peter B.”, seconda pubblicazione della collana di narrativa “Senza rotta”, curata da Marino Magliani e Luigi Preziosi.

Source: libro inviato al recensore dall editore. Si ringrazia Tania Murenu.

:: Il colombo d’argento di Andrej Belyj (Fazi 2018) a cura di Viviana Filippini

22 gennaio 2019
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“Il colombo d’argento” di Andrej Belyj, edito da Fazi, è un libro intrigante che catapulta il lettore nel passato ai tempi della Russia pre-rivoluzionaria. La storia si apre con un giovane che sembra camminare senza meta, completamente assorto nei suoi pensieri. Quel ragazzo diretto non si sa bene dove, è Pëtr Dar’jal’skij. Lui, all’apparenza così spaesato, è in realtà molte cose assieme: è studioso, poeta e uno di quei nuovi intellettuali che stava formandosi prima della Rivoluzione. Il suo vagare appare da subito come un cammino di ricerca, perché Dar’jal’skij sta davvero cercando qualcosa di importante: la verità̀ su se stesso e sul mondo. Ad un certo punto il protagonista arriva a Celeebevo, qui conoscerà tutta la comunità composta da un umanità a tratti grottesca e strampalata e i diversi gruppi culturali e religiosi presenti nella località, tutti impegnati a fortificarsi e prepararsi per essere pronti a partecipare alla rivoluzione. Tante sette ci sono nella vecchia Russia narrata e non a caso troviamo quelli della Vecchia Fede, gli Evangelisti, gli Stundisti, i Molokani, i famosi Chlysty – sicilisti nel libro-  nati nel XVII secolo e sostenitori del principio che Cristo fosse già presente spiritualmente in ogni membro della setta durante la sua vita terrena- e i Colombi d’argento. Pëtr Dar’jal’skij entrerà in contatto con molti di loro, ascolterà i loro discorsi e leggerà i loro scritti, ma sarà il gruppo dei Colombi d’argento a travolgerlo con maggiore forza, trascinandolo in un percorso di completa metamorfosi. Pagina dopo pagina, Andrej Belyj narra la storia di queste terre russe nelle quali, a contatto con questi gruppi settari, il protagonista perderà ogni certezza fino a subire un completo cambiamento che lo porterà a compiere azioni per lui impensabili. Tra di esse, per esempio, la rottura del fidanzamento di Dar’jal’skij con Katia, una giovane di buona famiglia con parenti nobili, e con la quale sembra esserci la possibilità di un matrimonio. La relazione andrà a monte, perché il ragazzo si lascerà travolgere dalla passione per la contadina Matrëna Semënovna, serva dell’ambiguo falegname Mitrij Kudejarov, capo della setta dei “colombi”. Sarà proprio questa figura femminile, non particolarmente bella, ma con qualcosa di irresistibile, ad accalappiare il giovane per farlo diventare l’ “uomo nuovo”, che avrà il compito di rinnovare la Russia e dare il via a un Regno di Luce. Il protagonista Dar’jal’skij ad un certo punto finirà in un circolo vizioso dal quale non riuscirà ad uscirne, e questo fa capire al lettore quanto possa essere potente il processo di manipolazione mentale al quale il giovanotto di trova sottoposto. “Il colombo d’argento” di Andrej Belyj è un storia forte, narrata a tratti con una sottile ironia che ci porta dentro alla Russia del passato in un periodo di grande fermento culturale e intellettuale nell’attesa del grande cambiamento. Un mondo di tensioni, di ansie e di investigazione del nuovo che rigenera, che –in teoria- dovrebbe fortificare e che, come accadrà a Pëtr Dar’jal’skij, non sempre corrisponde al raggiungimento della pace e tranquillità. Traduzione di Carmelo Cascone.

Andrej Belyj Pseudonimo di Boris Nikolaevič Bugaev, è stato una figura di assoluto rilievo nel panorama letterario russo. Scrittore, poeta, saggista, critico letterario, filosofo, negli anni dell’adolescenza entrò in contatto con Sergej Solov’ëv, nipote del filosofo Vladimir Solov’ëv, le cui dottrine influenzeranno tutta la sua opera. Esponente di spicco del movimento simbolista russo, a partire dal 1903 ebbe un intenso rapporto epistolare con Aleksandr Blok, che in seguito conobbe personalmente. Fu autore di raccolte di poesie, romanzi (Pietroburgo, definito da Nabokov «uno dei quattro più̀ grandi romanzi del ventesimo secolo»), saggi e libri di memorie che restituiscono in modo brillante la travagliata parabola storico-culturale della Russia d’inizio secolo.

Source: richiesto dal recensore all’ufficio stampa Fazi, grazie a Cristina e a tutto lo staff.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Il mio maestro Janusz Korczak di Itzchak Belfer (Gallucci Editore 2019) a cura di Giulietta Iannone

21 gennaio 2019

coverTra i libri di cui ho deciso di parlarvi per il Giorno della Memoria (il prossimo 27 gennaio) vi è un libro per bambini, dai sei anni in su, edito da Gallucci Editore dal titolo Il mio maestro Janusz Korczak, dello scultore e pittore polacco Itzchak Belfer.

È un breve libro illustrato, i disegni, molto belli, sono dello autore stesso, ed è un libro autobiografico in cui Belfer ci parla della sua infanzia molto particolare, vissuta nella Casa degli Orfani a Varsavia retta da Janusz Korczak (il cui vero nome era Henryk Goldszmit) un insigne medico pediatra polacco, di origine ebraica, che dedicò tutta la sua vita alla cura e all’educazione dei bambini.

Seppure i protagonisti sono piccoli orfani, a volte anche di entrambi i genitori, è un libro allegro e carico di speranza e ottimismo, ci parla infatti di infanzie felici, cosa piuttosto rara anche oggi.

Data l’eccezionalità del narrato Belfer si premura di assicurare che è tutto vero quello che scrive, per i dubbiosi che stentano a credere che un mondo a misura di bimbo possa esistere nella realtà. Dunque è tutto vero, Janusz Korczak ha davvero fatto esistere un mondo in cui i bambini oltre ad essere rispettati, hanno la possibilità di decidere, delimitare i loro spazi, appianare le loro controversie (anche utilizzando la nobile arte del pugilato se è il caso), giudicare anche gli adulti (ebbene anche loro sbagliano e Janusz Korczak fu il primo ad accettare il responso di questi tribunali fatti di bambini) e coltivare i loro talenti (il giorno più bello dell’ infanzia di Itzchak Belfer fu quando gli furono dati carta e matite colorate per disegnare).

janNon si può parlare di Janusz Korczak però senza nominare Stefania Wilczyńska, sua stretta collaboratrice nella Casa degli Orfani, una vera e propria mamma per questi ragazzi.

L’intento di Belfer, ormai consapevole di essere uno degli ultimi che hanno conosciuto Janusz Korczak in vita e sono stati suoi allievi, è appunto consegnare queste memorie ai bambini di oggi perché le conservino e a loro volta le tramandino ai loro figli e nipoti, in una catena di memoria virtuosa.

Janusz Korczak morì il 6 agosto del 1942, nel viaggio verso il campo di sterminio di Treblinka, avrebbe potuto salvarsi, infatti gli stessi nazisti l’avevano riconosciuto come personaggio eminente e volevano che non salisse a bordo del treno per il campo, ma Janusz Korczak non volle lasciare i suoi ragazzi.

Spesso nei sopravvissuti alla Shoa è presente una sorta di senso di colpa, proprio per essere restati in vita mentre amici e parenti sono morti, (credo lo stesso disturbo che psicologi e assistenti sociali devono fronteggiare ogni giorno con i sopravvissuti dei barconi che arrivano in Europa carichi di migranti) ma c’è un senso nella loro sopravvivenza, e in molti l’hanno trovato nel preservare e tramandare la memoria, per cui ogni 27 gennaio non provate fastidio a sentire questi racconti anche se ormai il tempo sembra avere diluito l’intensità dei fatti narrati. In fondo si celebra la vita, ed è bene che sia così. Più che davanti al tribunale della storia dobbiamo farlo davanti al tribunale della nostra coscienza.

Itzchak Belfer (Varsavia, 1923 – Israele 2021) è un pittore e scultore, che visse dall’età di sette anni fino ai 15 nella Casa degli Orfani di Janusz Korczak. È uno dei pochissimi testimoni di quell’esperienza straordinaria che siano sopravvissuti alla Shoah. Dopo la guerra si è trasferito in Israele, dove ha potuto coltivare il proprio talento artistico, dedicandosi in particolare alla commemorazione dell’Olocausto e al ricordo del suo indimenticabile maestro.

Source: Copia inviata al recensore dalla casa editrice. Si ringrazia Marina Fanasca dell’Ufficio Stampa Gallucci.

:: Il più bel libro di Raymond Chandler

20 gennaio 2019

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Raymond Chandler (Chicago, 1888 – La Jolla, 1959) dopo gli studi in Inghilterra torna in America e si stabilisce in California. Inizia a lavorare nel campo petrolifero, ma nel 1933 collabora con la rivista gialla “Black Mask” che aveva lanciato il genere poliziesco d’azione. Nel 1939 pubblica il suo primo romanzo, Il grande sonno, che ha per protagonista l’investigatore privato Philip Marlowe. Nel 1943 firma un contratto con la Paramount e comincia a lavorare per il cinema come sceneggiatore. Intanto la salute, minata dall’alcol, si deteriora e un anno dopo la morte della moglie, avvenuta nel 1954, Chandler tenta il suicidio. Iniziano i soggiorni in cliniche private per disintossicarsi. Muore prima di aver terminato l’ottavo romanzo di Philip Marlowe, The Poodle Spring Story. Feltrinelli ha pubblicato: I racconti della semplice arte del delitto (1962), Otto storie inedite (1964), Blues di Bay City (1966, edizione ampliata 1975), L’uomo a cui piacevano i cani e altri racconti (1974), Il grande sonno (1987), Addio mia amata (1988), La signora nel lago (1988), La sorellina (1989), Il lungo addio (1989), Finestra sul vuoto (1990), Ancora una notte (1990), Vento rosso e altri racconti (2012) e, nella collana digitale Zoom, La donna nel lago (2012).

Si può votare fino a giovedi 24 gennaio.

Il più bel libro di Raymond Chandler è:

(vincono a parimerito):

Addio mia amata, Il grande sonno, Il lungo addio.

:: Liberi di scrivere Award nona edizione: i vincitori

18 gennaio 2019

Vincono a parimerito la nona edizione del Liberi di scrivere Award:

“Teodora, la figlia del circo” di Mariangela Galatea Vaglio, (ed. Sonzogno)

“Suite francese” di Irène Némirovsky (Adelphi) Trad. Laura Frausin Guarino

2° Classificato

(a parimerito)

“La paura nell’anima” di Valerio Varesi (Frassinelli)

“Addio fantasmi” di Nadia Terranova (Einaudi)

“Tutto quel buio” di Cristiana Astori (Elliot)

3° Classificato

(a parimerito)

“La notte delle stelle cadenti” di Ben Pastor (Sellerio 2018) Trad.
Luigi Sanvito

“Middle England”, di Jonathan Coe (Feltrinelli) Trad. Mariagiulia Castagnone

“A chi appartiene la notte” di Patrick Fogli (Baldini e Castoldi)

“Berta Isla”, Javier Marías, (Einaudi) Trad. Maria Nicola

“Stirpe di eroi” di Massimiliano Colombo (Newton Compton)

“Miss Adele Dickinson” di Laura Costantini (goWare)

“Asimmetria” di Lisa Halliday (Feltrinelli) Trad. Federica Aceto

“Nero di mare” di Pasquale Ruju (Edizioni EO)

“Salvare le ossa” di Jesmyn Ward, NN, traduzione di Monica Pareschi

Menzione speciale per la migliore traduzione

Laura Frausin Guarino

per aver tradotto con grande sensibilità un’ opera difficile come “Suite francese” di Irène Némirovsky.

Menzione speciale per l’editore con più libri candidati

Einaudi

Feltrinelli

Classifica generale della votazione: qui

:: Un matrimonio americano di Tayari Jones (Neri Pozza, 2018) a cura di Eva Dei

16 gennaio 2019

2Atlanta: Celestial e Roy sono una giovane coppia, sposati da più di un anno, manager in carriera lui, artista in ascesa lei, alle spalle due percorsi personali e familiari diversi. Sono innamorati, convinti dei propri sentimenti e della solidità della loro relazione, tanto da provare ad avere un figlio; se una discussione sembra poter destabilizzare il perfetto equilibrio della coppia, basta che uno dei due pronunci “17 novembre” (la data del loro primo appuntamento) per lanciare una sorta di break time. Alcune volte però gli eventi sono talmente forti da trascinare in un vortice da cui è difficile uscire. È quello che accade mentre i due alloggiano in un hotel di Eloe, cittadina della Louisiana da cui proviene Roy. Entambi afroamericani, Celestial e Roy fino a quella notte non hanno provato sulla loro pelle, a differenza dei loro genitori, cosa voglia dire essere discriminati in quanto neri. Ma quando la polizia sfonda la porta della loro camera e accusa Roy di aver stuprato una donna è subito chiaro che lui è l’uomo sbagliato nel posto sbagliato. Da quel momento niente sarà più come prima.

“Avevamo pensato che saremmo riusciti a parlarne, a venirne fuori ragionando. Ma qualcuno avrebbe pagato per quel che era successo a Roy, proprio come Roy aveva pagato per quel che era successo a quella donna. C’è sempre qualcuno che paga.”

Tayari Jones confeziona un romanzo dal ritmo incalzante da cui è difficile staccarsi. Complice la narrazione che alterna registri diversi: si passa dalle voci dei tre protagonisti principali, Roy, Celestial e Andre (l’amico comune che li ha fatti conoscere) ai carteggi che Roy intrattiene principalmente quando è in carcere. L’autrice dipinge il sogno americano attraverso i personaggi di questo romanzo, ma decide di farlo crollare proprio a partire da uno dei legami su cui si fonda storicamente la nostra società: il matrimonio.

“Sapeva molto bene quel che volevo facesse. Non era poi così complicato. Volevo che fosse una moglie come si deve e provvedesse a farmi posto in casa mia. Volevo che mi aspettasse come fanno le donne sin da prima di Gesú.”

Sicuramente uno dei temi è la discriminazione razziale, evidente in tutto il caso giudiziario di cui è protagonista e vittima Roy, ma anche in altri episodi.
L’intera vicenda serve però anche a scoperchiare una sorta di vaso di Pandora. Infatti, se nelle prime pagine Roy e Celestial sembrano convinti di avere un rapporto solido, indissolubile, andando avanti nella narrazione diventa evidente che tra loro esistono numerosi segreti e non detti. La distanza fisica si dilata, alimentata dall’incomprensione e dall’impressione di non conoscere più la persona dall’altra parte. La penna della Jones sembra voler scavare a fondo nelle dinamiche relazionali nel momento stesso in cui queste vengono maggiormente destabilizzate e messe alla prova. Non si parla soltanto di amore o matrimonio, ma anche del senso di famiglia e amicizia, forse più in generale di appartenenza e lealtà.

“Ad Atlanta ho imparato le regole e le ho imparate in fretta. Nessuno mi ha mai dato dello stupido. Ma casa tua non è il posto dove atterri; è quello da cui decolli. Non è possibile scegliersi una casa, come non lo è scegliersi una famiglia. Nel poker ti toccano cinque carte. Tre le puoi scambiare, ma due te le devi tenere: la famiglia e la terra in cui sei nato.”

Complessi e sfaccettati i personaggi, risulta difficile per il lettore scegliere per chi parteggiare. Forse perché chiunque come Roy avrebbe voluto che il mondo si fermasse davanti a un’ingiustizia subita, o magari ciascuno di noi si è sentito libero e padrone della propria vita come Celestial, per poi restare immobile e lasciar scegliere ad altri…

Tayari Jones è laureata presso lo Spelman College, l’Arizona State University e l’Università dell’Iowa. Docente di scrittura creativa presso l’Emory University, collaboratrice del Believer e del New York Times, vincitrice di numerosi premi letterari, è autrice dei romanzi Silver Sparrow, The Untelling e Leaving Atlanta.

Source: libro del recensore.

:: La via della schiavitù di Friedrich A. von Hayek (Rubbettino, 2011) a cura di Daniela Distefano

15 gennaio 2019

hayek - la via della schiavitùLa lezione di questo libro è che non vi può essere alcun compromesso tra la libertà e i diritti “sociali” degli individui. La libertà è un a priori etico e antropologico, un valore non negoziabile. E’ il fondamento stesso della “Grande Società”, che equivale alla “società aperta” di Popper, in quanto sostenuta dal mercato e dalla competizione. L’alternativa alla “pianificazione” è la “sovranità della legge” (rule of law). Come perviene a questa conclusione Friedrich A. von Hayek? Lo studioso – che è stato per definizione l’antagonista più illustre di Keynes – non era devoto del laissez faire; egli credeva in uno schema o impalcatura per un sistema di libera impresa. Schema che è compatibile con standard di salario minimo, standard di assistenza sanitaria, un minimo di assicurazione sociale. Ed anche compatibile con certi tipi di investimenti statali. Ma il punto è che l’individuo deve conoscere in anticipo esattamente come le regole funzioneranno. Egli non può pianificare i suoi affari, il suo futuro, persino le sue vicende familiari, se il “dinamismo” di una autorità pianificatrice centrale sta sospeso sopra la sua testa.

“Socialismo” – in definitiva – per Hayek significa schiavitù: “la democrazia cerca l’eguaglianza nella libertà, il socialismo cerca l’eguaglianza nella restrizione e nella servitù”.

Le virtù che i popoli anglosassoni possedevano erano l’indipendenza e la fiducia in se stessi, l’iniziativa individuale e la responsabilità locale, l’affidamento del successo all’azione volontaria, la non interferenza verso il prossimo e la tolleranza verso ciò che è diverso e stravagante, il rispetto per gli usi e la tradizione, e una sana diffidenza verso il potere e l’autorità. Tutto questo è divenuto nel tempo oggetto di distruzione ad opera dell’avanzata del collettivismo. Quale sistema politico era per lui auspicabile allora?

Uno dei maggiori vantaggi della federazione sta nel fatto che essa può essere organizzata in modo da rendere difficili la maggior parte delle pianificazioni dannose, pur lasciando via libera a ogni forma di pianificazione desiderabile. Essa impedisce, o può servire ad evitare, la maggior parte delle forme di restrizione”.

E rimanendo in tema di sovranità, per lo studioso austriaco:

La sovranità della legge internazionale deve diventare una salvaguardia tanto contro la tirannia dello Stato sull’individuo, quanto contro la tirannia di un nuovo super-Stato sulle comunità nazionali”.

Un volume intenso, masticato e rimasticato con cura, un manuale per affrontare le maree collettivistiche. Forse non tutto può essere risolto col concetto di “competizione”, suo pilastro fondamentale di pensiero, però Hayek è convincente nel proporci la libera concorrenza e la limitazione di ogni intervento pubblico come fattori decisivi per lo sviluppo di una società più equa e più libera. E non è poco.

Friedrich von Hayek è un economista e filosofo austriaco. Nasce a Vienna nel 1899. Svolge gli studi all’Università di Vienna in giurisprudenza e scienze politiche, dove apprende il pensiero economico neoclassico della Scuola austriaca. I suoi docenti sono Ludwig von Mises e Friedrich von Wieser. Nel corso degli anni ’20 organizza diversi seminari universitari e collabora con il governo austriaco. Nel 1931 ottiene una cattedra alla London School of Economics, su invito di Lionel Robbins, dove insegna fino al 1950. Negli anni ’50 si trasferisce negli Stati Uniti dedicandosi allo studio della politica e della società. Dal 1962 al 1968 insegna alle università di Friburgo e di Salisburgo. Abbandonato l’insegnamento, si dedica alle pubblicazioni. Negli ultimi anni della sua vita riceve diverse onorificenze, tra cui il premio Nobel per l’economia nel 1974. Muore in Germania nel 1992.

Source: Libro inviato dall’Editore. Ringraziamo Antonio e Maria dell’Ufficio Stampa “Rubbettino”.

:: Serotonina di Michel Houellebecq (La Nave di Teseo, 2019) a cura di Nicola Vacca

15 gennaio 2019
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Michel Houellebecq prima di tutto è uno scrittore e quando scrive un romanzo a lui interessa solo fare letteratura. Ogni volta che esce un suo libro intorno alla sua persona si scatenano polemiche sterili. Così è accaduto in occasione della pubblicazione di Serotonina.
Prima del suo arrivo in libreria le solite sirene del sensazionalismo giornalistico si sono scatenate attribuendo allo scrittore francese ambizioni profetiche. Così come accadde per Sottomissione, che fu erroneamente definito un romanzo sull’Islam, Serotonina è stato considerato da alcuni un romanzo sovranista che ha anticipato la rivolta dei gilet gialli.
Niente di tutto questo. Houellebecq non è un profeta, ma è uno scrittore che ci vede lungo.
Ho appena finito di leggere il libro. Houellebecq non è un politologo, non è uno storico, e nemmeno un sociologo. È uno scrittore che scava nella condizione umana con l’unica cosa che conosce: la letteratura.
Florent – Claude Labrouste, il quarantaseienne funzionario del ministero dell’Agricoltura protagonista del romanzo, è un uomo in caduta libera esistenziale che nelle pagine di Houellebecq si racconta esplorando negli abissi della propria esistenza che si sta concludendo nella sofferenza e nella tristezza.
Questo è l’argomento del libro, ed è lo stesso autore a scriverlo nelle prime pagine.
Ci troviamo davanti a un essere umano decadente che scivola in una profonda e irreversibile crisi depressiva.
La sua situazione è disperata. È inevitabile il ricorso agli antidepressivi. Florent – Claude inizia prendere il Captorix, un farmaco che aumenta la secrezione della serotonina, un ormone legato all’autostima.
Le sue giornate diventano vuote e insopportabili. A un certo punto decide di scomparire, sottraendosi alla sua vita ufficiale, approfittando della sua ultima crisi sentimentale.
Sceglie la fuga e soprattutto una nuova solitudine e in questo nuovo corso si chiede se potrà tornare a essere felice.
Ma il protagonista si scopre inetto soprattutto nei confronti del suo passato amoroso che lo perseguita come un incubo.
Florent – Claude non ha più fiducia nel genere umano perché ha perso del tutto la fiducia in se stesso.
Lui si sente come un fallito che lentamente sta morendo di tristezza, un uomo che non appartiene più al suo tempo, che è diventata un’epoca disumana e di merda.
Serotonina prima di tutto è un romanzo esistenziale e Houellebecq nel raccontare la caduta del suo protagonista ricorre principalmente alla grande letteratura che fa parte inevitabilmente del suo patrimonio di romanziere.
Mann de La montagna incantata e di Morte a Venezia, Cioran di Squartamento, Nikolaj Gogol’ de Le anime morte, Proust del Tempo ritrovato e altri mostri sacri della letteratura troveremo nelle pagine di questo libro che prima di ogni cosa è il romanzo di un grande scrittore disincantato che ha il coraggio di essere esplicito davanti alle sorti dell’uomo contemporaneo occidentale e del suo tempo che sta regredendo allo stadio orale.
Serotonina è un romanzo che ha a che fare con la poesia tragica dell’esistenza. L’opera letteraria di uno scrittore che sa tenere gli occhi aperti sul mondo. Con una lingua affilata che colpisce a morte, castiga senza alcuna via di scampo la condizione umana e il suo baratro.
Houellebecq è il più politico degli scrittori viventi che non rinuncia alla letteratura, essendo consapevole che tutta la cultura del mondo non apporta nessun beneficio o vantaggio.
Con Serotonina Michel Houellebecq ci regala un’altra opera letteraria di altissimo livello. Ancora una volta non rinuncia alla sua schiettezza urticante e scomoda. Nel raccontare l’infelice parabola esistenziale del protagonista, la sua scrittura chirurgica, arguta, intelligente, ironica e cinica redige un metaforico certificato di morte per questo tempo che trova nell’amarezza la parola che lo rappresenterà per sempre.

Michel Houellebecq, scrittore, poeta e saggista francese, ha pubblicato i romanzi Le particelle elementari (1999), Estensione del dominio della lotta (2000), Piattaforma (2001), Lanzarote (2002), La possibilità di un’isola (2005), divenuto un film con la regia dell’autore nel 2008, La carta e il territorio (2010) con cui ha vinto il Premio Goncourt nello stesso anno, Sottomissione (2015); le raccolte poetiche Il senso della lotta (2000), Configurazione dell’ultima riva (2015), La vita rara. Tutte le poesie (2016); i saggi H. P. Lovecraft. Contro il mondo, contro la vita (2001), La ricerca della felicità (2008), e il libro scritto con Bernard-Henri Levy, Nemici pubblici (2009).

Source: libro del recensore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: In tutti i sensi di Marta Telatin (Rapsodia 2019) a cura di Federica Belleri

14 gennaio 2019

3Marta Telatin. Scrittrice, poetessa, artista curiosa e sorridente. Una vita difficile la sua, che ci racconta in questo libro “In tutti i sensi“. La sua storia legata a una malattia e alla voglia di rinascere. La sofferenza frantumata dall’ironia e dall’amore di chi ha saputo starle vicino. Il suo rapporto con i colori e i laboratori scolastici o nelle carceri. L’importanza di accettarsi, senza sfidare troppo il destino. La forza di cambiare e di amare …
Una lettura breve ma molto intensa. Ricca e sentita.
Una lettura che fa bene al cuore e apre la mente.
Ve lo consiglio.

Fonte: acquisto personale